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PAOLO,

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BOLLETTINO -

SOCIETÀ UMBRA
DI STORIA PATRIA

VOLUME Il.

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DION. D' ALICARN. Ant. Rom..I, 19.

PERUGIA
UNIONE TIPOGRAFICA COOPERATIVA

1396
_—

Adunanza generale del 9 novembre 1895

———— MÀ TA —— —

Oggetti all’ ordine del giorno:

1. Relazione del Presidente intorno ai lavori della Società ;
2. Proposte per la pubblicazione di fonti storici ;

3. Relazione del prof. Mazzatinti delegato al VI Congresso Storico Ita-

liano in Roma;
4. Resoconto dell’ Economo sull’ andamento finanziario della Società ;
5. Discussione del bilancio preventivo per l anno 1896 ;
6. Comunicazioni varie.

Presidenza FUMI.

Presenti i soci:

ANSIDEI conte dott. cav. ALESSANDRO
ANSIDEI conte dott. VINCENZO
ANSIDEI conte comm. PERICLE
BARTELLI dott. VINCENZO

| BELLUCCI prof. comm. GIUSEPPE
BRUNELLI prof. mons. don GEREMIA
CuTURI prof. cav. avv. TORQUATO
FABRETTI prof. FERDINANDO
FERRINI prof. ORESTE
Fumi comm. LUIGI
GIANNANTONI dott. prof. LUIGI
LUPATTELLI prof. ANGELO
MANZONI conte dott. LUIGI
MAZZATINTI prof. dott. GIUSEPPE
RowrrELLI dott. mons. arcid. don MARZIO
Rossi-ScoTTI conte comm. GIo-BATTISTA
ATTI DELLA SOCIETÀ

SCALVANTI prof. avv. OSCAR
STRACCALI prof. cav. ALFREDO
TENNERONI prof. dott. ANNIBALE
Tommasini-MaTTIUCCI dott. PreTRO
URBINI dott. prof. GIULIO

VALENTI conte dott. ToMmMASO

VALLECCHI prof. cav. OTTAVIO

gnorina LUIGIA FABRETTI.

soci che giustificano la loro assenza:

GuARDABASSI prof. FRANCESCO

BARBIELLINI-AÀMIDEI march. ALESSANDRO

BLASI prof. ANGELO

CERRETTI dott. prof. CESARE
FALOCI-PULIGNANI mons. MICHELE
FaxGACCr don LEONIDA i
LANZI prof. LUIGI

MANASSEI conte cav. uff. PAOLANO
PONTANI prof. COSTANTINO

PARDI dott. prof. GIUSEPPE

SensI dott. prof. FiriPPO

TIBERI prof. ing. LEOPOLDO.

TO fg

-__ +

Intervengono per invito della. presidenza l'on. Sindaco di Perugia
cav. dott. ULISSE RoccHI, la signora QuiIRINA ALIPPI-FABRETTI e la si-

Si dà lettura di varie lettere e telegrammi dei seguenti

Quindi prende la parola il Presidente e commemora. il

presidente onorario Fabretti rilevando specialmente i suoi
meriti di studioso ricercatore della Storia umbra e peru-
gina; ricorda i soci defunti Ruggero Bonghi e Fran-

cesco Pagnotti. Dopo ciò passa a dare un rapido rias-
sunto dei lavori eseguiti dai soci e presenta il programma
ragionato dei lavori già pronti per il secondo volume del Bollet-
tino, segnalando fra gli altri il Canzoniere umbro preparato
dal prof. Monaci coll' aiuto del prof. Tenneroni. Per ultimo
formula tutto un disegno di pubblicazioni per i volumi delle
Fonti Storiche e sottopone alla considerazione dei soci le se-

guenti proposte :
-

ADUNANZA DEL IX NOVEMBRE MDCCCXCV " 0

1* — a) per un Regesto perugino compilato sopra do-
cumenti concernenti la legislazione piü antica fino al secolo
XIV, con riguardo speciale a quegli atti che hanno attinenze

alla costituzione comunale più antica e che precedono le

compilazioni statutarie; — 5) per gli Statuti del 1305 volga-
rizzati nel 1322, studiandoli a confronto della compilazione

antecedente del 1279.

2. — per un Regesto di Sassovivo, come quello che
illustra la maggior parte dei comuni dell’ Umbria e di altri
luoghi finitimi, ed é guida allo studio della legislazione. an-
tecedente agli Statuti municipali, rispecchiando lo stato della
ricchezza pubblica e di tutte le condizioni sociali avanti quel
primo assetto economico ch’ ebbe principio con l’ assorgere
del comune umbro.

Raccomanda poi una raccolta di laudi umbre e la com-
pilazione della bibliografia storica umbra. Chiude con una
esortazione ai soci ad intraprendere tale ordine di studi e
ringrazia le signore Fabretti ed il Sindaco d'essere in-
tervenuti all' adunanza. |

Posto fine al suo discorso, invita il socio Scalvanti a dar
lettura della relazione a lui affidata sulla prima proposta.

8 1. — Come è noto, il più antico Codice dello Statuto
perugino é quello del 1279, ma sin da quando dei pre-
ziosi manoscritti dell’ Archivio Comunale. si occuparono
gli eruditissimi Bonaini, Polidori e Fabretti (1), apparve
manifesto che il Codice del -1279 non racchiudeva i primi
Statuti della città. Si allegarono in appoggio di questa
opinione: documenti di leghe tra Perugia.e Foligno e
altre terre dell’ Umbria, ovvero bolle pontificie della
prima metà del secolo XIII; ma in verità non era me-
stieri spigolare nei- diplomi di archivio per giungere a
siffatta conchiusione. Anzitutto la prova dell’ antichità

(1) Arch. St. Ital., Tomo XVI, Serie I, p. Ia, Firenze, Vieus-
seux, 1820.
[Ay spa

Gi SAIPTI DELLA SOCIETÀ

dei perugini Statuti emergeva chiara e lampante dall’ i-
storia dei secoli XII e XIII. L'organizzazione del go-
verno democratico in Perugia risalé all'anno 972; e se
noi pensiamo alla importanza che il Comune aveva as-
sunto fino dal secolo XI, alle alleanze che seppe strin-
DONA Pos gere nel secolo dipoi, alle concessioni ricevute da En-
rico VI nel 1186, più favorevoli assai di quelle largite
alle eittà lombarde colla pace di Costanza, noi, senza bi-
sogno di altri sussidi, potremmo persuaderei, che Perugia
ebbe Statuti propri fin dal secolo XII.
$ 2. — Ma poi, basta leggere il Codice del 1279 per
comprendere che esso è una riforma, 1 non il primo. getto
degli Statuti.
tab Infatti si nota che nella maggior parte delle Ru-
briche il testo è seguito dalle Addictiones, che incomin-:
ciano colle parole — Additum est huic capitulo — o —
—Adiungentes huic capitulo — o — Item ducimus adiun-
gendum, ecc. — E inutile allegare esempi di queste ag-
giunte, imperoeché si incontrino ad ogni piè sospinto. La
qual cosa. non solo ci dimostra l’ antichità dello Statuto,
ma ci.dà l’indice necessario per giudicare della evolu-
zione degl'istituti politico-giuridici verso la fine del se-
colo XIII. P
Non mancano poi testi, i quali rammentino capitoli
anteriormente fatti, e che voglionsi ripristinare. Diamone
un esempio — « Statuimus, dice la ‘rubrica 51, quod
ponatur in hoc Statuto capitulum. factum tempore. Do-
mini Milancii super filiis-Dom: Andree Jacobi de verbo
. ad. verbum totum, cassando.omne capitulum seu capitula,
que essent contraria huic capitulo » —. Dal che abbiamo
x la prova, che tra il Capitolo allora ripristinato e lo Sta-
tuto del 1279 era intervenuta un'altra riforma. Simili
esempi si raccolgono dalla rubrica 37, ove si dice — « Aoc
capitulum valeat et valere intelligatur ab anno Domini
currente MCCLXXV tempore Dom: Gregorii Pape X >
—. Lo che significa che questo Capitolo fu fatto prima .
del 1279.
$ 3. — Ma v? ha di più. È noto che il Bonaini colla pub-
blieazione di un documento inedito del 7 maggio 1250
ha dimostrato che in quel mese ed anno esisteva in Pe-
rugia l'uffieio di Capitano del: popolo e degli Anziani,
che formavano il suo Collegio (1). Da questa scoperta

-. (1) Arch. St. fa Vol. XVI, Parte I, prefazione, pag. XLIII,
XLIV.

li


maia . di

^

ADUNANZA DEL IX NOVEMBRE MDOCCXCV i a

derivò un titolo di onore per Perugia, la quale nell’ isti-
tuzione di. questi uffici avrebbe preceduto Firenze, che
li ebbe solo nel 20 ottobre 1250. E notisi, che il docu-
mento riferitoci dal Bonaini non riguarda l'introduzione
di quel magistrato, che già trovavasi stabilito a quel
tempo. Ad ogni modo tal carica non fu costituita, se-
condo l'affermazione del Mariotti, nel 1258, o nel 1255
(come ebbe a scrivere di poi ‘nelle Lettere); ma risale
certamente oltre il maggio 1250.

Ora dal Codice che esaminiamo risulta non soltanto
che nel 1279 esistevano più riforme del primitivo Costi-
tuto; ma che, essendosi da più anni creato il Comune
del Popolo retto dal Capitano e dagli Anziani, questo
pure aveva già i suoi Statuti. — « Additum est (così la
rubrica 65) quod dietum capitulum cum Statutis. populi
de preconibus debet concordare » —. Simile richiamo è
fatto in materia di rappresaglie — « Possint autem. ve-
nire illi quibus per Statutum Populi ad civitatem Perusii
anditus concessus est » —. E quando si parla alla ru-
briea 69 della elezione degli Arbitri per dirimere le con-
troversie, che insorgessero cum nostris vicinantiis, al ter-
mine del testo si legge: — « Additum est huie capitulo,
quod hoe statutum cum Statuto populi debeat concor-
dari » —. Segno evidente che quel Capitolo era stato
formato prima che si compilasse lo Statuto del comune
del popolo; ed é naturale ehe il Costituto generale lo
avesse preceduto.

‘A nessuno può sfuggire l' importanza. grandissima di
questi ed altri richiami, che per brevità tralasciamo; im-
perocchè ci istruiscano intorno ad una difficile e intri-
cata questione, e cioè sui rapporti fra il Comune del Po-
destà e il Comune del Popolo, i quali rappresentavano
un dualismo pernieioso per la saldezza di quei piccoli
Stati; ed è prezioso conoscere come e su quali punti i
savi legislatori cercassero di mettere in pieno accordo
questi due elementi della vita giuridica della città.

$ 4. — Detto della antichità, e volendo ora accennare
all’ importanza di questo manoscritto, col quale general-
mente concorda il Codice dello Statuto volgarizzato nel
1322, a noi sembra, che da varî punti di vista l'impor-
tanza di quello Statuto debba venir considerata.

1.° — Imnanzi tutto abbiamo in esso un efficace e
autorevole testimonio del grado di civiltà, a cui era giunto
il Comune sul declinare del secolo XIII. Si comprende

che il eostume era severo e che i maneggi, i brogli e in
eM e sile sid)

ATTI DELLA SOCIETÀ

genere la corruzione non era ancora penetrata nel mo-
vimento della vita pubblica. Il culto religioso è sincera-
mente professato, perchè la religione è fondamento della
giustizia. — « Est a nomine Dei, così si esprime il Proe-
mio, inchoandum, et voluerit et nunc velit legum. tenere
sententiam recto tramite iustitie ambulans universitas. Pe-
TuSii» —. s :

Un sentimento di fiera indipendenza traspare da ogni
linea del Proemio e da molte rubriche del testo; è questo
un popolo che ha coscienza di sè, dei suoi destini, della
parte grandissima che gli spetta nel movimento demo-
cratico di quell' età; e a dare impulso al proprio incivi-
limento attende coll' opera delle leggi, le quali dimostrano
che la vita di quell'organisnio è già molto complessa
e varia, segno infallibile di progresso.

2.° — Sussidio importantissimo rende poi lo Statuto
del 1279 al pari di quello del 1305; di cui parleremo in
appresso, alla grave e spinosa questione dell’ Ordinamento
dei magistrati in Perugia. Data la enorme specializza-
zione delle funzioni, era già assai arduo per gli storici
il ricostruire l'organismo dei pubblici poteri nella re-
pubblica nostra; ma tali oscurità e incertezze si accreb-
bero a dismisura, quando per le difficoltà interne, per le
discordie trà Nobili e Raspanti e per le diuturne contese
con vicine città si vennero creando altri offici temporanei,
taluni dei quali diventarono permanenti e invasero così
gli attributi del Collegio, che per Statuto sarebbe stato

.echiamato ad esercitarli. E se era nei dotti vivissimo il

desiderio di legger chiaro negli ordini de’ Magistrati cit-
tadini, altrettanto risultava impotente a soddisfarlo qua-
lunque più accurato studio delle fonti e degli storici. Ba-
sterebbe a provarlo la incertezza, che domina circa le
vere attribuzioni del Parlamento e del Consiglio generale.

Or bene, non diciamo che lo Statuto del 1279 sia de-

stinato a far cessare ogni disputa e a mettere in piena:

luce l'organismo della repubblica; ma è innegabile che
esso può rendere assai facile il cammino alla méta desi-

derata, tanto più se ravvicinato collo Statuto del se-

colo XIV, .dove il disegno sull'ordinamento dei magi-
strati è completo. Vi è poi nel Costituto del 200 una ten-
denza a collocare ciascun pubblico ufficiale nel luogo suo,
nè la rete delle diffidenze si è anco distesa sull’ orga-
nismo della repubblica per cagionarvi una confusione,
dalla quale non è possibile uscir vittoriosi. Vogliamo. ci-

tarne un esempio. Lo Statuto del 1279 ammette che il

=
*

ADUNANZA DEL IX NOVEMBRE. MDCCCXCY 9

. Potestà possa essere — de civitate et comitatu Perusii —,

la quale disposizione indarno si cercherebbe nelle poste-
riori riformagioni, quando si andò generalizzando e im-
ponendo il eostume di scegliere sempre un podestà fore-
Stiero. :

Dallo Statuto inoltre si rileva quanto grande fosse
l'autorità dei Consigli. Il Consiglio generale ha compe-
tenza amplissima; ché non solo senza di lui nulla sotie-
tas vel Conpagna fieri potest (rubrica 50); ma esso si oc-
cupa ancora di minori affari, come della ordinazione del

Sindaco, che deve essere costituito — Procurator in Ro-
mana Curia. — E poiché uno Stato fortemente organiz-

zato non può sussistere senza l'ordine, la. pace e una
buona amministrazione della giustizia, così noi troviamo
essersi a questi fini rivolto l'animo dei legislatori. Alla
pace pubblica essi. consacrano un testo (la rubrica 54)
che noi vorremmo qui riferire interamente perché si po-
tesse giudicare del senno di quei politici. Grande è la
cura per la funzione giudicatrice; e fin d’ allora noi tro-
viamo introdotta e guarentita la pubblicità dei giudizi
(rubrica 11), e in più luoghi si cerca di dar sicurtà ai
cittadini, che nessuno verrà per qualsivoglia motivo o
pretesto impedito di presentarsi al Podestà o al Capitano
per ottenere giustizia (rubriche 11 e 20). E le sanzioni per
guarentire ai cittadini il libero accesso ai tribunali e ai
pubblici ufficiali sono così gravi da manifestare nei legi-
slatori la decisa intenzione di conseguire l’ intento.

Ma il desiderio di assicurare il trionfo della giustizia.
si scorge anco nelle disposizioni riguardanti le rappresa-
glie, le quali hanno impronta di tale originalità da po-
tersi credere che Perugia sia stata tra le prime a disci-
plinare l'uso di quei mezzi violenti, che si invocavano
per le dovute riparazioni di giustizia (1).

3.° — Lo Statuto ci informa inoltre degli ordini
amministrativi della città. Notevole tutta la parte finan-
ziaria, nella quale hanno tratto di originalità i metodi
per-la vendita delle gabelle, per le collette, per la re-

sponsabilità degli ufficiali contabili di pubblieo danaro,

per le pene cui andavano incontro il Podestà e il Capi-
tano — qui proposuerint in Consilio de avere comunis

(1) Su questo argomento si é intrattenuto il giovine Giusti-
niano Degli Azzi Vitelleschi, studente del nostro Ateneo, in una mo-
nografia, che presto vedrà la luce negli Annali dell Università di
Perugia.
-10

ATTI DELLA SOCIETÀ

Perusii alicui dare —. Importantissime poi le rubriche
91, 32, 33, 35, 58 e 59 sulle attribuzioni amministrative
che si affidavano al Podestà e al Capitano del Popolo.
Preziose notizie esso ci dà circa gli stipendi dei pub-
blici ufficiali. E se è vero (com’è difatti) che gli Sta-
tuti perugini dei secoli XIV e XV sono fra i più ricchi
di notizie sugli ordini finanziari di quelle età, è altret-
tanto vero che a conoscere il complicato congegno di essi,

‘giovano assaissimo le semplici nozioni, che si incontrano

nello Statuto: del 1279 e in quello del 1305, coi quali può
essere facilmente completato. il disegno di uno studio im-
portante sul regime finanziario della repubblica.

| Vedremo ancora comé per tempo e mirabilmente ve-
nissero organizzandosi i servizi per l'igiene, per il gra-
tuito ministero dei mediei e chirurghi, per la beneficenza
pubbliea, per l' annona e va dicendo; come sarà di ca-
pitale importanza verificare non solo il meccanismo am-
ministrativo, che presiedeva alla esecuzione delle opere
pubbliche, ma anco il valore di esse e i modi con cui si
effettuavano. E tutt'altro che inutile sarà l’ accurata de-
scrizione dei lavori di sponda compiuti nel Lago Trasi-
meno, tutto il sistema di polizia di quelle aeque (rubri-
che 246 e segg.), e dei lavori alle mura della città, alle
chiese, ecc. E dal lato della igiene sarà vantaggioso cono-
scere le disposizioni riguardanti l’acqua potabile, la costru-
zione degli acquedotti e delle fonti e. la loro manuten-
zione (rubriche 165 e segg.). Nè meno prezioso ci si offre
il titolo — De malefitiis — interessando alle materie poli-
tiche il verificare i sistemi riguardanti le pene di polizia,

le carceri e va dicendo; e alla storia giuridica impor-

tando assai di conoscere, ad es., i principî di quella le-
gislazione sulla duplicità delle pene (rubrica 280), sul
diritto e magistero della difesa, sulle prove per testimoni,
sull'arresto, sulla qualifica dei reati, eec. (rubriche 281,
282 e segg. e 302 e segg.); sui provvedimenti atti a im-
pedire la falsa monetazione (rubrica 315) e via di seguito.

4,» — Ma lo studio dello Statuto: può servire inoltre

ad illustrare storiche vicende della città. Nelle leggi

odierne il legame tra le loro disposizioni e i fatti che vi
hanno dato luogo, non é mantenuto in modo espresso.
Cosi non era nelle leggi antiche, nelle quali vediamo
spesso ricordati fatti storici come motivo dei canoni le-

. gislativi. Molti esempi potrebbero addursi di ció; ma noi

ci contentiamo di citare le rubriche sulle rappresaglie e
quelle sulle paci. E a modo di aneddoto storico alle- ADUNANZA DEL IX NOVEMBRE MDCCCXCY 11

ghiamo anche questo. Ognun.sa. che il Cristo, che si vede
sulla porta del Duomo verso la piazza del Comune, vi fu
trasportato nel 1540 all'epoca della guerra del Sale. Qui
non faremo la disputa se quell' immagine vi fosse già o
se vi fu collocata proprio in quella occasione. E certo che
il Duomo venne in gran parte demolito nel secolo XIV
e ricostrutto piü grande. È naturale quindi che fossero
distrutti anche gli ornamenti che vi si vedevano negli
ultimi del 200. Ma nullameno non è egli prezioso il.sa-
pere la ragione, per la quale nel.1540 il popolo si rivolse
di preferenza a quel simulacro e in quel luogo piuttosto
che in altro lo collocó? Eppure questa ragione ci vien
fornita dallo Statuto, da cui apprendiamo l'ordine dato
al Podestà e Capitano (rubrica 81) — « penitus et pre-
cise facere fieri et depingi figuram Crucifixi ad introitum
ecclesie Sancti Laurentii super hostium ex parte platee
Comunis, de bonis coloribus, quam pulcrior dicta. figura
benedicta potuerit ordinari » —. Dunque in quel luogo
i perugini avevano sempre venerato l’ effigie di Cristo,
come simulacro di fede popolare, come cosa propria; ed è
naturale che ad essa si levassero preghiere e voti nel
terribile eimento, che doveva decidere della libertà di
Perugia.

5.2 — df poi da segnalare un pregio nella forma
dello Statuto del 1279, al pari che in quello del 1305, e
cioè una maggiore parsimonia di dettato senza frequenti
ripetizioni e senza quelle ridondauze e superfluità, che
rendono noiosa la lettura di molti altri Codici posteriori.

6.° — Infine l’importanza del manoscritto è accre-
sciuta dal fatto che l'archivio di Perugia possiede larga
copia di documenti riguardanti l'età, in cui lo Statuto
venne riformato. Oltre i libri delle Sommissioni, di cui
il Bollettino con molta opportunità ha intrapreso la pub-
blicazione; sotto gli auspicî dell’ esimio archivista conte
Ansidei e del prof. Giannantoni, l’ Archivio possiede altri
documenti dell’ epoca, come Bolle pontificie, Atti pubblici,
Compendi, ecc., e finalmente gli Annali decemvirali. E
per quanto del secolo XIII non vi sieno che le raccolte
di soli 16 anni, pure il periodo dal 1208 al 1279 può es-
sere utilmente studiato anche col sussidio degli Annali.

8 5. — Premesse queste considerazioni, veniamo ad
una breve descrizione del manoscritto. Esso è un 2n folio
grande in pergamena, che misura centimetri 46 per 29.
Consta di 72 carte, ossieno 144 facciate, e di 507 rubriche.
È diviso in quattro parti. d |
ATTI DELLA SOCIETÀ

"La prima è un Titolo generale, che abbraccia materie
svariatissime, ed è contenuto in 84 rubriche. Ivi si tratta
degli uffici del Podestà e del Capitano, dei loro ufficiali,

di aleune funzioni amministrative che loro spettano ; della

ammiuistrazione della giustizia, delle collette, della guerra,
delle rappresaglie, della concordia e della pace, di molte
opere pubbliche, degli approvigionamenti, ecc. È insomma
il titolo, nel quale si raccolgono le materie di ammini-
strazione e di governo della città. Invano si ricerche-
rebbe un ordine rigorosamente sistematico nella succes-
sione dei testi. La stessa materia finanziaria, che il legi-
slatore si propose trattare in XI Capitula precisa (ru-
brica 47), si trova poi disseminata qua e là in questo
titolo e in altri ancora.

Segue alla rubrica 85 la seconda parte — o titulus
offitialium, qualiter prius salarium statuatur quam ali-
quis offitialis eligatur —. Questo titolo contiene la descri-
zione dell' organismo preposto all' esercizio delle funzioni
amministrative e di governo.

Vien poi alla rubrica 280 il — Titulus de malefitiis —
e alla rubrica 302 il titolo — .De deportatione armorum.

$ 6. — Tutto questo abbiamo notato per dimostrare,
che qualunque studioso si vada occupando dei Fonti le-
gislativi della gloriosa repubblica, deve tener presente
questo Codice importantissimo, richiamarne spesso le di-
sposizioni, farne, direm quasi, il piedistallo dell'opera sua.

Ma sarebbe conveniente per la Storia Patria intrapren-
derne ora una speciale e isolata pubblicazione ?

Certo, se la Società avrà modo di effettuare anche la
pubblicazione di questo manoscritto, farà cosa. utilissima

agli studiosi. Ma se il pubblicare questo Statuto dovesse

di soverchio ritardare la stampa di quello in volgare del
secolo XIII, noi riterremmo più proficuo attendere alla
pubblicazione di quest’ ultimo confrontato col Codice del
1279. Ed eccone le ragioni.

. Anzitutto è noto che il nostro. compianto brestdonte
Ariodante Fabretti ebbe in animo di pubblicare egli stesso
lo Statuto del 1279 co’ suoi tipi privati; ma la morte troncò
ilsuo divisamento, col quale voleva coronare l'opera da.
lungo intrapresa, di dare in luce le più importanti cro-
nache e documenti di storia perugina. Fra le carte di luî
si trovarono infatti circa 90 esemplari di 6 fogli di stampa.
in piccolo formato, eguale a quello che l'insigne storico
adoperò per la stampa delle cronache. Il Fabretti pen-
sava certamente di far precedere questa pubblicazione da ADUNANZA DEL IX NOVEMBRE MDCCCXCV 13

un proemio; ma riteneva che il testo non dovesse essere

. annotato. Invece di adottare anche nella stampa di questo

importante. Codice l’ aureo metodo osservato nella sua
opera magistrale sulle prammatiche perugine in materia
di leggi suntuarie, credette poter licenziare al. pubblico
lo Statuto riproducendolo tal quale è, senza commento
alcuno. E qui ci duole dissentire dall’illustre uomo. E di
vero, dal cenno che abbiamo dato del manoscritto appa-
risce chiara la necessità di qualche nota di raffronto o di
schiarimento. Basta aprire il volume e gettar gli occhi
sul breve proemio, per comprendere come esso stesso
racchiuda una seria difficoltà di interpretazione, che è
d'uopo risolvere con una nota.

Ad ogni modo poi ciò che fece il Fabretti non è che
una settima parte al piü dell'intero cómpito. Quindi e per
questa ragione e per il formato e per la scarsità degli
esemplari, l'opera del Fabretti non potrebbe gran fatto
giovarei. d

$ 7. — D'altra parte, dal momento che egli intra- .
prese js stampa del lavoro, e a quanto sembra, gli ese-
eutori delle sue volontà possiedono la trascrizione del-
l'intero manoscritto, pare a noi che.sia il caso di augu-
rare, che la pubblicazione venga, a cura di essi, com-
piuta; e siamo certi che non mancherà loro l'appoggio
ed il plauso dei cultori delle storiche discipline.

Cosi, senza intralciare l'opera di questi egregi, la So-
cietà di Storia Patria, tenuto conto del Codice del 1279
e richiamando le sue disposizioni ad efficace commento
della vita giuridica dei perugini nel secolo XIII, potrebbe
dar mano alla pubblicazione del successivo Statuto del
1305. È noto infatti che lo Statuto del 1279 fu appunto
in quell’ anno riformato. Si comprende che non. molto
numerose dovettero essere le correzioni, di guisa che il
dare alle stampe la riforma equivale a rendere di pubblica
ragione lo Statuto più antico, con questo segnalato van-
taggio, che si può seguire lo svolgimento che i principî
giuridici contenuti nel costituto del 1279 ebbero per opera
dei savi legislatori della prima metà del secolo XIV.

$ 8. — Riflettasi inoltre che è quello il periodo più
glorioso della repubblica perugina, e segna quasi il cul-
mine della sua potenza. E il momento, in cui i Papi non
che ingiungere ordini ai perugini, usano con loro un
mite linguaggio; è il momento, in cui sembra divenire
realtà il vasto progetto di una forte confederazione di co-
muni sotto l’ alta supremazia di Perugia: è il momento,
14 ATTI DELLA SOCIETÀ.

.

in cui negli ordini cittadini si introduce l’ ufficio del Prio-
rato; è il momento, nel quale molte arti importantissime
acquistano vita autonomica e statuti propri; è il mo-
mento, in cui Perugia sembra arbitra della pace tra tutti
gli Stati vicini; è il momento infine, in cui essa accresce
le sue risorse, raddoppia la sua prudenza, moltiplica
quegli elementi di vita, che le hanno permesso di pro-
sperare; mentre tante altre repubbliche volgevano a irre-
parabile e precoce rovina.

Lo Statuto del 1279 può rappresentare dunque la balda
gioventù del Comune; quello del secolo successivo rap-
presenta la sua piena e forte virilità, il meriggio della
sua glória. Ora con una sola pubblicazione noi possiamo
illustrare quei due periodi di storia, quell' ordinamento di
i | pubblici uffici e quella legislazione, che in mezzo a mille

difficoltà guidarono Perugia fino al tristissimo evento del
secolo XVI.

Se non che ognuno di voi sa, che il Codice del 1305
è perduto, di guisa che non ne rimane che il volgariz-
zamento ordinato nel 1322. Ma se anche il Codice latino
del 1305 non ci fosse stato invidiato dal tempo, noi fran-
camente proporremmo la stampa dello Statuto volgarizzato,
perchè essendo una scrittura della prima ‘metà del tre-
SI Ls cento, ha, oltre il valore storico-giuridico, anche un va-
j lore letterario per lo studio cirea lo. svolgimento della
nostra lingua. È ben vero che la lingua usata dai tra-
duttori è soverchiamente dialettale; ma è altresì indu-
bitato che il periodo ha la bella semplicità e la conci-
sione che si ammirano nelle scritture del secolo XIV. È
per queste considerazioni, che oggi la stampa dei Codici
è assai più pregiata se condotta sugli esemplari in vol-
gare, che su quelli di una.barbara latinità ; di guisa che
possiamo esser certi, che anche dal lato economico il sue-

cesso del nostro lavoro non potrebbe esser dubbio.

“Nulla è da dire sul contenuto del prezioso Codice, poi-
chè già avvertimmo, che tranne le importanti, ma non

numerose riforme del 1305, esso riproduce l’ antico del
1279 e ne ha tutti i pregi.

Purnondimeno al solo fine di rilevarne l'ampiezza, di-
remo che. esso consta di libri IV; il primo si occupa della
elezione del Podestà, del Capitano e del Giudice della
giustizia, insomma dell’ ordinamento della repubblica, e
occupa ben 104 rubriche contenute in 98 carte. Il libro
II è la legislazione civile, ampiamente trattata in 77 ru-
briche. Mirabile è inoltre l’ abbondanza delle dispos:-
ADUNANZA DEL IX NOVEMBRE MDCCCXCV - 15

zioni relative al diritto penale, ossia la parte contenuta
nel l.bro III e che consta di 234 rubriche. Com’ è natu-

.rale, anche questo Codice ha una parte importantissi-

ma destinata all'edilizia, materia sulla quale si aggira-
vano volentieri gli Statuti medioevali. Nello Statuto no-
stro a questa parte è destinato il IV libro, ed è di 157
rubriche, contenute in 49 carte. Questo cenno deve ba-
stare perché ognuno comprenda la importanza del ma-
noscritto. 1

È per questo che (ove non sia possibile la pubblica-
zione di entrambi gli Statuti) a noi parrebbe conveniente
la stampa dello Statuto in volgare, preceduto da un proe-
mio, che contenesse un cenno storico dell’ epoca, alla
quale i due Statuti appartengono, e quelle considerazioni
e raffronti di indole giuridica, che sono indispensabili
alla piena intelligenza di un testo legislativo. Le note
pure dovrebbero far rilevare non soltanto le mutazioni
introdotte nel 1305 allo Statuto del secolo precedente, ma
accennare brevemente alle disposizioni di qualche altro
importante Statuto in specie dell’Italia centrale. Così l'o-
pera riuscirebbe di decoro alla città, di incremento alla
Società nostra e di insigne vantaggio. ai cultori delle
discipline storiche, allo studio dei quali verrebbe offerto
insieme lo Statuto del secolo XIII e quello del secolo
successivo.

$ 9. — E vorremmo ancora, che insieme allo Statuto
volgarizzato uscisse in luce il Regesto perugino dei do-
cumenti riferentisi all’ epoca dei due Statuti. È un ottimo
metodo questo adottato dai moderni storici, e che l’illu-
stre nostro Presidente seguì con tanto successo nella mag-
giore opera sua. La stampa di un Codice legislativo non
accompagnata da notizie storiche e dalla pubblicazione
dei documenti dell’ epoca, è un'opera incompleta, e che
condanna gli studiosi ad un lavoro di ricostruzione sto-
rica, che non possono compiere senza incontrare il di-
sagio di trattenersi negli archivi, ove i documenti si cu-
stodiscono. Unendo alla stampa del testo legislativo una
parte a sé che contenga il Regesto, noi faremmo cosa
conforme all'odierno e razionale indirizzo degli studî
storico-giuridici; e non l'arida notizia di costumanze e
di leggi offriremmo all’ ardore degli studiosi, ma la di-
pintura dell’ ambiente, di cui leggi e costumanze. non
sono che l’ eloquente espressione. ;

Prof. O. SCALVANTI.
16

ATTI DELLA SOCIETÀ . dee

Si dà la parola al socio Giannantoni per la relazione sul
Regesto perugino :

Gli Statuti di Perugia, dei quali si desidera di intra-
prendere il più sollecitamente possibile la stampa, costitui-
scono, come è evidente, la prima fonte del nostro diritto
pubblico interno; ciò che si riferisce infatti alle magi-
Strature, ai provvedimenti di polizia, tanto importanti
durante:i secoli XIII e XIV, al diritto penale, a tutto
quanto insomma ha qualche relazione con la vita civile
e politiea di un popolo, ivi é ricordato.

Ma non per questo devesi credere che tutto sia negli
Statuti, — Molti e pregevolissimi sono pure gli altri do-
cumenti che si custodiscono nell’ archivio comunale di
Perugia; limitandoci per ora a quelli appartenenti al
secolo XIII, diremo che essi in gran parte possono ser-
vire di illustrazione e di commento al piü antico Statuto
che tuttora si conservi e che porta la data del 1279. —
Difatti non pochi di quei documenti anche anteriori a
quest’ epoca pongono in luce gli ordini costituzionali ed
amministrativi del Comune, e da ciò il loro alto pregio
e la loro massima importanza ; sono essi soltanto che ci
porgono molte notizie intorno alle disposizioni che si con-
tenevano in altri Statuti che senza dubbio precedettero
quello del 1279.

Ciò premesso, si comprenderà subito l'opportunità o
per dir meglio la necessità di raccogliere e pubblicare i
più importanti di questi documenti per intero, gli altri
in forma di Regesto. Grave però è il compito.

Tra le prime cause di difficoltà è da collocarsi, ci
sembra, il gran numero di Codici che si debbono pren-
dere ad esaminare, come resulterà dalla breve e somma-
ria relazione che ora ne daremo. ;

Inoltre è necessario stabilire con quale ordine e con
quali criterî sia più opportuno procedere.

Per nostro conto osserveremo che, raggruppando tutte
quelle notizie che portano la stessa data ma che pur si
trovano in diversi volumi rilegati bene spesso in epoche
molto posteriori senza alcun criterio razionale, si ha il

vantaggio abbastanza considerevole di facilitare allo stu-

dioso le sue ricerche, di rendere il lavoro anche piü or-
ganico, e, ciò che sommamente importa, di permettere
a chi si aceingerà a fare la storia di Perugia e dell’ Um-
bria l'attento esame. del graduale svolgersi della vita
pubbliea e in parte anche privata dei nostri maggiori.
| ADUNANZA DEL IX NOVEMBRE MDCCCXOV | | ZAC

Ci permettiamo pertanto di proporre la,pubblicazione
in forma di Regesto, se non di tutti, almeno dei più im-
portanti documenti del secolo XIII: questi varranno a
rivelare sempre meglio agli studiosi le generali condizioni
storiche dell’ epoca, durante la quale gli Statuti furono
composti e regolarono i rapporti dei cittadini fra loro e
coi pubblici poteri. — Se il divulgare per le stampe quel
corpo di leggi farà noto lo stato del diritto sì pubblico
che privato negli antichissimi tempi, il Regesto, del quale
teniamo. parola, servirà a porre in chiaro tutto l'am-
biente sociale, in cui quelle manifestazioni giuridiche si
effettuarono.

Ed ora un brevissimo cenno dei manoscritti che die
vranno esser presi ad esame: ricorderemo prima i. più
antichi volumi eon cui incomincia la raccolta delle Ri-
formagioni e degli Annali decemvirali.

La data più antica si ha nel volume D (1189-1339)
ove accanto a molti altri atti di vario genere sono pa-
recchi documenti riflettenti il Chiugi, un trattato. di al-
leanza fra Arezzo e Perugia, notizie di speciali rapporti
fra Perugia e Foligno, Perugia e Gubbio.

Di non minore importanza è altro Codice; portante il
titolo « Consilia aariorum annorwm,. seculi: XIII ». Inco-
mincia con l'anno 1256 e termina. eol 1218 e ci reca fra
le altre notizie degne di ricordo quella relativa al modo
con cui procedevasi alla elezione del Capitano del popolo.

Il terzo Codice che all'esterno con non perfetta corri-
spondenza all'intero contenuto ha il titolo di « Atti del
Consiglio maggiore dal 1259 al 1416 » ‘ci indica come si
procedesse alla compilazione dell’ elenco dei. sapienti, i
quali venivano appunto eletti per consilium speciale....
ad compositionem, statutorum ; ci dice-altresi che quei
consiglieri della città e rettori delle arti che dovevano
. intervenire alla elezione dei consiglieri speciali e gene- '
‘rali eran tenuti a fare detta elezione a mezzo di schede.

Il Codice, che è quarto per ordine cronologico, sul dorso
è segnato con +3 ed è intitolato: « Annales variorum. an-
norum >» ; nell’ interno porta. la indicazione di « Liber
consiliorum », incomincia con il 18 aprile 1266 e termina
con il 30 decembre 1269. In esso veggonsi degli speciali
provvedimenti sulla moneta. A mostrarne subito l’impor-
tanza basterà citare le prime parole: Congregato consilio
speciali et generali et aliorum bonorum virorum civitatis
Perusij qui per statutum. ad consilium. venire consueve-
rant...... in presentia capitanei populi perusini, etc.

2
18

ATTI DELLA SOCIETÀ

Quasi eguale per il contenuto è l’altro Codice che
anche secondo l’antico inventario dell’ Archivio gli fa
seguito immediatamente e che è contraddistinto con la
lettera 4. Sul recto infatti della 1? carta si leggono presso
a. poco le stesse parole; la prima data che vi si trova
scritta è quella del maggio 1273 e l’ultima è quella del
gennaio 1276 (c. 170). Sono tutte deliberazioni e riforme
per la maggior parte importantissime.

. ‘Fanno seguito a questi altri quattro Codici, dei quali
i primi due segnati con la lettera L e gli ultimi respet-
tivamente con le lettere B e C.

. Il primo dei Codici ZL comprende il periodo 1276-77 e in-
comincia con il 2 gennaio 1276 e con le parole seguenti:
Ista sunt consilia sapientum de credencia et reformatio-
nes eorundem, facta et facte... in ipso consilio sapientum.

Il secondo abbraccia il breve periodo dal 1* maggio 1276
al 29 aprile 1277 e contiene le deliberazioni prese dal
Consiglio generale e speciale di 100 uomini per Porta, dei
consoli e rettori delle arti precepto Dominorum Potestatis
et Capitanei.

Più variato è invece il contenuto degli altri due vo-
lumi di questa. collezione.

Nel volume B ad es. (13 ottobre 1984 — 2 gennaio
1998) a c. 7* si hanno seripture et instrumenta perti-
nentia. promissioni et summissioni facte. Communi Pe-
rusij per Commune Fulginei. Dopo la e. 88 si leggono
sindicatus et reformationes consulum et rectorum. artium.

Nel volume C finalmente (3 novembre 1296 .—. 10
aprile 1299) a c..90' leggesi, a tacere di molti altri
punti prineipalissimi: Hij fuerunt sapientes homines electi
per consules artium secundum tenorem reformationis con-
silij populi inde facte ad deliberandum, ordinandum et
reformandum super electione novi capitanei.

Ci sembrano poi degni di particolare attenzione, oltre
alcune riforme del tempo dei consoli del-1288 e del 1292,
un piccolo volume del 1277 contenente note di ambascia-
tori, potestà e capitani del popolo, nonchè due fascicoli,
nel primo dei quali è un elenco dei membri del Consi-
glio speciale e generale eletti secundum formam. statuti
comunis et populi... curente MCCLX X VII, e nel secondo,
dal titolo « Privilegi diversi della Città », son raccolte
copie di bolle papali e diplomi imperiali e si leggono do-
cumenti che riguardano i rapporti fra Perugia e paesi.a
lei sottoposti.

Bn altri volumi ed altre carte portano date

9*1. Ir 80 è 9. : , $c NT ADUNANZA DEL IX NOVEMBRE MDCCCXCV | 19

varie, ma generalmente vanno dal 1276 al 1296. Si tratta .

per lo più di assegne, di sentenze, di elenchi di banditi

e condannati, ed in alcuni Codici si hanno memorie così

dettagliate e precise sui delitti e sulle pene di quei tempi,

^da poterne senz’ altro trarre materiali sufficienti per ri-

costruire tutto quanto un sistema di diritto criminale.
Oltre a ciò accanto a molti altri frammenti di riforme
aventi al solito uno speciale valore per la piena. intelli-
genza delle varie rubriche degli Statuti perugini, di cui
formano un complemento logico e forse indispensabile, sono
meritevoli, di menzione otto fasci di sentenze senza data
ed altre dal 1255 al 1269, numero 66 pergamene, della
raccolta « Bolle, Brevi e Diplomi » dal 12 ottobre 1994 al
1° febbraio 1296, e numero 669 pergamene della raccolta
« Contratti diversi » : la data più antica che vi si legge
è del 5 novembre 1202. i

A studiare tutti i-documenti dell’ Archivio comunale
appartenenti al secolo XIII non resta che tener conto dei
quattro volumi delle Sommissioni, di cui peraltro si è già
intrapresa nel Bollettino e si va continuando la pubbli-
cazione, E

Abbiamo sopra accennato al vantaggio che il Regesto

di questi documenti potrebbe fornire agli studiosi, dando

loro un’ idea il più possibilmente esatta e. completa di.

tutta la vita sociale dei tempi, ai quali i documenti stessi

Si riferiscono. — I volumi e le carte che si custodiscono

nell’ Archivio del Comune e di cui abbiamo fatto. sopra
parola hanno certo una notevolissima importanza ; sarebbe
però da ascriversi a somma ventura se potessero. esten-
dersi le ricerche ad archivi di altri. enti, segnatamente
ecclesiastici, la cui origine è anche più remota: di quella
dei Comuni. i

Questo è quanto, incoraggiati anche dalla benevolenza!
del nostro 'chiarissimo Presidente, esponiamo a lui e agli
altri egregi nostri colleghi: essi con la ben nota loro va-
lentia in questi studi, giudicheranno se i documenti di
Archivio, ai quali abbiamo accennato; siano di tale natura
da meritare che ne sia compilato un Regesto.

V. ANSIDEI.
L. GIANNANTONI.
I Re

20: ATTI DELLA SOCIETÀ

Finita là lettura della relazione Ansidei-Giannantoni, si
legge quella sul Regesto di Sassovivo del socio Monsignor
Michele Faloci-Pulignani :

Sassovivo, vetusta Badia Benedettina fra i monti di
Foligno, possiede inedito un Regesto di qualche migliaio
di perzamene che dalla metà del Secolo XI scendono fino
al secolo. XV.

Il sottoseritto, per invito ricevutone dall' egregio Pre-
‘sidente della nostra Società, ne propone la pubblicazione
integrale per queste ragioni :

1.° Perchè i documenti si riferiscono a quasi tutti

i Comuni dell’ Umbria, a molti Comuni delle Marche,
del Lazio e taluni a Roma stessa. È quasi impossibile
assicurare che col pubblicarli in sunto non compromettasi
la esattezza di questo sunto, che in qualche caso può riu-
scire incompleto in quella parte che l’ editore giudieò di
poco valore. Spesso un nome, una frase, una parola, de-
termina la soluzione di un dubbio, chiarisce una questione.

2.° Perchè manca alla Storia Umbra un complesso

di antichi documenti che facciano conoscere le forme di
tanti contratti, vendite, permute, donazioni, enfiteusi, sia
sotto la legislazione Romana, sia sotto la legislazione
Longobarda, e questi contratti, specialmente per la parte
relativa: ai Secoli XI e XII essendo largamente rappre-
sentata nel Regesto di Sassovivo, è necessario pubblicarli
integri, senza contrazioni o lacune.

5.° Perchè alcuni atti e diplomi Papali che sono i
più interessanti, per le enumerazioni di nomi, di titoli,
di confini, di privilegi, sono assolutamente da pubblicarsi
testualmente.

4.° Una pubblicazione integra presenta meno dif-
ficoltà tipografiche, per tanti Segni che converrebbe sem- .
pre usare, per diversi tipi che converrebbe adoperare,
con maggiore spesa e tempo.

i È cosa superflua accennare alla grande importanza di
questa pubblicazione, la quale, più che comunale, ha im-
portanza regionale, essendo in maggior numero, i docu-
menti Umbri che quelli solamente Fulginati.

Un’ introduzione di circa 150 pagine dovrebbe prece-
dere con numerazione separata il Regesto, il quale occu-
perebbe circa 400 pagine in 4° e dovrebbe incominciare
con i documenti del secolo XI fino all’anno 1467 in cui
l’ Abbazia fu data in Commenda. Dei documenti poste-
ADUNANZA DEL IX NOVEMBRE MDCCCXCV 21

riori si potrebbe dare la sola indicazione della data e
della materia. i

Corredo opportuno, non indispensabile, dovrebbero
essere alcune tavole di sigilli, iscrizioni, monumenti di
Sassovivo, dei quali tanto più urgente apparisce il biso-
gno di conservarli in carta, quanto minore è la cura con
la quale vennero custoditi.

Un indice alfabetico dei nomi sarebbe la fine di un
volume, il quale riuscirebbe una miniera sconosciuta per
la storia, per la topografia, per la cronologia, per l’arte
umbra, essendo rappresentati in questo Regesto quasi
tutti i Comuni anche i minori della nostra e delle vicine
regioni.

Foligno, 5 novembre 1895.

D MICHELE FALOCI-PULIGNANI.

Da ultimo si dà lettura della proposta per una raccolta

delle antiche « Laudi umbre » presentata per lettera alla pre-
sidenza dal prof. Filippo Sensi: .

La pubblicazione delle più importanti raccolte di
laudi spirituali è un vecchio desiderio degli studiosi ri-
masto troppo lungamente insoddisfatto. Mentre i prin-
cipali nostri antichi canzonieri hanno ormai visto quasi

‘tutti la luce, e una ‘bella serie di illustrazioni intorno

ad essi pone. a questo riguardo gli studi italiani a li-
vello dei migliori stranieri, i Laudarî, dopo le felici
scoperte di E. Monaci, sono stati ingiustamente trascu-
rati; tantochè ultimamente A. D'Ancona ristampando le
sue « Origini del teatro Italiano » aveva a lamentarsi
di dover condurre la ristampa potendosi solo giovare dei
materiali, sui quali aveva dato la prima volta mano al suo
lavoro.

Nessuno disconosce l'importanza di quelle raccolte ;
e sarebbe inutile l'insistere ancora. nel far notare che
quell’ importanza. per la storia generale della coltura è
massima, sia sotto l'aspetto letterario, pel quale le no-
stre vecchie laudi sono. un documento fondamentale per
chi ricerca le origini del teatro europeo, sia sotto l'aspetto
religioso, rimanendoci esse il principal testimonio del sen-
timento che avvivó uno dei più notevoli movimenti reli-
giosi del Medio Evo. Tali rieordi valgano qui solo a far
Lx
DI È XE ATTI DELLA SOCIETÀ .

‘spiccare il valore storico di quella letteratura, anche se
si voglia intendere la parola storia nei suoi più ristretti
confini e a dare affidamento del favore che una simile
pubblicazione possa attendersi ovunque siano favoriti gli
interessi della cultura. Che poi la pubblicazione: sia pro-
mossa da una Società di storia patria umbra apparirà
non solo naturale ma quasi necessario a chi, ripensando
allo stretto legame in cui si congiunsero per così lungo
tempo nella nostra regione la storia civile con la religiosa
e questa. così spesso con la letteraria, senta il dovere
di far sì che da nessun’ altra parte sia tolta a noi l’ini- |
ziativa della ‘illustrazione di un aspetto così spiccata-
mente proprio della storia nostra.

La Società storica umbra è pertanto invitata a dir
parte nella sua collezione di « Fonti » a una « Raccolta
delle più importanti collezioni di Laudi umbre ».

F. SENSI.

Si passa quindi alla discussione delle varie proposte e
s' incomincia dalla prima relativa agli Statuti. |

Il prof. Cuturi dimostra la opportunità di rendere com-
pleta la pubblicazione statutaria facendola precedere dallo
Statuto del 1279, e ritiene che la Società non debba trovarvi
difficoltà, essendo così vasto il programma delle sue pubbli-
cazioni. Rileva l importanza e l'interesse che potrà avere
la stampa integrale di quel testo. Dopo scambio di idee in-
torno all argomento, si vota sulla prima proposta il seguente
‘ordine del giorno: !

« L' Assemblea, udita la relazione del prof. O. Scalvanti
sulla preparazione della stampa degli Statuti perugini e il re-
soconto dei signori Ansidei e. Giannantoni intorno ai docu-
menti della legislazione municipale anteriore alle compila-
zioni statutarie ; sentite le osservazioni del prof. Cuturi ri-
guardo al testo del 1279; considerando che conviene dare
un'esposizione completa di tutto il corpo delle leggi e degli
ordinamenti statutari fino alla metà del secolo XIV, delibera
di affidare la preparazione e lo studio della edizione degli
ef) PEA.

)

ADUNANZA DEL IX NOVEMBRE MDCCCXCV 23

Statuti alla Presidenza della Società e alla Commissione in-
“caricata delle pubblicazioni, seguendo le norme seguenti:

a) Premettere la raccolta. dei documenti integrali che
in qualunque modo chiariscono la condizione del Comune di
Perugia, i suoi rapporti fuori della sua giurisdizione e in ge-
nerale tutti gli atti concernenti la costituzione politica e
civile del Comune stesso. i

i 6) Pubblicare integralmente il Codice del 1279 e quello
del 1305 sul testo volgarizzato nel 1322 preceduti dall'esame
giuridico, economico e politico desunto dalla suddetta rac-
colta dei documenti. i

c) Illustrare con brevi ed opportune annotazioni tutto
ciò che sembrerà più necessario alla storia del giure medie-
vale, con raffronti sopra gli Statuti editi dei principali Co-
muni dellItalia media, e allo svolgimento delle istituzioni
patrie e dellé opere pubbliche.

d) Far seguire alla. edizione un glossario di tutte le. 2
voci e delle forme dialettali, dichiarandole. | LR

e) Compiere la pubblicazione con un indice analitico. P
generale di nomi, luoghi e cose contenute mella prima e
nella seconda parte dell'opera.

f) Accompagnare alla pubblicazione la riproduzione di
saggi paleografici con facsimili eliotipici.

g) Consegnare il manoscritto di tutta. l'opera completa
alla fine del triennio della Società, di guisa che: non s'abbia
a intraprenderne la pubblicazione senza la certezza che,
una volta iniziata, sia portata a compimento.

h) In omaggio alla memoria dell'illustre prof. A. Fabretti,
tanto per essere stato il Presidente onorario della Società
nell'atto della sua costituzione, quanto perché egli stesso
aveva già intrapreso la pubblicazione di un volume degli
Statuti Perugini, sia dedicato questo volume primo di Fonti
al suo nome venerato e caro ».

Proseguendo la trattazione della stampa dei Fonti, si di-
A

94 : ATTI DELLA SOCIETÀ

scute la proposta per il Regesto di Sassovivo e quindi si
vota il seguente ordine del giorno:

« L' Assemblea, considerato che la vetusta Badia Bene-
dettina di Sassovivo tra i monti di Foligno possiede inedito
un Regesto di pergamene che, dalla metà del secolo XI
Sono fino al secolo XV; che i documenti si riferiscono a.

‘ quasi tutti i Comuni dell’ Umbria, a molti Comuni delle Marche
e del Lazio, e taluni a Roma stessa; considerando che manca.
alla storia Umbra un complesso di antichi documenti che.
facciano conoscere le condizioni della regione nei secoli XI
e XII e che stabiliscano la topografia di luoghi anche scom-
parsi; delibera di commettere alla Presidenza come sopra la.
preparazione di un secondo volume della collezione dei Fonti
storici che contenga il Legesto di Sassovivo da pubblicarsi
con i seguenti criteri:

a) Premettere un To duion diiit del Regesto, dove

. si tenga conto di tutte le osservazioni di paleografia e diplo-

matica, si riassumano i caratteri generali della compilazione
tanto in riguardo alla storia del diritto come dell’ economia
pubblica, si narrino le vicende. dell’ Abbazia, discorrendo
della sua influenza sociale nella regione e fuori e si dia la
cronologia degli Abati colla riproduzione dei sigilli che a.
ciascun d’ essi appartennero.

5) Riprodurre integralmente tutti i documenti papali
inediti ed i contratti contenuti nel Regesto, dai piü antichi
fino al secolo XII inclusivo.

c) Degli altri documenti dal secolo XIII in poi dare un
Regesto esatto.secondo le norme meglio approvate in pubbli-
eazioni di questo genere, salvo pubblicare per intero quelli
che sembrassero di suprema importanza.

d) Far seguire alla raccolta note dichiarative del testo

‘e storiche a chiarire luoghi, persone e istituti, nonchè una.
illustrazione artistica dello splendido monumento avanzato
della celebre Abbazia. i
ADUNANZA DEL IX NOVEMBRE MDCCCXCV | ‘295

e) Chiudere il volume con facsimili eliotipici, coll'indice
onomastico e cronologico e con un glossario di voci non
comprese nel Du-Cange. |

f) Intraprendere la pubblicazione solamente dopo com-
piuta la stampa dello Statuto perugino, seguendo le norme
espresse alla lettera della precedente deliberazione ».

l La
Finalmente, tenuto conto delle ragioni esposte nella rac-
comandazione del Presidente e nella proposta del prof. Sensi,
per provvedere alla raccolta delle Laudi spirituali e poi alla
preparazione della Bibliografia storica della regione; considerato
in ordine alla prima come il socio prof. Monaci attende di pre-

. sente alla pubblicazione del Canzoniere, si delibera di ufficiarlo,

come è anco desiderio del socio Sensi, perchè si compiaccia di
presentare alla Società un disegno per la scelta delle Laudi
umbre, indicando l'estensione della raccolta per averne rà-
gione nelle future deliberazioni della Società; e in ordine poi
alla seconda di invitare la presidenza a fissare in una circolare
i termini precisi per una Bibliografia storica generale, 'asse-
gnando i confini entro i quali dev’ esser compresa e dando
il modulo delle schede perché il lavoro resulti uniforme.

Esaurita questa parte relativa alla pubblicazione dei Fonti
storici, il prof. Mazzatinti, delegato a rappresentare la So-
cietà Umbra al congresso storico di Roma, dà lettura della
seguente relazione :

A rappresentare la Società nostra al VI Congresso sto-
rico italiano in Roma furono delegati i soci prof. Leo-
poldo Tiberi, prof. cav. Torquato Cuturi, conte Vincenzo
Ansidei, prof. Annibale Tenneroni, prof: Giuseppe Pardi,
prof. Francesco Pagnotti, prof. Giulio Urbini, marchese
Giovanni Eroli, prof. Alessandro Bellucci, prof. Filippo
Sensi, prof. Oscar Scalvanti, prof. Costantino Pontani,
prof. Luigi Lanzi; a me fu dato l' incarico, che accettai
con gratitudine e compiacenza, di riferire al Congresso
intorno all’ opera compiuta dalla Società nel suo primo
MODs. | s ATTI DELLA SOCIETÀ .

anno d'esistenza, ed a quanto è nei suoi voti di com-
piere per la illustrazione della storia nostra e in adem-
pimento al còmpito suo. Nell’ aula magna della R. Ac-
cademia dei Lincei il Congresso italiano fu solennemente
inaugurato il 21 ottobre, presenti i Reali ed il Principe,
autorità e rappresentanti degl'Istituti storici e. stranieri.
La giusta proposta del prof. Francesco Novati, che a so-
stenerla ebbe a compagno il nostro socio prof. Sensi, che
cioè « nella pubblicazione di antichi documenti sia fe-
delmente conservato tutto ció che attiene alla sostanza,
alla lingua e alla grammatica, e tutti i fatti grafici
che costituiscono una legge », e che inoltre « la ripro-
duzione integrale dei testi, così latini ^ come volgari,
sino a tutto il secolo XVI, non sia limitato da distinzioni
né di materia nó di scopo, e che per i secoli seguenti si
restringa ai casi di evidente necessità », fu unanimente
approvata. Giovi ricordare che la prima parte di tale pro-
posta fu discussa nel quinto Congresso in Genova: nel
1892 (1). Accoglienza favorevole e plauso meritato ottenne
una erudita relazione del prof. Arturo Galanti sulla con-
venienza, che le trattazioni storiche, « riconosciuto che
la paletnologia è parte dell'archeologia, tengano ragione
dei resultati ottenuti da. paletnologi coll'indagine della
civiltà italica preromana». Dei « provvedimenti da in-
vocare per la ricognizione dello stato in cui si trovano le
biblioteche comunali, per promuoverne, ove necessiti, una
più sicura conservazione e un migliore ordinamento e
sulla necessità di riordinare e tutelare gli archivi comu-
nali, degli enti e degl' istituti soppressi, e compilarne gli
indici », trattarono con singolare competenza e con asso-
luta opportunità il nostro socio prof. Sensi e il prof. Ora-
zio Bacci, rappresentante la Società storica della Valdelsa ;
e le proposte loro furono con unanime. consenso appro-

vate.
G. MAZZATINTI, relatore.

Venendo alla parte dell’ ordine del giorno che concerne
alla gestione finanziaria, un esatto e dettagliato resoconto
.vien presentato all’ adunanza dall’ Economo signor conte Vin-
cenzo Ansidei, e procedendosi poi alla nomina di due revi-

^ (1) Adunanza del 24 settembre. Cfr. Atti det. V. Congressso. Genova, 1893, pag. 149
e: segg. ;
ADUNANZA DEL IX NOVEMBRE MDCCCXCY "ndn MT

‘sori del consuntivo, tale incarico viene affidato ai soci conte.

comm. G. Battista Rossi-Scotti e prof. Ferdinando Fabretti.

Il Presidente accennando all'articolo dello Statüto che
concerne le riunioni che periodicamente dovrebbero te-
nersi in qualche città dell’ Umbria, propone che per l'anno
venturo si designi fin d'ora la città di Spoleto. La proposta

è accolta all’ unanimità e viene stabilito che questa riunione

debba aver luogo entro.il settembre del 1896.

Tutti gli oggetti all'ordine del giorno sarebbero cosi esau- .

riti, ma prima che l'adunanza si sciolga il socio mons. Ro-

mitelli domanda la parola: dice che essendosi costituita una -

Società di Storia Patria, sarebbe desiderabile che essa po-
tesse anche servire di aiuto e di incoraggiamento a. quei
‘giovani, che si volessero dedicare a questo genere di studi,
appunto per continuare le tradizioni della scuola del Vermi-
glioli, del Rossi, del Conestabile e del Fabretti, avviandoli
allo studio della paleografia e diplomatica.

Il prof. Scalvanti si dichiara favorevole in massima alla
proposta del Romitelli, ma fa d’altro canto osservare che
essendovi ora in Firenze, a. Roma e presso alcuni archivi di

Stato un corso di paleografia, non è difficile ai giovani volon-
terosi acquistare nella lettura déi caratteri antichi e nella.

critica diplomatica quella pratica che è indispensabile a
chi voglia coltivare gli stud? storici. Tuttavia è lieto di ri-
petere quello che già disse al Presidente, avere egli già
indirizzato su questa via qualcuno dei suoi scolari di Uni-
versità, e se ne ripromette anche presto qualche buon frutto

colla valida scorta della dottrina paleografica degli archivisti- |

bibliotecari del Comune.
Dopo di che il Presidente ringrazia le signore Fabretti e
l'onorevole Sindaco della città di avere onorato di loro pre-
senza l'assemblea, e l' adunanza è sciolta.
IL PRESIDENTE
Lu uL ORE ON

Il Segretario — L. GIANNANTONI.
28 j is ATTI DELLA SOCIETÀ

M SOCIETÀ UMBRA-
i DI

STORIA PATRIA

Perugia, 20 novembre 1895.

Protocollo N. 60

CIRCOLARE AI SOCI

Oggetto

Materiale storico
. _________smeu—— emo, | | A
(Seconda edizione).

Illustrissimo Signore,

La Società. Umbra di Storia Patria, fondata allo scopo
di preparare una. storia critica, certa e severa, non a co-
modo di parte, ma fatta per rappresentare la vita del
nostro popolo, pone la base principale dei suoi studi ne-
gli archivi pubblici e privati della regione. Quindi fin
. dalla prima adunanza del Consiglio direttivo e della Giun-
ta esecutrice del Bollettino e dei Fonti storici accennava
ad alcune norme da tenere nella ricerca e nello studio
della materia storiale, perchè l’ opera comune procedesse
con metodo uniforme e per via spedita quanto più fosse
possibile. La qual cosa apparve così opportuna, che al-
‘cuni soci lontani, tosto che n’ ebbero sentore, si affret-
tarono a dimostrare il desiderio che venisse esposta, in
una breve circolare a tutti i soci, come una, traccia or-
dinata delle avvertenze da osservarsi per chi intende a
lavorare sulle ‘fonti. Nè indugio a contentarli, tenendomi
nei limiti della più stretta brevità.

E perchè non di rado avviene che chi si mette. per
; la prima volta a tale onorata impresa incontri un grave
ostacolo nel disordine in che trova gli archivi, e sgomento,
come chi non sappia da qual parte rifarsi, si senta forte
tentato di ritrarsene; ovvero, superate anche le prime
difficoltà, metta mano a dare alle carte un assetto, e nel
corso del lavoro ‘accortosi del poco profitto che ne ricava,
provando e riprovando, non mai abbastanza soddisfatto,
perda un tempo prezioso; così a spianare 1’ aspro cam-
mino, credo utile indicare quella che a me sembra la mi-
glior guida per un riordinamento razionale e facile degli

archivi comunali. Á :

a - Eid. desea uta ud oO
CIRCOLARE AI SOCI i 29

A mio avviso, e per l’esperienza di varî anni negli
archivi di Stato toscani, prima di dar opera ad un la-
voro di tal genere, è necessaria una cognizione della
storia del Comune o dell’ istituto, cui l'archivio appar-
tiene. Potendo, dovrebbesi studiare attentamente lo sta-
tuto, perché la nozione fosse piü sicura. Dagli statuti si
apprende la forma del reggimento pubblico; e. dove le
riforme sono copiose e complete, si ha la storia delle di-
verse trasformazioni del governo nelle nostre piecole re-
pubbliche. Di qui si vede quanto lume viene per essi alla
conoscenza delle carte. Inoltre gli statuti accolgono in
sè tutta la vita del Comune, e non v' ha istituzione pub-
blica che ivi non sia accennata, dando essi la chiara e
precisa designazione della natura ed estensione degli of-
fiei e di tutti i rami della amministrazione che compon-
gono l'organismo comunale. E perché questo organismo
risulta di tre parti principali, civile o politica, ammini-
strativa e giudiziaria, vien bene la. partizione generale
delle carte in questi tre grandi gruppi. Difatti è natu-
rale che chi prende a studiare la storia di un luogo, in-
tesa che ne abbia l’ antica sua costituzione (STATUTI, RI-
FORME, CARTA, COSTITUTO, ecc.), passi a conoscere il lento
e graduale svolgimento della sua vita politica nelle de-
liberazioni del corpo legislativo (CONSIGLI DI CREDENZA,
MINORE, GENERALE), e negli atti del corpo esecutivo (CON-
SOLI, PrIORI, ANZIANI, dai quali vengono le Commissioni,
i Mandati le Legazioni, le. Relazioni interne ed esterne,
dove entra anche.il carteggio) e in quelli di tutti gli
altri ufficiali dipendenti (di CusTODIA, di GUERRA, di SA-

: NITÀ, d'ISTRUZIONE PUBBLICA. e di LAVORI PUBBLICI);

quindi venga alle forze produttive (GABELLE, PRESTE,
CATASTI, e ÜFFICI DI ENTRATA E D'USCITA); e per ulti-
mo ricerchi le sue azioni morali negli wffüci giudicanti
in civile e criminale (POTESTÀ, CAPITANO Dr POPOLO, CA-
PITANO DI GUERRA, MAGISTRATI DI GIUSTIZIA, CORTI DI
AssESSORI, GIUDICI e COLLATERALI, ecc.). |’

Ognuna di queste grandi divisioni si parte in serié,
e ogni serie si pone in ordine di dipendenza dall’ ufficio
principale, dando ad ogni codice e ad ogni carta la sua
collocazione per cronologia rigorosa.

Questo per i codici e per le carte.

Per le pergamene si usa una distinzione e una clas-
sificazione separata.

Le pergamene si conservino arrotolate, e nel dorso ri-
producano la data (anno, mese, giorno e indizione).
ATTI DELLA SOCIETÀ

Dall’angolo destro, in alto della pergamena, si farà
pendere un cartellino cucito, che lasci subito scorgere la
| data che ivi verrà ripetuta. Si collochino, così arrotolate,
sopra un piano orizzontale di un aa o scaffale a
più ordini di palchetti, e ogni palchetto abbia divisioni,
di venti o più anni, secolo per secolo, e ivi si disponga-
no per ordine cronologico: così le pergamene saranno,
ad ogni bisogno, subito a mano. La distinzione che al-
«cuni fanno di bolle pontificie, di diplomi imperiali e regi,
di atti più solenni, è sempre a carico del servizio e del
concetto razionale dell'archivista, come la classificazione
che altri fa per materie, per provenienze, per destinazio-
ni, e per fino (pur troppo ancora si usa!) per autografi.
Per l’archivista tutte le carte hanno uno stesso valore,
o che rechino la sottoscrizione di un gran sovrano o di,
un oscuro notaro: — perchè dove uno non è attratto dal-
l'importanza storica, s'appaga della lingua; e mentre
uno indaga le ragioni che motivarono i grandi fatti nei
documenti officiali, un altro desume dalle cifre di un
obliato registro di dare e d'avere le condizioni stesse di
un popolo. — Quindi di tutte le carte abbia la stessa cu-
ra, cioè di conservarle, di inventariarle e di spogliarle.

Per gli inventari, quello pubblicato per l'Archivio di
Stato di Lucca puó dare un saggio dei. migliori che fin
qui siensi fatti.

Per gli spogli dei singoli documenti, dei quali è ne-.
.cessario avere tutta la sostanza e l'estratto di tutti i no-
mi dei luoghi e delle persone nella loro originale lezione,
si può prendere norma dal Regesto dei Capitoli del Co-
mune di Firenze compilato dall'illustre comm. Cesare Gua-
sti, di cara memoria. Per i documenti di corrispondenza
epistolare, dove la copia sia grande, basterà, per ora, una
breve notizia di nomi, di luoghi e di date a somiglianza
della pubblicazione. della Soprintendenza degli archivi
Toscani: Le Carte Strozziane del R. Archivio di Stato in
Firenze (vedi Archivio storico Italiano, serie IV, disp. da,
dell’ 85 e seguenti).

Finalmente una parola di consiglio circa il metodo
nella trascrizione e nella stampa dei documenti. Ricordo
qui come nel Congresso storico di Genova si lamentò che
in Italia non si fosse ancora raggiunta unità di metodo.
Notevole fu la trattazione del IV tema sulla uniformità
da tenersi da tutte le Società e Deputazioni storiche nel
pubblicare documenti medievali. Il prof. F. Gasparolo di
Alessandria ne riferi con competenza \di scienziato, e il ©
‘CIRCOLARE AI SOCI |. PESI
prof. Paoli, da quel valente che egli è in tutte le que-
stioni di paleografia e diplomatica, coneluse proponendo
alla approvazione del Congresso che nella pubblicazione
degli antichi documenti sia. conservato fedelmente tutto
ciò che attiene alla sostanza, alla lingua, alla gramma-
tica, e tutti i fatti grafici che costituiscono una legge. Fer-
mo questo principio generale che risponde alle vere esi-
genze della scienza storica, mi ero già permesso di con-
sigliare più particolarmente, al confronto dei casi a noi
Umbri più noti, che se è buono per i documenti più an-

tichi adottare un sistema rigoroso, : per i meno antichi
fosse tollerabile una moderazione nella riproduzione in-
tegrale di tutte le forme grafiche.

Il nostro compianto Adamo Rossi si attenne sempre
alla più rigida osservanza, permettendosi appena di scio-
gliere le sigle e i nessi. Invece il nostro Ariodante Fa-
bretti, d’illustre e lacrimata memoria, amò spaziare in
una certa libertà. Faceva distinzione fra V e U, secondo
il suono richiedeva. Dava le maiuscole ai nomi propri e

- alle parole dopo il punto, e della interpunzione moderna.
si serviva per agevolare ai lettori quel retto senso del-
l’atto che egli prima di pubblicare aveva Tipotuvanente
studiato a vantaggio degli studiosi. .

Ma daeché i nostri studi dànno un grandissimo sus-
sidio ad altre seienze e specialmente alla linguistica. e
alla dialettologia, che hanno fatto e fanno tuttodi gran-
dissimi avanzamenti, il Congresso storico di Roma ha

\ raccomandato à proposta del prof. Novati e del nostro
prof. Sensi, l' integrale riproduzione della lettera dei testi
di qualsivoglia specie, in modo che le pubblicazioni pos-
sano servire di base sicura ad ogni forma d’ indagine
scientifica. A questo precetto conviene -attenerci rigoro-
samente, per evitare che uno stesso doeumento si veda
a poca distanza di tempo riprodotto in differente maniera,
a correggere il capriccio o lo scopo di un solo studioso
per il punto di vista suo peculiare.

Ai giovani che chiedessero un avviamento per la let-
tura dei codici e per acquistare la critica a ri-
cordo le pubblicazioni seguenti: i

Archivio paleografico italiano, vol. I°, Miscellaneo, fasci-
coli I, II, III, Roma, 1882 88; in'f.°, vol. II. — Mo-.
numenti paleografici di Roma, fasc. I, Roma, 1884,
in f.° (sotto la direzione dei professori Monaci e Paoli)
— EUpu Dias
4 N Re

32.

‘ATTI DELLA SOCIETÀ

CamiNI — Sommario di paleografia — Appunti per la
scuola Vaticana — Roma, 1888, in 8°.
GLORIA — Compendio delle lezioni teorico-pratiche di pa-

leografia e diplomatica, Padova, 1870, in 8°, con atlante.

PAorr — Programma scolastico di paleografia latina e
diplomatica, I; Paleografia latina (2* edizione), Fi-
renze, 1888, in 8°, SE

Lupi — Manuale di paleografia delle carte, Firenze, in 4°.

PoriaoTrTI — Nozioni di paleografia con tavole illustra-
tive del carattere notarile dei secoli XIV al XVII,
Roma, 1892.

Prou — Manuel de paléographie latine et francaise du
VIe au XVIIIe siécle suivi d’un dictionaire des abré-
viations avec 28 fac-similiés en phototypie, Paris.
Compiuta alla lesta questa sommaria istruzione, altro

non mi rimane che ringraziare tutti i soci, cui è piaciuto

darmi prova della loro benevola deferenza. Starò atten-
dendo dalla loro operosa dottrina quei frutti di maturo
sapere che ognuno ha diritto di aspettarsi. La viva sod-

x

disfazione con che è stato accolto da ogni parte l'an-

. nunzio della nuova Società storica, ci conforti ad intra-

prendere il grave cómpito dei lavori con coraggio, e ci
animi a proseguirli con costanza.

L' Umbria, che nella storia politica nazionale del me-
dio evo ha saputo dare esempi fortissimi e gloriosi, e si
è acquistato un gran posto nella rinascenza delle arti,
non deve rimanere seconda nella gara delle altre regioni
intese ad illustrare il passato. Studiando la forma intima
delle antiche istitüzioni, troveremo il segreto della forza
del nostro popolo, del valore dei nostri capitani, della
grazia squisita de'nostri artisti, e affretteremo il com-
pimento della storia nazionale, che sarà compiacenza e
insieme ammonizione per i futuri.

Il Presidente
LUIGI FUMI.
SOCIETÀ

DI

STORIA PATRIA

CIRCOLARE AI SOCI 33
UMBRA

Perugia, 20 novembre 1895.

Protocollo N. 61.

CIRCOLARE AI SOCI

Oggetto

Bibliografia storica
— —— I À— tte 0 T

Egregio collega,

Nell’ Assemblea generale dei soci riunita in Perugia
addi 9 corrente, il sottoscritto per dovere dell’ ufficio af-
fidatogli si fece a presentare e svolgere partitamente al-
cune proposte per lavori collettivi da pubblicarsi nei Fonti
storici, le quali proposte discusse e approvate vanno già
studiandosi con amore per mandarle quanto prima si
potrà ad effetto. Per ciò che concerne la compilazione
della Bibliografia storica regionale, l' Assemblea, non dis-
simulandosi la gravità e la difficoltà grande di cotesta
compilazione non solo per evitare l'eecesso dei difetti, onde
siffatte opere non si scompagnano, ma per dare una certa
uniformità di metodo, invocata generalmente dagli stu-
diosi, incaricava la presidenza di indicare un sistema di
compilazione a norma de’ soci che vi si volessero appli-
care.

Non tardo a tenere l'invito, persuaso che a por mano
ad opera grande, come è questa, si richiede lungo spazio
di tempo e convenga affrettare, senza lasciarci prendere
dagli sgomenti che non servono se non a ritardare e
sciupare i buoni propositi.

Parlare della utilità di una Bibliografia storica, anzi
della sua assoluta necessità, torna inutile agli studiosi.
Bene avvertiva il Cantù che se prima di accingersi ad
un’ opera, si conoscessero tutti quelli che già vi si ado-
perarono, non si vedrebbe sciupare forze, tempo, ingegno,
spese a rifare il fatto e si terrebbe il proposito di dare

sempre un passo avanti (Arch. St. Ital., serie IV, t. I,

p. 141). Molti trattarono della convenienza di compilare
le Bibliografie storiche regionali, e vari tentativi si fe-
3

E
‘34

A

ATTI DELLA SOCIETÀ

\

cero e più poderose opere sono in corso di stampa. L'I-
stituto storico italiano il 5: aprile 1886 riconosceva infatti
la grande importanza delle Bibliografie storiche regionali,
ma rimandava « quell’ opera colossale a tempo più op-
portuno; lasciando per ora alla iniziativa delle Deputa-
zioni e Società di storia patria il provvedervi coi mezzi
loro propri, a tanto miglior ragione che già alcuni soci
di esse vi si posero con grande amore » (Bollettino del-
UJ Ist. stor. ital., IV, I, p. 52). :

Quanto malagevole sia questa impresa ognuno lo com-
prende. Non si puó dire che abbia nemmeno ricevuto fin
‘qui una serie di precetti che soddisfino a tutti i bisogni,
appaghino tutte le ricerche e contentino tutte le esigenze.
Da qual punto. ci si abbia a muovere e fino a qual li-
mire giungere sembra controverso. Qual sistema adot-
tato nel catalogo, se cioè si debba registrare per crono-
logia o per alfabeto o per materia è ancora discusso. La
estensione da dare all'opera è certamente il nodo più
difficile a sciogliere. Certamente il più ‘agevole di tutti i
‘sistemi e più spedito è quello di attenersi a catalogare
le opere che parlano di storia propriamente detta. Ma si
comincia a dire: di quale storia ? La medievale sola, come
quella che più direttamente occupa l’ attenzione delle So-
cietà, secondo i decreti che regolano il fine per cui fu-
rono istituite nello ‘studio della storia patria? O vera-
mente anche l’ antica e la moderna? E se queste. parti-
zioni di epoche sono fatte a comodo, se la storia non
possa conoscersi studiata monca e fatta a brani, ma debba
abbracciarsi tutta intera, perchè non si avrà a compren-
dere in tutte e tre le epoche? E allora, quella scienza
che ‘precedendo le epoche testimoniate dalle scritture e
dalle tradizioni orali trova i suoi argomenti e le sue de-
duzioni nel seno della gran madre, la terra, e l' altra per
la quale quando non si hanno viventi da esaminare, nó fos-
sili da serutare, negli elementi glottologici si vanno investi-
gando leoriginieleagnazioni, i costumi :e gli usi dei padri,
dovranno essere lasciate in disparte? Se una volta poteva
immaginarsi una bibliografia storica circoscritta dentro i
limiti più ristretti della parola, oggi per il nesso che
tutte le epoche hanno fra loro a partire dalle cosidette
preistoriche, pare conveniente doversi rifare dalla paleoet-
nologia e dalla linguistica per giungere ai tempi ar-
cheologiici e da questi passare ai medievali e ai successivi.
I progressi che ha fatto l’ etnologia hanno innalzato la
storia sempre più al grado. di scienza, spostando le teorie

eb: & 8. v Po : I & e [c SEE I CIRCOLARE AI SOCI OB.
‘ dei filosofi della storia, come Vico e Pagano, Schlegel,
Hegel e Miller, e per conseguenza essa deve comprendere
e chiarire tutto il passato. Le spiegazioni di tutto il pas- -
sato devono precedere la politica, e poiehé ogni fatto é
storia, la bibliografia non sarà completa se non riassuma
tutto il movimento degli intelletti in ogni ordine di fatti
à qualunque ramo del sapere siensi rivolti. Quindi siamo
condotti ad inventariare tutte le forze vive e morte della
regione. Epperó giustamente Giovanni Sforza prendeva a
trattare il tema. degli. scrittori italiani in un congresso
storico italiano, e. precisamente nel V congresso tenuto
in Genova, svolgendo il suo argomento, otteneva che la
Commissione incaricata dell'esame preliminare, ne rife-
risse favorevolmente, e. il barone Manno « con quella
chiarezza propria degli uomini che sono competenti ed
esperti nella materia di cui discorrono », come disse il
presidente Boselli, proponesse le sue assennate conclusioni
(Atti del quinto congresso storico italiano, Genova, 1893,
p. 116, 130 è segg.).
Per la qual cosa ci sembra dover proporre la Biblio-
grafia storica e la Biografia insieme degli scrittori umbri,
dove si leggano i titoli di tutte le opere a qualunque
i argomento attinenti, così alla storia della natura, come
alla storia degli uomini della nostra regione attuale ; ed
eziandio di tutti quelli scrittori che nati, educati o vis-
suti qui hanno dato opere a stampa, si diano sommarie
e precise notizie biografiche.

Con questo avremmo, accennato alla estensione del
nostro vasto disegno. Ora è da dire qualche cosa del me-
todo più opportuno a dargli forma.

Sarebbe ozioso investigare se convenga compilare tanti
cataloghi quanti sono Comuni o se invece venga bene
riunire gli scrittori.in un catalogo solo, quando la storia
d'Italia è di natura. sua essenzialmente comunale e le
regioni sono state solamente di fresco ristrette’ o allar-
gate, obbedendo, più che a'criteri storici, ad opportunità
d'indole amministrativa. La storia avrebbe reelamato per
l'Umbria una più vasta zona di territorio italiano che
oggi non racchiuda: quindi pare che ogni Comune del-
l’ Umbria attuale meriti un. catalogo distinto dei suoi
scrittori, salvo poi, ad opera compiuta, riunire in varî
indici gli scrittori con gli opportuni richiami.

