BOLLETTINO -

SOCIETÀ UMBRA

DI STORIA PATRIA -

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VOLUME: I.

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DION. D' XLICARN. Artt. ROm. L 19.

PERUGIA
TIPOGRAFIA BONCOMPAGNI

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SOCIETÀ UMBRA DI STORIA PATRIA

« Di tutte le provincie italiane I' Umbria, forse, è la sola,
dove non sia una deputazione o una Società di Storia Patria.
Ció puó parere strano, quando si pensi alla importanza e
alla ricchezza dell Umbria, in fatto di memorie patrie. Ma,
d'ordinario, le società sorgono là dove manca o è debole la.
iniziativa individuale, e l Umbria, fortunatamente, ebbe, uno
dopo l’altro, più uomini, ognuno dei quali fece da solo per
una società ».

Con queste parole l' illustre prof. Monaci introducevasi
a parlare, in una delle più pregievoli riviste letterarie d'Italia,
delle pubblicazioni sulla storia perugina del Fabretti. E
bene a ragione si faceva a comparare l insigne scienziato al
Mariotti, al Cacciavillani, al Vermiglioli e al
Rossi, indicandolo come esempio novello di quello che può
fare da solo un uomo senza ricorrere a protezioni di mini-
stri o ad aiuti di sodalizi e di consorterie.

Ma il Fabretti non si appagava solamente di quel
l’opera che, dopo essersi valentemente esercitata nella ar-
cheologia, rifaceva, in questi ultimi anni, una parte del cam-
mino già da lui percorso in gioventù, riprendendo a pub-
blicare cronache e documenti di storia perugina:.egli che
conosceva quanta mésse di documenti e di memorie fosse
disseminata per l' Umbria e quanto profitterebbe raccoglierla,
desiderava che gli studiosi della regione facessero centro
nella sua Perugia per attendere, in fraterno consorzio, a
cotesto alto scopo. Quando, per iniziativa di tre valenti
4 L. FUMI

eruditi suoi concittadini, si fondava questa società storica,
può dirsi che si compiesse il voto più ardente degli ultimi
suoi anni, e proprio in quella che gliene perveniva l'an-
nunzio, come chi non avesse più altro da chiedere alla vita,
placidamente mancava, fra il compianto universale per una
fine sì dolorosa e subitanea.

E qui, sebbene per tale perdita inaspettata la società
siasi sentito cadere sotto il suo più forte sostegno, e dolo-
rando tanta iattura, non avesse come. rinfrancarsi; pure
avvisò che se, giusta la espressione del Monaci, egli da
solo « faceva per una società », lui scomparso, non potevasi
riempirne il vuoto, se non da una società che continuasse
nell’ opera scientifica da lui avviata.

In tanto fervore di studî storici che scalda gli ingegni
da un capo all'altro d'Italia, e infino nelle più piccole no-
stre contrade ha ridestato l amore delle ricerche e delle
pubblicazioni, l Umbria, collettivamente, non ha fin qui preso
parte attiva, se si tolga l’opera generosa e ben nutrita di
quei valenti che intrapresero la pubblicazione lodata, troppo
presto interrotta, dell « Archivio storico per le Marche e
per l Umbria ». E quantunque l’ « Archivio storico italiano »,
allorché era diretto dal Vieusseux, desse luogo, in quella
sua prima bellissima serie, a due volumi di eronache e do-
cumenti perugini, e di poi la R. Deputazione istituita per la
Toscana, per l Umbria e per le Marche,. accogliesse nella
sua raccolta di documenti per la storia italiana il « Codice
diplomatico della città di Orvieto e la Carta del popolo », e
da ultimo la R. Società romana abbia divulgato il « Regesto
di Farfa », tuttavia nessuno si vorrà persuadere che. una
regione, dove agli antichi Umbri si stringono e si fondono
insieme Tusci e Sabini, sia stata studiata e illustrata abba-
stanza da gareggiare nel movimento generale degli studi con
le altre, almeno, che le sono. piü vicine. Quindi, allorché
sorse | « Istituto storico italiano », come una nuova energia

volta « ad aiutare lo: studio sincrono delle manifestazioni

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SOCIETÀ UMBRA DI STORIA PATRIA )
della nostra vita su tutti i punti del nostro paese », non
poteva l’ Umbria trovarsi preparata a ricevere cotesto aiutò.
Quasi tutto qui restava a fare, perchè privi di una compagine
propria noi eravamo. Difatti, se scopo di quel massimo istituto
è « di ritornare con pazienti indagini sulle vestigia mura-
toriane e riprendere le edizioni degli scriptores historiae
patriae con mezzi più ampi e usando gli arredamenti e 1
soccorsi della odierna critica», l'opera di poche forze indivi
duali e indipendenti fra loro non può essere conducente ‘al
proposito. Chi poi ponga mente alla lacuna che il grande
Muratori lasciava senza colmare per molte città nostre,
riconoscerà non pure ragionevole, ma cosa naturale, la unione
delle forze disperse e conveniente il disciplinarle, perchè dai
varî rigagnoli sgorghi e fluisca una nuova fonte che dovrà
riversarsi a fecondare quel vasto campo che è il « R. Isti-
tuto storico ».

Di qui la opportunità di questa nostra associazione e
insieme il suo scopo, egregiamente inteso dalle persone culte
e studiose della provincia, che aderirono prontamente alla
iniziativa. La quale iniziativa, sorta a mezzo settembre di
quest'anno, è ormai condotta a dare un primo saggio. di
quella attività, che dovrà animare i nostri studî, con la pub-
blicazione del presente « Bollettino » ; dove,.a dir vero, ab-
biamo dovuto penare più a contenere. la materia, che non
darci pensiero di ricercarla. Epperó I Umbria non era tanto
rimasta incurante del suo patrimonio storico, quanto men
favorita dalla fortuna di metterne in luce i riposti tesori;
per modo che é bastato l annunzio di questa società, perché
si destassero nobili propositi, si scoprissero nuovi fonti e si
desse subito mano a illustrare, a ripristinare e ad emendare
la nostra storia. Questo è indizio di amore ben sentito della
conoscenza di noi stessi, il quale ravviva tosto come si levi
una occasione buona e propizia. Non si deve nemmeno pensare
che allignino spiriti fiacchi e leggieri che vogliano diffidare
dell’ opera nostra e sfatarla, o sgomenti delle difficoltà, vo-
6 L. FUMI

gliano ristarsene e mandarla a male. Una istituzione fondata
nel sentimento patriottico della popolazione, sorretta dal giu-
dizio de’ savi, commessa alla operosità degli studiosi, non
avrà timore che mala pianta laduggi, e non tarderà a con-
seguire qualeuno di quei nobili ideali cui aspira. Investigare
le-antiche origini e vagliarle al confronto della critica, rac-
cogliere le notizié per la bibliografia e accompagnarle con
giudizi succinti, presentare gli inventari ragionati degli ar-
chivi, studiare tutte le manifestazioni dei fenomeni della
vita, dall’ antico linguaggio alle produzioni e ai fatti della
vita religiosa, civile, politica e artistica, ecco il campo delle
esercitazioni e la palestra, in cui si proveranno i soci. Ho
già dato ai giovani sommarie indicazioni e pochi consigli che
mi sembrarono più acconci a rendere concorde, uniforme e
profittevole il lavoro comune; e con piacere ho veduto gli
avvisi subito ftruttificare. Qui basterà accennare che noi ri-
volgeremo le nostre prime cure agli statuti comunali ante-
riori al secolo XIV, poi alle collezioni dei capitoli o sotto-
missioni: perché come quelli sono tutto il corpo del diritto
pubblico interno, così queste contengono la somma del di-
ritto pubblico esterno, con che si venne di lunga mano pre:
parando l' orditura per l unità della patria. Al tempo stesso
lo studio rivolto sulle riforme e consulte dei pubblici Consi-
gli ci darà di tutto il periodo delle nostre libertà le vicende
ordinate, lasciandoci scoprirne le cause e pesare gli effetti.
Così la perizia degli studiosi, con sussidî scientifici esercitata
sulle fonti di natura politica, passerà a svolgersi più facil-
mente nelle carte di indole economica e di soggetto giuri-
dico e morale, e potrà dar gli elementi per una storia che
non se ne stia soltanto alla narrativa de’ fatti, di cui fu tea-
tro il nostro paese, ma penetri, investigando le consuetudini,
gli usi e le leggi, nelle antiche istituzioni sociali, tanto di-
verse da luogo a luogo, ma sempre bene applicate alle po-
polazioni, da rinsanguarsene esse più che intristirne ; da cre-

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scere prosperità di commerci e sviluppo di sapere e di arti
e provvidenze mirabili di carità.

Visitare palmo a palmo il nostro suolo, dove si adunano
tante bellezze di natura, coi suoi monti sempre verdi, con
la distesa dei suoi laghi, con la meraviglia delle sue cascate,
con le fertili coste e le valli amenissime, é meditare sulla
azione che esercitano quelle eterne bellezze sull’ uomo. È
egli dovuto, per avventura, ad un casuale ritrovo, che certi
uomini avessero qui a sortire i natali, l'uno dopo P altro
destinati a qualche cosa di universale? I confini entro i quali
si racchiudono piü specialmente i nostri studi sono compresi nel
medio evo: perció lasciamo stare Properzio e Tacito, Varrone
e Vespasiano, Claudio e Floriano, Cocceio Nerva e Sertorio e
molti altri tutti nati qui. Ma, e S. Benedetto che seppe im-
maginare la istituzione piü vasta e piü utile del medio evo,
e che facendo rifiorire l' agricoltura, ridonò la forza, la sa-
lute e la ricchezza, e diffondendo il lavoro della mente, di-
sperse la barbarie e la ignoranza dei secoli più rozzi; e S. .
Francesco che riamicò le classi armate e in lotta fra loro e
fondò le basi della vera democrazia, dandone egli stesso l'e-
sempio di fatto, più che un sistema; trionfatore, per l’amore,
della prepotenza, della forza, dell'odio; e Jacopone, ingenuo
e asceta, che imprime, pieno di ardore, un carattere nuovo
alla poesia; e Graziano da Carnaiola che divulga un nuovo.
giure con le Decretali, Bartolo e Baldo, innovatori della ese-
gesi del diritto; Braccio che restaura gli antichi ordini mi-
litari; Pietro Vannucci, che preceduto dall’ Oderisi, dal Nelli
e dal Bonfigli, avviò Raffaello, colla grazia ellenica, ai
trionfi dell'arte ; tutti questi e molti altri che riallacciano
l’ultimo anello del medio evo con Federico Cesi fondatore
dei Lincei, ardito restauratore delle scienze, quanto non a-
vranno assimilato delle condizioni naturali e sociali del luogo,
ove nacquero e vissero ?

Studi severi, di pacata indagine, di lenta ricostruzione
del passato, non improvvisate dissertazioni accademiche; non
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le) L. FUMI

superficiali e boriose esposizioni di soggettivismo, a svisare
caratteri, a denigrare e a falsare istituzioni e persone, si
conterranno nel « Bollettino » ; al quale pongono mano eletti
ingegni dell’ ateneo perugino, degli istituti di istruzione sparsi
nella provincia, di uomini colti di varie parti d'Italia e fuori;
dal cui aiuto l associazione spera e a ragione ripromettesi
di vantaggiarsi assal.

E se, più che vantaggio, bisogno dei nostri studî richieda
conseguire per l Umbria una Deputazione autonoma di Sto-
ria Patria, questo, per certo, dovrà, da una parte, appagare
gli studiosi, unicamente perchè si avrà modo di assicurare

una esistenza, che ha tutto il diritto di affermarsi, sia pure

in condizioni sempre modestissime; ma, d'altra parte, ne
dorrà sciogliere quel vincolo che congiunge ancora l'Umbria
alla Toscana, sebbene dopo che le Marche lo sciolsero (col-
l'Umbria veramente affini), sia. cessato il nesso storico; la
qual cosa non farà che l'affetto, onde siamo tutti animati
.fra noi, scemi o illanguidisca. E frattanto la Regia De-
putazione che siede in Firenze non respinga un saluto rive-
rente e cordiale, che esce spontaneo e verace dal cuore di
chi, ultimo fra i suoi soci, si trova non chiamato dal desio,
ma portato dal volere altrui ad assumere, per breve tempo,
nella nuova società, un posto che in verun modo gli spetta:
accolga i voti che egli fa alla meritata prosperità di quel no-
bile istituto, che è gloria e purissima gloria italiana, e gli
conceda di bene augurarsi dai mutui rapporti che sorgeranno
presto fra i due sodalizi, i quali resteranno sempre stretta-
mente uniti, negli stessi intendimenti e nello stesso lavoro,
in un cuore solo, per la patria comune dilettissima.

Il Presidente
L. FUMI.

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ATTI DRELA SOCIETA

Adunanza del 12 settembre 1894

Nella sala della Biblioteca Comunale il giorno 12 set-
tembre 1894, presenti i signori invitati di cui appresso, il
Conte Dott. Vincenzo Ansidei prende la parola per esporre

lo scopo della riunione, come. risulta dalla seguente circo-

lare:

« Nel ridestarsi e progredire degli studi storiei in
molte provincie d'Italia, la. nostra Umbria, ricchissima
di cronache e di statuti delle sue gloriose città, manca
tuttavia, e non vogliam dire: se con danno della sua re-
putazione, d’una propria associazione storica.

« È nostro intento di promuoverne la fondazione.

« Pochi anni or sono le Provincie delle Marche ot-
tennero dal Governo la separazione dalla R. Deputazione

, di Storia Patria sedente in Firenze, nonchè l’ assegno
a lei spettante e la facoltà di costituirsi in R. Deputa-
zione Storica. Non è lecito quindi dubitare che eguali
diritti saranno dal Governo concessi alla nostra Provin-
cia, la quale pur vanta preziose fonti per la storia d' Ita-
lia e copiose serie di documenti di lingua, di diritto,
di letteratura e d’arte per essere stata culla del ‘teatro
italiano, sede di una illustre scuola giuridica, madre di
“una illustre schiera di pittori, che costituisce una delle
più splendide glorie del genio italiano.

« Ond’ è, che fidenti preghiamo la S. V. affinchè vo-
glia intervenire all’adunanza indetta per sì nobile fine
a Perugia nella sala della Biblioteca Comunale il giorno
12 di settembre alle ore 10 antimeridiane.
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. 10 ATTI DELLA SOCIETÀ

« Così quel desiderio che è ora nell’ animo dei molti

studiosi e cultori della storia umbra, acquisterà dalla co-

munione delle idee quella forza ordinata e collettiva ne-

cessaria al conseguimento. di ogni diritto.

« LEOPOLDO TIBERI È

VINCENZO ANSIDEI
FRANCESCO GUARDABASSI ».

Quindi accenna come l'illustre nostro concittadino Se-
natore Fabretti da vario tempo incoraggi la istituzione di
una Società di storia Umbra, e non essendo potuto interve-
nire per ragioni di salute abbia, di buon grado, aderito all’ a-
dunanza: invia al medesimo un reverente saluto, e un saluto
pure dirige al Cav. Luigi Fumi che anch’ egli indisposto non
può prender parte in persona all’ adunanza: prega infine
il Conte G. B. Rossi Scotti a volere assumere la presidenza
della riunione.
Non avendo questi accettato, il Prof. G. Bellucci, al quale
fu pure offerta la presidenza, propone che questa rimang:
affidata al Comitato promotore. s
In seguito a tale proposta il Conte Ansidei prega il Prof. i
Guardabassi a voler presiedere all’ adunanza, e il Prof. Guar-
-dabassi accetta.
Funge da Segretario il Dott. Vincenzo Bartelli.
Fatto l appello degli invitati, risultano presenti i signori:

Cav. Dottor Gurpo PqwrriLJ, Deputato al Parlamento

Prof. FiLipPo SENSI

Prof. GiusEPPE MAZZATINTI

Prof. GruLio URBINI

Prof. Comm. Giuseppe BELLUCCI

Conte Comm. G. BamrIstA Rossr-ScoTTI

Prof. FRANCESCO GUARDABASSI

Canonico MicHELE FALOCI-PULIGNANI

Dott. ANNIBALE TENNERONI é
Prof. Cav. GroAcHIiNo NOVELLI |
Conte Cav. PAOoLANO MANASSREI

Prof. Lu1a1 LANZI
ADUNANZA DEL XII SETTEMBRE MDCCCXCIV 11

Conte Cav. ALESSANDRO ANSIDEI
Conte Dott. VINCENZO ANSIDEI ^
Prof. GIUSEPPHR. PIERGILI
Cav. GIUSEPPE BIANCONI
e Dott. LUIGI GIANNANTONI
Dott. VINCENZO BARTELLI
Prof. Cav. FRANCESCO MORETTI
Conte LEMMO Rossi-ScoTTI
Prof. CAIO SANTI
Prof. LEONE LEONELLI.

Mandano le loro adesioni oralmente i signori :
Prof. FRANCESCO INNAMORATI
Prof. LETO ALESSANDRI

Prof. RINALDO BLASI
Conte TOMMASO VALENTI.

bi dà lettura quindi di lettere e telesrammi di adesione
dei signori :
Cav. Uff. Luia1 FUMI
Mons. Are. Dott. MARZIO LUCIANO ROMITELLI

LA
T Conte PAOLO DI CAMPELLO

Prof. Cav. TORQUATO CUTURI

Ing. Cav. Colonnello CLAUDIO CHERUBINI
Ing. ALronso BRIZI

Prof. OSCAR SCALVANTI.

Si passa quindi alla lettura dello Statuto fatta dal Prof.
Tenneroni che insieme ai Proff. Sensi e Mazzatinti lo ha com-
pilato.

Il 1° articolo «è così concepito :

« È istituita una Società Umbra per la Storia Patria al
« fine di provvedere alla pubblicazione ed illustrazione di
« documenti riguardanti la storia civile, giuridica, militare,
« economica, letteraria ed artistica della Provincia di Perugia».

Dalla discussione di cui è oggetto questo articolo risulta
il vivo desiderio degli adunati che nell’ articolo stesso si ac-
cenni all intendimento di adoperarsi a che la Società sia dal
Governo riconosciuta quale Regia Deputazione di Storia Pa-
12 ATTI DELLA SOCIETA

tria per la Provincia dell’ Umbria; e ciò non per inconsülto
desiderio di separazione dalla Toscana, alla quale ci legano
tanti cari e gloriosi ricordi, ma solo nell’ intento di assicu-
‘are su solide basi la vita della nascente associazione e di
favorire, secondo il possibile, l'incremento degli studi storici
nella regione. Dichiarata chiusa la discussione, il Presidente,
cedendo alle insistenti premure degli intervenuti, fa dar let-
tura dell'articolo emendato che approvasi nei termini se-
guenti :

« E fondata una Società di Storia Patria con sede in
« Perugia, per provvedere alla pubblicazione ed illustrazione
« di documenti riguardanti la Provincia di Perugia e promuo-
« vere la istituzione autonoma della R. Deputazione Umbra
« per gli studi di Storia Patria ».

Il 2° articolo suona cosi:

« La Società si compone di soci collaboratori, aggregati,

A

corrispondenti, onorari.
« Sono collaboratori gli eruditi e cultori di studi storici, i

« quali si obbligano di cooperare alle pubblicazioni sociali e
« pagano il prezzo annuo del Bollettino} sono.aggregati quegli
« amatori dei buoni studi che pagano L. 12 all'anno ed hanno
« diritto ad un esemplare del Bollettino. Sono dichiarati be-
« nemeriti tutti coloro che acquistano una.o più azioni di
« L. 50 o concorrono notevolmente all'aumento del patrimonio
« sociale. Sarà loro conferito un diploma. di benemerenza e
« saranno loro inviati gli atti separati della Società. i

« Sono corrispondenti gli eruditi estranei alla Provincia
« che forniscono comunicati e scritti utili alle pubblicazioni
« che la Società si propone di intraprendere. Sono proclamati
« onorari dall assemblea generale su proposti di tre soci
« collaboratori i più insigni cultori delle disciplime storiche,
« i quali abbiano giovato o possano giovare particolarmente
« agli studî della regione Umbra ».

La discussione verte sulla quota da pagarsi dai soci col-
laboratori che taluni propongono sia fin d' ora fissata in L. 10.

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ADUNANZA DEL XII SETTEMBRE MDCCCXCIV 13

L'articolo 2° in seguito a tale proposta è cosi in parte
modificato: « Sono collaboratori gli eruditi o cultori di studi
« Storici, i quali si obbligano di cooperare alle pubblicazioni
« sociali, pagano L. 10 annue ed hanno il Bollettino della So-
« Cietà ».

I] Conte Vincenzo Ansidei comunica come il Cav. Luigi
Fumi abbia già acquistato un'azione da L. 50.

Vengono approvati senza discussione gli articoli 3°, 4,°
09505 (odo DES AR

Art. 9.0 — « La Società dovrà tenere un'adunanza ge-
« nerale ogni anno, e solo a questa é riservata la elezione
« e surrogazione degli ufficiali e dei soci, la nomina dei re-
« visori del consuntivo, l'approvazione del bilancio nonché
« quella dei Fonti di Storia Umbra.

« bu proposta motivata di almeno nove soci il Presi-
« dente puó convocare un'adunanza straordinaria ».

Aperta la discussione, il Conte Manassei, nella conside-
razione che i soci trovansi nelle varie città Umbre e non
nella sola Perugia e che nell'epoca della convocazione po-
trebbero da qualche incidente essere impediti di recarsi nel
capoluogo, propone che l'articolo si emendi in: questa ma-
niera:

« La Società dovrà tenere un'adunanza generale ogni
« anno, e solo a questa è riservata la elezione e surrogazione
« degli ufficiali e dei soci, le quali potranno esser fatte an-
« Che per lettera, ecc. ».

L'articolo così emendato viene approvato.

Art. 16.° — « La Società provvede alla stampa del suo

« Bollettino e dei Fonti di Storia Patria coi seguenti mezzi:
« a) contributo dei soci collaboratori ed aggregati;
« b) provento della vendita delle pubblicazioni sociali ».

Aperta la discussione, il Prof. Bellucci fa notare Che anche
gl' interessi del fondo di riserva potrebbero essere a tale SCOpo
adoperati, e propone il relativo emendamento dell’ articolo
nel modo seguente :
ATTI DELLA SOCIBTÀ

« a) contributo dei soci collaboratori ed aggregati ed

« interessi del fondo di riserva ».

Messo ai voti viene approvato.

A schiarimento del primo articolo se ne propone uno
transitorio del seguente tenore:

« Il presente Statuto potrà essere modificato soltanto al-
« lorché esaurite le pratiche che saranno subito intraprese
« presso il Regio Governo per convertire la Società in Regia
« Deputazione di Storia Patria, l' assemblea sarà convocata
« per concordare le modalità che potrebbero essere proposte
« dal Governo stesso ».

Con questo articolo rimane approvato tutto lo Statuto.

Si passa quindi alla elezione delle cariche e si elegge a
scrutatore il prof. Sensi.

Viene eletto per acclamazione il Sen. ARIODANTE FA-
BRETTI a Presidente onorario e si stabilisce d' inviargli il se-
guente telegramma:

« Società Umbra Storia Patria, sorta voto assemblea ge
« nerale eruditi Provincia, acclama Vossignoria Presidente
« onorario, orgogliosa inaugurare lavori auspice tanto nome ».

Si elegge quindi per acclamazione a Presidente effettivo
il Cav. Uff. LuIGI FUMI.

A votazione segreta è poi eletto a Vice-Presidente il Prof.
LEOPOLDO TIBERI.

Si viene quindi alla nomina di 4 Consiglieri; la votazione
segue per scrutinio segreto e rimangono eletti i signori:

Prof. FRANCESCO GUARDABASSI
Prof. GIUSEPPE MAZZATINTI
Prof. GIUSEPPE BELLUCCI
Prof. GEROLAMO DONATI.

Per acclamazione si eleggono a Segretario il Dott. Luigi
GIANNANTONI, e ad Economo il Conte Dott. VINCENZO ANSIDEI.

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ADUNANZA DEL XII SETTEMBRE MDCOOXCIV 15

Pure per acclamazione si elegge la Commissione pel
Bollettino nelle persone dei signori: ;
Comm. LUIGI FUMI, Presidente
Prof. FILIPPO SENSI \
Prof. GIUSEPPE MAZZATINTI |
Prof. Cav. ToRQUATO CUTURI QR PLA E
Canonico FALOCI PULIGNANI (UAE
Dott. ANNIBALE TENNERONI \

Prof. ANGELO BLASI |

Vengono acclamati soci onorari per le loro pubblicazioni
illustrative dell’ Umbria, i signori:

Comm. RUGGERO BoNGHI, Deputato al Parlamento

Prof. Comm. ALESSANDRO D’ ANCONA

Prof. Comm. ERNESTO MONACI

5. E. Comm. MARCO TABARRINI, Senatore del Regno,
Presidente della R. Deputazione di Storia Patria
per la Toscana e U Umbria e del R. Istituto sto-
rico italiano.

Comm. GIAN FRANCESCO GAMURRINI

Conte Cav. UGO BALZANI

Comm. ORESTE TOMMASINI -

P. Ab. don GIUSEPPE de’ Conti Cozza-LUZI

Cav. IGNAZIO GIORGI

Mons. ISIDORO CARINI.

L'adunanza viene tolta alle ore 13.

IL PRESIDENTE
FRANCESCO GUARDABASSI

Il Segretario
VINCENZO BARTELLI.
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DELLA

SOCIETÀ UMBRA DI STORIA PATRIA

Art. l. — E fondata una Società Umbra di Storia Patria,
con sede in Perugia, per provvedere alla pubblicazione. ed
illustrazione di documenti riguardanti la Provincia di Peru.

| gia e promuovere la istituzione autonoma della Regia Depu-

tazione Umbra per gli studi di storia patria.

Art. 2. — La Società si compone di soci: a) collabora
tori; 5) aggregati; c) benemeriti; d) corrispondenti; e) onorari.

Sono collaboratori gli eruditi o cultori di studi storici, i
quali si obbligano di cooperare alle pubblicazioni sociali,
pagano lire 10 annue ed hanno il Bollettino della Società; sono
aggregati quegli amatori dei buoni studî che pagano lire 12
all'anno; ed hanno diritto ad un esemplare del Bollettino.

Sono dichiarati benemeriti tutti coloro che acquistano
una o più azioni di lire 50 o concorrono notevolmente al-
l'aumento del patrimonio sociale. Sarà loro conferito un di-
ploma di benemerenza e saranno loro inviati gli atti della
Società.

Sono corrrispondenti gli eruditi estranei alla Provincia
che forniscono comunieati e scritti utili alle pubblicazioni
che la Società si propone di intraprendere.

Sono proclamati onorari dall'assemblea generale su pro-
posta di tre soci collaboratori i più insigni cultori delle di-

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STATUTO DELLA SOCIETA, 17

scipline storiche, i quali abbiano giovato o possano giovare
particolarmente agli studi della regione Umbra. ;

Art. 9. — Le somme elargite dai soci benemeriti co-
stituiscono un fondo di riserva e vengono depositate alla
Banca di Perugia.

Art. 4. — Il diploma di socio benemerito ed onorario è
firmato dal Presidente .e dal Segretario.

Art. 5. — La Società ha una Giunta esecutiva scelta fra
i soci collaboratori, composta del Presidente, del Vice-Presi-
dente, di quattro Consiglieri, del Segretario e dell Economo.
Tutti durano in carica un triennio e possono essere rieletti.

Art. 6. — Il Présidente, cura l' esatta osservanza dello
Statuto, convoca e presiede la Giunta e l' adunanza generale
dei soci, alla quale prenderanno parte i soci collaboratori ed
aggregati; questi ultimi con voto consultivo. :

Art. 7. — Il Segretario compila i processi verbali delle
adunanze generali e prende nota delle deliberazioni della
Giunta esecutiva. E responsabile del carteggio; fa la rela-
zione annuale dei lavori a nome della Giunta.

Art. 8. — L' Economo riscuote e custodisce le somme di
mano in mano ritirate dai soci e dagli enti morali; esegui-
sce i pagamenti sopra regolari mandati firmati dal Presi-
dente; prepara il bilancio; cura la” conservazione dei libri
ricevuti in dono o comprati, nonché il deposito delle pub- :
blieazioni sociali.

Art. 9. — La Società dovrà tenere un'adunanza ogni
auno, e solo à questa é riserbata la elezione e surrogazione
degli officiali e dei soci, le quali potranno essere fatte anche
per lettera, l approvazione deL bilancio, la nomina di due ©
revisori del consuntivo, nonché l approvazione dei Fonti di :
Storia Patria.

Su proposta motivata di-almeno nove soci il Presidente
può convocare un’ adunanza straordinaria.

Art. 10. — Ciascuna adunanza potrà comprendere varie
Sedute successive: sono valide in prima convocazione se vi

2
18 STATUTO DELLA SOCIETÀ

intervenga il terzo dei soci collaboratori iscritti, in seconda
qualunque sia il numero degl’ intervenuti.

Art. 11. — Le sedute della Società potranno anche te-
nersi in altre città della Provincia da designarsi dalla Giunta
esecutiva. :

Si avrà cura inoltre di indire periodicamente adunanze
straordinarie nelle città della Provincia, à fine di meglio co-
noscerne gli archivi ed i monumenti e promuovere la con-
servazione ed illustrazione di essi.

Art. 12. — La Società a raggiungere il suo scopo dà
opera a due serie di pubblicazioni, l'una periodica dal titolo
Bollettino della Società Umbra di. Storia Patria, Valtra di Fonti
di Storia Patria. *

Il Bollettino comprende gli atti della Società, memorie
originali, documenti illustrati, bibliografia storica Umbra,
recensioni e: notizie.

I Fonti danno la collezione degli statuti di particolare
importanza, gli atti diplomatici delle singole città e delle più
antiche abbazie, cronache e diari.

Art. 13. — Per tutto ció che concerne le pubblicazioni
della Società è nominata dall’ adunanza generale una Com-
missione speciale di sei soci .collaboratori e di un Presidente,
il quale dovrà eleggersi fra i componenti la Giunta ese-
cutiva.

Art. 14. — Ogni proposta di temi di studio o documenti
da pubblicare deve essere compendiata in iscritto e' ragio-
nata ne’ suoi punti principali.

Art. 15. — L'autore o editore di un lavoro ha diritto à
‘dato numero di esemplari o di estratti che determina la
Giunta esecutiva.

Art. 16. — La Società provvede alla stampa del suo Zol-
lettino e di Fonti di Storia Umbra, con i seguenti "mezzi :

a) Contributi dei soci collaboratori ed aggregati, ed
interessi del fondo di riserva;
b) Provento della vendita delle pubblicazioni sociali.

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STATUTO DELLA SOCIETÀ 19

Art. 17. — I titoli delle spese ordinarie, che puó avere

la Società, sono i seguenti: d» i
1.° Per la Giunta e suo officio.
2.° Per carteggio.
3.° Per stampa di lettere, avvisi, circolari e diplomi.
4.° Per trascrizione di documenti.
5.° Per pubblicazioni.
6.° Per indennità.

Articolo transitorio. — Il presente Statuto potrà essere
modificato soltanto allorchè esaurite le pratiche che saranno
subito intraprese presso il Regio Governo per convertire la
Società in Regia Deputazione di Storia Patria, l' assemblea
sarà convocata per. concordare le modalità che potrebbero
essere proposte dal Governo stesso.

CI
X
20) ELENCÓ DEI SOCI

ELENCO DEL SOCI

SOCI ONORARI.

LE Balzani conte cav. Ugo.

di Bonghi prof. comm. Ruggero, Deputato al Parlamento.
Cozza-Luzi (de’ conti) abate comm. don Giuseppe.

D’ Ancona prof. comm. Alessandro.

Gamurrini prof. comm. Gio. Francesco.

Giorgi dott. cav. Ignazio.

Monaci prof. comm. Ernesto.

Tabarrini comm. Marco, Senatore del Regno.
Tommasini prof. comm. Oreste.

SOCI BENEMERITI.

On. Municipio di Perugia.

On. Municipio di Citta di Castello.

On. Municipio di Gubbio.

On. Municipio di Orvieto.

Ansidei conte dott. cav. Alessandro.

Bracci (de’ conti) cav. Giuseppe, Deputato al Parlamento.
Danzetta barone comm. Niccola, Senatore del Regno.
Fumi comm: Luigi. .

Fani avv. Cesare, Deputato al Parlamento.

Franchetti barone Leopoldo, Deputato al Parlamento.
pi Ferrari comm. Bernardo Carlo, Prefetto della Provincia del-
H [' Umbria.

Lorenzini avv. comm. Augusto, Deputato al Parlamento.
D - Potenziani principe Giovanni, Senatore del Regno.

ie Pompilj dott. cav. uff. Guido, Deputato al Parlamento.

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+ BLENCO DEI SOCI 21
SOCI COLLABORATORI.

Fumi comm. Luigi, Presidente.

Tiberi prof. ing. Leopoldo, Vice-Presidente.
Dorati prof. dott. Girolamo \
Guardabassi prof. dott. Fano
Mazzatinti prof. dott. Giuseppe
Bellucci prof. comm. Giuseppe
Giannantoni prof. dott. Luigi, Segretario.
Ansidei conte dott. Vincenzo, Economo.

( Consiglieri.

Blasi prof. dott. Angelo.

Bellucci prof. dott. Alessandro.
Bianconi cav. Giuseppe.

Bocci ing. Icilio.

Brizi ing. Alfonso.

Cuturi prof. avv. cav. Torquato.
Di-Campello conte Paolo.

Eroli marchese cav. Giovanni.

Faina conte comm. Eugenio, Senatore del Regno.
Faloci-Pulignani can. don Michele.
Frenfanelli-Cibo conte Serafino.
Geraldini conte monsignor Belisario.
Gori cav. prof. Fabio.

Innamorati prof. avv. Francesco.
Leonelli prof. Leone.

Lanzi prof. Luigi.

Manassei conte cav. uff. Paolano.
Magherini-Graziani dott. cav. Giovanni.
Manzoni conte dott. Luigi.

Morandi prof. comm. Luigi.

Novelli prof. cav. Gioacchino.

Pagnotti prof. Francesco.

Rossi-Scotti conte comm. Gio. Battista.
Romitelli morisignor arcidiàcono dott. Marzio. .
Scalvanti prof. avv. Oscar.

Sensi prof. dott. Filippo.
" Le it

PLU ON or MET TE NNI M. ie PT VAL PER È. MITA x j ts 4 S Nod
xis s aita Mo Ta xus P i m, c e M SNL Lom "bes 7)

n2

3 3 ELENCO DMI SOCI.

Salvatori prof. Giulio.
Tenneroni prof. dott. Annibale.
Terrenzi prof. Giuseppe.

On. Municipio di Trevi.
Urbini prof. Giulio.

Valli nob. dott. Giannetto.

SOCI CORRISPONDENTI.

Anselmi Anselmo, Direttore della nuova rivista Misena.

Bacci prof. dott. Orazio, Direttore della Miscellanea Istorica
della Valdelsa.

Calisse prof. Carlo, Siena.

Capasso comm. Bartolomeo.

Cipolla conte prof. Carlo.

Claretta barone comm. Gaudenzio.

Crivellucci prof. Amedeo.

Dorez Leone della Biblioteca nazionale di Parigi.

Guiraud prof. Giovanni.

Lisini cav. Alessandro, Direttore dell Archivio di Stato di Siena.

Patetta prof. Federico.

Rodocanachi Emanuele.

Sabatier Paolo.

Santoni can. prof. Milziade, Direttore della Biblioteca Valen-
tiniana e comunale nella Università di Camerino.

Stefani comm. Federico.

Torossian P. Giovanni.

Venturi cav. Adolfo, Ispettore delle Gallerie presso il Mini-
stero della P. I.

Zannoni doll. prof. Giovanni.

Zdekauer prof. Lodovico.

SOCI AGGREGATI,

Alessandri prof. Leto.
Bini-Cima prof. Giovanni.

»

"s ELENCO DEI SOCI 23
L

Bartolini cav. uff. Luigi.
Brunelli mons. prof. Geremia.
Blasi prof. Rinaldo.

Brugnoli prof. Biordo.

Belleudi capitano Marcellino.
Bellachioma avv. don Virgilio.
Benvenuti ing. Vincenzo.
Bartelli avv. Vincenzo.

Benucci Domenico.

Calì prof. Carmelo.

Cherubini colonnello cav. Claudio.
Cipriani conle prof. G. Francesco.
Ceci dott. Getulio.

Cerretti prof. dott. priore Cesare.
Calderoni prof. cav. Giacomo.
Clementi Pietro.

On. Municipio di Città di Castello.
De Simone cav. Paolo.
Falcinelli-Antoniacci avv. Mariano.
Fangacci don Leonida.

Fanelli cav. Fanello.

Ferrini prof. Oreste.

Filippini prof. dott. Enrico.
Franci comm. Carlo.

Moretti prof. cav. Francesco.
Mancini ing. Riccardo.
Mancinelli cav. Augustale.
Mariani canonico don Rinaldo.
Natalini Paolo.

Orsini avv. prof. Antonio.

Pardi dott. prof. Giuseppe.
Patrizi marchese prof. Ugo.
Presenzini prof. Attilio.
Pizzichelli prof. Raffaele.
Rossi-Scotti conte dott. Luigi. »
Rossi-Scotti conte Lemmo.

Ravizza cav. Giuseppe.

On. Municipio di Rieti.
ELENCO DEI SOCI

24

Rosa Edilberto.

Straccali prof. cav. Alfredo.

Trabalza prof. dott. Ciro.

Tommasini-Mattiucci Pietro.

Tordi Domenico.
Verri colonnello cav. Antonio.
Valenti conte Tommaso.
Verga prof. dott. Ettore.
Zampi arch. cav. uff. Paolo.

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GLI STATUTI DELLA < COLLETTA >
DEL COMUNE D'ORVIETO

(SECOLO XIV)

Chi non è oggi persuaso che la vita di un popolo non consiste
soltanto nelle guerre e nelle rivoluzioni o cangiamenti di governo,
ma si estrinseca veramente nella costituzione politica, nell’ordina-
mento economico, nei costumi e nella religione, nella Scienza,
nell'arte e nella letteratura? Non si potrà dire di conoscere la
storia di una nazione se non prima di avere studiato compiutamente
ogni singolo elemento che la compone.

Ma cosi non la pensavano gli scrittori antichi limitatisi, gene-
ralmente, a narrare i mili, le leggende, le lotte esterne ed interne
ed i rivolgimenti delle città e degli stati; poco o punto badando
agli altri elementi politici, economici, scientifici ed artistici, 1 quali
pure grandemente contribuiscono à darci un'idea chiara ed ade-
guata delle condizioni di polenza e di civiltà degli antichi popoli;
perchè la ricchezza è uno dei più grandi fattori della civiltà uma-
na, come l’arte è la sua manifestazione più grande.

Aristotile, uno certamente dei più vasti ingegni della Grecia,
ebbe il vero concetto della storia politica, «abbracciando pure. le
costituzioni delle varie razze e città elleniche (1). Anche le sue
idee sopra la ricchezza (2) e la economia politica (3) sono: state

(1) Veggasi W. ONCKEN. — Die Stautslehre des Aristoteles. Leipzig, 1870 — 5;
II. NISSEN — Die Staatsschriften des Aristoteles (Rheinisches Museum, asc. 20) Bonn,
1822,

(2) I. G. GLASER — De Aristotelis doctrina de divitiis, Regimonti, 1850.

(3) B. HiLDEBRAND nel 1845 pubblicò soltanto la prima parte d? una dissertazione
intitolata: Xenophontis et Aristotelis de o2co0nomia, publica doctrinae illustrantur. La
seconda parte risguardante Aristotile non venne stampata.
26 G. PARDI

lodate da molti. Egli, infine, nell’opera da poco scoperta sopra la
costituzione degli Ateniesi ed a lui con sicurezza attribuita dai
migliori critici non appena fu ritrovata (1), oltre a darci un'idea ;
bastevolmente chiara delle varie ed intricate costituzioni politiche
di Atene, dà anche « notevolissimi cenni intorno alla amministra-
zione dei beni dello stato e alla contabilità relativa, che compiono
— non ostante parecchie lacune — assai opportunamente le no-
tizie che prima se ne avevano. E qui parimente si discerre dei

vari corpi che disimpegnavano le funzioni finanziarie: i dieci que-
stori, i dieci poleti, i dieci ricevitori, i dieci logisti o ragionieri,
i dieci cutini con venti avvocati » (2).

Aristotile fu, piuttosto, un filosofo; che uno storico, e quindi,
se egli ebbe per il primo una giusta idea della storia, quegli che
la mise quasi compiutamente in pratica è Polibio (8), il quale
studiò accuratamente ed imparzialmente 53 anni di storia romana,
vagliò il materiale raccolto rifiutandone la parte leggendaria, cercò
di rischiarare i fatti con la ricerca delle cause e conseguenze loro
e non trascurò di darci le maggiori notizie che potè sugli ordi-
namenti politici, militari ed anche economici di Roma (4).

La più parte degli altri storici greci e di quelli latini non
i i sono riusciti certamente a raggiungere, come Polibio, questo per-
um. feto ideale della narrazione storica, nemmeno Livio che dell'o-
; pera di Polibio si è avvantaggiato non poco (5).

Molto meno giunsero ad avvicinarcisi i primi cronisti italiani,

rozzi e semplici narratori di fatti interni delle città e di guerre

(1) E. PAIS, a proposito delP" A$zyatev mo)treto di Aristotile (Rivista di Filo-
logia e d? Istruzione Classica, anno XIX (1891), fase. 10-12; Aristoteles Schrift vom
di: Stoatswesen der Athener verdeutscht von G. Kaibel wnd A. Kiessling, Strassburg, 1801).
2 DE (2) ARISTOTILE. — La Costituzione degli Ateniesi pubblicata da C. FERRINI, Mi
AS lano 1891, intr. p. XXX. Degli ordinamenti economici ed amministrativi di Aiene si
parla nelP opera aristotelica, al 8 47 sgg.

(3) IuLIUS BELOCH, Griechische Geschichte, Strassburg 1893, intr. p. 16; dove, tra
ISS le altre cose, giustamente afferma che Polibio tra gli storici greci occupa incontra-
DLE stabilmente il primo posto. Ed il Beloch è certo uno dei più profondi studiosi di Po
libio.

(4) Veggansi ad es. le importanti notizie conservate da Polibio sul prezzo dei grani
negli Studi di Storia Antica del BELocH II, 88, raccolte da RAFFAELE CorsETTI nella
È dissertazione Sul prezzo dei grand nell'antichità classica. Veggasi inoltre il caldo elogio

jj che di Polibio fa il WEISSENBORN (Titi Livi, AD urbe condita libri, erkiari von W.
Weisserborn, Berlin 1885, intr. p. 34).
(5) WEISSENBORN, Op. cit. intr.

Muir MT. Pe Sestante LI MAS S DREI ROSIE I IC scia
tia alia Rit € COR NC CI MII t2 dI PL e RSSGE. PLL i s SNR NR ;

^ N92

GLI STATUTI DELLA « COLLETTA » 27

L

esterne. I nostri umanisti, se riuscirono falvolta a rivaleggiare
per la forma con i modelli latini, non ebbero il senso pratico e,
l'avvedutezza politica dei Romani. Dei nostri storici sommi, infine,
« il Macchiavelli non ebbe forse l'attitudine e l'abitudine storica;
e le sue Slorie fiorentine sono, per avventura, più tosto un gran
libro di dimostrazione e un'eloquente opera politica, che non una
storia vera, esatta, fedele, ordinata della città di Firenze ; chè anzi
e per la scelta critica e per la intierezza della esposizione, lasciano
a desiderare, e appariscono più che altro come la improvvisazione
di un grand'ingegno » (1). Il Guicciardini è certamente « il più
poderoso storico del Rinascimento » (2), ma, sebbene possieda molte
delle doti necessarie ad uno serittore di storie (3), nondimeno non:
accoppia in sé tulle le qualità necessarie a formare uno storico
perfetto, quale lo intendono i moderni.

Peroeché in questo secolo il metodo storico ha preso un in-
dirizzo in gran parle nuovo ; l'antropologia perla storia antichis-
sima, l'epigrafia, la numismatica, i monumenti artistici per la co-
noscenza del mondo classico, le cronache, gli statuti delle città,
delle arti, delle corporazioni religiose, delle gabelle per il medio
evo hanno allargato non poco i! materiale storico, laddove prima
non adoperavansi generalmente come fonti se non i monumenti
scritti e le tradizioni orali,

All'inglese Buckle balenava alla mente una grandiosa. storia
filosofica della civiltà (4), e molti nel nostro secolo hanno accen-
nato a porsi su questa via, più praticamente, non trascurando
nella storia di un popolo nessun elemento che ne costituisca la
civiltà, Ma sono state più parole che fatti, come dice un valente
critico moderno. Tuttavia non è mancato chi abbia veramente
mandato ad effetto questa non facile impresa, come recentemente
il Beloch nella citata Storia Greca, della quale così parla il Pais:

(1) G. CARDUCCI, Opere, Bologna 1839, I, 173. Veggasi sul Machiavelli il capola-
voro del VILLARI: Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, opera della quale é stata. fatta
di vecente una nuova edizione.

(2) CARDUCCI, Opere, loc. cit.

(3) A. CRIVELLUCCI, Del Governo popolare di Firenze e del suo riordinamento
secondo il Guicciardini, Pisa-1887, cap. X: Del metodo storico del Guicciardini.

(4) HENRy ‘THOMAS BUCKLE, History of the Civilisation in England, London 1858
e 1361 (due volumi) Cfr. a questo proposito il ViLLARI, Tommnaso Enrico Buckle e la
sua storia della civiltà, articolo pubblicato nella Nuova Antologia del 19 luglio 1883 e
riprodotto nei Saggi Critici, Firenze 1884, p. 221 — 71. 98 . G. PARDI

« Per storia di un popolo l'autore non intende solo i fatti este-
riori della politica: espone ed esamina anche l'attività della stirpe

greca sotto tutti gli aspetti; sia che parli dell'arte plastica come

della filosofia; sia della poesia e della storiografia, come delle con-
dizioni morali ed economiche; sia, infine, che ragioni dello svi-
luppo politico, come della creazione e dello svolgimento del pen-
siero religioso e scientifico.

Per vero dire, pià volte, in questo secolo la critica moderna
ha accennato a mettersi su questa via; il concetto della storia
della civiltà si è affacciato più volte nella' mente di qualche scrit-
tore moderno. Tuttavia, nel fatio, sono state piü parole che
altro » (1).

E nella storia, così intesa, occupa certamente un posto molto
ragguardevole l'esame delle condizioni economiche delle nazioni.
gli ordina-
menti economici sono parte principalissima dell’ istoria di un po-
polo; perchè sta in quelli il fondamento della ricchezza pubblica
e privata, onde proviene la maggiore o minore stabilità e potenza
di uno Stato » (2).

- Ed in questo secolo le condizioni economiche delle nazioni
furono pure esaminate il più diligentemente possibile.

Anche degli antichi popoli dell' Oriente è stata studiata la eco-

Infatti, come giustamente osserva Luciano Banchi, «

nomia politica (3). Intorno agli ordinamenti economici della Grecia
ed alle teorie finanziarie degli scrittori ellenici varie ricerclie erano
slate fatte anche prima del 1849 (4), anno nel quale il dotto pro-

(1). Giornale storico diretto da A. CRIVELLUCCI ed E. PAIS, anno 2,9 p. 525.

(2) Gli ordinamenti economici dei comuni toscani nel medio evo e segnatamente
del comune di Siena, per LUCIANO BANCHI, Siena 1878, p. 9 (Atti della Regia Accademia
dei Fisiocritici di Siena, p. 3, v. II, f. 1'.

Ed il CANESTRINI (L@ scienza e l'arte di Stato desunta dagli atti ufficiali della
repubblica, fiorentina e dei Medici, Firenze 1862, p. 3) si esprime à questo proposito
in tal modo:

« L' arte e la scienza di Stato si manifestano non solo negli ordinamenti politici
di un popolo, ma ben anche negli economici, e principalmente in quelli che risguar-
dano lo aumento della pubblica ricchezza, le leggi finanziarie, la forma, il carattere
e i modi delle imposizioni. Anzi la stessa varietà e perfezione delle forme e dei modi
d' imposta dimostrano il grado di civiltà a cui é pervenuta la nazione, le sue condi-
zioni politiche e la sapienza delle istituzioni finanziarie ».

(3) DU MESNIL-MARIGNY. Histoire de l'économie politique. des anciens: peuples de
VInde, de v Egypte, de la Judée et de la Gròce. Paris, 1872.

(4) Il Rau fino dal 1821 ayeva esaminate le dottrine economiche di Senofonte e
di Aristotile (Ansichten der Volkswirtschaft, Leipzig 1821). C. H. HAGEN, Observationes
oeconomico-politicae in Aeschinis Dialogwm, qui Eryoias inscribitur, Regiomonti

eigen do AED

— — TE * pones » SA S T % m" at Di *
GLI STATUTI DELLA « COLLETTA » 29

fessor G. Roscher di Lipsia confrontò i moderni sistemi di eco-
nomia con quelli dell’ antichità classica e notò l' importanza degli
storici greci, anche riguardo alla economia, e specialmente di Tu-
cidide, del quale disse, con evidente esagerazione, di avere ap-
preso più da lui che da qualunque scrittore moderno (1). Il Ro-
scher fu, in Europa, il vero iniziatore delle investigazioni intorno
alle fonti dottrinali economiche dell’antichità classica e dell’ evo
medio, con una serie di monografie erudite (2), poscia da esso
coordinate in molta parte nella tela di lavori più vasti e generali.
Altri valenti scrittori gli tennero dielro su questo terreno, quali
lo Stein (3) che indagó i primordii delle dottrine politiche, stati-
stiche ed economiche dei Greci prima di Platone ed Aristotile ;
ed altri non pochi, intorno ai quali, poiché sarebbe troppo lungo
a parlare di tutti, rimando agli eruditi studi del professor Luigi
Cossa (4). « Egli ha il merito, non solo di avere posto in onore, fra
noi, codeste importanti indagini, ma di averle promosse, non senza
frutto, con sollecitazioni, aiuti scientifici e premi » (5).

Non meno a lungo potrei parlare dei lavori intorno agli or-
dinamenti economici dei Romani, studiati principalmente nelle
opere del Mommsen, si nella Storia Romana che in ispeciali mo-
nografie, come ad esempio: « Geschichte des rómischen Mün-
zwesens » (6); ma reputo piü utile rimandare ad un lavoro rias-
suntivo recente su tale argomento, al 10° volume delle Antichità
Romane del Mommsen e Marquardt concernente appunto l'orga-
nizzazione finanziaria presso i Romani.

1822. REYNIER, De l'économie politique et rurale des Grecs, Paris 1825. F. FERRARA,.:
L' economia politica degli amtichi, Giornale di Statistica, Palermo 1836.

(1) W. RoscHER. Ueber das Verhalltniss der National óconomik sum klassischen
Althertum, Leipzig 1849.

(2) È degna di essere tra queste ricordata la Disputatio I de doctrina oeconomico-
politica apud Graecos primordiis, Lipsia 1866, nella quale illustrò i meriti economici
di Erodoto e Tucidide.

(3)L STEIN. Die Staatswirthschaftliche Theorie der Griechen vor Asistoteles und
Platon, nella Zeitschr. fiwr die ges. Staatswissenschaft del 1853,.p. 115 — 82.

(4) Di alcuni studi storici sulle teorie economiche dei Greci nei Saggi di Econo-
mia Politica, Milano 1873, p. 3 — 14; Guida allo studio dell Economia Politica, Mi-
lano 1878.

(5) G. TONIOLO. Discorso inaugurale degli studinetla Università di Pisa « intorno
ai caratteri ed alla efficacia delle dottrine economiche della Scolastica e del? Umane-
simo al tempo del Rinascimento in Toscana » (Annuario della Università di Pisa,
anno 1886 — 7).

(6) Berlino, 1800.
3 G. PARDI

Più interessante ancora che non l'economia politica dei Greci

e dei Romani è certamente quella degli stati italiani del medio
evo; poiché mentre « i pensatori anche più eminenli. dell'antica
Grecia e di Roma, tuttochè ci abbiano lasciato opere eccellenti
nella filosofia, nella letteratura e nell'arte, e monumenti. insigni
di sapienza civile, non seppero gettare neppure anche solo le prime
fondamenta della scienza dell’ordine sociale delle ricchezze » (1),
invece nell'evo medio, nelle repubbliche italiane della Toscana,
fiorenti di commerci e di ricchezze, si svilupparono gli ordina-
menti economici e giunsero quasi a perfezione.

Il Canestrini (2) lo dichiara apertamente: « I modi e le forme
che tanto ingegnosamente s'immaginarono e si praticarono nelle
repubbliche italiane, e specialmente nella fiorentina, per estendere
le imposizioni ed aumentarle, rilevano la grande sapienza nei
nostri statisti dal secolo XIII al XVI; i quali, rispetto agli ordi-
namenti economici e finanziari, non che ai politici, avanzano di
gran lunga gli altri governi e nazioni d'allora, ed uguagliano, si
può dire, se non sono superiori a quelli dei tempi moderni. Im-
perocchè, tutte le teoriche e le leggi finanziarie, in fatto d'im-
poste che si suecessero sino agli ultimi tempi, non sono, a un
dipresso, che ripetizioni di quanto le nostre repubbliche avevano
già praticato nei secoli decorsi: ed anzi, si può affermare che le
tradizioni italiane rispetto alla giustizia, alla eguaglianza e alla
proporzione delle imposte fondate sul principio .di libertà, e gua-

rentite da quello spirito democratico che informava nella repub-
blica fiorentina ogni provvedimento ed ogni istituzione finanziaria,
passarono dopo un lungo corso di secoli nelle costituzioni politiche
dei popoli inciviliti della occidentale Europa ».

La letteratura economica del medio evo, le dottrine econo-
miche degli Scolastici e degli Umanisti (3) sono state studiate pro-

(1) L: Cossa, Saggi: di Economia politica, p. 9.

(2) Op. cit., p. 4.

(3) Jon. Scnów. De litteratura, politica Medii Aevt, Vratislavite, 1838, H. R. FEU-
GUERAY, Essai sur les doctrines politiques de Saint Thomas d' Aquin, Paris 1857. W.
ROSCHER, Geschichte der National-Oekonomik in Deutschland, München 1874, vol. I.
p.1 — 23. Inoltre una memoria del RoscuEgm su Gabriele" Biel, detto P ultimo degli
Scolastici, trovasi negli Histor-philologisehe Berichte della R. Accademia delle Scienze
di Lipsia, anno 1861, p. 163 — 74. H. CONTZEN. Geschichte der wvolkwirthschafttchen
Literatur in Mittelaiter, Leipzig 1839. (Il CoNTZEN aveva. pure pubblicato un'opera

su Tommaso d'Aquino come economista, Lipsia 1861, ed una sul Petrarca nella, lette-

riferisce om EE MEI ig p iut. nr MP Mt aor m
i aa rmi E
GLI STATUTI DELLA « COLLETTA » 31

fondamente e messe a riscontro con quelle dei moderni ; ma pochi,
intanto, hanno pensato ad esaminare l’amministrazione delle im,
poste che rivela la sapienza pratica dei reggitori dei nostri co-
muni medioevali. « Gli ordinamenti economici sono parte princi-
palissima dell’istoria di un popolo; perchè sta in quelli il fonda-
mento della ricchezza pubblica e privata, onde proviene la mag-
giore o minore stabilità e potenza di uno stato. Perciò, meritano
studio al pari degli ordinamenti politici; imperocchè se da questi
derivasi la notizia dei diritti dei cittadini, dagli altri si acquista
la nozione dei doveri loro verso lo Stato: dal che nascono, tra
gli ordinamenti politici e gli economici, relazioni grandissime, e
forse non abbastanza studiate ed osservate fin qui. È dunque di
molta utilità l' investigare qual fu la sapienza amministratice dei
comuni italiani; con quali spedienti essi provvidero a quella dura
necessità di ogni governo che sono le imposte; e come, benchè
spesso impediti da imperfette dottrine economiche, seppero gravar
la mano sopra le ricchezze dei cittadini senza alienarne l animo
dall'amore alla libertà e -alla patria. La quale indagine tanto più
mi sembra meritevole d'essere raccomandata quanto la trascura-
rono storici ed eruditi di ogni tempo; di modo che si contano
come eccezioni coloro che scrivendo l'istoria dei nostri comuni,
non passarono con silenzio i modi e le forme delle imposizioni
pubbliche, e simigliantemente sono rarissimi quelli che ne fecero
subbietto speciale di studio » (4). i

E nel 1879, dieci anni dopo, ripeteva il Banchi le medesime
parole, aggiungendo che dalle stesse considerazioni era stato in-
vogliato a tornare sull'argomento, altra volta da lui trattato, degli
ordinamenti economici medioevali.

E recentemente il Crivellucci, per facere d'altri, scriveva:
« E noto quanto siano scarse e confuse le cognizioni che si pos-

ratura economica, Berlino 1864). JoURDAIN, Mémoire sur les commencements de V Eco-
nomie politique das les écoles du M. A. Paris 1874. V. CUSUMANO, Z7 Economia politica

nel Medio. Evo, Palermo 1874 ; Del Economia politica nel. Medio Evo, Studi storici,

jologna 1878. (Una memoria del Cusumano su Diomede Caraffa, economista italiano .

del sec. XV. nell Archivio giuridico diretto da F. SERAFINI, vol. VI, p. 481 — 95. To-
NIOLO; Op. cit. L. Cossa. Sulle teorie economiche del Medio Evo nei Saggi di Economia
politica cit. p. 15 — 38. G. RICCA-SALERNO, La storia delle dottrine finanziarie in
Italia, Roma 1831. T. FORNARI. Delle dottrine economiche nelle provincie napoletane
dal sec. 139 al 1727, Milano 1882.

(1) L. BANCHI, Op. cit., p. 9.
c
to

t. PARDI

seggono intorno all'amministrazione delle entrate, che oggi di-
ciamo finanza, dei nostri comuni del medio evo. Ciò dipende dalle
difficoltà intrinseche dell’ argomento, dalla ‘varietà e vastità della
materia e dalla scarsezza delle notizie che di tal genere s'incon-
(rano negli storiografi antichi, ma più di tutto da difetto di studi
condotti sulle fonti; le quali per vero, sarebbero tutt'altro che
scarse, ma aspeltano ancora nei nostri archivi comunali di essere
cereale, ordinate e messe a profitto » (1).

Ed invero, per quanto il Bianchini abbia ricercato l'ordinamento
economico del regno. di Napoli fin dal primo medio evo, il Ci-
brario quello dei comuni italiani, sopratutto piemontesi, il Cane-
strini l’organizzazione finanziaria del comune di Firenze ed il Ban-
chi quella di Siena ed altri valenti scrittori siensi dati a studiare
i modi dell’esazione delle imposte nell’età di mezzo (2); tuttavia
non possiamo dire di aver una conoscenza abbastanza profonda
di questa materia. Giacciono infatti inediti nei nostri archivi i co-
dici e i documenti che servirebbero meglio ad illustrare l'orga-
namento amministrativo e finanziario dei comuni medioevali; e,
quel che è peggio ancora, non sono sludiati da alcuno.

Per citare un esempio, gli antichi catasti comunali, libri nei
quali erano descritti i beni mobili e immobili e i proventi di cia-
scun cittadino, « sono perciò di capitale importanza per lo studio
degli ordinamenti finanziari dei nostri comuni » (3); oltre al darci
preziose indicazioni come i nomi dei quartieri o sestieri di una
città per farne la pianta topografica, le abitazioni, i possessi e
le ricchezze di persone e di famiglie storicamente interessanti, i
paesi soggetti al dominio di una città o di un comune, le misure
delle terre e la condizione loro (se coltivate o incolte, selva, prato,
orto, vigna, ecc.), onomastico delle persone di un luogo, il me-
sliere o la professione da esse esercitati, ecc. Tuttavia, per quanto

(1) Giornale storico diretto da A. CrIvELLUCCI ed E. PAIS, vol. IT, fasc. IV.

(2) Si confronti specialmente, a questo proposito, il lavoro del PAGNINI: Della
Decima e di varie altre gravezze imposte dal comune di Firenze, Lisbona e Lucca
1745; opera nella quale si contengono due notevoli scritti economici, dell? UzzaNo l'uno
(La Pratica della Mercatura) e di FRANCESCO BALDUCCI PEGOLOTTI l'altro (con lo stesso
titolo). Della décima hanno. parlato pure il CANESTRINI, il BANCHI, il CANTINI (Legista-
zione Toscana, Firenze 1800 — 7; I, XXIX e 51 — 8) ed altri, tra i quali recentemente
il MinurtoLI negli Atti dell’Accademia di scienze, lettere ed arte della citt di Lucca,
Lucca 18904.

(3) CRIVELLUCCI, loc. cit.

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GLI STATUTI DELLA « COLLETTA » 33

da tali antichi catasti si potessero ritrarre notizie d’ogni specie
per la storia dei comuni nostri, nessuno aveva mai rivolto l'animo,
a sludiarli fino al 1886, anno in cui l'egregio avvocato Raffaele
Foglietti pubblicava per il primo una memoria sul catasto di Ma-
cerata (1). Ed il suo esempio non. è stato se non recentemente
seguito dal professor Crivellucci per il catasto di Ascoli (2), del
quale tuttavia non ha dato se non la descrizione paleografica,
mostrando l'utilità che si potrebbe ritrarre da un attento esame

"dei nove grossi volumi del catasto ascolano.

Ma, per entrare una volta sul terreno che a noi interessa più
particolarmente di percorrere, nel sistema. delle imposizioni delle
comunità italiane nel medio evo, si debbono nettamente distinguere
le imposizioni dirette da quelle indirette; essendo le prime gene-
ralmente comuni, con differenze non grandi, alla. più parte delle
nostre terre, mentre le altre si differenziavano grandemente di
luogo in luogo per la diversità dei prodotti di queste, e per la
mancanza d'una, anzichè d’ un’altra produzione o mercanzia, per
la differente collocazione loro (o in luoghi montani, od in pianura,
o sulle rive del mare), per la differente ricchezza. Pertanto richie-
deva forse una maggiore intelligenza nei reggitori dei comuni
l'applicazione delle imposte indirette, dovendo questi studiarsi di
porre quei dazi e quelle gabelle ‘che facilitassero l’entrata nel ter-
ritorio dei minuscoli stati agli oggetti e alle merci ad essi neces-
sarie, non ostacolassero l'uscita delle produzioni di cui v' era grande
abbondanza e proibissero, al contrario, con leggi coercitive, l'espor-
tazione degli oggetti più necessari al vivere dei cittadini, affinchè
non si avessero a rinnovare di frequente casi di carestia.

Da ció la grande diversità di pesi e di misure, di gabelle e
di dazi, nelle repubbliche italiane.

« La moltiplieità de’ centri d'azione in breve tratto di paese
disseminati, non retti da un legame comune, ma da opposti inte-
ressi condotti a. nuocersi scambievolmente, è la qualità distintiva
del medio evo. Non v'era un potere, che, superiore d’autorità e
di forza ad ogni altro, comandasse la giustizia e la pubblica pace

(1) ZL Catasto di Macerata nell'anno 1268 (Opuscoli di storia del diritto, Macerata
1886, p. 231 sgg. :

(2) CRIVELLUGGI, L) antico omiasto di Ascoli, negli studi diretti da A. CRIVELLUCGI
ed. E. PAIS, anno 1894,

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34 ; G. PARDI

e la promovesse con regole uniformi. Ogni statuto comunale, ogni
inveslitura feudale era un contratto di pace, di niutua guarentigia ;
perciò ogni terra ed ogni feudo formava, per cosi dire, uno stato
da sé, il quale si reggeva con leggi diverse, o scritte negli sta-
tuti, o consueludinarie e con. diverse regole d'amministrazione.
V'era quindi impossibilità d'un generale sistema. L'utilità pub-
blica d'ogni terra finiva colla cerchia, in cui si comprendea la sua
franchezza. ll cittadino torinese non s'impacciava di ció che con-
venisse ai borghesi di Rivoli e di Moncalieri. L'affetto era alla
famiglia ed al municipio. Si comprendeva l’idea di borghesia,
non quella di nazionalità; e, dai frequenti contrasti in fuori, ogni
terra era così straniera alla terra vicina, come se ne fosse divisa
da monti e da mari, Da ciò avevano origine le cattive strade ab-
bandonate, appena fuori del territorio di ciascun comune, alla di-
secrezione ‘de’ confrontanti ; l’ infinita varietà delle misure e de' pesi;
le molteplici specie di moneta e | vario corso delle medesime;
le dogane che all’ entrar d’ogni terra e d'ogni castello facean siepe
al commercio » (4).

Così, con profonda conoscenza. delle condizioni del medio
evo, il Cibrario illustra le ragioni per le quali all'entrata d'ogni
città, d'ogni borgo, d'ogni castello, si dovean pagare dazi, i quali
non poteano fare a meno d’inceppare il commercio, che non prese
a svilupparsi grandemente se non quando si cominciò. a. toglier
di mezzo queste barriere doganali.

Ma il Cibrario, benchè grande conoscitore del medio evo e

delle sue condizioni, esagera, forse; non poco, quando, nell'esa-

minare le tasse sul commercio esterno ed interno, dice che la
scienza di amministrar bene le gabelle era affatto ignorata in
quel tempo (2). Ed egli, ciò dicendo, descrive forse con, fedeltà

(1) Lura1 CIBRARIO. Della economia politica, del Medio Evo. L. III, c. 1.0

(2) CIBRARIO, Op. cit., 1. HT, c. VII: « Tassa sul commercio esterno ed interno
ossia dogane e gabelle. Sulle strade principali non v'ayea quasi castellania né ponte che
non avesse la sua dogana col nome di pedaggio. Dal che ne seguiva che i mercatanti
incontrassero ad ogni passo nuovi impedimenti, e dovesser sopportare. nuove perdite
e di tempo e di danaro .. .... Non si faceva differenza tra le merci destinate al
traffico interno, e quelle destinate ad andar più lontano (transito). Confondeansi d'or-
dinario nel nome di pedaggio i dazii che ora chiamerebbonsi di consumo (octroi).

I-diritti d’uscita erano in minor numero. Riscoteansi per li prodotti indigeni che
si estraevano dal territorio; s'assoggettavano d'ordinario ad un dritto anche 1 pro-
dotti, dei quali era vietata estrazione, quando consentivasi per privilegio, come l'oro

L^ aL. CE GL. una
RN

GLI STATUTI DELLA « COLLETTA » 39

le gabelle del Piemonte da lui particolarmente studiate; ma le sue
parole non sono del tutto convenienti al sistema delle imposte in-,
dirette di una città come Orvieto, la quale conformò le proprie
gabelle a quelle di un grosso comune della Toscana, regione in cui
(son parole dello stesso Cibrario) « le dottrine economiche ebbero,
si può dire, la culla »: ad un sistema di imposizioni, nel quale sì
trovano separate le merci destinate al traffico interno del comune da
quelle che ci transitavano soltanto, ed in cui son dazi diversi, tal-
volta molto diversi, per le mercanzie fini e per quelle grossolane.

Ad ogni modo, sia pur che si avesse a confessare che l'or-
dinamento «di tali imposizioni indirette fosse infinitamente difettoso,
nondimeno la storia, la quale dev'essere non solo maestra degli
uomini, ma anche luce del vero, ha l'obbligo di far conoscere
quali erano i modi con i quali un tempo i nostri padri, adunati
in piccole e libere comunità, riscuotevano le imposte. Perciò, io
reputo di fare cosa non inutile pubblicando gli statuti delle gabelle
del comune d’Orvieto; perchè, per il grande numero degli stati
italiani di quel tempo e per la varietà degli ordinamenti econo-
mici loro, anche quelli di una terra, non molto vasta e potente,
portano un contributo non lieve alla storia. della organizzazione
finanziaria delle repubbliche italiane del medio evo.

Infine, quali e quanti ammaestramentli- si possano trarre da
uno statuto delle gabelle, spiega maestrevolmente Luciano Banchi,
nella introduzione al 2e volume degli statuti senesi (1), parlando
dello statuto della gabella senese:

ed il grano pen MUR
La gabella era diversa sec condo i "Tuoglit; nA ciò pini “cho da Hou signori, in di-
versi tempi, era stata introdotta 0 concordata co! mercatanti; che le cose soggette
alla gabella non erano colla stessa ragione distinte e gabellate ; confondendosi in un
luogo quello che altrove si separava, che non s'aveva riguardo al valore di ciascun
oggetto da gabellarsi, e che perciò essendo soggetti ad egual dazio tanto i panni gen-
tili che i grossi, ne derivava 1° incarimento degli ultimi con grave pregiudizio dei meno
ricchi: ehe tutti questi disordini uniti al troppo numero di pedaggi, formavano altret-
tanti impedimenti ben gravi al commercio, il quale non potendo da privati separata-
mente esercitarsi, esercitavasi qual vero monopolio dalle SERE di mercatanti di
Tuscana, di Lombardia, di Provenza e di Fiandra

In breve, l'arte di governar le gabelle in guisa che gittino bustints frutto: all e-
vario, senza offender troppo il commercio o per imposte soverchiamente gravi, o pel
modo di riscuoterle indugiatore ed oltraggioso, o per P inesatta distinzione delle cose
gabellate che lasci luogo ad arbitrio, arte non ben nota ai di nostri, dovea essere ed
era affatto ignorata à quei tempi ».
(1) Bologna, Romagnoli, 1871.
G. PARDI

« Non tutti 1 lettori chiameranno arido un documento che si
riferisce alla storia del commercio, dei costumi e della pubblica
economia di una città di molta importanza quale fu Siena in quel
tempo; e non mancherà, ne son certo, chi abbia a giudicarlo pre-
zioso. Aguzzando gli occhi dell'intelletto è facile discernere in
quello statuto tutta quanta la vita. domestica e civile di que’ nostri
arcavoli; vedervi la foggia delle loro vesti, la mobilia delle loro
case, i cibi della loro mensa, il corredo delle spose nei cofani di-
pinti e ferrati, ed-il quieto soggiorno della villa, necessario più
allora che oggi, dopo il faticoso ‘vivere della città. I tessuti di seta
e di lana non a caso son posti in principio dello statuto; chè è
ben noto quanta ricchezza accumulasse in Siena quella sorta di
commercio e quanto credito avessero que’ nostri. tessuti in Italia
e fuori. V'hanno altresì nuove testimonianze come fiorisse gran-
demente appresso di noi l’arte del tingere, necessarissima dove
le arti della seta e della lana erano principali, e dove già saliva
in riputazione quella del conciare pelli e cuoia, unica industria

che veramente sopravvivesse alle tante che un tempo fecero Siena

città rieca e popolosa. Nè mancano le armi a ricordarci le dissen-
sioni interne e le guerre co’ vicini: armi pe’ cavalieri e pe’ fanti,
come lance ferrate e corazze, cervelliere e balestre, spade e saet-
tamento, elmi e pavesi. Quanti libri ‘di storia non si scrissero
a’ nostri giorni, che insegnano meno di questo solo Statuto della

Gabella! ».

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La parola co/etía, dal latino colligere, raccogliere, significa
ció che si prende, si raccoglie da ciascuno. Cicerone (De oratore,
IT, 57), nella frase « collectam a conviva, Crasse, erigis » chiama
colletta quel tanto di danaro che pagava ciascun convitato nei
pranzi detti dai Greci épzvo; e dai Latini collatibum prandium ;
banchetti, ai quali tutti portavano il loro contributo denominato
in Grecia copBo) (1). j

(1) TERENZIO (nelP Andria, atto 10, scena la) trasportò in latino questa parola
nell’ identico significato: « Quid Pamphilus? coenavit, symbolam dedit ».
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GLI STA'TUTI DELLA « COLLETTA *? 31

Nell'antico linguaggio giuridico nostro fu chiamata colletta

la imposizione sopra le sostanze dei cittadini od estimo (1), che,

dal Rezasco è definito in tal modo: « Stima e descrizione delle
sostanze de’ cittadini per sottoporle a gravezza, e la gravezza
stessa » (2). In altri termini, per ritornare alla significazione eti-
mologica della parola, colletta è ciò che il governo fa pagare a
ciascun cittadino in proporzione dei beni che possiede (3).

Ma questo non è il significato, nel quale il vocabolo colletta
fu adoperato ad Orvieto, dove si usò invece di gabella, che viene
così definita dal Rezasco: « Quel tanto che si paga al Principe di
quel che si compra, si vende, si trasporta, si contratta, si eredita,
si guadagna o gode d’industrie, di cambi, di uffizi, di pigioni,
di noli, di censi, di locazioni, di paschi, d'interesse di danaro e
d'altro, o che si deve allo Stato per alcun servigio personale, e
simili: Dazio, Reva, Riva, Dogana, Tassa, Sega; oggi Imposizione
indiretta » (4).

(1) GIULIO REZASCO. Dizionario del linguaggio italiano storico ed amministrativo,
alla parola colletta.

(2) REZASCO, Spr cit., alla parola estimo. E nella bolla di Innocenzo III da Viterbo
del 1213 settembre 19, diretta ai Perugini, leggiamo: « Collecta vel muita non fiat nisi
pro quattuor causis, vid; pro servitio ecclesie Romane; populi Romani, Imperatoris
vel nuntii sui, et cum populus Peruginus moverit guerram de commni voluntate, et
cum debet fieri, fiat fideliter per parrocchiam vel capellam: ita tamen quod de una
quaque parrocchia duo eligantur qui, sacramento prestito, faciant collectam diligenter
nec excusen taliquem amicitia, consanguinitate vel alio dolo. Collecta, antem vel multa
non fiat, donec aliquid superest de Comunitate, et si Comunitas non sufficeret ad
salvum .equorum, tune fiat Collecta sive multa (THEINER. Codex diplomaticus dom.
temp S. Sedis, 1, pag. 44). :

(3) Anche in Sicilia, fino dal tempo dei Normanni, colletta fu usata in questo

senso. BIANCHINI, Della Storia delle finanze nel regno di Napoli, Palermo 1839, p. 42:

« Furono le cottette un tributo diretto che si esigeva su i beni stabili allodiali e
non feudali in qualsiasi luogo fossero posti. In sul cominciare del governo Normanno
il Re le richiedeva sempre in pubblica assemblea, e perció fu straordinario e non. or-
dinario tributo, in caso di bisogno; laonde in diverse occasioni segnatamente ne’ tempi
posteriori venne chiamato adiutorio, o aiuto, ed. ostendisie ancora, quasicché fosse
di mestieri per vespinger P inimico. Il primo Guglielmo lo ridusse quasi sempre a tassa
forzosa, e in ispezialità ne portarono il grave peso le terre di Puglia. Precedeva però
sempre P apprezzo (estimo) dei beni su’ quali voleasi infporre, ed in proporzione era
ripartito ».

Questa imposta, straordinaria sotto i Normanni, divenne ordinaria nella monar-
chia siciliana al tempo degli Svevi. « Racconta Fabio Giordano nella sua cronaca, che

avendo Federigo convocato parlamento nel castello Lucullano e fatti manifesti i bisogni

dello Stato, riuscì ad ottenere potersi le suddette sovvenzioni riscuotersi di anno in
anno secondo il valor dei fondi » (BIANCHINT, Op. cit., p. 78).

(4) REZASCO, Op. cit., alla parola gabella. Il BIANCHINI (p. 81 — 2) narra così Tl'o-
rigine delle gabelle nelle Due Sicilie; « Le gabelle voglionsi reputare come un altro
spediente di che si giovaron gli Svevi, segnatamente nella Città di Napoli, per intro-
o

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38 G. PARDI

Ed il curioso è che la parola gabella fu adoperata ad Orvieto
nel senso in cui fin da tempo antichissimo era stata usata la voce
colletta nella Liguria, nelle provincie napoletane e siciliane, e poi,
a poco a poco, per quasi tulta l’Italia. Ad esempio negli atti del
Consiglio delle Riformagioni dell’anno 1298 è ordinato che nessun
arlefice possa esser costretto a pagare gabella, se non per taglia
della sua arte e per le sue possessioni (1).

Ma non tuttavia che la voce gabella non si trovi talvolta, an-
che ad Orvieto nel comune significato. In una deliberazione delle
Riformagioni del 28 giugno 1317 sono ordinate certe disposizioni
ad faciendum solvi cabellam ab omnibus intrantibus et ab omni-
bus exeuntibus civitatem (2).

L'imposizione della colletta non cominciò ad Orvieto prima
del 1304. Innanzi. a questo anno si pagava soltanto la gabella
sulle possessioni od estimo, la quale era amministrata da un ca-
marlingo e da quattro notari. Nel 1295 camarlingo- della gabella
era frate Biagio ed i quattro notari si chiamavano ser Buccio di
Pietro di Biagio, Bartolomuccio di Nallo di Offreduccio, Masseo
domini Benvenuti e Pietro Ghezzi (8).

Come si imponesse e si esigesse la gabella è spiegato da vari
atti delle Riformagioni, nei quali si trova chiamata anche lira tale

eT. a : 3 MARC à
gravezza, perchè si metteva sui beni ragguagliati alla lira (4). In-

durre novelli dazi. La parola gabella . . . . adoperavasi per indicare il fitto de? tributi:
ma nella città di Napoli, cominciarono questi ad affittarsi separatamente sì che ven-
nero tenuti in luogo di particolari dazi. La qual cosa addivenne perché vastissima era
l’amministrazione, e però variava il sistema dell'esazione del dazio appellato dogana,
ch’estesissimo era, e di molti altri dazi i quali, come benanche di quello, riscuote-
vansi sopra vari oggetti. Alcuna volta fu conosciuto il bisogno di aumentarsi mag-
giormente il dazio dogana, in ispezialità su di quelle cose di che più di frequente
contrattavasi in Napoli. Or sì questi aumenti di dazio e sì que’ peculiari affitti di una
parte del dazio dogana, si tolsero per usanza a designare col proprio nome di Gd
belle. Così di fatti si legge del vino, che ebbe nelle sue contrattazioni un singolar me
todo di dazio; il quale derivava da quello appellato dogana : e de’ cavalli, che niun
diritto di fondaco pagavano Tendendosi nella città di Napoli e nel suo territorio, à
pro? del Governo, ma bensi la gabella del tre per cento sulla vendita >.

(1) Rif. ad an. e» 17.

(2) Rif. ad an. 1. III, c. 66 t.

(3) Rif. del 1296 (16 settembre), c. 55 t.

(41 Vedi REZASCO, Op. cit., alla parola libbra, e GIGLI, Vocabolario Cateriniano, p.
123. Rif. del 2 ottobre 1215, c. 01; del 2: dicembre 1304, c. 210 t.; del 29 marzo 1308,
c. 10; del 14 ottobre 1314 (libro rosso, c. 13 t.) ; del 16 febbraio e 10 settembre 1316
(l. I, e. 48 e 1. III, c. 13) ; del 18 marzo e dell 8 giugno 1317 (libro rosso c. 28 t. e Rif.
ad an. l. III, c. 45 t.) ecc. Nel consiglio delle Riformagioni del 24 dicembre 1304 fu pro

esa e enni an e’ ama}

* ia

GLI STATUTI DELLA « COLLETTA » 39

fatti il Malavolti (1) la definisce per « stima delle sostanze di cia-
scun cittadino, che soleva farsi ogni tanti anni, acciò che nei bi-
sogni della repubbliea potesson coloro che avean l'autorità pór
le gravezze....... proporzionate. alla stima o (per nominarla nel ter-
min proprio) alla Lira di ciascuno ».

Nel 1304 le strettezze dell'erario, persuasero gli Orvietani ad
istituire la colletta o gabella sull'entrata e uscita delle merci in
città, sulle compere, le vendite, i contratti, le eredità, le pen-
sioni, ecc.

L'anno antecedente erano state occupate dal comune alcune
terre. del Contado Aldobrandesco nella maremma toscana, una
parte del quale era stato ceduto già da tempo ad Orvieto dai Conti

posto il modo seguente di far la lira e venne accettato da 12 nobili, da 12° popolani
del popolo maggiore e da 12 del popolo minore: « quod eligantur duodecim homi-
nes, omnes pro qualibet regione Civitatis Urbisveteris et divisim pro ipsa regione, per
septem consules de septem artibus; qui duodecim dividantur in tres partes, silicet
quatuor pro qualibet muta et vice et quolibet quarterio seorsum, et divisim ab aliis
quatuor in palatio populi faciant libram totius regionis; et sic de quatuor in quatuor
fiat libra et postmodum dicte tres libre sterzentur et tertium de qualibet libra reduca-
tur insimul et illa sit libra ».

Jn altro'modo di far la liva fu adottato il 16 febbraio 1316. Si stabili che fossero
chiamati dai sette consoli delle arti maggiori 25 nobili e 25 popolari della maggiore
possidenza, i quali dovessero fare la loro lira nel consiglio generale, e poi altri 25 no-
bili e 25 popolari, e cosi di seguito per ordine fino a quelli che possedevano per una
somma di 500 lire. Poscia il capitano generale della guerra, il capitano del popolo ed
i Sette elezgessero un buon giudice forestiero e notari forestieri per fare l'inquisizione
contro tutti quelli che avevan fatto P allirato, punendoli nel caso che non stesse
bene.

Nel 1321 furono eletti due per quartiere per far la nuova lira ed allibrare i non
allibrati. (Rif. libro rosso, c. 71). Nello stesso anno 10 febbraio, era stato deciso che
le persone nullatenenti fossero allirate per 10 lire (Rif. ad an. l. I, c. 6). Nel 1323 fu
mandato à studiare gli ordinamenti di Siena e di Città di Castello sopra la lira e il
catasto per rinnovare tanto Pl una che l’altro (Rif. libro rosso, c. 891 e c. 91). Nel 1324
é rifatta la lira nello stesso modo che nel 1316 e sono deputati 16 popolani a emen-
darla (Rif. libro rosso, c. 104 I). Nel 1321 fu bandito a tutti quelli che non fossero al-
librati, si facessero inscrivere dagli ufficiali di ciò incaricati (Rif. ad an. l. I, e. 59).
Poiché molti erano renitenti al pagamento della gabella (allora di 5 e di 10 fiorini per
ogni mille nel 1329 fu ordinato che si mettessero i loro nomi in quattro cappelli,
quartiere per quartieve, e se ne estraesse uno da ogni cappello. Chi venisse estratto
aveva distrutto la casa o case (Rif. ad an. l. I, e. 54. Nel 1349, per far la lira del con-
tado, venne imposto che ogni comunanza eleggesse 6, o più o meno, buoni uomini, ai
quali si unissero due cittadini d’ Orvieto che possedessero beni in quella comunità
(Rif. ad an., c. 36 t.). Nel 1350 il consiglio delle Riformagioni, considerando che molti
per le loro astuzie e frodi, non erano allibrati; deliberò che entro un mese tutti do-
vessero assegnare i loro beni per iscritto, per vocaboli e confini e con istima giu-
ridica, e pagare 10 fiorini al migliaio sulla somma (Rif. ad an., c. 22 t.* :
La lira è istituzione e, in questo senso, vocabolo senese (BANCHI, op. cit., p. 13 sgg.)
(1) Istorie Senesi; l. II, p. II, c. 179 t,
40 G. PARDI

Aldobrandeschi medesimi. Conquistate così quelle terre e castelli,
vi posero nuovi castellani e sergenti, cioè 12 sergenti a Pianca-
stagnaio, 6 in Sorano, 8 in Cetona, 12 in Manciano, 6 in Marsi-
gliano, 6 in Retrocosti, 12 in Orbetello e 12 in Monte Acuto.
Di qui un accrescimento di spese.

S'aggiunga che erano appena al nuovo anno 1304, quando
il Contado Aldobrandesco fu invaso e- posto a ruba da Nello della
Pietra, il quale pretendeva di averci sopra dei diritti come marito
della contessa Margherita della famiglia Aldobrandesca. Perciò il
comune dovette inviare una cavallata contro di lui (1).

Per queste nuove spese adunque, il 26 marzo del 1304, il. Con-
siglio stabili di spedire ambaseiatori alle città di Siena e di Lucca
per istudiarvi l' ordinamento delle gabelle ed applicare poi in Or-
vieto quello delle due città che sembrasse migliore e piu utile (2).
Gli ambasciatori si recarono in ambedue i luoghi ed, avendo slu-
diato qua-e là il modo con cui si riscuotevano le gabelle ed il
dazio posto su ciascuna cosa, decisero di far adottare ad Orvieto
la gabella senese come più adatta alla loro città (3). E la ragione

di ciò è facile a capirsi.

(1) L. FUMI, Codice diplomatico della città d? Orvieto, p. 396.

(2) Rif. p. I, s. III, n. V, c. 132 r.

(3) Ivi, c. 138 t. Nel consiglio delle Riformagioni del 18 aprile 1304 Anastasio giu-
dice e vicario del capitano del popolo, Paolo degli Stabili, propone: « quod, cum pro exer-
citu faciendo in distructionem, punitionem et periculum domini Nelli, ut puniatur de
in exemplum ipsius et alio-

commissis per eum actionibus contra dictum comune, et
vigintimilium libra-

rum. sit necessaria pecunia comuni predicto in quantitatem
| et dicta pecunia in camera comunis non sit modo ad
exer itu faciendo, nisi mutuo ha
et tales creditores

rum denariorum curtoniensiun
presens et commode haberi non possit pro dicto
beatur et accipiatur per comune predictum a volentibus mutuare;
mutuare volentes dictam pecuniam dicto comuni pro cura, satisdatione et satisfactione
ipsorum velint obligatam habere cabellam, que venit et aportata est de
rum ad dictam civitatem urbevetanam secundum modum: et formam illius kabelle, ser-
vetur kabeilla et colligatur in civitate urbevetana predicta, et quod ipsi dietam kabel-
imationes et fideiussores pro satisfacienda eisdem

|civitate Sena

lam habeant obligatam et alias obl
creditoribus. pecunia memorata.
Ideo placeat vobis, ex auctoritate vestri offitii, ita et taliter ordinare et providere
et in consilio consulüm dicte civitatis proponere et facere ordinari et. provideri quod
kabella sit in civitate urbevetana predicta et esse debeat et servetur prout et sicut
est in civitate Senarum et servetur secundum modum et formam. diete kabelle civi-
tatis Senarum prout et sicut continetur in exemplo. dicte kabelle extracto et reducto
ad civitatem urbevetanam predictam, que kabella servetur et servari debeat et colligi
in dicta civitate urbevetana per quantitatem predictam dictarum vigintimilium- li-
brarum denariorum et merito et interesse et expensis faciendis in ea usque ad sati-

sfactionem quantitatis prefate, meriti et interesse et expensarum, et ‘plus colligi et

- durare non possit, sed ex nunc sit cassa, irrita et nullius valoris, et pro peeunia tota

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GLI STATUTI DELLA « COLLETTA » 41

Anzitutto Siena, città agricola come Orvieto e come questa
collocata sur un'altura, aveva maggior rassomiglianza con essa,
anche per la loro vicinanza, che non Lucca, città più che altro
industriale e distesa in mezzo ad una pianura. Ma la ragione
prineipale si era che Lucca, in quel tempo, applicava pochissimo
le imposte dirette; per la qual cosa, vi avevano una maggiore
importanza che altrove ed erano portati ad un più alto prezzo i
dazi, che in più modi :gravavano le merci ed il consumo. Infatti
lo statuto della Gabella Maggiore del 1551 (1) comincia appunto
col dire « infra le altre entrate del Comune di Lucca essere il
primo membro l'essatione delle Gabelle ».

Quantunque non sia sempre agevole l'istituire un confronto
fra il valore dei dazi lucchesi e orvietani, per la differenza di mi-
sure a cui venivano rapportati; tuttavia darò alcuni esempi, che
mostreranno chiaramente quanto fossero più grawi i dazi della ga-
bella lucchese, e quindi non adatti ad essere "applicati in una
città che, come Orvieto, aveva delle imposte dirette già abbastanza
rilevanti.

I panni fiorentini, pisani, pratesi e senesi pagavano ad Or-

I
vieto. 15 soldi a salma, secondo lo statuto delle gabelle del 1334 (2);
a Lucca invece lire 2 e soldi 8 a pezza; secondo lo statuto della
Gabella Maggiore del 1372 (3). E si noti che la pezza era molto

Ic

que colligatur de cabella predicta et quiequid ex ea kabella percipietur et habebitur,
totam debeat converti in satisfactionem debiti memorati, et in alios usus dicti comunis
et aliarum personarum converti et expendi non possit, sed tota dicta kabella et quic-
quid habebitur et colligetur ex ea sint et esse debeant precise pro satisfactione predicta
UNTLDUTIDe e SU TORT II RITA QE Et quod sit et esse debeat unus iudex forensis et
certi alii offitiales dicte civitatis super kabella predicta colligenda, exigenda et exe-
cutioni mandanda. Et electio dicti iudicis et offitialum predictorum fiat et fieri debeat
per septem consules dicte terre et creditores predictos simul cum eis, et sit in pro-
visione ipsorum de ipsorum et salario offitialium predictorum. Et quod nullus in quo-
cunque consilio debeat vel possit dieere, arengare, proponere vel consulere seu scri-
bere contra predicta vel aliquod predictorum, directe vel pro obliquo, vel contra aliquod
predictorum facere; et siquis contrafecerit, puniatur dominus qui proponeret et con-
trafaceret in quantitate mille librarum denariorum ceortonensium de suo salario sal-
yendarum, et notarius qui scriberet in quantitate V librarum denariorum curtonen-
sium, et quilibet alius aregantor et consultor et contrafaciens, in consilio. vel extra
consilium, directe vel per oblieum, in quantitate puniatur V librarum denariorum
curtonensium ».

(1) Mss. dell Archivio di Stato in Lucca.

(2) E il n. 2 di quelli stampati appresso. Vedasi il S XVIII.

(3) Mss. dell'archivio di Stato in Lucca: è il più antico codice delle gabelle di
questa città. Il dazio dei panni toscani è registrato a c. 2, 8 III.

"3
42 G. PARDI

-

minore che non la salma. Infatti nel citato statuto del 1334 (S XX)
si legge: Jtem de qualibet salma palioctorum et burdorum [si pa- -
ghi all'ingresso delle porte] — ZZ// soldi. Et si non esset salma,
pro qualibet petia — VI denari.

Lo zucchero de centenario ad pondus era tassalo ad Orvieto,
all'ingresso delle porte, 6 soldi (1); a Lucca lire 3 e soldi 12
per lo stesso peso (2).

Una libbra di pepe pagava a Orvieto 12 denari (3); a Lucca
6 soldi (4). Tutto infine era a Lucca soltoposto a gabella, fin la
baratteria, le carceri e le meretrici (9).

osta dentro la città, era residenza di un ufficio presieduto

La Gabella maggiore, I
da un capo col titolo di ufficiale maggiore « che oltre le incombenze della vasta con-

tàbilità, aveva curia o tribunale dove SÌ ]
delle differenze che agcadevano in materia di g:

Stato in Lucca, II, 36). Là si stanziavano direttamente le merci di valore: vi erano spe-
dite dalle porte.della città con polizze e aecompagnature. Alle porte riscuotevasi bensì
il dazio degli oggetti più usuali, ma se ne doveva render conto alla Gabella maggiore.

(1) St. del 34, 8 XXXIII.

(2) St. del 72, c. 10 t. e $ XVIII.

(3) St. del 34, 8 XXXIIII.

(4) St. del 72, c. 10 t. 8 XVIII.

(5) Quel che ci dà un’idea chiara del fruttato delle gabelle di Lucca e il
generale dei Proventi, mss. dell'Archivio di Stato di questa città. « La parola Provento
(come si legge nel citato Inventario, IR 21) fu usata nell amministrazione lucchese per
gabelle, tasse o imposte che si affittavano a privati

rocedeva. o sentenziava delle trasgressioni e
ibelle ». (Inventario del R. Archivio di

libro

indicare particolarmente quelle
mediante l'incanto pubblico; e dare
blica entrata ».

Dal « Liber generalis omnium proventuum e! introytuum h
singole dazie, riportero il prodotto di quelle che

a provento significò appunto aflittare una pub-

icane Camere»; che

sparge molta luce sul prodotto delle
possono riscontrarsi nella colletta d' Orvieto (II, 22-32).

Sigillo della Gabella; Maggiore, cioè tassa all'entrata e all’ uscita della città e del
manifatture d'oro e seta, fruttò nel 1334 « lire

comune delle merci fini, specialmente
uali valevano allora circa un fiorino d'oro ».

43,905. 17. 10. di piccoli, tre e mezzo delle q

Cassa generale di tutte le porte (merci grosse) lire 7,741. 9. 6. piccoli.

Gabella sul vino introdotto in città lire 16,829. 17. 5. piccoli.

Dogana del sale lire 35,581. 19. 11. piccoli.

Casse e ceppi di tütti gli Officiali lire 2,149. 11. 8. piccoli.

Gabelle minute non vendute e straordinarie lire 302. 18, |. piccoli.

Restituzioni dei Camarlinghi e altri Officiali (resti di cassa) lire 14,088. 14. 10.
piccoli.

Gabella sulla vendita del pane lire 6,283. 8. piccoli.

Provento dei macelli lire 13,030. 17. 1. piccoli.

Dazio sul vino venduto da osti e tavernieri (nel 1336, perché non si trova il pro-
dotto del '34) lire 38,423. 16. piccoli.

Gabella sull introduzione delle biade e farine (nel '96, per la stessa ragione) li-
ro 24,821. 5. piccoli.

Gabella sopra le doti, vendite, successioni, lire 43,114, 18. 8. piccoli.

Gabella sulle vettovaglie nei borghi e sobborghi lire 4,446. 12. |. piccoli.

Provento delle pensioni e livelli lire 2,170. 19. 3. piccoli.

12 Vti a WI 73 EE, X ANTT gr DIA
I I diete

nr DA GLI. STATUTI DELLA « COLLETTA »

Avendo adunque gli Orvietani, per tali ragioni, deciso di adot-
tare la gabella senese, l’applicarono la prima volta nel 1304 per
sopperire alle spese della cavallata contro Nello della Pietra.

Il primo statuto delle collette, che trovasi ad Orvieto e che è
attribuito al 1912, benchè io creda debba essere stato scritto in-
torno al 1304 o poco dopo, non ci serba notizia alcuna sul modo
come la colletta esigevasi: è soltanto un registro dei dazi che pa-
gavano alle porte le varie merci e gli oggetti sottoposti a gabella.
Ma ampie notizie rinvengonsi negli statuti del 1334 e ‘39, i quali
ci permettono di farci un’idea abbastanza chiara dell’ordinamento
della colletta.

Se ci sia stato, in Orvieto, un antico statuto delle collette,
fatto intorno al 1304, e di cui il codicillo n. 4 (attribuito, come
ho detto, al 1312) non sarebbe che un estratto della parte con-
cernente i dazi d'ingresso nella città e nel comune e d’uscita da
questi delle varie cose sottoposte a gabella, non è facile stabilire
con sicurezza. Certamente, qualora fosse esislito, è stato smarrito y
e per di più, per quanto mi consti, non se ne trova alcun cenno
in alti o documenti o del tempo o di tempo posteriore,

Può essere, perlanto, che dapprima gli..Orvietani siensi limi-
tati a porre la gabella sulle merci e su gli altri oggetti di consumo
all'entrata é all'uscita dalla città e dal comune (come si vede ap-
punto nel cod. n. 1), e che poscia gli ordinamenti della colletta
sieno venuli a poco a poco sviluppandosi e completandosi finchè
furono raccolti nello statuto del 1334.

Provento del vino venale nel distretto lire 4,835. 27. 4. piccoli.

Provento del pane e olio venali nel distretto lire 1,519. 7. 3. piccoli.

Provento delle bestie vendute in fiera lire 761. 5. 5. piccoli.

Dazio sul salario degli Officiali lire 949. 11. 5. piccoli.

Provento sulle misure e pesi lire 866. 19. 8. piccoli.

Provento dei molini lire 996. 1. 5. piccoli.

Provento degli usurai e ospitalieri lire 241. 13. 4. piccoli.

Provento dei pizzicaioli e dei triecoli lire 664. 11. 8.

Gabelle delle Vicarie (merci che passavano per le terre o vi entravano, se cite
di mura).

Vicaria di Camaiore lire 2,597. 13. 3. piccoli.

id. Massa Lunense lire 1,712. 11. 5. piccoli.

id. Darga lire 1,113. 13. 9. piccoli.

id. Coreglia lire 21. 11. — piccoli. (Nel '34 produsse così poco perché ce-
duta a Francesco Castracani da Giovanni di Boemia).

id. Castiglione lire 85. 11. 10. piccoli. (Anche questa nel '31 produsse poco

perché data con certi patti al marchese Spinetto Malaspina).

ut di

suit trenini aiuta

G. PARDI

Fra il 1304 ed il '34 troviamo nelle Riformagioni aleuni ac-
cenni che si riferiscono alla colletta. Ad esempio, nel 1912 il Con-
siglio, avendo scelto un console per arte e sedici savi, quattro
per quartiere, perchè studiassero i modi migliori di provvedere il
denaro per pagare gli ufficiali del comune, tra gli espedienti da
questi proposti elegge di vendere la macinaria (1) e di ribandire
i baroni contumaci del grano (2): due rudimentali imposizioni
della colletta, come si può facilmente capire. Inoltre, non bastando

questi provvedimenti, agli 8 di ottobre (3), il consiglio di un con-

sole per arte e dei sedici savi stabilisce di vendere il macello
della piazza del comune e il macello della piazza del popolo (4)
per un determinato tempo. :

Nel 1315, è ordinato che per ogni torsello (balla) di panni
francesi si paghi 40 soldi, per ogni soma di lana d' Inghilterra
20 soldi, di lana qualunque 15, e 5 soldi per ogni soma di cuoio
e di eanavaccio (5). Nel 1317 troviamo alcuni ordinamenti per
far pagare la gabella a chi entrasse ed uscisse di città (6). Nel 1318
vediamo registrati gli ordinamenta bladi (7). Nello stesso anno,

D

(1) REZAsCO, opera citata, alla parola macinatura: « Gabella della Macinatura.
Gabella di un tanto sopra ogni determinata misura di biada macinata e portata a ma-
cinare ». La repubblica fiorentina fin dal principio del sec. XIV aveva due di queste
Gabelle basate sugli stai della farina macinata. In altri luoghi si pagava non per la
farina ma per il grano prima che si portasse al molino. Altrove finalmente questa ga-
bella era pagata dai mugnai. « Fu sempre imposizione odiata da' popoli, e stimata
troppo gravosa e disonesta; di che eglino si vendicavano al solito caricandola di brutti
titoli, mentre poi la pagavano ».

(2) Rif. del 29 setttembre 1312, vol. X; c. 5 t.

(3) Ivi, ivi, c. 9. :

(4) Si allude probabilmente alla gabella del macello, posta sopra ogni bestia che
venisse macellata.

(5) Rif. del 4 aprile 1315, vol. XIV, c. 4.

(6) Rif. ad an. l. III, c. 66 t.

(7) Gli « ordinamenta bladi », registrati nelle Rif. del 9. marzo 1318 (Libro rosso,
c. 351), sono i seguenti :

Nessuno possa comprarne più di un quartengo per volta — ossia al giorno —
in piazza del comune o del popolo.

sa I venditori non possono rimetterlo in case, botteghe o chiese poste intorno alla
piazza. :

Coloro, a cui sia stato ordinato di portare il grano in piazza, debbano assegnarlo
al notaro od ufficiale posto o da porsi a guardia di detto grano dal comune d'Orvieto.

I portatori di grano in Orvieto, che fossero fuori della giurisdizione del comune,
nón paghino gabella.

e I panattieri non possano stare a vendere il pane dalla fontana di piazza del. eo-
mune in sopra verso 8. Andrea (chiesa sulla piazza del comune), « set stent et mo
rentur in platea domorum, jn quibus fuit casaturris Philippensium » (distrutta nel

"Oa GLI STATUTI DELLA « COLLETTA » 45

son deputati 200 buoni uomini a far la guardia delle porte, perchè
non venga defraudata l’entrata del comune (1). Nel 1321 si tro-
vano accenni alla gabella dei cavalli e a quella dei contratti. Fu or-
dinato ai 9 aprile che i forestieri pagassero all'entrare in eittà
una tassa per ogni cavallo che avessero seco, e che i notari do-
vessero assegnare i contratti stipulati; e se di questi non si pa-
gasse la gabella entro un mese, fossero considerati come nulli (2).

LA

89:

Quando, nel 1334, fu composto lo statuto della colletta (co-
dice n. 2), si puó dire che gli ordinamenti di questa fossero svi-
luppati e completati del tutto. Cercheremo, anzitutto, di farci
un'idea del modo con cui era governata. |

Presiedeva all' amministrazione della colletta un giudice, detto
. giudice della colletta. Il Rezasco (alla parola gabella, S CCVTI)
cosi definisce questo magistrato, chiamato comunemente giudice
della gabella: « Giudice della Camera e della Gabella, Giudice
de’ dazi e delle gabelle. Il primo Giudice del Podestà di Firenze,
posto a conoscere e terminare le questioni delle gabelle, giudicare

1313 dopo la vittoria dei guelfi sui ghibellini} dei Monaldeschi sui Filippeschi). Il ca-
marlingo del comune poi faccia fare un portico « in platea casaturris predicte ».

Il grano dei fibelli (ghibellini esiliati, a cui erano stati confiscati i beni) si venda,
non per pagare i debiti del comune, ma a minuto al popolo e il denaro che se ne ri-
cavi s' impieghi per comprar grano fuori del distretto. Il cavaliere del capitano del
popolo abbia potere di costringere e punire i disobbedienti a mostrare e a portar grano.

L'imposta del grano ai comuni e ai baroni si faccia in avvenire come « ante
brigam habitam inter guelfos et guibellinos Urbisveteris in anno domini 1313 de
mense agusti ».

I cittadini d'Orvieto sien tenuti a portare i loro generi di grano e legumi dentro
la città nel mese di Ottobre, salvo a ritenere il seme e l' occorrente per la vita loro,
della famiglia e dei figli, se abitassero fuori d' Orvieto.

(1) Rif. ad an. l. I, c. 66 t. — 69.

(2) Rif. an. l. I, c. 32: « Ad hoc ut introitus gabelle crescant et pecunia perve-
niat ad comune, quilibet forensis, qui non sit civis vel comitatentis Civitatis Urbis-
veteris vel distrietualis ipsius Civitatis, teneatur et debeat in introytu Civitatis vel
burgorum Urbisveteris solvere pro equo quolibet quem duceret et secum haberet pro
gabella qualibet viee XII denarii curtonenses. Item quod notarii Civitatis et comitatus
Urbisveteris teneantur et debeant assignare contractus, de quibus per formam. statuti
et ordinamenti gabelle solvi debet gabella comuni urbevetano, oflitiali gabelle et of-
fitio gabelle. Et. habeant dicti notarii et habere debeant de pecunia gabelle VI denarios
pro quolibet contractu quem assignabunt » ecc. Ma l'ordine che i contratti sien nulli,
se non ne fosse pagata la gabella entro un mese, « cum sit valde pericolosum et dam-
pnosum » fu tolto il 6 maggio 1321 (Rif. ad an. l. I, c. 60). MOLA O NALI SIE re pen:

46 (. PARDI

i Camarlinghi, ricevere le malleverie degli Ufficiali, il quale Uf-
fieio era esercitato in altri luoghi dal Console ed Ufficiale delle
gabelle e dal Maggior Ufficiale della gabella ; il secondo Ufficiale
della Lombardia, Giudice de’ piati camerali, a cui successe il Re-
ferendario. ». Ad Orvieto il giudice della colletta aveva una carica
molto somigliante a quella del giudice della camera di Firenze.

Nel cap. CCXXXIIII dello statuto del '34 si parla a lungo
dell’ elezione del giudice della colletta. ESso doveva essere eletto
dai Sette e dai Dodici (capi dello stato orvietano), due mesi in-
nanzi la fine dell'ufficio dell'antecessore di lui e venire nella
città, poiché era generalmente forestiere, tre giorni avanti d' en-
trare in carica. Aveva per principale mandato quello di far ese-
guire gli ordinamenti della colletta. Durava in.carica sei mesi.
Finito il suo ufficio, doveva trattenersi tre giorni con i suoi uf-
ficiali e familiari per.essere sottoposto a sindacato.

Nel cap. CLXXIII dello statuto del ’39 è determinato l’ ufficio.

di questo giudice, che era, oltre quello di fare eseguire gli ordi-
namenti della colletta, di far bandi e condanne, ed imporre pene
a chi li trasgredisse in quel modo e fino a quella somma che
meglio gli talentasse.

Aveva l'obbligo di esigere tutti i denari dovuti da qualunque
persona all’ ufficio della colletta ; e se si mostrava negligente o
fiacco in tali esazioni, era punito dai sindacatori con una multa
di 25 lire (St. del '34, $ XCC). Poteva procedere « per otam ac-
cusationis, denuntiationis et inquisitionis et per omnem viam et
modum quibus ei videbitur » contro coloro che trasgredissero le
leggi della colletta; e trovato il colpevole, doveva condannarlo e
punirlo, non ostante qualunque statuto od ordinamento che par-
lasse in contrario. E da’ suoi processi e giudizi nessuno poleva
appellarsi (St. del '34, S CCVII; St. del ’39, $ COXXIT).

Se alcuno era mandato a chiamare dal giudice della colletta
e non compariva nel termine assegnatogli, poleva venir molestato
con multe e gravami, venir bandito dal banditore del comune
dalle finestre della casa del giudice; e se neanche allora non
voleva comparire, poteva essere messo in carcere e aver distrutti
i beni e sequestratine i frutti (St. del '34, 8 CCVIII).

Se uno poi, fatto chiamare dale giudice, compariva, ma non
rispondeva alle domande di esso, questi poteva porlo alla tor-

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È
1

GLI STATUTI DELLA « COLLETTA » 41

tura e condannarlo e obbligarlo a pagare ció in cui era stato
condannato (St. del '34, 8 CCVIIIT). È

Tutti dovevano obbedire al giudice della colletta intorno al:
disbrigo del suo uffizio: se alcuno contravveniva a’ suoi ordini
era punito con pena doppia di quella che si soleva comunemente
infliggere per una data colpa. Se. poi nello statuto del comune
non fosse contemplato un qualsiasi delitto, il giudice poteva im-
porre la pena che voleva, come gli piacesse meglio. E non si
poteva ricorrere contro le sentenze di lui, né al podestà, né al
capitano, e se uno di costoro riceveva-un ricorso contro tali sen-
tenze, era condannato a pagare 100 lire ogni volta all ufficio
della colletta (St. del ’34, S CCIIII). Altrove è detto (S CCXIIT)
che quando la pena non fosse specificata, il giudice potesse pro-
cedere « de similibus ad similia ».

Una singola persona poteva esser condannata dal giudice
della colletta a pagare infino a 100 soldi, se non aveva obbedito
ai comandi di lui; una società od università fino a 100 lire (St.
del '34, S CCX).

Il giudice infine aveva l'obbligo di osservare come ogni altro
gli statuti del comune (St. del '89, $ CCXXVII); di ricevere
qualunque accusa gli fosse porta dagli accusatori segreti posti
dal comune sulla faccenda della colletta (St. del'39, S LXXXVIIID;
far bandire per la città ed il contado gli ordinamenti della col-
letta (St. del ‘39, 8 CCXVII; specialmente poi quelli del vino
(St. del ‘39, S LXXXV); provvedere, che il vino nel contado
fosse venduto (St. del 739, 8 CCXX); far riattare le porte, quando
ne avessero necessità, affinchè non fosse defraudata l' entrata
della colletta (St. del '34, 8 LXVIII), e finalmente esigere le ta-
glie imposte alle arti orvietane (St. del '94, $ CCXXXXII).

Il giudice della colletta, la amministrava legalmente, il ca-
merario della colletta ne era l' amministratore vero e proprio.

La parola camerario deriva da camera, detta così, secondo
il Rezasco, la « Stanza o Luogo, ove si custodivano i denari del
pubblico. essi : Cambora, Erario, Fisco, Tesoreria, Tesoro, De-
positeria ; in Siena, Biccherna; in Lucca e Venezia, Tarpea; in
Genova Sagrestia ». Sarebbe un « traslato che si crede trovato
dalla Curia Romana, solendo il Papa discorrere un tempo delle-
cose dell' erario con suoi prelati in camera sua ». Camerario era
48 G. PARDI

dunque l amministratore del danaro pubblico. Ce n'era uno per
provincia nella monarchia sicilianà sotto i Normanni (1). In No-

' vara chiamavasi così il custode delle pubbliche scritture od ar-

chivista (2). Più comunemente questo ufficiale appellavasi camar-
lingo (voce che ha la stessa etimologia di camerario) che è defi-
nilo. dal Rezasco: « Custode della Camera o del danaro. del
Comune ». In Orvieto pure c'era un camerario del comune, che
era l' amministratore del danaro pubblico, come il camerario della
colletta era l'amministratore del danaro che ricavavasi dai dazi
della colletta.

Come si legge nel S CCXXXVI dello St. del '34, dai Sette e
dai Dodici doveva essere eletto unus bonus et legalis et sufficiens
camerarius dicte collecte, il cui ufficio durasse sei mesi e non
più, e nelle mani del quale venissero tutti gli introiti e proventi
della colletta. Egli aveva per salario cinque lire di denari corto-
nesi per ogni mese.

‘ Ogni due mesi aveva l' obbligo di render ragione delle somme
ricevute in presenza del camerario del comune, del capitano del
popolo, dei Sette, di quattro buoni uomini da eleggersi uno per
quartiere e di due mercanti esperti di far conti. Doveva poi
consegnare al camerario del comune, quando a questo piacesse,
i denari ed i pegni pervenuti alle sue mani per ragione del suo
ufficio (St. del ‘34, S CLXXXII). Secondo lo statuto del '39
(S XXVIIII), non poleva spendere i proventi della colletta se non
era stabilite da un ordine del consiglio orvietano, eccettuate le
paghe agli ufficiali della colletta e altre spese necessarie per l’uf-
ficio, le quali egli era in arbitrio di fare senza autorizzazione del
consiglio delle Riformagioni.

E i

(1) BIANCHINI, Op. cit., p. 47 — 8: « De' Camerari uno ve n’ era in ciascuna pro-
vincia con facoltà amministrative e giudiziarie ad un tempo ». Vegliavano la esazione
delle imposte, potevano esigerle in quella maniera che loro piacesse od anche aflit-
tarle e commettevano tali esazioni ai balivi o balii. « Vegliavano del pari e rivedevano
i conti de' maestri questori della provincia, ch' erano esattori delle coHette, de’ maestri
BODTOLI 4 eSI e de’ massai guardiani e custodi di armenti e foreste del Re, e 80-
pratutto de’ debitori fiscali per locazioni perpetue o temporanee. Davan da ultimo il
salario a tutti glieofficiali, e alle persone alle quali era debito. Componevasi la sua
Corte di tre giudici ed un notaio ». Sopra tutti i camerari delle provincie stava il gran

"camerario, dal quale « dipendeva I' amministrazione della rendita e spesa dello Stato

ed in generale della pubblica economia ».
(2) Statuto. novarese, 1583, I, 15.

Tm. dea
“ea

GLI STATUTI DELLA «€ COLLETTA > 49

Non poteva ricever pegni, se questi non valessero almeno
tanto per quanto erano dati in pegno (St. del 34, 8 CLXXXI),
Aveva l'ordine di fare, tutti i sabati, del denaro della colletta,
venti soldi di elemosine: dieci all'opera del duomo, cinque alla
chiesa di S. Bernardo proteltore della parte guelfa della città, e
cinque a 40 poveri (St. del '34, $ CLXXXIIII).

Dopo il giudice ed il camerario o camarlingo, venivano gli
esecutori della colletta. Questi uffiziali, che si trovano pure nel-
l'ondinamento della gabella di Siena, provano chiaramente la de-
rivazione da questa della gabella orvietana. Infatti, il Rezasco si
esprime a questo proposito. in tal modo: « Esecutori della Ga-
bella. Magistrato senese, di cui si trova ricordo pure nel secolo
tredicesimo, ordinariamente di tre cittadini, qualche volta chiamati
Signori ed anche Soprastanti : il quale, secondo il suo titolo, ese-
guiva quanto era prescritto intorno alle gabelle di qualunque
specie si fossero, ed inquisiva gli accusati di frode per esse; po-
tendo eleggere tutti gli ufficiali della gabella tanto in città, quanto
in contado ».

Gli esecutori della colletta. di Orvieto, detti anche signori
(domini) e soprastanti (superstites), erano quattro, scelti dai Sette
e dai Dodici uno per quartiere della. città. Soltanto i popolani
potevano essere «esecutori della colletta, i nobili no; nè chi lo
fosse stato una. volta poteva venir rieletto prima di due anni.
Duravano in carica sei mesi. Avevano .il salario di un fiorino
d'oro al mese. Chi era eletto non poteva ricusare l'incarico e
non ne veniva esonerato se non pagando 10 lire cortonesi. Prima
di entrare in ufficio dovevan giurare di esercitarlo in buona fede
e senza frode alcuna e di rispettare gli ordinamenti della colletta
(St. del 734, S CCXXX.V).

Non erano tenuti andare all’ esercito (S CLXXXV), e pote-
vano portare tutte le armi da difesa e da offesa che piacesse loro
(S CCXXV). Tutti gli uomini della città e del contado dovevano
ubbidire loro, intorno, ben si capisce, alle cose del loro uffizio ;
non facendolo eran multati in 25 lire corionesi (S CCV). Chi li
offendesse era gravemente punito dal giudice della colletta
(S8 CCIIIT).

; Dovevano star di continuo ad esercitare il loro ufficio (S GGXXI),
pagar 6 denari di ogni lira del loro salario (S CCXXII) e final-
50 G. PARDI

,

mente farsi leggere una volta al mese gli ordinamenti della colletta
(S CCXXIII): il ehe naturalmente lascia presupporre che nella
maggior parte dei casi non sapessero leggere!

Addetti all’ ufficio della colletta erano pure dei notari, i quali
avevano varie incombenze. Anzitutto dovevano continuamente
andare in cerca degli artefici e di tutti quelli che dovevan pagare
qualcosa alla colletta o che avessero commessa qualche disobbe-
dienza o qualche frode e fare inquisizione su loro e riferirne al
giudice assieme ad un birro (St. del ’34, S CCXVIII). Dovevan
far giurare i soprastanti della colletta, al loro entrare in ufficio,
che ne avrebbero osservato lo statuto, registrare tutte le bestie
da macellare e la carne da vendersi (St. del ’34, S CVI-CVIII),
(St. del ‘39, S CXXXIII) e scrivere essi soli nei libri contenenti
i registri della colletta (St. del ’34, 8 CCXXXIIT).

Uno poi era incaricato di presiedere alle inquisizioni che si
facevano nella curia della colletta e doveva dimorare di continuo
ad esercitar quell' ufficio (S CCXXXII).

V'erano pure i collettori, o esattori dei dazi alle. porte, che
venivano eletti dai Sette e dai Dodici. Il salario era assegnato
loro dal giudice e dagli esecutori (St. del 734, S CCXXXVII).

Tutti i denari e i pegni che riscuotevano dovevan denun-
ciarli e consegnarli il giorno dopo averli ricevuti agli esecutori.
Questi- alla lor volta erano obbligati a fare ogni mese diligente
inquisizione per vedere se alcuno degli esattori defraudasse
la colletta e, se rinvenivano che alcuno avesse mancato, de-
nunziarlo al podestà. Esso poi comandava, che fosse imprigio-
nato e tenuto in carcere finchè non avesse pagato la pena di
100 lire cortonesi. Quei collettori poi che non denunziassero
il giorno dopo i proventi, erano multati di 100 soldi cortonesi
(St. del ’39, S XXXII). Non dovevano. lasciar uscire di città
nessuna mercanzia senza che chi la portava mostrasse loro
la polizza sigillata del giudice della colletta: ciò sotto pena di
100. soldi (St. del 34, 8 CXXVIIII). E di altri 100 soldi eran
multati se esigessero una gabella maggiore di quella stabilita
nello statuto (S8 CXXX).

Sono infine da ricordarsi gli scrittori della colletta, menzio-
nati al S CXXXV dello St. del '34.

Dipendevano dal giudice i banditori della colletta, il cui uf-

sir CH È)
GLI STATUTI DELLA « COLLETTA > 51
ficio era di citare i morosi al pagamento, imporre loro gravami
e far pignoramenti, secondo gli ordini che ricevevano dal giudice,
Potevano pure, anche senza un comando di questo, citare a com-
parir dinanzi ad esso quelli che trovassero mentre coniravveni-
vano agli ordinamenti (St. del '34, 8 CCXVI).

Quando qualche comunità o qualche nobile del. contado, non
pagava ciò che doveva.all' ufficio della colletta, il giudice mandava
contro loro dei soldati per costringerli a ciò. Nel '34 (S XCCIII)
andavano a spese dei nobili o delle comunità, nel 739 (S VIIII)
avevano 6 soldi al giorno se a cavallo, 3 se a piedi.

Curiosa era la proibizione di non mandarli di sabato, nè
nella vigilia della festa degli Apostoli, o della Pasqua, o di qual-
che giorno solenne.

Venivano eletti dal giudice della colletta unitamente ai. Sette
» ai Dodici gli ufficiali sopra le misure, i quali dovevano sigillare
le misure del vino, dell'olio, ecc. facendo pagare un tanto per
ogni misura che sigillav&no (St. del '84, S LXXXIII): e ciò al-
l'intento che non venisse defraudata la colletta, dovendosi pagare
un tanto di gabella per ogni misura di vino sdaZiata o da ven-
dersi.

Gli ufficiali sopra la. stima dei molini erano quattro buoni
uomini del popolo che erano eletti dai Setti e dai Dodici, uno per
quartiere, per stimare i mulini, dire quali erano affittati e quali
no, e quelli che non lo erano cercare di farli affittare ($ LXXVI).
Questo si faceva per la ragione che si pagava una data somma
sulle pensioni (pigioni) dei mulini.

Essendo stato stabilito dallo statuto del '34 (S CLXXXVITI)
che nessuno potesse, senza licenza del capitano, del podestà e
dei Sette, mandare la grascia (vino, olio, legumi, biade, ecc.) se
non verso la città di Orvieto; il giudice e gli esecutori della col-
letta potevano porre in vari luoghi del contado, ove meglio cre-
dessero, degli ufficiali detti custodi del divieto, affinché vigi-
lassero perché nessuno contravvenisse al divieto esposto sopra
(S GLXXXVIIIL. a

V’ erano poi gli ufficiali per correggere gli errori nel conta-
do, eletti dai Sette e dagli esecutori della colletta, nel mese di
gennaio, tre buoni uomini per ogni quartiere della città, affinchè
riparassero agli errori commessi nel ripartire le tasse nel .con- ran a drag

|

509 G. PARDI

tado, eum contingat multotiens pauperem. habentem magnan fa-
miliam plus solvere de taratione collecte quam divitem habentem
parvam familiam.

I custodi segreti sul vino erano eletti dal giudice e dagli ese-
cutori della colletta e invigilavano a che “contro gli ordinamenti
del yino non fosse commessa alcuna frode ($ CI).

Infine, tra gli addetti alla colletta, c'erano anche le spie, ac-
cusatores secreti et manifesti; che dovevano indicare al giudice
chi contravvenisse agli ordinamenti della colletta.

Avendo così osservato l'organamento amministrativo della
gabella orvietana, veniamo ad esaminarne le singole parti.

I. Gabella all’entrare e all’uscire delle merci dalle porte
della città, detta in alcuni castelli romani portonatico. Questo era
uno dei principali cespiti d’ entrata pet i comuni medioevali. Il
codice n. 1 delle collette orvietane parla soltanto de intrata col-
lecte apportas (sic) Civitatis Urbisveteris. Nel: codice n. 2 tale
gabella è esposta nei cap. XVIIII-XXII, XXV-VIII, XXXVI,
XL-III, XLVI, XLVIII, L, LVI-VIIII, LXII-LXX, CXXXVI-
VIHI. Nel codice n. 3 nei cap. XXXV-VII, XXXVIIII, XL,
CLXXI, CLXXXX, CCXXII. Il codice n. 4 infine non è se non
il dazio delle merci all'entrata delle porte ed all'uscita.

Confrontando il cod. n. 1 con quello n. 2 si vede facilmente

che nel 1384 i dazi d’entrata e d'uscita erano notevolmente dimi-
nuiti, sebbene alcuni pochi fossero rimasti gli stessi.
. . Ad esempio, riguardo alla colletta dei panni (n. 1, S II; n. 2,
S XVIIII), di ciascuna soma di mezzalana veronese si pagava,
nel '84, 3 soldi, mentre prima il dazio era di 10 s., di ciascuna
pezza di panni di stoppa, nel '34, 1 denaro corlonese, mentre
prima 12 denari.

Riguardo alla colletta della lana (n. 1, $ VIII; n. 2, 8 XXVI),
per ciascuna salma di lana nostrale si pagava, nel '34, 4 s. e
prima 8 s.; per una salma di lana sardegnuola 3 s. e prima 7.

Per i metalli lavorati (n. 4, $ XIII; n. 2, $ XXXIII), per
ciascun paio di fiaschi, di vasi, di stagni, ecc. si pagava, nel '34,
6-d. mentre prima 16; per ciascun bacino 6 d. mentre prima 18. USERS EGGS NREA mi sura;
I E DE uri

» PCIE Sic T
GLI STATUTI DELLA « COLLETTA » 58

Perché si vegga piü chiaramente la differenza, porró a ri-
scontro il $ XVI del n. 1 ed il S XXXVI del n.2, dal confronto
dei quali apparirà come nel '34 fossero minori i dazi d'entrata
della cacciagione e per di più fossero tolti via quelli d' uscita —
forse perché inutili —.



Per ciascuno cervo, porco, segnale . V s. | Inprimis de quolibet cervo ‘et porcho
| signals vaso E aie I:
Per ciascuno lepore, volpe . . . . III s. | Item de quolibet lepore et vulpe . . III d.
Per ciascuno bufalato over capriolo . III s. | Item de quolibet bofulacto et capriolo XII d.
Per ciascuno cappone, gallina, ana- Item de quolibet cappone, gallina, ana-
ire, germano, ocha over paparo, | tre, germano et ansere. . . . . ld.
all'entrata: o ese e eiu m ID.d. |
Eb exitazt i esto o eos CIS des]
Per ciascuno fasciano all'entrare . . III d. | Item de quolibet fasciano . . . ... Ill d.
Per ciascuno paru de. pollastri, piz- | Item dequolibet pari pollastrorum, pol-
zuni, starne, fulcarum, cercelorum | lastrarum, palumborum, pippionum,
et simili, allentratá. .. . .. . . III d. | starnarum, folcarum, cercellorum,
Bi albexitn^ uuu coe C TIT: dì | agegiarum et similium. ... . . III d.
Per ciascuno paru de turture et simili III d. | Item de quolibet pari turturum. . . Id.
Et all'exita. 0.0... 0... Hd |
Per ciascuni quactro turdi, merli, qual- | Item de singulis quattuor turdis, mer-
le, mortia et simili, all'entrata. . III d. | lis, qualis, mortitis et similibus . Id.
bt alex 200.0 45. 0 ovn LP de]
Per ciascuno mergone et simili, al- | Item de quolibet mergone et simili . JI d.
L'GDU PRU oa o rue os E E COSMMTTTTS d; |
Et all Bla S e crest SII d; |
Per ciascuna druga all'entrata. . . VI d. | Item de qualibet eruga. . . . . .II d.
|

Et de ciascuuo altro cello et cacciagione | ltem de aliis avibus solvatur de si-

all'entrata de simile ad simile. | mili ad similem.

Le gabelle d'entrata all'ingresso della città corrispondono
all' odierno dazio di consumo: Invece si sono perdute le gabelle per
l'uscita delle merci e delle vettovaglie, le quali avrebbero nociuto
allo sviluppo del commercio, mentre allora, specialmente in Orvieto,

città poco industriale, giovavano a non allontanare dalla città sopra-.

tutto le vettovaglie, affinchè non mancasse di che nutrirsi nel
tempo di carestia. E le carestie in quell'epoca non erano infre-
quenti davvero (1).

(1) CIBRARIO, op. cit., 1. III, e; II: « Fin: dai tempi: di Carlomagno provvedevasi
all' abbondanza dell annona con leggi coercitive, perché né allora v' era bastante lume
prete

VUE MOTORS

*

G.

PARDI

II. Un'altra tassa notevole della colletta orvietana riguar-
dava la vendita al minuto dei vari oggetti e corrispondeva ip
certo modo alla centesima rerum venalium dei Romani, istituita
da Augusto dopo le guerre civili (1), la quale tuttavia, secondo 1l
Cagnat (2), si sarebbe riferita non solo alla vendita delle mercanzie
e vettovaglie, ma anche ai contratti di compera. Il Mommsen
però (3) non è di questa opinione.

Questa tassa nel codice n. 2 è contemplata dal $ XXIII e
XXIIII (de venditione pannorum, de venditione bambascie et lane),
LXXXX e LXXXXIII (de vendittone vint), CVI e CVIH (de ven-
ditione carnium) e CXXXV (de venditione silve).

di sapienza civile per intendere che il commercio nemico d'ogni vincolo, quando si
abbandoni al suo natural impulso, piglia il livello più favorevole ai pubblici bisogni:
né forse con quelle basi di ordinamento sociale e con tanti discordi e ripugnanti in-
teressi sarebbe stato facile in questa materia usargli ottimi consigli ...........

. .Quando si temeva di qualche carestia s' ordinava il serramento del grano, ed era
proibito d'estrarlo sotto gravissime pene ». Infatti essendo stata in Piemonte, nel 1375,
una universal carestia, Bartolomeo di Chignin, luogotenente del conte di Savoia in
Piemonte, fece chiamare.a parlamento i deputati delle comunità e decretare da essi
i rimedii migliori per ovviare alle tristi condizioni del paese. Ed il primo rimedio, a
cui credettero bene ricorrere, fu il seguente: « che fosse proibita l' estrazione del grano
a pena di lire 10 per sestario, e della perdita del grano ».

Varie carestie in Firenze e fuori son ricordate da GIOVANNI VILLANI. Egli scrive
(Cronica, l. VII, c. LXXXVIII) che nel 1282 « fu grande caro d' ogni vittuaglia, e valse
lo staio del grano alla misura rasa soldi quattordici di soldi trentatré il fiorino d'oro,
che, computando la moneta e la misura, fu grandissimo caro ». All anno 1286 (1. VII,
c. XCI) egualmente scrive che « spezialmente del mese d' aprile e di maggio, fu grande
caro di vittuaglia in tutta Italia, e valse in Firenze lo staio del grano alla misura rasa
soldi diciotto.di soldi trentacinque il fiorino d'oro ».

Ed all'anno 1316 (1. IX, c. LXXX): « Nel detto anno 1316 grande pestilenzia di
fame e mortalità avvenne nelle parti di Germania ».

Grandi carestie furono pure a Firenze nell’ anno 1339 (1. XI, c..6), nel "40 (1. XI,
c. CXIV) e nel '46 (1. XII, c. LXXIII e LXXIII).

Anche nel regno di Napoli, fin dal tempo dei Normanni erano imposti forti dazi
di uscita sulle merci perché non mancassero al eonsumo pubblico. BIANCHINI, Op. Cit.,
p. 45; « Usavan tutti gli Stati in quel tempo vincolare V estrazione delle merci per
tenia che non mancassero al nazional consumo, il quale non era affatto vano, timore
se vuolsi por mente alla scarsezza dell’ industria e di produzione. Laonde non andaron
falliti i Normanni i quali gravarono di dazi le estrazioni delle merci indigene ». Ma
Ferdinando I di Aragona nel 1471, mentre perdurava ancora in Europa ad essere in-
ceppata l'uscita delle produzioni indigene, abolì tutti i dazi, nessuno eccettuato, sulla
estrazione delle merci: « volendo noi (come il re stesso scriveva nell’ editto del 20 gen-
naio 1471) metter fine a tanti inconvenienti, e provvedere di nostra spontanea volontà
non solo alla libertà di trafficare dei nostri cittadini, e degli stranieri, ma altresì a
far progredire il commercio e Ià proprietà del Regno » (BIANGHINI, Op. cit., p. 197).

(1) TACITO, A72. 1, 78.

(2) Etude historique sur les impots indirects chez les Romains jusqu) qua án
vasions des barbares. Paris, 1882; p. 227.

(3) HERMES, t. 12 (1887), p. 93, 98.

Malo: JO Cii n = sù spiriti = gta e cours. Eg
gcc mae SZ CO 3 u T . Vae X
nd È, Tu DEA S » "e. d * 5 -
GLI STATUTI DELLA « COLLETTA > 55

In questa tassa son comprese anche la gabella dei macelli e
quella del vino al minuto, corrispondente l una alla tassa omo-
nima del comune di Lucca e la seconda ad una del comune di
Firenze (!). Della macellazione delle carni nel contado si parla al
S CVII dello statuto del '34. Quanto alla gabella della vendita
del vino a minuto varie disposizioni sono esposte nei S LXXXVI
(dell'approvazione delle misure con cui si deve vendere il vino),
LXXXVIIII (tassa sulla raccolta del vino), LXXXX (colletta dei
vini scelti), LXXXXI (dazio.sul vino che sia portato fuori del
comune) e LXXXXIII-C.

III. Gabella dei molini. Altrove si è parlato di questa ga-
bella sulla macinatura del grano che, come dice il Rezasco, fu
sempre considerata dai popoli quale gravosa e disonesta come
quella che colpiva il principale alimento degli uomini. Le di-
sposizioni su questa tassa sono esposte nello statuto del '94 nei
$ XLV (della colletta sui molini di olive) e LXXIII (sulla farina
macinata). L'imposta era pagata dai mugnai, come a Firenze,
e perciò era ordinato ($ LXXVII) che tutti i sottoposti al co-
mune d’Orvieto si recassero a macinare ‘ai mulini, dai quali si
pagava la colletta al comune sopradetto. Altre disposizioni intorno
ai molini concernono l'affitto di essi, poichè era legge che si do-
vesse pagare una imposizione sulle pigioni di questi. Ma ciò rien-
tra nella gabella delle pensioni.