Come si abbiano a collocare, Comune per Comune;
gli autori, è cosa più ardua. Non si esce dai tre me-
todi accennati, cronologico, per materie e alfabetico. Ma
36

o*® , ds | 9 » . : 3 : -

Y

ATTI DELLA SOCIETÀ

nessuno dei tre va immune da difetti. Chi studia un ar-
gomento vorrà andare alla pesca di ciò che fa per lui in
un indice dove trovi a fior d'acqua l' autore che lo tratta:
ma non sempre è dato ben distinguere la materia conte-
nuta in un libro, potendo esso appartenere a più classi-
ficazioni scientifiche e venire collocato là dove non accada
trovarlo. Il ‘cronologico non può. essere a rigore osser-
vato; l’ alfabetico non è fatto certamente per far guada-
gnare tempo a chi avesse fretta di spacciarsi, oltrechè
non tutti i libri vi troverebbero posto per nome di autori,
dove sieno gli anonimi. Il sistema da preferire sarebbe
quello che eliminando i difetti di ciascuno, si giovasse
de’ vantaggi che offrono gli altri. L° indice per materie
è senza dubbio il migliore, perchè permette collocare gli
autori sotto gli argomenti speciali da loro trattati, e col-
locarli cronologicamente, senza rinunziare all'ordine al-
fabetico, che può venire come sussidio ultimo nell' indice
posto in fine. In tal modo ogni argomento si avrà l'e-
lenco degli scrittori disposti per ordine di tempo e la bi-
bliografia sarà storica di per sè stessa per ogni soggetto.

Venendo alla pratica, la nostra bibliografia sarà ge-
nerale e particolare, distribuita in tante classi quanti
sono i gruppi delle materie messe a catalogo. In molti
casi classificare, frazionare e suddividere torna utile,

‘perchè dove il numero delle opere soverchia, lo studioso

divaga e perde il fine, per cui ricorre alla raccolta. Ma
se questo sistema delle partizioni e delle ripartizioni av-
vantaggia da una parte, dall’ altra scapita e nuoce alla
economia del tempo e dello spazio. A non molti gruppi
sarebbe da distendersi, e.la suddivisione dei gruppi ri-

‘serbata ai casi di una letteratura sovrabbondante.

Il sistema più comunemente usato dai bibliografi nel
designare i gruppi, indicato dal Garnier e messo in pra-
tica dal Martin e dal Barbier, è di dividere gli autori in
cinque classi : teologia, giurisprudenza, scienze ed arti,
belle lettere e storia. Il Fortis d’ Urban non fece che
invertire l'ordine. Ma questo è un sistema più proprio
delle Bibliografie generali. Per le particolari e regionali
gioverà allargare il riparto, e al caso nostro sembrami
che si potrebbe stabilire nel modo seguente :

I. — Storia generale Umbra.

1. Topografia ed etnologia.
2. Dialettologia.

è Bi
a E CIRCOLARE AI SOCI

3. Archeologia :
a) Monumenti,
b) Musei e collezioni.
4. Agiografia o storia religiosa.

II. — Storia particolare dei Comuni.

1. Topografia ed etnologia.
2. Dialettologia.
3. Archeologia:

a) Monumenti,

b) Musei e collezioni.

4. Agiografia o storia religiosa:

a) Santi e reliquie,

b) Chiese e istituti religiosi.

5. Storia civile:
‘a) Storie,
b) Monografie,
c) Guide,
d) Giornali.

6. Amministrazione ed economia.

mi

7. Legislazione — Giustizia.
8: Industria e commercio.
9. Arti e mestieri.

10. Previdenza.

11. Beneficenza e soccorso.

12. Istruzione ed educazione.

13. Ricreazione.

14. Edilizia.

15. Arti decorative.

16. Genealogia e biografia.

III. — Scrittori locali di cose non attinenti

Teologia.

. Giurisprudenza.
Scienze..

Arti.
Letteratura.

. Storia.

SAMI SECO pum

c

ali? Umbria.

Articolo per articolo segnato sotto la sua classe avrà
il numero d’ ordine — il nome dell’ autore — il titolo —
l'editore, l' anno, il formato, il numero delle pagine. Po-
tendo, avrà un cenno brevissimo della biografia dell'au
ur

n - quercum M i

ATTI DELLA SOCIETÀ

tore. Dove il libro sia miscellaneo o possa considerarsi
tale, recherà l’ indice dei capitoli. L' edizione più antica
sarà posta in principio e così per ordine cronologico tutte
le altre. Se il libro è anonimo si noterà con due linee =,
se è pseudonimo con un asterisco, ponendo fra due pa-
rentesi quadre [] il nome accertato. I predicati nobiliari
e religiosi si porranno entro parentesi comuni immedia-
tamente dopo il cognome, e così i cognomi preceduti da
Di, Da, De, Del, La, San. i

"Queste le linee generali dell’ opera, la quale per es-
sere di sua natura assai complessa, potrà man mano che
il lavoro procede incontrare nel suo disegno quelle va-
riazioni che si riconosceranno più opportune. Stabilire
precetti sicuri e criterî fissi in questo caso non si può
tanto facilmente; e l'illustre barone Manno alla distanza
dal primo al secondo volume della sua grandiosa opera
ci avverte che « postosi all’ordinare la Bibliografia locale
senza mutare i primi criteri, ne allargò i limiti, esten-
dendo le ricerche, moltiplicando le notizie, ampliando il

. disegno dell’ opera e la portata del libro » (Bibliografia

storica degli stati della Monarchia di Savoia, Torino;
1891, vol. II, p. 1).

Del resto, che lavori di questo genere non possano
avere la pretesa. di riuscire mai completi è cosa a tutti
ben nota, e noi non possiamo pretendere di certo di fare
tentativi .che soddisfino tutti. Quei soci che si sentono
bene disposti a mettersi a tanta fatica, potranno applicar-
visi senza indugio, avendo presenti più che queste povere
parole gli esempi dei JaAresberichte der Geschichtwissen-
chaft, del Merkel per il saggio del 1885-91 e sopratutto
del barone Manno per la Bibliografia storica degli stati
della Monarchia di Savoia. La presidenza si propone di
procurare dalla raccolta del conte Mazzucchelli le copie
di elenchi e di schede conservate nella Vaticana dei sin-
goli luoghi dell’ Umbria. Per ora non occorre che i com-
pilatori si perdano a collocare gli autori in gruppi di
materie, essendo questa un’ operazione da riserbare per
ultimo. Quello che di presente si richiede è la compila-
zione delle schede, distese su fogliolini separati in carta
ben consistente e con tutti i quattro margini rifilati a
macchina per aversi più facilmente a mano. La scheda
conterrà con perfetta precisione le indicazioni, di cui si
è detto sopra. Compilate che siano le schede in buona
quantità, saranno trasmesse alla. presidenza insieme ad
una nota delle opere e delle collezioni scientifiche e let-

S^ * ad 1, 4 . » 2 - " i MV cr
CIRCOLARE AI SOCI ups

terarie consultate per detta compilazione, affinché quelle
opere e:quelle collezioni che il compilatore per avventura
non avesse tuttol'agio di avere tra mano possano essere
esaminate dalla presidenza, che cosi si assume la revisione
e la uniformità di ogni singola bibliografia. Nuovamente
poi i compilatori avranno sotto mano le loro schede, come
quelli che stando sul luogo sono messi in grado di por-
tarvi sempre nuovi miglioramenti fino al momento della
stampa. Esaurita che sia un giorno l'opera di tutti sulle
parziali biblio-biografie, e finite di stampare, un volume
di indici tripartiti le abbraccerà tutte in un sol corpo. I
supplementi ehe di anno in anno si potranno pubblicare
emenderanno gli errori e le omissioni e terranno al giorno
la bibliografia e ne faranno manifesta la somma utilità.

Chi sentendo vivissimo l'amore per la nostra regione
e per i nostri studi e a cui sa male che ciò che per al-
tri fu intrapreso da noi non siasi per anco tentato, si
consacri a tanto lavoro, continuandolo con costanza e
con semplicità, nè lo distolga la natura ingrata di esso,
arida e interminabile. Giova qui ripetere le sapienti
parole del barone Manno : « La lode, il merito, gli onori,
le mercedi vadano pure agli autori che disegnano a
grandi linee e scolpiscono ricordi monumentali: ma non
disprezziamo la scienza sminuzzata, l'entomologia della
storia. La storia togata. ama il genio; se però non
è sorretta dalla erudizione, rischia d’ inciampare nei
fossi, come l’ astrologo della favola. I prolegomeni, i
paralipomeni della storia non sono che compito di faticanti
di criterio, essi però servono a quella perfetta. informa-
zione, senza la quale non si può erigere un monumento
storico definitivo, che. non sia o per malizia o per ‘pas-
sione o per imperizia o per debolezza una perpetua co-
spirazione contro la verità». (MANNO, op. cit., vol. IT, p. 10).

Non ci sgomenti la difficoltà dell impresa, se sappiamo
che il Le Clerc, uno degli uomini più dotti del secolo XVI,
critico paziente e accurato, potè confessare la. sua defi-
cienza in lavori di tal fatta. Siano ingrati, siano difficili,
siano lunghi, noi li vorremo intraprendere, perché som-
mamente necessari; e la posterità ce ne sarà grata.

La S. V. si compiaecia di darmi uu cenno di risposta
perchè la presidenza sappia da chi può attendere inco--
raggiamento e speranze alla presente collaborazione.

Il Presidente
LUIGI FUMI.
- Nac
"SIE

$^».
41

E ASA VIA

DI

ANGELO GERALDINI
| SCRITTA

DA

ANTONIO GERALDINI

ati»
-

L'antico manoscritto della vita di Angelo Geraldini che
ora, finalmente, m'induco a consegnare alle stampe, anche
in ossequio alle calde e gentili istanze del nostro egregio
presidente comm. Fumi, restavasi da gran tempo sconosciuto
e negletto presso un mio parente. Rinvenuto a caso, parve
pervenire nelle mie mani affinchè, pubblicandolo, fosse riven-
dicata dall'ingiusto oblio la memoria illustre di quel Ve-
scovo di Sessa, che come guerriero e come diplomatico,
tanto s'adoperó per la prosperità della Chiesa e dell’ intera
società, che divenne una delle più belle glorie dell’ Umbria.

Ritrovai dappoi nella Vaticana una copia in tutto con-
forme a questo medesimo manoscritto, contrassegnata col
n. 6940, e dopo averne fatta accurata disamina, mi avvidi
non essere il nostro che una trascrizione fatta su quell'esem-
plare stesso in miglior forma. Del resto, se questo impor-
tante codice cadde nella totale dimenticanza del secolo no-
stro, era però ben cognito ne’ tempi andati. Onde, Cesare
Orlandi (Delle città d'Italia, t. II, Perugia, 1772) ragionando
degli uomini illustri di Amelia, attesta aver dettata Anto-
nio Geraldini là vita di suo zio Angelo, che trovavasi
ancora manoscritta. E se attentamente si riscontri quel
49. B. GERALDINI

tanto che scrisse l Ughelli (Jf. sac., t. VI, Venetiis, 1720)
relativamente al trigesimo vescovo suessano Angelo Ge-
raldini, si rileverà ben. tosto non aver egli fatto che un
ristretto, abbastanza esteso, di questo stesso manoscritto,

ritenendone sovente le stesse frasi e le stesse parole. Ma in-

tanto dall'essere così rimasto dimenticato avvenne che di-
menticati fossero ancora i fatti in esso narrati, e quindi
dall'età nostra, proclive anche troppo ad encomiare, Angelo

non potè riportare i ben meritati onori, ancorchè tanti

titoli avesse all ammirazione e alle lodi di tutti i tempi
come quegli che, al dire dello scrittore della sua vita, figura
fra i più grandi personaggi dell'epoca sua. Pur nondimeno,
alode del vero, devo aggiungere, come l'esimio autore delle.
critiche osservazioni sopra i punti controversi nella storia di
Colombo (LAZZERONI, C. Colombo, osserv. crit., Milano, Treves,

1893) avuto il destro di ragionare dei due fratelli Geral-

dini, principali suoi cooperatori all'immortale impresa, e
scoperte ancora nella Barberiniana memorie inedite sopra
Angelo loro zio, non potè a meno di non consacrare a tan-
t'uomo una splendida pagina che si legge nella appendice II
del libro primo, lasciando a me la ben gradita cura di il-
lustrare le gesta di lui e degli altri illustri antenati. Mi credo
quindi in dovere di rendere all’ egregio scrittore le più vive
grazie ed ‘attestargli somma e perenne gratitudine, non
tanto per la stima, di cui, senza mio merito, si compiacque
onorarmi, quanto pei solenni e giusti encomi tributati ad
Angelo, che qual sole risplende nella famiglia Geraldini.

Del resto, nutro ferma speranza che la presente pubbli-
cazione, mentre porrà in chiaro le qualità di Angelo Ge-
raldini, non lievemente gioverà all'intelligenza della storia
del secolo decimoquinto, diffondendo molta luce sugli avveni-
menti, di cui fu gran parte, per essere stato quasi sempre al
fianco di ben cinque pontefici e per averne compite molte rile-
vanti e difficili missioni. Godé tutta la fiducia ed intimità degli
Aragonesi tanto del reame di Sicilia, quanto di Spagna, e di-

"wm i L2 L

2 ^ 4 —M m
rei

Coi
d VITA DI ANGELO GERALDINI P8.

sbrigò, per essi, affari della più alta importanza sempre con
prospero successo. : |

Le cose di lui sono narrate dal nepote Antonio, il quale
sin dalla più verde età, a quanto lo stesso ci assicura, es-
sendo stato compagno dello zio ne' suoi viaggi, da lui me-
desimo ne apprese i particolari e con tutta fedeltà li registró
per trasmetterli ai posteri. Senomchè, l egregio scrittore,
cosa veramente deplorevole, riportava gli avvenimenti della
sua vita sino al 31 gennaio 1410, laddove Angelo se ne mo-

riva ai 3 d'agosto 1486. Cosi in questo manoscritto non si

parla degli ultimi sedici. anni del viver suo, il periodo, a
mio credere, più splendido delle sue imprese. Sembra che
il biografo non volesse lasciare incompleto il suo racconto e
intendesse di protrarlo sino alla morte: per questo si nel codice
Vaticano, che nel nostro, si vedono in fine tre carte in bianco,
per registrarvi, forse a suo tempo, il resto; ma impedito da
tante e gravissime cure presso la corte di Spagna e sorpreso

.dalla morte tre anni appena dopo lo zio, non potè dare ef-

fetto a quel disegno. i

. Ciò non ostante, siamo fortunatamente in grado di col-
mare questa infausta lacuna. Nel codice XXXII delle. Mi-
scellanee n. 103, p. 119 della Barberiniana si ritrova un pre-
zioso manoscritto intitolato « De Viris Geraldinis », ove (men
diffusamente però che nel nostro) narrasi per intero la vita

‘del vescovo Suessano. Quantunque anonimo, pure e dal Ja-
b

cobilli (Bibliotheca Umbria, Fulginae, 1685) e dall’ Orlandi ci
viene assicurato esserne autore Onofrio Geraldini de’ Cate-
nacci quello stesso che pubblicò l’ itinerario del suo prozio A-
lessandro vescovo di S. Domingo; quello stesso che Prospero
Mandosi nella sua Bibliotheca Romana (Romae, 1682-92), Cent.
VI, n. 99, chiama virum notissimum, qui totus in explicandis anti-
quitatibus fuit. Possessore quale si dimostra d'importanti me-
morie relative alla famiglia Geraldini, senza dubbio pervenute
in sua casa coll’ eredità di Onofrio del fu Riccardo Geraldini e
Cecilia Busitani, questo valente scrittore fu Certamente in
sd; O fa

44 A B. GERALDINI

‘grado di raccórre tutte le notizie risguardanti la vita di

Angelo, suo parente; notizie, a cui senza riserva di poi s'at-
teneva il medesimo Ughelli nell’ opera sopra citata. Quindi
niun ragionevole dubbio può insorgere sulla veracità di que-
sto ‘illustre scrittore; e così da lui potremo conoscere inte-
ramente la vita di Angelo, supplendo con ciò a quanto
manca nel codice nostro. Noi pertanto aggiungeremo gli ul-
timi sedici anni della: vita di lui, togliendone da tale suo
scritto le notizie che traseriveremo colle parole dello stesso
‘biografo. Renderemo anche queste di pubblica ragione, af-
finché si possa rilevare il carattere di quell Angelo Geral-
dini, il quale nella sua morte fu pianto universalmente, a ca-
gione degli alti suoi meriti, e ritenuto per uno degli uomini
più eminenti del suo tempo. Lo attesta il Gamurrini nella vita
di lui (Fam. nob. di Toscana e Umbria, t. III, p. 170). Possiamo
essere indulgenti al nostro Antonio se preso d'entusiasmo
per il suo antenato, silasció andare a quelle enfatiche espres-
sioni, con le quali chiude il suo scritto, dove certamente non

| fa difetto la retorica: « Debent igitur Geraldini Oliviferi, Ame-

« rini, Umbrique omnes Angeli nomen celebrare; ad nepo-

« tum memoriam honoratum sanctumque deducere, ut As-

« sirii Ciri, Persae Darii, Aegyptus Ptolomaei, Romani Cae-
« saris nomen servarunt et ut numen coluerunt ». |
Frattanto credo non inopportuno premettere qualche
notizia sullo scrittore di questa biografia, voglio dire di Anto-
nio Geraldini. Quanto saremo per dire lo abbiamo desunto
anche da Onofrio Geraldini, dal Gamurrini e da altri accre-
ditati scrittori. Dunque poche parole intorno a lui (1).

In Amelia, antichissima città dell Umbria, verso la metà
del decimoquinto secolo ebbe Antonio i suoi natali da Andrea .

(1) Così Antonio al n. 95: « Gratiosa maior natu nupsit Andreae Geraldini Io-
hannis, concivi optimo, ex quo quatuor habuit filios, praeter me minimum ». Se il

.Gamurrini e l’ Orlandi ed altri biografi-che parlarono di lui avessero avuto sott^ oc-

chio questa sua irrefragabile testimonianza sull' origine paterna di se stesso, non a-
yrebbero al certo detto esser lui figlio di Andrea del Sognale ed in ossequio dello

T VITA DI ANGELO GERALDINI (45

Geraldini di Giovanni e da Graziosa di Matteo Geraldini (1). Sino
dai suoi più verdi anni attese con grande profitto alle belle
lettere sotto Grifone amerino, uomo peritissimo nella lette-
ratura, onde Antonio lo chiama il Quintiliano del suo tempo.
Ed ecco un altr’ uomo, sconosciuto pe’ suoi meriti letterari,
€he onora la propria patria e l' Umbria.

i Ancor giovanetto venne inviato alla. Università di Pe-
rugia, e quindi a sempre più raffinarsi nelle lettere, si recò
a Bologna, a Fano ed a Firenze: in una parola frequentò .
i più illustri studi d'Italia (2). Quale e quanto profitto fa-
cesse nella letteratura, si può facilmente conoscere da
que’ suoi squisiti versi latini composti nei più difficili metri
che, non ventenne ancora, dedicava al Pontefice Paolo II.
In essi tu non sapresti che meglio lodare, se lo stile forbito,

ovvero i concetti alti e delicati. Per ben quattro secoli e più

questo primo e leggiadro parto del suo genio poetico rimase
nascosto nella Vaticana; ma finalmente nella fausta ricor-
renza del giubileo episcopale di S. S. Leone XIII mi fu
dato di darlo alle stampe, insieme ad altre sue poesie esi:
Stenti nella stessa biblioteca. Ancorché ci abbia a ridire
qualcosa sulle frequenti allusioni mitologiche, difetto. d’ al-

tronde del classicismo di que'tempi, e si possa tacciare
| come troppo prolissa qualche sua composizione, menda peral-

tro condonabile alla sua grande facilità poetica, non si può tut-
tavia contestare a questa sua prima produzione purezza nel

zio aver adottato il cognome, come più illustre, di sua madre Graziosa. Antonio, in-
vece, tanto per ragion di padre, che di madre, appartiene ai Geraldini, e propriamente. '
al ramo di Lello, che in me si estingue ; donde sì Giovanni, che Andrea derivarono,
come in seguito vedremo, dal nostro albero genealogico.
(1) Così apprendiamo da una sua bella elegia, inserita nell' opuscolo da me anni
or sono pubblicato: Antonii Geraldini specimen, carminum (Ameriae, 1893).
Tota tener complens non duo lustra puer,
Tanquam ad palladios fueras transmissus Athenas,
Formandum tellus te Perusina tenet,
Hinc es ad Haemiliae populos Fanumque profectus
Rursus ad Hetruscos inde docendus abis. ;
'(2) A1 num. 6 di questo manoscritto espressamente dice esser lui stato a. studiare

, in Firenze.
407 PUN È. Bi GBRALDINI

dire latino, classico sapore nel verseggiare. Tutte queste odi
risentono dello stile oraziano, ma specialmente la dedica al
pontefice che incomincia: « Accipit latum gremio Timarum ». -
L'ode seconda al cardinale Bessarione, la ventunesima al car-
dinale Valentino, l'ode finale sembrano al tutto degne del
secolo di Augusto, sia per l'eleganza e spigliatezza, sia pure per
sublimità e in alcune per grazie del tutto anacreontiche (1).

Il desiderio poi di arricchire la sua mente di nuove. co-
gnizioni e sopra ogn' altro d'illustrarsi ancora nella via di-
plomatica, in cui il suo zio Angelo erasi così segnalato, gli
fece intraprendere con lui nel marzo del 1469 il viaggio
della Spagna, nell'oceasione che esso veniva colà. mandato

(1) Diamone qualche saggio. Cosi scrive al Cardinal Valentino:

Te natura. favens placidis amplectitur ulnis,
Borgia progenies. .

Nascenti vultu riserunt cuncta sereno
Sydera fausta tibi.

Sparserunt Charites tua per cunabula flores
Lilia mixta. rosis.

Effudit nato largissimà dona soluto
Mater amica sinu.

Accumulantur opes, crescit tibi copia rerum
Atque operitur humus

. Inque genis gratum roseis dedit alma decorem

Gratia iuncta Deo, etc.

Cosi conclude a Paolo II il libro :

Iam diu emissae celeres quadrigae
Finibus prono emicuere cursu
Carceres spectant sua post relictos
Terga feroces.
Fraena laxavit vagabunda collo
Fortis auriga, et rapidos iugales
Increpat verbo vocitans anhelo ad
Verbera pendet.
Hi vagos campi rapuere tractus
Arya pernici spatiosa cursu
.Vix solum tangens quatit acris atram
Ungula terram.
Limitem pulsant positum, laboris
Ultimam cursus tetigere metam ;
Iam jugis tempus madidis equorum
Solvere collo, etc.

[^ pe

VITA DI ANGELO GERALDINI E

dal re Ferdinando di Napoli. Ben presto mostravasi degno di
tanto maestro, dando prova di straordinario profitto e perizia,

da meritare ben tosto di andare come legato al re di Bosnia:
quindi chiamato alla corte del re Giovanni di Aragona,

venivagli commesso l'onorifico e delicato officio di segretario

e consigliere dello stesso sovrano. In nome di questi fu spedito
in qualità di ambasciatore a Francesco duca di Brettagna,
ad Edoardo re d'Inghilterra ed a Carlo duca di Borgo-.
gna. Nelle quali legazioni ottenne sempre il piü splendido
risultato, onde il biografo della -Barberiniana soggiunge aver.
talmente prosperate per opera sua le cose di Spagna, da
esserne ad ogni buon diritto ritenuto come la causa
della loro solidità. Proseguì ad essere segretario ed intimo
consigliere, come era stato prima in Sicilia, di re Ferdi-
nando ed Isabella aragonesi, quando essi adirono il trono di
Spagna, ed in quella circostanza fu da loro spedito con ispe-
ciale missione ad Innocenzo VIII, cui tenne un’ orazione ma-
gnifica, l'unica che si sappia essere stata licenziata alle
stampe. Venuto così il. sommo pontefice in cognizione della
ben rara abilità del nostro Antonio, lo faceva suo nunzio
presso i medesimi reali di Spagna. Di ciò ci porge un docu-
mento quanto irrefragabile, altrettanto: per lui onorifico una
medaglia di bronzo in onore del Geraldini colà coniata, esi-
stente. ancora ai suoi tempi presso Onofrio Catenaeci dei
Geraldini, nella quale intorno all’effigie di lui si leggeva:
Antonius Geraldinus pontificius logotheta, annalium vates: nel
rovescio eravi raffigurata la Religione col turibolo in mano e :
impressa la epigrafe: Sancta religio. Ora, quel pontificius lo-
gotheta ci attesta appunto l alta missione che esso riteneva

‘in nome del papa presso i reali di Spagna, poiché logotheta

precisamente ‘significa colui che dà o rende la parola del
principe; ia una parola v'era chiamato ‘nunzio pontificio
ed anche annalium vates per aver lui cantato in versi gli an-
nali di Alfonso d'Aragona. :

Oltre poi la dignità di legato pontificio, vennero ad

SUIS
48 . i B. GERALDINI

Antonio conferite altre onorificenze stando in Ispagna, come
. di conte palatino, di protonotario apostolico, di commen-
datore della. Badia di S. Angelo in Brolo di Sicilia (v. Ga-
murrini cit). :

Se non che un'altra quanto mai propizia occasione di
mostrar l’acume e l'elevatezza del suo ingegno e la grandezza
dell'animo suo porgevasi ad. Antonio al suo ritorno dalla le-
gazione al pontefice Innocenzo VIII. Come ci viene riferito
dall’ illustre suo fratello mons. Alessandro, che con lui si tro-
vava alla corte degli Aragonesi, nel celebre suo Itinerarium
ad Indos Orientales, presentavasi appunto allora a quella
corte Cristoforo Colombo. E dopo aver presentato indarno
il grandiosissimo suo disegno ai re di Francia, d' Inghilterra, di
Portogallo e alla repubblica di Genova sua patria, finalmente
veniva a proporlo ai reali di Spagna, colla convinzione che
quando da loro gli fossero forniti i mezzi necessari al-
l'impresa, avrebbe scoperto e conquistato al loro regno un
nuovo mondo.

Si sa bene quale impressione producesse nei cortigiani
così strana proposta. Nell universalità ritenuta come una
vera utopia, un sogno di mente alterata, ed anzi parecchi
de' più ragguardevoli ecclesiastici giudicatala contraria alla
Fede, a Colombo sarebbesi senza fallo riserbato l'esito che
‘incontrò nelle altre corti. Buon per lui però, che colà ri-
trovavasi Antonio Geraldini, la elevatezza della cui mente
a maraviglia livellavasi con quella del gran genovese. Con
tutta affabilità lo riceve, con grande attenzione ne ascolta
le ragioni nella dolce lingua della propria nazione, ed egli
ben tosto lapprezza, intuisce la realtà delle sue vedute, di-
viene propugnatore e difensore dell illustre ammiraglio e
adopra tutta l' influenza, che illimitata. godeva presso i so-
vrani, perché fosse ammesso alla loro udienza e fosse ac-
cettata la proposta. L' efficacissimo aiuto di lui avrebbe fi-
nalmente recato ad effetto le dimande di Colombo (onore
per altro riserbato al suo fratello mons. Alessandro), se a

FEMME
7 9

E

Dee VITA DI ANGELO GERALDINI 49

tanto patrono nel meglio delle speranze una immatura
morte, che lo rapiva nell’ agosto del. 1489 (1), non avesse
impedito di recare in atto la grande impresa. Attestano ben
gravi scrittori che all'annunzio di quella morte Colombo non
potesse trattenere le lagrime, ed il Cancellieri (Disserta-
zioni su C. Colombo, Roma, 1809), ricorda come esso por-
tasse lungamente nell'animo si grande perdita (2), E aveva
ragione; poiché con lui veniva a perdere. il potente .so-
stegno, anzi il tutto presso la corte; talchè al suo morire, a
quanto ne assicura mons. Alessandro, si vide ben tosto .da
tutti abbandonato e costretto, per non mendicare il vitto, a ri-
fugiarsi presso i frati della Rabida. L’essersi Antonio cosi
energicamente adoperato per l'Almirante, nel mentre ch' era

‘questi nella corte vilipeso ed osteggiato, non dimostra chia-

ramente l'elevatezza della di lui mente e la magnanimità

‘ del suo cuore? Basterebbe questo solo a rendere caro

il suo nome.

Ma quello che rese degno dell immortalità il nostro
antenato è la valentia veramente straordinaria nelle let-
tere.

Già noi lo vedemmo non ancora ventenne, cioè prima

«del 1469 (essendo poi passato in Ispagna) dedicare a Paolo II

quelle classiche poesie non indegne del secolo di Augusto :
ora devo aggiungere che la sua valentia sopra ogn’ altro
nell’ arte poetica, quell’ estro in verseggiare latino con tanta
grazia e facilità gli meritarono poco appresso, a soli venti-
due anni, la poetica corona presso la corte di Spagna. Ecco

(1) Onofrio Geraldini dei Catenacci, seguito dal Iacobilli, pone la sua morte nel

. M88; però dalla lettera di Pietro Martire; di cui ragioneremo in seguito, diretta ad

Alessandro Geraldini, che ha la data del 23 agosto 1489, chiaramente. rilevasi. essere
appunto in quell'anno e in quel mese trapassato mons. Antonio sui trentanove
anni e non già di trentadue; perché in questo manoscritto, ultimato nel 1470,
dice di essere stato già coronato poeta di ventidue anni; nelP88 non ne avrebbe
potuto aver trentadue. >

(2) Vedi l'opuscolo illustrato « L’ Umbria, all’ Esercito » all’ articolo: Cristoforo Co-
lombo e i fratelli Geraldini di Amelia, Roma, Tip. del Senato, 1892, p. 36.

4
pz

EIGRSNUCM

QRRPME

- 50 i e B. GERALDINI

com'egli stesso parla. dell'insigne onore a lui conferito:
« Avendo io scritto nel primo fiore della mia giovinezza in
istile bucolico, elegiaco, satirico, lirico ben quattrocento
ventimila versi (tanto ferace era il suo estro poetico!),
nonchè novantotto orazioni e dugento trenta epistole fami-
gliari, finalmente giunto nella Spagna inferiore per ordine
dell’ invitto re. d’ Aragona, da Ferdinando re dell’ ulteriore
Sicilia e figlio di lui primogenito e d'Isabella principessa
di Sicilia e nuora del medesimo, in un grande convegno di
nobili, grandi e magnati, fui fregiato con immenso plauso,
nel ventiduesimo anno dell’età mia, della laurea. Del qual serto
meritarono d’ esser insigniti solo gl’ illustri poeti e capitani
delle milizie nel loro terrestre trionfo >».

Delle principali opere sue poetiche, monumento insigne
del suo ingegno, il medesimo Onofrio dava un elenco nello
stesso manoscritto della Barberiniana, delle quali opere non
furono consegnate alle. stampe che dodici elegie « De vita
Christi», giudicate molto eccellenti. da Apostolo Zeno e
dagli autori da lui citati, talchè egli deplorava che soltanto
quelle siansi stampate (V. TIRABOSCHI, St. della lett. ital., t. VI,
parte 2^, XXXV, Milano, 1822-26). Una copia di queste elegie
fu da me trovata presso la biblioteca Angelica in Roma. Ec-
cone i titoli riportati dal sopracitato scrittore:

« De nativitate Domini. — De Regum adoratione. — De.

perquisitione facta a Maria matre Dei et Iosepho. — De Bap-
tismate. — De Miraculis. — De institutione Sacramenti Eu-
charistiae. — De Passione Domini, de Resurrectione, de Ascen-
sione. — De Spiritus S. missione. — De ultimo judicio. —
De vita beata. — Volumen alterum cui nomen Epodon seu
sacrorum libri duo. — Libellus in quo poenitentialis psal-

modia in carmen latinum aptissime est versa (Haec apud

Barberinam reperitur) — Fastorum libri Ferdinandi Catho-

liei Hispaniarum regis. — Orationum volumen. — Eius lau-

rea. — Illustrium virorum sui -temporis praeconia. — Par- VITA DI ANGELO GERALDINI 51

thenopes. — Hispania. — Corvus Noianus. — Riventum. —
Et alia multa variaque carmina ».
Fin qui il Catenacci. — A queste opere si devono ag-

giungere: « Paulo II, Liber carminum » che fu fatto da. me
stampare nel libretto che intitolai: « Antonii Geraldini spe-
cimen carminum », al quale aggiunsi un’ egloga sulla famiglia
Geraldini inserita nel nostro manoscritto; nonchè due elegie,
in una delle quali finge il poeta che sua madre gravemente.si
lamenti per la sua lunga lontananza, nell’ altra risponde
alle sue querele. Finalmente fra queste opere deve registrarsi
il manoscritto che noi adesso facciamo di pubblica ragione:
« De vita R.mi in Christo Patris Angeli Geraldini Episcopi
Suessani et de totius familiae Geraldinae amplitudine ».

Avendo suo fratello mons. Alessandro Geraldini dato
notizia a Pietro Martire d' Anghiera dellimmatura di lui
morte, questi gli scriveva una lettera di consolazione, la
quale può considerarsi come l'orazione funebre di tant'uomo,
come l'eco della fama che meritamente erasi acquistata in
tutta la Spagna. In questa lettera ci è dato altresì di rile-
vare un altro insigne merito del nostro Antonio, d’essere. cioè
stato in tutto il maestro e la guida al suo fratello Alessan- $
dro, il quale alla scuola di tal precettore, tanto si segnalò ee
anch'esso nella letteratura e nella diplomazia; a lui, in una i
parola, dobbiamo -Alessandro..

Poiché non é cosi agevole l'aver frale mani le lettere di
Pietro Martire, non credo far cosa inutile se qui per intero
la trascrivo. Questa è la settantesima del libro II delle sue
lettere e porta la data del 23 agosto 1489, ove appare a ma- - ví
raviglia la somma stima dell'Angirese pel nostro poeta En
laureato (D' ANGHIERA PIETRO MARTIRE, Opus epp. a cura di
G. Berchet, Roma, 1893).

« P. M. A. M. — Alexandro Geraldino praeceptori minorum
filiarum regiarum de morte Antonii fratris eius Protronotarii.

« Exutum veste mortali fratrem tuum Antonium Geral-
dinum Prothonotarium significasti, mi Alexander; te propte-
52 B. GERALDINI

rea vitam fore post hoc acerbam amaramque, dum vixeris,

acturum dicis extra patriam. In illo fratre parentem tuae

peregrinationis callidum ductorem, aetatis tuae moderatorem
eximium amisisti, fateor, et vitae magistrum. At si felicita-
tem illius tuumque comodum cum incomodo pensaveris, si
illum tu aequa lance viventem observasti, uti decuit, amor-
que ipsius erga te intimus promerebatur, nihil invenies pro-
pter quod torquere te debeas, aut prosternere. Sub tutelatu
illius tanquam veri parentis, agens mollis, blanditiosus tener
enutriebare adeo ut grandaevus effectus non minus lalare
tuum fuisset, quam quum mammas peteres infans. Naviga-
bas tu, illo tuam navim per fluctus regente securus, profun-

dum dormiebas, nulla tibi erat de te ipso cura, nulla de fu-

turo sollecitudo, inermis ad negotia humana, virique officia,

deliciosus surgebas. Utilis igitur non incomoda fuit illius tras- -

migratis. Disces namque per te ipsum vivere, nullo (extra
te) duce gubernari. Polles ingenio, rerum experientia, si vi-
tam annos aliquot excolueris in. virum. evades prudentem.
Excutit naturam dormientem necessitas, artes invenit, quibus
homines emergunt. Haec de te multaque alia, quae, ne pro-
lixus videar, est consilium praeterire. — De illo autem quid
est cur doleas, quod ex teterrima valle miserrimoque specu, ad
splendidas lucidasque, ac summis gaudiis et felicitate oppletis-

simas aethereas sedes evolaverit ?- Invidere tuum erit. Creaverat

Deus heroicam: illam. animam, illam doctrina, multiplici refertis-
simam, harmonia coelesti, poetica, oratoriaque rite cultam. ut ri
eam perditam pateretur? Qualis erat lyricis, quanto pede libero in-
surgebat? Quis praeterea divini cultus illo curiosior, quis Creatoris
amantior ? Cum itaque extra patriam, idest în hac peregrinatione,
Deum tota mente coluerit, amaverit, adoraverit ; ipsius Dei iustitia
liquefieret nisi nunc illum. in proprio sinu, super choros coelestes,
gaudentem, beatumque Deus ipse foverit. — Temperato igitur,
ratione media, quod est aliquando tempus deleturum. Vale.
Ex meo tentorio X Kalend: sept. MCCCCLXXXIX ». =_=x=xx—xr—_r—x—== i
qui —ÀM

ANTONII GERALDINI
AMERINI POETAE LAUREATI

DE VITA RMI IN CHSTO PATRIS. ANGELI GERALDINI

EPISCOPI SUESSANI

ET DE TOTIUS FAMILIAE GERALDINAE AMPLITUDINE

li
Im ed

€. 1. 1. — Dicturi de vita amplissimi Patris Angeli Geraldini Ame-
rini, Pontificis Suessani, non erit si quaedam de Ameriae patriae

conditore prius altius referemus, deinde de antiquitate, ac prae-

stantia Familiae Geraldinae, in qua idem princeps et'instaurator

D fuit, cum ejus vita conjuneta nonnulla subnectemus, quae pri-
scorum annalium, quorum ea potissimum causa studiosi indaga-
tores fuimus, exemplo et auctoritate comprobantur.

De Ameriae conditore.

9. -— Ameria, Plinio referente Catonis testimonium, condita
fuit post nonigentos sexaginta quatuor annos ante bellum Persei,
10 quem debellavit Paulus A°milius, teste Eusebio de temporibus, non
multo ante septingentesimum annum ab Urbe condita. Constat
itaque Ameriae praedictae erectionem fundationem Romae ducentis
annis precessisse (1)..Illam, ut ait Festus Pompejus, Amerius con-

ditor a suo nomine sie appellavit. ;
15 Habet post terga a septentrione altissimos Umbriae montes, quin-
. decim millibus passuum continuis jugis in ea parte se protenden-
tes. Ipsa in medio ad eorum radices sita, in quodam amoenissimo
colle a laeva a Nare fluvio, a dextera a Tiberi pari quinque mil-
*c.6. Hum spatio distat. Et ad quintum lapidem * e fronte Nar in Tibe-

(1) Lo storico Orlandi (op. cit. II, 1) dalla stessa data di Plinio e dal computo fatto da.
Stefano il grammatico deduce, che la fondazione d'Amelia precedesse di circa 350 anni
quella di Roma. Anzi soggiunge, come il dottissimo Bernardino Mandosi in una sua dis-
sertazione, ancor manoscritta, intitolata « De Ameria Civitate antiquissima in Umbria »,
attesti sopra documenti ritrovati in Germania,-essere questa settecento anni piü antica
di Roma. Il che a maraviglia confermasi dalle stesse mura, come meglio vedremo in
apposita appendice. Secondo il citato Mandosi, il fondatore d'Amelia sarebbe stato un
re degli Aborigeni chiamato Amiro. Nella guerra di Turno contro Enea, avendo
parteggiato pei Rutuli, la città presa a forza da’ Trojani, sarebbe caduta in potere
degli Etruschi e sotto il loro giogo rimasta sino a Tullio Ostilio.

Proemio.

Amerio fon- ©.

datore di A-

melia avant- |.
la -fondazioi . -

Pi

ne di Roma. ‘è
i

Topografia.
- La. rocca
'" d’Ilio.

Le antiche
mura.

LNUESTSEDSEARYNVES TERT E

54 7 B. GERALDINI

20 rim defluens ante ipsam urbem trianguli speciem praestat, quam
oram prisci Sabini, Plinio attestante, incoluere. Fuitque omnis ille
ager amerinus, ut patet in oratione Marci Tullii Ciceronis, quam
pro Sexto Roscio amerino habuit, in qua quidem asserit Sex: Ro-
scium tresdecim latissima praedia juxta Tiberim possedisse.

25 3. — Amerius, de quo superius mentionem fecimus, centum
annos, postquam Albae regnum caeptum est, ex Aeneadum semine
ortus Ylionem ZEneae socium inter auctores.generis referens, as-
sequutus est a regibus albanis Umbriae partem, quam diximus
trianguli similitudinem referre. Dumque in clivo, qui magis regiae

30 sedi videbatur aptus, ut urbem fundaret, erexit in ejus vertice
arcem altissimam, et in exangulam turrim coelo equavit, cujus
pars major hodie perstat. Arcem vero Ylioneum noncupavit, ut Ylio-
nei progenitoris sui nomen apud posteros celebraret.

Restitit etiam in hunc usque diem nomen arcis in. porta civi-

35 tatis, per quam subsidium arci inducebatur. Quae porta Ylionei
dicitur. ^
4. — Remanserunt quoque in haec tempora muri, quibus fun-

dator ipse et ejus propago urbem cinxit. Quos nisi per summam
pacis tranquillitatem, quam sibi studiosissime intra et extra regnum
40 compararunt, erigere non potuissent.

Quippe qui nec vetustate labi nee ullo bellorum turbine everti
potuerunt, sicut impossibile videtur humanis viribus eductos in
altum fuisse. Sunt enim constructi e saxis durissimis, vastae molis,

. non rectis lineis coeuntibus, nec quadratis, sed varias linearum
45 formas in structura referentibus, ita tamen composita, et conglu-
*c.3. tinata * sunt, ut vix eorum junctura dignoscatur. Nec alia Europae

urbs nec ipsa quidem Roma se talibus circumdatam moenibus

fuisse jactare potest. Neque longe aberraremus si post septem orbis

mirabilia aedificia, quorum prisei scriptores suis operibus memi-
50 nerunt, amerinos muros octavum adnumeraverimus (1).

(1) L'autore che ciò opina non conosceva al certo. le mura monumentali d'A-
latri, a’ suoi tempi in gran parte. sepolte, le quali finalmente ai giorni nostri per im-
pulso specialmente dell’ alatrino mio amico signor canonico de Persiis e per l'inde-
fessa cura del valente archeologo senator Pietro Rosa, che con somma sagacia ne re-
golo gli scavi a spese dello Stato, rividero la luce e si possono ammirare nella
or primitiva costruzione. Tra queste stupende mura ed una cinta delle mura
amerine appartenenti alla terza epoca intercede tal simiglianza di tecnica, che
diresti avere esse avuto lo stesso architetto ed i medesimi fondatori. Però presso
di noi esiste altra cerchia che ci attestà la civiltà delle prime epoche, come vedremo
nell'appendice. és
e

60

80

===
rr

2 | VITA DI ANGELO GERALDINI 1 55

5. — Idem Amerius et omnis ejus proles maxime olivam ar-
borem in deliciis habuerunt, recordati Ylionem oratorem Aneae
principem, cum aliis oliva velatis accessisse ad Latinum, et pri-
mum loquutum pacem impetrasse, ut ait Maro in septimo, centum
oratores augusta ad moenia regis ire jubet ramis velatos Palladis
omnes. Et subinde et dicta Ylionei sit voce sequutus: « Rex genus

egregium Fauni » et reliqua. Nee non Numa Pompilius, quem ex.

Curibus parvo priscorum Sabinorum oppido decimum octavum la-
pidem ab Ameria, ad romanum regnum post Romuli mortem ac-
citum fuisse legimus, pacis studiosus, oliva pacis praenuntia usus
est, ut idem poeta refert in sexto eeneidos: Qwis procul Ille au-
tem ramis insignis olivae, Sacra ferens mosco crines incanaque
menta — Regis romani et reliqua, et deinceps: Cui deinde subibit ocia,
qui rumpet. Dixit autem ocia qui rumpet, quia regente Numa
semper lani limina fuerunt clausa, cum regnum bello fremente
paeavit, Urbem seditionibus vacuam tenuit, cum finitimis pacem
habuit; Egeriae Nimphae monitu leges * et judicia Populo Romano
constituit. Quorum sub observantia et timore sub perpetua pace
quirites conquiescerent. Haud multo post Numae regnum Amerii
regis et conditoris nepotes, non a.majoribus suis ulla unquam
in re degeneres in Romam eives adscripti, muneribus et honoribus
reipublicae perfuncti sunt. Et semper parentum more pacis et quietis.
studiosi, ut Ylionei, qui praetendens paciferae olivae ramum Lati-
num ZEÉneae conjunxit. Et tamen sublimis imperii /Eneadis causa
fuit, et Amerii ac Numae, qui regna in pace adservarunt memo-
riam ad successores proferrent, ut eos per illorum vestigia ad pacis

manutentionem illicerent, oliva pro insigne usi sunt. Addiderunt-

que tria astra cireum oleam pingenda sive ut Jovis, Phoebi et Ve-
neris clementia sydera notarent. Quae, Jlioneo ad ferendam cum
latinis, et Amerio ac Numae ad regna in pace conservanda dextero
aspeetu faverent, sive ut tres prefatos qui perinde ac stellae suis sae.
culis elaruerunt posteris imitandos ad pacis studium persuaderent.
Interea éadem stirpi non minus Romae quam Ameriae in avitig
sedibüs sub olivifero cognomine floruit.

9. — Usque ad Geraldum insignem jureconsultum, qui ex ea-
dem progenie originem duxit, ejus progeniti Geraldini Oliviferl
noncupati sunt. Verum magis celebre illud recentius cognomen
Geraldinorum apud omnes fuit, praeter quam apud Geraldum Ge-
raldi nepotem. Qui sub Quinto Flaminio, qui Insubres devicit, mi-
litans Oliviferum cognomen Mediolanum cum familia transtulit?
et ejus minores hodie avitum insigne atque cognomen olivarum

Le insegne,
dai rami /
d' olivo.

Geraldini- . B
Oliviferi. 23 — ed da,

‘în Bologna

è ein Firenze.

^5" Geraldini

1%

Genitori
di ‘Angelo.

ET di Irlanda.

55 ; - 0B. GHRALDINI®

retinent. Sed proprio nomine fere omnes ejusdem generis alumni
Geraldini vocantur.

* c. 5. 6. — Multi * dum Bononia in Romanorum colonia dedueta est, in

D illam urbem penates patrios transtulerunt. Permanentque adhuc.

- fecunda eorum semina. Ex illorum quoque stipite deductus est.

nobilissimus ille Chrisogonus, Sexti Roscii Amerini inimieus, de:

quo Cicero in rosciana oratione meminit, qui deinde sub Sylla di-

etatore militavit. Et debellatis Fesulis cum aliis militibus syllanis

100 iuxta Arnum fluvium consedens, inter Florentiae conditores recen-
sentur, ae perpetua sui generis pignora illic propagavit. Quae, in
hane usque aetatem Geraldinum cognomen tenuerunt. Atque ego
dum Florentiae studerem, illorum annales vidi, qui mihi latinam
hane historiam extendendam iter aperuerunt.

105 1. — Eiusdem propaginis palmites in Hyberniam usque per-
ducti sunt, patriamque appellationem adhuc servant. Cum enim
Cajus Caesar, superatis Gallis Renum transisset, deinde victis Ger-
manis ad Britandos tetendisset, posuissetque Oceano jugum, Ge-
raldinos coeptorum socios in praemium tot bellorum, quos secum. :

110. gesserat, Hibernia insula donavit. In qua etiam nostris tempo-
ribus principatum tenent, ac saepe numero ad Angelum, de quo-
inferius dieendum proposuimus, literas dederunt, tanquam ad con-
sanguinitate conjunetum, eodem cognomine subscriptas (1).

| 8. — Hujus vero familiae, quam tanquam altissimam et feracis-

115 .simam arborem inter tot orbis regiones ramos .et brachia proten-
disse non contemnendis seriptorum testimoniis comprobavimus,.

*c.6. * praecipui trunci radices et verae originis pignora in avitis Ame-
riae sedibus recto tracto subuluerunt. Ejus foetus sublimis in ex-

: timatione summoque in praecio permulta saecula semper consti-

190 terunt. Verum deinde fortunae turbine oppressa arescere coepit,

et paullatim, deficiente robore, humo aequari (2). Donec tempestate-

^

(1) Checché ne sia di questo ramo della famiglia Geraldini emigrato in Irlanda, è
fuor di controversia la sua esistenza in quelle regioni, sotto il nome (a quanto as-
serisce Mons. Rocco Cocchia « Cristoforo Colombo, e le sue ceneri » p. 77) di Fitz Ge-
rald. Ai tempi di Elisabetta figlia d’Arrigo VIII ancora ritenevano i Geraldini il prin-
cipato d’ Irlanda, ed eroicamente contro lei combatterono per la fede, come estesa-
mente racconta il Gamurrini nella storia dei Gherardini di Firenze. Egli li ritiene come
consanguinei ai Geraldini di Amelia, sebben li creda derivati da Firenze. Ciò. non
concorda punto con quanto attesta Mons. Antonio, assai meglio di lui informato.
Tutti irami della stirpe Geraldina, a suo dire, originarono d'Amelia, donde poi este-

«sero le loro propagini nelle altre contrade, come in Firenze, Cento, Bologna, Milano

ed anche in Irlanda.
(2) Nel ms. Aquari. . ———————

VITÀ DI ANGELO GERALDINI . - ; ter i -

nostra Matheus Geraldinus, tanquam revirescens oleastri
stipes nova domui Geraldinae germina emisit. Et unum praecipue
sub cujus umbra polulantes alii surculi mirabiliter foti in coelum
195 usque cacumina. substulerunt. Is fuit prudens et optimus omnium,
qui sua aetate vixerint, Elisabettam Geraldam non minoris pru-
dentiae nec dissimilem moribas uxorem duxit, christianae religio-
nis divinique cultus non minus, quam ipse observantissimam, quae
in fine noni mensis post conceptionem gravesceret, seque. nixibus
130 prepararet, anxia prae desiderio pariendi marem pro se quamdam
fatidicam probaeque vitae mulierem exoravit, Deo preces et -sup- '
plicia ut funderet quo voti compos fieret. Ipsa, ut reor, spiritu MARE
afflata, vigilans, vidit in ea domo ubi genitrix paritura degebat, mane par;
splendidissimum palatium sumptuoso opere extemplo mirifice ere-
135 . ptum, cujus in aula aeria fixa erat cathedra, in qua sacerdos pon-
tificalibus ornamentis indutus et mitram in vertice gerens TRON
Ad eam visum cum praesagio retulit.
e: 7. 9. — Mater vero per quietem vidit in hortulo suo domui * con-
tiguo oleam nasei ex quodam trunco, eujus e cortice germen erupit
140 foecundum, quod postea stelligerum olympum vertice contingere Altra
visum est, extendens ramos et brachia late, cireumdabatque so- Mops
lum, quod viridi umbra tegebat: deinde albaria nitidis flammis
illustrabat et ausonium genus foecundabat fruetu olivi, cui omnia
balsama cedebant. ER
145 Sequenti luce quarta hora ante solis oceasum anno a christiano Nascita ‘ XR
natali millesimo quadrigentesimo vigesimo secundo (1), quarto ka- 3; usi IS
lendas Apriles enixa est puerum, existente Iove in medio caelo
et Phoebi sydus amice vultu intuente. Ex quarum convenientia, et
sapientiam et principatus sub eorum afflatu orientibus influunt (2).
150 10. — Primogenitum filium pientissimi parentes, postquam sacri
Baptismatis rore perfusus est, Angelum nominarunt, unice coluerunt.
Et destera indulgentia summoque affectu, quibus poterant, in de- Sua prima
liciis ipsum infantem educarunt, ac probis moribus instruxerunt; ae
dehine pueriles ingressum annos, Magistro de Claravalle, viro do-

(1) Invece, attenendoci noi con più ragione alla lapide sepolcrale di Mons. An-
gelo, nella quale si dice esser egli morto ai 3 agosto 1486 dopo aver vissuto anni;
settantaquattro, mesi quattro e giorni 5, lo dovrem dire nato ai 29 marzo del 1412 ;
e quindi per una svista del biografo o non piuttosto dell' ammanuense si pose la sua
nascita al 1422, cioé dieci anni dopo.

(2) Lo scrittore in questo passo ed anche in qualche altro non si mostra del
tutto libero dai volgari pregiudizi de’ suoi tempi.
—— MÀ a

Segue
il capitano
Alessandro

“\ «Sforza.

Intraprende
igli studî
letterari.

Va alla
scuola
«lel Filelfo
in Siena.

DB eue i B. GERALDINI

155 ctissimo et in primis moralissimo in ingenuas artes erudiendum
tradiderunt. At vero cum et animi et corporis vigore, et eloquentia
ultra quam credibile. est, coetaneis praestaret, et illis in pueri-
libus praeliis dux esset, praecipue in certamine lapidum et can-

narum ludo, a quibus vix poterat a praeceptore cohiberi.

160 11. — Miliciae studiosus, cum Alexander * Sfortia militum dux prae-
*c.8. ter moenia urbis cum exercitu transiret, parentibus inseiis, eis se puer
addixit ipsiusque castra sequutus est ad camere cultum receptus.
Post sex mensibus a parentibus revocatus, cum post reditum e. mili-
tia videret se ab aequalibus literarum eruditione superatum, ferre
165. non potens, Perusium recta contendit. Ubi Guidus ex quadam parva
insula Trasimeni lacus in ‘Etruria oriundus, latinas tune literas
edocebat. Dumque Tuderti per iter in diversorio quietem sumeret,
sopitus vidit in laboribus (?) patriis altissimas aedes, quae, laquea-
ria et culmina haberent aurea sibi quidem erectas. Ita tamen an-
170 gusti erant primi gradus, per quos erat ascendendum, ut vix sine
praecipiti. lapsu superari possent, et quo altiores erant minus arcti
videbantur, per quos omnis dum magna cum difficultate passim
obrepebat, obnitens tandem ad latiores gradus se multa vi ferebat,
et sudans demum ad fastigium aedium evexit. Quod dificultatem
115 primorum studiorum significare videbatur. Eventum tamen toti
generi fertilem et gloriosissimum. fore (1) pertendit. Experge-
faetus ante lucem iter sequutus, Guidumque praeceptorem adivit.
Nec multo postea, ubi se profecisse non parum cognosceret, cupi-
dissimus gloriae, quae virtutis est stimulus, ea potissimum causa

180 patriam revisit, ut literatura se superiorem coevis ostenderet.

19. — Verum adolescens ipse virtutis amore naturali, ac potius
incensus flagrabat, non diu inter

*c.9. supernae ispirationis impulsu *

parentum complexus consistere potuit. Sed mox cum celebre

Francisci Philelphi, facundissimi oratoris, gravissimique philosophi

, 15 :

. nomen audisset, qui ea tempestate forte Senis latinae literaturae

185 . volumina explanabat, ad eum properavit, ut ejusdem sub disciplina
j LU ‘

literis operam daret. Audivit ab eo nonnulla ex poesis oratoriaeque

facundiae praeceptis et racionibus.
(Continua).

(1) Il ms. ha 7ere. UN’ OPINIONE DEL BARTOLO

SULLA LIBERTA PERUGINA

$ 1. — Il Bartolo, che amò ricordare cosi di frequente la sua pa- po |
tria di adozione, lasciò seritto un giudizio sulla condizione politico-
giuridica di Perugia, che merita di essere conosciuto. Fra gli
storici della città tenne conto di questa sentenza il Bonazzi, cui
l'additava il nostro erudito conte prof. Gian Francesco Cipriani.
Ma, a parer mio, l'apprezzamento che il geniale scrittore ne fece
nel volume I della sua Storia perugina non risponde al concetto
dell'insigne giurista.

In altro scritto verificammo isl idee e quali sentimenti nu-
irisse il grande da Sassoferrato circa le forme di governo in ge-
nere e in specie circa gli ordini politici di Perugia (1). A queste
idee e a questi sentimenti, informati a spirito di: vera libertà, egli
fece omaggio in ogni parte della sua gigantesca opera ;-talchè ri--
spetto alle Costituzioni LXI e LXII del titolo De decurionibus, ecc.
(Cod. Lib. X, Tit. XXXI) egli scrive:

Facit haec lex, quod Civitas Perusina non subsit Ecclesiae nec

. Imperio. Et si dicas, quicquid non subest Imperio, est sub Ec-
clesia, concedo; nisi Civitas aliqua non subsit Ecclesiae ex pri-
vilegio concesso, sed Perusina est hujusmodi, nam Imperator
donavit eam Ecclesiae, seu permutavit cum ea, et ex privilegio
Ecclesia liberavit eam (2).

Il Bonazzi, dopo aver riferito, non molto ésallaumente; in nota
il passo del Bartolo, cosi ne ragiona nel testo. — « I giuristi d'al-

(1) SCALVANTI, Considerazioni sul 19 libro denn Statuti, ecc., Perugia, 1895.
(2) Opera, Omnia, Tomo VIII.

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ERRARE UN -— El 42 2 "NU o gu»

A XI s 0. SCALVANTI
lora avevano per aforisma, che ciò che non è soggetto all’ Impero
è soggetto alla Chiesa, senza sospeltare che fra questi due enti
ve ne fosse un altro di mezzo. Bartolo, per altro, pagando il suo
tributo al pregiudizio scientifico, faceva per la sua patria adottiva
una distinzione sostenendo che Perugia era stata data o permu-
tata dall’ Imperatore alla Chiesa, e dalla Chiesa, mediante privi-
legio, restituita a sè stessa; ma Baldo, nobile e devoto, pare che
non riconoscesse questo incomodo privilegio ».

$ 2. — Anzitutto perchè chiamare pregiudizio scientifico la mas-
sima del diritto pubblico di quel tempo, che ciò che non era sog-
getto all' Impero era soggetto.alla Chiesa ? Altro che pregiudizio!
Quel principio era rigorosamente scientifico, perché acconcio alle
condizioni del tempo, in cui le due costanti tendenze dei popoli a
organizzarsi con possente vincolo unitario su vasto territorio, o a
comporsi in piccoli organismi godenti di libertà interna, erano rap-
presentate dal ghibellinismo e dal guelfismo, veri partiti politici
e non fazioni, come piacque a taluno chiamarli. Colale dottrina
aveva tutto il rigore scientifico di fronte all'età, nella quale venne
formandosi, ed é errore chiamarla pregiudisio quasi fosse stata
architettata dagli artifici di cavillosi ingegni. È oscura poi e fuor
di proposito la menzione, che il Bonazzi fa del Baldo, che per
essere nobile e devoto avrebbe riconosciuto zncomodo il privilegio
concesso dai Papi alla Repubblica.

$ 3. — Noi pensiamo pertanto, che a comprendere interamente
il. profondo significato di quel passo del Bartolo, occorra riflettere,
che per il diritto pubblico medio-evale vi era una sola forza orga-
nizzatrice di Stati, l' Impero. In esso si concentrava ogni dominio
in temporalibus; e tutti gli attributi di potere sovrano che si ve-
devano, a cagione delle immunità e dei privilegi, trasferiti in prin-
cipi, città, vescovi e abbati si ricollegavano sempre alla podestà
imperiale, come quella che aveva espressamente o tacilamente ab-
bandonato nelle loro mani l’ esercizio di qualche parte della sovra-
nità. Ma il dominio eminente dell’ Impero non si cancella mai;
è inalienabile; né privilegio o concessione vale a distruggerlo.
La storia è là per provarlo, imperocchè di fronte agli stessi li-
beri reggimenti delle città, 1’ Impero vantò sempre diritti, affermò
privilegi, e si arrogó la facoltà di dettare ordini e di imporre

condizioni di sudditanza, Tulto questo perchè, per il sistema giu- UN’ OPINIONE DEL BARTOLO SULLA LIBERTÀ PERUGINA SOL

ridico-politico del tempo, ogni autorità temporale derivava da Dio,
ma risiedeva nell’ Impero. Nè si può rimproverare, senza mani-

festa ingiustizia, ai giuristi di quell'epoca, se si acquietarono a

questo assioma; come non sono da riprendere i quattro dottori di
Bologna e i ventotto judices per-aver risposto al quesito di Fede-

rigo I sulle regalie imperiali — che tutto. quello che non appa-
riva manifestamenle e /egalmente ceduto alle città doveva inten-
dersi appartenente all’ Impero. — Per la qual cosa non vi era,

nè vi poteva essere governo legittimo che quello dell’imperatore
o di chi lo tenesse direttamente da lui.

S 4. — Comesi sia pervenuti a stabilire questo principio di di-
ritto pubblico è facile comprendere, quando si pensi alla virtà del
principio bandito dal cristianesimo — date a Cesare quel che è di
Cesare, date a Dio quel che è di Dio. — Nessuna confusione può
avvenire pei veri interpreti del Vangelo, fra podestà temporale e
podestà: spirituale. La cupidigia degli uomini, l'impero di circo-
stanze storiche faranno sì che a quando a quando.il potere poli-
tico si trovi congiunto al maestrato sacro; ma, dato il principio

cristiano, essi dovranno di bel nuovo separarsi; perché una volta

pronunziato, quel principio cosi nuovo, cosi atto. ad elevare e no-
bilitare il sacerdozio, doveva operare per virtù propria nei secoli,
e impedire la eostante riunione delle due podestà aventi fini cosi
diversi. Era impossibile. quindi che il Papato si facesse centro di
dominio politico nel imondo, in modo che come a tutti sovrastava
per il suo carattere sacerdotale, fosse superiore a tutti anche nel-
l’autorità temporale. Furono sibbene i papi principi di uno stato, ma
in virtù di donazione per parte dell’ Impero, e al solo effetto che al
lustro della podestà sacra si unisse un qualche ufficio di tempo-
rale sovranità. Infatti questo stesso potere era limitato e soggetto
a condizioni tali da escludere il carattere giuridico di pieno ed
esclusivo dominio.

Vediamolo brevemente col mezzo di ricordi storici, che vanno
dalle. prime ed autentiche concessioni fino all'epoca, in cui vi-
veva il Bartolo; e così potremo meglio comprendere la mente del
sommo giurista e il valore della sua sentenza.

$ 5. — Prima ancora che Carlo Magno fosse. coronato Impe-
ratore, fu costituito a favore di lui, nell' ordine giuridico-politico
di Roma, il patriziato, in cui si riassumeva l'alto dominio della
62 x aru O. SCALVANTI

città. Ma questo patriziato era un ufficio puramente onorario ?
Stando a molti e gravi scrittori, fra i quali Il Eccardo (1), parrebbe
di no. Egli infatti così si esprime: — « Patriciatum romanum cum.
urbe Roma regibus Francorum integre subjectum fuisse, neque
pontifices sibi quidquam in eo jurisdictionis, aut ditionis arro-
gasse ». — Vero è che non sono mancati altri scrittori, i quali
hanno sostenuto il contrario; e cioè, che onorario fosse il patri-
ziato dei re; ma ciò non si accorda coll'idea che si aveva allora
di questa funzione. Il patrizio di Ravenna eil patrizio della Si-
cilia, ad es., non erano uffici onorari, ma effettivi; e giustamente
opina il Muratori, che diverso non doveva essere il concetto del
patriziato romano riconosciuto da Adriano I in Carlo Magno nel
774, quando ricevendolo in Roma gli usò quegli onori, dice Ana-
stasio (2), sicut mos est ad ecarchum aut patricium suscipien-
dum. In questa opinione mi conferma un altro: argomento sfug-
gito al Muratori. Difatti la parola — patriziato — tanto signifi-
cava effettivo potere, che lo stesso Adriano I volle rivendicarne
una parte a sè. — « Quia ut fati estis (scrive il Pontefice a Carlo
Magno) ‘honor patriciatus vestri a nobis irrefragabiliter conser-
vatur, simili modo ipse Patriciatus Beati Petri fautoris vestri,
tam a Sanctae recordatione Domno Pipino, magno rege, genitori
vestro, in scriptis in integro confirmatus, zrrefragabili jure per-
maneat (3) — ». Doveva, quindi il patriziato di S. Pietro spettare
al Papa. Così aveva. principio quella.condizione di cose, che fruttò
col tempo l'acerba lotta fra Chiesa e Impero ; da un lato l’ Impero,
consapevole della sua alta podestà temporale; dall'altro lato la
Chiesa che cerca di avocare.a sè non l'universale potere, ma una
parte di esso in Roma e in alcune provincie d’Italia. Questo ibri-
dismo di due poteri riuniti sopra lo stesso territorio si ebbe a ve-
dere quasi costantemente ; e n'ó, fra moltissimi, esempio ' auto-
rità, che anche in fatto di ordinamenti monastici seppe esercitare
nel 939 Alberigo principe di Roma, essendo pontefice Stefano VIII.

(I) EccARDO, Rer. frame. 1. 25, c. 38.

(2) Vita Hadriani I.

(3) Circa il carattere di effettivo potere, che ebbe il Patriziato iomano si può
ricordare; che lo stesso Odoacre nel 476, secondo ci narra MALCO (Hist. Byz. Tomo 1),
si appagò di quel titolo; e difatti per quànto.egli fosse appellato Re, pure Cassiodoro ,
ci dice che non usò mai la porpora né altre insegne regie, e non batté moneta colla
sua effigie. UN’ OPINIONE DEL BARTOLO SULLA LIBERTÀ PERUGINA . 63

S 6. — Venuti alla restaurazione dell’ Impero di occidente per
opera di Carlo Magno, nel diritto pubblico si stabilisce la massima,
che lo stesso popolo romano deve prestarè giuramento di fedeltà
all’ Imperatore, onde Stefano IV, al tempo di Lodovico il Pio —
« statim postquam pontificatum suscepit, jussit omnem populum ro-
manum fidelitatem cum juramento promittere Ludovico (1) ». — E
tanto era penetrata nella coscienza universale questa massima,
che la stessa Roma dovesse mantenersi ligia all’ Impero, che gli
imperatori vollero ingerirsi ancora nella nomina dei pontefici.
Così, quando nell’ 827 Gregorio IV fu eletto papa, narra Eginardo,
— « non prius ordinatus est, quam legatus imperatoris Romam ve-
nit, et electionem populi qualis esset examinavit ». — Col quale
scrittore si accorda l’Astronomo nella —.Vita di Lodovico il Pio
— ove è delto, che — « dilata consecratione ejus usque ad consul-
tum imperatoris, quo annuente et electionem cleri et populi pro-
bante, ordinatus est in loco prioris ». — Anche quest'altro canone
di gius pubblico penetró addentro nella coscienza dei popoli e nella
consuetudine politica del tempo, di maniera che nell'848, per
quanto urgesse la elezione del pontefice, a causa dell' invasione
dei Saraceni, i Romani — « quoque novi electione pontificis (Leone
IV) congaudentes, coeperunt iterum non mediocriter contristari eo
quod sine imperiali non audebant auctoritate futurum consecrare
pontificem, periculumque romanae urbis maxime metuebant, ne
iterum, ut olim, aliis ab hostibus fuisset obsessa (2) ». — E se la ta |
consacrazione avvenne, ció non fu se non dopo aver pronunziato le FTN
più solenni proteste di non voler menomare i diritti dell’ Impero. a
La Chiesa anco ne’ suoi Concili sanzionò poi il ritus canonicus
della consacrazione, che non poteva farsi senza l'intervento del-
l’imperatore o de’ suoi legati (3). Su questo punto, a cui la Chiesa :

(1) TEGANO, De gestis Lud, Pii, n. 16. Su questo proposito si ha àncora la formula
del giuramento, che nell'824 papa Eugenio II avrebbe imposto al clero e popolo ro-
mano verso Lotario imperatore. Ma sebbene essa ci sia stata riferita da Paolo Diacono
(MuRAT., Rer. ital., P. II, T. I) ci sembra non essere documento autentico, per le ra-
gioni addotte dal MURATORI, (A2t2.,. a. 824).

(2) ANASTASIO, Vita di Leone IV.

(3) Concilio di Ravenna dell’anno 898 sotto il pontificato di Giovanni IX. — « Quia
sancta romana ecclesia, cui auctore Deo praesidemus, a pluribus patitur violentias,
pontifice obeunte, quae ob hoc inferuntur quia absque imperiali notitia pontificis fit
consecratio, nec canonico ritu et consuetudine ab imperatore directi intersunt nuncii,
qui scandala fieri vetent. Volumus, ut quum instituendus est pontifex, convenienti-
se dE de 5. d E si "t mE a - dir. Te: ÓÀ—

64 | 0. SCALVANTI

cercò limitare i diritti dell'Impero, non fu discorde nemmeno il
fierissimo pontefice Gregorio VII (1). L' autorità imperiale seppe
dunque così fortemente stabilirsi, che, anche quando per cagione
di discordie fra i pretendenti al trono, o per la ignavia degl’ im-
peratori, l' istituto decadde, i pontefici, in' cambio di distruggere
un tal potere, cercarono conservarlo. Ciò si vide anche nel 915,
quando Giovanni X, considerato che nulla poteva sperarsi dal
cieco imperatore Lodovico, s'indusse a cingere della corona. am-
bita il Re Berengario: e l'autorità imperiale era così pregiata,
che l'anonimo poeta termina il suo panegirico con questo verso:

Et post imperii diadema resumite laudes.

Adunque tutto il temporale dominio accentravasi nell’Impero (2);

nè. nel diritto. pubblico del tempo mancavano primeipî, in. virtù
dei quali l’imperatore poteva più o meno ingerirsi anco negli

affari propri della Chiesa. E che tutto il temporale dominio derivasse
dall’ Impero si dimostra in ogni pagina delle istorie italiane ; ma
n’ è segno evidente il fatto avvenuto al tempo di Giovanni XII e di
Ottone. Dolse al pontefice vedere l'imperatore in armi contro Mon-
tefeltro, che stimava esser terra soggetta alla Chiesa; e Ottone gli ri-
spose: — « Omnem terram Sancti Petri, quae nostrae potestati subie-

bus episcopis et universo clero, eligatur praesente senatu et populo, qui ordinandus
est. Et sic ab omnibus electus, praesentibus. legatis imperialibus consecretur. Nullu-
sque sine periculo sui, juramenta vel promissiones aliquas nova adiventione ‘audeat
extorquere; nisi quae antiqua exigit consuetudo, ne Ecclesia seandalizetur et impe-
rialis onorificentia minuatur». — Questo documento, secondo il Muratori, non é da at-
tribuire a Stefano VI, che lo avrebbe emanato nell’ 896, perché in effetto si legge nel
Concilio di Ravenna dell'393; ma a me sembra possa bene attribuirsi a quel pontefice,
nulla vietando che del Decreto di lui siasi fatto poi un canone nel Concilio tenuto da
Giovanni IX.

(1) Appena eletto (1073), Gregorio scrisse della propria elezione ad Arrigo VII,il
quale invio a Roma Eberardo conte per verificare se si era proceduto alla consacra-
zione del pontefice, nel qual caso gli diede podestà di dichiarare. nulla la elezione.
Ma Eberardo trovò che la solennità della consacrazione non era avvenuta, di che l'Im-
peratore si mostrò soddisfatto. — « Et statim. Gregorium Verullensem episcopum Italici
regni cancellarium ad urbem trasmisit, quatenus auctoritate regia electionem ipsam
confirmavit, et consecrationi ejus interesse studeret ». (MURAT. A727., a. 1073).

(2) Sono infinite le investiture date a Vescovi e Abbati dagl'imperatori; ma ri-
cordiamo in special modo quella fatta da Arrigo IV nel 1093 a Conone o Corrado ve-
scovo di Mantova (MURATORI, Diss. 07), revocata poi da Lotario III nel 1130, quando
venne in Italia dopo la dieta di Wirtzburg. Di molte investiture poi é traccia nello
stesso testo. della pace di Costanza.
UN’ OPINIONE DEL BARTOLO SULLA LIBERTÀ PERUGINA 65

cla est, promisimus reddere ; atque id rei est, quod ex hoc mu-
nitione Berengarium cum omni familia. expellere nitimur. Quo
enim pacto terram hane ei reddere possumus, si non prius eam
ex violentorum manibus erectam potestati nostrae subdimus ? ». —
Qui apparisce evidente, che le terre dovute alla Chiesa, venivano
‘come nuovamente concesse dall’ Impero, quando tornavano a lui
soggette. Non erano le armi imperiali ai servigi dellà Chiesa ; ma
al servizio dell’ Impero, il quale poi delle terre riacquistate faceva
novellamente dono al pontefice. E talvolta era lo stesso pontefice,
che esortava i popoli a farsi vassalli dell’ Impero, ancorchè fos-
sero soggetti a Roma; e ricordiamo il fatto dei Tiburtini, che nel
1001 per una contesa avuta coi Romani, decisero di dichiararsi
soggetti imperiali jure (1), e vi furono incoraggiati dal Papa Sil-
vestro II.

S 7. — L’ Impero tenne poi grandemente a stabilire, che tutto
quello che la Chiesa o altri possedevano emanava da lui; e fu
sempre vivo negl'imperatori di occidente il desiderio di rendere
irrita e di niun effetto giuridico la vantata donazione di Costan-
-tino; perché con ciò si sarebbe ammessa una tradizione di tem-
porale autorità a favore dei Papi anteriore alla restaurazione
. dell' Impero di Occidente. E chi legge e scruta le istorie ne. vede
moltissimi esempi, tra i quali degno di essere segnalato quello
di Arrigo II, per le proteste fatte contro le opinioni manifestate

da Leone ‘IX e da Niccolò 1I (2). E se i Papi volevano con-

ferire autorità temporale ai principi, l' Impero se ne lagnava,
cosi che quando nel 1134 Ingilberto marchese fu investito da In-
nocenzo II del Governo della Toscana, l’imperatore gli fece com-
prendere, che non dal Papa, ma da lui doveva ripetere la sua
autorità (3). E lo stesso Muratori, sulla scorta dei cronisti del

: (1) PIER DAMIANO, Vita S. Rom.
; (2) Quando nel 1059 Niccolò II diede linvestitura del reame di Napoli ai Nor-
manni, sebbene in quel tempo e cioé nel 1053 Leone IX. scrivendo a Michele Cerulario,
patriarca di Costantinopoli, riferisse un brano dell'apocrifa donazione di Costantino,
e in generale tutti a quel tempo la riconoscessero per autentica, pure l’ Impero se ne
adontò, e Pier Damiano ci narra, che l'Imperatore Arrigo IV fece cassare omnia quae
ab eo (Niccolò II) fuerunt statuta (Vedi PIER DAMIANI, Opus. 4). i

(3) Si legge negli Ann. pis; (MuRAT., Rer. italic., vol. VI) che — « III Kalendas junii
Pisis est celebratum concilium per Papam Innocentium II et alios praelatos. In quo
concilio Ingilbertus de marchia Tusciae investitus est. Qui postea defensus a Pisanis

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66 i | ^0. SCALVANTI

tempo, conviene che non poteva il Papa conferire ad altri le pro-
vincie dell' Impero, escluse dalla eredità. della contessa Matilde ;
mentre sta in fatto, che l'Impero dispose invece di molti beni
compresi in quella eredità a favore delle repubbliche o dei prin-
cipi italiani (1) ; segno certo, che l'Impero riteneva non essere
estranea la sua alta autorità a veruna parte del territorio sog-
getto alla podestà imperiale.

É noto poi che tra Innocenzo II e Lotario III le dispute fu-
rono violentissime. Basti, che quando l' imperatore venne nel 1137
in Italia e si trasferì a Roma, papa Innocenzo volle di sua mano
investire il Conte Rainolfo a Duca di Puglia. Ma poiché per il
diritto pubblico allora vigente ogni concessione di temporale do-
minio doveva emanare dall'imperatore, Lotario III pretese di fare
egli l'investitura. La contesa, secondo ci narrano gli storici, duró
trenta giorni, e finalmente fu convenuto, che il papa e l'impera-
tore tenessero entrambi il gonfalone da consegnarsi a Hainolfo.
Lo stesso accadde per l' investitura dell'abate di Montecassino;
monastero che si considerava Camera dell'impero. Anche qui la
disputa fu lunga ed aspra, ma prevalse la volontà del pontefice.

$ 8. — Ma dove meglio apparisce l’effettiva autorità imperiale
negli stati della Chiesa e in Roma stessa è nella materia giurisdi-
zionale, che nel diritto pubblico d’ogni nazione ha una parte im-
portante, come quella che racchiude un elemento sostanzialissimo.
di sovranità. E niun dubbio, che in Roma gl’imperatori tenessero;
funzionari e giudici per vigilare sul governo della città e ammini-
strare giustizia. Già nell’ 823 pel fatto della uccisione di Teodoro
primicerio e di Leone nomenclatore sorsero dispute fra l'impera-
tore e papa Pasquale; e sotto il successore di lui, Eugenio ll,
l'Impero ebbe a vantare notevoli facoltà al dirimpetto della Curia
romana. Di ciò ci fa ricordo il biografo di Lodovico il Pio, il
quale narra che — « tantae querelae adversus Romanorum ponti-

et a Lucensibus ubique offensus et victus apud Ficecchium in campo, Pisas cum la-
crymis fugiens, a Pisanis vindicatus est». — Resulta poi che nel 1137 l’imperatore mandò
al marchese Ingilberto, come a suo vassallo, buon nerbo di armati sotto il comando:
del Duca,Arrigo suo genero, perché i toscani «07» volevano un principe, che re-
gnasse a nome dell’imperatore. Lo che dimostra che Lotario III aveva resa nulla
l'investitura fatta dal pontefice Innocenzo II.

(1) SCALVANTI, Considerazioni sul primo libro degli Statuti perugini, Parte I,
Perugia, 1895, Tip. Boncompagni. UN’ OPINIONE DEL BARTOLO SULLA LIBERTÀ PERUGINA 6.

fices judicesque sonarent, quod quorumdam. pontificum vel igno-
rantia vel desidia, sed et judicum coeca et inexplebili cupiditate,
multorum praedia injuste fuerint confiscata. Ideoque reddendo
quae injuste fuerunt sublata, Lotharius magnam populo romano
creavit laetitiam. Statutum est etiam, juxta antiquum morem, ut
ex latere imperatoris mitterentur qui judiciariam erercentes pote-.
statem, justitiam ‘omni populo facerent, et tempore quo visum foret
imperatori aequalance penderent (1) ». — Da pochi ànni é risorto
l'impero occidentale, e già è ricevuto come canone di osservata
consuetudine, che ex latere imperatoris seggano in Roma magi-
strati, che amministrino — justitiam omni populo —. Vero è, che
il più delle volte questi tribunali si costituivano d'improvviso,
sotto l'influsso di circostanze speciali; ma è indubitato che l' Im-
pero non cessò mai di usare tutti i mezzi per mantenere questa
sua prerogativa di sovranità. Si ha memoria nell’ 829 dell’ invio
.a Roma di Giuseppe Vescovo e di Leone Conte per conoscere di
una vertenza insorta fra Ingoaldo, abbate del monastero di Farfa,
e la Curia romana. E notisi, che si trattava di grave accusa, im-
perocchè alcuni papi si sarebbero resi colpevoli di denegata giu-
stizia (2). Il papa Gregorio IV non volle accettare la sentenza dei
giudici imperiali; ma, si osservi bene, l’unica pretesa che avanzò,
fu quella di volere interpellare direttamente l’imperatore. Talvolta
poi è lo stesso pontefice, che chiede giudici straordinari alla corte
imperiale, come avvenne ai tempi di Adriano Il (3) e di Gio-
vanni VIII (4). Un tribunale imperiale trovasi stabilito in Roma

(1) ASTRONOMO, Vit. Lud. Pii. :

(2) Ingoaldo, secondo il Pagi, dolevasi che — « unde tempore Stephani, Paschalis
et Eugenii semper reclamavimus et justitiam minime invenire potuimus ». —

(3) Adriano II nell’ 868 chiese all’ Imperatore dei magistrati per giudicare in Roma
Eleuterio, reo di ratto della figlia del papa e della uccisione di lei e della madre Ste-
fania. I cronisti narrano: — « Hadrianus papa apud Imperatorem missos obtinuit, qui
praefatum Eleutherium secundum legem romanam judicarent». —I giudici imperiali
andarono a Roma, e pronunciarono la condanna di Eleuterio (PAGI Ad Ann. Bar. —).

(4) Papa Giovanni VIII nell'880cosi scrive a Carlo il Grosso: — « Pro justitiis autem
faciendis sanctae romanae ecclesiae, ut idoneos et fideles viros e latere vestro nobis
de praesenti dirigatis, obnixe deposcimus, qui nobis pariter cum missis nostris profi-
ciscentibus, de omnibus justitiam plenissimam faciant, et. vestra regali auctoritate male
agentes corrigant et emendent » —. È a notare, che lo stesso Giovanni VIII nell’anno
dipoi (881) chiese nuovi messi imperiali, ma in appresso non sembrò disposto ad ac-
cettarli per dirimere alcune controversie in Ravenna.
68 \O. SCALVANTI

al tempo di Lodovico III (1). E quando nel 967 il praefectus urbis
e i consules di Roma si resero responsabili di gravi offese verso
papa Giovanni XIII, fu per opera dell’imperatore, secondo ci narra
Liutprando, che i colpevoli e loro seguaci furono assoggettati a
severissime pene (2). Al tempo di Ottone lII si ha altro esempio
della giurisdizione imperiale in Roma. Ugo abbate di Farfa com-
parisce dinanzi all'imperatore nel palazzo imperiale di Roma, e
Ottone III insieme al collegio dei giudici risolve la disputa, per
la quale l'abbate querelavasi, e intima la pena di 100 libbre d'oro
puro ai contravventori, da applicarsi — « medietatem (notisi bene)
camerae imperatoris, et medietatem praefato monasterio Sanctae
Mariae in Pharpha (3) »

S 9. — Ma oltre ques funzione giudicatrice, che esplicavasi col
mezzo di un tribunale ordinario in Roma tenuto da giudici ex latere
imperatoris, era ricevuto anche un altro canone di pubblico diritto,
quello dell'ultimo appello dei romani all’ imperatore. Tale principio
fu solennemente ammesso nell'898 nel concilio di Ravenna, es-
sendo papa Giovanni IX e Imperatore Lamberto (4).

Aggiungasi che in Roma noi troviamo in varie epoche sta-
bilito un magistrato imperiale, il praefectus urbis (5), il quale

(1) Si raccoglie tale notizia da una sentenza riferitaci dal Fiorentino, e che in-
comincia colle seguenti parole: — « Dum Domnus Ludovicus serenissimus imperator
augustus a regale dignitate Romam ad summum imperialis culminis apicem, ecc. ». —

(2) «Romanorum alios gladio, alios suspendio interemit, oculis alios privavit, exsilio
alios relegavit ». — Di tale efferratezza, tutt? altro che giustificata per vendicare il mini-
stro di un Dio che perdonava a’ suoi crocifissori, Liutprando cerca scagionare Ottone
presso Niceforo Foca, imperatore di Costantinopoli (Vedi LruT. in Legat.).

(3) Cronic. Farf.in MURAT. Rer. ital., Vol. L,-P. II.

(4) « Si quis romanus, cujuscumque sit ordinis, sive de clero, sive de senatu, seu
de quocumque ordine, gratis ad nostram imperialem majestatem venire voluerit, aut
necessitate compulsus ad nos voluerit proclamare, nullus eis contradicere praesumat ;
et neque eorum res quisquam invadere vel depraedari, aut eorum personas in eundo
et redeundo vel morando inquietare praesumat; donec liceat imperatoriae potestati

"eorum causas aut personas, aut per nos aut per missos nostros deliberare. Qui autem
eos inquietare eundo, vel redeundo, vel morando tentaverit, vel eorum quidpiam re-
rum auferre, postquam nostram misericordiam proclamaverint imperialis ultionis in-
dignationem incurrat ».

(5) « Si osserva che nel 1015 in Roma — grandiora urbis et orbis negotia longe su-
perexcedunt eorum judicia, spectantque ad romanum pontificem, sive illius vicarios......
itemque ad romanum imperatorem, sive ‘illius vicarium praefectum, wrbis, qui
de sua dignitate respicit utrumque, videlicet domnum papam et domnum imperato-
rem, a quo accipit suae potestatis insigne, scilicet exertum gladium, ecc. » (BALUZIO,
Misc., Lib. V, pag. 64). UN’ OPINIONE DEL BARTOLO SULLA LIBERTÀ PERUGINA 69

aveva vere funzioni di governo, e teneva nelle sue mani la
direzione della polizia (1). Ma più di ogni altro riscontro del-
l'autorità imperiale in Roma, dopo le note concessioni fatte ai
pontefici, valga quello della facoltà concessa agl’imperatori di
emendare le stesse leggi, che i papi davano ai loro soggetti. E
Benedetto III, che nell’ 855 scrive a ‘Lotario e Lodovico una let-
tera riferitaci da Graziano, e così concepita: — « Nos si in-
competenter aliquid egimus, et subditis justae legis tramitem
non conservavimus, vestro ac missorum vestrorum cuncla volu-
mus emendare judicio. Inde magnitudinis vestrae magnopere Cle-
menliam imploramus, ut tales ad haec quae diximus, perquirendo
missos in his partibus dirigatis, qui Deum per omnia limeant, e£
cuncta diligenter exquirant. Et non tantum haec sola, quae su-
perius diximus, quaerimus ut examussim exagitent, sed sive minora,
ecc. (2) ». — E quando nell’ 898 si volle reprimere il pessimo costume
di invadere, alla morte di un papa, il palazzo apostolico e sotto-
porlo a saccheggio, la legge a tal finé emanata terminava con
queste parole: — « Quodqui facere praesumpserit, non solum eccle-
siastica. censura, sed eliam imperiali indignatione feriatur ». — Per-
tanto in questi tempi così favorevoli all'ampliamento dei diritti im-
periali, è naturale si venisse formando un gius pubblico, che ri-
spetto al dominio temporale tenesse soggetta la Chiesa all’ Impero.
E perciò quando l’ Impero donava una terra ai papi, essa passava

alla soggezione della Chiesa; ma se questa le avesse accordato

libertà, non era che una libertas semiplena. E ben vero che per
privilegio la città donata dall'imperatore era divenuta patrimonio
ecclesiastico; ma poteva la Chiesa concederle in perpetuo libero

(1) Fra i molti esempi circa l'intervento del praefectus wrbis si può citare il
fatto avvenuto nel 1086, quando i Romani elessero a forza papa Desiderio abbate di
Montecassino, che si nominò’ Vittore III. Essi non avevano voluto piegarsi ad eleggere
Ottone vescovo di Ostia, e il prefetto imperiale, lasciato in libertà dal duca Ruggiero,
tornò in Roma, ‘ed esercitando la sua autorità in Campidoglio, perseguitò i Vescovi
affinchè non avvenisse la consacrazione di Vittore III. Il quale, in quei frangenti,
volle tornarsene a Montecassino, donde poi si trasferì nuovamente a Roma chiamatovi
dal clero e dai cittadini. Ma bastò che giungesse in Roma un messo imperiale, che an-
nunziasse la prossima vendetta dell’ antipapa Guiberto, perché i romani abbandonas»
sero tosto Vittore, sebbene universalmente amato, E se la elezione di Urbano II (a. 1088)
non sollevò minaccie per parte dell'Imperatore, ciò fu per essere egli impegnato nelle
gravi e sanguinose fazioni, che desolavano la Germania.

(2) GRATIAN,-C. 9, Dist: 10 et c. 141, 2.
ia LOU r s

70 M O. SCALVANTI

reggimento, creando cosi un nuovo tipo di sovranità, che il diritto
pubblico di quei tempi era ben lontano dall’ ammettere? Che l' Im-
pero, per benevolenza verso la Chiesa, si spogliasse di una parte
del suo dominio, si comprende; giacché la Chiesa era in continui
rapporti coll' Impero, ed esso stesso metteva capo all'alta autorità
dei pontefici. Ma non poteva la Chiesa, mediante concessioni di
privilegi, rinunziare al ricevuto dominio e in virtù di tale rinunzia
creare stati indipendenti da lei e dall' Impero. Noi vediamo che
anche quando era lo stesso imperatore, che accordava privilegi
alle città, e:riconosceva i loro liberi reggimenti e le loro consue- -
tudini, qualche cosa riservava a sé, come impronta di dominio, ora
sotto forma di giurisdizione in grado di appello, ora per mezzo di
un funzionario imperiale residente nelle città, ora col soltoporre i
comuni al pagamento del fodro e va dicendo. Questa recognizione
di dominio poteva essere di lieve peso per le città, ma costituiva
l'affermazione di un diritto, che alla prima occasione si faceva
valere. Ora se la cessione alla Chiesa fosse stata incondizionata,
e se coi privilegi concessi dai papi, le città si fossero trovate li-
bere e affrancate da ogni vincolo verso l'Impero, ne veniva di
conseguenza, che esse avrebbero ricevuto, coll' intermediario della
Chiesa, più di quello che !' Impero sarebbe stato disposto a con-
cedere direttamente. Vi era dunque nell'Impero un titolo di sovra-
nità, che tornava a rivivere tutte le volte che la Chiesa donataria
rinunziava alla concessione imperiale; perché questa doveva inten-
dersi fatta a esclusivo vantaggio di lei e non a vantaggio dei popoli.
E che le cessioni fatte dall'autorità dei papi o dei vescovi non .
avessero efficacia di fronte all’ Impero, fu sostenuto anco al tempo
della lotta fra I Hohenstaufen e le città lombarde. Anche qui tratta-
vasi di regalie, le quali erano, perla massima parte, passate dalle
mani dei vescovi in quelle dei comuni, che ne affidavano l'esercizio
ai consoli da loro eletti. Ora, scrive giustamente l'Hegel, si voleva
‘costringere le città a riconoscere che tutti i diritti sovrani e gover-
nativi erano, giusta l’ antica loro origine, diritti spettanti al re, e
che solo per l’investitura o conferma da parte del re stesso po-
tevano legittimamente passare nelle loro mani (1). — A nulla

(1) Storia delle Cost. mun., Cap. IV. UN’ OPINIONE DEL BARTOLO SULLA LIBERTÀ PERUGINA | vU

valeva che il vescovo avesse legittimamente e cioè per imperiale
privilegio esercitato quei diritti sovrani; essi non potevano venire
legittimamente trasferiti nei nuovi governanti, se non per conces-
‘sione imperiale: diretta. Dunque il diritto dell’ Impero non era
estinto; solo se ne era ‘ceduto l'esercizio ai vescovi, 1 quali non
‘avevano potestà di trasmetterlo in altri.

$ 10. — Tutto questo siamo venuti notando per dimostrare che i
canoni di diritto imperiale stabiliti nella stessa Roma erano i se-
guenti: — 4.° Che ogni concessione di temporale dominio doveva de-
rivare dall' Impero — 2.» Che l’ Impero doveva per rito canonico
intervenire nella consacrazione dei pontefici — 3.» Che rimaneva
integro il diritto nell' Impero di avere anche in Roma un rappre-
sentante, munito di larga ingerenza nel governo della città —
4.9 Che vi si mantenevano giurisdizioni imperiali, e si faceva
luogo in ogni caso al ricorso dinanzi al tribunale supremo del-
l'imperatore.

Di qui la difficoltà di avere un governo, che non fosse soggetto
nè all’ Impero nè alla Chiesa; perchè la donazione fatta dagl’ im-
peratori ai papi era accompagnata da una. tacita. condizione, e
quasi diremmo, limitata dalla causa stessa che vi aveva dato luogo;
e perciò il privilegio di libertà che si concedeva dalla Chiesa fa-
ceva stato di fronte a lei, ma non aveva valore di fronte all’ Im-
pero, che poteva sempre far rivivere ed esercitare i suoi diritti
di alta sovranità. Bisognava dunque ampliare e modificare il di-
ritto pubblico del tempo, trovare il titolo giuridico della legitti-
mità e perpetuità dei governi autonomi, e porre a guardia di questa
‘conquista scientifica le supreme ragioni di giustizia.

Intanto é da notare che il Bartolo, parlando della sua Perugia,
accortamente riconnette il dominio papale a quello dell' Impero;
con che mira a, stabilire la legittimità di quel dominio nella Chiesa
‘concedente; legittimità che derivava dalla imperiale concessione.
Ma come pensò poi il Bartolo, che di fronte a Perugia fosse ve-
muto ad estinguersi ogni diritto dell’ Impero, mentre sembra che
ogni cessione che egli faceva, dovesse sempre intendersi fata: (e
ne abbiamo visti esempi) salvo in omnibus jure imperiali? Stabi-
lito il titolo di legittimità nel potere dei. papi, occorreva investi-
gare in qual modo la Chiesa, liberando la città, ossia restituen-
dola a libero reggimento, fosse venuta ad estinguere non solo le
CP. ; O. SCALVANTI

prerogative della sovranità propria, ma quelle ancora della sovra-
nità imperiale, che, per una folla di esempi storici, sembravano:
essere inalienabili e imprescrittibili.

V'erano ragioni storiche, su cui poter fondare questa ardita
teoria ?

S 11. — Intanto su questo punto essenzialissimo di ricerche è
d'uopo premettere, che sebbene alta fosse l'autorità imperiale,
pure di fronte a lei sorgeva la podestà dei papi, e già abbiamo ac-
cennato come questa si affaticasse a conquistare un qualche tem-
‘ porale dominio sulle città italiane. Va bene, che chi poteva legit-
timamente investire la Chiesa di questa sovranità era l'Impero ;.
e fu veduto ancora che, nonostante le concessioni imperiali ai
pontefici, l’autorità degl’ imperatori si conservò certamente in jure
e spesso in facto fin nella stessa Roma. E se avessimo. d' uopo
di aggiungere altri fatti a quelli già riferiti, vorremmo ricordare
la parte presa dagl'imperatori nel combattere in Roma le fazioni,
che miravano ad affrancare la città dal giogo imperiale ; onde le
fiere contese al tempo di Ottone I, il consolato di Crescenzio e
le sanguinose repressioni di Ottone III.

Ma se la Chiesa, ora in modo occulto; ora in modo palese, fin
dalla restaurazione dell'Impero aveva cercato di accrescere la sua
potenza non solo în spiritualibus, ma anche in temporalibus, quale
era ai tempi del Bartolo lo stato della disputa fra la Chiesa e
l' Impero? |

Abbiamo osservato, che la Chiesa volle riconosciuto negl'impe-
ratori soltanto il diritto di presenziare la consacrazione dei papi;
ma pure non scarseggiano nell’ istoria esempi di protesta anche
contro questo rito canonico. Da documenti, di cui invano si re-
voca in dubbio l'autenticità, perchè provati sinceri alla stregua
dei raffronti storici; risulta che Adriano III nell’ 884 volle ces-
sata la ingerenza imperiale nella elezione dei papi (1). E tanta
novità vi fu allora in questa parte del dirilto. pubblico della
Chiesa e dell'Impero, che Stefano V fu consacralo senza l'im-
periale intervento; onde le ire di Carlo il Grosso, perché — « ea.
inconsulto illum: ordinare praesumerunt (2) ». — Al qual fatto ri-

(1) SiGoN10, De regno ital., lib. V. e ProLom: Luc. Hist. ecc., t. XI, Rer: it.
(2) LAMBECIO, Ann. franc. in MURAT., Rer. Ital., P. II, T. II. UN’ OPINIONE DEL: BARTOLO SULLA LIBERTÀ PERUGINA ero

sponde quello verificatosi nel 1061 quando fu eletto, per le cure
di Ildebrando, il pontefice Anselmo da Badagio, che prese il
nome di Alessandro II. E vero che in Roma vi era un partito
diretto dai conti di Tuscolo, che voleva rispettate le prerogative
imperiali; ma vi era pure,.e prevalente, il: partito che istigava
a non osservarle. E cosi, mentre Arrigo II volle che i romant
non potessero eleggere il papa senza suo consenso, e Niccolò II
volle rispettato il costume antico, che riconosceva nell'impera-
tore il diritto di verificare la elezione e assistere alla ordina-
zione pontificia; nel caso, da noi accennato, si volle soppresso
anche quest’ ultimo resto delle imperiali prerogative. Inoltre
abbiamo già visto, che lo stesso Giovanni VIII in alcune sue
Epistole protesta contro i messi imperiali, inviati a Roma per
amministrare giustizia. Nè meno fiere sono le denegazioni. di
Adriano IV nel 1159, quando insorge contro Federico I, che aveva
mandato in Roma dei magistrati per dirimere controversie, senza
l'assenso del pontefice. Ma piü d'ogni altro. documento serve a
dimostrare la resistenza che i Papi fecero contro la giurisdizione
imperiale, un testo delle Clementine, dove il pontefice, a proposito
di aleune sentenze emanate da un tribunale imperiale in certe
questioni tra Arrigo e Roberto re di Sicilia, dichiara irriti e vani
cotesti giudicati, allegando che il re, sebbene citato regolarmente,
non era presente al giudizio (1). Oltre a ciò cercano i papi di
scuotere il giogo dei re, soltomettendosi solo. agl’ imperatori, la
cui consacrazione stava nelle loro mani; talchè quando Arrigo III,
che non aveva assunto ancora la corona imperiale, fece deporre
nel Concilio di Sutri i tre papi Benedetto. 1X, Silvestro III e Gre-
gorio VI, e il Baronio dice, che fu detestanda prosunzione del-
l’imperatore, dovuta al fatto che Gregorio VI era stato eletto

(1) Il Muratori cita I? Epistola di papa: Clemente col titolo — Pastoralem — mentre
incomincia colla parola — Pastoralis — e si legge nel Corpus juris canonici, lib. II,
Clement., Tit. XI, Cap. II. Ivi è detto; — « Nos tam ec superioritate quam ad Impe-
rium 707 est dubium nos habere, quam ex. potestate, in qua (vacante imperio)
Imperatori succedimus, et nihilominus ex illius plenitudine potestatis, quam Christus
Rex Regum et Dominus dominantium nobis, licet immeritis in persona Beati Petri
concessit, sententiam et processus omnes praedictos, et quicquid ex eis securum est.....
declaramus fuisse ac esse omnino irritos et inanes....... Praehabitis per Imperatorem
eumdem quibusdam. processibus contra eum (Regem) absentem tamen, quamvis legi-
time (juxta Imperatoris assertionem) citatum, ecc. ». :
(4 5.0. SCALVANTI

senza suo consenso, molti e gravi storici osservano, che di ciò
non poteva Arrigo dolersi, in quanto che, non essendo impera-
tore, nessun diritto aveva sulla città di Roma.

E cenno poi, sotto alcuni pontefici, del loro governo su Roma
etiam in temporalibus, come fu al tempo di Giovanni XII (1). Se
nonchè le tristi condizioni della Chiesa non permisero a quel
pontefice e ai suoi successori di affrancarsi dall’ impero. Anzi lo
stesso Giovanni XII, stretto da Berengario Il e da Adalberto,
dovette ricorrere all’ istituto giuridico dell’advocatia ecclesiae, in-
viando Giovanni diacono e Azo sscrinario a Ottone per chiamarlo
a difesa della curia romana. i

$ 12. — Maancorchè a quando a quando la Chiesa si trovi nella
necessità di ricorrere all’ Impero, ormai noi dobbiamo verificare un
continuo progresso nelle condizioni di lei. Lo stesso Ottone con-
viene di dover largheggiare colla Chiesa, ed è a questo proposito
preziosissimo il documento conservatoci da Graziano e che leg-
gesi anco nel Baronio (2). È una lettera, che Ottone indirizza da
Pavia a Giovanni XII, e dove dice: — « Si permittente Domino,
Romam venero, sanctam romanam Ecclesiam et te rectorem ipsius
exaltabo secundum posse meum ; et nunquam vitam aut membra
el ipsum honorem, quem habes, mea voluntate, aut meo consilio,
aut méo consensu, aut mea exhortatione perdes. Et in romana
urbe nullum placitum, aut ordinationem faciam de omnibus, quae
ad te aut ad Romanos pertinent, sine (uo consilio. Et quidquid
in nostram potestatem de terra S. Petri pervenerit, tibi reddem.
Et cuicumque regnum. italicum commisero, jurare faciam illum,
ut adjutor tibi sit ad defendendam terram Sancti Petri secundum
suum posse ». — È noto come queste concessioni non approdas-
sero al fine di mantenere pacifici rapporti tra le due potestà. Le
lotte fra Gregorio VII e il quarto Arrigo, l'umiliazione sofferta
dall’ autorità imperiale a Canossa, la conciliazione avvenuta nel
1111 fra Pasquale Il e Arrigo V, poco stante revocata (3), le ri-

(1) MURAT. A7?71., vol. XXXIII, pag. 23.

(2) Annali Ecclesiastici all’ an. 690, e GRAZIAN. Dist. 63, c. 33. Tit. Domin.

(3) Il papa aveva proposto, che egli rinunzierebbe a tutti gli stati e regalie, che
gli ecclesiastici avevano avuto e riconoscevano dall’ Impero e dai regni di Carlo Magno,
Lodovico il Pio e Arrigo I, ‘specificando città, ducati, comitati, zecche, gabelle, mer-
«cati, avvocazie, corti, castella, ecc.; e il Re alla sua volta rinunzierebbe all'uso di in- Non M EA »
^f. | ni X í
) I uS
UN' OPINIONE DEL BARTOLO SULLA LIBERTÀ PERUGINA (5

sorgenti contese fra Innocenzo Il e Lotario III e tra Federigo I
e Adriano IV, le proteste degli Ottoni, i trionfi della politica di
Federigo II e le sue discordie con Innocenzo III e Gregorio IX,
son tutti avvenimenti, su cui si intessono più secoli di storia ita-
liana. E ove ripensiamo alla stessa lotta delle investiture, se da
un lato ci apparisce manifesto l’ accanimento, col quale 1’ Impero
difese non solo le prerogative della sua temporale autorità, ma
ben anco il titolo della sua ingerenza nella nomina. dei dignitari
ecclesiastici ; dall'altro si apprende che la Chiesa ormai riusciva
ad aver ragione dell’ Impero. Infatti col trattato di Worms l Im-
pero dovette cedere rispetto alla elezione dei prelati e alla inve-
stitura coll’ anello e col pastorale ; e solo gli restò il diritto della
temporale investitura collo scettro e della precedenza di questa,
al di là delle Alpi, alla investitura spirituale. Onde non ha torto
l Hegel, quando dice che in quel trattato, l' imperatore perdette
la causa sul punto legale, di cui trattavasi, e cioè che la Chiesa
voleva possedere jure proprio le regalie anticamente concesse
agli ecclesiastici. dall’ Impero (1). È vero che la Chiesa non riuscì
colla dieta di Worms a vedere accolti i principi. del Dictatus
papae di Gregorio VII; ma tuttavia conseguì gran parte del suo
scopo, di rendersi cioè assai più indipendente dall'Impero. Ma
vediamo con ordine di ciò, che avvenne al tempo del Barbarossa.

Federico I, bene accorgendosi della influenza sempre maggiore
dei papi, non piegò ai voleri del pontefice; che non volle ac-
cogliere gl'inviati imperiali per amministrare giustizia in Roma;
parendogli, dicono gli storici, di diventare un imperatore dei Ro-
mani di solo nome e da scena, quando se gli volesse levare ogni
potere e dominio in Roma (2). Nè potevano piacere a Federico
tali propositi della curia romana, dal momento che nel 1154 gli ave-
vano. offerto il dominio — « legati de omnibus civitatibus Tusciae,

vestire i vescovi e gli abati. Arrigo V ando sulle furie, e fece prigione Pasquale II.
Poi nel 1111, stabilito un accordo, Arrigo fu consacrato imperatore; ma in parte per
il mal volere di lui e in parte per l'opposizione dei vescovi, l'accordo venne a -ces-
sare col Concilio lateranense tenuto nel 1116. I vescovi disapprovarono che il papa
non avesse voluto riconoscere la possibilità di investiture a favore di religiosi per parte
di laici.

(1) HgGEL, Storia della Cost., Cap. VI.

(2 MURAT, Ann. — ad an, 1159.
76 O. SCALVAMTI

nec non ex omnibus civitatibus Spoleti, munera condigna offeren-
tes, et subjeclionem voluntariam promittentes (1) ».

Pur tuttavia egli ebbe l'animo disposto a rispettare quei pri-
vilegi, che nel campo del temporale dominio gli ecclesiastici ave-
vano ricevuto dagl'imperatori. E ne è documento infallibile la Pa-
ce di Costanza, ove si legge: — « In civitate illa, in qua Episcopus
per privilegium Imperatoris vel regis comitatum habet, si consules
per ipsum episcopum consulalum recipere solent, ab ipso reci-
piant (2) ». — Con la quale disposizione Federigo confermava 1 pri-
vilegi antichi, e poiché l'investitura dei consoli era una facoltà
che riservava a sé (« alioqui unaquaeque civitasanobis consula-
tum recipiant»), riconoscendola in caso di privilegio nei vescovi,
veniva quasi a crearli vicari imperiali.

$ 13. — Ma sebbene l'Impero manifesti di sovente e in termini
vivaci il desiderio di riconquistare intera la sua indipendenza, pure
dagli ultimi del secolo XII e nel secolo seguente, penetrano nel gius
pubblico delle massime e dei principi atti a liberare la Chiesa
dalla supremazia degl'Imperatori. A ciò diedero occasione le lun-
ghe e frequenti vacanze del trono imperiale; imperocchè è noto
che dal 1251 al 1278 non si ebbe nessun imperatore o re dei ro-
mani. Nel 1273 fu re dei romani Ridolfo, che cercò invano di re-
staurare i diritti dell’ Impero, onde inviò il figlio in Italia per com-
piervi una invasione nelle terre della Savoja. Nel 1292 succede a
lui Adolfo di Nassau, come re dei romani fino al 1298, anno nel
quale cotal titolo è assunto da Alberto tedesco. L’impero ritorna
nel 1312 con Arrigo VII, che si fa coronare imperatore a Roma,
mentre il papa è in Provenza. Ma dopo due anni la sedia imperiale
vaca di bel nuovo, e cioè dal 1314 al 1346, quando è incoronato
imperatore Carlo IV, quello stesso a cui il Bartolo fu inviato am-
basciatore (3). Questo stato di cose determinò una corrente favo-
revole alla Chiesa, di cui il Bartolo, vissuto proprio al tempo nel
quale le lunghe vacanze dell'Impero avevano reso più facile il
lavorio di indipendenza della Chiesa romana, dovette tener conto
‘nella costruzione della sua teorica. i

(1) WEINGART, Chronic apud LEIBNITIUM, t. I.

(2) De pace Constantiae, S Privilegia omnid, ecc.

(3) SCALVANTI, Cons. sul prino libro degli Statuti perugini, Parte I, Pe-
rugia, 1895. i UN? OPINIONE DEL BARTOLO SULLA LIBERTÀ PERUGINA TT

Anzi, tutta la storia registra in più occasioni il dzrítto che la
Chiesa volle rivendicare sul regno di Sicilia, e per citare un fatto
solo, perchè si collega a’ due grandi nomi di Innocenzo III e di
Federigo II, ricorderemo le dichiarazioni, che il pontefice ebbe a
fare nel-1215 a Federigo, e cioè che se veniva esaltato come im-
peratore, doveva cedere immediatamente il regno di Sicilia al figlio
suo, che tal dominio riconoscerebbe dalla Santa sede.

8 14. — Ma i tre istituti che la Chiesa, profittando di favore-
voli circostanze, cercò introdurre nel diritto pubblico del tempo
furono i seguenti:

1.9 Che l'Impero era dato dal Papa in feudo agl' imperatori.

2.0 Che nella vacanza dell’ Impero, il vicariato di esso spet-
tava al Papa.

3.9 Che come il Papa dava ai Re l' Impero in feudo, così po-
leva tal concessione revocare.

1. — Il primo cenno di concessione quasi feudale dell' impero
si ebbe nelle lotte fra Federigo I e Adriano IV. Fu nel 1157,
che quel pontefice mandò suoi ambasciatori a Besanzone, dove
trovavasi l’imperatore, per fargli rimostranze di non avere punito
ancora quei tedeschi, che avevano fatto prigione Esquilo arcive-
scovo di Lunden. E per stimolarlo a compiere quello che il papa
credeva stretto dovere dell’imperatore, Adriano IV ricordava nelle
sue lettere a Federico I, di avergli conferito la corona, di che,
aggiungeva, non avrebbe avuto mai pentimento, quando anche
— majora beneficia excellentia tua de manu nostra suscepisset —.
In specie quella parola — beneficia —, di cui Federigo, cosi vago
di definizioni legali, comprendeva certo il significato, spiacque
a luie a' suoi fautori, perché parve volesse il papa sostenere,
che Federigo teneva l' Impero da lui come in feudo. Nella quale
opinione lo confermava una scritta, veduta in Roma, e che leg-
gevasi nel palazzo lateranense sotto una pittura rappresentante
l’imperatore Lotario a’ piedi del papa; la quale scritta era cosi
concepita ;

Rex venit ante fores, jurans prius urbis honores,
Post homo fit papae, sumit quo dante coronam (1).

(1) MURAT, Annali, ad an. 1157.
fiu d : ; 0. SCALVANTI

E per verità il senso dell’intera scritta, e in specie quella pa-
rola — homo — ricevuta in significato di vassallo, non poteva
riuscire gradita al carattere imperioso di Federico. E poichè egli
ebbe a lagnarsene cogli ambasciatori del papa, uno di essi per
chiarire il concetto del suo signore, uscì in questa frase: — A quo
ergo habet si a domino papa non habet imperium? — L'ira che
sollevarono tali parole fu tanta, che Ottone conte palatino di Ba-
viera poco mancò non uccidesse il legato pontificio (1).

2. — Ma ormai il principio era posto, e non mancava che trar-
ne le conseguenze; prima delle quali doveva esser questa, che
nella vacanza dell'Impero, l'alta autorità imperiale apparteneva a

titolo di vicariato al papa. La quale teoria andò formandosi negli

ultimi del secolo XIII e ai principii del XIV. La troviamo infatti
ricordata nel testo — Pastoralis — di Clemente altrove citato, là
dove si dice: — « Nos... a potestate, in qua (vacante imperio) Im-
peratori succedimus ». — E lo stesso si afferma nel 1322 al tempo

di Giovanni XXII, quando a proposito dei diritti pontifici su Pia-

cenza, si nota che questa città — « immediate subjecta est et fuerit
ab antiquo Sanetàe Romanae Ecclesiae » — e gli storici sostengono
che certo tal signoria doveva aver luogo nella vacanza dell im-
pero, come era avvenuto per Parma e Modena (2).

8. — E se fin dal tempo di Federigo si era affacciata l'idea,
che ]' Impero fosse feudo della Chiesa, nessuno potrà meravigliarsi
che poco tempo dopo, e cioè nel pontificato di Celestino 1II (1191-
1198) si introducesse l'altro principio, che il papa. poteva revo-
care la podestà concessa in feudo agl'imperatori (3). In tal modo

(1) Sebbene quest’ idea, del fewdo. sia sorta più tardi, pure un cenno di simiglianti
pretese s'incontra fino dall'823. Infatti quando papa Pasquale invitò Lotario a Roma
per procedere alla coronazione imperiale, lo avverti, che, senza tale solennità, egli non
poteva esercitare atti propri di un imperatore; e quindi era mestieri venisse in Italia
a cingere la corona, non al solo effetto della santificazione, ma a quello eziandio
del potere — «07» tam sanctificatione quam potestate et omine — (PASCASIUS RA-

. TBERTUS in Vita Vallae ab. apud MAB.).

(2) Vedi fra gli altri MURATORI, A7, d’Italia. :

(3) L' Hovedeno ne’ suoi Annali narra che quando Celestino III.diede la corona
imperiale ad Arrigo VI — « percussit cum pede suo coronam imperatoris, et dejecit
eam in terram, significans quod ipse potestatem ejiciendi eum. ab imperio habet, si
ile demeruerit. Sed Cardinales statim arripientes coronam, imposuerunt eam capiti
imperatoris » —. Il cardinal Baronio accetto il racconto dell' Hovedeno; ma, ad ogni
modo, posto che il fatto non siasi verificato proprio nel modo che narra l'annalista,
è certo che qualche cosa di simigliante deve essere avvenuto per autorizzare il giudi-
zio degli storici. UN’ OPINIONE DEL BARTOLO SULLA LIBERTÀ PERUGINA T9.

<

questo pontefice andava preparando il terreno alle altre conquiste
che Innocenzo, suo successore, doveva intraprendere a favore della
Chiesa. Nè deve stupire, che dopo essersi introdotta la teoria

‘ dell’impero feudo della Chiesa e del vicariato di essa, Bonifacio

VIII (a. 1294-1303) si proclamasse egli stesso — solus impera-

‘tor — (1). Con questa corrente di idee si apriva il secolo XIV,

nel quale il. Bartolo visse e insegnò.

S 15. — Al suo tempo dunque nessun principio pacifico erasi sta-
bilito per sistemare in modo definitivo la posizione giuridica dell’ Im-
pero nei suoi rapporti coll’ Italia e in specie colla Chiesa; ma eviden-
temente questa andava ogni dì più guadagnando terreno. Il grande
giurista, come abbiamo avvertito, volle innanzi tutto ricongiun-
gere lo stato di Perugia agli antichi diritti imperiali, uniforman-
dosi alle massime invalse nei secoli precedenti, ed a ciò che di
quando in quando l'Impero affermava anche al tempo suo. Non
bisogna infatti dimenticare l’ Editto di Lodovico il Bavaro dell'an-
no 1339, col quale si vuole rendere affatto indipendente l'autorità
imperiale dalla ingerenza della Chiesa e stabilire che l’imperatore
per la sola elezione — « est rex verus et imperator Romanorum
censendus et nominandus » — senza bisogno di conferma o con-
senso della Sedia apostolica (2). A questa dichiarazione doveva
tener dietro tutto un sistema di restaurazione dei diritti impe-
riali; talchè, col voto di Uberto da Lampugnano e di Marsilio
da Padova, fu sancito, che dai tribunali ecclesiastici fosse dato
appello alla Corte imperiale ; che all' imperatore spettasse di inter-
venire per la convocazione dei concilii, per stabilire feste e di- -
giuni, il numero dei templi e dei sacerdoti, e infine che a lui
spettasse la nomina a molte dignità ecclesiastiche, non esclusa

(1) Narrasi che Bonifacio, ricevuti gli ambasciatori di Re Alberto, dichiarasse che
il loro signore non era degno di rivestire l'imperiale autorità; essendosi ribellato al
Re Adolfo. E poiché i legati cercavano persuadere il pontefice a più ragionevole con-
siglio, narra BENVENUTO da Imola (Hist. August.) che Bonifacio; assiso sul trono e
tenendo la corona in capo con una spada a lato, bruscamente esclamò: — « Jo sono
Cesare, io imperatore! » —

(2) « Declaramus quod imperialis potestas ét dignitas est linmodiate a solo Deo,
et quod de jure imperii et consuetudine antiquitus approbata, postquam aliquis eligitur
in imperatorem ab electoribus, statim, ex sola electione, est rea verus et imperator
Romanorum censendus et nominandus, nec papae, sive sedis apostolicae confirmatione
indiget vel consensu ». — (PERTILE, Storia del Diritto italiano, vol. I). La quale teoria
Lodovico il Bavaro pose ad effetto facendosi eleggere dal popolo e incoronare da Sciarra
Colonna.
80 i O. SCALVANTI

?

la ingerenza nella elezione del pontefice e la podestà di deporlo.

La stessa esagerazione che si nota in questo disegno di Lodovico

il Bavaro, ci dimostra com'egli agisse per un forte spirito di rea-
zione contro le pretese papali; ma tale teorica non duró nemme-
no la vita di lui, imperocché sia noto che, lui vivente, venne esal-
tato al trono imperiale Carlo IV (1).

D'altronde lo stesso Carlo IV pareva risoluto a rivendicare i
diritti dell’ Impero, onde Clemente VI nel 1348 prima ancora che
Carlo divenisse imperatore (2), lo sollecitò a cedergli tutte le ra-
gioni imperiali sulla città di Avignone; il che conseguì in forma
solenne col diploma riferitoci dal Leibnitz (3). E poichè Giovanni
Visconti molestava le città italiane e i papi erano lontani da Roma,
molti comuni, tra i quali Firenze, Perugia e Siena, andarono sol-
lecitando Carlo IV a scendere in Italia, e la stessa Lega di Lom-
bardia del 1354 rinnovò tali pratiche, che raggiunsero l’effetto de-

-siderato, imperocchè in quell’anno Carlo IV si dispose a venire

nella penisola. Ove giunto, non si ristette dall’ affermare qua e
colà i diritti dell'Impero, e ne è prova la mutazione introdotta
nel. governo di Siena, di cui mise a capo Niccolò patriarca di
Aquileja, suo fratello naturale, poco dipoi deposto e cacciato.

$ 16. — Bisognava dunque aver sempre riguardo al diritto impe-
riale, e ricollegare a questa suprema fonte di temporale dominio
l'autorità della Chiesa" su Perugia; e bisognava poi profittare della
evoluzione fatta dal diritto pubblico nei rapporti fra la Chiesa e
Impero, per giungere alla dichiarazione della libertà perugina (4).

(1) La venuta in Italia di Arrigo VII fu cagione che la parte ghibellina trionfasse
quasi dovunque, e poiché contro essa insorsero il papa e il Re di Napoli, i signori
ghibellini-invocarono l'intervento di Lodovico il Bavaro. E notisi che questo prin-
cipe, tra. per le contese avute in Germania con Federigo duca d' Austria e per la guerra
civile durata otto anni, quando scese in Italia non poté farsi accompagnare da buon
nerbo di armati, e la sua incoronazione a Roma, compiuta contro il volere del papa,
che lo scomunicò, non poté insignirlo legittimamente del titolo e dell' autorità impe-
riale. Mezzo disfatto a Roma, partì dall’ Italia odiato e disprezzato da tutti i partiti.

(2) Il Muratori ritiene che Carlo IV fosse imperatore nel 1346, ma mi sembra
inesatto. In quell’anno egli ebbe il titolo di Re dei Romani. Ma la cerimonia avve-
nuta in Bonn nel 25 novembre 1346 non poteva conferire al nuovo signore la dignità
‘e la corona imperiale, che conseguì a Roma nel 5 aprile 1355 per le mani del cardinale
Pietro di Bertrando, vescovo d'Ostia, deputato-a ciò dal pontefice Innocenzo VI.

(3) Cod. jur. gent., t. I, n. 93. - ;

(4) Tanto piü poi era necessario tener conto della imperiale concessione, quanto
che l’Impero qualche regalia pareva voler conservare anche sulle città affrancate
dalla Chiesa (Vedi SCALVANTI, Op. cit., Parte I). : UN’ OPINIONE DEL BARTOLO SULLA LIBERTÀ PERUGINA S 81

Il Bartolo miró a questo fine cosi ragionando. Egli ammise che
tutto quello che non è sottoposto all' Impero soggiace alla Chiesa.
E ci sembra che nello stabilire questo punto, il Bartolo abbia
avuto presente la invalsa dottrina, che, vacante imperio, era il
pontefice che rappresentava l'alta autorità imperiale da darsi poi
al Re eletto quasi in ragione di feudo. Ma la proposizione aveva
il suo rovescio; di guisa che bisognava aggiungere — che tutto
quello. che alla Chiesa non apparteneva, era di spettanza dell’ Im-
pero. — Ora se avveniva che la podestà imperiale avesse, mediante
. privilegio, concesso alla Chiesa la sovranità sopra un territorio,
e la Chiesa vi avesse rinunziato a favore dei popoli soggetti, la
‘città non ricadeva sotto l'alto. dominio imperiale, perchè il papa
era quasi signore del feudo e certamente vicario imperiale, e se
alla concessione di quella città aveva l'imperatore rinunziato, ne
veniva che il papa avesse legittima potestà di conferire ad altri
la sovranità di quella terra. Dunque, se coll'antica concessione
alla Chiesa mantenevasi un gius imperiale; attesi gli attributi
dalla Chiesa stessa posteriormente acquistati, quel diritto veniva
ad estinguersi. A tale affermazione giunge il Bartolo esaminando
nelle Fonti l'efficacia dei privilegi rispetto all'ordine dei decu-.
rioni, ove ‘si nota che, ad esempio, alcuni dignitari, come i con-
soli, i patrizi, il prefetto del pretorio, il maestro dei militi e i loro -
figli venivano esonerati dall’ ordine dei curiali, e tale privilegio
durava anche dopo la cessazione dell’ ufficio.

Nello stesso modo il privilegio della franchigia dall’ Impero
accordata. a favore della Chiesa nuova sovrana, doveva continuare
anche dopo che era cessato nella Chiesa stessa l'esercizio del di-
ritto, che aveva formato oggetto del privilegio imperiale. E come
il privilegio del' padre, anche dopo la cessazione dell'ufficio, gio-
vava ai figli, così il privilegio di sovranità accordato alla Chiesa
giovava ai popoli, anche quando era venuto a mancare il diritto
sovrano dei papi. Questo pensiamo fosse il concetto del Bartolo;
e per quanto l'analogia fra i casi contemplati nelle Cost. 61, 64,
65 e 66 Cod: De decurionibus et filiis, ecc. non apparisca corretta
di fronte alla tesi sostenuta dal celebre giurista per giungere alla
proclamazione della libertà perugina, è un fatto che si volle so-
stenere, che la conservazione di prerogative imperiali era incom-

6
1.82 i O. SCALVANTI

patibile colla sovranità della Chiesa, alla quale conchiusione pre- i

stavasi il diritto pubblico del tempo.

Ecco perchè Perugia non subest Ecclesiae nec Imperio; lo che.

è quanto dire che tra l'autorità imperiale da un lato e la podestà
papale dall'altro sorge una terza e legittima forma di sovranità,
quella delle repubbliche italiane. Poco importava al Bartolo,, vi-
vente nel secolo XIV, che si trovasse la sua città a godere di
libero governo anco per franchigie concesse direttamente da im-
peratori, ad es. da Arrigo VI; poco gl’ importava che la sua stessa
teorica trovasse qualche restrizione nelle vicende ‘de’ secoli XII
e XIII; a lui premeva di stabilire scientificamente, che Perugia non
poteva più appartenere nè all’Impero nè alla Chiesa, e a ciò gli
servivano.i materiali storici circa i recenti rapporti fra le due po-
destà. A far poi che i fatti rispondessero alla teorica il meglio
possibile, dovevano adoperarsi con industre ingegno i governanti,
come egli stesso vi si adoperó nel soddisfare ai pubblici uffici,
cui lo chiamavano i suoi concittadini. E se taluno ritenesse assai
specioso il mezzo escogitato dal Bartolo, e non gli paresse infor-
mato a larghi criterî di libertà, egli si abbandonerebbe al più fu-
nesto errore di uno storico, quello cioè di imprestare-a lontane
età sentimenti e principi, che solo il tempo ha ‘saputo risve-
gliare e maturare per la felicità dei popoli e la perfezione. dei
governi. E l'affermazione del Bartolo potè molto anche sull'animo
dei dotti, che fiorirono nei secoli appresso; e noi vediamo, ‘ad
es. Alberigo Gentile citare con cerlo orgoglio Perugia, come —
una in non multis Italiae, quae libera a Papa et ab Imperio
est — (1). Ciò prova che la teorica del Bartolo non solo era stata
accolta dai giuristi del suo tempo, ma oltre due secoli e mezzo
dopo, veniva citata da uomini insigni, come la formula. più esatta
a significare la libertà perugina, ormai, ai tempi di Alberigo, ir-
|. reparabilmente perduta. |

S 17. — Ma a quali atti di donazione imperiale puó essersi rife-
rito il Bartolo? Se noi volessimo tener conto di tutti gli atti in-
terceduti fra il Papato e l Impero, non finiremmo più questa nota
al passo del Bartolo; ma a noi sembra che il grande giurecon-

(1) Laudes Academiae Perusinae et Oxoniensis, Hanovia MDCV.
L]

$
UN OPINIONE DEL BARTOLO SULLA LIBERTÀ PERUGINA - 83

sulto non abbia pensato esclusivamente ad un solo diploma. per-
chè l'espressione che adopera è incerta: — nam Imperator do-
navit eam (Perusiam) Ecclesiae seu permutavit cum ea —. Ora
altro è donazione, altro è permuta; l'una esclude l'altra, nè po-
leva cadere in equivoco il dotto giurista. :
Pur nondimeno. è probabile egli si riferisse alla celebre con-
ferma dei privilegi riguardanti l'Umbria fatta da Lodovico il Pio
nell’ 818 al pontefice Pasquale. Si tratta del documento, che tante

ed erudite discussioni ha sollevato. Vuolsi infatti che il diploma.

non sia sincero, ma finto; e il Pagi e il Muratori son giunti a
tale evidenza di dimostrazione da rendere presso che oziose al-
tre indagini. E di vero a far ritenere insincero quel documento
basta il tratto, nel quale l’imperatore cede alla Chiesa — insu-
las Corsicam, Sardiniam et Siciliam sub integritate cum omni-
bus adiacentibus et territoriis maritimis —. Dato l'accordo e la
pace esistente tra Roma e l Impero greco, era egli possibile, che
Lodovico facesse al papa cessione di. terre, che erano sempre
soggette all'imperatore di Oriente? E tanto più dobbiamo confer-
marci in questa opinione, quanto che nel diploma non occorre ve-
runa di quelle frasi restrittive, che si incontrano in altri docu-
menti di data posteriore. Potevano cedersi infatti territori, di cui
non si aveva a quel momento l'impero; ma si notava ciò con ap-
propriale espressioni, ad es. — patrimonium Siciliae, si Deus
nostris tllud. tradiderit manibus —, la quale espressione o una
consimile non occorre nel testo in esame. Ma è duopo osservare
d'altro canto che lo stesso Muratori nella Diss: XXXIV (1) e
negli Annali.non dichiara in modo assoluto che quel diploma è
finto; bensì avanza il dubbio che possa essere stato interpolato.
E questo è il vero; anzi a noi pare evidentissimo, che tutta la
prima parte del diploma sia vera ed autentica, mentre tra questa
parte e la chiusa v'è un passo interpolato, che riguarda dona-
zioni inverosimili in altre parti d'Italia.

Abbiamo più sopra notato, che rispetto alla menzione della
Sicilia, Corsica e Sardegna non si incontra nel testo alcuna ri-
serva, la quale faccia intendere che |’ Impero non aveva in quel

(1) Vol. II, pag. 300 e. seg.

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| tempo il dominio delle isole. Ebbene se noi poniamo a' raffronto
il fatto della donazione della Sicilia, ecc. colla formula, che usa
l'Imperatore verso la Chiesa, abbiamo la prova evidente della in-
terpolazione. — « Ceterum ut diximus omnia superior nominata,
ita ad vestram partem per hoc nostrae confirmationis decretum
roboramus ut in vestro, vestrorumque successorum permaneant jure

principatu atque ditione, ut neque à nobis neque a filiis nostris per
quodlibet argumentum sive machinationem in quacumque parte mi-
nuatur vesira potestas, ecc.» —. Ognuno comprende che una formula,
in cui si conferma il privilegio, pel quale un territorio deve ri-
manere in principato alla Chiesa, non può riferirsi che a stati, città
e castelli che si trovavano di già soggetti alla medesima. E qui
invece abbiamo, che non solo non erano soggetti alla Chiesa, ma
in quel tempo non si trovavano nemmeno sotto il dominio del-
l' Impero d'Occidente. Il quale concetto si incontra anche nel prin- -
cipio del diploma, ove parlandosi della conferma data da Lodovico:

il Pio si dice, che i Papi avevano fino allora in podestà le terre,
cui il privilegio si riferisce.

Pertanto la parte del documento, che riteniamo autentica, è la
seguente :

Ego Ludovicus Imperator Augustus statuo et concedo per hoc
pactum confirmationis tibi B. Petro Principi Apostolorum et pro
te Vicario tuo Dompno Paschali summo Pontifici et universali

Papae et suecessoribus ejus in perpetuum sicut a praedecessoribus
vestris usque nunc in vestra potestate et ditione tenuistis et di-
sposuistis civitatem Romanam cum ducatu suo et suburbanis atque
viculis omnibus el territoriis ejus montanis ac maritimis, littori-
bus ac portubus seu cunctis civitatibus, castellis, oppidis ac vicu-
lis. In Tusciae partibus idest Portum, Centumcellas, Chere, Ble-
.dam, Marturanum, Sutrium, Nepe, Castellum, Gallisem, Hortem,
Polimartium, Armeriam, Tode, Perusiam cum tribus insulis suis,
idest majorem. et minorem, Pulvensim, Narniam, Utriculum cum
omnibus finibus ad supradictas civitates pertinentibus. Simili modo
in partibus Campaniae Signam, Anagniam, Ferentinum, Alatrum,
Patricum, Frisilimam, cum omnibus finibus Campaniae. :

. Nec non Exarchatum Ravennatem sub integritate cum urbi-
bus, civitatibus, oppidis et castellis quae piae recordationis Dom-
UN’ OPINIONE DEL BARTOLO SULLA LIBERTÀ PERUGINA 85

pnus Pipinus rex ac bonae memoriae genitor noster Karolus Im-
perator Beato Petro Apostolo et predecessoribus vestris jamdudum
per donationis paginam restituerunt, hoc est civitatem Ravennam
et Emiliam, Bobium, Caesenam, Forum p. p. Forum Livii, Fa-
ventiam, Immolam, Bononiam, Ferrariam, Comiacclum... Simul-
que et Pentapolim videlicet Ariminum, Pisaurum, Fanum, Sene-
galliam, Anconam, Hausimum, Humanam, Hesim, Forum Sem-
pronii, Montem Feretri, Ulbinum et.territorium Valvense; Kallem
Luciolis, Egubium cum omnibus finibus ac terris ad easdem civi-
tales: pertinentibus: (1):5 4-5 ese vaL HIGHER T E

Ceterum ut diximus omnia superius nominata ita ad. vestram
partem per hoe nostrae confirmationis decretum roboramus ut in
vestro, vestrorumque suecessorum permaneant jure principatu at-
que ditione, ut neque a nobis neque a filiis nostris per quodlibet
argumentum sive machinalionem in quacumque parte minuatur
vestra potestas, aut vobis de soprascriptis omnibus vel successo-
ribus vestris in aliquid: subtrahatur de suprascriptis videlicet pro-
vinciis, urbibus, ecc. i

(1) Stimiamo utile dare le variazioni subìte dai nomi di alcune città e castella
indicate nel testo. PonTUM — Portus Augusti, Porto (presso Fiumicino sul braccio
nord del Tevere); CENTUNCELLAS — Civitavecchia; CHERE — Caere, oggi Cerveteri
(circondario di Civitavecchia); BLEDAM — Bleram oggi Bieda (al sud di Vetralla);
MARTURANUM — Manturanum — Canale Monterano (mandamento di Bracciano);
SuTRIUM — Sutri; NEPE — Nepi; CASTELLUM — Castro dei Volsci; (mandamento di
Vallecorsa circondario di Frosinone); GALLISEM — Gallese; HoRTEM-Horta oggi Orte;
PoLIMARTIUM — Bomgrzo (circondario di Viterbo); ARMERIAM — Ameriam, oggi Amelia;
TopnE — Tuderte appellato attualmente TODI; INSULAM MAJOREM, MINOREM, PULVENSIM
— Isola Maggiore, Minore o Isoletta e Polvese nel Lago Trasimeno; NARNIAM — Narni;
UTRICULUM — Ocriculum oggi Otricoli; SIGNAM — Segni; ANAGNIAM — Acag^i; FE-
RENTINUM — Ferentino presso Anagni — ALATRUM — Alatri — PATRICUM — Patrica ©
(circondario di Frosinone); FRISILIMANN — Frisilunam oggi Frosinone; BOBIUM o piut-
tosto BuInpam, oggi Buda (sullo scalo Rondone, che mette nel canale di Medicina e
di là nel drizzagno del Reno), o anche BuTRIUM, oggi Ponte di Budrio: (sulla Rigotta
fra Cesena e Savignano di Romagna); FORUM P. P. — Forum Popilii oggi Forlimpopoli?
FonuM Livi — Forlì; FAVENTIAM — Faenza; IMMOLAM — 1Im0l4; COMIACLUM —
Comacchio; ARIMINUM — Rimini; PISAURUM — Pesarò; FANUM — Fanum Fortunae
oggi Fano; SENEGALLIAM — Sinigaglia o Senigallia; HAUSIMUM — Auximum ‘oggi
Osimo; HUMANAM — IIumanum oggi Numana (nell'Adriatico a sud-est di Ancona);
Hesim — Jesi; FORUM SEMPRONII — Fossombrone; MoNTEM FERETRI — Macerata
Feltria; ULBINUM — Urbinum, oggi Urbino; TERRITORIUM VALVENSE — Vadense, oggi
S. Angelo in Vado (Guado sul Metauro); KALLEM LUCIOLIS — Cagli; EGUBIUM —
Iguvium oggi Gubbio.

(2) In questo luogo è il passo interpolato, ove si tratta della cessione di Corsica,
Sardegna, Sicilia, ecc.
86 TRS O. SCALVANTI

Ego Lodovicus misericordia Dei Imp. subscripsi. Et subscrip-
serunt III filii ejus et Episcopi X et Abbates VIII et Comites XV
et Bibliothecarius unus et Mansionariüs unus et Ostiarius unus (422

S 18. — Il tratto che nel Baronio si legge in tutto lo spazio
punteggiato è, secondo noi, l'interpolazione, che vi fu fatta con
molta probabilità nel secolo XI al tempo delle lotte fra la Chiesa
e l'Impero (2). j

Con questo o altro diploma pervenne nella Chiesa, secondo il
Bartolo, la sovranità su Perugia e le isole del Trasimeno. La
Chiesa poi — ez privilegio liberavit illam —; ed io ritengo che
l' insigne giurista si riferisse qui alla Bolla del 1198 di Inno-
cenzo III. Infatti cotesto documento non sottopone la concessione
delle franchigie ad altre restrizioni, che non fossero imposte dal
bisogno di proteggere l’ ecclesiastica libertà e quel patrimonio di
esenzioni, di cui il clero godeva dovunque (3). Il pontefice prende
la città sotto la sua protezione, ma, previa l'approvazione delle
consuetudini antiche è di quelle nuovamente. stabilite, le accorda
libera elezione di consoli e ampia giurisdizione anche in grado di
appello: — « Consulatum autem cum jurisdictione sua, vobis, au-
ctoritate Apostolica, confirmamus ; concedentes ut. hiis, qui sunt
ipsius jurisdictioni subiecti, liberum sit ad Potestatem vel Consu-
les, qui pro tempore fuerint, legitime appellare ; consuetudines
vestras antiquos quoque et novas rationabiles (4) et communiter

(1) BARONIO, AzAli, a. 818 in f;, tomo XIV, pag. 627.

(2) In ciò ci sembra concordare lo stesso Muratori, il quale dice che nel 1059
vennero pubblicandosi le asserte concessioni di Costantino, e con delle aggiunte i di-
plomi di Lodovico il Pio, di Ottone I e di Arrigo I (Ann., anno 1059).

'31 A confermare poi l'opinione nostra, che il Bartolo si riferisse al documento
di Innocenzo III, basti il riflettere alla parte grandissima, che ebbe quel pontefice nella

restaurazione dei diritti della Chiesa. Già vedemmo quali pretese affacciò con Fede-.

rigo II rispetto all'investitura del reame di Sicilia; ed ora ricordiamo, che nel 1198; e
‘cioé nell'atto della sua elezione, egli dichiarò che la carica di praefectus urbis non
dipendeva piü dagl'imperatori. — « Petrum urbis praefectum ad ligiam fidelitatem
recepit, et per mantum quod illi donavit, de praefectura eum publice investivit, qui
usque ad id tempus juramento fidelitatis imperatori fuerit obligatus, et ab eo praefe-
cturae tenebat honorem ». — Dopo questi atti Innocenzo III poté riconquistare la Marca
d' Ancona, il Ducato di Spoleto, Assisi, Foligno, Nocera, ecc.
(4) Rationabiles perché, per l'insegnamento del Diritto Romano — Consuetu-
dinis, ususque longaevi non vilis auctoritas est; verum non usque adeo sui valitura
momento, ut aut rationem vincat aut legem. (Cost. di Costant., Cod. Lib. VIII, Tit. 52-2) UN’ OPINIONE DEL BARTOLO SULLA LIBERTÀ PERUGINA — . 87

observatas, duximus approbandas, salva in omnibus Apostolicae

sedis auctoritate, pariter et justitiae et; Ecclesiasticorum omnimoda

liberlale ». — Ora se si confronta questo documento col diploma di

Arrigo VI del 7 agosto 1186 à facile rilevare che al solo privile--
gio concesso da Innocenzo III può applicarsi la frase del Bartolo

— liberavit illam —; perocchè nessun riservo di sovranità è fatto -
dal Pontefice, mentre nel diploma imperiale si legge: — « Salvo

Jure appellationum que fiunt de rebus valentibus vigintiquinque

libras, ecc. » — le quali appellazioni l' imperatore riserva al pro-

prio tribunale.

Il documento dell'818 fu divulgato certamente al tempo delle
avvenute interpolazioni, e, come abbiamo visto, secondo ogni proba-
bilità nel secolo XI. D'allora in poi vi deve essere stata occasione
di ricordarlo, per modo che al Bartolo non poté essere sconosciuto.
Noto del pari dovette essergli il diploma di Innocenzo III di data
più recente, e che costituiva la base del diritto pubblico di quel-
l'età nei rapporti fra Perugia e la Chiesa. E v' ha di più. Nella*
bolla pontificia occorrono queste altre espressioni — « Civitatem....

sub Beati Petri et nostra protectione suscipimus.... eam vero nun-

|
|
|
|
|

quam alienabimus, sed semper ad manus nostras curabimus re- Do:

tinere ». — In altro nostro scritto dimostrammo che la parola —
eam — deve essere riferita a protecíionem e non già a — ci-
vitatem —, come voleva il Bonaini (1). Perciò il papa obbliga-

vasi a ritenere sempre presso di sè il protettorato della città. Ciò
era cosa di gran momento, imperocchè la protezione di una città
non andava disgiunta da alcuni oneri per lei. Or bene in questa
dichiarazione del pontefice si legge l'obbligo, che egli assumeva di
non cedere ad altri il protettorato della città ; non all’ Impero di-
rettamente, perchè la repubblica non voleva ‘abbracciare la parte
ghibellina, e non ad altri principi o.signorie, perchè con ciò in-
direttamente si sarebbero fatti rivivere i diritti dell’ Impero. Tutto
ciò dimostra la tendenza dei perugini a schivare in quel un e
sopra ogni altra cosa l'autorità imperiale.

Riassumendo la esposta materia. al dirimpetto della formula

(1) BONAINI, Arch. st. it.,, T. XVI, Pref. pag. XXXII, e SCALVANTI, Op. cit.,
Cap. III, S 23.

[LC ———
88 E Dn - 0. SCALVANTI

del Bartolo, dobbiamo dire che l'antico principio, che ogni pode-
stà deriva dall'Impero, il quale può cedere ad altri tale. dominio:
— salvo in omnibus imperiali jure — spiega la parte della formula:
— Imperator donavit eam (Perusiam) Ecclesiae —; e che le mas-
sime nuovamente introdotte nel gius pubblico fra la Chiesa e l' [m-

pero, giustificano l'altra parte della formula — Civitas. perusina.:

non subsit Ecclesiae nec Imperio —. A questa affermazione il
Bartolo pervenne considerando, che ormai il diritto imperiale era
divenuto piü onorario che effettivo, e ad ogni modo aveva ces-
sato di esistere là dove era una espressa concessione alla Chiesa,
autorità divenuta capace di temporale dominio, e perció. capace
di trasferirlo liberamente e perpetuamente in altri con pienezza
di sovranità. .
Perugia, dicembre 1895.

Prof. OscAR SCALVANTI.
89

DOCUMENTI ILLUSTRATI

LE TRE FAMIGLIE ORSINI

DI MONTEROTONDO, DI MARINO E DI MANOPPELLO

»X«

S 1. — Una deliberazione del Comune di Orvieto.

La: deliberazione, .che mi dà occasione di spiegare un’altra
volta, in questo periodico, la fin qui confusa genealogia degli Or-
sini, è quella che i sette capi del governo in Orvieto presero, il
dì 6 maggio 1333, di mandare a Narni due ambasciatori col se-
guito di otto cavalli, affine di condolersi col Legato Giovanni car-
dinal diacono di S. Teodoro per lo sgrazialo caso sopravvenuto
ai due suoi nipoti Bertoldo Orsini ed il conte Francesco dell'An-
guillara, i quali pochi giorni prima erano stati crudelmente uccisi
di spada da Stefanuccio di Stefano Colonna e dai suoi.

« Die sexta mensis Maii... elegerunt prudentes viros Memmum
Jacobi Raynerii Guillelmi et Mucciolum Cintii de Vaschiensibus cives
wrbevetanos ambaoiatores et in ambariatores ituros et qui ire debent et
debeant ad civitatem Narnie cum octo equis inter ambos, super’ am-
baciata exponendi pro parte dicti Communis Hev:. Patri et. D. D.
Johanni S. Theod. diac. Card. Apost. Sedis Legato, maoime ad condo-
lendum cum eo de sinistro casu nuper advenienti contra Brectuldum de
fiis Ursi et Comitem Franciscum de Anguillaria "nepotes dicti domini.
Legati, qui hiis diebus fuerunt per Stephanutium dni Stephani. de Co-
lumpna et ejus gentem, gladio crudeliter interfecti » (1).

Il cardinale Giovanni, che nel 1333 esercitava in ltalia l'uf-
ficio di Legato apostolico, è quello stesso Giovanni Gaetano Or-
sini, che, secondo il Ciacconio, fu creato cardinale diacono del ti-
tolo di S. Teodoro nel 1316, cioè nella prima creazione di cardi-

‘ (1) Archivio comunale.di Orvieto. Rif. XXXIV, c. 19 r.
90. F. SAVIO

nali, fatta dal papa Giovanni XXII. Di chi egli fosse figlio il Ciac-
conio non. dice, né dalle memorie finora edite punto si ricava con
certezza, se non. fosse che il Villani, nel libro 1X, capo 341 della
Cronaca, parlando della sua nomina a Legato, accaduta, secondo
lui, ai 17 aprile del 1326, lo chiama « Messer. Gianni Guatani
dellt Orsini dal Monte ». Ma con questa designazione quale del
ramo degli Orsini era indicato ? Era forse, come alcuni supposero.
il ramo degli Orsini di Marino, che a quei tempi sembra posse-
«desse pure delle case al Monte Giordano in Roma; oppure il
ramo degli Orsini signori di Monterondo ?

A sciogliere questa difficoltà ed a trovare gli ascendenti del
cardinal Giovanni gioverà primieramente la notizia del grado di
parentela, che era tra lui e Bertoldo.

Bertoldo dalla deliberazione municipale d'Orvieto è detto ni-
pote del cardinale Legato, vale a dire (trattandosi qui di due in-
dividui consanguinei, come indica l'identità del cognome Orsini)
figlio di un fratello.

Chi fosse questo, fratello del Cardinale è dichiarato in una
lettera di papa Giovanni XXII, del dì 17 giugno 1330, al medesimo
Legalo, con cui lo incarica di esortare alla pace Bertholdum Pon-
celli nepotem. suum (1). Bertoldo pertanto era figlio di Poncello, e
Poncello e Giovanni Gaelano cardinale erano fratelli germani.

$ 2. — Alcune dichiarazioni sulla genealogia degli Orsini.

Come già ho detto altrove, il nome di Poncello era certa-
mente un'abbreviazione di Napoleone, quasi Napoleoncello.

Ne reco due prove indubitate. Nel 1320 Bertoldo figlio di Orso,
che fu poi arcivescovo di Napoli e che era allora priore di S. Ni-
cola di Bari, lasció erede Pietro suo nipote, figlio di suo fratello
Poncello. Che. Bertoldo e Poncello fossero della discendenza di
Gentile Orsini é indubitato dalla menzione, che il suddetto Ber-
toldo fa nel suo testamento del cardinal Matteo Rosso, come di
suo zio paterno, patrui sui (2).

(1) Vatikanischen Akten zur deutschen Geschichte in der Zeit. Kaiser Ludwigs
des Bayern, Innsbruck, Wagner, 1891, pag. 463.

(2) Il sunto di questo testamento fu da ‘me dato Delo Bollettino della Società Um-
ora di Storia Patria, vol. I, pag. 536. i LE TRE FAMIGLIE ORSINI, ECC. 91

Ora, di questo medesimo Poncello si ha altresì il testamento, d
in data 4 dicembre 1335, ed in esso egli si chiama Napoleone. LM

Un'altra prova si ha in un accordo, che il dì 4 maggio 1275 Ri
fecero i due fratelli Matteo Orso e Giacomo, della linea di Vico-
varo e Campo di Fiore.

Di questo accordo si stesero dal notaio varî atti, tutti nello
stesso giorno. In uno, Matteo Orso promette di osservare l'ac-
cordo anche a nome de’ tre suoi figli minori d’ età; cioè Napo-
leoncello, Tebalduecio e Giannuccio (1). In un altro Matteo Orso
fa la medesima promessa, ed il notaio non chiama più il primo |
dei figli minori col nome Napoleoncello, ma sebbene col nome
di Poncello (2). Quindi commise un errore il Litta, allorchè nella
tavola XIII degli Orsini, diede per figli ad Orso un Napoleone

ed un Poncello, mentre questi sono soltanto due nomi diversi di
una stessa persona, o, per dir meglio, due variazioni. dello. stesso
nome.

Del resto, i nomi di Napoleone o Poncello, di Bertoldo, di Orso,
di Matteo sono tanto spesso ripetuti, al principio del secolo XIV,
nei vari rami della famiglia Orsini, che di qui è venuta la diffi-
coltà principale, che impedi fin ora di stenderne una chiara ed
esatta genealogia. Più di tutti poi genera confusione il nome di
Napoleone, pel vezzo che allora avevasi di usare promiscuamente
o il nome intero o le sue abbreviazioni di Poncello e Poncelletto.
Prendasi per esempio questa notizia del Gregorovius:: « Nel 1312
i cardinali scrissero lettere urgentissime ai seguenti Orsini, cioè
Gentile, Romano, Poncello, Francesco e Poncelletto del Monte » (3).

(1) « Nos. Matheus Ursus filius quond. domini Nepoleonis Iohamnis- Gaietami, et
nos Ursus et Iacobus fiii eiusdem. dni Mathei, ipso patre nostro presente et consen- .
tiente nobis et auctoritatem suam prestante in omnibus et. singulis infrascriptis, no-
mine nostro proprio et nomine Nepoleoncelli, et Thebalducij et Ianucij filiorwm no-
stri Mathei donamus et titulo donationis inter vivos damus et concedimus, cedimus
€t mandamus vobis domino Iacobo fratri nostri Mathei, et Nepoleoni, Fortibrachie
et Francisco filiis vestris omnia scilicet iura, et actiones que nobis Matheo et dictis
filiis nostris et cuilibet nostrorum competunt et competere possunt aut poterunt nunc
€t in futuro in castro quod dicitur de Porcili et suo tenimento » (Archivio Orsini, IT,
A, II; 3). :
(2) Matteo Orso promette di fare che « Poncellus et Thebalduccius filii sui et olim
dicte usoris sue (cioè della sua prima moglie Oddolina) statim quod pervenient ad
etatem, XIII annorum » daranno il loro consenso (Arch. Orsini, II, A, 11, 5).

(3) GREGOROVIUS, VI, 66. Qui si aggiunga la notizia, dataci da Ferreto Vicentino,
che Gentile era allora ammalato per una ferita alla gamba (R. I. S., IX, 1102).
92 F. SAVIO

Quanto a Gentile e Romano non v'è pericolo di confusione ; il
primo era figlio di Bertoldo che fu rettore di Romagna al tempo
di Niccolò III nel 1278, il secondo era figlio di Gentile, e sì l'uno
che l’altro appartenevano alla linea di Soana e Pitigliano.

Ma il Poncello e il Poncelletto indicati in ultimo chi saranno?

Cercando nei vari rami della famiglia Orsini noi troviamo al-
meno sei individui, che portavano il nome di Poncello, e di essi con-
sla con certezza, o almeno con molta probabilità, che vivevano
nel 1312, cioè : 1.» Napoleone o Poncello della linea di Soriano,
figlio di Orso e fratello di Bertoldo arcivescovo di Napoli, di cut
abbiamo parlato sopra; 2.» Un Poncello figlio di. Matteo della
linea di Marino. Egli è nominato. nel testamento di suo padre
nel 1305, e non é niente improbabile, che fosse ancor vivo
nel 1312 (1); 3.0 Napoleone, cardinale di S. Adriano figlio di
Rinaldo, anch’ egli della linea di Marino; 4.» Poncello figlio di
Matteo Rosso della linea di Monte Rotondo, che fu vicario regio
in Roma nel 1328 (2) ; 5.» Un Poncello figlio di Fortebraccio della
linea di Vicovaro e Campo di Fiore; 6.» Il Napoleoncello figlio di
Matteo Orso, della stessa linea di Vicovaro e Campo di Fiore, di
cui abbiamo parlato; 7.» Un Poncello, figlio di Orso figlio primo-
genito di Matteo Orso suddetto. :

Vero é che a quei tempi, per evitare la confusione che neces-
sariamente doveva recare questa ripetizione di nomi, si soleva
aggiungere non solamente il nome del padre, ma ancora quello
dell’avo, per es., Mattheus Ursus filius quondam Napoleonis Io-
hannis Gatetani (3), Isabella uxor nobilis viri dom. Nepoleonis
domini lacobi Nepoleonis de filiis. Ursi (4), e persino del bisa-
volo, come in un breve; di Niccolò IV, il quale è indirizzato a
Riccardo nato nobilis viri Fortibrachie Iacobi Nepoleonis (5).

Ma siffatta nomenclatura (la quale usavasi solo negli atti no-
tarili) non fu sempre conservata esattamente nelle* traduzioni di

(1) Questo testamento mi fu indicato dal ch.me Fumi con altre carte Orsine,
esistenti nell’archivio Caetani in Roma. V. n. IX, del Appendice, che é la lista delle carte,
quale da lui mi fu gentilmente trasmessa. Faccio pero delle riserve sull'autenticità
di qualcuna, per es. della prima.

(2) GREGOROVIUS, VI, 124.

(3) Nell’ accordo col fratello Giacomo del 4 maggio 1275 già da me citato sopra,
pag. 47. i 7

(4) Testamento di Isabella nel 1270, marzo 9 (Archivio Orsini, II, A, I, 46).

(5) Archivio Orsini, IT, A, II, 32. f
Mri teo tr

scri GARA TE

CoU

LE TRE FAMIGLIE ORSINI, ECC. - 93

quei nomi in volgare, poiché in queste non si tenne sempre conto
del caso genitivo e si tradussero quei vari nomi comé se tutti
fossero nel caso retto ed appartenessero ad. un solo individuo.

S 3. — Differenza tra gli Orsini di Monterotondo
e gli Orsini di Marino.

Venendo ora a ricercare chi fosse il Poncello fratello del car-
dinal Gian Gaetano di S. Teodoro, un primo e forte indizio per
collocarlo debitamente al suo posto nell’ albero genealogico degli
Orsini si trova nell'indicazione dataci dal Villani, che il Legato
era degli Orsini del Monte. Che con questa indicazione s’inten-
desse il ramo degli Orsini, discendente da Matteo Rosso, fratello

ultimo genito di Niccolò III, ne è prova eziandio il necrologio

della basilica vaticana, composto nella seconda metà del secolo
XIV, dove il medesimo Poncello, del quale discorriamo, è detto

| figlio di Matteo Rosso del Monte: « Zdibus Maii. Obiit magni-

ficus vir Poncellus domini Mathei Rubei de Monte ».
Il Litta (tavola V) ammise bensì che il suddetto Matteo Rosso
ed i suoi figli e nipoti si chiamassero del Monte; ma credette

così significato il Monte Giordano di Roma. I documenti, che or

andrò citando, convincono che col nome di Monte si deve inten-
dere Monte Rotondo, principale possedimento di Malteo Rosso e
de’ suoi discendenti; e che perciò il Litta si sbagliò ancora dando
il nome di signori di Monterotondo ai discendenti di Rinaldo, al-
tro fratello di Niccolò III (tavola VII). Un terzo errore commise
il Litta, nellà stessa tavola VII, attribuendo a Giordano discen-
dente dal medesimo Rinaldo; i figli di un altro Giordano discen-
dente da Matteo Rosso, confondendo quindi stranamente le due
discendenze. Ma vediamo i documenti.

Il primo per ordine di, tempo. e, direi pure, d’ importanza, è -
l'atto di divisione di beni, che si compì nel 1286, maggio 29, tra
Matteo Rosso da una parte ed i figli di Rinaldo, defunto fratello
di Matteo Rosso dall’altra. L’atto si conserva originale tra le carte
dello Spedale di S. Spirito in Sassia, ora nell’ archivio di Stato
in Roma, dov’ io lo vidi, e fu pubblicato nelle sue parti sostan-
ziali dal Coppi nel tomo XV delle Dissertazioni della Pontificia
Accademia Romana di Archeologia, 1846, pag. 264 e seg. Quindi
mi basterà darne il sunto.
94 F. SAVIO

Alla presenza di Giordano cardinal diacono di S. Eustachio
(fratello di Niccolò III e di Matteo Rosso), i figli del fu Rinaldo,
cioó Napoleone e Matteo in proprio nome, ed in nome di Orso
e Giovanni ancora pupilli, come pure Ocilenna madre e tutrice di
costoro, volendo procedere alla divisione dei beni, che possede-
vano in comune fuori della città di Roma insieme con Matteo
Rosso loro zio, diedero a'costui la terza parte del castello di Monte
Rotondo con tutto il suo tenimento congiunta per indiviso colla
terza parte appartenente a Matteo ,Rosso e colla terza parte ap-
partenente al cardinal Giordano:

Di più la terza parte del castello e del tenimento di Formello
in diocesi di Nepi, e tutti i diritti che potevano avere sul castello,
sulla rocca, e sul tenimento di Galeria, e sul castello, rocca, ecc.
di Mugnano, in diocesi di Bagnorea.

Alla sua volta Matteo Rosso diede a’ suoi nipoti la terza parte
del castello di Marino e.suo tenimento, posti nella diocesi. d'Al-
bano, la terza parle del castello di Aliano nella diocesi di Orte,
come pure tutti i suoi diritti sul castello di Foglia in Sabina.

Dopo questa divisione di beni, uno dei possedimenti princi-
pali di Matteo Rosso divenne Monterotondo, dove da quel mo-
mento egli ebbe due terze parti dei diritti di sua famiglia, e forse,
. quando mori il cardinale Giordano, acquistò: pure la terza parte
restante.

Al contrario, uno dei possedimenti principali dei figli di Ri-
naldo rimase Marino, dove; oltre alla loro terza parto, ebbero,
pel citato atto, la parte di Matteo Rosso.

Sembra inoltre che l'abitazione principale in Roma degli Or-
sini di Monterotondo fosse sul Monte, che prima si diceva di
Giovanni Roncione e poi si disse Monte Giordano, prendendo
forse il nome da Giordano, nipote abiatico di Matteo Rosso sud-
detto. Questo io deduco da un atto del 1367 che dicesi falto in
Monte magnifici viri Francisci Jordani de filiis Ursi (4).

(1) Ecco intero il sunto dell atto, come si trova riportato dal Galletti nel cod. vat.
7931, pag. 49: « 1367, Indictione V, decem. 27. Nobilis vir Iohamnes Cinthii Cancellar.
Urbis, procurator magnif. viror. Domin. Raynaldi et Iordani de Ursinis militum
tradidit hospitali S. Spiritus in Saxia integrum castrum Fabrice cum pertinentiis in
Collinea districtus Urbis. Ab I latere tenimentum Castri Corchiani, ab alio tenimen.
castri Castilgionis, ab alio tenimen. Castri Carbognani, ab alio tenimen. Castri Valle-
vani, ab alio tenimentum Fallari. Item integrum: Castrum Castilgionis in. Collinea

LGCAXTTADM E



queer ewe

LE TRE FAMIGLIE ORSINI, ECC. 2:95

Darò ora la genealogia degli Orsini di Marino, per poter po-
scia discorrere più chiaramente del ramo di Monterotondo..

$ 4. — Degli Orsini di Marino.

Dal citato atto della divisione di beni impariamo quali erano

d figli di Rinaldo, divenuti possessori principali di Marino, eioé

Napoleone, Matteo, Orso e Giovanni.

NAPOLEONE era allora ecclesiastico, ed è il medesimo che poi
da Niecoló IV venne creato cardinal diacono-di S. Adriano nel
1288. i

Nel codicillo del suo testamento fatto nel 1341 egli stabilisce delle
messe « pro animabus dni Rainaldi patris et domine Octilende
matris nostrorum ». Elegge tra i suoi esecutori testamentari « f'ay-
naldum de Ursinis militem nepotem nostrum et ectam Jordanum
ipsius Raynaldi militis fratrem, si in loco quo decedemus, prae-
sens fuerit ». Fa pure un legato « sorori, T'homastae moniali mo--
nasterii Sancti Silvestri de capite nepoti nostrae » (1).

Marreo nel.1292 fu senatore di Roma, siccome risulta da
un alto del 4 aprile (2) e da un altro del 10 maggio di quell'anno.
In quest'ultimo egli sottoscrisse insieme con. Stefano Colonna suo
collega nel. senatorato la pace per Corneto (3). Fu di nuovo sena-
tore nel 1302, come da atto del 2 giugno (4). |

Egli fece testamento nel 1305; istituendo suoi eredi i figli Or-
sello, Giannuccio e Poncello (5).

Di Orso non sappiamo altro se non che egli fu marito di
Margheriia Aldobrandesca e che già era passato di questa vita
nel 1297, siccome scorgesi da un atto del cardinal Napoleone suo

predicta: ab I latere tenimentum Corchiani;, ab alio tenimentum Fabrice, ab alio
tenimen. Castri Maxene, ab alio tenimen. Fallari, ab alio tenimen. castri Aliam. Iure
permutationis quia hospitale dedit et cessit supradictis de Ursinis medietatem. Castri
Asture cum adiectione quinque milium .florenorum: auri. Actum Rome in Monte
magnifici viri Francisci Iordani de filiis Ursi ».

(1) Codice vaticano 7930, pag. 154.

(2) PFLUGK-HARTTUNG, Iter Italicum, 623. i

(3) GREGOROVIUS, Storia di Roma, trad. Manzato, V, 584, e cita la copia della Mar-
garita Cornetana, che è nel codice vaticano 7931, pag. 174.

(4) PFLUGK-HARTTUNG, Iter; GREGOROVIUS, V, 584.

(5) V. infra Appendice, n. IX.
pr x «T ud

96 - COE. SAVIO

fratello (1). Non sappiamo se sia egli o. Griovauwir, ultimo dei figli
di Rinaldo, quel fratello del cardinale Napoleone, che mori im-
provvisamente durante il lungo e deplorevole conclave del 1292-94.
-Da questa morte prese occasione lo zelante cardinal Latino Ma-
labranea per rimproverare a' suoi colleghi il disastroso ritardo
che frapponevano alla elezione del Papa, e per proporre la can-
-didatura dell'eremita di Morone (2).

Rinaldo e Giordano, che vedemmo citati dal cardinal Napo-
leone nelle ultime sue disposizioni testamentarie, erano suoi pro-
nipoti, cioè figli di Orsello, figlio di Matteo. Quindi nei loro atti
essi si chiamano figli di Orso di Matteo di Rinaldo (3). Essi fu-
rono avversari di Cola di Rienzo. Questi in una lettera, in data
del 15 agosto 1350, chiama Rinaldo suo capital nemico (4). E pur
noto che egli andò ad. assediar Giordano nel suo castello di Ma-
rino (5).

Dopo il 1375 non trovansi ‘più memorie di Rinaldo. Forse
egli mori in questo tempo, e probabilmente senza figli; poichè
d'ora innanzi vedesi Giordano disporre da solo del patrimonio di
sua famiglia, fino a vendere Marino ed altre terre ad Onorato
Caetani conte di Fondi.

. Cito qui alcuni dei documenti, che, relativamente numerosi,
si hanno di lui (6).