(1) G. VILLANI, Cronica, l. XI, c. XCIII. Quivi il cronista registra 1’ entrate e le
spese del comune di Firenze negli anni nei quali ebbe &uerra con Martino della Scala
(1336 — 8) « aecioech' é nostri discendenti (son sue parole) possano comprendere lo stato
ch' avea il nostro comune di Firenze in questi témpi, e come si forni la spesa della
detta guerra del Mastino, la quale voleva il mese più di venticinque mila fiorini d’oro
ch’ andavano a Vinezia ». Ecco un riassunto di ciò che riporta intorno alle gabelle
poiché Firenze « reggevasi in questi tempi per gabelie »:

Le gabelle delle porte produssero 90,200 fiorini d' oro.

La gabella del vino a minuto 58,300 f.

La gabella del sale 14,450 f.

La gabella sopra i prestatori e usurai 3,000 f.
ja gabella dei contratti 20,000 f. i
| gabella delle bestie e del macello della città 15,000.

L cabella del macello del contado 4,400 f.
ja gabella delle pigioni 4,150 f.

i gabella della farina e macinatura 4,250 f.

gabella dei cittadini che andavano fuori in signoria 3,500.

La gabella di segnare pesi, misure e paci e beni in pagamento 600 f.

La gabella delle pigioni del contado 200 f.

Tralasciamo le altre specie di gabelle che non trovano riscontro nella colletta
orvietana,
56 G. PARDI

IHI. Gabella dei cittadini orvietani che andavano in si-
gnoria fuori e dentro la giurisdizione di Orvieto.

Il comune di Firenze faceva pagare una lassa ai propri cit-
tadini che andavano fuori a qualche potesteria o simile ufficio,
basandola sulla paga che questi ricevevano. Invece, il comune
di Orvieto faceva pagare questa tassa non agli orvietani podestà
o capitani del popolo di altre città e terre, ma ai giudici e notari
che si recassero con i rettori di qualche luogo. Aveva, inoltre, im-
posto tale gabella a coloro che ottenevano l’ ufficio di podestà in
castelli dipendenti dal comune medesimo, come Moiana, Cetona,
Lugnano, Bolsena, S. Lorenzo, Grotte, Gradoli e Latera (Statuto
del '34, 8 I-VIII); ed ai notari dell'Abbazia di S. Salvatore, Ce-
tona, Sarliano, Chianciano, Moiana, Lugnano, Bolsena, S. Lo-
renzo, Grolte, Gradoli e Latera ($ XV). Nel '99 la tassa fu estesa
al castellano di Cetona (S CXXXVIII). Nel '39 pure fu imposto
che tale gabella fosse pagata prima di andare ad occupare l'uf-
ficio.

V. Gabella sugli impiegati del comune orvietano: Tutti co-
loro che ricevevano paga dal comune dovevano rilasciare un tanto
a lira per la colletta. Così il giudice di questa e il\camarlingo e
i collettori dei dazi e della lira (Statuto del '34, S XII), i sopra-
stanti ai castelli, alle ville, alle vie, alle fonti, ai ponti ed alle al-
tre opere (S XI), il camarlingo del comune, il console della curia
della giustizia, il viario o parlitore del comune, il sindaco eletto
a difenderne le cause, i conestabili dei soldati, 1 computisti del
comune ($ XIII), il notaro della curia maggiore, quello del ca-
marlingo, delle donazioni e della curia della giustizia, il giudice
e il notaro dei viari o partitori del comune e i notari infine, qui
etiguntur ad civilia in curia domini capitaneti (& XIII).

VI. Gabella dei ‘contratti. Qualunque persona della città o
dei borghi.o del contado che comprasse, vendesse, donasse o per-
mulasse qualche possesso, ufficio o rendita, doveva farne slen-
dere regolare atto da un nolaro d'Orvieto, non già da un notaro
che non fosse sottoposto alla giurisdizione del comune, sotto pena
di cento lire. Eran poi tenuti a pagare un determinato dazio sul
prezzo di vendita, di compera, ecc. Se non lo pagavano entro due
mesi, il contratto era considerato come nullo (S XVII). Perciò i
nolari orvielani, affinché la gabella non venisse in aleun modo
3 EE ——— pm Lelli
e er e ul ig TT ] f
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GLI STATUTI DELLA « COLLETTA » DI

defraudata, avevano l’obbligo di denunziare i contratti di compera,
vendita, donazione o cambio e mostrarli agli ufficiali della colletta
ad ogni richiesta loro (S XVIII).

Ma, come osserva giustamente il Cibrario (l. III, c. 3), que-
sta. gabella non doveva certamente produrre molto, poiché non
essendovi « ‘quasi nissuno che avesse proprietà perfetta, ne se-
guiva che i contratti eran rari ».

VII. Gabella dei cottimi. I muratori che prendevan qualche
lavoro a cottimo dal comune o da qualche persona particolare,
erano obbligati a pagare 4 denari per ogni lira del prezzo pattuito
per l’opera, e non più tardi di 15 giorni dopo che avessero preso
il cottimo. E le persone che glielo davano, avevano il dovere di
denunciarlo sotto pena di 15 lire se non lo facessero ($ XLVII).

VIII. Gabella sulle pensioni e sui livelli. Qualunque per-
sona che ricevesse pensione de aliquo palatio, turri, cassero,
platea vel plateis, domo, claustro, capanna, loia vel andito, sive
de aliqua oinea vel vineis, terra vel terris, boscho, prato, lama,
canneto vel orto vel de alta quacunque re, doveva pagare 4 denari
sopra ogni 20 soldi cortonesi di pigione ad affitto (S LXXVIIIT).
Così, sopra ogni lira di livello pagavano alla colletta 4 denari
(S LXXX); e 6 denari a lira (calcolandone la pigione che frutta-
vano o potevano fruttare) per le terre che adacquassero col mezzo
dell’acqua che esce dalle rupi orvietane (S LXXXI).

IX. Gabella delle misure e dei pesi. Nel S LXXXIIII dello
slatuto del '34 è imposto che tutte le misure ed i pesi sieno falli
approvare e sigillare e dai legittimi approvatori eletti dai Sette e
dai Dodici unitamente al giudice della colletta; e che soltanto con
le misure ed i pesi approvati in tal modo si possa misurare e pe-
sare, e non con nessun altro, sotto pena di 20 soldi. Gli ufficiali
eletti dai Sette, dai Dodici e dal giudice della colletta, avevano
un determinato salario a stavano in carica tutto il mese di gen-
naio a sigillare i pesi e le misure de’ cittadini, facendo. pagare
un tanto ad essi per ciascuna misura o peso sigillati (S LXXXIII).
Questa gabella esisteva anche nella monarchia siciliana al tempo
degli Svevi (1).

(1) BIANGHINI, Op. cit. p. 81 « Diritti di pesi e misure. Federigo impose il diritto

di peso sulle merci che dal fondaco regio si estraevano, per accorrere cosi alle frodi che

o
58 G. PARDI

Era, inoltre, stabilito che qualunque oste o taverniere, .il
quale non tenesse qualche misura sigillata, pagasse di multa 40
soldi per ciascuna di queste ($ XCVI); e che colui, il quale por-
tasse il vino in barili non segnali col sigillo del comune; fosse
multato di 10 soldi.

X. Gabella sulle bestie. Le bestie pagavano dazio all'entrata
delle porte: una bestia bovina, da 18 mesi in su, 42 denari, da
18 in giù, 6 d.; un cavallo vendibile 5 d.; un mulo 2 d.; un a-
sino 12 d., ecc. (8 CXI). Potevano tultavia uscire a pascere e
‘rientrare senza pagar nessun dazio ($ CXII). Le bestie, con-
dotte in città non per vendersi, eran tassate variamente (8 CXII.
Delle bestie che si vendevano era prelevato, per la colletta, 2 de-
nari a lira sul prezzo (S CXIIII). Coloro che davano bestie a vet-
ture pagavano 20 soldi all'anno di gabella. Perció chi voleva dar
bestie a vetture doveva farsi iscrivere presso il notaro della col-
letta, sotto pena di 100 soldi se non lo faceva (8 CXVI). Chi, nella
città o nel contado, possedeva cavalle, mule o muli domati, era
obbligato a contribuire ogni anno all'ufficio della colletta 20 soldi
(S CXVII). Chi tenesse porci, pagava all'anno 20 soldi, se li fa-
ceva uscire per le piazze e le strade, 10 se li teneva nei sobborghi,
5 se nei sobborghi e non li facesse uscire dalla stalla per le vie
e le piazze ($ CXVIIII). Qualunque persona, que dedit vel dabit
deinceps vel que nunc habet in soccitam vel ad collaticam alicut
persone aliquas bestias, pagava per un bove 8 soldi, 6. per una
vacca o vilella, 6 per un bufalo, ecc. (8 CXX). I giumenti di ar-
mento eran tassati di 6 denari all'anno, una bufala o una vacca
di 4 d., ecc. (S CXXI). Delle bestie dei Garfagnini che eran mandate

a pascolare in Maremma l' imposta era di 2 soldi al cento (8 CX XII).
La gabella sul bestiame per Orvieto, comune agricolo e mon-
tuoso, era una delle più rilevanti.

XI. Gabella sugli usurai. l| Cibrario osserva giustamente
come, non essendo nel medio evo quasi nessuno che avesse pro-
prietà perfetta, per le prestanze di danaro si riseuolessero forti
interessi, il 10, il 20 ed anche il 80 ed il 40 per cento. Il Bian-

poteansi fare in danno del fisco dichiarandosi uri peso minore. Però venne stabilito
l'ufficio del pubblico peso o peso generale, siccome ancora il dicevano, dove si pesa-
vano le merci prima che fossero estratte e pagavansi grana cinque: venivan medesi-
mamente misurati gli oggetti il valor de' quali dipendeva dalla misura ». GLI STATUTI DELLA « COLLETTA » 59

chini (1), parlando della monarchia degli Svevi, dice che « uno dei
più rilevanti ostacoli all'incremento dell'industria era la scarsezza
del denaro. Sarebbe stata impossibile cosa (egli prosegue) agli
Svevi Sovrani di aumentarlo di un tratto; e mentre che essi si
studiavano di farlo rapidamente circolare, si avvennero in quello
stesso errore in cui eran caduti i predecessori loro, i quali per
malintesa pietà fecero leggi intorno all'usura. Federigo sanci il
divieto già fatto dal Sommo Pontefice, dichiarando | usura come
un delitto di pubblica accusa che punir si doveva con la pubbli-
cazione di tutti i beni del condannato; e per usura intendeasi il
piccolo ed il grande interesse. Nondimeno gli Ebrei furono eccet-
tuati dal divieto, perchè non eran soggetti alle leggi del Papa.
Non potevano però riscuotere interesse oltre il dieci per cento; il
che dimostra quanto per la scarsezza del numerario fosse alto
l'interesse che non poteva certamente scemare, come infatti non
iscemò per virtù di legge ».

Orvieto aveva dovuto ricorrere spesso agli Ebrei che, as-
sieme ai Lombardi, facevano il mestiere di prestare ad usura.
Avendo bisogno di 15,000 fiorini d'oro per liberarsi dall' interdetto
scagliato contro la città dalla Santa Sede li ottennero a prestito
da Ebrei di Roma, ma ‘facendo loro molte concessioni, tra cui
quelle della cittadinanza e dei diritti civili (2). Ma nel 1468, nel
Consiglio dell'11 aprile essendo intervenuto fra’ Bartolomeo da -
Colle, il quale facendo il quaresimale in Orvieto, aveva posto a
grande peccato il prender denari a prestito dagli Ebrei, fu deciso
di non far più esercitare loro l’usura e che, riguardo ai pegni
rimasti presso di essi, « provvedessero i Conservatori. e i quin-
diei del Consiglio segreto. In seno ai quali si elesse una commis-
sione di quattro nobili cittadini con incarico di trattare lo svincolo
dei pegni. Quindi, coll'incoraggiamento del Papa, fu creato un Monte
per i poveri, detto il Monte di Cristo, che fu il primo dei monti
di pietà » (3). Nonostante nel sec. XIV gli Ebrei esercitavano an-
cora liberamente l'usura in Orvieto, ma era stata imposta una

(1) Op. cit., 120.
(2) FUMI, Cod. dipl, p. 418 — 9.
(3) Ivi, p. 723.
; Pera SR va

60 i G. PARDI

gabella sugli imprestiti che facevano (S CXLVI-VIIII). Una simi-
gliante gabella era a Firenze (1), a Lucca (2) ed in varie città.
XII. Gabella sulle doti. Chi prendeva moglie pagava 2 da?
nari per ogni lira che ricevesse di dote, e 4 ne pagava chi rice-
vesse la restituzione della dote per la morte della donna.
XIII. Gabella sui testamenti. Chiunque ricevesse una ere-

dità era obbligato a contribuire alla colletta 4 d. per ogni lira.

Questa imposta non aveva luogo per i legati fatti a opere pie, a
società, a persone miserabili, a ospedali, a chiese, ad ecclesiastici,
ecc. (S CLII).

XIII. Gabella di coloro che esercitano qualche mestiere.
Gabella dei fornai (S CL V), dei panattieri ($ CLVI-VII), dei pastai
(S CLXVID, dei calcinai (S CLXVIID, dei servitori (S CLXX), dei
lavandai (S CLXXI) e degli scolari e fattori (S CLXXII).

XV. Gabella su coloro che possedevano stufe, volte, cantine,
cisterne, ponti e volte sulle strade, balconi e orticelle sulle vie,
portici, banchi, logge, tende, navi sul Tevere, ecc. ($ CLVIII-
CLXVI).

XVI. Taglie delle arti orvietane. Queste taglie delle arti
erano le imposizioni che ogni corporazione delle arti pagava an-
nualmente al camerario della colletta. Erano più o meno forti se-
condo gli introiti maggiori o minori della professione o mestiere
esercitato dalle singole corporazioni e secondo il numero delle
persone che le componevano.

I giudici, i notari ed i medici pagavano nel ‘39, di taglia; 25
lire (S CCXXXV).

I fabbri 60 lire nel ’39, mentre nel '34 ne pagavano 30
(8 CCXXXVIII). :

I sarti 50 lire.

I muratori e petraioli 40 lire.

l^ procaccianti 25 lire.

I pizzicagnoli 30 lire.

I funai 16 lire.

Gli albergatori 25 lire.

I barbieri 15 lire.

(1) VILLANI, loc. cit.
(2) Inventario, dell’ Archivio ‘di Lucca, loc. cit.

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e pa Tate carro NU me

GLI STATUTI DELLA « COLLETTA » 61

I macinai 20 lire.

| vetturali 15 lire.

Gli oliai e i saliai 15 lire,

Doveva pagare, tuttavia una imposizione anche chi non eser-
citava nessuna arte, da 5 a 40 soldi (S CCXXXVIIII dello statuto
del ’34). Cosi i pupilli, minori di 18 anni, ed i cittadini abitanti
nel contado (S CCXXXX-I).

8 4.

L'antico e valente direttore dell'archivio di Siena, Luciano
Barchi, pubblicando nel '71, il secondo volume degli statuti se-
nesi (1), v'inseriva pure uno statuto delle gabelle degli anni 1301-3,
porgendoci mezzo, in tal modo, di poter constatare la verità del
fatto ricordato negli atti del consiglio delle Riformagioni, che
cioè gli Orvietani nel 1304 uniformarono la loro colletta agli or-
dinamenti della gabella senese. È vero tuttavia che tale statuto,
semplice lista. dei dazi sulle merci da pagarsi al passaggio delle
porte, non ci rivela in quale maniera la gabella era diretta ed
amministrata; poichè gli Orvietani debbono aver mandato a stu-
diare la gabella di Siena piuttosto per imitarne l'organizzazione
amministrativa, che non per copiare addirittura i dazi imposti su i
vari oggetti che fossero introdotti in città o ne uscissero ; dovendo
questi venir più o meno modificati per la diversità di condizioni,
di prodotti e di bisogni delle due città. Per paragonare l'organa-
mento direttivo delle due gabelle, occorrerebbe avere sott'occhio
l'interessante statuto di quella senese, scritto latinamente nel 1273
e ricompilato nel 1298, nel quale la materia delle gabelle è trat-
tata molto diffusamente (2). Nondimeno, essendo certo — come

(1) Il primo volume era stato dato alle stampe nel 1863 da L. F. POLIDORI, pre-
decessore del Banchi, ed autore della Proposta degli Statuti scritti in volgare nei se-
coli XIII e XIIII, che si trovano nel R. Archivio di Stato in Siena, fatta alla R. Com-
missione dei testi di lingua nell’ Emilia dal Direttore di esso Archivio e socio di detta
Commissione (Bologna, 1861).

(2) Conservasi manoscritto tra gli Statuti dell’ archivio senese, segnato col nu-
mero 15. Comincia: :

« In nomine Domini, amen. Infrascripta sunt capitula et ordinamenta facta et
inventa per sapientes viros, quomodo et qualiter intrata sive cabella sic fiat et obser-
vetur in civitate et comitatu senense; tempore egregii viri domini Taddei comitis
Montis Feretri et Urbini, Dei gratia Senarum potestatis: que omnia et singula ordi-
52 G. PARDI

mi consta da informazioni assunte su tale statuto — che l'orga-
nizzazione delle due gabelle senese ed orvietana era a un dipresso
la stessa, è utile vedere in qual modo i saggi uomini di Orvieto
preposti ad istituire o correggere la colletta, non alterando gran-
demente i dazi della gabella senese, li abbiano modificati in modo
da adattarli meglio alle condizioni della loro città.

In Siena le arti della lana e della seta erano le principali. e
vi fioriva grandemente l’arte del tingere (1). È per questo che la
libbra della seta non lavorata pagava all'ingresso delle porte di
Siena quattro denari soltanto, come oggetto di prima necessità (2),
ed invece all'entrare in Orvieto pagava, come oggetto di lusso,
tre soldi (3). Anche il dazio delle lane era maggiore in quest ul-
{ima città che non a Siena, per quanto l’arte della lana avesse
anche in Orvieto non piecola importanza. Una soma di lana sar-
desca qui pagava sette soldi, a Siena un soldo e sei denari.
La soma dello stame filato nell'un luogo aveva il dazio di dieci
soldi, nell'altro di due.

Anche le mercanzie di lusso erano tassate maggiormente ad
Orvieto: una dozzina di bende o veletti di seta pagava due soldi
e a Siena cinque denari; una dozzina di ‘appelli di seta sei soldi
e a Siena tre; una pezza di zendado quattro soldi e a Siena
quattro ed otto denari.

Invece, una soma di fichi, pere, mele e ciliege pagava a Siena
dodici denari e ad Orvieto sei.

Il lino aveva lo stesso dazio, di due soldi a soma, tanto ad
Orvieto che a Siena: così la canapa. Anche il vino pagava presso
a poco lo stesso in queste due città. 1

Tuttavia, confrontando ambedue le gabelle, si riconosce facil-
mente come gli Orvietani, non avendo gli introiti di Siena, ciltà
molto più ricca e commerciante, avessero aumentato non poco,
il più delle volte raddoppiato, il dazio delle merci all'ingresso
delle porte. Ma ben presto lo dovettero abbassare, tanto che nello
statuto del 1334 lo troviamo notevolmente diminuito.

namenta et eapitula dieti sapientes ordinaverunt, firmaverunt et voluerunt quod sint
firma et rata ».

(1) BANCHI, Op. cit., intr. p. X.

(2, Ivi, p. 48.

(3) Statuti della colletta di Orvieto, codiee n, 1, SeXI,

€ GLI STATUTI DELLA « COLLETTA » 63

Nel codice statutario pubblicato dal Banchi seguono agli or-
dinamenti della gabella senese delle addizioni, in cui son conte-
nuti quelli delle gabelle di altre città compendiate, per utilità dei
pubblici ufficiali, dagli statuti di queste. Tra le molte addizioni,
il Banchi ha trascelto quelle concernenti le gabelle di Paganico,
terra della maremma senese, di Lucca e di Bologna, porgendo
così materia ad istituire utili confronti tra i dazi di varie città
nel medesimo tempo.

Riporta infine degli « ordinamenti sopra la kabella d' Orvieto »,
che io reputo utile riferire qui, perchè essendovi alquanto rinca-
rati i dazi comuni, dovrebbero essere speciali disposizioni di rap-
pressaglia contro Orvieto, forse per gli elevati dazi della gabella
di questa città, fatti nel tempo in cui ella e Siena erano in di-
scordia :

« Ordinamenti sopra la kabella d'Orvieto ».

« Questi sono certi Ordinamenti fatti et ordinati sopra la ka-
bella e passaggi, e' quagli debbono pagare gli uomini e le persone
de la città e del contado e del distretto d'Orbivieto, che venissero
a la città di Siena, o passassero per la detta città, o per lo con-
tado e distretto di Siena, co le infrascriple mercanzie, de le qua-
gli si debba pagare al comune di Siena, come di sotto si con-
tiene, cioè:

In prima, d'ogni soma o torsello di panni franceschi, per

cabella et per passaggio, XIJ soldi, VJ denari senesi.

Anco, di ciascuna soma di panni senesi e fiorentini, per ca-
bella_et passaggio, VIIJ soldi di denari senesi.

Anco, di ciascuna di mercie e [panni] romagnuoli, per cabella
e passaggio, V soldi, X denari senesi.

Anco, di ciascuna soma di panni vecchi, per cabella et pas-
saggio, VJ soldi, VIIJ denari senesi.

Anco, di ciaseuna soma di bambagie et di bambagini, per ca-
bella et passaggio, VJ soldi, VIIJ denari senesi.

Anco, di ciascuna soma di lana et di stame, per cabella et
passaggio, VJ soldi senesi.

Anco, di ciaseuna soma d'agnelline lavorate, per cabella et
passaggio, VIIIJ soldi, IIIJ denari senesi.
64 G. PARDI

Anco, di ciascuna soma di pelli agnelline crude, per cabella
et passaggio, V soldi, X denari senesi.

Anco, di ciaseuna soma d'oricello e di piombo e di stagno,
per cabella et passaggio, V soldi di [denari] senesi.

Anco, di ciascuna soma di roffie e de le erve conce, per ca-
bella et passaggio, V soldi di senesi.

Anco, di ciascuna soma di euoia crude e di guado per ca-
bella et passaggio, IIIJ soldi, IJ denari senesi.

Anco, di ciascuna soma di stamegna, per cabella et per pas-
saggio, VJ soldi di senesi.

Anco, di ciascuna soma d'allume, per passaggio el per ca-
bella, IIIJ soldi, IJ denari senesi.

Anco, di ciascuna soma di lino, per passaggio el per cabella,
V soldi, X denari senesi.

Anco, di ciascuna soma di speziarie di qualunque ragione,
per passaggio et cabella, VJ soldi di senesi.

Anco, di ciascuna soma di cera, per passaggio el per cabella,
V soldi, X denari senesi.

Anco, di ciascuna soma di carle, per passaggio et per cabella,
V soldi di senesi.

Anco, di ciascuna soma di funi e di canapi, per cabella et
passaggio, IlIJ soldi, VJ denari, senesi ».

Inoltre, alla fine del codice statutario pubblicato dal Banchi,
si trovano alcuni ricordi, inserilivi per comodo degli ufficiali
della gabella senese; ove si parla di talune particolarità che si
riscontrano: nelle gabelle di alcune terre, come S. Gemignano,
Poggibonsi, Massa e Perugia. Riguardo ad Orvieto si legge la
seguente nota :

« Orbetani tolgono a’ senesi de la soma de le merce e panni
vecchi, all'entrare e all'escire, VJ soldi, VJ denari senesi; ed anco
tollono suso e’ sei soldi e VJ denari, VIIJ soldi di cortonesi di
cabella ed anco VJ denari di polizia ».

8 5.

La più notevole pubblicazione intorno alle gabelle dei comuni
italiani è stata fatta da Sigismondo Malatesta con gli statuti delle
GLI STATUTI DELLA « COLLETTA » 65

gabelle di Roma promulgati nel 1398, mentre era senatore della
città Malatesta de’ Malatesti. E ciò non solo per aver egli diffuso
con la stampa la conoscenza dello statuto più antico delle gabelle
di una città di sì grande importanza come Roma, ma anche per
avervi premesse nolizie copiose e di molto interesse.

È infatti noto quanto fossero scarse le cognizioni intorno alla
Roma economica del medio evo. Gli scrittori di quel tempo avean
trascurato di farne menzione; Antonio Coppi si studiò, nel 1847,
di tracciare un quadro degli ordinamenti amministrativi della città
con un discorso sulle finanze di Roma (1), ma fu questo, più che
altro, un tentativo audace e che non produsse alcun frutto; il Pa-
pencordt ed il Gregorovius cercarono di mettere in luce l'econo-
mia politica di Roma nell’età di mezzo, ma, se riuscirono a porre
in chiaro alcune idee generali, « la maggior parte della storia
economica (così il Malatesta) rimase tuttora inesplorata e sco-
nosciuta ». i

Nel capitolo 2° della 1* parte dell’opera, l'autore dà alcuni
cenni sulle finanze di Roma dal secolo nono fino al ritorno dei

papi da Avignone. ;

Durante l'assenza loro, il comune si atteggiò a sovrano e
amministró, con propri officiali, le finanze della città. Nondimeno,
i papi non rinunciarono al privilegio d'introdurre dazi e usufruire
del reddito. Nel 1339, essendosi 1 Romani ribellati ai senatori
nominati dal pontefice, sperarono di poter formare un governo
democratico. Pertanto, come Orvieto aveva inviato ambasciatori
a Lucca ed a Siena per farvi studiare l'ordinamento delle gabelle
ed introdurle poscia nella loro città, cosi Roma chiese ai Fioren-
tini di inviare uomini esperti per impiantare i dazi all'uscire ed
all'entrar delle porte e.regolarne l’amministrazione. Donde si
scorge facilmente come la Toscana sia stata la terra ove si svol-
sero e giunsero a perfezione, quanlo lo permeltevano i tempi e
le condizioni della patria, le dottrine economiche.

Le gabelle di Roma furono adunque ordinate secondo il mo-
dello di quelle fiorentine; ma il Malatesta dubita che stessero al-
quanto in vigore, perchè Benedetto XII protestò contro tale in-

(1)rAtti dell’ Accademia romana di Archeologia, t. XMI, p. 107 — 27,
66 G. PARDI

troduzione di dazi falta senza il consenso della Santa Sede e li
revocò.

. Cola di Rienzo fu quegli che fece apertamente dichiarare come
i redditi delle imposte appartenessero al comune romano. Ed il tri-
buno introdusse, inoltre, delle sagge riforme nelle gabelle, cagio-
nando le querele di Clemente VI, che considerò questo fatto come
lesivo de’ suoi diritti sovrani. Per di più, avendo Cola, quando fu
la seconda volta a capo della città, aumentato il prezzo del sale
e imposta una nuova gabella sui generi di consumo, si attirò
l'odio del popolo e maturò la propria disgrazia.

Varie notizie intorno alle gabelle romane si rinvengono pure
negli antichi statuti della città (1) promulgati negli anni 1363 e
1369. Ivi è proibito a qualunque città, terra o castello del distretto
ed a qualunque barone d’imporre qualsiasi specie di pedaggio,
spettando il diritto di farlo ai governatori del comune: proibizione
più volte ripetuta per la difficoltà di farla osservare. Si vede inol-
tre da tali statuti come il comune romano cercasse di facilitare
l'importazione e di aggravare di forti dazi gli oggetti che venis-
sero esportali.

Sopratutto era favorita l'introduzione delle grascie nella città,
per impedire, come abbiamo innanzi osservato, il succedersi. fre-
quente delle carestie; ed era, invece, grandemente ostacolata l’espor-
tazione loro e proibita assolutamente quella del grano e dell'olio.
Quanto al bestiame, era vietata l'uscita dei porci e dei castrati dal
distretto di Roma. Le grascie, gli uccelli, i pesci e gli altri com-
mestibili si polevano vendere liberamente senza pagare alcun dazio.

Segue il Malstesta a parlare dell'organamento finanziario di
Roma, trattando dell’ ufficio del gabelliere maggiore, dell'ammi-
nistrazione delle. gabelle nei primi decennii del secolo XV, del-
l'ordinamento interno della dogana di terra in Roma verso la metà
del secolo stesso, e finalmente delle ulteriori vicende dell'ammini-
strazione delle gabelle sino agli statuti di Pio II e Sisto IV; ma,
non essendo le erudite parole di lui strettamente connesse all' ar-
gomento, che ci siam proposli di svolgere, veniamo senz'altro ad
esaminare lo statuto delle gabelle da lui pubblicato.

(1) Pubblicati da CamiLLo Re nel vol. I della Biblioteca dell Accademia storico-
giuridica di Roma. *

73 GLI STATUTI DELLA « COLLETTA »- * SRO

Si compone questo di 55 capitoli, assai brevi per la maggior
parte. Il primo contiene l'ordine di Malatesta de’ Malatesti di Ri-
minî, senatore di Roma, che le prescrizioni contenute nel codice
siéno osservate e rispettate da tutti. I capitoli II-XITH contengono
gli ordinamenti sul grano e sulla farina. Nessuno poteva portare
il grano a macinare senza bollettino, cioè senza la polizza del ca-
marlingo, né senza farlo prima pesare dai -pesatori del comune.
I mugnai dovevano riportare la farina entro. tre giorni dal tempo
in cui era stata fatta la polizza ricordata sopra; potevano ritenere
unum scorsum grani per ogni rubrio macinato: a Orvieto per pa-
gamento prendevano la ventesima parte del grano macinato. E:
mugnai, che vendessero il grano, dovevan pagare anch'essi la
gabella, e per di più, una tassa sul grano, di cui usufruivano nelle
case loro essi e le famiglie, ad rationem XII soldorum provisi-
norum pro qualibet bueca. I mugnai, che rubassero la farina, e-
rano puniti con una multa di cinque soldi di moneta provisina
per ogni scorzo di grano o di farina truffato. Erano obbligati a
far buona la farina, sotto pena di venticinque lire provisine. Non
potevano riportare di notte la farina od il grano post sonum cam-
pane paternostri que pulsatur in ecclesia sancte Marie de Ariceli;
nè era lecito loro di trasportarli da un luogo ad un altro senza
licenza del gabelliere.

Gli ordinamenti del vino sono contenuti nei capitoli XV-XX.
Non si poteva vendere il vino al minuto senza aver prima pagato
al gabelliere sei denari provisini per ogni lira del prezzo del vino
e senza essersi prima fatta rilasciare una polizza, che veniva af-
fissa al recipiente (1). Ai tavernieri non era lecito di tenere una
candela, la quale indicava che il vino era da vendere, se non sui
recipienti, ai quali era affissa la polizza del gabelliere. I compra-
tori e i venditori di vino all'ingrosso dovevan darne*avviso al
gabelliere e questi.ultimi pagar la gabella. Nessun poteva intro-
durre il vino in città senza pagar il dazio (2). -

(1) Ad Orvieto si pagava invece 12 denari cortonesi per ogni lira del prezzo del
vino e 2 denari, se la vendita era fatta all'ingrosso. Ad Orvieto pure v'era la disposi-
zione che non si potesse vendere il vino senza una polizza rilasciata da un officiale
della colletta (8 XCVIIII dello statuto del 34; De vino non vendendo ad minutum
absque apodiaa et sigillatione iudicis vet offitiatis collecte et de licentia, concedenda).
(2) Statuto del '34, 8 XC
Ra

68 ^ d Gi PARDI

Gli ordinamenti sul bestiame si leggono nei capitoli XXI-VII.
Qualunque persona vendesse bestie morte o macellate pagava otto
denari provisini di gabella per ogni lira del prezzo delle bestie (1).

Era assegnato un luogo, dove i macellari potevano comprare :
e vendere le bestie. Se le acquistavano da un abitante del distretto
di Roma, dovevan ritenersi sul prezzo i denari per pagar la ga-
bella all'ingresso della città e versarli nelle mani del gabelliere.
Chi vendesse o comprasse qualche bestia fuori del luogo stabilito
a ciò (extra campum Turchiani), o le barattasse anche nel di-
stretto, doveva notificar la cosa al gabelliere e pagar la gabella.

ll capitolo XXVIII contiene i dazi dei panni che s'introdu-
cevano in città (2).

Era imposta una lassa, sebbene assai piü leggera, sui panni
che si estraevan dalla città.

Nel capitolo XXX troviamo i dazi delle tele (3); nel XXXI
quelli dell'unto, della sciugna, delle carni salate, dei pesci freschi,
degli uccelli e degli animali selvatici; nel XXXII la gabella della
lana tosata; nel XXXIII del ferro lavorato e non lavorato; nel
XXXIIII delle spezierie e mercerie. Quesle ultime unitamente alle
grascie, al lino, ai pannilani e al canavaccio non si potevan
estrarre dalla città (cap. XXXV).

La gabella della mortella è esposta nel capitolo XXXVI, quella
dei cuoi nel XXXVII, delle mercanzie nel XXXVIII.

' Dovevan pagar gabella, come ad. Orvieto, quelli che vende-
vano, alienavano o donavano qualche fondo (cap. XXXVIII).

Del cacio romano si pagava dazio soltanto a venderlo a car-
rate, di quello forestiero anche a venderlo a minuto (cap. XXXX).

Chi conduceva mercanzie, spezierie e mercerie in città doveva »
notificarlo al gabelliere nel termine di un giorno (cap. XLI)

Nesstino, se interrogato dal gabelliere, poteva cambiare il
proprio nome o negare di darlo (cap. XLII). Non era lecito di i
porre in unas barca o in un legno aleuna mercanzia senza licenza
del gabelliere (XLIII). Non si poteva trasportar da luogo a luogo

do

(1) Ivi, 8 CVI. Ad Orvieto le bestie niacellate pagavano un dazio più o meno alto "v
secondo la loro qualità.
(2) Ivi, 8 XVIIII. Si può vedere facilmente quanio fossero maggiori i dazi sull in-
troduzione dei panni a Roma che ad Orvieto. i
3) Ivi, $ XXI. GLI STATUTI DELLA « COLLETTA » 69

un oggetto sottoposto a gabella (cap. XLIIII). Chi comprasse mer-
canzie da un barone forestiero o da un ecclesiastico, doveva rite-
nersi il danaro necessario per pagar la gabella (cap. LV). Gli osti
eran tenuti a denunciare al gabelliere gli ospiti loro, che condu-
cessero mercanzie alla città (cap. LVI). I mezzani pure dovevan
denunciargli le vendite fatte di cose sottoposte a gabella (capitolo
XLVII). Pagavano gabella anche i venditori di calce e quelli che
introducevano in città legnami lavorati (cap. LII e LIIII).

Gli altri rimanenti capitoli dello statuto riguardano l'ordina-
mento amministrativo della: gabella; ma non parlano se non del
gabelliere maggiore, il quale, come il giudice della colletta orvie-
tana, aveva la facoltà di procedere in qualunque modo. contro i
frodatori della gabella, farli arrestare, carcerarli, punirli e mul-
tarli. Poteva tenere quanti famigli volesse per fare eseguire i propri
ordini; e dalle sue sentenze non era lecito appellarsi.

Come si scorge adunque da quello che abbiamo riferito, per
quanto lo statuto delle*gabelle romane pubblicato dal Malatesta
sia interessantissimo, perchè riferentesi alla città d’Italia più,glo-
riosa e degna di essere illustrata storicamente, tuttavia non è
esposto in esso, compiutamente nè il sistema daziario nè l'orga-
namento amministrativo delle gabelle, come vedremo essere in-
vece fatto con minuzia*grandissima negli statuti della colletta or-
vietana, i quali, pertanto, gettano una luce insolita sugli ordina-
menti: economici dei comuni italiani del: medio evo.

"

8 6.

Come dagli antichi statuti della città eterna il Malatesta trasse
copiose notizie intorno alle gabelle romane, noi pure possiamo
meltere in luce maggiore gli ordinamenti economici d'Orvieto ri-
correndo alla Carta del popolo, quale la vediamo nella correzione
del 1328 (1), ed agli statuti politici della città, nella forma, in cui
furono compilati tra il 1574 ed il 1581 e messi a stampa in que-
st'ultimo anno (2). Ma, veramente, la Carta del popolo: non con-

(1) L. FUMI, Cod. dipl., p. 729 — 816.
(2) Statutorum — Civitatis Urbisveteris Volumen — Romae, apud heredes Antonii
Bladii — impressores camerales, 1881.
SUE]

0 G. PARDI

tiene se non pochissime disposizioni economiche, mentre di questa
>
materia è trattato diffusamente negli statuti: i quali, sebbene com-
ilati e stampati in tempo assai tardo, nondimeno serbano eli or-
b) ) Le»)
dini antichi intorno alle gabelle più o meno modificati.
o
Un libro intero, il sesto, parla- delle gabelle; ma alcuni ac-
> b] o pj

cenni a cose economiche trovansi pure negli altri libri. Ad esempio
tra gli uffici dei Conservatori della pace, suprema magistratura
della città in quel tempo; eravi pure.di impedire che non fosse e-
stratta alcuna specie di frumento dal territorio orvietano (1). La
rubrica 23» del libro primo parla della» elezione dei notari dei ca-
tasti, la 27» dell'ufficio del ponderatore della farina, la 32* del
cultore *e'del dispensatore del sale, la 34° dell’ assegnatore dell'as-
segna, ufficiale il quale, del mese d’ottobre, doveva andare attorno
per la campagna e notare quanto avesse raccolto ciascun contà-»
dino di grano, vino, ecc. ed ogni bestia che possedesse. Eravi poi
un cultore dell'assegna, incaricato di far pagare a tali contadini
due soldi per ogni salma di vino raccolta, sedici denari per salma
di grano, ecc. (2). I macellai dovevan giurare di vendere carni
buone (3), gli oliari di dare il giusto peso (4), i mugnai di non
prendere se non la ventesima parte della farina macinala (5), i
fornai di tener pulito il forno, cuocer bene il pane ed esercitare
legalmente l’arte loro, ecc. (6).

Ma veniamo ad esaminare il libro sesto, che tratta propria-

mente delle gabelle.

- Queste, ogni anno, erano poste all'asta dai Conservatori è

vendute al maggior offerente. Qualunque avvenimento accadesse,
che ne diminuisse l’entrate, cavalcate, guerre, grandine, gelo, di-
luvio, sterilità, carestia, etc., tutto era a rischio e pericolo dei
compratori (7).

Le rubriche II-XX (8) contengono i dazi di introduzione, di

(1) Ivi, p. 9: Teneantur etiam providere . . . . , quod non extrahatur aliquod
genus frumenti extra tenimentum ipsius Civitatis.

(2) Ivi, p. 61, rubrica XXXV.

(3) Ivi, p. 66, r. XL.

(4) Ivi, p. 68, r. XLIII.

(5) Ivi, ivi, r. XLIV.

(6) Ivi, p. 69, r. XLV.

(7) R. la, p. 262 — 5.

(8) P. 260 — 286.

Ld GLI STATUTI DELLA « COLLETTA » T1

esportazione e passaggio degli oggetti spettanti alle arti dei mer-
canti, lanaioli, calzolai, merciai, fabbri, procaccianti, salumai, funai,
muratori, legnaiuoli, vasellai e tegolai, corbellai e pomaioli. Chiun-
que facesse contro gli ordinamenti della colletta portando in città
qualche mercanzia senza pagar gabella, da otto denari in su, do-
veva pagare 25 lire di multa e per di più 12 denari ogni denaro
che occorresse per isdaziare la merce. Chi scopriva il contrav-
ventore e lo denunciava aveva in ricompensa la terza parte della
multa, e la quarta parte l’officiale della colletta, se scopriva da
sè o per mezzo de’ suoi famigli, siffatti contravventori.

Ogni cittadino orvietano sì della città che dei borghi o del
contado, era obbligato ad obbedire al giudice della colletta ed agli

officiali e banditori di lui, sotto pena di 20 soldi per ciascheduna
volta. Se invece di un privato disobbediva una università, comu-
nità od arte era multata in 100 soldi.

Era punito gravemente chi facesse offesa al giudice, agli of-
ficiali ed agli esecutori della colletta (1).

Chi faceva alcuna cosa contro agli ordinamenti della gabella,
qualora lo confessasse, pagava un quarto meno della pena a cui
per avventura fosse stato condannato (2).

Interessanti sono le disposizioni intorno alla gabella delle carni
contenute nella rubrica 235.

L’officiale della colletta aveva potere di punire quelli che ma-
cellassero o vendessero carni malsane, e di farne inoltre restituire
il prezzo ai compratori. La pena era di 40 lire.

I macellai erano obbligati a pagare un tanto ogni bestia
che macellassero o vendessero al minuto; se poi la città, per
qualche circostanza, aveva bisogno d’ aiuti pecuniari, pagavano
il doppio del consueto.

Il giudice della colletta assegnava il prezzo a ciascuna specie
di carne e nessuna poteva essere venduta più di quanto egli aveva
stabilito.

| macellai dovevano vendere le carni senza finzioni e senza
frodi e non già una bestia per un’ altfa o la carne di un animale
maschio per quella di una femmina e viceversa. Perciò era or-

(1) Rubrica XXI, p. 284 — 6.
(2) Rubrica XXII, p. 286. > MR PRSE » -
B var È M EDS sd bre oa B ms
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"= aria aes » r
(2 G. PARDI

dinato che le carni delle bestie dell’ un genere fossero tenute in
un banco ed in un altro separato quelle delle bestie di differente
specie. Così dovevano essere poste sur un diverso banco le carni
di»animali morti e quelle di animali macellati.

Interessanti eziandio sono le disposizioni sulla gabella del
vino (1). Si pagava a ragione di quanto costava a foglielta: 12
soldi a salma, se la foglietta era venduta 6 denari; 16 soldi se ad
8 denari, ecc. Inoltre dovevano pure i venditori di vino a minuto
consegnare al compratore delle gabelle 6 soldi per ogni salma di
vino venduta, se questo era stato da essi comprato e non rac-
colto ne’ loro possessi. Ogni mese erano costretti a fare il com-
puto del vino venduto e versar la gabella nelle mani del com-
pratore. Il quale, alla sua volta, doveva ogni mese consegnare una
quota della somma pattuita al camerario del comune. Aveva egli
poi tempo sei mesi a riscuotere i crediti; trascorsi i quali, questi
passavano al comune ed il compratore della gabella non aveva
più diritto di esigerli. Inoltre, se non versava nel tempo stabilito
la quota della somma dovuta per la ‘compera della gabella del
vino, ‘aveva l'obbligo di pagare un quarto di più, di cui la metà
andava a beneficio dell’ opera del duomo.

Son degni di ricordo anche gli ordinamenti sul mercato delle
bestie, uno dei traffichi più importanti per gli Orvietani (2).
Qualunque cittadino che comprasse o vendesse qualsiasi. specie
di bestie, entro otto giorni, doveva far nota tale compera o ven-
dita al gabelliere della gabella del mercato; poichè tanto chi ven-
desse o comprasse come chi barattasse aveva l'obbligo di pagare
una determinata gabella. Così chi desse o ricevesse una bestia a
soccita, ma soltanto al tempo di far la divisione.

Seguono altre varie disposizioni, che sarebbe lungo riferire.
Se alcuno poi contravvennisse a tali ordinamenti, era punito; ed
il podestà e 1 suoi officiali erano obbligati a render giustizia som-
maria al gabelliere, dargli consiglio ed aiuto e procedere contro
i fraudatori della colletta prendendoli ed imprigionandoli.

Soltanto non si pagava alcuna gabella, nè comprando, nè
vendendo, nè barattando nè dividendo soccite, quando in Orvieto

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(1) Rubrica XXIII, p. 288 — 291.
(2) Rubrica XXV, p. 391 — 4.

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GLI STATUTI DELLA « COLLETTA » 13

vi erano fiere nel campo detto appunto della fiera. E giorni di
fiera erano i seguenti: la festa del Corpo di Cristo con otto giorni
precedenti ed otto seguenti, il giorno dell’ Assunzione di Maria
con quattro giorni innanzi e quattro dopo, il giorno di S. Brizio
con tre giorni prima e tre dipoi.

I capitoli che seguono risguardano l'ufficio del pesatore e del
misuratore del comune, le taglie delle arti, ecc. Sono notevoli gli
ordinamenti dei pesci alla rubrica XXXVII. Termina il libro con-
cernente le gabelle col ripetere la disposizione che i gabellieri
avevano tempo sei mesi a riscuolere i loro crediti, terminati i
quali, le somme non riscosse spettavano di buon dritto al Monte
di Pietà.

Sm

La storia della colletta del comune di Orvieto porge occasione
a fare alcune considerazioni, che noi brevemente riassumiamo.

Si capisce facilmente dall'opera magistrale del Cibrario quanto
le istituzioni finanziarie dei comuni medioevali del Piemonte fos-
sero imperfetti; gli ordinamenti economici del regno delle Due
Sicilie, come apprendiamo dal Bianchini, per quanto fino dal
tempo dei Normanni fossero egregiamente istituiti, non giunsero
tuttavia alla perfezione di quelli dei comuni toscani, come hanno
dimostrato il Canestrini per Firenze, il Banchi per Siena ed il
Bongi per Lucca: la Toscana è la patria della economia politica
italiana ed a Firenze deve ricorrere Roma per impiantar le ga-
belle, ed a Siena, per la slessa ragione, Orvieto.

Tale imposizione sui beni mobili non poteva non suscitare
l'odio del popolo: l'averla meglio ordinata ed accresciuta fu ca-
gione che a Roma Cola di Rienzo incorresse nel disfavore po-
polare.

Ad Orvieto le gabelle erano state imposte quando il comune
si lrovava in gravi ristrettezze per sostenere la guerra con Nello
Della Pietra; ed erano state impiantate con la promessa di toglierle
appena estinto il debito contratto per sostenere il decoro ed i di-
ritti della città. Ma quando gli Orvietani videro che non sarebbero
state tolte tanto a fretta, cominciarono a mormorare e finalmente
proruppero in aperta sedizione contro un gravame siffatto.

6
G. PARDI

Ermanno Monaldeschi, primo signore d’ Orvieto, per una

lunga guerra intrapresa allo scopo di riacquistare le terre della
marittima e per molte opere di pubblica utilità compiute, aveva |
cresciute, come Cola a Roma, le gabelle. Venuto egli a morte 1
nel 1337, i figli cercarono di fargli succedere nella signoria il :
fratello di lui, Tramo vescovo d'Orvieto. Allora il popolo, incitato 1

dal conte Petruccio di Montemarte e da altri nobili, si levò a

rumore gridando: morano i tiranni e mora la colletta (1). Donde

si vede che pari all'odio per i tiranni avevano quello contro lo |
H

gabelle. Infatti, profittando della favorevole occasione, il 23 marzo

1338, la moltitudine sollevata al grido di abbasso la colletta, pose
a ruba la casa ove abitava messer Andrea da Trevi giudice della i
medesima (2). : 1

Lo stesso giorno il consiglio delle Riformagioni, per impedire
mali peggiori, aboliva la colletta tra le acclamazioni del popolo (3). E.
Ma erano appena trascorsi quindici giorni che i reggitori del co-
mune rimettevano in vigore ció che, costretii, avevano abolito (4).

(1) Cronaca inedita degli qevenimenti in Orvieto e di altre parti d? Italia, dal-
l'anno 1333 all'anno 1400 di FRANCESCO MONTEMARTE conte di Corbara, corredata di
note storiche e d inediti documenti dal marchese FILIPPO ANTONIO GUALTERIO, Torino,
1846, I. 12.

(2) Questo si capisce dalle Riformagioni del 2 aprile 1338 (p. I, s. IIT, n; XLIV,
c. 42) « Item proposuit dictus capitaneus quod — cum sapiens vir dominus Andreas
Vannis de Trevio electus fuerit per urbevetanum comune seu per autenticum consilium
comunis eiusdem in iudicem et officialem collecte civitatis Urbisveteris pro tempore
SeX TüCHSIum. $92 2 25.50 et dictum offitium acceptaverit et, ipsum operari in-
ceperit et operatus fuerit a dictis kalendis [februarii] usque in diem vicesimum ter- d
tium mensis martii proxime elapsi, et ipsa die dicta collecta, ad rumorem populi nec :
non per reformationem autentici consilii civitatis iam dicte, fuerit revocata: et cassa
in totum, et ipso rumore dictus dominus Andreas fuerit massaritiis et rebus pluribus
spoliatus — et petierit et petat idem dominus Andreas cum summa instantia. sibi de
toto salario sibi pro dicto offitio et ratione dicti offitii promisso pro toto tempore sex
mensium predictorum satisfieri; asserens quod per eum non stat nec staret quin dic-
tum offitium operaretur, ac etiam de dampnis per eum receptis ratione rerum. sibi
ablatarum supradicta die qua collecta predicta sic extitit revocata — quid videtur et
placet dicto consilio providere et ordinare super satisfactione sibi domino Andrea fa-
cienda de salario supradicto et de dampnis predictis » ecc,

(3) Rif. n. XLIV, c. 14 t.: « Item [proposuit dietus dominus capitaneus] quod ;
collecta et salaria comunis Urbisveteris, nunc existentes et vigentes pro ipso comuni |
in civitate predicta, ex nunc sint cassa, vana; revocata, irrita et nullius efficacie vel va-
loris, ita quod in civitate ipsa non vigeant nec possint de cetero exiti ullo modo.

(4) Rif. n. XLIV, c. 62 t.: « Item anno domini et indictione predietis, die VIII
mensis aprelis, Convocato et congregato supradicto consilio dominorum Septem seu
quinque de dictis Septem et viginti sapientum virorum nobilium et popularium civi-
tatis Urbisveteris in sopradictis domibus sancte romane ecelesie in quibus predicti
domini Septem in dicta civitate morantur ad eorum offitium exercendum, ad sonum

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GLI STATUTI DELLA « COLLETTA » 15

L'atto con il quale fu ordinato che il giorno stesso si pagassero
di nuovo le gabelle e i pedaggi come si soleva far prima, ei porge
una nuova conferma di una usanza molto diffusa nelle repubbli-
che italiane del medio evo.

Le gabelle sono una dura necessità, contro la quale invano
si sono ribellati i popoli. Si è visto che Orvieto le impose per
sostenere una guerra e che Ermanno Monaldeschi le aggravó per

campane et requisitionem nuntiorum ut moris est, de mandato predictorum quinque
de dominis Septem, dictum consilium et consiliarii ipsius stantiaverunt, ordinaverunt
et deliberaverunt et firmaverunt, celebrato prius et misso inter ipsos consiliarios sol-
lempni scruptineo et scorto (sic) partito de bussolis ad palluctas, et obtento per. vi-
gintiduas palluctas repertas in bussola rubea de sic, non obstante una pallucta reperta
in bussola nigra de non in contrarium, Quod, «ad hoc ut pecunia veniat in comuni et
camera comunis Urbisveteris pro expensis necessario faciendis in comuni predicto,
Quod pedagium et alii fructus et introytus et proventus et qui colligi et exigi consue-
verunt temporibus retroactis, et quod Vannutius dictus Riccius, filius magistri Necti
calzolarii, sit et esse debeat collector et exactor predictorum pedagii, fructuum, introy-
tuum et proventuum — proventus et redditus supradictos, ut aliter colligere et exi-
gere consuevit —, Et quod ipse Vannutius teneatur apodixas facere omnibus et sin-
gulis hominibus et personis, qui et que aliquid solvant occasionibus predictis vel
aliqua ipsarum, sigillatas cera rubea in quibus contineantur res, merchantié et bestie
pro quibus et quarum occasione pecuniam receperit, et quantitates pecunie, et tales
apodixas mictere ad Janum Berardini campsorem, qui Janus teneatur et debeat ipsas
apodixas registrare in quodam libro et in eis, facta registratione, apponere sigillum,
suum seu cognolum de cera viridi, Et quod ipse Vannutius dictus Ritius mutuet et
mutuare teneatur comuni predicto seu camerario ipsius comunis pro ipso comuni
quinquaginta florenos de auro, quos quidem quinquaginta florenos predictus Vannu-
tius dictus aliter Ritius sibi possit et valeat, sine sui preiudicio et gravamine, reti-
nere de prima pecunia quam collegerit de pedagio et aliis introytibus et fructibus su-
pradictis, Et quod illis de civitate Anchone non possit nec debeat accipere ultra viginti
soldos denariorum pro salma, non possit eliàm accipere ullum aliquid in pecunia vel
re aliqua pro aliqua apodixa per eum fienda, ad penam centum soldorum pro qualibet
et qualibet vice, Et quod ipse Vannutius aliter dictus Ritius habeat et habere debeat
pro suo salario et labore offitii supradicti quolibet mense centum soldos denariorum
cortonensium seu perusinorum pernorum, quod salarium sibi possit et valeat de su-
pradicta pecunia colligenda per eum sive sui preiudicio retinere, Et supradictus Janus
habeat et habere debeat pro suo salario et labore dicti offitii quolibet mense quadra-
ginta soldos predicte monete, quod salarium memoratus Vannutius dictus Ritius eidem
Iano de suprascripta pecunia possit tenere et debeat dare et solvere omni effectu. Of-
fiiium quorum Vannutii et Iani duret et durare debeat usque quod ipse Vannutius di-
ctos quinquaginta florenos collegerit et exegerit cum effectu, ecc.

Item stantiaverunt, ordinaverunt ecc. quod Matheus Vitus dictus Matheus Val-
dorcie sit et esse debeat collector et exactor apud portam maiorem civitatis predicte pe-
dagii et aliorum fructuum, reddituum et proventuum exieendorum a forensibus sicut
consueverunt exigi temporibus retroactis, Et quod ipse Matheus habeat et habere
debeat pro suo salario et labore unius mensis venturi ab hodie in antea inchoandi,
quo morari debeat ad ipsam portam ad predicta facienda, tres libras denariorum cor-
tonensium, ecc.

Item stantiaverunt, ordinaverunt eec. quod Angelutius dictus Prinzadore sit col-
lector et exactor ad portam Pusterule ecc. et quod ipse Angelutius habeat et habere
debeat pro suo salario ecc. tres libras denariorum cortonensium.
16 G. PARDI

condurne a termine un'altra. Ma talvolta, non bastavano né le
imposte sulle proprietà immobili né su quelle mobili a far fronte
alle spese dei minuscoli stati italiani del medio evo. Allora si ri-
correva ad imprestiti o con usurai ebrei o lombardi o con i più
ricchi cittadini; talvolta si imponevano tali imprestiti, che si di-
cevano in tal caso prestazioni forzate. Ermanno Monaldeschi per
condurre a termine opere di utilità pubbliche e per sostenersi
contro i nemici esterni ed interni, e Benedetto della Vipera e Mat-
teo Orsini, per soddisfare le loro voglie e capricci, imposero ai
cittadini di tali. prestazioni forzale.

Ma come guarentire la restituzione dei danari presi a pre-
sito? Non rimaneva ai reggitori dei comuni altra via se non
quella, di porre nelle mani dei creditori l'uno o l'altro introito
dello stato fino all'estinzione completa del debito: a questo servi-
vano più specialmente le gabelle.

Genova, avendo nel 1148 guerra con i Saraceni di Spagna,
contrasse un debito con i Veneziani, assicurando ai mutuanti, per
malleveria dei denari sborsati, i proventi di alcune gabelle per
un determinato tempo. Un simiglianle impreslito fece Venezia
negli anni 1164 e 1207. Pisa nel 1315, avendo preso a prestito
dai cittadini 10,000 fiorini d'oro, obbligò ai creditori per la sicu-
rezza del rimborso le gabelle del comune, e nel 1317 le gabelle
della dogana del sale di Pisa e di Degazia.

Orvieto pure, come le altre città italiane di quel tempo, ricor-
reva agli stessi mezzi per guarentire i mutuanti. Si è visto come
nel 1394, quando istituì le gabelle, le obbligò ai creditori, in estin-
zione del debito contratto di 22,000 lire cortonesi. E con lo stesso
allo, con il quale, 8 aprile 1338, riponeva in vigore la colletta,
ordinava di prendere a prestito da un tal Vannuccio, sopranno-
minato Riccio, 50 fiorini d’oro e lo faceva collettore dei dazi delle
gabelle finché egli non si fosse ritenuta Ja somma mutuata,

Pertanto, come conclude in un suo pregevole studio sulle co-
stituzioni finanziarie medioevali il Morpurgo (1) « questi debiti appa-

riscono nella loro sostanza, siccome l' espressione di un'alta mora-

(1) E. MonPunco. Lu critica. storica e gli studi intorno alle istituzioni fimanziarie
principalmente nelle repubbliche italiane del medio evo. (Atti della R. Accademia dei
Licei, anno 275, 1876 — 7, p. IIIa, vol, I).

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GLI STATUTI, DELLA « COLLETTA » SICA:

lità politica, nella forma con cui si provvede al servizio degl’ in-
teressi ed alla loro estinzione; siccome ‘una prova luminosa di
molta perizia di governo. La compera, ossia la cessione della
gabella ai creditori dello Stato, è dappertutto, come osserva il
più accreditato storico della banca di S. Giorgio, uno dei mezzi
più ingegnosi e più abili che gli uomini: di Stato del medio evo
potessero escogitare per rispondere al debito sacro della. fede
pubbliea e per far collaborare il cittadino al miglioramento della
finanza dello Stato ».

Quando le gabelle non erano cedute ai creditori delle repub-
bliche, generalmente. venivano affittate. Nel Libro dei Proventi
del comune di Lucca si trovano varie notizie intorno a tale affitto
delle gabelle. Per Orvieto le rinveniamo nello statuto politico -del
1581, proprio nel primo capitolo del libro che vi si riferisce.

Le gabelle della città si dovevano vendere ogni anno. I Con-
servatori, quindici giorni prima che scadesse l'affitto dell’ anno
precedente, dovevano far bandire sulla piazza maggiore della cîttà
che chiunque volesse comprare la gabelle per l'anno susseguente
si recasse innanzi a loro nel palazzo del podestà e ponesse la
propria offerta in un bacile: il diritto di compera sarebbe stato
aggiudicato a. colui che offrisse di più. Promulgato questo bando,
i Conservatori sì recavano nel palazzo del podestà e, fatta suonare
tre volte la campana del popolo, si sedevano al tribunale della
sala grande. Ponevano allora all'asta le gabelle, assegnando loro
un determinato prezzo secondo le condizioni del tempo. Chi offriva
di più, poteva ritenere sulla somma superante la proposta dei Con-
servalori cinque soldi ogni fiorino. Il cancelliere del comune leg-
geva le offerte e le gabelle erano affittate a chi desse una somma
maggiore, Se più d’uno si trovava ad offrire il prezzo massimo,
o contraevano essi una società fra loro spartendosi il guadagno
o dovevan fare di nuovo la proposta. Quegli, a cui rimanevano
definitivamente, doveva dar subito per mallevadori uomini appar-
tenenti alle corporazioni delle arti, che possedessero il doppio del
prezzo stabilito per la compera di una o più gabelle. Era vietato '
assolutamente che un nobile, un soldato, un conte, un dottore o
uno dei principali abitanti della città, od alcuno che avesse qual-
che privilegio od immunità, servisse da mallevadore ai compra-
tori delle gabelle. Dei quali era a tutto rischio e pericolo qualun-
*

18 G. PARDI

que infortunio potesse succedere, come cavalcate, guerre, gelo,
grandine, ecc. Non potevano adunque a cagione di questi chiedere
alcuna diminuzione del prezzo delle gabelle.

Così non era, almeno: ne’ primi tempi, a Lucca, dove, avendo
dei soldati mercenari tedeschi guastate le campagne sul princi-
piare del sec. XIV, i compratori delle gabelle della vicaria di Ca-
maiore, i quali furono grandemente danneggiati, chiesero di es-
sere reintegrali de' danni sofferti e l'ottenero (1).

Ad Orvieto era costume di vendere le gabelle sin da quando
furono istituite. I capitoli COXXVI-XXX dello statuto della colletta
del 1334 riguardano appunto i compratori delle gabelle. Era stabilito
che ognuno di costoro tenesse dei libri originali ed autentici, si-
gillati col sigillo della colletta dagli esecutori di questa, nei quali
dovesse scrivere tutti i pagamenti fatti. E se alcuno di loro ricu-
sasse di far vedere a qualsiasi persona tali libri era punito con
la multa di cento soldi per ciascuna volta. Avevano l'obbligo di
fafe una polizza, scritta di proprio pugno, a chiunque pagasse la
colletta. Non potevano chiedere i residui delle gabelle (quello che
ad alcuno era rimasto da pagare) se non per mezzo di libri au-
tentici e nel luogo dove stavano il giudice e gli esecutori della
colletta. Erano finalmente condannati alla multa di dieci lire se
chiedevano un dazio già pagato.

Le gabelle dei comuni italiani furono anzitutto protezioniste
e per evitare carestie o si proibì assolutamente l'esportazione
delle grascie o si gravó di fortissimi dazi facilitandone invece l'in-
troduzione. Ad Orvieto, come si è visto nello statuto del 1581, era
vietato di portar grascie fuori del territorio della repubblica.

Anche nel 1334 non doveva esser lecito esportar le biade,
perchè nello statuto di quest’ anno (2) si parla soltanto del dazio
da pagarsi all'ingresso delle porte della città. 1l vino, perchè
probabilmente ve n’era abbondanza e perchè, essendo molto buono
e ricercato, produceva lauti guadagni per gli Orvietani, si poteva
estrarre; ma occorreva averne avuto licenza dal giudice della
colletta e pagare un dazio assai rilevante, poichè mentre una
soma di, vino era daziata, all’ ingresso delle porte, due denari, al-

(1) Si vegga il citato Libro dei Proventi, mss. dell'archivio di Stato in Lucca.
(2) S. LXXIII,

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»

XLI STATUTI DELLA « COLLETTA » 79

l'uscire dal contado pagava quattro soldi, una somma ventiquattro
volte maggiore (1). A

Una delle costumanze più diffuse del medio evo era quella
di concedere esenzioni a persone speciali e ad enti morali, spe-
cialmente ad opere pie. In cima a tutti i pensieri degli Orvietani
è stato sempre l' innalzamento del loro magnifico duomo, per con-
correre alla costruzione del quale si affratellavano, dimentichi
d'ogni ira, guelfi e ghibellini, monaldeschi e filippeschi, beffati e
mercorini, nobili e plebei, uomini d’ogni specie e d’ogni condi-
zione. E quindi naturale che i reggilori del comune concedessero
esenzioni e privilegi all'opera di S. Maria. Erano infatti esenti da
ogni gabella le pietre portate in città per la costruzione della cat-
tedrale (2). Inoltre una parte di alcune delle multe imposte dal
comune a chi contravveniva alla colletta andavano a beneficio del-
l'opera del duomo (3).

Così nella storia d’Orvieto, sì politica che civile, finanziaria e
religiosa, si trova sempre qualche accenno a questa gemma me-
ravigliosa, che forma una delle glorie d’Italia, se tanto le vicende
procellose della politica quanto le astuzie della finanza si intrec-
ciano con la storia dell' arte.

I comuni medioevali solevano pure concedere siffatte esen-
zioni ai dottori dello studio (4) e ai forestieri, ad es., agli ebrei.
Questi veggonsi adoperati per banchieri ad Orvieto già nel se-
colo XII e con certi privilegi temporanei; per quattro anni nel
1297, per sette nel 1301 e così via di seguito, secondo l’ usanze
delle altre repubbliche italiane. Abbiamo già osservato come nel
1312 imprestassero al comune orvietano 15,000 fiorini d’oro. Ne
ottennero, in contracambio i seguenti privilegi: 1.» che essi ed i
loro eredi e qualunque ebreo nominato da loro di comune accordo
fossero riconosciuti per veri cittadini orvietani; 2.° che i debitori
loro fossero giudicati e condannati dal podestà o dal capitano del
popolo ; 3.° che tali debitori venissero imprigionati nelle carceri
del comune fino a quando non soddisfacessero il debito con-
tratto; 4.° che avessero facoltà di pignorare o prender possesso

(S DXXXXLS

(2) Statuto del '34, 8 XLVI.
(3) Statuto del 1581, 8 XXIII,
(4) FUMI, La Carta del popolo, pag. 781, 799,
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FONTE M: SIE UM. o Ia AE i ui
80 G. PARDÎ

dei beni di chi dovesse loro qualche somma; 5.° che non fosse

lecito costringerli a far mutui, quando non. vi consentissero libe-
ramente ; 6.° che nessun altro Ebreo potesse stare in Orvieto senza
il consenso dei medesimi; 7.° che potessero portar armi offensive
e difensive, ecc. ecc. (1). E vero che questi privilegi furono tolti
loro, ma altri Ebrei vennero nuovamente accolti ad Orvieto nel
1396, con privilegi grandissimi, tra i quali di andare immune da
ogni onere e servizio personale (2). S'aggiunga inoltre che lo sta-
tuto orvietano del sec. XIV, per permettere ai forestieri, sì cri-
sliani che ebrei, di venire a popolar la città, concedeva ai mede-
simi esenzione dai servigi pubblici ed immunità per vari anni.
Se un forestiero faceva domanda di ciò ai reggitori della città,
otteneva tali immunità, ma doveva giurare di star fermamente ad
Orvieto, il Cristiano per it Vangelo e V Ebreo PER LEGEM MoISE.
— .« Queste considerazioni e decreti sapienti (conclude appunto
sulle note dal Fumi comunicategli da Orvieto il Rezasco (3), fa-
cevano i nostri buoni antichi, quando d'economia politica non si
insegnava per le scuole e non si parlava. Ora che la s'insegna
e se ne fa pompa e strazio a buon mercato, ora credono in Francia
di medicare l'infermo aumento della loro popolazione nel 1886 ca-
lato da 108,229 anime a 5,560, chiudendo le porte a’ forestieri (4);
perchè i forestieri si contentano di lavorare di più e d’ esser pa-
gali meno ».

Con questa calzante conclusione del compianto Rezasco chiudo
anch'io la presente esposizione, dispensandomi dal dire di più, a
maggior conoscenza dell'argomento, la pubblicazione del testo della
CoLLETTA, che ad invito del presidente della Società Umbra,
ho avuto l'opportunità di studiare per il primo, lieto se chi mi se-
guiterà nell'esame di altri Statuti congeneri non riconoscesse af-
fatto inutile la cura che io ho speso intorno a questo bel codice
orvietano.

Orvieto, dicembre 1894.

G. PARDI.

(1) L. FUMI, Cod. Dipl., p. 418 — 9.

(2) G. REZASCO, Segno degli Ebrei, Genova, 1889, p. 88.
(3) Ivi, p. 89,

(4) L’ Economist Francais, 1 octob. 1887.

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GLI STATUTI DELLA « COLLETTA » 81

NOTA BIBLIOGRAFICA

Prima di por termine a queste studio reputo conveniente riferire la
lista delle pubblicazioni fatte, per il passato, di statuti delle gabelle
di.città o stati italiani, traendo per ciò le notizie dall’ erudita opera di
Luigi Manzoni (1).

Lo statuto delle gabelle di Alcamo del 1367 (Membrana Gabellarum
terrae Alcami anni praesentis VII indict. MCOCLXVII sub regia di-
ctione) è stato pubblicato dal prof. Vincenzo di Giovanni nell' opera in-
titolata Notizie storiche della città di Alcamo, Palermo 1816, p. 52-69 (2).
Lo statuto delle gabelle di Argenta del 1391 (Pacta datiorum et Gabel-
larum. Comunis Argente) trovasi, ancora inedito, nella biblioteca Mal-
vezzi De Medici (9).

Così è manoseritto ricordato da V. La Mantia nella Storia della le-
gislazione siciliana (t. II, p. 58) il Libru di la Segrezia di la Città di
Augusta che contiene appunto le tariffe delle gabelle (4).

I Capitoli del Datio, dell’ Imposta, delli Composti et Tassati della
guardia et Contado di Bologna furono stampati a Bologna nel 1552 (5).

Di Brescia furono pubblicati: Liber pactorum et daciorum Civitatis
Brixiae (Brescia, 1497); Liber pactorum. daciorum Brixiae (Venezia,
1552) (6); Liber Pactorum Daciorum inclytae civitatis Brixiae nec non
obligationum et ordinum, in quibus Daciarii ac Debitores Camere euisdem
Civitatis tenentur (Venezia, 1552) (1). "

Nell’ esemplare degli statuti di Cagli posseduto dal prof. Vanzolini
dopo ia e. 180 seguono sei carte che parlano:

Della Gabella e Pagamenti della Gabella del passaggio della città
di Cagli (8).

(1) L. MANZONI. Bibliografia statutaria e storica italiana, Bologna 1879-03.
(2) Op. cit., vol. I, p. 22, p. 87.

(3) Ivi, p. 96.

(4) Ivi, p. 101.

(5) Ivi, p. 114.

(6) Ivi, p. 122.

(7) Ivi, vol. I, p. 18, p. 79.

(8) Ivi, p. 2a, p. 129,
-—

que

oo
DO

G. PARDI

Capitoli delle Gabelle de’ Sali di Cattaro, Badua, Risano e Castel
Novo coi suoi territorii (senza luogo nè data di stampa) (1).

Capitoli e Tariffe parziali per li dazi di consumo della Fiscal Ca-
mera di Cr&ma, approvati dai rispettivi decreti dell’ Eccell. Senato 18
Marzo 1784 (senza luogo nè data di stampa).

Provigioni et dacii di Cremona (Cremona, 1590) (2); Capitoli tra 1a
R. Camera et li Datiarii della Gabella grossa di Cremona per gli anni
1700, 1701, 1702 (Milano, senza data) (3). j|

Tariffe et capitoli delle gabelle della città di Cuneo stati approvati
dall’ Ecc. Regia Camera dei Conti per forma di declaratoria delli 6
Maggio 1774 (Torino, senza l' anno della stampa) (4).

Capitoli della Gabella del Sale di Curzola e suo Territorio (Venezia,
senza data) (5).

Capitoli per la Generale deliberazione delle Gabelle unite del Sale
nella Dalmazia (Venezia 1737) (6); Terminazione regolativa in materia
d'ogli per le provincie dell’ Istria, Dalmazia ed. Albania ed isole suddite
del Levante (Venezia 1193) (1).

Annesso agli Statuti di Fano editi in questa città da Girolamo Son-
cino (manca l' anno della stampa) è il Tractatus gabellarum civitatis Fani
del 1508 (8).

Capitoli del dazio grande della foglietta di Feltre nel 1756;

Capitoli per il dazio del Sal di Feltre e suo Territorio (senz’anno
nè luogo di stampa) (9).

Al libro terzo degli antichi statuti della città di Ferrara seguono
delle provvigioni ordinate dai dodici sapienti di Ferrara l’anno 1457, tra
cui Provisiones et ordinamenta officii blandorum: et ad ipsum officium
spectantia et pertinentia : tam civitatis ferrarie; quam ipsius districtus (10).

Lo Statuto annonario del comune di Firenze del 1323 è pubblicato
nell’ Archivio storico italiano (tom. VII, p. 190 (11).

*. Gli Statuti pel regolamento dell’ Annona di Frascatitrovansi manoscritti
nella raccolta di statuti dell? Arch. di Stato in Roma, tom. 109, n. 9 (12).

c

(1) Op. cit., p. 156.
(2) Ivi, p. 1a, p. 156.
(3) Ivi, p. 2a, p. 182.
(4) Ivi, p. 183.
. (5) Ivi, p..184.
(6) Ivi, pag. 185.
(7) Ivi, p. 1a, p. 161.
(8) Ivi, p. 172.
(9) Ivi, p. 29, p. 193 — 4.
(10) Ivi, p. 12, p. 176.
(11) Ivi, p. 2a, p. 199.
(12) Ivi, p. 18, p.
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— RE SS Sa. a
GLI STATUTI DELLA « COLLETTA » 83

r

I capitoli della gabella del grano di Gaeta del 1375 (Capitula novae
gabellae granorum sex per unciam facta in anno Domini M.° CCC.L XXV)
son contenuti, inediti ancora, in un mss. della Biblioteca Nazionale di
Napoli. Sono molto importanti perchè si può ritenere (cosi il Manzoni)
che fossero in vigore, oltre che in Gaeta, pur nelle altre città del Na-
poletano (1).

Di Lecce il barone Fr. Casotti pubblicò un codice di antichi statuti,
ai quali seguono i Datia composita et ordinata in civitate litij sub anno
domini Millesimo quadrigentesimo vigesimo (opuscoli di archeologia,
storia ed arti patrie, Firenze 1874). Tre città ed una moltitudine di
luoghi (come si legge alla p. CXX e sgg.) erano assoggettati agli stessi
dazi di Lecce (2).

Capitoli per le gabelle de'sali di Liesina e Lissa e sue giuresdi-
tioni (senza luogo né data di stampa (3).

I Capitoli della Dogana di Livorno del 1451 colle addizioni fino al
1564 son contenuti in un codice dell' Archivio di Stato in Firenze (4).

Di Lucca non sono stati pubblicati i due interessanti codici degli
statuti delle gabelle già da noi ricordati, l' uno del 1312. e l'altro del
1551, ma trovansi a stampa Li Statuti et Ordini della Dogana del Sale
(Lucca 1576) e gli Ordini sopra il pagamento delle Gabelle della Repub-
blica di Lucca (Lucca 1620) (5).

Capitoli della gabella del Sal dì Macarsca (senz’ anno nè luogo di
stampa) (6).

Ordine di quello che s° ha da pagare alle Gabelle di Mantova (Man-
tova 1635) (1).

Pandetta delle gabelle e dei dritti della curia di Messina edita da
Quintino Sella, Torino 1870 (8).

Negli antichi statuti di Milano stampati nel 1482, l'ultimo di no-
vembre, trovansi anche gli Statuta datiorum (9).

Negli statuti di Modena editi in questa città l' anno 1488, il sette
di Aprile, da Antonio Miscomini, sono pure le Provisiones et modi ge-

(1

(2) Ivi, p. 2a p. 225 — 6.
(3) Ivi, p. 230.

(4) Ivi, p. 233.

(5) Ivi, p. 1a, p. 243.

(6) Ivi, p. 2a, p. 248.

(7) Ivi, p. 1a, p. 253.

(S) Ivi, p. 264.

(9) Ivi, p. 266.
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84 G, PARDI

nerales reddituum et gabellarum civitatis Mutine (1). Nel 1575 furono
stampati a Modena gli Statuta saline et gabellarum (2).

Ordini e Capitoli per il Datio della Mercantia di Moncelese (Padova,
senza data) (3).

Tariffe delli pagamenti di tutti i dazii sull’ introduzione dell" uve e
dei vini in Padova (Padova, senza data; Tariffa di quanto si deve pagare
per il dazio della Nuova Macina della città e territorio di Padova (Pa-
dova, senza data) (4).

Capitoli e statuti per la riforma delle gabelle della R. Segrezia di
Palermo, dati dal Vicerè Nicolò Speciale, Venezia 1573; Deputazione di
nuove gabelle fondata nel pubblico Consiglio dell anno 1648, Palermo,
1716 (Una nuova edizione ne fu fatta nel 1740) (5).

Stratto e capitoli della dogana di Pistoia (Pistoia, 1719) (6).

Uno statuto della gabella del comune di Radicofani anteriore al
1397 è ancora inedito (7).

Statuta datiorum et gabellarum civitatis Regii (Reggio d' Emilia,
senza data).

Agli statuti di Riviera di Salò sono uniti i Pacta. Daciorum ; gli
Statuta, datiaria, Criminalia et civilia Comunitatis Riperiae lacus Baenaci
Bririensis: furono stampati in Venezia nel 1536; e vi furono fatté delle
addizioni pubblicate nella stessa città l'anno 1586 (8). Di Riviera di Salò
abbiamo pure i Capitoli e tariffe parziali pei Dazi di consumo della Fi-
scat. camera. di Salò approvati dal Decreto dell’ Ecc. Senato 21 Maggio
1785 (Venezia, 1785) (9).

Raccolta, Riformazione e Dichiarazione de’ Bandi, ordini e provi-
stoni in diversi tempi emanate sopra le Dogane Generali di Roma (Roma,
1738) (10).

Capitoli e tariffe generali per li dazii di consumo della fiscal camera
di Bergamo e delli luoghi di Romano e Martinengo approvati dall’ Eecel.
Senato (Venezia 1785) (11).

Di Rovigo abbiamo il Proclama e Capitoli del Dazio grande di Pietro

(1) Op. cit., p. 279 — 80.
(2) Ivi, p. 2a, p. 264.

(3) 1vi, p. 1a, p. 287.

(4) Ivi, p. 2a, p.300 — 1.
(3) Ivi, p. 315.

(6) Ivi, p. 1a, p. 381.

(7) Ivi, p. 23, p. 348.

(8) Ivi, p. 1a, p. 410.

(9) Ivi, p. 2a, p. 350.
(10) Ivi, p. 1a, p. 422.
(11) Ivi, p. 22, p. 354. GLI STATUTI DELLA « COLLETTA » ° 85
Loredan (Rovigo 1724) e dei capitoli sul dazio della macina editi in Ro-
vigo nel 1708 e nel 1740 (1).

Lorenzo Cardassi nell’ opera: Rutigliano in rapporto agli avveni-
menti più notevoli della provincia e del regno, riporta i capitoli di Ru-
tigliano del 1562 « sopra la gabella del quinto per le vettovaglie, legumi,
erbe, statoniche, erbaggi, amandorle et altre sorte di semente », nonchè
sopra « la gabella del vino musto nel 1563 », della grascia dello stesso
anno, della bambagia e dell’ olio nel 1570, sopra il dazio della carne in
quest’ anno, sulla gabella della farina, del forno, delle foglie e degli or-
taggi nel 1571 (2).

Il quarto libro degli Statuti di S. Gimignano del 1225 pubblicati
dal Pecori nella Storia della terra di S. Gimignano (Firenze 1853) con-
tiene anche i dazi comunali (3).

Annessi agli statuti di Sarzana pubblicati a Parma, da Antonio Vioto
nel 1529, c'è pure uno statuto delle gabelle (4).

Capitoli per il Dacio del Sal di Sebenico e sua giurisdizione, Vene-
zia 1690 (una seconda edizione ne fu fatta nel 1714) (5).

Di Spalatro abbiamo i capitoli delle gabelle de’ sali di Spalatro ed
altre città (Venezia 1707) e i capitoli dei dazi dipendenti dalla - camera
fiscale di Spalatro (6).

Sono molto interessanti e degni quindi di essere quanto prima dati
alle stampe gli "Statuti o Capitoli concernenti le Gabelle da pagarsi nel
porto di Talamone, dell’anno 1379, contenuti in un codice membranaceo
dell’ archivio di Siena (1). :

Ordini per la magnifica fiscal camera di Treviso concernenti il go-
verno de’ dazi, ecc. (Treviso 1686) (8).

Capitoli del Datio del sal di Udine, Aquileja, Cargna, Maran e di
tutta la Patria del Friuli, non compresa Gradi, Formali, ecc. (senz’anno
nè luogo di stampa) (9).

Infrascripta sunt Capitula. Gabelle 'Comunis Civitatis Velitrarum.
(Questi statuti della gabella di Velletri non hanno aleuna nota tipogra-
fica, ma furono stampati a Roma dal Dorino molto probabilmente nel

1) Op. cit., p. 357.
2) Ivi, p. 301.
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(4) Ivi p. 1a, p. 448.
(5) Ivi, p. 2a, p. 379.
(6) Ivi, p. 390.

(7). Ivi, p. 303.

(8) Ivi, p. 18, p. 501.
(9) Ivi, p. 2a, p. 407,
86 G. PARDI

1544). Capitoli della dogana di Velletri (Velletri 1646). Liber capitulorum
Gabelle communis inclytae civitatis velitrarum (Velletri, 1752) (1).

Di Vicenza abbiamo gli ordini stabiliti per la materia dei dazi (Vi-
cenza, senza data) e quelli stabiliti « in materia della camera fiscale e
dei dazi « (come sopra), nonché i capitoli per i dazi del sale di Vicenza
e del suo territorio (Venezia 1685 e 1736) (2).

Sono infine da ricordarsi i Capitoli delle Gabelle de’ Sali di Zara,
Cherzo, Osiro e Veglia (Venezia 1616) (3).

Altre notevoli pubblicazioni non ricordate dal Manzoni sono:

Informazioni di li cabelli raxuni et diritti di la Regia Secrecia di
Palermo, li quali si perdino, et di lo tutto si anichilano, ecc. (Archivio
storico siciliano, tom. I, Palermo 1873).

Capitoli delle Gabelle di Pontremoli del 24 febbraio 1531, Parma 1511.

Statuto della Gabella e dei Passaggi delle porte della città di Siena,
Bologna 1871.

Statuti delle Gabelle di Roma pubblicati da Sigismondo Malatesti,
Roma 1886 (vol. V della Biblioteca dell’ Accademia storico-giuridica).

(1) Op. cit., p. la, p. 527 — 8.
(2) Ivi, p. 2a, p. 433 e 435.
(3) Ivi, p. 442. 8T

GUBBIO DAL 1515 AL 1522

(da documenti inediti’ dell’ Archivio comunale di Gubbio)

« Spectabiles dilectissimi nostri. Subito a l' hauta de questa,
farete comandamento a tucte le gente d’arme che sono allogiate
in testo d' Eugubio che debiano montare a cavallo et venire ala
volta de Urbino. Et cusì medesimamente le fantarie dela città li
comandarite che debbiano venire con lo conte Gentile et in questo
usate solicitudine et prestezza. Bene valete. — Post scripta. Man-
darite ancho de rietro con dicti fanti victuaria per cinque di per
el bisogno loro et fate non manchi per niente ». Cosi Francesco
Maria « Dux Urbini et alme Urbis prefectus » scriveva agli « spe-
clabilibus dilectissimis nostris Confalenerio et Consulibus civitatis
Eugubii. » il 6 di ottobre del 1515. Si sa che cosa c'era di nuovo:
il Papa, rinfacciatagli l'uecisione del cardinale Alidosi (ed egli
avea soltoscritta con altri tre cardinali l'assoluzione, datagli da
Giulio IT, per tale accusa) e scomunicatolo, minacciava di cac-
ciarlo con le armi dagli stati ducali per investirne il nepote Lo-
renzo de’ Medici. Il Gonfaloniere, appena ricevuta quella lettera;
fece « bandire e comandare a ciaschuna persona, de qualunche
grado, stato o conditione se sia, acta ad portare arme, cioè dali
XIII anni per fino ali cinquanta, debbia subito publicato el pre-
sente bando venire et comparire in piazza cum tucte le loro arme
se relrovano havere et presentarsi denanti ali magnifici Gonfalo-
niere et Consuli et el conte Gentile Ubaldini; sotto la. pena dela
disgratia del prefato s. Duca: notificando che se farà diligente
inquisilione et resegna, et tucti quelli che seranno retrovati tardi
el contumaci seranno mandati in scriptis al prefato s. Duca. Et
el dicto bando se intenda tanto in la cità, quanto in li soi borghi.
88 G. MAZZATINTI

Die septima octobris eiusdem anni 1515 ». L'Ubaldini intanto
recavasi frettolosamente in Urbino « cum slipendiariüs eugubinis
equestribus »; ma presso alla città « sibi obviam venit caballarius
ducalis cum litteris de revertendo et suprasedendo donec aliquid
de novo numptiatum fuerit ». E il 12 un messo dueale, messer
Nicolò di Venturello, giunse a Gubbio e si presentò con gli or-
dini del suo signore al Gonfaloniere ed ai Consoli : il Duca lo rac-
comandava ad essi con questa lettera: « Viene ser Nicolò Ven-
turelli nostro citadino de qui cum comisione che ve habbia a fare
intendere alcune cose in nome nostro; li crederete in tutto quello
che vi eomecterà per parte nostra, non altramente che si ve lo
racomandassimo nui proprii. Forum Sempronii die 11 octobris
1515 ». Messer Nicolò « eoram dominis Gonfalonerio et. Consuli-
bus et magnifico viro comiti Gentili Ubaldino ex ducali commis-
sione sibi. facta dixil et exposuit qualiter impresentiarum mirum
in modum expedit ill. Principi nostro qualiter quam celerius fue-
rit possibile per rem publicam eugubinam mictantur omnes et sin-
gulos pedites ordinantie tam civitatis quam comitatus Eugubii ver-
sus Laqualaneum ac etiam celeri slipendiarii eugubini equestri
una eum victuariis per quinque aut sex diebus ad hobedientiam
prefati ill. Principis nostri, qum fiet res nimis grala prefato Prin-
cipi ». E nello stesso giorno giungeva alla Signoria un'altra let-
tera ducale, scritta da Fossombrone, con la quale raccomandavasi
« el proveder dele vietuarie per li fanti de tista ordinanza ». Con-
vocato, a di 13, il Consiglio generale e letta da Vittorio, cancel-
liere e notaio del Comune, la lettera del Duca, fu « nemine disere-
pante » deliberato « quod eligantur duo homines pro quolibet quar-

"terio idonei et sufficientes qui habeant providere ad omnia et sin-

gularia que fuerint necessaria et opportuna pro celeriori expedi-
lione tam peditum et equestrium slipendiariorum quam viclwarie
cum ampla auctoritate et potestate quam habet presens Consi-
lium ». Di ció che in questa seduta fu deciso di fare, la Signoria
inviò la relazione al Duca per mezzo di un Francesco d'Arcan-
gelo, il quale « filius hobedientie, advolavit ad Principem ». E
questi alla sua volta espresse ai Consoli il proprio contento pel
sollecito invio delle milizie e delle vettovaglie, scrivendo ecsi:
« Havemo visto quanto scrivite et etiam inteso quanto ne ha dieto
a bocha Francesco vostro mandato. Vi rispondemo che noi non

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GUBBIO DAL 1515 AL 1522 89

havemo may havuto altra oppinione et fede se non che in tucte
le cose che accadeno ve habbiate a portare da boni et fideli ser- :
vitori ; et como havemo dicto a dicto Francesco ve dicemo che
voi facciate provvisione de vietuaria più che sia possibile, et de
quello manchasse provedete de denaro, ché ne contentamo. E si
fusse nessuno de li che intorno a ciò non volesse fare el debito
suo, glielo farite fare senza rispecto alcuno, dandone poi adviso
chi sono. E intorno a ciò non mancharete de diligentia. Forum-
sempronii 18 octobris 1515 ».

Il 19 di ottobre il Gonfaloniere, constatata: la necessità di
« providere de aliqua reparalione seu fortificatione civitatis » e,
d’altra parte, essendo la comunità gravata di debiti « et eum non
haberet unde posset huiusmodi necessitati succurrere », fece
istanza al Duca « ut dignaretur eidem Comunitati. concedere ad
predieta facienda residuum impositionis institute et ordinate pro
peditibus ordinantie ». Il Duca assenü al suo desiderio « dum-
modo se habbia bona advertentia [quelle somme] non se buttino
via et che si spendano con diligentia per la reparatione della
terra ». A tali lavori, credo, riferiscesi la lettera dell’ 11 novem-
bre « nobili ac strenuo dilectissimo nostro Carulo de Gabriellis de
Eugubio. Carlo. Perchè messer Sebastiano Bonaventura. nostro
gentilhomo quale era lì per fare reparare testa terra li bisogna
stare qui otto o diece di per certe soi facende, volemo che in que-
slo mezzo voi slate con testi priori et solicitiate el fare lavorare
secondo per ordine de dicto messer Sebastiano hanno cominciato ;
el non essendo finito quel torrione et revelino dela porta d'Ugob-

«bio faretelo finire, et. conoscendo voi poterli fare qualche altra

cosa a benefitio de testa Comunità, non agravando peró de altra
graveza testi homeni, lo farete fare che l' haremo per ben facto ».

Camillo Orsini, Renzo di Ceri e Vitello Vitelli conducevano
l'esercito della Chiesa; quest’ultimo, oltrepassato l'Appennino,
moveva per la valle metaurense, mentre Giampaolo Baglioni da
Perugia minacciava l'invasione del territorio eugubino. « Noi
vedemo (scrisse il Duca da Pesaro alla Signoria di Gubbio il 27
maggio del 16) che ancora quelli hanno sempre malignato apresso
la Santità de nostro Signore contra di noi non desisteno dela im-
presa et hanno più forza loro che la iustitia, et vogliono tirare
inanti in ogni modo questo loro apetito ; per tanto non possendo

7
90 G. MAZZATINTI

noi resistere in tanti lochi, ce semo fermati cercare de difendere
Urbino et Pesaro, lochi più acti a difendersi che nesuno deli al-
tri. C' è parso per el debito del'amore vi portamo notificarvi el
nostro pensiere et desegno ad ciò per volere voi dimostrare la
vostra fede dela quale semo più che certi non caschasti in qual-
che desordine che fusse causa dela ruina vostra; qual cosa più
ce doleria che el danno nostro proprio, perchè speramo in Dio et
nella sua gloriosa matre queste cose baveranno bono el optimo
fine et cum più salisfaclione ce poterimo revedere essendo voi
salvi che desfacti ». Due giorni passarono e Giovan Paolo. Ba-
glioni, un: di quelli che, al dire del Duca, avea « più forza che
la iustitia », inviava a Gubbio con lettera di presentazione alla
Signoria (Perugia 29 maggio) un messer Costanzo perugino suo
ambasciatore, il quale al Gonfaloniere ed ai Consoli fece tale pro-
posta: « Cum sit quod ill. do. Io. Paulus Balleonus dominus
meus summopere dilexerit et habuerit cordi hanc vestram magnificam
Comunitatem, et cum ad presens recte percipiat, ni de proximo
provideatur, imminere maximum. periculum ipsi - civitati et comi-
tatui propler imminens bellum gerendum cum. ill. duce Urbini,
ideircho mictit me ad vestras dominationes exhortando eas ut ve-
lint redire ad dominium sancte rom. ecclesie quam citius fieri po-
test, offerendo se tantum operari cum Comissario D. N. si eius
votis annuerilis vos nullum damnum neque detrimentum esse pas-
suros neque suscepturos ab armigeris sue Sanctitatis ». I Consoli,
udita questa proposta, « monuerunt ipsum-ut rediret in mane ad
eos, quia volebant alloqui cives, el prout per eos fuerit conclusum
et deliberatum respondere prefato dom. Iohanni Paulo ». Convo-
cato il Consiglio generale a di ultimo di maggio, il. Gonfaloniere
« de licentia et voluntate suorum. collegarum in officio dixit: Ma-
gnifici ac prestanlissimi cives: Venit ad nos heri hora iam tarda
quidam dominus Constantius. perusinus cancellarius domini Iohan-
nis Pauli de Balleonibus de Perusio qui nobis lilteras in eius per-
‘sona confectas credentiales portavit: poslquam eius nomine hor-
latus fuit nos ut velimus redire ad sedem apostolicam, quod si a
nobis non fuerit execulioni mandatum ipse multum. veritus ne hec
civitas veniat in perditionem et ad manus gentium armigerarum
que sunt prope civitale et confinibus suis; ideircho placeat vobis
super hoc sanum et utile consilium exhibere, et quod conelusum

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GUBBIO DAL 1515 AL 1522 91

erit sequetur ». Un tal Barone di Girolamo di Ubaldino, priore
dello Spedale, fece. allora la proposta d'inviare ambasciatori al
Jaglioni per la presentazione degli omaggi e dei sensi di gratitu-
dine, pel sincero amore ch'egli portava alla città, dichiarando al-
tresì « quod sumus contenti redire ad s. romanam Ecclesiam et
sub regimine s. D. N. »; ed aggiunse che tale deliberazione fosse
tosto partecipata al Commissario apostolico « qui una cum sua
dominatione moratur Perusi ». Bernardino Gabrielli e ser Gio-
vanni di Paolo furono eletti ambasciatori al Baglioni ed al Commis-
sario; il quale « intellecta bona dispositione et mente huius civi-
tatis » scrisse al Gonfaloniere ed ai Consoli questa lettera : « Quia
per ambasciatores vestros audivimus bonum animum et disposi-
lionem. vesiram de dando et redeundo vos ad s. sedem apostoli-
cam, multum placuit nobis. Hortor vos ut velitis persistere in
bono proposito vestro et offero me nuntiare summo Pontifici bo-
nam vestram dispositionem ». I Consoli deposero nelle sue mani le
chiavi della città e il giuramento di essere « bonos ac fideles sub-
ditos s. matri Ecclesie ; quas claves dietus dominus Commissarius
aceptavit, posquam illas domino Gonfalonerio restituit. His pera-

elis

, magnificus dominus Johannes Vespucius florentinus alter Com-

missarius apostolicus una cum prefato ill. domino Io. Paolo ac

prefatis dominis Gonfalonerio et Consulibus dicte civitatis contu-

lit se in platea magna, et accepto vexillo Communitatis per pre-
fatum Gonfalonerium circumdederunt. plateam magnam predictam
vociferantes et. exclamantes Chiesa Chiesa. Postquam prefatus
Commissarius et Io. Paulus redierunt in curiam ». ll 6 di giu-
gno il Consiglio deliberò di coniar la nuova moneta, e il 9 di
redigere i « Capitula de hiis que a s. D. N. nomine civitatis sunt
petenda ». Ma sópra uno di tali capitoli fu discusso nella seduta
del 21; Antonio da Cantiano gonfaloniere cosi parló in questo
giorno ai membri del Consiglio: « Magnifici nobiles ae spectabi-
les consiliarii. Elapsis diebus proüt scitis cum fuerim acersitus a
rev. dom. Julio Vitellio Commissario apostolico ut peterem Urbi-
num pro nonnullis ad eum spectantibus et pro aliquibus informa-
tionibus, et cum postea multa colloquia et ratiocinia habita cum
sua rev. D. pro interesse huius civitatis, ipsa multum persuaderet
nobis quod proponerem vobis quod. deberemus petere a s. Dom.
Nostro Papa illustrem ac magnificum d. Lorenzinum de Medicis
POLISTIROLO I

92 G. MAZZATINTI

in dominum ac principem nostrum, cum sit quod dictus Lorenzi-
nus erit bonus princeps et bene se geret erga hanc Communita-
tem et bene tractabit cives omnes ». Barone di Girolamo d' Ubal-
dino, priore dello Spedale, rispose: « Si sua Sanctitas vult dare
nobis aliquem Prineipem, vel disponere aliquid supra nostro re-
gimine, faciat quiequid vult et. non erimus inobedientes ». Anche
messer Federico Gabrielli ripeté, su per giù, le stesse cose, con-
cludendo: « quiequid placet s. Domino nostro id fiat ». Fu dunque
deliberato « quod non debeat peli in dominum diclus magnificus
Lorenzinus; sed si summus Pontifex vult dare nobis aliquem do-
minum qui regat nos, quod Sanciitas sua facial prout eidem pla-
cel. Et nos paremus et erimus obedientes, prout semper fuimus
dominis nostris.». Quando Lorenzo de’ Medici stava per giungere
in Urbino, a di 7 di settembre (il pontefice lo avea dichiarato si-
gnore del ducato il 18 di agosto), il Consiglio deliberava: « fiat
honor et donum Principi nostro quantum sumptuosius fieri po-
test », ed eleggeva quattro cittadini per la scelta del presente e
per l'offerta degli omaggi a nome della città. Sette giorni appresso,
il Commissario pontificio scriveva al Gonfaloniere di Gubbio « si-
gnificando adventum principis nostri Laurentii de Medicis in statu
Ürbini-». Comunicata la lettera al Consiglio, furono per amba-
sciatori al nuovo signore eletti maestro Federico Pamfili, Fede-
rico Ondedei, Carlo d’ Ippolito e un tal Girolamo.

ll primo bando, che leggesi nelle Riformanze dell'archivio di
Gubbio, di « Messer Julio Vitello per parte del ill. et excellen-
tissimo Signore nostro Laurentio Medices duca de Urbino, pre-
fecto de Roma, signore de Pesero et Senegaglia, dela excelsa re-
publica florentina capitano generale », è del 22 ottobre e fu pro-
mulgato per evitare ai cittadini « di portare aleuna generatione
de arme prohibita: per la città de Eugubio et soi borghi el per li
castelli del suo contado et distrecto socto pena de dece ducati
d'oro e quattro tracti de corda* ». A di 6 di novembre fu eletto
« a rev. domino Julio Vitello viceduca: dignissimo. » Nicolò de’
Brancaleoni da Castello, giureconsulto e cavaliere, a Luogotenente,
il quale, dopo tre giorni, stabiliva la pena del pagamento di dieci
ducati da infliggersi ai bestemmiatori e di cinque ducati ai giuo-
calori « de dadi et carte vetate, cioè de dadi a chiamare et de
carte ad alzare ».
SRL

GUBBIO DAL 1515 AL 1522 03

Il duca, si sa, usurpatagli così la signoria, avea trovato ri-
fugio nella corte di Mantova; ma fin lassù i Medici lo minaccia-,
rono di assassinio e d’interdetti : al marchese scrisse il papa « ri-
solute lettere (così l'Ugolini) che gli negasse asilo come a sco-
municato ; e' il marchese, per fuggire le vendette del pontefice,
consigliò Francesco a nascondersi in Goito, donde qualche volta
andava celalamente per acqua in Mantova, entrando per la porta
del Soccorso, e di là in Corte vecchia dove abitavano la duchessa
Elisabetta, la moglie ed il figlio ». Fu allora ch'egli riprese sde-
gnosamente le armi e nel febbraio del 1517 discese in Romagna.
Il primo di questo mese, con sue lettere patenti, si presentò al
Consiglio di Gubbio il conte Gentile degli Ubaldini per proporre
d'inviare al duca « quam celerius fuerit possibile omnes et sin -
gulos armigeros et pedites eugubinos » forniti di vettovaglie per
quattro giorni. E al Consiglio, adunatosi il 3, così disse messer
Polidoro, Gonfaloniere di giustizia : « Scire debetis, preclarissimi
consiliarii, per nonnullos, contra tamen mentem .nostram et vo-
luntatem, nimis celeriter devenisse ad quamdam innovationem et
permutationem status istius civitatis fuisseque vociferatum et alta
voce exclamatum Z'eltro Feltro; propter quod ipsa Communitas
in maximis fortasse poterit versari periculis nisi cito opportunis
provideatis remediis. Velit igitur. vestrum quilibet. super. his sa-
num suum prestare consilium ». Messer Barone del fu Girolamo
d' Ubaldino, levatosi, disse che, avendo Nicolò Brancaleoni ab-
bandonata la carica di Luogotenente, appena avvenuto il tumulto,
a lui dovessero inviarsi ambasciatori. per invitarlo a tornare al
grado ond'era investito, e nel tempo stesso, se. paresse necessa-
rio, si mandassero ambasciatori al Baglioni a Perugia ed al Papa
per trattare « de remediis opportunis ne Communitas ista patiatur
ruinam ». Il Baglioni, ch'era allora a Sigillo diè ai legati di
Gubbio questa minacciosa risposta. « velle venire et intus civi-
latem ingredi sexcentis equestribus et mille pedestribus militibus
pro tutiori custodia; ceteri milites et soldati morarentur extra ».
Tanta minaccia fu comunicata al Consiglio il 5 di febbraio, in
quel giorno medesimo in cui messer Lando de’ Landi, ambascia-
tore ducale, tornava a Gubbio e dichiarava « de commissione ill,
domini Ducis Francisci Marie qualiter deberemus stare et perse-
verare forti et costanti animo in ea qua funeti sumus fidelitate erga
94 G. MAZZATINTI

prefatum Principem nostrum Franciscum Mariam Feltrium ; et
quod expellentur omnino illi seribe qui accesserunt ad hanc Com-
munitatem de commissione dominorum Ballionis et Commissarii
apostolici; et quod non permictatur aliquo pacto nec consentiatur
quod ipsi domini veniant ad lodiandum cum eorum militibus in
hac civitate ». Il Consiglio non seppe francamente deliberare ; da
un lato gli ambasciatori del Baglioni minacciavano la venuta di forte
armata per difendere la città dalla occupazione del Duca ; il Duca
dall’altro lato si esprimeva in quel modo animoso per bocca di
messer Lando e faceva animo ai timidi cittadini perchè a lui ri-
manessero fedeli ed in lui fidenti. « In huiusmodi ambiguitate su-
pervenit magnificus vir marchio Phoebus cum aliis ducalibus lit-
teris », le quali lette e nuove assicurazioni avule dal Duca e di
nuovo coraggio armati per virtù delle esortazioni del marchese, i
membri del Consiglio subito deliberarono che dalla città fossero
immediatamente espulsi i messi del Baglioni e che si giurasse di
serbare fedeltà a Francesco Maria duca. Ciò avveniva il 5 di aprile.
La patente ducale che il marchese Febo presentò, durante la se-
duta, al* Gonfaloniere, è questa: « Mandando noi el magnifico e
strenuo homo marchese Febo nostro gentilhomo ala cura et go-
verno della nostra cità d'Eugubio et a far tucte le provisioni che
seranno necessarie per la salute e sicurezza de quella et ad man-
tenerla ala devotione nostra, li concedemo piena speciale et gene-
rale auetorità de potere fare ordinare et disponere quanto noi pro-
prio potessimo si li fussimo presente. Per tanto per tenore et virtù
de questa nostra lettera patente comaridamo tanto al Gonf. e Con-
suli quanto al populo et particulare persone di essa ciltà el con-
tado che lo debbano honorare, observare et hobedire como farieno
la persona nostra propia sotto pena dela desgratia et indignatione
nostra... ».

Una deplorevole lacuna, che a questo punto s'incontra nel
vol. 39 delle Riformanze di Gubbio, m' interrompe il racconto fino
al 18 aprile del 19, quando Lorenzo de’ Medici morì ; soltanto vi
sono registrate le deliberazioni pel pagamento a Francesco Maria
di diecimila ducati d’oro, dei quali due mila gli si dovevano con-
segnar subito, mille in drappi dopo tre giorni, e il resto trascorsi
altri quindici giorni. Ma, quasi a colmare la così ampia lacuna,
esiste tra le pergamene dell'archivio eugubino um breve di Leone X

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95

GUBBIO DAL 1515 AL 1522

« Confalonerio et Consulibus populi civitatis Eugubii », scrilto
« ex oppido nostro Volsene Urbevetane diocesis » il 6 di ottobre
del ^17, e firmato dal cardinal Sadoleto. 11 Papa dichiara di aver
ricevuto gli ambasciatori eugubini, di aver accolto le assicurazioni
dell’affetto del popolo verso di lui, e di perdonare il male operato
alla cittadinanza (« peccati vestri »). Inviando nel ducato « dile-
clum filium nobilem virum Laurentium de Medicis nostram se-
cundam carnem, nepotem, vestrum Ducem iustum ac legitimum »,
esorta gli eugubini « paterno affectu consilioque ut memores huius
nostre benignitatis eiusque fidei quam nobis vos observaturos o-
slenditis, fideles et integros huie sancte sedi in omnibus obltem-
perantes prestare curelis, presertim cum Nos talem ducem vobis
prefecerimus qui propter quidem sanguinis coniunelionem sed multo
magis propter virlutem et iusticiam et humanitatem cum nobis ca-
rissimus et probatissimus est, tum vobis et huic reipublice vestre
futurus est salutaris. Cuius si vos dignos, ul credimus, prebue-
riis, conlinua erga vos clementie ac benignitatis officia. cogno-
scelis ».

Della morte del duca Lorenzo fu dato annunzio al Consiglio
di Gubbio « cum exibitione litterarum ill. domini Viceducis » il 6
maggio del 19, e si deliberò di eleggere due cilladini per ciascun
quartiere vigilanti « pro custodia totius civitatis et comitatus ne
aliqua scandala oriantur et fiant » e per mantenere « omni conatu ‘
civitatem ad libitum ac dominium. s. domini nostri Pape et s. rom.
ecclesie ». Poi fu promulgato il bando seguente: « Se fa coman-
damente a qualunche persona de qualuncha stato, grado o condi-
tione se sia, per parle del magnifico s. Locotenente, magnifici si-
gnori Consoli et magnifico s. Potestà et octo Deputati sopra la
preservatione et obedientia dela città, como ciascuno debbia vi-
vere pacificamente sotto l'ombra et obedientia de la Beatitudine
de N. S. nè di dire o operare in dicti o in facti in alcun modo
contra la presente obedientia di sua Santità sotto la pena dela
vita et confiscatione di tucti li soi beni et punitione dele persone
de figlioli a qualunche controvenisse in alcun modo ; notificando
commo la magnifica Comunità dela cità de Eugubio è stata ricer-
cha per parte della Santità di N. S. de dovere vivere sotto la sua
obedientia et protectione. El generale Consiglio de ditta cità ha
aceptato volere et durare in dieta obedientia el protectione, si
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96 G. MAZZATINTI

*

commo è iusto et conveniente. Per tanto ciaschuno de contrafa-
ciente se guardi dala mala ventura, che se ne farà acerbissirna
exequlione ». 11 12 dello stesso mese messer Bartolomeo Veterani da
Urbino, vice-cancelliere del cardinal Giovanni de’ Medici, presentó
alla Signoria di Gubbio questa lettera, scritta il 7 da Firenze:
« Magnifici viri amici nostri carissimi. Essendo piaciuto allo om-
nipotente Dio de chiamare a se la bona memoria del ill. signore
Duca vostro, commo ce rendemo*certi harete con summo dispia-
cere inteso, N. Signore, commo benignissimo patre, essendo el
predicto Ducato alla sede apostolica devoluto, ha deliberato ch’ el
magnifico Roberto Buschetto viceduca dela prefata bona memoria
succeda in nome de dicta sede a tale governo, como più ampla-
mente receverete per lo allegato breve de sua Santità, quale ne
ordina che lo prefato breve per un nostro mandato ve mandiamo
imponendoli alcune cose in nome di Sua B. Et cusì faciamo man-
dando lo aportatore dela presente M. Bartolomeo de’ Veterrani no-
stro familiare, al quale sarete contenti de prestare piena fede: et
de quello ne avisarete spectante al comodo et conservatione vo-
stra ce ingegnaremo cum ogni et bono officio cum N. S. respon-
dere ale petitione et iusti desideri vostri. Bene valete ». Ed ecco
il breve che ha la data del 5 maggio: « Credimus ad vos perla-
tum fuisse de obitu bone memorie Laurentii Medices qui ex fratre
germano defuneto nepos fuit et quem nos Urbini Pisauri et Se-
nogallie ac comitatus el distrietus eorum nec non vicariatus Mon-
davii in temporalibus. Vicarium feceramus constitueramus et de-
putaveramus, vosque tamquam bonos ac fideles eiusdem *vassal-
los ae subditos non multum minore dolore quam nos ipsos affe-
clos esse ob eius ipsius decessum, qui nos omni amore et cari-
tate. prosequebatur et in quo vos maximam spem quietis et iran-
quilli status nostri merito perseveratis. Quia tamen altissimo Deo
plaeuit ad se vocare, propler eius obitum Ducatus ipse ad Nos et
romanam ecclesiam est devolutus et donec vobis, quos tamquam
peculiares filios nostros.habere intendimus, de Gubernatore se-
cundum cor nostrum provideremus, pro nunc visum est nobis in-
ter alia curare ac providere, ut omnia que ad bonum regimen et
tranquillum statum nostrum pertinet, per nos minime omictantur
aut differentur ; et propterea considerantes qua prudentia iusticia
et integritate dilectus filius Roberlus Boschettus comes ac ducatus
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GUBBIO DAL 1515 AL 1522 i 97

Urbini Locumtenens hatenus se gesserit, ac sperantes quod non
minus laudabiliter in posterum se geret, ac omnia que ad pacem
et tranquillitatem nostram pertinent sollicite studioseque procura-
bit, per alias nostras litteras ei mandavimus, ut curam regimen et
administrationem temporalem civitatum et comitatus ac districtuum
eorum nec non vicariatus huiusmodi, alias per prefatum Lauren-
tium. ducem cum mero et misto sibi commissas, nostro et s. R. E.
nomine usque ad beneplacitum nostrum prosequatur, sicut faciebat
et facere solitus erat idem Laurentius, dum in humanis agebat.
Quia non ad curam regimen ac administrationem huiusmodi ge-
rendam imprimis necessaria et opportuna est subditorum reve-
rentia et obedientia, propterea vobis omnibus et singulis manda-
mus, quatenus dicto Ruberto in omnibus pareatis et obediatis, sicut
haetenus ei paruistis et obedivistis ac in omnibus ita vos geratis,
ut apud Nos merito possitis commendari ». Pare che il conte Ro-
berto riuscisse con la saviezza dell'opere e con dimostrazioni di
affetto verso la città a procacciarsene in breve tempo la benevo- |
lenza; tanto è vero che nel consiglio del 18 maggio fu deliberato:
« quod ill. Gubernatori elargiatur et donetur (Antonio da Cantiano
avea proposto un dono di « unum par taezonum de argento. cum
armis Comunitatis valoris XX ducatorum ») munus in argento
laborato valoris viginti duc. auri cum armis Comunis Eugubii et
ducatos quinque in comestibilibus » (1).

Verso la fine dell'anno furono, apportatori delle petizioni e
dei capitoli ch’ egli doveva approvare, inviati al papa Federico
Pamfili. medico e Andreolo di Angelo. d' Andreolo ; il testo delle

i

(1) Non così a Cagli. Il BriccHI negli Annali di Cagli (ms. esistente nell'archivio
Armanni, XVII, F. 24, fol. 264) racconta: « Non bastarono tante arti al papa per tirare
a se la benevolenza di tutti, perché alcuni pur troppo amanti del duca non potevano
accomodarsi di commutare il prezzo di tanto amore colla bassezza di poche promesse,
tanto che desideravano, anzi speravano ad ogni hora, di liberarsi dalla soggetione
del papa benché fino ad hora favoritissima, e ritornare a servire il duca benché non
senza qualche travaglio. Onde doi trenta giovini in circa, uniti con affetto non ben
pesato colla bilancia della ragione; capo dei quali era Sebastiano Paganucci, tutti di
£ran cuore e risoluti, ritiratisi nella chiesa di S. Antonio sopre l'altare fecero giu-
ramento di voler essere fedeli al duca e confederati fra loro a favore di quello, quai
sendo privati di ogni arma-fatto portar fuori dello stato da' ministri del papa, restate
solamente le scuri e di queste armati, in un giorno prefisso stabilirono d' occidere il
Viceduca di questa città che era il Buschetto: ma scopertà non so come la congiura,
alcuni si salvaro con la fuga et altri fur presi e strangolati, tra i quali fu Luca d'A-
ehille soldato animoso e forte: a Sebastiano capo della congiura fu spianata la casa »,
cesso rubino

G. MAZZATINTI

Gratiae eoncesse'a Leone decimo » fu da questi rimandato alla
Signoria di Gubbio nei primi giorni del 1520. 1l cancelliere del
Comune lo copiò nel vol. 41 delle Riformanze del Consiglio; ed
io qui lo riporto:

I. Beatissime pater. Dignetur V. S. ad humiles preces vestrae de-
votae comunitatis Eugubij elementissimas aures porrigere exponentis
quod eum nuper ad regimem eiusdem vestre sanctitatis sanctaeque sedis
apostolieae libenter redierit sub cuius umbra antiquis temporibus imme-
diate regi et gubernari eonsueverit cupiatque sancte quiete omnique cum
tranquillitate vivere et sub vestrarum alarum umbra frueri et quiescere
ilisque gratiis et privilegiis et immunitatibus gaudere quibus alij eiu-
sdem V. S. subditi ac fidelissimi gaudent ideoque genibus flexis eiusdem
V. S. devota fidelissimaque comunitas supplicans confugit petitque ut
eadem V. S. civitatem et comunitatem libenter recipiat faveat et benefi-
cis prosequatur eandemque curam et diligentiam ipsius suscipere eadem
S. V. dignetur sieut pastorem bonum decet curam habere de ovibus suis
et si placet infrascriptas indulgentias gratias et privilegia sub infrascriptis
annexis capitulis comprehensa et descripta ad vota eigsdem devotae co-
munitatis Eugubii supplicantis concedere tribuere et de benignitate apo-
stolica libentissime impartiri que sieut in preteritum itam etiam in fu-
turum non cessabit altissimo pro incolumitate et prosperitate eiusdem
V. S. preces effundere ut illam Deus omnipotens omni cum foelicitate ad
annos ultimae senectutis perducere dignetur.

Et primo devota eiusdem S. V. Civítas Eugubium genibus flexis
petit per dietam S. V. indulgeriut melius possit se confirmare circa
mores commodum formam et normam aliorium subditorum sancte ro-
mane Ecclesie dietae fidelissimae comunitati gratias privilegia solita filiis
et subditis 5. R. E. et confirmari eidem omnia castra seu oppida que
semper in preteritum dieta vestra civitas eugubina possedit et in pre-
sentiarum tenet...... — Placet S. D. pro illis quos hactenus possedit.

II. Item eadem vestra fidelissima comunitas petit ex gratia eiusdem
V. S. restitui sibi Castrum Pergule Castrum Frontonis et etiam montis
Siri quae antiquitus pertinuerunt ad civitatem predict: um. — Placet S
D. N. quod pro nune suprasedeatur.

III. Item petit per dictam S. V. eidem concedi et ex gratia indul-
geri quod Gonfalonierus et Consules pro tempore existentes possint et
eis liceat facere et creare consilium maioris numeri.... — Placet SS. do-
mino nostro cum presentia et consensu domini gubernatoris vel eius lo-
cumtenentis et Consilii civitatis Eugubii.

IV. Item etiam quia domini Gonfalonierus et Consules civitatis pre-
dictae temporibus retroaetis pro eorum mercede et salario habuerunt et
habere soliti sunt florenos quinquaginta monete marchie quolibet mense
et non ultra quae quantitas adeo modica magna cum difficultate suffi-

&*
GUBBIO DAL 1515 AL 1522 ; 99
ciebat et sufficit ad honorifice vivendum et supportandum onera et. ex-
pensas famulorum tubicinum et familiae quam ipsos pro conservanda
eorum dignitate et civitatis predictae retinere decet genibus flexis et de
gratia speciali petit dicta comunitas fidelissima per S. V. de opportuno
remedio provideri et dietum salarium augeri et si placet dupplicari ad
hoc ut civitas predieta possit se confirmare inter mores aliarum civita-
tum S. R. E. Ita ut de cetero habeant et consequantur Florenos centum
quolibet mense monete in Marchia currentis. — - Placet SS. Domino
nostro.

V. Item petit dicta vestra fidelissima civitas concedi et indulgeri quod
dieti domini Confalonierus et Consules una cum consilio habeant deinceps
facultatem et auctoritatem statuendi reformandi statuta ac reformationes
iam faetas et factas corrigendi tollendi et annullandi prout et sicut et
quando ipsis expediens et opportunum visum fuerit... — Placet SS. do-
mino cum presentia et consensu gubernatoris vel eius Locumtenentis et
sine preiudicio ecclesiastice libertatis et camere apostolice.

VI. Item pro parte vestre fidelissime comunitatis petitur a prefata ve-
stra S. ut placeat eidem concedere in locumtenentem unum Gubernato-
rem qui in dicta civitate continuam moram trahere debeat cum facultate
et auctoritate cognoscendi et terminandi secundas appellationum causas
cum assessore ad hoc eligendo per Confalonerim et Consilium ac Con-
sules.... — Placet SS. dia

VII. Item fidelissima comunitas de gratia et benignitate sedis apo-
stolice petit concedi et dari per eamdem S..V. eidem Confaloniero Consilio
et Consulibus pro tempore existentibus auctoritatem et facultatem eli-
gendi pretorem qui habeat residere in civitate predicta pro commoditate
opportuna eiusdem dando et concedendo etiam potestatem et facultatem
ipsum refirmandi si eis visum fuerit qui pretor confirmari debeat- per
gubernatorem in dicta civitate presidentem gratis et sine aliquo premio
et solutione alicuius taxae. — Placet SS. D. N. ut eligantur tres quorum
wnus confirmetur per breve.

VIII. Item.... placeat eidem S. V. concedere de cetero quod potestas
seu pretor pro eius salario et mercede habeat et habere debeat quolibet
mense a camera fiscali civitatis predicte ducatos viginti quinque et plus
ac minus prout eidem V. B.ni videbitur... — Placet SS. D. N. ui ha-
beat annuatim. florenos quingentos monete marchie.

IX. Item S. V. indulgere dignetur diete comunitati si concesserit
quod dietus dominus gubernator et iudex... habeant cognitionem cau-
sarum appellationum ne gubernator ipse locumve ipsius tenens iudex pre-
dietus intromittere se se possint circa cognitionem primarum causarum
preterquam in summariis que sine scriptis pro minori partium dispendio

terminari possint pro ut iuri et equitati maxime congruit. — Places.
X. Item dignetur S. V. indulgere ex speciali gratia eidem vestre

comumitati et populo quod prefatus gubernator teneatur et obligatus sit
de cetero tenere cancellarium scribam et notarium in dieta civitate oriun_
100 G. MAZZA'TINTI

dum et non forensem.... hoc tamen excepto quod pro litteris secretis et aliis
huiusmodi negociis secretis scribam forensem habere possit... — Placet.
XI. Item etiam cum in eadem civitate hactenus solvi consueverint
etiam infradescriptos per homines dictae civitatis et comitatus quedam
guardie seu custodie que solutio fuit et est adeo gravis et fastidium ge-
nerans in animo totius populi predicti quod ipsis nihil gratiosius posset
impartiri quam eas tollere et removere a dieta solutione prefatam comu-
nitatem et populum liberare Ideo eadem S..V. pro sua clementia et be-
nignitate dignetur prefata S. V. fidelissimum populum huius voti com-
potem reddere. — Placet SS. d. n. ad eius et ap.* sedis beneplacitum.

XII. Item prefata eiusdem S. V. comunitas fidelissima petit.... eidem
comunitati concedi ut de omnibus introitibus procedentibus et qui in fu-
turum procedere possent occasione officii damnorum datorum. civitatis
prediete dieta comunitas disponere possit quemadmodum camera ante:
disponebat.... — Placet SS. D. N. dummodo pecunie ex eo proveniende
exponantur in edificiis publicis dicte comunitatis.

XIII. Item.... dignetur eadem. S. V. tollere et removere ac etiam
annullare gabellam vini vulgariter dietam del vino à minuto que est
adeo gravis et generaliter odio et insupportabilis universo populo et
maxime ilis quibus imminet necessitas emendi vinum cum ipsa ga-
bella.... — Placet S.° D. N. quod. dicte gabelle diminuantur pro tertia
parte dummodo annuatim non minus quatringentorum florenorum | ano-
nete marchie ascendant.

XIIIT. Item ab eadem S. V. comunitas predicta fidelissima de sin-
gulari gratia petit et maxime intuitu dicti populi paupertatem, ipsam
exgravari occasione gabelle diete vulgariter le pollitie del macinato... —
Placet S.° D. N. quod annuatim diminuantur floreni trecentum qua-
draginta.

XV. Item petit prefate S. V. comunitas eugubina eidem concedi
per eandem V. B. omnes introitus provenientes et qui pervenire possunt
ex causis maleficiorunì..... -- Placet S. D. N. dummodo gratiae fiant
per gubernatorem. eorum prouti fiebant per duces de voluntate tamen di-
ctorum. supra in capitulo secto et pecunie exponantur de scientia et con-
silio gubernatoris.

XVI. Item eadem comunitas.... petit sibi confirmari elimosinas dari
solitas eeclesiis et locis piis civitatis prediete que. hactenus ascendunt ad
florenos septuaginta duos.... — J"/acet SS. D. N. de florenis ottuaginta
quattuor.

XVII. Item cum sit quod prefata comunitas cum suo districto et
territorio hon fuerit solita in preteritum solvere taxas equorum mortuo-
rum nec etiam taxas seu stantias pro vivis petit genibus flexis ab eadem
V. B. sibi gratiam impartiri a perpetua liberatione oneris predicti attento
loco sterili in quo civitas predicta sita est que ad radices alpium posita
propter frigora immensa qum immo pro maiori parte temporis patitur
penuria frumenti et egestate laborat... Placet SS.? D. N.

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GUBBIO DAL 1515 AL 1522 101

XVIII. Item dignetur S. V. concedere quod deinceps rustiei et di-
strictales diete civitatis non cogantur nec cogi debeant ad solutionem
aliquam pro paleis lignis et bladis nisi magna imminente necessitate et
in adventu generalis gubernatoris ad dictam civitatem et ibidem commo-
rantis ac etiam quod dietus locumtenens non possit exigere maiorem
quantitatem quam pro duobus focis et duobus equis. P/lacet^SS. D. N.

XVIIH. Item eidem V. S. placeat predicte comunitatis vestrae He
centiam et auctoritatem impartiri ut decetero in dicta civitate possit
cudi moneta aerea argentea et aurea secundum stilum ordinem et boni-
tatem zeche alme urbis et cum insignibus V. S.'set Romanorum. Ponti-
fieum. — Placet SS.? D. N. concordato prius cum zecherio alme urbis.

XX. Item civitas predicta possit solemnitatem et festivitatem Sancti
Ubaldi honorifice celebrare..... Dignetur eadem S. V. augere premium
quod solet per dietum populum curri ad equorum cursum. seu sagictari
attento quod in presentiarum et de preterito consuevit fieri satis vile ac
etiam placeat eidem intuitu religionis ex gratia et privilegio speciali
quod tempore festivitatis eiusdem.... in ecclesia S. Ubaldi perpetuam et
plenariam indulgentiam concedere et elargiri in modis et formis con-
suetis. — Placet SS. D. N. dummodo. dimidium introituum detur, fa-
brice principis apostolorum. de Urbe.

XXI. Item petit comunitas prefata sibi concedi quod in tali sole-
mnitate quolibet anno debeant refieri pennones tubarum per cameram
apostolicam.... — P/acet SS.° D. N.

XXII. Item quod omnes et singule condemnationes facete temporibus
dominorum preteritorum cuiuscumque qualitatis habeantur pro cassis et
irritis e& maxime stante combustione librorum. prout hactenus in civitate
predieta fieri solitum est Et quod omnes et singuli exules et banniti ac
etiam homicide possint reverti liberi et securi ad dictam civitatem... —
Placet SS. D. N. pro omnibus qui pacem habuerint et offensos concor-
daverint..... —.

XXIII. Item placeat eidem S. V. pro commoditate populi diete ei-
vitatis attento quod monasteria et conventus religiosorum in dicta civi-
tate et comunitate existentes quottidie excrescunt in divitiis emendo
inulta bona stabilia in destrietu civitatis eiusdem in damnum et enor-
mem preiudieium dicte civitatis et populi eiusdem facere et ordinare
quod deineeps conventus et monasteria predieta non possint neque. va-
leant emere aliqua bona stabilia in comitatu eiusdem et in ipsa civitate
sine expressa licentia comunitatis predictae.... — Placet SS. D. N.
quod non emant sine licentia gubernatoris et consilii pro tempore.

XXIIIT. Item... petit concedi ex speciali gracia capelle. seu sacello
existenti in palatio solite residentie D. Confalonerii et consilii diete ci-
vitatis unum vel plura beneficia... — Z'acet SS.° D. N.

XXV. Item pro parte diete comunitatis petitur per eadem V. S.
opportune provvideri et expresse prohiberi ne deinceps prefatus guber-
nator potestas et appellationum iudex possint aliquo quesito colore oc-
109 G. MAZZATINTI

casione sportularum accipere aliquam rerum sive pecuniarum quantitatem
tam pro causis ordinariis qua conmissariis et compromissariis... sed de-
beant stare contenti salariis et emolumentis sibi deputatis et- consuetis.
— Placet S. D. N.

XXVI. Item prefata comunitas petit a V. S. sibi confirmari antiquas
et laudabiles eonsuetudines hactenus observatas et maxime tempore nun-
dinarunr saneti Ubaldi et etiam de mense septembris ita quod duran-
tibus dietis temporibus ipsarum nundinarum quelibet persona possit ve-
nire ad ipsam civitatem ibidem stare et inde discedere tam. forenses
quam terrigena seu destrictuales securi et liberi valeant nec non vendere
et emere possint eorum res et animalia cuiuscumque generis exceptis
tamen rebellibus et bannitis oecasione malleficiorum. — Placet S. D. N.
quod servetur quod hactenus fuit servatum.

XXVII. Item retroactis temporibus occasione mortis dominorum
semper fuit consuetum comburi libros introituum et exituum seu debito-
rum gabellarum et camere fiscalis una cum alis libriis supra nominatis
propter quam combustionem multotiens evenit quod creditores camere
predicte perdiderunt eorum credita et debitores datiorum luerati fuerunt
dieta eorum debita ad quae personlvenda minime molestati fuerunt Et
similiter illi qui in manibus habuerunt dictis temporibus innovatium pre-
dictarum aliquid ad. eandem cameram pertinens illud sibi retinuerunt
iuxta illud quod solet diei quod propter mortem principum aliquid gau-
dent et lucrantur Et aliqui perdunt et contristantur et ut plurimum ita
solitum est fieri quamobrem prefata Vestra fidelissima comunitas ab ea-
dem Vestra Beatitudine instantissime petit quod si eontigerit reperiri ali-
quem in eivitate predicta qui aliquam rem vel pecuniam. ad cameram
pertinentem retinuisset et in manibus haberet non possent pervenisse
nisi ad manus personarum miserabilium quod dignetur eisdem personis
amore Dei ratione elemosine et etiam intuitu diete vestre. comunitatis
libere et munifice relaxare ac elareiri. — Placet S, D. dummodo camera
non habeat solvere creditores temporis preteriti et finiti die ultima mensis
1519 sicuti remittuntur debita.

XXVIII. Item quod introitus spectantes ad cameram fiscalem sol-
vantur et solvi debeant in camera predicte civitatis Eugubii et alibi peti
non possint. — P/acet S. D. N. dummodo camera apostolica habeat anmua-
lim sine aliquo onere ducatos mille ducentos ‘de camera et. si supererit
iud. plus diminuatur de gabellis ultra ratam penarum, malleficiorum.

XXVIII, Item... V. B. dignetur concedere ut omnes prelaturae et
beneficia quod et: quae in futurum vacare contigerit consistentes et con-
sistentia in civitate diocesi seu territorio predieto eugubino ubicunque
r'acaverint-eoncedantur et conferri debeant civibus habitantibus in dieta
civitate et destrietualibus eiusdem. — Placet S. D. N.

XXX. Item etiam cum sit quod salaria omnium officialum tam ci-
vitatis prediete quam comitatus fuerint et sint parva ae etiam minima di-
gnetur eadem D. V. illa augere et ad maiorem summam reducere prout
GUBBIO DAL 1515 AL 1522 103
V. B. videbitur et placebit quorum officialium nomina inferius scripta
apparent et ad quae salaria persolvenda camera civitatis predicte teneatur.
— Placet S. D. N. ut salaria sint prout infra. 3

XXXI. Item petit S. V. eadem comunitas ut eadem dignetur con-
firmare eidem comunitati quosdam suos introitus... — Place S. D. N.
servetur illud. quod hactenus servatum. fuit.

XXXII. Item ab eadem V. B. fidelis comunitas et admodum devota
instantissime petit sibi confirmari antiquam consuetudinem.... mittere
equos suos ad inpinguendum in quadam montanea dicta vulgariter la
montagna o vero el monte di Cagli... — Placet S. D. N.

XXXIII. Item etiam dignetur S. V. pro sua clementia et benigni-
tate confirmare in dicta civitate officium procuratoris fiscalis... — Placet
S E) INS

XXXIIII. Item prefata vestra comunitas supplicat eidem V. S. placeat
non obstantibus deputatione et acremento salarii particulariter faeto vel
faciendo officialibus diete civitatis et comitatus dieta comunitas sive con-
falonerius consules et consilium interveniente gubernatore seu locumte-
‘nente possit si eis visum fuerit dicta salaria minuere.... — Pacets:9-.
N. pro officis eorum civium tantum.

XXXV. Item quod pro officio regestri officiorum diete civitatis et
comitatus solvantur annuatim Domino Baldasari de Piscia et alteri in
dicto officio succedenti in principio cuiusdam semestris ducati triginta
quatuor auri et leones novem et hoc donec dictum officium obtinuerit. —
Placet S. D. N.

Omnia predicta sint nullius valoris nisi saltem per totum presentem
annum MDXX expediantur litterae apostolieae in forma cum insertione
presentium, — Placet S. D. N. et aliis in dicto officio succedentibus.

Seguono a questi capitoli il catalogo degli offici del comune
con i relativi stipendi semestrali, gli « Exitus et salaria solvenda
per cameram apostolicam eugubinam pro tempore incepto in KI.
septembris anni 1516 officialibus comunis Eugubii »; e finalmente
gli « Introytus Camerae Eugubinae parlieulares ». In fine, di
mano, forse, di Leone X, è scritto Placet.

Morto Leone X il 2 dicembre del ?21, il Gonfaloniere ed i
consoli di Gubbio convocarono il Consiglio per deliberare « quid
agendum pro quiete ac salute universali civitatis; nam multi sur-
gunt Comunitalem reducere ad devotionem dom. Franeisei Marie
hostri primi Ducis quem dicitur reddire in domum suam, sed ne-
sciunt quo iure: ceteri autem negant sed volunt expeclare oppor-
(unitatem ut iure maximo possimus moveri el causam nostram

iustificare. Inter quas opiniones animus ambiguus resedit. Placeat 104 Gi MAZZATINTI

igitur disponere quid agendum sit in predictis an redire ad pri-

mum verum dominum nostrum et nos ab ecelesia debellare, an
perseverare in devotione s. R. E. ». Questo consiglio fu tenuto
il 19 febbraio del 22. Che se, soggiungeva il Gonfaloniere nella

seduta del 21, « fiet rumor pro ill. domino Francisco Maria, mit-

tatur pro sua voluntate »; e perché correva la voce «

:he le solda-

tesche del Duca « quotidie vires acquirunt », il Gonfaloniere pro-
poneva d'inviare a lui « pro veritate habenda » messer Giovanni
Maria de Mastrichis. Questi torno il giorno appresso e, presenta-
.tosi nella sala del Consiglio, al Gonfaloniere » exhibuit litteras

suas (del Duca) eum eius solito victorioso sigillo san

as siquidem

et illesas, non viciatas neque in aliqua sui parte suspectas, sed
omni prorsus suspicione carentes ». Nel vol. 43 delle Riforme
quelle lettere non furono trascrilte; ma sappiamo che « quibus
litteris perlectis, habito maturo colloquio inter eos [consiliarios] et

sapientes ibi congregatos, omnibus discussis et mature conside-
'alis et maxime protestatione facta per Jo. Mariam: nomine preli-

bati dom. Ducis, atento quod eius imperium seniper

fuit. iustitia

clementia pielate et liberalitate insignitum, et denique quia semper

iugum suum suave el onus quippe leve semper inventum fuere,

supradieti. magnifici dom. Gonf. et Consules, annuente universo

civium celu ibi congregato, decreverunt. deliberaverunt et statue-

runt, habita et audita prius missa. solenni spiritus sancti. grati-

isque Deo redditis et ab eo a quo cuneta procedunt ausilio implo-

rato, universa civitas eugubina redeat ad pristinam

devotionem

prelibati ill. et ex. dom. Francisci Marie Urbini ducis ». Levata
Ja seduta, il Gonfaloniere, seguito dai Consiglieri e dal popolo, si
recó nella. Cattedrale, « maxima comitante caterva; ibique devote
missa audita et Deo sanctisque eius. humiliter invocatis, reversi
sunt maiore comitante caterva ad Palatium. Ubi consultum: fuit
debere vocari Franciscum Mariam in ducem et dominum, prout

erat, et pro eo civitatem. transcurrere et per Gonfalonerium de-
beri dare vexillum populo universo armato expeclanli se reducere

ad sanctissimam devotionem ill. dom. Francisci Marie

Urbini du-

cis. Idem dominus .Gonf., acceplo propris manibus vexillo. dictt

Comunis et descendendo ad infimum pergulum scalarum, prestanti
animo alque ilari fronte, hec ad devotissimum populum protulit. —

Prestantissimo populo: E giunto el tempo tanto desiato de spie-
GUBBIO DAL 1515 AL 1522 105

gare le victoriose insegne del nostro potentissimo duca Francesco
Maria, quale Dio exalti ali soi voti, quale è già per reintegrarse
nel suo stato e ritornato invieto et glorioso. Però confortamo cia-
scuno a confirmare nela sua divotione, el in tal segno correre la
città gridando Feltro Feltro Feltro, Francesco M.* duca viva.
sempre. — Et consignato vexillo, lata fuit civitas transcursa pro
eodem prestantissimo dom. Francisco Maria, Et regressi in pala-
tium, instante universo populo Civitatis et destrictus Eugubii, pre-
fatus Gonf. et Consules mandavere comburi omnes. et singulas
condemnationes ac libros mallefieiorum debitorum et imposilionum
hucusque impositarum ; qui quidem libri de finestris Palatii dicto-
rum dom. Gonf. et Consulum in platea magna combusti fuere ».
Nello stesso giorno il Consiglio deliberó « mittere oratorem ad ill.
et ex. dom. Franciseum Mariam Ducem pro fidelitate stipulanda
et notitia habenda quid facturi simus ; et deputavit egregium vi-
rum Bartholomeum Ondadeum ». Quasi contemporaneamente il
Duca mandó a Gubbio Giovan Battista Bonaventura, patrizio d'Ur-
bino, suo ambasciatore, che alla Signoria « exhibuit letteras pa-
lentes ».

Com’ è noto, la convenzione tra il Duca e i cardinali Fieschi,
di s. Eusebio ed Orsini fu firmata il 12 febbraio del '22; Adriano VI
giunse a Roma il 29 di agosto, e nella primavera dell'anno suc-
cessivo assolse il Duca dalla scomunica e lo restauró nell'avita si-
gnoria (1).

Forli, dicembre '94.
G. MAZZATINTI.

(1) I capitoli della convenzione furono pubblicati dal REPOSATI, Della secca di
Gubbio, II, 75, da una copia dell'archivio di Girolamo Gabrielli; ma quest" archivio
fu disperso, poche carte conservandosene tuttora nell'archivio di Vincenzo Armannt
nella biblioteca Sperelliana, sì che di tal documevto non s' ha più notizia, — Sul pe-
riodo storico che ho narrato, vedansi, oltre alle storie generali e locali, i documenti
pubblicati nell’ Archivio storico italico e il ms. 1476 della Trivulziana in cui sono
raccolti (provengono dalla famiglia Buondelmonti di Firenze) tre lettere e un salva-
condotto con la firma autografa del duca Lorenzo, dal 1515 al. '17, dieci letiere auto-
grafe di Goro Geri sull' impresa d' Urbino, e otto fra istruzioni e note su lo stesso
argomento: cfr. Catalogo dei codici mss. della Trivulziana compilato da GIULIO
PORRO, pag. 447.
DOCUMENTI ILLUSTRATI

NOTE DI VIAGGIO DI UN PRELATO FRANCESE IN. ITALIA

(IACQUES DE VITRY 1216)

L'importanza del documento seguente non isfuggirà ad alcuno.
Le tanto pittoresche indicazioni, che contiene, intorno alla ma-
niera di viaggiare nel medio-evo, basterebbero di per sè a ren-
derlo prezioso, ma la narrazione dello stato religioso dell’Italia
dà loro un valore veramente eccezionale.

Pochi papi vi sono di cui la storia sia stata più studiata e
sia meglio conosciuta, di quella d’ Innocenzo III; ma chi avrebbe
immaginato, che il cadavere di questo glorioso pontefice fosse stato
abbandonato e profanato ?

Questa lettera non solo ci offre il racconto di un testimone
oculare, per grado particolarmente autorevole, sulla morte d’ In-
nocenzo III e l’elezione del suo successore, ma costituisce la sor-
gente più antica e più importante sulla storia delle origini del mo-
vimento francescano. Mi si perdonerà, se io qui. confesso quanto
sia stato .lieto di trovarvi la splendida conferma di alcune idee
da me svolte, prima ancora che questa lettera conoscessi :

«eo "^
.

: 1.» Anzitulto essa prova con qual forza il tentativo di S. Fran-
cesco s'impose al mondo ecclesiastico e quanto i giudizi di una
erilica troppo prudente sarebbero qui fuori di luogo.

2.? Le prime assemblee dei Franceseani non avevano in
aleuna maniera il carattere di capitoli. che hanno assunto piu tardi.
Erano feste religiose, in cui i fratelli si ritrovavano e celebravano
delle agapi, la cui nota caratteristica era la gioia: ut simul in
domino gaudeant et epulantur.

3.° Le Clarisse non erano affatto un ordine contemplativo ;

erano suore ospitaliere, non ricevevano niente, ma vivevano del
NOTE DI VIAGGIO DI UN PRELATO FRANCESE IN IPALIA 107

lavoro delle loro mani: in diversis hospietis simul commorantur,
nichil accipiunt sed de labore manuum vivunt.

Mi si vorrà dire quello che già tante volte mi fu detto, che
tulo questo non poteva durare, che dopo il periodo del primo fer-
vore quelle abitudini dovevano cambiare. Io non lo credo affatto,
ma anche ammettendo questo, vorrà pure notarsi che il dovere di
uno slorico consiste puramente e semplicemente nel constatare
quello che è stato. Ed ecco alcune linee che dimostrano quanto
la creazione di S. Francesco fu in origine differente da quello
che divenne più tardi, dopo la morte del Santo.

Ma è inutile d’insistere, poichè tutti vorranno leggere e ri-
leggere quei passi così viventi, in cui i Genovesi, i Milanesi. ci
vengono descritti con un brio straordinario, così come la Corte
pontificia o la vita a bordo d'un battello in partenza per l'Oriente.

Come è noto, l’autore di questa lettera, nato a Vitry sulla
Senna, presso Parigi, fu curato d'Argenteuil (vicino a Parigi), poi
canonico d'Oignies (nella diocesi di Namur), consacrato vescovo a
Perugia, il 34 luglio 1216 (vedi qui appresso), partì per l’ Oriente
il mese di ottobre dell'anno stesso, assistette nel 1219 all'assedio
e alla presa di Damietta, dove rivide S. Francesco e ritornò in
Europa nel 1225. :

Gli eruditi dovranno consultare sulla sua vita oltre la. sor-
gente indicata nella Bibliografia U. Chevalier e il suo supple-
mento, Biblioteca della Scuola delle Carte, t. 38 (1877), p. 500-570,
un articolo del signor Paolo Meyer e la biografia messa in testa
alla Storia orientale (ed. di Douai 1597).

Sono note di lui fino ad oggi: 1.9? alcune lettere pubblicate da
D'AcuEnY, Spicilegium, t. VIII, p. 373 e seg., e Boncars, Gesta
Dei per Francos, t. 1, p. 1149; 2.9 Libri duo quorum prior orien-
talis, alter occidentalis Historiae nomine inscribitur, Duaci, 1597,
in 160; 3.» Vita S. Mariae Oigniacensis, apud A. SS. 28 giugno
(Junii, t. IV, p. 636-666); 4° si sono pubblicati ora in Inghil-
terra i suoi Zzempla, che sono una raccolta di racconti; gli uni
veri, gli altri immaginarii, riuniti per uso dei predicatori e desti-
nati ad essere incastrati nei sermoni. Non avendo alla mano la
mia biblioteca mi è impossibile di indicare quest'opera con la pre-

cisione che sarebbe desiderabile; 5.9 Sermones in epistolas et
“108 P. SABATIER

evangelia dominicalia totius. anni, Anversa, 1 vol. in 8°, 1575,
932 pagine.

Alcune parole sono necessarie sul testo della lettera seguente.
È stata copiata con una religiosa esattezza sopra il manoscritto
originale, che appartiene alla biblioteca di Gand, sotto il n. 554.
Io mi propongo di esaminare più tardi se questo manoscritto non
sia l'autografo stesso di Giacomo di Vitry. Questa lettera non è
affatto inedita; è stata pubblicata, sembra, fino dal 1847 dal si-
gnor marchese di S. Genois nel t. XXIII delle Nuove “Memorie
dell’Accademia di. Brusselles, p. 29-33. Disgraziatamente questa
raccolta è si poco diffusa, che è passata del tutto inavvertita. lo
ho invano cercato di trovarla nelle biblioteche di Firenze e di
Roma.

Il testo che segue riproduce adunque tutte le particolarità del-
l'originale, e non ho creduto dover portarvi alcuna modificazione,
anche nei passi in cui le correzioni da farsi sono evidenti: Vi sono
due o tre punti oscuri; ai lettori spetta di vedere come debbansi
interpretare.

Avendo spesso sofferto per l'assenza di versiculi nei docu-
menti, ho ‘creduto di dovere qui introdurre questa divisione allo
scopo di facilitare le ricerche,

Mi si permetterà di non deporre la penna senza indirizzare
i miei-augurii al Bollettino Storico dell' Umbria. Questa pubblica-
zione si trova affidata a troppo buone mani per non riescire splen-
didamente; ma io sono lieto di salutarla oggi e di predirle con
quale simpatia sarà seguita da per tutto fuori d’Italia, in tanti
paesi vicini o lontani per i quali PV Umbria rimane la terra clas-
sica dell'inspirazione religiosa e dell'arte intima e profonda, dellà
poesia vivenle e popolare.

Assisi, 18 decembre 1894.

P. SABATIER.
e

NOTE DI VIAGGIO DI UN PRELATO FRANCESE IN ITALIA 109

DOCUMENTO

1. Carissimis sibi in Christo Jacobus divina sustinente misericordia
Acconensis ecclesie minister humilis, eternam in Domino salutem. 2. Inter
varios dolores et labores continuos et frequenter mee peregrinationis mo-
lestias unicum est mihi remedium et singulare solatium frequens ami-
corum meorum memoria, quorum beneficio sustentatur spiritus meus, ne
corruat, quorum orationibus vegetatur anima mea, ne penitus deficiat.

' 9. Ex hac tamen medicinali memoria, cuius beneficio vulnera mea sa-
nantur, aliquando novum vulnus cordi meo infigitur. Crescente enim ve-
hementi afflietione dum rationis virtus opprimitur et debilitatur, cirea
notos et amieos meos mens mea adeo occupatur, ut fere omnia alia in
tedium convertantur; appetitus orationis, desiderium lectionis ex hac
frequenti afflietione frequenter in me evacuantur. 4. Hii autem dolores
quandoque in anima mea sopiuntur; unus autem est, qui me incessanter
affligit, sine intermissione stimulat et impungit, periculum videlicet ani-
marum regiminis dum defectus meos considero multiplices, et qualem
oporteat esse episcopum ex apostoli verbis animadverto. 5. Ait enim
(1 Tim. III, 2-7): Episcopum, esse irreprehensibilem, sobrium, pruden-
tem, ornatum, pudicum, hospitalem, doctorem, non vinolentum, non per-
cussorem, sed modestum, non litigiosum, non cupidum, sue domai bene
prepositum, filios habentem subditos cum omni castitate, non neophitum,
ne in superbiam elatus in iudicium: incidat diaboli. Oportet autem illum
testimonium habere ab hiis, qui foris sunt, ut non in opprobrium incidat et
in laqueum diaboli. 6. Si mea intecto, episcopus fatuus in solio. Mon-
struosa res est gradus summus et animus infirmus, sedes prima et vita
ima, lingua magniloqua et manus ociosa, sermo multus et nullus fructus,
vultus gravis et actus levis, ingens auctoritas et nutans stabilitas. 7. Hec
et hiis similia frequenter considerans penitus animus meus corrueret et
confunderetur, nisi orationibus vestris aliquantulum relevaretur. Domi-
nus autem, postquam a vobis reeessi, vinum et oleum frequenter vul-
neribus meis infudit (Lue: X, 34) aliquando adversitatibus et variis tri-
bulationibus me probando, aliquando consolationibus relevando. 8. Accidit
mihi, cum intrarem Longobardiam, quod diabolus arma mea, scilicet
libros meos, quibus ipsum expugnare decreveram, cum aliis rebus ad
expensas meas necessariis proiecit et subvertit in: fluvium vehementem

x
110 P. SABATIEIL

impetuosum et terribiliter profundum, qui ex resolutione nivis vehementer
et supra modum excreverat et pontes ac saxa secum (trahebat. 9. Unus
ex cophinis meis plenus libris inter undas fluminis ferebatur, alius in
quo matris mee, Marie de Oegnies, digitum reposueram, mulum meum
sustentabat, ne penitus mergeretur; 10. cum autem de mille vix unus
posset evadere, mulus meus cum cophino sanus ad ripam devenit; alius
autem cophinus, quibusdam arboribus retinentibus, postea mirabiliter
repertus est, et, quod mirabilius est, licet libri mei aliquantulum obscu-
'ati sint, ubique tamen legere possum. 11. Post hoc vero veni in civi-
tatem quandam Mediolanensem, scilicet, que fovea est hereticorum, ubi
per aliquot dies mansi et verbum Domini in aliquibus locis predicavi.
12. Vix autem invenitur in tota civitate, qui resistat hereticis, exceptis
quibusdam sanetis hominibus et religiosis mulieribus, qui a maliciosis et
secularibus hominibus patroni nuncupantur. 19. A summo autem ponti-
fice, a quo habent auctoritatem predicandi et resistendi hereticis (qui
etiam religionem confirmavit) Humiliati vocantur. 14. Hii sunt, qui omnia
pro Christo relinquentes in loeis diversis congregantur, de labore manum
suarum vivunt, verbum Dei frequenter predicant et libenter audiunt, in
fide perfecti et stabiles, in operibus efficaces. 15. Adeo autem huiusmodi
religio in episcopatu Mediolanensi multiplicata est quod .CL. congrega-
tiones eonventuales virorum ex una parte, mulierum ex altera, consti-
tuerunt, exceptis hiis, qui in domibus propriis remanserunt. 16.: Post
hoe veni in eivitatem quandam, que Perusium nuncupatur, in qua pa-
pam Innocentium inveni mortuum, sed necdum sepultum, quem de
nocte quidam furtive vestimentis preciosis, cum quibus indutus (1)
erat spoliaverunt. 17. Corpus autem eius fere nudum et fetidum in ecele-
sia reliquerunt. Ego autem ecclesiam intravi et oculta fide cognovi, quam
brevis sit et vana huius seculi fallax gloria. 18. Sequente autem die ele-
gerunt cardinales Honorium bonum senem et religiosum, simplicem valde
et benignum, qui fere omnia, que habere poterat, pauperibus erogaverat.
Ipse autem die dominica (24 Iul.) post electionem eius in summum pon-
tificem consecratus est. 19. Ego autem proxima sequente dominica epi-
scopalem suscepi conseerationem. Honorius autem papa satis familiariter
et benigne me suscepit, ita quod fere quocienscumque volui, ad eum. in-
gressum habui et inter alia ab ipso obtinui, quod tam in partibus orienta-
libus quam occidentalibus, ubicumque vellem verbum Dei predicarem au-

‘etoritate eius. 20. Obtinui preterea ab ipso et litteras cum executoribus

et protectionibus. Impetravi, ut liceret mulieribus religiosis non solum in
episcopatu Leodiensi, sed tam in regno quam in imperio in eadem domo
Simul manere et sese invicem mutuis exhortationibus ad bonum invitare.
Unde quia prelatis in regno Francie commissa fuerat crucesignatorum
defensio, noluit michi dare specialem potestatem, ut eos defendere va-
lerem. 22. Hoc autem fecit, ut dicitur, quorumdam consilio, qui ad le-

(1) Questa parola é dubbia,

&

OLEI EL
--

SERERE fi T NOTE DI VIAGGIO DI UN PRELATO FRANCESE IN ITALIA 111

gationem regni Francie haspirabant; ego vero, habito cum amicis et
Sociis meis consilio, nolui redire, nisi crucesignatos, qui fere ubique tal-
liis et aliis exactionibus opprimuntur, quorum etiam corpora passim in-
carcerantur, valerem defendere; 23. aliter enim verbum predicationis
non reciperent, sed magis in faciem meam conspuerent, Si eos, secun-
dum quod promissum est eis in predicationibus, protegere non valerem.
94. Preterea cum ad partes Francie venissem, hyems esset et statim in
xl? proxima iterum arripere iter me oporteret, unde parum possem pro-
ficere et multum oporteret me laborare, et quia ex labore continuo me
valde debilitatum sentiebam, perelegi aliquantum quiescere, ut labo-
rem exercitatius ultra mare valerem sustinere, 25. maxime quia multa
millia erucesignatorum iam transierunt, quos oportebit me consolare et
detinere, hominibus etiam episcopatus mei et aliis transmarinis, antequam
veniat multitudo, verbum Dei predicare proposui et ammonere et ex-
hortari, nec benigne recipiant peregrinos et a peccatis abstineant, ne alios
extraneos malo exemplo corrumpant. 26. Postquam enim multitudo
transfretaverit, circa eorum negocia ita oecupatus ero, quod Acconen-
sibus, qui mihi specialiter commisi sunt, nisi prius intendam, vix inten-
dere tune potero. 27. Cum autem aliquanto tempore fuissem in curia,
multa inveni spiritui meo contraria: adeo enim. eirca secularia et tempo-
ralia, circa reges et regna, circa lites et jurgia occupati erant, quod vix
de spiritualibus aliquid loqui permittebant, 28. unum tamen in partibus
ilis inveni solacium: multi enim utriusque sexus, divites et seculares,
omnibus pro Christo relictis seculum fugiebant, qui fratres minores vo-
cabantur. A domino papa et cardinalibus in magna reverentia habentur.
29. Hii autem circa temporalia nullatenus occupantur, sed fervente de-
siderio et vehemente studio singulis diebus laborant, ut animas, que pe-
reunt, a seculi vanitatibus retrahant et eas secum ducant. 90. Et iam
per gratiam Dei magnum fructum fecertint et multos- lucrati sunt, ut
qui audit dicat: veni et cortina cortinam trahat. Ipsi autem secundum
formam primitive ecelesie vivunt, de quibus scriptum est: multitudinis
credentium erat cor unum et anima una (Actor. IV. 32). 31. De die in-
trant civitates et villas, ut aliquos lucri faeiant, operam dantes. actione,
nocte vero revertuntur ad heremum vel loca solitaria vacantes contem-
platione. 32. Mulieres vero iuxta civitates in diversis hospiciis simul com-

, morantur, nihil aecipiunt, sed de labore manuum vivunt. Valde autem do-

lent et turbantur, quia a elericis et laicis plus, quam vellent, honorantur.
83. Homines autem illius religionis semel in anno eum multiplici lucro*
ad locum determinatum conveniunt, ut simul in domino gaudeant et
epulantur, et consilio. bonorum virorum suas faciunt et promulgant
institutiones sanctas et a domino papa confirmatas. 94. Post hoc. vero
per totum annum disperguntur per Lombardiam et Thuseiam et Apuliam
et Siciliam. Frater autem Nicholaus domini pape provincialis, vir san-
ctus et religiosus, relieta curia, nuper ad eos confugerat, sed quia valde
necessarius erat domino pape, revocatus est ab ipso. 35. Credo autem,
quod in opprobrium prelatorum, qui quasi canes sunt muti non-valentes »

"S. P. SABATIER

latrare, Dominus per huiusmodi simplices et pauperes homines multas
animas anfe finem mundi vult salvare. 36. Cum vero recessi a predieta
civitate, iter arripui versus Ianuam, que nobilis est civitas in confinio
Thuscie et. Lombardie et sita est super mare. 37. Cum autem per tres
dietas tantum a civitate distarem, inveni viam gravem et montuosam,

D

unde in quadam navicula cum sociis meis ingressus sum mare, utgad
civitatem Ianuensem, in qua portus est optimus, navigio devenirem.
38. Cum autem die et nocte inter fluctus maris navigaremus, frequenter
navicula nostra ex undarum impulsionibus fere usque ad submersionem
inclinabatur, ita quod impetus undarum navem nostram aliquociens in-
trabat. 39. Unum tamen remedium habebamus, quod linteamenta flu-
ctibus opponébamus. Postquam vero applicui Ianue, cives eiusdem ci-
vitatis, licet me benigne recepissent equos tamen meos, vellem nollem,
in obsidione cuiusdam castri secum duxerunt. 40. Hec est enim civitatis
consuetudo, quod, quum in exercitu vadunt, ubicunque equos reperiunt,
cujuscunque sint, secum ducunt, Mulieres autem in civitate remanserunt.
Ego vero interim feci quod potui, verbum vero Dei multis mulieribus
et paucis hominibus frequenter predicavi. 41. Multitudo autem mulierum
divitum et nobilium signum crucis recepit. Cives mihi equos abstulerunt,
et ego uxores eorum cruce signavi. Adeo vero ferventes et devote erant,
quod vix a summo mane.usque ad noctem permittebaut me quiescere,
vel ut aliquod verbum edificationis a me audirent, vel ut confessiones suas
facerent. 42. Postquam autem cives ab exercitu reversi sunt, equos meos
mihi reddiderunt et invenientes mulieres cum filiis signum crucis acce-
pisse, postquam verbum predicationis auderunt, signum crucis eum magno
fervore et desiderio receperunt. 43. Moram autem feci in civitate Januensi
per totum mensem Septembris et frequenter verbum predicationis domi-
nicis et festivis diebus populo civitatis predicavi; licet autem ydioma
illorum non novissem, multa*tamen millia hominum ad Dominum,
recepto signo crucis, conversa sunt. 44. Sunt autem homines illi potentes
et divites et strenui in armis et bellicosi, habentes copiam navium et ga-
learum optimarum, nautas habentes peritos, qui viam in mari noverunt
et in terram Sarracenorum pro mercimoniis frequenter perrexerunt.
Nec credo, quod sit aliqua civitas, que tantum poss:t iuvare ad succur-
sum Terre sanete. 45. Et quum tarde ab exercitu redierunt mense Octo-
bris cirea festum sancti Michaelis, mare cum sociis meis intravi commit-
tens me Deo et mari hyemali et fluctibus procellosis, sicut mos est illus
temporis. 46. Homines autem illius civitatis naves habent fortissimas et
magne quantitatis, unde tempore hyemali consueverunt transfretare, eo
quod tali tempore victualia in navi non facile corrumpuntur nee aqua
sicut-estivo tempore, in navi putrescit nec oportet eos pro defeetu ven-
torum et maris pigritia in mari diu commorari. 47. Conduxi autem na-
vem, que numquam mare transierat, recenter precio .iiij." millium li-
brarum,fabricatum, malus autem navis, ut audivi, quingentarum libra-
rum precio emptus fuerat. 48. Quinque loea mihi et^meis comparavi,
scilicet quartam partem castelli superioris, in qua manducarem et in

Deae ie te e

E
NOTE DI VIAGGIO DI UN PRELATO FRANCESE IN ITALIA 113

libris meis studerem et de die, nisi cum tempestas esset in mari manerem.
49. Conduxi aliam cameram in qua servi mei jacerent et cibum mihi
prepararent. Conduxi locum alium, in quo equi mei, quos transire feci,
reponerentur. 50. In sentina. vero navis vinum meum et biscoctum et
carnes et alia fere ad tres menses victui meo sufficientia collocare feci.
Navem autem sanus et incolumis cum sociis meis et rebus meis salvis
ingressus sum. 51. Vos autem instanter orate pro me et pro meis, ut
Deus perducat nos ad portum acconensis civitatis et inde ad portum
eterne beatitudinis !
LEGGENDA LATINA VERSIRICATA DEL SECOLO XI

ENJIORNO-A S CHIARA DI ASSISI (1)

Nella edizione di quella parte del Cod. assisano che con-
tiene la leggenda, correggo la lezione del testo dov’ è evi-
dentemente errata, respingendo in nota gli errori; indico con
asterischi le lacune e con puntini i luoghi divenuti illeggibili.

Rispetto all’ ortografia, è quasi inutile il dire che io nulla
sottraggo di ciò che possa interessare gli studiosi: nei casi
di forme diverse rappresentate da pressochè ugual numero
di esemplari, conservo le une e le altre nel testo — tolgo da
questo, ma conservo nelle note, quelle assai scarse che so-
stituisco con le corrispondenti più comuni — solo in un caso
o due evito la riproduzione di certi segni. Con ciò io non
ho inteso dare in tale scelta un valore assoluto al criterio
del numero, che pertanto ho voluto fosse appoggiato, per
quel che da me si poteva, da altre ragioni. Come espediente
grafico ho usato nel testo il carattere piegato solo per quelle
lettere o gruppi di lettere la cui sostituzione al segno di ab-
breviazione o al nesso mi permetteva ‘una scelta solo pro-
babile.

Di tutto dó ora conto brevemente.

(1) È il Cod. della Biblioteca già del S, Convento di S. Francesco, ora comunale
di Assisi, segnato col n. 338, e con tale segnatura deseritto nel catalogo del MAZZATINTI
[Znwentari dei mss. delle Biblioteche d'Italia, vol. VI], al quale rimando, per ora. In-
torno alla leggenda dice già il Rev. Mons. Cozza-Luzi in una memoria della quale è
data una recensione in questo stesso fascicolo del Bollettino. Io mi propongo di ritor-
nare suli'argomento del valore storico e letterario del nostro documento in uno studio
di cui le pagine che ora si pubblicano sono l’ultimo capitolo.

E
- a

E

LEGGENDA LATINA VERSIFICATA DEL SEC. XII 115

Il nostro testo é un frutto della cultura letteraria supe-
riore del tempo al quale appartiene; la parola latina quanto
a fonetica, morfologia e ortografia vi si deve pertanto rite-
nere foggiata secondo la tradizione della seuola; non di-
menticando tuttavia, sopratutto per l'ortografia, quanto di
relativo la tradizione abbia offerto, specialmente allora. Ma
per più sensi questa scrittura ci si mostra ancora immune
da quelle alterazioni fonetiche ed ortografiche che invalsero
poi nelle scritture latine per influenza del volgare o per altre
cause; il che è una ragione di più per esaminare con dili-
senza quelle che vi sono, in servizio di chi voglia deter-
minare il tempo e il luogo o i luoghi della loro fortuna po-
steriore.

Qualche fatto, come l'epentesi del p nel gruppo di
consonanti m è originariamente, piuttosto che una pura
grafia, un’ estensione organica, sia pure nella vita ormai ar-
tificiale e scolastica del latino, del bisogno che aveva già
dato al latino classico le forme dempsi e demptum, di rendere
cioè più facile il passaggio dalla pronunzia della labiale a
quella della dentale. I riscontri volgari anche più recenti

(antico francese domter, mod. dompter, etc.) sono un'altra
prova della vivacità di quella tendenza, e perciò le simili

grafie latine e volgari possono anche essere spiegate indi-
pendentemente le une dalle altre. Il p epentetico è conser-
vato nel testo. — Una tale grafia si ricollega, per ciò che ri-
guarda la nasale, al gruppo delle altre in cui la nasale pre-
cede una labiale originaria. In queste, com’ è noto, si ebbe,
in contrasto con l'uso volgare, l'erroneo allargarsi della
tendenza etimologica alla dissimilazione dai casi di com-
posizione ben chiara di particelle uscenti in » con voci co-
mincianti per labiale, abbastanza frequenti anche nel nostro
testo [impulit 162, inpletur 428, conpluit 494 (1), inbibit. 1120,

(1) Il con si parificava all'in, perché si credeva che fosse la forma primitiva di

cum, come in rispetto all’im avanti a labiale. Cfr. le giuste osservazioni di BONNET
M., Le lati de Grégoire de Tours} Paris, Hachette, 1890, p. 178. 116 F. SENSI

inmensa. 631, conmouit 159'| ad altri in cui lo scambio della
nasale non era spiegabile neppure per l'origine di essa. Di-
venuto, dunque, incerto l uso della nasale innanzi a labiale,
si potevano avere forme come perhempnis o pehenpnis 75
[ma perhennis 1389], per le quali o si tennero presenti quelle
in cui per una ragione o per l'altra si aveva il gruppo a2pn,
o si immaginó un m latino corrispondente al volgare om,
come in damnum etc. Nel nostro testo la scrizione mpm pre-
vale, sebbene di non molto, sull’altra npn; ed io ve le ho
conservate ambedue: e nei casi di abbreviazione ho sostituito
al segno abbreviativo la, salvo nelle voci presentatesi in
una grandissima maggioranza di casi certi con la nasal la-
biale. Mantengo pure l'z per m innanzi ad altre consonanti.
— Gli scambi vicendevoli fra # e d: velud 373, 796, 1630
etc., capud 305, 1484 etc., inquid 659, set costante lascio an-
ch'essi inalterati, sia pel loro intrinseco valore, sia per la
sicurezza con cui mi si presentano, salvo rare eccezioni,
nelle stesse forme. Altrettanto faccio naturalmente del 7i se-
guito da vocale, che trovo sempre ben conservato, anche
quando la regola medievale lo avrebbe sostituito con la pa-

latale (1). Solo una volta forse al copista scappò un pacien- ;

tia 1189; ma, quasi a compenso, abbiamo incontro le ana-
logie di permitiosa 531, pernitione 116, solatio 1298 etc., che
si salvano per la buona intenzione. — Le voci di origine
greca hanno regolarmente lI À dopo il #: thalamo 81, 688,
etherei 836, themata 1426 etc.; e non saprei risolvermi ad at-
tribuire al copista, e perciò a respingere in nota, le grafie
come prophanum 35, prephatio [Rubr. del III° Cap.], dovute
all'analogia di sophisma trophaeum [anche qui sophismata 245,
tropheis 1181], e fors' anche rafforzate dalla regola medievale
dell'aspirazione da porsi anche dopo il p (2), dovuta proba-
bilmente anch'essa alla stessa origine. La medesima regola

Ti

(1) THUROT, Notices et extraits de divers muamascrits latins gown ser vir à V hi
stoire des docrines grammaticales au moyen, áge, Paris 1868, p. 78.
(2) TnunOT, op. c., p. 142, r

4e
sce RISE T. Eu ccm AXES Da cose inn
=» 8 TORTE Lega non

LEGGENDA LATINA VERSIFICATA DEL SEC. XIII 111

Spiega i comunissimi michi e nichil, accanto ai quali nel no-
stro testo si conserva la buona ortografia di sepulcrum. 53,
sepulcro 1638 alterata così comunemente. Lascio pure l’ % in-
nanzi a vocale nelle forme notoriamente così scritte nel M. E.

(1). Nei casi in cui manca e dovrebbe esserci, seguo lo
stesso criterio, restituendo solo il segno dell’ aspirazione alle
forme che ne son prive di fronte ad una maggioranza di altre
corrispondenti che lo posseggono. — Conservo pure gli scambî
di 2 ed y, la cui diffusione nel M. E. rende impossibile nel
nostro caso una distizione fra scrittore e copista. — Tralascio
invece, senza notarlo in calce, lj posposto ad 2 sia finale
che interno, che si può dire anche qui quasi costante, e l'7
pel semplice 2 finale. Mantengo bensì il doppio ? al pronome
hi, cui lo assegnava l’uso medievale (2). E lo stesso faccio
della forma actor nel senso di autore così diffusa nel sec. XIII,
e che fin dal secolo precedente era accettata e giustificata
dalla teorica ortografica (3).

Ma accanto ai fenomeni che ci mostrano una tradizione
d'ortografia conforme alla classica o a quella della gram-
matica medievale, ne rinveniamo nella nostra scrittura al
tri che per la loro indole e per lo scarso numero ci pare
che debbano attribuirsi piuttosto ad imperizia del copista,
e peró siano da respingere in nota. Tali aleuni raddoppia-
menti, come suppremum 69, 437, 609, admmonet 249, conmedendi
o comm-456, ammiserat 1013, ammisisse 1658, alcuni dei quali
possono essere stati determinati da corrispondenze o analogie
volgari; e perfino un fferre (posset fferre 1149), che sar
anche una svista. Tali mi paiono anche i due s in marcesscere
529, posscit 140, Francissci 1313 (ma Francisci 1438), dovuti
forse all’ accomodarsi dell organo vocale della pronunzia
del s a quella del c; qualche cosa di simile (mutatis mutan-

l) THUROT, Op. C., pp. 533, 334.
2) THUROT, Op. C., pp. 139, 140.
3) THUROT, Op. C., pp. 103 n. 2, 526.

(
(
(
118 F. SENSI

dis) al fatto che determinava le grafie volgari perZla (perla) (1)
e anche, secondo me, partte etc. Sono pure in numero molto
minore, in confronto con le corrispondenti, le grafie 2gn per
ng, e la stessa forma è talvolta scritta alla seconda ma.
niera in maggiore o in ugual numero di casi che alla pri-
ma. La grafia ha la sua ragion d'essere in una pronun-
zia particolare del volgare (2) da supporre per ciò, nello
stesso territorio, anche pel latino; ma non mi parrebbe tut-
tavia prudente il trarne conseguenze circa la patria del co-
pista. E anche un altro fatto che potrebbe far pensare al-
l'ipotesi che questo sia da ascrivere al Settendrione d’Italia,
ossia lo scambio di s con se (5) non ci si presenta che in
pochi esempi: conscilii 221, discidium 1059. Altre traccie di
pronunzie volgari mi paiono il demostratur 1016, promta 1312,
sante 12. Il frangigenam 1519, messo in questa compagnia, ci
apparirà più probabilmente dovuto a pronunzia non dotta.
E così pure alcune inesattezze come bonitas per-tatis [0 summe
bonitas apex 470], o quiescas per-at 021, già corrette antica.
mente, ed altre che notiamo via via sembrano piuttosto do-
vute ad inesperienza che a fretta o a distrazione.

Ad illustrazione del testo son disposte due serie di note;
le une riguardanti la lezione, le altre, sottoposte alle prime,
con indicazioni di riscontri classici e con le corrispondenze
tra i passi del poema e la leggenda prosastica in esso ver-
sificata. Sarebbe inutile una riproduzione integrale della
prosa; potrà invece servire ad illustrazione dei nostri ap-
prezzamenti il confrontare l' ordine delle varie parti delle due
scritture e la citazione dei tratti della prosa riprodotti piu
fedelmente e quasi alla lettera nel verso. Avverto, tuttavia,
quando la redazione poetica si allontana dalla prosa piü che

(1) RAJNA, I- cantari. di Carduino; nella scelta di curiosità letterarie del Roma-
GNOLI, disp. 135 (1873), p. LXV.

(2) RAJNA, Op- G., p. LXVI. .

(3) MoNaar, Gesta di Federico I in Italia, nei « Fonti per la storia d? Italia » del-
l'Istituto storico italiano, che qui mi sia lecito citare a cagion d' onore; D XXIX,

i
+

X
d
T
LEGGENDA LATINA VERSIFICATA DEL SEC. XIII 119

per la sola forma, o quando appaia attinta a fonte diversa.
L'uno o l'altro genere di raffronti si intenda non più che
possibile allorchè il passo citato è preceduto dal cfr. Credo,
infine, mio obbligo avvertire, sebbene non pochi possano no-

tarlo da sé, che nella presente edizione io ho tenuto innanzi,
per ciò che era del caso, i bei modelli offertici dai « fonti »
dell'Istituto storico italiano.

Milano, gennaio ’95.

F. SENSI.
I, SENSI

Cap. I. — SANCTISSIMO AC BEATISSIMO PATRI DOMINO ALEXANDRO
PAPE.
[ c. $4t ]
Milis Alexander, bone pastor, papa beate, )
Pontifieum forma, primatum gloria, cleri
Exemplar populique sacer dux, plebis asylum,
Ecclesie princeps, lux mundi, maxime patrum;
o Tu dispensator celestis es atque minister
Summus, apostolici primi successor et heres;
Te primeuus Abel signat, Nóeque gubernans
Misticat, et magnus Abraam patriarcha figurat;
Te Moyes ductor, Aaron te pontificatu
10 Te Samuel censor depingit, teque potestas
Offitii summi Petrum notat, unctio Christum.
Accipe, sanete paler, opus hoc; incongrua uocum
Materie splendor redimat, preclara beali
Thematis obscuram donent splendescere formam.
15 Hec ‘umili depicta stilo tua gratia; queso,
Dignetur penetrare tue dulcedinis aures.
Nec, quia summa decent te summum, spernere debes
Infima; nec, quanquam magnus, calcare minora.
Non quid in oblatis sit quaeritur, immo ferentis
20 Pensatur uotum; que sunt abiecta colorat,
Vilia nobilitat affectus, paruaque magnis
Munera muneribus equal generosa uoluntas.

Cap. II. — VERBA acronis (1).

Principium metuit, operis fastigia mirans,
Mens rudis et sinplex, medium finemque uenturum.

7. Cod. primarus singnat 8. Cod. mangnus 12. Cod. sante 13. Tra
il p abbreviato e il clara v' è nel Cod. rasura per lo spazio di due lettere, probavil-
mente per corres. dello stesso copista 21. Cod. mangnis,

(1) Non si troverebbe, nel Pro- nel « meae parvitati », con cui lo sto-
logo alla legg. prosastica secondo rico adombra la sua modestia, Prol.
la redaz. pubb. negli Acta Sanct., 2, p. 775,
corrispondenza a questo Cap. se non
90

9o

50

C
en

LEGGENDA LATINA VERSIFICATA DEL SEC. XIII 121

Sol celat stellas; confundit nobile thema

Ingenii speculum. Quis fructus poscat amenos
Arbore de sterili, uel quis de marmore duro
Fluminis exquirat undas, de paupere mensa

Speret delitias? Etenim temeraria res est

Ut sermone carens, sensu mendicus in eius
Almificos actus spiret, lumenque nouelle

Lanpadis extollat metris, ubi musa Maronis

Sisteret, et queuis torperet lingua póete.

Languent ingenii uires, mens feda reatu

Offitium lingue frenat, censetque prophanum

Virginis ut sordens maculis insignia promat,
Incestus castam, pollutus sorde carentem :
Personet eloquio, scirpus de flore loquatur.

Sel quia conceptum mentis, quem. eulpa relegat,
Quod fluat in lucem feruens deuotio cogit,

Hoc opus aggredior, actorem luminis omnis

Inuoco, quod mentem celesti conpluat inbre,

Imbuat, illustret

xor]

uitiorum nube fugata ;

Adsit et huie studio lumen de lumine, patris
Splendor seu speeulum, sapientia forma figura,
Pingat opus pictor rerum; uitalia cordis
Spiritus accendat, sacro spiramine cuius
Frigida flammantur, mollescunt dura, rigantur
Arida. Sic fultus potero preconia clare
Virginis ad uotum metrico describere ludo;
Est ortus cuius clarus primeuaque clara,

Clara fides, clarus habitus, mores quoque clari,
Clarus odor fame, mors eius clara, sepulerum
Est clarum, clarusque cinis, miracula clara,
Spiritus est clarus clara regione locatus.

51-55. Si può confrontare col in ea clarissimam feminis lucernam

tratto

del Prol. 1, p. 754: « Su- ascendit; quam tu, Papa,

eet Su-

scitavit propterea pius Deus vir- per candelabrum ponens, ut luceat
ginem venerabilem Claram, atque ^| omnibus... ».
sen

—Á

122 F.. SENSI

Cap. III. — PREPHATIO SUPER LEGENDAM SANCTE CLARE UIRGINIS.

Istorie textum leuigo sub lege metrorum;
Unum prelibo, quod non figmenta póete [
Queram, seu ueterum faleras, ut sensus adulter
Vestiat istud opus, uel sermo sophista coloret

60 Materiam, que, luce sua uestita, requirit
Hereat ut gestis scriptor, dictumque reducat
Ad faciem ueri, uero det nubere uerbum;
Verborurn fuco non aures mulceat, immo
Imbuat attentas ueri dulcedine mentes.

65 : Non hominum plausus cupio laudesque requiro,
Ne michi subripiat fructum leuis aura laboris.
Mens humana loqui tentans de uirgine tanta
Sobria concipiat, non se deleget illud
Culmen supremum uel inuiolabile lumen

70 Quod mentem superat hominis, sensumque reuincit
Angelice lucis; sic mens uersetur in istis
Quod sit firma fides, uerbi prolatio sinplex ;
Quapropter leuiora ferens, potiora relinquo
Sensu conspicuis, contentus sinplice uerbo.

Cap. IV. — InciPIT LEGENDA; ET PRIMO QUAE FUIT NECESSITAS
NOUORUM ORDINUM (1).

79 Ingenite lucis splendor, genitura perhenpnis,
Principium de principio, sapientia cuius —,

In uarias causas discreuit semina rerum,

Humani generis lapsu permotus, in aluum

Virginis aduenit, carnem suscepit, utramque
56. Cod. leuigam con a destra il segno d? abbrev. dell’ us. 60. Cod. suppremum

(1) Corrisponde, pel concetto, al ^ cesco e di S. Chiara, e agli aiuti of-
principio del Prologo, in cui si ac- ^ ferti à quella da Dio.

cenna, con: parole però molto più (T. efr. Luer. I, 53-55; pel signif.
miti, allo stato della società ceri- dell’espress. « semina serum » usata 1

stiana, prima della venuta di S. Fran- spesso nel poema. Ovid. metam. I,
9,.419; Fasti, IV, 787, LEGGENDA LATINA VERSIFICATA DEL SEC. XII

80 Naturam copulans, diuini neumatis arte. ii Ri
Tamquam de thalamo sponsus celestis ab aluo
Virginis egrediens, fragilis sub carnis amictu,
Exiit in canpum; tandem cum principe mortis -
Conflingens sub fraude pia pius ipse redenptor

89 Hostis congressu miro commenta refellit,
Languores nostros pielosi sanguinis unda
Diluit in ligno pendens: ibi dazpna resoluit
Que. uetiti ligni gustus congessit in orbem.
Quam prius ecclesiam sub mortis agone redemit

90 Hane in apostolicis Christus fundauit alunpnis,

Per quos insonuit ueri doctrina per orbem,

Et mundi regna fidei substrata fuere.

Cuius pura seges, lolio erescente maligno,

Temporibus nostris emarcuit, ipsaque uirtus

Ul

Succubuit uitio ; putruit concreta reatu [c. 85 7] d
Ecclesie facies ; heresis, que senper id egit
Scinderet ut domini tunicam, non serpit, ut olim,
Nec latet in caueis; ueleres exuta latebras
Publieat errores et dogmata falsa tuetur.
100 Errauit populus, errauit et ipse sacerdos,
Errauere duces ; studium pastoris ouile
Deseruit, neglexit oues seruare luporum
Faucibus ; exponens doctorum lingua quieuit,
Ipsaque desipuit claustralis uita: quid ultra?
105 Excipiens nullum, clausit genus omne reatus. .
Sie creuere mala, sic friguit ignis amoris,
Quod ralis ecclesie, numerosis fluctibus acta,
Innumeris depressa malis, illisa procellis
Ingemuit, cordis suspiria traxit ab imo ; _ a
110 Nec rata iam sistens, pelago quasi mersa profundo, B
In solum Christum gemitus lacrimasque reduxit.
Cuius naufragio cupiens occurrere nauta
Celestis, lacrimasque suas detergere, binos

87. Cod. lingno 88. Cod. lingni 92. Cod. rengna

93-94 cfr. « marcescebat virilium operum fortitudo » Prol. 1, p. (54. 124

420

125

130

140

145

P.,, SENSI

Precones misit, quasi splendida sydera, quorum

Luce noua splendore nouo claresceret orbis ;

Pulsis errorum nebulis uitiisque recisis

Eloquii falce, fidei cultura uigeret.

Hos uelud.occiduas sub mundi uespere stellas

Edidit, accendens eterni luminis austu,

Vt mundi senium sub eorum luce nouetur.

Hii duo sub uario ritu, sub dispare ueste

Mundi labentis spreuerunt gaudia, Christi

Conformi uoto uestigia sacra secuti.

Vnus, transumens de nomine domini nomen, n
Preconum Christi speculum fuit adque uiator ;
Alter Franciscus qui, uili veste, minorem

Cunetis se prebens, dux extilit ipse minorum.
Paruulus in mille creuit tenuisque lapillus

In montem magnum, grándis de fonte pusillo
Processit fluuius uasto diffusus in orbe;

Irriguum euius animas rigat, adque salubris

Potu doctrine uitiorum conprimit estum.

Hie transire uidens fugientis gaudia mundi,

Atque uoluptates carnis cum carne perire,

Et, nisi per pugnam, nullam superesse coronam,
Bellum eum mundo.subiit, cum principe mundi
Mirum commisit fragili sub uase duellum.
Incentiua domans in mortis corpore, Christo
Commoriens, menbrisque suis pia stigmata portans,
Aerias acies et seui demonis iras

Spirituum furias ignitaque spicula triuit.

Non utens ferro nouus hic athleta nouellas
Armorum species fidei congessit in arcem.
Firma fides cordis et confidentia uerbi, |
In eruce pendentis Christi conpassio mira,

114. Cod. quaruni 142. Cod. nonus

114-120 cfr. « modernos patres... qui in tenebris ambulabant. Prol. 1,
luminaria orbis... in quibus me- . p. 154. — 190 cfr. Quadi veterata

ridianus fulgor mundo ad vespe- | mundi senecta urgente...» Prol. 15
ram consurrexit, ut lumen viderent,

p. 494.
LEGGENDA LATINA VERSIFICATÀ DEL SEC. XIII 125

Rerum contentus, carnis sopita uoluntas,
Excubie noctis, sinplex oratio mentis, i
Parca cibi potus assumplio, uerbera carnis,
Corda rudis nudique pedes, simul aspera uestis
190 Huius apostolici munimina et arma fuere.

In se flammatus diuini neumatis igne

Et de se prebens aliis exenpla, beati
Luminis est dietus ardens lucensque lucerna.
Preditus hiis donis alter fuit iste Iohannes.

155 Hic pugne nouitate calens feruensque sub armis
Militat ecelesie castris, cum prole tuetur
Catholice fidei muros, heresisque nephande :
Argutos stimulos confundit acumine ueri:

Hie splendore sue uite, dulcedine uerbi

160 Multos irradians pauit multosque retraxit
De mundi pelago, scelerumque uoragine mersos
Inpulit ad portum uenie, regnique beati
Participes fecit, quos mendicare sub isto
Tenpore perdocuit, et quos abiectio uite

165 Reddidit hic miseros, celo dedit esse beatos.

156. Il copista aveva scritto dopo il p abbreviato di pro un lole le cui prime due
lettere si trovano pwnteggiate.
UN LODO D'INNOGENZO III AI NARNESI

SPECIALMENTE PER LA TERRA DI STRONCONE

Quando presi a riordinare l'antico archivio di Stroncone,
rinvenni una preziosa membrana, adoperata per copertura di un
volume di atti civili, compiuti negli anni 4541 e 1542; ed ora mi
accingo a pubblicarne volentieri il contenuto, non solo perchè in-
leressa parecchi luoghi della nostra regione ed offre una prova di
più del carattere éminentemente politico di papa Innocenzo, ma
anche, e più specialmente, perchè può accogliersi come modesto
contributo alla storia dei Paterini nell’ Umbria, già cosi valente-
mente illustrata dal Fumi.

E siccome questo documento è, cronologicamente, il primo di
una breve serie di altri tre, parimenti inediti, che si riferiscono
alle guerre durate fra Narni e Stroncone nel secolo XIII, cosi
parvemi opportuno di far precedere il testo di esso da un rapido
riassunto dei fatti, quali sono narrati dai documenti suddetti.

Narni, Nequinum (secondo Plinio traente origine da nequitia),
fu città assai ardimentosa, che. prima resistette con grande eroi-
smo alla invasione romana (300 e 299 av. Cr.) (1), poscia dive-
nula sede di un castaldato imperiale, dopo avere appartenuto al
ducato romano, fu contrastata ai pontefici dai duchi di Spoleto.
Visse in continue lotte nei secoli posteriori, e per avidità di con-
quista, stretta lega con le vicine comunità, di cui è anco ricordo

(1) F. Liv. Il dec., lib. IX,
UN LODO D'INNOCENZO Ill 127

in atti fra essa, Rieti e Spoleto (1), non lasciò inviolato alcun con-
fine dei comuni vicini, specialmente in quel di Todi, Amelia e ,
Terni, rimasti fedeli alla Chiesa (2).

Sembra anzi che nel pontificato d' Innocenzo III, i Narnesi,
o maggiormente desiderosi d'ingrandire i loro possessi, o fatti
più arditi dai ghibellini e dai paterini che incominciavano a porre
salde radici nella contrada, facessero anche più frequenti gli au-
daci tentativi, invadendo furiosamente 1 borghi, i castelli e le città
vicine, malgrado l’atto di omaggio fatto al papa da Corrado duca
di Spoleto in Narni, e senza darsi alcun pensiero di quell’ alto
dominio che la Chiesa esercitava su queste terre sue tributarie,
per conferma. di Ottone IV dell’anno 1208 (8).

Infatti nel 1209 Innocenzo III fulmina contro di essi l'inter-
detto, perché in reprobum sensum dati e in profundum vitiorum
iam prolapsi, apprendano e provino quam gravis sit manus Ec-
clesie super eos qui Deum et ipsam indurato corde contemnunt (A).

Sebbene in questo documento non si faccia aperta menzione
di paterini, pure è chiaro che le parole del pontefice non pote-
vano esser provocate da sole invasioni territoriali, o da rapine o
devastazioni compiute a danno dei comuni finitimi, ma da que-
stioni che erano per la Chiesa di ben maggiore importanza.

Vedremo nell'atto d’Innocenzo III che io porgo ad esame,
come di paterini e di eretici a Narni già ve ne fossero parecchi;
poichè, tra le sanzioni di questo lodo, il papa impone la cacciata
di essi dalla città e la distruzione delle loro case. Da questo atto
ci risulta che i Narnesi avevano saccheggiato e distrutto Stron-

(1) SANSI, Docum. stor. ecc. P.I, p. 227; 233.

(2) Cfr. THEINER, Cod. dipl. dom. temp. s. Sedis, I, 42; e TERRENZI, Un periodo
di st. Narnese, 1894. :

(3) Fin dal principio del secolo XIII i Naàrnesi, attraversato l'intiero territorio
di ‘Terni, avean presa forte e secura dimora sulla vetta del Monte S. Angelo, presso
la Cascata delle Marmore, e di là tendevano ad impossessarsi di Papigno, castello ai
ternani direttamente soggetto; ;e quasi ciò fosse ancor poco, nel 1219 accampavano
diritti di possesso sulla basilica Valentiniana, alle porte della città; dimodoché lo stesso
Onorio HI personalmente intervenne, riconsegnò con pompa solenne la basilica ai ter-
nani, e delegò Pietro cardinale di S. Giorgio in Velabro.a reprimere P audacia de-
gl'invasori (Cfr. SILVESTRI, Riform., Lib. II).

Nel 1264 i Narnesi, per espandersi verso il mezzogiorno portano rapidamente le
armi contro Sangemini, che a gran pena li respinge (Cfr. mio opusc. Sangemini,
pag. 13).

(4) BALUTIUS, Epist. Innoc. IIJ — 1682, vol. 2; pag. 208,
128 L. LANZÌ

cone, Otricoli ed un villaggio presso Amelia; avevan derubati gli
abitanti di Foce, ed, incorsi nella scomunica, avevano allora mag-
giormente sollevata la ribellione e danneggiato il Vescovo e le
proprietà ecclesiastiche. A sgravarsi dalla terribile condanna, essi -
facilmente ebbero ricorso alla clemenza d’ Innocenzo ; il quale do-
vette innanzi ottenere da loro qualche atto di sottomissione, prima
di revocar la sentenza, poichè qui si accenna a cose falte da essi
tempore ezscomunicationis, come di tempo remoto, che forse risale
al 1209.

Egli impose pertanto a quei di Narni di ricostruire Stroncone,
tanto nelle mura, quanto nelle abitazioni, come prima era; di re-
integrare gli abitanti, sotto loro giuramento, di tutte le cose arse
o predale o andate disperse, e se nella stima si eccedesse, il papa
provvederebbe alla nomina di cittadini narnesi, per moderare le
esigenze dei danneggiati. Violenti obbligazioni pare che a questi
fossero estorte, per guisa che furono tutte annullate, salvo per
quei debiti che si provassero, per testimoni o per istrumento, ri-
sultare da mutui fatti de bursa propria e non già in fraudem. Si
prosciogliessero i mallevadori che fossero stati dati durante la pri-
gionia per la redenzione o per qualsiasi altra causa od indebita
esazione, e si restituissero i pegni. ll castello di Stroncone do-
veva ritornare in dominio della Chiesa, se non per quel tanto che
de gratia piacesse ad essa concedersi a vantaggio dei Narnesi:
libero lasciato ognuno che volesse tornare ad abitarlo e togliendo
Il bando corso che nessuno potesse andare a starvi senza spe-
ciale permesso. Si restituisse a Stroncone il privilegium rapitogli ;
con che forse devesi intendere il codice delle sue consuetudini o
de’ suoi statuti. Anche a favore di Otricoli il pontefice preserisse
di rimetterlo nella sua libertà, come godeva avanti la distruzione
del castello, rompendo le obbligazioni a cui era stato astretto C.
Volle l'abiura di quelle società contratte in tempo di scomunica,
e vietò di contrarne altre senza saputa e consenso del rettore

(1) Nell'ottobre del 1198, sotto il pontificato dello stesso Innocenzo, gli uomini
e il castello di Otricoli avean fatto atto di dedizione al Comune di Narni, « non vi nec
dolo ducti, sed propria et spontanea et mera.... voluntate ». |j strano che, raggiunto
lo scopo, dopo appena 17 anni, i Narnesi infierissero poi, sino alla distruzione del
luogo — (TERRENZI, op. cit., pag. 27 e segg. Cfr. SANSI, Storia del Comune di Spoleto,
I, pag. 43). : ;
UN LODO D’ INNOCENZO HI 129

della Tuscia. Rendessero il censo e i dovuti servigi, secondo le
antiche consuetudini, alla Chiesa Romana, e li lasciassero pagare
senza alcun impedimento nel vescovado di Narni. Restituissero
a chiese e persone della Sabina bestiame e cose predate dopo
l’ultima loro devastazione, tanto a titolo di rapina, quanto a titolo
di riscatto di prigioni sulla stima di alcuni bont viri designati :
per gl' incendi avrebbero, forse, provveduto in via di grazia, pia-
cendo loro cosi. A quanti eccessi si fossero lasciati andare lo
mostra il ricordo che qui fa il papa di Todini, Amerini, Ternani
e altri fedeli della Chiesa, che per ordine suo si adunarono con-
tro i Narnesi. Il papa non vuole che per quest fatti li abbiano
mai da offendere. Non vuole che dal Vescevo, dai chierici, dalle
chiese esigansi collette o dazi o servizi, senza ordine del Vescovo
stesso, cui non devesi gravare ingiustamente, ed a cui devesi re-
sliture tutto il tolto al tempo della scomunica. Proibito loro di
eleggere o ricevere reltore forestiero, senza speciale licenza pon-
tificia. Soddisfino a pieno, a stima di probz virt, gli Amerini di
un castello ultimamente arso e degli ultimi danni cagionati loro,
dopo la proibizione inferta ai Narnesi dal nunzio del conte. Jaco-
mo, consubrino del papa e rettore della Tuscia, e rendano tosto i
sette buoi rapiti nel castello di Foce. L'osservanza di queste pre-
serizioni sia posta nello statuto, e sia falta mantenere dal podestà
e dai consoli. Discaecino dalla città paterini ed altri eretici, ne
distruggano le case e mai più li riammettano. Per ammenda. di
spese si abbiano a buon mercato la imposizione di due mila lire
del Senato, da pagarsi alla Camera apostolica.

L’atto è fatto d'ordine del papa e del card. Stefano dei ss.
Apostoli, camerlengo del pontefice, sottoscritto da cinque testi-

P] nb

moni, e rogato da Nicola, serintarius S. R. E.

Che cotesto lodo pontificio, naturalmente, nelle trattazioni pre-
celenii intercedute fra il papa ed i Narnesi, fosse convenuto da
questi ultimi, e fosse poi da loro accettato e mandato ad effetto,
almeno in parte, lo dimostrano gli atti che seguirono, e di cui
daró qui un cenno fugacissimo.
issi risultano da due altre pergamene: l'una (cent. 56 Xx 15)
130 L. LANZI

contiene la copia di due atti: il primo è rogato in Perugia dal
notaio Simeone in data 8 maggio 1216, ed in esso Cencio di Bea-
trice, procuratore dei Narnesi, rinunzia alla comunità di Stron-

cone, e per essa a Giovanni di Stefano e ad Oderiso di Rapiz-

zone, tulli i debiti che la città di Narni avea creati a danno di
quel castello.

Il secondo atto, rogato dal notaro Cornabono il giorno 11 del
detto mese, reca la rinunzia medesima falta a vari delegati Stron-
conesi da Pietro di Stefano, giudice di Narni, e da Giovanni Lo-
pazzano, tesoriere della stessa città. Questa copia, compiuta da
un Andrea notaro, in data 7 marzo 1241, è autenticata da Malteo
di Berarduecio, da Bartolomeo e da un Andrea, notari, per or-
dine di ser Enrico giudice ordinario.

L'altra pergamena (cent. 41 54.61) scritta in bel carattere
bollatico da Giovanni figlio e cancelliere di Beraldo giudice di
Santa Romana Chiesa, sotto la data 13 maggio 1216, contiene al-
tra rinuncia che Pietro Annibaldi, cognato del papa, eletto po-
destà di Narni ed altri fanno di tutti i diritti che i Narnesi e-
ransi a danno di Stroncone arrogati. In rappresentanza di que-
sto castello, comparisce nuovamente Oderisio di Rapizzone.. L'atto
fu stipulato al cospetto di Stefano di Fossanova, cardinale della
basilica dei dodici Apostoli, ma non reca la indicazione del luogo.

Da ció appare chiaramente, e meglio ancora dal nome del
nuovo potestà, Pietro Annibaldi, che Narni aveva accettato il lodo
pontificio, sottoponendosi forzatamente alla Chiesa, dopo che Ot-
tone IV ebbe rinunziato, a prezzo del suo riconoscimento in re
dei Romani, ai diritti dell' impero sul ducato di Spoleto col famoso
atto di Neuss. Ma se il lodo suddetto e

gli atti successivi rive-
lano l'abilità d' Innocenzo III a ricostituire lo stato ecclesiastico,
favorendo i piccoli luoghi col sollevarli dal dominio dei maggiori
e restituirli nella loro libertà e usando mitezza col conquistatore,
la poca docilità dei comuni maggiori ad accettare il dominio pon-
üficio è attestata non pure dalla ribellione di Narni (che possiamo
far risalire al tempo in cui Ottone delineó i confini dello stato
della Chiesa, sulle traccie dei privilegi per lui citati di Lodovico
e degli altri imperatori) ma anche da quello che Narni, con Spo-
leto insieme, malgrado il lodo d'Innocenzo, operava quasi subito.
Di fatti, a distanza di qualche anno solamente, Narni rifiutò
191

UN LODO D' INNOCENZO. III

obbedienza al Papa, e Federico II fu costretto da questo a minac-
ciare le due città di metterle al bando dell' impero. Nel suo de- .
creto del 28 febbraio 1218 dolendosi de superbo spiritu et super-
stitiosa Spoletanorum ae Narniensium voluntate (1), pare accen-
ai mali stessi che già avevano funestato per l'innanzi quelle
le, cioè la rivolta civile e le agitazioni del pensiero. La lo-

nare
contra:
cuzione superstitiosa voluntate, mira chiaramente ai paterini, che
intendevano far causa comune coi ghibellini.

Ed ora veniamo al testo integrale del lodo (2).

LS
* *
1215, giugno 7.
In nomine domini — Anno dominice Incarnationis .m ccxv. anno

octavodecimo pontificatus domini Innocentii iij pape, Indictione iij mensis
Iunij die septima. Hee sunt capitula que nos Innocentius episcopus ser-
vus servorum dei preeipimus vobis Narniensibus sub debito prestiti sa-
nti et fideiussionis. 1. In primis ut rehedificetis vestris

cramenti seu iurame
Stroncone tam in muris quam in domibus sieut

expensis castrum de
fuit ante. 2. Item omnia mobilia que in combustione castri vel postea ab-
stulistis hominibus de Stroncone ad iuramentum eorum qui [abs]tulerunt
eis pretium vel res si apparent reddatis. 3. Omnia vero que per

res ipsas,
homines ammiserunt emendetis ad iuramentum

combustionem prefati
damna passorum. 4. Qui si forte in extimando modum excesserint, de man-
dato nostro eligentur aliqui de concivibus vestris: ad iuramentum eorum
extimatio restringatur. 5. Item debita quibus homines castri predicti ha-
ctenus molestastis penitus dimittatis, preter illa debita tantum que ve-
strum aliquis cuiquam illorum de bursa propria non in fraudem se mu-
tuasse probabit per idoneos testes aut per autenticum istrumentum; ita
tamen quod si probare poterit, sua sit tantum sorte contentus ; absolven-
tes omnes fideiussores eorum si quos vobis dederunt pro redentione vel
pro alia causa dum essent [in c|aptivitate vel etiam pro alia indebita
exaxione et restituentes pignora si qua pro hiis recepistis ab eis. 6. Item
castrum ipsum ecclesie omnis cum omnibus pertinentiis suis in demanio
eeclesie Roniane perpetuo remaneant, nisi quantum ecclesia de gratia

(1) TuEINER, Op. cit. I, 49.

(2) È una pergamena (54 x 30)
mancanti od abrasi furono sostituiti
di m. Ventura da Castelvecchio il giorno 11 novembre 1239 ed autenticata da Bene-
da Nicolò di Pietro di Pietro Egidi e da Nicolò di Egi-

mutila in più punti, in carattere bollatico. I punti
coll'aiuto di una copia fatta dal not. Bartolo

detto di Pietro di Gottofredo,
dio, notari.
132 È. LANZI

vobis duxerit concedendum. 7. Item instrumenta omnia que sive pro debi-
tis, sive pro aliis causis contra eos infecta fuerunt penitus irritetis. 8. Item
quicunque castrum ipsum habitare voluerit plena eum permittatis liber-
tate gaudere. 9. Et sicut generaliter. inhibistis ne aliquis ex eis castrum.
sine vestro speciali mandato ad habitandum intraret, sic a modo faciatis
publice nuntiari ut quilibet absolute ac libere revertatur habitaturus ibi-
dem. 10. Item privilegium quod abstulistis eisdem ipsis red[datis. 11. Ite]m
v[oljumus et precipimus, ut homines castri Otriculi, quod destruxistis, in
ea qua fuerat ante castri destructionem maneant libertate et ab eis sine
speciali nostro mandato nihil penitus exigatis, absolventes eos a sacra-
mento vel alia [obligation]e si qua vobis tenentur astricti. 12. Item societa-
tes quas excomunicationis tempore contraxistis, penitus abiuretis nec cum
aliquibus de cetero contrahatis sine nostra vel Rectoris Tuscie coscientia
et consensu. 13. Item censum et debita servitia, que Ro[mana Eecle]sia in
civitate vestra habere antiquitus consuevit, reddetis et que in episcopatu
Narniensi, non impediatis quominus libere persolvantur. 14. Item omnia a-
nimalia et ea que ecclesiis et hominibus Sabinie post ultimam devastatio-
nem vestram tam nomine prede quam pro re[dentione] captivorum ab- .
stulistis, iuxta estimationem bonorum virorum qui ad hoc deputati fuerint
reddatis, set [si apparet] reddatis res ipsas: de incendiis autem et aliis
dampnis expectabitis gratiam si quam vobis duxerimus faciendam. 15. Item
Tudertinos Amelinos Interapnenses et alios eeclesie Romane fideles qui de
mandato nostro vos offenderint propter hoc nullatemes offendatis. 16. [Item
omnia que epi|]scopo vestro et eeclesiis civitatis vestre excomunicationis
tempore abstulistis, iuxta bonorum vivorum extimationem, reddatis, nec
ipsum episcopum vel i[psas ecclesias] de cetero iniuste gravetis, nec ab
episcopo aut clericis vel ecclesiis collectas sive datas, exactiones vel alia
[servitia si]ne mandato episcopi exigere presumatis. 17. Item non eligetis
vobis de cetero nec recipietis aliquam personam extraneam in Rectorem
sine no[stra licentia speci]ali. 18. Item precipimus ut secundum extimatio-
nem proborum virorum ad plenum satisfaciatis Amelinos de castro quod
nuper incendistis et de dampnis aliis que intulistis eisdem post proibitio-
nem nuntii nobilis viri comitis Iacobi consobrini nostri R[ectoris Tuscie,
et| septem boves quos de castro quod dicitur Foce abstulitis sine dilatione
reddatis. 19. Item precipimus quod ponatur in costituto vestro ut consules,
potestas sive Rector, qui pro tempore fuerint in civitate vestra, iurent se
servaturos predicta pre[cepta et quousque] ea omnia fuerint executioni
mandata plene ac fideliter impleturos. 20. Item precipimus quod paterinos
et quoslibet alios hereticos de civitate vestra expellatis.et dextruatis do-
mos eorum nec ipsos scienter de cetero admittatis. 21. Item propter l[icet
contujmaciam vestram multe et magne expense sint facte, volentes tamen
vobiseum misericorditer agere, volumus et precipimus, ut Camere nostre
mm. librorum senatus solvatis. Hec autem precipimus, vobis, reservata
nobis potestate addendi et minuendi.

Testes huius rei hii sunt rogati.
pos
i iA

UN LODO D' INNOCENZO II 133

Magister Raynerius domini pape notarius testis.

Magister Benedietus testis.

Boetius domini Camerarij Capellanus testis.

xaynerius Bern[ardini] testis.

[Benedietus de] Fraetis testis et alij plures.

[Ego Nicolaus] saneté Romane ecelesie scriniarus c[unta] que supra
leguntur [de mandato] domini pape et domini Stephani basiliee duode-
cim apostolorum presbyteri Cardinalis et domini pape Camerarij [scripsi]
et complevi —.

Come si vede da questo documento, Narni aveva preso di
mira colle sue ostilità, sopra tutto, la grossa terra di Stroncone;
e da altri atti posteriori appare che non le deponesse mai, tutto-
chè ammonita dai papi, e Stroncone dai papi protetta.

E poichè se ne offre la opportunità, mi. piace, sulla fede di
documenti inediti, a complemento delle cose narrate, di dar noti-
zia del come terminassero le contese alla fine del secolo XIII.

Da cinque alti (contenuli in una sola pergamena di cent. 65
X. 76) di m. Bonaiuto del Casentino, notaro di quel cardinal
Matteo d’ Acquasparta, della cui vita rigorosa fa menzione 1’ Ali-
ghieri nel canto XII del Paradiso, apparisce come i Narnesi,
profittando della. sede vacante per la morle di Nicolò IV, eransi
nuovamente spinti alla espugnazione di Stroncone, avevano in-
cendiate le messi mature sui campi di Ruschio (1), avevano. ma-
nomesse le proprietà e le persone; e, cacciati i canonici dalla
chiesa di S. Antimo, vi avevano eretto un fortilizio. Gli abitanti
del castello, sgomentati per le inattese violenze, eransi rivolti per
soccorso ai Cardinali raccolti nella città di Rieti, i quali ben tosto
delegavano Matteo d’ Acquasparta a guidare sul luogo un forte
esercito abruzzese, capitanato da Rubeone Gallo di Subiaco.

Atterriti i Narnesi a tale notizia, inviarono ambasciatori a
chieder pace. 1l predetto cardinal Portuense. fece allora sosta in

(1) Il ch. conte Manassei, illustrando un privilegio di Benedetto III (Appena.
alla st. di Terni — Pisa, 1878, pagg. 590 e 593!, traduce ARuschwm per Ruscolo o
Colle Rosso. Anche ai dì nostri vive il vocabolo Aewschio là dove i monti di Stroncone
confinano con Greccio e con Moggio,
184 L. LANZI

Terni, e, come è narrato nella pergamena, innalzato il vessillo
della Chiesa sulla fronte del maggior tempio, ivi ricevelte i mes-

saggi ed ivi rese giustizia agli assediati (1).

Il primo degli atti compresi in questa membrana porta la

data del 16 luglio 1293 e reca la procura, con la quale il popolo
di Narni delega Nicolucia di ser Giovanni Todini a giurare ob-
bedienza al cardinal Portuense e ad invocare il perdono. per gli
eccessi commessi a danno di Stroncone.

Il secondo, datato col 17 luglio, contiene il giuramento reso
da Nicolucia al cospetto del cardinale d’ Acquasparta. nella catte-
drale di Terni.

Il terzo atto, stipulato nel seguente giorno, riferisce gli or-
dini impartiti dal cardinale predetto, primi fra i quali il reintegro
dei danni arrecati agli Stronconesi, la distruzione del fortilizio e
la riconsegna della chiesa di S. Antimo ai canonici ante vesperas ;
quindi la condizione da lui posta che il giuramento fosse ratificato
dal Comune di Narni, e che fossero da questo esibiti ventiquat-
tro fideiussori.

Il quarto atto rogato nello stesso giorno contiene la ratifica
del Comune, ed il quinto la obbligazione dei fideiussori.

E notevole il fatto che in questi atti i Narnesi si obbligano
a restarsi dalle offese e ad obbedire alla curia di Roma per tutto
il tempo che durerà la sede vacante, fino a tre mesi dopo la ele-
zione del futuro pontefice (2).

(1) Giacomo card. di s. Giorgio in Velabro lasciò una esatta narrazione di questo
fatto in un opuscolo sulla vita di Celestino V, riportato dal MuraroRI (Seript. rer.
italic. vol. 39, cap. 4, pag. 622 — « De .Fr. Matteo de Acquasparta, port. episc. misso
contra Narn. qui obsidebant castrum Stronconi »). :

(2) Le pretese dei Narnesi sulle loro conquiste non si acquetarono, infatti,
cosi presto né cosi facilmente. Onorio III li aveva cacciati dalla Basilica Valentiniana
nel 1219; il card. d'Acquasparta nel 1293 aveva loro ritolta la chiesa di s. Antimo,
sottoponendoli anche a pene gravissime: essi avevano solennemente giurato di rinun-
ciare ad ogni preteso diritto, ed intanto nello Statuto del Comune, un secolo dopo

(1371) ancora sancivano:
Lib. I. Cap. 20.

« Item statuimus quod dominus Vicarius dicte civitatis teneatur vineula iura-
menti requirere Dominum Episcopum Narnie, una cum dominis sex electis. dicte
civitatis, qui erunt per tempora, quod procurent omni modo quo melius fieri poterit
instituere in ecclesia S. Valentini in campo et in ecclesia S. Antimi clericos natos de
Narnia, quando. vacare contigerit prebendas in ipsis ecclesiis vel altera ipsarum ».

Lib. I. Cap. 211.

« Item statuimus quod dominus Vicarius teneatur dare auxilium et favorem ad
recuperandum possessiones et bona. ecclesie S. Valentini in Campo ecc. »,
x

UN LODO D' INNOCENZO III 13:

Questa copia, in bel carattere gotico, fu compiuta da Gerardo
dei Rastelli da Imola, il 26 agosto dell'anno stesso in Rieti, per
ordine del predetto Matteo di Acquasparta, cardinal di’ Porto e ^
vescovo di S. Rufino.

Tutte le pergamene anzidette interessano grandemente anche
per il numero delle persone notevoli che intervennero alla stipu-
lazione degli atti.

Terni, dicembre 1894.

L. LANZI.
= INVENTARI E REGESTI

I CODICI DELLE SOMMISSIONI

AL COMUNE DI PERUGIA

Nella prefazione al Codice diplomatico della Città di
Orvieto l'illustre nostro Presidente scriveva che « la princi-

pale attenzione del compilatore di una simile raccolta do-

veva essere rivolta a quella serie di copiarj che in ogni ar-
chivio per lo più ha uno dei primi luoghi, dove si conten-
gono i così detti Capitoli, ossia ai « libri jurium >, e quindi
egli accennava che in aleune città questi volumi sono detti
« libri margaritarum », quasi gemme fra tutti gli atti degli
archivi. Anche nell Archivio Perugino si custodiscono siffatti
documenti, l'importanza dei quali é stata sempre riconosciuta
da tutti coloro che si sono consacrati allo studio delle nostre
memorie cittadine.

Infatti il Pellini nella sua Storia di Perugia afferma che
ilibri delle Sommissioni sono fra le piü pregiate scritture
che si conservino nel nostro Archivio, e nel corso dell' opera
più e più volte li ricorda; il Mariotti ha fatto tesoro della
importantissima colleziene nel « Saggio di memorie istoriche
civili ed ecclesiastiche della città di Perugia e suo contado »
e specialmente nella seconda parte che contiene il catalogo
. dei nostri potestà, capitani del popolo, legati e governatori;
il Bartoli nella Storia della città di Perugia da lui seritta
sopra memorie raccolte e compilate da Luigi Belforti e ma-
lauguratamente rimasta incompleta, ha tenuto i libri delle
Sommissioni in così gran conto, da riferire per esteso alcuni

La ee a ie M t I CODICI DELLE SOMMISSIONI AL COMUNE DI PERUGIA 191

atti, che in quei volumi si leggono, e il Bonazzi, il più re-
cente storico della città nostra, anch'egli ha tratto dai pre-
ziosi codici i più sicuri elementi per dimostrare l' organizza-
zione e l’ incremento del nostro Comune. — E ancorchè noi
non possiamo rammentare qui tutti gli scrittori di cose Pe-
rugine, che dimostrano di avere avuto notizia delle Sommis-
sioni e di averne tratto vantaggio» per le opere loro, pure
crediamo non debba tacersi che degli interessanti documenti
si valsero’ il Bonaini, il Fabretti e il Polidori ad illustrare
sapientemente le cronache della città di Perugia da loro pub-
blicate nel Tomo XVI, serie 1°, dell Archivio Storico Ita-
liano.

I codici, ove i preziosi documenti sono raccolti, sono
quattro, l'uno dei quali è segnato con x} e gli altri tre con
le lettere 4, B e C, e dell'importanza che pure i nostri an-
tichi attribuivano agli atti, che ivi si veggono riuniti, è prova
anche il fatto che non' poche sottomissioni sono ripetute in
un volume medesimo o nei vari codici. — I documenti sono :
scritti senza alcun ordine, vuoi di materia, vuoi di tempo, e
noi; limitandoci adesso a disporre cronologicamente quelli
di ciascun volume, faremo seguire al modesto nostro lavoro
un indice, nel quale tutto il contenuto dei quattro-codici. si
presenti per modo al lettore che questi possa con maggiore
facilità rendersi conto del come nel volger degli anni Perugia
estese la sua influenza e i suoi domini. — Il che è impor-
tantissimo a sapersi, avuto riguardo, come scriveva il Bonaini
nella Prefazione alle Cronache nostre, che « in ció appunto
consiste grandissima parte della Istoria di Perugia; perocchè
non si tosto il Comune si aggrandi che volle recati alla pro-
pria obbedienza non i Cattani soltanto, che erano sparsi nei
dintornij ma le città medesime a lui circostanti ».

Del resto tale coordinazione è già stata compiuta da
un valente nostro collaboratore, il Canonico don Michele Fa:
loci Pulignani, che di questi Libri delle Sommissioni egregia-
mente ha discorso nell’ Archivio Storico per le Marche e per
10
138 ANSIDEI E GIANNANTONI

V Umbria. — Nelle considerazioni poste innanzi all’ elenco dei
documenti raecolti nei quattro volumi ricordati, il Faloci ac-
cenna all utilità di un più ampio studio sui documenti stessi.
L'importanza di questi, se da un lato ci incoraggiava a siffatto
lavoro, dall'altro ce ne dissuadeva nel timore di accingerci
a troppo ardua impresa, ma ogni nostra incertezza è stata
vinta, quando abbiamo potuto vedere ciò che in questo me-
desimo Bollettino scrive il Presidente della Società: « Noi rivol-
geremo, egli dice, le nostre prime cure agli, Statüti Comu-
nali anteriori al secolo XIV, poi alle collezioni dei Capitoli
o Sottomissioni; perchè come quelli sono tutto il corpo del
diritto pubblico interno, così queste contengono la somma
del diritto pubblico esterno, con che si venne di lunga mano
preparando l orditura per l’unità della patria ».

E come a queste nostre parole abbiamo dato principio,
riportando alcune considerazioni che l' egregio nostro Presi
dente premetteva ad una pubblicazione che tanto lo enora
e dalla quale abbiamo tratto tanti utili ammaestramenti, così
ci è grato avervi posto termine con altri giustissimi. riflessi
del chiarissimo comm. Fumi. Se tutti gli studiosi di Steria
nell Umbria devono essere riconoscenti a lui, che ha consa-
crato e consacra tutto sé stesso alla fondazione e allo svi-
luppo della Società Umbra di Storia Patria, molto più deve
essergli grato chi, al pari di noi, si onora di averlo a guida
e a consigliere (1).

Perugia, dicembre ’94.
V. ANSIDEI e L. GIANNANTONI,

(1) Si noti che nel regesto con la lettera C. s' indicherà la parola Comune, con
P. Perugia, ed il segno * si premetterà al nome del notaro che autenticò la copia
dell’ atto, CODICI DELLE SOMMISSIONI AL COMUNE DI PERUGIA 139

t

CODICE I° SEGNATO 83

DAL 1180, LUGLIO AL 1491, FEBBRAIO

Cod. memb. in foglio, leg. in assi coperte di cuoio, di cc. 136 num.
— Gli atti contenuti nel Cod. sono dei secoli XII, XIII e XV e la serit-
tura é-dei secoli XIII, XIV e XV. — Sono in bianco le ce. 39, 64, 80,
103, 104, 113 e 156.

Dalla numerazione risultano mancanti le ce. da 35 a 38 incluse e
le cc. 40, 128 e 129; queste ultime tre appariscono tagliate.

Manca l’ indice dei documenti contenuti nel volume, che, a quanto
sembra, non ha mai esistito.

Incipit :-< In Dei nomine. Ab incarnatione eius anno M. centesimo
octuagesimo ».

Explieit: « Et ego Gratiaboni imperiali auetoritate judex ordina-
rius et notarius et nunc notarius populi et artium civitatis perusine pre-
dictis interfui et ut supra legitur scripsi et publicavi ».

I. — 1180, Luglio. — Civitatis Castelli submissio, c. 1 r.

« Presidente donpno Alexandro papa sancte romane ecclesie,
victorissimo (sic) quoque Frederico imperatore regnante » i Con-
soli di Città di Castello col consenso del Vescovo e dei chierici e
di tutto il popolo della stessa città sottomettono questa a P. e ai
Consoli Perugini presenti e loro successori.

Le condizioni della sottomissione sono le seguenti:

1.» I Castellani saranno coi Perugini in perpetuo « ad facien-
dam pacem et guerram et hostem et parlamentum » e coi nemici
di P. non faranno pace o lregua senza il consenso dei Perugini
stessi.
140 ANSIDEI E GIANNANTONI

2° Qualora i Consoli Perugini richieggano in alcuna guerra
di aiuto Città di Castello, i Consoli Castellani li aiuteranno con
tutto il.C. a proprie spese.

3.9 I Castellani daranno parziale soccorso di. milizie ai Pe-
rugini a spese di questi quando ne sia lor fatta domanda; lo stesso
impegno assumono a volta loro i Perugini.

4.9 I Castellani ad ogni rinnovazione del loro consolato
giureranno obbedienza ai Consoli Perugini entro un mese da che
ne siano stati richiesti dai Perugini medesimi, ed il popolo Ca-
stellano farà il simile « in renovatione sui Comunis ».

9.9 I Consoli Perugini avranno diritto di intervenire « in re-
novatione consulum Castellane civitatis » quando lo vogliano.

6.».Nessun Perugino « dabit guidam aut silquaticum aut
passagium neque in civitate neque in comitatu ubi Civitas Castelli
habet vires ».

. ^"? I Consoli Perugini e i loro nunzi saranno mantenuti a
spese dei Castellani ogni volta che si rechino in Città di Castello
per un negozio delle due città.

E 8.» Se il C. di Castello « faciet aliquam acquisitionem de
aliquo castro, de quo usque modo non habuit datam sive coltam
vel hostem », darà la metà ai Consoli Perugini, i quali faranno
dal canto loro altrettanto nel contado Castellano.

Leggesi inoltre: « Nos perusini consules in omnibus his su-
prascriptis excipimus Ranerium marchionem ad nostram volun-
tatem » (1).

La pena cui i Castellani si sottopongono in caso di inadem-
pimento dei patti è di 1000 libbre di argento purissimo.

Test. — Ranuccio « de Girardino de Raymundo Petride »,
. Ranuccio « de Perusio », Oderisio « de Petro », Ranuccio « Blanci »,
Riccolo e Mussolo figli « quondam de Buccalata », Ralfo « de

(1) Di privilegi concessi ai Marchesi, così chiamati genericamente, fanno cenno
tanto il PELLINI (Dell? Historia di Perugia, Parte I, Lib. III, pag. 204) parlando. del di-
ploma accordato nel 1186 ai Perugini dall Imperatore Arrigo VI, quanto il BONAZZI,
che discorrendo del diploma medesimo manifesta l'opinione che questi Marchesi di-
scendano dal Marchese Ugo di ‘Toscana detto per antonomasia il Marchese.

.Da un documento in data 29 Maggio 1202 (Sommiss. D, c. 5 7.) si rileva che
Uguecione e Guido figli di Raniero possedevano Monte Gualandro, Castel Nuovo,
S.ta Maria di Pierle, Lisciano, Tisciano e Reschio. — L'Abbazia di Pierle è ricordata
a C. 23 r. del Cod, B citato.

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1 CODICI DELLE SOMMISSIONI AL COMUNE DI PERUGIA 141

Ugolino de Stanzia », Ugolino « de Vilano », Gualdino « de Ra-
ynaldo » ed Egidio « de Raynutio ».
Ildebrando not. — *Piero « Bonifatii » not. (1).

II. — 1183, Febbraio 28. — Submissio civitatis Eugubij cum
juramento firmata mille Eugubinorum et ultra, c.-2 r.

« Ad honorem Dei et domini imperatoris Archicancellarij cbri-
stiani et ducis » i Consoli Eugubini « consensu et voluntate epi-
scopi, clericorum ae totius populi » sottomettono la propria città
a P. alle stesse condizioni di cui nell'atto precedente.

La pena alla quale promettono di sottostare gli Eugubini
non osservando i riferiti patti è di 1000 libbre di argento pu-
rissimo.

Test. — Gualtierone « Capannarij », Baractero « Mathey », Te-
delgrado « Ranutij », Giovanni « Brandoli », Bernardino « Cor-
« danelli », Arestinello « Salomonis ».

All'atto. fa seguito un elenco di molti cittadini di Gubbio
che giurano sugli Evangeli « in perpetuum tenere et observare et
non contravenire preceptum et precepla quanta et qualia D. Pan-
dulfus de Sigura Romanorum Consul et Perusinorum Potestas (2)
eis facerel et tenere et observare omnia per singula capitula
que in compromisso continentur facio in D. Pandulfum ab Ugo-
lino S. Pauli potestate Eugubij et Stantiolo judice Comunis Eu-
gubij nomine ipsius Comunis cum nobilibus hominibus eiusdem
civitatis, videlicet. Ugolino Salvi, Guidone Baruncelli, Guillelmo
Carsidonij, Ranerio de Sarpi, Jacobo Albertini, Quitalite Judice,
Bonbarone Bebulei, Maurino Vicini, Bernardino Uguitionis pro
se el successoribus suis et pro omnibus hominibus dicte civitatis
Eugubij tam elerieis quam laycis et a Bonifatio Coppoli (3). Co-

(1) Altre copie di quest'atto si hanno a c. 41 r. di questo Cod. nonché a c. 49 t.
del Cod. A e a c. 60 r. del Cod. € Sommiss.

(2) V. il Saggio di memorie Istoriche Perugine del MarIOTTI, nel vol. II ove si
ha il catalogo dei Potestà, Capitani del popolo ete., a pag. 197. =

(3) Questo Bonifazio della illustre famiglia: Perugina dei Coppoli è più volte nei
Codici delle Sommissioni ricordato come Camerario. Il Camerariato era ufficio di
singolare importanza.
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ANSIDEI E GIANNANTONI

munis Perusij camerario actore et sindico a Potestate et populo
perusino publice constituto » (1).

II. — 1188, Decembre 3, presso l'Ospedale « de Fulti-
gnano » (2). — Submissio Castri Plebis, c. 114 r.

Il Conte Bernardino (3) con il consenso e l'approvazione dei
Consoli Clanello e Gualfreduccio « de Ubaldino », Girardino
« de Malabranca » ed altri sottopone il Castello della Pieve di
S. Gervasio ai Consoli di P. Raniero « De Capelle » Camerario, Gui-
duccio « de Rainaldo », Calfo « Ugolini Stantie », Girardino « de
Rainaldo Saneti Valentini », Ugo « Bonicomitis », Boninsegna
« Abbatis », Struffolo « de Rainaldo de pede Perusio », Andrea
« de Letulo », Arlotto « Medici », Bernardo « de Livaldo », Lupo
« Montanarij, Bertraimo « de Adelino », Rainaldo « de Rogu-
glio », Ugolino « Montanarij », Astuldo « de Bernardo de Teuzo »
e Gualfreduccio « Martinelli ».

Si ripete anche qui il solito patto, che cioè Castello della
Pieve sarà tenuto a far pace o guerra « contra omnes homines in
perpetuum excepto imperatore et suo serenissimo filio rege En-
rico el excepto Bernardino de Bulgarello comite et.eius heredibus ».

Si daranno inoltre in occasione della festa di S. Ercolano otto
libbre « bonorum inforciatorum lucensis monete »; parimente ogni
anno « tribus vicibus debent [homines prefati castri] per annum tres

" albergarias consulibus perusine civitatis dare et in unoquoque al-

bergo debent esse duodecim homines cum duodecim caballis ».
Se i Perugini imporranno che a qualche loro spedizione pren-

dano parte quelli di Castello della Pieve « per comunantiam »,

costoro si obbligano a venire « in exercitu perusino ad salarium
et ad expensas predictorum hominum Castri Plebis S. Gervasij »;

(1) L'atto é ripetuto a c. 42 r. m8, c. 50r. A e c, 6l r. C.

(2) L'ospedale di Fontignano è castello sulla via fra Perugia e Città della Pieve. —
V. BARTOLI, Storia della Città di Perugia, scritta sopra memorie raccolte e compilate
da L. BELFORTI, vol. I, pag. 258.

(3) Si ritiene che Bernardino sia della famiglia dei Conti di Marsciano. L'atto
si legge anche a.c. 15 r., A, c. 18 r., Be c. 12 r., C, delle Sommissioni. — Si vegga
anche il PELLINI (op. cit. parte I, lib. 30, pag. 206).

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*

i CODICI DELLE SOMMISSIONI AL COMUNE DI PERUGIA 143

che se la città di P. volesse che gli uomini di detto castello ven-
gano « in hostem perusine civitatis per divisim », i cavalieri e‘
fanti dovranno venire a spese del C. di P. e salariati da quei
di Castel della Pieve; ogni anno i nuovi Consoli della Pieve si
recheranno in P. per giurare l'osservanza dei precetti dei Consoli
Perugini; ogni sette anni tutti gli uomini della Pieve che abbiano
superato i quattordici anni saranno tenuti a rinnuovare il giura-
mento di fedeltà.

Tutti gli anni essi dovranno prestare i servizi di cui nel pre-
sente istrumento è fatta menzione « nisi evidénlissimus metus
superveniret eis ita quod nulla ratione facere possent prenominata
servitia »; in ogni modo peró appena cessato questo timore, le pre-
stazioni medesime dovranno effettuarsi ed in caso contrario il Conte
Bernardino sarà obbligato a fare tutto ciò che piacerà al conso-
lato Perugino « et si non esset consulatus quicquid episcopus pe-
rusinus sive archipresbiter. saneti Laurentij vel duo boni homi-
nes per portam perusine civitatis: voluerint precipere predicto co-
miti ».

La città di P. alla sua volta dovrà dare aiuto agli uomini di
Castello della Pieve contro tulti, eccettuato l'Imperatore, il suo fi-
glio Enrico ed i! Conte Bernardino e i suoi eredi. :

Inoltre gli nomini di detto Castello « in nullo tempore nullum
apostatum servitium per aliquod ingenium facere debent Urbeve-
tani Comunitati ».

Test. — Oddone « de Rolandino », Giovanni « de Mancino »,
Berardo « de Diruta », Pietro « de Malavoglia », Gennaro « de
Buiolo: », Abuiamonte « de Aporthulo », Guglielmo « de Agello »,
Guelfuccio « de Medico », Oddone « Convenzinis », Aringerio suo
fratello, etc.

Atto giudice del sacro palazzo not. — *Andrea not. (1).

(1) L'importanza di questo atto nel quale, mentre è più volte ricordato 1° Impe-
Patore, non si fa menzione del Pontefice, è segnalata anche dal BONAINI, a pag. XXXI
della prefazione alle cronache e storie inedite della città di Perugia. — V. Archivio
Storico Italiano, serie I, tom. XVI, parte I. ue suna: E -* n —c— dice
A ^ MOM ACER WU "XS A VT Ml
*
144 © ANSIDEI E 'GIANNANTONI

IV. — 1189, Febbraio 12. — Submissio castri filiorum. Uberti,
c. 115 t.

Il Marchese Ugolino dà e sottomette tutte le sue terre alla
città di P. dichiarandosi pronto a far pace e guérra, contro tutti,
eccettuato |’ Imperatore e il Re Enrico; consegna-inoltre allo
stesso C. di P. « Fractam filii Uberti ad pacem et guerram, ostem
ei parlamentum- et ad coltam et datam » come la predetta ciltà
fa per le altre parti del suo territorio, riservando per sé soltanto
la metà della colta di Fratta.

Si obbliga altresì a custodire e proteggere, per quanto potrà
i Perugini e le cose loro. La stessa protezione devono a lui i
Perugini.

| Consoli sono gli stessi che nell’atto precedente.

L'osservanza di questi patti è garantita dal march, Ugolino
sotto pena di 100 marche di argento.

Test. — Prudenzio Giudice « Urbiveti » (sic), Matteo Giudice
« de Terente », Alegretto « de Monesteulo », Andrea « de Sup-
polino de Turre », Rolandino « de Ara », Maestro Daniele, Gilio
de Papiano », etc.

Martino Giudice not. (4).

V. — 1202, Maggio 29. — Submissio Montis Gualandri,
3 De 3

Castri Novi, Sancte Marie de Perelle, Liscare, Tisciani,
- Reschi, c. 116 r.

Uguecione e Guido Marchesi figli « q. Ranerij Marchionis »
danno e sottomelttono a P. tutti i castelli, ville, borghi, uomini,
famiglie e terre che essi hanno nel contado e vescovato Perugino e
cioè; Monte Gualandro, Castel Nuovo, S.^ Maria « de Perelle »,

*

(1) Del presente atto di sommissione leggesi un sunto nello stesso PELLINI (Parte I,
lib. 30, pag. 208). Esso leggesi anche a c. 6 r. A e Bea c. 5 r. € Sommissioni.

Il documento è ricordato anche nelle notizie che sulla Fratta, ora Umbertide,
dà il MariorTI nelle sue Memorie dei castelli Perugini.

ug

di crd I CODICI DELLE SOMMISSIONI AL COMUNE DI PERUGIA 145

Liscaro, Tisciano e Reschio con le respettive cürie e seguendo
.il corso del Nicone, affluente del Tevere, dalla parte-di Reschio
fra le terre dei Marchesi e il contado di Castello.

La sottomissione è fatta ai Consoli di P. « Vilano Saraceni »,

« Perusio Mussi », Pietro « Bertraimi », Saraceno « Viveni », Maf-

a

feo « Azzonis », « Gergolo Guerrerie » Amideo « de Rosciano »,
Raniero « Goliane », « Dux Rogerij », Stefano « Monachi », Gio-
vanni « Aldrevandutij », Guglielmo « Agelli », Gualtiero « Merza-
dantis », Ser Gualfredo, Peronzio, Pietro « Gregorij » e Leone
Camerario.

E concessa al C. di P. la facoltà « exigendi coltam et datam

et recipiendi albergarias ».

I Marchesi si obbligano ‘a pagare in caso di inosservanza
1000 marche d'argento a titolo di penale e giurano sugli Evan-
geli di mantenere i patti. *

D. Giovanni Priore di Preggio investitore.

Test. — Giacomo « Janni Aldevrandi Beatricis », Casiolo « Gui-
docti », Balduino « Acaptapanis », Gargano « Bonegratie », cittadini
castellani, Bieco « de Monte Gualdo », Adenolfo « de Asisio »,
Ugolino « Magioli », Tudino « Orlandini », Boninsegna « Pauli »,
Capitone, Monaldo « Johannis » etc.

Bertraimo not. (1).

VI. — 1202, Dicembre, 12. — P., in casa di Brunaccio « Peri
hainutij Perusij » Civitatis Nucerij submissio, c. 117 r.

Monaldo « Loterij » Console di Nocera per sé e per gli altri
consoli e suecessori, presente e consenziente Ugolino. Vescovo
della stessa città, sottomette questa al C. di P. rappresentato dai
Consoli che son ricordali nell'atto precedente.

Promette di pagare annualmente nella festa di S. Ercolano 10
libbre « bonorum denariorum Lucensium » e di far guerra e pace,
a seconda delle forze e del grado della sua città, con tutti coloro

(1) Il documento é uguale a quello contenuto nel Cod. « B » e richiamato nella

No. 1, — V, anche i Codd. A à c. b t. e C à c. 4 t. e PELLINI, parte I, lib. 4o, pag. 224,
146 ANSIDEI E GIANNANTONI

con i quali P. ávrà pace o guerra, eccetluati gli uomini « de Ca-
stro Reali.».

Oltre a.ció ogni anno i Consoli o chiunque altro governerà
il C. giureranno l'osservanza dei precetti dei magistrati di P.;
quando questi facciano colletta generale per il contado di-=Bisda
estendano a quello di Nocera, e la metà della colletta fatta pel
contado di Nocera sarà percepita dal C..di P. e l’altra metà da
quello di Nocera « exceptis civibus omnibus civitatis Nucerij et
exceplis sesaginta mansis Canonice episcopatus. quos episcopus
voluerit excipere et exceptis militibus ».

Si obbligano pure i Nocerini a dare « hospitia et vitualia »
ai Consoli di P., quante volte questi dovranno recarsi a Nocera
« pro spetiali negolio Nucerine civitatis».

“Inoltre se i Consoli o il Vescovo .di Nocera avranno per il
C qualehe causa « in rganibus consulum perusinorum vel potestatis
aud rectoris » non daranno oltre diéci libbre di denari lucchesi
« pro decimo quantecunque quantitatis fuerit causa vel lis, minus
aulem secundum quantitalem cause ».

Il Console e Sindaco di Nocera Monaldo promette che i giu-
ramenti di fedeltà saranno ogni 10 anni rinnovati da tutti gli uo-
mini « qui sint in aetate XX annorum ».

La penale promessa dai Nocerini è di mille marche d'argento.

I Consoli di P. prendono dal canto loro Nocera sotto la loro
protezione e promettono di aiutare i Nocerini contro (ulli eccetto
che contro gli Eugubini. Si impegnano da ultimo a porre i rife-
riti patti « in constituto » e a confermarli « de consulatu in con-
sulatu ».

Test. — Rainuecio Senese Giudice del C. di P., Jacopo suo
figlio, Giovanni « Ranucine », il signor Bertraimo « Bonaventure »,
Martino « Dente » cittadini di Siena, Michele « Peri Mancini »
Andrea « Brunatij » e « Perusio Januarij » cittadini Perugini,
Raniero « Bartholi », e Giovanni cittadini di Nocera.

Jacopino not. (1).

(1) Anche per questò atto V, Codd. A c. 25 r., B c. 29 t. è PELLINI, parte T, lib. 4o
pag. 229. I CODICI DELLE SOMMISSIONI AL COMUNE DI PERUGIA 147

VII. — 1208, Luglio 25. — P., nella piazza del C. in pub-
blica adunanza. — Gualdi submissio ad Comitatum et
submissio Arcis Fee, c. 118. t.

Raniero « Alberti » Console di Gualdo insieme a Raniero
« Bernardi », Boncompagno (1) « Serrani », Rambaldo Simone
« Palavaci », « Orzone Stronelli », « Strano Rainaldo Alexandri »,
« Savere Joculatore », Giovanni « Altule », « Dontesalsi Girgui-
num », Piero « Aliocti » e « Pigolotto Simonis » danno ai Consoli
di P. Gerardo « Gislerij », Rainaldo, Bonconte, « Monaldo, Gilio,
Ugo, Blandideo, Bevignate, ianiero, Bonaccorso, Villano, Pe-
rusio, Crispolto, Gualfreduccio e Jacopo e ad Andrea Camerario
la rocca di Flea e sottomettono sè stessi e tutte le loro terre ed
uomini e famiglie « ad coltam et ostem et parlamentum » alle
stesse condizioni delle altre. parli del contado perugino, cedendo
« medietatem bannorum et folliarum et decimorum et de omnibus
causis » che si porteranno innanzi ai Consoli di Gualdo ; questi
nè con parole né con fatti concorreranno a che P. perda la detta
rocca, ed anzi con tutte le loro forze l'ajuteranno a conservarla.
La pena promessa dai Gualdesi è di trecento marche di argento
purissimo; P. poi prende sotto la sua custodia i Gualdesi e i
loro beni, promettendo di proteggerli nelle persone e negli averi
e di conservare il loro C. e consolato secondo le antiche loro con-
sueludini.

[ Consoli di Gualdo dovranno giurare obbedienza a quelli di
P. — Quando piacesse ai Gualdesi di trasferirsi in altra località
potranno farlo, ma con l'assenso del C. di P., che assume l'ob-
bligo di proteggerli anche nella loro nuova residenza. — I custodi
posti da P. a difesa della rocca di Flea dovranno giurare di difen-
dere i Gualdesi e le cose loro ; P. non cederà mai detta rocca ad
alcuno; se dovesse cederla a qualeheduno, la cederebbe a Gualdo
gratuitamente. I Consoli Perugini promettono che tutti i patti sa-
ranno posti « in coslituto » quando sarà rinnovato e che i loro
successori « ita observabunt et annualiter in eostituto apponent »;

(1) Per questo nome V. Sommiss. A, c. 194 1,
148 ANSIDEI E GIANNANTONI

giurano sul Vangelo la osservanza dei patti medesimi, « salvo in
hiis omnibus honere et preceto Domini Pape et Domini Senatoris
Alme Urbis Romane (1).

Test. — Piero « Pieri », Rustico « Rainaldi », Glotto « Mu-
naldi », Saraceno .« Viveni », Guiduccio « Rainaldi », Mancino
« Grassi », Raniero « Baruncij », Ugolino « Montanarij », Pieruc-
cio « Simeonis », Monaldo « Guastaferri » Rainuccio « Petrutij »,
il sig. Latino « Herri », il sig. Bevignale « Becarij Benedictoli »
Suppolino « Ugolini », Rainuccio « Bertraimi », Ugolino « Ma-
soli », Tommaso « Tignosi », Piero « Tudini » e Diviziano.

Bono not. — * Bernardo .not. (2).

VIII. — 1208, Settembre 5. — /nsularum et lacus submis-
$10, C. 120 r.

Gli abitanti delle Isole Maggiore e Minore ad onore del po-
testà di P., Pandolfo « de Secura » (3) giurano e promettono alla

città di P. e a tutti i suoi cittadini amici e sudditi di rinunciare

‘alle ragioni che potessero loro competere in seguito a ciò che da

essi o per essi avevano sino allora sofferto. — Promettono altresì
che non renderanno ai Perugini « malum meritum ».
Conserveranno e difenderanno il lago a disposizione dei Pe-
rugini; non daranno ajuto nè di opera nè di consiglio a chiunque.
voglia togliere il lago a P. e si opporranno sempre a che sia rie-
dificato Castiglione. Ogni anno essi e i loro eredi e successori
« a decem annis supra » confermeranno con giuramento le ob-
bligazioni assunte e giureranno di rispettare tutti i comandi del

(1) Questa eccezione é ripetuta anche nella Sommissione del castello di Montone
dell'8 Marzo 1216 che leggesi a c. 54, del Cod. B, delle Sommissioni. — V. a pagi-
na XXXVII la prefazione del BowNarNI alle cronache inedite della città di Perugia,
Tomo XVI, Serie 1a dell'Archivio Storico. Italiano.

(2) V. Sommiss. A, c. 194 r. e BartOLI, Storia dello città di Perugia, vol. I, pa-
gina 207, e BONAZZI, Storia di Perugia, vol. I, pagg. 258 e 259.

(3) Nel MARIOTTI, Catalogo dei Potestà etc., sotto gli anni 1209 e 1210. leggesi :
« D. Pandulphus de Suburra Romanorum consul et Perusinorum Potestas ». Il Ma-
RIOTTI trasse il nome-da un ms. ch' era in mano di Mons. della Corgna e che fu co-
piato da VINCENZO TRANQUILLI ; più volte Pandolfo « de Secura » è ricordato negli atti
delle Sommissioni, 1 CODICI DELLE SOMMISSIONI AL COMUNE DI PERUGIA 149

Potestà o dei Consoli Perugini:sChe se per caso P. perdesse il lago,
gl'isolani l'ajuteranno con ogni lor possa a ricuperarlo; essi ri-,
nunziano .a ogni accordo interceduto fra loro e i Perugini al tempo
in eui uscirono da Castiglione, volendo che quegli accordi « sem-
per habeantur pro inanis et infectis », salvo i precetti del Potestà
e dei successori suoi, ai quali concedono pieni poteri di togliere
o aggiungere alle cose stabilite.

Test. — Ugo « Marcovaldi », Raniero « Petrutij », Maestro
Matteo, Jacopo « Verdiane », Bernardo « rector laci » e Bernar-
dino « Bubulei ».

Benedetto cittadino di Sutri not. (1).

IX. — 1210, Febbraio 28. — P., nel palazzo del C. « in
generali consilio ». — Juramentum Perusinorum ‘ad
summum. Pontificem — Promissio Pape in civitatem
Derusi. 6. 109. T.

« In nomine Domini Amen, A. D. MCCX, Ind. XIII, exeunte
Februario in vigilia Sancti Herculani, ad honorem Dei et Ecclesie
Romane et utilitatem comunitatis Perusine civitatis, Perusini una
cum voluntate et autoritate D. Pandulfi de Subora ‘Romane Ur-
bis Perusij potestatis:(2) hoc modo juraverunt precetum. Domini
Pape Innocentii III Domino Stephano ipsius Apostolici Camerario
nuntio et legato (3) eius nomine recipienti pro defensione Sancti
Petri Romane Urbis, videlicet quod juraverunt precettum dieti
Apostoliei eiusque Catholicorum successorum bona fide sine fraude
obedire et observare ». A tale difesa i Perugini si obbligano sol- .

-

tanto entro determinati limiti, cioè da Perugia a Roma (4). Il Papa

(1) L'atto é ripetuto a c. 3 r. del Cod. A, a c. 2 t. del Cod. B delle Sommissioni,

nel quale ultimo però porta la data del 1209. — In tutti e tre i codici è erroneamente
notata la indizione XIII. — V. PELLINI, parte I, libro 4e, pag. 230, ove, parlando di

questa sottomissione, accenna anzichè alle isole Maggiore e Minore, alla Polvese.
(2) V. nota (3) a pag. 148.
(3) In ordine a questo legato del Papa V. MARIOTTI, Catalogo dei potestà etc., pa-
gina 104 sotto l'anno 1210.
(4) V. là ricordata prefazione del BONAINI, à pag. XXXV,
150 — -ANSIDEI E GIANNANTONI

dal canto suo ratificherà quanto inesuo nome conchiuda il legato
e, qualora sia per far pace con l’imperatore, comprenderà in que-
sta pace anche P. « et retinebit dictam civitatem Perusii ad se
ad fidelitatem. et honorem Romane Ecclesie et dicte civitatis ».
Parimente il Papa promette di conservare ai Perugini tutte le
loro consuetudini e tutii i loro diritti tanto « in electione consu-
lum seu potestatis quam in appellationibus, tam in hominitiis et
celeris aliis »; e se il Papa volesse ai Perugini imporre alcun che
contro questi patti, o pretendesse che essi militassero a. difesa
della Chiesa al di là di Roma, i Perugini non saranno tenuti ad
obbedienza (1).

Test. — Piero è de Pero Bombaronis », Uffreduzio « Ugui-
lionis », Raniero « de Capelle », Arlotto « Peruntij », Jacopo « Ver-
diane », Piero « Bernardi Fabri », Monaldo « Uguilionis » ed
altri.

Pietro giudice e not. (2).

X. — 1216, Marzo 8. — P. « in atrio ante 5. Herculanum ».
— Montonis submissio, c. 106 r.

Cardasanti e Bernardo « Jacobi » Consoli del castello di Mon-
tone sottomettono a. Giovanni Giudice Console dei Romani e Po-
testà dei Perugini (3) e a Gualfredo Camerario del C. di P. il
Castello di Montone « cum tota sua curte et cum omnibus suis
pertinentiis et omnibus hominibus existentibus in dicto castro ».
Promettono altresì di far guerra insieme al C. di P. contro chic-
chesia ma specialmente contro Città di Castello e Gubbio, non mai
peró contro l'Imperatore o il Re é 1 Marchesi, di fronte ai quali
porgeranno ajuto soltanto a mezzo di preghiere. Ogni volta che
la città di P. facesse o ordinasse « generalem coltam per civita-
tem perusinam et burgos », i Montonesi si obbligano a dare per
ciascuno dei loro focolari quanto pagherà ogni focolare perugino.

‘(1) V. la prefazione medesima a pag. XXXII.
(2) V. Sommiss. A, c. 40 r., BARTOLI, Storia di Perugia, vol. I, pag. 302, e CIATTI
Perugia Pontificia, libro: VHI, pag. 279.
(3) V. MARIOTTI, Catalogo dei Potestà, Capitani del popolo ete., pag. 196 e 197.
I CODICI DELLE SOMMISSIONI AL COMUNE DI PERUGIA 151

Tutti gli anni nella festa di S. Ercolano i Montonesi daranno in
servizio ed onore di P. « unum pallium vel unum cereum valen-
tem. C. solidos denariorum vel C. solidos denariorum » a scelta
del Potestà o dei Consoli di P. Quando ne sian richiesti rinno-
veranno tali patti con giuramento ogni 7 anni.

Tutto quanto è contenuto nel presente istromento rimanga
fermo in perpetuo salvi i diritti che su detto Castello hanno an-
che per consuetudine i Marchesi ed eccettuato il caso in cui l' ina-
dempimento dei patti si verifichi « metu imperatoris vel regis »;
in tal caso i Montonesi non intendono di sottostare alla penale
pattuita in 200 marche di argento, ma si impegnano ad osser-
vare i patti stessi « eorum metu cessante ». Il Potestà e il Ca-
merario di P. « de consensu et voluntate comunis Perusij et de
consilio consiliariorum tàm spetialium quam generalium » aecol-
gono il Castello di Montone e i suoi abitanti sotto la protezione
di P. e assumono l'obbligo di difenderli contro tutti fuorchè contro
il Papa, i Romani, l'Imperatore, il Re e i Marchesi, promettendo
però di giovarli presso questi per quanto sarà loro possibile a
mezzo di preghiere.

Nella rinnovazione dello Statuto Perugino il Potestà o i Con-
soli di P. dovranno porre l’obbligo dell’osservanza di questi patti;
| quali tutti dovranno essere mantenuti e al di là dei quali non
potrà P. esigere alcun che da Montone « salvo in hijs omnibus
preceptum atque precepta .D. mostri Pape et alme Urbis sena-
loris » (1).

Test. — Ugolino « Salomonis », Bonconte « Uguitionis »,
Glotto « Munaldi », Mainardo « Imperatoris », Rustico « Sara-
ceni », Rainaldo « Mariani » Bono not., « Dux Rogerij », Ven-
tura *« de*Nucerio », Bernardo « Uguitionis D. Benveniatis », elc.

Jacopino not. — *Jacopo « Boni » not. (2).

(1) Da queste parole trae il BonAINI (Prefaz. cit. pag. XXXVHI) la giusta conse-
guenza che in quei nostri maggiori non era spenta l'idea latina e che non devono
essere state a P. « così profonde come altrove le tracce lasciate dalla conquista dei
barbari ». Il BoNAINI che cita più volte questa sottomissione di Montone, richiamando
il Muzi (Memorie civili di Città di Castello), la rammenta sempre con la data del 1210.

(2) V. PELLINI, parte 1, libro 4e, pag. 238 e 239. — Il documento é ripetuto a c.
59 t, Cod. A, c. 54 r. Cod. B e c. 64 r, Cod. € delle Sommissioni.

——
152 ANSIDEI E GIANNANTÓNI

XI. — 1217, Agosto 8. — Nella piazza pubblica di P. — Com-
promissum, inter" Comune Perusij et Comune Eugubij,
UTER |

« Ad honorem Dei et beate Marie semper Virginis et beato-
rum Apostolorum Petri et Pauli et S. Romane Ecclesie et beato-
rum Martirum Laurentij et Herculani et beati Ubaldi et ad ho-
norem alme Urbis Senatus populique romani et Perusine Civi-
tatis.

Bonifacio « Coppoli » camerario della città di P., eletto Sin-
daco dal Polestà Pandolfo (1) da una parte e Ugolino « de Sancto
Paulo.» Potestà e Stanziolo Giudice di Gubbio dall'altra rimettono
allo stesso Pandolfo la soluzione di ogni*lite, discordia, guerra,
che antecedentemente avesse avuto luogo o potesse aver luogo in
avvenire fra le due città. Insieme al Potestà e al Giudice di Gub-
bio prendono parte all'atto Ugolino « Salimguerre », Guido « Ba-
Ja-
copo « Albertini », Guitalite Giudice, Bonbarone « de Bibulco »

runeelli », Guglielmo « Carsidonei », Raniero « de Serra »
b) [e] > )

H
Mancino « Vicini », Bernardino « Uguitionis » e Bontadoso « A-
delardi » cittadini di Gubbio. La penale è fissata nella somma di
mille libbre di oro purissimo e il C. di Gubbio vincola per l'osser-
vanza degli obblighi assunti « quiequid civitas Eugubij habet et
tenet a Savunda versus Perusium »

Test. — Rodolfino « de Serra »

, Bérardo « de Ascagnano »

Conte Bolgarello (2), Raniero « Berardini », Ugolino « Salomo-

>

nis », D. Armanno Cappellano del Papa e Rustico «* Raynaldi
Mariani », Piero « de Pero » e Gianni « de Cincio de Sasso Ro-
: )

mano ».
Deotesalvi not. — *Piero « Bonifatii » not. (9).
(1) Pandolfo « de Sigura », come può aversene certezza dall'atto che segue.

(2) Tutto fa credere che questo Conte Bolgarello sia figlio del Conte Bernardino
di Bolgarello già ricordato come uno della famiglia dei Conti di. Marsciano.

(3) Il documento si legge anche a e. 12 r. del Cód. ^, a c. 13 t. del Cod. B e a c. 9 t.
del Cod. C, delle Sommissioni. — A questo compromesso ha relazione il giuramento
degli Eugubini, di cui é cenno al N, IH.

Naz: Asa

DI

alga O 2$ 07 e coe » — meti:

I CODICI DELLE SOMMISSIONI AL COMUNE DI PERUGIA 153

XII. — 1217, Settembre 6. — Nella piazza del C. di -P. a
piedi del Campanile di S. Lorenzo e S. Ercolano. — Lau-
dum inter Comune Perusij et Comune Eugubij, c. 8 1.

Il Potestà Pandolfo « de Sigura » in virtù del compromesso
di cui sopra ordina che il Potestà di Gubbio e gli altri Eugubini
ricordati anche nel compromesso medesimo in termine di otto
giorni diano « in tenutam » al Camerario del C. di P. Bonifazio
Coppoli « Castrum Montis Episcopi et Castrum Agnane » (1) op-
pure radano al suolo le torri e le mura di detti castelli o diano
a P. in ostaggio Ugo « Orlandini », Murico « Stantioli », Bon-
tadoso, Brunello « de Brisciano », Jacopo « Alberti », Bonba-
rone « Bibulci », Tederico « Federici », Gabriele « Ermanni »,
Ruggero « Vicini », Rodolfino « Carbonis », Bonamancia « Lo- ,
teri} », Boncompagno « Barigiane », Onesto « Jacobi », Bonac-
corso « Alixandri », Gervasio, Bonaccorso « de Jamvilano »,
Guido « Baruncelli », Andrea « Trasmundi », Maestro Bianco, e
« Suppolino de Serra » (2). Se questi ostaggi saranno dati il Ca-
merario del C. di P. restituirà a scelta sua e del Consiglio di P.
duecento prigionieri di quelli detenuti dai Perugini.

Test. — Gianni « de Cincio », Romano, Guido « Putei », di
Siena, Cambio di Firenze, Luterio « de Casciocto », di Firenze,
Jartolo « de Stabile » di Orvieto, Monaldo « de Pero » di Ac-
quapendente, Bencivenne « De Benincasa » di Arezzo, Gualtiero
« Arigi » e Castellano « de Rincùrdato Fabro », il Conte Bul-
garello, Berardo « de Ascagnano », Andrea « de Portolis » e Ber-
nardo « de Rudulfino ede Serra ». i

Deotesalvi not. — *Piero « Bonifati] » not. (3).

(Continua).

(1) Attualmente Agnano e Monte Lovesco.

(2) Questi ostaggi appartenevano certo alle più illustri famiglie di Gubbio : ed
in vero alcuni di essi sono ricordati fra i nobili Eugubini dei quali è fatta menzione
nel Documento N. II.

(8) V. lo'stesso albto-a c. 40 T. m8; C. 13°r. A; cc. lot, Bre 105t- 0. —«Visanchée
BARTOLI, Op. cit., Vol. I, pag. 323 e seg. 3

Il
(53)

154

COMUNICATO

IL TESTO VOLGARE DELL'ÍITINERARIUM DI ALESSANDRO GERAL-

V DINI D' AMELIA.

A

Dell’ Ztinerarium ad Regiones sub aequinoctiali plaga con-
stitutas di Alessandro Geraldini, i cui capitoli XII-XVI formano
una delle più sincere e reputate narrazioni sincrone della scoperta

. del Nuovo mondo, non conoscevasi sino a ieri che il testo latino.

Fu edito a Roma, col plauso di 17 vati in 9 lingue diverse, da
Onofrio Geraldini per i tipi del Facciotti il 1681, e ne venivano
l'anno scorso rimessi alla luce i detti capitoli per cura di Gu-
glielmo Berchet nella monumentale « Aaccolta di Documenti e
Studj pubblicati dalla R. Commissione Colombiana ». E però pia-
cemi annunziar dapprima in questo Bullettino di storia umbra una
ignota redazione volgare dell’/tinerarium, scampato da lante pro-
celle, tot fluctibus erutum, cominciato nel grande oceano l'anno
1520 e finito di comporre due anni dopo in San Domingo (Haiti)
da un iHustre e generoso figlio dell’ Umbria in magnorum regum
aulis et legationibus diutissime versatus. Questi seguendo il nobile
esempio di suo fratello Antonio — morto nunzio in Spagna nel
1488 — conforlò in terra straniera della sus*amieizia e nella madre

lingua il grande compatriota, in allora povero e lacero, e, parte-

cipando poi alla famosa Giunta, ribatté vittoriosamente le obiezioni,

teologiche mosse all'audace impresa; tracciata pur-dalla carta del
Toscanelli (1), di guadagnare il levante per il ponente.

(1) Un tentativo di ricostruzione di questa importantissima carta, inviata da
Paolo Toscanelli ad Alfonso V re di Portogallo e a Cristoforo Colombo, trovasi nella
Parte V, vol, I, tav. X della encomiata Raccolta Colombiana.

E ETUR

a aio opi eue cien ie ei tL ni POI

COMUNICATO 155

Codesta redazione italiana, che mi venne testé offerta in esame,
è compresa in un cartaceo in f. p. di ec. 94 numerate original-
mente, scritto in bel corsivo italico per mano di un Pompeo Mon-
gallo da Lionessa nella seconda metà del XVI secolo, anzi, sé-

. condo una sua avvertenza a c. 86", parrebbe nel periodo fra gli

anni 1565-1578. Serba il prezioso volume, proveniente dalla li-
breria del conte Evelino Cilleni Nepis di Assisi, la sua antica
legatura in pergamena molle; sarà posto in vendita insieme ad
altre rarità bibliografiche qui in Roma dal libraio Ildebrando Rossi
nel prossimo decembre, ed auguriamoci venga in possesso di qual-
che intelligente amatore di glorie nazionali, che intenda subito a
pubblicarlo.

Le prime II carte contengono un indice alfabetico degli argo-
menti, la III è bianca ed alla IV si legge il titolo: Itinerario di
mons. Alessandro Geraldini..... Principia questo a c. 6* in modo
ben diverso dal noto testo latino. « Io Alessandro Geraldini d'Ame-
« lia ritrovandomi in Spagna alli servigi delli Serenissimi Re di
« Raona et Isabella Reina di Castiglia, fui dalla loro benignità
« eletto vescovo della Città di Sandomenico, non molti anni prima
« da' lor capitani edificata nell'isola Spagnola, al presente comu-
« nemente detta di San Domenico nell’indie occidentali nuova-
« mente venute alla notitia et sotto l'imperio de’ Christiani per
« inventione el virtà del Gloriosissimo Christoforo Colombo Ge-

«(Novese ecc. ».

Termina al verso della 85» carta coll’ interessantissimo brano
sulle nefande crudeltà usate dagli Spagnoli in quell’ isola.

« Aggiungo per l’ immortale dio che molti de’ nostri Spagnoli
« volendo far provare se le sue spade tagliavano bene, in un colpo
« lagliavano una gamba o un braccio di quei corpi ignudi. Ag-
« giungo anchora che, per minima cosa, volendo satisfare alla
« loro essecranda crudeltà toglievano i piccoli fanciulli dal grembo
« delle misere madri e con impeto li sbattevano sopra i sassi,
« el se le infelici madri esclamavano più di quello che essi vole-
« vano, le ammazzavano. Ne è da meravigliarsi per ciò che in
« questo paese, in quel primo tempo che fu trovato, si mandarono
« huomini, per furti, per latrocinii, per homicidij et altri dete-
« standi malefici], infami. Ve ne furono di quelli che mutilati delle
« orecchie et d’altri membri non ardivano nelle lor patrie com-
e mini sione li

90

A. TENNERONI

« parire in pubblico. In questo crudel modo, chiamo in testimonio
« l'elerno et immortale iddio, si estinsero nell'isola Spagnola
« oltre ad un millione d’ huomini ».

Lo scrittore del codice vi si dice educato in Amelia, ove potè
addivenir caldo ammiratore della nobilissima famiglia Geraldina,
e appartenente alla Milizia di Gesù Cristo; vi si palesa uomo
di non comune cultura, siccome appresso sarà facile intendere,
Avendo egli tradotto dal portoghese i capp. 49-53 d' una Zelazione
dell’ Etiopia del patriarca G. Bermudes, li volle, quale compimento
alle cose s(upende dell’ Etiopia narrate dal Geraldini, trascriver
(c. 86'-92°) qui subito dopo l’ Itinerario, cui credette utile altresì
premettere un’ avvertenza (c. 5"-6") in cui c' illumina sulla forma-
zione del presente testo volgare. « Venuti alle mie mani (egli dice)
« alcuni fogli di carte spezzate che senza forma .et ordine alcuno
« contenevano l' Itinerario di Mons. Alessandro Geraldini d'Amelia
« vescovo di S. Domenico, città deli’ Isola Spagnola edificata da
« Bartolomeo fratello di Cristoforo Colombo ritrovator del nuovo
« mondo, mi sono mosso a ridurli in forma alquanto ordinata
« il meglio che si è potuto per non lasciar perdere la cognizione
« di tanti paesi e di tante cose delle quali per lo addietro non si
« avea notitia aleuna et non meno per honor dell’ autore ecc. ».

Si sa invece che il suddetto Onofrio dichiarò nella dedica del-
l' Itinerarium al card. Francesco Barberini di averlo tratto da
pergamene dell’ autore: offero (monumenta) iam vetera in mem-
branis auctoris, nascoste in casa fra gli avanzi di fardelli in-
diani (1). E nel proemio al lettore poi aggiunse: « ateor
« equidem huic nostrae familiae Geraldinae in Civitate Amerina
« nusquam defuisse viros, qui haec (monumenta) eurassent, sed
« nullus est ausus domesticis laribus manus inijcere, ne cuipiam
« meorum gloriae fraus fieret ». i

Che per tanto egli riesca a contradirsi, parmi evidente: se
l'autografo, o il presunto autografo, era rimasto per lunghissimo
tempo, diutissime, sepolto in casa, donde anche il suo merito
presso il Cardinale di averlo rinvenuto e posto in luce, perchè
poi confessare al lettore che ai Geraldini non difettarono uomini

che l'avesser curato? Fra questi dobbiamo noi oggi annoverare

(1) « Quae inter Indicarum sarcinularum reliquias domi sepulta, delituere ».

m. un xli:

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-— qe MES Re 3 ;
COMUNICATO Hay

il Mongallo, la cui opera non si dovette certo da Onofrio igno-
rare, anche per la distanza di pochi anni fra loro, ed anzi, come
lascian supporre le riferite frasi, si preferì tacere a causa d'una
malintesa boria di famiglia.

Nel grande risveglio e svolgimento odierno di studj Colom-
biani, la critica non ha potuto sottoporre ad esame l'originale
dell’ /tinerarium, ignorandone l'esistenza. Su di esso però siamo
lieti oggi rifletta un po' di luce la presente ridusione in forma
alquanto ordinata, come il Mongallo si piaeque umilmente chia-
marla. Consta essa invero, non altrimenti che il: testo latino, di
XVI libri; ma oltre a cominciare in modo diverso e mancar della
dedica e delle invocazioni frequenti nei libri a Leone X, differisce
eziandio nolevolmente da quello per essere stata in genere com-
posta in modo più semplice: e compendioso, tanto da sembrare
molto fedele al primo getto dell’ autore, nonchè in quanto a frasi,
periodi e mon di rado ancora ad interi passi, ora in più ora in
meno, e sì nei libri dedicati all’ Etiopia che in quelli, ove si de-
scrivono i Caribt, l'isola Graziosa (cui Colombo così chiamò dal
nome della madre di Alessandro per attestargli il suo gratissimo
affetto) e l'isola Spagnola. I termini di un Comunicato non con-
sentono, nè del resto è necessario e sarebbe ormai anche super-
fluo al mio scopo, il produrre qui molti passi diversi in riscon-
tro; il volonteroso o l'interessato potrà di leggieri, in grazie al
loro numero, rinvenirli e raffrontarli come lavoro completo, al suo
giudizio sulle diverse questioni inerenti al testo.

E dunque la critica dinanzi ad una redazione diversa per
forma e spesso anche per contenuto, ordinata e trascritta circa
cinquant'anni prima che fosse pubblicata la latina, e derivante an-
ch'essa da documenti originali che non meno dell'altra hanno,
parmi, diritto alla sua considerazione. Onde sorgerebbero spon-
tanee le dimande: quale delle due rappresenti veramente la pri-
mitiva, e in che lingua questa.sia stata scritta, o latina o volgare
ovvero anche, forse spagnola? E qui converrà allora rifarsi indietro
nella via delle indagini per appurare almeno quando pervenne in
Amelia il ms: dell’Ilinerario, e se mai le membrane citate da
Onofrio, sieno tutta una cosa. coi fogli di carte spezzate giunte
alle mani del nostro Mongallo.

Ad un erudito volenteroso non sarebbe poi ingrato ed inutile

-
158 A. TENNERONI

condurre a termine un raffronto minuto e completo delle due re-
dazioni ed arrivare, mercè l’aiuto dei sicuri criterî linguistici, a
stabilire quali precisamente e quante relazioni fra esse inlerce-
dano. A me basta Vavere così additato un. testo sconosciuto del-
l'importante Ztinerario del Geraldini, veramente prezioso di au-
tentiche notizie (1).

Giova credere che, avendosene oggi una redazione in volgare,
diventi, almeno in Italia, assai più: nolo ed apprezzato, e specie
nell' Umbria, che, sola fra le regioni sorelle, per bocca di due il-
lustri suoi figli parlò in Spagna amicamente a Colombo e ne di-
fese e protesse l' immortale scoperta.

Roma, 27 ottobre 1594.

A. TENNERONI.

(1) Nel licenziare le bozze apprendo che fu venduto, il p. d. dicembre, al signor
Jeronimo Ferreira das Neves, brasiliano di Rio-do-Janeiro, dimorante a Lisbona.

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cita

b. 740 IET

ANALECTA UMBRA

Sul codice Barberiniano XLV, 130, quello stesso di cui l'Allaeci si
servì per la raccolta di rime edite a Napoli nel 166t, il prof. A. Ten-
neroni ha stampato (s. 1., 1893; per nozze Paparini-Balestra) due sonetti
di ser Marino Ceccoli da Perugia. Il primo, che ha la didascalia Duleis
oratio amoris aperientis in tempore veris, comincia: « Quando i fiorecte
fra le folglie tenere » ; il secondo, che è una Liquida exclamatio tem-
poris recedentis amoris, com. « A la dolce staxon ch’ei tordi arve-
gnono ». Siccome il Vermiglioli nulla disse di questo poeta, così il prof.
T. nota opportunamente ch’ egli disputò d'amore con messer Cino, e che
altri cinque sonetti suoi lezgonsi nello stesso ms.: due trattano Je de-
solatione urbis Perusie e De diversitate gentium civitatis Perusie; uno fu
scritto per « quel gran diluvio d’acqua che venne in Firenze e quasi in
tutta Toscana » nel 1333 e che Giovanni Villani descrisse nel lib. XI
delle cronache: due furono indirizzati a un T'iberutum. de Montemelino.
Facciamo voti perchè il prof. Ernesto Monaci pubblichi presto, come
vien promesso, e integralmente, il prezioso ms. che altre rime d' altri
poeti umbri ei ha tramandate.

È uscito alla luce il vol. IV ed ultimo dei Lamenti storici dei secoli
XIV, XV e XVI (Verona, Drucker, 1894) raccolti e ordinati a cura dei
dottori A. Medin e L. Frati. Nell’ indice eronologico dei Lamenti storici
italiani in verso, ch’ è in fine alla diligentissima raccolta, è notato: sotto
l'a. 1458. I/ pubblico, nel quale si contiene it Lamento di Perugia essendo
soggiogata di Lorenzo Spirito; trattasi, come gli editori avvertono, del
poemetto in ternari di cui dié la notizia ed un saggio il Vermiglioli e
il prof. A. Rossi pubblicò due capitoli nel 1877 per le nozze Rotelli-Se-
nesi: il resto del poemetto è inedito. A pag. 143 e segg. sono editi e il-
lustrati i due Lamenti di Pergola, 1445-46, composti da Gaugello di ser
Travaglino de’ Gaugelli di Gubbio.

x L’arciprete Luigi Luzi di Lugnano in Teverina ha pubblicato uno
scritto su Le Mura di Amelia (Amelia, tip. Petrignani), dove, presentata
la topografia antica, parla delle mura ciclopiche al lato occidentale della
città e opina che fossero fabbricate dai Pelasgi Enotri, « perchè essi ave-
vano in costume porre le pietre a filari orizzontali, mentre i Tessali, ancor
160 ANALECTA UMBRA
eglino famosi in quest’ arte, fabbricavano senza ordine con pietre a forme
irregolari ». Alla venuta degli Etruschi, Amelia, una delle trecento (?) città
-dell' Umbria da loro conquistate. (av. l'éra 1187), dovette ingrandire il
suo perimetro, ed allora sorse l'altra cinta da levaute a ponente, dove si
trova il loro modo di fabbricare. L'autore, notata la differenza delle
costruzioni, ne delinea tutte le traccie, di eui deplora che sempre più se
ne vada perdendo la conservazione. Il breve cenno è dato indipendente-
mente dagli altri scrittori, da Plinio al Girotti, che non citansi.

A Gubbio, per la festa di S. Ubaldo dello scorso settembre, il tipo-
grafo S. Romitelli pubblicò le Gesta gloriose del b. Ubaldo tradotte dalla
leggenda del b. Teobaldo suo successore (Gubbio, 1894; in 8, pp. 80). Il
testo latino è eontenuto in un fascicolo membranaceo del secolo XIII,
rilegato col vol. I delle Riformanze nell’ Archivio comunale di Gubbio ;
ed è appunto quello che il Reposati tradusse e illustrò con riechissime
note (Loreto, 1760). Non si capisce perchè l’ editore ne abbia stampata
la traduzione di mons. Ceccarelli, di cui è molto migliore quella dell’e-
ruditissimo Reposati, e non abbia riprodotte in appendice quelle preziose
Illustrazioni. Così, non ha reso alcun utile servigio agli studiosi. Sap-
piamo che del testo latino della leggenda sarà fatta prossimamente una
ristampa nella raccolta dei Rerum Germanicarum. Scriptores.