Del 1375 esiste una lettera di Gregorio XI diretta a Jordano
de Ursinis de Mareno (7). Avendo egli poscia aderito all'antipapa
Clemente VII, questi in data del 2 dicembre 1378, gli concedette
o riconobbe vari castelli, casali e possessioni, tra’ quali il castel

(1) Appendice, n. VIII.

.(2) MURATORI, Ann. d? Ital ad an. 1294.

(3) Vedasi il mio articolo Delle origini e dell'antica nobiltà degli Orsini, nel pe-
riodico La Civiltà Cattolica, fascicolo del 30 sabato:di giugno 1895, pag. 669.

(4) GABRIELLI, Epistolario di Cola di Rienzo, Roma, Forzani, 1890, pag. 170.

(5) THEINER, III, 187.

(6) Dal GAMURRINI, Istoria genealogica delle famiglie toscane ed umbre, Firenze,
1671, vol. II, pag. 41, é citata una carta del 1375 come esistente nell' archivio. di Brac-
ciano, segnata col n.8 tra le.scritture di Giov. Paolo Orsini di Vicovaro. In essa Nic-
colo conte di Nola a nome/suo e de? suoi nipoti Guido e Bertoldo, ed in nome di Ri-
naldo e Giordano signori di Marino, di Giovanni conte di Manoppello e di Ugolino
suo fratello, e di altri Orsini, cede, in riguardo. del card. Giacomo della linea: di Li-
cenza, ai fratelli di questo Cardinale la-quarta parte della metà del governo di Roma.
Resta ora a vedere che cosa s'intenda per governo di Roma.

(7) THEINER, Op. cit., II, 569.
gres iv era

'

LE TRE FAMIGLIE ORSINI, ECC. À 97

S. Elia, quei di Nemi, di Genzano, di Ardea e parecchie posses-
sioni presso a Nepi del reddito annuo di 100 fiorini d'oro (1).

Il Gregorovius poi cita alcuni altri documenti, esistenti nel- .
l'archivio Colonna, tra cui uno singolarissimo, in data del 13 feb-
braio 1383, col quale Giordano dichiara che Giacomo Orsini non
è suo figlio, avendolo sua moglie Anastasia sostituito nel parto.

Ai 16 febbraio dello stesso anno il medesimo si confessa de-
bitore a suo nipote Onorato dei conti di Fondi di 60,000 fiorini,
e due giorni dopo gli vendette Nepi, Montalto, Marino, Astura,
Campagnano ed altri beni.

Finalmente ai 19 giugno del 1384 fece il suo testamento in
Bassano d' Orte (2).

Come vedesi dalla carta XV citata nell’Appendice infra, Mon-
talto di Castro nel 1309 si era data a Napoleone. Orsini cardinale
e ad Orso suo nipote.

Questo possesso fu occasione di varie liti con Manfredi dei
Prefetti di Vico, il quale. vi pretendeva. In fine si convenne che
gli Orsini e Manfredi lo possederebbero per metà. Ma, essendo
stato Manfredi scomunicato, la Chiesa succedette a lui nella sua
metà. Nel 1359 Montalto spettava per metà ai fratelli Rinaldo e
Giordano Orsini (di Marino), eredi del cardinale Napoleone (3).

Nonostante il citato atto del 13 febbraio 1383, in danno di
Giacomo Orsini, sembra ch'egli venisse sempre riconosciuto come
figlio di Giordano. : |

. Nella sentenza di scomunica lanciata nel 1406 da Innocenzo
VII contro i partecipi della congiura di Ladislao, è nominato Gia-
como Orsini del fu Giordano, usurpatore, come dice il Papa, del
castello di Marino e di S. Pietro in Formiis (4).

(1) « Castrum S. Helie et. Casale S. Pecappe (sic) cum Casali Portiani, que spe-
ctare dicuntur ad Monasterium, S. Spiritus de Urbe et que situata sunt prope Civi-
tatem. Nepesinam, quorum fructus, redditus et proventus centum florenorum awri
valorem. annuum, ut asseritur, non. excedunt, nec non Casalis Valliscagie, et de Pe-
stedera, et Pescarella, posita, in districtw wrbis, et que inhabitabilia esse dicuntur, et ad
dictum, Monasterium S. Spiritus pertinere. Item Castra, Nemi et Genciano Alban. Diec.
cum Casali, quod Montangiano vulgariter nuncupatur, ad Monasterium S. Anastasie
extra muros wrbis pertinentia; et insuper Castrum Ardie, et Casale Florani, quod
positum esse dicitur in territorio dicti tui Castri Mareni, que etiam spectare dicuntur
ad Monasterium S. Pauli extra muros wrbis predicte, ad Nos et Rom. Ecclesiam pre-
fatam, pleno jure spectantia » (RATTI, Storia di Genzano, pag. 105). ;

(2) GREGOROVIUS, VI, 617.

(3) THEINER, op. cit., II, 26, 365, 381 e 401.
(4) RAINALDI, Annali Eccl., anno 1406. :
è A A ET e - gr sg Te

98 F. SAVIO

In un altro documento del 1428, ‘ossia in un lascito fatto da
sua figlia Orsina alla basilica di S. Pietro, egli è chiamato si-
gnore della città di Nepi (1).

Ecco ora l'albero di questo ramo degli Orsini.

Albero degli Orsini di Marino.

RINALDO

già + 1286
Sp. ocilenda
| | ol | | sepa
NaRoleone Matteo Giovanna Orso Alessandra , Giovanni
senatore nel 1286 .mpubere
1280 hierito 1292 e 1302 impubere nel 1286
1288 card. teste 1305 già - 1297
diacono di sposa
S. Adriano. Margherita
Aldobrandesca
| tel |
Orsello Giovanni Poncello
vivo 1305
e 1316
|
= um
Rinaldo Giordano Giacoma
1341, 1341,1378 sp. Niccolò II
1368 1383,1384 conte di Fondi
sig. di sig. di Marino
Marino Sposa Onorato
Anastasia Gaetani
Giacomo
già 1 1428
[ m Ios
Orsina Antonio Anastasia
viva già -- nel già + nel
1428 1428 1428

(1) « Septimo Ral. iunii. In nomine Domini, Amen. Anno Domini Millesimo qua-
dringentesimo vicesimo octavo, mense et die presentibus. Magnifica domina domina
Ursina filia condam Iacobi de Ursinis olim domini civitatis Nepesine donavit sponte
Capitulo in Sacristia maiori in pecunia numerata duo millia. florenorum. conver-
tenda in possessionibus emendis pro augmento divini cultus et voluit quod omni anno
in perpetuum fieret.anniversarium pro anima prefati Magnifici viri Iacobi de Ur-
sinis patris dicte Ursine, videlicet die VII Septembris in capella sancti Martialis que
constructa et erecta, est per suos antecessores, in quo amniversario expendamtwwr de
pecunia camere manvaliter floreni auri quatuor. Etiam, voluit quod die XII mensis
Novembris fieret anniversarium in dicta, capella, sancti Martialis pro anima Magni-
fice Domine Domine Vamnotie de Sabellis matris prenominate domine Ursine, in quo
similiter manualiter floreni quatuor expendantur. Etiam, voluit quod ultra dicta, an-
niversaria fierent viginti. quatuor anniversaria quolibet anno, scilicet duo mense
quolibet, videlicet unum die: XVI et aliud die X XI cuiuslibet mensis pro animabus
prefatorum Magnifici domini Iacobi de Ursis patris et domine Vannotie de Sabelli-
matris dicte domine Ursine, ac Antonii de Ursinis fratris et Anastasie sororis eius
sdem ». (Necrologio della basilica vaticana, c. 73).

La menzione della signoria di Nepi e del sepolcro nella cappella di S. Marziale,
dove era pure sepolto il card. Napoleone, non lasciano dubbio: che qui si tratta di Or-
sini della linea di Marino, e di Giacomo figlio di Giordano. LE TRE FAMIGLIE ORSINI, ECC. 5000

S 5. — Gli Orsini di Monterotondo.

Ritornando ora a parlare degli Orsini di Monterotondo, noi ab-
biamo di PowcELLo, figlio di Matteo. Rosso, le seguenti notizie.

Egli era senza dubbio il Poncelletto. del Monte, nominato
nella lettera dei Cardinali del 1312, della quale ho detto sopra.

Nel 1314, maggio 25, Domenico dell'Anguillara vendette M
gliano a Poncello di Matteo Rosso (1).

Nel 1323 Poncellus Mathei Rubei era senatore (o vicario re-
gio) insieme con Giovanni Colonna e confermó lo statuto dei Mer-
canti (2). Egli morì prima del 1328, poichè il 17 marzo di que-
stanno il Papa scrisse da Avignone a vari romani, lodandoli della
lero fedeltà, e tra essi a « Bertholdo quondam Poncelli Matthei :
lacobo Napoleonis: Ricardo Fortebrachi: Andree de filiis. Ursi
de Campo Flor. Eodem die nob. viris Francisco militi et Pon-
cello germanis de filiis Ursi de Campo Florum » (3).

Francesco, altro figlio di Matteo Rosso, venne fatto sena-
tore con Sciarra Colonna, subito dopo la partenza di Enrico VII
imperatore (4). 1

Nel 1325, in giugno, alcuni. vollero per senatore Matteo ii
Francesco del Monte, ma gli altri Orsini lo ricusarono (5). Può
essere che Francesco. in quel tempo fosse ancora vivo; è certo

peró che egli mori prima del 1337.
»

(1) TOMASSETTI, Campagna Romana, I, 248, 456.

(2). GREGOROVIUS, VI, 124.

(3) Vatikanischen Akten zur deutschen Geschichte in der Zeit Kaiser LR.
des Bayern, Innsbruck, Wagner, 1891, pag. 368.

Do qui intera la menzione che di Poncello si trova nel necrologio della basin

vaticana, pag 68: « Idibus Maii: Obiit magnificus vir Poncellus domini Matthei Rubei

de Monte de fiis Ursi, qui reliquit Basilice nostre quingentos florenos awri, qui con-
versi fuerunt in emptione quarti casalis domini Andree de Buccamatiis; pro cuius
anima dicatur una missa in die cum precedentibus vigiliis, perpetuis temporibus, in
cappella sua S. Blasii, quam idem in ipsa basilica construi fecit: GP dan pro
amniversario suo floreni auri duo ».

(4) GREGOROVIUS, VI, 86. Egli dice Francesco di AA cigrdane, ma è un errore;
doveva dire di Monter otondo.

(5) Id. VI, 124. Il Vitale dice che fu egli che non accettò. Nei Regesti Angioini
pubblicati dal MrNrERI Riccio sotto il ‘titolo di Genealogia di Carlo II d'Angio nell’Ar-

-chivio Storico Napoletano, 1882, v' è la nomina a vicario regio di Matteuccio di Fran

cesco Orsini del Monte nel di 14 maggio 1325, e la notizia che egli rinunziò.
100 i F. SAVIO

Terzo figlio di Matteo Rosso fu GrAcomo, il quale nel 1295,
stando in Monterotondo delegò due canonici di Roma ed un certo
Federico di Manerio di Monterotondo a' prender possesso di un
canonicato di Chartres, che gli era stato conferito da Bonifacio
VIII (1). Egli fu pure canonico di S. Pietro, e di lui si fa. me-
moria nel necrologio vaticano sotto il dì 7 gennaio (2).

Finalmente l’ ultimo; dei figli di Matteo ‘Rosso, dei quali sia

*

a noi pervenuta memoria, é il cardinale Gian Gaetano, mandato
nel 1326 legato apostolico in Italia. Egli mori nel 1335 in Avignone,
ma il suo corpo fu trasferito in S. Pietro nella cappella di

S. Maria del Parto (3).

$ 6. — Segue degli Orsini di Monterotondo.

Vengo ora a parlare della discendenza dei due suddetti figli

di Matteo Rosso, cioè di Poncello, che pare essere stato il pri-
mogenito, e di Francesco. Dirò prima della famiglia di quest’ ul-
timo, poichè i documenti relativi alla medesima servono eziandio
per stabilire quali fossero i figli di Poncello.

Oltre MatTEO, che già ho nominato sopra, Francesco ebbe
GENTILE ed altri figli, indicati come natos quondam Francisci de

«
(1) « 1295, indict. VIII. Maii sexta. Nob. vir Iacobus natus magnifici viri dni.
Matthei Rubei de fiiis Ursi de Urbe canonicus carnotensis procuratores constituit
magistrum Angelum canonicum, ecclesie SS. Laurenti et Damasi, Paulum canon. ec-

clesie SS. Celsi et Iuliani de Urbe et Fredericum dom. Iohannis de Manerio eiusdem ‘|

terre etc. Actum in castro Montis rotundi magnifici viri domini Matthei Rubei. Mat-
theus de Morris notar. » (Carta dell'archivio di S. Spirito in Sassia compendiata nel
codice vaticano 7997, c. 9).

(2) « VII Idus Iannarii obiit venerabilis vir Iacobus domini Matthei Rubei de
Filis Ursi concanonicus noster, qui reliquit nostre Basilice C. florenos awri, qui con-
versi fuerunt in emptione domus cum signo sudarii, site in porticw et domus. cum
signo mustelle site iwxta portam viridariam; erpendatur pro anniversario suo
pensio dictarum, duarum domorum:» (Ivi, c. 4).

(3) « Tertio Kalendas Sept. — Anno Dni. MCCC tricesimo quinto tertie indictionis
mense Augusti. Obiit Reverendis.mus in C. pater et dominus dominus Iohannes Garj-
tamus de domo Ursinorwm sancti Theodori diaconi Cardinalis concanonicus noster,
, Cuius corpus requiescit apud suam cappellam sancte Marie pregnantis sitam in Ba-
silica, nostra, qui in vita sua donavit nostre basilice pro redemptione animarum Par

tris, matris, fratrum, nepotis et sua terras vinearum Suverete et totum tenimentum.

ipsius » (Ivi, c. 121). Il nipote, del quale qui si parla, é senza dubbio Bertoldo di Pon-
_ cello, ucciso nel 1333. -——

LE TRE FAMIGLIE ORSINI, ECC. : 101

Monte in un breve di Benedetto XII, in datà del 5 agosto 1337,
col quale confermó le tregue tra gli Orsini ed i Colonna (1).

Matteo era già morto nel 1338, poichè non si trova più men-
zione di lui in vari atti, che abbiamo, relativi all'eredità di suo
fratello Gentile. :

Costui era ecclesiastico e godeva di un canonicato a Cam-
brai. Nel 1337 fece testamento, lasciando erede Giovanni suo fra-
tello od i figli maschi nascituri. Ma lo stesso anno 1337, Giovanni
mori e tre mesi appresso, forse nel gennaio del 1338, Gentile lo
segui nella tomba.

Sorse allora grànde discordia tra gli Orsini, poiché Giordano
figlio di Poncello, anch’ egli del ramo di Monterotondo, occupò
l'eredità dei due defunti, alla quale pretendevano pure, non si sa
con qual diritto, Rinaldo e Giordano della linea di Marino.

Si presero le armi e la città si divise in due fazioni, stando
con Giordano di Poncello il conte Bertoldo degli Orsini di Soana
e Giordano Savelli, mentre coi due di Marino stava Stefano Co-
lonna.

Nell'ottobre di quel medesimo 1338, per opera specialmente di
Giovanni arcivescovo di Napoli, fratello di Giordano di Poncello,
si venne ad un accordo. Tutto questo si ricava da una lettera (2)

(1) THEINER, Cod. dipl., IT, 22: gli Orsini sono cosi nominati: « Nobiles viros
Matheum et Bertholdum, natos quondam. Neapoleonis militis, ac Iordanum quondam
Poncelli de Monte, et Iohannem, eiusque fratres natos quondam. Francisci de Monte,
ac Robertum Nolanum et Bertholdum et Guidonem Comites Palatinos principales,
et Iohammem comitem. Angwuillarie, ceterosque de domo Ursinorum ». Quanto a Matteo
e Bertoldo, essi sono certamente della linea.di Castel S. Angelo. La qualifica di Conti
palatini principali data a Roberto, Bertoldo e Guido li designa assai chiaramente come
appartenenti alla linea dei conti di Soana e Pitigliano, un ramo dei quali ebbe pure
la signoria di Nola.

(2) Sebbene la lettera scritta dai Senatori di Roma a Benedetto XII, non porti Ia:
data dell' anno, tuttavia dal breve del Papa, di cui parliamo nella nota seguente, si
ricava che fu scritta tra il 17-21 gennaio 1339. In essa si legge: « Item cum discor-
dia exorta novissime de mense Augusti seu. Septembris inter mobiles. viros domi-
nos Raynaldum et Iordanum milites, nepotes domini Neapoleonis cardinalis eae
una parte et Iordanum quondam Poncelli de filiis Ursi ex’ altera; occasione succes-
sionis Gentilis quondam, Francisci de eadem domo dissensionem maximam et scan-
dala in Urbe parasset et predicti milites adversus. eundem Iordamum, comitem. Ber-
tuldum et Iacobum de Sabello, domino Stephano de Columpna et eius filiis publice
adnesissent, ipseque partes, sicut manifeste novimus, hinc inde se pararent ad guer-

; vam, dictas partes citari fecimus........ Die 20 octobris Rev. Pater dom. Io. archiepi-

scopus Neapolitamus........... Iordanum germanww suum, comitem Bertuldum et Ia-
cobvum de Sabello ad reverentiam, et obedientiam. V. Sanctitatis..... induxit » (V. Vati-
Aanischen Akten, pag. 691).
102 F. SAVIO

dei senatori di Roma'al papa Benedetto XII e da due brevi del
medesimo Papa (1). :
Nel secondo breve, in data del 13 agosto 1338, essendosi già
verificato che di Giovanni non eran nati figli maschi, il Papa
ordina che siano eseguiti certi legati fatti da Gentile, quale ora
doveva considerarsi come succeduto in tutti i diritti di suo fratello .
Giovanni, morto senza figli e premorto a lui. Ivi è notevole che
il Papa dà a Gentile il titolo di nipote del cardinal Napoleone.
Siccome Gentile non era figlio di nessun fratello di Napoleone,
resta che egli sia stato o suo nipote per sorella, oppure ‘ nipote,
come si dice, alla maniera di Brettagna, essendo in realtà solo
cugino del Cardinale, ma inferiore a lui per età e per dignità (2).

$ 7. — Ancora degli Orsini di Monterotondo.

Come vedemmo, i figli di Francesco, tutti morirono senza le-

‘ gittima prole. Al contrario, dei figli di Poncello, cioè Bertoldo,

Giordano, Giovanni arcivescovo di Napoli, e Napoleone, due, cioè
quest’ultimo e Giordano ebbero una lunga serie di discendenti, tra
figli e nipoti.

o

(0 II primo breve di Benedetto XII, in data 19 febbraio, anno IV del pontificato,
ossia 1338, dice: « Pridem dilecto filio nostro Neapoleone sancti Adriani diacono Car-
dinale executore testamenti quondam. Gentilis clerici, filii et haeredis quondam Fran-
cisci Mathei Rubei de filiis Ursi de Urbe, nobis exponente percepimus, quod praefatus
Gentilis condens de bonis suis in sua ultima voluntate testamentum, quondam, Io-
hannem fratrem. suum et ventrem seu postumum nasciturum ex dilecta, in Christo
filia nobili muliere Massia, tune vrore, nune relicta dicti Iohannis vidua Romana
pregnante, si esset masculus, heredem in bonis instituerat antedictis, quodque licet
Massia, prout idem Cardinalis certificatum se fore dicebat, Iohanne primo et deinde
Gentili prefatis viam wniversae carnis ingressis, tempore obitus dicti Ioannis de qua-
tuor vel circa de ipso Iohanne pregnans remansisset, et tune de septem. mensibus vel
circa, pregnans existeret, ac hereditas dicti Gentilis propterea, nomine ventris sew po-
stumi nascituri predicti custodiri deberet et etiam possideri, tamen nobilis vir Iorda-
nus Poncelli de Urbe una cum fratribus suis hereditatem, ac bona; prefata, post ipso-
rum Iohannis ac Gentilis obitum in iniuria dicti ventris temeritate propria occuparat »
(THEINER, op. cit., 34).

Comanda il Papa che si custodisca l' eredità a nome della prole nascitura e se-
condo che questa sarà maschile o femminile, si faccia secondo il decreto del testatore.

‘Di qui si vede che quando il Papa scriveva, Massia era ancora gravida, quindi affinché

la morte di Gentile coincida al settimo mese di sua gravidanza, la si deve supporre
avvenuta nel dicembre 1337 o nel gennaio 1338. Le discordie perciò, delle quali parlano
i Senatori (vedi nota antecedente) avvennero nel corso del 1338: e la loro lettera, che
ha la data di gennaio tra il 17 e 21, deve credersi scritta nel gennaio del 1339.

(2) THEINER,, ll} 37.
LE TRE FAMIGLIE ORSINI, ECC. 103

BERTOLDo, quegli che fu poi ucciso nel 1333 da Stefanuccio
Colonna, era già stato vicario regio di Roma pel re Roberto prima
nel 1323, secondo il Gregorovius, poi nel 1329-1330 (1). In questa
carica era senza dubbio il 15. febbraio del 1330, come vedesi da .
una bolla di Giovanni XXII (2). Secondo il Pflugk-Harttung, nel
1328, giugno 8, sarebbe stato senatore (o vicario regio) Bertol-
dus quondam. Poncelli Ursini (3), che sarebbe il nostro. Quindi.
si dovrebbe in parte correggere quanto racconta il Gregorovius
che il 4 agosto 1328, appena partito Lodovico il Bavaro ed en-
trato in Roma Bertoldo Orsini, nipote del cardinal Legato Giov.
Gaetano, egli fu fatto senatore insieme con Stefano Colonna (4).
Forse allora. prese possesso della sua carica, alla quale già
era stato designato prima. Ancora teneva quell’ufficio il 7 settem-
bre 1328, sebbene già fossero designati i successori, Guglielmo
di Eboli ed il conte Novello di Montescaglioso (9).

Nel febbraio del 1329, il popolo insorse (non so per qual ra-
gione) contro i due Orsini e nominò (od accettò) per successori
Napoleone Orsini e Stefano Colonna.

Di Giorpano di Poncello fanno ricordo molti documenti. Nel
1337, novembre 11, Giovanni abate di San Saba rinnovó a lui, a
Giovanni arcivescovo ed a Napoleone suoi fratelli « locationem
trium partium castri Rocche et Burgi Galerie.... quas anno 1276
locaverat Bertoldo et Rainaldo » (6), cioè a Bertoldo come rap-

(1) GREGOROVIUS, VI, 124 e 206, dice che agli 8 giugno 1329 il re Roberto scrisse
à Napoleone Orsini ed a Stefano Colonna, annunziando d'aver nominati come loro
successori Bertoldo del fu Romano, conte di Nola e Bertoldo di Poncello. Onde deve
correggersi il VITALE, I, 240.

(2) Accettando l'abiura, che i Romani fecero dello scisma; Giovanni XXII parla
degli ambasciatori nominati per autorità del Consiglio « nec non dilectorum. filiorum
nobilium virorum Bertuldi Comitis Palatini et Bertuldi Poncelli quondam, Matthei
de filiis Ursi, vicariorum carissimi in Christo filii nostri Roberti Regis Siciliae ilustris,
vice nostra Urbis Senatoris predictae » THEINER, I, 570.

(3) Iter Italicum.

(4) GREGOROVIUS, VI, 196.

(5) VI, 206.

(6) Nota del Galletti nel suo ms. che forma il cod. vaticano 7997; fol. 9. Riguardo
à Galeria aggiungerò, che forse il suddetto atto d'investitura o locazione, conceduta
dall'abate di S. Saba a Bertoldo e Rinaldo (e fors'anche a Matteo Rosso) nel 1276 do-
vette compiersi dopo la morte di Napoleone altro figlio di Matteo Rosso di Gian Gae-
tano; poiché è certo che egli nel 1267 possedeva la quarta parte di Galeria, quartam
partem. totius Rocce et Castri Galerie. Questa, il 30 giugno di quell'anno, egli ce
dette al card. Giovanni (il futuro Niccolò IIT). L' atto di cessione fu pubblicato dal Corr,
nelle Dissertazioni della Pontificia Accademia Romana di Archeologia, Roma, 1864,
tomo XV, pag. 253.
"60 UN Up .F. SAVIO

presentante di Gentile primo genito, ed a Rainaldo altro figlio di Mat-
teo Rosso: come pur figlio di costui era Matteo Rosso avo dei
tre suddetti che ricevettero l'investitura di Galeria.

Si osservi che dei figli di Matteo Rosso di G. Gaetano solo
Gentile, Rinaldo e Matteo Rosso ebbero discendenza.

Dal 1351 almeno (1) fino al 1° dicembre 1364 Giordano fu ret-
tore a nome del Papa del Patrimonio di S. Pietro (2). Nel 1854
fu eziandio senatore di Roma. Probabilmente egli morì nel corso
del 1365 (3).

Figli di Giordano furono :

Francesco. Egli ebbe delle gravi contestazioni coi Prefetti ©

di Vico, le quali Urbano V s'argomentó di sedare con sue lettere,
di cui.una in data del 10 settembre 1368 parla appunto della pace
tra i De Vico et Franciscum quondam. Iordani de Ursinis militem.
ac Bucium eius fratrem domicellum Romanum (4). Le discordie
ripresero o continuarono, poichè alcun tempo dopo Francesco dei
Prefetti e Francesco Orsini si sfidarono a duello. Il Papa di nuovo
cercò di metter pace, con lettera del 19 aprile 1970, e d' impedire
il duello (5). Forse riescì nel suo intento, poichè in altra lettera
del 22 agosto 1370 egli ricorda certe tregue, alle quali obbligò i
due suddetti ed i loro consorti (6). Pegno della pace probabilmente
fu il matrimonio, che nel medesimo 1370 o nel 772 si patteggiò tra
Francesco dei Prefetti del fu Giovanni (consenziente suo fratello
Battista) e Perna sorella di Francesco Orsini, figli del fu Gior-
dano Orsini de regione Pontis. ll Vico obbligò tutto il castello di
Bieda (7).

Qualche tempo appresso Francesco mori, poiché in un trat-
tato di matrimonio tra sua sorella Giovanna e Giovanni figlio del
fu Censo (alias Cesso o Processo) Capoccia dei Capoccini, com-

(1) THEINER, II, 373. Secondo la Cronaca d' Orvieto in .R. I. S., XV, 651, egli era.
già rettore nel 1347, quando pr ocurò la pace tra gli orvietani e quei del Patrimonio.

(2)11 10 dicembre del 1364 v'é una lettera a lui di Urbano V, da me veduta nei
Regesti manoscritti di questo Papa, tomo 247, fol. CLXXXIIIa,

(3) Nei medesimi Regesti di Urbano V, ^ni tomo XIV dei Regesti avignonesi,

trovasi, in data del 10 marzo 1366, la dispensa a Bucio del fu Giordano, quondam.

JXordayi de Monte, di sposare Caterina del fu Giovanni di Supino.
(4) THEINER, op. cit. II, 459.
(5) Ib., pag. 474.
(6) Ib., pag. 477.
(7) Archivio Storico della, Società Romana di st. pat., del 1887, pag. 528.
LE TRE FAMIGLIE ORSINI, ECC. i i 105

piulosi il di 7 febbraio 1374 in Monterotondo, ebbe. parte il solo
Bucio, altro figlio di Giordano (1). !

Bucio, già nominato, mori prima del 1389, agosto 4, come ri-

levasi da un documento che parla di un suo figlio di nome Rai-
naldo (2). Questi sposó Lodovica Savelli ed ebbe per figlio Orso.
Mori prima del 1409, maggio 10 (3).

Francesco nel 1347 aveva contratto matrimonio con Costanza
figlia di Niccolò degli Annibaldi, ed ebbe per figli Giovanni, Pon-
cello e Paola, o Paoluccia, o, volgarmente, Palozia (4).

Giovanni e Poncello, domicelli romani, da Innocenzo VII rice-
vettero il dì 11 novembre del 1405 (anno 1) la conferma delle
bolle colle quali Urbano V. e Gregorio XI avevano conceduto a
Francesco loro padre e a Bucio del fu Giordano.e a ciascuno di
loro, in modo che uno polesse succedere all'altro, e mancando i
maschi succedere le femmine, i castelli di Torre, S. Paolo, Col-
levecchio, Stimigliano, Selce e MonV'Arsoli (5).

(1) « Magnificus Bucius natus quondam Iordani Poncelli de filiis Ursi promittit
magnificam. domina dominam Iohannam germanam suam. sororem in legitimam
usxtorem magnifici viri Iohannis quondam Censi Capuccie de Capoccinis cum dote
dwuorwm millium quingentorum florenorum boni ari ». Giovanni obbliga alla sposa
metà del castello di Mentana « pro indiviso cum alia, medietate ipsius Iohannis» e la
metà del castello di Gentile (Dalle carte del notaio Antonio de Scambiis, raccolte dal
. Galletti nel cod. vat. 7930, pag. 74). Giovanna Orsini era già vedova il 15 gennaio 1380,
con tre figli, Processo, Luigi (Aloysivs) e Lella (Ib., pag: 137).

(2) « Magninbus vr Raynaldus filius et haeres quondam. Buccii Tordani de
Ursinis de Urbe » (Ibid).

(3) 1409, maggio 10: « Magnificus vir. Ursus de Ursis dominus Castri Montis.
Rotundi debitor reparationis ven. monasteri S. Pauli. .... in ducentis florenis cur-
rentibus ad rationem XLVII solid. prov. vigore legati facti per magnificam dominam
dom. Ludovicain de Sabellis viduam quondam Raynaldi de Ursinis matrem dicti
Ursi » (Dalle carte del notaio Lorenzo Impoccia raccolte dal Galletti nel cod. vati-
cano 7930, pag. 135).

(4) « Anno 1347 Franciscus vocatus Ceccolus filius Iordani de Ursinis con-
iracit. matrimonium cum dna Constantia f. quond. Nicolai de Aniballis cum
dote flor. 6250 auri. — Nob. Vir Franciscus quond. Iordani de f. Ursi miles olim
vocatus Ceccolus, pater et legitimus administrator Ioannis, Poncelli et Paule sive
Palotie filiorum. suorum et Dne Constantie filie q. Niccolai Ralli: de Aniballis
Dni Castri S, Petri in formis, — Nicolaus de Aniballis heredem constituit Colam
eius filium et si decederet sine filiis ei substituit Cagppellam: S. Iacobi in Ecclesia
Lateranensi; qui Cola, postea, decessit in pupillari etate sine filiis ». (Indicazioni
compendiarie di carte esistenti nell' archivio della basilica vaticana, nel codice barbe-
riniano XXXIII, 29, pag. 33).

Nel 1392, agosto 22, in. un atto sono nominati « Magnifici viri Iohannes et
Poncellus germani fratres fllii quondam magnifici viri dni Francisci de Ursinis
militis ». (Nelle carte di Antonio de Scambiis indicate nel codice vaticano 7930, pag. 109 b),

(5) Codice vat. 7928, pag. 269, dai Regesti, fol. 75.
| CORTA — - — (Oy CA E TIT AT (MALA? VINI
x ex t
r a P» ; "a.
n " LÀ
- 106 F. SAVIO ; ; ì

Nel 1388, settembre 24, giurando fedeltà ad Urbano VI, i mede-
simi avevano ottenuto i suddetti castelli, e di più la città di Narni (1).

Di Orso furono figli Giacomo e Lorenzo, ai quali nel 1448
Niccolò V concedette il vicariato del castello di Cisignano (2). Orso
viveva ancora nel 1421, poiché in quell'anno egli e suo figlio Gia-
como furono chiamati eredi da Semidea Orsini (3)

Raccogliamo ora nel seguente albero le notizie che ci fu dato
rinvenire sulle generazioni-di questa linea degli Orsini, riman-
dando ad uno speciale paragrafo il parlare dell'ultimo dei figli
di Poncello, cioè di Napoleone e de’ conti di Manoppello, di cui egli
fu stipite.

à Albero degli Orsini di Monterotondo.
MATTEO ROSSO

vivo 1295

|

I | |
Poncello Giov. Gaetano Giacomo Francesco
1323 vicario card. nel 1316, canonico già + 1837
regio a Roma nel 1326 Legato .
1 15 maggio in Italia
tra 1325 e 1328 “| 1335 e. sepolto
nella cappella di
S. Maria del Parto
| Fal ASIE ue sed ; : I. à
Bertoldo . Giordano Giovanni Napoleone . Matteo Giovanni Gentile
511333 già 4- 1366. arcivescovo stipite 1325 T 1337 chierico
marzo 10. di Napoli . degliOrsini Sp. Massia 1.1337.
Rettore del 1328-1353 i romana o 1338 |
Patrimonio Manoppello /
da 1351 a
1364 e 65
sl | tal |.
Francesco Perna Giovanna Bucio
T tra 1370 nel 1372 nel 1374. vivo 1874
e 1374: Sp. Francesco Sp. Giovanni già -| 1389
nel 1347 sposa dei Prefetti Capocci Sp. Caterina
Costanza. di di Vico dei Capoccini da Supino
Niccolò Ralli viva 1400
degli Annibaldi
|
| | |
Giovanni Poncello Paola Rinaldo
1392. 1392. (o) vivo 1389
1402. 1402. Palozia già -- 1409 |
nel 1369 ‘sp. Ludovica |
sp. Adenolfo Savelli |
Conti |
Orso
1409.1421
| |
Giacomo Lorenzo
1448 1448
(1) CONTELORI, Genealogiae Familiae Comitum Romanorum, Roma, 1050, pag. 18. }

(2) Cod. vat. 7930, pag. 164.

(3) « 1421. Dna Semidea de Ursinis de Regione Pontis, fecit testamentam et
Mheredes instituit Mag. Virum Ursum quond. Mag. Viri Rainaldi Bucii de Ursinis | LE TRE FAMIGLIE ORSINI, ECC. 107

$ 8. — Degli Orsini di Manoppello.

Napoleone, ultimo dei figli di Poncello di Matteo Rosso sposò
Maria figlia di Giovanni Rosso da Suliaco (Sully) e di Toma-
sina di Sangro, erede dei feudi di Manoppello e di Guardiagrele.
Questo matrimonio si fece prima del 1338 o del 1343, poichè nel-
l'uno o nell’altro di questi due anni, ai 7 agosto, Napoleone fece
trasportare da Prata.a Guardiagrele il. corpo di S. Niccolò. In
quell'occasione un fra Giacomo del Rosso, francescano di Guar-
diagrele, compose un inno, dal quale si ricavano varie notizie re-
lative alla famiglia di Napoleone, per es., che a quel tempo egli
non aveva ancora figli maschi, ma solo due figlie, Antonia ed Or-
sina. Vi si parla pure con lode di Giovanni arcivescovo di Napoli,
(fratello di Napoleone), al quale il rozzo poeta augura il Papato (1).

. Quest’ augurio non si adempié ; ma in compenso si verificò
l’altro, fatto a Napoleone, d’aver figli maschi. Quattro n’ ebbe, Gio- -
vanni, Tommaso, Ugo od Ugolino e Francesco. Quest’ ultimo era
ancor vivo nel 1365 agli.8 dicembre (2), ma passò di vita prima
della morte del padre, la quale avvenne nel 1369. Di ciò ne istrui-

€t Iacobum eius filiwm et omnes filios nascituros ea dicto Urso. Legavit Magnif.
Dne Dne Baptiste de Ursimis Comitisse Anguillarie Castrum Nucigliani positum
extra portam Castelli toto tempore vite sue, et post eius mortem veliquit dictum
Castrum Basilice S. Petri, Ecclesie Lateranensi et Monasterio S. Pauli extra
Muros urbis » (Codice barberiniano XXXIII, 29, pag. 79).

(1) « 0 lux splendor radiorum — 0 Dux candorme ritorum — \Domum serva
Ursinorum — Pro infinita saecula. Amen. — Iohannem ‘primum praeswulem. —
Neapolitanum principem — Vita doctrina celebrem — Fac Papam in Ecclesia, Amen.
— 0 pater sancte plebium — Neapolionem inclitum — In vita fac longissimum .
— Per cuncta semper saecula. Amen. — Mariam caelso diligas — Ferventi amore
dirigas — Et virili prole impleas — Qui jubila sit in patria. Amen. — Antonel-
iwm primum auge. — Ursinellam pulchra» valde. Et germanis multis junge —_
Qui de stirpe sint Ursina. Amen. — Nicolae fac benigne — Dominam conserva
digne — Thomasiam sanctisjunge — Et seinper sint in gratia. Amen. — (PANSA,
Gli Orsini signori d? Abruzzo, Lanciano, Rocco. Carabba, editore, 1892). Questi crede
che il matrimonio di Napoleone si compiesse nel 1330 o nel 1331 (pag. 37).

(2) Urbano V, ai VI id. decembris, anno quarto, concedette facoltà di eleggersi
il confessore e varie altre facoltà a Giovanni, « Nob. viro Iohanni primogenito ....
nobilis viri Neapoleonis de fil. Ursi, Comitis Manupelli et logothete regni Sicilie ».

. Altre facoltà concede ad Ugo e Francesco fratelli di Giovanni, a Napoleone suo padre

ed a Roasia di Marzano sua moglie. (Tomo XIV dei Regesti S IRHORE di Urbano V,
nell' archivio vaticano, fol. 173).
108. 5 odd .F. SAVIO

sce una lettera, che da Viterbo il 30 settembre 1369, Coluccio
Salutati scrisse ad Ugolino per consolarlo della morte del padre.
Parlando della diligenza, che questi aveva usato nell’ educazione
dei figli, esclama: « quales autem filios fecit! majorem natu
praefecit. regimini subditorum ; medium Deo obtulit; tertium,
quantum in eo fuit, ita ut caeteros, omni morum elegantia exor-
navit » (1).

Il, secondo, Tommaso, fu creato cardinale.

Napoleone da Giovanna I regina di: Napoli venne creato lo-
goteta e protonotario del regno di Sicilia, nei quali uffici egli già
figura, secondo il Pansa, fin dal 1362; ma la data della sua no-
mina si deve molto anticipare. Avvi una lettera di Innocenzo VI
nel 1355, nella quale si dice che gli abitanti di Rieti, indotti dal
timore della regina Giovanna e di Luigi suo marito, avevano con-
sentito, in mano di Napoleone conte di Manoppello, protonotario
e logoteta del regno, a tenerlo per loro potestà a vita (2).

Napoleone rimase sempre fedele alla causa di Giovanna, la
quale ne lo ricompensò, ‘dandogli, oltre le cariche predette, anche
il feudo di Larino.

Egli ebbe, d’accordo con Niccolò, conte di Nola suo cugino,
intenzione di fondare a Roma, presso le antiche terme di Diocle-
ziano un monastero pei Certosini, e ne ottenne facoltà da Urbano V,
con breve del 1363, gennaio 5 (3); ma, prevenuto dalla morte, non
potè attuare il suo disegno. Vi attese Niccolò di Nola, al quale
Urbano V il dì 28 luglio 1370 scrisse un breve su questo argo-
mento (4).

Per le notizie finora esposte puossi meglio comprendere ed
in parle correggere quanto scrisse il Montemarte intorno a certi
fatti del 1386 (5). Egli narra che il cardinal di Manoppello, nomi-

(1) Epistolario di Coluccio Salutati, ed; NovATI, i7 Fonti per la Storia d Italia,
Roma, 1891, pag. 107.

(2) THEINER, II, 290.

(3) Regesti di Urbano V, tomo 261, fol. 21.a

(4) Riportato dal Besozzi, Storia di S. Croce in Gerusalemme, Roma, Salomoni,
1750, pag. 186. Qui si deve correggere l’ ADINOLFI, II, 265, che crede Napoleone morto
nel 1366, e fratello del conte di Nola.

(5) Cronaca inedita di Orvieto, pubblicata dal GuALTERIO, Torino, Stamp. Reale,
1846, pag. 56 e seg. Lo stesso errore di chiamar Cola fratello del Cardinale fu com-
messo dal PELLINI, Historia di Perugia, Venezia, 1664, I, 1355. ai

LE TRE FAMIGLIE ORSINI, ECC. . 109

nato vicario del Patrimonio da Urbano VI, fu assai maltrattato
a Narni da Baciolo di messer Giordano, il quale era suo zio. Ciò
si deve intendere di Bucio, il quale è detto zio del cardinale, per
ragione dell’età assai maggiore, poichè in verità egli doveva dirsi
cugino germano. Poi aggiunge che il cardinale mandò al papa
Cola suo fratello. Qui vi è certo errore o nel nome di Cola in
luogo di Ugolino, o nella indicazione di fratello data a Cola, il
quale sarebbe stato nipote, e non fratello, del cardinale. Infine ‘
dice che nel 1387 fu preso a Narni prigioniero dal cardinale un
Poncello, nipote carnale di Baciolo e fratello cugino del cardinale.
Queste affermazioni son vere, trattandosi qui di Poncello figlio
del primogenito di Bucio, cioè di Francesco.

Di Giovanni, primogenito di Napoleone, nacque certamente
un altro Napoleone, il quale al par dell’avo, ebbe la contea di Ma-
noppello ed il titolo di logoteta del regno. Egli nel 1390 fu man- -
dato ambasciatore dal re Ladislao al papa Bonifacio IX (Theiner).

Albero degli Orsini di Manoppello.

PONCELLO

Napoleone
lo conte di Manoppello
t 1369

i

| | EOS
Giovanni Tommaso Ugolino Francesco

già -- 1383 vivo 1365
Sp. Roasia . già 4- 1369
di Marzano
| ; *u
| io
Napoleone Nicola
1390

Torino, dicembre 1895.

FEDELE SAVIO.
F.

SAVIO

APPENDICE

n]

CARTE RELATIVE AGLI ORSINI

NELL’ ARCHIVIO DI CASA CAETANI A ROMA

——— 9 M — —

I. 1235 — Certificato estratto dai registri di Federico II che Costanza
Caetani era nepote di Teodoro Orsini signore del castello di
S. Marco, Terra Saracena ed altri. 04, 58.
II. 1266, dicembre 16 — Matteo card. di S. M. in P. vende a Gior-
dano, Rinaldo e Matteo Orsini figli del q. Matteo la metà del ca-
stello di Marino per 6,500 lire di provisini del Senato, delle quali
2,000 in denaro, e per il resto gli fu dato im solutum il castello
di Tivera, il casale di Palmarolo e l' orto del Torrone. 48, 6.
III. 1978 — Breve di Niecoló III per comandare all' Abate e ai monaci
di Terra Maggiore che nella questione col vescovo di Trivento
stiano alla concordia stabilita da Lucio suo predecessore ed obbe-
discano al comando della sede apostolica (usa del proprio nome
di battesimo). 94, 49.
IV. 1286 — Metto (Matteo?) Rosso de filiis Ursi vende a Napoleone,
Matteo ed Orso Orsini suoi nepoti per 12,500 fiorini d'oro le sue
ragioni sopra la Castelluecia ed altre terre nelle vicinanze di AI-
bano.- 48, 11.
V. 1291, aprile 12 — Matteo signore di Scarpa avendo già venduto al
card. Napoleone Orsini una metà del castello di Scarpa, gli con-
cede la prelazione nell’ acquisto dell’ altra metà. 47, 61.
VI. 1292, gennaio 31 — Il card. Napoleone Orsini dà procura a Ber-
toldo Labro per fare delle convenzioni con Margherita contessa
palatina. 48, .22.
VII. 1293, marzo 23 — Il Consiglio di Montalto di Castro delibera di
eleggere per un anno a potestà e protettore il card. Napoleone
Orsini. 47, DT.
VIII. 1297 — Il card. Napoleone Orsini rinunzia alla tutela ed esecuzione
del testamento di Orso Orsini marito di Margherita contessa pa-
latina. 4T, 54.
LE TRE FAMIGLIE ORSINI, ECC. 111

IX. 1305 — Testamento di Matteo di Rinaldo Orsini, col quale questi
instituisce eredi Orsello, Jannuccio e Poncello suoi figliuoli ecc.
48, 31.

X. 1305, gennaio 22 — Margherita Aldobrandesea contessa palatina di

Soana dona il castello di Pian Castagnaio al card. Napoleone
Orsini. 47, 55.

XI. 1307, agosto 15 — Guido e Jacobucco q. Francesco del castello di

Galera vendono al card. Napoleone Orsini il castello di Foglia in
Sabina per 200 fiorini d' oro. 48, 3.

XII. 1307 — Transazione fra il card. Napoleone Orsini e il Comune. di

Montalto di Castro che. promette di pagare in risarcimento dei
danni fatti 2,000 fiorini d’ oro. 41, 53.

XIII. 1308 — Manfredo di Vico prefetto di Roma vende il castello di
Fabbrica al card. Napoleone Orsini per 3,000 fiorini d' oro. 48, 5

XIV. 1308, agosto 22 — L' Abate di S. Salvatore di M. Amiata concede

in enfiteusi perpetua al card. Napoleone Orsini il castello di Pian

Castagnaio per il canone annuo di soldi 5 di denari cortonesi.

48, 4:

XV. 1309 — Procura fatta dall Università di Montalto di stare 10 anni sotto
il regime del card. Orsini Napoleone e di Orso Orsini. 47, 56.

XVI. 1316, ottobre 1 — Orso Orsini cede la metà di Montalto a Man-
TA prefetto di Vico. 41,:64. 48, 29.

XVII. 1316, settembre 15 — Transazione fra il card. Napoleone ed Orso

di Matteo di Rinaldo Orsini da una parte e la comunità di M.

Alto dall’ altra, la quale a -soddisfazione di una multa di 60,000

marchi d'argento cede il dominio e la proprietà de’ beni feudali e

allodiali. S 47, 48.
XVIII. 1316, settembre 10 — Sulla stessa materia. : 41, 62.
XIX. 1316 — Giov. detto vende al card. Orsini il easale Alborueci con

sua torre in distretto di Roma per 5,500 fiorini d' oro. 48, 283.

XX. 1318, maggio — Orso de filiis Ursi fa procura a Gio. Bobbone per
comparire innanzi a Napoleone card. Orsini, e dichiarare che egli
voleva obbedire ai suoi ordini e donargli come aui piaceva tutte,
o parte delle-terre e casali da esso Orso posseduti (si nominano).

: 94, 662.

XXI. 1318, dicembre 12 — Giacomo e Stefano Conti vendono i card.
Napoleone Orsini il casale Bonricovero e la torre di Bravis nella
parrocchia di S. Antonio per 2,000 fiorini d' oro.

XXII. 1321. — Nicola di Matteo di Angelo mercante del rione Campi-
telli vende a Orso Orsini per 1,500 fiorini d'oro varî palazzi, colon-

nati, case e botteghe nel rione Campitelli. 48, 28.

XXIII. 1329, settembre 14 — Il card. Napoleone Orsini dichiara di avere
acquistato da Francesco Gavellato diversi fondi, frai quali il castello
di Guardia di Orlando, e si obbliga a restituire il castello qualora
in tre anni gli si paghi la metà del prezzo. 47, 69.
F. SAVIO

XXIV. 1334, maggio 20 — Istruzioni date dal card. Napoleone Orsini a
Matteuccio di Poggio suo vicario nelle parti romane per ben am-
ministrare le terre e i beni che egli vi possedeva. | 48, 18.

XXV. 1336, luglio 16 — Sentenza del Rettore del patrimonio in Tuscia,
colla quale restituisce al card. Napoleone Orsini la metà del ter-
ritorio di Castelluccio ch’ egli godeva in passato pro indiviso colla
S. R. Chiesa. 47, 59.

XXVI. 1337, ottobre 5 — Bolla di Benedetto XII che ad istanza del card.
Napoleone Orsini ordina al Rettore del Patrimonio che lo informi
delle vessazioni fatte agli Orsini nell’ esercizio della giurisdizione

| sopra la metà del castello di Montalto. 48, 1T.

XXVII. 1350, luglio 16 — Protesta fatta da Giacoma Orsini ved. di Ni-
cola Caetani contessa di Fondi a nome anche di Onorato e Gia-
como Caetani suoi figli contro la scomunica lanciata dal card. Le-

.» gato Anibaldo per aver essi occupato la terra di Sezze. 41, 24.

XXVIII. 1352 — Copia di lettera d’ Innocenzo VI al vicario di Roma che

i verifichi i beni e diritti posseduti da Giordano e Rinaldo Orsini
nel territorio di Montalto. 41, 58.

XXIX. 1363, settembre 12 — Paolo e Bartolomeo Anibaldeschi vendono
a Rainaldo Orsini per 8,000 fiorini d’oro le loro ragioni sul castello
di Campagnano. ' 48,27.

XXX. 1364, agosto 17 — Giov. Caetani conte palatino vende Cerretello di
Ninfa a Rainaldo Ursi de ff. Ursi di Marino per 300 fiorini d'oro.

28: 5].:9

XXXI. 1366, settembre 30 — Paolo q. Angelo Malabranca vende a Ri-

naldo e a Giordano Orsini la quarta parte della rocca d'Astura

per 3,900 fiorini d'oro. 94, 63.
XXXII. 1367, maggio 20 — Id. della 4* parte della Villa S. Giorgio al

detto Orsini per 400 fiorini d’ oro. i 2,25.
XXXIII. 1368, maggio 14 — Id. della 4* parte della rocca d' Astura al

detto Giordano Orsini per 6,000 fiorini d'oro. 34, 60.

XXXIV. 1378, dicembre 2 — Bolla di Clemente VII (antip.) che concede
in enfiteusi a 3* generazione a Giordano Orsini la metà di Mon-
talto e il castello di Lariano per 80 fiorini annui. 50, 31.

XXXV. 1319, febbraio — Capitoli fra i fratelli Giordano Orsini del Monte
e Niccolò di Brusco Orsini da una parte e il popolo romano dal-
l’altra. BU. 47, 51.
113

DI ALCUNI ATTI

DEL NOTAIO

| GIO: CESIDIO DA GAVIGNANO

Il protocollo (1) del notaro Gio: Cesidio di Ser Giovanni da
Gavignano che abbiamo ritrovato nell’ archivio notarile di Calvi,
è un codicetto in 4° di carte 92 non numerate, ricoperto di
una pergamena che contiene un frammento del catasto di Ta-
rano in caratteri del XIV secolo e sulla quale si era scritto re-
centemente: Incognito di notaro e di anno. Reca pure in testa
alla prima pagina questa semplicissima intestazione: « In nomine
domini Amen. Hic est liber Instrumentorum ad-que rogatus fui
ego lohannes Cesidius Ser Iohannis de castro Gabiniani sabi-
nensis diocesis publicus imperiali* auctoritate notarius el iudex
ordinarius cum signo quo consuevi annis, indictionibus mensi-
busque diebus infrascriptis ».

Esso comprende gli atti dal 5 novembre 1485 al 10 gennaio
1488, e parecchi ci sembra possano interessare alla storia, spe-
cialmente quelli che richiamano fatti di molto anteriori all'epoca
del notaio. Esso infatti avendo assistito nel 1486 e ’87 il signor
Lorenzo di Gio: Francesco de’ Cerroni, del rione de’ monti in
Roma, dottore in legge, delegato da-papa Innocenzo VIII a de-
finire varie vertenze esistenti tra alcune comunità e signori della
Sabina, ci ha tramandato nei suoi atti le composizioni eseguite e
le sentenze pronunciate dal detto commissario, dalle quali si rac-
colgono notizie non solo della Sabina e di molti suoi castelli, ora

(1) Abbiamo ragione di credere che questo sia il secondo protocollo di Gio:
Cesidio. Sulla copertina del libro delle Rif. del Com. a. 1528-30 abbiamo trovato infatti
questa nota: « A primo protocollo notarii pubblici Io. Cesidii de Gabiniano Instrum.
« terminationis anno 1473 et ab altero Instrum. ecclesie maiori Sabinae anno 1487......
« annot. per me notarium Io. Bart. ».
114.5. 3 D. BENUCCI

distrutti, nel medio evo, ma indirettamente anche de' baroni ro-
mani che in Sabina ebbero più o meno contrastato dominio a
quel tempo. :

Molte notizie su questo soggetto raccolse sul finire del secolo
scorso il canonico Sperandio (1), e benchè di alcuni suoi docu-
menti sia dubbia l’autenticità ed egli stesso sovente sia stato

troppo ardito nelle congetture, l'opera sua non manca per questo :

d’esser notevole. Ci è parso quindi opportuno di tenerla presente,
. nè abbiamo lasciato di richiamarla, specialmente ove i nostri do-
cumenti vengono a correggere o ad illustrare quanto da esso fu
esposto.

Si trova negli atti di Giovan Cesidio la sentenza emanata dal
commissario pontificio Lorenzo de’ Cerroni in data 27 luglio 1486
sopra la questione sorta tra il comune di Rocca Ranieri e quello
di Concerviano intorno ai confini del tenimento del diruto castello
di Antignano, già incorporato a Rocca? Ranieri. Gli abitanti di
questo castello volevano avere assoluta giurisdizione fino al Rio
di Fonte Pasquale che mette nel Salto, mentre quelli di Concer-
viano affacciavano il diritto di pascolo oltre a questo confine e
verso ‘il Rio di Monte Piombarolo. A sostegno dei suoi diritti
Rocca Ranieri adduce: l'istromento di incorporazione di Anti-
gnano per mano di ser Nizio da Contigliano, « antiquitate fere
consumptus » e di cui l’anno, consunto del tutto, « infertur ab an-
tecedentibus annis quibus alia instrumenta fuerunt stipulata », e
cioè gli anni 1285, 1286 e 1287 ; una vendita di pascolo dal Hio
di Fonte Pasquale al Piombarolo fatta dal comune di Rocca Ra-
nieri ad uno di Concerviano ; la tradizione conservata « ab eórum
maioribus et a senioribus in seniores » che il loro castello fosse
edificato « a comite Raynerio nobilissimo viro de Ravenna » e da
lui appellato. In prova di ciò « ostendunt supra ianuam turris
ipsorum vetustissimam tabulam marmoris albi huiusmodi tenoris
sex versiculorum, videlicet: Cuniarius Raynerius hanc fortem.
erigit arcem-| vincens destruit Antignanum et Castra Iohannis |
Resistit pugnans forti manu imperatori | Germani fratres Ray-
nerius atque Iohannes | Imperio diviso amplectuntur ubique |

(1) Sabina sagra e profana, Roma, Giovanni Zempel, MDCCXC.

er
DI ALCUNI ATTI DEL NOTAIO GIO: CESIDIO DA GAVIGNANO 115

Semper et Arx hec deinde intacta remanstt ». Mancano, aggiunge
l'istromento di Gio: Cesidio, i documenti per stabilire il tempo
di questo avvenimento, ma resta memoria della guerra, nè si nega
dalla parte contraria che esiste nel monte contermino di detta
Rocca un luogo chiamato ancora « platea imperatoris ».

Ora se questo imperatore fu, come ci sembra ragionevole, Fede-
rico II, che, venuto a Rieti nel luglio del 1241 « [eam] sibi resi-
stentem invenit », e tosto si affrettò, chiamato dal cardinal Gio-
vanni Colonna, a Roma (1), questo conte Ranieri è lo stesso dei
Doc. I e LXXVI dello :Sperandio. Quest' ultimo noi abbiamo rive-
duto sull'originale, che si conserva nell'archivio comunale di Calvi.
E un verbale della Cerna di Calvi del 10 ottobre 1491, nella quale
è fatta menzione d'un antico istromento, dove il conte Ranieri
del fu Ranieri colla moglie Maria de Dompnigallia ed i figli Lam-
berto, Nicola, Bailardino, Adalberto, Lodovico e Guidone recessero
alla chiesa di Sabina i castelli di Altaino e Striano che da antico loro
apparlenevano. Non vi si fa menzione é vero dell'anno, ma che
non si sia lontani dall'epoca da noi supposta, ci conferma questo passo
del Doc. I dello Sperandio che si riferisce alle vendite di ghianda
fatte dagli antichi vicedomini di Sabina: « Et anno 1251 illustri
comiti d. Raynerio et illustri comitissaé dominae Mariae de Dom-
pnigallia coniugibus pro eorum vaxallis de Gabiniano, ut habetur
ex Rofrido de Faida scriniario Episcopien. »

Su questo documento fu bensi gettato il sospetto di falso, ma
da parte interessata a volerlo tale (2). Noi troviamo questa indi-
cazione corrispondere così esattamente agli altri nostri due docu-
menti che ad ogni modo ci pare di non dover più mettere in dubbio
l’esistenza di questo Ranieri di Conio in Sabina verso la metà
del secolo XIII. E, poichè questo conte era anche signore di Ga-
vignano, ci sorse spontaneo il dubbio se non appartenesse alla sua
discendenza un certo Giorgio, nominato appunto in Gavignano,

(1) Chron. Riccardi Sangermanensis, ap. MURATORI, R. I. S., t. VII. Federico
fu a Rieti anche nel 1233 a ricuperare ciò che i Reatini avevano conquistato del suo
regno. :
(2) Questo documento è una sentenza di restituzione in pristinum. dellà chiesa
di Sabina, lata nel 1431. Fu impugnato nel 1767 dalla Comunità di Torri contro il Pro-
curatore fiscale di Sabina specialmente per essere stato ritrovato nell' archivio di Cer-
chiara da un tal Serafini famoso falsario. ;
I DARE St D. BENUCCI

in un atto del nostro notaio. E anzi il primo che egli stenda come
cancelliere del Commissario pontificio (4), venuto a Gavignano
« deputatus et electus cum omnimoda facullate et potestate dero-
gandi et validandi quicquid olim a domino Petro Angelo de Ursi-
nis (2) factum fuit. de hereditate et. bonis. hereditariis. condam
domini comitis Georgii positis in pertinentia castri Gabiniani sa-

binensis diocesis », e che in tal qualità ed a nome anche degli Orsini

transige cogli eredi del detto conte il 2 giugno 1486.

Per quanto però noi non siamo ripugnanti dal crederlo, non
abbiamo certo prove sufficienti per riconoscere nel conte Giorgio
un Coniario. Lo. Sperandio (3) lo dà senz'altro per tale, ma come
figlio di Alberico da Barbiano, restauratore, secondo lui, di que-
sta famiglia dispersa. Al suo tronco, di conseguenza, egli attacca
anche gli eredi del detto conte, i fratelli Niecoló Sante e Pietro

Saraceno, i quali, insieme con tutti i loro figli maschi, nell’istro-

mento da noi citato, accettano in nome e da parle degli Orsini
“ciascuno la somma. di lire cento provisine che loro paga il Com-
missario d’ Innocenzo VIII, e rinunziano con ciò, in favore degli
Orsini stessi, tutti i loro diritti su quella eredità, obbligando in
caso contrario tutti i ‘beni ad essi pertinenti .« ex iure proprieta-
lis in tenuta Coltemonis seu tenimento diruti castri Tribuci et in
pertinentia castri Catini »: ;

Abbiamo riportato questo passo, perché ci indica i possedi-
menti di questi due signori proprio in que' luoghi che lo Speran-
dio ha fatto centro dei possessi de’ Coniarii in Sabina (4). Ma un
altro atto ci dimostra ancor più l’importanza di questi personaggi.

(1) È chiamato in quest’atto Lodovicus, ma il trovare scritto in tutti i succes-
sivi Lawrentius, colla stessa paternità e nella stessa qualità, ci fa dubitare d' una svista
del notaio.

(2).Del ramo di Castel S. Angelo (Vedi Bollett., vol. I, F. SAVIO, Simeotto Orsini
e gli Orsini di Castel S. Angelo).

(3) Egli pubblica sotto il n.o XXIII due documenti estratti dall’ archivio di Poggio
S. Lorenzo, dai quali si rileva come, ancora nel 1525, i figli di Niccolò Sante e Pietro
Saraceno affacciassero pretese sui beni del fu conte Giorgio comitis Cunii. — Nella se-
conda metà del secolo scorso (1762) un tal Ignazio Serafini intitolatosi Conte di Cuneo»
intentò lite alla casa Olgiati, subentrata nei possessi degli Orsini, per la restituzione
: dell’ eredità di questo conte Giorgio, presentando un inventario dei suoi beni dell'anno
1426. ‘Fu scoperto ch’ egli lo aveva falsificato servendosi di antiche pergamene da cui
aveva grattato i primitivi caratteri. La conoscenza del nostro documento avrebbe reso
vana la falsificazione. È

(4) Egli infatti pone in Catino la sede principale de’ conti di Conio in Sabina.
DI ALCUNI ATTI DEL NOTAIO GIO: CESIDIO DA GAVIGNANO 117

Esso è la sentenza emanata da Lorenzo de’ Cerroni addì 26 agosto
1487 tra Niccolò Sante e Pietro Saraceno da una parte e la co-
munità di Poggioperusino dall’altra, la quale negava ai detti fra-
telli il diritto di pascolo nel proprio territorio. 1 due signori
producono i patti stipulati col cardinal Baldassarre Cossa, legato:
pontificio, nel 1410, riconosciuti e confermati per placito di Mar-
tino V nel 1425, ne’ quali ai loro predecessori e a tutta la loro.
discendenza mascolina in perpetuo si accordava il privilegio di
essere « ubique locorum tamquam cives illorum. exstimandos »,
in compenso della cessione fatta alla Chiesa di molti loro domini (1).

Ora benché in questo atto si legga la paternità dei due fra-
telli, figli di un tal Domenico Sante da Catino, nè sapremmo come,
se lo Sperandio ne avesse avuto contezza, lo avrebbe fatto deri-
vare da Alberico da Barbiano (2), ci sembra evidente tuttavia che
costoro fossero eredi di una potente famiglia. Parentela avevano

(1) « Laurentius de Cerronibus.... cum.... bene perspexerit pactiones factas cum:
« condam domino Cardinali Baldassarro Cossa legato Bononie per apostolicam sanctam
« sedem Romanam anno domini Millesimo CCCCX, ac bene cognoverit placitum apo-
« stolicum olim sanctissimi domini Martini pape quinti felicis recordationis remmo-
« rantis (sic) anno domini Millesimo CCCCXXV dictas pactiones per quas patet apo-
« stolica romana acquisitio plurium locorum datorum et concessorum: per dictas pa-

-« ctiones apostolice sancte sedi Romane placitum fuit compensare predecessores.

« dictorum germanorum fratrum ipsorumque successores masculos usque quod per-
« duraverit eorum generatio masculorum ex eo quia eisdem datum et concessum fuit.
« ubique locorum tamquam cives illorum exstimandos fore et esse quibuscumque non |
« obstantibus et propterea eosdem habere tenere et possidere.omnia et singula iura
« que pertinent ad. predictos cives oppidanos atque terrigenas in universo dominio
« temporali prefate apostolice sancte sedis Romane, nec non etiam cognoverit statuta
« et leges dictorum hominum et Communis Podii predicti,se mature cum consilio: .
« plurium iuris peritorum prefata apostolica auctoritate facultate et potestate deter-
« minavit ad hanc diffinitivam sententiam et decretum tenoris. videlicet. Xristi. no-
« mine invocato nos Laurentius de Cerronibus etc. dicimus pronunciamus ac diffini- |,
« tive sententiamus et decernimus licitum fuisse-et esse prefatos germanos fratres
« Nicolaum Sanctem et dominum Petrum Saracenum ipsorumque successores masculos
« ducere duxisse ac ducturos fore et esse per se vel per alios nomine ipsorum pro-
« prias capellas oves et alia animalia que sint et fuerint de iure proprietatis eorum
« ad pascendum in Montibus pertinentibus ad Commune et homines Castri Podii pe-
« rusini simul cum eisdem tamen hominibus usque quod eorum protenditur tenimen-
« tum iuxta confines designatos per olim dominos Bertuldum et Robertum de filiis
« Ursi ». : ; :

(2) Lo Sperandio sostiene anche che tutte le principali. famiglie romane, Or-
sini, Savelli, S. Eustacchio, etc., avessero comune l'origine coi Coniari. Ora nel nostro
istromento trovava questo passo..... « Bertuldum et Robertum de filiis. Ursi eiusdem
« generis cuius sunt prefati germani fratres... ». La, sentenza è emanata « in domo
olim predictorum dominorum Bertuldi et Roberti de filiis Ursi et nunc civitatis Rea-
tine vel eius Communis » posta in Poggio Perusino.
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118 i ; D. BENUCCI

anche coi conti di Marerio, giacchè loro pro-ava era stata l’ illu-
strissima signora Filippa, figlia del conte Nicola di Marerio,

come si rileva dal testamento di un conte Nicola di Marerio giu-

niore, contenuto nel nostro protocollo. Questi, anzi, appunto
perciò, lascia ai due fratelli e a tutti i loro discendenti maschi
in infinito venti rubbia di terreno nel tenimento del diruto
castello di « Vulghe recte » (presso Ascrea e Castelvecchio)

oltre al possesso in comune e « pro indiviso » coi suoi figli dell' in-

tero tenimento di esso castello, « prout habitum fuit a venerabili
Monasterio farfensi » (1).

Era però ormai finito il tempo delle signorie particolari e-già
dagli alti menzionati appare come tutti questi nobili, ne’ luoghi di
cui i loro predecessori avevano il dominio, si contentassero di
restare cittadini doviziosi. Più grosse e potenti famiglie ormai li
soverchiavano, e tra queste vediamo spandersi per Sabina, ove
avevan sempre tenuto un piede, gli Orsini, ora col favore ora a
dispetto de’ pontefici.

Già vedemmo come Pier Angelo avesse occupato i beni del
conte Giorgio in Gavignano ed agli eredi di costui fosse parso
conveniente accettare un’indennità in' danaro; un altro atto di
Giovan Cesidio ci mostrerà. come si comportasse Paolo Orsini in
Catino (2), di cui s'era fatto signore. I catinesi gli avevano ven-
duto nel 1480 per 1,600 fiorini d’oro ‘le legna dei loro boschi, e
non vedendo arrivare ancora il pagamento, avevano ricorso al
pontefice. Lorenzo de’ Cerroni è il commissario che viene a giu-

(1) Il testamento é fatto in Calvi ove il conte Nicola giaceva infermo in casa di
ser Marco Mattei [de' Marescotti] il 10 marzo 1487. Egli lascia, tra gli altri legati,

due cavalli per ciascuno a Troilo Orsini, Pietro. Colonna e Pandolfuccio Savelli, no-:

mina i due primi suoi esecutori e fidecommissari e riparte in tal modo l’ eredità tra
i suoi cinqne maschi: i possessi di Castelvecchio, Vallecupola ed Ascrea a Francesco;
quelli di Corbario e Villa a Giovanni e Filippo; quelli di Castel Colle; Borgo, Casaprota
e Rocca Sinibalda a Tommaso e Gentile. Tutti loro istituisce eredi universali nella
contea di Marerio e ne' castelli del contado equicolano secondo il placito del Re Carlo
di Sicilia del 14 giugno 1265. Alle due figlie stabilisce cinquanta fiorini d'oro di dote.

(2) È lo stesso che finì miseramente per le mani del Borgia (BARBIELLINI AMIDEI,
Il barone Ferreoli). Noi abbiamo trovato nell’archivio notarile di Calvi, negli atti di Mat-
teo de' Marescotti, un biglietto di Gio. Paolo Orsini, conte d' Atripalda, scelto arbitro tra

* Organtino Orsini come Signore di Monistero e Vacone, e la Università di Configni,

dato da Poggio Catino il 18 gennaio 1487. È senza dubbio lo stesso personaggio, figlio
del cardinale Latino. Apparteneva al ramo dei conti di Tagliacozzo, i quali ebbero.
anche la contea d' Anguillara.
DI ALCUNI ATTI DEL NOTAIO GIO: CESIDIO DA GAVIGNANO 119

dicare anche di questa vertenza, ed alla sua presenza, il giorno
25 agosto 1486, Troilo Orsini riunisce appunto perciò, nelle forme
consuete, il consiglio di Catino (1). Ivi, dopo aver dichiarato che
ognuno era libero di dire il suo parere, si lagna che i catinesi
abbiano ricorso al papa per esser pagati dal signor Paolo, suo zio,
quando questi e il cardinal Battista, abbate commendatario di
Farfa, tanto li avevano aiutati contro il comune di Poggio Mir-
teto, ed oltre a ciò avevano già pagato 200 fiorini d’oro al co-
mune di Poggio Catino (2): esser perciò « liberam ipsorum gra-
titudinem et debitum, amor amore pacandus [sic] ». ;

Il consigliere ser Antonio Marozzi risponde mostrando le ne-
cessità di Catino, ed ottiene che i signori Orsini paghino almeno
500 fiorini d'oro, che il signor Troilo versa immediatamente nelle
mani del camerario del Comune. Nel discorso di ser Antonio
sono riassunte le vicende di Catino nel XIV secolo (3). Il passo

(1) Si noti che il primo dei consiglieri nominati é Ser Pietro Saraceno.

(2) « Notandum est quia non fuit ab ipsis hominibus et Commune Catini expres-
« sum quod anno MCCCCLXXXI et sequentibus annis tam. prefatus d. Paulus quam
« Reverendissimus d. Baptista diaconus Cardinalis de Ursinis Commendatarius Abbas
« Monasterii Farfensis multum auxilium et operam dederunt predictis hominibus et
« Communi Castri Catini in litibus, causis, questionibus et controversiis inter eosdem
« et inter homines et Commune Castri Podii Mirteti sopra terminationem proprietatis
« Montium; nec etiam expressum fuit quod prefatus dominus Paulus dedisset bis centum
« florenos auri Communi et hominibus Castri Podii de Catino etc. ».

(3) « Quibus omnibus et singulis bene auditis et intellectis, surrexit in pede reve-
« rentia qua decet Ser Anthonius Marotii et suum. consilium ad omnium libitum et
« arbitrium proponendo dixit: Non ignorari nec negari beneficia et patrocinium tam
« domini Pauli de Ursinis quam domini Cardinalis Baptiste ac decere futuros esse gra-
« tos, sed rememorandum est omnibus quod nostri predecessores homines de Catino
«usque quo » (Sembra veramente il segno del quia. A noi pare di dover leggere: usque
a quo. Infatti nel doc. prima citato ove. vuol intendere: /ino a che, è scritto chiara-
mente: usque quod) « seipsos dederunt et subposuerunt apostolice sancte sedi Ro
« mane nimiam diminutionem et dampna sustulerunt a malo in peius etiam ad esse
« subpositos domino Theobaldo de sancto Eustachio facto proprio vicario apostolico
« temporali Castri Catini et ipsius hominum, qui per patrocinium et potentiam do-
« mini imperatoris Heynrici voluit minuere vires et actionem et auctoritatem predi-
« ctorum hominum de Catino cum fecisset et obptinuisset homines Podii de Catino
« fore et esse Commune separatum et distinctum a nostro Communi et universitate
« prout est et fuit. hoc pluries assertum et probatum contigisse anno domini mille-
« simo CCCXij, ob quod ipsi predecessores nostri ut assueti ex origine ad imperium
« supra omnia Castra. que erant in antiquo. territorio illorum non substulerunt se
« ipsos subponere perpetuo vicario apostolico temporali et dicto domino Theobaldo,
« cum quo pacificati fuerunt. per opus germanorum fratrum dominorum Iohannis et
« Sciarre de Columpna; non minorem diminutionem et àfflictionem attulerunt bella
« seu guerre que fuerunt inter Guelfos et Ghibellinos, et nunc etiam fertur non esse
« pacatos de agabello et venditione lignorum in montibus iuris nostre Communis pro-
D. BENUCCI

principale è quello che si riferisce a Teobaldo di S. Eustachio.
Costui, ottenuto il titolo di vicario perpetuo di Catino (forse
dal primo de’ pontefici che prese stanza in Avignone), favorendo
gli imperatori, intese a farsene addirittura un possesso. Perciò,
dopo aver sminuito i privilegi de’ calinesi, coll’intento d’indebolirli,,
ottenne da Enrico VII che Poggio Catino, che prima da loro di-
pendeva, formasse un comune distinto. A questo punto non resse
la pazienza de’ calinesi, i quali piü non sostennero d'esser sot-
toposti al prepotente barone; ma egli, come ghibellino, molto pro-
babilmente anche prima che la venuta di Lodovico il Bavaro a
Roma desse baldanza al suo partito (1), per. mezzo di Giovanni
e Sciarra Colonna (2), fu rappacificato coi calinesi.

Nel 1477 tornò Catino alla S. Sede (e Sisto IV lo vendè a
Rieti) essendosi colla morte di Luigi estinta la discendenza. dei
S. Eustachio. Essi possederono in Sabina anche il diruto ca-
stello del Monte de’ figli d' Ugone (Monte Fiolo), che Giovanni ed
Agapito. fratelli, sulla fine del secolo XIV, donarono ai preti mi-
nori di Aspra con atto ‘di ser Sabba di Cola Barberi di Monte
Santa Maria, scriba del monastero farfense. Ciò sappiamo da un
altro istromento di Giovan Cesidio, in data 14 settembre 1487,
ove è detto come, estinta la discendenza dei S. Eustachio, papa
Innocenzo VIII, « ob defectum dictorum presbyterorum », nomi-
nasse amministratore apostolico del castello del Monte de’ figli
d' Ugone Giacomo di Battista Savelli, signore di Palombara Sabina, e
come il suo procuratore, Accursio « condam domini Arnoldi » di

« prietatis nec nostrum Commune et universitas habet et possidet nunc aliud bonum
«a quo possit habere fructum et utile quod habet et habuit in solis dictis montibus;
« nec minus ob.reverentiam et ob gratitudinem beneficiorum receptorum et ob plu-
« res etiam obtentas gratias apud sanctissimum dominum nostrum papam videtur esse
« bonum omnes predictos socios homines congregatos et coadunatos ut supra vocari

« se contentos et integre pacatos dummodo statim dentur et tradantur nostro Com-
« muni Catini quinque centum florenos auri.ad rationem .l. sollidorum pro quolibet.
« floreno, cum sint omnes constituti in magna necessitate propter RXDensaS in litibus.

« retroactis et ob penuriam et mala tempora ».
(1) Tebaldo fu tra i baroni.che addestrarono il Bavaro nell’ entrare a Roma (Grov..

VILLANI, X, 54). Non ostante questa ribellione de’ Catinesi, i successori di Teobaldo:
fecero anche di peggio; specialmente Troilo, finchè non fu ucciso da un ministro.

(Vedi MoRoNI, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica).

(2) Sciarra Colonna fece nel 1314 la. pace tra Terni e Narni. Egli ebbe in questo:
secolo molta parte nelle vicende dell’ Umbria (Vedi Bollett., vol. I, G. PARDI: Due paci:

tra Terni e Narni etc. e Relazioni d? Amelia, col Com. di Roma ete.).

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FEUVERIM ANN II

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EONULATTETUETINOTRUESENEUR DH FIAT DI ALCUNI. ATTI DEL NOTAIO GIO: CESIDIO DA GAVIGNANO. ‘ 121

Cantalupo, agabellasse a Nicolò de’ Buccamazi di Scandriglia l'er-
batico di detto castello, del quale sono designati i confini.

Un altro documento interessa specialmente la storia del mo-
nastero di Farfa, ed è molto curiosa la notizia che si ha nel li-
bello supplice degli abitanti di Castelnuovo, circa la fondazione,
forse leggendaria, di questo: castello, fatta da uomini condotti dal-
l'oriente e convertiti alla fede cristiana dal monaco Raniero (1).

Già da gran tempo il monastero.aveva perduto il suo antico
lustro per opera specialmente di Bonifacio IX papa, che spogliati
i monaci delle loro terre ne aveva investito col titolo di abbate com-
mendatario il suo nipote ex sorore Francesco Carbone detto an-
che Carbonacci o Tomacelli. Oramai fin dal 1420 l'abbazia non
aveva fatto che passare d’uno in un altro Orsini, quasi fosse un
loro feudo, e come si comportasse il cardinal Battista, quinto
abbate di questa casa, si può vedere dal nostro documento in data
13 settembre 1487 (2). A noi ‘nel pubblicarlo parve quasi di compiere

(1) « In primis tenor predicti. supplicis libelli prout apparet talis est videlicet :
« Universitas et homines Castri novi de abbatia farfensi, maxima humilitate et ea
« summa qua decet reverentia supplices, consultis ipsorum senioribus prudentibus.
« viris, die nona currentis Mensis Martii hoc anno domini Millesimo CCCCXXX, per
« manum Ser Johannis Anthonii publici notarii de Podio sancti Laurentii, precantur
« omnes et singulos venerabiles et Religiosos viros dominos Monachos et Conventum
« venerabilis Monasterii farfensis, ut ipsi memores sint predecessorum seu primorum
« hominum Castri novi, qui ex orieute ad sanctissimam Xristi fidem conversi per no-
« bilissimum farfensem Monachum Raynerium et ducti in hanc farfensem partem,
« habuerunt et receperunt a pietate Monachorum predecessorum tenimenta dirutorum
« Castrorum Agelli et Caballarie ad se sustentandum laboritiis, velint nunc omnes pre-
« dicti venerabiles domini Monachi, quovis titulo, dare et concedere predictis univer-
« sitati et hominibus quiequid maius videtur oportunum ad necessitatem pascendi
« propria animalia a-Petris fixis usque ad Rianam, promictentes quiequid eisdem do-
« minis Monachis placuerit fieri habere pro gratia quam Deus ipsis inspiret etc. ».

(2) « In nomine domini Amen. Anno domini Millesimo CCCOlxxxvij indictione
« quinta pontificatu sanctissimi in Xristo patris et domini nostri domini Innocentii
« divina providentia pape octavi Mense septembre die decima tertia. In presentia mei
« notarii et testium subscriptorum ad hec specialiter rogatorum venerabilis et Religio-
« sus vir dominus frater Dionisius de Francia cellerarius Monasterii farfensis sancte Marie
« non vi coactus nec dolo vel errore et-aliqua deceptione ductus sed ex eius certa
« scientia liberoque arbitrio et propria spóntanea voluntate tam nomine suo quam
« vice et nomine omnium Monachorum dicti Monasterii farfensis ipsiusque Conventus
« absentium tamquam presentium ex ipsorum vive vocis oraculo ad perpetuam rei
« memoriam traditur factum et. facta predictorum Monachorum et Conventus Mona-
« sterii farfensis ne in posterum successores in dicto Monasterio maiori colludio et
« dolo sufferant dampna et preiudicia ob magnam dolosam diminutionem et conver-
« sionem antiqui Manualis seu territorii diruti Castri Acutiani in tenimentum et per-
« tinentiam dirutorum Castrorum Agelli et Caballarie quicquid a Riana versus teni-
« menta dictorum dirutorum Castrorum Agelli et Caballarie erat et fuerat semper per-
D. BENUCCI

la volontà di que’ monaci, che della loro protesta contro gli atti
del prepotente abbate vollero lasciar memoria per mano di ser
Giovanni Cesidio, quasi un ultimo grido levato contro il cardinal
Battista, che poco di poi li spogliava anche del castello di Sali-
sano, ultimo rimasto alla mensa de’ poveri frati (1).