Le relazioni tra S. Francesco d'Assisi e la città di Foligno raceon-
tate da d. Michele Faloci Pulignani (Foligno, 1893; in 8, pp. 51) sono
molte e di partieolare valore storico: quelle finora dubbie o tuttavia di-
Scutibili sono confortate dall'a. con bella copia di testimonianze e di
congetture probabili. Sebbene sia affermato dal Jacobilli, e la sua asser-
zione sia tarda e senza prove, pure è credibile che un Alessandro da
Foligno sia stato il maestro del santo; se non a Foligno ebbe questi una
visione, qui però dovette spesso recarsi per cagion di commerci. di stoffe;
qui fondò verso il 1223 un monastero di suoi frati e poi un altro di mo-
nache; qui venne con frate Elia nel luglio o nell’ agosto del ’24, e il sa-
cerdote che apparve ad Elia e gli annunziò che fra due anni S. Fran-
cesco sarebbe morto fu il martire e vescovo S. Feliciano. E alla storia
del santo si ricollega pur quella di Egidio vescovo e di Napoleone da
Foligno, il ghibellino valoroso, e della b. Angela e quella dei discepoli
suoi Matteo, Martino, Ermanno e Leonardo, tutti da Foligno. Al ricordo
dei due miracoli del santo, operati tra il 1226 e il ’30, e narrati dal da Ce-
lano, l'a. aggiunge la notizia di alcuni folignati francescani del secolo
XII, « contributo modestissimo, egli dice, ma ottimo per la storia del-
l'ordine minoritico ».

La Hevue Historique nel suo numero 110 parla del Diario di ser
Tommaso dà Silvestro notaro, pubblicato dalla Accademia di Orvieto « La
Nuova Fenice » a eura del Fumi. Del 3° fascicolo ultimamente uscito
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ANALECTA UMBRA 161

la Revue dice: Sans doute, U intérét de ce journal me se saurait égaler
a celui des « Diarii» de Marino Sanudo ou de Burchard : Orvieto n’ avait
pas, d la fin du XV siécle, Ü importance de Venise et de Rome, et les
faits rapportés par les eroniqueurs ne pouvaient pas avoir la méme portée.
Il est certain que beaucoup de détails notés soigneusement par ser Tom-
maso n'ont qu’ un intérét. purement local; quelque fois méme sa chro-
nique n' est. qu' un obituaire; car elle mentionne avec le plus grind soin
les maladies, les dicis et les funsrailles. Cependant, toute locale qu’ elle est,
cette chronique n’ est pas d dedaigner pour U histoire; en la lisant, nous
saisissons sur le vif la vie quotidienne des Italiens de XV siicle. Nous
voyons vivre dans U intérieur de leurs demeures .et suriout sura.
place publique. les bourgeois d’ Orvieto, nous connaissons le prix des
denrées; nous sommes au courant des affaires; nous savons si la récolte a
ét bonne ow si elle a été enlevée avant l’ heure par. quelque intempérie
ou l'arrivée de quelque compagnie d'aventure. Quoique vives et se terminant
parfois par des COLTELLATE, elle ne decélent pas des moeurs aussi dé-
pravées que le DIARIO de Burchard; les mauvais citoyens d' Orvieto
valaient encore mieux que les Borgia. Riporta molti particolari attinenti
alla storia generale, che dimostrano la speciale importanza di questa pub-
blicazione, e conelude: En voilà assez pour prouver Uintérét de cette
pubblication : il sera certainement aceru lorsque, avec le dernier fascicule,
nous aurons le commentaire et la préface che nous promet U éditeur :
nous avons pour garanis les précieux ouvrages qui sont dejà sortis de la
plume de m. Luigi FUMI, Ze savant historien d' Orvieto et de sa cathédrale.

Gli Jarhesberichten der Geschicthswissenchaft di Berlino (S 44, ITI,
21) accennano al!' importanza del Diario di ser "Tommaso, specialmente
per le notizie relative alla calata di Carlo VIII; e all’ opera del Fumi,
Note storiche, dove si fa un compendio veramente bello. della storia di
Orvieto; e al discorso della signora Brunamonti su quel Duomo, dove Ze
parti singole della cattedrale sono state stupendamente descritte e ne è
spiegato il significato simbolico. Anche l' ultimo fascicolo del Nuovo Ar-
chivio Veneto (Venezia 1894, num. 18) nell’ articolo dell’ illustre conte
Cipolla: Pubblicazioni sulla storia medievale italiana, si parla della Bru-
namonti, del Fumi, del Batelli, del Cuturi, del Ticci, del Fabretti e del
Faloci-Pulignani scrittori umbri. Uno scritto del Kraus sulla Brunamonti
fu tradotto dal conte Vincenzo Ansidei e pubblicato sotto il titolo di
« Lirica Umbra » nella Rassegna Nazionale (Firenze, ag. 1894).

Per le nozze Cassin-D’Ancona furono pubblicate da G. Mazzatinti
le Costituzioni dei Disciplinati di S. Andrea di Perugia, in volgare, del
13 ‘4 (Forlì, 1893; in 8, pp. 16). Il codice che contiene le laude dei Di-
sciplinati di Perugia, sul quale è condotta questa stampa, fu descritto
dal prof. Ernesto Monaci negli Appunti per la storia del Teatro italiano;
il testo delle costituzioni fu copiato nei primi fogli del volume da una
mano della seconda metà del sec. XIV.
4

SRO eri
ü US :

ANALECTA UMBRA

Alla storia delle relazioni politiche fra varie città dell’ Umbria e la
Toscana attende uno de’ nostri collaboratori; intanto dà al racconto di
tali relazioni un buon contributo il prof. G. Mazzatinti illustrando con
documenti dell’ Archivio comunale di Gubbio un passo delle Cronache
di Giovanni Villani. Il luogo delle Cronache è quello in cui si narra il
dissidio tra florentini e pisani pel possesso di Lucca, dal 1341 al ’42; i
fiorentini allora ebbero validi aiuti da Gubbio e da Perugia, e Gubbio
mandò-ad essi milizie capitanate da Jacopo Gabrielli. I documenti por-
tano viva luce sul fatto dell’invio di quelle milizie, e particolarmente
sulla prigionia del Gabrielli e sul modo onde questi venne dagli eugu-
bini riscattato. Tali documenti sono pubblicati (Forlì, 1893; in 8, pp. 21)
per le nozze di Teresa Martini con il march. G. Benzoni.

Due sonetti di Lorenzo Spirito (Cortona, 1893; in 8, pp. 13) ha tratti
il prof. F. Ravagli dal cod. H, 64 della Comunale di Perugia e li ha
offerti agli sposi Suffo-Palchetti. Li precedono brevi cenni biografici del
poeta e la bibliografia delle sue rime pubblicate, quasi sempre in occasion
di nozze, dal 1842 in poi; vi sono comprese le due belle stampe nuziali
di due sonetti eseguite per cura del conte Vincenzo Ansidei e del prof.
G. Donati.nel 1899. Recentemente (Gennaio 1895) fu pubblicato per le
nozze Bertolini-Trevisanato il sonetto n.° LXXXXVIII dello stesso co-
dice.

La Bibliothèque des écoles francaises d' Athénes et de Rome ha pub-
blicato a cura del sig. G. Guiraud il I fasc. dei Registres d' Urbain IV
(1261-1264), Paris. Contiene il regesto di 252 bolle dal 5 Settembre 1961 al
4 giugno 1263. Delle quali in numero di 105 sono date da Orvieto, a co-
minciare dal 25 ottobre 1262 fino al 93 maggio 1263. 'Coneernono alla
regione umbra le seguenti: cioè del 6 marzo 1962 da Viterbo al Vescovo
di Narni per ammonire quel Comune che aveva oecupato la terra di San
Gemini (Porn. n. 18239): del 13 settembre detto anno da Montefiascone a
Giacomo di Guittone Bisenzo (dizione orvietana), perchè rompa il con-
tratto fatto coi toscanellesi di costruire un castello in quel di Quintemiamo
o di Montebello come contrario al diritto della Chiesa Romana (Porn. n.
18400): del 28 ottobre detto anno da Montefiascone al Vescovo di Terni
per conferire à Filippo già priore della chiesa di S. Erasmo la cappella
di S. Pietro in Montescoppo, ritenuto da Ofreduccio di Acquasparta ca-
nonico di Todi (PorrH. 18397): del 15 novembre da Orvieto al popolo
dell'isola Martana per proscioglierlo dalle obbligazioni fatte tanto al
comune d'Orvieto quanto a Giacomo e fratelli da Disenzo, figliuoli di
Guittone (PorrH. 18429): e del 23 gennaio 1963 contro il C.'di Spoleto
che aveva occupato la terra degli Arnolfi, spettante alla Chiesa Romana.
— Il signor Guiraud ha pure pubblicato nella stessa Bibliothéque des
Hegistres de Gregorio X (1272-1276) il I fascicolo con 290 bolle,: di cui
203 datate da Orvieto (1372 marzo 31-1978 giugno 20) e il II fascicolo
ira

ANALECTA UMBRA 163

che comprende 225 bolle di detto papa, di cui sono date da Orvieto due,
del 24 e 25 agosto 1272, e nove dal 13 aprile al 21 maggio 1973. Con le
bolle da Lione 4 settembre 1273 ordina al Card. Giovanni diatono di S.
Nicola in Carcere tulliano di procedere contro il conte Aldobrandino rosso
e di assegnare certo termine a Jacomo di Guittone (da Bisenzo) per tra-
sferirsi alle parti d' oltre mare a scontare la pena sua: con altra del 23
dicembre 1274 si dirige da Lione al Vescovo d'Orvieto suo vieario in
Roma, perché esamini Michele da Meleto proposto a Rettore dell'ospe-
dale di S. M. a S. Gallo di Firenze (PorrH. 20993). Lo stesso signor
Guiraud in un bellissimo discorso pronunziato alla distribuzione dei
premi del Liceo di Sens, intitolato « La France en Italie et a l'étranger »,
parla con grande affetto dell'Italia e delle memorie” francesi che essa
serba, e si mostra grato della buona accoglienza dai dotti italiani rice-
vuta specialmente a Viterbo, a Orvieto, a Narni, a Terni-e a Perugia.

Spigoliamo dall’ Inventario dei manoscritti della R. Biblioteca Uni-
versitaria di Pavia compilato dai ch. L. De Marchi e G. Bertolani (Mi-

lano, Hoepli, 1894). Il cod. 251 contiene un frammento della Fiorita che.

Armannino giudice dedicò a Bosone da Gubbio e scrisse, secondo quasi
tutti i mss., nel 1325; questo framm. invece porta l' anno 1335. Di Baldo
da Perugia sono scritture in tre mss. ; nel 23, nel 64 e nel 315; le Re-
portationes contenute in quest' ultimo ms. sono mutile in fine. Quattro
laude di Jacopone leggonsi nei fogli 106, 109, 110 e 111 del cod. 474;
trovansi nel Manuale eec..del Nannucci, I, 387, e nell’ ediz. del Tresatti
a pag. 306, 469, 616.

Tre giunte all’ utilissimo libro di Teodoro Gottlieb (Ueber mittelar-
terliche Bibliotheken; Lipsia, 1890) ha pubblicato il prof. G. Mazzatinti
(Forlì, 1894; in 8, pp. 13) per le nozze del dottore Enrico - Simonsfeld,
prof. nell’ Università di Monaco di Baviera e cultore tanto benemerito
degli studi storici italiani. I tre primi inventari di codici sono contenuti
in tre mss. della biblioteca di S. Francesco d’ Assisi; il quarto è nel ms.
Vaticano.9658 che il Gottlieb aveva semplicemente indicato. Crede l'edi-
tore che i codici di quest’ ultimo inventario fossero della stessa biblioteca
francescana; e così dovè credere anche il dotto tedesco, perchè tale in-
ventario ricordò dopo quello della biblioteca medesifha che fu compilato
nel 1381.

L' Inventario dei manoscritti della Biblioteca del convento di S. Fran-
cesco d’ Assisi a cura dei professori L. Alessandri e G. Mazzatinti è. com-
parso nel vol. IV degl’ Inveniari.dei manoscritti delle Biblioteche d' Italia
(Forlì, 1894; estr. di pp. 123 in 8). Precede un’ accurata storia della bi-
blioteca e de’ suoi antichi inventari. I mss. dell’antico fondo sono 702;
quelli che costituiscono il fondo moderno 244, I primi sono di altissimo va-
164 ANALECTA UMBRA

lore per la loro antichità, per i testi che contengono, e perla storia del-
l'ordine e della cultura nell’ Umbria, particolarmente nel medio evo.

*

Dei manoscritti della Biblioteca com. d' Imola, dei quali Romeo
dai 2 Galli ha stampato in uno splendido volume il catalogo illustrato (Ímola,
TUBE Galeati, 1894), due hanno importanza particolare per noi: il ms. 19 che v
Hr contiene i Consigli di Dionisius de Baugianis da.Perugia e del suo con-
| cittadino Mathews de Felicianis o, com’ è detto nella soscrizione, Matheus
i Phylitiani; e il ms. 131 in cui è compresa la legenda (« Apparuit
| ! gratia Dei etc. ») di S. Francesco d'Assisi. Tra gli autografi, che la
EE Biblioteca possiede, sono tre lettere dell'abate Ferdinando Passarini al-
à l'abate Antonio Ferri, scritte da Spello il 24 settembre, 1’ 8 ottobre e il
“DEE 10 dicembre del 1122; vi si tratta ampiamente della lapide ricordante
i 3 Properzio, ritrovata a Spello nel palazzo della principessa Pamfili. Il Galli
‘REST fa seguire a quello dei mss. il catalogo diligentissimo degl’ incunaboli
j della Biblioteca; notiamo i nn. 51 (i Fioretti di S. Francesco; Venezia,
HE P x 1480) e 105 (la Geografia di Strabone trad. in lat. da Guarino veronese

MES e Gregorio da Città di Castello; Venezia, 1480).
18 m E : L'Aecademia di conferenze storico-giuridiche nei suoi Studi e do-

PEE cumenti di storia e diritto (Roma, tip. Poliglotta, 1894, fasc. 19- 4?) pub-

| blica a cura del Fumi l’Inventario dei beni di Giovanni di Magnavia,

vescovo di @rvieto e vicario di Roma, interessantissimo documento del

1364 che rivela il ricco e sfarzoso appannaggio di uno dei prelati più
ragguardevoli del suo tempo in Italia. AI documento, di cui si contiene di
in questi doppi fascicoli la prima parte, precede una illustrazione dell’ e-
ditore, che dà sul Magnavia opportune e curiose notizie e riassume il

contenuto dell'inventario, coordinandone le materie.

Nella libreria dei marchesi Giberti di Orvieto, il Fumi ha scoperto
un codice del secolo XVI intitolato: Gesta Siciliae, e contenente il .Cro-
nicon siculum, il vri Sergii ed. altri documenti della storia dell'I-
talia meridionale, che il Com. De Blasiis e il Com. Capasso pubblicarono t
nei Monwmenti storici della Società napoletana di Storia patria e nel-
l'Archivio storico per le provincie napoletane. Il Fumi dopo avere an- j
notato il Pactum, sta per terminare la collazione del Cronicon coll'edi-
zione napoletana, che fu condotta sul codice Ottoboniano n.° 2940, e la
rimetterà quanto prima alla Società napoletana, la quale valuterà la im-
portanza delle continue varianti e il pregio del nuovo testo rinvenuto.

Il signor Luigi Lanzi ha pubblicato un opuscolo intitolato: Sange-
mini, ricordi d' arte e di storia (Spoleto, Tip. dell’ Umbria, 1894). Di let- è
tura interessante e piacevole, soddisfa non meno il letterato che lo sto-
rico, poichè con forma spigliata, facile e brillante (come si conveniva
ad un collaboratore dell’ « Umbria descritta ed illustrata ») si parla dei-
Y

ANALECTA UMBRA 165

2

l'antica. Carsulae, di Casvento, delle terre Arnolfesche, di cui Sange-
mini fu il centro, e si fa la storia di questo luogo in relazione alla S.
Sede, all’ impero, alle parti politiche delle vicine città, finehè venne alla
soggezione di Todi, recuperato poi da Gregorio XI alla Chiesa, da eui,
dopo molte e fortunose vicende, passò ai principi di Santacroce (1720).
Infine si accenna alle fabbriche e avanzi artistici dell’antico comune, ai
cenobi, alle chiese, al palazzo, edificio fra il XIL e il XIII secolo, ma guasto
dai barocchi, con una campana fusa nel-1318 a tempo del potestà Guido
Fadulfi romano, dal fonditore M. Stefano di Orvieto. Un capitolo parla
dell’acqua di Sangemini che rende il modesto luogo noto non solo iu
tutta Italia, ma in Svizzera, in Austria e in Germania.

Tra i Manoscritti della R. Biblioteca Riccardiana (vol. I, fase. 14;
Roma 1893-94), dei quali il dottore Salomone Morpurgo vien pubblicando
il catalogo, compilato con dottrina e diligenza veramente singolari, sono
alcuni da designarsi agli studiosi della nostra regione. Laude. di Jaco-
pone da Todi, col suo nome o adespote, trovansi nei mss. 1026, 1049,
1119, 1126.. Di Bosone da Gubbio è il sonetto «Io veggio un verme venir
di Liguria » nel ms. 1088, e il cap..sulla Div. Comm. nei mss. 1033,
1037, 1038, 1115. Due poesie di Bernardo da Perugia e di Benuccio da
Orvieto leggonsi nel ms. 1091. A ser Francesco da Orvieto è intitolata
nel ms. 1050 una canzone di Francesco da Barberino. I sonetti di « ser
Mucio » (Stramazzo) da Perugia.al Petrarca sono nei mss. 1103 e 1118;
tre canzoni di Bartolomeo da Castel della: Pieve nei mss. 1118 e 1129,
nei quali inoltre è ripetuta la canz. « O seconda Diana al nostro mondo »
di Sinibaldo da Perugia.

A proposito di poeti umbri. I dottori Carlo e Ludovico Frati hanno
recentemente compiuta la stampa della prima parte dell’ Indice delle carte
di Pietro Bilancioni, la quale comprende le rime che hanno una pater-
nità più o meno certa: nella seconda saranno registrate le rime anonime.
Da quella, intanto, giovi ricàvare (Bologna, 1893: estr. dal Propugna-
tore) di quali e quanti poeti umbri il Bilaneioni raccolse le poesie e ne
dió la biografia dei codici e delle stampe. Di Bartolomeo da Castel della
Pieve quattro canz., cinque son. e due capitoli. Di Benwccio da Orvieto
la canz. « Per monna Maurina da Chorbizi » già pubblicata dal Fumi.
Di Bosone da Gubbio seniore due son. e il cap. sulla Div. Comm.: del-
| iuniore tre son. e due madrigali. Di Francesco da Orvieto una canzone
che dal eod. Barberiniano XLV, 41 è attribuita a Francesco da Barberino.
Di Monaldo da Orvieto la canz. che. da qualche ms. è data al Petrarca
ed a Fazio degli Uberti. .Di Nicolò del Proposto da Perugia una canz.,
due madrigali, una frottola ed una caccia. Di Sinibaldo da Perugia tre
sanz. e un sonetto. Di Stramazzo da Perugia cinque sonetti. Di Tom.
masuccio da Foligno la profezia, »;

ipti

c9

di in Ane

CELA iini aal N Uhr eem oe
f.
166 ANALECTA UMBRA

Luca Signorelli ’s Illustrationen zu Dantes Divina Commedia. Zum
ersten Male herausg von Franz Xaver Kraus. — Di quest'opera che il-
lustra le pitture del Signorelli sopra la Divina Commedia- nel Duomo
di Orvieto parla a lungo il Frey (Deutsche Litteraturzeitung) e fa-
vorevolmente, non senza citare l'opera del Fumi « Il Duomo d' Orvieto
ei suoi restauri », della quale r
desimo prof. Frey, il Müntz nelle riviste francesi e più recentemente
il Grisar (Zeitschrift für cath. Fheologie. XIX, Jahrig 1895), passando in
rivista molte altre opere del Fumi, giudicate assai favorevolmente.

Ecco che cosa dice il Frey dell'opera del Kraus:

« Il più bell'ornamento nell' interno del duomo di Orvieto formano

agionarono nella stessa gazzetta il me-

i grandiosi affreschi sulla fine del mondo cristiano, che Luca Signorelli
ha dipinto sulle pareti della cappella nuova entro gli anni 1499 e 1505.
Tra queste rappresentazioni del giudizio universale, che colpiscono e
scuotono il riguardante con irresistibile potenza, si trovano dei meda-
glioni in mezzo ad una decorazione del Rinascimento, che appartengono
alle più splendide e felici creazioni della fantasia di un artista in questo
genere di dipinti; e nella loro mancanza di seopo per riguardo ali'in-
venzione e parimente nella loro refrigerante bellezza sí contrappongono
alla stringente predica delle rappresentazioni in alto.

In questi medaglioni il Signorelli, con l' aiuto di scolari e conoscenti,
ha dipinto "una schiera di teste caratteristiche e di rappresentazioni, tolte
così dalla letteratura fiorentina come dalla mitologia antica, e ciò con
inarrivabile finezza e magnificenza ad onta delle piccole dimensioni,

Il più grande interesse offrono le illustrazioni al Purgatorio di Dante
che hanno dovuto ammirare tutti i visitatori d'Orvieto e le ricerche
storico-artistiche intorno alle quali sono state condegnamente stimate già
da un pezzo. La più parte delle immagini sono pure state, e g'iusta-
mente, riconosciute come fotografie. Uno scrittore più antico, il Miintz,
ed uno più moderno, il Fumi (I duomo d' Orvieto, ud libro il quale
pare sia sfuggito al Kraus) si trovan d’accordo in questo. Il prof. Kraus
ora, in una pubblicazione piccola ma rieca di contenuto, dedicata alla
coppia granducale di Baden il 22 aprile 1892, presenta una riunione di
queste inimagini con un testo dichiarativo. Veramente queste immagini
dantesche, le quali sono uscite dalla stamperia artistica di C. Wallau
di Magonza, non ci rallegrano. La più parte, al contrario della cattiva
, conservazione dell’originale, son chiare e non potevano riuscir meglio,

Ma molte, ben conservate invece, hanno avuta con quel. sudicio
colorito gialloscuro, una riproduzione poco chiara e fanno «na impres-
sione eterogenea.

Potrebbe anche il lettore, che non ha confidenza con gli originali,
per sì poco precisa riproduzione, farsene meglio un’idea vedendo i me-
daglioni collocati in mezzo alle ornamentazioni e alle figure del giudizio
universale,

4 E fe cms — MS Dai re o a

Wc

ANALECTA UMBRA 161

Per tale scopo sarebbe stato desiderabile la riproduzione di un'in-
tera parete in piecole dimensioni.

Degne di lode e raffermate da esempi generali sono le ‘spiegazioni
del dotto teologo intorno alle immagini, spiegazioni con cui si puó chia-
rirne il senso. Le scene sono giustamente capite al contrario della dichia-
‘azione molteplicemente erronea datane fin qui; seguono brevi e com-
plete osservazioni sulla genesi, sullo stile, sull' opera e cosi di seguito;
le notizie letterarie concernenti i dipinti sono molto accurate, quali erano
da aspettare dal Kraus. Che Girolamo Genga da Urbino abbia aiutato
il Signorelli, appare plausibile. Un' attenta analisi di tutte le figure mo-
strerebbe gli aiuti di altre mani. Ma queste non significa niente. Il
Signorelli ha pensato e gettato giù queste composizioni: esse rimangono
sua proprietà così spirituale come artistica, anche se appaia che altri lo
abbia aiutato nella esecuzione ». i

Qui, a proposito della immagine di Dante che trovasi in questi me-
daglioni, il Frey entra in una lunga discussione concludendo dall’ osser-
vazione dei dipinti di Giotto a Firenze, che quello del Signorelli ha solo
una lontana somiglianza generale e che il Signorelli non mirava alla
fedeltà nel ritratto.

Il. prof. Giuseppe Pardi esordisce. egregiamente negli studi di eru-
dizione storica con una memoria letta nella tornata del 20 marzo 1894 e
pubblicata nel novembre di quest'anno fra gli atti della Accademia « La
Nuova Fenice » di Orvieto, dal titolo: I/ governo dei signori cinque in
Orvieto. Ala luce dei documenti egli discorre di quel governo (1313) che
preparó la signoria di Ermanno Monaldeschi in Orvieto. governo total-
mente aristocratico con prevalenza dei Monaldeschi in opposizione ai ghi-
bellini e a finale distruzione di quella parte e de' Filippeschi. « Dimostra
con quanta efficacia i cinque si adoperarono a rafforzare la parte guelfa,
stringendo lega con Perugia e poi con Assisi, Spoleto, Gubbio, Came-
rino, Foligno, Cagli, Sassoferrato, Spello; Bevagna, Montefalco, Bettona,
Gualdo Cattaneo e le terre di Normandia. In questo tempo dei Cinque,
Orvieto si mostrava potentissima, ricercata di aiuti da re Roberto contro
Pisa, da Firenze, dal principe di Taranto e dai Farnese: richiesta di ar-
bitraggio da Sanesi, da Chiusini, da Viterbesi e Farnese, dal Capitano
del Patrimonio eec. ». Così i Bollettino 5-6 dell’Accademia, Orvieto, 1894,
pag. 90. I cinque caddero, dopo la rotta di Montefiascone, il 14 dicembre
1315, per dare luogo all’ antico governo popolare dei sette ; e in memoria
di questa trasformazione fu nuovamente fusa la campana del popolo con
le impressioni degli interessantissimi sigilli delle arti, che si riproducono
in due tavole fototipiche, a pie' dell' opuscolo.

Le pitture italiane, esposte di recente nelle sale della New Gallery
di Regent Street, formano il soggetto di un bello studio di Costanza Jo-
celin Ffoulkes pubblicato col titolo: Le esposizioni d'arte italiana a Londra
168 ANALECTA UMBRA i
nell’ Archivio storico dell’ arte, fase. TII-IV del 1894; il cap. II è dedicato
a «Gli umbri e confinanti ». Tre opere vi sono di Bernardino di Mariotto

rc da Perugia; due delle quali furono assegnate alla scuola del Signorelli;
dell’ altra, in cui sono rappresentati i santi Lorenzo ed Andrea, trovasi
il riscontro nella- tavola num. 55 della galleria Morelli di Bergamo. « Il
Perugino (cosi l’a.) non ci si affaccia qui se non in modo assai debole ;
il Pinturicchio pure non è rappresentato, le madonne che si attribuiscono
a lui essendo opere di bottega ; il num. 115 però è una composizione
attraente per grazia e soavità di espressione ». Il num. 2 12, ch'è ana
predella, rappresentatavi la gita al Calvario, « serviva di complemento
alla pala d' altare che Raffaello probabilmente verso il 1507 ebbe ad ese.
guire per le monache di S. Antonio di Perugia » ; l'a, crede, e con ra-
gione, che debbasi, anziché a Raffaello, attribuire a un 8u0 garzone, ché
l'esecuzione n'é troppo scadente per poter essere a lui attribuita »: la
pala, com'é noto, fu posseduta da Francesco II di Napoli. Una sacra
famiglia, dipinto incompiuto, provenne dalla famiglia Gregori di Foligno
ed oggi è nella Galleria Northbrook di Londra; 6 stata finora assegnata
a frate Bartolomeo, « ina porta in realtà la spiccata impronta di un’ o-
pera di Perino » del Vaga, il discepolo di Raffaello.

Il ch. signor Giulio Urbini nella Miscellanea ‘di erudizione e belle
arti diretta dal prof. vavagli (Arezzo, 1894) descrive le opere d? arte di
Spello, cominciando dalle chiese suburbane: delle opere medesime 1° Ur-
bini tratta anche nel periodico di Firenze Arte e Storia diretto da G. Ca-
roeci.

agi ume

Sull' importanza artistica di Montone lesse un bel discorso il prof.
Angelo Lupattelli nell’ Accademia letteraria musicale dell’ 8 settembre i
1894 (Umbertide, stabilim. tip. Tiberino, 1894; in 9, pp. 17). I monu-
menti ehe ricordó e deserisse sono la rocca di Braccio, la chiesa di S.
Francesco, l'affresco di Bartolomeo Caporali, il Gonfalone dipinto da Be-
nedetto Bonfigli nel 1 182, un bancone per la civica magistratura eseenito

nel 1505, la tavola allogata al Perugino nel 1507 che ora è in Ascoli ;
Piceno, un’altra di Luca Signorelli, ora nella galleria Mancini di Città i
di Castello, ed una terza di Carlo e Vincenzo. Mossi. Poche traccie riman- m
gono dell'antica bellezza della Pieve. Gli altri pittori posteriori che la- |
vorarono in altre chiese sono il Damiani di G ubbio, Tommaso da Cortona, 5
Vittore Cirelli, il Calvart e Vincenzo Chialli da Città di Castello. 4

Tra i Disegni antichi e moderni posseduti dalla R. Galleria degli Uffizi
di Firenze, dei quali si dà l'Inventario nella raccolta degl'Indici e Cata
loghi che si pubblicano a eura del Ministero della P. I., parecchi sono d'ar-
tisti umbri o d’ interesse per la storia dell’arte nella nostra regione: giovi è
pertanto qui segnalarli. Baroccio Federico ; Studio per la Deposizione
dalla croce esistente nella Cattedrale di Perugia. Bonfigli Benedetto; due

Mtt

pen mms
ANALEOTA UMBRA 169
disegni. Il num. 333 della categ. I rappresenta Perugia assediata da To-
tila ed è lo studio per un affresco dell’ antica cappella del Palazzo comu-
nale. Danti Vincenzo; un disegno. Pietro Perugino; disegni, fra certi ed
attribuiti, num. 44. Pareechi soggetti sono dipinti nella Sala del Cambio.
Il num. 363 è lo studio per la Madonna della consolazione, ora nella
chiesa di S. Pietro martire di Perugia. Del soggetto rappresentato nel
num. 511 esistono due dipinti, cioè nell’ Annunziatella di Foligno e in
S. Agostino di Perugia: notisi che questo disegno è anche attribuito a
Lorenzo di Credi, perché una sua tavola in S. Domenico di Fiesole gli
corrisponde perfettamente. Il num. 416 rappresenta la testa di un gio-
vine che credesi il ritratto del Perugino stesso. Pinturicchio Bernardino;
disegni, fra certi e attribuiti num. 17. Dei molti disegni di Raffaello esi-
stenti nella Galleria degli Uffizi, alcuni, cioè i num. 410 e 504'della
categ. I, sono attribuiti al Perugino; quelli però che sono compresi sotto
il num. 410 debbono ascriversi a Giovanni Spagna, perché corrispondono
a un suo dipinto nella Galleria Nazionale di Londra (cfr. Burton, Cata-
logue of the pictures in the National Gallery, 1892, pag. 413). Al Peru-
gino fu attribuito l'altro disegno dal senatore Morelli. E di lui pure fu
creduto il disegno num. 403 della stessa categoria; ma per la rispondenza
che ha.con un quadro dello Spagna, ora nella Pinacoteca comunale di
Spoleto, a questi deve senza esitazione restituirsi.

Nel settembre scorso Gubbio commemorò con vari e belli festee'eia-
menti il quinto centenario dalla. costruzione del suo Palazzo dei Consoli ;
il discorso storico su questo insigne monumento fu letto dal prof. G.
Mazzatinti. La costruzione sua fu deliberata nel 1321 e fu cominciata nel
52; un mediocre pittore, Bernardino di Nanni dell’ Eugenia, rifece nel
1494 la pittura ch'è nella lunetta sopra la maggior porta d'ingresso.
Contemporaneamente a questo Palazzo furono costrutti gli altri due, de-
stinati alla residenza ufficiale privata del Podestà, che a quello sono con-
giunti per la piazza dai quattro grandi archi. A rifar la storia del Pa-
lazzo dei Consoli fu primo il march. F. Ranghiasci; dopo, su le orme
sue, trattarono fra gli altri lo stesso argomento il Mazzei per ragioni
tecniche, e per artistiche il Laspeyres. E siccome il Ranghiasci aveva as-
serito che ne fu il costruttore Matteo di Giovannello, detto Gattapone,
così essi, e quanti altri attinsero alla sua monografia, ripeterono la stessa
cosa. Ma a distruggere l’ affermazione del Ranghiasci sta la iscrizione
scolpita sull’ arco della porta grande, la quale dice che Struxit et immensis
hoc Angelus Urbsveterensis: il senso di tali parole non fu oscuro al Ran-
ghiasci, tanto è vero che le ristampò alterandole, mozzandole e dividendo
la parola mensis (sic !) dal nome Angelus con un punto fermo; tutto questo
perché l’ attribuzione dell’ opera al Gattapone non fosse contradetta e per
volere far credere che il nome di Angelo da Orvieto, indipendente dal
resto della iscrizione, è quello dello « searpellino che lavorò la porta me-
desima », L’ inganno è evidente, e vi caddero quanti, come si è detto,

12

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110 ANALECTA UMBRA

scrissero sul Palazzo, accettando con soverchia fiducia le sue conclusioni.
Dalle opere eseguite dal Gattapone in Gubbio e in Perugia dal 1311 al
73, ed enumerate e descritte dal Mazzatinti, resulta ch’ egli fu un archi-
tetto militare e, come disse il Boninsegni, « un grande maestro di far
casseri » che del Palazzo di Gubbio fu architetto, Angelo da Orvieto,
come del Palazzo comunale di Città di Castello, disse il Guardabassi nel-
lU Indice Guida dell' Umbria, e l' ha recentemente ripetuto il Magherini
Graziani nella Guida artistica commerciale della ferrovia Arezzo-Fossato,
pag. 16, 81; la iscrizione, che non si presta ad. alcuna ambigua inter-
pretazione, ci dà chiaro e netto il nome dell’ Orvietano; e fin dall’ 88 il
Mazzatinti, che tutti i documenti relativi alla storia del Palazzo pubblicò
nell Archivio stor. per le Marche e U Umbria, aveva distrutto 1’ ipotesi
del Ranghiasei e affermato con prove che il Gattapone altro non fece
che collaudare nel.1369 il Palatium novum. Potestatis. E pure malgrado
tutto ciò, si erede ancora e si stampa che il Gattapone costrusse quella
mole meravigliosa, d' Angelo da Orvieto non si fa e non si vuol fare
neppure il nome. Si capisce che a toglier di mezzo un. vecchio errore
occorra molto e valorosamente combatterlo; ma non si comprende come
nell’ errore si persista dinanzi alla piena luce dei documenti. E vedansi
su ciò le Memorie e Guida storica di Gubbio di O. Lucarelli, pag. 488 e sg.

Fratris Johannis de Parma sacrum Commertium beati Francisci
cum domina Paupertate, Città di Castello, Lapi, 1894. Il ch. E. Alvisi
dà il testo non mai pubblicato del Commercium paupertatis tratto da tre
codici (?). Ha per-riscontro quel che ne riporta ' Arbor, che Ubertino da
Casale fini di scrivere nel 1305. Ne è autore fra Giovanni da Parma,
stato Ministro generale dell'ordine dal 1247 al 1257, come così attestano
le mss. Chronicae generalium ministrorum: « Hie generalis frater Jo-
hannes quendam librum devotum composuit, quem intitulavit Commer-

° tium. paupertatis, in quo qualiter beatus Franciscus pàupertatem quesivit
et reperit et eam invitavit et desponsavit, quibusdam devotis parabolis
et enigmatibus declaravit ». i

Nella prima pubblicazione straordinaria della Società di Storia Pa-
tria negli Abruzzi leggesi una pregevole memoria di Carlo Pietropaoli
intitolata: I4 conclave di Perugia e U elezione di Celestino. Nell’ inte-
ressante scritto è riferita la deliberazione che il 7 settembre 1293 i Consoli
delle Arti di-Perugia presero « super adventu.dominorum Cardinalium et
curie Romane ad eivitatem Perusij et pro thesauro Ecclesie conducendo et
pro aliis expensis faciendis.pro reparatione domorum, fontium et viarum ».

- ^ . Li * * * .
E pervenuta al Comune di Perugia la pregevolissima Biblioteca ge-
nerosamente legata al Comune stesso dal benemerito senatore prof. Ario

dante Fabretti di chiara memoria. Confidiamo che della ricca raccolta
possano presto trarre profitto gli studiosi.

*

s C

ANALECTA «UMBRA 171

Il eh. Lisini ha scoperto come la bellissima torre del Campo di Siena,
volgarmente detta del Mangia, a fianco del palazzo della repubblica, at-
tribuita dai cronisti e scrittori senesi a m. Agostino di Giovanni nell'anno
1325, fu architettata e costruita da due perugini, Minuccio di Rinaldo e
Francesco suo fratello. Questi si impegnarono con la repubblica di co-
struire la torre a tutto loro rischio, forse, a quanto si può capire da al-
cuni indizi, a mediazione del celebre Ugolino di Vieri orafo, che per

JI

Orvieto aveva.lavorato i più belli e ricchi reliquiarî del tempo suo. I do-
cumenti addotti dal Lisini vanno dal 1339 al 1345: sono tolti dall’ Ar-
chivio detto di Biccherna, che egli-ha il merito di avere riparato e
ricomposto con rara perizia e diligente pazienza, e pubblicati nella Mi-
scellanea storica senese, An. II, nn. 9, 10. :

Il medesimo sig. Lisini ha pubblicato per nozze un opuscolo dal
seguente titolo: Copia di alcune firme autografe di personaggi illustri
ricavata da documenti originali dal R. Archivio di Stato in Siena, Siena,
1894. Notiamo la firma e il sigillo di Braccio da una lettera del 1? gen
naio 1424 e le firme di Isotta degli Atti moglie di Sigismondo
Malatesta signore di Rimini del 20 dicembre 1454.

Vi è pure indicata una lettera di Francesco di Giorgio Martini, ar-
chitetto militare, del 28 gennaio 1488, per informare i governatori della
repubblica di Siena di ciò che accadeva nell’ Umbria.

M.' Priori ha pubblicato una dissertazione diretta a provare che S.
Chiara di Assisi, la cui festa annuale si.fa dalla Chiesa il 22 di agosto,
morì il giorno 11 in ora mattutina, contro quanti assegnarono altro giorno
ed ora (L° Eco di S. Francesco, Sorrento, 30 novembre 1894).

Nel Bullettino della Società di Storia patria Anton Ludovicò Mura-
lori negli Abruzzi, VI, 12 (15 luglio 1894) il sig. Ludovisi tratta delle
memorie critico-storiche intorno al ducato di Spoleto.

Sulla nostra Badia di Farfa alla fine del secolo XIII discorre il
sig. Guiraud nell’ Archivio della R. Società Romana (Vol. XV), illustran-

“do due documenti del 1262 (Vaticano) e del 1278 (Arch. di Stato romano),

al qual tempo non giungono il Chronicon e il Regesto, e sa benissimo
rilevarne la importanza.

Antonii Geraldini amerini protonotari apostolici ae poetae laureati
specimen carminum. que Belisarius de Comitibus Gelardini urbanus an-

Listes nunc primum typis edenda curavit (Ameriae, 1893). Sono 95 odi.

di vario metro tolte dal eod. vatieano 3611 dedicate a Paolo II e a vari
'ardinali colla giunta di altri carmi del eod. vat. 6910, tutti di squisita
eleganza e di gusto oraziano composti da Antonio Geraldini, che fu le-

El
172 ANALEGTA UMBRA

gato di Innocenzo IV ad Elisabetta d’ Aragona, e che amico di Cristo-
a Colombo, rie fu efficacissimo protettore. L’ egregio editore, mons.
Belisario de’ conti Geraldini, dedicò l' opuscolo, preceduto da forbità pre-
fazione latina, a S. S. Leone XIII nel suo giubileo episcopale.

— Iena STE POI OLE NS ZII GUIA

La pubblicazione diretta dal ch. Prof. Francesco Guardabassi. —
IL) Umbria descritta ed illustrata — è giunta alla Dispensa 23°. Se ne
parlerà in seguito, ma frattanto annunziamo che nei fascicoli già pubbli-
cati trattasi di Assisi, Perugia, Terni, Stroncone, Calvi, Sangemini e Città

di Castello.
SPOGELIO DI PERIODICITX)

ARCHIVIO STORICO DELL' ARTE (Roma).

Fasc. 2. Recensioni dello studio su Le arti e le lettere alla corte dei
Trinci di d. Michele Faloci Pulignani: estr. dall’ Archivio storico per le
Marche e l’ Umbria, e anteriormente, ma in proporzioni minori, edito
nel Giornale stor. della lett. italiana.

Fase. 5-9. Fumi L., La facciata del Duomo d’ Orvieto. Memorie su
Lorenzo Maitani che ne fu l’architetto, e studio di due antichi disegni,
un de’ quali del Maitani stesso.

ARCHIVIO STORICO ITALIANO (Firenze).

Disp. 1. Gamurrini G. F., Le antiche cronache di Orvieto. Dal co-
dice Vaticano Urbinate 1738. La prima va dal 1194 al 1332 ; la seconda dal
13393 al 1410; « que sequntur sunt abstracta de Libro Statutorum Co-
munis Urbisveteris antiquo » dal 1668 al 1304.

Disp. 3. Recensione favorevole delle Memorie aggiunte alia storia
del Comune di Spoleto del barone A. Sansi; Foligno, 1886.

Disp. 4. Recensione delle Memorie e Guida storica di Gubbio di O.
Lucarelli. Si lamenta la mancanza dell' ordine e dell' unità nel disegno
generale del libro.

ARCHIVIO STORICO PER LE MARCHE E L'UunmiA (Foligno).

Arduini F., Inventario dell’ archivio comunale di Gubbio. Nelle tre
appendiei sono compresi l' Indice dei documenti del Libro rosso, le di-
dascalie dei sei libri dello Statuto confermato dal card. Albornoz e pub-
blicato nel 1371, e le leggi suntuarie estratte dallo Statuto medesimo. —
G. Mazzatinti, I card. Albornoz nell’ Umbria e nelle Marche. Da docu-
menti dell'arehivio comunale di Gubbio. — Fumi L., IZ Palazzo del po-
polo in Orvieto. Prima parte dell' ampia monografia: i capitoli fin qui
pubblieati sono; 1, Principi del comune di Orvieto: 2, Palazzi del Comune:

(*) Col fascicolo 15-16 del vol. IV. (a. 1889) cessò la pubblicazione dell Archivio
storico per le Marche e per V Umbria che aveva condotto lo spoglio dei periodici fino
a tutto il 1888. Per utilità degli studiosi della nostra regione si continua ora questo
spoglio dell’ anno successivo.
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14 SPOGLIO DI PERIODICI

3, Palazzo. del popolo: 4, Prime memorie del Palazzo: 5, Si esaminano
le memorie dei cronisti: 6, Del capitano del popolo e del suo ‘ufficio : 7,
Del Podestà nel Palazzo del popolo. — Faloci Pulignani M., Diario delle
cose di Foligno. Va dal 1791 al 1824; ma il volume che lo contiene ha
ricordi e memorie fino al 1864. I cronisti furono tutti della famiglia Rossi
di Foligno: la parte qui pubblicata è di Domenico fino al 1821, e di Gio-
ranni suo figlio dal 22 in poi. — Bellucci A., Inventario dell’ Archivio
comunale di Perugia. Serie degli Stututi municipali. Sono 16; il primo
é.del sec. XIII; gli altri dal sec. XIV al XVII. — Gabotto F., Tommaso
Cappellari da Rieti letterato del sec. XV. È il Tommaso Reatino che,
secondo il Bertoldi (Un poeta umbro del sec. XIV in questo Archivio,

‘fase. 13-14, pag. 49 e sgg.) visse nel sec. XIV e scrisse una canzone

per Giangaleazzo Visconti. « Da nuovi documenti (dice Gabotto) da me
raccolti risulta l' esistenza d' un solo Tommaso Reatino scrittore, vissuto
nel 1400; e le poesie del codice Riecardiano e in particolar modo la can-
zone « Piü volte laerimose rime ho sparte » sono dedicate a ben altra
persona che a Giovan Galeazzo », cioè a Filippo Maria Visconti. A ben
differente conclusione venne il Ghinzoni (in Archivio ‘storico lombardo,
fasc. del 31 marzo 1890), il quale stabili che Tommaso è della famiglia
Moroni. — Mancini R., Nuove scoperte di antichità in Orvieto.

Recensioni. — A. Buffetti, IZ dialetto e la etnografia di Città di Ca-
stello di B. Bianchi; Città di Castello, 1888. Favorevole. — Faloci Puli-
gnani M., I/ Castello di Campello di Paolo Campello; Spoleto, 1889.
Favorevole. — Mazzatinti G., Storia della pittura in Italia di I. A. Crowe
e G. B. Cavalcaselle, vol. IV; Firenze, 1887. Favorevole ‘riassunto del
capitolo che tratta dei pittori umbri e marchigiani. — Faloci Pulignani
M., Notizie e documenti sulla ceramica italiana di Raffaele Erculei. Fa-
vorevole. — Id., Cronaca dei vescovi di Todi: di Lorenzo Leonii; Todi
1889. Favorevole; con qualche appunto. — Id., Memorie e Guida sto-
rica di Gubbio di O. Lucarelli; Città di Castello, 1888. Se ne rilevano i
gravi difetti. — Id., La Patria di Properzio, studi di G. Urbini ; Torino,
1889. Sfavorevole.

Bullettino bibliografico. — Si prendono in esame i libri ed opuscoli
di L. Amoni, F. Aymar, A. Mancinelli, F. Novati, G. Chiarini, G. Don-
nini, G. Eroli, M. Faloci Pulignani, L. Fumi, T. Loccatelli Paolucci,
L. di S. Giuseppe, A. Lupattelli, G. Magherini Graziani, G. Mazzatinti,
A. Tenneroni.

Varietà e Notizie. — Mazzatiuti G., Relazione delle feste fatte a
Gubbio per la nascita del duca Francesco Maria II. Da una copia del
sec. XVII esistente nella biblioteca eugubina.

ARCHIVIO STORICO PER 'TRIESTE, L' ISTRIA E IL TRENTINO (Roma, Firenze).
Fase. 1. De Festi, Studenti trentini alle Università italiane. Notizie
.tolte da registri universitari di varie città e di Perugia.

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SPOGLIO DI PERIODICI 175

Arte E STORIA (Firenze).

N. 5. M. Santoni, Due pittori umbri sconosciuti. Sono Antonio Spa- ,
rapani da Norcia e il suo figlio Paolo che eseguirono nella seconda metà
del sec. XV una tavola ora esistente nella chiesa abbaziale di S. Paolo
nel castello 2 pde circondario di Camerino.

N. 24. ., Montefalco nell’ Umbria. La chiesa di S. Francesco.
Parlasi mm i famosi e de’ loro restauri.

ATTI DELLA R. ACCADEMIA DEI LINCEI (Roma).
Seduta del 17 marzo. D' Ancona A., Tradizioni carolingie in Italia.
Vi sono esposte le leggende, che tuttavia vivono nell’ Umbria secondo
le pubblicazioni del Monaci, del Mignini, del prof. G: Bellucci, dell’ Ac-
corimboni e del prof. A. Fabretti. L'a. ha ragione di affermare che
piena di reminiscenze leggendarie del cielo carolingio è 1° Umbria ».
Sedute del 17 maggio e 16 giugno. Un. bestiario moralizzato tratto
da un ms. del sec. XIV a cura del dott. G. Mazzatinti con note, osser-
vazioni ed appendici del socio Ernesto Monaci. I sonetti, onde si com-
pone i| Bestiario, sono 64. Il ms. è di provenienza eugubina ed eugubino
fu certo il copista; non peró deve, come pensa il prof. Monaci, affermarsi
che eugubino ne fu l' autore; ma umbro, o del confine dal lato d’ Arezzo.
Il testo appartiene alla seconda metà del sec. XIII.

ATTI DELLA R. ACCADEMIA DELLE SCIENZE DI Torino (Torino).

Fasc. 1. Graf A., Un monte di Pilato in Italia. « I monti e il lago
di Norcia avevano riputazione diabolica e magica diffusa per tutta Italia.
Quivi ponevasi un antro della Sibilla; quivi ancora si raccolse la leg-
genda di Pilato ». E l'a. riferisce ciò che narrarono sul lago e sul monte
di Norcia il Bersuire, Gervasio di Tilbury, Fazio degli Uberti e il Capello
annotatore del poema, frate Bernardino Bonavoglia predicatore di Foligno,
Leandro Alberti, Paolo Merula ed altri. Ànche narra la leggenda. che
corre oggi fra il popolo norcino, ben diversa dall’ antica di cui s' è per-
duto il rieordo. Questa interessante Memoria é ristampata nel vol. II dei
Miti, leggende e superstizioni del medio evo dello stesso Professore; To-
rino, Loescher, 1893, pag. 143 e sgg.
BOLLETTINO DELLA SOCINTÀ DI STORIA PATRIA ANTON Lupovico Muna-

TORI NEGLI ABruzzi (Aquila).

Fasc. del luglio. Fabiani L., Trattati di pace tra Rieti, Città Du-
cale e Cantalice, dal 1348 al 1571.

CouRRIER DE L' Art (Parigi).
Fasc. 3. Bonnaflé E., Le musée Spitzer. V'è un grande piatto di
mastro Giorgio da Gubbio.

FANFULLA DELLA DOMENICA (Roma).
Num. 46. F. S., Le feste di Pasqua nell’ Umbria.
Ci.

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176 SPOGLIO DI PERIODICI

GAZETTE DES BEAUX ARTS (Parigi).

Fase. del 1? febbraio. Bode W., La Renaissance du Musée de Berlin.
Accanto alle opere di pittori marchigiani è fatta parola di alcune del
Pinturicchio e del Bonfigli.

GIORNALE STORICO DELLA LETTERATURA ITALIANA (Torino).

Costa E., I/ codice Parmense 1081. Ne è data la tavola e ne sono
pubblicati integralmente parecchi documenti. Di poeti umbri vi si tro-
vano una canzone di maestro F. da Foligno; un madrigale, una caccia,
una canzone ed una frottola di ser Nicolò del Proposto. — Novati F.,
Bartolomeo da Castel della Pieve. Espone, frutto di pazienti e feconde
ricerche, la storia delle sue vicende e de’ suoi scritti, e pubblica pa-
recchie sue lettere e le.sue rime inedite. Nella seconda appendice è data
la tavola di tutte le sue poesie con la indicazione dei codici che Je con-
tengono; ond'é che sappiamo che di Bartolomeo rimangono due capitoli,
otto canzoni e tre sonetti. La canzone politica « Benchè il cielo ha nel
tuo prato concluso » fu pubblicata da G. Mazzatinti per le nozze Solerti -
Saggini (Foligno, 1889); e il Novati tornò su quest’ argomento con una
nota (nel vol. XIII, pag. 454 dello stesso Giornale storico) e ne illustrò
il valore politico riferendola alla rivolta perugina degli anni 1368-70.

HisTORISCHES JARRBUCH (Monaco).
Vol. X, fase. 3 4. Fra le Novitütenschau si esamina la Cronaca dei
vescovi di Todi di L. Leonii, e la Lirica religiosa nell’ Umbria di Gi-

selda Chiarini.

Ir, ProPUGNATORE (Bologna).

G. Mazzatinti, Laudi dei Disciplinati di Gubbio. Da un codice già
del M., ora del barone Landau. V'é pure una notizia di una sacra rap-
presentazione eugubina del 1447. Le laude sono 13, alcune delle quali
erano edite nel Giornale di filologia romanza, num. 65; nell’ Arch. stor.
per te Marche e U Umbria, 1884; e nel Serto di olezzanti fiori a cura di
F. Zambrini, Imola, 1882.

MISCELLANEA FRANCESCANA (Foligno).

Anno IV, fasc. 1. Frati L., Due mss. Jacoponiani della Bibl. Univ,
di Bologna. Si dà la tavola delle laude. — Manzoni L., Studi sui Fio-
retti di S. Francesco. Bibliografia dei manoseritti. — P. Agostino da
Stroncone, L' Umbria serafica: continua nei fascicoli seo. — Recensione
dei Fioretti di S. Francesco a cura di L. Amoni; Roma, 1889, — Notizia
su I/ b. Bernardino da Feltre a Todi. — Giunta al Saggio bibliografico
sulla vita e gli scritti della b. Angela da Foligno. — Relazione di Pit-
ture francescane in Gubbio. Sono a chiaroseuro, della fine del sec. XIV;
esistevano forse in tutte le pareti dell’ elegante cortile interno del con-
vento di S. Francesco; I pochi avanzi che ne restano sono tenuti in nessun

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$POGLIO DI PERIODICI ATI

conto, sì che deperiscono sensibilmente con grave danno dell’arte e con
gravissima responsabilità di chi deve tutelarne la conservazione. È
Fase. 2. D' Alengon E, I{ più antico poema della vita di S. Fran-
cesco. Un frammento di questo poema, che fu pubblicato dal prof. Cri-
stofani sopra l' unico ms. della biblioteca di S. Francesco di Assisi, è
E contenuto nel cod. 8 della biblioteca di Versailles. — Rossi A., Fonda-
zione dei minori conventuali di Napoli. Memorie estratte dagli Annali
francescani del Ciatti che sono nell’ archivio di S. Francesco di Perugia.
— Mancini G., Laude francescane dei disciplinati di Cortona. Tre sono
in lode di S. Francesco: le tre appendici, in lode dello stesso e di S.

Chiara, sono tratte dal cod. Magliabechiano II, 1, 212. — Recensione
sfavorevole dell’ opuscolo La lirica religiosa nell’ Umbria di Giselda Chia-
E ON rini; Ascoli Piceno, 1888.
Fasc. 3. Manzoni L., Studi sui Fioretti di S. Francesco. Segue la
bibliografia dei mss. — Faloci Pulignani M.; J/ cantico del sole nel sec.
XV. Da un ms. della Franceschina. — Recensione dell'opuseolo Il 5.

Giovanni da Perugia e le sue reliquie in Terruel; Perugia, 1889.

Fasc. 4. I b. Enrico del terzo ordine di S. Francesco e it suo culto
in Perugia. È una nota inedita di Serafino Siepi che fu letterato peru-
gino. — L’ Autore della Franceschina. Da un passo del Memoriale del
monastero di Monteluce deducesi che « fu già composta da un rev. padre
chiamato fra Egidio da Perugia ».

Fase. 5. Faloci Pulignani M., Lauda di S. Francesco composta da
ser Cristofano di Gano Guidini da Siena. Da un ms. della Comunale di
Rieti. — Manzoni L., Studi sui Fioretti di S. Francesco. Bibliografia
delle edizioni del sec. XV e sg. — Faloci Pulignani M., Fra Cherubino
scrittore francescano del sec. XV. A proposito delle Regole della vita ma-
trimoniale, edite a Bologna nel 1888 e anteriormente, nel 1878, dallo
Zambrini, le quali, secondo l’ a., sono da attribuirsi, anziché a frate Che-
rubino da Siena, a frate Cherubino Capodiferro da Spoleto. — Per la
storia dei francescani in Perugia. È un documento del 1253. Saggi della
Franceschina. Fra gli altri è la Vita del b. Paoluccio Trinei. Dal cod.

PI

— ue,

| della Comunale di Perugia. — Mazzatinti G., S.. Bernardino da Siena
} a Gubbio. Memorie, e la lauda che il santo compose. — Donazione ai
i frati minori di Perugia del luogo del Monte nel 1276. Atto già pubbli-
1 cato da A. Rossi nel Giornale scientifico-agrario del 1865. 3
| Fasc. 6. Fontanieri A., Della chiesa di S. Lorenza in Vincis presso
ì Orvieto. Se ne rifa la storia. — Vita inedita di S. Francesco scritta nel -
i sec. XIV. Da un cod. della biblioteca di Chartres, segnalato negli Ana-
i lecta Bollandiana, vol. VIII, 1889. « Nulla di nuovo narra questa breve
E) redazione, ma non è forse inutile, attesa l' antichità sua ». — Recensione
i dell’ Histoire de S. Francois d? Assise di Leone Le Monnier ; Parigi, 1889.
I

NOTIZIE DEGLI SCAVI D’ ANTICHITÀ (Roma).
Relazione delle scoperte fatte in Orvieto, Ancarano (frazione del co-
mune di Norcia), in Amelia, a Perugia ed a Città di Castello,
118 SPOGLIO DI PERIODICI

"NUOYA ANTOLOGIA (Roma).

Fasc. 16 marzo. Recensione della edizione delle Cronache della città
di Perugia a cura di A. Fabretti; Torino, 1888. Favorevole.

Fasc. 1 settembre. Recensione del libro La patria di Properzio di
Giulio Urbini; Torino, 1889. Favorevole.

Nuova RiviSTA MISENA (Arcevia).

Num. 4. Anselmi A., A proposito della tavola dipinta dall’ ignoto
pittore perugino maestro Sebastiano di Ridolfo. È nell’ eremo di Monte-
rosso in quel di Sassoferrato; mutila ed « orribilmente malconcia ».

Num. 6, Gherghi R., Di un quadro di Simone e Gianfrancesco sda
Caldarola nella Pinacoteca di Spoleto. È del 1962, e'se ne dà la de-
serizione.

Num. 8. Rossi A., I7 cognome e le opere di maestro Ercole da Fermo.
Pittore che lavorò in Perugia. I documenti qui pubblicati sono tolti dal-
l'archivio di-S. Pietro di questa città.

Revue pU MoxpE LATIN (Parigi).

Fase. settembre-ottobre. Rodocanachi E., La vie et la conjuration
de Stefano Porcari. È storia narrata sui documenti già editi dagli ar-
chivi di Firenze, di Siena e di Orvieto.

Rivista DELLE BrsnioTECHE (Firenze).

, Fase. 18.19. Ottino G., La Biblioteca comunale di Narni. Se ne tesse
la storia e si dà conto del nuovo riordinamento: in fine è 1’ inventario
di 24 mss. da aggiungersi a quel ms. unico di cui il Mazzatinti diè I in-
dicazione, comunicatagli dall’ Eroli, nel fasc. 1 degl’ Inventari dei mss.
delle biblioteche d'Italia; Torino, Loescher, 1887. Questo articolo è ri-
prodotto nel vol. III di Alcune prose e versi del march. G. Eroli, Assisi,
1890, pag. 5l e segg. con note che lo confutano : 1° Eroli rispose con una
lettera al prof. Ottino, pubblicata nella Rivista medesima del 1890 e poi
nel vol. cit. di Alcune prose, ecc.

"

RIVISTA STORICA ITALIANA (Torino).

Fasc. 2. Recensione delle Memorie e Guida storica di Gubbio di 0. .
Lucarelli. Con molti appunti.

Fasc. 3. Recensione del libro La patria di Properzio di G. Urbini;
. Torino, 1889. Favorevole. Per l’ Urbini è Spello la patria del poeta.

SITZUNGSBERICHTE DER PHILOS-PHILOL. UND. HISTOR. CLASSE DER AKAD.
DER WISSENSCHAFT (Monaco).
Vol. II, disp. 1. Franz von Reber, Luciano da Laurana. Prova che
costruì anche il palazzo ducale di Gubbio.
SPOGLIO DI PERIODICI | 179

THE ÀMERICAN JOURNAL OF ARCHEOLOGY ‘AND OF THE HISTORY OF FINE
AnTS (Boston).
Tra le notizie archeologiche sono ricordati gli scavi eseguiti in varie
città italiane, in Orvieto e in Amelia.

ANNUNZI DI PROSSIME PUBBLICAZIONI

z^4 Il signor Angelo Lupattelli di Perugia, R. Ispettore coa-
diutore per gli scavi e monumenti, ha diramato una circolare di associa-
zione alla sua opera: « Storia della pittura in Perugia e delle arti ad
essa affini dal risorgimento in Italia sino ai giorni nostri ». — Il prezzo
del volume è di lire 3, da pagarsi all'atto di consegna.

x^. Ilsignor Giulio Urbini di Spello, R. Ispettore dei monumenti,
sta per pubblicare il suo lavoro, di cui ha già dato parecchi. saggi nei
giornali, «.le opere d' arte di Spello, con introduzione storica. o. appen-
dice bibliografica ». :

xx Il cav. Giovanni Magherini-Graziani di Città di Ca-
x stello, fra qualche mese, pubblicherà il II. volume della sua importan-
i tissima « Storia di Città di Castello » e un grande lavoro sull” « Arte
a Città di Castello ».

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RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE

MICHELE FALOCI PULIGNANI. — Le memorie dei SS. apostoli Pietro. e
Paolo nel villaggio di Cancelli e le or igini del Cristianesimo nel ter-
ritorio di Foligno. — Foligno, 1894, pp. XII — 221.

Michele Faloci Pulignani pubblicò fin dall’ ‘82 alcune notizie in-
torno alla « chiesa dei santi apostoli Pietro e Paolo nel villaggio di
Cancelli presso Foligno » (1); ma non essendo riuscito (egli stesso mo-
destamente lo confessa) a giungere a quelle conclusioni che ‘molti desi-
deravano, per la grande penuria dei documenti e delle testimonianze,
ritorna ora su DE argomento, indottovi da assidue ricerche, che Tano
meglio rischiarato l' intricato soggetto, e da felici scoperte fattesi a Can-
celli. Si estende pure a trattare delle origini del Cristianesimo nel ter-
ritorio di Foligno, sembrando a lui i due temi logicamente connessi.

È tradizioné notissima che in Foligno il Cristianesimo sia stato pre-
dicato dagli stessi apostoli Pietro e Paolo: tradizione del resto non af-
fatto inverosimile per la non molta distanza di Foligno da Roma e la

sua posizione in vicinanza dell’ antica via Flaminia. Ed il villaggio pic-

colo e povero di Cancelli, paese montano ad oriente di tale città, si dice
Visitato da que’ primi apostoli e Sopra di esso « si riannodano tutte le
tradizioni locali sulle origini apostoliche della Chiesa di Foligno » (2).
Molti scrittori hanno parlato di questo argomento: per il primo vi
accennò un gesuita spagnuolo, il padre Martino del Rio, nel 1598; poscia
ne trattò diffusamente 1’ Ughelli nel 1644, dicendo che la luce evange-
lica splendette su Foligno per opera dell apostolo Paolo e che questi,
mentre diffondeva nell' Umbria la parola divina, concesse a una famiglia
di Cancelli ed ai successori loro il privilegio di guarire le sciatiche. Con-
fermò le parole dell’ Ughelli il sacerdote folignate Lodovico Jacobilli
nelle Vite dei Vescovi della città di Foligno, opera ancora inedita scritta
poco dopo-il 1643, e nel ’46 affermò in un Discorso della città di Fo-
ligno, che questa fu una delle prime nell’ Umbria ad abbracciare la fede
di Cristo, l’anno '57 dell’ èra volgare, per opera dei discepoli dell’ apo-

(1) Foligno, Sgariglia, 1882, p. 94,
(2) P. 2.

or part per RE RTA
RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE

stolo Pietro santi Brizio e Crispolto. Parlarono ancora di tale: pia tradi-

zione umbra molti scrittori, riferendola alcuni a S. Paolo, altri a S. Pie-.

tro, altri infine ai due apostoli nello stesso tempo. S

Uno dei primi quesiti che si propone il chiarissimo autore è di ve-
dere quanta veridicità ci sia in ciò che si narra di S. Crispoldo, il quale
sarebbe stato discepolo di S. Pietro e vescovo di Foligno ed avrebbe
quindi, in tal caso, una relazione non piccola con la tradizione religiosa
di Cancelli. A questo proposito il Faloci Pulignani dopo aver premesso
che si parlò per la prima volta di S. Crispoldo in un tempo, « nel quale
era usanza di accrescere il più che fosse possibile il numero dei Santi,
dei Vescovi, degli uomini illustri di ciascuna città, cercandosi piuttosto
di moltiplicar le persone, che il lavorar con critica, cercandosi per e-
sempio di avere una serie di Vescovi ricca di nomi, e remotissima nel-
l'origine, anzichè certa e criticamente determinata»; viene a dimostrar
chiaramente, con profondità di dottrina ed acume critico, che la vera
epoca di S. Crispoldo non è il primo secolo, bensì il terzo ed il principio
del quarto, e che quindi egli non ha che veder nulla col passaggio di
S. Pietro e S. Paolo per Foligno e Cancelli.

S. Crispoldo avrebbe eretto, fin dal '58, la chiesa di S. Maria In-
fraportas di Foligno; ma nessun Mi ans certo vi ha, il quale com-
provi questa notizia. Tuttavia l'esame di essa chiesa, fatto con artistica
competenza dal chiarissimo autore, permette di ritenere che essa esi-
stesse certamente nel mille e che fosse probabilmente alquanto anteriore
al sec. X.

In una cappella di S. Maria Infraportas, detta la cappella dell’ As-
sunta, è fama che abbiano,celebrato i santi apostoli Pietro e Paolo. Ciò
è attestato da una iscrizione posta sopra la porta, nella quale si asse-
risce inoltre che quell’ edificio era una volta un tempio di Diana e che
fu consacrato al culto divino da S. Crispoldo. Ma il Faloci Pulignani,
esaminando la costruzione della cappella, dimostra che non è certamente
dell’epoca romana, sibbene del primo medioevo. Ad ogni modo, un affresco
dell’epoca susseguente a Giotto, in cui è rappresentato Oristo tra gli
apostoli Pietro e Paolo, un dipinto attribuito dallo scrittore al sec. XV,
nel quale è raffigurata Maria tra i medesimi santi, due. busti in.legno
di questi provano chiaramente e come sia abbastanza antico il culto
dei due primi apostoli nella cappella dell’ Assunta.

Un'altra chiesa, la cui fondazione è stata erroneamente attribuita
al sec. I, ed a S. Crispoldo, è S. Pietro in Pusterna di Foligno! Ad ogni
modo è notevole perchè porta il nome del principe degli apostoli, come
conserva il ricordo del compagno S. Paolo; un piccolo edificio innalzato
fuori di Foligno e chiamato il miglio di S. Paolo, perchè costrutto in
onore di questo, sorge alla distanza di un miglio romano dalla città. Il
Faloci Pulignani ha raccolte parecchie ed accurate notizie intorno a
questi due edifici religiosi.

In quella? parte del territorio di Foligno, che chiamasi la Valto-

p *

189. RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE

pina perché irrigata dal fiume Topino, é tradizione che abbia predicato
S.Paolo. Ivi infatti sorge un piccolo gruppo di case detto appunto Santo
Paolo e v'era una volta una chiesa denominata Santi Pauli de Sancto
Polo, come si legge in documenti del 1914, 1261 e 1993. « Sembra dunque
innegabile (conclude qui, forse un poco azzardatamente, il Faloci Puli-
gnani) una relazione speciale fra 1’ apostolo S. Paolo e queste popola-
zioni, e sebbene questa relazione venga ricordata assai tardi, non sap- ta
piamo quale difficoltà possa sorgere per negare un fatto che ha tutte le e
apparenze della probabilità ».
Anche nel vieino territorio di Camerino, nell'eremo di S. Angelo
De-Profolio, si conserva la tradizione. che vi sien passati gli apostoli
Pietro e Paolo. Ora quest'eremo è abbastanza vicino a Cancelli.
E veniamo finalmente a parlare di questo paese così interessante per
il nostro argomento che si può considerare come il nodo della quistione.
Una delle prove addotte a dimostrare la venuta dei primi apostoli ea
a Cancelli è un grande sigillo metallico, di forma circolare, nella parte
superiore del quale veggonsi i due mezzi busti dei santi Pietro e Paolo.
Il sigillo è antico, anteriore certo al 1400, ma non ha che far nulla con
Cancelli. Vi si legge infatti intorno:
S. (sigillum) CURIE PRESIDATUS. ABBACTIA FARFENSIS,
Apparteneva pertanto alla curia del Presidato di Farfa, una giuri-
sdizione temporale che gli abati farfensi ebbero un tempo nel Piceno, e
serviva ai rettori pontificii della Marca quando il Presidato farfense Spet-
tava alla S. Sede. up
Lasciando pertanto da parte questo argomento, la cui validità é stata
contestata in tal modo, il Faloci Pulignani viene a dimostrare che Can-
celli già esisteva nel sec. XIII e che era abitato pure nei sec. XIV e
XV. Traendo quindi occasione da alcuni oggetti scopertisi casualmente
in quel villaggio, prova l’ antichità di questo e come vi dovesse dimo-.
rare un tempo una primitiva popolazione italica. Infatti cinque idoletti
di bronzo ritrovati lassù e vari rottami di vasi e alquante monete risal-
gono certo ad una grande antichità. Per di più una statua di bronzo,
oggetto di puro lusso, serba traccia di una qualche agiatezza dei remoti
| abitatori di quel paesello sepolto tra i monti. Conclude pertanto il Fa-
loci Pulignani: « Si sono scoperté notevoli reliquie di antichità di una 3
popolazione ricca e dimenticata, proprio in quel luogo dove la tradizione E
che queste antichità mai aveva conosciute; raccontava che si fossero re-
cati a predicare i Santi Principi degli Apostoli. Dunque la tradizione
riceve dai monumenti splendida conferma » (1).

(1) Non parliamo degli ultimi capitoli dell'opera, poiché, mentre completano la
storia dl Cancelli, non hanno che vedere con la tradizione che vi predicasse S. Pietro
o S. Paolo. Risguardano essi la chiesa di Cancelli, la famiglia di Cancelli e le gua-
rigioni prodigiose dei sec. XVII, XVIII e XIX. Queste ultime potrebbero esser cre-
dute come una conferma della tradizione, di cui ci occupiamo. Ma il f*aloci Pulignari
RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE 183

La dissertazione dell'erudito scrittore umbro, di eui abbiamo ripor-
tato il succo, sebbene alquanto prolissa, è condotta molto bene, con pro- '
fondità e dottrina. Anzitutto egli ha sgombrato il terreno di tutte le ar-
gomentazioni errate che fin qui si adducevano: l’episcopato di S. Crispoldo,
il grande sigillo metallieo di Cancelli, ecc. Ha egli poscia addotte prove
novelle e più efficaci della veridicità della tradizione; la universalità di
questa nell’ Umbria ed i monumenti che l'attestano, Ia antichità e veri-
simile agiatezza della popolazione che ha abitato ùn tempo Cancelli.

Quanto alla generalità della tradizione nei paesi umbri non è certo
una prova sufficiente per affidarcisi ciecamente, perchè anche di altre tra-
dizioni universalmente diffuse in una regione od in un paese, si è dimo-
strato luminosamente la falsità (1). Per di più questa diffusione della
tradizione spiegherebbe come siasi spinta anche a Cancelli. È perciò che
il chiaro autore cerca addurre una ragione di maggior importanza, che serva
a spiegare come mai uno dei principi degli apostoli sia salito a predi-
care la fede nuova fin lassù, ad un villaggio ora così povero e poco po
polato. Ma questa ragione, la più. grande agiatezza e forse estensione
del paese, si riferisce a tempi più antichi di quelli in cui vissero i prin-
eipi degli apostoli e non dimostrano per niente che all'epoca logo Can-
celli fosse più popolato e più ricco che non ora. Ed infatti, se in paese
rieco e'popolato si fosse recato uno di loro e, oltre a diffondervi il eri-
Stianesimo, avesse concesso agli abitanti di questo il segnalato privilegio
di guarire una specie di malattie, come mai gli abitatori di un. paese
siffatto non gli avrebbero innalzato mai neanche una modesta cappella?
Ciò significa che il paese nel primo secolo di Cristo, se fosse vera la
tradizione, sarebbe stato povero e poco popolato come nel tempo moderno.

Noi pertanto, lodando Paeume, la dottrina e l'amore agli studi del
Faloci Pulignani, che lo spingono a portar la luce sopra di -ogni argo-
mento che imprende a trattare, ci permettiamo tuttavia, per questa
volta, di dubitare assai che le prove da lui addotte valgano a dimostrare
la predicazione di S. Pietro o di S. Paolo nel villaggio di Cancelli.

G. PARDI.

*
avverte che « il fatto delle guarigioni prodigiose, vero o falso che sia, è una cosa
ben distinta dall'altro fatto del passaggio e della predicazione apostolica in Foligno
e nel suo territorio ». Pertanto « queste guarigioni potrebbero essere assolutamente
incontrovertibili, e pure quel fatto istorico potrebbe essere una leggenda non con-
fortata di prove »,

(1) Si aggiunga che, delle tradizioni apostoliche umbre, anche valenti scrittori
di cose di questa regione hanno dubitato. Si vegga ad es G. MAGHERINI-GRAZIANI,
Storia di Città di Castello. Ivi, Lapi, 1888-90,
t t

- 184 RECENSIONI BIBLIOGRAFIOHE
KónTE GusTAw. — Ueber eine altgriechisce Statuette der Aphrodite aus

der Necropole von Volsinii (Orvieto) Berlin, 1893. (Sopra una
statuetta greca di Afrodite della necropoli di Volsinio (Orvieto) per

Gustavo KORTE).

Questa statuetta fu rinvenuta sulla fine dell’ ottobre 1884 negli seavi
diretti dall ing. Riccardo Mancini al sud delle colline orvietane in un
possesso del cav. Felici, che ha preso il nome di Caunicella dalle piante
di canna, le quali ivi si- trovano. Nel novembre dello stesso anno il Kórte
ebbe occasione di visitare questo luogo. Per gli incitamenti di lui si riveló
la notevole abilità dell' ing. Mancini, così meritevole per la scoperta della
necropoli di Orvieto, nella escavazione di ampie tombe, il eui valore il
segretariato dell’ istituto archeologico tedesco in Roma prese l’ inearico
di ricercare nel miglior modo possibile. A questo scopo fu inviato il Kórte
ad Orvieto nel decembre dell’ 84 e nel gennaio dell’ 85. Dei risultati
degli scavi parlò egli nelle sedute dell’ istituto medesimo del 30 gennaio
e del 6 febbraio 1885. La pubblicazione da lui fatta su tale argomento
nel Bollettino dell’ istituto (a. 1885, s. 20 f.) doveva essere ampliata negli
Annali e Monumenti dello stesso istituto; ma nel numero di febbraio
delle Notizie degli scavi del 1885, il Gamurrini dette una riproduzione
ed una illustrazione dei materiali rinvenuti. Tuttavia, non condividendo
le conclusioni del dotto Italiano, il Kórte ritornò sull’ argomento con
questa memoria risguardante la statua della Venere di Cannicella, cui
egli considera come il perno principale per dimostrare la esistenza di un
luogo dedicato al culto nella necropoli volsiniense.

Premesso questo, il Kórte descrive con minuzia di particolari e pro-
fondità di dottrina il luogo nel quale la statuetta fu ritrovata; una ter-
razza larga 10 metri nel pendio meridionale della collina, 440. metri
distante dalla parete della roccia tufacea, su cui sorge Orvieto. Esamina
poscia gli oggetti ivi estratti fuori dal suolo:

I) Bronzi: monete, figurette di bronzo (tre piccole figure maschili
ed una statuetta di Ercole);

II) Terrecotte: terrecotte architettoniche (una Gorgone, quattro teste
femminili, tre teste di Sileno, una di Pane giovinetto), /rammenti di
statuette (di cui una testa femminile è notevole per la antichità e finezza
del lavoro ed un dorso di Ercole mostrasi pieno di movimento e di vita),
ed altri oggetti di terracotta, quali un phallus e numerosi cocci di vasi
di fabbricazione locale.

Riguardando questi materiali il Gamurrini congetturó appartenes-
sero ad un edifizio a. forma di cappella. Il Kórte invece opina sieno la più
parte doni votivi e che nel punto, ove essi vennero sea rati, vi fosse un
luogo dedicato al culto, un sacro recinto scoperto, quale doveva essere
nella necropoli di Capua. E certo tale opinione è, secondo il mio debole
parere, più accettabile dell’ altra, apparendo realmente come doni votivi RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE 185

quasi tutti gli oggetti rinvenuti. Ma la prova più convincente della af-
fermazione del Kórte si .è la stessa immagine del culto, la statuetta
della Venere di Cannicella. La quale non è italiana, ma greca, non at-
tica, nó peloponnesiaca, bensì, molto probabilmente, di marmo delle isole.
Il materiale, anzitutto, fa supporre ciò; inoltre tutte le caratteristiche
dell’ opera statuaria indieano chiaramente appartenere essa all'arte ar-
caica greca. Conforta il Kórte di molteplici prove la sua opinione, con-
frontandola eon altre numerose statue dei musei tedeschi. Avendo per-
tanto coneluso essere stato indubbiamente un luogo di culto della neero-
poli volsiniense la terrazza di Cannicella ed averci conservata la immagine
sacra, a eui ivi prestavasi culto, la statuetta di Afrodite appartenente al
tempo arcaico dell'arte greca, si domanda come mai sia pervenuta ad
Orvieto, e congettura possa essere stata presa come bottino in una spe-
dizione militare in una delle colonie ioniche dell’ Italia inferiore o della
Sicilia.

Ho dato un riassunto di questa eruditissima memoria del Kórte per
invogliare altri a tradurla per intero, essendo essa una delle. più inte-
ressanti pubblicazioni concernenti la necropoli volsiniense. E stampata
in un'opera offerta da lui e da due suoi antichi compagni di studi al
loro grande maestro (Archeotogische Studien ihre Lehrer H. Brunn dar-
gebracht, Berlin 1893).

G. PARDI.

Cozza Luzi GrusgPPE. — Chiara di Assisi secondo alcune nuove scoperte
e documenti, Roma, 1895.

L'A. si è prefisso con questo suo studio di mettere meglio in luce
lo spirito di povertà di Santa Chiara, provandone la meravigliosa co-
stanza a sostenere quel supremo principio della regola francescana. Seb-
bene paresse a molti ragionevole, e agli stessi papi tollerabile, che la ri-
gidezza della regola dovesse mitigarsi, almeno, per le suore; tanto che
per la costituzione pontificia del 2 giugno 1246, per l’altra del 6 agosto
1247, queste ebbero facoltà di possedere; pure Chiara sostenne il princi-
pio con tutte le forze, e lo sostenne infino agli ultimi momenti di sua vita.
Morente, ebbe il conforto di ricevere la bolla di conferma della regola (9
agosto 1253) da essa desiderata e invocata lungamente, e di riceverla dalle
mani stesse di Innocenzo IV. Il p. ab. Cozza-Luzi ha preso ad esaminare
l'importante documento; e premessavi una serie di fatti che riassumono
gli intendimenti della pia fondatrice delle Damianite, e che chiariscono,
al confronto delle memorie e dei documenti studiati con ampia dottrina, molti
particolari che accompagnarono il nuovo atto pontificio, riprodusse questo
nel suo testo in fototipia e vi lesse aleune parole, fuori del corpo del-
l'atto, ehe egli non tardó a ravvisare come scritte di mano del Papa
stesso. Infatti, osservando attentamente nell'estremo margine sinistro in
alto della pergamena, si può leggere anche chiaramente, in piccoli e

13
è permane T bs 1 B g

186 RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE

svaniti caratteri, ravvivati dagli acidi, queste parole: Ad instar fiat
S. (cioè l'iniziale del nome battesimale del papa: Synibaldus).

Si direbbe, a spiegazione di cotesto autografo, che la moribonda
non si appagasse della bolla di per sè, senza vedervi anche una sanzione
speciale del pontefice; e dopo tante istanze fatte, e dopo tante promesse
ricevute, atteso quasi un anno quel privilegio, non dovesse sembrarle
così pieno e autentico se, oltre al suggello, non recasse uno scritto del
papa. E il papa la contentò; e non solo scrisse le parole ora citate, ma
cedendo; forse, a nuove e maggiori istanze, aggiunse a più chiarezza: Ex
causis manifestis michi et protectori fiat ad instar. —
Con tale scoperta si spiegano le frasi che, torturando i biografi, sinora furono
indeeifrabili nelle antiche memorie. Queste (dice il Cozza) inesattamente
narrano che il papa scrisse il primo articolo delle regole approvate. La cosa
non fu così; ma sibbene egli scrisse un’ approvazione generica e singo-
larissima sopra la bolla stessa di conferma. La scoperta quindi prende
per sè un valore affatto singolare non solo nella storia delle Clarisse, ma
eziandio nella paleografia e diplomatica pontificia e nell’ archeologia. —
Ma non è questa solamente tutta la scrittura scoperta dal valente capo
della Vaticana. Nel rovescio della pergamena, sopra un lato della piega-
tura, si ha in caratteri coevi: Bulla confirmationis regu le san-
ete Clare per dominum Innocentium IIII. Hane dieta
Clara tetigit et obsculata est pro devotione pluribus et
pluribus vicibus. Dalle quali parole egli giustamente trae la con-
ferma di quanto nei capitoli precedenti aveva asserito contro alcuni serit-
tori, — come, cioè, fin dalla morte della Santa, la regola delle suore
era a lei e non ad altri attribuita, e come tale fu così confermata
da Innocenzo che fu il IV e non il III, ed inoltre ehe quel documento
in pergamena era l'originale della conferma.

L’opuscolo è condotto con chiara e ornata esposizione sull’ esame

]

critico delle fonti, e in specie della vita versificata che in questo

stesso 1° numero del. Bullettino comincia a pubblicarsi, differente da
un'altra versificata dovuta ad un’ antica rimatrice anonima che pubblicò
il Monaci fin dal 1882, poco rilevante alla storia, e dove Innocenzo è -
‘scambiato con Alessandro IV (Leggenda di Santa Chiara verseggiata, ecc.,
Imola, 1882), al Cozza, come sembra, sconosciuta. Giuste osservazioni
il dotto scrittore rivolge, fra gli altri, al Cristofani e al Sabatier che at-

"tribuisce ad Innocenzo III il fatto del IV e pone l’altro anacronismo di

S. Francesco mediatore per la bolla 9 agosto 1253. pm
Rosso MamBRrINO. — L’ Assedio di Firenze. Poema in ottava rima di-

chiarato con note storiche, critiche e biografiche da Antonio Do-
menico Pierrugues. — Firenze, G. Pellás, 1894; pag. 439.

Questo poema in nove canti, i cui esemplari della stampa perugina
(1530) e della veneta (1531) erano da tempo diventati d'una rarità ecces- RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE 187

siva, composto dall'autore al suon dei tamburi e delle trombe marziali,
mentre prendeva parte alla strenua difesa di Firenze sotto le armi di,

Malatesta Baglioni, citato dal Varchi quale fonte per le sue storie — il
che lo scusa agli occhi nostri dello stile disadorno — ben meritava le

molte e intelligenti cure che vi ha speso intorno per illustrarlo degna-
mente l'egregio signor Pierrugues. La presente ristampa, che ci si offre
in veste abbastanza elegante, fu da lui condotta sulla edizione prima
fatta in Perugia per Girolamo Cartolari alli 3 di dicembre 1530. Vi sono
riprodotte l' impresa del Baglioni, due artistiche xilografie figuranti bat-
taglie. V'ha inoltre, assai opportunamente riferito da. pag. XIII-XLXL,
il pregevole discorso su le varie opere del Roseo dettato. dall’ erudito ue
Fabrianese Romualdo Canavari e stampato per nozze nel 1855; nè man-
cano copiose ed accurate note storiche ad ogni canto e-infine un ricco
indice di nomi e delle cose. notabili, mercè cui scorriamo rapidamente
anche i nomi di molti. prodi capitani perugini, spoletini, todini, castel-
lani, orvietani e ternani, i quali parteciparono al famoso assedio. Onde,
a formarsi un’idea giusta del valore letterario e a consultar volentieri
l’opera maggiore del Mambrino, cui l’ Ademollo, con troppa enfasi nè
minor disdegno, volle chiamar 1’ Omero del Malatesta, non sarebbe a

desiderare che un glossario —, corredo critico oggi pressochè indispen-
sabile a simili lavori — il quale ponga bene in rilievo gli elementi pret-

tamente marchigiani introdottisi nella lingua letteraria del poema. Così
pure sarébbe stato bene che il diligente editore, a parte anche un desi
derabile cenno sulle possibili trasformazioni in dialetto veneto subite dal
poema nella 2* edizione, avesse speso parole per dirci se e quanto do-
vette lui espungere dalla stampa perugina per apprestarci questa terza
edizione che noi salutiamo con vero piacere.

ADT.

Elenco dei Capitani e degli Uomini d'arme appartenenti agli
Stati della Chiesa che militarono con Malatesta Baglioni al
servizio della Repubblica di Firenze mella guerra det 1529-1530
incorsi nelle pene sancite da Papa Clemente VII e dal medesimo
graziati in. virtù dell’ art. X della Capitolazione di Firenze. Docu-
mento esistente nella Biblioteca Comunale di Perugia, pubblicato per SI
cura di ANT. DOM. PIERRUGUES. — Firenze, Giuseppe LE
Pellas, 1893 ; pagg. 23. fus

Come giunta al suo pregiato lavoro sopra Francesco Ferruccio e la
guerra di Firenze (Firenze, Pellas, 1889) l'erudito signor A. D. Pier-
rugues pubblicava in elegante opuscolino quest'importante documento
di storia umbra, rinvenuto dall'egregio e gentilissimo conte Vincenzo
Ansidei, bibliotecario della ‘Comunale di Perugia, in una busta di carte
e documenti, onde si valse l'areheologo e storico umbro G. B. Vermi-
glioli per la sua nota difesa di Malatesta IV Baglioni. I combattenti vi 188 RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE

sono segnalati nell’ ordine e coi nomi e cognomi in cui li nominò Mala-
testa istesso dinanzi al rev. signor Troglio di Euliste Baglioni e a Ga-
leotto di Mariotto degli Oddi. Notiamo fra essi: E/ Capitan Paulo. Ge-
militto, El Capitan Jacobo Tabussi, El Capitan Pacchiarino de Spoleti;
El Capitan Ridolfo da Sisi; Pietro e Andrea da Urvieto; Corta Luca
da Gobbio; El Capitano Aniballe Signorelli, El Capitano Prospero da
Corgne, Ceccho de Carlo Gratiani, Ottaviano de Vincenzo del Pavese da
Peroscia; Mariano da Deruta; Marcho e Antonio da Marsciano; El Ca-
pitano Signore Haniballe de Todi, Benvenuto de Parisse, Grifone alias
Cione de Bartolomeo de Todi; Bonacorso de Forzio da Massa de Todi;
El capitano Nicolò da Forlì, Pietro Pavolo suo luogotenente, Baptista Pal-
magano alfiero, eec.

Ci auguriamo che di simili documenti, sotto diversi aspetti interes-
santi la nostra Umbria, ci accada sovente in seguito il dare qui un cenno
ai lettori.
NECROLOGIO

ARIODANTE FABRETTI

Nei varî tentativi fatti dagli studiosi dell’ Umbria, con
l'intendimento di stabilire, anche in questa regione ricchissima
di memorie, una ‘Società che le investigasse, raccogliesse e
mettesse in luce, il pensiero di tutti, sempre e natural-
mente, ricorreva ad un nostro diletto Concittadino, la cui in-
telligenza e dottrina e altissima reputazione, pari alla bontà
somma dell'animo, davano conforto a bene sperare di un'im-
presa, di cui egli fosse auspice e guida.
190 i. TIBERI

Ed infatti, appena fu costituito il nucleo della Società
Umbra di Storia Patria, Ariodante Fabretti (la cui per-
dita è oggi un vero lutto per la patria e per la scienza) ne
venne con unanime consenso acclamato Presidente onora-
rio. Ma, ahimè, solo qualche giorno dipoi l'illustre archeo-
logo Umbro cessava di vivere in Torino, destando universale
compianto in tutta Italia, e più che altrove in questa Pro-
vincia e particolarmente in Perugia, che egli aveva tanto
illustrata con le sue opere e con l’autorità del suo nome.

Noi che.lo avevamo sperato compagno e maestro in que:
ste pubblicazioni, non avremmo mai immaginato, che il primo
fascicolo del nostro « Bollettino » dovesse contenere, anzichè
un suo lavoro, il suo necrologio!

Di lui diremo oggi brevemente e con animo ancor com-
mosso. d'ammirazione e di cordoglio, accennando soltanto alle
sue-opere e lasciando ad altro periodico di parlare del F a-
bretti, come patriotta.

Nacque egli in Perugia il 1° d'ottobre del 1816 da G i u-
seppe Fabretti ed Assunta Corsi, e visse da bam-

bino qualche tempo in Deruta, patria di suo padre, pol à '

Perugia, dove applicò di buon’ ora e con molto ardore la
mente agli studi, quando fiorivano all’ Ateneo Perugino il
Vermiglioli nell'Archeologia, il Pu rgotti e il Bruschi
nelle Scienze naturali.

Malgrado la sua inclinazione alle lettere, per compia-
cere il padre, il quale voleva avviarlo ad una disciplina, che
desse meno incerti, meno tardi e meno scarsi guadagni di
quella letteraria, intraprese gli studi veterinari, che terminò
all Università di Bologna, frequentandone le scuole negli
anni 1839-40 e 1840-41. Tanto in Perugia, quanto in Bologna
fu studiosissimo, come è attestato dai suoi compagni e coe-
tanel.

Tornato da Bologna in patria, anzichè esercitare Vetd-
rinaria, diedesi con ardore erandissimo alle ricerche storiche,
frutto delle quali furono le Biografie dei. Capitani Venturieri MEER

NECROLOGIA DI ARIODANTE FABRETTI 191

dell' Umbria. Quest’ opera, che si cominciò a pubblicare nel
1844 a Montepulciano a causa della censura pontificia, che
volevane togliere o modificare alcuni brani, diede al Fa-
bretti una solida fama in tutta Italia.

Intanto fu discepolo del Vermiglioli dal 1846 al 1848,
nel quale anno successe al Maestro nella cattedra di Ar
cheologia della Università perugina.

In questo tempo i rivolgimenti politiei lo attrassero vi-
vamente e gli diedero un posto eminente tra i patriotti del-
l Umbria onde fu eletto deputato alla Costituente romana, della
quale fu uno dei segretari ed anche uno degli ultimi superstiti.

Caduta la repubblica. romana, esuló prima a Firenze,
dove strinse amicizia col. Vieusseux e collaboró col Bo-
naini e col Polidori all Archivio storico italiano. Nel 1852
fu costretto ad esulare anche dalla Toscana e a rifugiarsi in
Torino, dove col profondo sapere, con l'integrità austera della
vita e con la gentilezza dell’ animo.e dei modi si guadagnò
l'affetto e la stima di quanti lo conobbero.

Visse tuttavia durante alcuni anni mercé lo scarso e incerto
profitto di lezioni private, molte ore della notte passando
a lavorare al suo « Corpus inscriptionum. italicarum >», opera
monumentale, che lo fece conoscere e ammirare anche. ol-
tralpe, e che, come ebbe a dire il prof. Ermanno Fer-
rero, aspetta tuttora un successore. Quest’ opera fu comin-
ciata a stampare nel 1858, in Torino, dalla Stamperia Reale
e in quel medesimo anno fu il Fabretti nominato assi-
stente al Museo di antichità in Torino.

Nel novembre dell’ anno seguente ebbe la nomina di pro-
fessore di Storia letteraria e di Eloquenza all’ Università di
Modena e quella di Vice-bibliotecario della Nazionale; ma non
assunse questi due uffici, poichè nel febbraio del 1860 venne
nominato professore di Antiche lingue italiche e di Dialetto-
logia alla Università di Bologna, in quell’ Ateneo stesso, dove
circa vent'anni prima aveva compiuto gli studi di Veteri-

narla.

-
L.

TIBERI

Sei mesi dopo fu chiamato a insegnare Archeologia a]-
| Università di Torino, e nel 1872 ebbe pure la carica di
Direttore del Museo d'antichità, e questi uffici tenne con
sommo onore e grande diligenza, fino al giorno della sua
morte, che fu il 15 settembre 1894.

Con lui disparve una delle più care e venerate figure
della patria nostra, uno di quegli uomini dei quali é difficile
il dire, se la modestia superasse il talento, se questo fosse
maggiore del buon volere e se tutte queste preziose doti
dell'animo non restassero vinte da una bontà immensa e da
una fermezza tanto incrollabile nelle proprie opinioni, quanto
delle altrui tollerante.

Tali virtü lo resero a tutti carissimo; la modestia lo
faceva ammirabile mentre la fermezza gli consentiva di vin-
cere grandi difficoltà, e di salire dall umile condizione po-
polana, in cui era nato, fino a raggiungere alti onori ed
agiatezza e lo teneva immoto nelle sue idee fondamen-
tali, anche quando la mutabilità poteva essere, se non giu-
stificata, difesa da molti e autorevoli esempî; la tolleranza
poi, questa virtù degli animi elevati, lo rendeva equanime
nei giudizi, dignitoso nel linguaggio e Io collocava al di sopra
delle meschinità invide e rissose degli uomini. :

La vita del Fabretti, del resto, poco nota, perchè la
süa grande riservatezza lo faceva parlare di sè raramente,
si riassume pressoché tutta nei suoi studi e nelle sue pub-
blicazioni ; delle principali di queste diamo in appendice
un elenco, che costituiscono il glorioso stato di servizio di
questo veterano degli studi storici e archeologici.

Quantunque egli non li cercasse, gli onori gli giunsero,
forse un poco tardi, come ricompensa, ma sempre a tempo
come riconoscimento del suo valore, nè apparvero mai ad
alcuno superiori ai meriti suoi. Fu eletto deputato nella XIII
Legislatura (1876) e fu nominato Senatore nel 1889.

Ebbe pure la nomina di Socio Corrispondente dell’ Isti-
tuto di Francia, e quella di Membro dell’Accademia delle e SE Mc See ESL T EET IS Ld" cod cy aps sat
NECROLOGIA DI ARIODANTE FABRETTI 193

Scienze di Torino, di cui tenne la presidenza dall’’83 all’ '86.
Fu pure creato Cavaliere del Merito Civile di Savoia, per '
tacere di altre moltissime onorificenze.

Il più bell'elogio di lui ne sembra quello detto da Arturo
Graf, Rettore dell' Università di Torino, quando, parlando
innanzi alla sua salma, concluse: Ha vissuto da saggio in
tempi di grande corruzione!

Ecco l'elenco delle principali pubblicazioni di Ariodante Fa-
bretti :

Biografie dei Capitani Venturieri deW Umbria. — 5 vol., Montepulciano, 1842-46.
Cronache e Storie inedite della città di Perugia dal 1150 al 1540 (a cura di Fr. B 0-
naini, Ariodante Fabretti, F. L. Polidori). — 2 voL, Firenze, 1850-51.

Nota storica intorno all'origine dei Monti di Pietà in Italia. — Torino, 1871.

Corpus inscriptionum. italicarum antiquioris aevi. — 1 vol. 40 grande, Torino, 1867,

Primo e secondo supplemento alla Raccolta delle antichissime iscrizioni italiche, con
l'aggiunta di osservazioni paleografiche e grammaticali (nelle Memorie del Ac-
cademia delle Scienze di Torino).

Di alcune iscrizioni etrusche scoperte in Perugia sul finire del 1852. — Torino, 1853,
dal giornale JI Cimento. $

Sopra due iscrizioni etrusche, che si conservano negli Stati Sardi, lI una in Genova,

l’altra in Torino. — Torino, 1855, dalla Rivista Contemporanea.

Di una iscrizione etrusca scoperta nel territorio di Volterra. — Torino, 1856, dal-
l'Archivio Storico Italiano. è
Sopra un’ antica iscrizione scoperta nel Veronese. — Torino, 1864 (negli Atti dell’ Ac-

cademia delle Scienze di Torino).

Sopra un? iscrizione Osca con caratteri greci graffita in due elmi scoperta nella Lu-
cania. — Torino, 1864 (negli Atti dell’Accademia delle Scienze di Torino).

Frammento d? iscrizioni etrusche scoperte a Nizza. — Torino, 1872 (negli Atti del A c-
cademia delle Scienze di Torino).

Swnto di grammatica Osco-Sannitica nell’Enciclopedia Popolare di Torino.

Nota sopra sei laminette di bronzo letterate antiche della Lucania. — Bologna (dalle
Memorie della Società di Storia Patria nell'Emilia).

Dei nomi personali presso i popoli dell’Italia antica. — Torino, 1872 (nelle Memorie
dell’Accademia delle Scienze).

Analogia delle antiche lingue italiche con la greca, ia latina e coi dialetti viventi. —
Firenze, 1866.

Lettera d’argomento archeologico, nel Bollettino dell’Istituto Archeologico. — "Torino;
1871.

It Museo d'Antichità di Torino. Notizie. — Torino, 1872 — Raccolta numismatica del
R. Musco di Antichità di Torino. Monete Consolari. — Torino, 1876,

Mosaico d’Acqui. — Torino, 1878.
EL TT IS E ER

194 L. TIBERI

Elogio funebre del conte Connestabile. — Perugia, 1878.

Gli Scavi di Carrà. — Torino, 1879.

Di una moneta d’oro attribuita ai Volsiniesi. — Torino, 1879.

Degli Studi Archeologici in Piemonte. — Discorso letto per 1° inaugurazione dell’anno
accademico 1880-81 nella R. Università di Torino, ivi, 1881.

Della città d? industria detta prima Bodincomago e dei suoi monumenti. — Torino,
1881.

Necropoli della Cascinetta, nella Provincia di Novara. — Torino, 1885.

Di alcune iscrizioni piemontesi edite ed inedite. — Torino, 1885.

Commemorazione di Giuseppe Garibaldi fatta nella R. Università di Torino il 14 giu-
eno 1882.

Atti della Società di Archeologia e Belle Arti per la Provincia di Torino (1883-86).

Il Cupido di Michelangelo nel Museo di Antichità di Torino, 1883.

Documenti di storia perugina, 29 vol., Torino, 1887-1892, ivi.

La Prostituzione in Perugia nei secoli XIV, XV e XVI. Documenti. —. Torino, coi
tipi privati dell’ editore, 1890. *

Cronache della città di Perugia, vol. lo (1308-1438), vol. 20 (1393-1561), vol. 30 (1502-1579),
Torino, 1887-1890, ivi.

Perugia, dicembre ‘94.

L. TIBERI.
RC CU etti d TU VERE Lao RERSdRE. e. )

GIAN-BATTISTA DE-ROSSI

Se a tutti é difficile e grave lo scrivere di Gian-Battista
‘De-Rossi, mancato alla scienza e all’ Italia il 20 settembre,
a me poi si rende inoltre doloroso ripensando alla dolce ami-
cizia, onde egli mi onorava. Congiungevansi in lui somma-
mente la virtù e la dottrina, e cosi risaltavano da non po-
tersi distinguere quale delle due si fosse maggiore. E mentre
si rispecchiava nella sua persona la romana dignità, era
questa temperata da tale urbanità e piacevolezza, che seco
lui conversando si destavano e reverenza ed affetto. Laonde
in tutta la vita sua niuna voce osò levarsigli contro, tranne
che dapprima incontrò qualche ostacolo e qualche incredulo
alle sue asserzioni, ma ben si può dire che quindi innanzi
avesse un corso tranquillo di studî e di opere seguito da
giuste lodi e meritati onori.

Roma fu la patria sua: Roma che nel sorgere di questo
secolo perdeva il principe degli archeologi dell' età e dell'arte
classica, Ennio Quirino Visconti, ed ora nel suo tramontare
piange in Gian-Battista De-Rossi il principe, anzi fondatore
dell' archeologia cristiana. Ma se al primo dischiuse la via il
Winckelmann, che instaurò per l'arte antica gl’ incerti studi ;
niuno validamente precedette o soccorse a questi, che sicuro
s'inoltró nel nuovo e vasto campo segnato da lui stesso.
Quindi mi apparisce egli veramente più ammirabile, poichè il
giovinetto Ennio Quirino ebbe a maestro l'erudito suo padre,
e continuo incitamento pure ad onorati uffici nei musei va-

Z
196 G. F. GAMURRINI

®

ticani e capitolini, che si formavano e si disponevano, e nelle

‘grandi ed inattese scoperte, e nel favore'dei principi, e della

città stessa, e degli studi di allora. E poi quanto lusinga ed
esalta la venusta forma dell’ arte ellenica, e la maestà della
romana? e non si alimenta in Roma quel sacro fuoco dalla
vista dei rilievi, delle statue, degli archi, e delle superbe ro-
vine, tutte piene di ricordi, nei quali si attesta la storia, e
quanto triste, la vicenda del mondo ? A questa scuola crebbe
Ennio Quirino, e nutrito dei classici studî volgendo gli occhi
olimpici sulle opere antiche, acquistarono desse per lui e vita
e senso, e direi ancora la favella. Nondimeno a lui non toccò
in sorte, che alcuno seguisse le sue orme, non solo in Roma
ma nell Italia nostra: e a tanta iattura non vi è stato finora
riparo, ben-veggsendo che l'arte antica si coltiva con mag-
eiore studio piü dagli stranieri, che dai nostri. Ora quale piü
grande e singolare figura si mostra a chi ben vi pensi il De-
Rossi! poiché molto giova il confronto fra questi due grandi,
come apprendiamo noi a fare dagli antichi scrittori. Solenne
era l'argomento, che gli si presentava dinanzi, e lo moveva
alla ricerca. Come avvenne, che in Roma, nella sede dell im-
pero, nel centro del culto pagano sottentró l'umile cristia-
nesimo, e giunse a trionfarvi, e ad inalzare la servile ed
aborrita croce sull ara del Giove Capitolino ?

Conveniva indagare quale vita, quali riti, quale condi-

«zione innanzi alla legge tenessero i cristiani dei primi secoli,

e quali i luoghi di convegno, e quali i più sacri e venerati.
Erano fino allora le cristiane antichità, cospicuo fondamento
di religione e di storia, mal ricercate e peggio definite, e
molto scarsi i riscontri nè mai-abbastanza fedeli della sacra
tradizione coi monumenti. Nelle parti principali tenevano una
oscurità simile alle loro catacombe, le quali quasi da per
tutto erano abbandonate, o depredate, o guaste, o rinterrate:
incerto il sito di varie basiliche, ignote le cripte un tempo
celebri dei martiri, e perfino le tombe dei primi pontefici: i
monumenti qua e là dispersi, le epigrafi spezzate, e i fram-

AR

-—

a NECROLOGIA DI GIAN-BATTISTA DE-ROSSI 197

menti in lontane parti e per diversi usi adoperati, e il più
e il meglio distrutto o nascosto fra le rovine o in sotterranei
impenetrabili. Che più? lo stesso zelo religioso di ricercare
e possedere le ossa dei santi martiri fu precipua cagione di
barbarie e di devastazione. Da che si vegga da quali e quanti
impedimenti era ingombro il terreno, e quanti poi il De-Rossi
ne incontrò dei maggiori; eppure non solo vi si accinse, ma
li superò colla costanza, e l'ingegno, e la dottrina. L'amore
del vero e la religiosa pietà gli diedero la forza, e gli furono
di guida.

Per le sue investigazioni debole luce si traeva dalla
storia e dai monumenti, chè quella piena di dubbie leggende,
questi espressi con arte omai stanca e deperita. Era neces-
sario penetrare nei sotterranei laberinti fra i morti e le mi-
sere reliquie della morte, esplorare, interrogare, vivervi e
meditarvi lungamente. Fra le altre difficoltà si pensi quanto
vi corra dal contemplare alla piena luce del giorno le gaie e
vive forme delle figure greche e romane, sia che posino negli
splendidi musei, dove sembra che le grazie ripetano i carmi
ora di Omero ora di Virgilio, sia nei palagi e nelle ville dei
principi, e sia ancora fra lé.superbe rovine; quanto, dico, da
quel contemplare al discendere e dimorare in quell'aria grave,
nelle spaurite ombre delle catacombe, e tra le infrante reliquie,
dove ti pare di udire l’ eco lontana degli spasimi dei martiri e
delle angosciose preghiere, e delle funebri nenie. Sicuramente
se la celeste luce della fede nella resurrezione in Cristo
non ti accompagna, o non vi entri, o se una vana o dotta
curiosità oltre ti sospinge, non tardi a sentirne l’ orrore, e
rifuggi, e ti basta aver veduto una volta.

È merito precipuo del De-Rossi l’avere esposto il metodo

.d'investigazione e d'illustrazione, valendosi di ogni elemento

e sussidio storico, topografico e monumentale, e in tal modo
divulgarlo da potersi seguire da qualsiasi culto e diligente
osservatore. Per lui è sorta e omai vige e fiorirà la scienza,
e insieme la scuola delle antichità cristiane non solo in Roma, 198 F. G. GAMURRINI

ma in tutto il mondo, laddove ne' primi secoli si udi e si
accolse la parola evangelica. Onde non è meraviglia, se il
nome di Gian-Battista De-Rossi risuoni di alta fama, in ogni
parte si rammemori, e grande siasi destata l' ammirazione,
ora poi che ha lasciato la terra: quantunque abbia quaggiù
colti allori e ricevuto quel premio di universale plauso e di
venerazione, che a quasi miuno illustre mortale fu dato di
conseguire.

La grandezza di Roma conferi non poco alla sua, si può
dire, come la causa all'effetto. Io tengo per fermo, che il ben-
nato ingegno nei piccoli luoghi s'isterilisca, nei grandi si fe-
condi ed acquisti continuo vigore: nè vi può essere città che
ralga quanto Roma a favorirlo, specialmente nella storia,
nella religione, e nell’ arte, quindi nelle discipline che vi
si attengono, per essere quella un libro dove sono scritte e
si leggono le più gloriose e le più pietose pagine dell'umano
consorzio: e non sarebbe ardito affermare che Roma è stata
spesso la bilancia, dove la divina provvidenza ha pesato i
destini del mondo.

Gian-Battista De-Rossi nato in Roma nel 1822 da rispet-
tabile famiglia è vissuto 72 anni di una vita sempre studiosa
e benefica. Onde molte opere compose di maggior o miifor
mole, e che tutte rivelano il suo metodo e il suo sapere, ed
intese a dichiarare o le antichità, o la storia, o l’arte pa
gana e cristiana, ora in elegante stile latino, ora in italiano
semplice e chiaro, è sempre di buona lega. Si possono con-
tare più di cinquant anni di operosità scientifica, nei quali
oltre quaranta di continue pubblicazioni, siano riunite in opere,
siano inserite in periodici italiani e stranieri. E non è tanto
il numero delle centinaia di scritti, quanto la geniale inve-
stigazione e la svariata dottrina che vi dominano. E perchè
conviene che tocchi almeno dei principali, su di cui posa il
suo monumento immortale, dirò in prima delle iscrizioni cri-
stiane di Roma, che si diede a raccogliere fino da giovinetto.
E senza posa molti anni ricercó e copiò quante ne esiste- NECROLOGIA DI GIAN-BATTISTA DE-ROSSI 152109

vano ne’ luoghi loro, ovvero sparse, perfino i più minuti
frammenti, e quante da altri copiate specialmente dal dottis-
simo suo precursore Gaetano Marini, la cui magna farrag-
gine egli ordinò nella vaticana biblioteca. E cosi perlustrando
le opere, siano stampate che manoscritte, e collazionando le
copie cogli originali rimasti, condusse tanto innanzi l' impresa
da: poterla annunziare come pronta per la stampa fino dal
1848, ma che poi per inopinate vicende fu ritardata d' assai.

E per dare un saggio di quanto fosse lo zelo suo nelle ri-
cerche, narreró un fatto, che due volte ho udito da lui. Giunto
a Venezia trovó nella biblioteca di S. Marco la raccolta epi-
grafica compilata da Pietro Sabino verso la fine del quattro-
cento, da lui fino allora invano desiderata. Postosi a stu-
diarla e copiarla venne l'ora di chiudere la biblioteca; im-
petró di rimanere, e nel farsi sera acceso il lume prosegui:
passò tutta la notte, e non se ne accorse: solo nel mattino
seguente cominció a sentirsi un certo languore ed avvedersi
del lungo tempo trascorso. E qui a me pare che la natura
stessa. fosse indulgente, anzi ossequiente all' amore e all in-
gegno di lui, da far tacere per oltre una giornata la stan-
chezza, la fame ed il sonno. Onde è ben giusta quella vec-
chia sentenza /abor omnia vincit, e l'altra di Dante:

che seggendo in piuma
In fama non si vien né sotto coltre.

Or con i favorevoli auspicî del Pontefice Pio Nono, che
egli giustamente appelló novello Damaso, per avere resti-
tuito in Roma il culto dei martiri, diede alla luce il primo
volume delle Znseriptiones Christianae urbis Romae septimo
saeculo antiquiores, nel quale si comprendono solo quelle con
data cronologica. Dottissimi ne sono i prolegomeni esposti
con aurea latinità, dove si agitano e si dichiarano assai diffi-
cili questioni dell’ epoche, dei cicli, delle date consolari, e
dei diversi computi degli antichi cristiani. Il secondo volume
200 G. F. GAMURRINI

stette più di venti anni-a comparire, dove svolge e conferma
lapparato critico della sua grande compilazione, traendo il
principio dalle raccolte antichissime dei secoli ottavo e nono,
e che quali avanzi di maggiori ci sono pervenute, e venendo
al risorgere del classicismo, col fare a noi rivivere sopra
gli altri l'anconitano Ciriaco, e così discendendo ai tempi
nostri. Qui più che in altra opera si manifesta l estensione
delle ricerche, e l’acume nel discernere e valutare. Dopo
questa meravigliosa preparazione, il raccolto materiale do-
veva vedere la luce, e diviso secondo il concetto primo, che
forse non varió, in tre parti: la; prima che contenesse le
iscrizioni spettanti alla disciplina, e ai riti dei cristiani; la
seconda alla cronologia, alla storia, e varia erudizione; e la
terza gli epitaffi semplici sepolerali. Ma, o sia che altri la-
vori da lui stimati più utili lo distraessero da quell’ intento,
o sia che la ferma speranza di aver tempo a conseguirlo lo
facesse «indugiare, sventura volle, che improvvisa lo assa-
lisse la malattia, e dopo un anno lo rapisse la morte. Egli
ha bensi provveduto, che tanto lavoro sia tratto innanzi e
condotto a fine dal suo dilettissimo prof. Giuseppe Gatti,
della ‘cui perizia epigrafica aveva lo stesso De-Rossi e tutti
ne hanno grandissima stima.

Nel ricercare le provenienze delle epigrafi, si avvide
quanto giovar potesse lo studio topografico e divenire cagione

ci

di mirabili scoperte. Valendosi degli antichi itinerari, e di
altre indicazioni anteriori al mille, tentò felicemente la rico
struzione topografica di Roma sotterranea cristiana. Opera
questa prodotta dà esplorazioni ben dirette, e che precipua-
mente Costitui la sua fama, e sollevò a scienza certa la eri-
stiana archeologia. Fra le altre prove delle sue osservazioni
sapienti, e quanto bene -prevedesse, che presso al bivio delle
vie Appia ed Ardeatina vi sarebbe stato il cimitero di-S. Cal-
listo con i sepolcri storici più celebri e venerati, e quelli in
specie dei papi del secolo quarto, lo mostrarono le succes-
sive scoperte favorite dal pontefice, che gli diedero piena
NECROLOGIA DI GIAN-BATTISTA DE-ROSSI 201

ragione, dichiarate quindi da lui nei tre grandi volumi in
folio della Roma sotterranea; ne’ quali è copiosamente dif-
fusa e l’ erudizione ecclesiastica, e la critica, e non solo l'a-
cuta indagine ma spesso vi si ammira la divinazione. A ren-
dere poi in ogni parte questa opera perfetta si aggiunse il
dotto Michele Stefano suo fratello, che nella geologia valen-' -
tissimo, e geometra industre, riusci a rilevare le piante con
le altimetrie e le sezioni dei laberinti cimiteriali; la quale
ardua intrapresa da lui ampiamente dichiarata, molto giovò
ad intendere le antichità e il successivo svolgimento ‘loro,
corrispondente alla diffusione del cristianesimo in Roma. At-
tendeva in quest ultimo tempo, il De-Rossi, a scriverne il
quarto volume (sebbene quell’ opera sia nei limiti prescritti
compiuta) sempre del gruppo prossimo agli illustrati, di cui erano
in pronto le tavole, e insieme aveva fra mano altri cospicui
lavori. Ora non solo per la epigrafia ma ancora per i cimi-
teri di Roma cristiana ha egli indicato la via di rinvenire, e
il modo d' illustrare: e poichè ne rimane vastissimo il campo,

anzi da fare il più, chi potrà mai proseguire la gloriosa-im-
presa? Dico il più e chi sa di quanto valore, ma di certo
grandissimo, sia per i molti cimiteri suburbani, che fanno
capo alle antiche vie, come si apprende dallitenerario Sa-
liburgense e da altre fonti. La prosecuzione delle ricerche,
aiutate dalla pietà e dalla scienza, e la loro illustrazione,
potrebbero essere un lodevolissimo compito o della Pontificia
Accademia di Archeologia, o del Collegium Cultorum Martyrum,
a cui meritamente presiede il dotto mons. A. De Waal, che
ha fondato e dirige in Roma la Revista per le antichità cri-
stiane e la storia della chiesa.

Il metodo esposto da Gian-Battista De-Rossi per dichia-
rare i cimiteri di Roma deve servire di norma a chi imprende
simili studî, giacchè molti di quelli sussistono in Italia, dai
quali scaturirà certamente la verace storia della chiesa pri-
mitiva, cioè quando e come il cristianesimo vi si diffuse. Op-

14

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202 i G. F. GAMURRINI

portuno si presenta il recente libro del ch. M. Armellini (1)
per far abbastanza conoscere, quanto vi sia ancora da esplo-
rare, avendo fatto egli la rassegna e una breve descrizione
degli antichi cimiteri delle varie regioni d’ Italia, dopo essersi
in prima trattenuto dottamente su quelli di Roma. Come in
varie opere sue, rivolte tutte ad illustrare le antichità cri-
stiane e le chiese di Roma, in questa pure mostrasi degno
di molte lodi; ed è perciò, che non mancando in lui la de-

bita diligenza, mi ha prodotto meraviglia, che laddove tratta

dei cimiteri cristiani della Toscana abbia del tutto tralasciato
quello celebre di S. Felicita di Firenze, che 6 stato soggetto
a monsignor Foggini eal Manni di erudite dissertazioni,
molto più poi che oggi le sue numerose epigrafi latine si
veggono riprodotte colla solita cura dal Bormann, e le gre-
che dal Kaibel.

Nè si può dire quanto sia debitrice al De-Rossi la storia
dell arte cristiana dei primi tempi a presso che tutto il medio
evo. Poichè nelle sue opere ora essa vi riflette ora vi domina,

e viene trattata poi di proposito nei mosaici delle chiese di
Roma. Ed è opportuno qui ricordare che con maggiore ar- |
dimento e con più vasto disegno abbracciò fra noi tutta l'arte
cristiana dei primi secoli il ch. p. Raffaele Garrucci
dando alla luce ampi volumi ricchi di dottrina e di monu.
menti, e dove sono dichiarati i riti ed i simboli: di che l'Italia
se ne dovrebbe tenere assai onorata, ma per sventura nostra
tali nobili lavori ottengono, più che da noi, nei paesi stra-
nieri maggior grido e migliore fortuna.

Bene é dato affermare che il De-Rossi, oltre che f tu vi-
vissimo lume della cristiana archeologia, ebbe conoscenza pro
fonda della pagana, nella quale ha scritto varie dissertazioni,
di cui la prima che si lesse sopra un' iscrizione a Nicomaco

(1) « Gli antichi cimiteri cristiani di Roma e d' Italia ». Roma 1893, 89, pp. 780. Il
libro é così dedicato al De-Rossi; « Ioanni Baptistae De Rossi omaigenae antiquitatis
perserutatori incomparabili rei archeologicae christiane instauratori magistro aman-
tissimo Marianus Armellini ». E. RR CA TT od BEN
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NECROLOGIA DI GIAN-BATTISTA DE-ROSSI 203

Flaviano fece subito grande rumore e lo collocò tra i maestri
della latina epigrafia, allato al celebre Bartolomeo Borghesi
allora vivente. Avanzò egli poi la conoscenza della topografia
di Roma antica, dichiarando la prima forma Urbis, e com-
piendo quindi un aureo trattato sulle piante prospettiche di
Roma fino a quelle amplissime del secolo decimosesto. Si
piacque poi in varî articoli determinare alcuni punti topo-
grafici, sia col riconoscerli nel sito, sia collo stabilirli per
mezzo di storici documenti. . :

Per rendere più accessibile e direi divulgare la cultura
della cristiana archeologia, ne fondava il Periodico, che, co-
minciato nel 1863, scrisse sempre tutto di sua mano, e lo se-
guitò amorosamente fino al tempo ultimo della vita. Assom-
mano a più che trecento le dissertazioni e gli articoli inse-
ritivi, e che producono svariato numero di monumenti, o ne
danno la notizia, e risolvono o toccano questioni di sacra
archeologia; ma naturalmente la loro maggior parte è dedicata
a Roma e alle altre regioni d’Italia. Fra queste parmi che
siano da lui predilette l’ Umbria e la Sabina, incluse nella
provincia di Perugia, il cui Bw/lettino storico ora sorge con
buoni e favorevoli auspicî. Onde mi parrebbe opportuno
che qualche erudito specialmente ecclesiastico si volgesse ad
illustrare questa essenzialissima parte storica, tenendo per
guida e facendo tesoro di quello che è sparso nel Bullettino
del De-Rossi. Ogni città ben potrebbe avere il suo buon cul
tore, poichè ognuna serba tradizioni sacre antichissime, sia
nella venerazione dei primi suoi martiri, sia nella distribu-
zione delle pievi, sia nei documenti medioevali, sia nell'arte,
sia infine nei felici ritrovamenti, che addivengono eccellente
motivo d'indagine e di studio.

Fino a qui ho parlato dell’erudito, e solo nei sommi capi,
chè troppo avrei a dire; essendo egli argomento assai vasto,
come ben lo mostrano le biografie, che si hanno di lui scritte
da italiani e stranieri. E di quanto amore allo studio -fosse
acceso fino all’ estremo della vita, si vide anche allora, che

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204 G. F. GAMURRINI

caduco ed infermo raccolse le fragili forze per ordinare ed
annotare il Martirologio Geronimiano, e compilare schede ed
appunti per le piü dilette opere sue. Egli non solo insegnava
colla penna, ma ancora con la parola, la quale da lui fluiva
faconda e chiara, e piena di dignità e insieme di grazia. Ben
disse un dotto francese; che mentre gli antichi ammaestra-
vano alle quiete ombre degli alberi, o sotto i portici, ed
ora i nostri nelle sale o nei musei, il De-Rossi teneva la
sua scuola e diffondeva la sua dottrina nelle tenebre delle
catacombe, dove una frequente schiera desiderosa di udirlo
si accoglieva in una di quelle edicole sotterranee, ch'egli
sapeva rischiarare di luce nuova colla vivace e dotta
favella. E come si racconta, che uno attratto dalla fama
di Tito Livio sen venne per vederlo dalla Spagna a
Roma, similmente e più di una volta si sono mossi da lontani
paesi per vedere ed onorare il De-Rossi: sia quando nel
1882, compiuto ch' ebbe il suo sessantesimo anno, si concorse
da ogni parte del mondo civile a festeggiarlo: e quando ben
maggiori testimonianze di riverenza e di ammirazione si rin-
novarono all'anno suo settantesimo, dai dotti, dagli istituti
ed università, dagli stati, e dai sovrani senza differenza po-
litica e religiosa. Ben mi sta presente quella festa per la
inaugurazione del suo busto alla basilica Callistiana, allorché
la cara sua immagine fu ornata di corone di alloro, e le sue
lodi e i suoi meriti si celebravano in varie lingue, e si pre-
sentavano novelle e magnifiche onoranze. Sebbene commosso
nell'esser circondato da tanta gloria, e dagli auguri i più fe-
licei ed affettuosi, il suo aspetto si presentava prospero e pro-
mettente. Quindi la notizia del male che poco dopo egli so-
pravvenne e lo colpi, perturbó tutti, come inopinata, e per-
ché ben se ne comprese la gravità; e pur troppo inesora-
bilmente quello progredendo dopo un anno e mezzo lo ha
condotto al sepolcro. ;

Era il 26 agosto, quando andai a visitarlo a Castel Gan-
dolfo, e lo vidi e lo abbracciai per l'ultima volta. Dimorava
RR VC MIRA sage ZEAS e: m ee

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NECROLOGIA DI GIAN-BATTISTA DE-ROSSI : 205

nella villa pontificia, la quale a modo di castello torreggia
sul lago di Albano, deliziosa residenza estiva, offertagli da
S. S. Leone a refrigerio della sua salute. Appoggiato da
uno venne incontro a me trascinandosi, per avere perduto
del tutto la sua parte destra. Ci sedemmo sulla terrazza, che
imminente sul lago ne offriva tutta la vista: declinava il
giorno, e si riflettevano sull' onda tranquilla e bruna le cir-
costanti colline, che intorno vagamente lo chiudono. Egli mi
. disse abbattuto, che non serbava speranza alcuna, e più gli
doleva di non poter lavorare. Stava a lui di fronte la sua
esimia ed amata donna, la contessa Costanza, che per con-
fortarlo, si rendeva a sè superiore, celando l’interna tristezza.
Poi venne l’amico suo il prof. Giuseppe Gatti, poi il march.
Ferraioli ed altri, e la conversazione fu varia, alla quale il
De-Rossi prendeva parte, con mente lucida e colla solita
forte memoria, che fino all'ultimo tenne. Quando mi distaccai,
e lo baciai, e ci dicemmo addio, il cuore mi si strinse, e do-
lorosamente andava pensando che mai piü avrei riveduto
un si caro e virtuoso amico, onore di Roma, lume della scienza,
e propugnacolo della fede, cittadino benefico, di costanti pro-.
positi, sommo nella onestà e nella dignità della vita.
Arezzo, dicembre ‘94.

G. EF. GAMURRINI. ———-————

ISIDORO GARINI

Come il Fabretti e il De Rossi hanno lasciato di sé
memoria desideratissima e largo compianto, la subita fine
del Carini, avvenuta in florida età, addolora non meno eli
amici e eli studiosi, perché pone termine ad una attività che
fu assai feconda di bene. Scrivo mentre il suo cenere è an-
cora caldo, e coll'animo commosso dal ricordo di una delle
più amabili nature che io mi abbia conosciute, rivestita delle
più splendide virtù ed esercitata nelle più assidue fatiche.

Nato in Palermo da distinta famiglia nel 1843, crebbe nel
Collegio dei Gesuiti in quella scuola che si mantenne devota
alle tradizioni del. classicismo. Egli nell' elogio al Ferrigno,
Suo condiscepolo, la ricordava cor amore, come quella che
era intenta « più all artistica osservazione del pensiero,
che allanalisi della parola ». Le tendenze nuove, per le
quali, con altri metodi e con altri modi, l'Italia. si faceva,
nelle lettere, imitatrice della Germania, le ripudiava; ma am-
mirava il metodo delle investigazioni scientifiche nel campo
della storia che, dopo l'esempio del Muratori in Italia,

il Pertz continuò in Alemagna. Allievo di Salvatore

Cusa nella scuola di paleografia della Università di Pa-
lermo, immaginò, nel ’73, « di stringere come in un fascio.
i lavori di tutta la scuola », e fondò col barone Raffaele
Starabba I' « Archivio Storico Siciliano » prendendo per suo
fine tutto ciò che riguardasse lo studio della storia patria
nel suo significato più ampio; ma più specialmente nelle isti-
tuzioni del medio evo. Esortava a studiare il medio evo Ts de Te ven T e i = soliti eb
A ee ae ng

NECROLOGIA DI ISIDORO CARINI 207

« nei privilegi delle città che furono la vera costituzione po-
litica d'allora; nella distinzione degli statuti personali, nelle »
differenze delle franchigie, a riparo delle quali l’uomo indi-
viduo, al pari delle corporazioni, si schermiva dai soprusi;
in quel senso tenace del diritto, per. cui anche la monarchia,
sebbene indiscussa nel suo principio, era tutt'altro che as-
soluta, e finalmente in quegli animi sì grandemente com-
mossi ai sensi religiosi e su i quali tanta influenza ebbero
la Chiesa e il Papato ». Quando il pontefice Leone XIII,
imitando Gregorio Magno, il quale aperse l'adito allo
« Scrinium Ecclesie, », fattosi a promuovere le ricerche sto-
riche pubblicava la bolla « Saepenumero » e apriva libé-
ralmente gli archivi della S. Sede agli studiosi, lo nominò
sotto-archivista apostolico e consultore della commissione
cardinalizia per gli studi storici, e lo chiamò a fondare la
scuola di paleografia in Vaticano. E il Carini, valente esti-
matore ed interprete di tutti gli atti antichi sì pubblici che
privati, inaugurando nel '85 la nuova scuola, la divideva in
tre corsi: paleografia e critica diplomatica; paleografia e di-
plomatica pontificie; critica storica applicata al pontificato. In-
segnava come « i diplomi ci fanno seguire lo, svolgimento
della proprietà e della agricoltura e porgono inattesa luce
alla storia del commercio, all’ economia politica, all’ etnogra-
fia, al diritto, alla filologia, alla topografia delle città, alla
archeologia del medio evo; le carte stesse di materia con-
trattuale chiariscono la legislazione di quei secoli e la storia
del diritto romano durante un’ età che ebbe tanta e cosìf-
fatta varietà di leggi; e le formule diverse degli atti antichi
ci fan penetrare, anche meglio de’ testi legislativi, ne' costumi
giuridici d’ allora ». Gli appunti che pubblicava di questi
corsi rivelano: la profonda conoscenza della materia e l’abi-
lità di esporla con chiarezza e precisione scientifica. La pra-
tica poi dei monumenti, delle carte e dei tempi cui si rife-
riscono davagli tanta facilità di scrivere da abbracciare ogni
ramo dellerudizione più severa senza riuscire pesante o
208 L. FUMI

stucchevole. Mandato in Spagna dal comm. Silvestri soprin-
tendente agli archivi siciliani per intraprendere ricerche in
rapporto alla storia d'Italia in generale e a quella di Sicilia
in particolare, rovistó un gran numero di archivi e di bi-
blioteche e pubblicó una relazione voluminosa di tutte le

riechezze ivi contenute, incitando gli studiosi della storia

d'Italia a mettersi per questa via, nuova non meno che fe-
conda di risultati. Destinato alla Biblioteca Vaticana, essendo
Bibliotecario il cardinale Capecelatro, e il padre abate
Cozza-Luzi Vice-bibliotecario, ne dettó la storia e curó
la continuazione degli inventarî e la stampa dei cataloghi.
Iniziò la pubblicazione dello « Spicilegio Vaticano di docu-
menti inediti e rari estratti dagli archivi e dalla biblioteca
della sede apostolica »; divulgò un buon numero di opuscoli,
disse moltissimi discorsi, molti improvvisando; immaginò un
grandioso lavoro sull « Arcadia », di cui non è riuscito a
pubblicare che il primo volume, e di questi giorni, per or-
dine del Papa, invitato a redigere una « vista di scienze
ecclesiastiche », ne diffondeva il Programma (che è Y ul
timo suo scritto), dal quale traggo i criteri per la parte sto-
rica. « Il periodico vuol essere anzitutto d’ indole critica. Ac-
cetterà volentieri qualsivoglia risultato positivo, nella ricerca
scientifica, purchè veramente tale; e senza escludere del
tutto la polemica e l’apologetica, tratterà le questioni, non

tanto co’ ragionamenti, quanto co’ documenti alla mano; chè

i ragionamenti non sorretti da questi, e, molto più, se ma-
neggiati con ingegno e dottrina, paion talora convertire il
nero in bianco, il quadrato in rotondo, sfumando spesso come
nebbia all’ apparire della nuda verità. Invece i documenti,
se genuini, se certi e incontrastabili, non c'ingannano mai
e sono assolutamente necessari, affinchè la storia risponda a
tutte le inchieste, dilegui tutti i dubbi, soddisfi tutte le esi-
genze. Senza di essi non si può parlare di storia, come
senza i materiali non si può parlare di fabbrica. Però si ponga
mente: i documenti bisogna saperli usare, coll’ aiuto delle di”

*
POS rat E

NECROLOGIA DI ISIDORO CARINI 209

scipline ausiliari alla storia medesima, e perciò della paleo-
grafia che li interpreta, della filologia che li dichiara, della ,
cronografia che li data, della bibliografia che ne fa conoscere
la letteratura, e sopratutto della critica che ne stabilisce l'au-
DI tenticità, la lezione, il senso; il valore. Le fonti storiche dun-
| que: sempre risalire alle fonti: ecco il nostro proposito; non
contentarci mai di opere di seconda mano, ché la scienza !
storica non mantiene attivamente le condizioni della sua pro-
sperità se non per la investigazione, scoperta, pubblicazione
e critica delle fonti. Quel che bisogna cercare con tutti gli
sforzi è la verità storica, la sola verità, riflesso anch’ essa
della verità eterna; cercarla nella pluralità delle testimo-
nianze coeve, recando nel loro esame non già quel metodo
soggettivo, che invece di studiare l'oggetto in sè, vi applica
idée personali; non già quel metodo comodo, o maniera di
scrivere ad probandum, che mutila o sopprime i documenti,
se mai non gradiscano, bensi un ingegno docile ed aperto, un
j animo retto e sincero, libero della libertà necessaria al pro-
| gresso della scienza, ma che non perde mai d’occhio gli inse-
enamenti della Chiesa. In altri termini, l' interesse apologetico
non deve guidare mai le ricerche, si uscir fuori spontanea da
queste, condotte con intiera e perfetta lealtà. » Basta questo
brano del Programma per definire il Carini sacerdote e-il
Carini scienziato; e per gli uomini saggi e temperati, valu-
‘tarne, coi meriti letterari, l' animo equilibrato, mentre fra gli
uomini di poca fede e pusillanimi, fra le-nature passionate,
sembrerà a chi un romantico, a chi un rivoluzionario. Ma à
quelli che ci vedevano un pericolo in questo metodo che
tenta di escludere il preconcetto di scuola o il dommatismo
storico, egli rispondeva: « Fu Dio che disse agli Assiri e
ai Caldei: Uscite di sotto le rovine e rendete testimonianza
alla verità calunniata; disse agli Egizi: Risuscitate dal fondo
de’ vostri sepolcri, e rendete alla luce del sole i papiri sotter-
rati con voi, affinchè depongano in favore de' miei libri santi ».
Quindi il Carini verrà annoverato fra i. più attivi e L. FUMI

più caldi scrittori cattolici della letteratura storica contem-
poranea in Italia, dopo la morte del Balan, come in Ger-
mania Jansen, Pastor, Grupp, Grisar, Wurm e gli
altri che non seguono i principî del Ranke. Come carattere,
egli non può essere misurato alla stregua di tanti abi-
tuati a vedere colla vista offuscata dalle passioni di parte o
dell’ interesse. Intelletto elevato, faceva astrazione dalle con-
tingenze del momento, e rettamente composto a temperanza,
non torse mai dalla moderazione, perchè ebbe sempre. da-
vanti a sé il fine diretto del bene e del vero. Per esso ci fu
sempre qualche cosa di più alto dei nomi di parte; religione
e umanità; fede e patria, le due grandi idealità che unite e
conciliate insieme formano il convincimento morale, rendono
facili i doveri privati e pubblici, dànno la forza agli stati e
suscitano gli eroi dove prima non erano, spesso, che uomini

calcolatori. Perciò eratificatosi il Pontefice, e ad esso tanto
vicino, potè anco sedere, riverito e ascoltato, nei consigli
dell’ Istituto storico italiano, accanto al Tabarrini e-al
Crispi, al Cantü e al Villari, a Bonghi e a Lam-
pertico, a Carducci e a Minsci al Belgrano, al
Carutti, al Mariotti, al Calvi, al bina al Vischi.
Un altro ecclesiastico che lo somigliava molto nello spirito,
morto poco tempo prima, era il p. Denza, el uno e l'altro
lasciano una eredità di esempi dignitosi, di opere utili, di
documenti salutari. Ambedue collocati in Vaticano, coltivando
nobilmente gli studi e seguendone i moderni progressi, li
seppero elevare a quel fine, per cui il sapere acquieta e ri-
conforta gli animi, e gli uomini di ogni ordine gli amarono
vivi e li piangono morti.

Un altro concetto del 00 , espresso in varî suoi scritti,
in fatto di metodo storico, è quello che si debba ormai sin-
tetizzare, più che curare l' analisi, più che specializzare. E, in
parte, si può dire che avesse ragione; perchè la storia della
Chiesa innalzata sulle vere sue basi dal Baronio, conti-
nuata dal Rainaldi, giovata dagli scritti del Hurter e
NEGROLOGIA DI ISIDORO CARINI

in parte degli stessi protestanti Kock e Voigt, Bur-
ckhardt,GregoroviuseCreighton, sussidiata daJaffè
e dal Potthast, è stata cresciuta di materiali ricchissimi
in questi ultimi anni dall Hergenroether per i regesti
di Leone X, dal Tosti per la serie dei papi avignonesi, dal
Pressutti per i regesti di Onorio, dallZcole de France per
i regesti di ben dieci pontefici, e finalmente per le pubbli-

cazioni dell’ Accademia di conferenze storico-giuridiche. « Ma
quante miniere ancora intatte nell’ Archivio: e nella Biblio-
teca della sede apostolica! quanti altri archivi anche in Roma
giacciono tuttavia inosservati, quante polverose carte tuttora
sepolte, quante catacombe inesplorate..! » Eil Carini stesso
che lo dice, e non a torto, poiché si sa per prova come re- ,
stino chiusi alle domande degli studiosi, anche ecclesiastici,
l'Archivio Concistoriale, l' Archivio Lateranense, gli Archivi
della Inquisizione, della Propaganda, della Cappella sistina,
della Segreteria dei brevi e la Biblioteca di 5S. Pietro, per
non:dire di archivi e biblioteche ricchissime di molti prin-
cipi romani inaccessibili affatto. Quindi non ci sembrerebbe
abbastanza convinto quando, in questi ultimi giorni, dettando
il citato Programma,.si faceva a dire: « L'ora sembra omai
giunta per la scienza storica di fermarsi alquanto nelle sue
ricerche, per cominciare a rifare, la mercè di una completa
comprensione del passato, di una sintesi nuova ed efficace,
la vita religiosa, morale, intellettuale e civile del genere
umano; e così ristabilire l' unione, voluta turbare, del natu-
rale col soprannaturale, della civiltà colla religione, dello
Stato con la Chiesa ». Ma leggendo gli altri scritti di mons.
Carini, si vede veramente che il suo unico, il suo grande
ideale era appunto questa comprensione completa della vita
antica, perchè convinto che le radici del presente stiano in
fondo al-passato, e nella relazione del presente col passato
j germi dell'avvenire. Impaziente di raggiungere la méta,
egli voleva la sosta, quando noi, invece, ora ci rifacciamo
daccapo; e si deliziava al bel miraggio del suo potente ideale; STIA) n X TM

pie nn

212 L. FUMI

« Vedere (egli scriveva nel '91 in un opuscolo intitolato:
Dell’ utilità che la teologia può trarre dall’ epigràfia), vedere in
seguito a lungo e pertinace lavoro, sorgere all’ occhio inte-
riore della mente la visione di cose che il sole non rischiara
più da tanti secoli, non vi paiono queste le gioie, i trionfi
veri della scienza storica? » Con queste parole, che ricevono
lume da quelle qui sopra riferite e che furono le ultime da
lui consegnate alla stampa, la figura dell'illustre Isidoro
Carini si delinea nettissima: mente filosofica, cuore palpitante
di sacerdote altrettanto dotto, quanto immacolato e pio, a cui
sorridevano continuo le aspirazioni disinteressate e generose
verso la patria, scorta dal raggio della Fede, fatta grande e
prospera dall'aecordare i due grandi poteri sociali; come
quando l'Italia « vide la libertà de’ comuni, le creazioni
di S. Benedetto e di S. Francesco, le due somme di S. Tom-
maso, le tre cantiche dell’ Alighieri, e Venezia potente come
ora l'Inghilterra, e Genova emularne la erandezza, e Amalfi
e Pisa fiorire per commerci, come Bologna per lo studio
delle leggi, e Salerno per: quéllo della medicina ». Valga
l'esempio di Isidoro Carini d'incitamento e stimolo per
il sacerdozio italiano ad egregie e virtuose cose; e viva
sempre in tutti il culto dell’uomo semplice, modesto e
gentile, di memoria cara e benedetta per la Religione e per
la Patria.

Orvieto, 28 gennaio '95.

L. Fumi.
218

Bullettino. dell’ Istituto Storico Italiano; Fascicoli 1.- 18 — Sommario
del Fascicolo 13. — Adunanze plenarie del 17 e 18 Dicembre 1892.
— Di un compendio sconosciuto della « Cronica » di Giovanni Vil-
lani, per A. TENNERONI. — Studi e ricerche per l'edizione dei Ca-
pitolari antichissimi delle Arti Veneziane (1219-1330), per G. Mox-
TICOLO. — Tre corredi milanesi del quattrocento illustrati, per C.
MERKEL.

Archivio Storico Italiano (Serie V, - Tomo XIV - Disp. 4* del 1894). —
Documenti e Memorie. — Diario Fiorentino di Bartolomeo di. Mi-
chele del Corazza. Anni 1405-1438. (G. O. Corazzini) — Miscellanea
diplomatica Cremonese (secoli X-XII) — (F. NovatI) .—. Aneddoti
e varietà. — A proposito dell’ anno della nascita di Can Grande della
Scala (G. SanvEMINIJ — Nuovi documenti su Giovanni da Empoli
(A. GroRGETTI). — Alessandro Tesauro e due sonetti in lode di
Carlo Emanuele I.° (G. SANzsI). — Corrispondenze. — Rassegna Bi-
bliografica. — Notizie.

Archivio Storico per le provincie napoletane. Anno XIX, Fascicoli 3° e 4°.
— Sommario del: Fascicolo 4.? — NuNZIANTE E. I primi anni di Fer-
dinando d' Aragona e l'invasione di Giovanni d' Angió. — MARE-
sca B. — Il Cavaliere Antonio Micheroux nella reazione napoletana
dell’ anno 1799. — SALINAS A. — Sigillo greco di un Mansone pa-
trizio e doge di Amalfi. — RuBino À. — Anno 1656. — Peste eru-
dele in Napoli. — RaApoaNA M. — Di una vetusta Icona di Cristo
crocefisso. — D. — Una inedita cronachetta degli Sforza. — PER-
cop E. — Nuovi documenti sugli scrittori e gli artisti dei tempi
Aragonesi.

Rivista di Storia, Arte, Archeologia della Provincia di Alessandria. —
Anno III. — Fascicoli 7° e 89, — Sommario del Fascicolo 8°; Parte I,
STUDI. — Casale Monferrato) — Documenti storici del Monferrato
(IV-V) G. GrorceLIi (Casale Monferrato) — Le monete del Mon- È
ferrato all'anno 1600 ed il loro valore — CornuaLIO De SIMONI (Bi-
stagno). -— L' Assedio di Bistagno nell’ anno 1615 descritto dal dott.
Alessandro Areasio — VirtoRIO ScATI — Memorie e notizie, — Biblio-
Mb ad pcc vderapdogs n triste nere

iioii iP RUP

PERIODICI

IN CAMBIO O IN DONO

grafia della Provincia. — Parte 2.* Documenti. — Seguito dei docu-
menti dell' Archivio di S. M. di Castello — F. GASPAROLO.

Bulletin de la Société d' Histoire Vaudoise n. 1-11. — Sommario del
fasc. 11. — Histoire — Storia dei signori di Luserna, parte I*,
Medio Evo (P. Rrvorre). — Quelques notes historiques sur le fran-
cais et l' italien comme langues parlées chez les Vaudois du Piemont.
(J. IALLA). — Bibliographie. — Nécrologie. — Bibliothéque et Ar-
chives.

Miscellanea francescana di storia,.di lettere, di arti diretta dal sac. Don
Michele Faloci Pulignani. — Volume VI, Fasc. I, Foligno 1865
gennaio-febbraio) — 1. Don MicugnLE FALOCI PULIGNANI — S. Fran-
cesco d'Assisi e la città di Foligno. — 2. PrgrRo SGULMERO. —
La b. Michelina da Pesaro in un antico fresco di Verona. — 3. Dott.
FRANCESCO Novarr. — L'Anticerberus di fra Bongiovanni da Cavriana

analizzato ed illustrato — 4. P. EpoaRrDo D'ALENGON. — Sul più an-
tico poema della vita di S. Francesco. — 5. Il Monte di pietà di
Arcevia — 6. Bibliografia francescana.

Bullettino della Società dantesca Italiana. — Serie I? (numeri 1-12) —
Nuova serie (Vol. I, Fasc. 1-12 e Vol. II.— Fasc. 1-2) — Sommario
dei fascicoli 1 e 2, Vol. II. — M. BamBr: G. A. Scartazzini, Dan-
tologia. — F. PELLEGRINI: L. Filomusi Guelfi, Qua e là per la Di-
vina Commedia. — Annunzi bibliografici.

Accademia — La Nuova Fenice in Orvieto. — Rapporto delle tornate del
biennio 1892-94. — Bollettino n. 5-6, Anni 5°6.° — Diario di Ser

Tommaso di Silvestro notaro con note di Luigi Fumi, Fase. III. Dal
1503. al 1507.

R.^. Deputazione di Storia Patria per le Marche. — Decreti d’istituzione
e Statuto della Deputazione stessa (Ancona, Stabilimento tipografico
del Commercio, 1894).

Commentari dell’ Ateneo di Brescia per © anno 1894 (Brescia, Stab.
tipo-litografico F. Apollonio, 1894).

ZDEKAUER L. — Statutum Potestatis Comunis Pistorit anni MOCLXXXXVI
nune primum edidit Ludovicus Zdekauer. Praecedit de Statutis Pi-
Storiensibus saeculi XIII dissertatio — (Mediolani, apud Ulricum
Hoepli — MDCCCLXXXVIIT).

ZDEKAUER L. — Breve et ordinamenta populi Pistorii anni MCOLXXXIITI
nune primum edidit Ludovicus Zdekauer. — Praecedit de ordina-
mentis populi Pistoriensis saeculi XIII dissertatio (Mediolani, apud
Ulricum Hoepli — MDCCCXCI).

CripoLLa CarLo. — Ricerche sull’ antica Biblioteca- del monastero della
Novalesa (Torino, Carlo Clausen, 1894).

Hensií& W. — I Baffi di Alcibiade. — Sopra l’ espressione dei movimenti

della respirazione nell’arte antica. — Sopra un tipo di Narcisso ante-
n

OMAGGIO DI PUBBLICAZIONI 215

riore al tempo ellenistico. — Sopra un oggetto di bronzo trovato in
una tomba chiusina (Estratti dai Rendiconti della Reale Accademia
dei Lincei — Roma 1892-93).

EuGeNIO Casanova. — L’ astrologia e la consegna del bastone al capi-
tano generale della Repubblica Fiorentina (Estratto dall’ Archivio
Storico Italiano — Firenze, Tip. Cellini e C. 1891).

ErToRE VERGA. — Delle concessioni fatte da Massimiliano Sforza alla
città di Milano (11 luglio 1515) (Estratto dall’ Archivio Storico Lom-
bardo — Milano, Tip. Fratelli Rivara, 1894).
siti

ier ii iii ALMA
CONSIDERAZIONI

SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI | e

8 1. Quando si leggono i fasti della Repubblica Perugina desta
meraviglia il pensare, che di essi non sia stato tenuto conto ade-
guato nelle narrazioni istoriche e nelle opere di filosofia della
storia, di cui fu ricco il secolo XVI in Italia. Eppure, sia per i
liberi ordinamenti che Perugia per tempo seppe darsi, sia per la.
prudenza politica di cui dié saggio nelle piü fortunose vicende
della patria, questa antica e gloriosa città aveva ben diritto di es-
sere annoverata fra le repubbliche, che più lungamente e glorio-
samente conservarono la libertà.

La ragione di questo fatto si deve trovare nella scarsa diffu- i
sione delle istorie perugine, talehé di Perugia seppero i grandi
storici e i sommi politici. quel tanto, che trovarono nelle istorie
di altre vicine città, come ad es. in quelle del Villani e del Guic-
ciardini. Eppure non pochi savi di questa repubblica tennero me-
moria delle sue storiche vicende; nè scarso fu il numero di co-
loro, che scrissero delle gesta di questo popolo, così amante di
libertà e così industre ricercatore dei modi di conservarla e di
accrescerla. E fra questi ne piace ricordare, oltre i cronisti dei
quali parleremo in appresso, il Pellini, il Mariotti, il Bartoli, il
Bini, il Vermiglioli, il Conestabile, il Bonazzi, il Fabretti, il Bo-
naini, il Polidori e va dicendo. i

A noi sta in mente, che se per tempo la istoria di Perugia
fosse stata nota, i politici italiani ne avrebbero fatto oggetto di
gravi considerazioni intorno all'ordinamento degli stati popolari,
e i giuristi. si sarebbero volentieri intrattenuti nell'esame degli
15 218 O, SCALVANTI
*
Statuti di Perugia, che hanno di frequente una nota di vera ori-

ginalità.

Ora volendo noi a proposito di questi Statuti rendere di pub-
blica ragione alcune nostre considerazioni, ci sembra opportuno
premettere, che se la critica ha reso più profittevole lo studio
della storia facendo sì che la narrazione dei fatti politici proceda
di pari passo coll'esegesi delle Fonti, essa ha reso un ben se-
gnalato servizio alla Storta del Diritto, perchè le fonti sono
nella massima parte documenti di carattere giuridico. E bene sta,
che per conoscere la vita dei popoli e la sostanza dei loro ordi-
namenti, si abbia ricorso alle fonti del diritto, imperocchè è in-
dubitabile che ogni generazione colloca nel sacro deposito delle
leggi quanto di più prezioso e di più fecondo custodisce la co-
scienza pubblica del tempo. Una facoltà, non appena si collega
alle ragioni della finalità umana, vuoi nel campo della religione,
vuoi in quello della pubblica economia o del diritto politico o del
costume, vien sentita dalla coscienza degli uomini come una fa-
coltà giuridica, che non può essere contraddetta, e o prima o poi
trova nelle leggi la sua legale sistemazione.

Per non discostarci dalla istoria del diritto, noi vediamo che
l'epoca feudale, la quale appartiene al periodo medio della gene-
rale storia giuridica, ha scarse fonti di legislazione (1), giacchè
il Liber Feudorum, come è noto, non appartiene a quest'epoca,
ma a quella comunale (2).

(1) A. 889 leggi di Re Guido; a. 898 leggi di Re Lamberto; a. 967, 969, 071, .996 e
998-leggi dei tre Imperatori Ottoni; a. 1019, 1022 leggi di Enrico II; a. 1037 e 1038 leggi di
Corrado il Salico; e a. 1049, 1054 e 1056 leggi di Enrico III (Vedi in PERTZ Leg. I, 554, 558,
568, 565 e II 32, 37, 38, 561, 564, 38, 40, 41, 44). E non é molta la importanza di queste leggi.
Quelle di Guido non son dirette che da un ministero di pace, e basta gettar gli occhi
su quei documenti per comprendere la efferatezza dei governi feudali. Le leggi di Ot-
tone II riguardano le investiture dei feudi; e quelle di Ottone III e in specie la legge
che comincia colle parole: Quotidie contra leges agitur, ci dimostra a qual segno fosse
pervenuto il disordine feudale. Le costituzioni di Enrico I hanno valore soltanto in
materia di successione legittima. e di indegnità a succedere; e unica e importante
é la legge di Lotario II (riferita anco nei Libri dei Feudi) circa il divieto di alienare
i beni feudali. E questo o poco piü.é il materiale di legislazione nel periodo dei feudi.
Il resto è dato dai diplomi e carte di concessione, che avevano l' impronta di disposi-
zioni patrimoniali d' indole giuridico-privata, piuttosto che il carattere di atti politici.

(2) Indipendentemente dalle notizie che si hanno circa la compilazione dei libri
dei Feudi basta il loro contenuto per dimostrarci che quella collezione non appar-
tiene alla vera epoca feudale, ma é piuttosto l' epilogo di essa. E basta leggere il
Tit. XXXIII del Lib.:29, ove dicesi che se tra valvassori nasce disputa deve essere defi-
nita coram panibus cwriue, ma, si soggiunge che ciò: Mediolani non tenetur. Eviden-

DIREI NAGAI MILZA SE

FILE,

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SG pM DAT DS eU INE CE E cugpe cm aas

CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 219

E intanto nella stessa pace di Coslanza si riscontrano le
Consuetudini antiche delle città governate a Comune; lo che è :
chiaro indizio che, durante l'epoca feudale, andò formandosi quel
ricco patrimonio di ordini giuridici, che trovò poi le sue formule
nei Costituti dell'uso e negli Statuti municipali. Fu questo uno dei
fenomeni più importanti della istoria medio-evale. Le città distac-
catesi dai contadi, e vólte, per spontaneo moto di civile progresso,
alle arti e ai mestieri, non poterono governarsi nel nuovo indi-
rizzo a tipo industriale (come direbbe Spencer) colle leggi barba-
riche, col gius canonico e con quanto era di noto allora della ro-
mana legislazione, e vennero perciò attingendo alla viva fonte
del Diritto, che è la consuetudine, le norme giuridiche più acconcie
a regolare i rapporti, che la nuova civiltà faceva sorgere (1). Se
è vero adunque per ogni popolo che esso depone nelle leggi la
miglior parte di sè, tanto più vero è per i popoli che nei secoli
andati si ressero a libertà repubblicana. Come per la loro esistenza
politica i popoli del Medio-Evo, lasciati in balia di sè, trovarono

temente questa eccezione non può essere stata creata che dopo la Pace di Costanza
(1183), perché quando Corrado il Salico venne in Italia (a. 1037-1039) ed ebbe quella fiera
contesa con Eriberto pubblicò un decreto, pel quale i vassalli non potevano venire
spogliati del feudo senza un giudizio dei loro pari. Quindi la eccezione che si legge
nel Libro dei Fewdi appartiene ad epoca posteriore, e cioè come noi crediamo, al pe-
riodo iniziato dalla Pace col Barbarossa. Vedansi inoltre il Tit. XXXIX Lib. II De alie-
natione paterni feudi, V altro (L. II) De prohibita, feudi alienatione, il Tit. XLVII sulle
cause per le quali si può essere privati della proprietà del feudo, e in particolar modo

- ji Tit. LIII, ove parlandosi della pace e del giuramento di fedeltà all’ imperatore, si fa

menzione non pure dei marchiones, comites, valvassores ecc., ma anche, omnium to-
eorum rectores, cum omnibus locorum primatibus et plebeiis ecc. Lo che dimostra
che a quei di era già intervenuta la Pace di Costanza, che aveva dato ai Comuni
governati appunto da quei rectores la esistenza giuridica a cui aspiravano.

(1) Abbiamo infatti nel Proemio del Constitutum usus di Pisa, che i Pisani à
multis retro temporibus erano vissuti secondo la legge romana; che avevano ritenuto
alcune disposizioni degli editti Longobardi — et propter conversationem diversarum
gentium per diversas partes mundi, suas consuetudines non scriptas habere meruint.
— Ed é evidente che à cotesta consuetudine, alla quale non senza un qualche segno di
orgoglio si riferisce il Proemio, si ebbe ricorso per attingere alle vive fonti dell’ e-
quità. E di vero parlando dei giudici della consuetudine, che presiedevano alla Curio
«sus distinta dalla Curia legis cosi si esprime: « ut ex equitate pro salute iustitie et
honore et salvamento civitatis, tam civibus quam advenis et peregrinis, et omnibus
universaliter in consuetudinibus previderent. — E altrove si riscontrano queste pa-
role: Unde pisani, qui omnibus aliis civibus justitiam et equitatem observare cupie-
runt ecc. Ma chi vuole un esempio evidente della originalità delle disposizioni giu-
ridiche, che scaturirono dalle consuetudini deve leggere quell’ insigne documento,
che è lo Statuto o Consuetudini milanesi del 1216, ove con ammirabile-esattezza di
linguaggio giuridico si pongono nuovi fondamenti di diritto in conformità col genio
industriale di quel popolo, e in armonia colla particolare industria che da esso si
220 O, SCALVANTI

modo di organizzare una particolar forma di governo (1), cosi,
per mezzo di consuetudini, costruirono un edificio giuridico che ri-
specchiava le loro tendenze, l'indirizzo della loro civiltà, le aspi-
razioni loro, talché è impossibile conoscere quei popoli davvicino
e comprenderli senza studiare le loro leggi. |

8 2. Le fonti adunque, alle quali deve attingere lo studioso per
avere compiula nolizia dei tempi, sono principalmente le fonti del
diritto. Né mai conoscemmo magistero più alto e più efficace di
questo, e cioé di congiungere alla narrazione delle vicende storiche
l'esame diligente delle leggi. Usando tal metodo, non è a dire
come tanti errati giudizi della storia politica vadano correg-
gendosi, e come la storia, nel perdere il lirismo delle sue nar-
razioni, acquisti quella serenità e quella calma, che occorre per
fare giusto giudizio delle umane vicende. Che mai di più biasi-
mato e oltraggiato del Consiglio dei X della Veneta repubblica ?
Eppure, se invece di leggere la storia coll'animo in fiamme per
le passionate apostrofi dei drammi e melodrammi si medita su
quell'istituto con mente tranquilla, noi dobbiamo persuaderci, che
la storia per essere un teatro di verità, deve disdegnare appunto
le forme teatrali. E il magistero, a cui ci riferiamo, è, secondo
noi, alto magistero di educazione. Dalle scuole di storia giuridica
possono e debbono i giovani ricavare il frutto di ampie ed utili
notizie sullo svolgimento del diritto attraverso i popoli e i tempi;
ma il primo e più insigne vantaggio che possono e debbono ri-
trarne è di farsi un abito sereno nel giudicare dei fatti umani.
Ció fa bene alla ragione, perché ne impedisce i deviamenli; e fa
bene al euore, perché ne caccia i pregiudizi, gli odi, i rancori,
che in politica sono quello stesso che in religione le superstiziose
credenze.

esercitava. L'impronta democratica della nuova consociazione ricercava la libera.
commercialità dei beni, ed. ecco lo statuto, che sapientemente modifica 1 istitu-
zione del retratto gentilizio ereditata dal gius longobardo. E nuove e originali dispo-
sizioni si dettano sulla prescrizione, sulle servità, sugli acquedotti, sulla vendita, sul-
l’azione redibitoria, sul libello cotonico e sui modi di chiedere in giudizio la res ti
bellaria, e su molti altri contratti, quali, ad es. il mutuo. Più esempi si potrebbero ri-
cavare, circa l'importanza della consuetudine come elemento organico del nuovo di-
ritto, dagli Statuti perugini, ma basti il cenno, perché di quelli avremo occasione di
parlare in seguito. i

(1) PERTILE — Storia, del D. ital, — Vol, II, pag. 21.
CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 221

S 3. Con questi intendimenti noi ci accingiamo a pubblicare al-
cune nostre considerazioni sui Libri degli Statuti perugini. A fianco
dei ricordi storici il lettore troverà gl’istituti e le leggi, e dalla com-
binazione loro ci auguriamo possa scaturire una sufficiente notizia
sui pregi e difetti, che la repubblica perugina ebbe ne’ suoi prin-
cipi, nel periodo del suo splendore e nell'éra del suo decadi-

mento (1).
Le considerazioni, cui possono dar luogo i Perugini Statuti

(1) È certo che fino dal 1201 Perugia aveva uno Statuto. E se ne ha la prova nel
Documento della lega fatta coi Folignati in quell' anno. Esso trovasi tra gli atti del-
l| Archivio Municipale, e vi si legge: « Et Consules vero qui utraque civitate pro tem-
pore fuerint in costituto civitatis iurabunt hanc societatem servare inlesam ».

Dopo un tale documento non sarebbe mestieri di altre prove per dimostrare
l'antichità degli statuti perugini. Pure avvertiremo col Bonanni (Pref. al Vol. XVI del-
l Archivio storico italiano) che le traccie incontrate nel Documento del 1201 si riscon-
trano più evidenti nell’ atto di sommissione dei Montonesi del 1210, ove è detto: Et
cum zenovabitur Constitutum in civitate Perusie ecc. — e nella lettera di Innocenzo
III :-del 1215 datata da Viterbo nella quale si dice che le tasse devono essere deli-
berate secundum constitutum civitatis.... E altrove « Precipimus etiam ‘ut de ce-
tero nulla singularis constitutio*fiat nisi in generali consilio civitatis nisi per eos qui
electi fuerint in contione de comuni voluntate ad constitutum faciendum. E così lo sta-
tuto in Pergamena tuttora esistente del 1279 (e che siamo dolentissimi di non aver
potuto consultare perché si trovava presso l' illustre Ariodante Fabretti) non é che
una riforma di precedenti statuti; ed esso pure fu riformato nel 1305. Ne venne poi or-
dinato il volgarizzamento nel 1322 che si promulgò nel 1342 (Fabretti, Doc. di Storia
perugina, pag. 1 — Torino 1887). Nel 1366 fu riformato in special modo il Libro T. Ciò
si legge in PELLINI (Hist., Lib. I, pag. 1015) ma nessun cronista ne fa cenno. Gli originali
furono pressoché tutti perduti nella sollevazione popolare del 1380, quando per la fuga
dell’ Abate di Mommaggiore, Legato del Papa, il popolo volle mostrare l'ira sua gua-
stando pubbliche scritture, onde fu ordinato che degli Statuti si facessero d' allora in
poi 5 copie, una per la Cancelleria, una per gli Archivi della città e tre per la Camera
dei Massari, i quali dovevano distribuirle al Capitano, Podestà e almaggiore Sindaco
giudice di giustizia (Vedi Pellini, Vol. I, pag. 1240). Nel seguito di questo scritto ci
accadrà di tener-nota delle successive riformazioni, sulle quali cade qui una generale
osservazione, e cioé che nell edizione a stampa del 1526 si trovano distinte le dispo-
sizioni dei secoli XIV e XV da quelle inseritevi nel secolo XVI sotto forma di Addi-
ctiones. Il testo, secondo il parer mio, raccoglie solo le norme statutarie promulgate
fino al 1400 o poco oltre. Alla rub. 290, f.o 89, si parla infatti di una disposizione ema-
nata durante il pontificato di Bonifacio IX (a. 1389-1404). Nella rub. 326 pubblicata per
reprimere le spese abusive, si dice che tale disposizione fu introdotta nel 1400; lo stesso
s' incontra nella rub. 334 — « Decernimus ut omnia etsingula statuta i» presenti de-
scripta volumine ea maxime que tangunt officium conservatorum sumant principium
atque vires in proximis kal: mensis Aprilis MCCCO ». — Altro riscontro si ha nella
rub. 450, ove si parla degli anni 1384 e 1390 come di data assai recente. Le addizioni
contengono poi delle modificazioni introdotte per rescritti pontifici (rub. 292, f.o 89) o
anco per i decreti dei Magistrati, e di queste se ne possono vedere aleune'al termine
del Lib. I. La pubblicazione, cui ci riferiamo, consta di quattro libri, il primo con-
tiene gli ordini dei Magistrati perugini, il secondo la civile legislazione, il terzo le
materie criminali, e il quarto le disposizioni edilizie e quelle relative al lago Tra-
simeno,
299 O. SCALVANTI

in specie il I Libro, che contiene — Magistratuum ordines et
auctoritatem — sono così varie, che stimiamo assai difficile im-
presa disporle secondo un certo ordine, che ne renda facile e non
infruttuosa la lettura: la quale osservazione si può estendere a
tutte le legislazioni dei comuni italiani. La struttura di essi è cosi
complicata, la loro vita si conduce in mezzo a si strane e fortunose
vicende, il genio democratico ha dovuto assumere tanti e vari
aspetti, che fin dapprincipio si desta nell'animo dello studioso una
folla di dubbi e di difficoltà. Nondimeno a noi pare che per ordine
logico di idee debba anzitutto conoscersi in brevi tratti con quali
tendenze Perugia incominciasse la sua vita politica al momento
in cui andavano coslituendosi in Italia i reggimenti comunali;
quale via scelse, e se di impulso spontaneo, per darsi un as-
selto politico, che fosse il meno possibile minacciato dalle tristi
vicende di quelle età. E dopo aver verificato ciò, sarà prezioso
elemento di giudizio, l'esaminare se l'indirizzo politico che prese
Perugia fosse del tutto conforme allo spirito dei cittadini, e se
nessuna grandiosa idea balenasse loro per contemperare la libertà
interna colla sicurezza esterna dello stato. Nè sarà inutile ve-
dere dipoi le ragioni, per le quali Perugia perseverò nella via in-
trapresa, e come attraverso difficoltà innumerevoli riuscisse a man-
tenere incolumi i diritti della podestà civile di fronte all’ autorità
dei papi, di che si hanno preziosi documenti anche alla vigilia
del gran disastro, che doveva terminare colla vera soggezione
di Perugia ai romani pontefici. L’occasione di queste indagini,
che a noi sembrano avere non pure importanza locale ma generale
nella storia delle democrazie italiane, vien data dal periodo isto-
rico, che va dall'anno 727 dell’ èra volgare al 1539; ma a noi
sembra, che cessata in quell'epoca la libertà politica sotto il pon-
tificato di Paolo III, sia ancora da esaminare per quali mezzi e
con quali sottili provvedimenti Perugia riuscisse, dopo le ricon-
‘ quistate magistrature al tempo di Papa. Giulio III, a salvare una
parte della sua autonomia amministrativa. Se non che di questo
periodo di vera soggezione politica non è il caso di trattare in
questa prima parte del nostro lavoro, e volentieri ne parleremo
dopo che avremo attraversato il ciclo splendido della potenza
della repubblica perugina, che, secondo il nostro modesto avviso,
ha termine col celebre Consiglio paulino dell'anno 1535.
.
CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI

S 4. A questa prima parte del nostro lavoro, ne seguirà una
seconda colla trattazione dell'Ordinamento dei Pubblici poteri che
è contenuto nel Libro I degli: Statuti. E se non ci verrà meno
la benevolenza dei lettori, volentieri daremo in luce alcuni nostri
studi o considerazioni anco sul secondo, terzo e quarto Libro
degli Statuti, ossia sul diritto privato, sul diritto criminale e sulla
legislazione edilizia.

Premesso ciò, a noi sembra di poter repartire così la materia
della Prima Parte del nostro studio.

1.° Del genio democratico dei perugini.

2.0 Dello spirito religioso, che informò la loro democrazia.

3.» Della idea politica che presiedette alla organizzazione
della loro repubblica.

4.9 Dei rapporti giuridico-politici fra la Repubblica perugina

e la Chiesa.
GAPO-T.
Del genio democratico dei perugini.

$ 5. Al tempo della repubblica romana i perugini cercarono di
mantenere con essa ottime relazioni, ed è memoria di aiuti non
lievi dati alle perdenti schiere dei Romani disfalte da Annibale
al Trasimeno. Fin da quell’età travagliata Perugia si fece esempio
di memorabili eroismi; e quando Ottaviano volle abbandonare la
città al sacco delle sue soldatesche, pur rispettando le vite dei cit-
tadini invitati ad uscire, quei prodi preferirono vedere la loro
amata città preda del fuoco anzichè abbandonarla all’ implacabile
nemico. Il sangue di Cestio, che appicca le, fiamme alla propria
casa per primo, e trafittosi con un pugnale si getta nella vora-
gine ardente, è buon seme di libertà, che in breve dovrà dare i
suoi frutti (1). Simili eroismi ci danno modo di conoscere la tem-
pra di un popolo; nè farà quindi meraviglia, che con inestimabile

[A

(1) Avendo Ottaviano ordinato che i Perugini uscissero dalla città e che essa ve-
nisse saccheggiata, Cestio, detto il Macedonico, mise fuoco alla sua casa, e laceratosi
il petto con un pugnale si gettò nelle fiamme. I cittadini allora fecero a gara nel pro-
pagare il grande incendio, da cui è fama si sottraesse il solo tempio di Vulcano e la
statua di Giunone (PELLINI, Hist:, Vol., I, pag. 82).
M

LARA ES HEC DOSES E D E

2924 . Ò. SCALVANTI

ardore, i perugini sì dessero in breve tratto a riedificare la loro
città. Ma poichè in quel periodo di tempo scarse sono le notizie e
da buone fonti non accertate, noi verremo all'anno 477 dell’ èra vol-
gare, ove abbiamo un indizio della cresciuta potenza di Perugia e
delle tendenze subito manifestate dai cittadini nell'abbracciare quella
parte politica, che più era conforme alle loro aspirazioni. In quel-
l'anno infatti i perugini esultarono per essere sottratti al giogo
de’ Goti, e posti sotto la protezione dell’ Impero. E l'indizio della
potenza di Perugia non è solo nel fatto, che Belisario appena giunto
in Italia volle occuparla, ma anco nel fatto che Vitige e Totila,
stimando grave danno la perdita di questa città, intesero a riac-
quistarne il dominio non pure colle armi ma coll’ astuzia. Invano
si cercò di corrompere la fede di Cipriano, che comandava il pre-
sidio di Perugia per Belisario; egli non piegò. E nemmeno quando
Cipriano fu ucciso da un soldato, che Totila riuscì ad attirare nella
congiura, i perugini sì infiacchirono; ma anzi, fatto animo, dichia-
rarono voler difender la patria sino agli estremi, ed è nota la
pagina eroica di Perugia, che resiste per 7 anni all'assedio di
cui la einge il Re Totila. E qui è mestieri osservare che l'a-
vere così saldamente abbracciato l’alleanza coll’ Impero contro
i Goti è segno della tendenza, che già i perugini manifestavano,
di voler entrare in ottimi rapporti colla Chiesa romana. Si sa
infatti che i pontefici inclinavano per l’ impero di -Costantino-
poli; e in specie, durante la dominazione dei Goti, allorchè
giunse in Italia Belisario, il clero e gl'italiani stettero per lui.
Silverio Pontefice, che è ritenuto favorevole ai Goti, vien de-
posto, e a lui succede Vigilio di parte imperiale (1). Ma un ri-
scontro più efficace di questa tendenza si raccoglie dal seguente
fatto. Quando Perugia dopo 7 anni di assedio dovette soccombere,
si ha da S. Gregorio Magno (2), che il Capitano dell’esercito goto
serisse a Totila, che cosa si sarebbe dovuto fare del Vescovo Er-
colano e del popolo. Ciò è assai significativo perchè dimostra come
la persona del vescovo godesse di una grande preminenza, ed è
facile ed ovvio supporre, che in quei terribili frangenti i perugini si
.Siringessero attorno all’ uomo venerato, onde organizzare e per-

(1) TAMASSIA — Longobardi, franchi e Chiesa Romana — Parte I, Cap. I.
(2) Opera omnia — Tom. Il,

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CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI | 225
sistere nella difesa contro i barbari. Totila rispose -sì uccidesse
prima il vescovo nella più barbara maniera, e i cittadini si pas- , È
sassero a fil di spada. Duro il martirio inflitto all’eroico sacerdote, ^
il quale cadeva vittima del suo amore per il popolo e per la fede
abbracciata. Il vescovo così duramente provato ebbe tosto dai Pe-
rugini quel eulto, che dura anc'oggi (1), e sebbene egli fosse
della lontana Siria, pure puó dirsi essere slato un marlire
della libertà in. Perugia, perocche, riferendoci ai tempi, il resistere
con ogni forza al giogo dei barbari, e farsi scudo coniro di loro
della eroce di Cristo, significasse immolarsi alla causa della li-
bertà (2).
$ 6. Tanto valore dei perugini dovette accrescere la loro auto-
rità, ed è per questo che nel 546, secondo ci afferma Procopio nelle
sue istorie, Perugia aveva il primato tra le città di Toscana (8).
E fra la Sede Apostolica e i perugini erano già eccellenti rap-
porti; tanto è vero che S. Gregorio ebbe a sollecitare i cittadini
di Perugia, affinchè :volessero dare un successore al martire S.
Ercolano. In questi tempi la elezione del vescovo apparteneva al
clero ed al popolo (4), e noi vediamo che i perugini attesero io-
sto alla nomina del successore, che fu il vescovo Giovanni. La i
tendenza poi nei perugini di darsi preferibilmente all’ Impero andò ^
meglio manifestandosi ai tempi di Narsete. Abbiamo detto più so-
pra che, occupata da Belisario Perugia, Totila cercò impadronirsene :
facendo uccidere Cipriano, che capitanava le soldatesche impe-
riali. Sembra che del complotto per l'assassinio-di Cipriano fosse
Vlifio, ufficiale goto, il quale, dopo la dedizione di Perugia, fu
posto a capo del suo governo insieme a Melidio. Venuto Narsete

in Italia, i perugini seppero trarre dalla loro Melidio, e vincere JE H
la resistenza di Vlifio, che si opponeva al riacquisto di Perugia
per parte dell’ Impero, sospettando che il partito imperiale avrebbe
preso le sue vendette sapendolo congiurato ‘ai. suoi danni al
tempo di Cipriano. Questo partito prevalse, e Perugia rinnovò
la sua devozione all’ Impero. Durante la spedizione di Narsete in

(1) PELLINI — Hist., Vol. I, pag. 108.
(2) Questo S. Ercolano non è da SORA col primo vescovo di Perugia dello

stesso nome, che mori nell’ anno 97 delP E. V. (V edi CIATTI — Hist., 1638.
(3) ProcoPIo — Hist., Lib. III.
(4) PELLINI — Op. citata Vol, I, pag. 109.
296 Ò. SCALVANTI

Italia, la città accrebbe la propria potenza, continuò a vivere in
libertà, secondo le sue antiche consuetudini, ampliò le sue mura,
allargò il contado e riordinò molte castella e ville (1).

Così Perugia teneva dall’ Impero, perchè le lasciava il go-
verno di sè, ed era associato alla Chiesa contro i barbari infe-
deli. Ciò avveniva nell'anno 568 dell'éra volgare. La supremazia
imperiale permetteva a Perugia di vivere e prosperare in pace;
ma fu periodo di breve durata; imperocchè, richiamato Narsete a
Costantinopoli, l'Italia fu invasa dai Longobardi, che, ariani di
fede e avversi quindi alla Curia Romana, dovevano ispirare ai pe-
rugini una profonda avversione.

Rispetto alla dominazione Longobarda in Italia, è stato av-
vertito dagli storici del diritto, che essa si distinse per un'alter-
nativa di parti politiche, e cioè il partito cattolico e il partito,
che l’egregio nostro amico prof. Tamassia dice potersi chiamare,
con moderna frase, partito nazionale (2). Il partito cattolico viene
instaurato col matrimonio di Autari con Teodolinda figlia di Ga-
ribaldo, e cioè dopo 19 anni che i Longobardi sono discesi in
Italia; e a Perugia trovasi stabilito il dominio longobardo ap-
punto nel 589, ossia un anno prima che mancasse di vita il Re
Autari, sposo della pia e cattolica Teodolinda. Ma per quanto il
regno che succedette a quello di Autari, fosse anche più impron-
tato di spirito cattolico, e Agilulfo, secondo marito della celebre
regina, fosse inchinevole al cattolicesimo e sotto di lui avve-
nissero molte conversioni a quel culto, pure la stessa diffidenza
che il popolo longobardo ispirava al Pontefice, la ispirava anco
ai Perugini, per modo che la parte imperiale era presso di
loro così potente da indurre il Duca Mauriccione longobardo a
parteggiare per l' Esarca di Ravenna (3). Il qual fatto rinnovossi
più tardi, essendo Duca di Perugia Agatone; giacchè, secondo la
testimonianza di Paolo Diacono, egli era condottiero dei Romani,
anzichè dei Longobardi. Giò ne conforta vie più nella idea che per
l'ambiente, in cui. i duchi longobardi dovevano esercitare il loro
dominio, erano facilmente indotti a parteggiare per l'Impero, come
alleato della Chiesa Romana.

(1) PELLINI — ZMist., pag. 112.
(2) Op. cit. Parte I, Cap. III.
(3) PELLINI — Hist., Vol. I. pag. 115, 118.

TIR ream i PORSI

fe = 1

CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 291

S 7. Per tal modo Perugia segui le sorti del Papato in quelle
prime e aspre contese coi Goti, coi Longobardi e coll Impero; e
quindi, sotto il pontificato di Gregorio II, la città strinse una al-
leanza colla Chiesa. Ricordisi, che in questo tempo imperava sul
popolo Longobardo Liutprando, che regnò quasi per lo spazio di
30 anni, intraprendendo coi Papi una lotta che finì per provocare
l'intervento in Italia dei principes Francorum. Una ragione di
più, perchè i perugini, nulla potendo oramai sperare dall’ infiac-
chita potenza imperiale, e non volendo parteggiare pei longobardi
avversi alla Curia Romana, si dessero in protezione alla Chiesa.
Nel quale indirizzo quanto e per quali ragioni persistessero ve-
dremo in appresso. I perugini ebbero tosto ad esperimentare i
vantaggi della loro soggezione al papa; infatti, eletto Rachi a Re dei
longobardi, egli mosse le armi per conquistare le città dei Ducati,
e pose assedio a Perugia. Ma papa Zaccaria venne da Roma al
campo del Re Longobardo, e così strenuamente difese la causa
degli assediati, che Rachi se ne tornò a Pavia. I perugini, che
nell’autorità del pontefice riconoscevano la loro salvezza dal giogo
longobardo, contro il quale avevano lunghi anni lottato mercè l'al-
leanza coll’Impero, ognor più si confermarono nel sistema di
prestare ossequio alla Chiesa e vivere in ottime relazioni con lei.

S8 8. Restaurato l Impero di occidente per opera di Carlo Magno,
la condizione del pontefice andó cosi migliorando da permettere
che le città, venuto nella sua protezione, raggiungessero un
alto grado di prosperità. Ed è per questo che volgendo il secolo X
noi troviamo, al dire degli storici, stabilito in Perugia un governo
autonomo. È infatti dal cadere del secolo X che si ritiene avere
avuto Perugia il governo dei consoli. Il Sigonio (1) e altri scrit-
tori con lui sono di parere, che con Ottone I avesse principio il
governo consolare nelle città d' Italia ; ma è certo che ció, che egli
ascrive all'effieacia di rescritti e concessioni imperiali, era effetto
dei tempi e delle mutate condizioni di civiltà. Piuttosto è da af-
fermare, che Perugia dovelte avere in quel tempo governo di li-
bertà, imperocché gli accordi col Papa non avevano carallere di

(1) SiconIo; Lib. VIII — PELLINI, Vol, I, Lib. HI, pag. 149.
9298 O: SCALVANTI

vere sottomissioni, ma di semplice vincolo di aecomandigia (1).
Nè crediamo che questa parola sia adoperata con significato im-
proprio, perchè, come il vincolo di accomandigia era compatibile
colla libertà del vassallo, così il vincolo di fedeltà, con cui si uni-
vano i governi autonomi d'Italia o all’ Impero o alla Chiesa la-
sciava sussislere l'intero godimento della libertà interna e gran
parte ancora della libertà esterna. Né é poi strano che con tal
vincolo si obbligassero intere città (2). D'altronde la ragione di
questo legame é da trovare senza dubbio nel bisogno, tutto pro-
prio di quei tempi, di cercare protezione presso chi godesse di
un'alta autorità; e coteste stesse ragioni consigliavano non solo
gl'individui ma anche i popoli a darsi in aecomandigia a un prin-
cipe o al pontefice, secondo che pareva maggiore l'autorità del-
l'uno o dell’ altro.

Evidentemente i perugini scelsero di accomendarsi alla Chiesa
romana; ma se noi pensiamo che ciò avvenne nella prima metà
del secolo VIII, non è poca meraviglia osservare chè nel volgere
del secolo X in Perugia non fosse stabilito il governo dei Vescovi.
Un cenno di alta autorità goduta dal vescovo in Perugia lo ab-
biamo ai tempi di S. Ercolano ; ma ció, mentre é conforme allo
spirito religioso di quel popolo, non spiega nè è sufficiente indizio
che anche Perugia, come tante altre città della penisola, abbia
trovato nel governo temporale dei vescovi il principio del suo de-
mocratico reggimento. Eppure nel secolo IX e nel X dovunque
vi furono concessioni di governo e di ampie giurisdizioni a favore
dei vescovi; e son note quelle di Guido, Berengario, Rodolfo, Ot-
tone III, Corrado IV, Enrico III, Enrico IV (3). Or, dato il vin-
colo di aecomandigia che legava Perugia alla Sede Apostolica,
era ben facile che qui, come altrove, il governo si impersonasse

(1) Era quel vincolo, in virtù del quale il vassallo, prestato omaggio al signore con
cerimonia solenne, si poneva sotto la protezione di lui dandogli in cambio i servigi,
che erano compatibili colla sua qualità di uomo libero (PEnT, Vol. I, pag. 168). Tanto
più poi può usarsi il titolo di accomandigia per significare i rapporti di Perugia colla
Chiesa, quanto che Perugia stessa faceva una distinzione fra terre a lei sottomesse e
terre accomendate. — Quum offlcium dom: Prior: artium civitatis Perusie sit prin-
cipale caput regimimis civitatis predicte, nec non terrarum omnium civitatum suo-
missarum et submittendarwm ac etiam recomendatarum civitate prefate ecc. — Stat.
Perug., Rub. 72).

(2) MARGULEO, l. 24 — PERTZ, I. 504.

(3) HEGEL — Storia della. Cost. dei municipi italiani — Cap. IV.

EX
NE ——

e]

CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 229
nel vescovo, molto più che in quel tempo fra le altre conces-
sioni fatte a dignitari ecclesiastici per parte dei pontefici, si trova
quella di Gregorio V del 998, con cui fu data all'arcivescovo di
Ravenna l investitura della giurisdizione, del monetaggio, delle
gabelle, del mercato, delle porte e della spiaggia di Ravenna,
colla contea di Comacchio, con tutti i possedimenti delle chiese

“di Montefeltro e di Cervia e colla città di Cesena (1).

Noi non vogliamo avventurarci nella spiegazione di questo
fatto; esso è a sufficienza dimostrato dall’ intera istoria di Peru-
gia. Se Perugia avesse avuto nei primordi della sua libertà il go-
verno vescovile, che ebbero tante altre città d'Italia, essa non
avrebbe sopravvissuto alla loro rovina. E non diciamo questo per
porre in dubbio il sommo vantaggio, che ritrassero le nascenti de-
mocrazie italiane dall’ autorità temporale dei vescovi, ma per il
maggiore grado di fierezza e di indipendenza che la città di Pe-
rugia dimostrò nella sua organizzazione a Repubblica. Il governo
vescovile fu un’ epoca di transizione; perchè il grande principio

- della separazione delle due podestà una volta proferito dal mar-

tire del Golgota non poteva non essere operativo di effetti; e
quindi se nelle condizioni anormali in cui versava il feudalesimo
fü ventura che i vescovi ollenessero in molte città l'ufficio di
governanti, era del pari evidente che in questo magistero politico
gli ecclesiastici trovavansi a disagio, e o prima o poi lo avreb-
bero dovuto abbandonare. Nè dicasi che le città, vinti gli ostacoli
che alle giovani democrazie sollevavano i resti della nobiltà feu-
dale, amarono sbarazzarsi di quell’autorità che pure le aveva aiu-
tate nella lotta contro i nobili; perchè questo sarebbe errore so-
lennissimo, non potendosi trovare segno di contesa e di lotta tra
popolo e vescovo anche dopo che sì vennero costituendo i popolari
reggimenti dei consoli e dei podestà. Le democrazie, tenute al
battesimo della libertà dai vescovi, anche quando assunsero di-
rettamente il governo della pubblica cosa, restarono col poter ve-
scovile in tale‘accordo che non si potrebbe concepirlo maggiore
e più intimo. È al vescovo che si fa capo in ogni grave contro-

(1) UGHELLI — Tomo II, pag. 353. È memoria poi di governi vescovili in Arezzo e
in altri luoghi della toscana ampliati mediante concessioni di. terre appartenenti al
distretto di Perugia: e ciò per opera di Carlo Magno (CIATTI — Hist., Lib. VII)
230 . O. SCALVANTI

versia; ed è il vescovo che si pone alla testa dei popoli per ot-
tenere dall’ Impero le guarentigie necessarie ad affrancarli dall’ o-
diato potere dei signori. E chi non ricorda l’efficace intromissione
del vescovo di Savona presso l' Imperatore, dal quale ottiene nel
1014 che si metta un freno alle angarie dei marchesi, obbligan-
doli a rispettare i secolari diritti di caccia e di pesca e il divieto
di edificare castelli sulle loro terre? E quando è lo stesso ve-
scovo, che rimette nelle mani de’ magistrati popolari le insegne
del potere, come non tornano alla memoria la celebre Proovi-
sione del vescovo Olderigo di Brescia, che le ingiurie del tempo
non ei hanno involato, e i ricorsi che al legato imperiale fece il
vescovo di Pistoja nel 1221 (1)?

Quelle democrazie, che sorgono con intenli di civiltà nuova,
non si separano mai dal vescovo, che rimane il natural protettore
delle città, di guisa che lo stato è confessionista, e i nuclei so-
ciali, che ne formano il sostanziale elemento, come le corpora-
zioni di arti e mestieri, sono a tipo religioso (2).

$ 9. Ma nondimeno in Perugia, secondo il nostro avviso, non si
ebbe mai il governo dei vescovi, e ció rivela uno spirito essen-
zialmente e profondamente democratico, che, date le condizioni
della città, doveva conservarle per lungo tempo quel patrimonio
di libertà, che per altre repubbliche fu presto perduto (2). E che
Perugia non avesse il governo dei vescovi simile a quello che
ebbero tante altre città della penisola a noi appare evidente, non
già per prove negative ma per riscontri posittct.

Infatti nelle istorie noi troviamo ricordi, i quali ei dicono la

(1) Ficker — Doc. 291.

(2) Vedi Ao VANNUGGI — I primi tempi della libertà fiorentina. VILLARI — La re-
pubblica fiorentina ai tempi di Dante. — PERTILE — Storia del diritto, Vol. II, pag. 185.

(8) Per contrario si hanno esempi di politica influenza dei vescoviin altre città
dell Umbria. Citiamo FP esempio di Nocera, che fece la sua sommissione a. Perugia
nel 1202. Al quale atto non solo intervenne Monaldo Loterio console di Nocera, ma vi fu
presente e consenziente anche Ugolino vescovo di quella città. Lo stesso avveniva per
la sommissione di Gubbio del 1183, il cui atto incomincia nel seguente modo. — Ad ono-
rem Dei et domini imperatoris archicancellarij christiani et ducis, consensu et volun-
tate episcopi, clericorum ac totius populi ecc. Si può consultare ancora la sommis-
sione di Città di Castello del 1180, in cui si trova che i consoli devennero a cotesto
atto col consenso dei vescovi, chiérici e di tutto il popolo. Questi tre atti di sommis-
sione si leggono nel Bollettino della, Society. Umbra di Storia patria (Vol. I, pag. 139,
141. e 145) accuratamente riprodotti in-estratto e annotati dagli egregi Ansidei e Gian-
nantoni dell’ Archivio perugino, i

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CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 231

parte che ebbero i vescovi nelle pubbliche faccende perugine, ma
non ve n’ è uno che ci riconduca alla mente il concetto di un vero
potere temporale per parte dell’autorità ecclesiastica. Si trova, ad
es., che quando a’ tempi di Ottone il Grande Perugia ebbe colle
altre città insigni privilegi, essa dovette, in ossequio alla vo-
lontà imperiale e in omaggio al rapporto di protezione che la u-
niva ai Pontefici, prestare loro un giuramento di fedeltà, e che
in mancanza di Legati o Governatori apostolici, tal giuramento
fu prestato nelle mani del vescovo (1). Ma ciò avveniva nel 972
quando, per molti e gravi riscontri, Perugia reggevasi di già a Co-
mune per mezzo di 5 Consoli, uno per ogni rione della città, e
sotto l'impero di tre Consigli, uno generale, uno ristretto e uno
di credenza (2). E se ci si opponesse che il vescovo teneva le
veci dei Consoli assenti per ragioni di guerra (8), noi risponde-
remmo che questa è una prova di più, se pur ne fosse mestieri,
della osservanza e della considerazione in che si aveva la catte-
dra vescovile. E a tale esempio noi spontaneamente ne aggiun-
giamo un altro, ed è quello del diploma che nel secolo XIV Carlo
IV imperatore dirigeva ad Andrea Bontempi vescovo di Perugia.
Ma ciò non è indizio che nelle mani del vescovo si trovasse
parte alcuna dell’ autorità pubblica, tanto è vero che la Bolla d'oro
dello stesso Imperatore, riguardante la cassazione di alcune sen-
tenze, è diretta ai Magnifici Priori e al Popolo di Perugia. L'in-
iervento, del resto così raro, del vescovo negli affari pubblici
della città esprime soltanto la venerazione, iu cui era tenuto 1l
magistero sacerdotale, e ciò è in perfetta armonia non solo collo
spirito dei tempi, ma anco colle particolari tendenze del popolo
Perugino. Così, mentre noi vediamo da un lato formarsi leggi
improntate del più puro laicismo, dall'altro troviamo che talvolta
ad ecclesiastici si affidavano importanti e delicati uffici; ma di ciò
diremo in appresso.

$ 10. E che la esclusione del governo de’ vescovi si dovesse a
un alto concetto della podestà civile, si desume dal fatto, che i Pe-
rugini tal governo non ebbero, sebbene dapprincipio il popolo par-

1) PELLINI — Hist., Vol. I, pag. 149.
2) PELLINI — Ibidem.
3) MARIOTTI — Saggio di storia perugina, pag. 419.
E

"bis us

232 O. SCALVANTI

tecipasse alla elezione dei vescovi, i quali per lo più erano pe-
rugini (1). Dunque la elezione era a base democratica, e 1’ eletto
doveva necessariamente essere il pater civitatis (2), l’amico del
popolo, il suo naturale protettore.. Ma se ciò venne assicurando-
gli una legittima influenza sulla città, non gli. permise mai di as-
sumerne il governo (3). E il costume di prender parte alla elezione
dei vescovi deve esser durato assai nel popolo perugino, giacchè
i cronisti fino al cadere del secolo XIII, parlando della elezione
dei vescovi, non accennano che a ciò fosse deputato il solo Ca-
pitolo di S. Lorenzo (4). Per contrario si trova nel 1330 che i
canonici e Capitolo di S. Lorenzo, a cui stava l’ elezione, elessero
vescovo M. Ugolino da Gubbio (5). Ma più chiaramente si esprime
il cronista Mariano Del Moro (6): —-« In quest anno morì il Ve-
scovo di Perugia, detto monsignor Francesco da Lucca, dell' or-
dine di S. Domenico; per la cui morte il Capitolo di S. Lorenzo
a cui stava in quel tempo eleggere, elesse per Vescovo di Pe-
rugia monsignor Golino da Gubbio ». —

Adunque le osservazioni fatte dai cronisti sembrano indicare,
che il metodo dell’ elezione affidata al solo Capitolo, era stato re-
centemente introdotto.

Però se, ad onta della base democratica dell'elezione popolare
durata tanti anni, 1 Perugini non investirono il vescovo del governo
della città, è certo che lo circondarono di grande ossequio, e nel
giorno della presa di possesso dell’ Episcopato solevano, per mezzo
della rappresentanza comunale, offrirgli splendidi doni. Intanto dalle

(1) Il Pellini, sebbene a torto sostenga, come vedremo in appresso, che il vescovo
eletto nel 1330 non fosse Ugolino da Gubbio ma Ugolino dei Vibi, pure fa questa op-
portuna considerazione sulla verosimiglianza dell’ elezione di un perugino. « E ciò
é anco più verosimile, che fosse il Vibi eletto Vescovo di Perugia che un da Ogobbio
da' canonici, massime di questa città » (Vol. I, pag. 511). Egli é vero che queste pa-
role possono essere state ispirate allo storico dalle differenze che spesso insorgevano
fra Gubbio e Perugia, ma non cessano per questo di essere assai significati ve, perché
esprimono un certo accordo fra il capitolo e la cittadinanza per la scelta dei vescovi,

(2) Cosi si chiamava il vescovo fino dal tempo della dominazione greca (Vedi
HEGEL, Op. cit., pag. 96).

(3) « Morto S. Ercolano, i perugini non elessero per aleuni anni altro vescovo, ma

. S. Gregorio li esortò (perciocché in quei tempi la elettione de’ Vescovi era nel clero e

nel popolo) a doverne far tosto la elettione » (PELLINI, Vol. I, pag. 109).
(4) Vedi Armati dell’ Oddi; anno 1291, essendo eletto vescovo Bulgaro.

(5) Memorie di Perugia dell" anonimo, edite da FABRETTI — 1887, pag. 20, e- Cr0-

naca del GRAZIANI (pag. 105).
(6) Cronaca edita dal FABRETTI, 1887, pag. 8l,

CISA ep IR RACER
rr

CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 233

cronache si rileva, che il vescovo era eletto dal Capitolo della
Cattedrale; veniva poi consacrato e quindi confermato dal Ponte-
fice (1). Ed è poi da notare che del privilegio dell'elezione del vescovo
per parte dei canonici i perugini tennero assai conto, per modo
che quando alla elezione di Ugolino di Gubbio, Vinciolo Novello
propugnó in consiglio il partito di mandare lettere al Papa, per-
ché nominasse invece frate Alessandro minorita, Oddo degli Oddi
dimostrò, non essere ben fatto togliere autorità all’ elezione dei
canonici (2). Onde nacque grave tumulto, che ebbe termine col-
l’ esilio di coloro che lo avevano promosso; però prevalse il par-
tito, che non si mandassero lettere al Papa, quasi riferendosi a
lui per la elezione del vescovo.

Le quali considerazioni ci portano a ritenere, che i perugini
non solo si mostrarono alieni dal concedere ai vescovi un go-

(1) Il GRAZIANI nella sua Cronaca (pag. 105) é caduto in un equivoco: egli narra
che il veseovo Ugolino da Gubbio fu eletto nel novembre del 1330; nel 25 aprile 1331
entro in ufficio, nel 19 maggio venne consacrato, e el Comuno nostro glie fece apre-
sentare wna coppa de argento con 200 fiorini, e ce fo fatta grande allegrezza e

gioco. — Ci narra poi che nel giugno ser Ugolino, vescovo, arvenne da Roma et era.

stato confermato vescovo dal Papa. Ora non é possibile che il Comune festeggiasse
con pubblica solennità la elezione del vescovo prima che egli avesse ricevuta la
conferma del Papa. L'equivoco è sorto perché il personaggio che tornò in Perugia,
confermato dal Papa dopo che il nuovo vescovo era già stato oggetto di pubbliche
feste, fu Ugolino Montebiano eletto dai perugini Abate di S. Pietro. (Vedi Cro-
nache dell'anonimo, in Fabretti 1887, pag. 21, e Cronache dell Oddi, pag. 66). Anzi
loddi é anche più esplicito e segna la data del 16 giugno 1331 come quella del ritorno
di Don Ugolino da Montebiano — el quale fu eletto pel nostro Signore papa Giovanni
XXII abate di S. Pietro in Perugia. — Anche qui vi é l'inesattezza che al Papa spettasse
la nomina dell’ Abate, mentre da altri cronisti sappiamo che spettava al popolo pe-
rugino; ma in sostanza il Graziani ha equivocato ponendo sotto la data del 16 giugno il
ritorno del vescovo. Il Pellini poi cade in errore quando sostiene che fu eletto vescovo
Ugolino da Montebiano. Se egli avesse ben consultato le cronache avrebbe visto, che
fu eletto vescovo nel 1330 Ugolino da Gubbio, Abate di S. Pietro (Ann. degli Oddi,
pag. 65) e appunto perché si eleggeva cotesto prelato a vescovo, si faceva luogo alla
elezione del nuovo Abate; lo che avvenne nell’ anno successivo, quando fu a quell' in-
signe Abbazia preposto Ugolino di Montebiano. Ed é tanto vero che a vescovo di Pe-
rugia venisse assunto l' Abate di S. Pietro, che quando cessò di vivere (e fu nel 1337),
il suo corpo venne sepolto nella Chiesa dell’ Abbazia. Oltre a ciò il Graziani stesso, che
pure cadde nell’ equivoco scrivendo che fu vescovo di Perugia il Montebiano, nella

' cronaca dell’ anno 1336 dice che.— mori il vescovo di Perugia Ugolino da Agobbio

(pag.'119); e lo stesso afferma l' annalista Oddi (pag. 67). L' argomento. che il Pellini
reca per dimostrare la inverosimiglianza che Ugolino di Gubbio fosse creato vescovo
dal capitolo, de' canonici perugizinon ha fondamento; perché, essendo egli Abate di
S. Pietro era stato innalzato a tal dignità dai perugini, e quindi era come loro con-
cittadino. Morto Ugolino, il capitolo elesse vescovo Francesco di messer Grazia, ar-
ciprete di S. Lorenzo (Az. dell' Oppt, pag. 67). i

(2) PELLINI, Vol. I, pag. 511 e 512 — A7». dell'ODDI, pag. 65, Cr07. GRAZIANI, pa-
gina 104,

16
994 - O. SCALVANTI

verno lemporale nella loro città, ma sia colla elezione diretta nei
primi tempi, sia coll’ accogliere quella che veniva fatta dal clero
composto di loro concittadini, operarono in guisa che il vescovado
non intraleiásse mai le loro pubbliche faecende. E di vero nelle
più aspre lotte col Papato non è memoria che i vescovi abbiano
parteggiato per Roma, come non è memoria che nelle molte ri-
forme dello stato abbiano i perugini, sull’ esempio di altri popoli
alleati, dato incarico al vescovo di presiedere alle giunte di stato
per operare tali riforme (1).

$ 11. Coerenti al principio della laicità del potere civile, non am-
misero gli ecclesiastici al disimpegno di pubbliche funzioni. Laonde
troviamo che la qualità di ministro del culto era incompatibile
anche coll’ esercizio di quegli offici civili, che più sembravano
acconci al ministero sacerdotale, come ad es. le ambascerie (2).
Nè contro queste conclusioni possono addursi i fatti di pubblici
incarichi affidati agli ecclesiastici in certe occasioni; imperocchè
ciò avvenisse o per giustificata eccezione o per la qualità della
materia, che attesa l'indole dei tempi, richiedeva l'intervento
della Chiesa. E ben vero che il vescovo o il suo vicario interveni-
vano nel governo dell’ ospedale (3); ma anzitutto tale presenza
non era necessaria (4), e in secondo luogo l' ingerenza degli eccle-
siastici nella rappresentanza o vigilanza sulle Opere Pie era già
acquisita al diritto pubblico interno degli stati fino dai tempi di

0

(1) Come avvenne in Firenze nel 1343, quando cacciato il duca di Atene il Par-
lamento diede balìa al vescovo e a 14 cittadini di riformare lo stato (VILLANI, XII, 17;
PERTILE, Vol. II).

(2) Stat. per. Lib. 1, rub. 95, foglio 42 — Non tamen possint (Priores) mittere ali-
quem ambasciatorem qui non sit laicus expensis communis Perusie vel expensis ali-
cuius vel alio quoquo modo sub pena, ecc.

(3) La iscrizione nella matricola per la elezione dei componenti l'Amministrazione
dell'ospedale facevasi cum, presentia et consensw vicarii domini episcopi una cum visita-
toribus (Rub. 152, Lib. I, Stat.) — Si vero reperiretur aliquem ex prioribus quiequam de
predictis hospitalis bonis mobilibus et immobilibus aut juribus fraudasse aut subtraxisse
vel extrahi fecisse . . .. teneatur wicarius diocesani, et quilibet officialis communis
Perusie, qui super addictus fuerit, ad petitionem priorum et visitatorum et maioris
partis ipsorum inquirere contra talem fraudatorem, ecc. (Rub. 157 Stat., Lib. I).

(4) Rispetto all'elezione dei due Priori dell'ospedale lo statuto disponeva: Et
congregata adunantia.dicte fraternitatis in numero sufficienti tune priores vel unus
altero mortuo, una cum vicario domini episcopi sz presens erit et cum illis visitatoribus
qui interfuerint vocare debeant aperte ecc. (Rub. 152 Stat., Lib. I). Dal qual testo si
rileva che la presenza del vicario non era necessaria, e forse, come noi erediamo, egli
veniva invitato solo nel caso, in cui mancasse uno dei priori cessati.
CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 235

Carlo Magno, e continuò a sussistere fino al secolo XVI quando
venne disciplinata e concretata nelle severe formule del Concilio
Tridentino (1). E se noi confrontiamo la ingerenza del clero nella
amministrazione delle Opere Pie in Perugia, con quella che ebbe
altrove, dobbiamo persuaderci che la base del governo fu sempre
essenzialmente laica. Veggasi, per citarne un esempio, in qual
proporzione entravano i chierici nella elezione delle cariche degli
ospedali (2).

8 12. Altri uffici vennero pure conferiti ad ecclesiastici ma per
breve tempo e con limitato mandato. Così nel 1810, crescendo le dif-
ficoltà interne ed esterne, i Priori pensarono di incaricare quattro
frati della Penitenza di andaré per le città di Lombardia, Toscana
e Marca a prendere notizie degli uomini più degni, che si sareb-
bero potuti elevare all’ ufficio di Podestà (3). Si trova inoltre nel
1313 che la borsa per la elezione dei Priori veniva custodita nella
sacrestia di S. Francesco sotto la cura dei frati della Penitenza ;
il quale ufficio però, consigliato, come ognun vede, dal desiderio

(1) Per non allegare che i Capitolari di Carlo Magno più espliciti, ricordiamo i
seguenti — Cap. di Aquisgrana a. 789 Cap. XLVI, Conc. Gang. Can. 7. — Si quis obla-
tiones fructuum Ecclesiae debitas voluerit extra Ecclesiam accipere, vel dare preter
conscientiam Episcopi, et non magis cum consilio ejus cui hec sunt credita de his agen-
dum putaverit, anathema sit. — Cap. di Francoforte del 794, Cap. XLVI. De oblationibus
que in Ecclesia vel in usus pauperum conferuntur, canonica observetur norma, et non
ab aliis dispensentur nisi cui Episcopws ordinaverit. — E al Cap. XXXVIII — De
puellis, que a parentibus private fuerint, sub Episcoporum. previdentia gravioribus
foeminis commendentur, sicut canonica docet auctoritas. — Cap. di Aquisgrana Cap.
XXI — Ut Comites, vel Vicarii, seu Iudices, aut Centenarii, sub mala occasione, vel
ingenio res pauperum non emant, nec vi tollant; sed quisquis hoe comparare voluerit,
in publico placito coram. Episcopo hoc faciat. — Altri testi, i quali dimostrano il pre-
valere delle leggi canoniche in materia di pubblica beneficenza, sono il Cap. di Aqui-
sgrana dell’anno 803 Cap. I, il Cap. dell’ 819 Cap. I e IIT e il Cap. Wormatiense del-
l° 829 Gap. V, il Cap. CXV del Lib. I del Cap. dell’ 827 e i Capp. XXI e XXXII del Lib. II,
e altri passi innumerevoli. Il Concilio di Trento poi nella Sess. XXII, Cap. VII, dà al-
l' ecclesiastica autorità la facoltà di soprintendere e verificare, giusta le prescrizioni
del Cap. XX, se le Opere Pie sono saviamente governate — etiam si predictorum. lo-
corum cura ad laicos pertineat, atque eadem pia loca exemptionis privilegio sint mu-
nita — (Vedi BARBOSA, Collec. Doct., Venezia 1709, pag. 125 e segg.; DE Luca, Threat, Lib.
XV, parte 22; AMosTAZO — De causis piis, Lib. I, Cap. XIV, pag. 106 e segg. Consulta
inoltre gli Statuti Municipali).

(2) Queste proporzioni erano di 50 laici su 20 chierici nell'assemblea generale,
di dae laici e 7 chierico nel consiglio ristretto, che doveva coi Priori proporre alcuni
nomi di eligendi, e di tre laici su due chierici nella proposta che si faceva all assem-
blea. La nomina dei chierici a Priori era permessa. — Clerici, wt permittitur, per
electi per priores eec. — (Stat. Lib. I, rub. 152).

(3) PELLINI — ZHist., Vol. I, pag. 360.
ira are EE eri rit.

236 i E: O. SCALVANTI

di sottrarre all'imperversare dei partiti ció che poleva essere
oggetto di maneggi e di brogli, venne ben presto affidato ad un
officiale laico (1). E pure memoria nelle cronache del tempo,
che nel 1313 gli stessi frati (che per essere dell’ ordine di S. Fran-
cesco erano oggetto di stima speciale presso i perugini) vennero
incaricati di rivedere i pubblici registri delle imposte. Era voce
che, per partigiane vedute, nel compilare il Catasto si fossero
commesse delle ingiustizie, e si cercò toglierle via coll’ intervento
di religiosi affatto estranei alle contenzioni politiche. Nel quale
ufficio, a quanto sembra, i frati della Penitenza portarono così
grande equanimità, che lo stesso incarico fu loro dato da altri mu-
nicipi, fra i quali Montone. Poco dî poi alcuni religiosi dello stesso
ordine furono invitati a compilare il Libro Rosso, ossia il libro
dei nobili, ma questo ed altrettali uffici non solo non hanno al-

-eun carattere di stabilità, ma nemmeno sono accompagnati dalla

facoltà di decretare in modo assoluto (2). Infatti si trova che con-
dotta a termine dai frati la compilazione del Libro Rosso (seb-
bene a ciò fossero veri officiali deputati) per ordine del Giudice
degli appelli e delle nullità, vi furono cancellati i nomi di due
della famiglia Celloli, di che si fece verbale inserito nello stesso

"Libro, e disteso dal giudice ordinario e notaro del Comune di

Perugia (3). A non tener conto di ciò che si legge in un’ Addictio
dello statuto perugino sull'intervento del legato o vice-legato
pontificio alla elezione dei professori dell’ Ateneo, perchè tale di-

sposizione evidentemente appartiene ad epoca molto posteriore (4), .

noi possiamo affermare che Perugia nei suoi inizi di libertà e nel

‘meriggio del suo splendore, assai meno di tanti altri comuni

d'Italia, fu disposta ad ammeltere gli ecclesiastici all’ esercizio

(1) PELUINI — Vol. I, pag. 399. Si osservi che in Perugia gli ecclesiastici mai
attesero alla riforma statutaria, mentre cio avvenne nel 1233 in Padova, Feltre, Belluno,
Vicenza ed altre città, per opera di Fra Giovanni minorita e di altri religiosi (SGLOPIS
— Vol. I, Cap. IV ;

(2) Questo libro fu dato alle fiamme nel 1799; ma ne restò un esemplare, che é
quello pubblicato dal FABRETTI nel volume dei Documenti — Torino 1887.

(3; Ego Andreas magistri Mancie . . . imperiali auctoritate ordinarius iudex de
licentia, consensu presentia et voluntate religiosorum fratrum (seguono i nomi) ofi-
ciatium comunis Perusi in dicto Armario deputatorwm, obedientium precepto. D. Lu-
chesini judicis appellationum ecc. .... nomina et prenonima predictorum. Celloli
Berthutii et Azzoli sui filii de dicto libro ;-. . aboleo tollo ecc. (Pag. 109).

(4) Stat. per., Lib. I, Rub. 210, f.o 71, ;

TE Pap
"

CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI PRI

di uffici temporali, e la distinzione fra le due podestà civile e re-

ligiosa fu costantemente il pernio della sua organizzazione politica
e amministrativa. Tanto è vero questo, che persino nei capitoli
del Consiglio Paolino approvati da Paolo III si trova stabilita
l'esclusione dei chierici (1). .

S 13. E la ragione principale di ciò non fu, come tra poco ve-
dremo, il poco fervente spirito religioso, ma il genio essenzialmente
democratico dei cittadini (2). Vedete infatti in quali rapporti di ami-
cizia Perugia si mantenne sempre col Comune romano, in specie
quando il suo governo poggiava sulla parte popolare. Laonde non
a torto si è scritto, che se la discussa origine romana del comune
medioevale potesse esser vera, lo sarebbe per i comuni, che, come
quello di Perugia, si videro fin dai loro principi legati col comune
di Roma, già divenuta sede dei Pontefici cristiani. Ma checchesia
della controversa questione, sovrabbondano le prove della sim-
patia che Perugia dimostrò per il comune dell’ alma mater. Fino
dal secolo XII se ne trovano traccie negli atti pubblici. Nel se-
colo XIII poi uno. dei più chiari documenti è la iscrizione in
pietra, che si legge tuttora nella facciata laterale di S. Lorenzo
volta verso la piazza. Essa fu posta a commemorare che — tolum
debitum communis Perusii de tempore transacto est ab ipso com-
muni plene satisfactum — avvenimento meritevole anch'oggi di
essere scolpito in marmo se i nostri comuni, al pari di quello
perugino del 1234, potessero tramandare ai posteri la lieta novella
del pagamento dei loro debiti. Ma in quella iscrizione è detto an-
cora che — nec colta, nec data, nec mistum fiat, ponatur, nec
detur in civitate perusina, nec in ejus suburbüs, nisi quatuor de
causis tantum; scilicet, pro facto domini pape et imperatoris,
et romanorum, vel pro generali guerra quam haberet communis

(1)« Se ordina adonque, che il numero del predicto Consiglio sia de seicento
citadini originarii de essa Città, cioè che almanco tra loro e suoi antecessori siano
stati cittadini anni trenta, layci et non clerici o constituiti in sacris, né beneficiati de
beneficii ecclesiastici ecc. » — (Reg. e Doc. Vol. II, Cronache di Perugia in Arch. Stor.
Ital.).

(2) Per non riuscire infiniti nelle citazioni osserveremo che tanto era chiaro
presso i perugini il concetto della vera sovranità nazionale, che gli attributi sostanziali
di essa sovranità risiedevano nella grande assemblea o parlamento generale; esempio,
il diritto di grazia (Consulta Stat. perug., Lib. I, Rub. 186).
288 O. SCALVANTI

Perustit propter se ecc. (1). Inoltre quando nel 1229 Perugia fece
degli accordi con Cagli, stipulati a mezzo del Podestà, si leggono
nella intitolazione dell’ Atto queste espressioni — Ad honorem
Dei et Ecclesie Romane et Comunis alme urbis —. Più tardi,
cioè nel 1227, quando si strinse lega fra le città di Perugia, Fo-
ligno, Todi, Gubbio e Spoleto si trova che esse si obbligarono a
recipfoco aiuto in caso di guerra, eccetto che tal guerra fosse
o contro la chiesa o contro la città di Roma. Nel 1242 poi Pe-
rugia invia ambasciatori al Comune romano, e il Senatore di Roma
promette, che non si sarebbe mai fatto pace, tregua o convenzione
alcuna con l'Imperatore Federico e i ministri suoi, che non vi fosse
compresa la Città di Perugia e i suoi cittadini (2).

Ma quando maggiormente rifulse l' amicizia e la venerazione
per il Comune romano, fu nell’occasione in cui sorse in quella città
il Tribunato di Cola di Rienzi. Quell’inatteso movimento contro i
nobili, e il costituirsi di un governo schiettamente democratico
poleva non riuscire gradito al Pontefice, allora residente ad Avi-
gnone; e di vero, sebbene il Rienzi appena assunto il potere. si

desse cura di invitare il Pontefice a recarsi a Roma, e a lui an-
dasse insieme al Petrarca come ambasciatore della restaurata re-
pubblica, pure a nulla riuscì. E questo perchè una così improv-
visa mutazione di cose, non poteva non destare gravi sospetti
al papa Clemente VI, il quale infatti non si mosse di Francia.
Ad onta di ciò Perugia manifestò nel modo più vivo la sua sod-
disfazione per questo avvenimento. Nè Cola, ben conoscendo il
genio popolare dei Perugini, mise tempo in mezzo per onorarli,

e appena entrato in uffieio mandó solenne ambasceria a Perugia
— per il che fu fatta allegrezza pubblica (3) — Di subito convocato

(1) BoNAINI — Prefaz. alle Cronache e Storia perug., pag. XXXIV, È però da av-
vertire che se la iscrizione dice — item hoc est capitulum factum perpetue a com-
muni perusii, scilicet quod nec colta ecc. — essa non fa che riferire nel 1234 ciò
che alcuni anni prima era stato concordato col Pontefice Innocenzo HI, il quale nel-
l'epistola ai Perugini del 1215 così si esprime — Collecta non fiat nisi pro quattuor causis,
videlicet pro servitio ecclesie romane, populi romani, imperatoris vel nuntii sui et
cum populus perusinus moyeret guerram de comuni voluntate (Lib. Sommis. Lett.
A pag-57). Evidentemente sono le stesse formule riferite nella iscrizione.

(2) E il PELLINI giustamente nota — dal quale atto si vede quanto questa Città
habbia sempre osservato non solo i Pontefici e la Romana Chiesa, ma etiandio l'alma
Città di Roma, et quanto quel nobilissimo Senato SORU avuto anche in considera-
tione i Perugini — (Vol. I, pag. 255).

(3) Mem. storiche di Mariano Del Moro, ed. FABRETTI, 1887, pag. 97.

IMRE AI IA I ETA
E

CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 239

il Consiglio venne deliberato mandare ambasciatori a Gola, i quali
partiti con centocinquanta cavalieri, furono con grandi feste accolti,
e il Tribuno volle che il Capo dell’ambasceria, Nicolò Armanni,
gli cingesse la spada all'atto in cui il popolo lo proclamava ca-
valiere (1). Altre dimostrazioni insigni furono fatte ai perugini in
quell'occasione (2), nè poco dopo mancarono motivi perchè si
continuassero le attestazioni di amicizia suggerite da comuni in-
teressi di libertà (3). E larghe, amplissime furono le lodi, che i
cronisti e gli storici perugini fecero al Tribuno, col quale parve
fosse rinata l'antica maestà della Repubblica romana.
Concludiamo, che questi rapporti col Comune di Roma, la
mancanza di governo vescovile, le scarse funzioni affidate agli
ecclesiastici, e la stessa antichità dei suoi ordinamenti dimostrano
che Perugia ebbe predilezione costante per il reggimento popolare.
S 14. E qui ci sembra opportuno richiamare alcune considera-
zioni del grande da Sassoferrato, che divenuto civis perusinus,
come egli stesso si chiama, visse e insegnò in Perugia nel secolo
XIV, e fu magna pars nelle vicende dell’antica e gloriosa Re-
pubblica. Nessuno più del Bartolo e per l'insigne dottrina e per
l'ingegno e la esperienza di pubblici uffici poteva essere al caso
di formulare qualche teorica, che fosse, direm così, la conferma
e il suggello dello spirito pubblico e del sentimento dei perugini.
È perciò che riteniamo utile lo studio delle sue opere congiunto
all'esame delle vicende politiche e delle leggi di Perugia (4). Egli

(1) Così il Pellini, ed è nel vero. Il Graziani invece narra che fu cinta la spada
a Nicolò degli Armanni: ma é certo per equivoco fra il nome del perugino ambascia-
tore e quello del Tribuno. Fu eletto, scrive il Pellini, M. Nicolò degli Armanni, che
gli cingesse la spada (ossia a Cola di Rienzi) in quel giorno che non solo fu fatto ca-
valiere, ma era pubblicamente comparso in Campidoglio per ricevere le sei corone
(Vol. I; pag. 879). Il qual fatto dimostra 1° onore grandissimo in cui era tenuto il po-
polo perugino presso il Tribuno e la Repubblica romana.

(2) Come, ad esempio, la cerimonia dell’anello con cui i dieci ambasciatori furono,
al dir dei cronisti, sposati dal Tribuno in segno di alleanza; e il donativo del ricco e
allegorico stendardo, che fu portato a Perugia e ivi tenuto con grande onore. — Vuolsi

che Cola nel consegnarlo ai messi di Perugia dicesse loro — Portate questo per parte

mia al comune di Perugia in segno di fratellanza et amore — (Oro. GRAZIANI, pag. 145,
è PELLINI, Vol. I, pag. 879).

(3) Vedi nei cronisti e in specie in GRAZIANI (Cron., pag. 146) notizia delle lettere
spedite da Cola di Rienzi per annunciare a Perugia le sorti della repubblica da lui
fondata. :

(4) Le idee politiche del Bartolo furono da lui svolte non pure in piü luoghi
delle sue opere di gius romano, ma anco e piü nei Trattati, specialmente in quelli del
240 O. SCALVANTI

nel De regimine civitatis (S 6) si propone l' indagine sul melior
modus regendi; e dimostra che uno studio siffatto interessa i
giuristi, come quelli che son spesso chiamati a consulto sulla ri-
forma delle città. Egli dice poi che glimperi sono di tre sorta;
la prima si compone degli stati che sono in primo gradu magni-
tudinis; la seconda è degli stati che sono in secundo gradu; e la
terza comprende quelli che sono nel grado più eccelso di gran-
dezza ; e per grandezza egli intende significare l'ampiezza de-
gli stati. Dice che alla maxima civitas ossia al più vasto im-
pero conviene il principato; agl’ imperi men vasti la forma aristo-
cratica, e ai più piccoli, ossia quelli che sono in primo gradu
magnitudinis spetta la forma popolare, e il grande pensatore ad-
duce buone ragioni a sostegno della sua teorica. Ma quel che è
sommamente notevole è lo spirito democratico, col quale ra-
giona di queste tre forme di pubblico regime. Anche parlando
del principato egli è sinceramente democratico (1). Ammette che
la podestà al monarca venga mediate aut immediate a Deo ; ma
con l’usata sottigliezza osserva che questa derivazione divina si
ha anco e più colla forma elettiva che colla ereditaria, perchè il Re
è scelto ab electoribus, inspirante Deo. E applicando agli elettori
ciò che sta scritto pei Re, il cui spirito è nelle mani di Dio, sog-
giunge — Cor enim eligentium in manu Dei est, et ubi voluerit,
inclinabit illud —. Così conciliato il principio elettivo colla deri-
vazione dell’autorità da Dio, si affretta. alla conclusione, della
quale sembra fiero e orgoglioso. — Et ex eo nota, quod regimen
quod est per electionem est magis divinum quam illud quod est
per successionem (S 23). Gli stessi intendimenti democratici si
mostrano nell'apprezzare il governo aristocratico conveniente alle
Città che si trovano in secundo gradu magnitudinis (2). Queste

— De regimine civitatis, De Tyrannia, De Guelphis Gebellinis, De jurisditione e De
represaliis. E noi terremo parola di questi Trattati quante volte ce ne sarà data occa-
sione dalle cose espresse nel testo. :

(1) Tertio videndum est de gente vel populo maxime qui est in tertio gradu
magnitudinis; hoc autem fere posset contingere in civitate una per se sed si esset
civitas quae multum aliis civitatibus et provinciis dominaretur, huic genti bonum est
regi per unum. S 22.

(2) Secundo est videndum de gente seu populo majori et in secundo gradu ma-
gnitudinis; tune istis non expedit regi per unum regem, per rationes supra di-
ctas; nec expedit regi per multitudinem; esset enim valde difficile et.periculosum tantam
multitudinem congregari. s 20,
CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 941

Città debbono reggersi per paucos, hoc est per divites et bonos
homines. E qui cita due esempi, che fanno fede della sua pe-
netrazione, e cioè Venezia e Firenze, la prima retta veramente
a forma aristocratica, la seconda a forma popolare (1). Infatti nel
tempo, in cui Bartolo scriveva questo trattato, e fu dopo il 1355,
Firenze, cacciato il Duca il Atene, e per poco tornata in fiore la
parte dei nobili, erasi abbandonata al popolare governo, il quale
in breve tempo e cioè nel 1378 giunse al suo apogeo col reggi-
mento dei Ciompi. Il Bartolo disapprovava per Firenze cotesta
forma di governo, preferendole una forma che si avvicinasse a
quella della Repubblica veneta; e in ciò dava indizio di alto av-
vedimento politico. Infatti due secoli dopo, il sommo Giannotti
nel proporre la riforma della fiorentina repubblica, volle fosse
di un regime assai temperato. Ma il Bartolo non vuole essere fra-
inteso, e che per governo di pochi s’ intenda un governo ristretto ;
e ama spiegare il suo pensiero sempre democratico in questa
forma — Nam licet dicantur regi per paucos, dico quod pauci
sunt respectu multitudinis civitatum, sed multi, quia per illos regi
multitudo non dedignatur —. Però la profonda ed intima soddisfa-
zione dell'animo suo esprime nel parlare delle città, che trovansie
nel primo grado, e alle quali conviene il regimen ad popolum.
Esamina i pregi di questa forma di pubblico reggimento, e con
orgoglio allega l'esempio di Perugia — Hoc etiam experimur in
civitate Perusiae, quae isto iure regitur in pace, et unitate crescit
et floret —. E per ciò che si riferisce alla pace non sappiamo se
il grande giurista potesse dirlo, quando da poco la sua cara patria
si era trovata in serii disordini per la congiura de’ Vincioli nel
1351, per le lotte accanite tra Guelfi e Ghibellini, e per i com-
plotti dei fuorusciti del 1353. Ad ogni modo egli afferma — quod
magis Dei quam hominum regimen est — e con cura ci informa
di averne parlato in Pisa (essendo ambasciatore della Repubblica
perugina) coll’Imperatore Carlo IV, e che — hune regendi mo-
dum dietus lllus. Imperator, cum apud eum essem, maxime com-

-

(1) Né poco onore é da fare al Bartolo de' suoi pensieri politici, imperocché, oc-
cupatissimo negli studi della ragion civile, non aveva modo di coltivare la mente nelle
severe discipline del pubblico diritto, di cui non conobbe che pochi autori all'infuori
di Egidio Colonna. Infatti quanto egli cita di Aristotele, a noi sembra: dimostri non
essere egli risalito spesso alla fonte, ma averlo tratto dalle opere di altri scrittori,
rJ

242 O, SCALVANTI

mendavit —. Ecco in qual modo il Bartolo, di spirito democratico,
‘apprezzava le varie forme di governo, e pregiava altamente quella

della sua Perugia.

Il lettore vorrà scusarci di questa digressione, ma ci è parso
che l'autorità del Bartolo, il quale attingeva i suoi giudizi allo
spirito democratico ed agli ordini della sua città, avesse molto
valore per conchiudere su tutto quello, che ci ha occupato nel

primo Capitolo del nostro lavoro.
CAPO II.
Dello spirito religioso dei perugini.

S 19. Uno dei fattori del perugino governo lo abbiamo veduto,

e cioè il fattore politico, derivante dalle aspirazioni e tendenze

del nostro popolo, e abbiamo veduto che questo fattore politico
presenta il carattere di schietta democrazia. Vediamo ora del fat-
lore psicologico, e in specie del sentimento religioso, per verifi-
care quanta parte dello spirito popolare questo sentimento occu-
4pava, e se esso era in tal guisa percepito da rendere oscuro e
oscillante il concetto della distinzione delle due podestà civile e
religiosa.

Noi possiamo a questo proposito anticipare una considera-
zione, ed è che nessun popolo ebbe più del perugino il senso
della distinzione fra i due poteri. Vedremo a suo tempo come ab-
bia uguagliato in ciò la stessa Repubblica veneta, che pure e
giustamente i politici nostri citarono sempre a modello in questa
maleria.

I perugini compresero, sentirono, vollero la separazione delle
due autorità; ma per il loro spirito profondamente e attivamente
religioso cercarono manienersi in eccellenti rapporti colla podestà
ecclesiastica.

S 16. Che religioso fosse lo spirito dei perugini, le istorie e le
leggi ampiamente dimostrano, e tale spirito si conserva nei secoli
XIII, XIV, XV e XVI, oggetto del nostro studio. Anzitutto è da
notare il culto fervoroso che essi ebbero per S. Ercolano, il cui
martirio segnava, del resto, una nota patrioltica, una data me-
morabile per la liberlà di Perugia così accanilamente e invano
CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 243

difesa. Per cui nella festa del Santo si celebravano molti atti di
indole politica, quali, ad esempio, le recognizioni signorili delle ,
città soltomesse, che in quel giorno solenne inviavano i palli
d’oro al santo patrono della città (1). Era in giorni di festività
che si liberava un numero di carcerati; e tali scarcerazioni, si
legge negli Statuti, si facevano amore Dei, e purchè non si trat-
tasse di gravi reati, tra i quali noveravasi la maledizione o la be-
stemmia scagliata contro Dio e la Vergine (2). Così pure era vie-
tato di lavorare dalla vigilia della festa di S. Ercolano sino a tre -
giorni dopo contro pena di X libbre di danari. E chi avesse de-
nunziato i contravventori conseguiva medietatem banni (3). Anco
nelle materie criminali, che piü si stimavano gravi (come ad es. il
danno dato) si avevano giorni di festività, nei quali non si poteva
procedere (4). Ed erano frequenti le occasioni, in cui il Comune
deliberava di sovvenire i conventi (5). Né fa quindi meraviglia
che i perugini di gran cuore si unissero agli altri popoli per con-
durre la guerra contro i Turchi nel 1344, nè che in ogni occa-
sione si dessero a fare le più ampie proteste di venerazione re-
ligiosa. Così lo statuto descrive lungamente e con certa enfasi
retorica le feste chiesastiche, e discute delle precedenze da os-
servarsi nelle processioni, delle luminarie ed altre cerimonie ap-
partenenti al culto esterno (6). Le stesse Corporazioni di arti e
mestieri, organo principalissimo di governo, erano penetrate di
questo spirito religioso. Lo che si rileva non solo dalla intitola-

(1) Tale cerimonia fu per la prima volta con inusitata solennità compiuta nel
1374 (PELLINI, Storia, Vol. I, pag. 407).

(2) Stat. Rub. 187. — Si scarceravano 5 prigionieri nel Venerdì Santo, 2 nella
festività del Natale, 2 nella festa di S. Ercolano, 2 pel Corpus Domini e 2 donne per
ciascuna delle feste della Vergine. — « Salvo quod nullus vel nulla condemnatus vel
condemnata, detentus vel detenta in:carcere pro homicidio, percussione in facie cum
signo cicatrice, membro debilitato, pace facta, robbaria strate publice, et. falsitate et
prodictione et sodomia et pro maledictione et vlasfematione Dei et Beate Virginis
Marie, possint occasione predicta de carcere relaxari ».

(3) Stat. per., Rub. 92.

(4) Possit etiam dictus major sindicus et officialis cognoscere procedere et diffinire
de'quolibet damno diebus feriatis et non feriatis, et, etiam solemnibus ad honorem
Dei, et etiam diebus veneris, et possit inquirere et procedere tempore supradicto: de
quolibet damno dato exceptis diebus Pascalibus, Dominicis et festivitatibus sancte
Marie de mense Martii et Augusti et festivitatibus sanctorum Herculani, Laurentii et
Constantii (Stat. per., Rub. 22, Vol. I). x

(5) Vedi fra gli altri esempi quello addotto dagli Stat. per., Lib. 1, Rub. 307,
(6) Lib. 1, Rub. 92, 93. \
244 O. SCALVANTI

zione degli atti (1), ma altresi da molte delle loro. disposizioni,
come ad es. l'obbligo imposto agli artefici di fare osservare ai
discepoli le festività (2). Ma negli stessi fini umanitarî, che le
Corporazioni si proponevano non é da vedere la diretta influenza
dei principi del cristianesimo (3)?

E si comprende che questa osservanza del culto doveva
riflettersi anco sulla legislazione del popolo perugino, trasci-
nandolo talvolta. all’ intolleranza, che però non raggiunse mai
quel grado di ferocia che si osserva in altri statuti. Pur tuttavia
nello stesso giuramento del Podestà, che si legge nello Statuto
del 1279, e che si trova riprodotto con poche varianti nelle più
recenti collezioni, occorre una espressione che è frutto di intolle-
ranza religiosa (4), e che riguarda gli eretici, i quali debbono
essere espulsi e i loro beni confiscati. Se non che un’ osservazione
subito corre alla mente, ed è, che se il potere civile si armava

di questi fulmini contro gli eretici, ciò significa che la podestà

religiosa non possedeva il braccio secolare per punirli. E relati-
vamente ai tempi e alle particolari condizioni di Perugia non è
senza importanza notarlo (5).

(1) Vedi Matricola Arte delli Spadari in FAB., Doc., pag. 32; della quale ecco il
principio. — Im nomine Patris et Filii et Spiritus, amen. Ad honorem ét reverentiam
omnipotentis Dei et gloriose virginis Marie matris eius et beatorum Apostolorum Petri
et Pauli et gloriosorum martyrum Laurentii, Herculani atque Constantii ecc. — Vedi
anche la Rub. — Qualiter honoretur. -- Per le Corporazioni di arti in genere e per il loro
spirito religioso, vedi PERTILE, Storia del diritto it., Vol. II. E memoria poi di arti, le quali

‘ elessero il Pontefice a Capitano con facoltà di deputare altra persona, come in Orvieto,
ove fu eletto a Capitano Bonifacio VIII.

(2) Arte degli Spadari. — Quilibet dicte artis teneatur custodire et custodiet et
custodiri faciat a suis discipulis omnes et singulas festivitates beate Marie Virginis
et beatorum apostolorum et Evangelistorum et Pascatum ecc. — (Vedi per le Arti di
altre città d'Italia, PERTILE, II, pag. 194).

(3) Nello statuto Bresciano per gli Scarpellini si legge: Cap. 12. Ancora. fo prexo
per salute dele anime de tutti nui del’ arte et de? nostri defunti fradelli, che ogni mese
el se debia far dir una messa; et cadaun sia tegnudo de vegnir et pagar soldi 1 per
ciascun, acio se possi sovegnir i poveri del nostro mestier. — Lo Statuto dei pittori
di Cremona (1470) ordinava — quod nemo presumat facere et vendere picturas inho-
nestas. Lo stesso conteneva lo statuto di Siena (Archivio stor. ital., 1860, 1, 90).

(4) Stat. perug., Rub 3, Vol. I — Hereticos contra fidem catholicam errantes
nisi parati fuerint ad fidem redire de civitate et comitatu expellemus et cuneta eorum
bona communi Perusie publicabimus. (Vedi anche lo Stat. del 1279 in FAB., Doc. I).

(5) Vedi per le leggi riguardanti gli Ebrei Doc. FABRETTI, Vol. II, pag. 98. —
Queste leggi furono dapprincipio durissime, ma il loro rigore venne mitigandosi in
appresso, non già per spirito di tolleranza, ma pel bisogno che aveva il Comune di
attingere di sovente alle ricchezze degli Ebrei. Fu allora che si concedettero loro dei

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CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 245

Influi poi questo spirito religioso nel fare introdurre alcune
leggi, fra le quali le leggi per la repressione della bestemmia,
del lusso (1), del mal costume di turbare le cerimonie sacre (2)

e va dicendo. La storia di Perugia inoltre ci narra, che grande
era l'autorità degli uomini di santa vita per migliorare i costumi
dei cittadini; e n'è esempio solennissimo l'effetto che ebbe la

privilegi insigni, come quello della cittadinanza (a. 1381), perché spesso si aveva loro
ricorso o per i bisogni della guerra (a. 1384 e 1416) o per sopperire alle paghe delle
milizie assoldate (a. 1386) o per mantenere l’abbondanza delle vettovaglie (a. 1389) ecc.
Nel 1462 furono revocate le concessioni fatte agli Ebrei con deliberazione del 4 aprile
che pronunciò — Capitulorum et concessionum hebreorum cassatio — sotto 1° impulso
delle prediche di Fra Michele da Milano, che aveva fulminato Iudeorum pravas U-
suras. È curioso però che i perugini contraessero poi cogli Ebrei un prestito di due

. mila fiorini — per la speditione della pia e santa opera tanto dal popolo desiderata

del Monte di Pietà — e che ad ottenere il la obsta pontificio andasse, con altri, am-
basciatore al Papa un abbate perugino (Az. Decem., 1462, carte 39, 46, 50). Del resto
questa dei Monti di Pietà fu istituzione opportuna, e se degenerarono presto, secondo
la frase usata dai Domenicani, in Montes impietatis, ciò non deve attribuirsi ai primi
istitutori dell’ Ordine francescano e molto meno al Cattolicismo, come ha mostrato di
credere un moderno economista. Chè se é vero, che nella protestante Inghilterra son
sorte le prime Associazioni Cooperative nel bel mezzo del secolo XIX, è pur vero che
i semi di queste Associazioni si ebbero col Cattolicismo mercé le Corporazioni di arti
e mestieri, e che ad ogni modo é argomento di orgoglio pei cattolici 1° aver fondato
quattro secoli prima i Monti di Pietà, senza dei quali i miseri si sarebbero trovati a
mal partito nellé urgenti loro necessità. Per vedere le umane ed eque disposizioni dei
Monti di Pietà, leggansi i Capitoli del più antico di essi che è il Monte di Pietà peru-
gino, nel nostro scritto — I! Mons pietatis di Perugia — 1892.

(1) Le leggi suntuarie furono dapprincipio di straordinario rigore, e leggendo gli
Statuti (Rub. 27, Lib. I), si scorge a primo aspetto la influenza. della Chiesa; in un pe-
riodo successivo divennero piü miti, forse perché, come nota lo Statuto — hominum
vanitas nulla lege potest coherceri —.

(2) È curiosa assai la Rub. 39 degli Statuti per., vol. I — Item statuimus quod
in aliqua Ecclesia vel claustro . . .. nullus juvenis etatis a XV annis usqué ad XL
possit residentiam facere seu ad vaghegiandum permanere . . . et ubi non esset platea
seu claustrum stare non possit ad predieta in aliqua via prope ecclesiam ad. decem
passus... +. dummodo non stent in parte Ecclesie in qua stant mulieres ecc. — Un
saggio della influenza della Chiesa nelle leggi può vedersi nella Rub. 86 del Lib. III
degli statuti, circa la seduzione e il ratto di una monaca, e la Rub. 87 sull'ingiurie
ad una donna, che si rechi ad indulgentias. Nemmeno può sfuggire all’ attenzione
dello studioso il linguaggio adoperato dal legisla'ore per reprimere usurariam Pravi-
tatem, que fontem charitatis desiccat, il qual vizio deve essere combattuto non solo
per gli umani, ma anco pei divini precetti. L'impronta di queste leggi ricorda quella
dei Capitolari di Carlo Magno; e come il savio principe nel Cap. di Aquisgrana del-
1° 802 al s 27 inculca il dovere dell? ospitalità allegando le parole di Cristo — qui su-
scepit umum parvulum propter me, me suscipit; e poco oltre comminando le pene per
gli omicidi, esce in queste parole — Homicidia, pro quibus multitudo perit. populi
christiani, vetare manmdamus, quia ipse Dominus odia et inimicitias suis fidelibus con-
tradiait, multo agis homicidia —, così lo Stat. per. a reprimere l' usura pone in
fronte alla legge queste parole — scriptum. est quod non habitat in tabernaculo dei
qui pecunias mutuat ad usuras, e conchiude — Jdeo saluti animartmn providere cu-
pientes hac Deo amabili sancimus — (Lib. II, Rub, 215).
246 O. SCALVANTI

predicazione di fra. Bernardino da Siena, che fu in Perugia nel

1425. Egli fulminò colla sua eloquenza il lusso soverchio delle

gentildonne, e i cronisti ci narrano — che piacque tanto il suo
dire, che le donne in termine di 15 giorni gli mandarono li balzi
a S. Francesco, e gl’ uomini li tavolieri, dadi e carte ; e nel mese
di ottobre fece abrugiare ogni cosa in piazza fra la fonte e il ve-
scovado — (1). E tale fu la venerazione per quel frate, che i
Priori fecero un bando per comandare, che al momento delle
prediche di lui, stessero le botteghe chiuse nè alcun lavoro si fa-
cesse, e che nessuno potesse esser preso o imprigionato (2). Altro
esempio simile si ebbe nel 1462, quando per la predicazione di
fra Michele da Milano contro l usura fu istituito il Monte di
pietà (3). Ed è sempre per l’operoso spirito di religione, che,
come ci narrano i cronisti, i Perugini furono così solleciti del de-
coro dei templi, talché il vescovo non falliva mai allo scopo quando
adunava intorno a sè i cittadini per tale bisogna (4).

L'influenza del sentimento religioso è poi evidentissima nella
beneficenza pubblica, per la qual cosa stimiamo che opera di quel
sentimento sia stata la ricchezza de’ nostri istituti di carità (5).

S 17. Ma non poteva però questo spirito religioso aver degene-
rato in fanatismo, che spenge ogni rettitudine di senso morale e
patriottico, e che è frutto di ignoranza e di superstizione? Per fare
un equo giudizio di ciò bisogna anzitutto riferirsi ai tempi, e al-
lora non ci meraviglierà il fatto del Santo anello, involato a quei
di Siena, e che nondimeno i perugini vollero ritenere, mentre il
debito loro consisteva semplicemente nel restituirlo a chi era stato
Jurato, come ben dicono i cronisti (6). Ma fatta ragione dei tempi

(1) Cronache de E pag. 6.

(2) Idem, pag.

(3) Vedi il csi n dal titolo — Il Mons pietatis di Perugia con eie
notizia sul Monte di Gubbio — Perugia 1892.

(4) Cronaca de? VEGHI, pag. 6.

(5) Stat. per., Rub. 373, Libro I. — In primis cum omne donum perfectum de
sursum sit descendens.a patre luminum, sicque ipse solus salvet. et protegat statum
pacificum civitatis et commune et populum perusinum, ut reverentia sieut congruit,
habeatur presenti cap. duximus statuendum ut in perpetuum in fesio decolationis
glorios. mart. Herc. fiat annua elimosina ecc. — I Priori davano pure in quel giorno
un pranzo a 33 poveri della città.

(6) L'anello, che s tiene essere stato della beata Vergine Mar id, dice il VEGHI,
fu portato in Perugia da un frate di S. Francesco nel 1473, che Jo aveva involato dalla
chiesa di S. Mustiola in quel di Siena.

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CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 247

noi possiamo scoprire un’ altra nota psicologica del carattere dei
perugini, quella cioè di avere avuto della religione un concetto
alto, sereno, profondo. E si avrebbe agio di dimostrarlo citando
fatti di incredulità verso delle veggenti, che si spacciavano per
ispirate e sante, ed altri ancora, che stanno a dimostrare la se-
rielà di quei sentimenti (1).

Intanto osserviamo, che non sono poche le leggi, le quali
mirano a contenere entro certi limiti il lustro delle pubbliche ce-
rimonie (2). Ma altre leggi sono vie maggiormente degne di nota,
come quelle che esprimono le qualità di un popolo civile. Gravi
spese si incontravano per le esequie funebri, e molti non lodevoli
costumi si erano in tali occasioni introdotti. Il provvido legisla-
tore pon mano a savie disposizioni; e vieta, ad esempio, che il
corteggio funebre sia composto di un numero eccessivo di sacer-
doti, proibisce i elamori, gli urli che in quelle contingenze si le-
vavano, e i banchetti mostruosi che si facevano (3). Collb stesso
intendimento di tenere alto il prestigio delle religiose solennità
si vieta di tripudiare ne’ giorni di festa (4). Ora il saggio che ab-

(1) Cronaca del MATARAZZO, pag. 5 e 6. E il fatto di suor Colomba che nel 1488, per

quanto transisse liberamente e parlasse e predisse (sic) e revelasse le cose molto coperte,
‘non già per questo ogni homo ce aveva fede; e li frati de l'ordine di S. Francesco in

questa avevano poca fede. — Ma altri di questi fatti e di questi giudizi si incontrano
nelle cronache del tempo. E non ci sembra poi strano Paffermare, che al retto spirito
di religione molto dovesse contribuire 1’ ordine del serafico santo d' Assisi, così vene-
rato nell? Umbria e cosi degno di tanta venerazione.

(2) Volumus et ordinamus quod omnes artifices qui debent accedere cum eorum
artibus cum luminariis ad ecclesiam beati Herculani, accedant in vigilia dicte festivi-
tatis... Et quia irrefrenata voluntas viventium. semper desiderat in festivitatibus
residere in grave damnum et preiudicium ipsorum et reipublice perusine, et ad obvian-
dum et parcendum immoderatis sumptibus et expensis ecc. (Rub. 92, Stat. per. Lib. 1).

(3) Stat. perug., Rub. 45, Lib. I. — Quia scriptum est quod afflicto afflictio non ad-
datur, et consanguinei mortuorum morte ipsorum non modicum aftliguntur ne alio expen-
sarum immoderatarum et inutilium opprimantur; ordinamus quod pro nullo corpore
mortuorum quod contingerit ad modo sepelliri apud ecclesiam ecc. quisquis aüdeat vel
presumat vocare invitare aliquem alium de alia religione vel ordine alterius nisi tan-
tum illos apud quorum ecclesiam corpus debet tumulari; nee etiam aliquem alium
clerieum secularem nisi esset clericus sue parochie cum uno sotio tantum. — Successi-
vamente lo. statuto proibisce gli strani clamori, che si facevano nelle esequie (Rub.
47); vieta le.radunate dinanzi alle case dei morti, e per radunata s'intende raccolta
di oltre 10 persone; e vieta poi il lusso delle vesti da lutto — sumptus immode-
ratos evitare volentes — (Rub. 49). E pure proibito a estranei banchettare. nelle case
dei morti (Rub. 52).

(4) Stat. perug., Rub. 92, Vol. I — Statuimus ordinamus quod decetero nulla so-
cietas vel aliquis alius possit nec debeat tripudiare seu festum facere pro festivitate
sancti Herculani ecc. — E ciò

anche — ob obviandum et parcendum immoderatis

—————————— P

DC Rd
248 O. SCALVANTI

- biamo dato di questa legislazione dimostra chiaramente che lo

spirito religioso dei perugini non viziavano cieco fanalismo o igno-
rante superstizione; ma anzi si manteneva serio, sereno come si
addice a popolo civile. Le conseguenze di ciò le vedremo subito
nel savio equilibrio della coscienza pubblica, che pure inchinevole
all'osservanza del culto, sapeva apprezzare ciò che è prerogativa
del solo magistero civile.

S 18. Voi potete agli esempi di religiosità da noi addotti aggiun- I
gerne altri infiniti, ma vi troverete sempre dinanzi a questo feno-
meno esprimente la legge d’ equilibrio, di cui ho accennato; il
fenomeno cioè della sicura percezione di quello che è dovuto al
ministero sacerdotale e di ciò che è appartenenza di ufficio civile.
I punti di contatto sono frequenti, e perciò facile è il valicare
oltre i confini; ma ciò non avviene presso il popolo di Perugia.
Il comune, è ben vero, manda i suoi ufficiali alle religiose -ceri-
monie ; perchè secondo il concetto suo lo stato doveva essere con-
fessionista ed avere una fede propria; ma non per questo si con-
fondono le cerimonie civili colle religiose. Certi uffici di pietà, di
protezione, di aiuto parevano convenire meglio ai sacerdoti che
ai laici; ma poichè non erano di essenza loro alti religiosi, così
noi li vediamo altribuiti a funzionari civili. Sarà la parola infuo- ;
cata di un ecclesiastico, che indurrà il magistrato a creare un'isti-
tuzione di carattere umanitario ; ma l' istituzione sarà opera del
magistrato civile, e in Perugia non si confonderà il sentimento
che può avere ispirato un provvedimento colla podestà di formu-
larlo e di deliberarlo, che appartiene intera al magistrato. E valga
il vero. :

Quale maggiore cerimonia della consegna dei Gonfaloni? E
noto come i Gonfalonieri in Perugia costituissero un ufficio im-

portante, avessero sigilli colle proprie insegne e fossero i capi
delle 15 regioni della città. Sotto il loro vessillo, in caso di tu-
multo, dovevano raccogliersi 1 cittadini. Ebbene, i cronisti e lo
statuto ci narrano distesamente la solenne cerimonia, colla quale Y
si consegnavano questi vessilli ai Gonfalonieri e che era di tale

sumptibus et expensis. — Nella Rub. 165, Stat. Lib. I, si indica il modo e la spesa delle 1
luminarie che si facevano nella festa degli Innocenti per gli Ospedali della città. — (Vedi |
anche la Rub. 92, ove si regola la costituzione delle Società rionali per onorare la

‘festa di S. Ercolano),
der -

CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 249

importanza che — illo die quo dantur gonfalones nemo pro de-
lietis privatis possit capi post primum sonum campane que pulsa-
tur pro goufaloneriis congregandis el per totum illum diem (1). —
Essa aveva luogo sulle gradinate della Chiesa di S. Lorenzo, ma
non è traccia di intervento da parte dell'autorità religiosa; era dun-
que una cerimonia strettamente civile (2).

E che più rispondente al ministero sacerdotale, che eser-
citare uffici di pietà, di protezione, di aiuto? Eppure mentre ab-
biam visto che si sceglievano giorni di festa per la liberazione dei
carcerati, lo statuto ci dice, che a ciò erano deputati due laici (3).

Ed è ai Priori, che debbono dirigere i cittadini le doglianze
per sofferte ingiustizie, ed è a loro che lo statuto affida il magi-
stero di pace per sedare le discordie fra i vari officiali della città;
a loro in certi casi e in generale alla grande assemblea appar-
tiene il diritto di grazia (4). Che più? Mentre nelle Opere Pie, come
vedemmo, si ammetteva il concorso dei religiosi, pure il Comune
teneva gelosamente a sè la direzione di quegl’importanti istituti.
È notevole a questo proposito l'associazione delle due idee, cioè
l’idea religiosa e l’idea civile, rispetto al governo di un ospedale.
Si prescrivono delle luminarie nella festa degl’ Innocenti, e si dice

(1) Stat. perug. Lib. I, Rub. 474. :

(2) Pronunziava, dice lo Statuto, una Xonorabilis diceria uno dei Priori; poi i
vecchi gonfalonieri facevano la consegna dei vessilli. — Deinde dicti D. priores
vel unus ex eis singulatim recepto sacramento cum osculo pacis qui bene et legaliter
et recto zelu suum officium facient, debeant tradere et assignare gonfaloneriis novis
ecc. (Rub. 474 Stat. Lib. I).

(3) Stat. perug. Lib. i, Rub. 187. In esso si dispone che dai priori (7 almeno in
concordia) e dai camerari (30 presenti e 20 per lo meno in concordia) si eleggano due
buoni uomini di 6 mesi in 6 mesi e un Notaro che li assista, i quali. — habeant po-
testatem et bailiam ad excarcerandum captivos dé carceribus comunis —' secondo
il numero e le condizioni espresse altrove.

(4 Erano assegnati il lunedì e venerdi di ciascuna settimana dalla mattina fino
a sera per ricevere — petitiones volentium ab eis aliquod juridicum petere et petitiones
in scriptis recipiant — (Stat. perug. Lib. I). — Teneantur priores reconciliare ad pacem,
et concordiam reducere dominum potestatem et capitaneum et alios officiales comunis
perusie si (quod absit) occurrerint discordie inter eos, et etiam inter artes et artifices
— (Stat. perug. Lib. I. — I Priori, ove un colpevole avesse riparato interamente al
fallo, potevano graziarlo in tutta od in parte della pena (Stat. perug. eod. loc.). Però
questo diritto di grazia doveva intendersi accordato per pene lievi, perché tale diritto
spettava per statuto al Consiglio generale — Potestas nec capitaneus possit exhibere
de carcere, nec etiam rebannire aliquem qui esset condemnatus et exbasnitus nec de
libris communis aliquem facere cancellari qui esset, positus in banno pro furto, homi-
cidio, robaria, incendio seu aliquo maleficio nisi provisum fuerit per adunantiam ge-
neralem populi perusini.

17
50 O. SCADVANTI

— Itaque cera et facule costus et valoris predicti dicto hospilali
offerantur ad honorem et laudem Dei et beate Virginis, et in
signum et commemorationem quod dietum hospitale sit sub pro-
tectione et defensione communis Perusie, nequis contra ipsum quie-
quid imposterum audeat attentare (Rub. 165, St. per. lib. 1). —
Non si pone dunque l'Opera Pia sotto l'usbergo dell'autorità re-
ligiosa, perchè quella civile è forte abbastanza e cosciente di sé
e de'suoi diritti per esercitare la sua tutela sull'istituto. Anche
il Monte Pio, sebbene alla sua costituzione dessero motivo le pre-
diche di fra Michele da Milano contro le usure degli Ebrei, pure
fu opera del Magistrato, mentre in altre. città, come Assisi, vi
ebbero parte diretta ed officiale degli ecclesiastici (1).

S 19. Ma qual prova migliore dello spirito illuminato dei pe-
rugini, che la fondazione e l’incremento che seppero dare alla
loro Università, che Alberigo Gentile poneva insieme agli Studi
di Bologna e di Padova chiamandoli — £ria lumina orbis ter-
rae? (2). Sorta nel volgere del secolo XI (3), nel XIII è oggetto
di deliberazioni, tuttora esistenti, del comune di Perugia, e sui
primi del XIV è già così fiorente, che Papi e Imperatori le ac-
cordano insigni privilegi. Fu lo Studio di Perugia uno de’ primi
fari di civiltà, che irradiò fuori della nostra patria una gran luce
di scienza, non solo nelle discipline giuridiche, ma anco in quelle
della medicina, della matematica e delle lettere. E tale fu l’affetto
che ebbero i perugini per il loro Studio, che non cessarono mai di
procurarne l'ingrandimento e il decoro. Già fin dal 1276 si -deli-
berava di mandare messi nelle vicine e remote città perchè -vi
diffondessero la fama di quel centro di studi. E noi potremmo
dimostrare coi Trattati politici alla mano, che anco ne’ più gravi
frangenti della patria, fra i Capitoli di pace o di alleanza ve n'era
sempre uno, che riguardava l'integrità dello Studio (4). Ma noi

(1) Fra Fortunato Coppoli e fra Barnaba Manassei fecero i Capitoli e nominarono
perfino i primi massari e tesorieri (It Mons pietatis di Perugia, 1892).

(2) De jure belli, Lib. I, cap: IIT.

(3) È Mastro ANGELO da Camerino, che nel Libro — De regimine reservativo @
peste — afferma che lo Studio di Perugia esisteva fino dal 1063.

(4) Vedi i Capitoli delP aecordo per la signoria del Duca di Milano nel 1400, ove
si legge che il Principe obbligavasi à mantenere lo Studio assegnandogli 2000 fiorini
allanno. Lo stesso patto si incontra nel trattato colla Chiesa del 1403, e in quello col

LÁ uif 7

Na” a”

CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 951

non abbiamo duopo di riferirei a cotali documenti, chè basta leg-
gere lo statuto per convincersi della importanza che i perugini.
annettevano al loro Ateneo. Prendasi lo statuto del 1905 volga-
rizzato nel 1322, e si veda come il Potestà nel suo giuramento
promettesse solennemente « lo Studio de la città de Peroscia man-
tenere e accrescere per possa, e gl'ordinamenti sopre lo Studio
facte overo ei qualgle se feronno oservare e mantenere » (1).
E nelle pubbliche cerimonie troviamo che, fatto il primo luogo al
clero, imperocchè fossero cerimonie religiose, si ponevano, tosto
il dominus rector Scolarium et. Universitatis et doctores studii
perusini cum universitate scholarium dicti studit, e dopo di essi
venivano il Podestà, il Capitano del popolo, i Priori, e quindi
le arti (2). E di quali e insigni privilegi non fecero oggetto il loro
Ateneo e chi vi era ascritto! I perugini, che tennero così alto il
concetto della ezezlitas o cittadinanza, disposero, che chi aveva
insegnato in qualche scienza o facoltà per 15 anni di continuo si
dovesse parificare ai cittadini originari (3). Ed ora si esonera
con provvido consiglio l'Ateneo dalle imposte, ora si accordano
privilegi agli scolari e ai professori (4), ora si provvede all’ ordi-

Re Ladislao del 1408 (Vedi PELLINI, pag. 118, 138 e 168 del Vol. II).'Un riservo per la
conservazione dello Studio si trova anche nei Cap. con Urbano VI del1379 (Vedi Leg.
in Vol. XVI, Arch. Stor. ital., pag. 627).

(1) Questa parte della formula del giuramento contenuto nello Statuto ‘del 1305
e probabilmente anche in quello del 1279 (che siamo stati dolentissimi di non poter
consultare, attese le ragioni espresse nella Nota al $ 3) é indizio, che la Università esi-
steva giuridicamente assai prima della Bolla di Clemente V del 1307, Secondo noi dunque .
ha torto il BONAINI (Pref., pag. LXXXVI) quando mostra di ritenere che lo Studio
non avesse esistenza regolare fino al secolo XIV; perché noi vediamo che lo. Statuto
del:1305, e fors' anco quelli stati prima, parlano degli ordinamenti dello Studio. E se
al cominciare del secolo XIV la conservazione dell’ Ateneo premeva ai ‘Perugini per
modo da farne oggetto del giuramento del Podestà, e da collocarla quasi nel principio
della formula generale e subito dopo aver parlato della pace wnitade e buono stato
del-comune, noi logicamente dobbiamo ritenere che lo Studio fosse sorto e con leggi
ordinato assai più innanzi dello stesso anno 1279, poiché nello spazio di quattro lustri
esso non avrebbe potuto pervenire a così alto grado di rinomanza. Nelle successive
riformagioni la formula relativa allo Studio fu scrupolosamente conservata — Stat.
perug. Lib. Ij Rub. 3 — Et studium in civitate Perusie manutenere et augumeritare
pro posse: et ordinamenta super studio faeta vel que fient observare et manutenere —.

(2) Stat. perug. Lib. I, Rub. 92. « 5
(3) Qui... . probarent docuisse in aliqua scientia vel facultate per spacium XV
annorum continue .. .. sint et esse debeant ex nune cives originarii perusini. (Stat.

perug. Rub. 139, Lib. I).
(4) Stat. perug. Rub. 176 — Ad decorem Studi perusini et securitatem doctorum et
quorumcunique scolarium intendentes; et quum juri sit consonum duximus statuendum
252 O. SCALVANTI

namento dello Studio, e si stabilisce che i professori possano es-
sere inviati nelle ambascerie (1), ed ora a conseguire il più grande
incremento dell'istituto gli si concede un'ampia autonomia, ed ora
infine si conferisce ai professori, ai sapientibus juris, l ufficio di
consulenti di stato (2).

E noi saremmo ben lieti di poter riferire qui per intero
le disposizioni dello statuto su questa materia, ma in parte la
lunghezza del testo e in parte il bisogno che avremo di allegarlo
in altra parte di questi nostri studî, ci inducono a tralasciarne
.per ora la fedele riproduzione (3).

Ma il fin qui detto basterà a farci comprendere, come, recan-
dosi nel 1355 un'ambasceria a Carlo IV in Pisa, i perugini otte-
nessero anche dall’ Imperatore due Bolle in protezione della loro
Università (4). Anzi, dopo avere esaminato quei diplomi, ci siamo
formati la persuasione, che quella speciale ambasceria, oltre il
fine di rendere ossequio all’ Imperatore, ebbe quello di otte-
nere per l'Ateneo di Perugia i privilegi, che ad altre Univer-

quod nullus doctor vel scolaris qui venisset ad legendum in aliqua scientia vel facul-
tate vel ad studendum . . .. possit vel debeat in civitate vel comitatu Perusie vel ejus
territorio vel districtu pro aliquibus represaliis seu licentiis concessis vel concedendis
imposterum in dicta civitate ad alicuius instantiam contra aliquam communitatem
corpus collegium vel universitatem quovis jure causa modo seu forma. vel quovis ar-
bitrio. concesse sint seu in futurum concedantur; nec aliqua arestatio, detentio noxia

fieri directe vel indirecte predictorum vel alicuius eorum occasione vel causa seu de-

pendentia per aliquem officialem vel rectorem seu magistratum communis Perusie
presentem vel futurum. Et si secus fieret ipso jure sit nullum — Vedi per i privilegi
della. esenzione dalle imposte — Stat. perug. Lib. I, Rub. 323.

(1) Rub. 211, 212, 213. Stat. perug. Lib. I.

(2) Stat. perug., Rub. 75, Lib. I.

(3) Basterà che di questa notevole rubrica (Stat. perug., Rub. 210), diamo il
principio — Quoniam per generale studium quod ab antiquo viguit et viget in inclita
perusina civitate, de universo orbe tam doctores scientia et fama preclari, quam etiam
scholares ad dietum studium confluerunt, et multi et infiniti scholares viri eminentis
scientie effecti sunt, et doctoralibus insignis insigniti per quos veftorwit scientia, vi-
gwit justitia per quam reguntur et gubernantur regna provincie et civitates, statuimus
ecce. — L'ordinamento consisté nel creare l' ufficio dei sapienti, che con ampia libertà
provvedevano al mantenimento e incremento dell’ Ateneo. A guarentire poi agl' inse-
gnanti il pagamento dei loro assegni, il Comune cedeva ai nuovi amministratori della.
Università certi introiti e proventi. — Qui introitus sic deputandi non possint quovis
modo directe vel indirecte tazi vel mutari, suspendi vel removeri .... Etdieti sa-
pientes sint et esse intelligantur speciales sindici communis Perusie ad obligandum
dietum comune et eius bona et ad deputandum et assignandum dicta salaria dictis do-
ctoribus et medicis.

(4) Il Bartolo parla delle Bolle imperiali in favore dello. Studio nel Trattato sulle
Costituzioni di Enrico avo di Carlo IV,
CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 253

sità erano stati concessi. Nella quale opinione ci conferma —
1.9 il testo dei diplomi — 2.° il fatto, che il Bartolo era a capo
dell'ambasceria — 3.° la gelosa custodia in cui tennero i peru-
gini le Bolle imperiali. E infatti una di esse non è che la cassa-
zione dei processi fatti per ragion politica e l'affermazione dei
diritti di Perugia sopra alcune terre e castella, cosa importante senza
dubbio ma non così da richiedere per sè sola i segni di venerazione,
che Perugia decretò all'opera dell’ Imperatore. L'altra Bolla tratta
della facoltà di conferire l’autorità ai notari, e innova le leggi
sulla legittimazione dei figli naturali. E qui ci sembra non lon-

- tano dal vero, che il Bartolo stesso suggerisse all'Imperatore e

stendesse per lui il diploma, imperocchè i termini in cui è redatto
ricordino gli studî dell’insigne giurista ed abbiano un linguaggio,
che rivela la fonte vera di quel provvedimento (1). Rimangono
gli altri due diplomi concernenti la Università, ossia il. conferi-
mento delle lauree e altri privilegi, e la esenzione degli scolari e .
dei professori dalle gabelle, ecc. È certo che questi favori si ot-
tennero da Carlo IV per la mediazione del grande giurista, che
in giovine età aveva posto mano e quasi condotto a termine un
lavoro gigantesco, avendo per fine non solo la gloria del nome
suo, ma anco l'utile dell’ Ateneo in cui era docente. Infatti è sem-
pre per l'Ateneo che egli scrive nell'anno innanzi di andare amba-
sciatore a Pisa; e ha. voluto che di ciò resti memoria ne’ suoi

libri (2), e che si sappia avere egli disteso il trattato — De re-
presaliis — per l'utilità dell'insegnamento.

(1 L'Imperatore dopo avere tracciato i casi e i modi della legittimazione, cosi
conchiude — non obstantibus quibuscumque positis sub titulo. Cod: de naturalibus li-
beris, et in Autentico quibus modis naturales efficiantur sui, et quibus modis naturales
efficiantur legitimi, et quibuscumque aliis juribus communibus singularibus et mw-
nicipalibus, etiam si expressam de hiis vel eorum aliqua necessarie foret; quibus
omnibus et singulis quo ad premissa ex certa scientia derogamus (Vedi BELFORTI, pa-
gina 172, Vol. II).

(2) Infatti al principio del trattato, De represaliis, si trovano queste parole — « Ego
itaque Bart. a Saxof. civis perusinus, minimus legum Doctor, cum speculationibus
ad jus civile spectantibus, operam dans ad communem utilitatem, et maxime wtilis
studio Perusino, super istam materiam libellum compositi, quem correctioni cuiusli-
bet melius veritatem intuentis suppono, mihi enim satis est quod hic libellus aliis, quos
Deus sui gratia sublimi manu, ingenio et altius investigandi materiam tribuat, ipsum
itaque libellum ordine infrascripto transcriptum niversitati predicte tradidi anno
Domini a nativitate 1354, die penul. mensis. febb. ». — E cioè un anno prima
che egli prendesse parte all'ambasceria in Toscana. Del suo affetto allo studio di Pe-
rugia e dello scrivere che faceva per utilità dei discepoli il Bartolo parla anco mel
Trut.sulle cost.di Enrico, ove dice che quello scritto fece — ad studentium utilitatem —.
9254 O. SCALVANTI

E tra le cause, per le quali le Bolle di Carlo IV vennero cu-
stodite con tanta cura, sì da racchiuderle in una cassa di piombo,
collocata nel muro al di sopra della porta del Palazzo dei Priori,
e da apporvi una lapide commemorativa, fu certo anche quella
di conservare nel modo più solenne e più sicuro i diplomi che
si riferivano al patrio Ateneo (1). Tanto che quando nel 1378
gli ambasciatori perugini furono a Sarzana per trattare la pace
con Papa Urbano VI, ed egli chiese di vedere le Bolle di Carlo IV,
queste furono estratte dalla cassa di piombo e inviate in copia ai
messi della repubblica (2).

Ora rappresentiamoci un popolo, che dal secolo Xl e
senza dubbio dal secolo XII pregia cosi altamente gli studi, e poi
giudichiamo se la coscienza pubbliea non dovette essere presso
quei cittadini così illuminata da contenere il loro spirito religioso
entro quell’ordine di pratiche esterne e di aspirazioni, che per
nulla turbassero lo svolgersi dei principi di un’operosa, feconda
libertà.

E così, mentre i perugini nel 1376 si applaudivano e si
felicitavano della partenza dell'Abbate di Mommaggiore e della
recuperata libertà, e stabilivano pubbliche feste annuali per com-
memorarne la ricorrenza (8), pochi giorni dopo e cioè mentre an-
cora festeggiavasi la liberazione di Perugia, i Priori e Camer-
lenghi con deliberazione del 13 gennaio deeretavano: — In primis
cum pro honore civitatis Perusie et civium Perusinorum eiusdem
civitatis sit necesse providere quod Major ecclesia, et domus
S. Laurentii de Perusia, que per inimicos italice regionis incepta
fuit discarchari durante regimine ecclesie romane, solepniter

(1) La iscrizione in marmo, che si legge anc'oggi é così concepita — Carolus
Imperator Perusini status amator — Has gratias dono egit, quas Lapis ipsa tegit — Delle
4 Bolle originali di Carlo IV ne rimangono 3 sole; è scomparsa la Bolla d'oro, quella
relativa alla cassazione dei processi, ecc;, e che é conservata in copia. Il BARTOLO
parla, della Bolla d'oro nel Trattato sulle Costituzioni dell'imperatore Enrico. —
Anche il PELLINI (Vol. I, pag, 951 e segg.) dice — che giunto Carlo IV a Pisa gli
si mandarono altri ambasciatori per avere dei privilegi per lo Studio assai decaduto.
-— Certo non vuolsi negare, che anco altre concessioni imperiali stessero a cuore dei
perugini, e in specie quelle riguardanti i castelli di Montecchio, Castiglione Aretino,
Lucignano, Fojano e Monte S. Savino, ma é del pari indubitabile ehe. uno dei prin-
eipali scopi di quell'ambasceria fu P incremento dello Studio.

(3) Non sappiamo se fossero nuovamente riposte in quelluogo, ma é certo che
anc'oggi si vedono le traccie dell’ apertura, che si dovette fare per estrarne la cassa.
(3) PELLINI, Vol. I, pag, 1153, 1163.
CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 255

reactetur, ecc. (1) — Presso a poco avveniva il medesimo quando
nel 1393 i popolani ebbero vittoria sui nobili, la quale suonava
sconfitta per il Papa. Anche allora si decretarono feste pubbliche in
perpetuo, ma e il modo di commemorare quel fatto e il linguaggio
adoperato dai Magistrati rivela una volta di più il puro e sereno
spirito religioso dei tempi (2).