Chiudiamo lo spoglio del protocollo di Giovanni Cesidio da

Gavignano facendo qui appresso breve menzione di alcuni altri

istromenti che contengono qualche notizia utile alla storia parti-

colare de’ luoghi della Sabina.

tinentia seu manualis et tenimentum dicti Monasterii farfensis proxima usque tem-
pora retroacta; iuravit ad sancta/ dei eangelia (sic) corporaliter habens in suis ma-

nibus scripturas omnes et singulos Monachos dicti Monasterii farfensis fuisse et esse:

violenter inductos atque coactos ab auctoritate et potestate Reverendissimi domini
Cardinalis diaconi Baptiste de Ursinis Commendatarii abbatis Monasterii farfensis
ad dandum et prestandum eórum consensum instromento quo manu Ser Jacobi pu-
blici notarii de Podio Mirteto die octava proxima preterita nomine falso tenimen-
torum (sic) Agelli et Caballarie incorporata fuere et locata ad centum annos univer-
sitati et hominibus Castri novi sabinensis diocesis de abbatia farfensi, cum [non] es-

set eisdem Monacis nec pro omni eorum iure permissum se ipsos apposituros fore

et esse reservationes in dicto instromento appositas ad servandum in integrum pro-
pria iura predicti Monasterii, prout melius patet a presentibus duobus: testibus: ad
perpetuam rei memoriam examinandis in hoc instromento . videlicet . nobili et sa-
pienti viro domino Accursio condam domini Arnoldi de Castro Cantalupi sabinensis
diocesis eximio legum doctore et nobili viro domino Nicolao condam domini Iohannis
de Bucchamatiis de Scandrilia. Quorum examinatus ad perpetuam rei memoriam
dictus dominus Accursius an ipse sciat quicquid proxima preterita die octava
Mense septembre contigisset inter Reverendissum dominum Cardinalem Baptistam
ex parte una et inter Monachos Monasterii farfensis ex parte altera, iuravit ad sancta
Dei evangelia corporaliter tactis scripturis noluisse prefatum dominum: Cardinalem
Baptistam admictere dictis Monachis quod in istromento nove locationis et. incor-
porationis tenimentorum Agelli et Caballarie mentionem aliquam fieri esset de quo-
dam supplici libello quo Universitas et homines Castri novi anno domini Millesimo
CCCCXXX, consultis ipsorum hominibus postularunt eisdem concedendum fore et
esse ius pascendi quolibet titulo Monachis placuisset ultra Petras fixas usque ad
Rianam; nec etiam instromentum inseri quo patet nova affixio Fixarum Petrarum
avulsarum facta anno domini Millesimo CCCClxxvij; sed omnino inopinanter et sta-
tim predictos Monachos facere locationem novam dictorum tenimentorum hominibus
et universitati Castri novi ad placitum et iuxta voluntatem prefati, domini Cardi-
nalis sic omnino volentis iubentis et suam auctoritatem et potestatem contra predictos
Monachos iactantem iactantis ». Nell'atto di reaffissione di termini del 1477 é ricor-

data la terminazione eseguita nel 1345, quando lo stesso tenimento era stato locato
all’ Università di Castelnovo dal monaco Arnaldo, amministratore del Monastero.

(1) Il Castello di Salisano fu ‘ceduto all’ abbate Commendatario con Bolla di Ales-

sandro VI del 29 agosto 1492, ed i monaci ricevettero in compenso S. Maria in Canneto

colle sue dipendenze (BARBIELLINI-AMIDEI, Op. cit.).

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DI ALCUNI ATTI DEL NOTAIO GIO: CESIDIO DA GAVIGNANO ©’ 193

1486, 12 febbraio. — Affitto del pascolo di Rocca Teobaldesca del-
l'Abbazia farfense. Vi sono descritti i confini del tenimento e si eccet-
tuano i seminati del Monastero e degli uomini di Castelnuovo. Atto in
Rocca Teobaldesca. i |

1486, ( maggio. — Testamento di un certo Corasio del fu Ayghio,
armeno, malato nell'ospizio di Farfa, che laseia gemme e tesori al Mo-
nastero ed,ai poveri.

1486, 8 luglio. — Transazione tra frate Fasticardo. dell'ordine di
S. Agostino economo del Convento della Santissima Trinità, ora di S. Ma-
ria, in Ponticelli, e i compratori delle ghiande del bosco lasciato al con-
vento dal conte Giannicola Virroeco. Costoro non avevano mai pagato
per negligenza dei famigliari dell’ illustrissimo signor Francesco di Rai-
mondo degli Orsini che era stato lasciato amministratore dal conte Vir-
rocco. Atto in Offeio. Assiste come testimonio Lorenzo de’ Cerroni.

1486, 22 luglio. — Sentenza del commissario Lorenzo de’ Cerroni
nella questione vertente tra i Comuni di Castelvecchio, Mirandella ed
Ascrea. Gli uomini di Castelvecchio esibiscono un lodo di Giovanni di
Fara, arbitro tra l’ Abbate del Monastero di S. Salvatore maggiore e i
signori Braccio e Filippo coi loro nipoti Nicolò e Francesco di Marerio
nell’anno 1312; il Comune di Mirandella un lodo del 1289 fatto da Ni-
coló di Gianni Cola Colelle da Rieti tra esso Comune e il Monastero ai
S. Salvatore suo padrone da una parte, e il Comune d’Ascrea e i si-
gnori Oddone ed Andrea fratelli suoi padroni dall'altra; il Comune
d’ Ascrea presenta lo stesso lodo e l'istromento in. cui fu confermato
nel 1315 da Poncello de Buccamazi di Scandriglia.

La sentenza entra ne’ più minuti particolari circa ai confini e alla
giurisdizione dei tre Comuni. Atto presso l' eremo di S. Angelo nel Monte
Namnea.

1486, 11 agosto. — Sentenza dello stesso (come commissario del re
di Sicilia) tra i Comuni di Gergenti e S. Angelo in Equicolis per que-
stione di confini. Si richiamano le regie lettere di re Carlo del 22 giu-
gno 1265 per mano del cancelliere Stefano di Roano, da cui si rileva
la sentenza lata e la terminazione fatta in quel tempo da Tommaso di
Marerio. Atto in plano Mandrilium.

1487, 25 gennaio. — Componimento di Orso di Giovanni Orsini, si-
gnore di Striano, pel pascolo di questo castello venduto ai Calvesi. Atto
in Calvi. i :

1487, 1? settembre. — Don Farolfo del fu Ser Giovanni Cole Futii
da Toffia, canonico di S. Sabina, apostolico economo ed amministratore
della chiesa Foronovana, eletto e deputato da Innocenzo VIII alla rifor-
mazioue e restituzione della detta chiesa, elegge suo legittimo procura-
D. BENUCCI

tore il nobil uomo Roberto del fu Landone Lotti da Toffia, « ad obbligan-
dum et agendum ut omnes universitates Communia et homines Castrorum
oppidorum et locorum qui et que existunt et sunt a flumine Tyberis
usque ad flumen seu Rivum vel lagiam Kalendini et usque ad culmina.
Montium ut aqua pendet versus diocesim sabinensem et tenimentum ca-
stri Tancie in integrum obligentur omni meliori modo ad illa antiqua.
regalia et imperialia quibus antiquitus ad dationes prestationes pensio-
nes et responsiones in quolibet anno tenebantur et adhuc usque etiam

aliqui tenentur et communiter vocitantur de comitatu sabinensis ecclesie:

maioris esse (1) », non che a riscuotere locazioni, censi, frutti, decime, ecc.
spettanti alla chiesa, ai suoi canonici e dignità come spettava antica-
mente alla detta chiesa; « cuius veneratio et devotio ab antiquis tempori-

bus memoranda ad nostra usque tempora manet apostoli sancti Petri in .

Ursaciana domo Foronovano episcopio », ed a sostenerne il regime con mero
e misto imperio « supra et intra et extra Podium episcopii ». Atto in
Tarano: :
Calvi dell' Umbria, dicembre '95.
D. BENUCCI.

(1) Anche questo passo concorda pienamente col Doc. I dello Sperandio piü volte:
citato e ribatte anzi alcune delle accuse sulla sua falsità.

MORTA:

Licenziavamo le bozze, quando ci è pervenuto Il Comune di Nurni nel sec. XIIT
del prof. TERRENZI (Terni, Alterocca, 1895). L'istromento di cessione del castello dî
Striano, fatta al Comune di Narni nel 1238 da Pietro de Capite, pubblicato dall'A., non
sembra in accordo col documento di cui si ha memoria nella Cerna di Calvi del 1491,
da noi citata, o per lo meno colla data a cui son riferiti il conte Ranieri e Maria Don-
nigallia nel documento dello Sperandio. Non mancheremo di fare ricerche in proposito..

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POMPEO PELLINI
AMBASCIATORE DELLA CITTÀ DI PERUGIA A PAPA GREGORIO XIII

Antico e non mai spento desiderio degli studiosi è quello di
potere un giorno ritrovare di Pompeo Pellini, di questo erudito
e coscienzioso narratore della storia di Perugia, quella parte delle
sue istorie che per alcune vicende tipografiche e in mezzo ai casi
domestici dei suol discendenti, andó. miseramente smarrita. E se
mai da qualche vetusto e abbandonato armadio delle nostre antiche
famiglie patrizie, se da qualche ripostiglio non bene esplorato di
biblioteche o di archivi nostri, potranno uscire alla luce dispersi
o non conosciuti frammenti della antica storia e letteratura peru-
gina, pochi al certo sarebbero cosi pregiati e giungerebbero tanto
desiderati, quanto quelli che ci permettessero di riempire la consi-
derevole lacuna lamentata nella storia del nostro cinquecentista (1).

Ed è facile comprendere la vivezza di tal desiderio quando si
noti che non v'ha storica narrazione piü veritiera e diligente
della sua: nè, chi vuole addentrarsi nello studio e’nella ricerca
della storia locale, potrebbe avere guida più coscienziosa e si-
cura. Non spetta certo al Pellini, per l'acume politico o per lo
splendore della forma, uno dei primi post fra gli storici del cin-
quecenlo, ma niuno forse fu così esallo e minuto e scrupoloso ri-

"essitore della storia della propria città. sulle fonti antiche, sulle .

carte e sui libri giacenti nei patri archivi.

Ebbi anch’ io più volte l'occasione di. verificare la indefettibile
precisione delle sue parole, confrontandole col testo degli antichi
statuti o delle riformanze. Ricordo fra le altre, che il compianto
Ariodante Fabretti nelle sue ricerche di documenti per la storia
degli ebrei e della prostituzione e sulle tariffe doganali dell’antico

(1) « Dell’ Historia di Perugia di POMPEO PELLINI (parte I, II, III) nella quale si
contengono oltre l' origine e i fatti della città li principali successi d'Italia per il
corso d'anni 3525. In Venetia MDCLXIV appresso Gio. Giacomo Hertz ».
126 i \ (A; BELLUCCI -

stato perugino, studî che ei riprendeva dopo i suoi monumentali
lavori sulle nostre antichità italiche come diversorium di una vita
mirabilmente operosa: ricordo dico, che il venerando vecchio. per
lo più. procedeva nella ricerca contronotando sulle storie del Pel-

lini tutte le menzioni, tutti i fuggevoli accenni relativi all'argo-
mento che studiava. Ebbene: neppure una delle citazioni tratte I
dal Pellini fu trovata non rispondente al. testo. degli statuti o
delle riformanze, nell’anno e nei giorni indicati da lui (1).
Del Pellini quindi, più che ritessere la biografia sarebbe im-
portante ritrovare la parte smarrita delle sue istorie. È
| Giova per altro ricordarlo in qualche fatto memorabile della
vita sua, specialmente quando si consideri che niuno ancora si ac- ;
cinse a scriverne con larghezza. È
Dell’incarico di governare Cascia, fecero menzione fra gli |
altri e il Mariotti (2) e il. Fabretti (3). Io ora rendo nota so-
lamente una lettera della Camera Apostolica di Roma al vice- |
tesoriere di Perugia, ove si accenna a questo ufficio affidatogli dai |
Reggitori del Comune.

Dai libri dell'archivio della Camera Apostolica di Perugia.

*

Lib. XIV, fol. 29.

Al magnifico amico carissimo messer Aldieri della Casa vicetheso-
riere di Perugia. |

Magnifico amico carissimo. Come dovete sapere, del mese di Marzo |
1564 fu scritto da mons. Illiho et Revermo signor mio il cad. Borromeo, |
et ancho da me di volontà di N. S., che si dovessero pagare agli offitiali |
di cotesta. Prouintia quelle medesime prouisioni che soleuano auere auanti
che se leuassero le legationi. Hora pretendendo messer Pompeo Pellini,
quale alhora si trouaua al gouerno di Cascia, di restare creditore di qua-
‘ranta cinque scudi in circa, per compimento della sua prouisione del
tempo che egli dimoró in quel gouerno, non ho potuto mancare di dirui
come faccio con questa, che uogliate riuedere bene il conto d'esso messer
Pompeo; et trouando che egli resti ueramente creditore, dobbiate sodisfarlo

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I

(1) ARIODANTE FABRETTI « Cronache della Città di Perugia » volumi quattro,
1887-92, tipi dell' editore; e « Documenti di storia perugina » volumi due.

(2) « Saggio di memorie istoriche, civili ed ecclesiastiche di Perugia e suo con-
tado. — Opera postuma di ANNIBALE MARIOTTI, Perugia, Baduel, 1806 ». (Vedi la dis-
sertazione proemiale).

(3) « Archivio Storico Italiano. Prima serie. Vol. XVI, parte II ».

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POMPEO PELLINI AMBASCIATORE, ECC. . 127

di quanto giustamente se gli deue, con pigliarne le debite giustificationi,
con le quali ui sarà fatto tutto buono: et a voi mi raccomando. Di Roma.
il di 21 d'Agosto 1565.

Ma di ben maggiore importanza fu l'ufficio di ambasciatore
dei Perugini a Gregorio XIII, commessogli dai Dieci Priori che
nel gennaio del 1575 reggevano il Comune: e mostra in qual conto
di uomo prudente, di accorto ed esperto negoziatore, fosse il Pel-
lini avuto. dai concittadini (1). :

Non trovando che di questa ambasceria abbiano fatto, ri-
cordo né il Mariotti, nè, il Fabretti, né-altri, io rendo ora di
pubblica ragione, come tratto inedito e non conosciuto della bio-
grafia di Pompeo Pellini, le istruzioni a lui date, per ordine dei
Priori, dal loro cancelliere, da quel Sante Pellicciari cioè, ricor-
dato nella « Bibliografia » di G. B. Vermiglioli, come autore. di
una cronaca di Perugia, esistente manoscritta presso il Mariotti (2).

Ma siffatto documento merita attenzione anche sotto altri
aspetti. i

Chi volesse prendersi il gusto di conoscere di che natura e di
che forma fossero le relazioni, nella seconda metà del secolo XVI,
fra la Curia Apostolica e le città assoggeltate e omai facenti parte
dello Stato della Chiesa; chi volesse vedere fino a qual punto
l'antico Comune perugino fosse omai asservito a Roma; non
avrebbe che a gettar gli occhi sopra documenti simili a questo.
La riottosa Perugia, la pervicace difenditrice delle proprie franchigie

(1). Altre notizie biografiche intorno a P. PELLINI, si trovano nello stesso volume
degli Annali. Dalla c. 65 t. si trae che ebbe 20 scudi di indennità, e dalla c. 75 t.
altri 5, per le spese della ambasceria. Dalle c. 66, 67 e \passim si apprende che fu
Priore; e dalla c. 76 t., che egli come Procuratore e Sindaco della città, per prov-
vedere a certe indigenze, pose sui beni della città posti in Monte Malbo un censo an-
nuo di 225 scudi.

Dall'Archivio della Congregazione di S. Martino, sotto l'anno 1579, nel libro che
ha per titolo: « Libro delle adunanze della compagnia degli infermi miserabili di

^ Perugia dal 1576 al 1643 » si ha che il PELLINIfu nominato Vicepriore della compagnia.

(2) Vedi fra i mss. del Nuovo Fondo del mio « Inventario dei mss. della Comu-
nale di Perugia ». La Cronaca del PELLICCIARI venne poi, probabilmente colle carte
MARIOTTI, alla Comunale. Reca questo titolo : « Memorie di cose successe in Perugia ».
Sono per lo più brevi notizie sulle feste e sui funerali. più solenni. A. questa prima.
scrittura ne tien dietro un'altra: « Ordine et modo di procedere dei signori Priori
di SANTI PELLICCIARI Cancelliere ». La sua Cronaca comincia e finisce cosi: « Morte
dell’ Illrha signora Giovanna Bagliona della Corgna Marchesa di Castiglion Chugino,
1571, a di viij di Gennaro | quando li M. S. P. staranno..... ». Nei Libri submissionum
A.

BELLUCCI

e delle proprie autonomie, omai sta per addormentarsi nell'igna-

via del sei e del settecento: la Guerra del Sale, episodio epico-

nella storia di questo popolo, é stata l'ultima manifestazione di
gagliardia, l'ultimo scatto di fiera indipendenza contro il dominio
dei Pontefici: omai sul frontale del Forte Paolino, di quel bello
e gigantesco arnese di guerra eretto dal Sangallo per ordine di
papa Paolo III, si legge la memoranda epigrafe: Ad reprimendam
Perusinorum audaciam. x

Come vien fatto di ripensare a tulto ció, mentre, scorrendo
coll’occhio il documento che viene appresso, si vede in che stretti
lacci di dipendenza, anche nelle più minute occorrenze del vivere
civile, omai Perugia e le altre terre della Chiesa si trovassero
per rispetto a Roma! I dieci Priori, î Decemviri, come i cronisti
romanamente li appellano, la. magistratura sovrana dell’antico
stato perugino, domanda con diplomatica. unzione l'assentimento
del Pontefice, sotto forma di brevi, per avere il permesso della
esportazione dell’olio, di abolire uno dei quattro Auditori di Ruota
(magistratura giudiziaria imposta dal Pontefice, ma: pagata dalla

città); di aumentare fino a 100 some:la messa, o, come diremmo .

noi, la importazione, del pesce del lago durante la quaresima ecc.

Contribuirebbe non poco ad illustrare questo documento, una
notizia modesta, ma sicura, intorno alla entità, al meccanismo e
alla distribuzione di alcune gravezze imposte alla città di Peru-
gia; come per es.: quelle dell'uno e dell'altro quattrino della

delP antico archivio del Comune di Perugia, nel volume di esse segnato C., trovasi
che le carte 45 t., 46, 47, lasciate in bianco dallo scriba più antico, furono poi riem-
pite da SANTE PELLICCIARI che vi copio un documento impor tante del quale mi ac-
cingo a porgere ai lettori una succinta notizia.

C. 45 t. « Turris Ranche. — Laudum inter conmune Perusij et conmune Assisij.
Hec est copia cuiusdam laudi lati inter magnificum conmune Perusij et conmune As-
sisi), repertum per me sàntem Pelliciarum, notarium publicum et vicecancellarium
perusinum, in capsa magna existente-(sic) in Archivio publico dicte civitatis, in pre-
sentia magnifici domini etc., laudum scriptum et publicatum manu ser Nicolài Silve-
stri Andree de Perusio porte solis, tramsumptive tamen ab exemplo'ser Bérnardi ser
Francisci de Perusio, qui pariter copiaverat ab originale (sic) ser. Ranutij olim Ilde-
brandini notarij et scribe Reformationum comunis. Perusij etc. ». — La copia di ser Ber-
nardo leggesi negli Annali, anno 1385, 18 ottobre, carta 290. Il documento rogato da
ser Ranuccio è del 1321. Arbitro di questa sommissione è Cante dei Gabrielli da Gub
bio, allora, « capitaneus guerre et Priorum Artium civitatis perusij ». Il patto di que-
sta sommissione consisté nel ribandire i favoreggiatori della Chiesa e nel cedere al
comune di Perugia il castello di Torre Ranca. — Vedi altrasommissione negli Annali,
sotto la data 13 decembre 1559.

l—————
——

POMPEO PELLINI AMBASCIATORE, ECC. 129

carne, dei cavalli morti e vivi, del sussidio triennale, del porto e
fortificazione d' Ancona. Ma dal complesso del documento ci è
peró dato di rilevare come nel 1575 la città avesse ottenuto di
permutare tutte le altre gravezze in una specie di imposta del
macinato, la quale gettava annualmente undicimila e quattrocen-
todieci scudi: di modochè mancavano. all’erario perugino altri due-
mila novecentocinquantatre scudi, per cavare dalla nuova imposta
la somma di quattordicimila trecentosessantatre, scudi, cioè l' in-
tero ammontare delle sue gravezze annue. La qual somma, se-
condo i computi comparativi dei valori antichi della moneta coi no-
stri, stante a quello che in generale ne dicono il Cibrario, il Leber
ed altri nei loro libri, era certamente peso ingente per una non
grande città, in un tempo in cui il valore della moneta si può in
qualche maniera dedurre anche dal costo dell’olio. Nè la Camera
Apostolica peccava in longanimità e remissività quando si trattava
di tributi che andavano a lei direttamente. Sullo scadere dei ter-
mini dei pagamenti, inviava (saremmo. tentati di dire: sguinza-
gliava), certi speciali esattori con pieni poteri, chiamati Commis-
sarii e anche Commissarii Cavalcanti (1), i quali o in uno o in
un altro modo dovevano celermente tornare alla Camera Aposto-
lica colle intere somme che erano stati inviati a riscuotere.

Se del resto questa varia e antica e gradata soppressione delle
libertà, delle franchigie e delle autonomie locali nel, Lazio, nella
Campagna, nella Marittima, nella Sabina, nell’ Umbria, nelle Mar-
che, nelle Romagne, per dare compattezza e salda struttura al nuovo
stato che si era venuto formando: allo Stato della Chiesa ; merita
quel compianto cui invita il venir meno della libertà ; contemplata
da altro canto, sotto un rispetto non sentimentale, ma storico e
politico, vedremo che essa, obbedendo ad un intimo svolgimento
Slorico e sociale, era in fondo, come in Toscana, nella Lombar-
dia e nel Veneto, lenta preparazione a quella unità piü larga
e più organica che si veniva giovando dell’ estinzione dello spi-
rito particolarista e della fusione delle troppe varietà della vita
italiana : per quanto il regime che Roma impose alle varie parti
del dominio, fosse spesso improvvidamente assorbente o cieca-

(1) Nell’ antico archivio del Comune di Rieti vi sono appunto libri ‘intitolati dal
nome di cotesti esattori: Commissarii Cavalcanti.
mar

rITzzzzzz

A. BELLUCCI

mente prepotente, e molti atti di esso non possano meritare nep-
pure l’approvazione o la lode dei contemporanei.

Si suol dire fra noi e forse troppo spesso ripetere, che le isti-
tuzioni nostre politiche, militari, giudiziarie, ed anco le civili e le
amministrative sieno una cattiva copia di altrettali istituzioni fran-
cesi. Il lamento è in gran parte vero: ma per giudicare fino a
qual punto l’accusa sia meritata, bisognerebbe vedere se e quanto

è vero che la rivoluzione francese e il turbine napoleonico ab-

biano spazzato via completamente tutto il nostro passato. nelle sue
consuetudini, nella sua intima vita civile.

Ad ogni modo, per conoscere e studiare il diritto, e meglio
ancora l'andamento amministrativo nell'antico stato della Chiesa,
documenti del genere di questo possono essere non inutili contri-
buti.

E infine curioso il vedere come le terre assoggettate si ribellino
contro il prepotere della Dominante, e più tardi si studino in piü
maniere di opporsi alle soverchie ingerenze, ai troppo gravi o irra-
gionevoli tributi ; allo stesso modo che oggi, quasi un vivace moto di
ribellione delle membra contro il capo, agita i comuni e le provincie
contro il così detto accentramento dello stato nella capitale. Non
è privo di insegnamento il fatto che di questo aspetto dell’ attuale
movimento interno, secondo il quale si cerca di ridare alle parti,
senza danneggiare la compagine e la intima unità del corpo na-
zionale, quelle attribuzioni del governo che è più utile e più le-
gittimo dare a loro; non è senza insegnamento, dico, che proprio
negli antichi stati della Chiesa si sieno rivelate le prime manife-
stazioni. Non è ignolo a nessuno che questo moto si deve in gran
parte all’intuito, alla cultura, alla iniziativa di un giovane politico,
dell'on. Fazi: ma è degno di nota, ripeto, che questa sana ten-
denza si sia proprio dall’ Umbria allargata a gran parte d'Italia.

Siffatti documenti adunque non dovrebbero passare inosser-
vati neppure per coloro che si occupano più di studî politici che
di patrie memorie. i

Dott. ALEssaNDRO BELLUCCI.
1
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"

131

INVENTARI E REGESTI

_I CODICI DELLE SOMMISSIONI

AL COMUNE DI PERUGIA

(Continviazione del Codice 10 segnato mà — Vedi Volume I, pag. 139-153).

XII. — 1217, Decembre 31. — P., nella piazza del C., a
‘piedi del Campanile di S. Lorenzo. — Confirmatio facta
pro parte Eugubinorum ac datio contentorum in dicto laudo
Comuni Perusij, c. 9 t.

« In presentia Suppolini Ugolini presbiteri investitoris et
Mincij Bonibaronis, Iohannis Hanerij, Guidutij Munaldi Uguitio- -
nis, Ugolini Coppoli, Uguitionis Ugonis, Fortis Brachie de Ghis-
lerio, Ranerij Christofani et Benserviti Stephani, Bernardi Rivaldi
et Armanni Comitis testium », il Potestà di Gubbio Ugolino « de
Sancto Paulo », presenti e consenzienti Pietro « de Serra »,
Bernardino « Uguitionis » e maestro Bianco cittadini di Gubbio,
concede a Bonifazio « Coppoli » Camerario e sindaco del C. di
P. (1) ogni diritto ed azione reale e personale utile e diretta
spettante al C. di Gubbio su tutto il territorio che rimane al
C. di P. e di cui. si fa cenno nel lodo precedente. Similmente
gli Eugubini fanno ai Perugini ed ai loro alleati cioè ai Todini,
Spoletini, Spellani, Bettonesi, Cortonesi, Nocerini, Gualdesi ed
altri « finem perpetuam et refutationem irrevocabilem » per tutti
i danni arrecati al C. di Gubbio « pro facto guerre » (2).

(1) V. MARIOTTI, Catalogo dei Potestà etc., pag. 197.

(2) Su detta guerra V: PELLINI, Storia di P. parte I,lib. 4o, pag. 237, e Bo.
NAZZI, Storia di P., vol. 1, pag. 271. — Questo atto e i due precedenti (XI e XII) si
leggono anche da c. 48 r. a c. 50 t. dello stesso Codice. Della penale fissata in 1000
libbre di oro purissimo e ricordata nel documento a c. 50 t. nonsi fa qui menzione
per evidente errore dell'amanuense. — V. anche BARTOLI, St. di P., pag. 324.

» .
139 ANSIDEI E GIANNANTONI "Lal grs :

XIV. — 1218, Giugno. — DE Asso per POTE e per Parroc-
chie del terreno lavorativo spettante al C. di P., fatta da
dieci cittadini (due per ogni LOL) eletti dal Potestà,
c. 58 t. : È

Due cittadini per ciascuna delle cinque Porte, cioè Boninse-
gna « de Polo » e Piero « Teudini » per P. S. S., Uffreduzio « Ugui-
tionis » e Fabiano « Gualfredi » per P. S. P., ilsig. Bonaventura |

Ranaldi » e Piero « Bernardoli Fabri » per P. E., il sig. Ar- : |
manno « Montanarij » e Orlandino per P. S. e il sig. Cristoforo Iz
Guiducij » e Aldobrandino per P. S. A. sono eletti dal sig. Andrea È
Potestà di P. (1) « ad inveniendum et dividendum per Portas et |
consequenter per Parrochias totum terrenum laboraticium Comunis |
Perusii ubicumque esset ». | |

La maggior parte di queste terre à nei pressi del Lago Tra-
simeno. i

Riccomanno' not. — *Benvenuto not.

XV. — 1218, Agosto 20. — Cagli. — Sindicatus Callij,
c. 108 r.

Il Potestà di Cagli, Raniero « Cappei », consenziente il gene-
rale Consiglio di delta città, promette di ratificare tutto ciò che a
‘nome e nell'interesse di Cagli sarà per fare Bartolo « Bernardoli »
che é « sindicus sive yconomus sive actor » di detto C., per tutto
il tempo del suo regime.

Allo stesso sindaco sono concessi pieni poteri per tutti i negozi
in. nome di Cagli conchiusi e da concludersi, nonché per ogni pro-
messa da farsi e da riceversi, per tutti i patti e transazioni, e :
infine « ad omnia facienda et recipienda contra omnem hominem
et a quolibet homine nomine dicte civitatis ».

Test. — Ugo « Berardi », Morico « Salvatici », Gentile « Si-

(1) I1 MaRIOTTI (Catalogo cit, pag. 197) afferma essere questo Podestà Andrea
di Giacomo della famiglia dei Montemelini e conte di Monte Gualandro.
Aia nei sesti

"XVI. — 1219, Maggio 30. — P., nel palazzo del C. — Giu-

lempore » giureranno nell’ assumere il loro officio l'osservanza

I CODICI DELLE SOMMISSIONI AL COMUNE DI PERUGIA

nibaldi Forestici », Giovanni, il sig. Lazzaro, Ugolino « Domi-
nici », Giovanni « Lanzi » ed altri.
Giovanni not. — *Matteo not. (1).

guo 5. — Cagli, nella Chiesa di S. Geronzio. — Callij
submissio, c. 108 t.

Bartolo « Bernardoli » sindaco della città di Cagli sottomette
questa città medesima e tutto il suo distretto al C. di P. rappre-
sentato da Bombarone (2), promettendo di dargli aiuto contro tutti
i suoi nemici « ad preceptum et voluntatem potestatis seu con-
sulum ».

Si obbliga parimente di aiutare con tutte le forze i Romani
ed i Perugini e di non far pagare agli uni e agli altri « nec pe- RAS
dagium nec guidam ». L'aiuto di Cagli é promesso ai, Perugini TEAM
specialmente contro gli Eugubini e i Castellani e nei limiti del |
contado di Nocera dall'Appennino alla Marca: che se i Perugini
faranno guerra al di là di questi confini, i Cagliesi daranno loro
soccorso. soltanto di cavalieri e d'arcieri.

, Ogni anno i magistrati di Cagli entro un mese dalla loro no-
mina si recheranno in P. per giurare obbedienza a quelli Peru-
gini, ed ogni anno daranno ancora per la festa di S. Ercolano
quattro: marche di buono e puro argento.

Cagli non farà tregua o pace con i nemici di P. senza il con-
senso di questa, a meno che i nemici non fossero il Papa e l'Im-
peratore.

Il Sindaco di Cagli s'impegna a fare ratificare questi patti Eg
anche dal Vescovo di Cagli, e la penale stabilita é di 1000 mar- ci:
che « boni argenti », il rettore o rettori della città di Cagli « pro : Mis

dei patti conchiusi. I Perugini dal canto loro promettono di di-
fendere i Cagliesi sopratutto contro Gubbio e Città di Caslello ;
i Cagliesi nel territorio perugino non dovranno pagare « peda- uem]
gium neque guidam ». rc

(1) V. Sommissioni A, 62. r. e C. 50 r., BARTOLI, St. di P., pag. 325. XE
(2) V. MARIOTTI, Catalogo etc., pag. 197. vus sed
134 | ANSIDEI E GIANNANTONI

Test. — ll signor Tommaso, giudice del C. di P., Ugolino
-« Salomonis », Suppolino, « Ugolini presbiteri », Saraceno « Vi-
veni Herri », Ranuccio « Bebulci », Bucarello « Rainaldi. Ma-
riani », Bartolo « domine Clare », Crispolto « Deotesalvi Boccavi-
telli », Monaldo « Guastaferri », Matteo « Ugonis Marcovaldi » eto.

A questo atto fa seguito la ratifica per parte del Podestà di
Cagli Raniero « Capoccij » di tutto ció che il Sindaco di Cagli
promise a quello del C. di P., e per parte di quest'ultimo di tutto

ciò che era stato promesso dal Podestà di P. La ratifica porta la:

data del 5 giugno 1219 e fu stipulata nella città di Cagli e nella

Chiesa di S. Geronzio alla presenza dei testimoni Donadeo ca-

merlengo di Cagli, Bruno « de Cantieto », Guido « Galgani » e
Dante « Accomandi ».

D. Alberto vescovo di Cagli e Raniero abbate di S. Geronzio -

consentirono a tutte le promesse fatte da parte di Cagli.
Ranutius not. — *Matteo not. (1).

XVII. — 1234, Marzo 7. — P. nel Palazzo del C. — Do-
natio facta a Comune Perusij hospitali de Colle, c. 81 r.

Avendo il C. di P. costruito l'Ospedale di Colle nella diocesi
Perugina « ad leprosos et infirmos et pauperes sustentandos » (2),
ed essendo onesto « circa illa eidem hospitali misericorditer pro-

(1) V. Sommissioni A. 61 r. e C. 49 r., PELLINI, St. di P., parte I, pag. 240. — Il
BARTOLI St. di P., a pag. 327 e segg. riporta l'intero documento. Il BONAZZI, St. di P.,
vol. I, pag. 272 rileva, l'importanza di quest'atto che resta, così egli afferma, fra i
nostri documenti come modello di perfettà sommissione.

(2) Nelle Memorie mss. sui castelli perugini è detto che « antichissima è la fon-
«dazione dell Ospedale di S. Lazzaro de’ Leprosi di Colle » ed il MARIOTTI vi aggiunge
che essa « forse è da fissarsi circa il 1100, cioé da poi che per la conquista fatta di
"Terra Santa da Goffredo Buglione nel 1099 la vera lebbra endemia di detto paese fu
portata da’ pellegrini in Europa al loro ritorno ».

Nell'Archivio Decemvirale di P., conservasi una Bolla di Gregorio IX data presso
‘Orvieto l'anno II del suo Pontificato e diretta al Priore e ai fratelli « hospitalis le-
prosorum de Colle ad romanam ecclesiam nullo medio pertinentis ». Con questa Bolla
il Papa conferma a favore dell'Ospedale tutte le immunità e tutti i privilegi che al
medesimo erano stati concessi dai Papi, nonché ‘dai Re e Principi cristiani. — Il Papa.
ancora minaecia « indignationem omnipotentis Dey et beatorum Petri et Pauli aposto-
lorum » contro chiunque tenti di violare queste disposizioni.

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RAI 7 —————

e HTTP TERN e

I CODICI DELLE SOMMISSIONI AL COMUNE DI PERUGIA 135

videre per que possit eorum necessitatibus subveniri », il Potestà
Ramberto « de Gisleriis » Bolognese (1) con l'approvazione del
Consiglio speciale e generale dà e concede per donazione « inter
vivos » a Clementino « Bontadis » rettore dell'ospedale dei lebbrosi
tutto il terreno lavorativo, silvato e non silvato e che trovasi tra
i seguenti confini, cioè « a pila que est prope agrum Boneore de.
Agello usque ad viam que venit de Agello et pilam Sancti. Ru-
fini et a pila predicta usque ad pilam Collis Montis Bolli (2) et usque
ad stratam que vadit ad capud plani Anguillarie et usque ad pi-
lam hospitalis leprosorum et ab ipsa pila usque ad pilam Collis
et ab eadem pila ante Castilionem et ab ipso Castilione ab alia
parte usque ad pilam que est desuptus Castilione et ab ipsa pila
usque ad viam que venit de Agello ». La penale promessa dal
C. di P. è di 500 marche di puro argento.

L'istrumento si chiude con le seguenti parole che addimo-
strano quale importanza dessero i contraenti all'atto che avevano:
posto in essere: « Quicumque autem predictam donationem in toto
vel parte infringere presunserit vel in aliquo contra venire tem-
ptaverit. illam eandem maledictionem habeat et eiusdem pene ac
danpnationis supplicio condenpnetur quam Dominus noster Jehsus
Christus dedit Natham et Abiron et tam ipse quam eius liberi et
heredes et res ipsorum in exterminium convertantur et condenpna-
tionis penam similem consequantur quam Dominus dedit Sodome
et Gomorre. Amen, amen, amen ».

Test. — I signori Lazzarino e Bulgatino: giudici del Potestà,
Luinardo notaro dello stesso Potestà, Maestro Salvatico notaro,
i signori Bucarello e Matteo giudici, Bartolomeo « Benedicti Ba-
runtij », Bongiovanni « Rainerij Acetantis », Cenelia ed altri.

Bonaccorso « Guidonis Arpinelli » Bolognese not. (3).

Tl C. di P. sembra aver avuto qualche ingerenza nellamministrazione di questo
Ospedale, risultando da un documento del 27 agosto 1399 che i Priori ne nominavano
il notaro, sentito prima su detta nomina il parere del Priore dell’ Ospedale medesimo
(Riformagioni 98 c. 32 r.).

(1) V. MARIOTTI, Catalogo etc., pag. 202, ove é ricordato che il nome di questo
Potestà si legge in una lapide (petra jüstitíae) tuttora esistente in una facciata del
nostro Duomo.

(2) Località poco distante da Pascilupo, nel confine fra l'Umbria e le Marche.

(3) V. A. 65 r. e C. 53 r., PELLINI, St. di P., p. I, pag. 249. — Anche il BARTOLI,
JSt. di P., pag. 357, accenna all'impor tanza di quest’ atto, e ne riferisce l'ultima parte
contenente le terribili imprecazioni, che i donanti facevano, secondo l’uso, dei divini
flagelli contro chiunque avesse violato la donazione.
ANSIDEI E GIANNANTONI

XVIII. — 1238, Novembre 24. — « In burgo castri Valiane,
in domo quam inhabitat Peccorellus ». — Domini Andree
Jacobi emptio tertie partis Valiane, c. 13 r. |

Guido ed Uguccione, figli « q. Uguitionis Marchionis » (1) ven-
dono ad Andrea, figlio « q. Jacobi Francisci », la terza parte « pro
indiviso » del Castello di Valiana e della sua curia e distretto,
cioè fra questi confini: « a Porticiolo intus et mictit per Carrariam
ad fossatum Caminate et a Caminata secundum quod mictit per
Carrariam ad capud Gorgonis et a capite Gorgonis secundum
quod mictit per viam traversam et mictit ad campum olim Britij
qui est ad combrabiam de Moliano. et ab ispsa combrabia secun-
dum quod mictit visum per fossatum qui est ab ista parte Gab-
biani et mictit in fossatum Vallis Floris et mictit in Clanibus
ad portum de la Fracta ». ©

Di questa terza parte i venditori si obbligano a trasferire al
compratore il libero possesso ad eccezione di quelle terre che at-
tualmente possiede Manno, figlio del fu Ugolino di Pietro, sulle
quali terre pur tuttavia trasmettono al compratore « omne ius et
actiones utiles et directas reales et personales » che loro spettavano.
I venditori dichiarano di aver ricevuto da Andrea di Giacomo « in
veritate iusto pretio liberationem, quietationem et absolutionem et.
pactum de non ulterius petendo de quinque milia quingentis sex-
tariis frumenti » che i venditori stessi avrebbero dovuto dargli
per vendita a lui fatta dal padre loro, nonchè di tutti i debiti ed
obbligazioni da cui fossero in qualsiasi modo vincolati essi ;0 il
padre loro e segnatamente « de sexcentis libris » che eran te-
nuti a pagare secondo risultava da pubblici istrumenti annullati
tutti, ad eccezione di quello per cui il padre dei venditori mede-
simi aveva venduto ad Andrea di Giacomo Monte Gualandro (2).
La penale a cui si sottomettono i venditori in caso d’inosservanza

(1) V. documento n. V, ove sono nominati Uguccione e Guido Marchesi figli
« q. Ranerij Marchionis ».

(2) È probabile che questo Andrea di colo sia il potestà menzionato nel do-
cumento n. XIV.

RIA
RSI

I CODICI DELLE SOMMISSIONI AL COMUNE DI PERUGIA LLC

dei patti è il doppio del prezzo pattuito e la rifazione di tutti i

danni e spese derivanti al compratore da tale inosservanza.

Test. — I sigg. Manno « olim Ugolini Petri », Raniero « Ma-
nentis » e Girardino « q. Plantinelli », Paolo « olim filius domini
Acerbi. », Saraceno « olim Vivoli », Rainaldo « Maestri », Aliotto
« Giberti » ed altri.

Clarello not. — *Monaldo « Ugolini » not.

XIX. — 1239, Febbraio 4. — Valiana « ante domum Ra-
naldi de Peco ». — Domini Andree Jacobi emptio tertie
partis Valiane, c. 75 r.

Avendo Guido ed Uguccione « filii olim Uguitionis marchionis
de Valiana » venduto la terza. parte del Castello di Valiana al
sig. Andrea « Jacobi », si obbligano a pagare 100 marche di

buono e puro argento in caso di inosservanza dei patti sopra sta-
biliti.

Test. — Raniero « Manentis », Guido « Bescie » e i'signori
Crispolto, Manno « Ugolini », Gualterolo e Girardino.
Ranuzio not. — *Niccola not. (1).

XX. — 1244, Dicembre 30. — Chiusi, casa del sig. Mar-
tino « Bernardi ». — Domini Manni domini Ugolini em-
ptio cuiusdam poteris siti in Villa Valiane, c. 16 r.

Guido ed Uguccione marchesi di Valiana, figli « olim domini.
Uguitionis marchionis » liberamente e irrevocabilmente a titolo di
donazione danno e concedono a Manno del fu Ugolino (2) di
Pietro ogni diritto di proprietà ed ogni azione reale e personale,
utile e diretta o. mista sulla metà di tutto il podere che detto

(1) Di questo e dell'atto precedente si ha copia in una pergamena che esiste nella.
collezione dei contratti dell'Archivio Decemvirale di P. e che è contraddistinta con la

. segnatura AA. n. 14.

(2) Manno di Ugolino figura come testimonio anche nell'atto precedente,
è

ANSIDEI E GIANNANTONI

Manno o altri per lui aveva « tempore discordie orte inter ipsum
dominum Mannum et dictos Marchiones de dicto podere » e che ora
Manno od altri per lui ha in Valiana « cum accessibus et egres-
sibus usque in vias publicas ». L'altra metà di detto podere il
sig. Manno aveva in feudo dai ricordati Marchesi.

E tale donazione e cessione questi fecero a Manno « propter
bonum meritum et justum benefitium que fuerunt confessi se ab
eo habuisse et recepisse ». La penale. è fissata nella somma di
100 libbre « bonorum denariorum senensium et pisanorum mi-
nutorum ».

MTésfs csl sigg. Aghineto giudice, Martino « Guelfutij », Ge-
rardino « Plantanelli », Griffolino Filippo « Jacobi », Nericoae « Vi-
telli », Aringerio « Pisane » e Pietro « Guinizelli ».

Giannino figlio q. Finiguerre not.

XXI. — 1244, Dicembre 2. — Chiusi, casa del signor Mar-
tino « Bernardi ». — Confessio facta, a domino Manno do-
mini Ugolini se habere et tenere. medietatem unius poteris
siti in Valiana ad feudum pro domino Guidone Marchio-
num, e. (1 t. |

Il sig. Manno « olim domini Ugolini Petri » per sé e suoi figli
ed eredi confessa di aver ricevuto e di tenere « titulo feudi seu
jure feudi et ad rectum feudum » da Guidone (1) ed Uguccione
Marchesi di Valiana figli del fu Uguecione la metà « pro indiviso »
di tutto il podere situato in Valiana, che lo stesso Manno posse-
deva al tempo della discordia sorta a proposito del podere stesso
fra Manno e i ricordati Marchesi ; giura inoltre fedeltà,« pro dicta
medietate dietis Marchionibus secundum bonum usum et consue-
tudinem contrade » e promelte di « non stare in diclis neque fa-
ctis nec dare aliquam operam vel stüdium seu consilium quod
dieti marchiones vel eorum filii et heredes perdant vitam nec mem-
brum nec aliquid de jure eorum »; s'impegna a denunziare qua-

(1) Guido Marchese « de Valiana » fu presente come testimonio alla sommissione
di Castello della Pieve a Perugia del 13 maggio 1250.

————— P ÁPrÓneà—
TT —

I CODICI DELLE SOMMISSIONI AL' COMUNE DI PERUGIA 139 -

lunque altentato alle.loro persone e ai loro diritti, non appena ne
abbia cognizione, a difenderli, e a non mantenere qualunque giu-
ramento avesse fatto a lor danno. Alla volta loro i Marchesi con-
fermano Manno nel possesso di questa metà e nel diritto di fare
tutto ciò che è conforme all'indole del contratto; le parti poi vi-

cendevolmente si promettono a titolo di penale il pagamento di cento

libbre « bonorum denariorum senensium, lucensium et pisanorum
minutorum ». Dopo di che i Marchesi Guido ed Uguccione con-
cedono in feudo le terre menzionate al detto Manno « gratiose
et liberaliter » e lo mettono solennemente al possesso « per por-
reclionem et corporalem investituram eorum manuum ».

Test. — Isigg. Aghinetto giudice, Martino « Guelfutij », Ge-
raldino « Plantanelli », Griffolino Filippo « Jacobi », Nercone « Vi- ,
telli », Aringerio « Pisane » e Pietro « Guinizelli ».

Giannino figlio q. Finiguerre not. (1).

XXII.. — 1251, Gennaio 29. — Gualdo, Palazzo del Comune.
— JBindicatus terre Gualdi ad submictendum eam Comuni
t Perusij, c..82 r.

Il sig. Benvenuto di Borgo S. Sepolero giudice del C. di Gualdo
e gli uomini dello stesso C. congregati in gran quantità « ad aren-
gam sono campane et voce preconis in platea dicti Comunis nul-
loque adstantium contradicente sed omnino clamantibus fiat fiat »
creano maestro Bartolo da Sigillo loro sindaco « ad faciendum
mandata et precepta nobilis civitatis Perusij, ad deferendum claves
portarum dieti castri Gualdi et ad submictendum dictum castrum ».
Inoltre danno facoltà a Bartolo di fare al sindaco di P. ogni pro-
messa da questa città domandata « que pertineret ad honorem et
reverentiam civitatis Perusij et comodum comunis Gualdi.

. Test. — I sigg. Bartolo « de Foresta », Oddone « Gilij » e Ba-

ligano.

« Franconus » not. (2).

(1) Il documento é interessante per le formole che contiene risguardanti la conces-
sione di terre fatta « titulo feudi ».

(2) V. Sommissioni A. 145 r., C. 19 t.
D

1407. une ANSIDPI E GIANNANTONI

D

XXIII. — 1251, Febbraio 1. — P. — Gualdi submissio Ci-
-vitati Perusij cum traditione claviwm, c. 83 r.

« Convocato- consilio speciali et generali (centum boni homi-
nes per quamlibet portam, rectores artium et bailitores sotietatum
civitatis Perusij) », avanti a detto consiglio si presentano maestro
Bartolo di Sigillo Sindaco e procuratore del Castello di Gualdo
ed altri uomini di detto castello a ricevere gli ordini di Raniero
« Bulgarelli » (1) Potestà di P., giurano sia a nome del Comune
di Gualdo sia a nome dei privati in detta terra dimoranti di pre- |
. stare obbedienza al C. di P. sempre che e comunque vengano |
loro gli ordini di questo comunicati, e a testimonianza che si pon-
gono solto la protezione e difesa di P. consegnano in presenza
del Consiglio al Potestà le chiavi di Gualdo. Queste son poi re-.
stituite dal Potestà allo stesso Sindaco Bartolo perchè custodisca
il castello di Gualdo « ad honorem Comunis Civitatis. Perusij »
come in qualità di Sindaco aveva promesso.

Test. — I sigg. Almerico giudice del C. di P., Tancredi « de
Roscano », « Mazico de Aspello », Tudino « Coppoli », Giovanni
« Coppoli », Ermanno « Suppolini », Jacopo « Petrutij », « Pas-
solo Taurelli », Gualfreduccio « Tebaldi » ed altri.

| Bongiovanni « Petri Marescocti » di Orvieto not.

Ecco l'elenco dei nomi di Gualdesi « qui juraverunt in con-
silio. secundum tenorem Sacramenti scriptum per Boniohannem
notarium Comunis Perusij ».

I sigg. Raniero « Rogerij », Tommaso « de Compresseto », Leo-
nardo « de Glogano », Gualtiero « Ugolini », Baligano « Per-
fecti », Ildebrandino « domini Ranerij », Rolando « Bertraimi »,
Oddo « Gilij », Bonamaza « Johannis », Ranaldo « Consulis. »,
Bartuccio « domini Petri », Trasmondo « Bonoscagne », maestro :
Speranza notaro, Tommaso « de Insula », Montanaro « Bugati », Ja-
copuecio « Fortis », Mercatello « Petri », Bartolo « Transmundi »,

(1) V. MARIOTTI « Catalogo dei Potestà, pagg. 207 e 208 », ove affermasi che Raniero
-é della famiglia dei Conti di Marsciano. Egli era Potestà anche nel1250, come risulta
dagli atti riflettenti la sommissione del Castello della Pieve e i contrasti di questo
con P. (Sommis. A. c. 125 r. e C., c. 17 r. e segzg.).
emo

I CODICI DELLE SOMMISSIONI AL COMUNE DI PERUGIA 141

Pietro « Vinture », Borgognone « Benvenuti », Uguccionello « de
Comprexeto », Gentiluccio « domini Johannis » e Ventura « Jen-
nuarij » (1).

XXIV. — 1251, Febbraio 13. — Castello di Gualdo. — Peronis
de Podio Nucerij juramentum de obediendo mandatis Co-
munis Perusij, c. 84 r. |

‘« Peronus Ranerij Guelfi de Podio » del contado di Nocera,
alla presenza di Raniero « Bulgarelli » Potestà di P. (2) « sponte
juravit. sequitamentum et mandata ipsius. Potestatis et. Comunis
Perusij » obbligandosi anche in nome di suo fratello e degli altri
uomini del castello a considerare respettivamente come amici e
nemici quelli che son lali per P. e in modo speciale i Fulignati « Dei
et ecclesie et comunis. Perusij proditores » e a recar loro offesa
« per se et suos juxta posse ».

Test. — I sigg. Tancredi « de Roscano », Raniero « Cri-
stofani », Ranuccio e Sensuccio « Domini Tancredi » ed altri.

Bongiovanni « Petri Marescoli » not. (3).

XXV. — 1251, Marzo 17. — Gubbio, Chiesa della Canonica
« in loco quod dieitur paradisus ». — Venditio castri
Fossati facta, Comuni Eugubij, c. 21 r.

Raniero e Bernardino « Bulgarelli », donna Aiguiria moglie
del detto Bernardino, Jacopo, Ugolinuccio e Trasmunduccio figli

TI

(1) V. Sommis. A. c. 126 t., C. c. 20 r., le Storie di P. del PELLINI (parte I, pag. 260),
del BARTOLI (pag. 407) e del Bonazzi (vol. I, pag. 295), nonché il CIATTI (Perugia pon-
tificia, lib. X, pag. 351). i

(2) Questo Raniero è lo stesso ricordato nel documento precedente ed era, cre-
diamo, della medesima famiglia, alla quale appartenevano Bernardino (V. Doc. n. III)
e Bolgarello (V. Doc. n. XI).

(3) Della sommissione di Poggio di Nocera è ricordo anche nel PELLINI, op. cit.,
parte I, lib. 4o, pag. 260, e nel BARTOLI, op. cit., vol. I, pagg. 407 e 408, dove son tra-
dotte le fiere parole contro i Folignati. — Il C. di Foligno aveva nel 16 novembre 1237
fatto lega con P., Todi, Gubbio e Spoleto « ad honorem laudem et reverentiam onni-
potentis Dei..... sacrosante romane Ecclesie matris nostre ac summi pontificis domini
Gregorij Pape noni etc. » (Sommissioni C., c. 28 t.), e successivamente aveva abbrac-
ciato le parti dell'imperatore Federico; di qui la guerra. con P. rimasta fedele alla.
Chiesa. — V. anche il Cod. Frammenti diversi del sec. XIII n. 28 a c. 11 t., e BONAZZI,
Op. cit., vol. I, pagg. 298 e 299. i
dA

d49 5 cos ANSIDEI E GIANNANTONI-

del detto signor Raniero, Raniero e Bulgaruccio e Favarone figli
del detto signor Bernardino (1) vendono a Benincasa « Benlivol-
lij » sindaco del C. di Gubbio il Castello di Fossato con tutte le
sue pertinenze e con tutti i diritti ed azioni loro spettanti sugli
uomini e sui possessi del castello medesimo. Segue un elenco dei
nomi di questi uomini, dopo il quale si leggono le parole « et omnes
alios homines quos ipsi vel alii pro eis habent et possident in dicto
castro et curia Fossati ». La vendita è fatta per il prezzo da di-
chiararsi dai seguenti arbitri: I sigg. Pietro « Jacobi », « Saxone
Ranerij », Saxone Liazari », Ranuccio « de Serra », Jacopo « Ma-
riani » Armanno « Lazari », Bongiovanni « Benincase », Bonac-
corso « Petri », Recolo « Bonajuncte », Raniero « Gratiani »,
Palmiero « Orlandoli » e Ventura « Blasij ». ;

Il prezzo dichiarato è di 4000 libbre; che se il valore delle
'cose vendute sia per caso superiore, i venditori intendono fare
del di più donazione al C. di Gubbio. [: venditori stessi rinun-
ziano al beneficio « nove constitutionis epistole Divi Adriani »
e la moglie di uno di essi al beneficio del senatusconsulto Vel-
lejano : sono poi ricordate le mogli degli altri venditori (Donna Val-
severina moglie del signor Raniero « Bolgarelli », Donna « San-
tesis » moglie di Raniero « domini Bernardini », Donna Isabetla
moglie di Bulgaruccio « domini Bernardini », Donna « Schynka »
moglie di Ugolinuccio «domini Ranerij ») le quali rinunziano ai di-
ritti loro spettanli a garanzia delle doti respettive sulle cose ven-
dute « sub pena dupli ab ipsis dominabus ipsi syndico solem-
pniter promissa ». :

| Test. — I sigg. Tiverio « domini Ugonis » e Ugo « Ranutij », Pez
truccio « domini Gabrielis », Guido « Salvoli », « Deotacurra Ra-
nerij », Sabatino « Bernardi », il sig. Alberto « Guidonis » ed altri.

Ventura « Blasij » not. — *Piero « Bonifatij » not. (2).

{
(1) Notizie interessanti per la genealogia dei Conti di Marsciano.

(2) Lo stesso atto è ripetuto a c. 31 t. di questo Cod., senza però il nome del no-
taro autenticante la copia. — Di.esso é cenno pure nelle Memorie dei Castelli peru-
gini compilate da GiusEePPE BELFORTI e ampliate e corredate di note da ANNIBALE
MaRIOTTI, il quale in una di queste scrive quanto appresso: « Fin dal 1187 si ha me-

‘ moria che questo: castello apparteneva alla famiglia dei Conti di Marsciano e si crede
che in detto anno essi lo concedessero alla città di Gubbio ». Soggiunge poi che detti

Conti nel 1208 lo sottoposero al C. di P.; ed in vero nel Cod. A Sommiss. a cc. 70 r. e. .

95 r. si hanno due copie di questa sottomissione fatta nel 4 sett. 1208 « per Bulgarel-
‘I CODICI DELLE SOMMISSIONI AL COMUNE DI PERUGIA 143

NOGVI:; 1251, Giugno 11. — Nocera, nel Palazzo della
. Canonica. — Sindicatus Nucerij submissionis, c. 97 r.

Bonacoltus « Michaelis » Potestà di Nocera ed il Consiglio
della stessa città, fra i membri del quale sono specialmente ri-
cordati Paolo « domini Leonardi », Giovanni « Aducti », Maffeo
« Portine », Massarone « Benvegnatis », Giovanni « Scangni »,
Jacopo « Venture », Ventura « Parisij », « Incalzolo Berardutij »,
Aportolo « Adamoli », Ajuto notaro, Bevignate « Bernardi », Pe-
truccio « Egidij », « Varcolo Diamantis », Jacopo « Blasij », An-
sovino.« Capece », Benvenuto « Junte », « Judone Johannis », il
sig. Murico giudice e Maffeo « domini Jacobi » camerlengo, creano
procuratore del C. di Nocera Raniero « domine Savie » a rinnovare
e convalidare il trattato già conchiuso fra i Perugini e i Nocerini
annullandolo soltanto in due capiloli,'« quae capitula loquebantur
de non juvando nucerinos contra heugubinos et contra homines
Reali perusini. Tale rinnovazione doveva esser fatta innanzi a
Rufino « domini Robbacontis de Mandello » Potestà e al Sindaco
sd: Dx):

Test. — Ventura « Bartholi » Magalotto « Brunatij », Guido
« Flori » e Gualfreduccio « Pezzij » (2).

XXVII. — 1251, Luglio 11. — P., Palazzo del C. — Nucerij
submissio, c. 97 t. i

L'atto comincia col riferire la sottomissione di Nocera a P.

lum de Bulgarellis de Fossato insimul cum filiis Rainerio et Bernard no presentibus
et consentientibus ». Dell'atto del 1251 esistono nella raccolta delle Bolle e Contratti
(AA. n. 26 a. e 26 b.) due copie autentiche, in una delle quali si legge la data del
18 marzo. : i

(1) V. MARIOTTI, op. cit., vol. II, pag. 208, in cui « Rufinus domini Robbacontis »
è chiamato « de Mondello ». Nel doc. seg. lo stesso Potestà dicesi « de Bandello ».

(2) L'atto è ripetuto à c. 137 r. del Cod. A.
M CP

- At. d

: 2

portante la data del 12 dicembre 1202 (1). — Bonaccolto Potestà di

D —————— M
-; ne =

ANSIDEI E GIANNANTONI

Nocera e Raniero Sindaco e Procuratore dello stesso C. pro-
mettono a Rufino. « de Bandello » Potestà di P. e al Sindaco
Andrea « Negozzoli ».di osservare fedelmente tutti i patti stabiliti
nel riferito istromento del 1202, eccettuato il capitolo in cui si
stabiliva che i Nocerini non dovessero fare coi Perugini « guer-
ram et pacem et ostem contra homines de castro Reali quod

quidem capitulum in totum tollatur. ».

Promettono altresi di trattare e definire innanzi alla curia
perugina « et coram ofitialibus eiusdem curie omnes et singulas
causas litis vel placiti appellationis a viginti libris supra ».

Si obbligano altresì a che il Potestà o il Console o il Rettore
della città di Nocera sia eletto o chiamato da P. ogni qual volta
non fosse eletto o chiamato dalla stessa città di Nocera.

Nocera non chiederà né permetterà che altri chieda per lei
alcuna parte « de aliqua collecta, colta seu data », che i magi-
strati di P. imponessero al C. di Gualdo o alla sua giurisdizione
« non obstante capitulo quod loquitur quieumque Consul vel Do-
minus vel Rector Perusij fecerit generalem coltam per comitatum
Perusij faciet similiter per comitatum nucerinum et medietatem
colte facte per comitatum nucerinum habebit comunantia nucerina
et meditatem perusina ».

Alla lor volta il Potestà e il Sindaco di P. promettono la os-
servanza di tutti i patti sanciti nella precedente sommissione ec-
cettuato il capitolo « quod loquitur quod Comune Perusij non te-
neatur Comune nucerinum juvare contra Eugubinos », il qual
capitolo. vogliono che sia totalmente annullato, intendendo anzi
far guerra contro gli Eugubini stessi. i

I banditi dal C. di Nocera saranno considerali tali anche dal
C. di P., e chiunque dia loro ricetto ed aiuto, « substineat illam
penam seu solvat illud bannum que vel quod in capitulis civitatis
Perusij statutum de exbannitis continetur ». Sono eccettuali da
questa disposizione il C. di Gualdo e tutti i castelli, ville, corporà-
zioni e persone che sottostanno al C. di P. o sono con questo in

(1) V. doc. n. VI, del quale si ha un'altra copia in questo Cod. medesimo a c. 117 r3
e dove leggesi che Nocera si obbliga a seguire P. in guerra ed in pace, fatta ecce:
zione per gli uomini « de Castro Reali » e che P. alla sua volta promette di aiutare
i Nocerini contro qualsiasi loro nemico, ma non contro gli Eugubini.
lega e che, se non siano sottoposti al bando col consenso del C.
di P., non sono tenuti « ad solvendum ipsum bannum vel penam »; .
Test. — I sigg. Guglielmo « Petri » cavaliere, Ingilfredo e.

Guidalotto giudici, Giovanni « Coppoli », Luizeto notaro del Po-
testà e Piero « Johannis Aldrovandini ». I
Martino « Siginolfi » not: — *Bartholus not. (1).

t

XXVIII. — 1257, Maggio 23. — Somaregio « ante portam
et juxta fossum castri ». — Castri Somaregij, Castri Glo-
giane, Rocche sancte Lucie, Podij sub Rifa, Castilionis,
Brescie, Laurini submissio, c. 59 t. | :

Il sig. Bartolo « Munaldi », Monalduecio e Jacopuecio « do-
mini Rainerij » del Castello di Somaregio, il sig. Raniero e Ca-
.valea « domini Rogerij » della Rocca di S. Lucia, il:sig. Bulga-
rello, il sig. Leonardo « domini Stefani », Ugolinuecio « domini

Petri » del castello di Glogiana e Riguccio « domini Ranaldi de

Mucia.» promettono a. Ristoro « Bonaspene » Capitano nella valle
di Somaregio per il C. di P. stipulante ed ‘accettante nell'inte-
resse del C. stesso di custodire bene e diligentemente secondo
lor possa a servizio e in onore del C. di P. « eastrum Somaregij,
castrum Glogiane, Roccam S. Lucie, Podium sub Rifa, 'Castiglio-
nem, Bresciam et Laurinum et eorum jurisdictionem et districtus »,
e di tenere questi castelli sotto la protezione e il dominio di P.
Si impegnano a far pace e guerra secondo che piacerà a P., a
fare in modo che i detti Castelli rimangan sempre sotto la pro-
tezione di P. e a denunziare al detto Ristoro o a qualunque altro
Capitano « qui tune temporis preesset ibidem » chiunque violasse
tali patti. i
Test. — Piero « Ranerij », Jacopello « Fatij cetadino de Came.
rino » notaro, Salimbene « Boni » ed altri.
Perugino not. (2). .

(1) V. BARTOLI, op. cit., vol. I, pag. 408. Anche di questo. atto collegato al pre-
cedente si ha un'altra copia nel Cod. A, c. 137 t.
; (2) V. PELLINI, Op. cit., p. I, lib. 4o, pag. 264, e BARTOLI, Op. Cit., vol. I, pag. 470;
nelle Memorie dei Castelli perugini già menzionate si ha qualche ricordo del Castello

10

I CODICI DELLE.SOMMISSIONI AL COMUNE DI PERUGIA + 145155.

MÀ aia ai. - us —. NA

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146 I è | ANSIDEI E GIANNANTONI ©

XXIX. — 1257, Agosto 29. — P. nella piazza del C. —
Castri Compresseti, castri Frecci submissio, c. 84 t.

Il sig. Tommaso « Munaldi » e Andreolo di lui nepote da
Compresseto (1) e Ivanuccio « domini Bartholi » di Frecco sot-
tomettonò ad Aldrebando de Riva Potestà di P. (2), al sig. Ber-
nardo « Benincase » priore, ai sigg. Sinibaldo « magistri Mathei »,
Tomagino « magistri Brunatij. » giudici, a Raniero « Guidonis »,
Giovanni « domini Rainaldi Munaldi », Benvenuto « Peri. Yse »,
Jacopo « domine Vite », « Perusio Guerroli » e Jacopo « Ben-
cevenne » anziani « populi Perusini » stipulanti pel C. di. P. i
caslelli di Compresseto, e di Frecco nonché gli uomini di detti
castelli e le loro giurisdizioni. Promettono pure di tenere i castelli
medesimi « ad honorem et statum comunis Perusij », di non con-
cedere su questi aleun potere a chicchessia e di far guerra e pace
« ad mandatum Comunis Perusij ». Il C. di P. alla sua volta prende
sotto la Sua protezione i-detti Castelli. Le parti contraenti si ob-
bligano inoltre a vicenda a pagare in caso di. inosservanza dei
patti cento marche « boni et legalis argenti », ed impegnano re-
spettivamente i loro beni.

Test. — I sigg. Ermanno «: domini Suppolini », Guiduccio
« Peri Paganelli », Jacopino « Jacobi », Tancredi « domini An-
dree Crispoliti », Uguccione « Ranucini », Angelo « domini To-
massi », Mafeo « Centurarie » e Bonaccorso.

Brocardo not. (3). . (Continua).

del Poggio di sotto, il quale, così afferma il MaRIoTTI, apparteneva al territorio di
Assisi e nel 29 aprile 1496 si sottopose al C. di P. * i

Infatti nel vol. degli Annali decemvirali di detto anno a c. 27 t. é rammentato il
« dominium castri Podij prioris olim comitatus Assisij pro comuni Perusij » e a.
€, 28 r. seguono in volgare i sei capitoli « con il castello del Poggio di sotto ».

(1) Un Tommaso di Compresseto figura anche nella sommissione di Gualdo,. fra.

gli uomini di quella terra che giurarono fedeltà a P. (Cod. 9à c. 83 t.).

(2) II MARIOTTI, Catalogo etc., pag. 210, afferma che il nome di questo Potestà è
« Aldobrandus de Ricea », mà ricorda che il PELLINI, Op. cit., parte I, pag. 264, lo
dice « Aldobrando de Riva ». Il nome che leggesi nel documento é « Aldrebandus de

"Riva ».

(3) Pieve di Compresseto e Frecco, castelli fra Casacastalda e Gualdo Tadino, il
primo a nord e il. secondo a sud di Schifanoja. Di Compresseto è ricordo nelle citate
‘ Memorie dei Castelli perugini, ove parlasi della signoria che di questo castello ebbero
i Monaldi e dove si rammenta anche « Mascius Monaldutij comes de Compresseto »
notato fra i nobili nel Libro Rosso del 1333.

Spina
pn

147.

COMUNICATI

PER LA PALEOGRAFIA UMBRICA

A PROPOSITO DELL’ARCHIVIO PALEOGRAFICO ITALIANO

.

(vol. I, fasc. VII) diretto da E. Monaci.

In questó largo e svariato campo d’indagini e raffronti con-
‘ducenti a fissar le divergenze dalle paleografie contermini, quasi

nulla ‘o troppo poco si è notato. Scarsissimi e rari sono i fac-.

simili editi a corredo di qualche pubblicazione, sebbene ognun di
noi ammetta il non lieve vantaggio che da quelli può conferirsi
alla critica dei testi, e riconosca il bisogno di ordinare il mate-
riale necessario alla storia della scrittura in Italia ; la quale, non
altrimenti. che la politica e la letteraria, vuolsi proceda di. paese
in paese, di regione in regione. £x libro luz, e non solo dal con-
tenuto, ma dalla sua grafia, dalla materia ond'é composto, dalla

legatura che lo riveste. Se non che oggi viene offerto a tal ge--

nere di studî, e ne giunge quasi stimolo a ricerche ordinate e me-
todiche, un primo ed assai notevole contributo dall'Archivio Pa-
leografico Italiano (fasc. VII, vol. 1) che si pubblica in Roma

dall’ ing. Augusto Martelli, sotto la direzione dell’ illustre prof. Er-

nesto Monaci. E noto come questa raccolta, unita alle altre dei
‘ Facsimili di ant. mss. per uso delle scuole e dei Monumenti pa-
leografici di ‘Roma, allo stesso professore egualmente dovute,
intenda pure assai efficacemente, per mezzo degli esercizi pra-
tici, ad ammaestrare nella scienza delle antiche scritture. La ri-
produzione eliotipica dei monumenti grafici vi accoppia alla fe-

deltà fotografica la durata della stampa, ottenendo, in molti casi,

un rilievo completo di segni nell’originale inafferrabili perchè
soltanto calcati o del tutto svaniti, ed una studiata perfezione,
da non temere confronti con i F'aesimiles of manuscripts and
inscriptions del Bond e del Thompson, con i Monumenta gra-

——À € —— rà e

|
|
|
|
148 E A. TENNERONI

phica medii aeoi del Sickel, con la Collezione fiorentina dei
proff. Paoli e Vitelli, con gli Exempla di Zangemeister e Wat-
tenbach, e con la Paleographie des Classiques latins diretta dallo
Chatelain. Sapiente vi è la scelta e il ravvicinamento per iscuole
e regioni in ogni secolo dei documenti datati o che si lascian
con sicurezza datare; così che, dopo bei saggi della capitale
quadrata e rustica, si delineano sott occhio i diversi tipi, lo
svolgimento della corsiva e minuscola notarile, della libraria, della

commerciale e della letteraria. Vi soccorrono precise le note sto-

riche e bibliografiche coi debiti rinvii alle opere ove leggesi tra-
scritto il testo del fac-simile. Di questo novissimo fascicolo, in fo-

lio grande, ricco di 12 tavole tirate su carta grave di lino, le prime
due contengono un Volgarissamento, ritenuto non posteriore al 1228,

dell’arte Notaria di Rainerio da Perugia, primus quem constet
Bononiae Notariam publice docuisse (1). Non meno di sette. fu-
rono destinate a cospicui saggi caratteristici della scrittura libraria
nell’ Umbria durante i secoli XIV e XV. E sono le tavole 77, 78, 79
riproducenti le Laudes creaturarum o Cantico del sole, dal famoso
‘codice 338 della Comunale di Assisi, su cui si agita la questione
dell’autenticità del Cantico, la quale crediamo possa ancor meglio
definirsi, mercé un esame minuzioso delle diverse mani vergatrici
del codice, e dell'ordine e del collegamento dei quaderni. Nume-
rosi e piü retti raffronti grafici concorreranno, senza dubbio, ad
accertarci se quel magnifico ritmo, o prosa assonanzata, sia real-
“mente il più antico documento. pervenutoci della’ nostra poesia
religiosa. Frattanto l'esame delle tre tavole c'induce a confer-
mare alla lettera del codice la data del secolo decimoquarto. E
mne sarebbero particolari argomenti, la superfluità e maniera di
qualche tratto e segno diacritico, il prolungarsi di alcune aste
fuori.del rigo, il distaccamento delle parole, la non frequente fu-
sione di lettere, la promiscuità delle due forme minuscole della
“re della s, se bene v abbia costantemente la % per ch. Vero si
è che il noto erudito Faloci-Pulignani, pur ammettendo la data del
XIV inc., dimostra (2) come il suddelto miscellaneo 338 sia una
copia sincera di un testo indubbiamente anteriore al 1255; ma non

(1) Veggasi A. GAUDENZI, I suoni, le forme... della, città di Bologna, ivi, 1889.
- (2) Miscell. Franc., vol. VI, fol. 2. -
AI TITO



PER LA PALEOGRAFIA UMBRICA . 149

sappiamo ancora se in tutto, ovvero soltanto nella parte contenente il
ritmo. Certo egli è che si continuerà dai più a crederlo ancora dettato
da S. Francesco, non ostante le sottili obiezioni messe in campo
dal prof. Della Giovanna (1), le quali vedemmo come infrangersi (2)
non solo avanli l' autorità del suddetto apografo, bensi alla nuava
dello Speeulum perfectionis, asseritagli dal prof. Giulio Salvatori (3);

_e a quella delle . Conformitates, sancita dall’ Ordine: nel 1399.

La tav. 80 ci offre un saggio degli Statuti det Disciplinati
di S. Caterina in Città di Castello, tratto dal codice unico giudi-
cato della 1° metà del XIV, le 81 e 82, due pagine degli Statuti dei

Disciplinati di S. Antonio nella stessa città, da altro codice unico.

recante le date: 1386 e 1397, ambedue usufruiti dall’ avvocato B.
Bianchi nel pregiato suo studio sopra Il Dialetto e la Etnogra-
fia di Città di Castello (ivi, 1888). E così ai Disciplinati, sino a
pochi anni or sono presso che dimentichi o ritenuti inferiori alla
critica, si vanno oggi sempre più: rannodando insieme con gli
studi sull'antica poesia religiosa, quelli della lingua e dei dialetti
italiani. Le laude, di liriche ed epiche trasformate in drammatiche
dai Disciplinati di Perugia, di Assisi e di Gubbio, per lungo tempo
apparse, in confronto alla poesia aulica, senza respiri poetiei e,
se ricche di rime, prive però d’ogni lor leggiadria, non che di
eletti suoni, rideste ora sull’autorevole esempio del Monaci a nuova
e ben diversa vita, par che nobilmente si vendichino dell’ingiusto
silenzio patito, manifestandosi non più altrici o compagne di lu-
gubri pianti e battiture, ma di studi fecondi per la Pape che
il popolo volle far sua. :

La tav. 80 comprende due cc. la 23^ e la 248, della Regola
delle suore di S. Chiara di Assist, quale si legge in un codicetto
membranaceo mandatoci in esame dalle Clarisse del. monastero
di S. Pace in Norcia, edificato nel 1518,

Per esser questo sconosciulo e di duplice importanza, al vol-
gare di fondo toscano e alla paleografia della nostra regione, gio-
verà qui darne particolare notizia.

E un membranaceo in 8° della metà del secolo XV, di carte
44 scritte in grossa lettera golica con iniziali onciali filogranate in

(1) Giorn. stor. d. lett. itat, vol. XXV, fol. 73
» (2) Miscell., cit.
(3) Nuova Antologia, febbraio, 1895.

—À a i m. M
A. TENNERONI

rosso e in turchino, maiuscolette quadrate tocche di giallo, rubriche
rosse dei XXVI capitoli onde consta la Regola. Assai mediocremente
dipinta da mano posteriore v'è nel primo risguardo S. Chiara
con una palma nella destra e un libro nella sinistra, profferente
a,una suora dinanzi lei genuflessa: Filia mei si eris fidelis dabo
tibi palmam. victoriae.

Precede una lettera circolare del cardinal protettore dell'Ordine,
colla quale.trasmette ai monasteri delle Religiose Clarisse la seconda
Regola, ovvero mitigazione di Urbano IV alla prima, data da

S. Francesco alle'medesime e già approvata da Innocenzo. IV.

« Johanni per divina gratia diacono cardinale di saneto Nicolo
in carcere tultano [Giovanni Orsini, poi Nicolò III]. Alle dilecte
in Christo figliole, a tutte le abbadesse et suore incluse del Or-
dine di sancta Chiara ecc. ». A c. br « .Nel nome del signore
Incomenga la regola de le suore de sancta Chiara : Capitulo pri-
mo. Tucte quelle donne le quale abandonata la vanità del mondo
vorranno intrare in questa nostra religione et perseverare in essa
è convenevole e necessaria cosa debbiano observare questa legge
de vita ed ordine in li loro costumi cioè vivendo In obedientia.
Sensa proprio et in castita et etiam sotto clausura ». i
^. Termina a c. 40. col capitolo XXVI. « Che la regola non si
desprecata da le suore | Et acioche voi in questa regola
overo formula di vivere possiate resquardare come in uno spechio
,ne per scordamento alcuna cosa veniate a despreccare ve sia
lecta per spatio de omne quindici di una volta....... Ad niuno
adunqua homo sia licito rompere o guastare questa seriptura de
la nostra constitutione, concessione, conformatione et absolutione
cum temerario et prosuntuoso ardire andarli contra. Ma si al-
cuno questa cosa presumera de attentare et fare sappia che in-
correrà la indignatione de l' omnipotente Dio et de li beati apo-
stoli Pietro e Paolo. | Data ad Orvieto a di diciasette de Octo-
bre nel terco anno del nostro pontificato |1263]. Deo gratias »
Seguono da c. 41^ 442, copiate dalla stessa mano, « certe
ordinatione facte et ordinate nel monasterio de MoNTELUCE [presso
Perugia](1).Acioche meglio observiamo la nostra prefessione et stato

(1) « Sed cum is conventus, qui sanctissimae Mariae montis Lucis sacratus eva-
« sit, a recto Religionis tramite aliquantulum deflexisset, a beato Joanne Capistrano,
« tunc universae Cismontanae Familiae Generali Vicario, cum alijs plurimis, anno

MATO ntm ee ie
pae Degne = gl —

PER LA PALEOGRAFIA UMBRICA

religioso, le quale non obbligano ad. peccato mortale ma solo a
le penitentie taxate ecc. ». E queste a noi danno lume sull’antica
provenienza e luogo di scrittura del libro.

Il volgarizzamento risulta per tanto uno de’ più antichi fra i vari

conosciuti della Regola, si per l'età da attribuirsi al manoscritto,

sì perchè la sua lezione, che ponemmo in più passi a raffronto con
quella di.un codice del quattrocento, esistente nella Comunale di
Siena, ed ivi messo a stampa nel 1858, ne appare assai spesso più
primitiva ed originale, spiegatene pure alcune differenze dal non
aver l'editore conservato la lezione con quella rigorosa fedeltà,
cui dobbiamo oggi attenerci. Ben si distinguono nel nostro codice
dall’ italiano comune letterario alcune peculiarità fonetiche del
vernacolo umbro, tanto che la sua ortografia latineggiante ci sem-
bra:piü tosto consigliata al traduttore dal testo latino, che dall'uso
invalsone, ed ancor meno introdottavi dalla saccenteria del copista.
I nessi, le abbreviazioni vi s' incontrano meno spesso, ed è a sup-
porsi in grazie all’ uso cui era il libro destinato. La sua scrittura,
identica sempre al fac-simile dell'ArcAh. paleografico, è in lettera
golica minuscola di scuola, grossa, diritta, passante in modo. ri-
gido, uniforme da’ suoi grossi tratti ai sottili. Più volte avvertimmo
lo stesso tipo di lettera, quasi modello d'officina scrittoria umbra,
in altri codici del trecento, scritti in città prossime a Perugia,
maggior centro di cultura, quali ad es. il Laudario Frondiniano
di Assisi (già Manzoniano 8, ora Vitt. Eman. 478); | Inventario
di Sacri arredi nel cod. 184 della Comunale di Todi.

Chiudono il-fascicolo due saggi di scrittura del laudario ap-
partenuto a un sodalizio laico di Sansepolero, descrittoci dal Co-
razzini ne’ suoi Appunti storici e filologici su la Valle Tiberina -
superiore, dove segnandosi il confine umbro-toscano, le proprietà
grafiche dell'uno e dell’ altro versante nella stessa guisa che le
dialettali si abbracciano e si confondono. La mano che vi copiò
le laude sino alla e. 19 (v. tav..83) si volle. dal signor Enrico
Bettazzi (1) circoscrivere agli ultimi del dugento o, tutt'al più, ai

« Domini 1448, sub Nicolao V Pontifice reformatus, atque sub secunda beatae virgi-
« nis Clarae Regula redactus est, sub qua et usque in praesens maxima cum laude
« eius sorores vixerunt » (GONZAGA FR. De Origine Seraptcae Religionis. Romae, 1587,
vol. I, pag. 173).

(1) Giorn. stor. della letteratura ital., Torino 1891, Vol. XVIII, pagg. 252-254.
3159 SS 10/0 A. TNNBRONI

primi del trecento, per poterne asdreo che la Toscana vantasse
la sua fiorita di laudi volgari sin da quando Jacopone peregrinava
nell' Umbria. E le prove? L'aspetto generale del carattere, il quale
invece ad ogni occhio discreto non appar differente che per certo
andamento. mal sicuro dalla grossa minuscola gotica scolastica di
molti codici umbri e toscani con date della metà del secolo XIV.
e per sino del 1492, come, non senza meraviglia, abbiamo testé
notato nello. Statuto dei Sarti di Todi, presso quella Congre-
gazione. di, Carità. L'uso inoltre del A per ch. e c, quantunque
esso da solo non possa ritenersi certo confine. d'elà, specie poi
se, come in quel testo, figuri insieme al cA: l'antichità del metro,
quando v'é precisamente il prediletto da Jacopone nella. lauda-
ballata, od altro (1) più spesso ricorrente nei laudari dramma-
tici. di Assisi, di Orvieto e della provincia di Roma. Né, dob-
biamo credere, valsero evidenti imitazioni, e ricordi. di frasi e
modi Jacoponiei à distoglierlo dell'arrischiare un'opinione tendente,
non diremo a minuire una gloria della letteratura umbra, cui del
resto s'intese sempre affermare soltanto la priorità della lauda
drammalica, ma a spostare un centro d'irradiazione poetica re-
ligiosa, contradicendo a giudizi su fatti sottoposti a rigoroso esame.
Che poi le forme, arcomperare, arvenire, argire, arichate, fra
gello e tamanto, ecc. testimoniino proprio. dell'esservi in quei 25
carmi, de' quali tre ben conoscevansi per una Nota' del prof. Mo-
naci all'Aecademia dei Lincei (Roma, 1889), alcuni aretini, nes-
suno un po’ cognito dei volgari di Perugia e di Todi potrà con-
sentirgli. |

Ma torniamo al nostro argomento che porge occasione d’in-
vitar gli studiosi a voler segnalare al Bollettino i codici con data
certa dei secoli VIII-XV, a preferenza tra questi i volgari, scritti
nella nostra regione, dandone qualche cenno sulla loro grafia. Po- -
iremo in tal guisa, concorrere a. determinare in breve le modalità
della lettera e de' suoi ornati, la sua nomenclatura .istessa ancor
‘vaga e contradetta, le varie maniere dei nessi e delle abbrevia-
zioni nella paleografia umbrica ; le quali per quanto si vogliano
e si credano, alla prima, simili e comuni ad altre regioni, pur sem- -

(1) a b.a bb.cc:d | efeff gg d.
PER LA PALEOGRAFIA UMBRICA ' ^ — 153

pre ritengono tanto d'indole e forma propria da rivelare a un oc-
chio attento il grado d'influsso su di esse esercitato dalle scuole |
limitrofe, specie dalla toscana.

Chè se notevoli differenze naturalmente esistono anche in ciò
fra regione e regione italiana, ognuno imagina quanto maggiori
se ne abbiano colle altre nazioni. Non minore è quindi il bi-
sogno chesi ha d'un lessico di abbreviature italiane, le quali se
non formaronsi a caso, evidente ne è il duplice vantaggio che
ne seguirebbe agli studi filologici sugli antichi testi volgari. Ove
si eccettuino le poche abbreviature latine raccolte. dal Gloria e
dal Lupi, classificate in 5 specie dal Paoli (Firenze, 1891 in 8)
e. dal Volta (Milano, 1892) che si studiò di coordinarle alle
note tironiane e alle sigle romane con dichiarazioni in tav. lito-
grafiche non certo perspicue, siamo ancora tributarii, in punto a
dizionari o larghe trattazioni di esse, ai tedeschi Baringius (1),
Walter (2), Kopp (3) e più comunemente ai francesi Battheney (4),
Chassant (5) e Prou (6), 1 quali peró, come il Du Cange nel Ze-
‘icon mediae et infimae latinitatis, rappresentano a noi il gran di-
-felto di non aver tratto esempi che scarsissimamente dal. nostri
testi medievali.

Roma, dicembre '95.

A. TENNERONI.

(1) Clavis diplomatica, Hanoverae, 1754.

(2) Lexicon diplomaticwm, abbreviationes syllabarum et vocum in diploma-
tibus et. codd. a saec. VIII ad. XVII usque occurrentes exponens. fottingae; 1747.

(3) Palaeographia critica, Mannhemii, 1817-1829.

(4) L’Archiviste francois, aw methode pour... déchiffrer les anciens écritures.
Paris, 1775.

(5) Paléographie des chartes et.des mss. Paris, 1884.

(6) Manuel de paléographie latine et francaise... suivi d'un dictionnaire des :
abbreviations. Paris, éd. A. Picard.
SUL RITROVAMENTO DI UN CODICE.

DI CRONACA PERUGINA

sono tutte le ricerche, che mirano a stabilire in quali rapporti sì
trovassero le città guelfe colla Curia. Romana. E questa una ma-
teria di studio, la quale non ha solo il pregio della erudizione,
ma quello altresì di ricostruire la verità storica in un punto del
Diritto pubblico italiano, dove l’ impero delle passioni ha troppo
spesso fuorviato le menti degli scrittori. Per ciò deve essere re-
putata grande fortuna il ritrovamento di quelle scritture antiche,
che, con la più schietta ingenuità, ci narrano le vicende delle re-
pubbliche guelfe negli anni, in cui si fecero più intime le loro re-
lazioni col papato.

E giacchè appunto in questi giorni ci è toccato in sorte di
scoprire in un Archivio privato un prezioso manoscritto di cro-
naca perugina, che colma deplorate lacune di altri Codici proprio

Chiesa, cosi non sarà discaro ai lettori, che di questa scoperta
teniamo loro parola.

Quando nel 1850 i compilatori dell'Archivio storico italiano
vollero dar mano alla pubblicazione delle Cronache e Storie ine-
dite della città di Perugia, assegnarono al primo dei volumi l'opera
poetica di Bonifazio da Verona dal titolo — De rebus a perugi-
nis gestis. Ann. MCL-MCC XCIII — tratta dal poema — £uli-
i stea ; collocarono quindi gli Annali di Perugia dal 1194 sino al
) 1352 ricavali da un Codice della biblioteca comunale per opera
E del Fabretti; e in ultimo diedero il luogo al Diario o Cronaca del
Graziani, stimato, tra gli antichi lavori storici sulla città, il mi-

Utilissime all’ istoria patria e in specie a quella dell’ Umbria

nel tempo, in cui la Repubblica ebbe più stretti rapporti colla.
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gliore, il più completo, il più esteso (1). Che fosse opera di un
Graziani non è accertato, imperocchè l'unico. indizio che si ha
sulla persona dell'autore è l'enunciazione di quel nome nell'esterno:
del libro, e il fatto di averlo il Vermiglioli ritrovato nel 1837 in
Torgiano nella biblioteca di casa Graziani. Ma se non si puó ac-
certare il nome. dello scrittore, questo è indubitabile, ehe il cro-
nista fu uomo- di raro acume storico, accuratissimo nelle ricer-
che ed esattamente. informato dei casi; della sua patria. Alla quale
non limita le sue. diligenti investigazioni, ma volendo tener di-
scorso delle vicende di altre città, ricorre alle cronache del Della
Tuccia e di Giovanni di Juzzo speziale per Viterbo e per le cose
di Roma al Diario dell' Infessura e va dicendo. :

Sino al 1837 l'esistenza di questo Codice fu ignorata, e ne
dobbiamo il ritrovamento al dottissimo Vermiglioli. Il manoscritto
si conserva nella Comunale di Perugia ; è un volume in forma di
ottavo, guasto dall’età, e, scriveva il Bonaini, difettoso di varie
carte. La scrittura dalle linee corrette e massiccie, è certamente

- del secolo XVI alquante inoltrato, e si legge con facilità. Questo

manoscritto fu pubblicato dal Fabretti nell’Archivio storico italiano,
e vi fecero nole eruditissime il Fabretti stesso, il Bonaini e il Po-
lidori. Ma poiché il Diario era privo di molte carte, il. Fabretti
ebbe l’accortezza di colmare le lacune del manoscritto introducen-
dovi dei supplementi ricavati da altre cronache, che poi diede in
luce nei due volumi pubblicati nel 4887-88 col titolo — Cronache della.
città di Perugia. — Il quale espediente è degno di lode, in spe-

(1) Gli eruditi di storia perugina sono unanimi nel riconoscere il pregio di questa.
scrittura, dichiarata la migliore di tutte quelle, dello stesso genere, che ci informano»

degli avvenimenti di: Perugia fino al secolo XVI. Ma io.vado piü in là, e dico, che la.

Cronaca del Graziani è documento superiore anco ai lavori dei secoli XVI e XVII;
e non sappiamo in verità come Adamo Rossi, potesse dire — « che. di tutti i cronisti pe-
rugini non é chi meriti di essere conosciuto più di Giulio di Costantino, sia per la
condizione cui appartiene, sia pel sentimento, di che mostrasi pieno, sia per la cono-
scenza de’ fatti, sia pel. modo come li racconta » — (Vedi Ricordi di Giulio di Costantino
dal 1517 al 1550 pubblicati con Note di Adamo Rossi — Perugia, 1868). Anzi tutto que-
sto popolano dà a divedere molta ignoranza della storia e scrive nel più sgrammatico
dialetto, e poi, quanto al sentimento, di che mostrasi pieno, ci sembra essere tutt’ altro
che elevato. E basti la introduzione alla Cronaca: — « In prima; dirò che da poie che
io conobbe el male dal biene (quale io naque nell’ anno 1503 o circa) e per insino a
l'anno 1517, f un vivere tanto bono e abundante de tutte i bene, che non se pode-
ria aquiperare > —. Il lettore rifletta al tempo ‘a cui si riferiscono le lodi del cronista,
e giudichi poi il sentimento di lui. :

nn
SUL RITROVAMENTO DI UN CODICE DI CRONACA PERUGINA 157

2E cie perchè adottato con buon lume di critica. Tuttavia per quanto
: accurata riuscisse l'opera del Fabrelti, non v' ha studioso di mate-
rie storiche dell'Umbria, il quale non abbia lamentato le troppo
E . frequenti laeune del manoscritto rinvenuto dal Vermiglioli, tanto

i più se si rifletta che questo Diario non potè essere consultato nella
Po sua integrità nemmeno dal maggiore storico di Perugia, e sieno

quindi innumerevoli le notizie dateci dal Graziani, e di eui non
è cenno nell'opera magistrale del Pellini (1).

Il diario incomincia coll'anno 1309, e prosegue fino al 1320,
ove è una prima interruzione fino al 1327, supplita dalla Cronaca
dell’Anonimo (2). Riprénde da quell’anno, e giunge al 1350, ov'é
la lacuna di un anno colmata da un brano di Codice appartenuto
al Vermiglioli. La narrazione ricomincia coll'agosto del 1350 fino

al 1368 col vuoto dell'anno 1369, e in parte del 68, al che sup-
plisce sempre la cronachetta dellAnonimo. Mancano poi gli anni
dal 1370 al 1388, intorno ai quali si danno notizie attinte a di-
versi cronisti. Continua il Diario dal 1388 al 1391 con una nuova
; interruzione di 7 anni, e cioè fino al 1398 dalle stesse fonti ripa-
| rata. Il medesimo si osserva. dal 1400 al 1424, dove pur troppo
l'intervallo non si è potuto colmare, perchè del periodo della do-
minazione di re Ladislao nulla. raccontano le altre cronache. Il
Diario riprende col 1424 e seguita, con poche interruzioni di mi-
nor conto, fino al 1450, ov'é una lacuna di ben 37 anni, supplità

(1) Per limitarmi a pochi raffronti, quali ho potuto fare fino ad ora tra la istoria
del Pellini e il manoscritto da me ritrovato, diro che molti avvenimenti dell'anno 1450
dal Codice registrati, non si trovano nell'opera dell'illustre storico. Questo ho ri-
scontrato pel fatto della morte di Teodorina moglie di Braccio, avvenuta a Bastia,
e della sepoltura: della salma di lei in.S. Maria degli Angeli. Citerò inoltre la narra-
zione dei tumulti di Perugia nel 1482, la quale é assai incompleta nel Pellini, mentre
è accuratissima nel manoscritto. Ad es. il Pellini non ci racconta — « che Averardo
de M. Sperello insieme alli Ranieri se fecero forte in capo de la piaza tutti d'accordo;
eli stettero saldi per fino a tanto che la scaramuccia fo staccata, la quale durò circa
2 ore e fu una terribile cosa a vedere, perocché andavano l’ uno contro l' altro come
cani arrabbiati; e se non fusse che Filippo de Ansideo venne giù con tutti li frati del
[2 Y : Monte con un Chrocefisso grande, li quali se cacciarono in mezzo gridando — Mise-
i ricordia, misericordia, pace, pace —, ce sarien morti moltissimi da una parte e l'al-
tra, et similmente el vescovo di Asese se operò fortemente per fino a tanto che la cosa
: '.fo relassata; onde che il Magnifico Guido de li Baglione essendo li a cavallo andò a
x. - abbraciare il detto Chrocefisso, e disse — Signor mio — ecc. — (Cte 631 e 632 del ms.) ».
— pi tutto cio non é un cenno in verun altro cronista, e nemmeno. nello storico Pel-
lini, il quale si limita a riferire la parte; che ebbe nella pacificazione il vescovo, di
Assisi e il Tesoriere apostolico.
(2) Pubblicata dal Fabretti nel Vol. I delle Cronache Perug., 1887, pag. 10 e segg.
O. SCALVANTI

colla Cronaca del Veghi e dei Villani, e finisce col tratto da]
1487 al 16 luglio 1491. Mancano quindi più di 100 anni di cronistoria,

e, quel che è peggio, mancano tratti di narrazione, che sarebbe
stato utilissimo conoscere, come quello dal 1450 al 1487, il periodo
di fierissima lotta tra Perugia e la Curia romana.

Quanto all'epoca, in cui venne compilata la cronaca, ha ben
ragione il Bonaini di affermare, che ciò dovette avvenire verso
la metà del secolo XVI. Di quest’opera, al tempo in cui venne
pubblicata nell A rehzoio storico, si conoscevano due soli esemplari,
uno rinvenuto nella biblioteca Graziani, e l’altro già posseduto dat
Minori Osservanti o del Monte, e che riel 1850 era nelle mani
del prof. Luigi Bartoli. Niun altro esemplare ricordano gli erudi-
tissimi compilatori, i quali ci attestano che il Codice Bartoli non
era che la copia di quello più antico appartenuto a casa Graziani.
Di guisa che può dirsi che il ritrovamento: dell'altro esemplare
presso il Bartoli nessun sussidio rese a colmare le deplorate di
cune del Codice scritto nel secolo XVI.

È duopo però riconoscere che un altro e ben prezioso esem-
plare sfuggì alle ricerche di quegli eruditi, ed è quello da noi rin-
venuto, in occasione di altre ricerche, nell’ Archivio di una egre-
gia famiglia di questa città (1), e sul quale vogliamo brevemente
- intrattenere i lettori.

Il manoscritto consta di 813 pagine in folio, ed è ben con-
servato. Fu scritto poco dopo la metà del secolo XVI (2), e si

(1) La famiglia Angelini-Paroli, nel cui Archivio abbiamo ritrovato altri impor-
tanti manoscritti (Vedi il nostro lavoro dal titolo — Alcune notizie su Benedetto Barzi,
giureconsulto perugino del sec. XV — Perugia, 1895).

(2) Dapprincipio dubitammo di ciò, perché la scrittura non ha quella nitidezza
e quelle linee severe, che si ammirano nei Codici del 500. Ma oltre a considerare, che
nella seconda metà di quel secolo, il carattere andò assumendo minore semplicità di
forme, noi ci troviamo dinanzi a un riscontro, che non ammette dubbio di sorta. In
fatti nell’ ultima pagina del Codice si leggono queste parole — Rendesi detto quader-
nuccio adà 10 de luglio 1562, Copia 2.a — Ora è ben vero che il numero 5 é formato in
guisa da potersi scambiare per un 6; ma d'altronde noi abbiamo intercalate nel testo
alcune bizzarre annotazioni di un Pompeo Barzi, che appartengono al 1055, e che evi-
dentemente ci furono introdotte, dopo che il Diario era stato copiato. Perciò la data
di questa copia non può riferirsi al 1662, che sarebbe posteriore a quella delle note
marginali di quello strano personaggio. Né si obbietti, che una parte del manòscritto
poteva essere stata approntata fino dal 1655, quando il Barzi. ci scriveva quelle sue
bizzarrie o allucinazioni, che dir si voglia; prima perché é evidente essere la scrittura
dilui di molto posteriore a quella del Graziani; e poi perché la copia ha tale unifor-
mità da escludere che possa essere stata l'opera di molti anni, quanti ne corsero dal
1655 al 1662. Osserviamo poi, che quelle annotazioní nulla hanno che fare col testo
(Vedi il nostro lavoro sul Giureconsulto Barzi, Perugia, 1895).

TERA ipa
SUL RITROVAMENTO DI UN CODICE DI CRONACA PERUGINA 159

È legge facilmente, sebbene la scrittura non sia così nitida come
quella del Codice della Comunale. È legato in pergamena ; e si
nota che una pagina del 1491 fu dal legatore trasportata al prin-
cipio tra l’anno 1327 e il 1328. Tranne questa trasposizione, il
manoscritto non presenta altre irregolarità nel modo, col quale è
È stato formato in volume. Nemmeno. qui è traccia del nome del-
p: l'autore. In varie pagine rimaste in bianco un Pompeo di Pompeo
di Fabrizio Barzi, possessore del manoscritto, vissuto alla metà del

vedendo che egli parlava spesso del libro, su cui scriveva, dicen-
dolo di sua proprietà, sperammo che vi avesse almeno una volta re-
‘gistrato il nome dell'autore; ma la nostra speranza fu completa-

dell'aliro presenta molte lacune, le quali peró sono bene spesso

1309 al 1313, tratto che è completo nella Cronaca stampata ; dal
1314 al 1324, di cui l'intervallo dal 1313 al 1320 è riparato dal
Diario inserito nell'AcAzeto storico, che avendo alla sua volta una
lacuna dal 1320 al 1327 trova nell'odierno manoscritto completati
gli anni 1325 e 26. Il Codice manca degli Annali dal 1366 al 1389;
1 . .e la Cronaca già conosciuta non ci dà di questo intervallo che la
Ì sola narrazione dal 1366 al 1368 e 1370, e dal 1388 al 1389. Qui
; rimane adunque una profonda lacuna. All'altra, che si riscontra
nel manoscritto, dal 1389 al 1442, ripara soltanto in parte il Dia-
rio stampato, perchè ancor questo manca del tratto dal 1391 . al
1398 e dal 1400 al 1424. Fino a questo punto i due Codici non si
completano interamente; ma il manoscritto non presenta altri
mancamenti dal 1422 in poi; e perciò gli anni dal 1422 al 1424
(che non si trovano nello stampato), e il lungo tratto di 37 anni
(1450-1487) mancante pure nel Diario edito dal Fabretti sono piena-
mente reintegrati dal Codice ora scoperto, il quale ha ancora l'ul-

(1): Né miglior fortuna avemmo scorrendo le pagine del Codice segnato di lett. 7.
e da noi pure ritrovato nell’ Archivio Angelini. Anche in questo manoscritto il Barzi
scrisse molte stranezze, e richiamò quelle registrate nelle pagine bianche della cro-

E naca. « Il ricordo della supplica che io feci di essi miei cento volte novecento milioni
; : di Mondi appare scritta per mano mia in un altro mio Libro segnato Croce a carte
P. 86 seconda facciata e a carte 87 prima e seconda facciata ». — Il Libro cui accenna

è il Ms. della Cronaca, ma anche in questo richiamo nulla ci dice del nome dell’ autore.

È secolo XVII, inseriva le più stravaganti cose del mondo. Dapprincipio,

mente delusa (1). Il manoscritto non ha frontespizio, e al pari

colmate dal Diario a stampa. I vuoti che esso contiene vanno dal

pa — UN cmt x ERRE e DAN T. AUT UAE EA

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160 mij o. SCALVANTI

timo tratto dal 1491 al 1494, di cui è privo il Diario a stampa QD.
.. Ora sebbene nel volume si osservi- qua e là qualche lacerazione
di carte, pure iò ritengo che quei vuoti sussistessero al tempo, i
cüi venne raccolto e legato. Questo Codice non apparisce essere
stato molto consultato, giacchè non vi sono annotazioni in mar-
gine, come si vede per lo più nelle carte di quel tempo, in specie
nell'altro esemplare della Cronaca. Non crediamo ingannarci as-
- serendo che questo manoscritto dovette. essere esaminato dal conte
- Girolamo Bigazzini, valentissimo genealogista, perchè in qualche
margine si veggono notati i nomi di alcuni nobili, di cui si nar-

rano i fatti nel testo; e varie di queste annotazioni sono indub-

biamente di mano di quello. scrittore: In complesso dunque il ma-
noscritto presenta una lacuna minore dell'altro, cioè 69 anni di
cronaca, mentre il Codice della Comunale ha un vuoto di oltre
un secolo. Non è poi difficile congetturare se la copia da noi rin-
venuta sia stata oppur no condotta sull'originale edito dal Fa-

(1) Rispetto a questo periodo della cronaca dobbiamo far menzione di un breve
scritto di A. Rossi, edito per le nozze Fumi-Cambi nel 27 aprile 1879. Il Rossi pubblicò
in quella occasione un brano della Cronaca di Graziani dal 16 luglio 1491 al 2 set-
tembre 1493. Esso si riconnette al Diario pubblicato nell’ Archivio storico, ed è parte

del manoscritto scoperto dal-Vermiglioli. Come il Rossi poté ritrovarlo lo accenna egli
- stesso nella pubblicazione di quel Quadernuccio. Egli lo vide tra le mani di un salu-
maio, che era in procinto di lacerarlo. Lo volle sott'occhio, e conosciuto il pregio
di quella scrittura, ne fece acquisto per l'Archivio di Perugia. Ma il salumaio ne
aveva già. stralciate alcune pagine, incominciando. dall'ultima, ed ecco perché
ilQuadernmuccio non prosegue alla pari del nostro fino al 1494. Noi abbiamo. con
frontato l'edizione del Rossi col. manoscritto odierno, e: poche sono le varianti.
L’ egregio scrittore afferma, che il Graziani intendeva. continuare la sua Cronaca
fino al 1541; e noi non lo impugnamo. È certo però o molto ‘verosimile almeno, che la
Cronaca non si prolungasse al di là del 1494, perché il manoscritto da noi rinvenuto
“non é tronco per lacerazione di carte o lasciato in bianco: per mancanza di originale,
ma termina con la già riferita annotazione del copista, che ha tutta l'aria di essere
il termine dell’ opera. Ora, per quanto preziosà scoperta facesse Adamo Rossi, essa
non é sufficiente a. ristabilire nemmeno un breve tratto di cronaca. Ad es. nel punto
dove la sua pubblicazione cessa, il nostro manoscritto continua perinformarci di un
fatto di molta rilevanza, ed é, che fra Bernardino da Montefeltro, il quale predicava
sulla piazza del Duomo, nell’ 8 settembre 1493 lasciò improvvisamente Perugia —. « Et
molto (fra Bernardino) confortava quelli a li quali apartiene el governo e che si non

se repara cascherà el giudizio contro di loro, e poi se voltò al popolo e disse — ch' ogni:

persona governasse la:casa sua e chi non poie fare altro guardi sé medesimo e facci
bene, altrimenti el giudizio di Dio cascherà sopra di loro. Et cosi confortava ogni per-

sona a far bene, e molto disse che si non se-mutava modo al vivere de la cità che noi:

-dovemo aver peggio, che non avemo auto e presto. E questa fu la 7a predica che lui

facesse. A di 8 detto se parti detto fra Bernardino la matina per tempo e in piaza se

aspettava che lui venisse a predicare però che era sonata la campana de $. Lorenzo
SUL RITROVAMENTO DI UN CODICE DI CRONACA PERUGINA 161

bretti. Deve ritenersi infatti, che entrambe furono eseguite sopra
esemplari diversi; perchè tanto nell’una copia che nell’altra le la-
cune non sono soltanto determinate da. lacerazione di carte, ma
anco dalla deficienza del testo che si copiava, talchè gli ama-
nuensi hanno lasciato in bianco molte pagine nella speranza di
ritrovare le parti mancanti del manoscritto che avevano sott’ oc-
chio. E che il nostro Codice non sia copia dell’altro custodito nella
Comunale è agevole a provarsi con molti esempi; ma due soli
ne scelgo per brevità. Noi riscontriamo che il copista del manoscritto
inedito ha lasciato in bianco una pagina antecedente all'anno 1389,
lo che significa che nell’esemplare che copiava, esisteva una la-
cuna. Se non che quando egli attende a copiare i fatti di quel-
l'anno, non incomincia dal 8. gennaio, come si legge nel Diario a
stampa, ma sibbene dal 14 di marzo. Ora se la copia fosse stata
condotta sull'esemplare ritrovato dal Vermiglioli, perchè il copista

avrebbe tralasciato di riferire ciò che occupava in quel volume.

a predica, et esso non aveva domandato licentia, et gran popolo era venuto alla pre-
dica come el consueto a 7 prediche ehe esso aveva fatto in piaza, onde che intenden-
dosi lui esser partito senza licentia et pensando la. brigata alle cose, quale esso aveva
preditto, molto ciascuno rimase di malavoglia ». — Non é egli strano che questo
frate da Montefeltro, che presso il popolo aveva fama di profeta let più volte ce.recordò
quelle cose le quale ce aveva ununciate et. preditte in qualche sua predica del

passato, quale ce sonno advenute) lasciasse la città proprio mentre la campana di .

S. Lorenzo suonava a raccogliere i fedeli alla sua predica? Egli aveva avuto parole
di fuoco contro il mal vivere dei cittadini, contro i potenti, contro gli ambiziosi; e si

rileva anco dal passo inedito riguardante la 7a predica, dianzi riferito; e ci sembra -

non arduo a immaginarsi, che appunto per opera di qualche potente fosse fatto uscire
di notte tempo dalla città. E poiché i raffronti sono il maggior sussidio, che abbia la
mente umana per intendere i fatti della storia, ricorderemo, che in Perugia era
allora preponderante la fazione dei nobili, e doveva ‘essere presso di loro sospetta
la propaganda di fra Bernardino, così strenuo propugnatore di libertà, di giustizia e
di popolare governo. Ricordisi inoltre che fra Girolamo Savonarola a Firenze, colla sua
predicazione per più anni continui (scrive il Guicciardini narrando i fatti del 1495) si
era vindicato fama e credito di profeta, e aveva accennato ancora qualche cosa della
mutazione dello stato; e detestando pubblicamente la forma deliberata. nel Parla-
mento, affermava la volontà di Dio essere che s! ordinasse un governo assolutamente
popolare (Storia d? Italia, Lib. II, cap. I). L' aecesa eloquenza del frate produsse due

anni dopo quello, in cui Bernardino si parti improvvisamente da Perugia, la costitu-

zione di quel Consiglio, che doveva attendere alla riforma dello stato fiorentino. Adun-
que erano tempi in cui l’infiammato zelo di religiosi si manifestava anco nelle poli-
tiche faccende, e non é meraviglia che a Perugia gli ambiziosi e potenti capi delle
fazioni nobiliari, paventando gli effetti delle prediche di fra Bernardino, procurassero
la partenza di lui, imperocché da più anni nella vicina Firenze un simile apostolato
esercitava il Savonarola, ed era prossimo il giorno, in cui se ne dovevano cogliere i
frutti.

11
162°... O. SCALVANTI

varie pagine di scrittura? Inoltre noi vediamo che il manoscrilto
della Comunale all'anno 1445, registrati i fatti del 15 aprile, ha
un foglio bianco, dopo il.quale manca per lacerazione altro foglio.
Ammettendo pure che il foglio stracciato fosse scritto, è certo che
l'amanuense trovò nell'esemplare una lacuna, la quale dovrebbe
riscontrarsi anco nel manoscritto inedito. Per contrario, mentre il
Codice della Comunale termina colle parole — A di 17.... — e
riprende colle parole — e Mariotto dei Baglione et retornaro; —
il nostro manoscritto continua spedito per altre due pagine dalle
parole — A di 17 de aprile — fino a ritrovare le parole — Ma-
riotto dei Baglione, ecc. — che appartengono alla cronaca del 9
di luglio dell’anno 1445.

Noi crediamo che questa breve descrizione del Codice, oggi
ritrovato, sia sufficiente a provarne la grande importanza. Pure ci
sembra opportuno venire ad una più ampia dimostrazione di ciò.
Si rifletta prima di ogni altra cosa, che col nuovo manoscritto
vien riparandosi al tratto di 37 anni, mancante nel Diario a stampa.
E se ciò possa interessare grandemente gli studiosi di storia ita-
liana e massime umbra, facilmente si prova colle seguenti consi-
derazioni : RE
1.» — Anzi tutto bisogna osservare alla importanza del pe-
riodo storico dal 1450 al 1487. In questa parte degli Annali oltre
la diligente e minuta' esposizione delle frequenti contese fra la
Repubblica e il Papa noi abbiamo descritti i tumulti di Perugia,
di Viterbo, le discordie sorte in Firenze nel 1466, la liberazione
. di Orvieto e la sua pacificazione nel 1468, la lega fra il conte Fe-
derigo da Montefeltro e il conte. Carlo Fortebracci, le gesta del
Piccinino, di Nello Baglioni e di altri altissimi personaggi, le im-
prese di re Alfonso, le discordie fra Carlo Fortebracci e Carlo Ba-
glioni, le.difficoltà insorte fra Siena e Perugia pel furto dell'Anello
della Vergine, la guerra fra i Senesi e il Piccinino, tra Perugia
e Firenze, la pestilenza del 1476, molte e gravi controversie colla
Curia Romana, quella in specie per il pagamento delle decime
nel 1483 e altre narrazioni interessanti la storia generale d’Italia
e di Europa. Aggiungansi le notizie più preziose circa i provve-
dimenti intesi a riformare lo stato all’interno, a soccorrere i po-
veri, mediante leggi speciali e fondazioni di Opere Pie, a dare
incremento alle arti della lana e della seta, a diminuire il lusso
SUL RITROVAMENTO DI UN CODICE DI CRONACA PERUGIA 163

dei costumi, ad abbellire la città, a provvedere alla pacificazione
degli animi, a riordinare la zecca e va dicendo.

2.0 — Tutto questo periodo storico così fecondo, così ricco

di avvenimenti è nel manoscritto distesamente narrato senza ve-
runa interruzione. Esso è contenuto in 350 pagine di fitta scrit-
tura, poco meno della metà dell’ intero Codice. E dunque la parte
più estesa, più accurata, che fa fede di minutissime indagini, di
pazienti ricerche e di infaticabile zelo nel valente cronista. Si ha
poi la fortuna che il tratto offertoci dall’ odierno manoscritto è il
sicuro addentellato del Diario a stampa (1). o
3.° — Si deve considerare inoltre, che questa ele altre aggiunte
ricavate dal manoscritto, suppliscono veramente ai vuoti della Cro-
naca, perchè son la Cronaca stessa; mentre non è a dire il medesimo
dei supplementi introdottivi dal Fabretti. Poco sopra riconoscem-
mo il grande servigio reso dall’ illustre uomo nel volere annessi
quei supplementi al Diario Graziani; ma non appena si gettino
gli occhi sul manoscritto, ognuno comprende a quale distanza si
trovino le cronache del Veghi, dei Villani e dell'Anonimo da quella
del Graziani. Per non distenderci in troppi esempi, avvertiremo
che mentre dal Diario del Veghi e dai lavori di Villano e Ciancio
Villani non è stato possibile trarre veruna notizia riguardante
l’anno 1453 onde supplire alla lacuna della Cronaca Graziani,
il manoscritto nostro contiene ben 5 pagine relative a quell’anno,
e in ‘esse si raccontano le visite imperiali a Siena, Viterbo e Roma,
i casi di Firenze, le scorrerie delle soldatesche del Re d’Aragona,
i danni che esse arrecarono al contado perugino, la venuta del
conte Federigo d’ Urbino, la lega fra Firenze e Perugia e più
altre cose interessanti la storia d’Italia e quella della nostra re-

(1) Infatti il Diario edito dal Fabretti (pag. 628) termina con queste parole —

« A quisti di se disse che el conte Francesco era stato fatto duca de Milano. A dì 26 de
luglio 2s. ». — E il nostro manoscritto, dopo queste parole, continua — « A dì 26
de luglio mori Cola de Restoro, ché la mattina stette a la messa a S. Filippo, ecc. >. —
Né meno sicura é la ripresa al termine dell’intervallo dei 37 anni. Il manoscritto
giunge colla narrazione al 4 agosto 1487 e cosi dice — « A di 4 de agosto Giovagnie

del Gentiluomo degli Arcipreti retolse Carlo famiglio de Piero de Raniere da le mani

dei birri e feri 2 delli ditti birri in capo alla piazza — A di detto Giovagne del genti-
lomo, fw messo per rebello, ecc. », — Col corsivo riprendesi il testo del Diario a
stampa. Per tal modo il tratto che si legge nel nostro Codice viene ad incastonarsi
nella Cronaca stampata, senza pur l' ombra di interruzione o d' incertezza.
164 O. SCALVANTI

pubblica. Di tutto ciò non è verbo in alcuna delle cronache, da
cui dovettero attingersi i materiali per supplire ai mancamenti
del testo allora conosciuto. E quando pure queste cronache con-
tengono una narrazione, essa è insufficiente a darci notizia ade-
guata delle vicende della città. Ad: es. nell'anno 1453, per il Sup-
plemento sesto al Diario Graziani non vi sarebbe stato di note-
vole che il dono fatto dal padre Angelo del Toscano, generale
dell'Ordine di S. Francesco, alla comunità di un'ognia di Gri-
fone, la quale li era stata donata dal Re di Francia, e alli 20
di agosto mori e fu sepolto in S. Francesco. Ma invece a questo
medesimo anno 1453 il manoscritto: contiene preziose notizie su
Carlo di Braccio, sul Gentile, capitano della signoria di Venezia,
sui progressi delle armi turchesche in Costantinopoli e sui matri-
moni e morti di illustri cittadini. E come nell’anno appresso gli
altri cronisti si limitano a registrare la morte di Agamennone
degli Arcipreti e l’entrata in monastero di Berardo da Corgnia;
il codice inedito ci parla, in mezzo a molte altre cose, del Breve
di Nicolò V sul pagamento delle decime dei benefizi, di cui erano
investiti gli abati e altri dignitari della Chiesa; continua la. nar-
razione dei casi di Costantinopoli, della pace tra Venezia, il Duca
di Milano e i fiorentini; del passaggio di molte genti d’arme da
Perugia; della richiesta di Carlo di Braccio condottiero dei vene-
ziani per avere messi perugini da inviare al pontefice; del con-
vegno degli ambasciatori di varie città in Perugia; della con-
ferma della pace tra il Comune nostro e Firenze; delle forze mi-
litari di Carlo Gonzaga; delle giostre tenute in Perugia nel de-
cembre 1454 e promosse da Braccio de’ Baglioni e da Giapeco
degli Arcipreti, dove si fa memoria del nome dei giostratori, ecc.
Noi vorremmo proseguire nel raffronto tra il pochissimo che of-
frono le cronache Veghi e Villani e il moltissimo che s'ap-
prende da questo Diario inedito del Graziani; ma di un altro solo
saggio dovremo appagarci per non riuscire infiniti. L'anno 1455
della Cronaca Veghi col sussidio delle altre scritture ci porge
novella della. pena del rogo inflitta ad una fattucchiera, dei tor-
menti che si diedero alla moglie di Carlo de’ Graziani e del sacco
di Cetona compiuto da Giacomo di Nicolò Piccinino. Or bene, noi
non possiamo nemmeno per sommi tapi accennare alla pingue
materia contenuta nel Codice inedito sotto quest'anno 1455. Basti
SUL RITROVAMENTO DI UN CODICE DI CRONACA PERUGINA 165

il sapere che la narrazione occupa venticinque pagine dell’ in-folio,
perchè non v'é mese, il quale non abbia dato occasione a nume-
rosi ricordi, che sono in tutto del numero di ottanta, mentre le

cronache del supplemento ne recano tre soltanto. Insomma lad--

dove tutto il supplemento dal 1450 al 1487 è contenuto in 28 pa-
gine di testo con copiose note, il tratto del manoscritto inedito è
di carte 350, senza contare che nello stesso supplemento mancano

interi anni, come il 1472, che occupa 5 carte del manoscritto, e .

il 1480, che diede materia al cronista Graziani di registrare 30 av-

venimenti di primaria importanza. Nè sembrino al lettore troppo.

minuziose queste nostre indagini; perchè ad altro non miriamo

che a dimostrare vie più il pregio singolarissimo del Diario del

Graziani, il quale si discosta dai lavori precedentemente compi-
lati, per la ragione che l’autore intese a raccogliere da molte cro-
nache e storie ogni interessante notizia. È. naturale quindi che il
suo lavoro riuscisse più completo degli altri, da cui si tolsero i
supplementi.

Se poi ci siamo particolarmente intrattenuti sul tratto di sto-
ria dal 1450 al 1487, e se diciamo che eguale importanza ha la
narrazione degli anni dal 1491 al 1494 (1), affermiamo. essere il
medesimo per le lacune meno ‘estese, e che il manoscritto può
completamente colmare. Così mentre nell'anno 1361 la Cronaca
stampata ci narra solo della congiura ordita a favore di Alessan-
dro di Pellolo de’ Vincioli per farlo signore della città, il mano-
scritto ci racconta con maggiore particolarità il fatto e le sue con-

seguenze, e ci informa poi della compilazione dei Libri del Cata-

sto. Similmente nel 1366 al vuoto del Diario ripara il manoscritto,
il quale dà notizia non solo dei fatti, che l' illustre Fabretti ha ri-
cordato in nota (2), ma anco dei moti di Assisi, della riforma sta-
tutaria, delle ambascerie al Papa, del passaggio delle compagnie
bianche, della presa del castel di Siena, dell'arrivo alla Fratta di
300 tedeschi, dell'occupazione dei borghi di quella città, e ci fa
ricordo di importanti deliberazioni del Consiglio dei 500 sulla
guerra, molte delle quali circostanze furono ignorate dallo stesso
diligentissimo Pellini.

(1) Vedi la nota'a pag. 160.
{2) Cronaca del' GRAZIANI, pag. 202.
=====

"=

O. SCALVANTI

4.0 — E oltre a darci presso che. completo il Diario Gra-
ziani, il manoscritto è preziosissimo sussidio a correggere qualche
inesattezza inseparabile da ogni lavoro di simil genere, nella quale
caddero i compilatori dell'Archivio storico. Verbigrazia, abbiamo
riscontrato che essi talvolta riportarono nel testo delle annota-
zioni marginali evidentemente di mano diversa dello scrit-
tore della cronaca, e che nel Codice odierno non .si veggono.
La qual cosa può generare difficoltà, oscurità e incertezza nel ri-
levare un fatto o una data storica (1). I raffronti col manoscritto
gioveranno inoltre a correggere alcune trasposizioni di testo, che,
per errore di copia, si incontrano nel Diario a stampa (2). In-
somma se Adamo Rossi nella dedicatoria a Luigi Fumi del la-
voro altrove ricordato, collocava poche pagine della Cronaca Gra-
ziani dal 1491 al 1493 tra le più preziose scritture del genere
prediletto agli studiosi; con quanto maggior ragione possiamo noi
rallegrarci della scoperta di un manoscritto, nel quale si ha circa
un secolo di storia perugina inedita ampiamente narrata. Ed è
perciò che ci siamo affrettati a informarne i lettori per utilità de-
gli studi storici riguardanti l' Italia e in special modo |’ Umbria.

Perugia, novembre del '95.

i O. SCALVANTI.

:(1) Vedi il nostro lavoro — Benedetto Barzi giurecons. del secolo XV — Perugia,
Boncompagni, 1895. RS

(2) All' anno 1342 nel Codice stampato si trova una lacuna dopo il passo che
segue — « Del mese di settembre nel dicto millesimo, essendo messer Ottaviano de
gli Begliforte signore di Volterra per modo de tiranno, el dicto meser Ottaviano et
gli suoi consorti dettero et sottomisero la dicta cità de Volterra el suo destretto a
messer Gualtiere Duca de Attena a vita, el quale era signore generale a vita de la
cità de Fiorenza e de suo destretto, benché dicto meser Otaviano remase pure lo mag-
giore de la dicta cità ...... Et se partiro glie ditte loro conductore italiane, et non
volsero entrare nel contado de Peroscia con la dicta, compagnia ». — Orbene, questo
ultimo passo in corsivo deve essere collocato innanzi al primo, al termine di un lungo
periodo, che é contenuto solo in parte nel Diariova stampa. Il tratto poi. prima della
lacuna viene di seguito al passo riferito in corsivo, e il manoscritto lo completa con
questa notizia, che manca nel Codice della Comunale: — « Di dicto millesimo il Co-
muno de Arezzo con volontà del Comuno de Fiorenza si sottomise e diede la detta
cità e destretto al sopradetto duca di Atene; fecero la detta sommissione in casa del
detto duca di Atene, et li predetti casi furono del mese di settembre ».
A PROPOSITO DI UN ARTICOLO

MASSIMO KOVALEVSKY

sulle conseguenze economiche della Peste inl talia

Il KovarEvskY, studiando la legislazione medioevale concer-
nente il lavoro e la mercede, si é domandato quale influenza abbia
avuta la grande mortalità della peste del 1348 sulla elevazione
della mercede medesima. Tale ricerca era già stata fatta, per ció
che concerne l'Inghilterra, dal RocEns (story of Agriculture
and Prices) dal SeeBonm (The Black: Death) e dal GasQuET
(Black Death in England); ma nessuno di essi aveva pensato a
paragonare la legislazione inglese con le simiglianti e contempo-
ranee norme legislative della Francia, dell'Italia, della Germania
e della Spagna. Specialmente forse le repubbliehe italiane del me-

dioevo possono fornire interessanti notizie intorno a siffatto argo-

mento. : i
Il KovaLEvsKky pertanto fece a tale proposito delle ricerche
negli archivi di Firenze, Siena, Perugia, Orvieto e Venezia, e ne

espose le conclusioni in una comunicazione fatta ad Oxford nella.

sezione F ‘del Congresso dell’associazione inglese per il progresso
della scienza: relazione che, tradotta in tedesco dal REDLICHA, è
comparsa recentemente nella Zeitschrift für Social-und Wirth-
schaftsgeschichte, vol. III, fasc. 3° e 4o, pag. 406-23.

I dati intorno al decrescere della popolazione nelle città ita-
liche per cagion della peste sono stati talvolta esagerati dai Cro-
nisti; sarebbe pertanto necessario poterli controllare. Ma ciò non
è agevole fare per le grandi città, come Milano e Genova, i cui
archivi furono ripetutamente bruciati e distrutti. Invece piccole
città, quali Orvieto, Todi e San Gemignano, conservano nei loro

eodeni. LP G. PARDI

archivi ricco materiale per la storia economica. Nè quanto alla
prima città sono stati pubblicati i più notevoli documenti di tal
genere nella poderosa raccolta fatta dal Fumi dei più antichi do-
cumenti risguardanti la storia orvietana (Cod. Dip. d’Orvieto per
L. Fumi). Giacciono pertanto inediti nei.respettivi archivi, ed il
KovaLevsKy li ha esaminati accuratamente. Una delle conseguenze
economiche della peste fu che il prezzo della mano d’opera crebbe
molto. Dice a questo proposito Matteo Villani (I, 5): « E il la-
vorio e le manifatture d'ogni arte e mestiero montò oltre al doppio
consuelo ». 3

Dopo aver esposto le notizie e i dati concernenti le | mercedi
rinvenuti negli statuti di Mantova e di Bologna e nelle Provvi-
sioni del Maggior Consiglio di Firenze degli anni 1348-52, l'A. os-
serva come, nello stesso modo che a Firenze, non fosse fissato un
massimo delle mercedi negli statuti di Perugia, una città, la quale
era retta dai Priori delle arti sotto la superiorità più o meno
nominale del Papa e del suo Legato. Era questi allora il celebre
Egidio Albornoz, che daya opera a riformare gli ordinamenti di
Perugia quando scoppiò la peste del '48. Ora negli statuti perugini,
riveduti sotto la sua direzione ed apparsi nel 1349, si rinvengono
disposizioni somiglianti a quelle fiorentine. Poichè infatti i la-
voratori del contado e del distretto di Perugia lasciavano i fondi,
che avevano in affitto, per prenderne. altri concessi loro volen-
tieri a migliori condizioni per cagione della grande mortalità,
per tal modo Ja coltura. dei campi .era in vari luoghi abbando-
nata e le vettovaglie salivano ad un prezzo molto alto. Perciò
fu stabilito che nessuno affittuario. potesse abbandonare i fondi
presi in affitto prima del termine di tre anni (Ann. decemo. di
Perugia, a. 1351, c. 59). Ma questa legge, oltre a non conse-
seguire l'intento ,propostosi dai reggitori del Comune (Ann. de-

cemv., 8. 1347) non determinava il massimo della mercede: e ciò

in repubbliche di artigiani, quali Firenze e Perugia,. mentre in-
vece repubbliche più aristocratiche, come Pisa ed Orvieto, fissa-
vano il massimo della mercede per i lavoratori della città e del
contado. Così lo statuto pisano del 1350. Così le deliberazioni del
Maggior Consiglio d'Orvieto del 1349 (nella Zeitscrift f. S. u W.
G. è stampato erroneamente 1359), per le quali fu imposto che
ogni due mesi si scegliessero due commissari, i quali determi-
quei iA SPEI IE NER
i: ; d

RE

A PROPOSITO DI UN ARTICOLO DI MASSIMO KOVALEVSKY, ECC. 169

nassero il prezzo delle singole cose e del lavoro. Troviamo pure
nelle Riformanze degli anni susseguenti le tariffe delle varie in-
dustrie e dei vari lavori. |

Per tal modo Orvieto, grazie all’accurata monografia del
chiaro A., appare quale una delle città italiche, che più saggia-
mente e praticamente portarono rimedio al crescere del prezzo
delle cose vendibili e della mano d'opera — cagionato dalla grande
mortalità del '48. — fissandone il massimo. :

Slimo pertanto non inopportuno esporre con una certa lar-
ghezza i provvedimenti economici presi dal Comune orvietano in
quella terribile calamità, provvedimenti sconosciuti fin qui, e ri-
portare per intero la tariffa del massimo delle mercedi stabilita
nel 1350, essendo quest’ultimo un documento non dispregievole
di sapienza economica, che porge occasione a fare alcune rifles-
sioni.

La peste del '48 non fu ad Orvieto meno tremenda. che al-
trove: è stato detto che su 10 persone morissero 9. La. città era
inoltre in quel tempo travagliata da guerre intestine. I figli del
morto Signore di Orvieto, Ermanno Monaldeschi, e più ancora lì
erudele e potente Bonconte della Vipera, volendo maggioreggiare
in patria e trovando resistenza nel forle amore dei cittadini per
la libertà, li molestavano e danneggiavano continuamente. per
mezzo dei numerosi loro sgherri e seguaci.

E bello il vedere, tra l'infuriare del morbo, che sentimenti
alti e liberi nutrissero gli Orvietani. Non abbattuti dalle calamità
della peste e della guerra, il 19. settembre 1348 si riformarono a
popolo e a libertà, « cum ipsa urbevetana civitas cum suo comi-
tatu et distrietu a diu iugiter fuerit atrocibus guerris et sevis
angustiis et oppressionibus conquassata et sub tirampnorum pro-
tervia peditata et conculcata, et nunc, Deo propitio, in pacis dul-
cedine requiescat » (1). Sembra quasi che la pace e la libertà re-
casse loro lanta gioia quanto dolore non aveva apportato la mor-
talità; ed è manifesto che il fiore delle libere istituzioni sboccia
‘anche tramezzo agli orrori della desolazione e della morte. .

E doveva esser proprio pietoso lo spettacolo di Orvieto in

(1) Arch. com. d'Orv. Riformanse, vol. LXVI, c. 35.
3170 (SIRO | n. PABDI

quel tempo, quasi vuota di abitanti e con le case mezzo abbattute
a cagion delle guerre intestine. Infatti il 18 ottobre '48 fu delibe-
rato dal Maggior Consiglio che fossero severamente punite le di-
struzioni di case, « quapropter dissensiones et scanda[la], que
atrociter, hoste humani generis operante, in civitate urbevetana
viguerunt, nonnulle domus, hedificia, menia et alia casamenta pa-
tent cireumquaque diruta » (1).

Uno dei primi atti del nuovo Consiglio popolare riguarda il
prezzo delle mercedi. Considerando infatti che gli operai ed i ven-
ditori « propter sevam et inauditam pestem mortiferam, que nuper
undique in humano genero est diffusa, pretium adeo carum tollant
quod cives et alii cuncti conqueruntur merito et, nisi provideatur
celeriter, non possunt facere facta sua, ex quo detrimentum non
modieum rei publice exoritur et iactura, ne igitur huiusmodi ap-
petitus noxius et nefandus usus, in Urbisveteris civitate diutius
nec ulterius vigeat et res predicte in congrua dispositione persi-
stant » (2); il Consiglio medesimo stabili, il giorno 31 settembre,
che quanto alle cose da:vendere ed allé opere personali non si
potesse richiedere se non il quarto di più di quello che si soleva
.far pagare innanzi alla peste. Questo provvedimento, senza disco-
noscere le giuste ragioni dei rivenditori e degli operai per acere-
Scere alquanto il prezzo delle cose e dei lavori, impediva loro
molto praticamente di portarli ad un prezzo troppo alto: accon-
tentava essi da un lato e da un altro tutti i cittadini. Vedremo
pol che questo criterio, di un quarto di piü di quanto si soleva
prender prima, sia mantenuto anche nelle tariffe posteriori. Il che
prova come il Comune orvietano avesse trovato il giusto mezzo
per non disgustare nè i lavoratori né i compratori.

— Oltre alla difficoltà di concordare equamente il prezzo delle
mercedi, il Consiglio della repubblica si trovava in grande imba-
razzo perché era stretto del bisogno di danaro, ma i pochi ed im-
miseriti abitanti dei pivieri del contado si rifiutavano di pagare
le imposte. Perció il 18 febbraio del 1349 fu fatta una proposta
« super conservatione et reparatione pleberiorum comitatus, quo-
rum nonnulla iam defecerut in totum propter mortiferam pestem

(1) Arch. com. d'Orv. Rif. LXVI, c. 48 r.—
(2) Rif. LXVI,.c. 44 r.

-" = e ri tiere tin -
pre dr

A PROPOSITO DI UN ARTICOLO DI MASSIMO KOVALEVSKY, ECC. 171

per orbem diffusam et gravia onera ipsis pleberiis per urbeveta-
num Comune imposita..... ob que ipsa pleberia sunt vacuata ho-
minibus et poderia et bona in eisdem existentia pro maiori parte
incultivata persistunt » (1). Considerando tali tristi condizioni delle
campagne i consiglieri preferirono che i loro abitatori continuas-
sero a lavorare i fondi senza pagare imposizioni, e determinarono
che nessuno li potesse molestare per cagione di gabelle o di taglie.
Gli abitatori della città, dove dimorava la parte più ricca della
popolazione, si trovavano in condizioni differenti perchè molti eran
divenuti doviziosi anche di poveri od avevano accresciuti i pos-
sessi per mezzo di eredità. Quindi essi erano in grado di pagare,
ed a loro non furon risparmiate imposizioni e taglie: qualora man-
cassero, anche tassando questi, i denari necessari al Comune, si
ricorreva ad imprestiti con Ebrei. |

Tuttavia alcuni dei cittadini erano rimasti in misero stato e
non potevano pagare. Perciò il 16 settembre del ’49 fu deciso che
nessun popolano potesse venire molestato od imprigionato per de-
biti sino al 1° gennaio del-1350. Fu concessa una dilazione al pa-
gamento delle imposte « ad hoc ut urbevetana civitas civibus re-
pleatur, que occasione pestis et mortis generalis est quasi totaliter
civibus vacuata » (2). Gli animi infatti, aggiunge la deliberazione,
per i terribili segni, che continuamente appariscono, debbono esser
volti piuttosto alla misericordia che non alla severità. Un'altra
prova di misericordia fu quella di liberare i prigionieri: con il
che si veniva ad avere un risparmio nel mantenimento loro .e
nella paga dei carcerieri, e nello stesso tempo si realizzò un
utile facendo far loro un'offerta in danaro. Fu inoltre proibito ai
cittadini di offendere, molestare o trarre aleuno in giudizio per
detli o fatti o cagioni di qualsiasi specie.

Un barbaro uso di quel tempo si era di vendicarsi dei nemici
non colpendoli nelle persone, ma nelle cose, distruggendo cioè le

.vigne, guastando le messi, ecc. Il che in quel frangente sarebbe

stato maggiormente pericoloso e dannoso per tutta la cittadinanza.
Perciò il Consiglio orvietano, il 29 novembre del ’49, raddoppiò le
pene stabilite per i danni inferti ai fondi e specialmente alle vigne.

(1) Rif. LXVII, c. 17 r.
(2) Rif. LXVII, c. 67 t.
4 o G. PARDI

Per riparare allo spopolamento delle città i reggitori di queste -
pensarono di concedere gli stessi diritti e privilegi dei cittadini
ai forestieri. che venissero a stabilirvisi. Così fu fatto a Siena e
specialmente a Venezia ed in tutto lo stato veneto. E cosi fu de-
liberato si facesse pure ad Orvieto, dove vediamo, ad esempio, un
tal Francesco di Soana venirsi a stabilire con diritti di piena cit-
tadinanza nel maggio del '49. E già il 18 ottobre del '48, « quia
urbevetana civitas propler scandala, guerras et angustias ac mor-
tiferam pestem. nimium suis civibus sit vacuata » (1), era stato
deliberato che chiunque venisse ad abitare in Orvieto avesse immu-
nità per 10 anni. d

Un altro inconveniente della grande mortalità si fu uno stra-
ordinario numero di pupilli e di pupille, sopra i cui possessi è
tutori o le ,tutrici potevano commettere abusi o frodi. Perciò il 6
ottobre 1349 furono imposte pene ai tutori che facessero ciò e venne
deliberato .che ciascuno di essi dovesse render ragione del suo
operato a due persone dabbene del rione in cui abitavano. E ció
almeno una; volta l'anno e sempre quando ne fossero richiesti. Fi-
nalmente il 6 decembre vennero eletti due buoni uomini per ogni
rione cittadino, i quali, assieme al giudice del podestà o del ca-
pitano di popolo, rivedessero i conti dei tutori e delle tutrici

Altre disposizioni d'indole economica furono: che i macellai
dessero il peso giusto della carne e non vendessero una specie
di carne per un’altra (presa il 21 agosto 1848); che i panettieri
dessero il peso giusto del pane e si eleggessero due buoni uo-
mini per istabilirlo ai paneltieri medesimi (presa il 6 novembre
1348); che il fiorino valesse 4 lire cortonesi e non più (presa il
3 febbraio 1349); che nessuno potesse vendere il vino ai fore-
stieri (presa il 15 settembre 1349); e che finalmente nessuno si re-
casse a lavorare fuori del contado. orvietano.

E furono sagge norme anche queste. La carne ed il pane
sono gli ‘elementi più essenziali per la vita e quindi si doveva
aver cura che i macellai ed i panettieri dessero il peso giusto e
che la carne fosse di buona qualità ed il pane ben cotto. Essendo
molto instabile il prezzo del fiorino, poteva venirne esagerato il
valore: occorreva quindi determinarlo precisamente.

| (1) Rif. LXVI, c. 48 t.
A ‘PROPOSITO DI UN ARTICOLO DI MASSIMO KOVALEVSKY, ECC. 1413

Una delle cure maggiori dei reggitori dei Comuni era di evi-
tare la carestia; in quel tempo pertanto, in. cui molti campi ri-
manevano incoltivati, era utile impedire che elementi di prima ne-
cessilà come il grano (di cui in tutti i tempi mediovali fu proi-
bita od ostacolata ad Orvieto l'esportazione) ed il vino rimanes-
sero in città, e non fossero venduti a forestieri.

In quel frangente, in cui v' era bisogno di braccia per lavo-
rare i campi, è naturale si cercasse impedire che uomini validi
per il lavoro si recassero altrove e che si confiscassero quindi i
loro beni, quando si partissero dalla città e dal contado.

Ma la prova più chiara di sapienza economica fu data dal
Comune orvietano con il determinare il massimo delle mercedi.
Noi crediamo non far cosa disutile riportando qui appresso inte-
gralmente le tariffe delle singole arti, le quali ci suggeriscono le
seguenti considerazioni :

1,0 — Abbiamo già detto che il criterio di un quarto di più
di quanto si soleva far pagare una cosa od un lavoro prima della
peste del ‘48, è mantenuto in queste tariffe. Vediamo infatti che
ai calzolai per il cuoio e per l’opera loro è imposto di non ri-
chiedere « pretium quarti pluris illius quod accipiebant ante morta-
litatem que fuit anno .M.CCC.XLVIII. ». Così i tessitori e le tes-
sitrici di pannilani « accipiant et accipere possint quarlum plus
eo quod accipiebant ante mortalitatem ». Cosi i fabbri ed i ma-
nescalchi.
| | muratori ed i legnaiuoli potevano esigere la paga di lire 4,80
al giorno. Ora troviamo nel Cibrario- (1) che il salario di un le-
gnaiuolo era di lire 3,44 al di. Elevando al massimo di prezzo la
giornata di tale artigiano sulla base di lire 3,44, abbiamo presso
a poco tre quarti della giornata di un. falegname orvietano nel
1350, cioè di lire 4,80. Il che ci conferma nell' idea che le tariffe
stabilite dai consiglieri orvietani in quell'anno fossero ispirate al
criterio di un quarto di più di quello che si pagava prima del 48.

Invece ai giurali di aleune arti, che procacciavano un lauto
guadagno, quali i giudici, i notari, i macellai, i tavernieri e gli
albergatori, fu ordinato di rispettare gli statuti delle respettive

(1) Della Ec. pol. del M. E., INI, 349.
id , FSE PARDI

arti : il che significava, s'io non erro, di non farsi pagare di pià
di quello che erano soliti per l’ innanzi.

2.» — Per alcune arti, per le quali era agevole determi-
nare il prezzo massimo di ogni cosa e di ogni lavoro, questo fu
stabilito precisamente. Per altre poi, per le quali non era agevole
far ciò, furono elette due o più persone oneste ed intelligenti di
quella speciale arte, le quali tassassero coscienziosamente i ge-
neri di vendita e le mercedi dei lavori. Sopra di questi inoltre
erano dei tassatori generali, i quali, tenendo per norma la tariffa
stabilita dal Comune o fatta dai tassatori speciali, dovevano di
mese in mese confermare i prezzi o, se occorresse, modificarli,
poichè (come è osservato con pratica saggezza nella deliberazione)
« res cariores et minus care in unius mensis spatio et pro tempore
esse solent ». Eravi finalmente un esecutore con salario conve-
niente e sufficienti famigli per farsi rispettare e far osservare la ta-
riffa determinata dai tassatori generali, punendo i trasgressori
con una pena già fissata o, se non la vi fosse, imponendo egli
stesso a suo arbitrio una multa, che poteva giungere sino a 100
soldi di denari cortonesi (lire it. 43,65). -

3.0 — Le disposizioni risguardanti le singole arti e l'enu-
merazione delle varie opere degli artisti danno un'idea della vita
e dei costumi del tempo, degli utensili allora adoperati, delle ve-
sti usate più comunemente.

‘È interessante a questo proposito la tariffa dei sarti, in cui
son dichiarate le diverse specie di indumenti usuali per uomo e
per donna. Vediamo, ad esempio, come uno degli oggetti più fini
di vestiario femminile fosse il mantello di saia d'Irlanda foderato
di drappo.

Dalla tariffa dei barbieri apprendiamo che essi solevano fare
la barba nella loro bottega o nelle case degli avventori (extra),
prendendo in questo caso il doppio di mercede: vale a dire in
bottega 4 denari cortonesi (lire it. 0,14) e fuori 8 (lire it. 0,29).
Al contrario, prima della pestilenza non potevano chiedere più di
2 denari (lire it. 0,07) (4).

I mugnai continuavano ad avere la stessa mercede, cioè la

(1) Arch. com. d’Orv. Statuti della Colletta, Cod. n. 2 (dell'anno 1334), 8 CXLI
A PROPOSITO DI UN ARTICOLO DI MASSIMO KOVALEVSKY, Ecc. 175

ventesima parte delle biade macinate, come eran soliti fare anche
nel 1334 (1). |

I caleinai dovean dare calcina ben cotta e con giusta misura
e cambiare quella non colta bene.

E degna di nota, riguardo ai lavoratori di campagna, la di-
stinzione tra i vari lavori che compievano (mietitura, battitura del
grano, ecc.) e la ricompensa più o meno grande secondo la mag-
giore o minor fatica dell'opera loro.

4.0 — Tutte le tariffe stabilite nel 1350 zio cose di
prima necessità e di uso comune e non oggetti di lusso o adope-
rati da pochi. Infatti ai reggitori della repubblica stava a cuore
che si avessero relativamente a buon mercato le cose di uso più
comune. Quanto poi agli oggetti di lusso chi volesse procacciar-
seli doveva pagarli quanto piaceva al venditore od all’artista. Ed
è naturale. Perchè chi voleva acquistare di tali cose superflue era
certamente ricco ed in grado quindi di rimunerare generosamente
l'operaio. Vediamo, ad esempio, che nella tariffa dei lavori da
sarto è dichiarato il prezzo dei soli indumenti semplici; quanto a
vesti più complicate di cucitura o ad abiti di ecclesiastici la mer-
cede è lasciata all’arbitrio dell’artista.

5.0 — I salari dei lavoratori orvietani nel 1350 completano
la lista inserita dal Cibrario nel 3° volume dell’Economia politica
del Medio Evo, dando i prezzi di opere, di cui non si ha ivi al-
cun esempio. Riportandola pertanto qui appresso stimiamo dover
mettere a fronte delle mercedi in denari cortonesi (allora adope-
rati ad Orvieto) il valore correspettivo in lire italiane, accettando
il calcolo fatto dal Cibrario medesimo che ogni denaro cortonese
valesse quanto lire 0,0364 di nostra moneta.

(1) Statuti della Coletta, Cod. n. 2, S LXXIII. Quod molendinarii non accipiant
nisi de viginti partibus unam.
A PROPOSITO DI UN ARTICOLO DI MASSIMO KOYALEVSKY, ECC.

Arte dei giudici
€ dei notari.

Tariffa dei ci-
matori di panni.

Tariffa dei cal-
zettai.

Tariffa dei tes-
sitori e degli al-
tri operai dell’ar-
te della lana.

Tariffa dei cal-
zolari.

Tassatori dei
calzolari e
. loro garzoni.

dei

Ordo artium, artificum, laboratorum, rerum vendendarum et huiusmodi.

Omnes et singuli de arte iudicum et no-
tariorum teneantur et debeant observare sta-
tutum dicte artis ad penam .XXV. librarum
denariorum, et minus, ut officiali et executori
videbitur, considerata qualitate delicti.

Cimatores accipiant, de. cimatura panni flo-

rentini et ultramontani et huiusmodi, pretii

octo libr. [pro]? kanna vel ab inde supra bis
bene eimati .X. den. pro brachio, si semel pan-
nus ipse cimabitur . VI. den. de aliis autem pan-
nis .VI. den. pro brachio.

Calligarii pro sutura de pari calligarum
accipiant duos soldos et sic de capputeo unius
brachii, ab inde supra et infra pro rata, et in-
telligatur de capputeo non lavorato nisi sutura
simplici tantum.

Testores artis lane aecipiant de tela
«XXXIII. postarum .IIII. libr. den...

de tela .XXXVI. postarum .V. libr. den. . .
de tela .XL. postarum .VI. libr. den...
de tela; .XLV. postarum .VII. libr. den. . .
de-tela. .L." postarum: VII irene

de sagis mesculatis et liseis ultra XLV. postas
«XII: libr, LARE A

Laboratoribus aliis ipsius artis lane ponan-
tur taxatores artis.

Calzolari de calciamentis coiaminis et co-
iamine et de ipsorum laboritio possint accipere
pretium quarti pluris illius quod accipiebant
ante mortalitatem que fuit anno .M.CCC.XLVIII.
et non ultra, et sie faeiant pueri de laboritio
eorum, quorum calzolariorum et puerorum

Cola Larii
Vannutius Ciutii |

Petrus Scei et
Ciucciarellus Petri Federici

sint taxatores.

Lire Soldi
Denari
cortonesi

177

. Lire
italiane

10

|

104
178

Tariffa degli
orefici. ^

Arte dei fabbri
e dei manescal-
chi e loro tassa-
tori.

Arte dei pellic-
ciai e loro tas-
satore,

Tariffa dei cu-

citori.

Cucitura di indu-
menti semplici.

G. PARDI

Aurifices accipiant de laboratura argenti
albi .X. sold. pro uncia, aurati autem sicut
solebant.

Fabri accipiant de cunctis ferris et labori-
tiis quartum plus eo quod accipiebant ante
mortalitatem et non ultra,.et sic faciant mari-
Scalei, quorum
Ceccarellus Iacobelli Rustici )

Magister Iannes Petri faber et > sint taxatores.
Tadeus Guidutii

Pelliparii de sutura ut supra quartum plus
accipere possunt de sutura, quorum Martinus
Vellis sartor sit taxator.

: Sutores de sutura robbe fornite et bene
sute, scilicet gonnella cum manicis de avan-

‘ tagio, guarnachia et mantello .XX. sold. den.

de::mantello*:V. 8014: air en)

de guarnachia.. VI. soldg;. ioni
de-£Fonnellaz;Vlsoldo:2 uis Svo s
de manicis de avantagio .III. sold. . ... .
de fodero guarnachie .V. sold. . . ... .'.

. de farsitio sehiecto vel ‘mediato ad .XXIIII.*'

Cucitura di ve-
sti non semplici
o per Ecclesia-
- stici.

ri9a8: NIN SOlcd opo ore recurso

de indumentis et pannis mulierum a .XII. an-

nis supra medietas plus.

de pueris .XII. annorum masculis et femminis
et ab inde infra tertium minus.

de mantello mulierum sarge Jrlande foderato
drappo eX X.:801d2 57202 Stai poses
de mantello lane panni alterius .XIT. sold. .
de guarnello hominis .VI. sold. . . . . .

hee vero locum habeant de indumentis mediatis
vel simplieibus et non in aliis, nec in indumen-
tis ecclesiasticarum . personarum, de quibus
aecipiant sieut est conveniens et labor exposcit.

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Lire Soldi

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Arti dei macel- Macellarii
lai, procaccianti, ; 25
tavernieri, ecc, Procacciantes i

Tabernarii et quilibet eorum servare de-
; È | Fizicaioh bent statuta, leges et ordina-
Salaioli /^ menta artium et civitatis Ur-
Hun ; bisveteris. :
Albergatores
Camagnaioli
Macinarii

de ipsorum magisterio

Tariffa dei mu- Muratores magistri et | accipiant pro die.XI. || —| 11, —| 4| 80

ratori e dei. le- VU ute . pr i'olibe
gnaiuoli. Magistri lignaminis SONERIO quolibet; Sh
non ultra. Manuales ||
| autem .VII. sold. . |—| 7.—|[ 3) 05
Tariffa dei mu- Molendinarii pro molitura bladi accipiant
gnai.

de .XX. partibus unam, et non ultra.

Tariffa dei bar- Barberii pro barba in apotheca .IIII. den. | —|—| 4|—]| 14
Ron extra .VIII. den. de coppa ‘et heobottomia || — | — 8 —| 99
.VIII. den. pro quolibet, extra duplum. . . |—|,—| 8|—| 29
x i
Tariffa dei cal- Calcinarii dent calcinam bene cottam ad
E mensuram Comunis iustam et formatam pro
fi. .X. sold. raserium, et calcinam non bene cot- || — | 10, — | 4 36
i tam cambire debeant.
.. Tariffa dei va- Vascellarii de vasis, videlicet panata pititti
vicit ioro ix tden: accipiant, de panatella media pititti | — | —| 10|—| 36
; p^ wVISdens yet ramus SONT Lea a ETC aod:
E | de vascello.pititti XII. den; ai ea] pb 191—143
de urceo .VIIII. pitittorum .III. sold. . . . '|—| 3|—]| 1|81
de ciotola pieta .IIII. den... . . . . ..- || 4|— | 14
de ciotola alba..III. den. . . . .::...- 4 |—[|—| 3|—4]| Al
quorum Nerutius dni Vannis sit taxator.
| Tarifa deite- ^ '"Tebularii accipiant de tebulis bene cottis
E. e ad mensuram Comunis factis de centinario .L. ||— | 50| —|| 21| 82 ju
t sold. , E
di de centenario planellarum .X. sold. . . . . |—1| 10| —| 4| 36°
de centinario maetonum .XX. sold. . .. . . |— | 20|—| 8| 73
180

Tariffa dei vet-
turali.

Tariffa dei la-
voratori campa-
snuoli: mietitori,
Battitori di gra-
no, ecc.

Pene per chi
vada a lavorare
fuori del contado
orvietano.

Pene per chi
vada ad abitare
fuori della città
e. del contado or-
vietano.

G. PARDI

Vieturales accipiant de victuris et carregio
prope civitatem, per duo miliaria de quolibet
miliare duos sold. ab inde supra .XVIII. den.
pro miliare.

Laboratores extivo tempore ed metendum
et vactendum ad plus pro die accipere possint
pro:quolibeb X. Sold, ua
et expensas, in aliis laboritiis .VIII. sold. cum
uno medio pititto aquatitii tantum, et hoc a
kalendis aprilis usque ad kalendas novembris.
Allis vero temporibus .VI. sold. tantum cum
aquatitio, et siquis eorumdem laboratorum ali-
quo quesito colore plus acciperet vel peteret
aut accipi vel peti faceret, solvat nomine pene
qualibet vice .C. sold. den. et quilibet possit
accusare et denumptiare delinquentem et ha-
beat medietatem. pene et teneatur sibi ereden-
tia. Et siquis laborator extra civitatem et co-
mitatum Urbisveteris causa laborandi accede-
ret, solvat nomine pene pro qualibet vice .X.
libr. den. et si moraretur dicta de causa ultra
octo dies, ex tunc de octo in octo penam .X.
libr. solvere. teneatur, ita quod ultra primam
vicem tot sint pene .X. libr. quot erunt sum-
me .VIII. dierum. Siquis autem vellet ire ad
laborandum extra comitatum Urbisveteris, ha-
bita licentia dnorum Priorum populi, iuxta
ipsam. licentiam ire possit et stare libere sine
pena. Qui vero causa habitandi ob dietam cau-
sam se absentaret a civitate et comitatu et ac-
cederet alio, inde ad .XV. dies reddire debeat,
aliter dieto elapso termino, ex tunc prout ex
nune et ex nune prout ex tunc, idem talis sit
ipso faeto de civitate et comitatu Urbisveteris
exbannitus et condempnatus in centum libr.
den. et omnia bona sua sint applicata et con-
fiscata Comuni Urbisveteris. Et quilibet in quo-
libet dictorum easuum accusare et denumptiare
possit et teneatur sibi credentia et habeat. me-
dietatem pene, que possit et debeat auferri de
faeto et summarie sine strepicu et figura iudicii
et absque prolatione sententie.

Lire Soldi

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60 :

A PROPOSITO DI UN ARTICOLO, DI MASSIMO KOVALEVSKY, ECC.

Tariffa dei for-
nari.

Tariffa dei tes-
sitori di panni.

Tariffa. delle
balie e nutrici.

'Tariffa delle

. Serve.

Tariffa dei ser-
vitori.

Lavoratrici e
curatori.

Furnarii suis lignis et sine fornatico et ab-
sque noccialis de raserio panis bene cotti ac-
Gpiant ad-plus.;V.. sold. den. |. .... . sv.

Textores et textrices pannorum .lini, teva-
gliarum et huiusmodi de ipsorum laboritio ac-
cipiant et accipere possint quartum plus eo
quod accipiebant ante mortalitatem et non ul-
tra, et siquis predictorum extra comitatum et
civitatem accederet, in illam penam cadat si-
cut supra continetur de laboratoribus, et simi-
lis modus erga delinquentem servetur et ser-
vari:debest;; «cov P RC SUR DU ACE

Alumpne, bayle et nutrices in civitate mo-
rantes suis expensis in anno ad plus accipiant
.XVI. libr. den. Ille de comitatu libr .XIIII.
den.; de baylatico 5 4 teres

. Famule et servitriees suis calciamentis et
indumentis accipiant expensis dni .XV. libr. in
anno. Ille autem que haberent expensas, indu-
menta et calciamenta congrua habeant quinque
libras etcénon- ultra; ORA

Famuli et servitores extra civitatem labo-
rantes cum expensis dni habeant et accipiant
in anno .XXX. libr. den. et non ultra. Et si
haberent expensas et indumenta et calciamenta
solita et decentia, pro suo salario habeant in
anno florenos quatuor. Et si non haberent a
dno expensas, nec indumenta, nec calciamenta
et morarentur omnibus suis expensis, habeant
quinquaginta libr. den. pro quolibet. . . .

Laboratrices et curatores accipiant de ip-
sorum labore quartum plus eo quod accipie-
bant ante mortalitatem.

181
Dure Soa | vire
cortonesi italiane .
— | 5] 2 18
AR — [[139| 77
14 —|— |[122| 32.
ETE — |131,. 03
5 —|—| 43) 65
30, — | —4262, 06
50° — |— |{437| 10
182

Tassatori di
varie cose ven-
dibili.

Tassatori ge-
‘merali.

Ufficiale ese-
cutore.

G. PARDI

Quo vendantur pro duobus den. unum. .
sint supersti-
: di \ tes et taxato-
Cecchinus Nutii Macthey Sal- FISNSE:
m res super li-

.vatiei ORI

3 5 0 1 1S
Bartucciolus Vannis Davini TURN Pd
Guicciarellus Petri Federici RE :
» p anseribus, er-

Lutius Bartolomutii ;

ba et huius-

modi.

ye res Rf

generales ta-
|xatores super
omnibus et
singulis arti-
; bus et artifici-
bus et omni-
bus aliis, quo-
| rum taxationi
cum consensu
dnorum Priorum populi stari et pareri debet,
et devise in mensem taxationem per ipsos
fiendam roborare nel renovare debent, quia res
cariores et minus care in unius mensis spatio
et pro tempore esse solent, quorum taxatorum
offieium durare debet .VI. mensibus et non
ultra.

Ceccarellus dni Nini
Contutius Vannis Andrie
Paulutus Iacobelli Magalocti
Ugolinus Nalli Cini

Et super predictis et quolibet predictorum
sit et esse debeat unus officialis et executor
eum illo offieio et salario et familia sicut per
Consilium fuerit stabilitum. Qui officialis iuxta

‘eius diseretionem, in omni casu in quo non

esset pena imposita, posset.penam imponere
et auferre usque centum sold. den. prout ipsi
videbitur et placebit, et tam in predictis quam
in aliis. penam et penas de facto exigere et au-
ferre summarie, sine strepitu et figura iudicii
et absque prolatione sententie.

Orvieto, decembre. 1895.

Qá—

Lire Soldi
Denari.
cortonesi

Lire
italiane

—.9 ET

|... PARDI.
TS

183

ANALECTA UMBRA -

A prova della diffusione e della popolarità nell’ Umbria dei nomi
dell’antica epopea, furono raccolti alcuni di questi nel fasc. II, a. I del
presente Bollettino, pag. 432. Aggiungiamo, dedottili dal: catalogo dei
‘condannati eugubini dal 1240 al 44, che conservasi nell'Archivio storico
di Gubbio, questi altri: Jannuarius Sibiliae (fol. 1), Blaneus Marsiliae
(fol. 3), Alisante e Paganellus (ivi), Paganellus Bene e Paganellus Boni
(ivi), Juntolus Paganelli, Francus Gratiae, Januarius Viviani (ivi), Agura
Ocannae (fol. 5 e seg.), Flore Paganelli (fol. 6), uxor Petri de Franco

fol. 7), Jacobus Viviani, Vivianus Ade (ivi), Johannes Sibiliae (fol. 8),

Franeolus Jannis (fol. 9), Marsilia. uxor domini Uguicionis (fol. 10), An-
drae Oliverii (13). :

Com’ abbiam fatto pel soggetto precedente, apriamo una rubrica per
la raccolta dei Fonti di Storia Umbra nelle biblioteche straniere. A Dresda
(efr. Katalog der Handschriften der Konigl. üffentlichen Bibliotek zu Dre-
sden di Franz Schnorr von Carolsfed ; Leipzig, Teubner) trovansi, rela-
tivi alla storia nostra, i ms. seguenti:

Cod. F. 185. Constitutiones domus Sapientiae Perusinae. Documenti
del secolo XIV ; copie del secolo XVI, in 4° di ff. 61.

Cod. F. 191. Iter Perusinum, an. 1643 [di L. Holstenio?], secolo XVII,
in 8°, di ff. 18. : i

Cod. F. 70. « Severii Minervii de gestis Spoletinorum » : precede
l'epigramma di Niccolò Scevola (fol. 2-38). — « Hie est liber in se con-
tinens omnes labores, omnia onera et quae ego Thomas Martanus miles |
imperialis de Spoleto passus sum toto tempore vitae meae », 1429-1440
(fol. 40-51). — « Vitae sanetorum qui apud Spoletum. claruerunt », di
Giov. Battista Bracceschi dell'ord. di s. Domenico (fol. 51-77). — « Vi-
tae sanctorum Concordii et Sentiae quae reperiuntur in quodam libello
ms., in pagina pergamena apud moniales:ss. Trinitatis civitatis. Spole-
‘tinae » (fol. 78-80). — Vita Pontiani extracta ex libro pergam. vetustiss.
384 56s ANALECTA UMBRA

ms. etiam eum figuris passionis dicti saneti » (fol. 81-83). — [Simonis
de Rainis parmensis?] vitae potestatum Spoleti, 1274-1278 (fol. 84-87).
— Cronaca Spoletina, 1305-1424. De nobilibus de Spoleto, 1378-1419 e.
1347-1417 (fol. 88-135), Secolo XVII, di ff. 135. Fu comprato a Roma nel.
1139. i

È testé uscito un bel volume di documenti su la Signoria di Fran-
cesco Sforza nella Marca (Recanati, Simboli) raccolti nell’ archivio di Re-
canati da Michele Rosi: sta in bella compagnia con le altre memorie:
pubblicate su codesto argomento dal prof. Gianandrea, dal Valeri e dal
Benadduci. Tra gli uomini d’ arme. vi è ricordato Antonello da Narni;,
tra gli uffiziali pubblici, Angelo da Perugia, Giovanni da Terni, Lotto.
de’ Sardi vescovo di Spoleto e commissario pontificio, ser. Antonio da Spo-
leto e un Tommaso (da Rieti?) commissario dello Sforza.; tra i presentati
ma non eletti alla Potesteria di Recanati, Angelo delli Jocusi da Terni;
Antonio de Crisolinis di Amelia, un ignoto -da Narni, Pieramico di Ar-
cangelo pur d' Amelia, e ser Beninteso di Giacomo da Foligno.

Tra le spigolature di erudizione e di. critica del prof. Francesco: Fla-
mini (Pisa, Mariotti, 1895; edizione di 70 esemplari), un articolo è re-
lativo a Giovannantonio Campano, di cui il prof. Lesca dié un saggio
biografico e critico (Pontedera, Ristori, 1892). Il Campano fu dal 1472

al 74 governatore per la Chiesa a Todi, a Foligno, ad Assisi e a Città.

di Castello: dal 52 al 59 era vissuto a Perugia dove nel 55 ottenne la.

| cattedra di eloquenza, Il Flamini ne dà una suecosa biografia. E a'pag. 64

e seguenti descrive il ms. XIII, C, 32 della Nazionale di Napoli, che
contiene l' Altro Marte di Lorenzo Spirito, non trascurando. di menzio-
nare l'altro cod. ch'è nella Bodleiana di Oxford, ital. 41.