Ma una prova anche più manifesta del sentimento pubblico
assai illuminato dei perugini ce la danno i loro cronisti, i quali
pur mostrandosi cattolici ferventissimi non risparmiano parole di
sdegno e di biasimo ai ministri della Chiesa per: il loro pessimo
governo. Questa distinzione fra il sentimento religioso e la libertà,
che non patisce offese, noi la troviamo nei più antichi cronisti ad
ogni piè sospinto (3). Vedasi, ad es. il racconto che fa il cronista
anonimo della sollevazione avvenuta nel 1370 contro i ministri
del papa — « Al nome di Dio e della sua madre Maria, del beato
S. Ercolano, San Lorenzo e S. Gostanzo, li quali liberarono il po-
pulo di Perugia e trasserlo di schiavitudine dalle mani dei male-
detti pastori della Chiesa. Del detto anno alli 7 del vittorioso mese
di decembre, per operazione e virtù divina, il santo populo di Pe-
rugia, un venerdì maltina, tutto in comune, piccoli e grandi, gen-
tiluomini e popolari, avendo dimenticato ogni ingiuria e discordia,
e ridotti tutti ad un volere, pace e concordia, baciando l’uno ini-
mico l’altro, andarono in piazza gridando — Viva il popolo e

(1) Il documento, che è negli Annali decemvirali allude ai vandalismi delle bande
inglesi, che erano ai soldi del Papa. Che poi questa deliberazione avesse luogo pochi
giorni dopo il fatto della riconquistata libertà, si rileva da ciò, che la partenza del-
Il Abbate di Mommaggiore avvenne, siccome narrano concordemente i cronisti, nel
lo gennaio 1376, e la deliberazione del magistrato è del 13 successivo.

(2) Ann., Decem., 1393, f. 128 — Domini Priores volentes ea que divinum. cul-
tum respiciunt celeriter expedire, ob reverentiam Verginis gloriose Matris domini no-
stri Jesu Cripsti, ut conservare dignetur statwm popularem Perusii in tranquillitate
pacifica et felici, declaraverunt quod solepnitas et Iuminaria fiant et fieri possint et de-
beant anno quolibet in festa S. Marie de mense septembris in perpetuum —. Si de-
liberò pure che nel giorno della riportata vittoria si dessero elemosime ai poveri della
città per 500 libre di danari.

(3) Il cronista anonimo (vedi Fas., Vol. I, pag. 207) ci descrive con vera compun-
zione certe feste religiose, ma al tempo stesso si arma di furore contro gli oppressori
della patria, e invoca da Dio che siano severamente puniti. Il popolo stesso fu udito
ben di sovente gridare : viva la Chiesa e morte ai ministri del Papa. Così la religione
non attutiva i sentimenti patriottici, nè questi facevan velo alla coscienza schietta-
mente religiosa.

SAIL FAI IA ILS ae MIA

renne
256 O. SCALVANTI

muoia l Abbate e li pastori della Chiesa » — (1). E venendo ai
più recenti cronisti, Teseo Alfani, ragionando della recuperata
libertà nel 1527, approva che i perugini abbiano profittato delle
condizioni non buone del Papato, ed esclama: — « Preghiamo
Dio sia in buon punto, et essendo il meglio della nostra città
si abbia le cose sue antiche e le solite sue entrate » — (2).
Ma chi più di Marcantonio Bontempi fu profondamente reli-
gioso? Sebbene avesse non comune cultura, e per ciò venisse
chiamato a importanti uffici anche fuori della sua città, pure
adopera spesso un linguaggio da farlo parer bigotto. Ma udi-
telo quando ne’ suoi Aicordi ci fa menzione della guerra del
sale e dell’interdetto fulminato da Paolo 1II! — Oggidì, egli scrive,
non ci è uomo vivo in questa città, che si ricordi che mai più
questa città fosse interdetta, se non a tempo di questo papa; il
quale vuole da questa città quello che è impossibile e contra tutte
le ragioni del mondo; e per questo speramo in Cristo, che ct
aiuterà ». E accennando alla prossima guerra col Pontefice così
si esprime — Dio ci aiuti per sua ‘misericordia, perchè le forze
della città sono debolissime a comparazione di quelle del papa;
pure speriamo nella divina Maestà, che ci abbia d' aiutare — (3).

8 20. Ma in quell' occasione avvenne un altro fatto molto signifi-
cativo. Il Papa, contro gli accordi stabiliti, chiedeva ai perugini ciò
che era solenne ingiustizia. Ebbene, il popolo volle rispondere a
tali pretese, non solo raddoppiando di fervore nelle sue preghiere
al Dio della giustizia, ma affidando a lui, con uno slancio di fede
disperata, le sorti della città (4). Perugia era interdetta, e il clero

(1) Supp. Cronaca del GRAZIANI, pag. 221. Eguale linguaggio trovasi usato in
altre cronache (FABRETTI, Vol. I, pag. 199).

(2) Cronaca, pag. 318 e 319.

(3) Ricordi del BONTEMPI, pag. 377 e 388. i

(4) A di 8 aprile (1540) fu fatta una processione di tutte le fraternite della città ;
li religiosi non e? intervennero, per essere la città interdetta; la quale processione si
mosse da S. Domenico, e venne in piazza, con li Signori priori e grandissimo popolo.
Dove, sopra la porta di S. Lorenzo, ci era un Crocefisso, al quale fatta, per il Can-
celliere, una bella orazione, gli furono date e donate le chiavi della città, e supplicata
sua divina Maestà, che le accettasse e pigliasse la cura e difensione della città (.i-
cordi del BONTEMPI, pag. 378). — Il Frolliere poi ci narra che le confraternite di cit-
tadini, di molta divozione et intenti al culto divino . .. faceveno orasione a Dio per
salute e liberazione de la loro abbandonata città, supplicandolo, che gli liberasse da
Y' ingiusta ira del Pontefice, e che gli conservasse nelle loro giuste et antiche ragione.
SIR AIA

CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 251

doveva aslenersi dal fare qualunque dimostrazione contraria al
volere del Pontefice, e quindi non intervenne alle'solenni proces-
sioni delle confraternite. Ma i cittadini fecero a meno del clero,
e all'ingiusto furore di Paolo III contrapposero il simbolo.della
giustizia (1). 5

In ciò i perugini imitarono Firenze; ma in modo più serio,
perchè vollero implorare la protezione divina, senza trascorrere
nella follia di creare Ae di Perugia Gesù Cristo, e Regina la Ver-
gine. La regia autorità spiaceva ai democratici perugini anche se
si traltava di conferirla a Gesù. E giacchè siamo ‘a parlare di
questo periodo di decadenza, non sarà inutile considerare, che anche
in esso il genio democratico dei perugini guidato dal loro senti-
mento religioso seppe dar segno di attività. E ne abbiamo la
prova eloquente nella istituzione del Sodalizio dt S. Martino,
che risale al 1574, e che venne promossa dai perugini per esor-
tazione del padre Servita Damiano Biffo fiorentino (2). Ora, per
quanto lo spirito religioso avesse la sua parte nella fondazione
della benemerita Opera Pia, pure il genio democratico le diè forma
popolare e laica, la quale dura anch'oggi sia per il modo di for-
mazione dell’ Assemblea dei Fratelli in numero di 400, sia per
l'ufficio dei Visitatori dei beni e dei Visitatori rionali, che ri-
cordano consimili uffici delle più antiche istituzioni ospitaliere di
Perugia.

E ora concludiamo: — il popolo perugino ha spirito religioso
non viziato da folle superstizione, ma illuminato da sufficiente cul-
tura; ha genio democratico; ha grande attività nelle opere della
pace e della guerra; ha giusta percezione di ciò che è dovuto
aglinteressi spirituali e agl'interessi temporali; ha infine uno
squisito senso di opportunità, che quasi sempre lo guida al meglio.

(Racconto del Frolliere, pag. 450). — Lo stesso storico ci dice, che l' immagine del.

Crocifisso, che tuttora si vede sulla porta del Duomo vi fu ‘in quell’ occasione collo-
cata (Vedi anche SIEPI, Descrizione di Perugia). :

(1) I fiorentini nel 1527 trovandosi sopraffatti dalle sciagure crearono Re di Fi-
renze Gesù Cristo, onde l'iscrizione che leggesi sulla porta principale del Palazzo
Vecchio — Christo Regi suo domino Dominantium Deo summo opt. max. liberatori
Mariaeque virgini Reginae dicavit. an. dom. MDXXVII. S. P. Q. F —.

(2) Vedi Prefaz. storica allo Statuto della Compagnia laicale di S. Martino —
Tip. Santucci 1870.
0.

SCALVANTI

CAPO III.

Idea politica che presiedette alla organizzazione
délla repubblica perugina.

$ 21. Ed ora che ci siamo apparecchiati, e che conosciamo bene
lo stato della coscienza pubblica in Perugia, ossia l'elemento po-
litico e l'elemento psicologico che informava il carattere, le ten-
denze e le abitudini dei perugini, vediamo, come attraverso le vi-
cissitudini italiche, Perugia sapesse darsi una organizzazione po-
litica capace di durar lungamente.

Come vedemmo ($ 7), Perugia fino dall'anno 727 dell'éra volgare
aveva stretto una certa alleanza colla Chiesa; e nel 972, secondo
affermano gli storici, essa aveva già il governo consolare, lo che
sla a signifieare che la supremazia dei Pontefici non aveva per
nulla impedito o ritardato il consolidarsi di un'organizzazione po-
litica, frutto del genio democratico dei perugini. ;

Ma mentre Perugia godeva della sua libertà, e andava
malurandosi a' gloriosi destini, che attendono le democrazie pa-
cifiche a tipo industriale, l'Italia ebbe cagione di temere l'ul-
tima rovina per le armi di Federigo Barbarossa. Il Pellini ci narra
che Perugia nell’anno 1165 si diede a’ ministri imperiali, ma ciò
è un errore, che teniamo assaissimo a rettificare e; imperocchè non
appena leggemmo cotesta data, ci parve strano un atto di osse-
quio di Perugia verso il Barbarossa. Infatti fino dal 1164 gli abi-
tant di Verona, Vicenza, Padova e Treviso discacciavano i mi-
nistri imperiali, avendo alleati i Veneziani e il papa Alessandro III,
e già Federigo aveva patito le prime sconfitte dalla Lega Vero-
nese. A dir lutto in breve, è col 1164 che incomincia la reazione
contro l'Imperatore per parte delle città alleate, che deve ripor-
tare a Legnano il più cospicuo dei trionfi, che a quei giorni po-
lesse avere la civiltà sulla barbarie. Dall'anno memorando della
Lega Veronese si rialzano le speranze di tutta Italia; un soffio di
patriottismo aduna i comuni intorno all' altare della libertà, e l'eroica
difesa di Ancona contro le armi dell’arcivescovo di Magonza
luogotenente di Federigo preludia alla insigne vittoria di Le-
gnano.
CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI

Or come mai i Perugini avrebbero deliberato di fare os-
sequio all’ Imperatore proprio nel momento in cui la Chiesa gli
si era schierata contro a viso aperto, e gl'interessi imperiali vol-
gevano alla peggio? In verità non sarebbe credibile. E difatti
leggendo le memorie istoriche di Perugia abbiamo trovalo che
non nel 1165, ma nel 1162 la città fece omaggio al vittorioso
guerriero. Allora noi comprendiamo l'atto dei perugini verso il
trionfante Imperatore. In quell’anno infatti Barbarossa aveva preso
Milano; il Papa era in Genova combattuto in mille incertezze;
la caduta della città Lombarda, come serive il Muratori, aveva
sparso il terrore per tutta Italia, e ognuno tremava al nome
del Barbarossa. Si sapeva dell'animo feroce di lui, erano nella
mente di tutti le dolorose memorie degl’incendi di Rosate, Tre-
cate, Asti e Chieri, della lunga ma inutile resistenza di Tortona;
si sapeva, che il Barbarossa era tal uomo da mancare a' patti,
talehé dopo avere promesso ai Milanesi, che doveva civitatem inte-
gram et cives cum rebus suis permanere illaesos — aveva decretato
la distruzione dell’inclita città; si sapeva che della occorsagli vit-
toria Federigo I menava vanto con incredibile ostentazione, per
modo da intitolarne gli atti stessi che emanava (1); si sapeva,
che atterrite dalla fortuna delle armi imperiali, Brescia, Piacen-
za, Ferrara, Como avevano dovuto sottomettersi, ricevendo dal-
l'Imperatore i podestà. di sua elezione; e si sapeva infine, che
alle poche città fedeli, come Parma e Lodi, egli aveva consentito
di continuare nel governo dei propri consoli. Tutto ciò conosce-
vano i Perugini, e quindi cercarono di fare un atto di ossequio
all’ Imperatore.

A noi sembra poi che l'atto di sottomissione dovesse avve-
nire quando l'Imperatore recossi a Bologna, non quando l’ eletto
arcivescovo di Colonia, Rinardo, fu inviato da lui in Lombardia, .
Romagna, Marca di Verona e Toscana per assodare, come scri-
vono gli storici, tutte le città e principi nell'ossequio verso del-
|, Imperatore.

(1) Nel diploma del privilegio concesso ai Genovesi da Federigo I nel 1162 si trova
questa intestazione — Datum Papiae apud sanctum Salvatorem in palatio Imperatoris
post destructionem Mediolani, et deditionem Brixiae et Placentiae V junii, anno do-
minicae Incarnationis MCLXII Indie. X (Murat, Annali — Venezia 1833 — Vol. 37,
pag. 243).
O. SCALVANTI

E la prova che nel 1162 e non dopo avvenisse l’atto di
sottomissione si rileva dal diploma, col quale in quello stesso anno
Federigo I fece suo vicario in Perugia Lodovico Baglione, duca
di Svevia. Il Bonaini dice che questo documento è certamente sup-
posto, ma tale giudizio non è da ottime ragioni confortato. An-
zilutto il Bartoli dice di averlo trovato in una raccolta di Mss.,
e una copia nel 7ransumptus bullarium Papalium et Imperia-
lium (1). Il Pellini poi, così accurato nelle citazioni dei docu-
menti, assevera di averlo visto nell’ originale in forma di Bolla
Imperiale co’ suoi sigilli (2).

La ragione del dubbio sull’esistenza di questo diploma noi
la comprendiamo. Si può ritenere infatti, che cotesto asserto pri-
vilegio siasi fatto valere dalla famiglia Baglioni per pretendere in
più occasioni al dominio della città. Ma questo sospetto non può
infirmare l'autenticità di un documento, che ci viene attestato da
gravi.scrittori. D'altronde se, come non è dubbio, nel seguito del-
l'Imperatore era Lodovico Baglione, qual meraviglia che egli chie-
desse ed oltenesse da Federigo il vicariato di Perugia? (8) In quei
tempi il Barbarossa mandava appunto nelle città soltomesse un
podestà imperiale, Milano ebbe il vescovo di Liegi, Brescia Mar-
quardo di Grumbac, Piacenza Aginolfo, e va dicendo. E naturale
quindi che a Perugia inviasse il duca di Svevia, che si vuole di
schiatta perugina (4). Ad ogni modo la sottomissione di Perugia
al Barbarossa fu un atto di politica necessità; e si comprende

‘che il diploma del 1162 (e la data, come vedemmo, ha uno spe-

ciale significato) non potesse essere largo di promesse nè con-
forme a quello spirito di libertà, che qui al pari che nelle pa-

triotliche città lombarde, accendeva i cuori dei cittadini. Con

(1) BanTOLI, Vol. I, pag. 235 e 236.
(2) PELLINI, Hist., Vol. I, pag. 193.
(3) L'Imperatore nel suo diploma ricorda i meriti del Baglioni verso i suoi pre-
decessori e verso di lui; ed é perciò che lo crea suo Vicario in Perugia — Imperiali
munificentia creamus et deputamus te perpetuum Vicarium sacri Imperii in civitate
perusina, et in omni ejus destrictu cum omnibus honoribus et oneribus, quos et quae
juxta convalet et solet concedere, statuentes et firmiter praecipientes ut nulla persona
cujusvis conditionis dignitatis et preheminentiae impedire audeat hanc tuam admini-
strationem, et te impedire vel molestare praesumat ecc. (BARTOLI, Vol. I, pag. 235-230).
(4) Dico che si vuole di schiatta perugina, perché, a dir vero, nessuna prova di-
retta abbiamo, che quel Lodovico Baglione, duca di Svevia, parente di Federico, fosse
veramente della casa Baglioni di Perugia; o non piuttosto fosse un tedesco, il cui co-
gnome rassomigliasse a quello della nobile famiglia perugina.
CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 261

cotesto diploma si fondava in Perugia il Vicariato imperiale, che,
secondo i ‘disegni del vittorioso imperatore, doveva estendersi a
tutta l'Italia.

Ma quattro anni dopo la tracotanza del Barbarossa veniva
fiaccata dallo sforzo supremo delle città alleate, e dopo la lregua
di Venezia, nel 1183 veniva segnata la pace di Costanza, alla
quale intervenne l' Imperatore e il figlio Enrico Romanorum Rex.
E fu da questo Enrico che Perugia ottenne un diploma, che ci è
stato conservato. Esso è del 7 agosto 1186, ossia tre anni dopo
la pace. Ognuno intende che diverso linguaggio ormai doveva
adoperare l'Impero verso le città italiane; ma a noi preme stabi-
lire, che di fronte ai perugini furono assai migliorate le stesse
condizioni della pace di Costanza (1). Infatti, mentre per i Capi-

(1) Dovendo fare dei raffronti fra questo diploma e altri importanti documenti,
di cui diremo in appresso, qui lo trascriviamo nelle sue parti più rilevanti — « In
nomine Sancte et individue Trinitatis, Henricus Sextus Divina favente clementia Ro-
manorum Rex Augustus Regie celsitudinis ecc.... Sane hoc intuitu certam habentes
fiduciam devotos et fideles nostres cives perusinos se semper imposterum exibituros
mandatis nostris obnoxios. Cum super hoc firmam prestiterint juramenti cautionem.
Notum facimus universis Regni fidelibus qui impresenti degunt etate. Vel imposte-
rum successione futuri sunt quod nos regie serenitatis benignitate Perusine Civitati
et Civibus perusinis concedimus liberam. consulum. electionem. Et presentes consules
dignitate consulatus investimus. Quam investituram imperpetuum ipsis volumus suf-
ficere. Item concedimus eis regie majestatis Auctoritate totum comitatum Perusinum
exceptis domibus et possessionibus, quas-habent Marchiones et Monasterium Sancti
Salvatoris, et filii Hogolini, et Nobiles de Deruta et Bernardinus Bulgarellus et here-
des ipsorum. In quibus quinque domibus sine ditrictibus; nihil juris perusinis relin-
quitur. Salvo eo quod si aliquis civis perusinus vel aliqua Ecclesia perusina infra
ambitum eorumdem domorum aliquid possidet jure proprietatis vel pignoratitio vel
libellario vel jure feudi. Item quiete teneat sicut eisdem etiam perusinis civibus con-
cedimus quicumque in aliis Episcopatibus habent jure proprietatis vel alio modo
juste. Ut ea sine omni molestia possideant. Versa vice quaque concedimus. et statui-
mus ut si aliquis de quinque domibus predictis habent possessionem aliquam in ci-
vitate vel in coherentiis civitatis, respondeant civitati de bonis illis sic ut alii cives.
Ad hec eisdem civibus perusinis Regie celsitudinis contradimus adque benefitii no-
mine perpetuo concedimus ,omnem jurisdictionem tam in Civitate quam in ea por-
tione comitatus quam ipsis relinquimus. Salvo, jure appellationum que fiunt de
rebus valentibus viginti quinque libras imperialium vel amplius insuper. (Segue il
patto riferentesi alla donazione dei beni della contessa Matilde, ecc.). Sancimus etiam
et firmamus ut sint immunes a prestatione imperialis fodri ab albergaris que cum
exercitu fieri solent. Sed si contingat nos vel aliquem nostrum successorem Imperato-
rem sive Regem vel Legatum imperatorie sive Regie Majestatis, cum exercitu in co-
mitatu perugino: hospitari vel transitum facere; eum consilio consulwm. Perusine
civitatis id. fieri statuimus. Item volumus et presenti pagina sanctione precipimus ....
nec idem perusini societatem aliquam vel coiurationem cum aliqua persona vel ci-
vitate vel Communi facient contra serenissimum patrem nostrum Federicum Impe-
ratorem Augustum vel nostram excellentiam. — AU atto furono presenti i Consoli
della Repubblica perugina.

-
262 O. SCALVANTI

toli della pace era fissato, che i consoli dovessero costituirsi dal
nunzio imperiale o dal vescovo, ove era tale consuetudine per lo
innanzi, e che la investitura dell’imperium dovesse essere loro
fatta per cinque anni, da rinnovarsi ad ogni quinquennio (1); nel
diploma di Arrigo VI la concessione è assai più ampia, e, os-
servato il patto della fedeltà, è .data con titolo irrevocabile. —
« Notum facimus universitatis Regni fidelibus qui impresenti de-
gunt etate, vel in posterum successione futuri sunt quod nos regie
serenitatis benignitate Perusine Civitati et perusinis civibus con-
cedimus liberam consulum. electionem. Et presentes consules digni-
tale consulatus investimus. Quam. incestituram imperpetuum ipsis
volumus sufficere » — (2). Inoltre, mentre per la pace di Costanza
le città erano obbligale a prestare il fodro regale all’ Imperatore
che si recasse nei loro territori, ad apprestargli le vie, i ponti,
ed a vettovagliare l’esercito (3), nel diploma perugino si trova
scritto. — « Sancimus etiam et firmamus ut sint immunes a pre-
stalione imperialis fodri et ab albergaris que cum exercitu fieri
solent. Sed si contingat. nos vel aliquem nostrum successorem
Imperatorem sive Regem vel Legatum imperatorie sive Regie
Maiestatis cum exercitu in comitatu perusino hospitari vel tran-
situm facere, cum consilio consulum perusine civitatis id fieri
statuimus » —.

S 22. Se non che, sulla scorta del Muratori e di altri storici, si
potrà fare un obbietto, e cioè che le condizioni espresse nella pace
di Costanza vennero poi mitigandosi dallo stesso Imperatore, tal-

(1) In civitate illa in qua episcopus per privilegium Imperatoris, vel regis comi-
tatum habet, si consules per ipsum episcopum consulatum recipere solent ab ipso
recipiant, ... ... alioqui unaquaeque civitas a nobis consulatum recipiat. Consequen-
ter vero in singulis civitatibus consules constituentur a nuncio nostro, qui sit in ci-
vitate vel episcopatu et investitura recipiant; et hoc usque ad quinquennium, finito
quinquennio unaquaeque civitas a nobis recipiat, et intra quinquennium a nuncio no-
stro; sicut dictum est, nisi in Lombardia fuerimus ; tunc enim a nobis recipiet. (Lib.
De pace Constantiae). ;

(2) Lib. delle Somvmis., lettera A, pag. 35 e 36.

(3) Nobis autem intrantibus Lombardiam fodrum consuetum et regale, que so-
lent et debent prestabunt, et vias.et pontes bona fide et sine fraudé et sufficienter
reficient : in eundo et redeundo mercatum sufficiens nobis et nostris euntibus et re-
deuntibus bona (ide et fine fraude prestabunt — Lib. De pace Constantiae. — L'unico
luogo, in cui il diploma di Enrico VI riferisce le testuali parole della Pace di Co-
stanza, è là dove si parla delle appellazioni nelle cause del valore di lire 25 imperiali
o più, i quali appelli sono riservati all’ Imperatore o ai suoi delegati,
e M sei PE CETTE ge” x ——

CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 265

chè furon molte le città che ottennero in seguito la libera elezione
dei consoli (1). Ma anzitutto è da osservare, che questo può
dirsi solo per la scelta dei consoli, non già per la loro investi-
tura; eppoi lo stesso Muratori ha giustamente considerato, che in
generale le città non comparse alla pace di Costanza ebbero as-
sai più dure condizioni; e cita, ad es., Siena, che appunto nel
tempo in cui fu emanato il diploma per Perugia, ebbe anch' essa
un rescritto Imperiale, con cui, fra le altre condizioni, si stabi-
liva quella di un annuo tributo al Re (2). D'altronde colpisce la
esenzione a favor di Perugia pel pagamento del fodro, e tanto
più il fatto, che circa il passaggio dell’imperatore o re e degli eser-
citi dal territorio perugino, si dovesse andare d'intesa. col .eon-
siglio dei Consoli. Dunque se è vero quello che il Muratori afferma
circa le più gravi condizioni che l’ Impero faceva alle città non,
comprese nella pace del 1183, noi dobbiamo argomentare che gli
specialissimi privilegi ed esenzioni concesse a Perugia e che su-
peravano di gran lunga quelle fatte alle città lombarde, da altre
cagioni derivarono.

E queste ragioni si riassumono nell’ interesse che aveva
l' Impero di tener ferma, con ampie concessioni, Perugia, per ce-
mentare la sua alleanza col Comune di Roma contro il Pontefice.
Questo punto merita di essere alquanto esaminato.

Certo, dopo tutto ciò che si è osservato nel Capo meda
non si spiega l'alleanza coll’ Impero per parle di Perugia, cosi
devota alla Chiesa romana. O non è noto, che appunto nel 1186
Federigo I aveva ordinato al figlio di andare alla volta di Roma
per maggiormente angustiare il pontefice, colla speranza di ri-
durlo ai suoi voleri? E non sono conosciuti forse i dissapori in-
sorti fra il Papa e l Imperatore, per modo che Urbano II non
volle incoronare il figlio di lui Enrico, e chi lo fece in vece sua
(e fu Gotifredo patriarca. di Aquileja) uomo, narra il Muratori,
arditissimo e persona assai mondana, fu con gli altri vescovi as-
sislenli alla cerimonia, sospeso dai divini uffizi? O eome mai la

(1) Murat. Az, Vol. 38, pag. 113, e Antich. ital. Diss. 50.

(2) Servire etiam debent jam dicti senenses domino regi de pecunia sua in qua-
tuor millibus librarum et domine quoque regine sexcentas libras dabunt, et. Curie,
quadragintas. — (MumaTm. Antich. ital. Diss, 50),
264 O. SCALVANTI

prudente Perugia si indusse a favorire l’ Impero, e i suoi consoli
si trovarono presso Enrico VI, quando emanò il diploma, su cui
ci intratteniamo ?

Questa domanda corre spontanea alla mente ; ma se noi in-
daghiamo le istorie possiamo facilmente rispondervi.

Anzitutto Perugia mirava all’ ampliamento del suo dominio,
e quindi ragioni di opportunità dovevano indurla a tenere dal-
l’imperatore, che si mostrava disposto a concederle tutti i beni
posseduti dalla contessa Matilde sul territorio perugino. Infatti il
diploma di Enrico VI contiene questa concessione (1). Ora si sa
che fra le querele di Papa Urbano contro il Barbarossa vi. era
anche questa; che egli spogliasse la Santa Sede dei beni a lei
donati dalla pia contessa. E perciò se da un lato potevano ina-
sprirsi i rapporti fra la Chiesa e Perugia, dall'altro è evidente
che Perugia nella fattale cessione de’ beni posseduti dalla con-
tessa Malilde, trovava causa di ingrandimento, e col consueto
senso di opportunità che sempre.li distinse, i perugini si allennero
al partito di favorire chi più si mostrava proclive a soddisfare ai
loro desideri (2).

(1) Omnia bona que Comitissa Mathildis habuit in civitate perusina vel in preta-
xata parte comitatus ipsius in feudo in perpetuum tenenda concedimus (Lib. Sommis.,
Lett. A, pag* 35).

(2) Sembra avere il Bartolo foggiato una teorica acconcia a giustificare i muta-
menti di parte, che valessero a spiegare aleuni fatti memorandi della istoria perugina.
Non già che egli tali giustificazioni facesse senza averne dei motivi plausibili, ma é
certo che egli vi spese attorno molto del suo acume sottile. — Ne giudichi il lettore.
— Nemo potest mutare partialitatem et affectionem, nulla extrinsecus accedente
causa. Et quia ad mutationem affectionis seu voluntatis, causa debeat supervenire,
probatur naturaliter. Nam cum obiectum voluntatis sit bonum seu existens vel ap-
parens, ideo quis adhaeret uni parti, quia illud videtur sibi bonum. Et sic cum vo-
luntatem mutat oportet sit aliquid, propter quod ab illa voluntate recedat et alteri
adhaeret. Inde moti sunt legumlatores dicentes, nemo potest sibi causam possessio-
nis mutare, nullo estrinsecus superveniente. Causae autem mutationis, quas com-
muniter videmus, sunt inimicitiae supervenientes cum aliquo potentiore se in affe-
ctione illa, vel si ei obvenit haereditas vel magnum lucrum quodammodo habere non
potest nisi illam. partem dimittat vel alteri adhaereat, vel si novà affinitate cum ad-
versa parte iwngatwur (S 18 Trac. De Guelphis, ecc.). — Con queste parole sembra quasi
che il Bartolo abbia voluto giustificare la Repubblica perugina di essersi accostata
ad Enrico VI pel magnum lucrum dei beni della contessa Matilde. Certo egli ebbe in
animo di porre una teoria, la quale permettesse a quando a quando di tenere anche
la parte dell' Impero, e certo in quel tempo aveva la persuazione che Carlo IV potesse
mettere un termine alle fiere discordie italiche. Difatti il sommo: giurista, repubbli-
cano convinto, senza queste speranze non si sarebbe indotto a fare ostentazione della.
sua. fedeltà al monarea = cui, egli dice, debito fidelitatis adstringor, quia me suorum
consiliariorum et domesticorum numero aggregavit, (Tratt. sopra le Cost. di Enrico)

POR IAA REI LI SPETTA
CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 265

Ma per quanto gravi sieno questi motivi di opportunità, pure
non sarebbero sufficienti a spiegare l’ attaccamento della libera
città di Perugia verso l'Impero, se altra ragione non soccorresse.
Fu già osservato quali rapporti di reciproca simpatia intercedessero
fra Perugia e il comune di Roma. Or bene, noi sappiamo che
Enrico VI, proprio nel 1186, strinse alleanza col comune romano,
e si spiega quindi come fosse con lui la città di Perugia e co-
m'egli fosse disposto a larghe concessioni con chi era della ro-
mana repubblica secolare e fido alleato.

S8 26. Ma poco stante i rapporti fra l Impero e il Papato si fecero
migliori, e Innocenzo III, dopo la morte di Enrico VI (a. 1197)
ebbe la tutela del figlio di lui, Federigo II. Fu allora che i Pe-
rugini entrarono in più intime relazioni col Papato mettendosi
sotto la diretta protezione della Chiesa.

Se non che a questo punto devesi rigorosamente verificare :

1.» Se le relazioni colla Chiesa ricevettero formale assetto
al tempo di Innocenzo III, ossivvero al tempo di Innocenzo IV.

2.9 Se le concessioni pontificie erano più ampie o più ri-
strette di quelle contenute nel diploma di Enrico VI.

Noi rifuggiamo dalle dispute, che altra ragione d' essere non
hanno che quella di sfoggiare una più o meno recondita erudi-
zione; e quindi se teniamo a verificare l' epoca degli accordi in-
tefceduli fra il Papa e il Comune dopo la supremazia imperiale
di Federigo I e di Enrico VI, gli è perchè la crediamo una di-
sputa sostanziale. E di vero il pontificato di Innocenzo III ebbe
fine col 1216; e quello di Innocenzo IV ebbe principio col 1243
e termine col 1254. Or se ritenessimo che l’ accordo fra la Chiesa
e Perugia avvenisse intorno alla metà del secolo XIIT, noi non
lroveremmo più spiegazione a certi atti del Comune perugino. Il
documento pertanto, che si riferisce alla protezione pontificia sulla
città nostra, è una Bolla, senza data dell’anno, che si conserva
in copia nell’ Archivio Comunale di Perugia (1). Il Pellini. però
ci dice che alcuni pensano fosse un provvedimento di Innocenzo
IV. A togliere ogni dubbiezza bastano poche considerazioni.

a) Anzitutto sembra assai naturale che Innocenzo III,

(1) Lib. delle Sommis., lettera: A, pag. 36 ter. e 37.
e
è metre ut lia etr hn 0 = = —
debet im tim IUe AP e hm rt E n m ERE —

266 O. SCALVANTI

uomo di gran mente e tutore del giovine principe, fosse il primo
a regolare i rapporti fra la Chiesa e la Repubblica perugina. .

b) In secondo luogo, nella intestazione della Bolla suddetta
non si fa menzione alcuna del Priore delle Arti, mentre questo
ufficio esisteva nel 4259, ed è verosimile che vi fosse già al
tempo di Innocenzo IV, mentre non esisteva per nulla ai tempi
di Innocenzo III.

c) In terzo luogo, è dimostrato che tra Innocenzo III e Pe-
rugia intervennero altri trattati nel 1210, essendo Podestà Pan-
dolfo De Subora (1); e vi è poi la lettera dello stesso Papa del
1215, la quale forzatamente ci induce a ritenere, che fossero stati
fatti accordi anche prima fra le due podestà.

d) In ultimo, se noi esaminiamo bene la Bolla nel Libro
delle sommissioni, troviamo che in margine vi sono delle anno-
tazioni con'cordanti che ‘essa è di Innocenzo III (2).

$ 23. La seconda indagine consiste nel verificare se le concessioni
di Papa Innocenzo III fossero più larghe o più ristrette di quelle
di Enrico VI. Se noi leggiamo la Bolla pontificia (3) ci accorgiamo

(1) Lib. delle Sommis., lettera A, pag. 40 rect. e ter.

(2) A carte 36, ove trovasi la Bolla, l'annotazione in margine così si esprime —
De jurisdictione data communi Perusii per Apostolicam sedem in receptione ipsius
civitatis sub protectione apostolica — e a carte 37 — Hic brevis est.... Innocentii #II.

(3) Innocentius Episcopus servus servorum Dei, dilectis filiis. Potestati et Populo
perusino salutem et apostolicam benedictionem.

Apostolica sedes que disponente domino cunctorum fidelium, mater et ma-
gistra speciales filios ampliori consueverit gratia-honorare, ut eos ad devotionem
suam ferventer accendat, et ad obsequium suum diligenter invitet; nos ergo qui mi-
seratione divina huie sancte sedi licet immeriti precedimus devotioni et fidei, quam
ergo Matrem et dominam vestram sacrosanctam Romanam Ecclesiam geritis, atten-
dentes, vestris precibus inclinata, quos inter alios fideles nostros speciali charitate di-
ligimus, civitatem, et quoad jus et proprietatem ipsius pertinere dignoscitur, eam per-
tinentiis suis et nune habitis et in antea legitime acquirends, sub Beati Petri et no-
stra protetione suscipimus, et presentis seripti patrocinio communimus, eam vero
nunquam alienabimus, sed semper ad manus nostras curabimus retinere. Consulatum
autem cum jurisdictione sua, vobis, auctoritate Apostolica, confirmamus ;. conceden-
tes ut iis, qui sunt ipsius jurisdictioni subiecti, liberum sit ad Potestatem vel Consu-
les, qui pro tempore fuerint, legitime appellare ; consuetudines vestras antiquas quo-
que, et novas rationabiles et communiter observatas, duximus approbandas, salva in
omnibus Apostolice, Sedis auctoritate, pariter et justitie, et Ecclesiasticorum omni
moda libertate: nulli ergo hominum liceat hane. paginam, nostre protectionis, con-
firraationis et concessionis infringere, vel ausu temerario contraire, si quis autem hoe
attentare presumpserit, indignationis Onnip. Dei et Beatorum Petri et Pauli Aposto-
licorum se noverit incursum. Datum Tuderti sexto nonas Octobris Pontificatus Nostri
Anno Primo. — Dal che si deduce che l'atto fu del 1198, primo anno del’ pontificato
di Innocenzo III.

*-
CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 267

subito che queste concessioni erano al paragone delle altre assai
più ampie. Infatti, mentre per il diploma di Enrico VI la facoltà
dell'appello veniva riservata all’ Imperatore e Re, nella Bolla pa-
pale tal facoltà è data al potestà e ai consoli; qui pro tempore
fuerint. E anco nel 1210 il Papa, per mezzo del nunzio, in altro atto
solenne conserva ai Perugini tutte le consuetudini nuove e anti-
che, generali e speciali — tam in electione Consulum seu Pote-
slatis, quam in appellationibus etc. (1). Il Bonaini pure ha notato,
che nella Bolla di Innocenzo III non si trova sillaba che stia a
menomare quella compiuta autonomia, onde già il Comune gran-
deggiava da tempo ormai antico (2); ma ciò per nulla si accorda
con quanto asserisce poco sopra, e cioè che i/ Papa non si ri-
mase dall’ affermare, che Perugia era una proprietà della Chiesa.
Se non che l'illustre storico, secondo il parer nostro, è caduto
in errore, perchè nella Bolla non si parla davvero nè in modo
aperto nè occulto del dominio della. Chiesa. La parola proprietas
occorre nel testo, ma in altro manifesto significato « . . . et quoad
jus et proprietatem ipsius (ossia della città di Perugia) pertinere
dignoscitur, cum pertinentiis suis et nunc habitis et in antea le-
gitime acquirentis, sub beati Petri et nostra profectione susci-
pimus, et presentis scripti patrocinio communimus, eam vero
nunquam alienabimus, sed semper ad manus nostras curabimus
retinere ». — Ed è da queste ultime parole che il Bonaini inferi-
sce essersi data Perugia in proprietà alla Chiesa; perché egli
riferisce la parola eam a civitatem, mentre noi crediamo più con-
forme al retto senso del documento, che si riferisca a protectionem,
ossia al diritto di alla preminenza. Sarebbe strano infatti che in
un documento, nel quale si riconosce pienissima autonomia di go-
verno alla città di Perugia, si dicesse poi che essa è proprietà della
Chiesa, e che il Papa si obbliga a non venderla ad alcuno. Ciò,
«oltre che strano, sarebbe assurdo. Inoltre nel documento del 1210
il nunzio di Innocenzo III promette — quod si D. Papa venerit ad
pacem eum Imperatore seu composuerit, civitatem Perusii ponet
in pace cum Imperatore, et ita faciet quod retinebit dictam civita-
tem Perusii ad. se, ad fidelitatem et honorem. Rom. Ecclesie. —

(1) Lib. delle Sommis., Cart. 40 rect. e ter.
(2) BONAINI — Prefas., pag. XXXII. 268 O. SCALVANTI

Evidentemente anche qui non si fa che concretare l'esercizio
del diritto di alta protezione; e la frase retinere ad se, che po-
trebbe corroborare la interpetrazione del Bonaini, è subito cor-
retta dalle parole — ad fidelitatem. E nella nota in margine
del documento, come abbiam visto, si legge — De jurisdictione
data communi Perusii per Apostolicam sedem in receptione ipsius
civitatis sub protectione apostolica —e di dominio non si parla,
nè si poteva assolutamente parlare.

Del resto se papa Innocenzo avesse voluto esprimere il
concetto del dominio della Chiesa avrebbe usato, ci sembra, quelle
medesime espressioni che si incontrano in altri documenti dello
stesso Pontefice. Infatti nel Lodo pei Narnesi del 1215 così
dice — Item castrum ipsum ecclesie omnis cum omnibus per-
tinentiis suis zn demanto ecclesie Romane perpetuo remaneant,
nisi quantum ecclesia de gratia vobis duxerit concedendum — (1).

$ 24. Si trattava adunque di.un rapporto di accomandigia, di pro-

(1) Vedi il Lodo di Innocenzo III nel Bollet. di Storia patria del" Umbria
(Vol. I, pag. 131 e 132) preceduto da una dotta illustrazione dell’ egregio Lanzi. Il PEL-
LINI mostra credere che questo del 1198 non fosse il primo e regolare trattato fra i
Perugini e il Papa; ma a noi pare che dal documento pontificio resulti tutto l'opposto.
In esso non vi é che una lontana allusione ai buoni rapporti sempre interceduti fra
la Chiesa e Perugia dove si dice — Mater et magistra (la Chiesa) speciales filios am-
pliori consuevit gratia honorare —. Ma ricorrono poi queste altre espressioni — ut eos
ad devotionem suam ferventer accendat, et ad obsequium suum diligenter invitet —
dalle quali si scorge che altri atti non erano passati per dare ùn assetto giuridica-
mente determinato ai rapporti fra il popolo di Perugia e il Papato. E se ciò non fosse
come il documento non avrebbe detto, che si rinnovava la protezione. della Chiesa?
Infatti quando nel 1210 lo stesso Innocenzo III fa nuove convenzioni coi perugini, il
linguaggio adoperato richiama gli atti precedenti. E se nella Bolla occorre la frase
— Consulatum autem cum. jurisdictione vobis, auctoritate. Apostolica confirmamus —
ciò deve intendersi con riferimento al diploma di Enrico VI. Infatti il testo viene a
dire — noi confermiamo, mediante Pl apostolica autorità, a voi il consolato con la sua

giurisdizione (e ciò trovavasi nel diploma imperiale, e non occorreva quindi che la.con- .

ferma pontificia); e si aggiunge — concedentes ut iis, qui sunt ipsius jurisdictioni su-
biecti liberum sit legitime appellari ad Potestatem, ecc. — Ja quale condizione mancava
nel diploma di Enrico VI, di guisa che mentre conermavasi ciò che PImperatore
aveva concesso, si concedeva poi un nuovo privilegio. Ma altro efficace riscontro si ha
in un documento di poco anteriore all'epoca di cui parliamo, e cioé del 1188. Infatti
nella sommissione di Castel della Pieve a Perugia si pattuisce, che Castello sarà tenuto
a far pace o guerra — contra omnes homines in perpetuum (i quali guerreggiassero
contro Perugia) excepto imperatore et suo serenissimo filio rege Henrico. — Se alla
sua volta Perugia avesse fatto atto di sommissione alla Chiesa, é egli possibile. che
non se ne facesse menzione alcuna? (Vedi Boll. di Storia Umbra — Vol. I, fasc. I,
pag. 142).- È

ape 432 AA dI Si

CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 269

tezione, di preminenza; e assai limitata, imperocchè l'obbligo di
servire con le armi la Chiesa non si estendeva al di là di Roma (1).

Ora pensiamo quanto questo vincolo dovesse riuscire con-
forme al genio democratico e allo spirito religioso dei cittadini.
ll Papa era stato larghissimo di concessioni, e da lui certo
non si polevano temere a quei giorni le vessazioni arrecate ai li-
beri comuni o dall'Imperatore o dai nobili che lo circondavano.

Quindi fu adottato il sistema della alleanza e della devozione
alla Chiesa, nel quale Perugia seppe persistere non pure per il
carattere religioso dei cittadini, ma anco per ragioni di sapiente
opportunità.

8 25. Ma qual'era in sostanza l’idea politica, che presiedette al-
l’organizzazione del perugino governo, e che doveva trovar la sua
forma nel guelfismo, cui Perugia restò così lungamente fedele?
Vediamolo. A noi pare evidentissimo, che menire le repubbliche
sorte tra il XII e XIII secolo erano amantissime di /iberta, per-
chè solo nella libertà trovavano le condizioni acconcie allo sviluppo
del nuovo incivilimento, che da loro germogliava; non potevano pre-
giare altrettanto il principio della indipendenza. Anzi quanto mag-
giore era il desiderio di mantenere incolumi i loro ordinamenti
di libertà, e quindi più vivo il bisogno di difenderli, e tanto più
non potevano accogliere il concetto della indipendenza, come noi
lo comprendiamo (2).

La indipendenza ricerca forza ; e sebbene quei nuclei di nuova
civiltà fossero dotati di grande energia, pure le loro condizioni
di sicurezza esterna non erano prospere, perchè sempre minac-
ciati o da vicine città o da papi o da imperatori. Non occorreva

(1) Vedi documenti degli accordi fra il Nunzio Stefano e il Podestà Pandolfo De
Subora, ove occorre la frase, che l' impegno di soccorrere la Chiesa doveva sussistere
— a civitate Perusii infra usque ad urbem romanorum — (Lib. delle Sommis., lett. A.,
cart. 40 rect.) :

(2) Quest idea brilla di luce vivissima nella Dichiarazione fatta dai Capi della
Lega Lombarda alla presenza di Papa Alessandro nella Chiesa di Ferrara l'anno 1177,
'e che Romualdo Salernitano, cronista del tempo, ci ha conservato (Chronicon — R.
F. S. tomo 7). Andavano facendosi in quel tempo i negoziati per la pace di Costanza;
e i popoli vittoriosi si appagano di queste condizioni. — Noi vogliamo soddisfare a
tutti gli obblighi, cui secondo le antiche usanze è tenuta l' Italia verso l'Imperatore ;
noi non gli ricusiamo le vecchie giustizie. Ma giammai non consentiremo a spogliarci
della nostra libertà . .. . e non la perderemo se non colla vita, perchè ci e più cara
la morte colla libertà, che non la vita accompagnata da serviti.
9

10 O. SCALVANTI

quindi un profondo senso politico per comprendere, che le città
abbandonate a sè stesse senza un'alta autorità che valesse a pro-
teggerle, non potevano scampare all'immane ruina de’ loro liberi
ordinamenti. E questa loro libertà amavano con ardore, e perchè
l’amavano volevano conservarla. Ma a ciò non bastando il valore
dei cittadini, fu mestieri cercare un sostegno, un'egida, una pro-
tezione in qualche autorità, che esercitasse una ragguardevole
influenza nelle vicende politiche dell’Italia. Ed a questo pensarono
i Guelfi confidando nei Papi, e i Ghibellini cercando l'alto pa-
trocinio degl’ Imperatori. Poteva esservi altra via di uscita? Vi
era, e fu tentata, massime per opera dei Perugini, il cui pensiero
politico a noi sembra fosse quello di stabilire una forte federa-
zione di Comuni, la quale, senza cessare l’ ossequio alla Chiesa,
avrebbe saputo imporsi nel nome della libertà e alla Chiesa e al-
Impero o a qualsiasi tiranno che avesse voluto insignorirsene.
Di queste leghe fra le città di Toscana, in cui comprendevasi
gran parte dell’ Umbria, o fra le città umbre, molte ne furono ten-
tate o per opera o coll' aecordo dei perugini (1), ma tornarono vane
perchè o non volute dai papi o insidiate da un male, che usciva
dalla stessa eccellenza politica dei popolari ordinamenti. Essi
avevano introdotto la libertà nel reggimento’ dello Stato; ma la
stessa base democratica, su cui si erigevano i nuovi edifici politici,
non era salda, perchè continuamente in balìa delle passioni di parte,
le quali sconvolgono sempre le repubbliche, che non sono effetto di
lenta evoluzione, ma che vengono determinate da improvvisi mu-
tamenti di stati. o, come meglio si direbbe, da cataclismi politici.
Le democrazie medio-evali furono di questa sorta ; esse esprime-
vano il primo abbozzo di governo, dopo che l’ epoca feudale nella
sua consistente anarchia aveva fuso insieme i resti dell'anlica

(1) Perugia tentò più volte di farsi centro, non solo di una lega fra le città Um-
bre, ma anco di un alto dominio. E fu nel volgere del secolo XIV, che tali tentativi
ebbero luogo; se non che il Papa cercò sempre avversarli. Si trova infatti che quando
nel 1325 i perugini ebbero ricuperato alla Chiesa Spoleto, il Papa approvò gli omaggi,
che questa città si obblicava a prestare a Perugia, ma nella lettera dell'8 maggio
1325, volle che nella presentazione dei donativi da farsi ogni anno ai Perugini nel
giorno di S. Ercolano, dovesse il Sindaco di Spoleto fare la protesta, che questi si
davano per una mera riconoscenza, e non mai per verun giuridico diritto, che aves-
sero i Perugini sulla città di Spoleto (Arch. della pergamene Cass., VI, n. 02). Ma di ciò
dovremo parlare lungamente nel testo, \
Dinamo Da

CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 211

romanità co' principi del cristianesimo e gli elementi barbariei.
Sorsero, perché i popoli hanno bisogno di governo, e non potendo
essere saviamente governati da forze meglio disciplinate, dovet-
tero governarsi da sè. Troppo si chiedeva all’ energia di un po-

- polo; che nello stesso tratto creasse il tipo di una nuova civiltà,

costituisse per via di consuetudini le sue leggi, incarnasse nel-
I’ ordinamento pubblico e nei costumi il prodotto dell’'amalgama
feudale, e desse prova di sapere attendere a così vasto e com-
plesso lavorio in mezzo a pericoli esterni di ogni maniera. Il pe-
riodo di rivoluzione, inaugurato dal cristianesimo e che, secondo
noi, dura anc'oggi, era allora al suo apogeo. Gli atomi dispersi
nell’oscura notte del feudalesimo andavano ricomponendosi attorno
al principio di libertà; ma altro è sentire la bontà di un principio,
e altro è aver le forze per applicarlo, svolgerlo e difenderlo da
tutti i traviamenti. Insomma le democrazie medio-evali non erano
figlie del passato, da lui scaturite per lenta, organica evoluzione.
Creatrici di forme di governo, di leggi, di industrie, di commerci,
davano l'aspelto di organismi, la cui operosità precoce, accelerata
rendeva deboli e facilmente mortali. Vedete, come quello stesso
popolo che ha tanta fede nella libertà e crede potersi governare
da sè coll’ opera de’ suoi cittadini, viva poi in continue diffidenze,

‘ammassi leggi su leggi, ordinamenti sopra ordinamenti per gua-

DO
rentirsi contro la nequizia degli uomini. Non par che dica a sè
stesso: io debbo governarmi così, ma per mia sventura non posso
fidarmi di alcuno? E non è questa per fermo quella libertà or-
ganica, che sa di potere ciò che vuole, che è paga di sè, in sé
fidente e nell'ottimo costume pubblico e privato dei cittadini. Se
noi facessimo l'istoria colle etichette (1) dei grandi uomini, ci sfug-
girebbero anche qui i veri fenomeni della vita delle nostre demo-
crazie; e ci spiegheremmo le discordie interne col prevalere or
dei Nobili o de’ Raspanti, or dei Bianchi o dei Neri, or dei

(1) Ci piace usare questa parola in tal senso adoperata da un illustre pensatore
moderno, Leone Tolstoi. Egli, seguendo i principi della odierna critica storica, nel suo
stupendo lavoro — La guerra e la pace — si é accinto a dimostrare la potente effi-
cacia delle moltitudini di fronte agl’individui che sembrano dominarle, mentre ne
sono invece dominati. — « I pretesi grandi uomini, egli scrive, non sono che le eti-
cliette della storia; danno il loro nome agli avvenimenti senza neppure avere, come le
etichette, il menomo legame col fatto medesimo. Ogni loro atto è legato a priori col
cammino generale della storia e della umanità ». (Vol. III, pag. 29).
919 O. SCALVANTÍ

Guelfi o de’ Ghibellini. Ma perché vi furono coteste parti poli-
tiche, e perchè ora prevalse l'una, ora prevalse l'altra? AI di-
sotto degli avvenimenti, di cui un uomo o una famiglia può essere
stato causa occasionale, vi è la corrente che ha trascinato un po-

polo, una città, un regno piuttosto in quella che in questa dire-:

zione. E la causa che trasse alle tirannidi le democrazie medio-
evali, pià che nelle occasioni offerte dall' ambizione di un Principe
o di un Papa, si deve cercare nella corrente che trascinó la li-
bertà a divenire licenza, per non essere pronte e disciplinate le
forze che dovevano resistere a quella corsa sfrenata. E queste
forze mancarono, perchè la precocità di quei primi germi di una
civiltà nuova, operanti in mille oggetti, impediva che essi fossero
bene equilibrati, e avessero gli elementi di moderazione, senza
dei quali non v' ha possibilità di duratura potenza. Ognun sa che
l equilibrio delle funzioni non esiste negli organismi troppo gio-
vani o deboli; le democrazie erano l'effetto del primo fiat di li-
bertà, dopo un secolare servaggio, e invano noi spereremmo di
trovarle sapientemente equilibrate. Quindi la facile licenza e la
facile oppressione, tenuta sempre pronta dalla indistruttibile mal-
vagità degli ambiziosi.

Ora se queste cause erano sufficienti a: destare nel seno di
ogni città quelle lotte partigiane così esiziali all' ottimo reggimento
di uno stato, tanto più dovevano rendere frustranei i tentativi di
una larga, forte e temuta confederazione dei comuni. Ond'é che
noi vediamo le leghe, non appena iniziate, essere disciolte per gare
di vicinanza, per rivalità e gelosia di grandezza.

S 26. Pertanto, nel tempestoso periodo che attraversiamo, le de-
mocrazie sentivano di esser sole contro potenti nemici, ed è ben
naturale pensassero a scegliersi un aiuto. Di qui ebbero origine
certamente le due grandi fazioni de'Guelfi e dei Ghibellini. Il
Perlile, dopo avere narrato da quali dissensioni fossero angu-
stiate le città, osserva che esse erano oltremodo accresciute dalle
parti de Guelfi e dei Ghibellini, a cui facevan capo le fazioni in-
terne dei comuni. Ma le sette de’ Guelfi e dei Ghibellini non co-
stitutoano partitt che mirassero a dare il potere ad una data
classe sociale, o che st combattessero per poter attuare libera-
mente questa o quella idea di governo, ma si risoluevano in un
vago favoreggiare i| papa o l’imperatore, senza che si, sapesse

SRIRNTIEA ALTO
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vada ARIA

GONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI E2OTA

nemmeno d'onde prendessero il nome (1). E del nome poco a
noi rileva; la sostanza però di quelle, che a torto si dicono seífe ,
(perchè furono veri partiti) a ognuno può essere manifesta sol che
si pensi:

1:9 Che, sebbene non riuscissero a toglier via le anteriori
discordie e talvolta contribuissero a renderle più profonde, pure
è un fatto che i popoli col parteggiare o per l’impero o per il
papa ebbero in mira di cattivarsi appoggio di un'alta autorità
anche al fine di veder cessate le lotte interne.

9.0 Che se i due partiti guelfo e ghibellino non miravano
a dare il potere ad una data classe sociale, e nemmeno si com-
battevano per poter attuare liberamente o questa o quella idea di
governo, ciò era conforme al concetto politico comune ad entrambi.
Perché tanto i Guelfi nel parteggiare pel Papa, quanto i Ghi-
bellini nel cattivarsi l'appoggio dell'Imperatore aborrivano dal-
l'idea di soltomettersi o all' uno o all'altro. Volevano salva la loro
libertà e il loro ordinamento interno, e cercavano combinare
queste loro esigenze col concetto di un alto dominio o dell’ Impe-
ratore o del Papa, che valesse a difendere la loro sicurezza esterna
e a tener quieli all'interno i liberi comuni. Dante Alighieri a
questo appunto intese nel De Monarchia, nel qual libro, a ragion
fu detto, che il sommo poeta aveva vagheggiato la municipalizza-
zione dell'umanità, combinando il godimento delle libertà interne
colla benefica influenza di un forte centro unitario. I Guelfi. poi
tanto più potevano sperare nella realizzazione di questo programma,
in quanto l'autorilà, cui si appoggiavano, se era naturalmente
elevata e tale da aver ragione anco di fronte ai.più potenti prin-
cipi della terra, non mostrava le attitudini necessarie all'esercizio
di un temporale governo, di guisa che il suo dominio doveva di
necessità estrinsecarsi in una forma di protettorato. Il Bartolo esa-
gera certo dicendo che i Guelfi — quasi zelatores fidet, interpre-
lantur. confidentes orationibus et in divinis, mentre i Ghibellini
erano confidentes in fortitudine (2). — E l’esagerazione sta in ciò,

(1) PERTILE — Op. cit., Vol. IT.

(2) Trac. De Guelphis et Gebelinis, 8 1 e 2. È notevole la coincidenza non solo
ne’ concetti, ma anco nelle espressioni, fra il passo del Bartolo circa 1’ origine e il
modo di essere delle due parti politiche e la Rub. 473 del Lib. I, degli Statuti perugini.
Anche qui si dice che i due partiti si vennero costituendo per affectionem, e che i guelfi
914 O. SCALVANTI

che non si diveniva Guelfi per solo spirito religioso, ma anco per
un profondo concetto politico, come si diveniva Ghibellini senza
che per questo si rinunziasse al fervore per la religione; in so-
stanza però il Bartolo ha bene adombrato, se non espresso, la
diversità del pensiero politico, che induceva i Guelfi a credere più
efficace l' autorità quasi interamente morale della Chiesa, e i Ghi-
bellini a ritenere più decisiva l' influenza di un forte impero civile.

S 27. Ora, in parte per il loro spirito religt0s0, in parte per il loro
genio democratico i perugini cercarono con ogni studio l'amicizia
e la protezione della Chiesa. L'impero civile, per mezzo dei Lon-
gobardi e per mezzo di Federigo I, non pareva trovasse altra in-
carnazione pratica del suo protettorato, che col rimettere il governo
della città nelle mani di un despota. E ben vero che con Enrico
VI queste vedute eransi fatte più miti; ma ciò che egli era di-
sposto a concedere, veniva di gran lunga superato dalle franchi-
gie di Innocenzo III, l'opera del quale non s'arresta alla Bolla
del 1198, ma prosegue attivissima fino al 1215, in cui contribuì
ad un rafforzamento degli ordini di libertà, eccitando Perugia a
non imporre nuovi tributi senza deliberazione del Consiglio ge-
nerale (1). D'altronde in quei tempi, nei quali andò radicandosi

così furono detti — quasi zelatores fidei et fidem gerentes. Et sicut gebellus interpre-
tatur locus fortitudinis; ita gebelli interpretantur confidentes in fortitudine tempo-
rati militum et armorum; et sicut ghelfa interpretatur os loquens (e cosi pure si
esprime il Bartolo) ita ghelfi interpretantur confidentes rationibus et divinis ». È ben
vero che tanto 1o Statuto che il Bartolo nell'assegnare l' origine delle due fazioni si
riferiscono à opinioni anteriormente espresse, ma la coincidenza delle espressioni ci fa
credere, che dallo Statuto Bartolo apprendesse cotali opinioni. Infatti il Capitano di
Parte guelfa fu introdotto nel 1266, e il testo da noi riferito appartiene appunto
alla rubrica, che tratta di cotesto ufficio. Dunque vi é plausibile ragione per ritenere
che quel testo sia d'assai anteriore all’ epoca del Bartolo. Una differenza vi é nella
dizione ed è questa, che mentre lo Statuto dice che i Guelfi erano — confidentes ratio-
nibus et divinis — il Bartolo dice che — interpretantur confidentes orationibus et in
divinis.

(1) Lib. delle Sommis., lett. A, pag. 57, e BARTOLI, pag. 310. — Ciò era ben naturale ;
difatti nella storia giuridica si trova che anche quando l'autorità dei Parlamenti o Con-
sigli generali venne a diminuire, non si tolse loro la facoltà di sancire i tributi. (Vedi
PERTILE — Storia del diritto italiano — Vol. I, pag. 275, e Vol. II, part. I, pag. 344 e
segg.). Relativamente agli Stati, sui quali esercitava la Chiesa una più o meno diretta
ingerenza si riscontra che Urbano IV nel 1367 scrive al Rettore della Marea anconi-
tana — Cum, sicut audivimus, in generali parlam. prelatorum, nobilium et. comuni-
tatum provincie march. ancon. cujus prees regimini nuper in civitate Maceratensi
celebrato, concorditer et consulto deliberatum extiterit et firmatum, quod impositio
et exatio tam tallie generalis in prefata et aliis eccl. rom. provinciis imposite diutius
et exacte, quam subsidior, et onerum quorumcummque dicte provincie in iui arbitrio
et potestate remaneant, prout de n. procederet voluntate. — E il Papa ne ordina la esa-
CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 275
nell’animo dei perugini il concetto politico del guelfismo, bisogna
riconoscere : |

1.9 Che l'intervento dei Papi non sconvolgeva gli ordini
di libertà che ab antiquo i perugini si erano dali; ma aveva di
mira il quieto vivere della città, e n° è esempio; l'intervento di
Innocenzo III nel 1214 per sedare il tumulto sorto in Perugia,
e quello di Gregorio IX, che nel 1225 tenta comporre e per mezzo
di legati e in persona i dissidi insorti fra Cavalieri e Pedoni.

9.0 Che l'alleanza colla Chiesa non sempre nuoceva ai Pe-
rugini di fronte all’ Impero; chè anzi di frequente «era occasione
perchè gl’ imperatori li gratificassero. Per non discostarci dai
tempi che formano oggetto particolare del nostro studio, ricorderemo
la Bolla di Guglielmo imperatore del 1215, colla quale si donano
terre a Perugia in riconoscenza della fedeltà serbata alla Chiesa.

8.9 Che Perugia, mentre giovavasi del Papa per avere un'alta
protezione, e mentre coll’ alleanza della Chiesa non le era tolto di
mantenere a quando a quando rapporti di amicizia coll’ Impero,
cercava bilanciare le sue forze con quelle dei possibili avversari
mediante una lega, che andò costituendo nei primi del secolo XIII
fra le Umbre ciltà.

Data l'indole dei tempi, il capolavoro di un governo libero non
poleva essere che questo ; sacrificare alla libertà la piena indi-
pendenza, cercare un protettorato che quella libertà si impegnasse
solennemente a rispettare, e dare opera alla costituzione di una
lega che servisse a difendere le città nel caso che o il protettorato
venisse a mancare o accennasse a trasformarsi in una signo-
ria. E Perugia ebbe fin dapprincipio, e cercò con ogni potere di
svolgere questo concetto politico, togliendo a. base il guelfismo,
ma sempre pronta a combattere contro chiunque volesse sacrifi-
care il patrimonio delle sue libertà.

zione (THEINER, II, 430). — E nel 1405 si vede che — in generali provincia ecc. Patrimonii
duc. Spoletani, Sabinensis ac terrarum specialium commissionum parlamento in civit.
Tudertina celebrato, caritativum subsidium ordinatum ecc. — Fra i patti d'Ascoli che
torna sotto la S. Sede per opera di Albornoz v'é — per legatum. seu rectorem non
ponetur aliqua gabella dativa, posta, vel prestantia . . . contra voluntatem Comunis,
reservatis illis dativis que ponerentur in generali Parlamento Marchie (THEINER,
II, 321). — Vedi anche — ScLoPIS — Degli Stati generali ecc., 1852. — BOLLATI —
Atti e documenti delle antiche assemblee. — DAL Pozzo — Saggio sulle antiche assem-
blee nazionali di Savoia, 1829. — MoNcrroRE — Parlamenti generali in Sicilia, 1749, ecc. O. SCALVANTI

S 28. Ad attuare questo programma occorreva però, che lo spirito
religioso fosse illuminato, e noi dimostrammo che così era ; perchè
altrimenti la fedeltà alla Chiesa avrebbe facilmente degenerato in
un ossequio tutto personale e fanatico verso i suoi ministri. Per
contrario i perugini, senza discostarsi mai dalla Chiesa, come
centro delle loro tendenze religiose e politiche, seppero a quando
a quando profiltare anche dell’ Impero; e se udiamo il Bartolo,
dobbiam ‘credere, che assai più del protettorato della Chiesa, i
perugini avrebbero amato quello di un Impero colla Chiesa alleata,
come fu l' impero di Costantinopoli, o quel d' occidente con Carlo
Magno e alcuni de’ suoi successori. ll disegno politico era allora
compiuto, perchè le città italiane avrebbero potuto prosperare sotto
l'usbergo di una doppia autorità, quella morale della Chiesa e
quella temporale dell’ Impero (1). E, secondo l'insigne giurista,
fu proprio colla prostrazione del romano impero, che venne man-
cando ai popoli l'alto — dominium in temporalibus —.

Dalle quali considerazioni risulta, che per i perugini, come
per altri popoli italiani, il tenere le parti della Chiesa non fu
opera di setta, ma di vero partito politico. Già il Bartolo aveva
osservato che i nomi de’ Guelfi e dei Ghibellini significavano af-
fectiones hominum (2). E noi aggiungiamo, che la profonda af-
fezione alle libertà interne con un modesto orizzonte di influenza po-

(1) BaRTOLO — Trac. De represaliis — Represaliarum materia nec frequens nec
quotidiana erat tempore quo in statu debito Romanum vigebat imperium ; ad ipsum
enim tanquam ad summum Monarcham habebatur regressus, et ideo hanc materiam
legum Doctores et antiqui juris interpretes minime pertractaverunt. Postea vero peccata
nostra meruerunt quod Romanum imperium prostratum jaceret, et Reges et Principes
ac etiam civitates maxime in Italia, saltem de facto in temporalibus dominium non
agnoscerent, propter quod de iniustitiis ad superiorem non poterat haberi regressus,
coeperunt represaliae frequentari, et sic effecta est frequens et quotidiana materia. —
Questo concetto é chiaramente espresso anche nella Rub. 473 dello Statuto, Lib. T, là
dove si dice che i Ghibellini confidavano in fortitudini temporali militum et armo-
rum, ei Guelti i» rationibus.

(2) BanTOLO — Trac. De Guelphis, ecc. — Dico, si plures sunt unius affectionis,
vel si quis adhaeret uni affectioni, non propter bonum publicum, sed propter pro-
priam utilitatem vel ut alios opprimat, istud est simpliciter illicitum, et sic hoc invi-
cem convenerint, esset punibile, quasi contrahentes societatem in poena innocentium
(86). Che se poi — est una pars in civitate tendens principaliter ad. bonum publi-
cum, ut civitas recte et quiete gubernetur, nec tamen posset adversariis resistere, nisi
sub ano partialitatis nomine, et tunc puto talem affectionem et partialitatem commu-
niter esset licitam. Sicut enim ad tuitionem rerum licet congregare amicos, ita multo
magis ad. tuitionem publicam (S 8). xi

RE

E cou. CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 277

litica guidava preferibilmente al guelfismo; e con tale intendimento
il parteggiare era lecito, non era opera di settari (1). Certo una ,
città, la quale avesse potuto fare a meno è dell’una parte e del-
l’altra, avrebbe fallo bene à seguir l'esempio di Treviso, dove
era dato il bando ai ciltadini se si chiamavano guelfi o ghibellini,
o l'esempio di Belluno dove tale divieto fu imposto dalla Repub-
bliea Veneta. Ma Venezia poleva e doveva per le sue peculiari
condizioni politiche e per l'ordinamento della sua potente aristo-
crazia, fare a meno di questi partiti; mentre le altre città d'Ita-
lia non potevano, come si esprime il Bartolo, resistere ai loro
nemici nisi sub uno partialitatis nomine.

Solo, come abbiamo più sopra accennato, quante volte l'utile
pubblico lo ricercava, i perugini eran destri a profittare anco
della benignità dell’impero, e ciò si vide a’ tempi di Carlo IV (2).

Concludiamo: che il concetto politico generale, che presiedette
alla organizzazione della repubblica perugina, fu di combinare il
principio democratico di libertà col protettorato della Chiesa; e
il concetto politico particolare fu quello di organizzare una Con-
federazione di città sotto quel protettorato. —

8 29. Su quest’ultimo concetto politico vogliamo indugiare al-
quanto, perchè ci sembra degno di essere attentamente studiato.

Anzitutto è da osservare, che le terre dell’ Umbria e molte
della Toscana attratte dalla fama di quel popolo cosi prudente e

(1) Anche in questo punto dell'opera del BarroLo vi è coincidenza collo Statuto,
il quale pure alla Rub. 473, Lib. I, parla dell’affectio, che da antico tenne unita la città
di Perugia alla parte Guelfa.

(2) E notevole nel BARTOLO la sottile teoria dei Guelfi e Ghibellini di origine o di
convinzione. Egli costruisce una teorica fondata su ragioni di giustizia e di equità per
combattere il sistema dello Statuto pisano (e poteva aggiungere, di altri moltissimi)
perla quale teorica un ghibellino di origine non deve per questo esser colpito dalle leggi
restrittive della sua città emanate in odio o in sospetto dei Ghibellini. Egli biasima il
costume di compilare degli elenchi di coloro, qui tatis affectionis esse dicuntur ; quod
tamen odiosum. et contra aequitatem, est (816, Trac. De Guelphis, ecc.). — Il BARTOLO
pero.non é qui punto imparziale ; e mentre fulmina lo Statuto pisano per le sue leggi
restrittive contro i Guelfi, dimentica che anche in Perugia tali leggi erano state fatte
nel 1316 e nel 1326 contro i Ghibellini, e i discendenti dai Ghibellini, e che tal qualità
poteva essere provata col mezzo di 6 testimoni (Vedi Cronaca GRAZIANI). — In altri
luoghi con una forse eccessiva sottigliezza legale dimostra che si può essere Guelfi
in una città Guelfa facendo l'utile di lei, mentre si è nati Ghibellini, e tali siamo nella
città nostra. Lunga poi e abilissima è la parte del trattato, ove studia per quali cause
si può mutare affectionem. partialitatis, ma. questo passo fu da noi per intero già
riferito al S 25.
278 0. SCALVANTI

così illuminalo cercarono più volte di rimettere nelle sue mani
il protettorato de’ loro comuni e la. scelta de'loro officiali. Così
nel 1180 si sottomette a Perugia Città di Castello, nel 1188 Gub-
bio, nel 1189 Castel della Pieve, nel 1189 il Marchese Ugolino
Del Monte (1), nel 1200 Nocera e Sarteano; poi nel 1202 Foligno
stringe lega coi perugini, Nocera, Monte Gualandro, Castel Nuovo,
Santa Maria « de Perelle » ed altri luoghi si danno all'alta si-
gnoria di Perugia; nel 1208 Gualdo, Castel Fossato, Valfabbrica,
e l’ Isola Polvese ricorrono del pari sotto la protezione dei peru-
gini. Poco slante a loro si riunisce il Castel di Val Marcola per
opera di Gualtieri di Ranuccio di Malguardo (1216), e la terra di
Montone; e Perugia nel prendere queste terre in accomandigia
cerca stringere più fortemente i vincoli di una lega Guelfa, che
al tempo stesso non destasse sospetti negl’ imperatori (2). Nel 1218
Cagli, molestata dai popoli vicini, si dà a Perugia, accettando la
condizione che non si faccia. guerra nè contro il Pontefice, nè
contro l'Impero, né contro il Popolo romano; in seguito la Re-
pubblica riesce a concludere una lega potente fra Todi, Foligno,
Gubbio e Spoleto; nel 1250 ritorna in sua protezione Caste] della
Pieve. Poco dopo Perugia puó aggiungere al suo dominio anche
le terre dei signori di Poggio di Manente (a. 1258). I Papi am-
mirando allora l'opera unitaria di Perugia la. favoriscono colla
cessione di Gubbio, cui si riferisce il Breve di Alessandro IV

del 1258. Più tardi nel 1289 Spello domanda la protezione dei pe--

rugini; e il loro esempio è seguito da Sassoferrato nel 1297, da
Cannaja nel 1290, da Gualdo di Nocera nel 1298. Le castella’ e
ville di Assisi si uniscono alla repubblica perugina nel 1819 con
miti condizioni; lo stesso fa Cerreto, ottenendo pe’ suoi abitanti
la civilitas perusina con la condizione di un annuo censo. In se-
guito Sarteano, Montepulciano e Chiusi invocano da Perugia la
nomina dei loro Podestà (a. 1355). Ed è grandissimo poi il numero
dei perugini, che furono chiamati nelle più cospicue città d’Italia a
rivestire cotesto altissimo ufficio.

Se non che le tristi vicende di Perugia verso la fine del se-

(1) Vedi Bollettino di Storia Patria per V Umbria — Vol. I, fasc. T.
(2) Infatti negli Atti riguardanti le leghe o sommissioni vi è sempre la formula,
che non si debba muover guerra né al Papa, né all'Impero.

M MÀ M Á— ÁÀ CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 219

colo XIV le tolsero di proseguire questa grandiosa opera di con-
È centramento politico; e fu sventura, perchè la costituzione di
1 una forle repubblica nel centro d' Italia avrebbe giovato assaissimo
| alla pace, e forse, a suo tempo, impedito il consolidarsi della si-
gnoria di Carlo V, che fu il peggior malanno della nostra patria
| e la causa del suo lungo servaggio.
P Ma. non appena Perugia ebbe nel 1378, concluso la pace
: con Papa Urbano, e si poté credere che fosse pace durevole, le
città tornarono spontaneamente nella obbedienza di lei; e così la
vediamo ampliare il dominio con Castel della Piscina (a. 1379),
con Bevagna (a. 1318), che cerca aiuti in Perugia per porre mano
alle sue fortificazioni. Nello stesso mentre i Marchesi Del Monte, ,
i Varani di Camerino (a. 1379), Spoleto (a. 1380), Orvieto (a. 1381)
e Montecchi (a. 1382) o sollecitano di entrare in lega con Perugia,
o si danno alla sua protezione. E quale avvedimento politico e
i nei perugini di quel tempo! Essi accettano le sommissioni, ma
non dimenticano, che il porro unum et necessarium è quello di
vivere in buoni accordi colla Chiesa, e perciò negli atti di som-

-

E missione o nei capitoli delle alleanze ricorre sempre l'obbligo
| imposto alle città sottomesse ‘o recomendate di non altentare
L alle convenzioni intercedute fra Perugia e il Papa nel 1378.

SE , Il Pellini, sebbene così parco nei giudizi, narrati gli ac-

cordi fra Perugia e Orvieto del 1381, così giustamente si esprime :
— « Da ciò si può conoscere di quanta autorità fossero i peru-
gini, e quanto dai loro vicini fosse stimata la loro amicizia e
protezione; e dall'altra parte si può comprendere, quali fossero

a lì trattamenti, che essi facevano ai loro amici e confederati; poi-
chè gli alletlavano ad esporsi volontari ad una amorevole sog- | “al

gelione; prerogativa che sicome rende amabili, ammirabili quei
che la tengono, così fa che vivano in pacifica quiete le città, le
provincie, i regni e le monarchie, e che i popoli godano di quel
frutto del buon governo, che solo può mantenere in piedi gli stati
e in unione il mondo tutto » (1).

; E il diligente storico ha ragione. Perugia seppe veramenle
attrarre le vicine città nell’orbita della sua politica; ma le sarebbe

(1) Hist., Vol. I, pag. 1271.

LÀ O. SCALVANTI

venuto fatto, se non avesse avuto riputazione di libertà e
gezza?

$ 30. Aggiungasi che altissimo e continuo fu il magistero di pace,
che la Repubblica esercitò. E impossibile raccogliere in breve
anco i principali casi, in cui ella fu invitata a spendere la sua au-
torità per la conservazione della pace; ma pure non possiamo
rinunziare a ricordarne alcuni. Nel 1266 i Todini eccitati dal Papa
a ricorrere al suo arbitrato in certe loro contese con alcune terre
vicine, non muovono passo senza aver prima interpellato la Re-
pubblica e averle chiesto degli ambasciatori da inviare a Roma.
L'anno di poi, essendosi in un tumulto avvenuto in Città di
Castello uccisi alcuni perugini, i Castellani inviano tosto am-
basciatori a Perugia per scusarsi del falto e chiederne am-
menda. Al quale contegno non si assomiglia quello di alcuni
Stati moderni di qua e di là dall'oceano, e dove gl' italiani si
uccidono, magari col barbaro sistema del linciaggio, senza che
si muovano delle ambascerie per sedare le vertenze. Nello stesso
anno gli Aretini rimettono alla saggezza di un arbitro pe-
rugino, che fu Gualduccio di Giacomo degli Oddi, la risolu-
zione di una loro controversia colla Répubblica (a. 1267), la
quale nel 1273 siede arbitra per comporre alcune differenze fre
il Duca di Spoleto e i cittadini. E mentre nel 1276 i perugini
si affaticano a sedare le discordie fra Nocera e Foligno, fra Foli-
gno e Montefalco, fra i signori di Chiusciano e gli abitanti di
Rocca S. Lucia, mandano a Todi per comporre le vertenze sorte
fra vari ordini di cittadini, ed entrano mediatori in una grave
disputa fra i signori di Camerino e i Folignati. Più tardi il loro
ministero di pace è invocato per le fazioni dei Monaldeschi. e
Filippeschi in Orvieto (a. 1282); e udita la voce di dissensioni
interne a Todi, ad Arezzo e Narni, vi mandano ambasciatori per-
ché le compongano (a. 1287). Perfino i milanesi, giusta quanto ci
narra il Corio, al tempo di Otto. Visconti (a. 1287) chiesero, vo-
lessero i Consigli perugini eleggere un Podestà per Milano. E a
chi paresse strano che quella potente repubblica rimettesse la
scelta di un suo Podestà ai Consigli perugini noi risponderemmo,
che la verità di questò fatto è accertata non solo dalla parola
degli storici milanesi, ma anco da ciò, che, sull’esempio di Mi-
lano, altri popoli praticarono a breve distanza di tempo. E alle-

z

OLEI Es.
VLAN A sie

CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 281 :

gheremo il fatto dei cittadini di Todi, che nello stesso anno 1987
chiedono al Consiglio perugino di eleggere il loro Capitano. Né
deve far meraviglia, dopo il già detto, che nel 1988 i consoli
della Repubblica fossero eletti arbitri per le cortese fra Orvieto
e Todi e il Castello di Monte Marte, e che i perugini venissero
ricercati per rimetter pace fra Todi e Narni (a. 1290); il qual
fatto si rinnova per molti popoli dell’ Umbria nel 1298. Notevole
è la espressione contenuta nel documento, col quale i Todini chie-
sero nel 1293 l'intervento di Perugia nelle loro discordie. — « Quare
affeetuose rogant, quod prudenter, ac sine mora, per commune
Perusii, qui Medicus verus est, hec plaga valeat liberari » (4).

Che più? Gli Anconitani nel 1311 chiedono ambasciatori a Pe-
rugia per comporre le loro vertenze col Marchese della Marca;
e nello stesso anno, per opera della Repubblica; si conclude
la pace fra Città di Castello e Federigo Conte di Montefeltro, fra
! Duchi di Spoleto, fra le fazioni de’ Guelfi e Ghibellini in Monte-
faleo e più tardi nel 1320 in Spoleto, e fra Nocera e Castel della
Pieve. Ed ora la Repubblica invia ambasciatori a Chiusi, ove le
sommosse popolari minacciano la quiete pubblica; ora, sebbene
abbia da sostenere una guerra contro Assisi, protegge Cortona
contro le pretese del Conte Azzo di Sarteano (2), e si adopera
efficacemente per metter termine alle contese, sorte in Orvieto per
causa de’ Monaldeschi. Più tardi la vediamo per ben due volte
mediatrice fra il Conte di Montefeltro e Galeotto Malatesta di Ri-
mini (a. 1381); e nell'anno stesso fra il Vescovo di Gubbio e
il signor di Fabriano, e perfino mandare ambascerie a Firenze
per procurare vi cessassero i disordini interni. Due anni dopo
Perugia attende a far pace onorevole con Città di Castello, raffer-
ma la lega coi Marchesi Del Monte, riceve in protezione Mon-
tecchi, castello del territorio di Assisi, ed è chiamata ad. eserci-
tare un ministero di concordia in Castel della Pieve (a. 1988). E fu
sventura che come riusciva in questo ministero di pace presso gli
altri popoli, altrettanto non riuscisse ad esercitarlo con efficacia
per sedare le sue discordie interne.

(1) PELLINI. — Op. cit., pag. 312.
(2) E il PELLINI nota — Ciò fece per provedere et mantenere insieme la dignità
e reputazione della Patria, che era come madre e protettrice di tutte le città e terre

di queste parti (Hist., pag. 456, Vol, I). 19
282 i O. SCALVANTI

E quali prove più luminose della considerazione, in che erano
tenuti i perugini, del contegno, che con loro usarono un Lodovico
di Ungheria (1), un Fra Moriale (2) e i Reali di. Napoli (3) e i
Visconti di Milano e la Repubblica Veneta (4), e va dicendo?
Del resto Perugia meritava: la stima e la considerazione delle
repubbliche e dei principi, perchè potente e fida nelle alleanze.
Vedasi infatti com'essa mantiene i capitoli della lega nel 1326 verso
Castel della Pieve, nel 1327 verso Arezzo, nel 1350 verso i Fio-
renlini. Anche quando le discordie interne non le avrebbero con-
sentito di correre in difesa delle terre datesi alla sua protezione,
ella non badava a sacrifici per compiere il proprio dovere.

$ 31. E dopo ciò, domandiamoci se Perugia possedeva le con-
dizioni per attuare il concetto politico di una forte federazione di
repubbliche nel centro d’Italia. Chi può dubitarne? Ella aveva
potenza e senno; la potenza che deriva non solo dal valore delle
armi, ma, come avrebbe detto il Guicciardini, dalla prontezza det
danari, e dall'autorità conquistata nelle scienze e nelle arti; e il
senno, che le derivava dalla tempra degli abitanti, dalla cultura
e dalla lunga esperienza delle politiche faccende. E ciò è ampia-
mente dimostrato dal fatto delle numerose sommissioni, che fecero
spontaneamente tante città e terre a Perugia; la quale adunque
possedeva i primi e sostanziali elementi per dirigere l’opera uni-
taria tra le repubbliche a lei vicine. E non fa quindi meraviglia se
la liberazione di Perugia avvenuta nel 1372 fu oggetto di pubbliche
feste dovunque, nella vicina Firenze, come nella remota Milano.

(1) Vedi le lettere del Re Lodovico al Magistrato di Perugia, nelle quali narra
l'acquisto del reame di Napoli compiuto dopo 80 giorni dalla sua partenza di Unghe-
ria, e avverte i Perugini di aver licenziato il famoso capitano Guarnieri con giura-
mento che non avrebbe preso soldo dai nemici del Re, de’ Fiorentini, dei Perugini e
dei Senesi.

(2) Fra Moriale, strenuo capitano, dopo le sue vittorie venne a Perugia e do-
mandò tre ambasciatori per inviarli al Re di Napoli onde accordarsi con lui (PELLINI
— Hist., Vol. I, pag. 946). |

- (3) La regina Margherita vedova di Carlo Re di Napoli e madre di Ladislao, in-
viava a Perugia ambasciatori per annunziare il matrimonio del figlio. con la princi-
pessa. Costanza.

(4) A non parlare dei prestiti, che fece più volte Venezia a Perugia e dei quali
dovremo trattare in seguito, veggansi nell’Arch, delle pergamene le lettere dei Dogi
al Magistrato, ora per annunziare la loro esaltazione al trono, ora per partecipare i
fatti più memorandi di quella repubblica, come avvenne nel 1381, quando Venezia
concluse la pace con Genova, e nel: 1380 quando riacquistò Chioggia.
RAS ig EIS

CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 283

- 8 32. Oltre a ciò, ella non solo non intendeva a isolarsi dai grandi
centri politici, ma coll’unione alla Chiesa cercava di mettersi in
condizione da imprimere energia al movimento unitario da lei
vagheggiato. E poichè'un tale disegno ebbero tutte le tirannidi,
giova considerare che Perugia non esercitò mai tirannie; e volle
che la federazione delle repubbliche si facesse. tenendo a base
dell’edificio politico la libertà. Difendere la libertà comune, ecco
il fine che essa si proponeva, e non già quello di immolare Ja li-
bertà altrui alla propria grandezza. Date queste condizioni, e ri-
flettuto che al raggiungimento di cosi alto scopo Perugia spiegava
un'allività, un'energia e direi un entusiasmo inestimabile, noi
dobbiamo concludere, che se non riusci a consolidare questo di-
segno, non fu colpa sua, ma dei soverchi ostacoli, che da ogni
parte insorgevano, e che a poco a poco la trassero all ultima ro-
vina. Ma fu lunga e non ingloriosa la lotta, talehè non è punto
vero quello che lo Selopis diceva, aver gl'italiani conquistato la
libertà, ma essersi presto stancati di difenderla (1). — È questa
un’avventata sentenza, perchè, se è vero che il regno della libertà
turbarono le guerre intestine, i malumori di parte, è pure indubita-
bile, che i comuni difesero sempre i loro liberi ordinamenti, quando
col senno de’ loro uomini di stato, quando col sangue dei citta-
dini. Se lo Sclopis ricorda con entusiasmo il giuramento del Gru-
tli del 7 novembre 1307, e leva a cielo i Farst, i Stauffacher
e i Melchthal, che ebbero ragione della tirannide de'baglivi im-
periali, noi ben sentiamo di partecipare al suo entusiasmo; ma
non si meíta in dubbio l'epopea grandiosa dei comuni italiei e
la loro tragica fine. Ben altri nemici ebbero coteste gloriose re-
pubbliche, ben altri allettamenti guidarono su questo suolo incan-
tato gli stranieri dominatori. I Comuni colla loro grandezza me-
desima, colle loro arti fiorenti, colle opere monumentali che eres-
sero, colle scienze che coltivarono, vennero fabbricando la loro
rovina; imperciocchè quanto più bella rendevano quest Italia,
bellissima per sorriso di natura e di cielo, e tanto maggiore era
il morso dell'appetito di dominarla nei potenti signori di Europa.

Pertanto il complesso di ragioni psicologiche, storiche, politiche,
che indusse la Repubblica perugina ad abbracciare il guelfismo, il

(1) Storia delia legislazione, Vol. I, cap. IV.

-
984 O. SCALVANTI

quale svolgevasi in mezzo ad un popolo di intelletto colto e di
animo prudente, doveva contribuire a mantenerla lungamente
nello scelto indirizzo. Ed è questo che dà una nota caratteristica
all'istoria perugina, e appresta larga materia di studio al pensa-
tore che volga la mente all'esame degli statuti di questa città.

$ 33. Storicamente la persistenza dei Perugini nel tenere le
parti del Papa, pure al Papa ribellandosi quante volte venisse da
lui minacciata o manomessa la libertà e la giustizia, si dimostra
in brevi cenni.

Da poco si erano i Perugini accordati con Papa Inno-
cenzo III circa le franchigie della loro libertà, che venne Fede-
rigo II a sconvolgere la quiete d’Italia. La potenza sua distolse
molte città dal rimanere fedeli al Pontefice; e così il grande edi-
ficio della Lega stabilita fra Perugia e le più forti città dell’ Um-
bria venne a sfasciarsi, e al Papa restarono solo poche città tra
le quali Perugia. Essa si mantenne fedele al guelfismo, e l'Im-
peratore se ne vendicò togliendole Castiglione del Lago (1). Ciò
avveniva nel 1228. Ma non appena nel 1234 Federigo II di ritorno
da Gerusalemme passò dall'Umbria devastandola, Perugia, Spo-
leto e Orvieto si occuparono tosto di rimettere la parte guelfa in
Todi e Foligno. E quando tre anni dopo, e cioè nel 1237, Perugia,
Todi, Foligno, Gubbio e Spoleto di nuovo si collegarono in un'al-
leanza offensiva e difensiva, si trovarono concordi nello stabilire,
che si dovesse fare eccezione solo nel caso, in cui da taluna delle
città alleate volesse farsi guerra o alla Chiesa o alla Città di
Roma. Dell'Impero non se ne parla «più, poiché in quel tempo
Federigo stava misurando le sue forze colla seconda lega Lom-
barda protetta dal Papa, contro il quale l'imperatore determinó
di rompere le ostilità. Una nuova lega più estesa si compose
nel 1258, e lega Guelfa fu detta. Vi parteciparono Perugia, Mi-
lano, Parma, Bologna, Firenze, Lucca, Faenza, Orvieto, Orte,
Spoleto, Toscanella e Narni, avendo a fronte la lega Ghibellina
di Genova, Pisa, Ferrara, Siena, Arezzo, Foligno, Todi, Viterbo
e Amelia (2). E fu pochi anni dopo che Perugia ebbe un nuovo
officiale, il Capitano di parte Guelfa, introdotto, come vogliono

(1) PELLINI — Hist., Vol. I, pag. 245.
(2) Id., pag. 260,
CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 285

alcuni storici, nel 1266, (1). Alta affermazione di guelfismo fecero
poi i perugini, statuendo che Guelfi dovessero essere i Priori e i
Camerlenghi, e che nessun cittadino potesse ricevere cariche in
cillà rette da Ghibellini (2). Ma della persistenza dei perugini
nell'alleanza colla Chiesa. bastino questi pochi cenni, perocchè
avremo occasione di parlarne anche in appresso.

GAPOSPVS
Dei rapporti politico-giuridici tra Perugia e la Chiesa.

S 34. Fra i rapporti giuridico-politici, che intercedeltero fra
Perugia ela Chiesa sono senza dubbio compresi quelli gzurisdisto-
nali, e quindi dovremmo trattarne insieme agli altri. Mala materia
delle giurisdizioni e in Perugia, e direm quasi in tutti gli altri
Comuni d’Italia, ha tale importanza da non potersi confondere
col trattato generale dei rapporli giuridico-politici. Quindi è che
ci sembra miglior partito farne oggetto di studio in una speciale
Sezione di questo Capitolo. Il quale perciò. resta distinto in due

(1) Stat. perug., Lib. I, Rub. 473. « Cum Perusina civitas antiquitus ghelfa fuerit
et ghelfam partem per affectionem servaverit foverit et tutata fuerit, et singulis an-
nis Capitaneus partis ghelfe in generali publicatione officiorum dicte civitatis publi-
catus fuerit, ne publicatio predicta irrita videatur congruum visum fuit inserere unde
pars ghelfa et gebellina emersere. .... Qui (capitaneus) in exigentibus partis ghelfe
negociis ad dictam partem tutandum et conservandum insurgeret et caput et dux .
omnium civium esset, ad quem omnes confluerent. Qui in quolibet generali consilio
dicte civitatis interveniebat, aderat colationibus et symposiis domin. prior. et camer.
et quolibet generali luminari unam faculam cere ponderis trium librarum habebat et
liram auream ghelfam partem indicantem super berretum portabat». — La reverenza
poi dei perugini é attestata in questa Rubrica anche dal passo, in cui si dice che Pe-
rugia deve esser guelfa — ut ab antiquo nobilissimoque Perusinorum sanguine non
degeneret. — E che questa Rubrica si trovasse nello Statuto prima della metà del
secolo XIV crediamo averlo dimostrato nella nota al 8 26.

(2) Di questa legge non parlano le Cronache del GRAZIANI e. dell'ANONIMO, né gli
Annali dell Oppri — (Vol. I, Archivio Storico Italiano e Memorie. Storiche, edite da
FABRETTI, 1887). — Invece la Cronaca del Graziani all'anno 1326 narra, che in quel
tempo (essendo feroci contese fra Guelfi e Ghibellini) fu sancito, che nessun discen-
dente da Ghibellini potesse avere ufficio alcuno né accettarlo; e a provare che si fosse
discesi da Ghibellini bastavano 6 testimoni di pubblica voce e fama. Ora come si spiega
il silenzio delle Cronache e degli Annali sull interdizione del 1316 riferita dal PEL-
LINI? Equivoco non può esistere, perché lo stesso PeLLINI ha fatto cenno all'anno 1316
della interdizione fulminata contro i Ghibellini. Piuttosto é da credere che la legge del
1326 fosse ‘un’ estensione di quella del 1316, e come allora la interdizione colpiva i
soli Ghibellini, fu poi estesa anco ai discendenti, e venne determinato il modo di
provare cotesta qualità, 986 O. SCALVANTI

sezioni: 1.8 Delle varie forme della supremazia della Chiesa;
2.a Della giurisdizione.

SEZIONE l.
Delle varie forme della supremazia della Chiesa.

8 35. In questa Sezione noi dovremo esaminare anzitutto il
concetto del Protettorato della Chiesa, e quindi le sue trasfor-
mazioni. Perciò utile si chiarisce subito una partizione della in-
tricata materia in vari periodi, che stabiliscano i gradi di tali
mutamenti. Noi abbiamo dimorato molto incerti su. ciò; chè in
una storia e per vicende politiche e per successione di pubblici
ordinamenti svariatissima, è malagevole assai creare delle parti-
zioni che corrispondano alla realtà. Pure, dopo avervi molto me-
ditato, ci è parso che la storia delle varie forme della supremazia
ecclesiastica in Perugia, potesse dividersi in questi periodi: — Pe-
riodo I. Del protettorato della Chiesa (Dal pontificato di Inno-
cenzo III, fino al trattato del 1370). — Periodo Il. Dell’ alto .do-

- minio della Chiesa (Dal trattato del 1370 a quello del 1992 con
Bonifacio IX). — Periodo III. Della lotta per la Signoria della
Chiesa (Dal trattato del 1392 al pontificato di Paolo III). — Pe-
riodo IV. Della Signoria della Chiesa.

Il periodo III abbiamo volentieri intitolato — Della lotta per
la Signoria della Chiesa — perchè in verità il tratto dal 1393 al
1535 non è che una alternativa di oppressioni e di riconquistate
libertà. I perugini hanno perduto una parte di autonomia, ma la
loro repubblica esiste e tratta col Papa come da potenza a potenza,
e dètta condizioni nello stesso atto che si sottomette alla Chiesa.
Il periodo meno eroico, se vogliamo, malgrado i grandi capitani
che.lo illustrarono, ma certo più luminoso e forse più utile a
studiarsi per verificare con quanto senno, coraggio e tenacità di
volere i perugini difesero fino agli estremi la loro libertà.

Periono I. — Del protettorato della Chiesa (anni 1198-1370).

8 36. Abbiamo visto che per la mente dei perugini non doveva
spettare ‘alla Chiesa che il protettorato, in cui comprendevasi
una missione di pace. Ognuno intende che nei rapporti fra Pe-
CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI

rugia e il Papato dovè generalmente constatarsi una duplice ten-
denza; per parte della Repubblica, a conservare entro i suoi limiti
l'ufficio del Protettorato; e per parte della Chiesa, la tendenza ad
esagerarne le funzioni per guisa da farlo tralignare in una vera
e propria signoria. i

Certo anche il rapporto di accomandigia traeva seco la ne-
cessità che i capi della Repubblica dovessero anzitutto guarentire
la libertà ecclesiastica, e quindi giurare ossequio alla Santa Sede.
E su ciò è da fare una considerazione, secondo il nostro mo-
desto avviso, importantissima.

Se noi prendiamo ad esaminare la formula di giuramento
del Podestà pubblicata dal Fabretti (1), e che con molta probabi-
lità & integralmente quella dello statuto del 1279 e dei precedenti;
e se consultiamo anche l’altra contenuta negli statuti editi nel se-
colo XVI (2), restiamo sorpresi di non veder fatta alcuna allu-
sione al giurameuto di fedeltà verso la Chiesa. Forse che tal giu-
ramento non prestavasi? Ciò sarebbe inverosimile, se anco non
fosse pienamente smentito dal documento da noi rintracciato nel-
l'Archivio municipale, e che ha particolare importanza essendo
dei primi del secolo XIII. Abbiamo riscontrato infatti che nel 1236,
ai dì 5 di dicembre, il Podestà di Perugia prestò giuramento ad
Alatrino suddiacono e cappellano di Papa Gregorio IX, nel quale
si obbligò di serbare intatti i diritti del patrimonio di S. Pietro
in Toscana e nell’Umbria, e mantenerli nella devozione e fedeltà
alla S. Chiesa — salvis communis Perusii et universitatis. privi-
legiis, consuetudinibus, juribus, usibus, jurisdictionibus, libertate;
lenulis personibus omnibus et singulis que quos et quas commune
Perusii et universitas eiusdem hactenus habuit et nune habet (3) —.

Dunque un giuramento di fedeltà si esigeva, e ciò era

‘conforme-al carattere di profettorato, che si dava alla supremazia

della Chiesa. Ma non è senza lieve importanza, che bisogna os-
servare la ragione per la quale di tal giuramento non è parola
negli staluti. A senso nostro, ciò conferma nel modo più evidente

(1) Documenti — Ed. nel 1887.
(2) Stat. perug. — Lib. I, Rub. 3.
(

3) Lib. delle Sommis., Lett. A. — Fra gli atti di giuramento non si può anno-

verare quello del 28 febb. 1210, perché esso è contenuto in un atto di speciali Conyen-
zioni fra Perugia e Innocenzo III,

-
288 0. SCALVANTI

che i perugini tennero a dare al protettorato della Chiesa un ca-
rattere, che nulla potesse turbare la loro politica libertà ; insomma
era come un patto internazionale, un'alleanza, né faceva parte
del diritto pubblico interno dello stato. Con questo non vuolsi ne-
gare, che da Innocenzo III in poi, i Papi non abbiano inteso a
quando a quando di rendere effettivo il loro dominio sulla città ;
e molti esempi di ció abbiamo incontrato nelle nostre Fonti (1).
Ma il pià delle volte il linguaggio dei pontefici durante questo
primo periodo del Protettorato è umile, remissivo. Ed ora esor-
tano il magistrato a restituire alcune case agli ecclesiastici (2); ora
pregano perchè certi beni di monasteri non sieno compresi nello
statuto formato dal Consiglio generale, mediante il quale*gli stessi
terreni rimanevano incorporati al Comune (3), o domandano*aiuto
per causa di guerra (4), o fanno istanza ai perugini perchè si
interpongano per la grazia di un condannato (5), o cercano di per-
suadere il Magistrato a prendere qualche espediente, perché la
progettata costruzione di fortezze non pregiudichi alla libertà della
Chiesa, e non oscuri la fedeltà dei perugini verso di lei (6). E le
dichiarazioni per parte dei Papi di non voler imporre a Perugia
verun giogo di schiavitù, ma di volere anzi favorirla con ogni
sorta di grazie e di privilegi, sono esplicite, eloquenti, efficaci (7).

E se un primo segno di indebita ingerenza negli affari in-
terni volesse ravvisarsi nei Brevi di Clemente IV del 1266, noi
risponderemmo che essi furono emanati in nome del rispetto do-

— (1) Gregorio IX nel 12 marzo 1230 conferma alcune sentenze emanate dai giudici
perugini; Innocenzo IV con sua Bolla dell'8 febbraio 1250 approva alcune vendite di
territori fatte a Perugia; Alessandro IV con Balla del 14 marzo 1259 approva le con-

cordie avvenute fra.le città Umbre; Innocenzo IV. con Bolla del 14 aprile 1253 concede.
‘facoltà di dare tutori, curatori, emancipare, ecc,; Giovanni XXII ed altri pontefici

prima e dopo di lui si ingeriscono nel governo dello Studio e va dicendo. (Vedi Bolle
originali e il Zegesto di esse, che si conserva nel ricco Archivio di Perugia). -

(2) Bolla di Alessandro IV del 28 novembre 1257.

(3) Bolla.di Alessandro IV del 1» maggio 1258.

(4) Bolla di Alessandro IV, 13 gennaio 1259.

(5) Bolla di Alessandro IV, 11 agosto 1259.

(6) Bolla di Clemente VI, del 30 marzo 1349. Vedi anche le Bolle di Bonifacio IX
del 18 ottobre 1392 e dell'8 decembre 1399, nella prima delle quali chiede ai perugini

.di interporsi per la liberaziohe di un suo fratello, e nella seconda li prega affinché

facciano grazia all'Abate Guidalotti di S; Pietro, capo della congiura in cui fu ucciso
Biordo ‘Michelotti.
(7) Citiamo, ad es., la Bolla di Innocenzo VI del 21 gennaio 1354,
CONSIDERAZIONI SUL PRIMO" LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 289

vuto alle cose pertinenti alla Chiesa. E difatti non è a meravi-
gliarsi, se avendo i perugini violato le ingiunzioni pontificie abbat-
tendo un muro vicino alla Cattedrale, e per questo essendo incorsi
nell’ira. del Papa, che scagliò un interdetto, inviarono amba-
sciatori a Viterbo per chiedere ammenda del loro fallo. Fin qui

le pretese pontificie erano assai giustificate, come fino ad un certo

segno può comprendersi che la Chiesa; la quale godeva quasi
dovunque di larghe immunità per il suo clero, tanto più le vo-
lesse rispettate in Perugia, e perciò inviasse nel 1266 un Auditore
di Rota in questa città con potere di togliere via gli aggravi che»,
fossero stati imposti al clero. Ma non appena questi. confini
richiesti dal concetto della libertà ecclesiastica erano varcati, noi
troveremo dal secolo XIII al secolo XVI i perugini risoluti a
respingere ogni invasione 0 eccesso di potere. Vediamoli nel 1277,
quando il Papa manda loro a chiedere una quantità di pesce del
Lago per il banchetto del giovedì Santo. Lieve è la cagione,
se vuolsi, ma poichè nella richiesta può ascondersi la preten-
sione di un vero dominio, i perugini entrano tosto in sospetto, si
aduna il Consiglio di Credenza o dei Savi. Questo collegio trova
gravissimo il decidere, e chiede sia interpellato il Consiglio
dei 500, il quale alla sua volta manifesta l’avviso, che si debba
convocare il generale Consiglio (1). E la deliberazione è, che il
pesce venga inviato, ma con dichiarazione esplicita che si manda
come cosa della città, non d' altri (2).

S 37. Il protettorato della Chiesa sembrava potersi legittimamente
affermare quante volte Perugia si avventurasse in una guerra. E

(1) I Consigli in quel tempo érano quattro — il Consiglio speciale, il più ristretto,
detto dei Savi della Credenza, eletto dal Podestà o dai Consoli — il Consiglio dei Ret-
tori delle arti, in ogni importante bisogna chiamato a dare il suo avviso — il Cozsi-
glio dei 500 uomini d’arte, istituito nel 1266 — e il Consiglio generale, che era il vero
Parlamento o arringo. »

(2) Saviamente nota il PELLINI — « In che si deve avvertire non solo la. gelosia
della libertà in questo popolo, ma anche la diligenza de' Consigli e con quanta ma-
turità i fatti pubblici si risolvessero » (Vol. I, pag. 292). E notisi clie non era quella
la prima volta che i Papi chiedevano il pesce del lago, perché ho trovato che anche
nel 1259 Alessandro IV lo richiese per la vigilia di Pasqua, Urbano IV nel 1261 pel
Natale e Clemente IV nel 1268 pel giovedi Santo. (Vedi le lettere di questi Pontefici
nel Regesto dei documenti dell'Archivio comunale). Da ciò risulta che quando Gio-
vanni XXI richiese questo tributo, si ebbe ragione particolare di credere, che con ciò
volesse affermare il suo dominio su Perugia.
ORRORE DEDE

290 , "4 O. SOALVANTI

ciò riconobbero i perugini, ma con l'usata prudenza e circospe-
zione seppero tenere nei debiti confini anche questo legittimo eser-
cizio della protezione pontificia. Quando nel 1289 essi ebbero una
contesa coi Folignati, il Papa scrisse lettere per interporre la sua
mediazione. Non si ribellarono i perugini, e fatto Consiglio, man-
darono 24 ambaseiatori ai messi del Papa per esporre le loro ra-
gioni. I messi risposero ehe, avrebbero trattato direttamente col
Consiglio, che finalmente si adunò per udire la volontà del Pon-
tefice, il quale chiedeva che la contesa fosse decisa dai suoi am-

» basciatori. Il Consiglio consentì I’ arbitraggio, ma (ed ecco come

i perugini seppero mantenere il protettorato papale entro i limiti)
conosciuto il responso degli arbitri, non lo accolse e decretò la
guerra (1).

E la gelosta di libertà (che così giustamente chiamavala lo
storico Pellini) si rivela ad ogni piè sospinto nelle istorie, ed
anco per le più lievi cagioni. Ad es. quando nel 1308 era a Chiusi
il cardinale Napoleone Orsino, i perugini, guelfi sempre, gli
mandarono ambasciatori per pregarlo a recarsi in Perugia, non
però come Legato Apostolico; e il Pellini aggiunge « non volendo
essi con la sua venuta pregiudicasse punto alla loro libertà » (2).
E si comprende come Clemente V nel 1310 non si sognasse pure
di imporre, ma pregasse solo i perugini a non far lega colle terre
del Ducato di Spoleto; e si comprende come nel 1346 per essersi
sparsa la voce che il Papa aveva detto agli ambasciatori perugini
in Avignone, che Perugia era immediatamente soggetta alla Chiesa,
poco manco non nascessero gravi tumulti (3). La sola voce che
il Papa avesse proferito delle parole contrarie allo stato della li-
bertà perugina, produceva lutto nazionale (4). Questo avveniva

&

(1) Le conseguenze di questo fatto, meglio che dalle istorie si raccolgono diret-
tamente dalle Fonti, e in specie dalle Bolle pontificie. Ne abbiano viste tre importan-
tissime, colle quali il Papa, al termine della guerra, cerca soddisfare ai Folignati
senza nuocere gran fatto ai Perugini.

(2) Stor. — Vol. I, pag. 351.

(3) Udita quella voce, si fece consiglio generale ove fu ordinato che nessuna
bottega si aprisse finché non si trovava il colpevole, che aveva fatto tale dichiara-
zione. Sembra però che gli ambasciatori fossero trovati innocenti. — Per il quale atto,
scrive il PELLINI, si vede che il popolo non solo non voleva in quei tempi essere im:
mediatamente subietto alla Chiesa, ma non poteva pur sentire d’ esserne tenuto. —
(Ibid., pag. 570).

(4) Vedi nota precedente. 3

1
ge

CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 291

nel 1346, e quella grande fierezza e quei sospetti non erano in-
giustificati, imperciocchè i Papi volgessero in mente di render
Perugia tributaria della Chiesa. Lasciamo che l' ingenuo cronista,
notando i fatti del 1368, dica — che Papa Urbano non osó mai mo-
lestarci per privarne di questa felice libertà che noi godevamo (1) —
perché in quello stesso anno fu proprio Urbano V che alleandosi
coi fuorusciti tentò sottomettere Perugia, onde la guerra che nel-
l'anno di poi si accese fra il Papa e i perugini, alleato di questi
ultimi il Visconti di Milano (2). Nè valsero le esortazioni dei
fiorentini, i quali desideravano che Perugia facesse pace colla
Chiesa, a distogliere i perugini da questa guerra (3). Im tutto
quel tempo l’ alterezza dei perugini parve sino soverchia ; difatti
quando l'ambasceria, inviata al Papa per trattare della pace colla
mediazione del Re di Aragona, tornò vana, non son pochi gli
storici che lo attribuirono all’ alterigia degli ambasciatori della
repubblica (4). Ma la ragione unica* era questa, che Perugia
cercava una pace onorata per la conservazione della sua libertà,
e il Papa al contrario imponeva dure condizioni per le quali
il protettorato della Chiesa andava trasformandosi in una si-
gnoria. Così non portò effetto nemmeno l'altra ambasceria, di cui
fece parte l’ illustre giurista Baldo degli Ubaldi (5). Il pericolo per
la libertà è così grave, che ormai perfino i più animosi dispe-
rano di salvarla. E qui veramente si chiude il ciclo glorioso
della repubblica perugina, senza che per questo non dobbiamo
ammirare il tatto politico, di cui i cittadini diedero saggio con-
servando più che potevano delle antiche franchigie.

Pgnuiopo II. — Dell’ alto dominio della Chiesa
(1370 e 1392).

8 88. Travagliata da interne discordie, circondata da potenti
nemici, Perugia dovette scegliere fra la distruzione di sè stessa e

(1) Cronache del GRAZIANI, pag. 209.

(2) Quando fu scoperto in Perugia il complotto dei Nobili alleati del Papa, molti
ne furono uccisi, molti esiliati; di qui la indignazione del Pontefice. I perugini rispo-
sero dapprima umilmente, ma quando seppero che il loro legato per poco non erà
stato tráttenuto prigioniero dal Papa, si aecinsero alla guerra.

(3) PxLLINI — Vol. I, pag. 1048, 1051 e 1053.

(4) Id. — Vol. I, pag. 1066.

(5) Id. — Vol. I, pag. 1077.

*
299 Ò SCALVANTI

un accordo col Papa, che salvasse gran parte di libertà. Il pro-
tettorato finiva, e affacciavasi sull’ orizzonte politico della nostra
repubblica un altro concetto, quello dell’ alto dominio della Chiesa.
Infatti nella pace conclusa il 23 novembre 1370 in Bologna, Pe-
rugia riconobbe signore e padrone il pontefice. — La santa Chiesa
in perpetuo e il Papa in vita sua costituisse 1 signori priori di
Perugia suoi vicarti (1). I perugini si obbligassero a pagare ogni
anno alla Chiesa 3,000 fiorini d'oro. La generale adunanza e
consiglio ordinario del popolo perugino e cento altri uomini par-
ticolari della città da eleggersi per i Commissari pontifici, dovessero
giurare fedeltà al Papa. La repubblica rompesse ogni lega; tornas-
sero 1 fuorusciti; al legato del papa si dessero le chiavi della città. —
Perugia diveniva così un Vicariato della Chiesa. Nelle tristi con-
dizioni del tempo parve un segnalato trionfo, onde le pubbliche
allegrezze che furono fatte in Perugia (2) non ci debbono mera-
vigliare, anche perchè al fine tatto politico dei perugini non po-
teva sfuggire che quella condizione di sudditanza facilmente si
sarebbe potuta togliere. Del resto il concetto del Vicariato era
antico in Italia; e ad esso avevano fatto ricorso gl’ imperatori
come ad uno spediente, onde far rispettare il nome imperiale e
, rendersi ligi i più potenti signori, che venivano per ciò creati
Vicari. Sembra anzi, al dire dello Sclopis, che il vicariato fosse
conosciuto in Italia fino dai tempi della contessa Matilde, trovan-
dosi nelle memorie di quell'età fatto cenno dell’ investitura del
vicariato del regno Ligure, dall’ imperatore Enrico V conceduto
a quella principessa. Gli uffici precipui del vicariato erano; re-

(1) Il concetto del Vicariato fu salutare, perché se no poteva intendersi spenta
la libertà perugina. Infatti nelle Convenzioni del 1379, a confessione dei perugini stessi,
che in occasione della contesa con Paolo III ne scrivevano a Cosimo dei Medici, si
era riconosciuta — la Ciptà de Peroscia esser pertenuta et pertenersi a S. S. e ala
chiesa Romana, in quanto a tre cose sole ; cioé protectione, iurisdictione et governo
— (Reg. Arch. Stor. Ital., pag. 627). — Vedremo in seguito quanto, anche dopo tale
trattato, i perugini lottassero per conservare incolunie la loro giurisdizione e il loro
governo. È certo pero che, fatta la cessione della sovranità, in virtù della retrocessione
per mezzo del Vicariato, le sorti di Perugia venivano ad essere sufficientemente tute-
late. Come del resto interpretassero i perugini il concetto del Vicariato si rileva dal
fatto, che nel 1388 (quando già cotal forma di reggimento era stata accolta) si di-
scusse in pubblico consiglio se doveva richiedersi anche ad Urbano VI, prima di en-
trare in Perugia, Che non attentasse alle politiche libertà della Repubblica. (Vedi nota
als 41). ,

(2) Vedi PELLINI — Vol. I, pag. 1084 e le Cronache già citate.

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CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI

cuperare i diritti imperiali, e conservare un buono e pacifico
stato nelle terre comprese nel vicariato, e muover guerra ai
ribelli dell'impero. Presso a poco il vicariato concesso dalla
Chiesa portava alle medesime conseguenze, e cioè che la Città
dovesse difendere i diritti del Papa, conservarsi in stato di tran-
quillità, e combattere contro coloro che alla Chiesa si ribella-
vano. Ma pure questo vicariato si distingue dall'altro in un
punto sostanzialissimo di diritto. Se noi consultiamo le istorie, si
vede che una forma benigna di vicariato (e perciò recata ad
esempio dagli scrittori) fu quella che Enrico VII-stabilì in Pa-
dova col diploma emanato dal campo di Brescia nel 1811; e gli
storici notano, che con essa il vicariato venne riducendosi quasi
a magistrato popolare. Il Comune ogni sei mesi proponeva all’ Im-
peratore quattro individui, fra cui egli sceglieva quello, che doveva
tenere l'autorità di vicario e rettore di quel territorio. Ora nella
pace conclusa nel 1370 fra la Chiesa e i perugini non si trova
costituito l'obbligo di sottoporre alla scelta del Papa i ovicart. I
priori sono di diritto i vicari della Chiesa in Perugia, la quale
concessione è da tenersi in gran conto, giacchè la storia non pre-
senta molti casi consimili, se ne togliamo la concessione fatta agli
anziani di Pisa da Carlo IV nel 1355, e 1 vieariati del Milanese,
di Mantova e di Savoia (1).

8 39 Ma intanto una grave preoccupazione leneva di mal animo
i perugini, ed era appunto l’ incertezza del Capitolo riguardante la
costituzione del Vicariato, la quale sembrava rimessa all' arbitrio
del Papa in vita sua. I perugini non vollero accettare quel Ca-
pitolo, ma, intervenuta la morte. del Pontefice, il Cardinale che
aveva trattato la pace in Bologna, pur dando ragione alla Città,
dichiarò scaduti i suoi poteri e quindi esser mestieri rivolgersi al
successore Gregorio XI. Perugia spedì subito un’ambasceria, ma
il Papa non volle emettere dichiarazioni, e inviò lettere al Cardi-
nal Burgense in Todi, perchè mandasse tosto un Legato a Perugia
per imporre obbedienza ai cittadini. Questi si ribellano, ma poi
il Consiglio, in odio ai Raspanti, delibera d’ invitare il Cardinal
Burgense in Perugia. per attendere alla riforma del governo

(1) Cons. ScLoPIS. — Vol. II, cap. IT,

L

x
——

294 O, SCALVANTI

secondo il Breve del Papa. Ciò avviene però sotto l’ impero di cit-
tadine discordie, che avevano gettato la città nel massimo di-
sordine.

Il Cardinale giunge, e con astuzia antica ma sempre efficace,
dona al popolo, angustiato dalla carestia, molte vettovaglie. In-
tanto manda il vescovo di Sessa a prender possesso dei luoghi
posseduti dai perugini, elegge vicario di Perugia «il conte Ugolino
della Corbara e licenzia il Capitano del popolo. Il conte fa subito
‘bandi in proprio nome (23 maggio 1371) per impedire si tengano
armi; poi il Cardinale fa costruire delle rocche, muta i castellani,
sopprime il Podestà e gli altri officiali di giustizia sostituendoli
con tre suoi Auditori, due sacerdoti e un laico; e volge in mente
di far costruire una fortezza, che occupi tutta la sommità di
Porta Sole.

I perugini protestano e inviano inutilmente ambasciatori. al
Papa, che elegge Gomesio Albornoz governatore di Perugia nelle
cose delle armi. Il Burgense parte, e lo sostituisce il Cardinale
di Gerusalemme (1). Fu poi legato Geraldo, abate di Montemag-
giore, il quale e pel mal animo dei Perugini verso qualsivoglia
tentativo di oppressione e per le sue prepotenze fu causa dello

E

scoppio della pubblica indignazione, e nel gennaio del 1376 fuggì

da Perugia (2).

8 40. Così la Repubblica riconquistava la perduta libertà; ed è
per la brevità del tempo, in cui il Pontefice ebbe il dominio diretto
della città, che noi non ne abbiamo tenuto conto per incominciare
col 1871 il periodo della signoria papale. Tale fu veramente negli
anni che corsero dal 1371 81.1376, ma la recuperata libertà di
Perugia entro il breve lasso di 5 anni, ci impedisce di conside-
rare quell’ avvenimento, come il principio di un nuovo periodo
storico nei rapporti giuridico-politici fra la Repubblica e la Chiesa
Romana. Tale poi era a quei dì l' importanza di Perugia, che del

(1) Gli atti emanati dai cardinali Burgense e Filippo di Cabassole, patriarca di
Gerusalemme, si trovano nella raccolta del BeLrortI. I più importanti del Cardinale di
Gerusalemme furono provvedimenti annonari, indispensabili per la grande carestia, e
provvedimenti per la proibizione di giuochi, che erano stimolo a violenze tra citta-
dini, e per la persecuzione dei rei.

(2) Vedi la narrazione di questi fatti in PELLINI — Vol. I, pag. 1141, 1147, e €ro-
nache del GRAZIANI, pag. 222 e segg.

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de res DO -— por o - — bons
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E os

CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI — 299
suo trionfo sulla Chiesa se ne fecero feste perfino in Firenze e in
Milano; e il Magistrato nello stesso anno della fuga del Legato
ordinò che annualmente si commemorasse il fausto avvenimento,
e che in tale occasione si sospendesse il rigore delle leggi sun-
tuarie relative agli abbigliamenti muliebri (1).

Poco stante il Papa volle trattar della pace colla mediazione
del Duca di Baviera; e i perugini, pel loro guelfismo, dichiara-,
rono esser pronti; ma nel tempo stesso guidati dal loro genio
democratico pretesero che tal pace non violasse alcuna delle loro
libertà. Il Papa invece esigeva un tributo annuo, tribunali presieduti
da suoi ministri, alta giurisdizione negli appelli, ecc., e ad otte-
nere questi intenti andava egli congiurando coi nobili non pure in
Perugia, ma anche in Assisi. | perugini, avendo alleata Firen-
ze (2), rifiutarono coteste gravi condizioni e deliberarono di soste-
nere la guerra.

Pur troppo la resistenza della parte popolare contro | tenla-
tivi del Papa non sortì l' effetto desiderato, ma ciò fu effetto delle
maledette discordie interne, perché se nel 1378 i Nobili, per 'óp-
primere i Raspanti, non avessero congiurato ai danni della li-
bertà, Perugia aveva tali elementi di vita, di potenza e di credito
da vincere qualsiasi pericolo che venisse dal di fuori. Queste
pessime condizioni interne non resero possibile ai perugini di
tornare senz altro all'antico concetto politico del Protettorato,
e tutti i loro sforzi si diressero allo scopo di accettare l' alto do-
minio della Chiesa con quei patti, che fossero acconci a salvare
la libertà della repubblica. I Papi, sebbene decisi ad accrescere
il loro impero su Perugia, pure, vista l'energia dei cittadini, pie-
garono la fronte, e, Urbano VI nel 1378 inviò al Magistrato un
Breve, che in verità fa dimenticare tutto il periodo fortunoso dal
1371 al 1376. È un documento, che di per sè solo basterebbe a
dimostrare l'alta riputazione di politica sapienza e di coraggio,
che la repubblica godeva nella stessa Corte Pontificia. Il Papa si
dirige ai cittadini, deplora che la pace non si sia potuta con-

(1) PELLINI — Stor., Vol. T,-pag. 1163, 1164.
(2) È memoria di un Ranieri de’ Peruzzi, ambasciatore fiorentino in Perugia,
che nel Consiglio generale? disse molte cose contro il Pontefice, mostrando che da lui
era avvenuto che la pace non si fosse conchiusa,
9

-

96 O. SCALVANTI

cludere, e commette alla diserezione loro di trovare viam, modum
et formam. reconciliationis ac pacis (1). Leggendo quel documento
sembra quasi di essere tornati ai tempi del Protettorato. La
Chiesa non chiede altro, che le sia prestato honorem, iustitiam
et debitam reverentiam. Ma ormai il concetto dell' alto dominio
era entrato nelle menti dei pontefici, e a questo concetto non po-
teva rispondere l’ antica idea di libertà, sibbene quella più modesta
del vicariato sussistente coi liberi ordinamenti del popolo.

Era su queste basi che doveva discutersi della pace, e per-
ciò nel trattato del 1378 si trova che Perugia accetta di essere
governo vicariale della Chiesa. Ma, fatta ragione di quest alto
dominio dei Papi, i perugini tracciano un programma di ampia
libertà interna, che si può riassumere brevemente così — resli-

. tuzione dei beni a chi fossero stati conquistati per eccessi nella

ribellione alla Chiesa — governo autonomo per 100 anni — libera
creazione di magistrati e riscossione di tutte le rendite a profilto
del comune — aboliti gli emolumenti regali al Papa —. punito
l'ufficiale «della Chiesa che osasse portare le armi contro la Re-
pubblica — annullate le concessioni di terre fatte dal Papa — re-
stituiti ai religiosi i beni loro tolti durante la guerra — pagamento
di 3,000 fiorini all’anno‘alla Chiesa — libertà a Perugia di far le-
ghe con altri popoli, i quali sebbene alleati del Papa, non si do-
vranno intender ribelli pel caso difendessero Perugia contro le
armi pontificie.
8:41. L'alto dominio è affermato col titolo di Vicariato e col
pagamento del censo annuo; ma d'altra parte quanta larghezza di
concessioni ottiene il tatto politico dei perugini! Basti meditare
sull’ ultimo capitolo della pace. — E ultimamente, che questa pace
non si intenda rotta se non quando alcuna delle parti muova

(1) Ecco il documento — « Urbanus Episcopus, servus servorum Dei, dilectis fi-
liis populo civitatis nostre Perusii salutem et apostolicam benedietionem. Attenden-
tes quod propter diversas malitias et astutias Satane reconciliatio nostra et pax et
concordia inter Romanam Ecclesiam et vos diutius tractata nondum potuit ad efle-
ctum perduci, ac sperantes plurimum de vestra prudentia et discretione, et quod
honorem nostrum et iustitiam et debitam reverentiam dicte Ecclesie matris, ac. Do-
mine vestre servare et custodire studebitis, decrevimus vestre discrectioni committere,
ut viam, modum et formam reconciliationis ac pacis et,concordie reformande iwata
capitula ordinata et per vos ordinanda, studeatis efficaciter invenire, servando ta-
men honorem nostrum aec iustitiam et debitam. reverentiam ecclesie suprad, Datum
Rome; ecc. », (Vedi Bolla orig. nell’*Arch. com, di Perugia).

* .
vot s pete TUN DS UU - E c lan

CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 297

guerra apertamente all'altra o vada macchinando qualche trattato
contro alcuna delle terre o fortezze dell'altra parte o tenti di oc-

‘cuparle in qualche modo per sè o per altrui, ma. però che il trat-

tato sia ridotto talmente in chiaro, che non vi sia cosa in con-
trario. — E non basta; chè in tutti gli altri casi di sospetti sì
debbono eleggere due arbitri, uno del numero dei Cardinali ad
elezione del Pontefice, e l'altro a beneplacito dei Priori di Pe-
rugia, i quali sieno tenuti a giudicare se il sospetto è ragione-
vole o no, e di deliberarlo fra un mese; e se gli arbitri non si
accordino, sia di ciò terzo arbitro la Repubblica di Venezia, con
pena di 50,000 fiorini d’oro a qualunque delle parti rompesse la
pace (1). — Togliamo il titolo di Vicariato, e poi veggasi se colla
pace del 1378 non parevano tornati i giorni di Innocenzo III. Per-
fino un doppio arbitraggio doveva regolare le contese fra le parti,
e quale arbitraggio! Quello della temuta e sapiente Repubblica
Veneta.

A completare il disegno della recuperata libertà sotto l'alto

dominio della Chiesa nello stesso anno 1378 fu pubblicata una.

legge, in virtù della quale nessun Cardinale poteva passare o ri-
manere nei territori della Repubblica senza licenza dei Priori e
dei Camerlenghi (2). Ed altra legge fu pure emanata, con cui
proibivasi a un cittadino di andare al governo di altra città, e
avere potesteria, castellananza o tesoreria dai ministri ecclesiastici
senza licenza dei Priori, Camerlenghi e del Consiglio opportuno (8).
Pareva che i perugini non ad altro mirassero che ad asserra-
gliarsi con leggi severe contro nuove invasioni del governo pon-
tificio.

S 42. Date le condizioni dei tempi, la pace del 1378 appariva
essere un capolavoro di civile sapienza. Con essa la fortuna di
Perugia improvvisamente risorse, e noi vediamo nell’anno stesso

(1) PELLINI — Vol. I, pag. 1242.

(2) Id., pag. 1243. Vi è memoria di un Cardinale, che volendo entrare in città
mentre ferveva la lotta colla Chiesa, dovette. promettere nelle mani del cancelliere
del Comune, che in nulla attenterebbe alle libertà cittadine. E fu discusso perfino
nel 1388 in pubblico Consiglio se una simile dichiarazione doveva richiedersi a Ur-
bano VI prima che entrasse in Perugia (MARIOTTI — Saggio, ecc., pag. 486).

(3) Così dicevasi il Consiglio dove intervenivano almeno 8 artefici per ciascuna
arte grossa e 4 per ogni arte piccola, e dove il partito doveva esser vinto a scrutinio
segreto per le due parti.

20
Pagg:

cv serena

298 O. SCALVANTI

della pace 0 poco dopo moltissime terre dell’ Umbria darsi in pro-
lezione dei perugini, o farli mediatori nelle loro contese, o costi-
tuire con essi alleanze. E i perugini si affannano nel predicare '
la pace, nel comporre le vertenze ora tra Città di Castello e i
marchesi del Monte, ora tra il conte Antonio da Montefeltro e
Galeazzo Malatesta di Rimini, ora tra il Vescovo di Gubbio e il
Signore di Fabriano e va dicendo. Essi comprendono che pace
e unione è mestieri possedere per trionfare degli ostacoli piuttosto
remossi che vinti; ed è per l’alta rinomanza della Repubblica, ac-
cresciuta dalle ottime condizioni della pace, che nel 1380 conven-
gono in Perugia ambascerie da Firenze, da Bologna, da Pisa, da
Lucca, da Siena per trattare di comuni interessi. Ma se i peru-
gini eran lieti, non erano altrettanto sicuri. Al loro senno politico
non poteva sfuggire, che quel contegno umile remissivo di Ur-
bano VI era poco conforme al suo carattere rigido e allero. Quindi
la sua benevolenza poteva essere stata effetto di circostanze tran-
sitorie. Egli era salito al soglio pontificale nel 1978 in mezzo a

‘gravi difficoltà; e perciò nello stesso anno della sua esaltazione

aveva stimato opportuno riconciliarsi a qualsiasi patto colla potente
Repubblica. In quell’anno incominciava lo scisma di occidente,
un antipapa eragli stato sollevato contro dai cardinali francesi
convocati in Anagni, quindi egli poteva essere stimolato a cercare
ogni via ed ogni aiuto, che lo rafforzasse sul trono. Ma trascorsi
i primi momenti del pericolo, quale sarebbe stata la mente del
Papa? Avrebbe egli tenuto fede alla pace giurata ?

Intanto.i perugini, che stavano sull’ avviso, poterono com-
prendere che il Papa aveva propositi assai minacciosi; e un po’
per le loro tendenze all’ ossequio verso la Chiesa e un po' per
la loro così finà prudenza politica pensarono di vincerne l’animo
facendolo venire a Perugia (1). E gli mandarono ambasciatori per
invitarlo, ma a condizione che la sua venuta fosse con sicurezza,

(1) L'invito a Urbano VI di recarsi in Perugia fu un atto di politica prudenza,
ma anche di non lieve audacia, Nessun male produsse la venuta del Papa, e perciò
anche in questo atto i perugini non furono inferiori alla loro riputazione di saggezza.
Il pericolo esisteva certo, talché il Papa nulla volle dire agli ambasciatori che si re-
carono.ad invitario ; ma il mezzo scelto per guadagnarne la stima fu ottimo. Altret-
tanto non pensavano gli ambasciatori di Firenze, che appunto nel 1387 trovavansi in
Perugia. Essi dissuasero i perugini dall'attenersi a quella linea di condotta; ma ogni
tentativo fu vano. (PELLINI — Stor., pag. 1949, 1357 e 1358).
CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 299

che non si sarebbe alterato nessun ordine nè il governo della
città. Il Papa nulla volle promettere, ma recatosi in Perugia (a.
1388) intervenne al generale Consiglio, e con sorpresa di molti
che stavano in grande sospetto, dichiarò che teneva fermi i capi-
toli della pace; che mai aveva pensato a modificarli, ed anzi per
meglio giovare alla città era venuto in persona.

$ 48. Perugia non paga delle concessioni di Urbano VI, non
appena gli succedette Bonifacio IX cercò di ottenere, che egli pure
venisse ad abitar Perugia; che confermasse tutti i capitoli della
pace conclusa col predecessore, e togliesse il censo che si pagava
alla Camera Apostolica. Chiedevasi poi una più ampia giurisdi-
zione e cioè che si estendesse il Vicariato. — Gli ambasciatori
dovranno, narrano gli storici, far. reverenza al Papa col baciar
del piede, e poi domandargli tutte queste concessioni e altre più che
per brevità tralasciamo. — E chi sa non avessero tutto ottenuto,
se proprio in quel tempo non si fossero rinfocolate le ire tra No-
bili e Raspanti. Tutto era stato sperimentato per sedar le discor-
die, perfino il mezzo di eleggere all’ufficio della guerra e della
pace cinque cittadini, di cui due fossero nobili e tre popolani. Ma
invano; le discordie continuavano, e non v' ha dubbio che i no-
bili favorivano il dominio papale per potere all'ombra delle Sante
Chiavi esercitare in Perugia una vera dittatura, sì come avvenne.
Il fatto è, che scoraggiati i perugini dal continuo ripetersi dei
disordini, fecero accordi coll’arcivescovo Torpiense, Commissario
del Papa su queste basi: — Che al Papa si sarebbero date tutte
le terre a condizione che venisse ad abitare in Perugia, la quale
condizione era sine qua non, di maniera che se il Papa non fosse
venuto a Perugia doveva intendersi risoluto ogni accordo: — Che
le gabelle si riscuotessero dai ministri del Papa: — Che gli sta-
tuti del tempo di Gregorio XI avessero sempre valore, e soltanto
pel tempo in cui il Papa abitava in Perugia avesse egli a cono-
scere le prime e le seconde cause: — Che al Papa si assegnas-
sero tutti i palazzi, quello compreso dei Priori. Nel caso il Papa
partisse e stesse lontano oltre un anno, l’accordo veniva a ces-
sare, e Perugia rimanéva Vicariato della Chiesa in quella forma,
che le fù concessa da Urbano VI. — Ciò accadeva fra l’agosto e il
settembre del 1392. i
Ora, sia pure che l'aecordo fosse temporaneo, e che in caso
Mere n menti aliii ata aride rici ar tni get

TIUS EAR IM n.

da farsi. Ed alla esitazione del Papa rispondeva la diffidenza dei

300 O, SCALVANTI : à

di risoluzione dovesse reintegrarsi il Vicariato, è pure indubita- |
bile che con pubblico documento si ammetteva in Perugia il diretto |
governo papale. Il concetto del protettorato, che in questo se- |
condo periodo si è trasformato in alto dominio, al cominciare del |
terzo periodo accenna a divenir principato. Perugia, stretta da do-
lorose necessità, si era lasciata vincer la mano, e ormai la sua
libertà entrava a combattere corpo a corpo colle pretese di asso-
luta signoria, che la Curia ad ogni poco vantava e sosteneva.

PEniopo III. — Della lotta per la Signoria della Chiesa.
(1398 - 1535).