Dalla collezione di monete urbiche, posseduta dal prof. Bellucci, la.
sig.* Ada sua figlia ha dedotto brevi ma sicure Notizie sulla zecca di
Gubbio (Perugia, Boncompagni), ch’ ebbe vita dal tempo della signoria.
di Guidantonio da Montefeltro sino al 1799. Di coloro che principalmente
illustrarono le monete eugubine, l'autrice ricorda lo Zanetti, il Saverio.
e il Cinagli. E Rinaldo Reposati?: e pure è autore notissimo Della zec-
ca di Gubbio in due grossi volumi (Bologna, Lelio dalla Volpe, 1772-73,
di pp. 448 e 499). I documenti che riguardano Paolo Emilio, Giuseppe,
Antonio e Giovanfrancesco Galeotti, zecchieri durante i pontificati da.
Innocenzo X a. Benedetto XIII, sono posseduti dal prof. G. Mazzatinti
che li acquistò da un rivenditore di carte da macero e sui quali può ri--
tessersi con pienezza la storia della zecca eugubina in quel periodo. Le:

x yt x

La LILLA IZZO, Ls ANALECTA UMBRA

monete studiate in quest'opuscolo dalla sig.* Bellucci, furono inviate alla
recente Esposizione di Città di Castello, della quale fu pubblicato (C. di
C., Lapi), per ció che riguarda l'arte antica, il Catalogo per cura, cre-
diamo, del cav. Magherini Graziani. Giacchè finora in questo Bollettino
non se n'è fatta parola, crediamo opportuno di additare qualcuno dei
molti oggetti d’arte umbra, decoro di quella: Mostra squisita; E, innanzi
tutto, la tavola, rappresentativi la vergine seduta in trono col bam-
bino, ed ai lati s. Caterina e s. Pietro Martire: in alto, sopra le due
colonne del trono, due angeli veduti in iscorcio. Nel Catalogo quest’ o-.
pera bellissima è attribuita a Giovanni Santi: invece, è di Andrea Man-
tegna. I tre possessori d’ allora (adesso è stata venduta) 1’ acquistarono
in Urbino; dov’ era collocata su l’altare della cappella del Palazzo du-
cale e poi, da qui remossa; era stata nascosta in un soffitto del Palazzo
Stesso. Tale provenienza, la figura di s. Caterina che può giudicarsi un
ritratto, se non d’una duchessa, d’ una gentildonna della corte, le ini-
ziali. A. M. (fu detto che indicavano Ave Maria anzichè il nome del
pittore), la tecnica del quadro e tante altre circostanze importanti. per
la sua storia esterna, non furono tenute in nessun conto dai possessori
inesperti e troppo creduli ai giudizi di più inesperti nella pittura, sì che
da essi fu recentemente venduta ‘per un mitissimo prezzo. Chi l'aequistó.,
l'ha già rivenduta come una delle cospicue opere di Andrea Mantegna,
Oltre a questa, notiamo: parecchie tavole d’ ignoti scolari del Perugino

,e di seguaci della maniera di Ottaviano di Martino e della scuola um-
bra; il gonfalone di Benedetto Bonfigli in s. Francesco di Montone; pit-

ture di Francesco da Castello, di Sante di Tito e di Bernardino di Ma-

riotto ; intagli in legno del Maffei da Gubbio; maioliche eugubine del

secolo XVI; un piatto e una tazza a riverbero di maestro Giorgio; si-
gilli medioevali di Castello e di Montone; bronzi umbri; il celebre pi-
viale della Cattedrale di Gubbio; i migliori paramenti sacri, oggetti ar-
tistiei e documenti onde son riechi il tesoro e l'archivio della Cabtédialo
Castellana.

Nel numero 40 della Cronique des arts P. Durrieu ha stampato un
articolo dal titolo Le primitif italien du Musée de Lisieux. Trattasi d'una
pittura che proviene da Perugia, ed ora é nel Museo di Lisieux in Nor-
mandia. Rappresenta la Vergine col bambino ed è firmata da « Mastro:

Antonio de Calvis ».

Il Supplemento XIV alla Zeitschrift für romanische philologie di Gu-
stavo Gróber contiene la bibliografia delle pubblicazioni del 1889 (Halle,
MM de,

7

186 : : | | ANALECTA UMBRA

Niemeyer, 1894) che può consultarsi con frutto per la storia letteraria
della nostra regione.

Due belle raccolte di Canti popolari romagnoli e marchigiani rac-
colti a Fossombrone (Forlì, Bordandini, 1894: Pesaro, Nobili, 1895) son
venute ad arricchire la letteratura folkloristica mercè gli studî e le cure
dei professori B. Pergoli e D. Rondini. Ai nostri studiosi giovi qui darne
l’annunzio per ciò che moltissimi canti di quelle due regioni son comuni
alla nostra: naturalmente gli accurati annotatori hanno sempre avvertita
quella comunanza, ed è talvolta identità, di sentimento e di forma.

‘ Nelle Cronache forlivesi di. Andrea Bernardi, il più vero e mag-

gior cronista di Romagna, delle quali il volume I é stato ora pubblicato '

su l'autografo da G. Mazzatinti, auspice. la R. Deputazione di Storia
Patria per le provincie romagnole, due capitoli trattano di storia nostra:
« La Cità de Castello tolta da M. Nicolò dai Vitello », e. « La Cità di
Peruxa tolta alii Ode per li Baiune ». Non particolarità nuove: ma
semplice ed utile conferma di quanto su quei due avvenimenti ci era
noto. Il Cronista ha narrati con larghezza i due fatti, secondo che gliene
giunse « per.el devolghe ». il racconto: e questa, in generale, è la fonte
delle sue cronache, le quali vanno dal 1476 al 1517.

Nel Catalogo della R. Pinacoteca di Milano [Palazzo Brera] (Milano,

Civelli) sono notate varie opere umbre. Due tavole di scuola umbra
(pag. 29) e un'altra della: scuola del Perugino (pag. 30) appartennero
alla galleria Oggiani (Sala F). Una tavola di Nicolò di Liberatore (Sala II,
num. 180) é firmata ed ha l'anno 1465: proviene dalla chiesa dei Con-
ventuali di Cagli. Costituiva la parte centrale di un'ancona di quattor-
. dici tavole, undici delle quali esistono nella stessa Pinacoteca sotto i
numeri 160, 161,163, 165, 165 A-C, 180, 183, 200, 276 e 218. Due scom-
parti, rappresentativi S. Michele e S. Gerunzio, furono ceduti per cam-
bio dall'Aecademia a Filippo: Benucci: un altro, in cui è raffigurato
S. Sebastiano; è nella galleria Oggioni, num. 602. Il Frenfanelli Cibo,
Nicolò ‘Alunno (Roma, Barbéra, 1872, pag. 117), descrive questa tavola,
accennando soltanto a tre di quelli scompartimenti.

Nella 5* edizione del Katalog der gemélde-sammlung der Kgl. dlteren
Pinakotek in München sono descritti sotto i numeri 1034, 1035. 1036
tre belli dipinti di Pietro Perugino (Sala VIII, numeri 561, 550, 590).
Ne discorsero anche il Crowe e Cavalcaselle, Geschichte, ecc., IV, 267
© 592. i
- we

ANALECTA UMBRA

Del nostro Presidente onorario prof. Ariodante Fabretti, il « ben vis!
suto saggio », come lo chiamò un suo collega, ha tessuto una diligentis-
sima biografia il prof. Ermanno Ferrero e l'ha inserita ‘nell’ Annuario
della R. Università di Torino (a. 1894-95). Delle sue opere è qui data
la bibliografia, dalle vite dei Capitani di ventura, pubblicate dal '42 al
'46, ai documenti per la storia di Perugia, de’ quali gli ultimi videro
la luce nel '92.

.Come fu annunziato nel precedente numero di questo Bollettino,
nella Miscellanea storica della Valdelsa (a. III, num. 2) è stato pubbli-
cato dal signor U. Nomi-Venerosi-Pesciolini l' aeeurato studio sul quadro
di Bernardino Betti (il Pinturicchio) esistente nella Pinacoteca Comunale .
di San Gimignano. Fu fatto eseguire dai monaci di Monteoliveto: rap- .
presenta la Vergine assunta, adorata da un papa (S. Gregorio) e da un
santo abate (Bernardo da Chiaravalle). Il documento dell'allogazione del
dipinto è qui prodotto, ed esiste nell'Archivio di Stato in Firenze: se
ne deduce che l'opera era finita il 9 febbraio del 1512. Illustra il bel-
l'articolo la riproduzione fototipica del meraviglioso dipinto. .

Angelo Lupattelli ha dato alle stampe oltre alla storia della pittura
in Perugia e delle arti ad essa affini dal risorgimento sino ai nostri
giorni (Foligno, Campitelli, 1895), come era stato annunziato nel nostro .
Bollettino, I, 179, anche la Petit-Guide de Pérouse (Paris, Pedone Libraire
edit. 13, rue Soufflet, 1895); e l'Accademia delle Belle arti di Perugia
il discorso del colonnello Claudio Cherubini per la premiazione ed espo-
sizione dell’anno scolastico 1894-95 (Perugia, Santucci, 1895). "

L'annuario dell’Accademia di Spoleto per il 1894 (Spoleto, Bassoni,
1895) reca una Nota sullo statuto inedito di Collestatte e Torreorsina. Fu-
rono due comunità delle diocesi. di Spoleto rette con giurisdizione feudale.
fino alla restaurazione del Governo pontifieio dopo l'epoca napoleonica. .
Il conte Paolano Manassei, autore della. Nota, ricorda il privilegio di Be--
nedetto III del maggio 856, la costituzione del 1218 di Onorio III e gli
atti di Innocenzo IV, la soggezione agli Orsini e ai Manassei, i quali -
ultimi tennero la giurisdizione feudale di. Collestatte infino al 1199.
L'egregio conte Manassei si domanda: Quale ordinamento ebbero gli
istituti feudaii nello Stato Ecclesiastico? A risolver questo e molti altri
quesiti che egli pone innanzi, osserva giustamente che « molto ha gio-
vato o gioverà l'esame e lo studio degli statuti che si conservano delle
Università feudali, statuti in cui la storia e la vita di esse si rispecchia ».
E così cerca di dare un'idea dello statuto di Collestatte e Torreorsina, 188 pes ANALEOTA UMBRA

redatto nel 1663 (epoca, veramente, md a dare un lume) e di-
viso nei soliti cinque libri.

Annunziamo con vivo piacere la pubblicazione dell’ Annuario della:
Accademia Spoletina degli Ottusi 1893-94 (Spoleto, tip. Bassoni, 1895).
che contiene: Avvertimento — Campello; Notizie storiche dell’ Acca-
demia — Angelini C., Commemorazione Fontana e Sansi — Arcan-
geli D., Per una guida di Spoleto — Angelini G. F., L'agricoltura a.
Spoleto — Piergili G., Linfa fluente — Pompilj G., Pochi pensieri di
scienza medica — Caetani-Andreani M., A. Monteluco — Gori F., Pro-
posta di compilare una guida di Spoleto —. Pizotta F., La letteratura.
classica agraria — Campello., Tornata del 25 agosto 1894; relazione —
Campello, Commemorazione del canonico Bonaccia — Angelini G. F.,.
Le attuali condizioni della musica italiana — Caetani-Andreani M., In
morte di T. Gnoli Gualandi — Angelini C., Di un affresco di Giovann

Spagna — Pompilj G., Il parroco Kneipp — GAerghi R., Cenni biblio:

‘ grafici e bibliologici delle opere di tre autori spoletini — Manassei P.
Nota sullo Statuto inedito di Collestatte e Torreorsina — Commemorazioni
dei soci De Rossi, Fabretti, Carini e Cantù — Avvertenza — Appendice
— Elenco dei soci — Magistratura novemvirale. Come Appendice al-
l annuario 1893-94 sono pubblicati gli atti della tornata 6 ottobre 1895,
dove dopo le parole del presidente Paolo. Campello della Spina si dà il

discorso del socio sen. Gaspare Finali intitolato: Umbria nella Divina.

Commedia.

Il nostro egregio socio Giuseppe Terrenzi nei suoi appunti e note:

storiche parla del Comune di Narni durante il secolo XIII, in un libretto.
di pagine 77-XXII (Terni, Alterocca,.1895), prendendo le mosse dalla
soggezione in cui passò il Comune dall'Impero alla Chiesa, soggezione:
che si riduceva al pagamento di sussidî, alla conferma degli statuti e
all’arbitrato da accettare dalla S. Sede. Narra gli avvenimenti di quel
secolo, le tendenze alle eresie patarine, lo spirito di rappresaglia, l’ in-
fluenza di S. Francesco, l’azione di Innocenzo III, di Onorio III, di Gre-
gorio IX, di Innocenzo IV, di Alessandro IV, l'alleanza di Narni con
Spoleto e Todi (1259), la costituzione interna del Comune, per la quale
si mantenne gagliardo nelle sue libertà, entrando a far parte di quella
lega umbra con Perugia; Todi, Spoleto e Assisi che Bonifacio VIII di-
Seiolse, chiamandola cosa nefanda. La narrazione benissimo condotta
sulla storia generale, e scritta con cuore caldo, termina con un manipolo
di documenti, dodici in tutti, che si completano -con la pubblicazione
del Pardi fatta nel I volume del nostro Bollettino: Due paci fra Terni
mm

ANALECTA UMBRA i EBD
e Narni, ecc., dove si produssero i documenti 1958 decembre 1, dati
nell’ VIII e IX dal Terrenzi ancora.

Negli Atti della R. Accademia delle Scienze di Torino, vol. XXIX,
si contiene una nota del prof. Federico Patetta: Appunti da un mano- |
scritto della Capitolare di Perugia, che contiene i frammenti del vangelo
di S. Luca editi nel secolo scorso dal Bianchini (Evangeliarum quadru-

plex, parte 2*, vol. 2°, p. D.e XI e seguenti) e da lui giudicati del prin- .

cipio del secolo VI e di cui vedi Blume, Iter ita/., 10, 249, Bellucci in
Mazzatinti, Inventario dei manoscritti delle Biblioteche d' Italia, Bettmann,
Archivio di Pertz, XII, 545. L'egregio professore esamina con buona cri-
tica il manoscritto, esclude che vi sieno traccie di lettere in oro, nè pur- -
puree, specialmente per avere osservato in un manoscritto di numero 29
del secolo XI nella parte interna di una delle assicelle della legatura
« traccie evidenti di un foglio e mezzo di pergamena bianchissima, scritta
a due colonne per pagina in antica e bella onciale. Le membrane forte- .
mente incollate al legno furono malamente strappate, di modo che ri-

3masero aderenti alla fodera brani di pergamena e l'inchiostro delle let-

tere, che ora appaiono naturalmente voltate in senso contrario ». Egli
coll’assistenza del reverendissimo Romitelli vi ravvisò frammenti del van-
gelo di S. Giovanni appartenenti senza alcun dubbio allo stesso evange-
liario, di cui facevano parte i frammenti pubblicati dal Bianchini. Al-
l’altra assicella della legatura dello stesso manoscritto numero 2) era in-
collata una carta originale disgraziatamente mancante a sinistra, che
riproduce, emendando il Bethmann che l'ascrive al secolo IX, mentre
deve ritenersi del principio dell’ XI. i i

In un opuscolo intitolato Vita di S. Eraclio martire e descrizione
della sua chiesa nel castello di questo nome (Foligno, Artigian. di S. Carlo,
1895), monsignor Faloci Pulignani ristampa quanto di S. Eraclio, di
S. Giusto e di S. Mauro scrisse il Jacobilli nel 1628 a pagine 131 134
delle vite dei santi e beati di Foligno con varie annotazioni e giunte.
Racconta poi brevemente le notizie della chiesa del secolo XI e delle sue
pitture del secolo XV fino a questi ultimi anni, in cui ridotta a teatro
ed altri usi, nel '95 fu ristabilita al culto, dopo lunghe contese, e col
concorso del Governo restaurata. Si dànno in fine vari cenni sopra al-
cuni che sortirono i natali in Sant' Eraclio.

\

Fra le recensioni del libro del prof. Urbini Giulio su Za patria di
Properzio, aggiungiamo quelle accolte nei seguenti periodici: La Zette-
ratura, IV, 19 (recensione favorevole di C. Antona Traversi); Hevue
- 190 ANALECTA UMBRA

critique d' histoire et de litterature, 1 numero 46 (recensione favorevole di
Felice Ramorino); è uU Si X, 9-10 (favorevole) ; Berliner Philolo-
gische Worchenschift, X, 22, 698-700. Ivi il signor Ugo Magnas. dice
ehe il libro « prova una scienza profonda ed un'ampia conoscenza della.
letteratura speciale dell'argomento, da raccomandarsi anche in Germania.
a tutti coloro che vogliono approfondire la questione ».

Pubblicazioni nuziali. — Il dott. Ugo Patrizi ha stampato per le
nozze Paci-Tommasi (Città di Castello, Lapi) due sonetti di Nerio Mo-
scoli, di cui e d'altri poeti umbri darà presto la vita e le rime il pro-
fessore Pietro Tommasini. I due sonetti com. : « Lor ch’ io porsi la mano
en ver le rose » e « Do lo robaste, di, donna leggiadra ». Il Moscoli, è
detto nella lettera dedicatoria, è di Castello e « vissuto tra lo scorcio del
1200 e i primi del 300 » : egli « conferma la tradizione che die’ agli
umbri un alto posto nella vita del pensiero e. nella forza dell’ immagi-
nazione e del sentimento ». — Il prof. G. Donati ha tratto dal ms. H,
64 della Comunale di Perugia un sonetto (« Qual donna si puoy dar quel

vero vànto ») di Lorenzo Spirito e l’ha pubblicato per le nozze Cone-

stabile Della Staffa-Mocenigo Soranzo (Perugia, Boncompagni), riprodu-
cendo con istrettissimo, e forse soverchio, rigore diplomatico la lezione
. del codice. — Lo stesso prof. ha dato in luce per altre nozze illustri
(Paulucci de’ Calboli-Lazari) il sonetto del Petrarca « Benedetto sia 'l
giorno, ecc. » qual’ è nel ms. C. 43 della biblioteca perugina. — Per
nozze Meniconi Bracceschi-Taticchi il conte Alessandro Ansidei ha ripub-
blicata (Perugia, Boncompagni) l'ode « Dolce mi suona. ancora » d’ Ip-
polito Pindemonte (edita già a Perugia nel 1780 per nozze Meniconi-
Oddi), che fu amico ed estimatore di Reginaldo Ansidei. — Su I ca-
stello di Sant'Elena ha raccolte notizie sconosciute il medesimo Conte e
le ha dedicate al prof. V. Sereni nel dì delle nozze di sua figlia Giuditta.
‘con Francesco Bologna (Perugia, Santucci). Di questo, come dei ‘tanti
altri castelli del territorio perugino, Giuseppe Belforti cercò e mise as-
sieme le memorie storiche, le quali Annibale Mariotti ampliò ed illustrò
di note eruditissime. Il conte Ansidei ha ritessuta la storia del castello
antico, di cui rimangono ancora gli avanzi severi e le mura, su quelle
"memorie e su altre che dedusse dai privati archivi delle famiglie Ugo-
lini e Sansoni.

Nel Separatabdruct aus « Zeitschrift für handelsrech » (Band. XLI)
irovasi una recensione del Goldschmidt ad una lettera del perugino Bal-
do degli Ubaldi pubblicata dal dott. Federico Patetta. Questa lettera di

Baldo (1327? — 1400), il quale fu una delle più salde colonne della giu- |
Sincero gradimento, e il giovane autore ha ricevuto dall’ alta Signora i

-ANALECTA UMBRA

risprudenza medievale dopo la morte del suo grande maestro Bartolo,

riguarda negozi cambiari, ed è perciò interessantissima perchè non si.
aveva fin qui alcuna notizia che Baldo avesse egli stesso preso parte ad
affari commerciali e di cambio. La lettera edita dal Patetta trovasi nella
Vallicelliana di Roma (Hs. D. 24) ed il Goldschmidt opina giustamente
appartenga agli ultimi anni della vita di Baldo, forse nel 1399, in cui
fu chiamato da Pavia, dove era insegnante, a. Piacenza, al qual fatto
sembra riferirsi un passo della lettera. medesima.

F. Meili nel suo scritto intitolato Die theoretischen Abhandlungen
von Bartolus und Baldus tiber das internationale Privat-und Strafrecht
rusammengestellt (Leipzig, Duncker u. Humblot 1894, p. 64, in 8 — Ver-
mehrter Sondetabdruck aus der Zoeitsch. für internationale Privat u.
Strafrecht IV) trascrive le trattazioni di Bartolo e di Baldo relative al '
diritto privato internazionale e con ampia. dottrina le illustra, provando
che con Bartolo si inaugura un'epoca nuova per il diritto privato e pe-
nale internazionale e Baldo partecipa con lui all'onore del principato di :
questa, scienza. :

Un bel discorso è quello che il Pardi ha pronunziato nella solennità
della. distribuzione dei premi delle scuole Liceali, Ginnasiali, Tecniche
e Elementari di Orvieto il 20 novembre del 1895. Egli ha parlato della
Storia e della sua importanza nell'insegnamento con parola elevata e
brillante. « Nella storia all'indagine paziente e minuziosa dei fatti si ac-
coppiano stupendamente l'impeto della eloquenza, l'ardore ed. i colori
smaglianti della poesia, la profondità di considerazioni della filosofia »,
E qui dà a grandi linee i sommi insegnamenti che si ritraggono dalla
suprema maestra della vita, abbracciando: a larghi tratti la storia delle
popolazioni asiatiche, dove.fu la, culla della civiltà, la storia del popolo

romano, dalla unità del cui impero si dilatarono rapidamente dovunque

e senza ostacoli le belle massime del cristianesimo, la storia d'Italia, che
« sede una volta di un potentissimo impero, fiorente d' agricoltura anche
dove regna or la malaria, ricca di commerci e d' industrie, invasa poscia
da stranieri di ogni specie — gli uni meno barbari degli altri, ma cru-
deli i secondi più dei primi — divisa, sminuzzata, lacerata,..... vide a
poco a poco crescere con tanti e sicuri progressi da umili principi quella.
cavalleresca casa di Savoia che doveva finalmente coronare il sogno dei
patrioti e dei martiri, l'indipendenza e l'unità della patria..... ». Il di-
scorso splendido offerto a S. M. la Regina Margherita, ha incontrato dal-
l’ Augusta Donna, che personifica la bontà e la cultura italiana, il più "3 :
ETT £s CONIVEULZ RS! je LP TUR Lom IAT MR TACITO TONI NUES MATTISA
jJ TNUCPSEN Cae v2 wu A ey "
TOL. M cx
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192 x ANALECTA UMBRA

più lusinghieri rallegramenti, felicitandosi coll’ egregio professore, che
dalla cattedra eleva i giovani ai più nobili ideali del bello e della patria.
Il discorso è stato elegantemente stampato dalla Tipografia Boncompagni

di Perugia.

Il nostro socio prof. Carmelo Calì in un opuscolo intitolato: « Pacifico
Massimi e 1’ Hecatelegium » discorre della lunga e agitata vita del poeta
Ascolano, dà la bibliografia delle opere di lui che « fu il creatore di

quel genere di poesia a doppio senso che ha nome da Francesco Berni,
precorse.in un certo qual modo Pietro Aretino e fu in polemica con An-
“giolo Poliziano », rammenta l'opinione che di questo umanista ebbero i
contemporanei ed i posteri e conelude con l'affermare che il Massimi ha
lasciato nell’ arte tracce indelebili. — L'opuscolo pregevole per la pro-
fonda ed estesa cultura, della quale il prof. Cali vi dà saggio, hà per
noi uno speciale interesse, poiché il Massimi visse in Perugia dal 1459
fino al 1467: per lo meno, fu protetto dai Baglioni e particolarmente. da
Braccio II e ricordò in molte sue poesie uomini ‘e cose di Perugia.

Un mazzetto di leggende Sublacensi illustrate, è ‘una vera fioritura
di erudizione del signor Carlo Merkel che con questo titolo ha pubblicato
un libretto (Roma, Forzani e C.) di 40 pagine, di utile e gratissima let-
tura. Esse leggende hanno un valore storico notevole veramente. « Pro-
vano per quali robuste fila avvenimenti e raeconti antichissimi si siano
conservati nella memoria del popolo... Queste lezeende e questi usi che lo
scetticismo moderno non ha potuto soffocare ci fanno rivivere nei tempi
antichi, in cui l'Alighieri immaginò la Divina Commedia, ci rappresen-
tano ancora quel popolo pio ed immaginoso, dal quale -per secoli usci-
rono tanti artisti maravigliosi ». I titoli sono questi: 1. Leggende di.
S. Benedetto. 9. Santa Chelidonia. 3. Il Santuario della SS. Trinità.

Negli Atti dell’Accademia Properziana del Subasio in Assisi (decem-
to bre 1895, numero 3) il canonico Giuseppe Elisei egregiamente illustra
i | ‘un sarcofago gentilesco, che trovasi nel sotterraneo dell’ antica Chiesa
+ Ugoniana, sotto la presente cattedrale di- S. Rufino, e pubblica delle

‘memorie storiche sul «coro grande della stessa Cattedrale, opera splendida
di maestro Giovanni da Sanseverino. — Le sculture del sarcofago son
Tiprodotte in una tavola in fondo a questo fascicolo degli Atti della be-.
nemerita Accademia Assisana..
SPOGLIO DI PERIODICI (1891-92)

ARCHIVIO STORICO DELL'ARTE (Roma).

1891, fasc. 1. Fumi L., Ricordi d'un Oratorio del secolo XV mel.
Duomo di Orvieto. Alle diligentissime notizie storiche seguono 26 docu-
menti inediti, tratti dall'Archivio dell’ Opera, dal 1402 al. 1493. La cap-
pella venne demolita: « aleuni frammenti di marmo scolpito a busti di
santi e stemmi dell’ Opera, rinvenuti dopo demoliti gli altari nel luogo

ove era stata la cappella, hanno indotto a crederli avanzi degli ornati

di essa. Ma nulla di certo; e null’ altro rimane di questa opera che il
ricordo pervenutoci dai documenti ». — Compimento del palazzo Marino
in Milano di Galeazzo Alessi: notizia.

Fasc. 2. Fritz Harek, quadri di maestri italiani nelle Gallerie: pri-

vate di Germania. Nella Galleria Weber di Amburgo la scuola umbra

è rappresentata da una lunetta attribuita al Perugino, ma da ascriversi
piuttosto alla sua scuola. Due altre tavole pone l’ Harck in compagnia.
di quest'opera umbra: ma esse sono di Marco Palmezzano che è forli-
vese! — Corrado Ricci, Fioravante Fioravanti e l'architettura bolognese
nella prima metà del secolo XV. Toccasi del F. in Perugia, dove « fe-
cie lo chastello di Braccio » Fortebraccio a Montone, com’ è dichiarato
in una lettera di Jacopo della Quercia a un operaio del Duomo di Siena.
A Montone fu nel 1418: questa data è stabilita dal R. mercè un docu-
mento dell’Archivio criminale di Bologna. Anche si determina che i la-
vori dell’emissario perugino del Trasimeno sono suoi, malgrado l’asserto
di Annibale Mariotti che li attribuisce ad Aristotile Fioravanti ; e pur
suoi son quelli eseguiti al Velino presso la ‘caduta delle Marmore. — E.
A., La remozione del coro della chiesa superiore di s. Francesco d' Assisi.
L'a. esprime il proprio parere dichiarando che plaude alla remozione,
« poichè si riparò in tal modo ad un grave errore artistico compiuto nel
1500, l'errore d’ingombrare un tempio che artisticamente può dirsi il più

13
SPOGLIO DI PERIODICI

bello e perfetto della cristianità ». La ragione del suo plauso sta nel fatto
che il coro del Sanseverinate « copriva parte delle pitture di Giunta e
di Cimabue, stuonava pure colle linee perfettamente euritmiche del mo-
numento, ed impediva che l’ altare potesse essere ricollocato nel mezzo
della crociera; suo posto originario ». Conclude: « meglio quindi che la.
remozione sia avvenuta ».

Fase. 8. N. B[aldoria], Recensione dell’ opuscolo di Luca Beltrami,
Andrea Orcagna sarebbe autore d'un disegno per il. pulpito del Duomo
di Orvieto? Gli pare che il Beltrami « abbia colto nel segno attribuendo
quel prezioso frammento ad Andrea Orcagna, il quale, come si sa, prese
parte ai lavori del Duomo, sia come architetto, sia come mosaicista dal
1358 al 1361, dopo cioè aver terminato a Firenze il celebre tabernacolo
di Or San Michele ». Nuove e minute osservazioni del Baldoria confer-
mano e rafforzano questo giudizio. — Tiberi L., Adamo Rossi: necro-
logia e bibliografia de’ suoi scritti editi sulla storia e di critica artistica,
e degl’ inediti. Fra questi sono da notarsi alcune memorie su la Catte-
drale di Perugia, su la fontana e l' acquedotto, su la pittura dal seco-
lo XIII al XVI, il catalogo descrittivo della Pinacoteca Vannucci, vari
studî su Raffaello e un discorso su gli architetti fra Bevignate, Barto-
lomeo Mattioli e Galeazzo Alessi.

Fasc. 5. A. Nardini Despotti Mospignotti, Lorenzo del Maitano e la.
facciata del Duomo di Orvieto. Monografia ampia e diligentissima.

- Fasc. 6. E. Müntz, L'architettura a Roma durante il pontificato di
Innocenzo VIII: Nuovi documenti. Uno di questi, del 31 marzo 1485,
riguarda « magistro Gasparrino civi perugino architectori ». |

1892, fasc. 1. V'.ó data la riproduzione del quadro di Fiorenzo di
Lorenzo, posseduto dalla Galleria Borghese, rappresentante il crocifisso.
coi santi Girolamo e Cristoforo. « Da alcuni attribuito alla giovinezza
del Pinturicchio, splende come se fosse tutto incastonato di gemme, ha
la freschezza d'un'opera appena uscita dalle mani del suo autore ».

Fasc. 2. Kristeller P., La xilografia veneziana. V’ è riprodotto il fron-
tespizio della « Spiritualis vitae compendiosa regula » di fra Cherubino
da Spoleto, in grandezza originale. (Venezia, s. a., in 4)..E v' è ricor-
data la rara edizione dei Fioretti (Venezia, 1490) di cui un esemplare è
nel Museo Correr G., 13: a fol. 1 è incisa la figura del santo che riceve
le stigmate (cfr. la Bibliographie des livres à figures vénitiens del Duca
di Rivoli, pag. 85 e 170).

Fase. 3. A. Venturi, Disegno per il pulpito del Duomo di Orvieto.
È nel gabinetto delle stampe a Berlino e qui vien riprodotto (vedi l’ar-
ticolo del Beltrami sopra citato). Il prof. V.. nota che « lo stile delle fi-
gurette del disegno di Berlino, stile più distinto che nelle altre di Or-
rn

dias

SPOGLIO DI PERIODICI 195

vieto, ha caratteri spiccatamente senesi, tanto che; non saremmo alieni di
credere che il disegno appartenga a Lorenzo Maitani ».

Fasc. 5. Boni G., IZ Leone di s. Marco. S'accenna al Toro in bronzo
della Cattedrale di Orvieto e se ne dà la fototipia. È di Lorenzo Mai-
tani. — Nella Miscellanea si dà la notizia del Ricollocamento del coro

in s. Francesco d'Assisi. Il Cavalcaselle, che quel ricollocamento com-

battè col Sacconi, col Cantalamessa e col Sacconi, torna a riaffermare il pro-
prio giudizio sulla giustizia della rimozione del coro (cfr. il rapporto del
Sacconi in Bollettino ufficiale, num. 23; 30 dicembre e 4 maggio 1892),
cui definisce « macchinoso mobile », pur riconoscendo (meno male !) ch' è
« non privo di pregi ».

ARCHIVIO DELLA R. SOCIETÀ ROMANA DI STORIA PATRIA (Roma).

1891,. fasc. 1-2. L. Fumi, Carteggio del Comune di Orvieto degli anni
1511 e 1512. Sono 28 lettere importanti per la storia. delle imprese di
Giulio II. i

1892, fasc. 1-2. C. Calisse, Costituzione del patrimonio di S. Pietro
in Tuscia nel sec. XV. Ne fecero parte la contea di Sabina, compren-
dente i distretti di Narni, Terni, Rieti, Amelia e il territorio fra Spoleto
e la Nera. Anche vi sono studiati i diritti di Orvieto su vari Comuni.

ARCHIV FiR LITERATUR UND KIRCHENGESCHICHTE (Friburgo).

1891, fasc. 1. Ehrle Fr., Die dltesten Redactionen der. Generalcon-
stitutionen des Franziskanerordens. In questa dotta trattazione sono pub-
blicati estratti di decisioni di Capitoli, fra i quali di quelli di Assisi. Fra
i manoscritti delle antiche costituzioni è studiato quello della. Comunale
Todi. !

ARCHIVIO STORICO ITALIANO (Firenze);

1891, disp. 3. Necrologia del barone A. Sansi. Comprende : un esame
accurato delle opere sue illustranti la storia di Spoleto.

Disp. 4. Favorevole recensione della Storia di Città di Castello del
Magherini Graziani. — Nello stesso fasc. E. Müntz prende in esame i
lavori e le pubblicazioni sulla storia dell’arte italiana.

Fra le altre opere è notata quella dell’ Heiss, Médailleurs de Za Ré-
naissance in mezzo ai quali è Ludovico da Foligno. Ed é pur ricordato
che in uno dei volumi del catalogo della Collezione Spitzer appare. il

pastorale di Benei Aldobrandini vescovo di Gubbio (1331) e un bassori- :

lievo magnifieo dei Della Robbia; rappresentante l'Ascensione e prove-
niente da Città di Castello.
"NC. " noe HNS EN eT - Qe Tm Mme

2196 è SPOGLIO DI PERIODICI

ARTE E STORIA (Firenze).

1891, Bonucci I., Un’ opera di Bernardino Pinturicchio. Crede sia
suo il quadro dell'Assunta ch'é nel Museo di Napoli. — Faloci-Pulignani
M., La Maestà bella presso Foligno. E l'immagine a fresco d' una ma-
donna, dipinta nel sec. XV in un’ edicola fuori della città da Pietro Mez-
zasti. Cfr. La Rondinella, strenna umbra, Spoleto, 1843, pag. 5 e seg.
— Notizie di Spoleto sui restauri nel Duomo, e sulla scoperta del teatro
romano e della rocca.

1892, Müntz E., Gli architetti Cola di Caprarola e Antonio da san
Gallo il vecchio a Nepi. Cola fu illustrato con documenti da A. Rossi in
Giorn. di erudiz. artistica, I, 3 e seg., 343 e seg. Lavorò a Todi e a
Foligno.

ATTI DELLA R. DEPUTAZIONE FERRARESE DI STORIA PATRIA (Ferrara).

1892, fasc. 1. Venturini O., Dei gradi accademici conferiti dallo stu-
dio di Ferrara nel primo secolo di sua istituzione. L'8 maggio 1488 fu
conferito il « doctoratus in medicina » ad « Antonius de Vitellensibus
.de Fuligno ». Un « dominus Bandinus de Fuligno» era tra i commissari
pei conferimenti delle cattedre nel 1402.

‘ ANNUALI DELL’ UNIVERSITÀ DI PERUGIA (Perugia).

‘1892, 1. Scalvanti O., I4 Mons pietatis di Perugia con qualche no-
| tizia sul Monte di Gubbio: con documenti.

ATTI DELL'ACCADEMIA LA Nuova, FENICE (Orvieto).

Rapporti delle tornate 1890-91, Bullettino 2-4. Il socio G. Cozza Luzi
lesse il discorso Z7 Duomo d' Orvieto e Raffaello Sanzio nel trionfo eu-
caristico ; il socio Zampi trattò della pianta, e il socio L. Fumi delle de-
- corazioni a stucco nelle cappelle del Duomo stesso e delle pitture che
qui furono eseguite dal 1337 in poi; il socio Onori della vita e delle ope-
re di Gentile da Fabriano che dipinse anche a Perugia, a Città di Ca-
.Stello ed in Orvieto, dove nel 1425 compié in una cappella del Duomo
la pulcerrima maiestas ; il socio Fumi discorse dei Monaldi e Filippeschi
à proposito de' noti versi del canto IV del Purg. di Dante. Anche si
dié conto del Diario Orvietano di ser Tommaso di Silvestro, di cui la
stampa è affidata alle cure amorose e sapienti del socio Fumi, e dell Al-
bum poliglotto che fu da lui raccolto e pubblieato pel sesto centenario
del Duomo. Notevolissima in questo splendido volume la introduzione
storica del socio Rondoni, ch’è un felice riepilogo della storia medio-
evale orvietana, fatto sul Codice Diplomatico della città, messo assieme e
‘dato in luce nel 1884 dallo stesso socio L. Fumi. Sono altresì da segna-
_

WI
tos

SPOGLIO DI. PERIODICI ! 197

larsi gli articoli del Lisini sui pareri di Lorenzo Maitani e il Duomo di
Siena ; del Gandini sulle tappezzerie dipinte nel Duomo, con riprodu-
zioni cromolitografiche; del Beltrami che indaga se Andrea Orcagna fu
autore d’un disegno pel pulpito del Duomo; del Leonori su le più in-
signi cattedrali del secolo XIII; del Nardini Despotti su i quadri a mo-
saico nella facciata del Duomo. Il socio Cerretti vi pubblicò la Rappre-
sentazione del miracolo di Bolsena, prezioso documento per la storia del |
teatro: efr. Torraca, Il teatro ital. (Firenze, Sansoni, 1885), pag. VI.

Rapporti delle Tornate 1891-92. Il socio Fumi trattò di Paolo III in
Orvieto nel 1536, secondo le notizie tramandate dalle Riforme e da lui
illustrate con note. Nella seduta del 15 giugno fu approvata la stampa
d’un opuscolo dal titolo Rapporti fra Genova ed Orvieto nel secolo XIV,
dimostrati da nove documenti (1300-1390) tratti dall'arch. com. orvietano
e dal socio Fumi pubblicati in omaggio al quinto Congresso storico di
Genova. Questo numero del Bollettino è illustrato da un disegno di fram-
mento di tazza etrusca, che conservasi nel museo Faina, e da due piante
del Duomo.

Num. 5-6. Il socio Cardella diè larga notizia delle pitture di una
tomba etrusca a camera, scoperta, presso Orvieto; diè resoconto degli
scavi d'una necropoli il socio Mancini; dell’architetto militare e civile.
Ascanio Vitozzi discorse il socio L. Fumi e lesse una memoria che può.
servire d' introduzione al Diario della guerra di Castro dal 1641 al 48
che conservasi ms. nell’archivio storico d'Orvieto: di Ugolino di Mon-
temarte, luogotenente dell'Albornoz, trattò il socio Tommaso Onori; del
materiale raccolto dal Fontanieri per una storia della diocesi orvietana,
il socio Palazzetti; della costruzione del Duomo e degli artisti che vi
operarono, il socio Zampi; e da ultimo della vita di Gentile da Fabria-
no, ricordandone i dipinti in Perugia ed Orvieto, il socio. conte. Fabri
Stelluti.

COMPTES-RENDU DES SÉANCES DE L'ACADÉMIE DES INSCRIPTIONS (Parigi).
1892, gennaio-febbraio. Casati C., Note sur la nécropole étrusque dé-
couvert en 1891 à Castiglione del. Lago. E del sec. III a C.

DEUTSCHE LITTERATUR ZEITUNG (Berlino).
1892, num. 44. Frey C., IZ Duomo d’ Orvieto e i suoi restauri di L.
Fumi: recensione favorevolissima.

HisTORISCH® ZEITSCHRIFT (Monaco - Lipsia).
1892, fase. 1. Recensione de I/ Castello di Campello di P. Campello.
Notasi che l'a. divaga dall'argomento.
198 SPOGLIO DI PERIODICI

GAZZETTA LETTERARIA (Torino).
1892, num. 2. Del Cerro E., Attraverso ÜU Umbria verde: Assist.
Num. 41. Del Cerro E., Perugia.

GIORNALE STORICO DELLA LETTERATURA ITALIANA (Torino).
i Vol. XVIII, fasc. 1-2. R. Sabbadini, Briciole umanistiche. Vi si tratta
di Tommaso Pontano che il Lancellotti identificò con il Seneca da Ca-
merino, e il Biondo, da questi distinguendolo, lo disse di Perugia. Il
Sabbadini non sa dov'egli fosse nel 1444, « ma probabilmente in qualche
paese dell’ Umbria, giacchè pare che egli abbia trascorso nell’ Umbria
l’ultima parte della sua vita, come insegnante e come magistrato». In
‘ fatti aleune sue lettere, contenute nel cod. Vaticano Ottoboniano 1677,
sono datate da Perugia e Foligno.

Vol. XIX, fasc. 1. F. Novati, Le poesie sulla natura delle frutta e
i Canterini del Comune di Firenze nel Trecento. Naturalmente l'a. ricor-
da anche Benuccio da Orvieto e; pubblicata. di sul cod. Rediano-Lauren-
ziano 184 la sua canzone « O be' signior, poi che mangiato avete », si
prova di stabilire le relazioni che corrono fra questo componimento e il
eapitolo di Pietro Cantarini da Siena « Chari signor, po' che cenato ave-
te », e conclude che Benuccio, forse inconsciamente, modelló la canzone
- sul capitolo del senese.
©. * Fasc. 2-3. Cesareo G. A., Su l' ordinamento delle poesie ‘volgari di
F. Petrarca. Riferisce la canz. « Spirto gentil » a Bosone da Gubbio,
riportandola agli ultimi del 1337. È largamente detto. per quali ragioni
la canzone non possa convenire ad altri, ma sì bene al Raffaelli. Cfr.
Domenica del Fracassa, II, num. 2 e 8; Fanfulla della Domenica, 1886,
num. del 2 maggio.

Vol. XX, fasc. 1-2. E. Lamma, Il cod. di rime antiche di G. G. Ama-

dei. Il L. dà la tavola di tre codici bolognesi, ne’ quali si leggono anche
il sonetto di Bosone da Gubbio in risposta a Cino da Pistoia, i noti so-
netti di Andrea da Perugia al Petrarca, e la canzone « Cruda selvag-
gia, ecc. » di Bartolomeo da Castel della Pieve. — Recensione de La pro-
phetia fratris Mucii de Perusio pubblicate da R. Filippini sopra un cod.
napoletano (Fabriano, 1892). Umbro ne è l'autore; ma l' identificare ser
Mueio o Stramazzo con frate Mucio é cosa malsicura.

IL MuraTORI (Roma).
1892, fasc. 1. Palmieri G., Serie degli abbati di Farfa in continua-
zione al Muratori. È ricavata da una storia di un Gregorio romano che
va dal 1101 al 1640. Continuaz. nei fasc. successivi.
Fase. 2. Ballerini F., Le feste di Gubbio per la nascita di Federico
SPOGLIO DI PERIODICI 199

Ubaldo dei Duchi d' Urbino. Relazione dall’archivio Vaticano, Arm. LX,
iL. Continuaz. nei fasc. successivi.

L’ARCcADIA (Roma).
III, 6. Bartolini A., Dante in Gubbio.

LA BIBLIOTECA DELLE SCUOLE ITALIANE (Modena-Verona).
1892, num. 3. F. Gabotto, Altri documenti su Tommaso Marroni da
Rieti. Cfr. questo, Bollettino, I, 174 e 445.

MITTHEILUNGEN DER KAISERLICHEN DEUTSCHEN ARCHAEOLOGISCHEN IN-
STITUTS (Roma).
1891, fasc. 2. Il Peterson dà conto di scoperte a Spoleto.

Nuova ANTOLOGIA (Roma).

1891, fasc. 6. Recensione delle Cronache di Perugia, vol. III, edite
«da A. Fabretti. Favorevole.

Fasc. 14. Recensione de I7 duomo di Orvieto e i suoi restauri di L.
Fumi. Favorevole.

NOTIZIE DEGLI SCAVI D'ANTICHITÀ (Roma).

1892, gennaio. Scavi della necropoli di Todi e rinvenimento di og-
getti del sec. III-II a C.

Febbraio. Altri scavi a Todi.

Marzo. Altri scavi nella necropoli citata.

Ottobre. Notizia di un bollo figulinario scoperto a Perugia.

SOIRS Rivista MISENA (Arcevia).

1891, num. 2. Anselmi A., Necrologia di Adamo Rosse

Num. 6. E. Luzi, L'Università degli studi in Ascoli Piceno. Vi è
asserito che nel sec. X i monaci, emigrati da Farfa, fondarono in Ascoli
e nel suo distretto i principali monasteri.

Num. 7. Necrologia di A. Angelucci di Montecastrilli.

Num. 8. P. Tedeschi, Di Luciano da Lovrana. È l’architetto anche del
palazzo ducale di Gubbio. Qui se ne ritesse un’accurata biografia.

Num. 11. V. E. Aleandri, Bernardino di Mariotto da “Perugia pit-
dore del sec. XVI e la sua dimora in S. Severino dal 1502 al. 1521.
Notizie documentate di pitture da lui eseguite a. S. Severino in quegli
anni.

1892, num. 1. Anselmi A., Monumenti ed oggetti d’arte in Albacina.
9200. SPOGLIO DI PERIODICI

Nella parete della casa Merloni Santoni è un affresco di Dando Merlini,
pittore perugino (sec. XV-XVI):

Num. 2. Id., id., in Arcevia. Due pilastrini d’una tavole del Signo-
relli in S. Medardo sono della maniera di Niccolò di Liberatore: nella.
sagrestia è una croce processionale d'argento di Cesarino del Roscetto,
orafo perugino, fatta dal 1524 al 26. Nella chiesa di S. Maria degli Ere-
mitani di S. Agostino è una statua di S. Antonio abate, scolpita in le-
gno, di scuola umbra del sec. XV.

Num. 6. Id., id. in Sassoferrato. Nella chiesa di S. Pietro e S. Chitata a.
è una tavola da attribuirsi a Orlando Merlini che nel 1473 abitava in
Sassoferrato. Nella sagrestia è un frammento d’affresco, rappresentante:
l'Annunziata, di pittore umbro del sec. XV. In S. Croce è il trittico di
Antonio da Fabriano, creduto finora opera di Nicolò di Liberatore. Nella.

‘ chiesa parrocchiale di Col della Noce esiste un trittico di Matteo da Gualdo
con la data del 1471.

Num. 10. Fra le Notizie e Varietà è dato breve cenno di una grande:
tavola di Pietro Perugino, esistente nell’ ex-monastero di S. Maria delle:
Grazie in Senigaglia, e dei restauri eseguitivi a cura del Ministero di P. I.

REVUE CRITIQUE D'HISTOIRE ET LITTÉRATURE (Paris).
1891, fase. 20. Recensione molto- favorevole della Storia di Città di
Castello del cav. Magherini Graziani.

REPERTORIUM FÜR KUNSTWISSENSCHAFT (Berlino).

1891, XII. Sehmarsow A., Antonio Federighi. A questo scultore se-
nese attribuisce una pila d’acqua santa nel Duomo di Orvieto.

XIII. Thode, Sin uns Werke. von Cimabue erhalten? Risposta al
Wickoff. Vi si tratta naturalmente della Madonna in S. Francesco e del
Crocifisso in S. Chiara di Assisi.

RENDICONTI DELLA R. ACCADEMIA DEI LINCEI (Roma).

1392, vol. I, fasc. 2 della Classe di Scienze morali, stor. e filol. E.
Monaci, Aneddoti per la storia letteraria dei Laudesi, dei Disciplinati e
dei Bianchi nel medio evo. Laude della provincia di Roma. Da un cod.
del dott. Pietro Tommasini Matteucci di Città di Castello. La seconda
(« sopra ogni lingua, amore ») è di Jacopone ; la sesta (« Yhesù facco

lamento ») gli è attribuita. Nella prima e quarta « si trovano pure delle

forme che sono dell’ Umbria e non della Toscana »; ma è da concludere
che di queste laude « il fondo primitivo sia romanesco: sieno esse di

=== =
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I——ÉÁáá— 7%

SPOGLIO DI PERIODICI | 201

Roma, sieno di Nepi, intanto non par dubbio che alla provincia romana
appartengano ».

RIVISTA ITALIANA DI NUMISMATICA (Milano).
1891, fase. 1-2. Milani L. A., Aes rude rinvenuto alla Bruna presso
Spoleto. — Marignoli F., Zecchino di papa Pio II attribuito a Foligno.

RIVISTA STORICA ITALIANA (Torino).

1891, fase. 1., G. Mazzatinti, Recensione di IZ Castello di Campello,
di Paolo Campello. Sfavorevole.

i Fasc. 4. A. Melani, Recensione delle monografie storiche di L. Fumi
Il Duomo d’ Orvieto e i suoi restauri. Il volume è giudicato '« un eccel-
lente contributo storico agli studi architettonici italiani ».

1892, fase. 1. G. Mazzatinti, Recensione dei Costumi e superstizioni
dell’ Appennino marchigiano di Caterina Pigorini Beri. Vi è notato che
il canto di Fiorino è diffuso nell’ Umbria, per esempio a Nocera ed a
Gubbio, e che con Il' Umbria hanno comuni le Marche molti canti popolari.

Revue DES DEUX MowDES (Parigi).
1891, fase. 15 giugno. Arvéde-Barine, S. Francois d'Assise. Ne ri-
tesse la vita e tratta dell' opera e della influenza sua.

REVUE HISTORIQUE (Parigi).
1891, fase. 1. Nel Bullettino delle opere. di storia italiana il prof.
C. Cipolla tien conto della Lirica religiosa nel Umbria di G. Chiarini e
delle notizie su S. Bernardino da Siena in Orvieto e in Porano di L. Fumi.
1892, fasc. maggio-giugno. C. Cipolla, Bullettin. historique. Italie. Mo-
yen-dge. Tra le opere uscite in luce dall’ 88 al 91 e qui prese in rassegna,
alcune riferisconsi all’ Umbria. Continuazione nel fascicolo successivo.

STUDI E DOCUMENTI DI STORIA E DIirIiTtTO (Roma).
1891, fasc. 1. L. Fumi, Statuti e regesti dell’ opera di S. Maria di
Orvieto: continuazione.

\ THE AMERICAN JOURNAL OF ARCHAELOGY (Boston).
1891, fase. 4. Relazione di scavi a Castiglion del Lago ed a Todi.

ZEITSCHRIFT FÜR KIRCHENGESCHICHTE (Gota).
1892, fasc. 2-3. Lempp E., Anféinge des Clarissenordens. La vita di
SPOGLIO DI PERIODICI

S. Chiara, ritessuta con diligenza sulla scorta della leggenda più antica,
comprende lo studio su le regole e le vicende loro.

ZEITSCHRIFT FüR ErHNOLOGIE (Berlino).
1891, 1. Undset J., Archaeologische Aufsülze über südeuropüische
Fundsticke. Vi si prendono in esame i monumenti dei Musei di Rieti,
‘ Chiusi e Perugia.

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= _————_— lina»

ei 3M

RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE

ARCH. ANTONIO CANESTRELLI. — L’ Abbazia di S. Galgano, monogra-
fia storico-artistica con documenti inediti e numerose illustrazioni. —
Firenze, Fratelli Alinari editori, 1896, in 4° g. di pag. 156.

Delle molte illustrazioni di monumenti pubblicatesi negli ultimi anni
in Italia, questa dell’ Abbazia di S. Galgano, se non la prima, deve an-
noverarsi senza dubbio fra le migliori. Fino ad oggi quei ruderi vene-
randi, dove l’ edera verde s' abbarbica tra i filari alternati di mattoni e
di travertino, dove l’umile fiore del pruno biancheggia sui roveti nel

pavimento, quei piloni ridotti a sostegno di pochi valichi qua e là nelle .

navate, e gli occhi e le belle bifore aperte tuttora nelle cadenti mura-
glie, erano tutte preziose reliquie ignorate dai più, prima che fosse alla
portata degli artisti la. bella e dotta illustrazione del Canestrelli. Nel

leggere il suo libro si prova più vivo quel mistico sentimento che si

sveglia in noi alla vista di un edifizio religioso del medioevo. Se poi si
rifletta che di quel monumento lasciato da più secoli in balia del tempo
e degli domini, non rimangono che rovine, la venerazione si. converte
in tristezza, e dobbiamo esser grati a quell’ anima gentile di donna che
« ora è soltanto una mesta e santa memoria » per avere con sentimento
‘squisito dell’ arte, inspirato all’ egregio A. suo compagno, lo studio del-
l'Abbazia di S. Galgano e all’ illustre Direttore regionale per la conser-
vazione dei monumenti della Toscana che lo incoraggiava a pubblicarlo.

L’ illustrazione è divisa in due parti, storica e artistica, coll’ appen-
dice di quaranta documenti.

Dall’ anno 1180, in cui Galgano Guidotti di Chiusdino. nell’ antico
Stato Senese, infisse la sua spada a guisa di croce nelle fenditure di un
masso sul Monte Siepi, e quivi vissuto romito fino al 3 dicembre del-
l’anno appresso, meritò per la santità della vita di essere canonizzato
nel 1188, noi per la lunga serie di sei secoli assistiamo quasi anno per
anno alle liete e tristi vicende della celebre Abbazia. La quale in mo-
deste proporzioni costruita in principio sulla vetta del monte, si com-
- "RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE

poneva di una piccola cappella di pianta circolare, tuttora esistente,
fi. 1, pag. 2) e di un piccolo cenobio dove presero stanza alcuni mo-
5 ; Pas pl

naci Cistercensi. Alla nascente Abbazia non mancarono donazioni e. la- .

sciti testamentari. E da privati e dal Vescovo Ildebrando della vicina.
- Volterra furono regalati i monaci di vasti terreni, con facoltà di costruire
un acquedotto peri mulini del monastero, e si arricchiva la piccola chiesa.
con doni di preziosi arredi sacri e di ricche suppellettili (Cap. I).

Poi cresciuto il numero dei monaci si riconobbe necessaria la costru-
zione di una nuova Abbazia a pie” del monte nel piano della Merse (1224),
intanto che alcuni di essi si trasferivano alla Badia di S. Salvatore presso:
Firenze e ad altre Abbazie filiali, fra le quali è notata quella di S. Giu-
liana presso Perugia (Cap. II). :

Né mancarono: privilegi per parte di imperatori e di papi. Fu concessa

l immunità ai monaci e protezione ad essi e ai loro beni. Nessuna città.

o comune, nessun console o potestà poteva molestare il monastero nè
imporgli gabelle od altre gravezze. Innocenzo III lo esonera dal paga-
mento delle decime ; Gregorio IX ordina ai vescovi e prelati della To-
scana di proteggere i monaci di S. Galgano, con facoltà di scomunicare
chi volesse loro imporre decíme od estorcere largizioni di vitto ; lo stesso
papa conferma nel modo il più solenne la proprietà dei loro beni nelle
diocesi Senese, Grossetana ed Aretina; Innocenzo IV li esenta dal pa-
gamento dei pedaggi per il trasporto delle provviste occorrenti alle ne-
cessità dei monaci, dà loro facoltà di officiare le chiese a porte chiuse
in tempo di generale interdetto, privilegi tutti confermati successiva-
mente da più pontefici fino a Bonifacio VIII che li ratifieava da Roma
nel 1302.

Vollero alcuni che l'Abbazia di S. Galgano avesse facoltà di batter mo-

. neta, e l’A. per fedeltà storica riproduce un quarteruolo di quel monastero

colla spada sul trimonte da un lato, una mano che tiene un pastorale dal-
l’altro (fig. 3, pag. 12), ma escluso per mancanza di documenti quel privi-
legio, ammette che il quarteruolo di S. Galgano non é moneta vera e pro-

pria, ma una semplice Tessera mercantile (Cap. III). Ad ogni modo dalle

citate facoltà e privilegi si rileva l'importanza morale e materiale dell’Ab-
bazia cui, con Brevi e Bolle pontificie furono unite nel 1398 e nel 1447
- altri monasteri del territorio Senese, ed era capace di dare asilo a più
che cinquanta monaci (Cap. IV). Ad essi ricorrevano papi e vescovi, co-

muni e privati per pronunziare lodi e dirimere differenze e liti. Spesse
volte li vediamo fungere da giudici e da notari pubblici. Si fa parola.

nei documenti di un frate Giacomo medico fiscale, di frate Ugolino me-
dico chirurgo, dell'abbate Ranieri fisico e di altri molti versati nelle arti

e nelle idrauliche discipline o col titolo di operarii o di magister operis:
+

RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE ea 205

lapidum, fra i quali piace di ricordare il monaco Gnolo, cui fu dato in-

carico di studiare se l'acqua del fiume Merse si potesse derivare e con-
durre fino a Siena (Cap. V). La Repubblica Senese accordò all’Abbazia
di S. Galgano protezione e tutela, adoperò quei monaci o come teso-
rieri del pubblico erario o come operai del Duomo, e allorchè le com-
pagnie di ventura (1380) fecero « del monastero di San Ghalghano loro
« ricepto, et la robba delle villate et poderarii della corte di Fruosini
« ridussero al detto Monastero per loro vivare » il concistoro della Re-
pubblica accordò somme per sopperire ai bisogni dei monaci, mai ces-
sando anche in seguito di aver cura delle loro proprietà e dei loro beni
(Cap. VI). Questi si componevano di vastissime possessioni di terreni,
case e molini, di gualchiere e ferriere poste nelle varie corti e contadi
dell’antico stato di Siena e del Grossetano. Ebbero in Siena più case, e
la Chiesa e lo Spedale di S. Maria Maddalena ed un palazzo, ora di pro-
prietà del conservatorio del Refugio che già fu detto dei monaci di S.
Galgano (Cap. VII).

La mala sorte toccata a tante illustri Abbazie italiane di cadere sog-

gette al dominio degli abbati commendatari, cioè di monsignori e cardi-
nali di S. Chiesa, colpì la nostra Abbazia nei primi anni del secolo XVI.
La Balia Senese fa di tutto perchè l'Abbazia di S. Galgano non « tran-
seat in commendam » ma una Bolla di Giulio II (1503) diretta al capi-
tano di popolo e ai priori di quel Comune annunzia loro la nomina del-
l’abbate commendatario il cardinale Federigo Sanseverino. Alle opposi-
zioni del Comune si risponde colla minaccia di un interdetto generale ;
così da un anno all'altro al succedersi dei commendatari vi fu sempre
contrasto fra essi, e il comune di Siena, .che nel 1513 inviò speciali am-
basciatori al pontefice per chiedere che l’Abbazia di S. Galgano non
« vadat in commendam, quia est maxime importantie tam civitatis quam
civium et quod a civibus fuit dotata », ma il cardinale abbate, cui pure

- $i presentarono gli ambasciatori, irritato rispose loro « Vos Senenses, qui

nihil potestis, audetis abbatiam nostram impedire nobis? » È inutile di-
lungarsi nel ricordare le difficoltà, le lotte e gl' intrighi che ad ogni suc-
cessione sorgevano per la elezione dei nuovi commendatari, fra questi e
le famiglie degli antecessori; solo ci fermeremo su quel mons. Giovanni
Andrea Vitelli dei Ghiandaroni eletto nel 1538. Questi, il cattivo genio
dell'Abbazia, « tutto il tempo che la tenne in mano attese alla distrut-
« tione di essa, lasciando usurpare molti beni; cadere i poderi, alienare,

^« impegnare ciò che v'era di buono, et quel ch’ è peggio vendere il

« piombo che copriva tutta la cupola della chiesa stessa e della cappella
« del miracolo di S. Galgano ». È ricordato (1576) che nella chiesa sfor-
nita di arredi sacri non vi si teneva nemmeno il SS. Sacramento, per-
ae

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ra

206 ; ^ ^. RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE

chè il frate che vi era « valde pannosus et ignarus litterarum » non

aveva da comprar l'olio per la lampada. Involto il Vitelli in citazioni e
catture, ora è nominato « huomo da bene che non ha Iuogo piü dove.
« possa stare », ora si parla della « mala natura di quell’ abbataeeio »
il quale contro un compenso di 600 scudi all'anno rinunzió finalmente
l'Abbazia al cardinale Alessandro Farnese che ne ottenne il possesso nel
1516. Da quest'anno al 1124 in cui fu nominato commendatario mons. Giu-
seppe Maria Feroni, lunga è la serie dei più o meno savi amministra-
tori dell’ illustre Abbazia. Il Feroni nel 1727 ottiene l'enfiteusi fino alla
terza generazione a favore dei discendenti di un suo fratello, poi che
otto religiosi Minori Osservanti andassero a stare a S. Galgano per of-
ficiarvi la chiesa. Nel 1735 gli fu concessa una maggiore e più estesa
durata del livello, la riduzione del canone, e finalmente nel 1757 l’enfi-
teusi perpetua col canone che in principio era di scudi 1500, poi ridotto.

a soli seudi 584. L'ultimo commendatario nominato da Pio VI (1787) fu -

mons. Ranieri Finocchietti. La proprietà dei beni dell’Abbazia dalla. fa-
miglia Feroni che ne affrancava l' enfiteusi passò nel 1884 in proprietà
del marchese Ippolito Nicolini, attuale possessore della tenuta di Frosini,
nella quale è posto il.tempio monumentale.

In sì lunga serie d'anni il tempio e il monastero furono sempre la-

sciati in deplorevole abbandono. Nel 1666 pioveva nella chiesa da tutte
le parti: non si ha più cura di serrare, ed, aprire la porta; così il gran
tempio «.aleuna volta è ricetto di bestiami grossi e minuti ». È riferito
nel 1724 che la gran chiesa è « di continuo sottoposta ad imminente ro-

vina » (Cap. IX).

Rovinó il campanile ai 22 gennaio del 1786, e dopo tre mesi dal

granduca Pietro Leopoldo esonerata la famiglia Feroni dalla manuten- -

zione del tempio, questo fu sconsacrato il 10 agosto 1789. Oggi caduto
il tetto, le volte e parte dei muri, non restano del bellissimo monumento
che macerie e rovine.

Tali notizie da noi riassunte sommariamente furono-ricavate dai do-
cumenti originali di tre Caleffi ossia. Instrumentari provenienti dall'Ab-
bazia di S. Galgano ora nell’ archivio di Stato di Siena. Si giovò pure

l’A. di aleune pergamene dei Cistercensi conservate nell'Archivio di Stato
di Firenze e di altri documenti degli archivi mediceo e Feroni. Delle:

notizie riportate da altri scrittori e cronisti tenne poco o nessun. conto,
riferendole nei soli casi che-in confronto ai documenti autentici gli det-
tero argomento di critica e di profonda discussione.

Dalla storia del monumento passiamo all’esame della parte artistica.
L'A. nel suo studio si rivela cultore sincero dell’arte medievale e pro-
fondo conoscitore della sua storia. Al giorno d’oggi un monumento di

rerum
—— A.

RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE 207

quell’epoca si analizza, si studia in se stesso, non più in relazione ad
altri che pure riscossero l'ammirazione generale nell'aurea epoca dell’arte .

- Greca e Romana, e nei secoli vicini a noi nel periodo dell’arte del Rina-

scimento. È ora dimostrato che la sesta medievale ebbe uno stile tutto
proprio, che se in qualche sua parte ci fa ricordare i più essenziali ele-
menti organici dell’arte antica, vediamo questi modificarsi e trasformarsi
radicalmente, man mano che l’arte più che colla civiltà del tempo pro-
grediva di pari passo col sentimento religioso che l’ispirava. Quegli ele-
menti che noi troviamo nelle prime basiliche cristiane e successivamente
nelle chiese della primitiva. forma lombarda scompaiono può dirsi del
tutto dall'organismo degli edifizi religiosi di stile ogivale, sia d'oltremonte
che italiani. Diverso è l'ideale che ispira l’ architetto del medioevo.
Nelle chiese cristiane non è più il solo sacerdote che entra nella cella
mentre il popolo. distratto e confuso rimane adunato nei vestiboli del
tempio; il sacrifizio cristiano non è pel popolo un mistero, che perciò si
unisce alle preghiere dei sacerdoti e sta con essi devotamente affollato
intorno al santuario. Ben diverso è pertanto il principio che dovette ani-
mare gli artisti delle due scuole pagana e cristiana. Nel tempio pagano
la cella colla statua del nume è il solo elemento essenziale. La camera
del tesoro, il doppio vestibolo, le ali in giro, la cripta sotto la cella ove
si ascondono i congegni necessari alle trasformazioni ed apparizioni di
rito, le gallerie superiori dei tempî ipetri dove facevano bella mostra,
come ora nei nostri musei, le statue degli altri numi, questi ed altri
erano elementi secondari; tutto è materialismo. Invece il tempio cri-
stiano più che ai sensi parla allo spirito. E quando da un valico all’altro
delle sue navate si ripercuote solenne l’invito del sacerdote « in alto i
cuori », allora sì che il popolo si solleva coll'anima al di là di quelle
volte e di quelle mura, e secondando coll’occhio e colla mente lo spin-
gersi su su delle sveltissime colonnine che formano fascio intorno ai pi-
loni, e l'incontrarsi su in alto dei costoloni delle crociere, e le curve:
arditissime delle arcate e le strette e le lunghe finestre, le cuspidi e i^

‘ pinacoli delle facciate e quegli archi rampanti che par si voeliano spin-
|! 8 S I

gere sempre a. maggiore altezza, tutto in quel momento commuove l'ar-
tista cristiano che ama e che sente, tutto gli parla di Dio.

Pertanto non é piü il easo di proseguire nel vezzo di dare l'appel-
lativó di barbaro a tutto ció che sente di medioevo. E con vera compia-
cenza vediamo illustri serittori darsi allo studio di quell'arte e di quei.
monumenti, rieercarne la storia, e l'artefice che l'ideava, e il tempo di
loro costruzione con analisi critica del loro stile, mettendoci sott'occhio
coi migliori metodi delle arti grafiche i particolari tutti della loro pla-
nimetria ed ortografia, nonchè i profili e l' insieme di tutte le più mi-
«t

208 SU RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE

nute decorazioni. L'Illustrazione del ‘Canestrelli è un modello del genere,
e ci sia permesso a sua lode di far parola sommaria dei suoi particolari.

L'indicazione precisa della costruzione della nuova Abbazia e del
tempio monumentale non è dato conoscerla dai documenti. Da questi è
solo possibile rilevare il periodo di tempo in cui si svolse la grandiosa
opera del monastero, ed in modo anche più incompleto quella del tempio.

Del monastero sappiamo che nel 1224 ai 10 febbraio rogavasi un

istrumento apud. abbatiam novam. Nel 1229 è già ricordata la domus

opere ed il luogo ubi actantur lapides operis: perciò non crediamo di tener
conto di altri documenti citati dall’A., perchè la citazione delle infer-
merie, del parlatorio e della porteria si possono è vero ‘riferire ai detti
locali nell'Abbazia nuova, ma più probabilmente riguardano quelli del
vecchio monastero sul monte. Ad ogni modo è fuor di dubbio che il
nuovo monastero nel piano della Merse si cominciò a costruire nel primo
quarto: del. secolo XIII.

Anche più incerta è l’indicazione del tempo della costruzione della
chiesa. Piace all'A. di ammetterla contemporanea a quella dell'Abbazia
sulla fede di un atto rogato ai 24 di aprile del 1227 juxta Ecclesiam.
superiorem Sancti Galgani. Dubita egli stesso che tale indicazione si ri-
ferisca alla pieeola chiesa rotonda sul monte Siepi, e quel dubbio si fa
in noi certezza, perchè la citazione della. chiesa superiore si associa è
vero all’idea di una chiesa inferiore, è però più naturale il supporre che
i monaci di S. Galgano trovandosi a disagio nel piccolo cenobio sul monte,
più che alla nuova chiesa abbiano prima provveduto alla costruzione
nella pianura di un monastero più ampio e più comodo, avendo già la
piccola chiesa superiore. Ci avrebbe offerto indizio ben più sicuro la ci-
tazione suddetta, se invece della’ chiesa superiore vi fosse nominata la
chiesa vecchia, che in tal caso era indiscutibile il fatto di una chiesa
nuova. Perciò non siamo lontani dal convenire coll’asserzione dei cronisti,
che riportano la costruzione del tempio al 1246. Da quell’anno non man-
cano sicure memorie dell’opera grandiosa che nel 1288 se non era, del
tutto ultimata, certo è che la nuova chiesa era già uffiziata dai monaci
almeno in parte, essendo ricordato in quell’anno un istrumento rogato
« in ecclesia nova ante altare conventus ipsius monasterii ».

Chi fosse il primo architetto del tempio e monastero di S. Galgano
non è il caso di ricercarlo. Nessuna memoria certa di documenti, nè si
puó prestar fede a quanto racconta il Libanori nella vita di Davide Dan-
dini di una contesa insorta fra i maestri e muratori della chiesa di S. Gal-

gano, dove é nominato il disegno o modello che in carta aveva formato

. l'architetto chiamato Curzio nativo di Chiusi; ma da quali documenti
traesse il Libanori tali notizie, non è sicuro. L'A. pertanto dopo aver ri-
RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE Ve 4 209

cordate le seuole monastiche dei secoli XI, XII e XIII e i monaci ar-

chitetti che vi fiorirono, non dubita di affermare che ad essi è pure do-

vuta la chiesa ed Abbazia di S. Galgano, avendosi memoria di qualche

monaco nominato operario, e fra questi di un Frate Ugolino di Maffeo

chiamato nei Caleffi « magister lapidum.... magister operis.... operarius

opere ». Egli peró non puó essere ritenuto il primo architetto, non aven-

dosi di lui memoria prima del 1215 (Cap. I). |

|‘ La chiesa ha la pianta a croce latina, è divisa a tre navi con sette
valichi a sesto acuto con doppio archivolto a spigoli netti in ciascuna.
parte del braccio anteriore. Il transetto ha il collaterale dal lato delle

navate e due cappelle per parte dal lato. opposto di fianco all'abside o.
. tribuna che è quadrata. Nella pianta ed alzato del tempio si hanno i

seguenti elementi di stile oltramontano. Tutte le volte si proiettano su

pianta rettangolare più o meno allungata, ad eccezione di quella della

' tribuna, in eui gli archi diagonali si staccano dagli angoli del quadrato,

ma vengono sostenuti alla chiave da un sottarco trasversale, secondo il

costume di alcune chiese francesi. Sono bipartiti i contrafforti negli an-
‘goli esterni della tribuna. e del transetto, e profilati a più riseghe si spin-

gono in altezza al disopra delle navi laterali. La sacrestia attigua alla

sala capitolare non fa parte dell’organismo icnografico della chiesa. I pi-

loni delle navate sono a fascio su pianta crociforme con una colonna in-

castrata a due terzi in ciascuna faccia, però a differenza della scuola ita-

liana la colonna che prospetta sulla nave di mezzo si stacca non dalla

base, ma a più metri da terra, secondo le consuetudini della seuola. bor-

gognona. I muri esterni non hanno archettatura, ma la cornice di fini-

mento non é sormontata da parapetto a traforo. L'altezza di tutta la

chiesa corrisponde.al Jato del quadrato, alla larghezza cioè dalla chiesa
stessa misurata da parete a parete esterna dei muri estremi laterali. È
soppressa finalmente là galleria sulle volte delle navi laterali e fu sosti-

tuito ad essa il triforio, che però, come ben dice l'A., può chiamarsi un

triforio atrofizzato, apparendo nella nave mediana in forma di piccole fi-

nestre rispondenti nello spazio sotto il tetto delle navi laterali.

Se peró si considera che nel tempio di S. Galgano prevale in tutte le
altre parti l'elemento proto-ogivale italiano, quello specialmente del pi-
lone. a fascio, che, al dire del Nardini-Despotti, ha nella sua compagine
organica di elemento sostenente il germe della compagine organica del
sostenuto, cioè delle volte, cosicchè i piloni e le volte « sono tra loro in :
« intima correlazione e sono preordinati, coordinati e connessi tra loro »,
dovremo conchiudere coll’A. che lo stile della chiesa di S. Galgano è
uno stile di transizione inspirato ai principî fondamentali della basilica
lombarda. a volta ogivale, modificato in alcune disposizioni icnografiche

(4
RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE

e statiche da un'influenza architettonica borgognona e in varie forme
decorative ed ornamentali prima da questa medesima influenza poi dal
sentimento artistico e dalle tradizioni locali.

Bello e profondo si fa lo studio dell'A. dopo che stabilito siffatto
| principio riguardo allo stile del monumento da lui illustrato, ci dimostra.
che non potendosi mettere in dubbio essere stati i monaci Cistercensi i
primi e soli architetti dell'Abbazia di S. Galgano, quella e non altra era
per essi la maniera di architettare, benchè non avessero uno stile proprio
ed originale.

Dacchè sullo scorcio del secolo XI dall'eremo di Solesme in Borgogna, .

. S. Roberto e i suoi monaci, contuttochè denunziati quai novatori fana-
tici, si trasferirono a Cistercio (Citeaux), poi pel crescere. del loro nu-
mero a Pontignì e nel 1115 sotto la guida di S. Bernardo a Chiaravalle,
l’austerità originaria della regola di S. Benedetto fu rimessa in vigore
‘e si escluse dalle chiese e monasteri dell'ordine qualsiasi traccia di lusso
e di ornamento superfluo. Nelle chiese dei Cistercensi (in Italia le Ab-
bazie di Casamari e Fossanova), più che la decorazione, figura la sem-
plicità dell'organismo. 8. Bernardo nella sua epistola riportata in parte
dall'A. (pag. 76, nota) condanna « l’ inutile ampiezza delle navate, i ric-
chi materiali resi lucidi con tanta cura », non vuole pavimenti istoriati,

perchè « il tallone dei passanti non colpisca il volto di un santo.... »,

non mostri...., non quadrupedi a coda di serpente....; non pesci a coda
di quadrupedi « ed altre simili bellezze deformi e belle deformità ».
Perciò i suoi monaci nel costruire le loro chiese si attennero alla mas-
sima semplicità; più che regole e leggi di stile, osservarono alcune forme
generali, per cui le loro costruzioni assumono « un carattere di famiglia
che le fa riconoscere facilmente ».

Le chiese Cistercensi sono quasi sempre precedute da portico. Di
fianco alla tribuna, per lo più quadrata, alcune volte semicircolare, stanno

due cappelle per parte anch’esse o quadrate o a sesto di circolo. Il tran-

setto può dirsi elemento essenziale; però manca alle volte del collaterale.
I piloni sono a fascio o a base quadrata, mai monocilindrici. Nella ele-
vazione, lo stile e gli ornamenti assumono, secondo le varie regioni, ca-
rattere diverso col variare delle tradizioni artistiche locali. Ciò apparisce
evidente dallo studio comparato di alcune piante di Abbazie Cistercensi
| che l’A. (forse in eccedenza al bisogno) riporta nella sua illustrazione
(pag. 80.... 84), quali le Abbazie di Thoronet, di Silvacane, di Senanque,
di Fontenay, di Chiaravalle e di altre da esso semplicemente descritte,
della Germania. :
E queste regole e norme consuetudinatie le vediamo osservate nel-
PAbbazia di S. Galgano, che ha decisa somiglianza con quella costruita

rare e AE
RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE. | ^ ^. 211

pochi anni avanti in Casamari (fig. 14, pag. 77). Lo stesso organismo,
la stessa maniera di semplicissima decorazione, solo discostandosi da essa
in quelle parti, dove potè influire la tradizione artistica della regione, .
che nel tempio di S. Galgano appare manifesta, specialmente nelle fine-
stre sopra i valichi delle navate, che nella tribuna, nel transetto o sul:
"primo. valico della nave mediana sono piccole, ad una luce, con occhio
circolare nella lunetta dei mezzarchi, secondo i caratteri della scuola bor-
gognona, mentre le ultime sei verso la porta, mancanti dell’occhio supe-
riore, sono bifore con colonnina e traforo eguali in tutto alle finestre.
della scuola senese. M

Dall’ insieme del monumento l'A. passa a descrivere i piloni, i va-
liehi e le volte, le porte, le finestre, le cornici interne ed esterne, i ro-
soni delle volte, particolari tutti da esso studiati con vero criterio arti-
stico, descrivendoli non solo, ma più specialmente facendovi risaltare
dove la decorazione subì l'influenza d’oltremonti e dove si mantenne
schiettamente italiana. In tutte predomina la semplicità, la sobrietà del-
l’ornato; trafori di finestre che a prim’ occhio lasciano travedere il trac-
ciato geometrico delle loro figure, belle cornici, costoloni ‘a profilo. ar-
chiacuto, ‘capitelli e rosoni, dai quali fu esclusa la fauna di animali mo-
struosi, od. almeno fu ridotta a qualche testa qua e là d’uomo e di leone,
e ad eccezione di qualcuno di essi, dove fa capo qualche nastro a forme
geometriche, sono tutti trattati a foglie profilate e piegate quasi sempre
all' italiana. 3 d

Del monastero poco è a dirsi. Come nelle altre Abbazie Cistercensi,
esso fiancheggia la chiesa alla sua destra. Il chiostro era ad ‘arcate so-
stenute da piedritti di quattro colonnine a giorno, di cui avanzano soli
quattro capitelli (fig. 30). Alla sala capitolare si accedeva dal lato est del
chiostro, al refettorio dallo stesso lato, e questo era diviso dalla sala per
l’interposizione del parlatorio e della scala che conduceva al piano su-
periore di detto braccio, dove si aveva il dormitorio, le camere: dell’abate
ed una cappella colla sacrestia. Queste. parti di. fabbricato sono ancora
in piedi, ma nulla rimane delle corti, delle infermerie e dell’ospizio. Del
cimitero, alla sinistra del tempio, esistono tuttora un tratto di muro di
‘cinta e la cappella.. Da notarsi è la bifora della sala capitolare. (fig. 29)
che si distacca in ogni sua parte dallo stile e decorazione della chiesa,

Gli oggetti d'arte che ancora rimangono di quel tempio ricchissimo
sono: il gradino dell’altare con formelle a storiette dipinte, la bella an-
cona a più figure conservata, come il gradino, nell'Istituto di belle arti
in Siena. Il reliquiario della testa di S. Galgano è venerato nel. mona-
stero del Santuccio di quella città, altro reliquiario di argento e rame
dorato con smalti nella villa, di Frosini. Nel museo dell’ opera di Siena
| RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE

può vedersi il BO in rame dorato, nel cui riccio sta la figura di
S. Galgano.
Rimane a dirsi della struttura del tempio e del monastero. Di essa
LA. ci dice soltanto dei materiali adoperati nella costruzione del tempio.
- Questi furono il travertino, il sasso accapezzato, il mattone. Il para-
mento esterno in alcune parti è tutto a filari di travertino, in altre sono
questi alternati con filari di sasso accapezzato, e l’opera è dove più dove

meno regolare. Nell'interno per la massima parte la struttura dei muri i

è di sasso o di mattoni. Il paramento di travertino figura in tuiti i pi-
loni e nelle fronti di alcuni valichi, e della stessa pietra sono i cunei
dei sottarchi delle navi minori e i rosoni nel centro delle volte. I sot-
tarchi della nave mediana ‘hanno una costruzione mista di materiale la-
terizio e di cunei di travertino. I costoloni e la maggior parte delle volte
erano di mattoni. Oltre a tali notizie avremmo ritenute opportune quelle
relative alla stabilità delle varie parti del monumento. Noi sappiamo che
il tempio antichissimo rimase dopo più secoli in completo abbandono e
che prima che il tetto e le volte rovinassero già le muraglie avevano
« aperture per tutto ». Ci è noto altresì che il cardinale Commendone
(1577) fece restaurare la chiésa di S. Galgano, e tutta l' incatenò' « con
spesa almeno di due milla scudi ». Si poté per la malizia degli uomini
« aver levato ferfate, guasti cori antichissimi per cavarne chiodi, levato
pestii e bandelle: d'usei et il tutto venduto » a proprio vantaggio; po-
terono i monaci in causa delle scarse loro rendite ricusarsi alle ripara-
zioni urgenti al tetto della chiesa e al campanile, supplicando a farli
(1624) il commendatario « camminando le cose a manifesta rovina » (pag.
56): ma il rifiuto, sempre riprovevole, opposto dall’ abbate, e l’ ineuria
di questi potè essere la sola causa della rovina. del monumento? Ci na-
sce spontaneo il dubbio che forse al peso delle volte e della tettoia non
fosse adequata la resistenza dei sostegni; che quei contrafforti esterni
della nave centrale così sporgenti ‘posati in falso sopra i sottarchi delle
navate laterali, abbiano influito col loro peso alla rovina degli archi e
‘delle volte, molto più che su queste per i guasti: della tettoia pioveva
per tutto. Lo stesso A. fa cenno di tale difetto (pag. 9) che riscontrato

su altri monumenti di quello stile, l'Enlart attribuisce all’ imperizia dei:

maestri italiani. Inoltre«vi fu forse difetto nella stessa struttura o per
la qualità delle malté o dei materiali adoperati, dove in specie si co-
struirono i muri di ‘semplice sasso, benchè acconciato e ridotto in forma
regolare. E ci domandiamo: Come mai potè rovinare il campanile che
ricoperto 0 da/guglia o da tettoia, con poche volte o solai nei ripiani,
era sollecitato ad ogni modo da poche forze orizzontali o di spinta? E come
spiegarci quella speciale struttura nella facciata, dove figura fra le due

/

riget 2 mon iu
pae er

PSI |. ^ RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE ^ - (9198

finestre un grosso pilone che gravita sul vano della porta centrale e si
protende su.in alto quasi a far sostegno alla chiave del mezzarco di fondo.
della nave mediana? Quale il parere dell'egregio autore ?:

Diremo in ultimo che le tavole e i disegni illustrativi della bella mo-
nografia nulla lasciano a desiderare. Sono in parte vedute pittoriche
dell’ interno e dell’esterno del monumento, in parte riproduzioni di dise-
gni ricavati dalla cartella di studi dell'A. Nelle testate e a pie’ dei ca-

‘ pitoli, nelle loro iniziali abbiamo particolari artistici messi là con tutta

la. civetteria dell'arte. E porte ed archi e valichi, pila e lavabo, porta-
torcie e campanelle di ferro, formelle, capitelli e mensole, fregi e cor-
nici, il tutto è così bene scelto e riprodotto con tanto lusso e finezza da

esserne erati ai fratelli Alinari, veri paladini dell’arte fotografica. Essi
[o] sj p [o] (2

non contenti di avere arricchito i nostri studi della più bella raccolta di
tanti tesori artistici, ora si fanno editori, e la splendida Illustrazione del-
lAbbazia di S. Galgano, offertaci qual primo saggio, ci promette una

-Junga non interrotta serie d'illustrazioni di altri monumenti italiani. Il

libro testé venuto alla luce è di quelli che si fa leggere e studiare, ci
solleva e ingentilisce, e dopo finito, non sazii di tante bellezze, si vor-
rebbe che durasse ancora di piü. i

P;

Fomris ErRURIA, — Deuxriéme partie. Eléments du Droit Etrusque. — Ex-.
trait de l'ouvrage « Jus Antiquum », par C. CHARLES CASATI DE CA-

SATIS, Paris, 1895.
n; 1

Fin dal 1888 l'egregio. giureconsulto e dotto archeologo francese, il

‘cons. Carlo Casati de Casatis pubblicò. con il titolo Fortis. Etruria, la

prima. parte di un interessantissimo lavoro sulle origini etrusche del Di-
ritto romano, promettendo fin d'allora una seconda parte. che compren-
desse più speciali nozioni sulla famiglia, sulla proprietà, sulla procedura
ecc., ricercando così tutto che valesse a dimostrare come. il Diritto ro-
mano non sia che il portato del Diritto etrusco, rivendicando all’ incivi-
limento etrusco la parte d'influenza che gli spetta puranco nelle poste-
riori civiltà. -.