8 44. Lo stesso accordo fatto con Bonifacio IX rivela la estrema
diffidenza dei perugini; ma non andò guari che si videro i primi
segni di una lotta decisiva fra le due podestà. Non appena il
conte Ghinolfo, Governatore per il Papa, ebbe emanato, nel 1392,
un bando per la revisione di certe cause giudiziarie, i perugini

protestarono e ottennero dal Papa che revocasse l'ufficio al conte,
cui succedette Domenico da Viterbo. Dal canto del Papa pure si
osserva una lal quale esitazione nell'affermare la propria podestà,

ET ias AN

di guisa che volendo provvedere alla quiete della città, riehiede ai 3
Magistrati che si nominino qualtro o cinque cittadini di buona i
condizione e pratici, che si aecordino con lui per deliberare sul |

perugini, che elessero sibbene i consiglieri, ma per il breve tempo
di 2 mesi e colla proibizione espressa, che non potessero in al-
cun modo porre alcuna sorta di gravezza al popolo. Il Papa poi
diffidava talmente della propria influenza sull'animo dei perugini, :
che volendo trattare della pace tra nobili e popolani, mando il
vescovo di Fermo a Firenze per richiedere ambasciatori, confi-
dando i perugini, scrivono gli storici, più in ogni minimo fio-

rentino che in lui, ossia nel Papa. Vennero gli ambasciatori da :
Firenze, e i perugini li elessero arbitri, e fu solo per volontà di E
loro che finalmente tale arbitrato venne affidato al pontefice. Il :
provvedimento di far rientrare i fuorusciti fu fatale pei Nobili, di
cui morì il capo, Pandolfo Baglioni, mentre la parte dei Raspanti,
guidata da Biordo Michelotti, trionfava. Ma se il governo dei no-
CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 301

bili, durato 9 anni, non aveva lasciato di sè buon ricordo (1), non fu
senza grave pericolo della libertà che risorse la parte dei Raspanti.
I Nobili esercitarono la dittatura solto l*egida del Papa (2), ma
coi Raspanti si inaugurò l'éra delle signorie: meno colpa degli
uomini che degli eventi. È infatti dai primi del secolo XIV che
quasi dovunque si fondano le tirannie; i D' Este a Ferrara, i Bo-
naccorsi e quindi i Gonzaga a Mantova, gli Scaligeri a Verona,
i Da Polenta in Ravenna, i Da Camino in Treviso, Feltre e Bel-
luno, i Visconti in Milano; Pisa, la rieca e potente repubblica nel
1315 è signoreggiata da Uguccione della Faggiola, poi nell’anno
1344 da Giovanni Agnello, e, proprio nel iempo che noi studiamo
(1392); da Giacomo d’Appiano che la vendette ai Visconti. Padova
così simigliante a Perugia nella fierezza delle sue libere istilu-
zioni e nel rigoglio dei suoi studi, dopo 15 anni di eroica resi-

-

stenza, dovè piegare la fronte al signor di Verona; ciò verso la.

*

metà del secolo XIV. Lucca è prima nella signoria di Uguccione,
poi del Castracani, e se ottiene nuovamente la libertà, egli è per-
chè la compra con 300 mila fiorini da Carlo IV. Genova, la su-
perba, finisce col darsi al Re di Francia. Firenze aeclama signore
il Duca d'Atene, e recuperata la libertà, ha il governo dei Ciompi,

che prepara il sorgere della potenza dei Medici. E tutto questo

avveniva in Italia innanzi che i primi germi di signoria inco-
minciassero a spuntare in Perugia. La qual cosa è notevole, e
si deve in grandissima parte al genio schiettamente e profonda-
mente democratico dei perugini. Se dunque Pandolfo Baglioni

(1) Gli storici e i cronisti prendendo nota della vittoria dei Raspanti, con cui
venne a cessare il governo dei Nobili, rilevano quanto esso riuscisse infesto alla città
— Cronac. GRAZIANI, pag. 259 — « Il reggimento dei gentiluomini era durato anni 9
e mesi 3, cioè dal 1384 fino al 1393 sempre gridando — Mwuoiano i Raspanti — nel
qual tempo regnarono in questa. povera città inganni, rapine, omicidi, assassina-
menti, latrocini, violenze, sacrilegio-e licenza d'ogni male ». — Diciamo pure che in
questo giudizio sia molta esagerazione ; pure è dimostrato, che con tale governo era
difficile si potesse oggimai pregiare il regime di libertà, e si spiega quindi come l'o-
pera sapientemente iniziata nel 1370 e condotta fino al 1378, fosse poi interrotta da
questo sgoverno dei Nobili.

(2) « Il Papa era divenuto tutto loro, e per quanto egli avesse il titolo di signore
della città, in sostanza i carico del governo era tutto appresso di loro e non si fa-
ceva se non quanto da essi si consigliava ». (PELLINI, Vol. II, pag. 46). — E che ve-
ramente fossero intervenuti accordi fra il Papa e il partito dei Nobili si rileva dalle
premure, che Bonifacio IX fece nel 1393 perché ad essi fosse concessa la pace. (PEL-
LINI, Vol. IT, pag. 51).
302 O. SCALVANTI

potè celatamente esercitare una larga autorità in Perugia, e Biordo
Michelotti, sebbene di parte popolare, si atteggiò a signore della
Città, non c'è da stupirsene; ed è piuttosto da rilevare, che as-
sai tardi in Perugia nacquero questi pericoli di signoria.

E che-il Michelotti dominasse in Perugia non v'è dubbio al-
cuno. Biordo, dicono gli storici, fu la suprema autorità, talchè
pareva quasi in lui solo il maneggio e governo della città collo-
cato. ll piedistallo della signoria gli venne innalzato dal po-
polo per la vittoria riportata sui nobili. Il popolo lo creò Cava-
liere; gli fu assegnata in dono pubblico una casa, intorno. alla
quale si deliberò di spendere fino a 4,000 fiorini d'oro, e gli fu
eretta una statua in bronzo, che i furori di, parte hanno distrutto.
Di più ebbe il titolo di Capitano generale con un assegno di 1,000
fiorini d’oro al mese. Non era questo un largo e sicuro piedistallo
per l'assoluta signoria ? (1).

E degli ampi poteri di Biordo nella Repubblica ci piace
citare anche questo esempio. Nel 1379 Biordo richiese i ma-
gistrati affinché volessero decretare a suo favore la restitu-
zione dei beni, che gli erano stati tolti da Francesco di Magio;
e i Priori e Camerlenghi deliberarono di accogliere la domanda
del Michelotti — hoc tamen expresse declarato et reservato,
quod prefatus Biordus non possit nec valeat aliquod de dictis bo-
nis et juribus dictorum filiorum Dom. Francisci concedere nec
dare alicui civi vel comitatensi civitatis Perusii, nec alicui alii.
Et quod dictus Biordus solvat et solvere debeat de dictis bonis
datas. et. collectas tam impositas quam imponendas per Co-
mune Perusii eo modo et forma. prout antea solvere consuetum
pro dietis bonis et rebus, non obstante quod dictus Biordus

(1) Biordo Michelotti, sebbene creato Capitano generale di Perugia, fu lungo
tempo assente, e nel 1394 lo troviamo Capitano dei fiorentini. Pure durante le sue as-
senze, Perugia si governava col suo consiglio e colla sua autorità, sia che fosse
esercitata dai Priori, o da qualche.personaggio, che, con modo insolito, veniva ri-
vestito di straordinari poteri, come fu quel Gostanzuolo di Mattiolo di Porta Sole, che
nel 1393 esercitò una vera dittatura. Il PELLINI se ne meraviglia, perché ritiene aver
Biordo solo la massima autorità in Perugia; ma, a senso nostro, non é il caso di me-
ravigliarsi, imperocché nulla di più facile che quel. Gostanzuolo fosse né più né meno
che un rappresentante del Michelotti, un suo vicario nel governo di Perugia. Non può
sfuggire inoltre, che nei Comitati di Balia, che avevano ampie facoltà, figurano sem-
pre alcuni della famiglia Michelotti. (PELLiNr, Vol. II, pag. 56).

Lat — e

IN TI E

n Eus si Ie

GONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI

gaudeat privilegio immunitatis, et solvere non teneatur ali
quod in comuni, non obstantibus quibuscumque in contrarium 045
quentibus — (1). Dalla quale deliberazione resulta; 1.» Che Biordo
Michelotti godeva: della esenzione dalle imposte; 2.» Che seb-
bene nella deliberazione dei Priori e Camerari si dica, che i figli
di messer Francesco erano cives iniqui, i quali — multa dapna
fecerunt in terris ipsius et spelialiter occupando terram Porcha-
rie —, pure l avere sottoposto i beni che tornavano a Biordo
al pagamento. delle collette, dimostra che gli stessi Priori e Ca-
merlenghi non erano profondamente convinti delle ragioni del
Michelotti, e cedevano piuttosto alla aulorità di lui, che alle se-
rene considerazioni di giuslizia (2). Le stesse leltere del Miche-
lotti riferite nella deliberazione hanno il tono di comando- (3).

A simili attestazioni rispose Biordo coll usare costumi e modi
principeschi. Già nel 1397 egli si comincia a intitolare Conte di
Castel della Pieve e di Valdichiana (4), e quando in quello stesso
anno si uniin matrimonio con Giovanna figlia di Bertoldo Orsino,
signor di Soana, è incredibile a dirsi la cortigianeria che spiega-
rono i perugini nelle feste pubbliche che si fecero, e il contegno
regale che assunse il Michelotti (5). Fu una vera corte, come

(1) Questo prezioso documento abbiamo rintracciato negli An. decem., anno
1397, f. 87.

(2) La deliberazione non venne adottata all’ unanimità, perché su 53 intervenuti
si ebbero cinque voti contrari.

(3) Litere continentes quod filii Dom. Francisci Dom. Magie cives iniqui peru-
sini multa dapna fecerunt ecc. . . . . quod. placeret Dietis Dom. Prior. et Cam. quod
bona ipsorum essent eidem predictis dapnis per ipsos illatis data et adjudicata (Aw.
decem., loc. cit.).

(4) PELLINI, Vol. II, pag. 88 — e Ann. decem. del 1397, f. 87.

(5) Vedi la narrazione delle pubbliche feste nei cronisti del tempo e negli storici.
che Biordo stesso fece ordinare feste e trionfi grandi; —
he ogni famiglia del contado facesse un presente, et poi
llo facesse il suo presente, che furono paglia, biada,
legne, grano, vino, polli, vitelli, castrati, uova, cacio, eec. — Senonché il Cronista dopo
aver detto che ciò fu ordinato da Biordo, mostrasi pentito di tale affermazione, certo
assai esagerata, e così si corregge. — Tutto ciò fu fatto sponte, e non per comanda-
mento che fusse lor fatto da Biordo e dalla Comunità di Perugia, volendo le genti di-
mosirare la grande affezione che avevano a Biordo. — E sta bene, ma intanto é Biordo
(e lo dice il Cronista stesso) che fa pubblico bando per avere alle sue nozze i fuoru-
sciti; poi invita i principali signori d* Italia, talché ai simposi intervennero amba-
sciatori di Venezia, di Firenze, delle terre dell Umbria ; e a guardia della sua persona
dispone che accorrano dalle sue terre molti uomini d'arme. (Cronac. GRAZIANI, Swpp.,
pag. 200.e segg.) — E vedasi la narrazione del corteggio e del convito ; ove é detto
che la tavola di Biordo era piu eminente delle altre ; e fu narrato, scrive l]' ingenuo

Alcuno dei cronisti assevera,
e primieramente fu ordinato c
che ogni comunità, villa e caste
304 O. SCALVANTI

scrivono i cronisti, anzi la.più bella che mai si vedesse in To-
scana. Oh come questi splendori regali del matrimonio di Biordo
assomigliano al regal battesimo del bastardo di Giovan Paolo Ba-
glioni nel 1514! (1). L’animo de' due capi del. perugino governo
potè esser diverso, ma sete di signoria fu certo in entrambi.

S 45. E qui ci attendiamo dal cortese lettore una domanda. —
Com’ è che i perugini, così profondamente democratici, poterono
soffrire che Biordo si desse l'aria di Signore circondandosi di armati
suoi e ravvolgendosi in un fasto principesco? I Perugini che di
fronte al Papa erano cosi circospetti, come lasciaronsi vincere la
mano da un uomo, che per quanto benemerito della patria, pure
aveva in animo di imitare la nascente fortuna dei Medici, e
farsi signore della sua città? Se il genio democratico era freno
al manifestarsi di un cieco guelfismo, come non riuscì ad infre-
nare alla sua volta le voglie ambiziose dell’ illustre Raspante ? —
La risposta è facile; anzitutto in Italia, e in specie nella vicina
Firenze, andava consolidandosi l'outorità di uomini ricchi e bene-
meriti e di parte popolana; in secondo luogo il popolo in Pe-
rugia era senza dubbio affezionato al nome dei Michelotti e a Biordo
in specie. Ma poi erede forse il lettore che anche dinanzi al fasto
regale di Biordo, ai suoi titoli nobiliari, alla sua straordinaria
polenza, il genio democralico dei Perugini non abbia avuto occa-
sione di affermarsi? Crede forse che in mezzo al bagliore dei dop-
pieri, allo scintillio delle gemme, agli onori ricevuti da Biordo, il
popolo abbia perduto la coscienza della sua libertà? No, certa-
mente.

E qui non alludiamo alla tragica morte di Biordo, prima

cronista, che in Toscana non si trovò mai la più bella corte. Le donne tutte si erano
adwnate in casa di Biordo, et erano una compagnia reale (Ivi, pag. 262). — Mariano del
Moro racconta che le feste costarono diecimila fiorini; e ricchi donativi portarono
anche gli ambasciatori: quelli di Venezia un dono del valore di 200 fiorini d'oro:
quello di Firenze un pallio di scarlatto e un cavallo bardato riccamente; quello di
Città di Castello un altro pallio e un cavallo; lo stesso Castel della Pieve, Orvieto,
Todi ecc. (Cronac. GRAZIANI, pag. 262, 63 Supp.); il Comune di Perugia una tavola
fornita d'argento del valore di 2,000 fiorini d'oro: insomma, secondo il cronista Del Moro,
in quella occasione Biordo ebbe più di 20,000 fiorini, È notevole poi che perfino i dot-
tori dell'Ateneo, così medici che legisti, deliberarono di cedere i loro stipendi per le
feste a Biordo Michelotti, dichiarando, che tali provvisioni le avrebbero volentieri ri-
cevute in altro tempo.

(1) Cronac. di TESEO ALFANI, pag. 270.

te he ci ne:
con Mpa MM

nio

CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 309

perchè l'assassinio politico non è il mezzo che deve tenere un
popolo civile per disfarsi di un despota; secondariamente perchè
la uccisione di Biordo, a tradimento, fu opera di pochi congiu-
rali, i quali gridarono alto alle plebi — noi abbiamo morto il ti-
ranno — (1), mentre lo scopo del loro bieco disegno non era la
libertà di Perugia, sibbene l'invidia e il personale interesse. Ma
a ben altro vogliamo riferirci per dimostrare che il sentimento

-

democratico dei perugini fu di ostacolo all’ assoluta signoria del
Michelotti. Noi abbiamo tra i documenti storici che si riferiscono
alla potenza di Biordo un’ apparente contradizione. Si è detto che
fino dal 1397 Biordo si chiamò Conte di Castel della Pieve; ma
egli da tempo anteriore (a. 1393) aveva ottenuto negli accordi col
Papa e Perugia un altro titolo, quello di Vicario per le terre di
Rocca Contrada, Gualdo di Nocera, Orvieto e Montefiascone (2).
Quanto con ciò si danneggiasse la integrità della Repubblica pe-
rugina non è mestieri dire. Ma Perugia fu essa data in Vicariato a di
Biordo? Il Beato Antonino nelle sue istorie dice di sì (3), e lo stesso
afferma il Cronista (4); ma il Pellini sta per la negativa, e i do-
cumenti pubblici confortano quest'ultima opinione, giacchè Biordo
vi vien sempre appellato Conte di Castel della Pieve (5), né è ve-
rosimile gli si negasse il titolo di signore o di^ Vicario, se esso
gli apparteneva. Puó soltanto levarsi il dubbio che sin là non
abbia voluto spingersi la concessione papale; ma se Biordo a-
vesse trovato nel popolo incondizionato appoggio alle sue mire
ambiziose, o avrebbe ottenuto dal.Papa quanto chiedeva, o da per
sè si sarebbe investito di tal titolo, molto più che egli fu col Papa
in continue discordie. La pace formata nel 1393 fu rotta nell'anno
appresso; il Papa cercó congiurare con Filippo Del F'resco per ri-

(1) Mem. di Perugia, Vol. I, pag. 57.

(2) Tale accordo fu fatto per mezzo del card. legato Pileo arcivesc. Tuscolano,
Con esso si volle che la Chiesa rendesse alla città tutte le terre occupate; che a
Biordo si dessero per due anni 10,000 fiorini d’oro all’ anno, e 6,000 per tutta la vita ;
di più il Vicariato su quelle terre, con la conferma di tutte le grazie e privilegi fatti
dalla città di Perugia al padre, fratelli e figliuoli. PELLINI, Vol IL pag. 55). È

(3).Cap- HT, tit. 22; S: :

(4) Mem. Storic., Vol. T, pag. 54.

(5) Ann. decem., 1397, f. 87. — Item cum pro parte Magnifici et dilecti civis nostri
Biordi de Michilottis, Comiti (sic) Castri plebis, fuerint mag. Dom. et Cam. artium
civitatis Perusii quam plures lictere destinate ecc, 306 Ò. SCALVANTÌ

mettere in onore la fazione dei nobili; e nel 1894 il legato ponti-
ficio dovette uscire da Perugia. Quali altri ostacoli poteva avere
Biordo per insignorirsi della Città, se questo disegno avesse tro-
vato docile e remissivo il sentimento dei cittadini? Non era dunque,
secondo la espressione del Bartolo, un tiranno jure nè per oim
et metum creatum (1), ma un maggiorente, la cui autorità a poco
a poco sarebbe divenuta così grande da riassumere in sè tutta
l’azione politica della Repubblica.

$ 46. Intanto, tranne nel periodo della fiera contesa con Biordo,
il papato, dopo la partenza di Bonifacio IX in seguito ai moti po-
polari, tenne in Perugia i suoi legati, e veramente non mancano
anco negli atti pubblici segni di soggezione del Comune alla sedia
pontificia. Basterebbe a provarlo la intitolazione di molti docu-
menti (2). E nello stesso periodo della maggior potenza di Biordo
i papi continuano ad emanare Bolle e Brevi in specie per re-
golare le sorti dei fuorusciti; però questi atti pontificî son sem-
pre diretti ai Priori (3). Quando poi nel 1400 i perugini infestati
dalle armi del Pontefice (che, morto Biordo, aveva sibbene fatto
occupare le città date a lui in Vicariato, ma non Perugia) si die-
dero alla protezione e governo di Gian Galeazzo Visconti, il Papa
con Bolla del 7
trattato, minacciando di toglier loro il privilegio del Vicariato

gennaio acerbamente li rimproverò di questo

e la libera amministrazione della città (4). Senonchè Gian Ga-
leazzo trovavasi a mal partito per la inimicizia col Papa, e
dovette quindi abbandonare il governo di Perugia tre anni dopo
il trattato. È notevole però la leltera che egli scrisse in tale oc-
casione al Magistrato, e che attesta in qual concetto fosse tenuta
Perugia anche da quel potentissimo signore. In essa lettera egli
dice, come a malincuore debba lasciare il governo della città, ma
aggiunge che Perugia è lasciata libera — Perusium in suam liber-
tatem relinquit — (5). Restituita alla sua libertà, Perugia entrò

(1) BARTOLO — Trac. De Tyramnia, Ss 3 es 16
(2) Atti decem., 1393 — Die Jovis VIIII dicti Mensis Ianuari 1393 Consilio Dom.
Priorum et Cam. Artium Civit. Perusii de mandato venerabilis D. Karoli de Brancaciis
Comitis Campane Vicarii generalis Civitatis Perusii pro Sancta Romana Ecclesia ad
sonum campane ecc.
(3) Vedi BEELFORTI — Vol. II, p. 22, pag. 44 e 55.
(4) BELFORTI — Vol. II, pag. 114.
(5) Vedi la lettera di Gian Galeazzo in PELLINI + ;Stor., Vol. II, pag. 137.

Tw
CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 307

in trattative col Pontefice, e nello stesso anno 1408 fu firmato
l'accordo (1); pel quale Perugia si diede al dominio del Papa
con molte guarentigie di libero governo (2). Succeduto al ponte-
fice Bonifacio IX, Innocenzo VII, questi confermó la pace conclusa
coll’antecessore (3). I Legati pontifiei vieppiu affermarono la loro
ingerenza nelle pubbliche faccende, profittando del mal seme delle
cittadine discordie, che minacciavano ad ogni momento la signoria
de’ più ambiziosi e potenti, fra i quali il forte capitano Braccio da
Montone. E fu per questo conlinuo pericolo di vedersi signoreg-
giata da’ suoi cittadini, come avvertono gli storici, che Perugia
nel 1408 si diede a Re Ladislao -coll’accordo firmato nel 19 di
giugno in Roma, e dove se la libertà riceve grave iattura, molte
pure sono le disposizioni, dalle quali si apprende qual fierissima
lotta occupasse l'animo dei cittadini nel dover chiedere l'aiuto
straniero perchè la città non andasse in rovina. Ladislao promise
rispettare lo Studio, cui dovevano assegnarsi 2,000 fiorini l’anno
da spendersi secondo la forma degli statuti; promise di non in-
trodurre gravezza nuova; dispose che la città avesse i magistrati,
i quali dovevano però deliberare assieme col Vicerè; che alla ele-
zione degli uffici si provvedesse secondo gli Statuti; che nessuna
alienazione si facesse del territorio perugino, ecc. (4). Ma la po-
tenza di Braccio era ormai a tal segno cresciuta, che la sua si-
gnoria non pure su Perugia ma su molte altre terre nel 1416 fu
stabilita, e confermata dal Pontefice col trattato del 1420, pel quale
Braccio e i suoi discendenti ebbero governo proprio in Perugia,
Assisi, Cannaia, Spello, Gualdo e Todi, e in altre terre ebbero
l'ufficio di Luogotenenti della Chiesa. La libertà era spenta, alla.
repubblica succedeva ‘il principato, ma questo tornava all’ antica
forma del Protettorato della Chiesa, in quanto che nel trattato è
esplicitamente detto che Perugia deve continuare nella fedeltà e
ossequio di Santa Chiesa. Nel 1424 Braccio fu ucciso, e accla-
mato signor di Perugia suo figlio Oddo. Ma il fremito di libertà,

(1) BELFORTI — Vol. II, pag. 182.

(2) Vedi PELLINI — Vol. II, pag. 139 — Nella pace é notevole il Cap. nel quale
si stabilisce ehe deve essere conservato lo Studio perugino.

(3) BELFORTI — Vol. II, pag. 190. :

(4) PELLINI — Vol. IT, pag. 168.
O. SCALVANTI

che non aveva mai cessato di agitare gli animi dei cittadini, in
tal guisa ebbe a manifestarsi, che Oddo stesso comprese essere
la sua signoria in pericolo, e consegnate le rocche e le chiavi delle
ciltà a’ Priori, rinunziò al potere (1). La signoria di Braccio erasi
stabilita per oim et per metum, e Perugia anelava, non appena
morto l'illustre condottiero, di riprender la sua libertà contempe-
randola col dominio della Chiesa, ma non più nel modo che ab-
biamo visto in questo periodo, sibbene in quello di una vera si-
gnoria. Infatti dalla morte di Braccio i Governatori del Papa
estendono la loro ingerenza negli affari della Repubblica. Pur tut-
tavia qualche costume di libero governo continua ; e di vero un
anno dopo la morte di Braccio si trova che i Priori rappresentano
lo Stato perugino negli accordi con altri Stati (2) senza intervento
del governatore pontificio. E quando un tale intervento si verifica,
sembra, che i rapporti fra l'autorità papale e il Comune sieno
profondamente cordiali. N° è documento prezioso il Decreto che
revoca la condanna all’ esilio di Isacco Beccuti per rispelto agli
Sforza (3). I Priori dopo avere esaminato le lettere dello Sforza
si recano dal Governatore, il quale risponde — quod si eis videtur
complaceant eidem Michelecto (che aveva scritto la lettera a nome
del Conte Francesco Sforza) de hiis per eum narratis in dicta li-
tera, sed nichilominus ipsi Dom: Priores habeant colloquium cum
aliquibus civibus. — Anche questo documento è del 1425, e a noi
è piaciuto accennarlo per dimostrare che colla morte di Braccio
i rapporti fra Perugia e la Chiesa erano tornati assai buoni. E a

(1) La forma di tirannide esercitata da Braccio era stata quasi un secolo prima
illustrata dal BARTOLO — « Jurisdictio debet transferri voluntarie, et si per metum
fiat; non valet ipso jure . . . . Nunc autem videndum est qualiter violentia, vel metus
inferatur in populum? Respondeo; si exercitus fiat contra civitatem sine consensu
Superiorum, vel si cum gente forensi pugnando expugnavit civitatem. Sed si cum
hominibus ejusdem civitatis facto rumore, et seditione se faciat eligi in dominum
tune plus dubitationis habet, quia major pars videtur hoc facere, quae major pars
esse videtur ex eo quo obtinet. Sed dicendum est hoc casu contingere quem non esse
tyrannum manifestum ex defectu tituli, sed propter vim et metum esse creatum. Et
si cum modica gente quis occupat fortilitia civitatis alicujus, quibus occupatis, justus
timor cadit in populum ». (Tract. De Tyrannia, 815) — E che veramente la città si
desse a Braccio per vim et metum, dopo la disfatta di Carlo Malatesta, apparisce chia-
ramente dalle storie (PELLINI — Vol. IT, pag. 225).

(2) Vedi accordi fra il Comune di Perugia e il Duca di Urbino (Ann. decem.,
anno 1425, f. S5 e segg. — e FABRETTI, Doc., pag. 189%

(3) Doc. FABRETTI, pag. 198,

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CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 309

quel documento puó aggiungersi la Bolla del 9 gennaio 1424 di
Martino V, colla quale si dà incarico ad Anlonio vescovo di Porto,
vicario di Perugia, di accordarsi coi Priori e Camerlenghi per ciò
che si riferiva alle imposte e dazi. Il documento è ispirato da sen-
timenti di grande benevolenza e di rispetto per l'autonomia della
Repubblica; ed è questa la Bolla che per i perugini costituiva un
vero concordato colla S. Sede in materia di imposte, e che, vio-
lata da Paolo III, diè luogo alla disastrosa guerra del sale.

8 47. In meno di un secolo Perugia aveva sperimentato ben cin-
que signorie; quelle larvate di Pandolfo Baglioni e di Biordo Miche-
lotti, e quelle giuridicamente riconosciute del Visconti, del Re La-
dislao e di Braccio. Oltre a queste, essa aveva dovuto a quando
a quando soggiacere alla signoria dei pontefici, che l’alto dominio
loro intendevano a trasformare in principato assoluto.

Era arduo, per non dire impossibile, ottenere che la Chiesa
tornasse ormai al concetto non solo del protettorato, ma anco a
quello di un eminente dominio sulla città. Quindi la ingerenza dei
Governatori pontifici si fa sempre maggiore, ma poichè il rap-
porto di sudditanza è mal definito, continue sono le rappresaglie
fra l'antico sentimento di libertà e il nuovo regime. A provare le
mutate condizioni del governo perugino basterà il documento re-
lativo-alla elezione dei Capitani del contado e alle norme statu-
tarie riferentisi al loro ufficio. Il documento è del 1428 (1), e da
esso si rileva che i Priori cum licentia loro concessa dal gover-
natore apostolico di Perugia elessero i Capitani, e nello Statuto
alla rub. 8 si legge il giuramento che essi dovevano prestare allo
stesso legato (2). E dunque la prima volta che nello Statuto pe-

(1 Ann. decem., anni 1428-29, f. 30, 36 — Doc., FABRETTI, pag. 172 e segg.

(2) « Item che ciaschuno dei dieti capetanei subito che serà electo e publicato al
dicto offitio e inante che vada ad exercitallo sia tenuto e degghia giurare in le mano
del rev. signiore lo Legato, governatore overo altro commissario del santiximo n. sS.
Papa overo a chi alcuno dei predicte commectesse biene soliccitamente e lialmente
exercitare el suo offitio e tucte le cose a lui comesse per forma dei soprascripti e in-
frascripti presenti statuti e ordinamenti ad honore stato e exaltatione de la sacrosancta
R. Ecclesia del sanctiximo in Cripsto patre e s. n. messer Martino per la divina pro-
videntia papa quinto, e degli altre somme pontefice successore e del Rev. signiore
Legato governatore, overo altro comessario nella cità de Peroscia, staente per la San-

-

cta romana ecclesia, e anche a mantenimento, accrescimento e exaltatione del pre- .

sente pacifico e tranquillo stato de la cità de Peroscia. E quando advenisse nella cità
de Peroscia non se trovasse alcuno dei predicte, simile giuramento deggbia dare nelle
mano dei predicte signore Priore, retinente per la sancta R. E. e per lo sommo Pon-
tifice che serà per li tempe » (Doc. FABRETTI, pag. 137).
310 i Ò. SCALVANTI

rugino (perocchè questo dei Capitani del contado formasse parte
integrante del generale Statuto) si trova espresso un giuramento
da farsi nelle mani dei ministri del Papa, e perciò lo abbiamo
particolamente nolato. Un resto del concetto della Vicarìa si ri-
scontra anche in questo documento, laddove lo statuto dà incarico

. al Priori di ricevere. il giuramento dei Capitani per conto del go-
vernatore o di altro commissario di Santa Chiesa; ma pure, inve-

sligando gli atti pubblici del tempo si trova, che il governatore
permetteva, sotto la sua vigilanza, l'esercizio dell'antica libertà,
la quale ormai non era rimessa che alla quotidiana benevolenza del
pontefice e de'suoi legati. Infatti la stessa facoltà ‘statutaria, seb-
ben rilasciata alla repubblica, era sottoposta alla approvazione del
Pontefice, di guisa che anco‘nel 1483 si trovano conferme di Sta-
tuti per mezzo di Bolle pontificie (1). Aggiungasi che nelle cose
più rilevanti, com’ era l'irrogare la pena del confine, richiedevasi
l’autorità del legato (2).

Bisogna riconoscere però che nel volgere ‘del secolo XV i
magistrali spiegarono una grande attività, senza che per parte
del Pontefice si aceennasse a voler menomare l'autonomia del go-
verno. Talvolta i legati dispongono di cose che erano-un giorno di
attribuzione esclusivamente comunale; ma per lo più sollecitano,
confermano, ratificano quello che i magistrati debbono deliberare
o hanno deliberato. Fu verso la fine del secolo XV, che la sovra-
nità jure già stabilita, divenne di fatto, e allora si impegnò una
lotta terribile, or latefite ora aperta, fra la Repubblica e il Papa,
che doveva poi costituire Ja rovina della libertà. Nel 1475 narrano
i cronisti di aperte ribellioni agli ufficiali del governatore (3); e

quando nel 1483 il Papa richiese la decima degli offizi e la quarta

delle patenti, si tenne consiglio, e fu diffinito che per niente si
pagasse (4). Fu detto che gli Statuti dovevano essere confermati
dal Papa; ma tale conferma li rendeva legge inviolabile per tutti

(1) €ronac. De Veghi, FABRETTI — Vol. II) pag. 52.
(2) Narra il De. Veghi, (Cronac., pag. 60) — Addi.24 gennaro 1489 li Magnifici
signori Priori ottennero dall Ill. Legato, che si confinassero gb infrascritti ecc,

(3) Cronac. De Veghi, FABRETTI — Vol. II, pag. 50,
(4) Cronac. De Veghi, pag. 52,

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CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI oL

e per lo stesso Pontefice, di modo che i governatori dovevano nei
loro decreti riferirsi agli Statuti (1).

Nè meno è da notare il contegno che tennero i perugini verso
Pio II nel 1462, quando fecero opposizione perchè non fossero
ammesse all’offizio del Bollettino due persone; elette da lui: Il
Papa col suo Breve del 25 aprile di quell'anno si dolse vivamente
di ciò, ma i perugini non cedettero. E quando agli ambasciatori
di Perugia parve che il pontefice li avesse ricevuti assai fredda-
mente, essi ne riferirono al magistrato, e questi chiese al Papa
delle spiegazioni, che egli diede per lettera, dichiarando —. nee

unquam paterna erga eos charitas in nobis imminuta est — (2).

$ 48. E a dimostrare vie meglio il grado di resistenza che Peru-
gia seppe fare alla signoria della Chiesa, varrà notare, che anco
sul finire del secolo X.V, i potentati di Europa riconoscevano la
sovranità del magistrato cittadino di Perugia, talchè i Dogi di Ve-
nezia ed i principi si dirigono sempre — magnificis dominis prio-
ribus civitatis Perusii — (3). Inoltre il magistrato concludeva |
trattati di alleanza. colle vicine città, anche malgrado la. volontà
del Papa; ed infatti quando Sisto IV notificò al magistrato di Pe-
rugia, che, attesi i cattivi portamenti di Lorenzo dei Medici verso
la S. Sede, era sua volontà, che dai perugini si abolisse. qua-
lunque lega fatta coi fiorentini (4), i perugini insorsero contro il
Papa, e allora Sisto IV, sebbene di malavoglia, ratificó l'al-
leanza (5). Ma mentre i perugini cercavano destreggiarsi coi papi
e coi loro governatori, ebbero a supportare una nuova signoria,
quella di Niccolò Piccinino, che nell'anno 1440 pose mano al rior-
dinamento del governo in Perugia. Non tutti i perugini furono
d’avviso se gli dovesse dare così grande autorità, perchè teme-
vano far cosa spiacevole al Papa; ma il popolo, sempre facile a
suggestionarsi dinanzi agli eroi della guerra, indusse i più cauti e

(1) (Bandi, Lib: 1, c. 3) — Il Luogotenente Geronimo vescovo di Fossombrone
emana nel 1484 ai di 20 di settembre un divieto ai cittadini di tener donne nel bor-
dello e-cost dice — siano sottoposti in omnibus et per omnia come:li altri rebelli, se-
condo la forma de li statute ecc. — Altri esempi in FABRETTI (Doc. ed. nel 1887).

(2) Vedi il nostro lavoro sul Mons pietatis di Perugia — Anno 1892, pag. 30.

(3) Arch. delle pergamene nella biblioteca di Perugia. Lettere dei dogi Cristoforo
Mauro e Nicolò Marcello degli anni 1462 e 1473.

(4) Breve in pergamena: n. 396.

(5) Breve del 21 luglio 1478, pergamena n, 397,
319 Ò. SCALVANTI

prudenti a tacere, e il Piccinino fu ricevuto come signore di Pe-
rugia. Più tardi, cioè negli ultimi del secolo XV e nei primi del
XVI vi fu l’altra signoria se non di diritto, certamente di fatto,
di Giovan Paolo Baglioni (1). V'é chi ha impugnato l'esistenza
di questa signoria, ma a torto; imperocchè basti leggere le istorie
e le cronache per convincersi di quanto asseriamo noi. Intanto
si riscontra, che negli stessi Annali Decemvirali dell'anno 1492,
nella pagina ove si trovano i nomi dei Priori, vi è sempre lo
stemma dei Baglioni; nè ciò si sarebbe fatto se in Giovan Paolo
non si fosse riconosciuta l'alta autorità della Repubblica (2). *

8 49. Ma ad onta che nel breve spazio di poco più di un secolo
colle signorie di Pandolfo Baglioni, di Biordo Michelotti, del Vi-
sconti, del Re Ladislao, di Braccio, del Piccinino e di Giovan Paolo;
Perugia avesse dovuto accostumarsi all’ impero di un solo, pure
bene accorgendosi, che le minaccie più serie venivano dal papato,
e che le altre signorie si erano subite per forza o timore o nel
pericolo di mali più gravi e poco avevano attecchito, la lotta si
diresse fierissima contro la Chiesa non per spirito contrario a lei,
ma per gelosia di libertà, molto più che in quel tempo l'ingerenza
pontificia andava vie maggiormente estendendosi e in specie a
favore della parte dei Nobili (3). Ogni occasione era buona, e basti
citare il fatto della elezione del Rettore dell’ Università nel 1541,
avvenuta contro il parere del Governatore, e che diede luogo a
pubbliche dimostrazioni contro di lui. E se ciò prova il vivo
attaccamento che i perugini ebbero sempre per il loro Ateneo, è

(1) Cronac. di TESEO ALFANI, pag. 249 e segg.

(2) Questa osservazione ci è stata suggerita dall'egregio conte Vincenzo Ansidei,
bibliotecario della Comunale, il quale ci mostrò i volumi degli Amzati, ove apparisce
questo segno evidente della signoria del Baglioni. E di ciò teniamo a rendergli grazie.
Abbiamo pertanto notato, che nel 1492 si trova lo stemma de’ Baglioni nella prima
pagina in alto, o solo, o alla sinistra dello stemma pontificio, mentre a destra è il
Grifo. In altra pagina lo stemma Baglioni è in cima alla pergamena, mentre quello
del Capo dei Priori è nel fondo a sinistra, e cioè al termine del fregio posto ad orna-
mento della pagina. Inoltre si trova che nella elezione dei Dodici del Buon governo,
istituiti nel 1516, Giovan Paolo e Gentile Baglioni erano eletti — indifferenter pro
omuibus portis — (Reg. in Arch. Storic. ital., pag. 599).

(3) Narra P'ALFANI (Cronac.,pag. 274 e 75) — che nell’ anno 1516 in vigore di un
breve di N. S. letto dal Rev. cardinale S. Vitale legato nella. sacristia di S. Lorenzo,
furono pubblicati li Dieci uomini dell'Arbitrio (seguono i nomi) con dichiarazione che
Giovan Paolo e Gentile Baglioni siezo sopra tutti gli altri e che loro due abbino U a-
torità da tutti gli altri. A molti, aggiunge il cronista, cio zo» piacque.

& TEST) sor
CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI. STATUTI PERUGINI 313

efficace riscontro per giudicare ancora con quale energia in ogni
occasione essi insorgevano per la tutela della loro libertà (1).
Quindi i perugini spiavano il momento opportuno per ribel-
larsi al giogo della Chiesa, e nel 1527, vedendo che la fortuna del
papa oscuravasi, si fece consiglio e si deliberò di riprendere colla
forza tutte le botteghe sotto il palazzo del Podestà « che già fu-
rono della Comunità et al presente erano del cardinale Armel-

lino ». — Preghiamo Dio, aggiunge il cronista, sia in buon punto,

et essendo il meglio della nostra città, si abbia le cose sue anti-
che e le solite sue entrate (2) —.

S 50. Se noi volessimo pertanto riassumere in brevi tratti il si-
stema giuridico-politico invalso nel periodo dal 1425 al 1545, po-
tremmo dire, che anche allora rimasero mal definite le attribuzioni
del Comune in confronto di quelle, che possedevano i governatori,
legati e vice-legati del Papa. E infatti sopra una medesima ma-
teria si trovano emanati provvedimenti delle due autorità. Ora è
il sovernatore, che di sua iniziativa forma un Bando, che è poi
pubblicato dai Priori della Città; ed ora è il Consiglio dei Priori
e Camerlenghi che delibera, e il Governatore pontificio che con-
ferma. Citeremo ad es. la legislazione per quella che oggi si
chiama Polizia dei costumi. È il Comune che vende la gabella
del bordello; è per un’ ordinanza dei Priori che si obbligano le

(1) Ecco in qual modo narra il fatto TESEO ALFANI — Ricordo come ben 50 anni
passati e più, essendo stato lo studio di Perugia senza rettore, per la qual causa fra .
gli studenti erano nate discordie molte et inconvenienze, di comune concordia di tutti
li scolari, e per l’aiuto (notisi bene!) dei M. S. Priori e Cam. contro la volontà del R.
cardinale d' Urbino legato di Perugia, questo di 18 febbraio, e fu di martedì, a ore
20 in circa nella sata di sotto del palazzo del Podestà del Comune, con universale
concordia di tutti, con gran festa, fu creato Rettore M. Ranaldo del paese di Aquila,
uomo ricco e dotto ; il quale da tutto lo studio, primae nel palazzo del:Legato, poi
in S. Lorenzo e dipoi nel palazzo dei signori Priori fu portato, e per tutta la città
con gran festa d'ogni persona rallegrato .....\A dì 24 detto M. Ranaldo predetto fe
a piedi la Piazza la collazione, dove era uno steccato amplo con li seggi; e vi furono
gli signori Priori, molti gentiluomini, tutti li dottori e molta gente; e fu cosa assai
bela. La notte antecedente furono attaccati dei scritti da ogni. parte della porta del
palazzo dei signori Priori, di tal tenore — Servatis civibus, restaurato gimnasio, sat
egimus — la qual cosa resa nota al Legato, per essere fatta contro la sua volontà, gli
dispiacque assai: e di mezzo giorno infuriato, mandò il barigello con un suo came-
rata a farla lacerare, che dié incarico assai a sua signoria reverendissima. La medesima +
notte per tutti i luoghi pubblici, nelli muri furono scritti V. R. R. M. che fu inter-
pretato da ciascuno — Viva Ranaldo Rettore Magnifico (Pag. 255) —. Oh come si as-
somigliano nel corso dei tempo le generose astuzie dei popoli !

(2) ALFANI — Cronac., pag. 318 e 19. -
314 O. SCALVANTI

meretrici ad abitare in un luogo designato (1), o si costringono i
proprietari di quei bordelli à non esigere una pensione maggiore
di quella dal pubblieo atto fissata (2), le quali deliberazioni del Co-
mune vengono confermate dal Governatore (3). Ora invece i decreti
del Governalore sono sottoposti al Magistrato per la loro promulga-
zione e pubblicazione (4). E più di ogni altro documento può per-
suaderci della imperfetta delimitazione delle due podestà, il computo
delle spese fatte dal Comune di Perugia per conto del Papa Eu-
genio IV, e che dimostra con quanta cura minuziosa e con quanta
diligenza tenevansi i conti fra il Comune e la Curia romana (5).
E poiché resulta che la Curia trovavasi spesso in debito col Co-
mune per aver ricevuto più di quello che le spettava, non è irra-
gionevole supporre, che anche da ciò derivasse quella tolleranza,
che la Chiesa spesso adoperò col Comune perugino, sebbene l’a-
nimo di lei fosse volto costantemente allo scopo di dominare in

modo assoluto la città.

Prriono IV. — Della signoria della Chiesa.

$ 51. Se non che i tempi si facevano più minacciosi non solo per
Perugia ma per tutta la penisola. Già Carlo V aveva posto il piede
in Italia per spengere gli ultimi bagliori di libertà. Perugia, a sua
difesa, accolse un presidio delle armi della Lega contro lo stra-
niero. Al Papa ciò spiacque, e diè ordine si licenziassero le milizie.
I perugini, anche qui persistendo nel loro guelfismo, dichiararono
esser pronti a rinviare il presidio a condizione che il Papa guaren-
tisse la città dalle armi imperiali. Il Pontefice sequestró l'ambascia-

(1) Ama. decem., anno 1436, f. 5, e anno 1492, f. 109.
- (2) Ann. decem., anno 1452, f. 158.

(3) Ann. decem., anno 1452, f. 235 — Vi si trova il provvedimento deliberato dalla
Magistratura comunale, e in fine questa annotazione — manu propria ipsius r. d. p.
Gubernatoris, videlicet ; Approbamus et confirmamus supradictam legem; ut petitur;
et mandamus eam ab omnibus officialibus observari, et executioni mandari: P. Epi-
scopus Brixiensis gubernator ecc.

(4) Doc., FABRETTI — Ed. 1887, pag. 68.

(5) Doc., FABRETTI — Ed. 1887, pag. 19 e segg. — Da questo documento importan-
tissimo, perché vi si rileva il modo di scritturazione del tempo e come si compilavano
i conti dei tesorieri, resulta che al 1444 ta Curia Romana era in debito verso il. Co-
mune di fiorini 88,802.00.6, mentre il suo credito ascendeva a fiorini 88,000. Dunque»
come dicono i revisori (così chiamati nel documento da noi esaminato), il papa doveva
pagare fiorini 892.60.6.

2 pe OPUS UTE ETT EET ipo

CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI

315

tore, e Malatesta, comandante della Lega, tenne prigione il Vice-
legato vescovo di Veroli e messere Alfano tesoriere del Papa. La
lotta si impegna accanita, e i cronisti, pur riconoscendo il mal go-
verno della Chiesa (1), si mostrano preoccupati delle conseguenze
di questa lotta, che credono esiziale alla patria (2). Questo stato
di contesa non poteva favorire certo un accordo stabile fra la
Chiesa e il Comune; questi intendeva valersi de’ suoi antichi pri-
vilegi; talehé-si trovano anche nel volgere del secolo XVI molti
atti importanti della vita politica compiuti nomine comunitatis (8),
ed è sempre in nome della comunità, che anco nel 1513 si man-
dano ambasciatori al duca di Urbino, al duca di Ferrara, al mar-
chese di Mantova. D'altro lato il Pontefice, pur permettendo che
la Città si governasse cogli ordini antichi, voleva di quando in
quando dar segno della sua signoria. Questo stato di cose era atto
a stancare anco la pazienza dei migliori ; perchè sebben generosa
e magnanima sia la lotta per la libertà, pure ove non produca
che danni e rovine, a lungo essa si rende insopportabile. Ed ecco
perché i cronisti, ad ogni mutare di Legato, sperano che sia mi-
gliore di eoloro che lo hanno preceduto e liberi la città dalle ma-
ledette discordie (4). Le quali più che le mire ambiziose dei Papi
noequero alla Repubblica, perché se nel periodo di lotta che noi
abbiamo brevemente descritto, gli animi dei cittadini fossero stati
concordi, poteva il Comune a poco a poco riconquistare le antiche
franchigie. Per contrario, mentre la signoria papale faceva il po-
polo malcontento, erano peró moltissimi che la presenza del le-

(1) Il Box TEMPI (Ricordi, pag. 351) narra i tumulti dei Baldeschi contro i bargelli
del Legato, avvenuti nel 1533; e aggiunge — questo solo viene per il mal governo di
questi nostri superiori presenti; e se di questa cosa non se ne fa dimostrazione, que-
sta città é rovinata, et oggidi sta peggio che stesse mai. Dio ci ajuti —.

(2) Il BONTEMPI, dopo aver narrato la contesa tra il Papa e i perugini per il pre-
sidio della Lega, fa questa esclamazione, che sembra una profezia — Dio ci ajuti, che
questa cosa non sia la rovina di questa città (Pag. 351) —.

(3) Vedi Cronac. di ALFANI, pag. 265, 268 e 273.

(4) Il BonrEMPI riferendo in che stato si trovava Perugia e il contado, e allu-
dendo all'arrivo del Vice-legato vescovo Trivulzi, così dice —.Dio ci doni grazia che
la città e il contado si riposi; che Dio sa quanto ha patito; massime quelli castelli
che sono stati saccheggiati, come sono Castiglion del Lago e Mongiovino, che. sono
stati saccheggiati da questi del signor Braccio — e qui, perduta la consueta pazienza
e carità cristiana, vinto dallo sdegno prosegue — che Dio gli sprofondi una parte e
Valtra, che sono la rovina di questa povera città. (Ricordi, pag. 359) —. Vedi anche
il grave giudizio che sulle discordie cittadine dà il MATARAZZO nella sua Cronaca
(Arch. Storic. Ital., Vol. II, pag. 143). 316. i O. SCALVANTI

gato e dello stesso Pontefice ormai desideravano come guarenti-
gia di ordine e di giustizia. Non appena però il dominio papale
diventava effettivo, e si vedevano ad uno ad uno distruggere gli
antichi privilegi, l'indignazione prendeva il disopra, e la contesa
diveniva così aspra da far temere da un momento all’altro qualche
rovina irreparabile per la travagliata Città. I Papi intanto erano
decisi ad uscire dalla incertezza della. loro posizione politica, e
nell'anno 1535 compirono atti non pure di signoria; ma di dispo-
tismo. Uno, che altamente dispiaeque, fu l'occupazione del pa-
lazzo dei Priori (1). Fu come geltar paglia sul. fuoco; il popolo
si abbandona ai tumulti, e chiede che il Papa osservi gli statuti
e che si aduni il Consiglio dei 500. Al popolo si uniscono i Priori
e recatisi dal Vice-legato, questi risponde che senza licenza del
Papa non puó consentire la convocazione del Consiglio. Ma di
fronte a nuovi e minacciosi tumulti il Vice-legato permette si
aduni. E nella Chiesa di S. Lorenzo coll’ iniervento del popolo si
completa il Consiglio, di cui molti membri mancavano, non es-
‘sendo più stato riunito dal 1527. Il 12 febbraio fu letta all’ as-
semblea la lettera colla quale il Legato raccomandava al Papa di
confermare il Consiglio. Ottenuto ciò, il popolo fé sapere al Le-

‘*gato, che se ne stesse tranquillo in palazzo; ma egli, adducendo che

usciva per andarsene a sollazzo fino a S. Pietro, fuggì (2).
. Fu questo l’ultimo bagliore di indipendenza simile al guizzo
della lampada, che è prossima a estinguersi.

S 92. Il papa Paolo III, dapprima, sotto l'influenza dei ga-
gliardi moti dei perugini, approvò si costituisse un Consiglio di 600
cittadini e ne sancì i Capitoli; ma dopo pochi mesi significò al
Comune che il minor Consiglio doveva essere eletto da lui o dai
suoi ministri, la quale cosa, dicono i cronisti, non piacque al
Consiglio. Invano si mandano ambasciatori; il Papa tien fermo e
vuole che il Consiglio non possa convocarsi senza sua espressa
licenza, dappoichè volgeva in mente di riformarlo. Ma, prescin-
dendo da tutto ciò che fece Paolo III venendo in persona a Pe-
rugia per la riforma dei Consigli, e arrestandoci all’esame dei

(1) BoNTEMPI — ‘Ricordi, pag. 360.
(2) E andossene con Dio, con poco suo onore, a mio giudizio; pure, Dio ci ajuti
per sua misericordia (BONTEMPI — Ricordi, pag. 361).

- ^
CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI

Capitoli da lui approvati, in-essi è da vedere la total distruzione
delle antiche franchigie, 1l Consiglio dei 600 infatti nel pubblico '
documento che contiene i suoi Capitoli, è detto Consiglio paulino
de la ecclesiastica libertà perusina (specie di ignominioso bistic-
cio d'idee fra loro ripugnanti); e si aggiunge — che questo per
indulgentia de la santità de nostro signore papa Paolo ILI fu or-
dinato e da poi da quello per l'autorità apostolica confirmato — (1).
Questo Consiglio, cui si dava il nome di Consiglio. paolino,
doveva sostituire la generale adunanza stabilita negli statuti (2),
e prestare fedeltà e obbedienza ala Santa Séde, Poco monta
che anche ridotta in questa condizione di sudditanza Perugia dia
sempre sentore di vita (3); ella farà tra breve le sue ultime prove
di resistenza nella guerra del sale, e ciò che Giulio III vorrà
concederle, non sarà che il pallido riflesso dell’ antica gloria e
dell’ antica libertà. Pure nella stessa guerra avuta con Paolo III,
Perugia dimostrò di voler combaltere per causa giusta e pel man-
tenimento dei patti concordati colla S. Sede (4). Intanto al Ma-

(1) Reg. e Doc., Arch. Storie. ital., Vol. II, pag. 617.

(2) E da notare però, che il Consiglio della generale adunanza non era il mas-
simo collegio, giacché questo è negli statuti chiamato — sommo arringo o parla-
mento — (Stat. perug., Lib. I, Rub. 225 e 226). ;

(3) Si trova.negli Ann. decem. sotto la data del 1537, aprile 10, una viva, lunga
e dettagliata rimostranza fatta al Pontefice contro l'amministrazione del Legato.

(4 Vedi FnoLLIERE — La guerra del sale (Arch. Storic. ital., l.c. — Vol. II,
pag. 405) e BoNTEMPI (Cronac. pag. 377). — Gli storici e i cronisti sono d' accordo nel

segnalare l'ingiustizia di Paolo HI per aver voluto accrescere la gabella del sale —
« L'altissimo Dio, scrive BoNTEMPI, ci ajuti per sua misericordia, e non guardi alli no-
stri peccati, ma alla grande ingiustizia che il Papa fa a questa povera città e a tutte
le altre terre della Chiesa ». — Però in altro luogo de’ suoi accuratissimi Ricordi il
BONTEMPI accenna anco alla colpa di alcuni suoi concittadini, che non vollero deve-
nire a possibili accordi col Pontefice. — « Et ancora si andarono con Dio moltissimi
cittadini e massime li venticinque deputati, li quali hanno rovinato questa città e le
loro case, per non avere mai voluto si ragionasse l'accordo del sale, quando era tempo
di ragionarne et accordare, senza alcun danno della città; ma perché loro non si fi-
davano del Papa, hanno voluto che con loro rovimi tutta la città. Dio li punischi
come meritano ». — Dio li avrà forte puniti per altri peccati, non certo per. quello
di essersi poco o nulla fidati di Paolo III. Però il BowTEMPI, nell accusare i peru-
gini di soverchia ostinazione, non ha torto ; perché la vertenza sulla gabella del sale
forse poteva Comporsi mercé gli uffici del cardinale Del Monte (che fu poi Giu-
lio III). Egli infatti nella sua lettera ai Priori del 15 maggio 1540 dice: — Bastevi di
sapere, che si vorrete ricognoscervi facendo l'obedientia, come de sopra se dice, pur
che siate a tempo, per quel che se avesse a trattare poi, qui avete un Cardinal vostro
cittadino et. allevato con voi, et il quale non manco desidera la salute vostra che
la sua propria — (Reg. e Doc., Arch. Storic. ital., Vol. II, pag. 625). Come poi il car-
dinale Del Monte si appellasse perugino rilevasi dagli storici. Egli naeque a Roma,
ma venne in Perugia allo Studio (onde a buon diritto scriveva essere stato allevato
tra i perugini), ed ebbe in seguito la cittadinanza perugina (Vedi PELLINI, CRISPOLTI e . 818 O. SCALVANTI

gistrato dei Priori delle arti, nel 1540 Paolo III sostituiva i de-
cemviri, col nome di « @onservatores ecclesiasticae obedientiae
civitatis Perusiae » (1). Perita la sostanza della libertà, periva
anche il nome. Pure l'ambascia dei perugini per tutto il tratto
di tempo che va dal 1540 al 1553, epoca in eui Giulio III restauró
i magistrati comunali, fu tale e tanta che di quel periodo ango-
scioso contarono i giorni, come fa il condannato al carcere; e
si veggono i cronisti informarci, che Perugia restò senza i suol
magistrati anni 12, mesi 10 e giorni 28 (2). Quanto è significa-
tiva questa minuta enumerazione del tempo trascorso nel più duro
servaggio! Ma se con Giulio III tornò un tollerabile governo, la
libertà non poteva col nome dei magistrati tornare.

Or quale distanza dalla Bolla pontificia di Innocenzo III,
ossia dal protettorato della Chiesa, al Decreto di Paolo HI, che
stabilisce i Decemviri della ecclesiastica obbedienza, ossia, la si-
gnoria assoluta! Quanto cammino in tre secoli e mezzo di vita |
E che strana cointidenza nella caduta delle due potenti alleate,
Firenze e Perugia! Firenze nel 1530 cade sotto il giogo dei Medici;
la segue dappresso Perugia, che nel 1540 vede consolidarsi il
dominio della Chiesa. Amiche tanli anni, vissute in comunanza di
aspirazioni, di idee, di ordini di governo e nelle arti sorelle,
caddero insieme. E certo però che se noi rimontiamo ai primordi

Bonazzi ÎMelle opere altrove citate). E di vero il cardinale Del Monte si rese illustre
per le sue benefiche azioni e per la dottrina addimostrata nel presiedere, insieme al
Polo, il Concilio di Trento. Però cinta la tiara pontificia, come osserva il RUORBACHER
(Stor. Univ. della Chiesa — Vol. VIII, Lib. 85), non giustificò le grandi speranze, che
aveva fatto concepire di sè durante il cardinalato. Pure di Perugia si ricordò con af-
fetto; e quell'aecordo che essa non aveva potuto o voluto fare con Paolo III, egli seppe

conchiuderlo restituendo i magistrati alla città. E certo però che la ingiustizia del.

Papa era manifesta, giacché gli accordi presi con Martino V nel 1424 e con Eugenio IV
nel 1431 portavano, che Perugia potesse provvedersi di sale dove voleva, e che se in-
tendeva fornirlo lo stato pontificio doveva venderlo a denari X la libra. Or questi patti
erano stati osservati anche ai tempi di Clemente VII antecessore del Farnese, e quindi
i perugini a buon diritto si dolevano che Paolo III non rispettasse le convenzioni
fatte, confermate e osservate dai predecessori. Il proposito di resistere nei perugini
fu talmente gagliardo, che nella lettera al duca Cosimo escono in questi termini: —
« Per il che la misera Ciptà, visto non potere portare un tal peso, si ellege prima la
morte et ultima rovina, che consentire »'— (Reg. e Doc. in Arch. St. ital., pag. 628). Que-
sta frase ricorda quella del celebre Plucito Istriano, nel quale i popoli espongono à
Carlo Magno le vessazioni del Conte, e implorando aiuto dicono: — Si nobis suecurrit
D. Carolus Imp. possumus evadere, sin autem melius est nobis mori quam vivere.
— (CARLI, Az. ital., App. 1 e Cod. Dipl. istriano).

(1) Vedi FROLLIERE, pag. 450.

(2) Vedi le Cronache del tempo; in specie il BONTEMPI, pag. 398,
PR di m E

je reco. = M — M ——
t ol d RT ux NUM e

CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 319

della Repubblica perugina fin dove la istoria puó farcene conoscere
gli ordinamenti, e cioè al 972, si hanno in mezzo a varie vicende
per Perugia Augusta circa 600 anni di libero governo o di lotta,
spesso non infeconda, per la libertà. La qual sorte non toccò alla
maggior parle delle repubbliche italiane.
SEZIONE II.
Della giurisdizione.

S 53. Nell' esaminare quali facoltà giurisdizionali il potere ci-
vile si fosse riservato di fronte alla Chiesa, noi avremo la piü
chiara, evidente, luminosa dimostrazione del concetto organico,
che ebbero i perugini circa i rapporti tra lo stato e il polere sa-
cerdotale. Vedemmo qua e là, in più luoghi della nostra tratta-
zione, che il Comune affermava spesso la sua esclusiva compe-
tenza nelle materie, a cui l'autorità della Chiesa o de'suoi ministri
si sarebbe più legittimamente estesa, come ad es. nella istituzione,
o riforma e governo di Ospedali, di Monti di Pietà, ecc. (1). Ed
anche quando l’ ingerenza degli ecclesiastici fu ammessa, noi ab-
biamo constatato con quanta cautela ciò si facesse.

E inutile spender parole per dimostrare che il bisogno della
giustizia è quello che più intimamente si avverte da un popolo
civile, poichè senza giustizia non vi è libertà.

Perciò i perugini, che della libertà erano amantissimi, dove-
vano altamente pregiare la giustizia, e riconoscere, che la jurts-
dictio è il primo attributo della sovranità. Soffrire invasione di
potere in questo campo della attività dello Stato era intollerabile
per un popolo, che voleva una libertà feconda, progressiva, be-
nefica. E di vero, quando noi vediamo nella istoria degli ultimi
carolingi,.coi quali si preparano gli elementi giuridici del feuda-
lesimo (2), il potere civile, che concede immunità nel campo giu-

(1) Il Pontefice rispetto all’ Ospedale della Misericordia non fece altro. che con-
fermarne gli statuti. Vedi Bolla del 20 luglio 1469 di Paolo II; e pel Monte di Pietà,

vedi il Breve dello stesso Papa del di 11 ottobre 1467 — (SCALVANTI — Il Mons pietatis. *

di Perugia, pag. 37).

(® Carlo Magno seppe contenere in certi limiti la concessione del potere giudi-
ziario, ma, una volta aperta la via, era ben naturale che si andasse fino in fondo. E cosi i
Cap. del 779 e delP 803 del grande monarca trassero seco quelli di Lotario dell’ 843,
quelli di Lodovico II dell' 872 e quello di Carlo il Grosso delP 883. per Ravenna, col
quale il potere civile abdica la più alta delle sue attribuzioni sovrane a beneficio della
nascente feudalità,

-
320 O. SCALVANTI

risdizionale, diciamo subito, che lo Stato ha perduto la coscienza
dei suoi essenziali uffici, è, lo diremo con frase odierna, incosciente.
Laddove invece, come in Perugia e in altri Comuni italici, noi tro-
viamo che la podestà civile mantiene a sè le facoltà giurisdizionali,
diciamo che veramente col sorgere dei Comuni uno dei caratteri
più spiccati del feudalesimo venne a cessare, e i nuovi governi si
costituirono colla coscienza delle loro prerogative di sovranità.

E se consultiamo gli statuti ci accorgiamo subito, chele cure più
sollecite si ebbero per ordinare l' amministrazione della giustizia.

$ 54. Così la giustizia doveva essere accessibile a tutti (1); pub-

blici i giudizi, e quando tale guarentigia di pubblicità doveva es- È

sere limitata, a ciò provvedevano gli Statuti (2). Lo che significa,
che, presso quel popolo, la pubblicità dei dibattimenti faceva parte
dell’organismo politico-giuridico dello stato, com’ è al presente (3).
E se è vero, che anco nello Statuto perugino molto e forse troppo
si trova applicato il rito sommario, pel quale i giudici Cono=cono
— de plano sine strepitu et figura iudicii, et iudiciorum solemni*
tatibus non servatis — è altrettanto vero che contro tali giudizi
davansi rimedi efficaci (4); ed è vero ancora che talvolta la som-
marietà veniva introdotta per cagioni molto razionali, come, ad es.,
per i dibattiti riguardanti le Opere Pie (5). Talora poi, a maggior
guarentigia di giustizia, vollero si potessero portare i giudizi ad una
terza istanza (6). Utili provvedimenti fecero allo scopo di evi-

(1) Stat. perug., Rub. 4, Lib. I. Si dispone che il Podestà e il Capitano sono te-

‘nuti — jus reddere et stare de mane et de sero secundum pulsationem campane or-

dinate ad sonandum pro jure reddendo et facere debeant stare hostia, aperta tempore
quo jus redditur —. Vedi anche la Rub. 8 del Lib. I; nella quale si ordina a tre fun-
zionari di rimanere in giorni determinati sotto la volta di S. Ercolano a ricevere le
lagnanze dei cittadini.

(2) La restrizione alle forme solenni del giudizio si faceva in certe cause agitan-
tesi dinanzi ai Consoli delle arti (Stat. perug., Lib. I, Rub. 81).

(3) Statuto del Re Carlo Alberto, art. 72.

(4) Stat. perug., Lib. I, Rub. 81.

(5) Stat: perug., Lib. I, Rub. 166. «Item quia hospitale: sepe ab iniquis et cavillo-
sis hominibus longevis gene fatigatur et gravissimis expensis et dannis aflligitur:..
ideo necesse est perversitatibus et dolositatibus nefandorum hominum providere ; 223
propter ordinamus et reformamus quod in qualibet lite (ossia tanto nel caso che I" O-
pera pia rivestisse Ja qualità di attrice o quella di convenuta) iudex qui supratlite vel
causa cognoscet debeat procedere . . . summarie, et sine strepitu et fi2ura iudicii ecc. ».

(0)« Si vero dicta prima sententia rescissa seu reprobata fuisset per sententiam
latam supra dicto recursu, tunc, et eo casu ille qui obtinuit in prima sententia lata
per dietos consules vel auditores vel camerarios possit recurrere ad dominos priores
artium » (Rub. 81, Stat. perug., Lib. I).

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CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI . 321

tare le liti (1), e di disciplinare l’uso delle rappresaglie (2). E
poichè il popolo perugino amava insieme la libertà e la giustizia, »
tradusse nelle sue leggi il principio, che il diritto moderno ha for-
mulato colle parole — facile l' arresto, difficile la detenzione — (8).
Nè mancano documenti per dimostrare, come si avesse cura :di
non confondere in un solo carcere i condannati per reati diversi
(4). Non v'è dubbio che talora gli Statuti appariscono di una
estrema severità, ma, ben studiate le fonti, si rileva che il rigore
delle leggi era giustificato e quasi sempre temperato da equi prov-
vedimenti. A prova dell'austerità di alcuni giudizi può addursi la
procedura dei sindacati contro i pubblici ufficiali (5), e la man-
canza di appello nelle cause criminali. Se non che la procedura
fulminea che si adoperava nel sindacato era richiesta dal bisogno,
che i pubblici ufficiali si sentissero propter iram et propter conscien-
tiam indotti a rispettare la libertà e la giustizia; e la legge sulla
inappellabilità di molte sentenze penali fu introdotta sotto I° im-
pero di cause gravi e transitorie (6). E non faccia meraviglia poi
che la Repubblica perugina avesse anch'essa l' istituto dei denun-

(1) Stat. perug., Lib. 1, Rub. 170.

(2) Per concedere le rappresaglie occorre anzitutto che il credito sia confessato.
Un collegio di 5 buoni uomini esamina la domanda e istruisce il processo. La rap-
presaglia però non può essere concessa che « de presentia, consensu et voluntate
consulorum mercatorum, auditorum cambii et camerariorum artis lane » ecc. (Vedi
tutta la Rub. 171, Stat. perug., Lib. I). Le Rub. 172, 177 e 178 (importantissime perché
riguardanti la prescrizione nelle rappresaglie) e 467 contengono altre savie disposi-
zioni sulla materia.

(3) «Si potestas et capitaneus vel alius officialis fecerit aliquem immitti in carcerem
communis causa alicuius maleficii, inquisitum vel accusatum, vel diffamatum vel alia
de causa debeant incontinenti, postquam eum immiserint, inquirere de fama et culpa
ipsius intra unum mensem. postquam in carcerem communis missus erit; et si eum
invenerint culpabilem contra eum procedant de jwre; si autem non invenerint eum
culpabilem intra dictum unum mensem de carcere exhibere et exhibi facere teneantur ;
quod si non fecerint de suo salario CC. lib. den. pene nomine quilibet eorum com-
muni solvere teneatur » (Stat. perug., Lib I, Rub. 185).

(4) Stat. perug., Rub. 186, Lib. I, nella quale si dispone per la costruzione di tre
carceri distinte.

(5) Stat. perug., Lib. I, Rub. 14.

(6) E basta leggere la Rub. 17 del Lib.I per esserne persuasi. Si vuole reprimere
severamente, perché la pena riesca più esemplare, ut pwnitiones sortiantur effectum,
et omnibus auferatur occasio et animus delinquendi. Il sistema a quei di non poteva
essere che quello di terrorizzare. Del.resto con questa legge si derogava a precedenti
disposizioni, che ammettevano l'appello anche in materia criminale, ela Rub. 17 dice
infatti « quo ad causas civiles non intelligatur aliquatenus derogatwm ». Vedi a mag-
giore chiarezza anche la Rub. 19 dello stesso Lib. I.
899 O. SCALVANTI

zianti segreti, imperocchè anzi seppe organizzarlo in guisa da
essere vantaggioso alla giustizia senza soverchio pericolo della
libertà. I denunzianti sono cittadini scelti a tale ufficio, a cui non
possono rinunziare, ma essi sono sconosciuti al pubblico, non alla
autorità; e quindi la loro non è veramente una denunzia se-
greta (1).

Questi cenni abbiamo voluto dare perchè si vegga quale
studio i perugini posero nel dettar leggi intorno alla giurisdizione
della podestà civile, la quale perciò non vollero mai limitata.

Una. volta sola, ai tempi dell' aito dominio della Chiesa, i pe-
rugini comportarono la cessione della loro podestà giurisdizionale
al Papa Bonifaeio IX. Ma se noi osserviamo bene, vedremo che
tal cessione era e doveva essere temporanea, e cioé limitata al
tempo, in cui il Pontefice si fosse trovato in Perugia, potendo al-
lora conoscere delle prime e seconde cause (2). Questa disposizione
del resto fu fatta sotto l'impero di cagioni politiche (volgendo al-
lora, e cioè nel 1392, non prospere le sorti della repubblica); ma
veggasi con qual cautela fu al Papa delegata una parte della giu-
risdizione, talehé sembra quei savi uomini avere avuto presenti
le teorie del loro insigne giurista, da poco estinto (3).

Certo la stessa cagione che avevano i perugini di far valere
la loro podestà giurisdizionale di fronte alla Chiesa, che esercitava
il protettorato o l'alto dominio sulla città, doveva indurre i papi
a lottare per l’acquisto di tale giurisdizione. La quale, costituendo
il primo attributo di sovranità tanto doveva essere strenuamente

(1) Prestato il giuramento, i 50 denunzianti ricevono dall’ ufficiale un nome o
parola di riconoscimento, la quale essi debbono scrivere nella scheda di denunzia, che
vanno a deporre in un cippo, colla indicazione precisa del nome del delinquente. La
parola di riconoscimento si dà per questa ragione — « Et ne in dicto cippo per alium
quam per predictos custodes aliquis valeat incippari, et ut sciatur qui per dictos cu-
stodes extiterunt incippati, ut dictus officialis teneatur dare unum nomen, ecc. » (Rub.
64, Lib. I).

(2) PELLINI — Op. cit., pag. 35 e 30.

(3) Il BAnTOLO, con intendimenti di libertà, ha scritto anco della: Giurisdizione
ne' suoi Trattati speciali. Egli non ammette delegazioni generali del merum et
mixtum imperium, nel quale è contenuto il concetto generico di jwrisdictio (8 34). E
quando al 86 si domanda — «an Papa possit iurisdictionem vindicare? » — risponde
« Et dixerunt quidam quod 707, quia iurisdictio est quoddam genus, sed aliquid in
genere vendicari non potest ff. de rei vend. l. si rem in princ. ergo ecc. Item alia ra-
tione, quia jurisdietio est quoddam ius corporale, in iure enim consistentia incorpo-
ralia sunt... ergo vindicare non potest cum ea vindicentur quae possidentur . . .
sed incorporalia non possidentur ». :

Bione SD ds
CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 323

difesa dai perugini, quanto costantemente ambita dai papi. E una
qualche ingerenza si nota fino dal secolo XIII. Esiste, tra molte,
una Bolla importantissima di Gregorio 1X, del 12 marzo 1230,
nella quale si confermano alcune sentenze emanale dai giudici
della città. Si trova inoltre che nel 13 giugno 1255 Alessandro IV
avoca,a sè la decisione di una controversia fra il Comune di Pe-
rugia e il Priore di S. Fiorenzo; ed altra Bolla dello stesso Pon-
tefice in data 12 decembre 1257 contiene la risoluzione di alcuni
ricorsi avanzati alla S. Sede contro sentenze emanate dai magi-
strati di Perugia. Altri esempi di ricorsi al Pontefice si hanno ai
tempi di Clemente IV (4).

$ 55. Tutto ciò è ben naturale, in specie se si rifletta che di ogni
attributo giurisdizionale quello che ha l’impronta più spiccata di
sovranità è il potere di rendere sentenze in grado di ultimo ap-
pello. E per ciò che gl’ imperatori furono ostinatissimi su tale pro-
posito, ed è per ciò che i papi stessi lottarono per ridurre nelle
loro mani questa efficace mansione di sovranità. Lo Sclopis ha
osservato giustamente, che mentre il miztum et merum imperium
godevano anche i Comuni soggetti allo scettro di un principe, i soli
liberi godevano della facoltà di sentenziare in ultima istanza (2).

Perla qualcosa si nota costantemente, che la imperfetta delimi-
tazione delle due competenze in Perugia deriva assai più dalle
frequenti contese tra i due poteri circa questo attributo di sovra-
nità e în genere sull'esercizio delle rispettive giurisdizioni, che
dalla mancanza di criterì giuridici. Infatti la materia giurisdizio-
nale, oltre essere definita dai sacri canoni, aveva formato oggetto
di speciali provvedimenti pontifici,*e tra gli altri di quello ema-
nato nel 30 decembre 1348 dal Cardinale di S. Marco, e in cui
si riassumono i principi della giurisdizione ecclesiastica (3). Da

(1) Vedi Bolla delP 8 giugno di quell'anno.
(2) ScLoPIS — Stor. della leg., Vol. I, Cap. IV.

. (3) Vedi l'originale nell'Archivio di Perugia, e il sunto nel Regesto delle Bolle e
Brevi pontifici sotto l'anno 1348. Vero é che contro-la stessa giurisdizione ecclesiastica,
anche quando era ammessa, si adottavano provvedimenti affinché non riuscisse per-
niciosa alla retta amministrazione della giustizia ordinaria; e n' é documento solen-
nissimo lo Statuto perugino, di cui ci limitiamo a riferire questo. passo: « Volumus
quod si aliquis habet vel habebit aliquod jus cessum contra aliquem civem vel comi-
tatensem vel districtualem civitatis Perusie ab aliqua persona religiosa vel loco reli-
gioso seu ecclesiastico seu clerico, qui vel que non possit conveniri in curia seculari

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DA O. SCALVANTI

tutto l’insieme dei documenti per altro viené a resultare, che la
Chiesa, per avere la città fedele alla parte guelfa, venne lar-
gheggiando di concessioni anco per ciò che si riferiva ai poteri
giurisdizionali (1). Ond’ è che spesso i Papi, piuttosto che impar-
tire ordini, esortano e pregano il magistralo ad uniformarsi alle loro
volontà. E così vedesi Giovanni XXII esortare i perugini a non
opporsi alla esecuzione della giustizia contro gli spoletini ribelli;
o dolersi che i perugini vogliano usurpare la giurisdizione in Spo-
leto (2).

$ 56. Ora, conoscendo il carattere dei perugini, è molto facile
comprendere, quanto fossero gelosi della loro giurisdizione, e
come bene spesso lotlassero e vincessero per sottoporre ai tribu-
nali ordinari gli ecclesiastici colpevoli di qualche reato (3).

Fino dal 1268 (4) il Papa scrive al Podestà per narrargli
che l' Abate e Monaci di S. Pietro sono ricorsi a lui, e gli hanno
esposto, che il Capitano del Popolo faceva ogni sforzo per solto-
porre alla sua giurisdizione l'Oblato di detto monastero residente
a Casalina, luogo soggetto, dice il Papa, alla giurisdizione tempo-
rale dell’ Abate. Quindi rileva che questo fatto è apertamente con-
trario alla ecclesiastica libertà, e pel caso si rinnovino consimili
tentativi minaccia scagliare le censure. :

Dunque i perugini non solo volevano rispeitata la propria
giurisdizione,^ma si sludiavano di ampliarla invadendo la sfera

Li

perusina vek aliquo forense, ILLA CESSIO NON VALEAT nec de ipso jure cesso audiatur
in curia perusina, risi ille qui habuerit, jus cessum promittat et satisdet ei contra
quem jus cessum haberet, quod ille jus cedens stabit et respondebit seu stare et re-
spondere faciet de jure in curia perusina ei contra quem jus cessum haberet in causa
reconyentionis et pro expensis. Et ille cessionarius et fidejussor promittant condemna-
tionem et judicatum solvere, et aliter de cessione non. awdiatwr in aliqua curia pe-
rusina et «ec dicta, cessio valeat » (Stat. perug., Lib. IT, Rub. 4). -E evidente che la va-
lidità della cessione fatta da un chierico a un secolare contro un terzo dipende dalla
garanzia, che il cessionario faccia al debitore ceduto, che il cedente risponderà da-
vanti alla curia in via reconvernzionale.e per la cessione e per le spese. Altrimenti la
cessione stessa é dichiarata suia. (Vedi inoltre la Rub. 5 del Lib. II).

(1) Vedi la Bolla di Martino IV del 27 febbraio 1281.

(2) Vedi le Bolle del giugno 1323 e 18 giugno 1324.

(3) Il BarroLo ha disputato sul caso del laico, che commesso un delitto, si fac-
cia chierico. Egli adotta la soluzione che spectat cognitio illius delioti, al judicem. se-
culaaem, de cujus foro erat tempore perpetrati criminis (Trac. De iwrisd., S 7). Però
sta in fatto che più volte la giurisdizione ordinaria si estese anche ai chierici.

(1) Vedi Bolla.di Clemente IV del 26 ottobre di quell’anno (£egesto Bolle e Brevi,
nell'Archivio di Perugia).
CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 320

della giurisdizione temporale ecclesiastica, la quale perciò fu da loro,
come da ogni altro popolo di quel tempo, piuttosto subìta che ri-
conosciuta. :

Inoltre il fatto avvenuto nel 1310 dimostra una volta di piu
e in modo luminoso, come quel popolo avesse chiaro e distinto il
concetto della reverenza dovuta alla Chiesa e quello della incolu-
mità delle prerogative spettanti al potere civile. E così, mentre
poco prima il Magistrato aveva dato incarico a quattro frati della
Penitenza di designare i più degni all’ufficio di Podestà, che
godeva del merum et mixtum imperium, pochi giorni dopo quello
stesso magistrato loltava con pertinacia e coraggio per applicare
il suo imperium & un sacerdote, che si era reso reo di delitto
comune. SE
]l caso fu grave e da potersi rassomigliare a quello che si
verificò in Venezia sui primi del seicento, quando la Repubblica
rifiutò di consegnare al tribunale ecclesiastico due sacerdoti de-
linquenti, e Paolo V scagliò l' interdetto. Un fatto simile era av-
venuto nel 1310 a Perugia. Il Podestà aveva fatto arrestare un
canonico imputato di grave delitto, ed ‘il Vicario lo richiese so-
stenendo che doveva essere deferito alla Corte Episcopale. Ma il
Magistrato tenne fermo sostenendo il contrario; di guisa che il
Vicario ebbe ricorso alle armi spirituali non solo contro il PodeStà

e il Capitano, ma contro il Magistrato. — Il che, dicono gli sto-
rici, fu di grande alterazione al popolo, et ne furono mandate
le appellationi alla Corte di Avignone (1). — Disgrazialamente nè

le storie, nè le cronache ci hanno potuto informare dell’ esito di
quell’ appellazione; ma se dobbiamo argomentare dai fatti avve-
nuti di poi, v'è motivo di credere che le istanze dei perugini
venissero accolte. Nella quale opinione ci conferma il riscontro, che
abbiamo fatto nell’ Archivio delle pergamene, dove nessuna Bolla
o Breve pontificio s' incontra sotto l'anno 1310, che contenga rimo-
stranze o provvedimenti relativi al fatto narrato dai eronisti e dagli
slorici. Segno evidente, che questo punto giurisdizionale fu compo-
sto con soddisfazione dei perugini. Inoltre nel 1430, quando fra i
congiurali contro Perugia nel fatto di Monte Fontegiano del Lago,

(1) PELLINI — Vol. I, pag. 360,

-
326 O. SCALVANTI

fu scoperto e arrestato un frate, il Governatore lo richiese; ma, con-
vocati i Consigli; fu deciso di processarlo e condannarlo. La sentenza

di morte venne eseguita, e il cronista Graziani scrive (1): — Et
fu nel dì de Pasqua Epifania, et questo fu scritto a Roma al
Papa per monsignore e gli cittadini, e non fu altro —. Quel non

fu altro vale un tesoro, perché dimostra come non sempre il
magistrato civile credeva di essere tenuto a riconoscere la giuri-
sdizione ecclesiastica.

Lo stesso era avvenuto per | Abate Guidalotti nel 1399,
quando venne condannato per la congiura contro Biordo Miche-
lotti, di che il Papa Bonifacio IX ebbe a /agnarsi coi perugini (2).
Nel 1475 poi si narra che furono condannati un prete ed un
frate, e posti in una gabbia, che fu collocata, dice il De Veghi,
— doppo il palazzo del Podestà verso la casa di Pier Francesco
di Gelomia —-(8). In quel tempo la giurisdizione ecclesiastica cercò
di far valere i suoi privilegi; ma pare che in ciò non riuscisse,
perchè si legge che nel 1488 — messer Stefano nostro can-
celliero portò da Roma una Bolla del Papa, che rifermava tutti
li statuti, e che ogni causa si dovesse mandare a/li banchi ordi-
nari — (4).

$ 57. Anche un altro fatto abbiamo, per dimostrare come i peru-
giti lottassero per estendere la giurisdizione civile agli eccle-
siastici; e questo fatto si verificò nel 1326. Esso è sfuggito al
dottissimo Pellini ed anche al Graziani e all'Oddi, ma ne fa ri-
cordo un altro cronista (5) in questi termini: — « Avendo voluto
i perugini gastigare e correggere alcuni chierici, furono scomu-
nicati; ma essendosi accordati col Vescovo, questi revocò la sco-
munica » —. Oltre a ciò narrano gli storici che nel 1399, essen-
dovi nel Capitolo di S. Lorenzo alcuni canonici, che troppo li-
cenziosamente vivevano, il magistrato ordinò, che dagli officiali
della città non si pagassero loro nè danari, nè si dessero pallii
e cera; e si incorporassero nei beni del Comune alcuni fondi,

(1) Cronac., pag. 339.

(2) Vedi Lettera 20 giugno 1399 — Archivio delle pergamene.

(3) Cronac. De Veghi, pag. 50. ;

(4) Cronac. De Veghi, pag. 52. La Bolla, a cui allude il Cronista, non trovasi né
tra i documenti originali, né nel Regesto delle Bolle, né nel Bollario di Sisto IV.

(5) Memorie di Perugia edite da FABRETTI, Vol, I, pag. 19,

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CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI

che prima si affittavano da quei canonici a loro profitto (1).
Era poi severamente proibito a chicchessia di ingerirsi nelle
cose degli Ospedali; e se il colpevole era un chierico doveva su-
bire la scomunica e la perdita del benefizio (2). Pena consimile
si trova comminata al chierico, che rifiuti l'ufficio di Priore negli
Ospedali (3).

8 58. Talora poi il Comune affermava la propria ingerenza negli
affari degli ecclesiastici, come n'è cenno nello Statuto, là dove
dispone, che il chierico, il quale vuole ordinarsi prete negli Ospedali,
deve cedere ad essi i suoi beni (4). Quando poi urgevano i bi-
sogni del pubblico erario, il Comune si riteneva nel diritto di non
rispettare l'esenzione dai tributi, che era una delle forme di im-
munità di cui godevano i sacerdoti, e questi assoggettava al pa-
gamento delle imposte (5). Ed ora noi vediamo il Comune di-
chiararsi solo arbitro nel prescrivere l'ordinamento di pubblici
istituti, or lo vediamo sollecito di conservare al popolo la elezione
del Priore dell' importante Abbazia di S. Pietro, ed ora riservarsi

(1) PELLINI — Vol. II, pag. 112.

(2) È singolare che una tal pena si trovi nel Corpo delle leggi civili, ossia negli Sta-
tuti — « Et si clericus est, sit ipso jure anathematizzatus, et omni beneficio et honore
ecclesiastico privatus et propterea indignus et inhabilis reputatus » — (Stat. perug.,
Lib. I, Rub. 161). — Anche la Chiesa talvolta ha dettato disposizioni per limitare le
facoltà o gli abusi de' suoi ministri. Ricordiamo la Bolla di Giovanni XXII, colla quale
proibisce al Vescovo di riscuotere la 4a dei legati, che si fanno a favore dei poveri,
quando non sia detto espressamente che tali legati son fatti a favore del Vescovo. —
(Vedi Bolla 19 gennaio 1321).

(3) « Si autem clericus fuerit, ipso facto sententiam excommunicationis incurrat,
et omni beneficio quod baberet, sit ipso iure privatus » — Stat. perug., Lib. I, Rub. 152.

(4).« Item quod nullus in dicto hospitali nec ad titulum dicti hospitalis possit pre-
sentari nec promoveri ad ordines clericatus nisi primo se et sua bona offerat hospi-
tali predicto et promittat obedientam et reverentiam secundum formam juris » ecc.
— Stat. perug., Lib. I, Rub. 150.

(5) Ciò avvenne nel 1329, quando a causa delle gravi spese di guerra Perugia
volle imitare i fiorentini e assoggettare il clero alle imposte. Cio spiacque al Vescovo,
il quale allegò che senza il consenso del Papa, tali imposte non potevano essere estese
al clero: dopo tale protesta il Vescovo sospese gli uffizi divini. Allora i perugini com-
posero alla meglio la questione col Vescovo (PELLINI, Vol. I, pag. 509). Il modo. col
quale la grave vertenza venne composta lo abbiamo da una Bolla di Giovanni XXII
del 2 novembre 1331. Secondo la nostra opinione, la legge non può essere stata del
1329, ma del 1330 0 1331, perocché non comprendiamo come i perugini sieno stati lun-
gamente colpiti da interdetto senza comporsi col Papa. Ad ogni modo, la Bolla pon-
tificia é del 1331, e con essa si dispone che il Vescovo tolga l'interdetto, e si ordina
che a lui si consegnino tutti i proventi riscossi dal clero; e che poi il Vescovo li re-
stituisca al Comune per i bisogni della città. Bisogna convenire che i perugini giun-
sero ad una sistemazione molto vantaggiosa al loro Comune. Non era dunque, come
dice il PELLINI, una composizione alla meglio.
328 O. SCALVANTI

il gius patronato dei conventi (1). Si comprende, che come non
si tollerava l'ingerenza del clero nelle faccende civili, così si proi-
biva ai laici di ingerirsi in ciò che era di appartenenza dell'au-
torità eeclesiástica (2). Ma quando trattavasi della libertà della
Repubblica, allora, a tutela dei diritti intangibili della podestà ci-
vile, il Magistrato trovava legittimo di inquisire anche la condotta
degli stessi Legati pontifici. Laonde ne resta la memoria della
elezione avvenuta nel 1966 dei tre dell’ Arbitrio, col mandato di
vigilare i disegni non solo dei nemici aperti, ma dello stesso Le-
gato pontificio, del quale si sospettava favorisse gl’ inglesi, e li
persuadesse a venire a’ danni di Perugia (3). Nessuna eccezione
poi troviamo nell’ istituto della espropriazione per causa di pub-
blica utilità, che riguardi i conventi o altre proprietà della Chie-
sa (4); nè eccezione alcuna nelle leggi riguardanti i processi civili
e criminali.

$ 59. Ma il fatto più eloquente, e che perciò abbiamo riservato
alla fine del nostro ragionamento, è quello che ci accingiamo a nar-
rare. Nel 1318 dovevano essere mandati a morte tre cittadini di
vil condizione e rei di più omicidi. Letta loro la condanna pub-
blicamente sulle scale del palazzo del Podestà, essi levarono la
voce gridando che volevano appellarsi al cardinale Burgense, le-
gato pontificio. Egli, saputa la cosa, mandò i suoi ministri a proi-
bire (così gli storici) al Capitano di far giustizia; ma — « il po-
polo, parendogli, come veramente era, cosa nuova e non solita d
farsi in Perugia, con molte grida fece istanza a' Ministri deila
giustizia, che senz’ altro li delinquenti fossero mandati allé for-
che » —. E il Pellini aggiunge: — « Di che abbiamo voluto far
memoria, perchè, come dicono questi scrittori nostri, questa fu la

(1) Citiamo, ad es. il fatto della cessione di aleuni stabili a S. Domenico per eri-
gervi la Chiesa e il Monastero. Ciò avvenne nel 1233, e nel Libro delle Sommissioni
(Lett. A, pag. 65) si legge, che si concede — « totum terrenum eum domibus in eo po-
sitis, quod ipse potestas nomine dicti comunis comperavit a Matheo Egidii villani et
Rubeo et Guillelmo quondam. perusii villani ad construendam ecclesiam et domos or-

dinis ipsorum fratrum, reservando jus patronatus ipsius ecclesie comuni perusii su-

pradicio ».

(2) PELLINI, pag. 461, Vol. I. Egli ricorda che nel 1322 fu fatta una legge, per la
quale niun laico poteva ingerirsi nelle distribuzioni, che si facevano dai chierici nelle
Chiese.

(3) Id,, Vol. I pag. 1017.

(4) Stat. perug., Lib. I, Rub. 16,

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CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRÓ DEGLI STATUTI PERUGINI 329

prima appellatione che fosse tentata di mettere a pruova da' Mi-
nistri del Papa; ma il popolo, che in ciò usava non piecola dili-
genza, volle che d’ allora in poi i prigioni si recassero alle for-
che a guisa di cavalli imbrigliati, perchè non potessero appellare
al Legato » (1) —.

Il fatto è degnissimo di nota, perchè non si tratta qui del
giudizio di un pubblico ufficiale o di un dotto, ma del popolo;
noi tocchiamo, per così dire, il cuore di questo popolo, ne sen-
tiamo i battiti e possiamo più rettamente giudicare della dire-
zione de’ suoi sentimenti. E al fatto del. 1918 fa degno riscontro
la legge del 1391, che incarna cotesto medesimo senlimento, ossia
il sentimento di tenere alta, inviolata la giurisdizione del potere ci-
vile. In quell’anno infatti fu pubblicata una legge col divieto di procu-
rare dalla Corte di Roma o d'altrove appellazioni o intbizioni di
veruna sorte, nè in cause civili nè im criminali sotto gravissime
pene (2). Ed ecco come attraverso i tempi il costante sentimento
di libertà produce gli stessi fenomeni, perchè non è il modo di
sentire di pochi ma. dell’ universale. E questo di impedire gli
appelli al Papa, se fu ‘cagione di contesa nel 1818, fu motivo più
tardi di altra vertenza, sulla quale ci .piace intrattenerci al
quanto peril singolare carattere del documento, da cui l'abbiamo
ricavata.

S 60. Siamo al 1458 nel periodo della lotta per la signoria della
Chiesa, prossimi all’ epoca, in cui, per opera principalmente di
Sisto IV, di Innocenzo VIII e di Alessandro VI (8), si andarono
preparando i tempi dell’ assoluto dominio dei Papi. Pure i perugini
hanno ancora tanta energia di carattere, tanta generosa aspirazione
di libertà da ritenersi piuttosto che soggetti, alleati della Chiesa, e
nel pieno diritto di trattare con lei da potenza a potenza. Si
agitava una grave materia giurisdizionale, perchè i perugini non

(1) PELLINI, Vol. I, pag. 1089.

(2) A aosta legge dié luogo un Notaro, che aveva in una causa civile ottenuto
dalla Corte di Roma una inibitoria; e poiché, osserva lo storico, parve dai magistrati,
che ciò fosse in diminuzione della loro libertà, ordinarono a quel tale, che se fra un
mese 207, derogava Per sè stesso o non renunziava a quella inibizione, oltre la per-
dita della lite, cadesse anco in pena di 500 lib. di danari (PELLINI, Vol. II, pag. 17).
(3) Vedi i numerosi atti di questi Pontefici nel Zegesto più volte citato, e dai
quali è dato rilevare come la Chiesa andasse sempre più estendendo la sua autorità
in Perugia. 1
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O. SCALVANTI

volevano assolutamente che dalle sentenze de’ loro magistrati vi
fosse richiamo alla Santa Sede. Gli ambasciatori sì presentano a
Pio II, e chiedono si respinga ogni proposta di tale alta giuri-
sdizione. E il Papa scrivendo al Magistrato perugino .(1) osserva
che non si possono fare a Perugia condizioni diverse di quelle
dettate per altre città soggette alla Chiesa ; e ad ogni mododi-
spone non potersi appellare a Roma senza il suo espresso con-
senso, e quindi riserva unicamente all’ autorità sua lo ammet-
tere o no tali appellazioni, quali non ammetterà mai se non vi
concorrerà una necessità o un utile impellente. Tutto ciò al mezzo
del secolo XV ha un grande significato; ma più notevole è la
chiusa del documento papale. — « Unum maxime non admirari non
possumus, quod Oratores vestri ad Dom. venientes non suppli-
canlium nec graliam querentium modo, sed quasi pacta et conven-
liones nobiscum inituri sibi a vobis mandatum esse dixerint >».
— E si comprende; il Papa dal suo punto di vista doveva me-
ravigliarsi dell'audacia dei perugini, che chiedevano pacta et
conventiones, perchè parlava da monarca; ma i perugini, che
parlavano da uomini liberi, non erano audaci nel chiedere coteste
convenzioni, non potendo entrare nell'animo loro l'idea, che,
disputandosi di così grave bisogna interessante le prerogative
dello Stato, dovessero assumer l'aria e il contegno di supplicanti.
Essi contendevano per il diritto, e sentivano nel cuore che quel
diritto era loro dovuto ; il Papa invece da altro sentimento era
dominato, e parlava di graziose concessioni. Evidentemente se
prima si erano poco intesi, ora non s’ intendevano più. Pio II tiene
a chiudere la sua Epistola con questo altero linguaggio. — « Scitis
enim quod a nobis tribuuntur gralie.. ..., verum quo intelligatis,
nos liberaliter ac benigne et simpliciter acturos, ecc. » (2). Dunque
non affermazioni o rivendicazioni di diritti, ma umili preghiere,
a cui avrebbe risposto la benevolenza del Principe. La liberalità
del Papa poneva un termine alla libertà perugina. E Paolo II co-

(1) Bolla del 14 novembre 1458 da noi consultata nell’ originale,

(2) Questo avveniva ai tempi di Pio II. Immaginiamo che cosa dovesse avvenire
ai tempi di Paolo HI Farnese, quando volle imporre l'aumento sulla gabella del sale.
Anche allora i perugini obbiettarono patti e condizioni, e il Papa chiedeva invece —
obedientia, non conditionata ma libera, et pura — (Vedi Lett. Card. Del Monte del 15
maggio 1540 — Arch. Mediceo e FABRETTI Reg. e Doc., Vol. II, pag. 624).

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CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 381

ronò i propositi dell’ antecessore coi numerosi atti di conferma e
approvazione di tutti gli statuti, matricole, ecc., opera nella quale
fu seguìto e superato da Sisto IV (1).

8 G1. Un tratto poi di sottile prudenza adoperata dai perugini
per salvare dalle rovine della loro grandezza qualche guarentigia di
libertà, si raccoglie dalla istituzione. del collegio dei dottori, i
quali dovevano decidere in grado di appello dalle sentenze degli
ufficiali pontifici. — « Statuimus et ordinamus quod a sententiis
ferendis per vicelegatos, gubernatores vel eorum commissarios
quocumque nomine censeantur usque ad summam centum duca-
torum et ab inde infra appellari possit et recursus haberi ad col-
legium doctorum, vel alium cui visum fuerit sanctitati sue in ci-
vitate Perusie » — (2). Certo è questo il linguaggio della mag-
giore sottomissione ai voleri del Papa; ma al tempo stesso ci
manifesta con quale accanimento si difendesse palmo a palmo il
terreno dell’ antica sovranità. Infatti quella facoltà di appellare al
collegio dei dottori costituiva una guarentigia ragguardevole per
l'amministrazione della giustizia, in quanto i dottori fossero pe-
rugini (3).

CONCLUSIONE.

8 62. Dalle cose esposte in questa Prima Parte delle nostre
Considerazioni sul Libro I degli Statuti perugini, ci sembra possa
raccogliersi, che Perugia ebbe anch’ essa una operosa democrazia.
E se è vero quello che afferma il Gibbon, che sotto la protezione
delle leggi di eguaglianza i lavori delle industrie e delle arti si
rianimarono a grado a grado, e il genio invincibile della libertà
vinse gli sforzi dei più potenti nemici (4), questo è da ripe-
tere certamente per Perugia, Ja quale, mentre costituivasi a li
bero e popolar reggimento, e lottava con fierezza e coraggio contro

(1) Vedi Bolla di Paolo II del 20 luglio 1469, e le molte Bolle di Sisto IV, fra le
quali degnissima di particolare attenzione quella del 15 febbraio 1472.

(2) Stat. perug., Lib. IV, Rub. Ut a sententiis ecc.

(3) Lo stesso Statuto nomina i primi, che costituirono questo collegio, e furono :
Mariotto de' Boncambi, Vincenzo degli Ercolani, Enea degli Ubaldi e Paolo Salvuzio.
(4) Gispon — Della decadenza e fine dell’ Imp. rom., Vol IV, Cap. I.

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O. SCALVANTI

ogni sorta di tirannia, vide le sue arti e i suoi commerci fiorire,
e la fama del suo Studio diffondersi per l'Europa intera. Essa
non mancò dunque alla missione restauratrice ed innovatrice, che
i fati assegnarono alle democrazie medioevali. Dovevano esse ini-
ziare una civiltà nuova, creare nuovi organismi politici e ammi-
nistrativi, far sorgere un’ arte che fosse schiettamente italiana,
emancipare i popoli dalle legislazioni barbariche; e Perugia at-
lese a tulti questi svariati oggetti di vita politica e sociale. Qui
come altrove fu nobile gara per dare impulso alle industrie col
mezzo delle Corporazioni di arti e mestieri; qui si pensarono e si
applicarono ordinamenti pubblici atti ad assicurare la libertà ne-
cessaria all'esplicazione del nuovo incivilimento ; qui con prudente
amministrazione si andarono formando e migliorando incessante
mente le leggi per la tutela dei privati e dei loro beni, per l'i-
giene, per i lavori edilizi, per l'annona ; qui fu viva partecipazione
alla memorabile impresa del Rinascimento delle arti belle; qui
infine risorsero gli studi fecondi del Diritto Romano, che diedero
a Perugia e al suo Ateneo una gloria mondiale.

$ 63. Ma per conseguire così grande intento occorreva uno
spirito profondamente democratico e bene equilibrato ed il godi-
mento della libertà, sui quali due punti, che furono oggelto del
nostro studio, così ci sembra da conchiudere:

1.9 Fu già notato che le tendenze al regimen ad populum
si manifestarono ai primordi dell'ordinamento politico di Perugia,
dopo la caduta dell' impero romano; e che questo genio democra-
tico andò contemperandosi e rafforzandosi pel sentimento religioso
spoglio di pregiudizi e di superslizione. Nè poteva essere altri-
menti presso un popolo illuminato cultore delle scienze e invaghito
del magistero delle arii a tal segno da irradiare di una luce po-
tente l'Italia intiera. E a questo savio equilibrio della coscienza
pubblica è dovuto, se la istoria di Perugia può essere tolta a mo-
dello in più occasioni nell’ardua, gravissima controversia dei rap-
porti fra il potere civile e il maestrato sacro, rispetto alla quale
non temiamo agguagliare il Comune perugino alla stessa Repub-
blica veneta. Mentre poi questo popolo rivelò tempra gentile nelle
manifestazioni dell’arte sua, seppe schivare le mollezze, cui spesso
trascina la raffinata civiltà, e ciò si dovette al carattere gagliardo,
serio, meditativo dei perugini, che come non piegò ai colpi della con-

c CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI 333

traria fortuna, così si mantenne saldo anco nel maggiore ingen-
tilimento dei costumi e delle arti. E su ciò insistiamo, perchè ve- '
ramente il costume privato si conservò in Perugia austero per
molto tempo, e ne fanno fede le leggi, che in seguito dovremo
prendere in esame.

2.9 Con queste doti d’ ingegno e d'animo i perugini pole-
rono avere per la.libertà un culto che non fosse bugiarda rappre-
sentazione di affetti non sentiti. E un’ampia, assoluta libertà va-

gheggiarono, per modo che anche quando, per la tristizia dei
tempi, più non poterono pretendere al riconoscimento delle antiche
franchigie, pure cercarono farle valere sollevando l'indignazione
della Curia romana.

Se non che, imperiose ragioni vietavano .che i popoli di quel-
l'età potessero conservare i. loro liberi ordinamenti e in quelli
prosperare, senza porsi sotto l’ alta protezione di qualche potente.
La combinazione fra la Zbertà, che era nel cuore di tutti, e l'au-
torità che era mestieri riconoscere in altri, si mostrava difficile
assai. Occorreva un lavorio paziente per distinguere ciò che si
poteva accordare all’ alto patrocinio della Chiesa senza scompagi-
nare la libertà interna ed esterna della Repubblica; occorreva in-
somma aver chiaro il concetto circa gli attributi essenziali della so-

vranità. E se noi ripensiamo a quanto esponemmo circa la Repub- |
blica perugina nel primo e piü glorioso periodo della sua gran- |
dezza, ci apparirà manifesto, che essa custodi gelosamente tutte le
prerogative della sovranità, come il diritto di pace e di guerra,
quello di inalzare fortezze, creare tribunali, eleggere i propri con- 1
sigli e i magistrati, stabilire regolamenti e compilare statuti per |
il governo della pubblica cosa, introdurre e repartire le imposte. :
Molte delle quali prerogative Perugia seppe conservarsi anche nei
periodi susseguenti fino all'assoluta signoria della Chiesa.
8 64. Ma pur nel soggiacere all’alta autorità di un principe, i

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perugini dimostrarono grande avvedimento politico. Fra le due cor-
renti di protettorato, che guidavano le genti di: Europa, scelsero 2i
quella che ritennero, e non a torto, più favorevole al pacifico . ,
godimento della libertà, ossia la parte guelfa. E verissimo, che
non solo a Perugia, ma in altre parti della penisola l'alta prote-
zione di un principe lasciava sussistere i liberi ordinamenti delle
cillà; e n'è esempio il Piemonte, dove i sudditi del principe po-
394 O. SCALVAN'TÍ

tevano colla approvazione di lui far leggi e statuti per uso proprio,
serbare intatte le loro costumanze antiche; e dove il Consiglio
del Comune ebbe balia di eleggere i magistrati (1). Ma noi ab-
biamo visto che le franchigie concesse dai Papi furono di gran
lunga maggiori delle franchigie largite ai perugini da Imperatori,
per quanto fossero interessati all'alleanza colla potente. Repub-
blica.

E sebbene Perugia minacciata dai Pontefici dovesse ricono-
scere di poi il dominio della Chiesa, costituendo un Vicariato alla
dipendenza dei Papi, noi dobbiamo vedere in ciò una novella prova
della saggezza di questo popolo. Fu notato infatti che il Vicariato
non era in Italia considerato come condizione di vera dipendenza
politica, Il Vicariato, introdotto dall’ Impero piuttosto come riserve
di diritti, che come esercizio di autorità, venne anche più largamente
applicato dalla Chiesa a beneficio delle città soggette, le quali con-
tinuavano a governarsi con ampia autonomia. E tale e tanta fu
la consuetudine di libertà nelle terre sottomesse al Papa; e così
fortemente radicó in esse il principio dell'autonomia comunale, che
attraverso i secoli esso dà segno di vita anche quando per i po-
litici infortuni doveva essere spento (2).

Ebbero adunque ragione i Guelfi in generale e i Perugini in
particolare di rimanere in quella via, per la quale fin dapprincipio
avevano posto il piede; e quante volte anche potenti alleati vollero
dissuaderli da entrare in nuovi accordi colla Chiesa, essi non ac-

(1) Stat. civit. Taurin, pag. 393, Ediz. dello ScLoPIS, compilati nell'anno 1360 per
ordine di Amedeo VI conte di Savoia. Su questo proposito nota lo ScroPIS: — « Non si
pensava allora a tutte quelle sottiglienze di reggimento amministrative, a cui si pon
mente oggidi. Lasciavasi muovere spedito nella sua sfera naturale il municipio; né si
confondeva sempre l' amministrazione col regno. Lo spirito di libertà aveva spaziato
per tutte le città dell’ Italia superiore all’ epoca della Lega Lombarda, e dappertutto
aveva lasciato traccia di sé, che dopo non erasi cancellata neppure per le succedute
mutazioni politiche.» (Stor. della leg., Vol. II, Cap. IV).

(2) Si allude qui al Manifesto, che nella rivolta di Rimini del 1841 fu pubblicato
per chiedere al Pontefice il governo laico ed altre riforme. I patriotti che posero mano
a quella rivendicazione di libertà, memori delle franchigie municipali, e consapevoli
del valore che hanno, si fecero a domandarle arditamente al Papa. Gran parte infatti
di quel documento 'si intrattiene sulla libera elezione dei consigli municipali, e sulla
necessità di inperniare su di essi la costituzione del supremo Consiglio di Stato, che
doveva risiedere a Roma. Il quale concetto trovasi encomiato nel Proemio dello Sta-
tuto conferito ai popoli pontifici da Pio IX nel 1848, nel quale è notevole il passo
ove si dice — « Ebbero in antico i nostri Comuni il privilegio di governarsi ciascuno
con leggi scelte da loro medesimi sotto l'autorità del principe, ecc. » —.

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CONSIDERAZIONI SUL PRIMO LIBRO DEGLI STATUTI PERUGINI

cettarono esortazioni e consigli, e rimasero fedeli alla loro poli-
tica, nella quale seppero destreggiarsi con sì oculata prudenza da
rivolgere a loro pro ciò che pareva a tutta prima essere pernicioso
alla integrità della loro patria. E par veramente che in questo
popolo fosse una sapienza che si direbbe d'istinto, la quale va-
leva più d’ogni altra trovata da sottilissimi ingegni; vogliamo
dire, quel sapersi giovare di alcune occasioni in modo, che esse
tornassero più profitievoli alla Repubblica di quello. che per sè
stesse non sarebbero state: Questa finissima arte politica si scorge
nei rapporti coll’ Impero e colla Chiesa, come fu ampiamente ve-
duto nei Capitoli che precedono; e meglio si scorgerà in seguito
quando dovremo esaminare tutto il movimento della vita politica di
questa antica e gloriosa Repubblica. Onde non c’è bisogno di
leggere a qual tempo appartengano le esortazioni ai Decemviri
perugini di Giovanni Alessi poste in fronte al Quarto Libro degli
Statuti, perocchè la citazione che ivi si fa dei precetti del divino
Platone, ci dimostra abbastanza che siamo pervenuti all’ éra del
decadimento (1). Non certo le fantasie platoniane, per quanto su-
blimi, si vennero applicando in Perugia nel bel tempo della sua
grandezza, ma i savi e pratici insegnamenti di Aristotele, di cui
furon seguaci i grandi politici del secolo XIV.

E gli effetti del buon indirizzo politico, sussidiato dalla for-
tezza del carattere e dalla elevata cultura, si videro nella lunga
durata delle pubbliche libertà. Il genio democratico poi e la ge-
losia del governo autonomo sono fino a noi pervenute; chè non è
alcuno che non vegga essere anc’ oggi i perugini amantissimi di
conservare insieme alle glorie dell’ arte loro, la maggior possi-
bile autonomia dei loro fiorenti istituti.

Perugia, aprile ‘95.
O. SCALVANTI.

(1) « Agite ergo, Patres Conscripti, rempublicam vestram amplectamini, defen-
dite, fovete . . . hane excolite veneramini ; hane totis viribus summa ope cura solli-
citudine ct. diligentia divini Platonis servantes precepta ad regendum. gubernandum-
que capessite ecc. (Stat. perug., Lib. IV, Exhortatio).

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DEI SUPREMI MAGISTRATI E REGGITORI DI ORVIETO

dal principio delle libertà comunali all amo 1500

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; I] costituirsi del Comune italiano — questo fiore bello, rigo-
glioso e selvaggio della nostra storia politica, sbocciato sul finir
della notte fosca del primo medioevo ad annunciar che la pri-

E mavera stava per tornar sulla terra squallida per la mestizia in-
vernale — segna l'alba di un'età nuova; nella quale la gloriosa

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? memoria del municipio romano risorge nel dominio costituito dalla
spada dei barbari sulle rovine di Roma ed in cui gl’ Italiani affer-
mano la: prima volta la loro esistenza come popolo, i loro diritti in

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faccia all'impero, ricostruzione artificiale e poco duratura di quello
grande dei Latini. L'epoca dei Comuni fa sviluppare le arti, le
industrie, i commerci ed inizia il primato intellettuale dell’ Italia
sul mondo: le ire municipali, da cui fu cagionato l'esilio di Dante,
suscitano nel sommo poeta l’idea della Divina Commedia.

3 Al formarsi dei nostri Comuni concorsero tre fattori princi-
P pali della storia dell' Europa medioevale: il feudalismo germanico,
i l'impero e la Chiesa.

Le invasioni germaniche rinsanguarono i nostri connazionali
degenerati dai forti avi per la corruzione e l’infiacchimento del-
l'età imperiale romana. L'uomo tedesco ci è descritto da Tacito
come dotato di uno spirito generoso di indipendenza personale.
« La sua attività è isolata come la sua famiglia, come la sua abi-
tazione nella sua comunità . . . . . Non leggi, ma. consuetudini
lo stringono ad una comunità, e questa non si aggrega ad altre
23 338 G. PARDI

a formare un popolo, se non provvisoriamente » (1). E tale ca-
rallere dev'essere stato in parte trasfuso, nel mescolarsi delle
razze, ai popoli italiani, perocchè diventa una delle caratteristiche
dei loro Comuni: i quali tuttavia, benché sorti da un siffatto prin-
cipio, che abbattè l'impero due volte vigorosamente ricostruito da:
Carlomagno e da Ottone primo, svolsero meravigliosamente un
principio quasi contrapposto nelle associazioni delle arti schiudenti
la via a più larghi ideali di sociabilità umana. Ed è questo stesso
carattere di indipendenza, che agevola la riscossa dei vinti, l'af-
fermazione dei loro diritti in faccia ai vincitori. Il feudatario ger-
manico ama i castelli forti e solitari, che offrono una indipendente
sicurezza, e lascia il soggiorno delle città al popolo dei vinti.
Questi pertanto, trovandosi separati anche di territorio dai domi-
natori, hanno agio di afforzare il proprio carattere e le proprie isti-
tuzioni, finchè adunati col tempo intorno al gonfalone comunale an-
dranno all’assalto dei castelli, rivinceranno i vincitori d’una volla,
li costringeranno a venire in città e, con leggi crudeli, li terranno
lontani dal potere: gli antichi padroni saranno ridotti ad avere
minori diritti civili del più meschino dei loro soggetti d’un tempo!

Ma, perchè questo potesse avvenire, era necessario che si
trovassero a lottare insieme due grandi autorità come l' impero e
la Chiesa, l'una fondata sulla forza delle armi e l'altra sulla po-
tenza dello spirito. Profittando di questa lotta gigantesca, le città
italiane strappano privilegi ad ambedue le autorità, tanto che alla
fine ottengono di emanciparsi dalla supremazia vescovile e di po-
tersi eleggere da sè i propri magistrati. Così nasce il Comune
nello sfasciamento del potere imperiale, nell'indebolirsi di quello.
spirituale per essersi voluto innalzare di troppo.

I vescovi aiutano i cittadini a liberarsi sempre più dall'auto-
rità dei conti, discendenti dagli antichi feudatari germanici; ed è
sotto il loro patrocinio che le città italiane, non molestate dagli
imperatori lontani, nè dai papi intenti a grandi ideali di domina-
zione universale e costretti a difendersi dagli stessi Romani ri-
bellantisi, prolette dai vescovi potenti dalle violenze dei conti, pos-
sono ordinarsi meglio con la costituzione municipale, consistente

(1) Storia dei Comuni italiani dalle origini al 1313 per F. LANZARA, I; 14. SERIE DEI SUPREMI MAGISTRATI E REGGITORI DI ORVIETO, ECC. 339

in una assemblea generale, in un consiglio minore ed in una au-
torità giudiziaria ed esecutiva rappresentata prima dai consoli e
poscia dai potestà.

Rinvigoriti da questo ordinamento, che stringeva in un fascio
saldo tutte le forze cittadine, i Comuni abbattono anche l’autorità
vescovile: Milano non accetta nè il vescovo eletto dal papa nè quello
eletto dall'imperatore; ma se ne crea uno da sè, il quale non ha
più per tal modo diritti di supremazia sopra i cittadini, bensì, direi
‘ quasi, doveri di riconoscenza verso di loro. Il Comune, che ha
respinto le armi degli imperatori tedeschi, s' afferma con la forza
propria indipendente da ogni autorità.

I primi magistrati delle libertà comunali sono i consoli. Si è
forse esagerato alquanto riportando la loro istituzione ad un tempo
troppo remoto, come, ad esempio, all’anno 900 per Roma ed al
959 per Verona. Quanto ad Orvieto il Manente, uno storico non
molto attendibile ma certo di feconda immaginazione, comincia la
lista dei consoli qualche secolo innanzi che questi realmente esi-
stessero, poichè i primi, che troviamo ricordati in documenti au-
tentici, sono del 1157. Così quanto a Lucca: mentre alcuni storici

-

lucchesi affermano che questa città avesse ordinamento comunale .

subito dopo la concessione di Ottone il Grande, ed altri fin dal
1075 (1), non si trovano al eontrario ricordi di consoli cittadini
vivente Matilde di Toscana (2). :

ll Villani, dopo aver narrato che l'impero venne a mano dei
Tedeschi, aggiunge: « In questi tempi la nostra città di Firenze
cominciò ad avere stato e potenza per le revoluzioni de’ detti impera-
tori; e per le dissenzioni che talora ebbono col Papa e colla Chiesa,
molte mutazioni e parti ebbe nella nostra città di Firenze » (3).
Così argutamente un semplice cronista del primo Trecento co-
glieva le cagioni del sorgere del proprio Comune. Seguita egli
poscia a narrare che i Fiorentini « feciono leggi e statuti comuni

(1) CIANELLI, Mem. Doc. St. Luc., I, 185.

(2) « Fu infatti la morte della Gran Contessa che dette l'ultimo tracollo alla potenza
de’ Duchi e de’ Marchesi di Toscana; ed i pochi eletti dipoi, disprezzati e combattuti,
si risolvettero di vendere alle città, per così dire, a contanti e alla spicciolata, una
autorità che oramai non era temuta né obbedita, dopodiché poté sorgere in quelle il
reggimento elettivo e popolare » (Iv. Arch. Luc., TI, 294);

(3) Gio: VILLANI, Cronica, l. IV, c. 3.
340 G. PARDI

vivendo ad una signoria di due consoli cittadini e col consiglio
del senato, ciò era di cento uomini i migliori della città, come
era l’ usanza data da’ Romani e Fiorentini ». Ecco dunque la
prima forma di costituzione comunale: un consiglio di cento sa-
pienti uomini, o senato, e due consoli, i quali « rendevano ra-
gione e facevano giustizia » (1). S'aggiunga inoltre l' assemblea
popolare, costituita da tutti i cittadini, e si avrà l'immagine dei
* Comuni italiani nel loro ordinamento primitivo.

Il numero dei consoli fu vario nelle diverse città, spingendosi
generalmente da due a dodici: variò pure nelle stesse città in
epoche differenti. Così mentre a Firenze dapprima erano due, fu-
rono quattro quando la città venne divisa in quartieri e sei al-
lorchè si spartì in sestieri. Non duravano in carica lo stesso
tempo in ogni terra, ma in alcune due mesi, in altre sei, in altre
finalmente un anno intero.

Le franchigie comunali e l’autorità cittadina dei consoli veni-
vano riconosciute dall’ imperatore nella pace di Costanza del 1183;
nella quale erà stabilito, per opera delle città lombarde strette in
lega potente e vittoriosa, che i Comuni avessero magistrati loro
propri e che i consoli, prima di entrare in carica, ricevessero
gratuita investitura dall’ imperatore medesimo o da un suo nunzio:
nelle città, dove l' investitura fosse di solito accordata dal vescovo,
rivestito dell' autorità di conte, durasse tale uso per cinque anni
ancora. In tal modo. va scomparendo a poco a poco l'autorità epi-
scopale. Cosi l'impero non conserva della piena ed illimitata si-
gnoria di un tempo se non un'ombra.

Ma tale riconoscimento delle autonomie municipali doveva dar
luogo ad un cangiamento nella costituzione comunale. I consoli,
che avevan rette le nascenti repubbliche nel tempo glorioso della
lotta per l'indipendenza, cominciarono a poco a poco a restrin-
gersi da dodici, o da sei, o da quattro, ad uno solo. E questi
prese in aleune città, ad Orvieto per esempio, il nome di rettore.
E naturale pertanto che, a cagione delle lotte sorgenti nel seno

(1) VILLANI; l. V, c. 32 : « Quelli Consoli al modo di Roma tutto guidavano e gover-
navano la città, e rendeano ragione, e facevano giustizia : e durava illoro uffizio uno
anno. E erano quattro consoli mentre che.la città fu a quartieri, per ciascuna porta
uno; e poi furono sei quando la città si parti a sesti ».
SERIE DEI SUPREMI MAGISTRATI E REGGITORI DI ORVIETO, ECC. 341

dei minuscoli stati per le divisioni delle parti e gli odi delle fa-
miglie, cominciassero a temere i ciltadini che il magistrato inve-
stito dell'autorità consolare volesse appoggiare o l'una o l'altra
fazione. Pensarono pertanto di mutare il reggimento del Comune
e fu loro ovvio il farló perchè avevano già un altro magistrato,
il quale, per essere generalmente forestiero, non dava sospelto
di favorire con la propria autorità questa o quella parte cittadina.
Espone molto bene le cagioni di tale mutamento Giovanni Vil-
lani (1): « Ma poi cresciuta la città e di genti e di vizi, e fa-
ceansi più malifieii, si accordarono per il meglio del Comune, ac-
ciocchè i cittadini non avessono si fatto incarico di signoria, né
per prieghi, né per lema, o per diservigio, o per altra cagione
non mancasse la giustizia, si ordinaro di chiamare uno genule
uomo di altra città, che fosse loro podestà per uno anno, e ren-
desse le ragioni civili con suoi collaterali e giudici, e facesse l'e-
secuzione delle condannagioni e giustizie corporali ».

Gli imperatori germanici, per mantenere la loro potenza nelle
città italiane, vi mandavano a governarle dei podestà (2). Quando
l'Italia rivendicossi a libertà, concessero a queste città di eleg-
gere da sé i propri magistrati, e quindi lasciarono al loro arbitrio
il nominare o no un podestà (3), imponendolo soltanto a quelle
nemiche (4). I Comuni, sospettando, come si è visto, non favo-
rissero i consoli le fazioni cittadine, sostituirono ad essi i podestà,
eletti dapprima nell’ alta Italia ed introdotti ben presto negli or-
dinamenti delle altre regioni sulla fine del secolo duodecimo o sul
principiare del seguente. A Roma questo ufficiale unico, posto in
luogo dei consoli si chiamò senatore; « e come il podestà a’ con-
soli, così sottentrò il senatore al senato » (5).

Nei primi anni il podestà si avvicendò con i consoli. Infatti
i nepoti degli antichi feudatari, che si eran fatti popolari ed avevan

(1) L::V,.c. 32. Amno 1202. :
(2) « Iudiciaria quoque. Potestas occurit in antiquis Chartis, eoque nomine Co-
mites, Vice comites ceterique. iustitiam Populi ministrantes designabantur » (MuRa-
TORI, Ant. It. M. E., dissert. XVIII). z
(3) MORENA. Rer. Laud. nei R. I. S., IV, 1109.
(4) MORENA, loc. cit.; Sire RAOUL; De rebus gesti Federici, R. I. S., VI, 1190; SI-
CARDUS, Chon. R. I. S., VII, 600; ROMUALDUS, Chr0%. R. I. S., VII, 204.
(5) BALBO, Somm. della St. d’It., Firenze, 1856, p. 136.
849 G. PARDI

aiutate le moltitudini nell’ opera della riscossa, costituivano nel
principiar dei Comuni una specie di aristocrazia, dalla quale erano
generalmente tolti i consoli. Ed essi mal si acconciavano ad ab-
bandonare il reggimento, mentre il popolo, dal canto suo, mal si
adattava d'un tratto alla rigidità de’ nuovi* ordinamenti (1). . Per
questa ragione in alcune repubbliche fu contemperato il nuovo
con l’antico sistema di governo (2). Ma nella più parte delle terre
italiane il podestà si sostituì ben presto, e per sempre, ai consoli.
Tuttavia i nobili privati del potere lottarono in alcune città per
abbattere il nuovo reggitore: Pietro Parenzo, primo podestà di
Orvieto, fu ucciso, ed a Lucca i potenti signori di Porcari truci-
davano nel 1209 Guido da Pirovano (8).

L’ elezione del podestà rispondeva alle stesse norme di quelle
dei consoli (4). Lo nominavano in molti luoghi, come a Genova (9),
il consiglio maggiore, poscia i principali magistrati delle città ; ai
piccoli Comuni erano mandati dai grandi. Eccettuati pochissimi
esempi, ed in poche città, ed in taluni tempi soltanto, i podestà
dovevano essere forestieri affinchè fossero alieni dalle fazioni
cittadine. Infatti ad Orvieto non troviamo, almeno sino alla fine
delle libertà comunali nel 1354, alcun podestà non forestiero.
Soltanto, se a caso la persona designata per tale ufficio tardasse
a venire, erano nominati due Orvietani, di fazioni nemiche, a farne
le veci, quali Ugolino Lupicini ed Ermanno Monaldeschi nel 1314.
Anche a Lucca, nel 1222, furono eletti due podestà dalle case ri-
vali dei Montemagno e dei Porcaresi; ma avendo fatto, pare, cal-
tiva prova, dal 1228 si costumò chiamarli sempre forestieri (6).
Generalmente il. podestà doveva avere trent'anni ed esser nobile,
perocchè rappresentava il potere dei nobili discendenti degli an-
tichi feudatari, come più tardi il capitano di popolo rappresentò
quello della borghesia e degli artigiani.

Prima di entrare in ufficio giurava di esercitarlo bene e le-

(1) REZzAsCO, Dizion. del ling. it. st. cd amm. alla voce podestà.

(2) St. Parmae, ivi, 1856, p. 6; Gio: VILLANI, Cron. l. V, c. 32; GIULINI, Mem.
AMil., IIT, 390.

(3) Inv. Arch. Luc., II, 306.

(4) CARLINI, De pace Constantie, p. 12.

(5) OTTOBONUS SGRIBA; Ann. Gen., anno 1194,

(6) Inv. Arch. Luc., II, 306, SERIB DEI SUPREMI MAGISTRATI E REGGITORI DI ORVIETO, ECO. 343

galmente dinanzi al popolo adunato; ad Orvieto stando a cavallo
e ponendo le mani sugli evangeli, altrove sul volume degli statuti
come a Piacenza (1). Doveva rimanere a sindacato e, se aveva eser-
citato male la propria carica, era ritenuto finchè non pagasse la
multa inflittagli. Talvolta questa superava la sua possibilità ed in
tal caso veniva ucciso. Al contrario il podestà benemerito era lar-
gamente regalato o fatto cavaliere: gli si concedeva ancora di in-
quartare nel proprio scudo le armi della città.

Nei primi tempi aveva in mano tutta la cosa pubblica: era
uomo di legge e di spada e -personificava l'intero ordinamento
comunale con ogni elemento vecchio e nuovo, nobilesco e popo-
lare. Radunava parlamenti e consigli, nei quali egli stesso se-
deva e votava, avendo in alcuni luoghi doppio voto, e ne ese-
guiva le deliberazioni ; pronunciava le sentenze e puniva i col-
pevoli; eapitanava le milizie cittadine, intimava la guerra, faceva
la pace; guidava cavaleate anche senza il consenso del consiglio
maggiore nelle necessità subitanee; udiva ambasciatori, batteva
monete, imponeva balzelli e li riscuoteva.

Una carica cosi importante, cosi elevata e nobile e di tanta
autorità, doveva naturalmente svolgere i primi germi delle signorie
italiane, come dimostrano la prevalenza che in varie citià del-
l'Italia superiore ebbero fin dai primi tempi gli Estensi, i Salin-
guerra, i Romano. Questo fatto era agevolato dal trovarsi a di-
simpegnare l'ufficio della podesteria ed eziandio, ma molto più
di rado, quello della capitania, persone appartenenti alle famiglie
più ragguardevoli e potenti del tempo, come si può veder facil-
mente scorrendo anche la lista dei reggitori d' Orvieto.

I primi podestà di Orvieto furono romani. Innocenzo III, uno
dei più grandi pontefici, ben conobbe, appena consacrato, come
sotto i suoi deboli antecessori il potere temporale di S. Pietro
fosse andato quasi interamente distrutto. Pertanto primo cómpito
suo fu « di ristorare nelle più prossime attenenze la signoria
della Chiesa » (2). Orvieto nell' allargare il contado aveva occupato
delle terre su cui questa vantava diritti. Innocenzo HI lanciò
l’ interdetto sopra la città, allora invasa dall’ eresia paterina.

(1) Stat. Placentiae, Parmae, 1860, I, 4.
(2) GREGOROVIUS, St. di Roma nel Medioevo, |. IX, c. I, 8 2.

-
944 G. PARDI

Il popolo orvietano ricorse a quello di Roma, chiedendo
loro un uomo che possedesse tanta energia da estirpare il male
eretico in Orvieto e tanta grazia avesse appresso. il pontefice da
riamicarlo con la città. Vi fu mandato nel 1199, quasi come le-
gato del papa, Pietro Parenzo nobile romano.

E quanto la nobiltà romana d’allora fosse energica lo dimostra,
come osserva giustamente il Gregoriovius, il fatto che nella prima
metà del secolo XIII trovansi molti Romani podestà in città fo-
restiere. « Queste (la più parte avevano stretto alleanza difensiva
con Roma) chiedevano spesso con ‘solenni ambascerie al popolo
romano che loro desse un reggitore. Alla serie di cotai podestà
romani, che in tutti i documenti si denotano superbamente col
nome di Consules Romanorum, danno ormai inizio Stefano Car-
sullo nell’anno 1191 e Giovanni Capocci nel 1199 entrambi a Pe-
rugia » (1). In questo stesso anno Parenzo era eletto podestà di
Orvieto e dimostrò davvero una fermezza non comune nel com-
battere l’ eresia paterina, talchè per l'energia della repressione
fece nascere una congiura e fu ucciso (2).

Nel 1200, 1201, 1202, 1203, 1209 ed anche, secondo il Gre-
gorovius, nel 1218 era podestà d'Orvieto Parenzo di Parenzo, che
lo fu pure nel 1215 di Foligno (3), nel 1216 di Perugia e nel 1220 di
Lucca (4). Nel 1219 venne nominato senatore di Roma (5) e tornò
ad esserlo nel 1225 (6).

Un altro dei Parenzo, Andrea di Giovanni, era podestà in Or-

(1) GrEGOROVIUS, op. e loc. cit.

. (2) Il nome « Parentius » compare la prima volta nel 1148 fra i senatori. Su Pie-

tro Parenzo veggansi : RAYNALD, anno 1199, n. 22; Acta Sanctorum al giorno 21 mag-

gio; ANTON STEFANO CARTARI, Istoria antica latina del martirio di S. Pietro di Pa-

rensio, Orvieto, 1662; GUALTERIO, Cronaca di Francesco di Montemarte, I, 212; FUMI,

I Paterini in Orvieto in Arch. St. Ital., V. III, f. XXII, Cod. Dip. e Note storiche e bio-
grafiche.

(3) TAGOBILLI, Discorso di Foligno, p. 59; Historia Fulginatis nei R. I. S., p. 899.

(4) Inv. Arch. Luc., II, 308.

(5) Monum. Germ. Hist., IV, 241.

(6) RicCARDO DA S. GERMANO all'anno 1225. Parenzo di Parenzo fu alquanto dis-
simile dal suo congiunto Pietro di Parenzo. Lo nota il GnEGOROVIUS (l. IX, c. III, S 4)
con le seguenti parole: « Sebbene questo romano contasse fra i congiunti: suoi un
martire, egli era ad ogni modo nemico mortale del clero. Già come podestà di Lucca
aveva assoggettato i preti a balzelli o gli aveva discacciati, e per conseguenza aveva
tratto sul suo capo l'anatema d — Papa ».
SERIE DEI SUPREMI MAGISTRATI E REGGITORI DI ORVIETO, ECC. 345

vieto nel 1319 e nel 1234-5: il figlio suo Andrea nel 1347 e Pietro
di Parenzo nel 1251.

Appartenente ad un'altra nobile famiglia romana era Gio-
vanni del Giudice, podestà d’Orvieto negli anni 1209 (?), secondo
il Gregorovius, 1216-7, 1226-7, di Firenze nel '34, di Perugia
nel ‘40. Nel 1239 fu eletto senatore di Roma. « Esordì egli nel
suo governo usando di grande energia contro i ghibellini e ne
distrusse le torri: così più d’un bel monumento dell’antichità
e, pare, anche una parte del palazzo dei Cesari, andarono di-
strutti » (1).

Di un’altra illustre famiglia romana, dei Cenci, fu podestà di
Orvieto Roffredo di Giovanni nel 1220. Giovanni Cenci Malabranea
lo troviamo podestà d'Orvieto nel 1269.e di Lucca nel 1280 (2).

Le due potentissime stirpi romane dei Colonna e degli Orsini
ebbero membri delle loro famiglie per podestà. d' Orvieto. Ma la
prima non ve ne mandó che uno solo, non potendo certamente i
Colonna, i quali tanto osteggiarono i pontefici, stare a reggi-
mento nella guelfissima Orvieto. Al contrario molti reggitori di
questa città appartennero ai figli d'Orso (3), che dettero in
questo tempo un pontefice alla Chiesa, Giovanni Gaetano Orsini,
che assunse il nome di Niccolò III (4). Bertoldo dei figli d' Orso,
senatore di Roma nel 1288-9, era podestà di Viterbo nel 1259-60,
e lo fu d'Orvieto nel 1278, Orso di Viterbo nel 1277-8 e di Orvieto
nel 1280, Gentile podestà e capitano di quest’ultima nel 1289-90,
podestà nel 1301. Aveva sostenuta la medesima carica a Todi nel
1986, a Firenze nel 1288-9 (5). Fu capitano di guerra dei Fiorentini,
nella spedizione contro Pisa nel 1292 (6), dei Perugini nel 1310 (7)
e nel 1811 (8). Era stato senatore di Roma nel 1280 assieme a
Pietro Conti. Ai 10 di marzo del seguente anno, cessando dall'uf-
ficio senatorio, furono nominati elettori. Crearono essi senatore a

(1 GnEGOROVIUS, Op. cit., l. IX, c. V, 8 1.
(2) Inv. Arch. Lwc., Il, 309.
(3) Sugli Orsini vedasi MuRATORI, Ant. It. M. E., III, 786; GAMURRINI, Famiglie
nobili toscane ed umbre, Firenze 1671, t. II: GREGOROVIUS, l. IX, c. T, 8 4.
(4) GnEGOROVIUS, l. X, c. II, 8 3.
(5) GIO: VILLANI; VII, 150.
(6) Ivi, VII, 154.
(7) Brevi Anni: di Per., p. 61: Diario del GRAZIANI, p. 72 (Arch. St. It., n. XVI).
(8) Diario del GRAZIANI, p. 76. È

L]
346 G. PARDI

vita dell'eterna città papa Martino IV ed, ambasciatori del popolo
romano, vennero ad Orvieto e ginocchioni presentarono al ponte-
fice la pergamena contenente la elezione di lui a senatore (1).
Più volte fu capitano di popolo e di guerra Poncello Orsini e si
rese signore d'Orvieto il figlio di lui Matteo.

Un altro senatore romano (2), Oddone di Pietro di Gregorio, si
trova podestà ad Orvieto nel 1224. Vi fu pure ad esercitare tale
uffieio nel, 1239-40, Pietro Annibaldi, uno dei capi della fazione
pontificia al tempo di Innocenzo III, poi suo siniscalco e più tardi
rettore di Cori. Il papa lo chiamò sororius, cognato, oppure figlio
di sorella. Egli, quando era senatore di Roma l'anno 1230, aveva

promulgato un celebre editto contro gli eretici (3). Fu di nuovo.

senatore nel 1261 (4).

Altra illustre famiglia romana è quella dei Savelli che dette
col cardinale Cencio un pontefice alla Chiesa, succeduto ad Inno-
cenzo III col nome di Onorio III. Onorio IV apparteneva pure a
questa schiatta nobile e potente (5). Dei Savelli furono podestà
d'Orvieto nel 1275 e '76 Giovanni senatore di Roma nel 1261. (6),
e Pandolfo, il quale negli anni 1279 e 1295 (7) domino la città
eterna con l'autorità senatoria, mentre il fratello la signoreggiava
con quella spirituale e temporale ad un tempo dei successori di
S. Pietro.

La vicina e potente città di Perugia è largamente rappresen-
tata nella serie dei podestà e capitani di popolo d'Orvieto. Fu
capitano, dall’ agosto del 1328 al gennaio del '24; e poscia podestà
. quell’Oddo degli Oddi, il quale era stato mandato nel 1315 a Fi-
lippo di Taranto a capo di una schiera di cavalieri perugini (8).

Prese parte alla battaglia di Montecatini (9) ed a quella di Alto-

(1) GREGOROVIUS, 1, X, c. IV, 8 4. Fu di nuovo senatore nel 1300 ; Ivi, 1. X, VI, 8 1.

(2) Fu senatore di Roma nel 1238 : 'GREGOROVIUS, 1. IX.

(3) Sugli Anibaldi vedasi GREGOROVIUS, l. IX, c. IV, 8 1 nota. Su Pietro lo stesso
GREGOROVIUS e RayNaLD all’ arno 1231,

(4) GREGOROVIUS, l. X, c. T, S 1.

(5) Sui Savelli vedansi PANVINIO, De gente. Sabella, mss. della Biblioteca Casa-
natense; RATTI, Storia della famiglia sforzesca, t. II; GREGOROVIUS, l. IX e X.

(6) GREGOROVIUS, l. X, c. I, 8 1.

(7) Ivi; 1l. X, c. 1,8 3, e c. V, S 4.

(8) Brevi annali della città di Perugia dal 1194 al 1352, scritti verosimilmente
da uno della famiglia degli Oddi (Arch. St. It., t. XVI, p. 62).

(89) Cronaca della. città di Perugia dal 1309 al 1491 nota col nome di Diario del
GRAZIANI (Arch. St. It., n. XVI, p. 86.).
ZI TIE SIE NIE

SERIE DEI SUPREMI MAGISTRATI E REGGITORI DI ORVIETO, ECC, 347

pascio, nella quale il lucchese Castruccio fece prigionieri alcuni
dei cavalieri da lui comandati (1). Nel 1327 portò l'aiuto di 200
cavalli al marchese della Marca (2). Nel 1230 si fece a Perugia
un grande rumore, nel quale ebbe parte notevole Oddo degli Oddi,
che fu perciò mandato a confine dai camarlinghi ‘e dai priori
delle arti (3). Venne ucciso l anno seguente per le rivalità can-
giatesi in odio profondo tra gli Oddi da ‘una parte ed i Baglioni
ed anche i Vencioli dall’ altra (4). Oddo fu un valoroso capitano
ed una delle persone più insigni della sua famiglia. Era stato
podestà di Viterbo nel 1286, di Todi nel 1291, ecc.

Dei Baglioni, l’altra famiglia che occupa tanta parte della
storia di Perugia, l’ eterna rivale degli Oddi, furono a reggere
Orvieto un Prizzivalle nel 1318 come capitano di popolo, e nel
1330 e "34 Bicello di Gualfreduccio e Baglione di Novello come
podestà e capitani ad un tempo. Bicello Baglioni nel 1328 era stato
mandato con una schiera perugina in soccorso di Orvieto e della
Chiesa (9). Dei Vencioli troviamo nella serie dei reggitori di
Orvieto tre figli di quel Venciolo di Venciolo stato podestà di As-
sisi nel 1322 e di Spoleto nel 1324, inviato nel 1326 con 300 ca-
valli in aiuto del duca di Calabria. Il figlio Cecchino, che prese
parte alla uccisione di Oddo degli Oddi e venne condannato ad
una multa pecuniaria, fu podestà e capitano di Orvieto nel 1346 ed
era stato podestà di Castiglione nel 1345 (6). Fu anche valente
capitano: guidò i Perugini, che nel 19347 cavalcarono al soldo del
re d’Ungheria (7). Lo decapitarono nel 1351 assieme al fratello
Lodovico, perchè assieme a Giovanni di Cantuccio dei Gabrielli,
signore di Gubbio, aveva tramato contro i guelfi di Perugia (8).

(1) GRAZIANI, Diario, p. 91.

(2) Ivi, p. 92.

(3) Il rumore era nato perché Venciolo di Novello dei Vencioli, nel consiglio
adunato nel palazzo del podestà, aveva domandato che le lettere che andavano al papa
dal vescovato fossero sigillate. Si opponeva a questo Oddo appoggiato da molti popo-
lani. « Se contrapuse de modo che non se podde ottenere che ditte lettere se doves-
sero sigillare ». Di qui una grande contesa tra le due parti (Diario del GRAZIANI, p. 104).

(4) Fu ucciso da due dei Baglioni e da Cecchino di messer Venciolo. Eccetto que-
st' ultimo, gli uecisori furono cacciati in bando (ivi, p. 105).

(5) Brevi ann. di Per., p. 64 e 65.

(6) Diario del GRAZIANI, p. 137.

(7) Ivi, p. 144.

(8) Ivi, p. 154. Il fatto quivi narrato trovasi meglio e più chiaramente esposto
nel cronista eugubino (MURATORI, A. I. S., XXI, 926).
348 G. PARDI

e

Un Ceccolino dei Michelotti, altra notabile famiglia perugina,
fu reggitore di Orvieto nel 1351-2. Ma uno dei più famosi tra i
Michelotti, il capitano Biordo, quegli per la cui opera 1 nobili fu-
rono cacciati da Perugia nel 1393 (1), per il qual fatto egli ebbe
onori straordinari (2) s'insignoriva di Orvieto nel 1395. Nel
'07 fu capitano generale a Firenze. Tornato nel novembre fece
fare grandi feste per prender moglie (3). L'anno dopo veniva uc-
ciso con grande dolore dei Perugini a lui affezionati per aver fatto
trionfare la parte democratica.

Un altro e più famoso capitano perugino, Braccio da Mon-
tone, le cui gesta son troppo note, fu signore di Orvieto dal
1416 al ^19.

Bologna ha per primo rappresentante, nella serie del reggi-
tori d' Orvieto, Tommaso della famiglia dei Caccianemici ricordata
da Dante, sì numerosa e potente che, essendo tra di loro in di-
scordia nel 1219, il consiglio di Bologna, dubitando si fosse per
ispargere molto sangue, « elesse Francesco de' Preti et France-
sco de’ Argellati huomini di valore, et giudicati atti a simili. ne-
gotii, et anco congionti di parentela con essi Caccianemici, accioc-
chè trattassero di pacificarli insieme » (4).

Tommaso Caceianemici fu podestà d'Orvieto nel 1222, nel ‘46
e, secondo il Ghirardacci, anche nel 45 (5). Nel 1239, facendosi
pace delle frequenti discordie tra Bologna e Modena, giurarono
vari rappresentanti delle due città che per l'avvenire si sarebbero
rimesse all'arbitrio di Parma, se per avventura dovesse nascere
tra esse qualche controversia. Fra i rappresentanti di Bologna
era pure Tommaso Caccianemiei (6).

Era aneora tra questi Ramberto de' Ghisleri (7) podestà di
Orvieto nel 1243. Nel '61, essendo stato ‘posto in ceppi Castellano

(1) Diario del GRAZIANI, p. 259.

(2) Fra gli altri onori gli venne eretta una statua insigne per isculture ed orma-
menti (Annali decemvirati di Perugia all'anno 1398, c. 30).

(3) In questa occasione Venezia, Firenze, Città di Castello, Todi, Orvieto, Assisi,
Nocera, Trevi, Spello, Gualdo, Castel della Pieve e tutte le ville e i castelli di Perugia
mandarono ambasciatori e doni. Le feste furono splendide.

(4) GHIRARDACCI, Della Historia di Bologna, ivi, 1605, T, 603.

(5) Op. cit., I, 166. ;

(6) Ivi, I, 178.

(7) Ivi, ivi.
SERIE DEI SUPREMI MAGISTRATI E REGGITORI DI ORVIETO, ECO. 349

di Andalò senatore di Roma, i Bolognesi fecero prigioni tutti. i
Romani chierici e laici che si trovavano in città. Il pontefice la
interdisse. Fu allora spedito a Roma come ambasciatore Ram-
berto Ghisleri con altri tre notabili cittadini (1). Nel 1280, per le
lotte tra i Lambertazzi e i Geremei, Bertoldo Orsini conte di Ro-
magna e nepote di Niccolò III citò a comparire innanzi a sè, per
punire i colpevoli degli eccessi commessi, varie persone delle due

-

fazioni, tra le quali Ramberto.
Fu podestà ad Orvieto nel 1260, e a Modena nel 1254 e nel
"10, un Filippo della famiglia bolognese degli Asinelli rinomata per
le sue inimicizie con gli Scannabecchi e il cui nome è raccoman-
dato ancora ad una torre famosa edificata intorno al 1109 (2).
Nel 1280 era fra i sapienti convocati da Bertoldo Orsini per giu-
dicare delle controversie tra i Lambertazzi e i Geremei (8).
Ad altre due ragguardevoli famiglie bologuesi appartennero
‘Gerardo dei Galluzzi podestà di Orvieto nel 1295 e Lamberto dei
Paci capitano di popolo nel 1300. .
Di Firenze vediamo tra gli altri podestà d'Orvieto, nel 1299,
il famoso Corso Donati, del quale Dino Compagni fa questo vi-
vente ritralto: « Uno cavaliere della somiglianza di Catilina ro-
mano, ma più crudele di lui, gentile di sangue, bello del corpo,
piacevole parlatore, adorno di belli costumi, sottile d'ingegno, con
l animo sempre intento a mal fare..... molto avere guadagnò e in
grand’ altezza salì. Costui fu messer Corso Donati, che per sua
superbia fu chiamato il barone, chè quando passava per la terra
| molti gridavano: Viva il barone; e parea la terra sua. La vana-
gloria il guidava, e molli servigi facea » (4).

Troviamo pure come podestà più d’uno dei Frescobaldi: quando,
nel 1409, fu rinnovata in Orvieto la podesteria, il primo elettovi . Ni
è Tommaso di Leonardo Frescobaldi.

Di S. Miniato, terra in quel di Firenze, fu podestà nel 1298 d

AS

(1) GHTRARDACCI, I, 201.

(2) Ivi, I, 59.

(3) Ivi, 1, 251.

(4) Dino COMPAGNI, Cron. Fior., Milano 1873, p. 72. 350 È. PARDI

e nel 1305 quel Barone de’ Mangiadori, che insegnò ai Fiorentini
a vincere la battaglia di Campaldino (4).

Di Massa troviamo rappresentanti della famiglia dei marchesi
di questa terra e di quei Todini che furono dei più potenti ma-
gnati della maremma senese. Erano di grande facoltà non sol-
tanto per dominî ma anche per traffici, tanto che i Pisani, per il
grandissimo commercio fatto da. ‘essi nella loro città, ne ricavavano
più di 1,500 fiorini d'oro all’ anno di gabella (2).

Di Anagni troviamo più volte podestà lo stesso Bonifacio VILI
ed altri della famiglia Gaetani, tra cui il nepote di lui, Benedetto
figlio di Pietro conte di Caserta (3).

Di Volterra fu podestà d’ Orvieto quell’ Ottaviano dei Belforti,
il quale nel 1840 si fece signore della sua città (4).

Di Gubbio nella lista dei podestà orvietani leggiamo moltis-
simi nomi della famiglia dei Gabrielli, che se ne insignorì (5).

E tra gli altri, quel Cante dei Gabrielli, che fu podestà di Fi-:

renze più volte (6) e condannò l’ Alighieri all’ esilio e fu capitano
di guerra dei Fiorentini all’ assedio di Pistoia (7).

E così potrei seguitare a dire di illustri cittadini di altre terre,
se non temessi di tediare il lettore: basteranno gli esempi ad-
dotti a dimostrare quanto fosse in onore la carica di podestà,

(1) Dino COMPAGNI, p. 30: Prima che s'ingaggiasse la battaglia di Campaldino,
«messer Barone de' Mangiadori da S. Miniato, franco ed esperto cavaliere in fatti d'arme,
raunati gli uomini d'arme, disse loro : Signori, le guerre di Toscana soleansi vincere
per ben assalire e non duravano, e pochi uomini vi moriano ché. non era in wso
U ucciderti. Ora è mutato modo, vinconsi per stare ben fermi: il perchè io vi consi-
glio che voi siate forte e lasciategli assalire ».

(2) NERI DI DONATO, Cron. San. R. I. S. XV, 139, nota del BENVOGLIENTI.

(3) Sui Gaetani vedasi GREGOROVIUS, l. X, c. VI, S 1. :

(4) G10 : VILLANI, XI, 116 ; CEGINA, Notizie istoriche della città di Volterra, p. 192-8.

(5) MATTEO VILLANI, Cron., I, 81-2; Diario del GRAZIANI, p. 156.

(6) DINO COMPAGNI, p. 72. A Firenze entrarono i nuovi priori il 10 novembre 1301
e, dopo sei giorni « elessono per podestà messer Cante Gabbriele d'Agobbio : il quale
riparò a molti-mali e. a molte accuse fatte e molte ne consentì ».

(7) I Fiorentini nel 1304 assediavan Pistoia capitanati dal duca Roberto di Cala-
bria, figliolo primogenito del re Carlo. Clemente V, pregatone dal cardinale Niccola
da Prato, comandò al duca e ai Fiorentini levassero l'assedio. Il primo obbedì e si
partì. I Fiorentiui rimasero « e elessono per capitano Cante de' Gabrielli d'Agobbio,
il quale niuna piatà avea de’ cittadini di Pistoia ». Ai prigionieri della città assediata
venivan mozzati i piedi ed in tale stato eran posti appié delle mura acciocché i pa-
renti li vedessero. Dino ComPAGNI, indignato di questa barbarie esclama. (p, 104):
« Molto migliore condizione ebbe Soddoma e Gomorra e 1’ altre terre che profonda-
rono in un punto, e morirono gli uomini, che non ebbono i Pistolesi morendo in cosi
aspre pene »,
SERIE DEI SUPREMI MAGISTRATI E REGGITORI DI ORVIETO, ECC. 351

tanto che non disdegnavano esercitarla le più nobili e ricche per-
sone, e come anche Orvieto possa vantare tra i suoi reggitori '
nomi famosi nella storia.

SH:

Verso la metà del sécolo XIII successe un notevole cambia-
mento nei reggimenti comunali. Gli storici fiorentini narrano am-
piamente, per riguardo alla città loro, questa trasformazione av-
venuta l'anno 1250. cs

Il conflitto fra i discendenti dei feudatari germanici e la no-
biltà cittadina, le origini del quale sono state dai cronisti attri-
buite alla contesa dei. Buondelmonti con gli Amedei, si era. fatto
sempre più aspro: la borghesia sembrava aver perduta ogni im-
portanza e tener dietro soltanto a questa lotta fra gli antichi
avversari e gli antichi ausiliari del popolo conquistante le fran-

chigie comunali. I nomi di guelfi e ghibellini, significanti non piü
fazioni parteggiatrici per la Chiesa o per l' impero, bensi famiglie
che si odiavano l’ una con l'altra, ambiziosi che volevano conten-
dersi il primato, fra poco la signoria, nelle varie ciltà, continua-
vano ancora a tener divisi gli animi degli avi. nostri. In quel
tempo a Firenze i guelfi erano stati cacciati; ma, rianimati dai
disastri dell’imperatore e dalla vittoria dei Bolognesi a Fossalta,
avean ripreso vigorosamente le offese. « Chi doveva però soffe-
rire tutti i danni dell’ esterna guerra, era il popolo, il quale ve-
deva chiuse per essa le vie, interrotte le comunicazioni, impediti
i commerci » (1).

S'aggiunga inoltre che i ghibellini dominatori opprimevano
il popolo di gravezze, lire ed imposte insopportabili (2). Per que-
ste ragioni i buoni uomini della città « levarono la signoria alla
podestà ch’ allora era in Firenze e tutti gli uficiali. rimossono. E
ciò fatto, sanza contrasto se ordinarono e feciono popolo con certi
nuovi ordini e statuti e elesseno capitano di popolo messer Uberto
da Lucca; e fu il primo capitano di Firenze; e feciono dodici an-

(1) F. LANZARA, Op. cit., p. 488.
(2) GIO: VILLANI, VI, 39.
3592: G. PARDI

ziani di popolo, i quali guidavano il popolo e consigliavano il detto
capitano » (1).

Questa rivoluzione, successa presso a poco nello stesso tempo
(ad Orvieto nel 1251) in quasi tutti 1i Comuni italiani, segna la
rivendicazione dei diritti popolari contro i nobili, i quali nel primo
Comune l'avevano fatta da padroni traendosi dietro; col prestigio
del nome e con le ricchezze, le moltitudini e guidandole a quelle
guerre, che loro tornavano di giovamento. Ma d’ora innanzi essi

.non potranno più imporsi, poichè è stato creato un nuovo magi-

strato, che ha l’incarico di tenere alti i ‘diritti del popolo e di
abbassare le pretese dei nobili, infrenando per di più il potere del
podestà, ufficiale essenzialmente nobilesco nella sua istituzione e
molto propenso a spalleggiare i magnati.

Il capitano di popolo è il rappresentante del periodo più bello
e glorioso delle libertà comunali ; ma dura poco la sua potenza
perchè le repubbliche italiane, non molto più di mezzo secolo
dopo, intorno al 1313, vanno trasformandosi in signorie e muore
con esse il nome del difensore dei diritti popolari. Il quale non
ha più che far nulla con le tirannidi, mentre il podestà vive an-
cora, ed a lungo, come amministratore ed ‘esecutore della giu-
stizia.

‘Generalmente ogni Comune ne ebbe uno solo, ma talvolta
anche due come Pisa (2) e Genova (3): dodici S. Gemignano (4).
Doveva essere della stessa età del podestà, di nobile lignaggio,
generalmente forestiero. Ma quest’ultima qualità non era dovun-
que richiesta così assolutamente come per l' altro magistrato. Non
fu sempre forestiero in Genova; Siena dopo il 1355 cominciò ad
averlo cittadino (5). Orvieto, mentre non ebbe mai un podestà
non forestiero, assunse alla carica di capitano di popolo più d’un
Orvietano: Ugolino della Greca nel 1256, Domenico Toncella nel
57, Cittadino dei. Monaldeschi nel ’59-60, Matteo Toncella nel 61,
Ugolino della Greca di nuovo nel ‘64, Bonconte di Monaldo Mo-

(1) VILLANI, loc. cit. z

(2) Breviar. Pis. Hist. nei R. I. S., vol. VI, all'anno 1364.

(3) OBER. STANCON, Ann. Gen. all'anno 1270.

(4) G. TARGIONI-TOZZETTI, Viaggi in diverse parti della Toscana, Firenze 1768-79,
VIII, 188. i

(5) NERI DI DONATO, Cron. Sen., 149.
SERIE DEI SUPREMI MAGISTRATI E REGGITORI DI ORVIETO, ECC. 353

naldeschi nel '65, Oderico de’ Filippeschi nel ‘66, Monaldo di Ra-
nieri di Stefano nel '68, Neri della Greca nell’ '80-1 e nell’ '84,
Monaldo di Ciarfaglia Monaldeschi nell’ ’83, Ermanno Monalde-
schi nell’ ‘84, Faffuecio de’ Medici nell’ '85, Ranieri di Zaccaria
nel 1316. Nel 1822, da maggio a luglio, esercitarono la capitania
Bonuccio di Pietro Monaldeschi e Ugolino di Farolfo di Monte-
marte. Ma veramente si può dire che soltanto nei primi tempi
ebbero gli Orvietani dei capitani cittadini, poichè dopo il 1285 non
troviamo che una eccezione, Ranieri di Zaccaria.

La elezione di lui fu un fatto straordinario avvenuto per le
seguenti ragioni. Dopo la cacciata dei Filippeschi nel 1343, si era
costituito un governo aristocratico, il governo dei signori Cinque,
che aveva abolito il capitano di popolo. Ma allorquando questi
nuovi reggitori ebbero condotto gli Orvietani ad una tremenda
sconfitta nel 1316, sotto Montefiascone, il popolo tumultuando ri-
chiese gli ordinamenti antichi; e poichè non v'era in quel mo-

mento chi incaricare dell'ufficio di capitano, ne fu investito Neri
; >

di Zaccaria, ragguardevole e sapiente personaggio, stato già po-
destà di Firenze. Quanto a Bonuecio Monaldeschi ed a Farolfo
Montemarte, essi ressero temporaneamente la capitania finchè
non venne il nuovo capitano, essendo dovuto partire improvvisa-
mente il vecchio.

Anzi col tempo fu tanto rigorosamente vietato in. Orvieto che
si eleggesse un capitano cittadino, da proibire persino con. pene
severe il dire che tale magistrato non era forestiero. Questo fa-
rebbe in.certo modo capire come i capitani cittadini debbano aver
fatto in Orvieto cattiva prova, quale fecero a Lucca 1i podestà non
forestieri.

L’autorità dei capitani di popolo andò sempre crescendo a sca-

‘pito di quella dei podestà, a quel modo. che il potere di questi

era aumentato nei primi tempi fino a soppiantare essi completamente
i consoli. Poichè non si volle d’un tratto privare interamente i
nobili del governo, ma far mista la repubblica, furon divisi i ma-
neggi tra i due officiali; ma il capitano cominciò a primeggiar
sempre più sovra il podestà, a cui fu tolta col tempo ogni incom-
benza politica, restringendo il suo ufficio ad amministrare e far
eséguir la giustizia. Tuttavia molti delitti, specialmente di carat-
tere politico, venivano giudicati dal capitano. La Carta del popolo
24
354. G. PARDI

di Orvieto, una specie degli Ordinamenti di giustizia del Comune
di Firenze, riforma della costituzione in senso vie più democra-
tico, dichiara molto precisamente gli uffici del capitano nel tempo
in eui il popolo aveva preso di gran lunga il sopravvento su i
nobili.

L'elezione dei capitani si faceva nel seguente modo. Ognuno
di essi, quattro mesi prima di cessar dalla carica, doveva con-
vocare il consiglio dei sette consoli delle arti maggiori e dei qua-
ranta buoni uomini popolari. Quivi si stabiliva di qual provincia
e lerra dovesse essere e si ordinava il salario di lui e la fami-
glia che avesse a portare con sé. Si decretava nello stesso tempo
che egli fosse cavaliere, non minore di 26 anni, di terra lontana
.40 miglia, che durasse in ufficio non più di sei mesi, che fosse
obbligato a stare al sindacato per otto giorni, che si tenesse con-
tento del salario datogli e non potesse chiedere di più (1).

Egli presiedeva di regola il consiglio dei Sette e dei Quaranta
e proponeva alle deliberazioni del medesimo ciò che credesse più
utile per il bene ed il pacifico stato della città (2). Come. convo-
catore e presidente di tale consiglio doveva farne bandire la riu-
nione per il giorno seguente Ja sera ultima del mese, in cui i Sette
uscivan di carica. In questo consiglio venivano eletti i successori
loro; ed il capitano doveva essere presente a tale elezione. Aveva
inoltre l' obbligo di invigilare acciocchè siffatta nomina fosse fatta
legalmente. Non poteva infatti essere dei Sette o dei Quaranta chi
non possedesse per 200 lire cortonesi di beni immobili, non fosse
della città o del contado, e non esercitasse un’ arte ed una sola (3).
Doveva finalmente ogni anno, del mese di settembre, adunare
il consiglio del popolo per fare la correzione della Carta (4).

Precipua cura del capitano doveva essere il governo e la di-
fesa delle corporazioni delle arti, nucleo principale e forza delle
repubbliche democratiche. Ogni anno, nei mesi di gennaio, feb-
braio e marzo, si faceva portar le matricole di queste associazioni

(1) Carta del popolo (nel Cod. Dipl. della città d? Orvieto, edito da LuIGI FUMI),
S'VIII.
(2) Ivi, S VI.
(3) Ivi, SII e III.
(4) Ivi, S XLVI.
305

SERIE DEI SUPREMI MAGISTRATI E REGGITORI DI ORVIETO, ECC.

artigiane, esaminava se le persone iscrillevi esercitassero real-
mente l'arte, cassava e puniva i contravventori (1). I consoli
avevan l'obbligo di registrare nelle matricole tutti i giurati delle
arti a petizione loro: qualora non lo facessero, il capitano li pu-
niva (2).

Affinché tra le arti regnasse sempre l' unione e la concordia,
egli doveva obbligarle a fare società fra loro nel primo mese
della capitania. Poiché non era lecito appellarsi dalle sentenze
dei consoli delle arti, era punito da lui chiunque lo facesse (3).
Essendo infine consuetudine che le arti portassero ogni anno
certi ceri per la festa della madonna d'agosto, il capitano era
tenuto ad osservare, la vigilia della festa, che questi ceri fossero
nel numero e nella maniera voluti (4).

Per tutte queste ragioni s'intitolava difensore delle arti e
degli artefici. Si chiamava pure difensore del popolo, perchè
aveva l’incarico di proteggerlo dalle prepotenze dei nobili. Se
qualche cittadino soffrisse oltraggio, sopruso o derubamento da un
barone o da una comunità, il capitano aveva l'obbligo di assisterlo.
Mandava per il barone o presso la comunità e costringeva quello o
questa a riparare il mal fatto ed a restituire il mal tolto (5). Era
il protettore dei poveri e dei deboli: doveva mantenere e difendere
i beni dell’ ospedale dei poveri di S. Maria (6) ed invigilare a che
fossero rispettate le doti delle donne maritate (7).

Nei rumori e nelle sollevazioni guidava le moltitudini adunate
dal suono della campana squillante dall'alto del palazzo del po-
polo. Quando questa suonava a martello, tutti gli artigiani dove-
vano correre a lui (8) In tempo di rumore i nobili non potevano
accorrere ai palazzi (9), nè i ghibellini trarre. a] rumore (10), nè
i Sette o gli artigiani accedere alle case degli ottimati (11).

(1) Carta del popolo, S LXXXV.
(2) Ivi, S XXI.

(3) Ivi, 8 XLII.

(4) Ivi, 8 XOIV.

(5) Ivi, S XXXIV.

(6) Ivi, S LI.

(7) Ivi, S LXII.

(8) Ivi, S CVII.

(9) Ivi, 8 CX.

(10) Ivi, 8 CVII.

(11) Ivi, 8 CVIII e CVIIII.

-
G. PARDI

Per la sicurezza e conservazione della città il capitano do-
veva imporre che tra gli uomini delle arti vi fossero mille armati
ben provvisti’ d’ armi e munizioni e dichiarava quali dovessero
essere queste persone; ed esse avean l'obbligo di provvedersi
delle armi indicate nel tempo prescritto dal capitano (4).

Questi, oltre le faccende relative alla difesa del popolo, alla
protezione delle arti, alle armi ed alla pace della città, aveva una
curia con propri giudici, che sentenziavano di alcuni delitti. Tale
miscela di attribuzioni tra il podestà ed il capitano dovevano na-
turalmente far nascere dei conflitti assai frequenti tra questo e
quello. Perciò con un capitolo dello statuto. il Comune di Lucca
cercò riparare ad un inconveniente siffatto, ordinando che il po-
destà e il capitano non s'impacciassero nelle faccende l'uno del-
l’altro: (2). Gli Orvietani delimitarono chiaramente gli uffici di
ambedue nella Carta del popolo.

Anzitutto il solo capitano poteva giudicare dei delitti politici.
Eran puniti da lui i consoli, che non intervenissero al consiglio
in cui si eleggevano i Selle (3), questi se entrassero in una ta-
verna o accedessero alle case dei nobili (4), chi ricettasse ban-
diti (5), ecc. Gli altri casi, nei quali poteva amministrar la giu-
stizia, sono contemplati dal seguente capitolo della Carta: « Possa
egli giudicare delle violenze, delle frodi e degli inganni, delle
quistioni delle vedove e dei pupilli, delle cause mosse dal Comune
d’ Orvieto contro i baroni ed i nobili de! contado e del»distretto,
degli alimenti lasciati zn eetremis, del giuoco della zara, dei ne-
gozi dei tavernieri della città e dei borghi » (6). In siffatti, casi
era giudice il capitano di popolo :. ed è naturale. Perocché come
difensore del Comune e del popolo aveva diritto di punire i no-
bili ed i baroni, che facessero contro il Comune od un popolano
violenze, frodi, ruberie, ecc. ; come difensore dei deboli, e quindi
delle vedove e dei pupilli, si occupava delle cause mosse da essi;

) Carta del popolo, 8 LXI.

2) St. Luc., nella riforma del 1308, III, 135.
3) Caria del popolo, S LXXXIV.

4) Ivi, S CI.

5) Ivi, 8 DXXIX:
)
SERIE DEI SUPREMI MAGISTRATI E REGGITORI DI ORVIETO, ECC. 391

come custode della pace invigilava sul giuoco della zara e sulle

taverne, affinché non avessero a nascere risse e tumulli.

Inoltre come difensore e protettore dei poveri prendevasi cura

delle opere pie, dei lasciti fatti all'opera della chiesa. maggiore

ed alle altre chiese, sui quali lasciti egli ed uno de'suoi giudiei
avevano piena balia ed arbitrio. Infine come difensore del popolo
s'intrometteva pure nei processi fatti dal podestà contro qualsiasi

popolano e doveva convenire, assieme ad un suo giudice, col
giudiee dei malefizi della curia del podestà, per sentire i testi-
moni in discolpa dell’ accusato: se non facesse ciò, non aveva

aleun valore la sentenza pronunciata contro uno del popolo (1).

In tutti gli altri casi non si poteva. intromettere nei processi

del podestà, né questi negli atti del capitano. Spettavano a lui
altre varie attribuzioni, come l' uffizio della grascia (2), uffizio di
pubblica utilità, perocchè da questo dipendeva .che vi fosse ab-
bondanza degli elementi di prima necessità per la vita dei citta-

dini e non succedessero quindi ‘carestie. Sindacava i camarlinghi

del Comune, i collettori dei dazi, i sovrastanti ai ponti, alle fonti

alle vie e tutti coloro a cui venisse in mano danaro pubblico (3).
Aveva cura di estirpare i lenoni ed i corruttori della curia della
giustizia (4). Aveva la custodia degli atti pubblici, che faceva de-
positare nella chiesa di S. Giovanni, archivio del Comune in quel
tempo (5). Innanzi a lui si procedeva alla elezione. dei castellani e

podestà di Cetona e, contravvenendo questi alle !

eggi, erano da esso

puniti (6). Definiva le quistioni che nascessero tra Cetona e Chiu-
si (7), affinchè dalle controversie tra queste due grosse terre
suddite ad Orvieto, non avesse la medesima a soffrir danno. I
castellani dei castelli del contado aldobrandesco erano tenuti ad
assegnare il loro sergente al capitano e farli approvare da lui (8).

1)

2) Ivi;
) Ivi,
) Ivi,
5) Ivi,
(6) Ivi;
(7) Ivi,
(8) Ivi,

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(è)

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Carta del popolo, ivi.

S XXVII.
S XVI.

S XVII.

S XXX.

S XXXIII.
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8 CIV,

Se doveva farsi una nuova moneta, la provisione di ciò spettava
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358 G. PARDÍ

ad esso ed ai Sette (1). Nella festa di S. Chiara del mese d'ago-
slo, come rappresentante del popolo si recava ad udire la messa
nella chiesa della beata Vergine assieme ai consoli delle arti e ai
consiglieri del consiglio maggiore (2).

Per rendere più grande il potere del capitano, era stabilito
che tutti della città e del contado obbedissero a'suoi comandi (3)
e che non si potesse cospirare contro di lui (4).

Anche nella lista dei capitani di popolo d'Orvieto troviamo,
sebbene in minor numero che in quella dei podestà, dei nomi fa-
mosi nella storia dei Comuni italiani, specialmente le stesse per-
sone che avevano esercitato, od esercitavano nello stesso tempo,
la podesteria: Rufino della nobile famiglia milanese dei Mandello
(della quale furono podestà di Firenze Otto nel 1218 e Rubaconte
nel ’37) (5), podestà di Orvieto nel 1250 e capitano l'anno seguente;
uno dei Galluzzi di Bologna nel 1269; Uguccione dei Fettalasina
egualmente bolognese nel '72; Giovanni di Guido Pepoli, altra no-
bile e potente famiglia di Bologna, nel '76; il fiorentino Bindo
de’ Cerchi nell’ ’86; Bertoldo Orsini podestà e capitano nell’ ’87;
Gentile Orsini podestà e capitano nell’ '88-9; Ubaldo della fami-
glia lucchese degli Antelminelli, da cui uscì il famoso Castruccio,
podestà nel '95-6; il romano Giovanni Arcioni nel ‘97; un altro
degli Antelminelli nel ?98; uno dei Frescobaldi fiorentini (appar-
tenenti come i Cerchi alla nobiltà nuova di Firenze) nel '99 ; Gio-
vanni Savelli romano podestà e capitano nel 1309-10 ; il valoroso

Ugolino segnore della vicina terra d’ Alviano (stato più volte po-

destà di Todi) nel 43 ; Cante de’ Gabrielli eugubino podestà e capi-
tano nel 14-5 ; Poncello Orsini capitano soltanto nel 16-7 e nel ’21-2,;
uno dei Baglioni di Perugia nel 18; il perugino Oddo degli Oddi
nel 23-4; uno della potente famiglia dei Varano da Camerino, insi-
gnoritisi poscia di questa città, nel 25-6; i senesi Ponzio e Pietro
de’ Saraceni nel '29 e nel ’31-2; Cantuccio dei Gabrielli, divenuto
signore di Gubbio, nel 733; il fiorentino Iacopo de’ Bardi nel ‘34;

(1) Carta del popolo, 8 CXXV.
(2) Ivi, S XXXVI.

(3): Ivi, 8 XIII.

(4) Ivi, S XVIII,

(5) GIO: VILLANI, V, 42 e VI, 26,

VAI ARI UT MATES RESTER IUBE Ea: SERIE DEI SUPRÉMI MAGISTRATI E REGGITORI DI ORVIETO, ECC. 359

Carlo di Monteapone dei marchesi di Massa nel ’37-3; Ottaviano
dei Belforti, fattosi poscia tiranno di Volterra, nel '38-9; Matteo
Orsini, spadroneggiante Orvieto per tre anni dal '41 al’43; Vito
degli Scotti di Roma nel ’48; Bernardo di Lago, rettore del Pa-
trimonio, podestà e capitano nel ‘44 e capitano soltanto nel '45;
Cecchino dei Vencioli da Perugia nel '46.

Ma nessuno dei Parenzi e dei Colonna di Roma, nessuno dei
Gaetani di Anagni compare tra i capitani di popolo; Bertoldo e
Gentile Orsini e Giovanni Savelli e Cante dei Gabrielli esercitano
la capitania, ma essendo nello stesso tempo podestà. Il che fa
capire come, nonostante fosse stata indebolita col tempo l’ auto-
rità del podestà, questa continuasse tuttavia ad essere più ono-
revole che non quella di capitano di popolo. Andava ancora in-
nanzi a lui nelle pubbliche cerimonie ed è sempre nominato prima
d’esso negli statuti e negli atti del tempo. Continuò ad essere il
presidente dell'ordine degli ottimati, come il capitano era il pro-
tettore e la guida del popolo. Quest ultimo anzi lasciò per defe-
renza, in alcune terre, che il podestà intervenisse negli atti più
gravi della politica, come ad esempio nelle relazioni con i prin-
cipali esteri. Anche i gonfalonieri di giustizia, divenuti la prima
magistratura delle repubbliche, tardarono molto a torgli l'onore
della precedenza, a Firenze fino al 1453 (1); « tanto poteva an-
cora la fama e l’immagine dell’Impero, da cui egli traeva la sua
origine » (2).

Dai nomi di podestà e capitani di popolo riportati innanzi si
potranno capire facilmente, per la disposizione data loro ed i raf-
fronti fattivi, due cose:

1.° quanto si ripetano spesso nelle liste dei reggitori di una
città i nomi delle stesse famiglie;

2.0 come questi stessi nomi si ritrovino pure tra i reggitori
degli altri Comuni italici.

Donde si può trarre con sicurezza la conclusione che le ca-
riche di podestà e capitano erano generalmente esercitate dalle
medesime famiglie: dai Parenzi, dai Colonna, dagli Orsini, dai
Savelli di Roma; dai della Branca, dai Gabrielli e dai Guelfoni

(1) Ammirato, Ist. Fior., l. XXII.
(2) REZzAsCO, Diz. del ling. it st. e amm. alla voce podestà.

-
360 | G. PARDÍ

di Gubbio; dai Rossi e dai signori da Correggio di Parma; dai
Galluzzi e dagli Asinelli di Bologna, dai Gonfalonieri di Brescia,
dagli Antelminelli di Lucca ecc. Cosi dagli Estensi, dai Salinguerra,
dai Romano nell'alta Italia, dall' esempio dei. quali si può facil-
mente argomentare quanto facile sia stato il trapasso dalle cariche
di podestà e capitano al dominio signorile, come dall' età dei Co-
muni si giunge naturalmente ed in breve, per la degenerazione
di tutte le umane istituzioni, all'epoca delle signorie.

Orvieto veramente, nel periodo dei piccoli domini, non ebbe,
come altre città, una famiglia la quale costantemente la signo-
reggiasse. Ermanno Monaldeschi, i figli ed i nepoti di lui, Matteo
Orsini, Benedetto della Vipera ed il Prefetto di Vico giunsero per
qualehe tempo alla suprema autorità, Tuttavia Orvieto si mantenne
libera pià a lungo di molte altre terre e solo dopo piü che venti
anni, da che si fa cominciare l’epoca delle piccole signorie ita-
liane (1913), cadeva nelle mani di Ermanno Monaldeschi. Ma al
principio dell'età dei vasti domini veniva incorporata anch'essa
in uno di questi, nello stato pontificio, l'anno 1354.

Egidio Albornoz, la mente poderosa ed il braccio di ferro, che
restaurarono il vacillante impero dei papi, riceveva in quell’anno
la signoria di Orvieto dal Prefetto di Vico arresosi a lui ginoc-
chioni e vi aboliva i nomi gloriosi dei podestà e dei capitani di
popolo, sostituendo a loro i vicari pontifici. A proposito dei quali
così il Gregorovius (1) si esprime: « I tiranni che [l'Albornoz] as-
soggettò non si rese egli nemici provocandone le vendette, ma
ne fece altrettanti servitori della Chiesa, creandoneli Vicari. Co-
tale titolo di vicario o custos agevolava, per vero dire, la depre-
dazione dei beni ecclesiastici, poichè v'erano dei signori, i quali
se ne impadronivano, e tosto dopo facevansi nominare governa-
tori per conto del Pàpa: di tal guisa si frastagliava lo stato in
cento vicariali, ma d'altronde era pur questo l'unico modo di te-
ner ferma l'autorità della santa Sede ».

E fu un vieariato anche Orvieto, ma non quale lo descrive
il Gregorovius. Perocchè l'Albornoz non vi lasciò per vicario il
Prefetto di Vico (che fino a quel momento n'era stato signore)

(1):0p: cità L XII: c; 1. 9:2,
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SERIE DEI SUPREMI MAGISTRATI E REGGITORI-DI ORVIETO, ECC. 361

come fece in altre città del Patrimonio; bensi vi mandó con questo
titolo uomini di legge e di spada, i quali amministrassero la giu- '
slizia ed esigessero le imposte per conto della santa Sede.

Il rettore del Patrimonio li nominava vicari; essi giuravano
di esercitare bene e legalmente il loro uffizio come il podestà ed
il capitano, dei quali si può dire congiungessero in una le auto-
rità, ritenendo tuttavia più del primo che del secondo per essere
loro precipuo compito l'amministrazione della giustizia. La prote-
zione delle arti. la difesa del popolo, degli orfani e dei pupilli, il
capitanare le moltitudini accorrenti al suono della campana del
popolo erano cose solo compatibili con le libertà comunali e con
queste dovevan morire.

I vicari pontifici durarono dal 1354 al ’90. Scossa per breve
tempo la signoria della Chiesa, si elessero di nuovo per sette
anni dei capitani, larve degli antichi capi popolari. Morto Biordo
Michelotti, Orvieto ritornava un'altra volta sotto il dominio dei
papi, che vi mandarono ancora dei vicari dal 1398 al 1408 e rie-
vocarono finalmente nel 1409 il nome dell’antico podestà imperiale
cessato in Orvieto dopo sessantrè anni.

Quali incombenze dovesse disbrigare in questo tempo il po-
destà è spiegato dagli Statuti di Orvieto pubblicati nel secolo XVI (1).

L'elezione di lui, durevole soltanto per sei mesi, si faceva
nel modo seguente. I Conservatori della pace, supremi reggitori
dello Stato, nel primo consiglio adunato da essi dopo l’arrivo

di un nuovo podestà, dovevano fare la proposta per il succes-

sore di lui. Se alcuno dei Conservatori o dei consiglieri aveva
notizia di un uomo giusto, prudente ed atto ad esercitare una
tal carica, lo nominava. Si estraeva una terna delle persone
indicate dai membri del maggior consiglio, purchè ognuno di questi
fosse cavaliere o conte o dottore, di città distante almeno trenta
miglia da Orvieto, eccettuate Roma e tutte le terre della Romagna.
Questa terna era trasmessa al pontefice che confermava uno dei
tre eletti nella carica di podestà. Gli si inviavano allora amba-
sciatori a notificargli l'elezione ed i capitoli risguardanti il suo
ufficio. Doveva infatti esser devoto alla Chiesa ed al Comune or-

(1) Statutorum. Civitatis Urbisveteris volumen, Romae, apud heredes Antonii
Bladii, 1581.
362 ERG PARDÌ

vietano, presentarsi ai Conservatori tre giorni prima che partisse
il suo antecessore, regalare due crateri d’argento; portare con sè
un dottore di legge, un socio che rendesse ragione nelle cause
civili sotto a dieci lire, tre notari, due donzelli, dieci famigli o
birri; osservare gli statuti, stare a sindacato, rilasciare del suo
salario venti lire ai sindacatori, una targa ed una balestra al
Comune, un pallio di seta alla chiesa di santa Maria; giurare di
difendere i beni dell’ episcopato e delle opere pie, di non prendere
da alcuna persona danari all’ infuori del salario dovutogli, di non
vendere od alienare cose appartenenti al Comune, di estirpare gli
eretici dalle terre di sua giurisdizione, di intervenire a tutti i
consigli se non fosse personalmente impedito, di non mangiare o
bere con aleun Orvietano del contado o del distretto, di fare le
cose con giuslizia, ecc. Non poteva condurre la moglie od altra
donna nel palazzo di sua abitazione, né costringere alcun cittadino
a portargli legna o ad altro gravame. Doveva sedere a render
giustizia con un giudice e col socio nei giorni di martedì e di
giovedì, avendo piena balìa su tutte le cause civili e criminali, e
Bo 2 potendo punire chiunque non obbedisse ad ordini dati da lui nel-
"iue Md l'amministrazione della giustizia. Il render ragione pertanto e il

rrTTTI{CIA

ostie patatine

fare eseguir le sentenze ed il presiedere ai consigli erano i prin-
cipali cómpiti del podestà (1). Aveva inoltre il dovere di invigilare
affinchè in città si vendessero buone carni e ad un prezzo mode-
rato (2) e pane ben cotto (3) e che tutti gli artigiani esercitassero
legalmente il loro ufficio (4) e che fossero osservate le convenzioni
fatte tra padroni e servi. Doveva pure prendersi cura della net-
so tezza pubblica ed aiutare gli esecutori delle gabelle perchè nes-
d suno contravvenisse agli ordinamenti di queste (5). |

$ III.

L'ultimo congresso storico italiano adunato a Genova, pren-
deva, nella seduta del 26 settembre 1892, la seguente delibera-
zione :

(1) Op. cit., S III ?
(2) Ivi, 8 XL.
(3) Ivi, 8 XLV.
(4) Ivi, S XL-L.
(9) Ivi, S LXXX.
A7

SERIE DEI SUPREMI MAGISTRATI E REGGITORI DI ORVIETO, ECC. 363

« Considerando che, nel medio-evo, in Italia, concorsero
grandemente a formare la vita pubblica non soltanto Ja Chiesa e
l'Impero, ma anche i Comuni e le Repubbliche; che all'età nostra
in particolare si moltiplicarono gli studi critici ed estesi intorno
i regesti pontifici ed imperiali; e che, pure si desidera di cono-
scere ancor piü addentro la storia della vita comunale di quell'e-
poca :

« Il Congresso, addita, come uno dei mezzi ad ottenere l'in-
tento, la compilazione delle serie intere, per quanto è possibile, di
coloro che furono al regime delle città libere ».-

Si rivolgeva pertanto all’ Istituto Storico Italiano affinchè as-
sumesse la direzione generale del lavoro, ed esprimeva il deside-
rio che, per agevolare l' impresa, fossero assegnati alcuni limiti,
vale a dire che l’opera proposta consistesse « nel pubblicare, con-
forme i documenti, le serie cronologiche dei primari officiali pub-

bliei delle città libere, dogi per Venezia, consoli, podestà, dogi e -

governatori di varie Signorie per Genova, consoli, podestà, capi-

tani del popolo, gonfalonieri, ecc. per gli altri Comuni, dalle ori-

gini di cotali istituzioni sino al termine del secolo XV » (1).
Altri ha compilata la serie dei reggitori di qualche città (2):

(1) Atti della Società ligure di storia patria, vol. XXVI, Genova 1893, p. 172.

(2) Molti storici, antichi per rispetto a noi, come il Manente per Orvieto, lo fa-
cobilli per Foligno, il padre Bussi per Viterbo, il Ghirardacci per Bologna, ecc. hanno
posto nelle loro istorie la serie dei consoli, podestà e capitani di popolo; ma non
sempre lo hanno fatto con veracità ed. esattezza cronologica. Più coscienziosa è la
Raccolta de? Consoli, Podestà e Capitani di guerra e Governatori, che sono stati in
diversi tempi nella città di Todi, fatta, da OTTAVIANO CICCOLINI (Todi, 1802). Nel 20 vo-
lume del Saggio di memorie storiche civili ed ecclesiastiche della città di Perugia, opera
postuma di A. MARIOTTI, stampata a Perugia nel 1806, si ha un copioso catalogo dei
« Potestà, Capitani del popolo, Legati, Vicelegati e Governatori della città di Perugia ».
Con dottrina e severità di metodo storico il padre CIANELLI fece la serie dei Podestà
di Lucca (Mem. e Doc. di St. Luc., II, 513 e segg.); ma, essendo riuscita imperfetta
per non aver egli veduti alcuni documenti ritrovati poi, fu rifatta nel bellissimo Izwen-
tario dell'Archivio di Stato in Lucca da SALVATORE BoNGI, il quale y° aggiunse pure
la lista dei capitani di popolo. Molto bene dal CranINI furono raccolte tutte le più
ampie notizie sopra i podestà di Sassuolo e riprodotti anche gli stemmi di ciascuno
di essi (Giornale araldico-genealogico-diplomatico pubblicato per cura della R. Acca-
demia ‘Araldica Italiana, anno VI-VIII). Recentemente il SIaGNORELLI compilaya con va-
lentia e pazienza grandissima la serie dei podestà di Viterbo (Studi e Docum. di Sto-
ria e Diritto, anno XV, fasc. 30 e 4o, Roma 1894). Quella dei podestà di Lodi é stata
pure pubblicata assai di recente nell'Arch. Stor. per la città e comuni del. circon-
dario di Lodi, VII, 1-3, 4-6, 7-9, 10-12; VIII, 1-2. Nel vol. X dei Docum, di St. It. pub-
blicati a cura della R. Deputazione di Storia patria per Ja Toscana e l° Umbria (Firenze,
Cellini, 1895) è data la serie degli ufficiali del Comune di Firenze fino all’ anno 1250,
et certe

TT ET
premier

364 G. PARDÎ

io ho voluto farlo per Orvieto. Ma a che, dirà alcuno, impazzare
a rintracciare ne’ documenti i nomi dei consoli, dei podestà, dei
capitani di popolo, ecc. una volta che gli storici orvietani, il Ma-
nente (1) ad esempio, li riportano tutti ? |

Se noi potessimo sempre prestar fede ai cronisti ed agli sto-
rici antichi. delle città nostre, sarebbe inutile ci affaccendassimo
con faticose ricerche negli archivi pubblici e privati. In qual modo :
cervellotico abbia poi il Manente compilata la lista dei reggitori
di Orvieto si scorgerà facilmente da quanto siamo per dire.

Lasciando stare che egli comincia a riportare i nomi dei con-
soli fin dal 975, mentre molto più tardi debbono essere cominciati
in Orvieto; osserveremo, come notò il Fumi, che non furono
sempre due, ma in maggiore o minor numero, secondo i tempi, e
che i consoli da noi rinvenuti nei documenti non corrispondono
affatto a quelli attribuiti dalla fantasia del Manente agli anni 1157,
1168, 1170, ecc. e che finalmente egli non seppe nulla di quel solo
console, il quale, con il titolo di rettore governando la città, segna
prossimo il trapasso dall’autorità di più consoli a quella di un
magistrato unico, quale fu poi il podestà.

Egli ricorda, invece, giustamente la venuta di Pietro Parenzo
ad Orvieto nel 1199; ma lo chiama rettore e non podestà. Al se-
guente anno riporta la notizia che « fu nel consiglio generale or-
dinato al governo della città per amministrare la giustizia di eleg-
gere un Podestà et un Capitano per un anno ». Sappiamo al con-
(rario come non si eleggessero in Orvieto capitani di popolo fino
all'anno.1251: I nomi quindi di tutti quelli riportati da lui dal
1200 al 1251 sono inventati. Il Manente crede inoltre vi sia stato
ogni anno un solo podestà e capitano, mentre furono generalmente
due, durando in earica sei mesi soltanto. Sbaglia inoltre spes-
sissimo nel ricordare i capitani di popolo, qualche volta nel rife-
rire i nomi dei podestà, dei quali interrompe la lista all' anno 1340,
cento venti anni prima che cessassero di essere eletti ad ammi-
nistrar la giustizia in Orvieto.

Lo stesso, presso a poco, potremmo ripetere per il Monal-

(1) MANEN'TE, Historie nelle quali si raccontano i fatti successi dal 970 al 1563,
Venezia 1561 e 1567.
— — MÀ

SERIE DEI SUPREMI MAGISTRATI E REGGITORI DI ORVIETO, ECC. . 360

deschi-(1), il quale pure fa cominciare la serie dei capitani di po-
polo dal 1200, erra spesso nel riferire i nomi di questi e dei po- :
destà, e cessa dal citarli all'anno 1340, dicendo che « per l'avve-
nire non se ne trova distesa mentione; atteso che per le partia-
lità de" Monaldeschi, et lor seguaci, non si tenne troppo conto di
questi officij, et alcuna volta non erano eletti, o avevano poca au-
torità. ».

Tuttavia talora il Monaldeschi, attingendo a più copiose e

veritiere fonti che non il Manente, ci ha, sebbene rarissimamente,
giovato citando qualche podestà o capitano non:rammentato nei
documenti. Al contrario dei due storici sopra ricordati (2) la
Chronica Urbevetana edita dal Gamurrini riporta con grande fe-
deltà i nomi dei podestà e capitani di Orvieto; soltanto sbaglia
per i primi tempi mettendo in luogo dei podestà uno dei consoli
eletti a reggere la repubblica nell'anno corrispondente. Perlanto,
laddove ci manchino i documenti, noi faremo tesoro della serie
dei supremi magistrati di Orvieto data dalla CAronica, ponendo
nondimeno tra parentesi quadra, come non certi del tutto, i nomi
presi da essa.
" "La Cronaca di Francesco da Montemarte (3) non ricorda se
non molto raramente i podestà ed i capitani di popolo; ma: nelle
note erudite appostevi dal Gualterio, dietro la scorta dei docu-
menti dell’archivio del Comune orvietano, ne troviamo rammentali
alcuni.

Noi pertanto, servendoci delle carte conservate in questo ar-
chivio egregiamente riordinato dal dotto Luigi Fumi, del Codice .
Diplomatico del medesimo, della sua ‘monografia sul Palazzo del
popolo in parte inedita, talvolta della CAronica Urbevetana e della
Cronaca del Montemarte annotata dal Gualterio, raramente del
Monaldeschi, mai del Manente, abbiamo intrappreso, con lunghe e
faticose ricerche, a meltere assieme la serie dei podestà, dei capi-
tani di popolo, dei vicari pontifici, dei gonfalonieri di giustizia e
dei signori di Orvieto sino al principio del secolo XVI. Abbiamo
inoltre raggruppati, attorno ai supremi reggitori del Comune, i fatti

(1) Commentari Historici di MONALDO MONALDESGHI, Venezia 1584.
(2) Arch. st. it., serie V, t. III.
(3) GUALTERIO, Cronaca. di Orvieto di Francesco di Montemarte, Torino 1846,
G. PARDI

importanti del tempo loro, specialmente quelli, a cui essi presero
qualche parte notevole. Cosicchè avremmo anche potuto intitolare
questo lavoro: breve riassunto degli avvenimenti d’ Orvieto dal
principio delle libertà comunali fin presso al cominciar dell’éra
moderma.

Ci valgano in parte a scusare gli errori — che gli studiosi
per avventura troveranno -in questo scritto — il grande amore
per gli studi medioevali, dal quale siamo stati spinti a tentare
un'impresa forse temeraria, ed il buon volere e la costanza di-
mostrati in siffatte indagini faticose e pazienti.

—_@_

Nr m A

Con l'anno 1295 noi abbiamo per la storia di Orvieto una copiosa
e sicura fonte di notizie negli atti delle Riformagioni, dove rinveniamo
i nomi dei podestà, capitani di popolo e vicari. pontifici. Poiché i capi-
tani ed i vicari presiedevano ai consigli, noi possiamo giunger a conoscere
talvolta il mese ed anche il giorno preciso, in cui entrarono in carica
tali magistrati. Cessando pertanto di esprimere poco precisamente il tem po
dell’ ufficio loro col solo anno della carica, dal 1295 in poi noteremo
anche il mese e,- potendo, il giorno in eui vennero a reggimento o ne
partirono. Ci dispensiamo quindi di citare la fonte donde è stata tratta
la notizia, volendo significare che l'abbiamo attinta dalle Riformanze
del consiglio orvietano dell’ anno, mese e giorno corrispondente. Non
possiamo far lo stesso per i podestà, i cui nomi, nei primi tempi, sono
qualche volta, e solo casualmente, citati nelle Riformagioni. Non diamo
pertanto notizia se non dell’ anno in cui furono in ufficio, e dobbiamo ci-
tare il passo delle Riformanze o dei documenti che comprovano il nostro
asserto. Ma, cessati i capitani di popolo ed i vicari pontifici, spetta ai
podestà a convocare e presiedere i consigli del Comune; ed in questi ul-
timi tempi noi possiamo indicare il tempo della loro carica con precisione
maggiore. Quando ciò avvenga, ci dispensiamo pure dal citare le Rifor-
magioni dell’ anno, mese e giorno corrispondente.

Questo metodo, se non può evitare una certa disuguaglianza tra le
notizie sovra i podestà e quelle concernenti i capitani di popolo ed i vicari,
ci sembra tuttavia conferisca ad una grande esattezza di particolari.
i LASA MILE

judi i

Lj

SERIE DEI SUPREMI MAGISTRATI E REGGITORI DI ORVIETO, ECC. 367

Consoli, Rettori e Podestà d'Orvieto fino all'anno 1251.

1157. Wilelmus Iohannis Lupi ) ;
Petrus Alberici O:
1168. Arloctus
Ranerius Berardini |
Ranaldus Ildribandini
Matheus |
Petrus de Vasci /

1170. Rubertus

consules (2).

Gualnalducius ( È
: » consules (3).
Mazolus |
Dominicus J
1171. Willelmus orvetane civitatis rector (4).
1172. Arloctus Y
Ranerius Bernardini Diaconus SEL
Sigibotns \ consules (5)..
Pepo Ildribrandini /

1171. Pepo vector (6).

(1 MunaTORI, Ant. Ital., l. IX, p. 685, e FUMI, Cod. Dipl. della città d? Orvieto,
p. 26. Questi due consoli furono rappresentanti del Comune orvietano per la celebre
convenzione tra il medesimo e papa Adriano IV, che segna il punto più rilevante della
storia del Comune antico. Nell'anno 1157 Orvieto giurò fedeltà al pontefice « secondo la
consuetudine delle altre città del Papa ». Questo giuramento doveva essere rinnovato
da tutti i consoli nuovi, i quali, appena eletti, ordinavano al popolo di mantenere e
osservare la fedeltà promessa al pontefice. Si rinnovava pure ad ogni cangiamento di
papa. Nelle cavalcate e spedizioni fatte da, questo, il Comune. d' Orvieto prestavagli
aiuto per il territorio compreso tra Titignano e Sutri. Prometteva inoltre sicurezza
a quei successori di Pietro, che volessero per avventura venire in Orvieto, ed a tutte
le persone che vi si recassero in loro compagnia.

(2) DELLA VALLE, Storia del duomo d’ Orvieto, p. 3, e FUMI, op. cit., p. 27. Quest'ul-
timo, dal non esser nominato il vescovo nel documento ricordante i consoli, che é la
sottomissione del conte di Montorio al Comune di Orvieto, reputa si possa ritenere che
da quel tempo la città si sottraesse a qualunque autorità vescovile in tutto ciò che
non concernesse chiese o cose sacre.

(3) IL FUMI, p. 27, riporta il documento, ove son nominati questi consoli : docu-
"mento interessantissimo perché sanziona il potere dei consoli e del popolo. Quando
infatti i consoli dovessero deliberare di alcun che riferentesi a cose sacre avevan
duopo della ammonizione del vescovo, ma nello stesso tempo anche della acclama-
zione del popolo. Né i vescovi né i consoli futuri ebbero potere di revocare quello che
era stato deliberato da essi consoli e dal popolo.

(4) FUMI, p. 28-9. Il titolo di rettore assunto dal reggitore del Comune prelude
al venturo podestà. Era indifferente che tali governatori della repubblica fossero più
consoli od un rettore, sebbene i primi avessero generalmente la somma delle cose
nella città. i ;

(5) FUMI, p. 31-2. In questo tempo sembra che il vescovo eserciti ancora qualche
autorità pure in cose non sacre, poiché é lui che, assieme ai consoli ed al popolo, con-
cede al conte Ranieri il castello di Parrano.

(6) Chronicon Altinate ad, am.

Acus o CHIUSA et
368 G. PARDI

1181. Pepo vector (1).

1199. Petrus Parentius potestas (2).

1200. [Serafinus de Ficullis].

1200-3. Parentius potestas (3).

1203. Rustichellus Ildribanduccii
Ranaldus Bibulci consules (4).
Oddo Rollandini (

1204. Guidonseius potestas (5).

1906. [Guido Ranuti de Urbeveteri].

1207. [Tebaldus de Prefecto].

1208. [Rainerius].

1209. [Dnus Parenza de Roma].

1210. Ioannes Nericonis )
Bernardinus Diaconi

1211. Pepo Ranaldi, consul (t).

consules (6).

(1) FUMI, p. 34.

(2) Acta Sanctorum, 21. Maii. Sulla fine del secolo XII Orvieto, la quale nell’ al-
largare il contado aveva occupato terre su cui vantava diritti la Santa Sede, si trovò
di contro al papato e cominciò a favorirne gli avversari. Innocenzo III lancio l' inter-
detto sulla città. La setta paterina cominciò a scorrazzarvi liberamente e mancò poco
non rovesciasse il governo. In questi frangenti il popolo orvietano ricorse a quello
romano, chiedendo ad esso un uomo che sapesse abbattere la fazione eretica e che
fosse nelle buone grazie del pontefice tanto da riamicarlo ad Orvieto. Fu mandato a
regger la città, come podestà e quasi come legato del papa, Pietro della nobile fami-
glia romana dei Parenzi. Venne egli in Orvieto nel febbraio del. 1199. Cominciò col-
l' abolire le feste carnevalesche, che finivano quasi sempre con iscene di sangue. Ciò
disgustò molti; le torri e i palazzi dei nobili erano pieni di agitatori: egli li fece but-
tar giù. Si preparò una congiura contro di lui, di cui erano capi i signori di Bisenzo.
Ai 21 di maggio, di notte, é preso e trascinato fuori del palazzo e viene ucciso con
un colpo di martello, che gli spacca il eranio. Così finiva miseramente il primo pode-
stà di Orvieto, che la Chiesa ha collocato tra i santi. La sua storia é stata immorta-
lata dall’arte di Luca Signorelli nelle pitture della cappella della madonna nel duomo
orvietano. Pietro Parenzo fu podestà d’ Orvieto dal principio del febbraio al 21 mag-
gio 1199. : ;

(3) Fuwr, p. 49. Sulla fine del 1200 troviamo un altro podestà della famiglia Pa-
renzi. Probabilmente ve ne fu uno di mezzo tra il suo parente e lui. Egli riceve dal
vescovo di Chiusi la sottomissione di questa città e del castello di Monte Luculo.
‘ Sul principio del 1203 (FUMI, p. 53) é ancora in carica.

(4) Nel 1203 doveva esserci vacanza dell'ufficio di podestà, perché in un atto del
3 giugno 1203 (FUMI, p. 53) son ricordati questi soli consoli e non il podestà, mentre
poi nel 1304 troviamo anche il podestà ricordato assieme ai consoli (FUMI, p. 54).

(5) FUMI, p. 55: Guidonscio, detto anche Guiniscio, riceve, il 30 aprile 1304, la sot-

tomissione del castello di Lugnano. La Chronica Urbevetana lo chiama forse in forma
meno errata, « dominus Guinisius de Senis ». Ma lo attribuisce al 1305.

(6) Non ci doveva essere podestà nel settembre del 1210, poiché ad un compro-
messo fatto in questo tempo fra Todi, Amelia e Orvieto prendono parte questi due
consoli e il podestà di Todi, ma non quello orvietano. La Chronica Urbevetana fa di
uno di questi consoli il podestà, dicendo all'anno 1210: Johannes. Nericone de Urb.
[potestas].

(7) FUMI, p. 59.
369

SERIE DEI SUPREMI MAGISTRATI E REGGITORI DI ORVIETO, ECC.

1211. Petrus de Munaldo !
Pepo Ranaldi
1919. Christophanus Pepoli de Nigro
Oddo Grechi [Greche]
Guido Prudentii
1913. Guido Prudentii
Oddo de Greco
Guilielmus Ildribanducci
1913. Rustichellus Ildribandini
Francus Bernardini
Henrieus Bartolomei
Massuccius' Brectoldi (Arch.
com. d'Orv. Pergamena
del 27 sett. 1213).
Prima del 1918. Ranerius Cocte, potestas (4).
1914. Henricus, consul (5).
1914. [Pepo Prudentii de Urbeveteri].
1915. [Fortiguerra Affuealasche de Urbeveteri].
1915. Ugulinus Marescocte \
Forteguerra Rollandini
Ermannus Peponis de Podio ? consules (6).
Ranerius Stephani Barote
Forteguerra Fogalascie
Prima del 1216. Parentius potestas (1).
1916-8. Iohannes Iudieis consul romanus et potestas Urbisveteris (8).
1918. [Masupius de Urbeveteri] (9).
1919. Andreas Iohannis Parentii (10).

consules (1).

consules (2).

consules (3).

— ma ___ —. —- —

| eonsules.

(1) Uscivan di carica al principio del 1212; dunque dovevan esser consoli per il
1211 (Fuuwr, p. 63).
| (2) Ivi, p. 62, 65.
i (3) Ivi, p. 65. ie
| ' (4) Ivi, p. 66. MEM
| (5) Ivi, p. 68-9 : P
| (6) Ivi, p. 69 e 71. Sr
| (7) Ivi, p. 79.

(8) Giovanni di Roma è ricordato la prima volta come: podestà d' Orvieto nei ca-
pitoli tra questa città e la vicina Soana, fatti il 22 giugno 1216 (FUMI, p. 72). Viene po- i
scia nominato nelle convenzioni del conte Aldobrandino con il Comune (ivi, p. 73), RA
dalle quali si apprende che in quel tempo era indifferentemente Orvieto governata da un su
podestà o da più consoli; perocché vi è detto come tali convenzioni. dovessero venir
giurate ogni anno innanzi al podestà, ai consoli, o a chi per essi. Prese parte anche
alla divisione del Contado aldobrandesco, e nel 1218 si trovava ancora in carica.

(9) Marsupio di Orvieto doveva realmente essere, non giù podestà, ma console
nel 1918. Lo troviamo ancora ricordato come console nell'aprile del 1219.

(10) FUMI, op. cit., p. 84-8. Egli ricevette, nel febbraio 1220, lire duegento per suo
j salario.
370 G. PARDI

1990-1. Petrus Munaldi

Oddo Grece N

È consules (1).
Ranerius (1)

Fascia /
1920 giugno — 1222 marzo. Roffredus Iohannis Cencii romanus,. pote-
stas (2).

1222 «aprile — 1224 aprile. Thomas Cazanimici de Bononia, potestas (3).

1994 maggio — 1225 aprile. Oddo Petri Gregorii, potestas (4).

1225 maggio — 1226 aprile. Andrioctus consul Romanorum, pote-
stas (5). i

1926 maggio — 1227 aprile. Iohannes Iudicis romanus, potestas (6).

1227 maggio — 1238. Iohannes Petri Grassi de Bononia, potestas (17).

1298-9. Meliorellus Catelani de Florentia, potestas (8).
1229-30. Adimarus Catelani de Florentia, potestas (9).
1230-1. Iohannes Iudicis de Roma, potestas (10).
1931. [Radinerius Rustiei de Florentia] potestas.

1232. [Raynaldus Migliorelli de Florentia] potestas.

(1) FUMI, op. cit., p. 89.

(2) Ivi, p. 89-09. La prima volta vien nominato in un atto del 12 giugno 1220 e
l’ultima in uno del febbraio 1222. Ma dev'esser durato in carica fino ad aprile. Agli
8 di maggio si stà trattando per pagargli il residuo del suo salario. Quello di un. po-
destà straniero era di 600 lire. Roffredo ne aveva già avute 300; quindi non gli rima-
neva da averne se non 300; L'atto più importante della podesteria di Roffredo è la
lega strettasi, il 27 ottobre 1221, tra le due città di Orvieto e di Siena.

(3) FUMI, p. 98-111. Al suo tempo furon fatti nuovi capitoli tra il Comune ed i
.conti Aldobrandeschi, si sottomisero ad Orvieto i signori di Castel Giove ed i consoli
di Acquapendente giurarono di salvare e rispettare le persone e i luoghi venerabili
del distretto di Orvieto, obbligandosi,in caso contrario, all'ammenda dei danni. Fu
riconfermato per un: altro anno, dopo essergli stato pagato il suo salario di 600 lire.

(4) Cod. Dipl., p. 111. i

(5) Ivi, p. 1124. Egli riceve il giuramento di fedeltà dei conti di Volmarzio.

(6). Ivi, p. 116.

(7) Ivi, p. 115.

(8) Ivi, p. 120. Al suo tempo avvenne un fatto alquanto notevole, al quale egli
probabilmente, per esser fiorentiuo, contribui non poco. Siena ed Orvieto erano state
fino a quel tempo in pace ed in alleanza. Tutto ad un tratto, essendo scoppiata la
guerra tra Firenze e Siena per il castello di Montepulciano agognato da ambedue
queste città, Orvieto si collega contro Siena con Montepulciano e Firenze. Io reputo

‘pertanto che possa aver spinto gli Orvietani a questo anche il podestà fiorentino. In-

teressanti sono le convenzioni tra Firenze ed Orvieto per la guerra di Montepulciano
(FUMI, Cod. Dipl., p. 122).

(9) Im un fatto di guerra contro i Senesi, il podestà Adimaro fu ucciso sul prin-
cipiare del 1230. Allora i fratelli di lui richiesero al Comune il salario del morto po-
destà ed un indennizzo per le cose perdute o restate in Orvieto. È degno di nota que-
sto documento perché ivi son ricordati tutti gli oggetti che uno, andando a.podeste-
ria, portava seco (FUMI, p. 125). :

(10) Fowr, p. 131. Chiusi, la quale si era sottomessa da un pezzo ad Orvieto, aveva
poscia, al tempo della guerra di Montepulciano, stretta alleanza con Siena; ma il 9
decembre 1230 il vescovo di Chiusi fece una nuova sottomissione al podestà di Orvieto,
« Iohannes Iudicis ». Lo troviamo poi nel 1234 podestà di Firenze.
consules (1).

SERIE DEI SUPREMI MAGISTRATI E REGGITORI DI ORVIETO, ECC. 371

1233. [Abate Radulphi de Florentia] potestas.

1234-5. Andreas Iohannis Parentii romanus, potestas (1).

1935. Gaitanus Salvi de Florentia, potestas (2).

1936-1. Roggerinus Salvi de Florentia, potestas (3).

1931-8. Albertus Struscius de Cremona, potestas (4).

-1238-9. Petrus Gregorii Paure consul Romanorum, potestas (9).

1939-40. Petrus Anibaldi consul Romanorum, potestas (6).

1940. [Ciptadinus Urbevetani] potestas.

1941. [Bonconte Munaldi] potestas.

1941. Ranerius Guidonis
Boneonte Munaldi
Henricus Bartholomei
Provenzanus Lupicini

1949. [Sinibaldus Ranuci de Bechariis] potestas.

1943. Rambertus de Gisleriis de Bononia, potestas (8).

1944. [Iacobus de Ponte de Roma] potestas.

1945. Petrus de Sancto Alberto, potestas (9).

1946. Tomasinus Cazanimici de Bononia, potestas (10).

1947. Andreas Andree Iohannis Parentii de Roma, potestas (11).

1948. Iacobus Petri Octaviani de Roma, potestas (12).

1949. Pandolfus Tebaldi de Roma, potestas (13).

1950, Rufinus de Mandello de Mediolano, potestas (14).

(1) FUMI, p. 140-3. Al suo tempo furon fatti dei capitoli di lega tra Firenze e Or-
vieto da un lato e Pepo visconte di Campiglia dall'altro. Ma Gregorio IX volle met-
ter pacé tra Siena e Firenze, intimando altrimenti la scomunica. Perciò i Senesi, Fio-
rentini ed Orvietani fecero un compromesso per la pàce. In questo tempo Buonconte
di Montefeltro, per avergli il Comune d' Orvieto rimandati liberi alcuni prigioni, gli

promise fedeltà giurandola al podestà Andrea Parenzi.

(2) Ivi, p.

144 e seg.

(3) Ivi, p. 152 e seg. Correggasi la Chr. Urb. pubblicata dal GAMURRINI che pone
1226 invece di 1236, e che sotto quell’anno è citata dal Fuwr (Volsiniensim, XXXVII,

p. 6, Orvieto, Tosini, 1892).

(4) Ivi, p.
(5) Ivi, p.
(6) Ivi, p.
(7) Ivi, p.
(8) Ivi, p.

(9): Ivi, p.
(10) Ivi, p.
(11) Ivi, p.

(12) Ivi, p.

154.
TO
160-6.
170.
I71-2.
172.
178.
173-7.
180-1.

(13) Nel Cod. Dipl. è detto Pandolfus Tedaldo: meglio forse Tebaldi come nella

Chr. Urb.

(14) Ivi, p.

184.
G.

PARDI

Podestà e Capitani d'Orvieto dall'anno 1251 al 1354.

Podestà, Capitani,

1251. Petrus Parentii Romanus (1). 1251. Rufinus de Mandello de Me-
1252. Rollandus Rusticelli lucen- diolano (2).
sis (3).
1253. [Neapoleon Mattei Rossi].
1954. [Philippus de Baffatis lom-
bardus].
1255. Willelmus Rangoni de Mu-
tina. — Cod. Dipl., p. 206.
1256. Florus Girardi de Mediolano. 1256. Florus Girardi de Mediolano.
«_«— Ivi, p. 208. — Cod Dipl., p. 208.
1256. Tebaldus [Petri Octaviani de. 1956. Ugulinus Grece urbevetanus:
Roma] (4). — Ivi, p. 209.
1257. Catalanus dni Guidonis dne . 1257. [Dominicus Toncelle] (5).
Hostie de Bononia (6).
1258. Guido de Corregio de Parma.
— Cod. Dipl., p. 228.
1259-60. Guido de Robertis de Re- 1959-60. Cittadinus Bertrami (de

gio. — Ivi, p. 224. Monaldensibus).— Cod. Dipl.
. 925-1.

(1) Pietro Parenzo ricevette il nuovo giuramento di sottomissione della città di
Acquapendente; al suo tempo fu stretta una lega tra i Comuni di Perugia, Orvieto,
Narni, Spoleto e Assisi (Fuwr, Cod. Dipl., p. 180-96). i

(2) Rufino di Mandello, uscito di podesteria, iniziò la serie dei capitani orvietani, uf-
ficio principale dei quali era di condurre gli eserciti alla guerra. La prima guerricciuola,
a cui prese parte Rufino fu fatta per il riacquisto delle terre di Val di Lago. Manfredi,
vicario della Marittima, restituì allora il castello di Pitigliano ad Orvieto, con i patti
di esser presi egli ed i castellani di Sorano, Sovana, Selvena e Samprognano sotto la
protezione del Comune e di esser considerati come cittadini orvietani (FumI, p. 185).
Secondo la Chr. Urb. Rufino, « qui prodictiose lucratus fuerat a dno Manfredo duo
millia librarum », fu condannato a pagare 800 lire. Lo stesso anno, ribellatasi un’ al-
tra volta Acquapendente, gli Orvietani vi rientrarono e portarono via la campana di
S. Vittoria.

(3) Ivi, p. 201. Nella Chr. Urb. é denominato Orlandus Rustichelli.

(4) L'anno 1256, il 27 di agosto, fu fatta società tra Perugia e Orvieto, per la
quale dovevano aiutarsi scambievolmente in caso di guerra, non far lega con altre
città senza il mutuo consenso, e porre negli statuti di ambedue i Comuni l'osservanza
dei patti riferiti. Giurarono di mantener ciò per Orvieto il podestà Tebaldo ed il capi-
tano Ugolino (FUMI, p. 209).

(5) La Chr. Urb. dà la notizia, a p. 10, che Domenico Toncelle fu cacciato di
piazza e ferito da Arto di Petrirano. A p. 17 invece leggiamo che questo capitano di
popolo fu percosso in piazza, ma non si sa da chi.

(6) A questo podestà si sottomisero i signori di Bisenzo (poi così tremendi ne-
mici degli Orvietani), di Castel Pero ed il Comune di Valentano (FUMI, p. 210-6).

e SERIE DEI SUPREMI MAGISTRATI E REGGITORI DI ORVIETO, ECC.

Podestà. Capitani.

1260. Philippus dni Alberti Asinelli

de Bononia. — Ivi, p. 226.
1261. Bonaventura Cardinali roma- . 1261. Matheus Toncella. — Ivi,
nus. — Archivio Senese, Let- p. 232.

tere ad an.
1262. Iacobinus. Rubeus de Par- 12962. Petrus Berardini Juliani. —

ma (1). Ivi, p. 233.
1963. Bonifatius de Canossa. — Ar- ‘ 1263. Munaldus Rainerii Stephani.
‘ ch. com. d' Orvieto, Libro — Arch. com. d'Orv. Libro
delle Donazioni. delle Don.

1964. Berardinus olim dni Petri Ru- 1264, Ugulinus Grece. — Lib. Don.
bei de Mutina. — Cod. Dipl.,

p. 240.
1964. Ioannes Iudex (2).
1965. Inardus Ugulini (3). — Ar- 1265. Lambertinus de Bovarellis de
ch. di Siena. Lett. di Carlo Bononia (4).

d'Angió ad an.
1965. Iacobus Tepuli. — Cod. Dip., 1265. Bonconte dni Monaldi. —

p. 244. Lib. Don.
1265-6. Simon dni Rainerii Guido- 1266. Odericus de Filippensibus. —
nis. — Lib. Don. Arch. di Siena, Calef. Ass.
ad. an.

(1) Innanzi al podestà Iacobino ed‘al capitano Pietro di Bernardino i signori di
Bisenzo promisero, il 10 giugno 1262, di tener l'isola Martana per il Comune di Or-
vieto, di consegnargliela quando a questo piacesse; di far pace e guerra secondo l'or-

dine del Comune suddetto, di non ricettare nell’isola nessun bandito o persona al-

cuna contro volontà di quello, di costringerne gli abitanti a ratificare e rispettare
tali patti (FUMI, Cod. Dipl., p. 234).

(2) Nel 1264 Nicolao signore di Bisenzo uccise il capitano. del Patrimonio. Per
questo fatto il podestà d'Orvieto, Bernardino di Pietro Rosso, lo fece decapitare. Po-
scia gli Orvietani inviarono un esercito ad assediare il castello di Bisenzo; i signori
di questo si arresero col patto di aver salva la vita. Cosi narra la Chr. Urb. aggiun-
gendo: « capitaneus fuit dominus Ildribandinus ». Ma queste parole significano certo
che questo Ildebrandino fu capitano dell'esercito mandato contro Bisenzo ; altrimenti
sarebbe errata, poiché dal Fumi (Cod. Dipl., p. 240) apprendiamo che nel 1264 era ca-
pitano di popolo Giovanni Giudice.

(3) La Chr. Urb. riporta all'anno 1265 che fu podestà Isnardo di Ugolino 3n Pro-
venza, soldato del re Carlo. Essendo nel marzo andato l'esercito orvietano in servizio
dei conti di Pitigliano e Santafiora, prese Grosseto. Sopraggiunsero i Senesi con grande
quantità di soldati e sconfissero gli Orvietani facendo prigionieri il podestà Isnardo
e 26 soldati. Fu quegli liberato poco dopo per essersi fatta pace a Viterbo tra Orvie-
tani e Senesi. Questo fatto deve probabilmente attribuirsi al 1265.

(4) Vedendo che in questo anno vi sono due capitani ed il secondo è un orvie-
tano, un. Monaldeschi, si potrebbe dubitare fosse stato anch'egli fatto prigioniero dai
Senesi a Grosseto, ma ciò non fu, perchè lo troviamo ancora capitano ai 6 di aprile
(Cod. Dipl., p. 244-7).
G. PARDÌ

Podestà. Capitani.

1266. Ubaldus — Lib. Don.
1267. [Philippus de Asinellis de Bo- 1267. Paulus de Reate. — Arch.

nonia]. Notar.
1268. Girardinus Longus de Vene- 1268. Munaldus Rainerii Stephani,
tia (1). [de Monaldensibus]. — Cod.

Dip., p. 260.
Bot 1269. Iohannes Cencii Malabrance 1269. Guido Cleri de Gallutiis (2).
b Ps romanus. — Cod. Diîp., p.
uin 294-300.
1270. Henrieus de Terzago de Me-
diolano. — Ivi, p. 299-304.
1971. Iacobus Rubei. — Arch. No- 1271. Iacobus Rubei. — Arch. Not.
tar. d' Orvieto. ;
1272. Petrus Confalonierus. -- Lib. 1912. Uguccio de Fettalasina de

Don. Bononia. — Arch. di Bologna
e SavioLi, Ann. Bot. III, I,
462.

1252. Iacobus Confalonerius (3). —
Arch. Notar.

1213-4. Iohannes Columna de Ro-
ma (4).

(1) Ferveva in quel tempo in Orvieto l'eresia paterina (FUMI, I Paterini im Or-
vieto, Arhc. St. ital., s. III, t. XXII). Nel Cod. Dipl. son riportate molte sentenze del-
| Inquisitore contro questi eretici. Venivano pubblicate sulla piazza di S. Francesco,
in presenza de’ rei e del podestà d'Orvieto, che era nel 1268 Girardino Lungo da Ve-
nezia (Cod. Dipl., p. 259-87). Ma questi non cominciò a compiere il proprio ufficio in
Orvieto prima del 3 aprile. Fino a quel tempo furono vicari di lui i signori Benve-
nuto ed Umbaldo; giudici del podestà passato, Filippo degli Asinelli (CAw. Urb., p. 19).

(2) Al tempo di questo capitano Orvieto si trovò a parecchie cavalcate e batta-
glie, alle.quali egli deve aver preso parte. Anzitutto gli Orvietani cavalcarono contro
dern Bolsena e distrussero case e devastarono vigne e campi. seminati. Soldati di Viterbo;
rer Toscanella, Perugia, del Patrimonio, ecc. fecero un'incursione nel territorio del Co-
ES mune e produssero molti danni specialmente a Porano ed a Sugano. Nel mese di set-
tembre poi gli Orvietani andarono contro il castello di S. Lorenzo (presso Bolsena) e
devastarono alcune vigne (Chr. Urb., p. 20).

(3).31 22 di aprile vi fu in Orvieto una grande lotta tra guelfi e ghibellini. Cer-
tuni della famiglia dei Filippeschi uccisero tre Monaldeschi e poscia, usciti di città,
non vollero obbedire al podestà. Questi allora condanno i Filippeschi ad una gros-
sissima multa pecuniaria e fece diroccare i palazzi e la casatorre loro. Dopo di che
si allontanò da Orvieto, forse perché non stimava potervi più stare sicuro (Cw. Urv., )
p. 20).

(4) Giovanni Colonna ridusse la condanna inflitta ai Filippeschi, purché questi
obbedissero ai suoi comandi. E molti si sottomissero e pagarono la multa posta loro
per l'uccisione dei Monaldeschi (Cod. Dipl., p. 305-12).
ni

SERIE DEI SUPREMI MAGISTRATI E REGGITORI DI ORVIETO, BCC. 375

Podestà. Capitani.

1275. Iohannes Savelli romanus. —
Archivio dei Podestà d' Or-
vieto e Cod. Dipl., p. 309.

1276. Pandulfus Savelli romanus. | 1216. Iohannes Guidi Pepoli de Bo-
— MOoNALDESCHI, Comm., nonia, — MONALD., Comm.
p. 54. p. 94.

1911. Rainaldus Leonis de Roma (1).

— Cod. Dip., p. 817.
1278. Bertuldus de filiis Ursi de

Roma. — Ivi, p. 520.

1279. Petrus Stephani Raynerii de 1279-1280 agosto. [Berardinus de
Roma. — Ivi, p. 321. Marciano].

1280. Stephanus de filiis Stephani 1280 22 agosto — 1281. Nerius dni
de Roma. — Ivi, 322. Ugulini de Greca (2).

(1) Intorno a questo Rinaldo, che il Manente; anzi che attribuire ai Leoni di Roma,
riferì ai Bovi di Bologna, gabbando uno della famiglia Bovi del secolo XVIII, il quale
non dubito di erigere un ritratto con epigrafe marmorea al celebre supposto antenato
potestà orvietano, vedi lo scritto critico del Fumi nell'Archivio Storico per te Marche
e l'Umbria, a. III, fasc. IX e X, p. 192.

(2) Ranieri di Ugolino della Greca, famiglia tra le principali della città, é una
figura delle più belle ed ardite di cittadini orvietani. Guelfo dapprima, perché il sen-
timento guelfo era molto radicato in Orvieto, si fece ghibellino per fierezza di senti-
mento patrio e tentò la riscossa del partito oppresso. Nel 1280 si fece eleggere capi-
tano, ai 22 di agosto, secondo la Chr. Urb. (Ivi, p. 22. GUALTERIO, La Cronaca di Fran-
cesco di Montemarte, II, 218; FuMI, Orvieto, Note storiche e biografiche, p. 133-40). Per
soddisfare ad un bisogno sentito dal popolo e per renderselo favorevole, spianò una
piazza per accogliervelo in parlamento, gettando giù. varie case, tra cui parte della
sua medesima. E la nuova piazza chiamò piazza del popolo. Non pago, v' innalzò dal
lato di settentrione un meraviglioso palazzo destinato per dimora del ‘capitano del
popolo. E quella piazza e questo palazzo sono stati da secoli spettatori delle piü im-
portanti scene politiche, delle glorie e delle vergogne della città. Dico anche vergogne
perché, ad es., vi si scannarono due innocenti fanciulli figli del nemico Guittuccio di
Bisenzo. Ed anche in quell'anno vi fu lotta col signore di Bisenzo, Tancredi. Questi,
]'8del gennaio 1281, entrò in Bisenzo coll’ aiuto dei Viterbesi e ne cacciò il fratello
Giacomo postovi dagli Orvietani, dicendo che non intendeva restituire il castello né
al Comune d'Orvieto né a Dio stesso. Vi fu spedito subito un esercito, il quale assediò
Bisenzo e ne fece prigioniero Tancredi, che, portato nella città, venne ucciso sulla
piazza del popolo dalla moltitudine prima ancora che scendesse da cavallo.

In quell'anno, ai 18 di marzo, Martino IV fu eletto papa a Viterbo e.venne subito
ad Orvieto, dove fu consacrato il giorno 22. Egli, francese di nascita, tenne una poli-
tica tutta francese. Quivi lo raggiunse Carlo d’Angiò,re di Sicilia. La città era piena
di Francesi che la spadroneggiavano. Nato un conflitto tra seguaci del re ed Orvietani,
tutti i cittadini si levarono.in armi gridando: morte ai Francesi! Il re ed il papa
mandarono a chiamare Neri della Greca: egli si dette per malato, desiderando che i
Francesi avesser la peggio e se ne partissero scornati. In tal modo di guelfo si dichia-
rava ghibellino. L’anno dopo succedevano i vespri siciliani. I ghibellini cercavano di
far novità in varie parti della penisola. Nel 1284 Neri della Greca, fattosi eleggere ca-
pitano per la seconda o terza volta, secondando questi moti, tenta la riscossa dei ghi-
G. PARDÎ

Podestà. . Capitani.

1280. Ursus de filiis Ursi de Roma,

— Ivi, ivi.

1281. Rainaldus de Riva. — Arch.
del Pod. Invent. ad an.

1282. Nardus Gorganuccii (de co-
mitibus de Montemarano). —
Lib. Don. gennaio 22 — de-
cembre.

1283. Jaeobuecius (de sancto Mi-
niato ?) — MANNI, Sig. XI, 25.

1281? Pepo Petri. — Cod. Dip.,
p. 324.

1283. Monaldus Cerfaglie. — Ivi,
p. 328 e Riformagioni, a. 1295,
decembre 15.

1984. Goffredus de Casate de Me- 1284. Nerius de Greca. — Cod.
diolano (1). Dip., p. 326.

1284. Ermannus dni Cittadini de

Monaldensibus. — MANNI.
] Sig. XI, 15.

1285. Simon dni Ranerii Guidonis. 1285. Faffutius de Medicis. — Cod.
‘— Arch. Pod. Dip., p. 332.

1985. Ugulinus de Alviano (2).

1285. Rainaldus dni Petri Gani. —
Arch. Pod.

1985-6. Monaldus de Andrea [de
Ardiccionibus]. — Cod. Dip.,
p. 336.

1286. Bindus de Cerchis de Flo-
rentia (3).

1286. Rainaldus de Bostolis de A-
retio. — Cod. Dipl., p. 336.

bellini e Ja cacciata dei guelfi. Papa Martino IV, non sentendosi sicuro e per odio
contro il capitano del popolo, fugge a Montefiascone (MARTINI, Cw. in PERTZ, I, XXII).
Rimasto più libero di agire, Neri cerca di far elesgere un podestà ghibellino, il conte
d’Anguillara. Vi riesce. Malcontenti i guelfi, capitanati da Monaldo Monaldeschi, vo-
gliono adunare un'altra volta il consiglio per eleggere: un nuovo podestà; ne nasce
una rissa. Ma i ghibellini, partito accresciutosi da poco, erano inferiori di forze;
quindi, piuttosto che cedere le armi ‘uscirono di città e si ritirarono in Val di Chiana.
I guelfi proclamavano allora capitano, il’ 21 di ottobre, Ermanno di Cittadino Monal-
deschi, che richiamò generosamente in Orvieto i ‘guelfi e Neri della Greca.

(1) Il 7 agosto 1284, Ranieri di Ugolino, signore di Vitozzo, sottopose «a Goffredo
da Casale podestà e a Neri della Greca capitano di popolo il castello di Vitozzo con
tutto il distretto, col patto di far guerra e pace a piacimento del Comune di Orvieto,
tenerne per amici gli amici e viceversa, non toglier pedaggi agli Orvietani, difenderli
contro tutti, ecc. (Cod. Dipl., p. 329).

(2) Per il mese di gennaio, secondo la CA. Urb., furono podestà di Orvieto Si-
mone di Ranieri di Guido e Rinaldo di Petrignano. A febbraio entrò in carica Ugo-
lino di Alviano. Egli ricevette la sottomissione dei conti Aldobrandeschi, con i capi-
toli riportati a p. 332 del Cod. Dipl.

(3) Cod. :Dipl., p. 337. Bindo de' Cerchi, già stato capitano di Orvieto per un anno,
col salario di tremila lire cortonesi, rilascia quietanza, il I8 marzo 1287, di essere stato
pagato di quanto avanzava dalComune. Egli fu capitano dal marzo del 1286 al marzo

JA

x
SERIE DEI SUPREMI MAGISTRATI E REGGITORI DI ORVIETO, ECC. 3Ti

Podestà. Capitani.

1987. Bertoldus Ursinus de Roma. 1287. Bertoldus (Ursinus de Roma).
— Lib. Don..c. 16. — Arch. Pod. Atti ad an.

1287. Simon dni Ranieri Guidonis.

— Fumi, Stat. Chianc, p. 94.

1988-9. Gentilis (Ursinus de Roma). 1288-9. Gentilis (Ursinus de Roma).

— Cod. Dip., p. 391. — Arch. Pod. Atti ad an.
1989 luglio — 1290 [Rolladinus de . 1289 luglio — 1290. [Rollandinus
Lucea]. de Lucca].

1991. Atenulfus de Mattia (de Gai- 1291. [Atenulfus de Mattia].
tanis) de Anania. — Lib. Don. 1
1999. Florius dni Corradi de Ca- 1299. [Florius dni Corradi].
steleto de Mediolano — Arch.
com. d'Orvieto, Catasto ad
an T5 (D:
1293. Pinus de Vernaccis de Cre- 1293. Pinus de Vernaccis de Cre-

mona (2). mona. — Cod. Dipl., p. 340.
1294. Celle de Bustolitis de Spo- 1994. Orlandus de Veglio [de Luca].
i leto (3). — Cod. Dipi., p. 940.
1995. Gerardus de Gallutiis de Bo- 1295. Ubaldus de Interminellis de
nonia (4). Luca (5).

del 1287, In quel tempo furono fatte le paci tra le famiglie nemiche ; ma duraron poco.

e si riéominciò una briga, continuata per 20 giorni, in cui successero rubamenti, ab-
bruciamenti e distruzioni di. case. I ghibellini sconfissero i guelfi. Perciò il capitano
Bindo, per timore dei ghibellini, dovette fuggire dal palazzo del popolo. Ma giunsero
ambasciatori perugini e fiorentini, che ristabilirono la concordia tra le due parti
(Chr. Urb., p. 22. Questa briga è ricordata anche nelle Rif.).

(1) Secondo la CA. Urb. nell’anno 1291, fino al principio dell’aprile 1292, sarebbe
stato podestà e capitano d’ Orvieto papa Niccolò IV e per il pontefice avrebbe eserci-
tato i due uffici, Florio di Milano. Sotto lui, al principio del 1292, fu compiuto il più
antico catasto orvietano, del quale ci proponiamo di parlare a lungo in un’altra me-
moria.

(2) A questo podestà Orsello Orsini promette, anche a nome della: moglie Mar-
gherita, di mantenere sempre incorrotta la fedeltà, di tenere le proprie terre da parte
del Comune d'Orvieto, di fare quanto é contenuto nei trattati fatti con questo intorno
al Contado aldobrandesco, ecc. (Cod. Dipl., p. 340).

(3) Celle, o Cello, da Spoleto ed il capitano Orlandino del Veglio concordano i
patti seguenti con Giacomo di Stefano di Mancino, sindaco e procuratore degli uo-
mini di Bolsena: 1.9 che il podestà di Bolsena sia eletto tra gli Orvietani; 2.9 che quei
di Bolsena non sien tenuti a pagare ad Orvieto lira o colletta, se non quando siano
imvoste anche ai cittadini orvietani ; 3.0 che Orvieto difenderà e proteggerà quei di
Bolsena; 4.0:che questi possano portar grascie sul territorio orvietano senza pagar
pedaggi; 5.9 che le cause civili e criminali tra Bolsenesi e forestieri sien definite dal
podestà d'Orvieto, ecc. (Cod. Dipl., p. 342).

(4) Questó podestà, assieme al capitano, fa una recognizione dei diritti del Co-
mune sulla terra Guiniccesca, appartenente al conte Orsello Orsini (Cod. Dipl., p. 346).

(5) Ubaldino degli Interminelli é ricordato nella c. 2a del. vol. I delle Rif. Uscì
di carica il 31 decembre, Due giorni innanzi il consiglio delle Riformagioni delibera
G. PARDÌÎ

Podestà. Capitani.

1296. Simon Engelfredi de Padua. 1296. [Ubaldus de Interminellis].
— Rif., a. 1995, c. 47-9.

1296. Petrus de Pagano. — Cod. 1296 luglio — decembre. [Ioannis
Dipl., p. 341. Bonis de Urbe] (1).

1996. [Blando de Anania].
Prima del 1297. Landone de Colle-
medio (?) — Rif. n. II, c. 3.
1297 gennaio — luglio: Barto de 1297. Ioannes Arzonius de Roma.

Frescubaldis de Florentia. — — Rif. ad an. c. 16.
Iuf. nm -IP:c.-20; hr -Urb:;
p. 26.
1297. Petrus de Grumelis de Ber- 1297 maggio 28 — 1298 maggio.
gamo. — Rif. n. III, c. 133. Iulianus de Gaitanis de Bri-
xia (2).

1298. Baro de Mangiadoribus de
Sancto Miniato (3).
1298. Ugulinus Novellus de Russis 1298 giugno — decembre. Iohan-
de Parma (4). nes de Interminellis de Luca.
— Cod. Dipl., p. 310.
1299. Cursus de Donatis de Flo- 1299. Frescus de Frescobaldis. de

rentia. — Lib. Don. Florentia. — Lib. Don.
1300. Bertoldus de Sancto Minia- 1300 gennaio — maggio. Lamber-
to (5). tus de Pacibus de Bononia.

« quod dnus Gese iudex cabelle » ponga a sindacato, a cominciare dal 10 gennaio, il
capitano Ubaldo con tutti.i suoi famigliari (Rif. n. I, adunanza del 20 decembre 1295).

: (1) Sarebbe stato eletto. capitano papa Bonifacio VIII: per lui resse la capitania,
secondo la Chr. Urb., questo Iohannes Bonis. Non è improbabile, perché, aggiunge
la cronaca, il papa concesse tre privilegi al Comune di Orvieto, dando di nuovo ad
esso il possesso delle terre di Val di Lago e di Acquapendente. E questo realmente
successe, come si può vedere dal Cod. Dipl. all'anno 1296.

(2) Il 28 di marzo, nel consiglio delle Riformagioni, fu proposto « quod capita-
neus futurus populi Urbisveteris sit et esse debeat sanctissimus pater dnus noster
Bonifatius papa octavus, vel ille cui commiserit dnus papa, a die XXVIII mensis maii
proxime venturi usque ad diem XXVIII novembris proxime subsequentis; et ipsum
nominaverunt et elegerunt in capitaneum populi predicti pro predicto tempore cum
salario mille quingentarum librarum ». Bonifacio VIII vi mandò Giuliano dei Gaetani,
che fu riconfermato e durò un secondo semestre (Vedi Rif. n. II, c. 15 t. e segg.).

(3) Prende possesso delle terre di Val di Lago concesse di nuovo al Comune da
Bonifacio VIII (Cod. Dipl., p. 364).

(4) Si sottomisero al suo tempo i signori di Baschi. Il 20 decembre egli delega
Ventura di Bonavita, notaro orvietano, a riceverne la sottomissione (Cod. Dipl., p. 372).

(5) Bertoldo di S. Miniato fu, secondo la C. Urb., a reggere la podesteria d' Or-
vieto per Bonifacio VIII, che era stato eletto podestà.
SERIE DEI SUPREMI MAGISTRATI E REGGITORI DI ORVIETO, ECC.

Potestà. Capitani.

1300 giugno — novembre. Ranal-
dus de Montorio de Narnia(1).
1300. Iohannes Vocelli Vite de Ana- . 1300 decembre — 1301 giugno. E-

nia (2). gidius de Arcionibus de Ro-
ma (3).
1301. Gentilis dni Bertuldi de filiis 1301 giugno (4) — 1302 maggio.
Ursi de Roma. — Arch. Pod. Mannus dni Corradi de la
Rif. ad an. c. 145. Brancha de Eugubio (5).

1801. Gentilis de Pasanellis de Rea-
te. — Cod. Dipl., p. 381.
1801. Bonifacius VIII. — Rif. ad

an. c. 118.
1309. Petrus Iacobi de Firmo. — 1302 giugno — novembre. Lapus
THEINER, Cod. Dipl., I, 366. ‘ Conforti de Pistorio.

1302. decembre — 1303 maggio.
Piccardus de Spoleto.

1303. Binus dni Petri [de Gabrieli- 1308 giugno — novembre. Mala- '

bus| de Eugubio. — Rif. ad testas dni Manentis de Spo-
an. c. 95 ; Cod. Dipl., p. 401. leto.

(1) Entrò in carica il 13 di giugno. Nelle Riformagioni dell’ anno 1300;..c. 93, è
riportato il giuramento di lui: « Nobilis miles dnus Raynaldus de Montorio ante quam
de equo descenderet, veniens ad civitatem Urbisveteris ad capitanie offitium exercen-
dum ab hodie in antea usque ad kalendas decembris proxime venturas, delato, con-
putato et narrato sibi sacramento per me Restaurum notarum dnorum Septem, iura-
vit corporaliter ad sancta evangelia, tacto libro, omni fraude, dolo et aliquo extrin-
seco intellectu remotis, offitium capitanie civitatis et populi Urbisveteris facere et
exercere personaliter et non per subsütutum usque ad dictum tempus secundum for-
mam carte populi, et ipsam cartam populi in qualibet parte sui prout iacet observare
et attendere et non contravenire et non permittere quod per aliquem contra fiat, et
ubi carta populi non loquitur secundum formam statuti comunis Urbisveteris, ubi
predicta statuta non locuntur, secundum ius comune et secundum formam ordina-
menti populi ». i

(2) Al tempo di Giovanni Vocelli e di Egidio Arcioni fu fatta la pace con Todi,
per opera di Bonifacio VIII.

(3) Entrò in carica il 10 decembre 1300 (Rif. ad an. c. 135). Doveva durare in uf-
ficio fino al 1o di giugno: « Dnus Gilius Arcionus de Urbe, ante quam de equo descen-
deret, veniens ad civitatem Urbisveteris a (sic) capitanie offitium exercendnm ab hodie
in antea usque ad kalendas Iunii proxime venturas ». Cessò di essere capitano il 28
giugno (Rif. ad an. c. 161). .

(4) Rif. n: IV, c. 51.

(5) Fu vicario di Bonifacio VIII eletto capitano (Rif. ad an. c. 180). Venne ricon-
fermato, poiché durò in carica più di sei mesi.
380 G. PARDI

Podestà. Capitani,

1303. Fortebrachius de Guinizellis 1303 decembre-1304 novembre. Pa-

de Pistorio (1). ulus deStabilibus de Reate (2).
1304. Ugulinus de Rubeis (3). — 1304 decembre — 1305. Ugulinus
Rif. ad. an. €. 165. de Tornaquincis (4).

1304. Ugulinus de Tornaquincis. —
Cod. Dipl., p. 408.

1305. Baro de Sancto Miniato (5).

1306. [Bisazzonus de Pignano de

Marcha].
1306. [Dnus Zeffus de Albertis de
Florentia].
1306. Karolus [de Ursino]. — Arch. 1306 Lippus dni Baronis (6).
Pod.
1306 agosto — novembre. Johan-
nes de Asisio (7).
1306 decembre —. 1307 maggio.
Brunamonte de Eugubio (8).
1907. Bisaccius de Appignano. — 1307 giugno — novembre. Bernar-
Arch. Pod. dus Cattaneus de Fano. —

(1) Bonifacio VITI fu eletto un'altra'volta podestà da luglio a decembre del 1303
(Rif. ad an. c. 24). Egli mandò in sua vece questo Fortebraccio dei Guinicelli di Pistoia,
confidando (com' egli dice in una lettera agli Orvietani) nella legalità e nell'avvedu-
tezza di hui, « et sperantes quod ea que sibi committimus studeat laudabiliter exer-
cere » (Cod. .Dipl., p. 387).

(2) Entro in carica ai 4 di decembre del 1304 (Rif. ad «n. c. 90). Fu riconfermato:
infatti restò capitano un anno intero. Lasciò l'ufficio il 28 novembre (Rif. ad az. c. 208).

(3) Era morto Bonifacio VIII e gli era succeduto Benedetto XI. Secondo la Car.
Urb. sarebbe stato eletto questo papa podestà d? Orvieto da gennaio a luglio ed in suo
nome avrebbe esercitata la podesteria Ugolino dei Rossi. Al suo tempo cominciò la
guerra con Nello della Pietra per cagione del Contado aldobrandesco, finita con la
sottomissione di Nello.

(4) Venne ad Orvieto il 1o decembre (Rif. ad an. c. 211).

(5) Al suo tempo si sottomisero i signori di Castellonchio (Cod. Dipl., p. 403), e
fu preso Monte Vitozzo, in cui si era racchiuso Fazio da Scettiano. Fatto prigioniero
con alquanti compagni, fu por tato ad Orvieto e decapitato per ordine del podestà.

(6) In un atto del 25 giugno 1306 si legge quanto appresso:

« Item [nos septem consules de septem artibus] stantiamus et ordinamus quod
quilibet potestas et capitaneus, per octo dies ante finem sui offitii, teneatur et debeat,
videlicet potestas in generali consilio populi, consignare omnes libros actor um, sen-
tentiarum et scripturarum sui offitii; qui sigillentur in sacco et portentur ad sanctum
Ioannem [la chiesa di S. Giovanni ove si teneva l'archivio], et. postea consignentur
cuilibet successori predictorum, ne propterea dicti dni obmittant quin omnia faciant
quilibet eorum et sue curie et offitiales eorum, que fuerint circa eorum offitium in
omnibus facienda » (Rif. n. VIII, c. 5).

(7) :EdE, n. VI 6..5
(D) T yis OST:
SERIE DEI SUPREMI MAGISTRATI E REGGITORI DI ORVIETO, ECC.

Potestà» Capitani.

1307. Angelus de Reate. — Arch. “Arch. d'Orv. Perg. dell'8
Pod. settembre 1307.

1807. [Aecorimbonus de Tolentino]. 1307 decembre — 1208. maggio.

Thomas de Racanato.

1308. Bartholomeus de Uffagna. — 1308. giugno — novembre. Vagi-
Arch. di Montepulciano, Cap. noctius de Asisio.
144.

1308. Bradonus [de Saxoferrato]. 1308 decembre — 1309 novembre.

Tebaldus de Montelupone (1).
— Arch. d'Orv. Perg. del 16
settembre 1309.

1309. Guido [dni Berardi] de Asi- 1309 decembre — 13, 10 maggio.

sio (2). Johannes de Sabellis de Ro-
1309. Brandalisius (4). ma (3).
1809-10. Iohannes de Sabellis de 1310 giugno — novembre. Jaco-
Roma. bus de Rubeis de Florentia.
1310. Philippus de Marchionibus de 1310 decembre — 1311 maggio.
Massa. Gottofredus dni Rossi de la
'Tosa.

1310. Gualterius Primerani de Ar-
dinghellis. — Arch. d'Orv.
i Perg. del 9 agosto e del 10
settembre 1310.
Fillippus Rossi de Gabrieli- | 1811 giugno — 1312 maggio. Pel-
bus de Eugubio. legrinus de Civitate Castelli.
1911. Pellegrinus de Civitate Ca-
stelli. — Arch. Pod.
1311. Petrus dni Corradi de la Bran-
cha. — Arch. d'Orv, Perg.
del 10 agosto 1311.

1311

(1) Riconfermato.

(2) AI tempo di questo podestà, Pietro signore di Vico e prefetto del Patrimonio,

fece una cavalcata contro il Contado aldobrandesco, portando via pecore; bovi, bufali

ed altri animali. Fece poscia prigionieri gli ambasciatori orvietani che andavano a

Roma. Udita la qual cosa, il Comune di Roma ordinò al prefetto del Patrimonio di con-

durre con sè a Roma questi ambasciatori. Orvieto aveva frattanto preparato un eser-

cito numeroso per muovere contro Pietro di Vico. Ma il capitano del Patrimonio pro-

mise, a nome del Prefetto, di fare emenda delle ingiurie fatte al Comune di Orvieto è

f di restituire gli animali predati. Infatti Pietro di Vico, avendo timore a venire ad Or-
vieto, si recò presso Bolsena e quivi fece una completa restituzione.

(3; Vicario del Savelli, non essendo questi potuto venire, fu Iacobus de Pierleo-

nibus de Urbe.
(4) Questo podestà è chiamato, nella Chr. Urb., Blandalisius de Affuma,
G. PARDI

Podestà. Capitani.

1312. Rainerius dni Sai de Gabrie- 1312 giugno — novembre. Piglia-
libus de Eugubio. — Arch. terra de Montelupone.
d'Orv. Perg. del 10 agosto

1312.

1312-89. Maeteus dni Bonifatii de Ci- 1312 decembre — 1313 maggio.
vitella. — Arch. d'Orv. Perg. Rossellus q. Rossi de Civitate
del 18 febbraio 1313. Castelli.

1313. Rossellinus de Rossellis de Ci- 1313 giugno — agosto. Catullus

vitate Castelli. de Monteecolo (1).
1313. Thomas Potestas. — Arch. 1313 agosto — febbraio 1314 (?)
d'Orv. Perg. dell’ 11 agosto Ugulinus de Alviano (2).
1313.
1313. Petrus Rainuccii Peponis co-
mitis (de Farneto) rector et de-
fensor. — (Doc. del 30 agosto
1313 in MONALDESCHI, Comm.
c.- 15.
1314. [Ugulinus Lupicini et Man- 1314 gennaio — febbraio. [Ugolinus
nus dni Corradi]. Lupicini et Mannus dni Cor-
radi].
1314, Catenaccius de Anania (3), 1314 marzo — agosto (?) Catenac-
cius de Anania,

(1) Il 16 di agosto si ingaggiò in Orvieto una fiera battaglia tra i Monaldeschi,
capi della parte guelfa, ed i Filippeschi, capi della ghibellina. Questi ultimi caccia-
rono via dal palazzo del popolo il capitano. Il giorno dopo, rinnovatasi la zuffa, i ghi-
bellini furono vinti e fuggirono dalla città. Dev’ essere certamente accaduto che, per
cagione di quei sanguinosi avvenimenti, Catullo di Monteccolo abbandonasse Orvieto.
Difatti il giorno 29 dello stesso mese troviamo già un nuovo capitano, Ugolino di Al-
viano (Cfr. G. PARDI, Il Governo dei signori Cinque in Orvieto. Ivi, Tosini, 1894, p. 10-4).
Si noti poi che agli 11 di agosto Carlo o Catullo di Monteccolo era sempre capitano
di popolo (Arch. d'Orv. Perg. dell’ 11 agosto 1313).

(2) Non si sa. precisamente in qual mese cessasse dalla capitania Ugolino di
Alviano. Forse ciò avvenne anche prima del febbraio 1314; poiché successe in quel
tempo un restringimento della costituzione, essendo stato incaricato il podestà di com-
piere anche le funzioni di capitano (G. PARDI, op. cit., p. 11). Anzi secondo la C7.
Urb. egli sarebbe partito da Orvieto alla fine del decembre 1313, poiché al principio del
seguente anno sarebbero stati eletti a reggere là podesteria (ed anche quindi l'ufficio
di capitano riunitovi in quel tempo) Ugolino di Lupicino e Manno di Corrado Monal-
deschi.

(3) Dal podestà di quest’ anno e dei seguenti si scorge facilmente come vi fosse

‘ stato in Orvieto, (poiché vediamo riuniti costantemente gli uffici di podestà e capitano)
un restringimento della libera costituzione, fatto per esiliare i ribelli ghibellini, per
abbatterne le case e le torri, per confiscarne i beni, per compiere insomma 1° esterminio
del partito ghibellino effettuato ormai con la forza delle armi (G. PARDI, op. cit., p. 11).

Catenaccio di Anania era vicario di Benedetto Gaetani, come si ricava da un docu-
SERIE DEI SUPREMI MAGISTRATI E REGGITORI DI ORVIETO, ECC. 388

Podestà, Capitani.

1314. Pagnonus de Cimis de Cin- 1314 settembre (?) — ottobre. Pa-
gulo. — Rif. n. XIII bis, c. 5. gnonus de Cimis de Cingulo.

— Rif. n. XII bis., c. 5.
1314. Cante de Gabrielibus de Eu- 1314 novembre — 1315 aprile. Can-

gubio (1). te de Gabrielibus de Eu-
gubio.
1315. Nallus de Guelfonibus de Eu- 1315 maggio e ottobre — Nallus
gubio. — Rif. ad an. maggio de Guelfonibus de Eugubio.
— ottobre. :
1315-6. Philippus de Massa de Eu- 1315 novembre — decembre. Phi-
gubio (3). lippus de Massa de Eugubio.
1316 gennaio e marzo — Rayne-
rius dni Zaecarie de Urbeve-
teri (3). È

1316 aprile — 1317 marzo. Pon-
cellus de filiis Ursi de Urbe.
1317. Meliardus q. dni Philippi de 1317 aprile — settembre. Namo-

Esculo. — Arch. d'Orv. Perg. ratus q. dni Philippi de E-
del 24 novembre 1311, Cod. seculo. — Arch. d'Orv. Perg.
Dip., p. 441, Rif. ad. an. del 24 novembre 1317, Cod.

Dip., p. 441.
1317. Raynerius dni Rudolphide Pe- 1317. ottobre — 1318 marzo. Ray-
rusio. — Cod. Dipl., p. 443, nerius dni Rudolphi de Pe-
Rif. n. XVI, e. 88. rusio.

mento riportato a p. 28 dell op. cit.: « Convocato et coadunato consilio dnorum
Quinque ad statum pacificum Civitatis et Comunis Urbisveteris prepositi et aliorum
vigintiquatuor sapientum virorum ad eorum consilium vocatoruni, de voluntate et
mandato nobilis viri dni Catenaccii de Anania. potestatis et capitanei dicte. Civitatis
per magnificum virum dnum Benedictum Gaytanum comitem dei gratia palatinum ».

(1) Arch. d' Orv. Perg. del 26 gennaio 1315, Cod. Dipl., p. 422, e Rif. ad an. Cante
dei Gabrielli essendo nel 1302 podestà di Firenze, aveva, ai 27 di gennaio, condannato
Dante. per la. prima volta all’ esilio.

(2) Cod. Dipl., p. 431, PARDI, Op. cit., p. 30. Al tempo di Filippo della Massa gli
Orvietani mandarono un esercito in soccorso dei guelfi di Montefiascone, ed ebbero
una tremenda sconfitta da quei di Viterbo e di Corneto, dal prefetto del Patrimonio, dai
conte d' Anguillara e di Santafiora, dai nobili di Baschi e di Bisenzo e dai ghibellini
esuli da Orvieto. Per la qual cosa in Orvieto il popolo chiese gli antichi ordinamenti,
abbatté il governo dei Cinque, e disgiunse un'altra volta l'ufficio del capitano da
quello del podestà.

(3) Il primo capitano che troviamo, dopo la disgiunzione dell’ ufficio di podestà
e capitano, è un Orvietano, Ranieri di Zaccaria. Questi ha affidato il suo nome alla
storia per aver condannato Dante per la terza volta all'esilio, essendo podestà di Fi-
renze nel 1315. ‘Nell’ arch. di Firenze si conservano gli atti di questo podestà),
Potestà. Capitani.
1318. Petrus Foresis de Pistorio (1), 1318 aprile. —. ottobre. Prizzi-
valle de Baglionibus de Pe-
rusio.

1918 novembre — 1319 aprile. Bo-
nifatius dni Offreduccii de
Giaconibus de Perusio.

1319. Raynaldus dni Santi de Pe- 1319 maggio — ottobre. Fumus
rusio. — Arch. d' Orv. Perg. de Bustolis de Aretio.
del 13 maggio 1319.

1319. Nicola de Aquila. — Arch. 1319 novembre — 1320. aprile.
d'Orv. Perg. del 13 agosto Thomas de Bevagna.

Rif.1319; n. XIX, 6..4b.
1320. Bernardus de la Cervia de
Perusio. :—. Arch. ‘Pod. Atti

ad an.
1320. [Iacobus de Tarano] (2). 1320 maggio — luglio. Octavia-
nus de la Brancha de Eugu-
bio (3).
1320. [Bernardus de Cogno vicarius 1320 agosto — 1321 gennaio. Cor-
regis Ruberti] (4). radus dni Petri dela Brancha
de Eugubio.
1321, Ranuccius de Senis [o de Ser- 1321 febbraio — 1322 aprile. Pon-
ra ?]. — Arch. Pod. Rif, . celus Ursinus (5).

n. XXII, 1. 25, c. 12.

(1) In quest'anno era stato nominato podestà il re Roberto di Napoli (Rif.
n. XVI, c. 83 Ch. Urb., p. 34). Per lui resse la podesteria Pietro Forese di Pistoia
(Rif. ad an. l. VII, c. 35).

(2) Per i mesi di gennaio e febbraio esercitò un giudice l'ufficio di podestà (Rif.
n. XIX, c. 68 t. 69). Può esser forse questo, Iacobus de Tarano ricordato nella Cw.
Urb. Ma il 2. di marzo fu presa la decisione che fosse nominato podestà « quis de mi-
litibus electis et nominatis in licteris dni Regis Roberti ». Appare quindi da questo
passo delle Riformagioni (n. XIX, c. 40 t.) che il re Roberto di Napoli doveva essere
stato nominato podestà e che egli aveva designato tre persone per esercitare tale officio.

(3) Morì durante la capitania, come si apprende dalla c. 68 r. del n. XIX delle Rif.

(4) L'eletto dev'essere stato appunto. Bernardo di Cogno. Lo troviamo infatti ri-
cordato come podestà, d’Orvieto a c. 84, sebbene egli non avesse ancora, agli 8 di aprile,
cominciato ad esercitar la sua carica, essendo occupato in molti negozi nella terra di
Gualdo.

(5) Poncello Orsini, come si è visto, era molto. simpatico al popolo orvietano,
perché dopo essere stato nel 1316 capitano di guerra, fu poscia per più anni capitano
di popolo e venne anche richiamato nel 1320. Disgraziatamente i benefici fatti da lui
agli Orvietani e la riconoscenza acquistata da parte di questi furono dovuti porre in
dimenticanza per le malvagie opere di Matteo, figlio di Poncello, che s? insignori della
città e la resse tirannicamente. Quantunque Poncello non compisse l'anno della ca-
pitania, tuttavia gli fu pagato il salario per intero (Rif. n. XXIII, c. 129 t.).
SERIE DEI SUPREMI MAGISTRATI E REGGITORI DI ORVIETO, ECC. 389

Podestà, : Capitani,

1322, Pandulfus Comes de Anguil- 1322 maggio — luglio, Bonuccius

lara. — Rif. n, XX, 1. 2.? c. 51, dui Petri de Monaldensibus
n. XXI, c. 24. et Ugulinus dni Pharolphi de

Montemarte urbevetani (1).
1322. Ugulinus de Alviano. — Rif. 1322 agosto — 1323 gennaio. To-

RO BE 0754s dinus de Aquila.

Prima del 1323. Eetolus dni Gani 1323 febbraio — luglio. Corradus
de Actavianis de Pistorio (2). de Trincis de Fulgineo.
1322-3. Iohannes de Massa. — Rif. 1328 agosto — 1394 gennaio. Oddo

n. XXII; e. (9:t. de Oddis di Perusio.

1323. Nichola Protacti de Aquila (3).
1323 decembre — 1324 gennaio 1
— Deus dni Rainaldi de Se-
nis (4).
1324. Oddo de Oddis de Perusio. — . 1324 febbraio — luglio. Ugulinus
Rif XXILD-L 29,:0,)9L dni Guelfi de’ Guelfutiis de
Civitate Castelli.
1324. Franciscus Berardi de Esculo. 1324 agosto — 1325 febbraio. Gual-
— Rif. n. XXIII, c. 138. tieroctus dni Nalli de Mar-
chionibus de Monticulo.

(1) Essendo stato costretto a partire improvvisamente il 2 di maggio, rimasta
così la città senza capitano, furono scelti a farne le veci i due Orvietani Bonuccio di
Pietro. Monaldeschi e Ugolino di Farolfo di Montemarte (Rif. n. XXI, c. 53 r.). Dura-
rono in earica fino alle calende di agosto, benché fossero stati incaricati di compiere
l'ufficio di podestà soltanto sino al principio di luglio.

La saggezza del consiglio delle Riformagioni si riconosce da una tale elezione.
Le due famiglie dei Monaldeschi e dei Montemarte, dopo la decadenza dei Filippeschi,
erano rimasti le principali della città e si trovavano quindi in lotta tra loro per la
supremazia. Difatti nel 12330 Bicello dei Baglioni, capitano di popolo, per pacificare
le due famiglie, univà in matrimonio Giovanni di Cecco di Farolfo di Montemarte con
Francesca di Giovanni di Ugolino Monaldeschi. A ricordo dell’ avvenimento venivano
fatte dipingere storie allusive nel palazzo del popolo (Rif. 1300, giugno 5). Pertanto il
consiglio delle Riformagioni, chiamando a reggere una della supreme cariche della
repubblica due nemici, che si sarebbero impediti l'un l’altro ogni abuso di potere,
trovò il mezzo giusto perché nessuno dei due profittasse dell’ ufficio confidatogli per
ingrandirsi di troppo e signoreggiare la città.

(2) A c. 5 t. del n. XXII delle Rif. troviamo un’ ambasceria del Comune di Fi-
renze a quello di Orvieto per pregarlo a cassare « omnes et singulas condempnatio-
nes et sententias condempnationis latas et datas contra nobilem virum dnum Ectho-
]um dni Gani de Actavianis de Pistorio olim potestatem civitatis Urbisveteris ».

(3) I famigliari del podestà. Niccola da Aquila uccissero Andrea di Gialachino
Monaldeschi. Perciò il 15 decembre si stabilisce che un giudice con due notari ed otto
berrovieri eserciti l'uffieio di podestà fino al primo del gennaio 1324 ed abbia facoltà
di condannare tutte le persone che avessero preso parte al malefizio ricordato (Rif.
DE XXII, 1. 20.6.71).

(4) Il giudice eletto: a fare da podestà fu Deo di Rinaldo da Siena (Ivi, c. 73).

26
G. PARDI

Podestà. Capitani,

1325. Rainerius de Buondelmonti- 1325 marzo — agosto. Bartolomeus

bus de Florentia. — Rif. de Maezeptis de Burgo Saneti
mero XXIII, l. 29, c. (1 t. Sepuleri.

1325. Iacobus de Gabrielibus de 1325 settembre — 1396 febbraio.
Eugubio (1). . Rudulfus dni Iohannis de Va-

rano de Camerino.
1395. Mutius dni Cantis de Gabrie-
libus de Eugubio.

1326. Chistophanus de Gualfredibus 1326 marzo — agosto. Iohannes
de Cortona. — Arch. d'Orv. de Doris de Morontis de San-
Perg. dell' 8 maggio 1326 (2). eto Geminiano.
1326, Tribaldus de Baronis. — Arch. . 1326 settembre — 1327 febbraio.
Pod. è. Iohannes dni Francisci de Tre-
1326. Iohannes dni Francisci de - viso.
Trevio. — Rif. n. XXVI, c. 2.
1321. Aloysius de Actis de Sasso- | 1327 marzo — agosto. Rogierius
ferrato comite de Valiano. — Contis de Morontis de Sancto
Cod. Dipl., p. 461. Geminiano.
: 321-1328 gennaio 13. Iohannesdni 1327 settembre — 1398 febbraio.
EN Aceti de Bectonio. — Arch. Blaxius de Tornaquincis de
d’Orv. Perg. del 12 agosto Florentia. — Arch. d'Orv.
1321 e..del. 9 gennaio 1328, Perg. del 2 gennaio 1328.

Cod. Dipl., p. 471, Rif. n.
MOVE: TS 19 01;

1328. Testa de Tornaquincis de Flo- 1328 marzo — agosto. Franciscus
rentia. — ‘Rif. n. XXVIII, dni Bernardi de Esculo. —
15719796. 510; Arch. d'Orv. Perg. del 10
i gennaio 1328.

1328. Raynerius dni Gualfredutii de 1328 settembre — 1329 febbraio.
Perusio. — Rif. n. XXVIII, Albertinus dni Pauli de Ful-
12200) .- gineo.

(1) Giacomo di Cante dei Gabrielli venne in Orvieto e prestò giuramento il 18 di
luglio (Rif. n. XXIV, I. 20, c. 65 t.). Non avendo potuto terminare il proprio ufficio,
lasciò in Orvieto come podestà, per ultimare il tempo della sua carica, il fratello Muzio.

(2) Nel consiglio delle Riformagioni del 20 aprile (Rif. n. XXV, 1. 20, c. 41 t.) il
capitano propone di concedere al podestà Cristofano da Cortona una licenza di 12
giorni per recarsi a Montepulciano « cum filii dni Guillelmi da Montepulitiano nuper
intendant ad honorem militie ».

(3) Ranieri de’ Baglioni uscì di carica il 14 di gennaio (Rif. n. XXIX; c.) A1 19
di febbraio non era ancora stato eletto il nuovo podestà. Perciò si delibera di affidare
al capitano del popolo, Albertino di Foligno, la nomina di due giudici, che reggano la
podesteria fino all’ arrivo del podestà nuovo (Rif. n. XXIX, c. 22 t.). Non essendo an-
cora, giunto ai 10 di marzo (ivi, c. 57), si ordina al capitano di eseguire le sentenze del
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SERIE DEI SUPREMI MAGISTRATI E REGGITORI DI ORVIETO, ECC. 381

Podestà Capitani.

1399. Corradus dni Petri dela Bran- 1329 marzo — agosto. Pontius de

ca de Eugubio (1). Saracenis de Senis.

1329-30. Petrus deSaneto Germano. 1329 settembre — 1330 febbraio.
— Cod. Dipl., p. 453. Lellus dni Guilelmi de As-

sisio.

1330. Bicellus q. Gualfreduccii de 1330 marzo — giugno. Bicellus

Baglionibus de Perusio. — q. Gualfreduecii de Baglioni-
Cod. Dipl., p. 473 (2). bus de Perusio.

1330-1. Baglione dni Novelli de Ba- 1330 luglio — agosto. Baglione
glionibus de Perusio (?). dni Novelli de Baglionibus de

i Perusio.

1330 settembre — 1331 febbraio.
| Pannocchia de Volterris.
1331. Iohannes dni Aceti de Becto- 1331 marzo — settembre. Nicco-

nio. — Rif. n. XXXIII, c. 11. laus de Bollandis de Cingulo.

1331 ottobre — 1332 aprile. Pe-

trus de Saracenis de Senis (3).

1339. Ricciardus dni Padulis deEscu- 1332 maggio — 1333 aprile. Pau-
lo. -- Rif. n. XX XII, c.24, t. (4). lus de Calbulo.

podestà passato. Ai 27 di marzo é nominato quello nuovo, Corrado della Branca, seb-
bene egli in quel giorno non fosse ancora venuto ad Orvieto (ivi, c. 62).

(1) Corrado della Branca dev’ essere stato podestà d’ Orvieto dall’ aprile all’ otto-
bre del 1329, Pietro di S. Germano dall'ottobre del 1329 alla fine del marzo 1330. Nel-
l'aprile, come apprendiamo dal Cod. Dip., entrò: in carica Bicello dei Baglioni. Stette
per lui nel palazzo del Comune, ad esercitare l' ufficio dei malefizi, Giovanni giudice
da Perugia, fino alle calende di luglio.

(2) Perugia, amica di Orvieto in quel tempo, aveva interesse che in questa città
regnasse la pace. Essendovi pertanto sorte delle gravi discordie nel 1330, i priori pe-
rugini mandarono ambasciatori per sedarle e vi riuscirono (Cod. Dipl., p. 452). In
questo modo poterono profittare dell’ amicizia degli Orvietani, uniti con i quali vinsero
Spoleto e domarono Città di Castello. Per rassodare meglio la pace fecero in modo
che gli Orvietani eleggessero capitano di popolo il perugino Bicello Baglioni, che po-
scia fü anche nominato podestà. La inimicizia maggiore era in Orvieto tra i conti di
Montemarte ed i Monaldeschi. Bicello il 5 giugno, in piazza del popolo li fece rappa-
cificare, come ripose in concordia anche altre famiglie orvietane, che nutrivano odio
l'una contro l' altra. Per meglio cementare la pace tra i Monaldeschi ed il Monte-
marte uni in matrimonio un giovane di questa casa con una giovane della casa ne-
mica. Per questi fatti il 24 di giugno fu creato cavaliere, cingendogli la spada Ugolino di
Lupicino come rappresentante del Comune, dal quale gli furono donati 1200 fiorini d'oro.

(3) Pietro dei Saraceni venne nominato capitano generale della guerra (Rif. ad
ani. Fu mandato anche come ambasciatore al capitano del Patrimonio, à chiedergli
che si interponesse presso il Comune di Todi, affinché inducesse i signori di Baschi
a non molestare più la terra di Lugnano. Poco dopo infatti Coluccio signore di Baschi
prometteva di non invadere quella terra e di non offenderne alcun abitante, collegio
od università (Cod. Dipl., p. 475).

(4). Prestò giuramento di esercitare bene e legalmente la podesteria l'ultimo di
gennaio del 1332. L'ultimo di luglio fu riconfermato, come si capisce dall’ elezione di
G. PARDÎ

Podestà. Capitani.

1333. Iohannes de Montecalvo de 1333 maggio — ottobre. Cantuc-
Esculo (1). cius dni Bini de Gabrielibus

de Eugubio.

1333. Franciscus dni Parisciani de 1333 novembre — 1334 aprile.
Esculo (2). |» Antonius de Gallutiis de Bo-
nonia (3). — Arch. d'Orv.
Perg. del 17 e 23 marzo 1334.

1334 maggio (?)—Iacobus dni Gui-
di de Bardis de Florentia (5).

1334. Karolus de Monteapone de
Massa (4).

un giudice e di un notaro per sindacare gli ufficiali di lui, poiché, se anche ij podestà
veniva riconfermato, doveva tuttavia provvedersi di nuovi ufficiali (Rif. n. XXXIII, c. 202).

(1) H giorno 7 di gennaio (Rif. n. XXXIV, c. 10) maestro Ugolino propone in
consiglio di eleggere podestà uno della provincia della Marca e della città di Esculo,
Giovanni di Montecalvo. Il giorno 21 gli si spedisce come ambasciatori, per invitarlo
ad accettar la nomina, Nuecio di Guido e Raffaello di Bartolomeo (Ivi, c. 36).

(2)Entro in ufficio ai 9 di agosto. Doveva condur 6 notari. Gli si concede di
portarne 4 soltanto (Ivi, c. 68 t.). Uscì di carica il 9 di febbraio (Rif. n. XXXV, c. 25 t.).

(3) Al tempo di Antonio Galluzzi successe in Orvieto un fatto notevolissimo. La
famiglia de’ Monaldeschi, capi dei guelfi rimasti padroni d' Orvieto dopo la cacciata dei
ghibellini, erasi scissa in più fazioni tutte ambiziose di signoreggiare la patria. Allora
contrastavansene il dominio Napoleuccio di Pietro Novello ed Ermanno di Corrado.
Questi, più astuto, trasse dalla sua Bonconte di Ugolino, un altro de’ più potenti Mo-
naldeschi e, unite le forze, riuscirono così .ad uccidere Napoleuccio il 20 aprile 1334.
Il capitano del popolo fu costretto dalla potenza dei Monaldeschi ad assolverne gli
uccisori (GUALTERIO, Cronaca di Francesco di Montemarte, II, 14, Rif. dell'aprile 1334).

(4) Il 19 marzo 1333 furono imbussolati 20 nomi, di questi se ne estrassero 4. Il
lo riuscì Raynaldus de Staffulo, il 20 Carolus de’ Monteapone de Massa, il 30 Fidismi-
nus de Camerino, il 4o Rodulfus de Camerino. Il 1» rinunciò ed allora fu podestà d'Or-
vieto. il 20,.Carlo di Monteapone (Rif. n. XXXV, c. 69):.Il 13 settembre fu nominato
capitano generale dell’ esercito da mandarsi sopra Orbetello e le altre terre del Con-
tado ildebrandesco (Rif. n. XXXVII, c. 5