. ll soggetto preso a trattare dal Casati é affatto nuovo, nessuno es-
sendosi occupato prima di lui di Diritto Etrusco, e tal soggetto fu dal
Casati medesimo trattato con amore tutto speciale, eon larghezza di ri-
cerche e con esattezza di giudizio degne del più grande encomio, ogni

‘asserzione documentando ed ogni fatto provando, in base alle analisi le

più accurate delle iscrizioni e dei monumenti. i
Nella prima parte dell'opera erasi occupato a dimostrare l’ incivili-
| RECENSIONI BIBLIOGAFICHE

mento etrusco cori la scorta dei monumenti, l'origine tutta etrusca dei

‘nomi di famiglia e della Gente romana; in questa seconda parte un: ca-

pitolo è consecrato al frammento del testo della Ninfa etrusca Lasa Veka,

uno dei rarissimi saggi del Diritto primitivo e sacerdotale; e gli altri
trattano del Diritto personale, del matrimonio etrusco, del divorzio, della
successione, della proprietà, del Diritto amministrativo, penale, ecc. ece.,
il tutto accompagnato da copiose ed erudite note complementari.

Piü di 3000 iscrizioni etrusche funerarie hanno pórto il mezzo al Ca-
sati di stabilire la costituzione, o meglio l'organamento della famiglia
etrusca, la quale denota già un alto grado di civilizzazione per il posto
riservato alla madre. di famiglia, allora appunto che le altre civiltà pri-
mitive lasciavano alla donna una parte assai umile ed ‘oscura, quando
non la consideravano come un animale domestico e nulla piü.

Particolare interesse ha per noi siffatta pubblicazione, poiché è nei
mostri monumenti locali che il dotto autore ha trovato mésse abbondan-
. tissima di documenti e di raffronti per rendere ai nostri progenitori quella
giustizia che fino ad ora era stata loro contrastata, per sostenere il suo
asserto così enunciato nella prima parte dell'opera: à

« Il me parait établi par.les textes et par les monuments, contrai-
rement à la thése du célébre historien M. Mommsen, que la civilisation
romaine est néc de la civilisation étrusque. Si Rome a subi l'influence
de la Gréce, si la civilisation romaine est devenue grecque, c'est á une
époque postérieure; lorsque les Romains eurent assujetté les Grecs par
les armes, les Grecs a leur. tour firent passer les Romains sous le joug
de leur génie litteraire et artistique, et alors l'enfluence étrusquo, .ju-
sque-là toute puissante dans les moeurs et dans les arts, s' effaca peuá peu
au point d'étre oublié et niée, sans cependant riellement disparaître ».

L’ interessante ed accurato lavoro del Casati merita di esser .cono-
sciùto in Italia, e particolarmente in Perugia ove le scienze giuridiche

hanno antiche e splendide tradizioni, conservate tali fino ai nostri giorni;

e noi, discendenti dall’ Etrusca gente, da questo popolo nobilissimo che
ebbe la forza dell’ ordine; la virtù del sacrificio e la onesta serietà della

vita, siamo sicuri compiere opera buona ed eminentemente patriottica ;

annunziandolo e raccomandandolo con le parole istesse con le quali l'e-
gregio redattore in capo della Gazette des Tribunaux de Paris (14 no-
vembre 1894) chiudeva una sua elaborata recensione su l'opera grandiosa
Jus antiquum, di cui il volume in discorso è un estratto :

« Il convient de mettre en relief les travaux comme celui de M. Ca-
« sati et de féliciter leurs auteurs. Ils rendent d' éminents services à l’hi-
« stoire et à la science du droit ».

A. LUPATELLI.

Mg prece E CETTE i
NECROLOGIO

Ruggero Bonghi, socio onorario, mori il 22 ottobre 1895

in Torre del Greco, rimpianto da tutti quanti amano la. pa-
tria e gli studî. La nostra Società serberà la più venerata
memoria di lui che essendo in Perugia nei giorni in che si
fondava questa istituzione umbra, ebbe per essa parole cor-
tesi e incoraggiamenti lusinghieri, nè saprà mai dimenticare
la parte che egli ebbe per la erezione del Collegio di Assisi.
Fra le moltissime sue pubblicazioni noi dobbiamo ricordare
in modo particolare il suo studio su S. Francesco, ché fra
tutti gli scritti di lui « cotesto è stato il più e meglio letto
(lo dice egli stesso), appunto per questo: perchè. spiega e
non turba, perchè risponde a una realità di sentimento e non
a-una superbia di speculazione, perchè tocca affetti che sono
stati e saranno sinceri nell' uomo, e non ne lusinga di falsi
e corrotti; perché rasenta i problemi più ansiosi dell'umana
natura e non li scaccia via o dileggia: giacchè, è vano il
negarlo, l'uomo repugna al falso, ed è falso, checchè una
supposta. scienza pretende, il disconoscere la natura e pre-
tendere che la metà o la minor parte, ne sia il tutto ».

Francesco Pagnotti, nato il 17 ottobre 1869 in Montefalco,

morto il 22 ottobre 1895 in Roma, era nostro socio collabo-
ratore. Nel 1891 si era laureato in storia moderna con tesi
dichiarata degna di stampa sull'umanista Giannozzo Manetti,
del quale ricostrusse criticamente la vita da lui scritta di
Niccolò V. Ottenne uno dei due posti di studio di perfezio-

V ————— a MEG

ETE A SS PR IR 916 eq L. FUMI

namento per la storia moderna istituiti in quei giorni dal
° Villari, e intanto frequentava il corso di giurisprudenza nella.
Università di Roma, in cui si laureò nel '94. Frequentó il
corso di Paleografia e. Diplomatica presso il R. Archivio di
Stato,.dando ottime prove di profitto e di attitudine alle di-
scipline storiche e paleografiche. Nominato lo scorso anno
professore nel ginnasio superiore Terenzio Mamiani, ascritto
alla R. Società Romana di storia patria, alla Società Geogra-
fica italiana e alla nostra Società Umbra, dedicò con grande
amore tutto il suo tempo alla scuola e alle ricerche storiche.
Di lavori a stampa non ne lasciò che due; uno studio pre-
paratorio alla nuova ‘edizione critica della vita di Niccolò V
del Manetti pubblicato dalla Società Romana (1891) e la rela-
zione di una nunziatura in Savoia scritta da Bernardino Cam-
pello uditore del Nunzio di Torino (1624-21) inserita nell'Ar-
chivio della detta Società (1893). Da due anni e più lavorava
intorno alla vita di Innocenzo III scritta da Niccolò da Gurbio
(Niccolò da Calvi nell’ Umbria), e ne aveva già bella e pronta.
l'edizione, con un’ampia prefazione, dove accennava al suo
proposito di studiare tutte le vite de’ pontefici del secolo XIII.
In buona parte aveva già trascritto un manoscritto Vaticano
«di storia Umbra e segnatamente di Trevi, compilato nei primi
del secolo XVI da un Podestà di Trevi. Questa storia del
tutto sconosciuta e autografa non limita le notizie alla città
sua patria, ma ne dà anche delle altre città dell’ Umbria,
dove fu parimente chiamato all'ufficio di Podestà, né manca
di interessare alla storia. di Roma, specialmente là dove ri-
ferisce le voci che correvano sulla vita privata di Alessan-
dro VI. La nostra redazione aveva accettato di inserirla nel
Bollettino, e senti con piacere fin dalla metà di aprile del 1895,
che egli avesse condotto il lavoro già a due terzi e inten-
desse raffrontare la cronaca col Diario di Ser Tommaso di
Silvestro che si viene pubblicando a fascicoli dal Fumi, e il-
lustrarla con ricerche negli Archivi Umbri e. con qualche
breve osservazione sul dialetto umbro, essendovi non poche
}

NECROLOGIO

forme peculiari che possono interessare anche il filologo. La
Società ha fatto vive premure alla desolata famiglia del va-
lente giovane per ottenere questo suo studio, affinchè non
restino inutili tutte le sue nobili fatiche e la sua memoria
resti vieppiù cara fra noi per quanto è sinceramente com-
pianta.

Il nostro amatissimo amico e collega prof. Giuseppe Maz-
zatinti ha avuto il dolore di perdere il suo padre diletto, e
la sventura che ha ferito il suo cuore di figlio ha colpito
tutti i suoi amici ed ammiratori che pubblicamente, a nostro
mezzo, gli esprimono la loro condoglianza profonda in queste
pagine illustrate dalla sua erudizione eletta e curate dal suo
costante amore.

La Redazione.
dii init NEN SÉ
PERIODICI IN CAMBIO 0 IN DONO — OMAGGIO DI PUBBLICAZIONI

Bullettino dell’ Istituto Storico Italiano (Numeri 14 e 16). — Sommario del

n.° 16. — Le « Vitae pontificum mediolanensium » ed una « syl-
loge » epigrafica del secolo X, per L. A. FERRAI. — Al critico degli
« Analecta Bollandiana » per L. A. FERRAI. — Documenti terraci-
nesi per I. Groner. — Studio sul « Prochiron legum » per F. BRAN-
DILEONE.

Archivio Storico Italiano (Dispense 3* e 4* del 1895). — Sommario della

dispensa 4.* — Memorie e documenti. — Una bolla inedita e scono-

sciuta di Celestino V., F. CARABELLESE. — La congiura di Gerolamo
Gentile, M. Rosi. — Di alcune leggi suntuarie pistoiesi dal XIV al
XVI secolo, A. ZANELLI. — Nuovi documenti sforzeschi fabrianesi,
A. GiANANDREA. — La Società Colombaria di Firenze nell'anno ac-
cademico 1894-95, A. ALFANI. — Archivi e Biblioteche. — Aneddoti
e varietà. — Corrispondenze. — Rassegna bibliografica. — Necro-
logia. — Notizie.

R. Accademia delle Scienze di Torino. — Memorie. — (Serie II, Tomo XLIV;

Anno MDCCCXCIV). — Classe di Scienze morali, storiche e filolo-
giche. — Indice. — Le piü recenti indagini statistiche sugli seio-
peri, S. Coenerti DE Martis. — Di alcuni manoseritti copti che
si conservano nella Biblioteca Nazionale di Torino, F. Rossi. — L'an-
tica Biblioteca Novaliciense e il frammento di un Codice delle Ome-
lie di S. Cesario, C. CrroLLA. — Alfonso Corradi ricordato nei suoi
lavori scientifici in relazione alla Storia, G. CLARETTA. — Appunti
dal Codice Novaliciense del « Martyrologium Adonis », C. CrPOLLA.
— L'ultima colonna della iscrizione etrusca della Mummia, E. LaT-
TES. — Notizia di aleuni codici dell'antica Biblioteca Novaliciense,
C. CrPoLLA. — Antichi inventari del Monastero della Novalesa con
la serie degli Abbati e dei Priori del medesimo, C. CrPoLLA. — Atti
(Vol. XXX, Dispense 1% a 12%, Anno 1894-95).

Archivio della R. Società Romana di Storia Patria (Vol. XVIII, Fasci-

coli 19-99 e 39.49, — Sommario del Fascicolo 3*%4°. — P. SAVIGNONI,
L'Archivio Storico del Comune di Viterbo. — D. Onaxo, Il diario di
990. PERIODICI IN CAMBIO O IN DONO — OMAGGIO DI PUBBLICAZIONI

Marcello Alberini. — V. CAPOBIANCHI, Appunti per servire all'ordi-
namento delle monete coniate dal Senato Romano dal 1184 al 1439
e degli stemmi primitivi del Comune di Roma. — Varietà. — Ne-
crologia. — Atti della Società Bibliografia. — Notizie. — Periodici. e A
Archivio Storico Lombardo (Serie III, Fascicoli 7° e 8°). — Sommario x
del Fascicolo 8°. — Memorie. — Un giuramento di fedeltà a Bea-
trice di Tenda duchessa di Milano e signora di Pontecurone ed altri
atti del segretario ducale Cristiani, Z. VorTrA. — Notai milanesi del
trecento (Primo spoglio dell'Arehivio notarile di Milano), E. MotTA.
— Varietà. — Storia ed arte. i i
Archivio Storico per le provincie napoletane (Anno XX, Fascicoli III e. B
IV). — Sommario del Fascicolo IV: — MASTROJANNI O., Sommario I
degli atti della cancelleria di Carlo VIII a Napoli. — CERASOLI F.,
Urbano V e Giovanna I di Napoli (Documenti inediti dell'Archivio.
segreto Vaticano. — Croce B., Intorno al comunismo di Tommaso
Campanella. — Gagorto F., La Chiesa di Bisceglie dal Vescovo Bi-
sanzio al Vescovo Nicolò. — X., Aneddoti di Storia napoletana. —
SoGLIANO A., Miscellanea epigrafica napoletana. — Contributo alla.
storia e topografia antica di Napoli. — Necrologia.
Archivio Storico per le provincie parmensi (Vol. I, 1892) — AGNELLI G.,
Archivio della Collegiata di Castel San Giovanni di Olubra. — CAR-
RERI F. C., Antiche memorie della Pieve di Castellarquato nel Pia-
centino. — PassERINI G., Appunti storici di notari parmigiani (Ales-
sandro Malgari, Lodovico Sacchi). — ResroRrI A., La battaglia del d
.29 giugno 1784 e i primi documenti del dialetto urbano di Parma. —
pr Appendice: Saggio di bibliografia dialettale parmense. — TONONI
A. G., Gl’inventari delle due chiese maggiori Santo Antonino e Cat-
tedrale -di Piacenza dei secoli XII e XIV. — Capasso G., Il primo EA
viaggio di Pier Luigi Farnese Gonfaloniere della Chiesa negli Stati 3
Pontifici (1537) — « Lamento » per la morte di Pier Luigi Farnese. hu
— PassaniNI G., La Giureprudenza del Foro notarile parmense nel 4
secolo XVI sulla validità dei rogiti imperfetti.
Rivista di Storia, Arte, Archeologia della Provincia di Alessandria

TIZI

(Anno IV, Fascicoli 11° e 12°). — Sommario del Fascicolo 12°. — ; d
Parte I. — Studi (Casale Monferrato) — Documenti storici del Mon- E

ferrato (VII) — Relazione (seconda) esatta e sincera di ciò che è
passato nella resa di Casale alle armi imperiali nell'anno 1706. —
Studi (Alessandria) — Un episodio della Storia di Alessandria al fi-
nire del secolo XIV, G. PrrrALUGA. — Studi (Casale Monferrato) —
Il Moncalvo — Notizie su documenti, F. NEGRI. — Memorie e no-
tizie. — Bibliografia della Provincia. — Parte II. — Documenti. —

TERRITO
ediz ene

Pi ZITTA

TARE

PERIODICI IN CAMBIO 0 IN DONO -- OMAGGIO DI PUBBLICAZIONI 221

Documenti ed. estratti di documenti per la Storia. di Gavi, C. Da
SIMONI. ;
Atti e memorie della R. Deputazione di Storia Patria per le provincie
modenesi (Vol. VII della serie IV. pubblicato a celebrare il primo
| centenario dalla nascita di Mons. C. CavEDOoNr) — Indice. — Mons.
Celestino Cavedoni), Discorso del dott. B. CoLri. — Scritti archeo-
logici sulla Lunigiana di Mons. C. CaveponNI. raccolti ed annotati
dal cav. G. Sronza. — Tombe Liguri di Massa Lunense dell'avv.
A. CRESPELLANI. — Corrispondenza archeologica fra C. CAVEDONI,
A. CRESPELLANI e G. VANDELLI. — Lettere inedite di C. CAVEDONI:
a G. Paltrinieri pubblicate dal Sac. F. CERETTI. i

Ecole Francaise de Rome — Mélanges d'Archéologie et d'Histoire (XV
Année, Fasc. 1 et 2-3). Auguste Geffroy par L. D. — L'é
pitaphe d’Abercius par L. DucHESNE. — Un dessin d'aprés l'an-
tique par S. REINACH. — Notes sur l'itinéraire du Pape Calixte II
de 1121 à 1193 par P. FaBRrE. — Notes sur quelques voies romai-
nes de l'Afrique proconsulaire par J. Touran. — La domination
francaise à Pise par C. DE LA RoNCIERE. — Les inscriptions chré-
tiennes de l'Asie mineure par F. Cumont. — Chronique archéolo-
gique Africaine par S. GSELL.

Atti della Società di Archeologia e Belle Arti per la provincia di Torino
(Vol: VI). — Indice. — I sepolereti di Ornavasso, E. BIANCHETTI.

Bollettino della Società di Storia Patria. Anton Lodovico Antinori negli
Abruzzi (Anno VIII, Puntata XV). — Documenti inediti dell'Archi-
vio municipale dell'Aquila, I. LUDOVISI. — Cenni geografici e sto-
tici del Castello di Assergi, V. Moscampr. — Cenni biografici del
celebre archiatro napoletano Antonio Villari (lettera del Dott. LUIGI
VinLARI al Prof. E. Casti). — Ricordi storici riguardanti gli Abruzzi
nella Rivoluzione del 1820, L. PaLATINI. — Giudizio di due dotti

. tedeschi sull'Abruzzo, E. DeL RE..

Bulletin de la societé d’ histoire Vaudoise (n. 19) — Table des matiéres
— Décelaration de S. A. Sér. Monseigneur Ernest Louis Landgrave
de Hesse en faveur des Vaudois. — Histoire des persécutions endu-
rées par les Vaudois du Dauphiné aux XIII, XIV et XV siécles.

R. Accademia dei Rozzi — Bullettino senese di Storia Patria (Anno II,

| Fascicoli 399-4). —. Memorie originali. — I. DeL Luxao, Il Savo-
narola e i Senesi. — G. PaRDI, Della vita e degli scritti di G. Co-
lombini. — G. RonponI, Il mistero di S. Caterina in un codice della
Biblioteca Comunale Senese. — Varietà. — Archivi. — Rassegna
bibliografica.
Studi e documenti di Storia e Diritto (Anno XVI, Fascieolo 4°). — ENTITÀ
999 PERIODICI IN CAMBIO O IN DONO -- OMAGGIO DI PUBBLICAZIONI

intorno alla dottrina dei legati, E. CARUSI. — Sull’ interpretazione
di un passo di Tibullo in rapporto ad antiche vie, A. RoccHI. —
Lettere e rime inedite di I. Frugoni, G. ZANNONI.

Miscellanea Storica della Valdelsa (Anno III, Fascicoli 2° e 3°). — Som-

mario. del Fascicolo 3°, — G. Carocci, Castelfiorentino, . Ricordi
e notizie. — A. NeRrI, Castello e Badia di Poggio Marturi presso
Poggibonsi. — Varietà e Aneddoti. — Comunicazioni e quesiti.

Società Storica Comense. — Raccolta storica. — Atti della visita pasto-

rale diocesana (1589-1593) di A. FELICIANO NINGUARDA, Vescovo di
Como (Vol. III, Dispensa 2°).

Bollettino della Società Africana d’Italia (Anno XIV, Fascicoli 7°-8°, e
9°-10°).

Nuova Rivista Misena diretta dal Prof. AxsELMO. ANSELMI (Anno VIII,
numeri 7-10).

Miscellanea Storica Senese (Anno III, numeri 8 e 9).

Bullettino della Società Dantesca italiana (Vol. III, Fascicoli 1° e P) ER

La Critica, Rivista settimanale di arte diretta da G. MonaALDI (Anno III,
numeri 1-4).

KH. Istituto Lombardo di Scienze e Leitére. — Rendiconti (Serie II, Vo-
lume XXVIII, Fascicoli 16-20).

R. Accademia dei Lincei (Classe di Scienze morali, storiche e filologiche)
— Rendiconti (Serie V, Vol. IV, Fascicoli 6-11).

Commissione Municipale di Storia Patria e Belle Arti di Carpi. — Me
morie storiche e documenti su Carpi (Vol. VI).

Erudizione e Belle Arti, Miscellanea diretta dal Prof. FRANCESCO RAVA-
ari (Anno II, Fascicoli 11° e 12°).

Accademia di Scienze, Lettere e Arti degli zelanti e. PP. dello Studio di
Acireale. — Atti e rendiconti (Nuova serie, Vol. VI).

Rivista di Storia antica e Scienze affini diretta dal Dott. GracoMo TROPEA
(Anno I, Fascicoli 2° e 3°).

Il Rinascimento, Rassegna di Scienze, Lettere ed Arti (Anno I, Fasci-

colo 8°).

L’Educazione popolare, Rivista mensile diretta da GrusmPPE Neri (An-
no II, Fascicoli 8° e 9°).

KR. Accademia Lucchese di Scienze, Lettere ed Arti. — Atti (Tomo 28°).

Fumi L. — L’Inventario dei beni di Giovanni di Magnavia Vescovo di
Orvieto e Vicario di Roma. — Roma, Tip. Poliglotta della S. C. di
P. F., 1895.

dici

PETI 2m

TERR Rape ra er

MEM
PERIODICI IN CAMBIO O IN DONO -- OMAGGIO DI PUBBLICAZIONI 223

CrpoLLa C. — Cesare Cantù ed Enrico von Sybel. — Cenni commemora-
tivi. — Torino, C. Clausen, 1895.

Charitas. — Pubblicazione per cura di G. SANNUCCI. — Assisi, Tip. Me-
tastasio, 1895.

ManaAssEI P. — Nota sullo Statuto inedito di Collestatte e Torreorsina,
comunità della Diocesi di Spoleto rette con giurisdizione feudale fino
alla restaurazione del governo pontificio dopo l’ epoca napoleonica.
— Spoleto, Tip. Bassoni, 1895. :

BroussoLLe J. C. — La Rocca d'Assise, Pélerinage aux pays des vieux
paintres ombriens. — Paris, Letouzey et Ané, Éditeurs, 1895.
1f, PILOT A SEIT 2e mmc et II
" P: 5 Mes
e
IL CATASTO D' ORVIETO

DELL’ ANNO 1292

Il Canestrini, nella sua opera magistrale « La scienza e l’arte
di Stato desunta dagli atti ufficiali della repubblica fiorentina e
dei Medici », parlando degli statisti di Firenze, città che egli dice
aver dimostrata — come dimostrò realmente — una sapienza gran-
dissima negli ordinamenti economici, si esprime a questa ma-
niera (I, 7):

« Ed in vero i nostri statisti ponendo ogni studio nel cercare
e conoscere esattamente tutta la ricchezza privata, tutta la mate-
ria imponibile, e nel procurare nello stesso tempo l'eguaglianza
contributiva non solo per ragione di giustizia ma ben anche per
accrescere sempre più la rendita dello Stato, e sostenere la po-
‘tenza e la riputazione dentro e fuori d'Italia della repubblica fio-
rentina, non si contentarono della proporzione approssimativa o
presuntiva nel riparto delle imposte, ma fecondi come erano d’in-
gegnosi ritrovati, e per la grande pratica degli affari e dei cal-
coli mercantili espertissimi nell’aritmetica politica, aiutati forse
anche dalle tradizioni della repubblica d’ Atene, si applicarono ad
accertare con varî modi di calcolo la facoltà contributiva di ciascun
cittadino, a perfezionare sempre più la forma e il modo d’ imposta
‘e della sua distribuzione, per cui divennero sempre più esatti e
severi ricercatori della ricchezza privata e delle risorse d’ognuno ».

Ma, ad onta di tutto ciò, la repubblica fiorentina, nelle impo-
sizioni sopra la ricchezza immobile, non fu così perfetta come
altre città della Toscana, avendo fino ai primi decenni del se-
colo XV adoperato l’ estimo, avendo cioè presa per norma del-

E

15
DET LIT OTALATE: m vato

È [| |
|]

996 : ^ G. PARDI

l'imposte la stima delle sostanze di ciascun cittadino, falta a se-
conda della denuncia loro od arbitrariamente da ufficiali a ciò.
deputati. Di qui una grande incertezza, instabilità, ineguaglianza
ed ingiustizia nel riparto delle imposte medesime, ingiustizia age-
volata dalle passioni politiche, poichè il partito dominatore si stu-
diava di aggravare, quanto più era possibile, gli avversari e di
sgravare al contrario i propri fautori (1). Ed il Canestrini stesso
(pag. 104) confessa l’imperfezione dell’ estimo e ne nola i due
principali difetti: « il primo, che la gravezza veniva distribuita sul
numero dei cittadini e non propriamente. sulla qualità e quantità
della ricchezza; il secondo, che nell' imporre e distribuire i pesi,
non sempre Ja legge, ma più spesso l’arbitrio degli uomini pre-
valeva; laonde le frodi, gli abusi, le parzialità ».

In questo adunque, vale a dire nella ricerca più certa e più
esatta della facoltà contribuitiva dei cittadini, furono, per così dire,
maestre a Firenze anche due cittadelle non poste nella Toscana
culla degli ordinamenti economici: Macerata ed Orvieto, le quali
con i catasti, del 1268 l'una (2) e del 1292 l’altra, stabilirono una
norma sicura per l'imposizioni sulla ricchezza immobile.

E cito Macerata ed Orvieto soltanto, perchè sul catasto del-
l'una è stato pubblicato un accurato. studio dell'avv. Foglietti, e
perchè quello dell’altra è appunto materia del presente scritto. Ma
potrei ricordare catasti antichi di altre città, come quelli di Iesi
della metà del secolo XIII, di Amandola del 1328, di Ascoli del
1381 (9), e di Amelia molto anteriore al 1357 (4).

Ho creduto degno d' esser reso di pubblica ragione un esame del
calasto d' Orvieto del 1292, monumento della sapienza politica ed eco-
nomica di questo Comune, compiuto lo stesso anno in cui si poneva
la prima pietra di un meraviglioso monumento d'arte, della catte-

(1) La provisione del catasto fiorentino comincia con questa dolorosa esposizione
dei danni arrecati dall’estimo: — —

« Quelli, quanti e quali cittadini la inegualità delle gravezze pubbliche abbia dei
beni spogliati, della patria privati, lo esterminio delle sostanze a disperazione quasi
abbia condotti, il desiderio di molti che desideravano ritornare alla patria abbia ri-
tratto, di quanti mali abbia dato cagione, spauriti e dubbiosi di suo stato abbia te-

. nuti, con scrittura ovvero lingua dire non si potrebbe ».

(2) R. FOGLIETTI, Il catasto di Macerata nell’anno 1268, Macerata, 1886.

(3) A. CRIVELLUCCI, L’antico catasto di Ascoli (Studî storici di A. Crivellucci ed
E. Pais, vol. II, pag. 493-522).

(4) Arch. com. d’Amelia, pergamena del 1357, gennaio 7.
N

IL CATASTO D’ ORVIETO, ECC. Deas DOT

drale di S. Maria (1): due avvenimenti notevoli, che attestano la

floridezza e grandezza della repubblica orvietana sulla fine del

secolo XIII. i
Compatiscano pertanto gli amanti di queste ricerche chi, de-

.Sideroso di fare, si avvolge, errando forse, per i labirinti di un

intricato argomento, procurando di uscirne dopo aver acquistata
qualche cognizione giovevole, studiandosi cioè di giungere a quam
che conclusione nuova e non inutile. |

S 1. — Descrizione paleografica dei due codici contenenti
il catasto della città e del contado d’ Orvieto del 1292.

Il catasto della città è contenuto in un grosso: codice mem-
branaceo, di carte 608, con varie lacune. Nel quartiere di Santa
Pace mancano le c. 51-2, 57-9, 68-89; nel quartiere di Posterla
mancano le c. 128-137 e non si legge la numerazione da c. 207
a c. 211, perché il margine superiore è corosos nel quartiere
Serancia mancano le c. 3-18.

Ogni e. è lunga 0,52, larga 0,28. Il margine superiore mi-
sura 0,04 e l'inferiore 0,10; nel margine sinistro sono scritti i
nomi dei possessori dei terreni ed i capiversi delle pagine, nel
destro le stime dei possessi. La somma della stima dei possessi
di ciascuno e le intestazioni dei quartieri sono in rosso. 3

Comincia in tal modo:

IN NOMINE DOMINI AMEN.

. , Ad Honorem et Reverentiam Omnipotentis dei Beate Marie semper
Virginis et Beatorum Apostolorum Petri et Pauli et omnium sanctorum

et sanctarum dei. Et ad honorem et reverentiam sacre sante romane Ec-

(1) Tra questi due fatti v' é alcuna relazione? Il MANENTE (Historie, pag. 157),
dopo aver narrato come per costruire il duomo d'Orvieto furono abbattute le due
chiese di S. Costanzo e di S. Maria Prisca, aggiunge che il pontefice permise si spendes-
sero nella fabbrica le offerte presentate al Corporale, e che inoltre «fu fatto et ordinato
il Catasto generale et sontuoso come al presente si vede per tal fabrica, et tutti Ba-
roni et cittadini volentiermente pagarono gran quantità di dànari per la fabrica di tal
tempio ». Le parole del Manente, false per riguardo a molti fatti della storia orvie-
tana, sono state messe in dubbio anche a questo proposito; ma io reputo sien qui ve-
ritiere, perché la concordanza della data tra l'istituzione del catasto e la fondazione
della cattedrale conforta l’asserzione del cronista.
998 UE : /.G. PARDI

clesie et Ad statum Pacificum et Quietum Civitatis Urbis Veteris Eius-
que Comitatus et districtus Civitatis prefate. Hie est Liber Appassatus
sive mensurationis Terrarum et Possessionum Hominum Civitatis et Co-
mitatus Civitatis prefate. Ac etiam Extimationis. Factus et conpositus
per Diseretos Viros Magistrum Transmundum Egidii de Fabriano, Pal-
merutium Eius Filium, Bernardum Hermanni et Bonansegnam Bartholi
de Fulgineo Agrimensores Terrarum. Et seriptus per me Jacobum Massei
de Fulgineo notarium, Sub Anno dni M.CC. LXXXXII. Indictione Quinta,
Tempore dni Niecolay pape Quarti, Et Tempore Potestarie Nobilis et
Egregii Militis dni Florii de Mediolano Honorabilis Potestatis et Capita-
nei Civitatis Eiusdem: Que quidem possessiones Extimate fuerunt per Re-
ligiosos Viros, Fratres ordinis Sancti Guilielmi.

Dopo questo titolo principia il catasto del quartiere di Santa
Pace, diviso nelle seguenti regioni:
De Rigone sancte Pacis. .. . . .. dac. lac. 32
De Rigone sancti Christofani . . . »09-» 49.
De Rigone Vallis Plaete .:. ..« » «43. » . 50
De Rigone-Ripe Ulmi-. .:. »540D9. 125

Dopo il catasto del quartiere di Santa Pace segue quello del
quartiere di Postierla intestato in tal guisa:

IN DEI NOMINE AMEN. -

Ad Honorem et Reverentiam Omnipotentis dei et Gloriose Beate Marie
semper Virginis, Beatorum Apostolorum Petri et Pauli, Beati Constantii
Martiris et Omnium sanctorum et sanctarum dei. Ad honorem et Reve-

rentiam sacrosancte Romane Ecclesie. Et ad bonum et pacificum statum -

Civitatis et. Comitatus Urbis Veteris. Hic est liber appassatus et mensu-
rationis terrarum Vinearum et aliarum possessionum hominum et perso-
narum dicte Civitatis, Videlicet de quarterio Pusterule cum extimatione
ipsarum possessionum. Factus et conpositus per discretos Viros Tran-
smundum Egidii de Fabriano, Palmerutium eius filium, Berardum Har-
manni et Bonansegnam Bartholoni de Fulgineo agrimensores, scriptus
per me Venturam Jacobi de Spello notarium usque ad Regionem sancti
Angeli et inde antea per Angelum Thome de Fulgineo notarium.

Il quartiere di Postierla è diviso nelle seguenti regioni:
eei b

TESTATA pe mem e

—Pme

Tal

IL CATASTO D'ORVIETO, ECC.

S

Inprimis de Regione sancte Marie.. da c. lac.

De Regione sancti Salvatoris . . > 33
De Regione sancti Constantii . . » 41
De Regione saneti Blaxii. . . . » 81
De Regione sancti Egidii. . . . nisi 101
De Regione saneti Leonardi. . . ^» 107
De Regione sancti Angeli . . . » 137
De Regione sancti Stephani . . . » 203

[Manea il rione di san Martino]

»

»

»

32

46
‘80
100
106
128
202
221

Segue il catasto del quartiere di San Giovanni e San Gio-
venale, scritto dal notaro Martino di Pietro da Fabriano:

De quarterio sancti Juvenalis et santi Johannis.

De Rigone sàncti Juvenalis. . . dac. lac.
De Rigone sancti Matthey . . . . » 49:2
De Rigone saneti Fustini . . . . DI 05015353
De Rigone sancti Johannis . . . di OD

72
80
90
128

Segue il catasto del quartiere Serancia, di cui non

cato da qual notaro sia stato scritto:

»

»

De Regione Serancis. i. ‘i... ».-da c. la c.
De Regione Sancti Angeli sub Ripa» 48
De Regione Saneti Laurentii. . . » 55
De Regione Saneti Apostoli . . . >» .68

4T
54
67
106

è indi-

E infine la stima dei beni di persone, di cui non si sapeva
di che regione fossero o se appartenessero alla città od al con-

tado:

In nomine domini amen. Infraseripti sunt homines et persone recepti
cum Infrascriptis possessionibus, qui non fuerunt Noti de qua Regione es-
sent per Homines Regionum positos per Comune Civitatis Urbis Veteris.
Nec agnosci potuerunt per aliquos homines requisitos ad hoc qui essent
et an essent de Civitate an de Comitatu.... da c. 190 a c. 134.

Il catasto del contado d'Orvieto è contenuto in un grosso codice

membranaceo, di c. 717, presso a poco delle stesse dimensioni

delle c. del catasto della città e con margini eguali. Non v' é nes-

suna lacuna. La somma della stima dei possessi di ciascuno è
230 | .. G. PARDI

scritta, al solito, in rosso, come pure le intestazioni dei paesi del
contado.
Comincia in questo modo:

IN DEI NOMINE AMEN.

Ad Honorem et Reverentiam Omnipotentis dei et Beate Marie semper
Virginis, et Beatorum Apostolorum Petri et Pauli et Omnium sanctorum
et sanctarum dei et Ad honorem et Reverentiam sacre sancte Romane
: Ecclesie et Ad statum Pacificum et Quietum Civitatis Urbis Veteris eius-
que Comitatus. Hie est liber Appassatus et Mensurationis Terrarum et
Possessionum hominum et personarum "Totius Comitatus et Districtus,
Castrorum, Pleberiorum et Villarum Civitatis Urbis Veteris Cum Extima-
tione dictarum possessionum facta per Religiosos Viros. fratres de Ordine
sancti Guilielmi. Factus et Compositus per discretos viros Magistrum Tran-
smundum Egidii de Fabriano et Palmerutium eius Filium de Eodem
Loco, Berardum Hermanni et Bonansegnam Bartholoni de Fulgineo Agri-
mensores Terrarum, Tempore potestarie Nobilis et Egregii Militis dni
Florii de Mediolano Honorabilis Potestatis et Capitanei Civitatis prefate.
Süb Anno dni Millesimo Ducentesimo Nonagesimo Secundo. Indictione
Quinque (sic) Tempore dni Niecolay pape Quarti.

Il catasto del contado è diviso nella maniera seguente:

Pléberium-HFiculli^ — 2 pre C540 7210-108
GasirümcFabric; o iuo r2 re 205069: — 1:06
Pleberium sancte Marie in Porzano. c. 97 — 100
. Castrum Campursilvuli . . . c. 101 — 142
Castrum Alglani . . . c. 143 — 146
Pleberium Aleronis c. 147 — Il
Castrum Hubialgl.: 44. . ii 0; 102, 25. 104
“Castrum Paternib: |. oa 0. €. 109. — 118
Pleberium Saneti Fortunati |. . . e. 179 — 193
Pleberium Bardani. : c..194 — 198 .
Pleberium sancti Donati. . . . e. 199 — 238
Pleberium Mimiani bee ute AI E QICAU T HOD
Pleberium sancti Abundi . . . . c. 953 — 960
Pleberium Sucani./- . . 4-7. v .0- 98]: —, 999
Castrum Lubrianb. |... ^ e 2746. 298. —.912
Castrum Civitelle Agliani ..-. .. . ©9193 —.382
le “aa 9.

IL CATASTO D'ORVIETO, ECC. VOS

Pleberium.saneti Johannis. . .
Castrum; Fichini: x: vna uus
Pleberium sancte Marie Stiole. .
Castrum Montis Guabionis. . .
Pleberium Monti Longi. . . .
Pleberium sancte Marie de Rosa.
Pleberium sancti Felicis. . . .
Pleberium sanete Marie in silva.
Pleberium sacti Petri. .-. . .
Pleberium Montis Jovis. . . .
Pleberium Montis Leonis . . .
Pleberium-Garnaiole: . i: 5
Pleberium Stennani iii
Pleberium Morrani- >. .
Castrum Turris i o 205.

e. 3883 — 340
e. 941 — 388
e. 389 — 397
c. 398 — 458
c. 459 — 477
c. 475 — 522
c. 522. — 598

c. 039 — 582 r.

c. 58b. — 596
e. 597 — 648
c. 649 — 658
c. 659 — 678
.e. 679. — 709
e. 110: TT

In questi due calasli non sono registrati se non i possessi

consistenti in terreni. Di ogni singolo pezzo di terra é indicato in

quale contrada si trova, se é coltivato, sodo, a vigna, ad orto, a
prato, a bosco e ne sono espressi i confini, l'estensione e la stima.

Eccone un esempio:

Dnus Spinellus Raynutii Transmundi. Ha-
bet vineam in contrata Vinaie iuxta Lunar-
dum Jacobi Terze d. II l. [de duobus lateri-
bus| et viam. Que est unus mezalis et viginti
Sex" tabule; Extimate eel qs e e

Item habet terram [ferra coltivata] in po-

dio Mariani iuxta Nerium Saraceni, Nerium
Ugizonis et fossam. Que est tres mezales.
10»-dnbrt C euer E DEPe QUU PURA CAS TIR

Item habet terram in Plano Luce iuxta
Petrum Pecore d. II l. et Nerium Ugizonis.
Que est unus mezalis et medius. Extimata .

Item habet pratum in Parrano iuxta ec-
. elesiam saneti Johannis, dnum Ciptam et viam.
. Que (sic) est unus mezalis et medius et decem
tabulecdoxtitiAta i, reca

Trencencis nonaginta una
l. [libra] CX XII s. [sol-
dis].

Vigintiquatuor l.

Duodecim 1.

Quinquaginta sex 1l.
232 G. PARDI

Item habet unum tenimentum in vocabulo
Vallis Cannani et Francagnano iuxta heredes
Petri Ciptadini, fossam d. II. 1. et viam. Que i
(sic) est duodecim tabule. Extimata. ... . Quatuorcentis quadra-
ginta 1l.
Item habet infra dictos confines vineam.
Que est quinque mezales. Extimata. . . . Ducentisquinquaginta 1.
Item habet sodum infra dieta latera. Quod
est sex mezales. Extimatum . . . . . . Decem et octo l.
Item habet unum ortale in dieto loco iuxta
heredes Petri dni Ciptadini et viam d. II. 1l.
Quod est vigintiquatuor tabule. Extimatum Novem 1l. et XI s.
Item habet silvam infra dicta latera. Que
est unus mezalis. Extíimata. . . . . . . "ribus l. (1).

(1) Non sarà inopportuno accennare qui brevemente alle misure dei terreni ado-
perate in quel tempo. In Orvieto usavansi allora più comunemente la tavola ed il
mezzale. Quanto alla tavola è misura assai nota. Il REzASCO nel suo Dizionario det
linguaggio italiano storico e amministrativo, scrive a questa parola: Misura delle terre,
che, in alcune parti della Toscana, corrispondeva a metri 3,86: nel Genovese a 144
piedi quadrati, e nel Reggiano a quattro pertiche quadrate, computata la pertica a
sei braccia, ed il braccio a dodici oncie. Ora, poiché la tavola corrispondeva a me-
tri 3,86 nella vicina Siena (BANCHI, Statuti Senesi, II, 363), con la quale Orvieto ‘ebbe
tante e svariate relazioni e da cui apprese alcuni ordinamenti economici (ad esem-
pio, quelli delle gabelle), non sarà irragionevole credere che fosse computata egual-
mente in quest'ultima città. Quanto poi al mezzale non mi è avvenuto di poterne
trovar menzione o notizia in alcun libro da me consultato; per la qual cosa è da
supporre fosse una misura. locale. Non riuscendo pertanto a stabilire quanto venisse
computato il mezzale, ho creduto poterlo dedurre. dal confronto con la tavola, o me-
glio, dal ragguaglio della stima di terreni misurati con là tavola, con quella di altri
che si trovassero nelle medesime: condizioni, misurati con il mezzale. Ecco un esem-
pio, il quale-mi sembra dia un risultato abbastanza soddisfacente (Catasto del con-
tado, c. 157 r.):

Item habet sodum cum quercubus, quod est quadraginta tabule, extimatum —
duodecim s.

Item habet sodum cum quercubus.... quod est decem tabule, extimatum — tri-
bus s.

Item habet sodum cum quercubus... quod est tres mediates, catimatum quatuor
l. et decem s.

Un terreno sodo con querci della misura di 10 tavole era adunque stimato 3 soldi.
Un altro terreno nelle medesime condizioni, della misura di 40 tavole era stimato
12 soldi, cioé, al solito, 3 soldi ogni 10 tavole. Quindi un altro simigliante appezza-
mento di terreno, di 100 tavole di misura, dovrebbe essere stato stimato 30 soldi. Tro-
viamo ora che un pezzo di terra, nelle medesime condizioni dei primi due, della mi-
sura di 3 mezzali, è stimato 4 lire e 10 soldi, equivalenti a 90 soldi, vale a dire 30 soldi
ogni mezzale, il che fa precisamente la sona di 100 tavole di un siffatto terreno. Non
è pertanto senza fondamento l'opinione nostra che il mezzale fosse computato 100 ta-
‘vole, ossieno 386 metri.

Finalmente, quanto al valore delle monete allora adoperate in Orvieto, ho osser-
vato altrove che quivi era usata come unità la lira cortonese, corrispondente a li-
re 8.736 di nostra moneta.

e

—— c. rar. é

IL CATASTO D’ ORVIETO, ECC. 233

$ 2. — In qual modo erano divise le possessioni
ad Orvieto nel 1292. i

Il frazionamento della proprietà è certo una delle cose più
interessanti a conoscersi nello studio della vita economica degli
Stati. Il catasto orvietano del 1292 non registra se non i possessi
in terreni, non tenendo conto delle case, dei molini, della ric-
chezza mobile, ecc. A quelli adunque dobbiamo restringere le no-
stre ricerche. E poichè i maggiori proprietari vivevano in città,
dove si accentrava la ricchezza, mentre nel contado la proprietà
era frazionatissima, cominciamo dall’esaminare il catasto cittadino,
quartiere per quartiere e regione per regione.

I. QUARTIERE DI S. PACE.

1. RIONE DI SPACE.

In, questo rione abitavano 146 proprietari di terreni. Nel
seguente prospetto li ho ripartiti secondo il valore dei loro pos-
sessi. |

Possessori di terreni stimati

? r- È Da Da z
Sotto 10 1. | Da 10 a 50 |Da 50 a 100|Da 100 a 500 500 a 1009 | 1000 a 2000 Sopra 2000

5 | E 9 46 PA i 28 28

Coloro che possedevano più di 2000 lire erano certo le per-
sone più ragguardevoli della città. Perciò reputo utile riferire qui
i loro nomi (nell’ordine in cui li troviamo nel catasto) con la stima

dei loro terreni in lire cortonesi e con appresso il valore corri-

spondente in lire italiane:
Aldrevanninus Scagni | . . . . . . 1. 2796 uguali a 24425,85 1. i.

Angelus Rainutii Transmundi. . . . l. 3055 » 26678,48 1. i.
Heredes Boniohannis de Miccinellis (1) 1l.' 5734 » 50092,22 I. i.

(1) Si noti che, per avere il valore reale dei possedimenti, bisogna ancora mol-
tiplicare per 3 1a somma ottenuta con la riduzione delle lire cortonesi in lire italiane.
Cosi, ad esempio, gli eredi di Bongiovanni dei Miccinelli, che avevano fondi stimati
lire cortonesi 5734, ossieno 50092,22 lire italiane, possedevano effettivamente 150276,66 1. i.
284

Heredes Bartholi Petri Guidulie .

1. 4250 uguali a 37128,00 1. i.
Celle Miccinelli . 1. 4775 » 41714,40 1. i.
Canis Monaldi 1. 2581 » 22600,03 1. i.
Foffus Acconmanni. 2:1 91799 51055» 23866,75 1. i.
Guidus Gilii Berti . i i Lh 3974 » 94116,86 1. i.
Intende Cremonensis de Optimeltis : l.. 4859 » 49444,99 ]. i.
Lunardus Iacobi Terze . 1 3035 » 26513,76 1. i.
Montanarius Berardi . SU 1 10438: 75-3 91186,48 1. i.
Munaldutius Catalani . :23125:9521 » 2205,81 1. i.
Masseus Rainutii el 9901. 3» 29413,831 1. i.
Misscinus Petri Guidilitie I. 2306 » 20145,21 1: i.
Orgesius Comes de Scitona . I. 3768 » 32917,24 1. i.
Petrucius Ricci Miccinelli . 1...3043 » > 26883,64 1. i.
Raynerius Terze she 12613 » 110187,16 1. i.
Raynaldus Gentilis. 2/51..72936 » 20417,21 1. i.
Raynerius Iohannis dea . 1l. 2984 » 26068,22 1. i.
Spinellus Raynutii Transmundi sido 9103 » 84765,40 1. i.
Spinutius Iallachyni 1. 6385 » 55119,36 1. i.
Ugulinus Ugulini Grece. . , l. 2618 » 23395,00 1. i.
Raynuzzeptus Iacobi Tasce. 1. 9189 » 27429,30 1. i.
Vannes Ugulini. l. 3358 » 29334,68 1. i.
Vannes Manentis . l 4316 »0:5.7.98298,(9. 1. 1.
Vannes Gerardi Arezzani 15,9191 » ‘ 82646,43 1. i.
Petrus Bencevenne. EAR 1:291 » 19839,03 1. i.
Andreas Guillelmi de Bardano l. 7819 » 68306,68 1. i.

2. RioNE DI S. CnisTorono.
Possessori di terreni stimati
Sotto 10 1. | Da 10 a 50 |Da 50 a 100|Da. 100 a 500|. coo Ba 1000555000 Sopra 2000
= 13 | 5 24 | 11 BT 6:

Amideus Guidi Marci. à I. 3868 uguali a 33790,84 1. i.
Egidius et: Philippus Simonis . l 2526 v,5x05:92001;19. 1.1.
Heredes Iacobi Ranaldi . l; 2621 » 22897,05 1. i.
Iannes Morici .l.. 3318 » 28986,04 1. i.
Niecola Farolfi Scanpettà: l. 2969 » 25063,58 l. i.
Loctus et Vannes Cambii . l. 4245. :91084,32 1. i.
IL CATASTO D' ORVIETO, ECC. . 235

3. RionE DI VALLE PIATTA.

Possessori di terreni stimati

m |
i3 i | Da Da ; t
V. Sotto 10 1. | Da 10 a i Da 50 a 100 Da 100 a 500 500 a 1000 | 1000 a 2000 Sopra 2000

r 1 1 10 31 11 d D

: Brachyus Brachyi Raynutii. . . . LIE $8948 uguali a 34489,72 l. i
2 Osiccus Miccinelli . . . . . . . . 1 4996» 43645,05 l. i.

3. RioNE DI RiPA DELL’ OLwo.

Possessori di terreni stimati

Da Da .
Sotto 10 1. | Da 10 a 50 |Da 50 a 100/Da 100 a 500 500 a 1000 | 1000 a:2000 | "Opra 2000

1 15 1 41. 684 49 4l

Heredes. Andree Scancati xS
Andreas Castaldi è ,
IR Andrioctus et Berardinus Adbiduti à
| Filii Alexandri Bernardi.
Frater Berardinus . 3
Boniohannes Bonagiunte. . .
Biechutius Raynaldi :
Heredes Andrutii Boniohannis Bonaccursi
Berar dinus Albonecti .
Borgarutius Iacobi.
Ciceus et Monaldutius Guilelmi
Dna Clara uxor quondam Neri Bercii .
Conte Iacobi . i,
Henricutius Pauli Zampi
Tannes Sperandei Sallamare
Iohannes Ugizonis.
Iacobus Niccole .
n | Iacobus Albonecti .
Iacobus Raynutii Ugonis
Heredes Iacobutii Castaldi .

2251 uguali a 19664, 13
3646 — » 81851,45
5008 ». 43106,90
9918. 75 19376,44 1.
3928»: » 34315,00
2296.» 20057,85
6669. » 58260,38
1679.» 67083,74
6300.» 55036,80
3081 .» 26915,61
1430 » 64908,40
2098.» 183928,19
44399 — » 38717,95
2599 >» 29039.19
9540 ^^» 80925,44
9910 |» — 90165,41
2461 » . 91499,99
5915 »° 45558,94
9450 » 21403,20
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236 “Gi PARDI

Meus Guilelmi . . .
Nerius Romani .
Nerius Petri Sallamare

Filii Nini Guidecti Capitanei .

Nerius Alexandri .

Nerius Pepi .

Petrus Forti Brazze

Picchius Raynerii 5

Raynuzzittus Ardizzoni .
Senebaldus Ardizoni .

Heredes Sallamare .

Sinibaldus Petri. :

Stephanus Iordani disoini: i
Vannes Rabertutii Raynutii Philippi
Heredes Vannis Andree Rubei
Zannis Petri .

Zutius Paganelli

Franchus Iacobi Franchi.

Petrus Iacobi.

Petrus Castaldi .

Petrus Mathei Toncelle .

059: 9*6 2" DS AI I "e * 0:1 VILLA | por. etre 4
e
COMPE E mu m um nd perdi” udi pe uem Em mt pei um nd ma p End
ea 2240509759 221 1952» 29 [11,99 9 ost x19; A Tp 0% Top HATOI3-> 9

3397
2623
2854
2044.
2800
4350
2624
5105
4978
. 18312
2491
1844
3698
19118
4395
3941
4541
2965
2318
9191

4407 uguali a 38499,55 1.

Il; QUARTIERE DI POSTIERLA.

1. Rione S. MARIA.

Possessori di terreni stimati

29676,19 1.
22914,52 1.
949392,54 1.
11856,38 1.
24460,80 1
38001,60 1
22993,26 1
44591,98 1
43437,80 1.
116817,79 1
21149,85 1
68595,18 1
31694,90 1
167539,00 1
38394,72 1.
928313,97 1.
39722,59 1.
25902,24 1.
20250,04 1.
18581,47 1.

Sotto 10 1. | Da 10 a 50 |Da 50 a 100 Da 100 2:500| so0 2a | 100010 2000 | Sopra 2000
12 45 53 | 78 93 14 10
Angelus Guidi . l. 6234 uguali a 54460,22 1. i.
- Bartus Petri Gani . AA 1, 2489 » 21743,90 1. i.
Capozzarius Gulielmutii et fratres 1. 2854 » 24932,54 1. i.
Fredo Iacobi. è li 126283 » 22914,52 1. i.
Putius, Ligo et Perütius Guidi Peri l. 2673 » 23351,32 1. i.
Gottofredus Raynutii . Il. 3206 » 28007,61 1. i.
Massucceptus Raynutii l. 4023 » 35144,92 1. i.
Nerius Berardi . 1:. 21950 » 18564,60 1. i.
Raynaldus Petri Gani. ; l. 3967 » 34585,71 l. i.
Raynucceptus Iacobi de Civitella. l. 2451 » 21411,93 1. i.
> MP S
»

IL CATASTO D'ORVIETO, ECC. . 237

2. RioNE DI S. SALVATORE.

Possessori di terreni stimati

; È Da Da
Sotto 10 1. | Da 10 a 50 |Da 50 a 100|Da 100 a 500 500 a 1000 | 1000 a 2000 Sopra 2000.

DO

us 5 T 24 10; 5

Iacobus Ursi Ragolini, . (i. asta Ir 8.(97 uguali à 93140,0591. 1.
Tacobinus ;Guüuasta- Vo umet d. uat » 31660,89 I. i.

3. RIONE DI S. Costanzo.

Possessori di terreni stimati ;

: -
-0| - Da Da i x
Sotto 10 1. | Da 10 a 50 |Da 50 a 100|Da 100 a 500 500 a 1000 | 1000 a 2000 Sopra 2000

— 10 28 69 19 T 19
Abbidutus Benencase. . . . l. 3246 uguali a 28356,05 1, i.
Bonaventure Benencase Abbiduti. 1l.. 8490 » 30488,44 1. i.
Bartutius Thederici Frederiei Telonagi 1. 2430 » 21228,48 ]. i.
Cipta Hermanni. . | 03 5.23 73.5 6/4000... 9.51. :39148:60 1.4.
Cipta:Guidonis: ..'. ir rto eed LOQUO » 49841,61 l. i. .
Hermannus Cittadini . l. 6952 » 60822,67 1. i.

Galienus, Berardinus et Vivianus magi-

stri Scagni Medici l. 2138 » 18611,56 1l. i.
Heredes Maynecti Boniohannis I, 2260: » 19743,36 1. i.
Iacobus Guidi Transmundi. . . . . l| 4783 » 41184,28 1. i.
Heredes Iannis Bartholi Benedictionis . 1. 2978 » 25015,80 1. i.
Matheus Boniohannis Olive. . . . . |. 2690 » 23499,84 1. i.
Mannus-Transmundi-.; 5. V1 pala 3204 2053 28514,30 1. i.
Nerius Benencase Abbiduti. . . . 1. 5923 » 51143,32 1. i.
Frater Oddo Andree Heremiti. . . l. 2472 » 21595,39 1; i.
Heredes Petri Guidi Pecore... . . 1 4147 » 41461,06 l i.
Tonus et Carloctus Raynutii Guicto-

hi. e o ti eas s 229f » 20014,17 1. i.
Zutius. Trasmundi:. 53.63.4526: 4 0921. 2140. » 23936,44 1. i.
Heredes Zarfagle Cittadini . . . «L13929 »121683,74 l. i.
Heredes Petri Cittadini . . . . . . 1 29101. > 18878,49 1. i.
238

4. REGIONE D1 S. Bracio.

G. PARDI

Possessori di terreni stimati

Sotto 10 1.

Da 10 a 50

Da 50 a 100

Da 100 a 500|

Da Da s
500 a 1090 | 1000 a 2000 |- Sopra 2000

.10

31

20

47

8

ho

1

Alioctus Iacobi Quintavallis ... ; . 1.

. Leo, Farolfus, Petrus et nepotes eorum,

Comites de Monte Marti
Pandolfus Frederici . Sat,
Thomasinus Iacobi Quintavallis .. . .

5. REGIONE DI S. EGIDIO.

»

»

Possessori di terreni. stimati

2418 uguali a 21193,64 1. i.

296368,80 1. i.
33616,19 1. i.
39329,47 1, i.

| x
Sotto 10 1. | Da 10 a 50 |Da 50 a 100|Da 100 a 500

Da
500 a 1000

Da
1000 a 2000

Sopra 2000

DO

12

13

4

Aldrebandinus Pelle
Heredes Bartholi Bucciconi. . . . . 1
Iannes Egidii Morichelli.. .

I. 2517 uguali a 21988,51 1. i.

2140
]l. 4336

»

»

6. REGIONE DI S. LEONARDO.

Possessori di terreni stimati

18695,04 1. i.
31878,49 I. i.

|
Sotto 10 1. | Da 10 a 50 |Da 50 a 100/Da 100 a, 500

Da
500 a 1000

Da
1000 a 2000

Sopra 2000

13

11

42

13

10
)

8

Aldrebandinus Manuppelli.sive Grece .

Heredes Berzi Petri Fabri .

.

Franciscus Uguizionis sive Grece. . .
Beneneasa, Bartutius, Iacovutius, Nutus -

et heredes Petri Iohannis Fallantie 1.
Munaldus Aldrebandutii Niceole .

l. 2538 uguali a 22171,96 1. i.

l. 2995
]l. 3164

I. 18306

9079

»

»

Y

v

26164,32 1. i.
27640,70 1. i.

18162,14 1. i.
159921,21 1. i.

er ph
IL CATASTO D’ ORVIETO, ECC. 299°.

Mathiutius et Girardutius Girardini Bel-
lan prati pa ci I 2912 uguali a 20197,63 1. i.

Petrus Aldrebandutii Niccole . . . . 1. 13219 » 115481,18 l. i.
Raynucceptus Aldrebandini Manuppelli Grece. [Mancano qui alcuni fogli].

7. RioNE DI S. ANGELO.

Ie a te 7

Possessori di terreni stimati

: EUREN Da. t| Da S.
Sotto 10 l. | Da 10 a 50 |Da 50 a 100 Da 100 a 500 500 a 1000 | 1000 a 2000 Sopra 2000

5 59 82 1508 dI 19 T4

Heredes Andree Fallastate de Munaldischis 1. 2375 uguali a 20743,00 l. i. -
Heredes Aldrevannini Amodei Lupizzini 1:29811: 5:2 25081,05 1.
Berardus Fordevolie de Castro, Civitelle 1. 7596 » 66358,65 1.
Cinus filius olim Raynucii Provenzani . l. 7972 » 69643,39 1.
Meus filius olim Raynucii Provenzani . (129 » 62278,94 1.
Géceus-Bonasil /.: 56 e reise 2165 » 18913,44 1.

i Philippus Fidantié .. rata 3818 » ' 28986,04 1.
Ofredutius Oddonis de Corbario . . . 2991 » 26129,91 1.
Heredes Lupizini Scagni Petri. . 2241 »4 74 31950691.
Heredes Nini Amodei . .. . . .....- '(192 » 62829,31 l. i.

l.
l.
]3
i
I:
]:
l.

Nerius Uguizionis Grece . . . . . - 5254 » 45898,94
Provenzanus Amodei . . . . 0. . » (215 » 63030,24
Senebaldus Petri Senebaldi . . . . 4101 » 39826,33

. ^ . È .
dn du pu i ua i
HM " H H * M H

.

Heredes Gerni Tabernarii. . . . . .1. 2002 » 17489,4 1. i.

Therius Bonasii . . . ou ec GIORIO) » 94681,92 l. i.

Heredes Todini de Foidécolie, de Civitella 1. 6387 »--.' 55190,83 i: 3
Vannes Paganucii . . . . . ... .l 2934 » 22137,02

8. RioNE DI S. STEFANO.

Possessori di terreni stimati

| os s Ex Da Da
Sotto 10 1. | Da 10 a 50 |Da 50 a 100|Da 100 à 500| +90 a 1090 | 1000 a 2000 Sopra 2000 .

1 41 24 | 41 16 4 2

Giliutius Aldiebandidi de Paterno . . l. 3507 uguali a 30637,15 l. i.
Petrus Andree Un quests a Te DUO » 26933,08 1. i.
240

|: G. PARDI

III. QUARTIERE DEI SS. GIOVANNI E GIOVENALE.

1. RioNE ni S. GIOVENALE.

Possessori di terreni stimati

En: E | Da Da
Sotto 10 L | Da 10 a 50 (Da 50 a 100| Da 100 a 500 5002 1000 | 1000 a 2000 | Sopra 2000

1f 40 46

130

52

41

32

Angelutius Iacobi .

Angelus Alexandri.

Teus et Lutius filii Arlocti.
Andrioctus Castellani .

Ninus Andree Galisi .
Buccolus Guidonis Azzare .
Hugolinus Boniohannis .
Beraldus Petri de Sciano
Berzus Aldrevandini .
Dominieus Francisci .
Forzore Bundi unn
Gerardus sive Grifus Ugolini .
Iohannes Cinfonis .

Heredes Mathey Iohannis Citadini .

Matheus Guidi medicus .
—. Massius Ugolini.

N..N. ;

Nallus Vallonchi

Nerius Salimbene .
Nutius Ugolini .
Oddutuis Andrutii .
Petrus Rainerii Rudigerii

Petrus Aldrovandini Sforzaterre .

Petrus Sforzaterre . a
Filippus Bartutii- . . ..-. .

Petrus Munaldi Rainerii Stefani .

Petrus Cappecta.
Rainerius Munaldi .

Tebaldutius Dominici Falsacappe.

. . . LI . . . . . . . . . LJ . .
M i mn n nm nm nm cin
[4 ^ . . e © M . M . . e . e . . . . . . . . . . LI H

4004
4635
2515
2916
9141
2669
2298
6409
3150
2049
2178
9884
3690
3041
3916
2170
2175
2039
3224.
2936
. 17458
5855
9790
3350
. 16960
6634
. 15522
2060

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v

3591 uguali a 31370,97

l.
3498,94 1.
40491,36 1.
21971,04 1.
25998,33 1
32733,79 1
23316,38 1
2005,82 1
55927,87 1
21518,40 1
17900,06 1.
19027,00 1.
25194,62 1.
32935,84 1.
26880,67 1.
28094,97 1
18957,62 1
19000,80 1.
17812,70 1.
28173,60 1.
19533,69 1.
152513.08 1
51149,98 1
855925,44 1
29965,60 1
148162,56 1.
57954,62 1.
135600,19 1.
17996,16 1.

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IL CATASTO D' ORVIETO, ECC. (ue 241

Heredes Tutii Bernardini . .<. . . 1 2994 uguali a 25544,06 1. i.
Vannutius Rainerii Vallonchi . . . . l. 2332 » 20372,35 l. i.
Ugolinus: Aldrovandini: 51.2 15. 01892; a 54005,95 1.. i.

2. Rione pnr S. MarrEo.

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Possessori di terreni stimati
E È È i Da Da Tn
È: Sotto 10 1. | Da 10 a 50|Da 50 a 100|Da 100 a 500) =0021000 | 1000 a; 2000 | Sopra 2000
uud RANTS 19/75:1:2:98 ASA 1
Severius Dominichelli Florentini. . . l. 2101 uguali a 18354,33 l. i.
3. RioNE DI S. FAUSTINO.
Possessori di terreni stimati
; Sotto 10 1. | Da 10 a 50 |Da 50 a100 'Da 100/2500] oo Do Da | Sopra 2000
3 LESS 2 50021000 | 1000 a 2000 | "OPra 2" -
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1 9 c50l 4 2 1
| ' .. Angelus et Vannes et Zannes Rugerii

Monguay. ... : 2 21505 9290 10 280p uguALE n 2089806 Li

Rione DI S. GIOVANNI.

Possessori di terreni stimati

Sotto 10 1. | pa:10 a 50 |Da 50 a:100|Da 100 a:500|' «oy Doo. | 1000 2 2000 | Sopra 2000 >

ut

O n 94 18 1 955 8 1

Berardinus Rainerii Comes. . . . . 1 21939 uguali a 191659,10 I. i.
Ugolinus Bulgarutii de Marsiano . .. 1. 9698 » 23569,72 1. i.
Fiamciscua Andree Andrée, ; 25. V de OU» S 1002008 171.

Nerius Bulgarutii Comes. . . . . Ll 9694 » 84686,78 l. i.
Neri Munaldi Raynerii . . . . . .-l. 4238 » 37023,16 1. i.

‘Nardus Bulgarutii Comes . . . . . l 7879 | » : 68830,941.i.
Petrutius Boniohannis . . . . . . l. 2418 » 21079,96 1. i.
Ventura Malavere:. .. . . . . . . l1. 4399 » 38429,66 1. i.
16
DEI : G. PARDI

Simon Raynerii Guidonis . . . . . 1. 30836 uguali a 269383,29 1. i.
Vannes Andree Belé ; . ... . ... 1.9894 . »- - 94158,94 I. i.
Zelingus Uguizonis oe ea ee BDO » 27618,40 1. i

QUARTIERE DI SERANCIA.

1. RIONE DI SERANCIA.

Possessori di terreni stimati

h Ì | L- |
: E, LGS i enn Da Da VPE CN
Sotto 10 1. | Da 10.a.50 | Da Si a 100 Da 100 27500) 0021000 | 1000 a 2000 | SOPTa 2900

E 9 18 | 38 39 17 24

Aldrovandinus Aldrovandini l. 2199 uguali a 19120,46 1. i.

Arengutius Arengherii oc pA rcc at] 4018 » .. 40861,00 I. i.

Barthutius Pandolphi Gurancie . . . l. 4740 » 41408,64 1. i.

ii Iacobutius Biechi Bernardi. . . . l. 16444 » 143654,78 l. i.

«ll Iacobus Rainerii Guillelmi . . . . . l. 8959. » © 34524,601 l i.

3 Guido Ruberti de Mezzano. . . . . 1. 9830 » 90854988 l i.

i S| Lucius Berardini-—— — spent. 1.:-3953 » 34533,40 1. i.

xl Ninus Iacobi Petri Caromi . . . , . 1. 4900 >». 43891,11 l. i.

è al Oddo de Medicis . . . RO I Uy 292648,71 1. i.

Ó Pel Ao N .-. CL 2T 3 29064,67 1. i.

*:l Petrus Iohannis de Albrieis . . . . 1. 3393 » 29641,94 1. i.
"| Biccutius, Pangnus, Stephanutius et ne-

all | potes Philippi Riccomanni. . . . 1 13188.» 115166,68 l. i.

I Pellus et Nerius Guidi Francisci . 1l. 4183. > 36549,68 1. i.

dl Petrutius et Massius Raynaldi Coltray . l. 2134 » . 29884,04 l. i.

| Puctius Melioris. . . ROUTE BOND TF eee: 923325,12 I. i.

Petrus Bernardini Bartholomeo aston, 79040 » 31851,45 1. i.

Heredes Petri Iacobi Petri Caromi l. 4016 » 359607,93 1, i.

Raynaldus Aldrovandini.. . . . . . Lh 4795 » 4191,60 1. i.

Eiubertus "AIbIZUos ee ote s. SV S044 » 96480,88 1. i

Munaldutius, Dominicus et Putius Ste-
phanb. 5. QUEM cU AIO ERES pel 5 DOO » 44247,84 1. i.
"Vannes Forzoris de Albricis pote potu OI: OI 2423,90 1. i.
i Vannes Bartholi Bernardini Imció- ut 9109 . > 32738,62 l. i.
Ugolinus Lupicini . EER $0571: 10020 » ' 136594,94 1. i.
Heredes Magalocti Petri Us cizonie cum
TIGPUOSGC)I O RON NI

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.

9431 29931,21 1. i,
SR Zn
URS s ASA :
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IL CATASTO D'ORVIETO, ECC. ^^ 943

2. RioNE DI S. ANGELO sub Ripa.

Possessori di terreni stimati

ey A È | E Da Da
Sotto 10 1. Da 10 a 50 | Da 50 a 100| Da 100 a 500 500 a 1000 | 1000 a 2000 Sopra 2000

5 15 14 19 5 4 1

Frater Marcus Arlocti. '; . . . . . l. 2506 uguali a 21899,41 1. i.

.9. RioNE DI S. LonENzo.

Possessori di terreni stimati

| | | È
Sotto 10 1. | Da 10 a 50 |Da 50 a 100/Da 100 a 500

Da Da 3 S
500 a 1000 | 1000 a 2000 | Sopra 2000

1 15 11 41 12 10 1

Corradus Armanni. . . . . . . . 1.14095 uguali a 123133,92 1. i.

4. RIONE DI S. APosroro.

Possessori di terreni stimati

Sotto 10 1. | Da 10 a 50 (Da 50 a 100/Da 100 a 500 Bon don ooo soon | Sopra: 20007

3 8 DOSE 43 30 14 12
| |
Barthutius Raynaldi Presbiteri .. . .1. 2126 uguali a 93812,83 1. i.
FutiusGismundi cum Imudutio eiusnepote 1l. 2219 » 19385,18 I. i.
Meus et Vannes magistri Guidi . . .1. 3842 nl e 2919bs IS d.

Gibellinus Munaldi Iordani. .. . . .1. 3250. » 28453,15 1. i.
Tordanóllus;B6Gcc0l1? 527229 9 6 eccle: 2019 99 17637,98 1. i.
NeniusiMassoli wine ao 129875. $3 63755,32 1. i.
Petrus Novellus Munaldi .. ..‘.-. .1. 9898 » 81445,72 l. i.

MIvianussMarinolil . 3 34.9 ve
Deolinus Boncontis.. .. 5... 0x
Vagos ;MAsSOL 41 00). eo exo Sie
Ugolinus Iohannis Rubei cum: nepote
Petrus Iohannis Adbrunamontis . .

9907.» 95895,55 L i.
11941. © >» 98901,91 l. 4.
1309' ^» . 63851,43 l. i
4898 . » .49961,40 1. i.
2004...» . . 11506,94 1.1,

SIINO .
pube eu pedi dn pn pn em
H .
NATRI

244 d | G. PARDI

V. PERSONE DI CUI NON SI POTÈ SAPERE DI QUAL RioNE FOSSERO
O SE APPARTENESSERO ALLA CITTÀ 0 AL CONTADO.

Posseditrici di terreni stimati

: xl È Da D
Sotto 10 1. | Da 10 a 50 ;Da 50 a 100|Da 100 a 500| 500 a 1000 | 1000 2.000 Sopra 2000,

s | w r3 1 za

Dalle cifre sopra riportate dei possessori di terreni di ciascun

quartiere orvietano e della stima dei loro possessi si ottengono, .

quanto-ai vari quarieri, i seguenti risultati:

I. QUARTIERE DI S. PAGE.

Possessori di terreni stimati

| B E E Da Da
Sotto 10 l. | Da 10 a 50 Da 59 a 100|Da 100 a 500 500 a, 1000 | 1000 2,0000 | Sopra. 2000

qut 44 31. 148 71 80 77

II. QUARTIERE DI POSTIERLA.

Possessori di terreni stimati

[2 3 T

Sotto 10 1. | Da 10 a 50 |Da 50 a 100|Da 100 a 500

93 216 226 470 | .194 63 65

PI iem

III. QUARTIERE DEI SS. GIOVANNI E GIOVENALE.

Possessori di terreni stimati

D i 5 4 ^ Da Da 3
Sotto 10 1. | Da 10 a 50 |Da 50-a 100|Da 100 a 500 500 a 1000 | 1000 a 2000 | SOPra 2000

12 114 101 251 2181 STRO 45

Da Da UE
500 a 1000 | 1000 a 2000 | "Obra 2000
par

19
da
e

IL CATASTO D'ORVIETO, ECC.

IV. QUARTIERE DI SERANCIA.

Possessori di terreni stimati

Sopra 2000

| D
Sotto 10 1. | Da 10 a 50 |Da 50 a 102|Da 100 a 500| 50001009. | 1000 2 2000

|

12 46 63 141 86 | 45 1599

Infine, tirando la somma delle cifre riportate per i quartieri
orvietani, si giunge al risultato seguente:

ABITANTI DI ORVIETO

Possessori di terreni stimati

3 b È E Da Da Vie
Sotto 10 1. | Da 10 a 50 |Da 50 a 100|Da 100a 500) 300 a 1000 | 1000 a 2000 Sopra 2000

64 ‘| 490 491 1010 368 243 203

Ma poichè adoperavasi allora in Orvieto la lira cortonese,
equivalente a 240 denari cortonesi, ognuno dei quali aveva il va-
lore di 0,0364 della lira moderna, secondo un calcolo fatto dal
Cibrario: riducendo perciò in lire italiane le cortonesi (uguali a li-
re 8.736) si ha che nel 1292 vi erano in Orvieto i seguenti ca-
pita di terreni stimati quanto appresso:

Da I. 87.36 [Da 1. 436,80|Da 1. 873,60| Da I, 4368 |-Da 1. 8736 |&, 114
Sottol.87,36| ‘21, 436,80 | a 1.873,00 | 21.4308 | al. 8736 | al. 17472 |SOPra l. 17472

64 490) 49] 1010 | 368. | 248 205

Inoltre, perocchè nell'estimo dei terreni non si dà il valore
effettivo di questi, ma si ottiene, approssimativamente, il capitale
vero moltiplicando l'estimo per 3, facendo pertanto una tale ope-.

‘razione si ha il risultato che ad Orvieto nel 1292 vi erano i se-

guenti capita di terreni, i quali avevano ciascuno il valore qui
sotto indicato:
246 È : G. PARDI

Sotto Da, 1. 262,08|Da 1. 1310, 40| Da 1. 2620,80

l. 13104,01 00 | l 20208, 05 | Sopra
Jr 262,08 (ial. 1310, 40 | a 1. 2620, S0 al. 13104, 00 DI

al. 26208,0001 al.52416 | 1 92416

64 | 420 421 1010 | 368 243. 205

Dalle cifre sopra riportate si può ‘abbastanza agevolmente de-
durre che in quel tempo la proprietà in Orvieto era molto fra-
Zionata; il che, io credo, doveva conferire non poco al benessere
degli abitanti di questa ciltà (1). Infatti, per quanto una volta si
considerasse come dannoso ai popoli un eccessivo frazionamento
della terra (2), i moderni studi economici e sociali hanno condotto
gli uomini a riguardare con occhio più benevolo le piccole proprietà.

(1) Sebbene il frazionamento delle proprietà fondiarie sia stato .da taluni consi-
derato come dannoso all’agricoltura ed alla ricchezza delle nazioni, non mancano in-
signi economisti, che l' hanno ritenuto vantaggioso per la produzione favorevole al
benessere dei popoli. Citerò qualche esempio :

H. BAUDRILLART, Économie politique populaire, Paris, 1869, p. 103. « La petite
proprieté.... est trés-productive par l'énergique travail qu’ elle developpe. Elle forme
des milions de familles attachées au sol ».

G. FILANGIERI, Delle leggi politiche ed. economiche (Biblioteca dell’ Economista,
S. I, v. VI, p. 763). « Senza una buona ripartizione le ricchezze, invece di fare la feli-
cità dol; nazione, ne accelerano la rovina ».

G. S. EISDEL, Trattato sull industria delle nazioni (Bibl. dell'Eec., 8. I, v. VIII,
p. 320). « Una dosi eccessiva nella proprietà del suolo è più dannosa di una
disuguaglianza eccessiva nella distribuzione di ogni altra specie di proprietà ».

G. DROz, Economia politica o Principi della ‘scienza delle ricchezze (Bibl. del-
l’Ec., s. I, v. VI, p. 993). « Senza enunciare idee scipite e false, si possono far valere talune
considerazioni in favore delle piccole proprietà ».

DUPUYNODE, Della proprietà territoriale in Francia (Bibl. dell’ Ec., s. II, v. II,

p. 123 segg.). « Se CODSIdORDU gli effetti della piccola proprietà sotto rapporti diversi.

da quello dell'aumento della riechezza, possiamo abbastanza congratularci;a vedere il
suolo della Francia diviso fra un gran numero di mani. Col sentimento della proprietà,
e sopratutto della proprietà territoriale, sorgono i pensieri più alti e più nobili ......
Non solamente l'appropriazione del suolo da parte dei contadini é un fatto eminente-
mente civilizzatore, ma é pure una guarentigia di tutto il corpo sociale; giacché per
mezzo di esso si trovano nelle classi lavoratrici milioni di uomini prudenti, economi,
amanti dell’ ordine stabilito e della libertà. Questa condizione di cose mi sembra tal-
mente importante, che io non saprei comprendere una libera democrazia, nella quale
esista qualche sicurezza per l'ordine sociale, senza immaginarci una grande divisione
di proprietà..... La divisione del territorio é ancora, e precipuamente, un beneficio
di primo ordine, in quanto permette àd un gran numero di persone di prender parte
ai godimenti della fortuna ».

(2) A questo. concetto sono ispirate la legge prussiana del 4 settembre 1865, la
quale ordinava che tutte le pertinenze di una tont state alienate dovessero far ri-
torno a quella; la legge pel Nassau del 1700 determinante che la estensione di terre
necessaria pel mantenimento di una famiglia fosse di 6 morghen di campo e 4 172
di terreno erboso; la legge boema del 1790 vietante di ridurre le terre ad appez-
'zamenti troppo MOIO ecc. ecc, (Vedi A. MEITZEN, Agricoltura, Bibl. dell’ Ec., S. III,
v. XI-XII, p. 904 segg.
eli

IL CATASTO D’ ORVIETO, BOC... ea QUT

Non v'è tuttavia chi non convenga ‘che le proprietà. troppo
piccole arrechino qualche inconveniente economico. Un fondo, il

quale non abbia estensione sufficiente per mantenere una famiglia,

fa andare talvolta perduta la forza di lavoro eccedente i bisogni

del fondo medesimo. Inoltre l'essere il lavoratore legato al suo

campicello, insufficiente a sostentare la propria famiglia, può an-
che costringerlo a lavorare ad un salario troppo basso.
Ma queste considerazioni non mi sembra valgano per la di-

visione del territorio orvietano nel 1292; dove la proprietà non:

era tutta accentrata nelle mani di pochi (come avveniva allora
frequentemente e come accade ora pure) e dove, d’altra parte, i
fondi troppo piccoli non erano in grande quantità. Vediamo di-
fatti che la maggior parte dei capita ‘descritti nell'antico catasto
‘orvietano. valevano da 2620 lire a 13104 ed erano pertanto. suffi-
cienti al mantenimento di una famiglia.

Confrontando infine l’antico catasto con quello odierno, dob-

biamo constatare che i possessi in terreni sono maggiormente ac-.
centrati adesso che non nel 1292. Infatti, per quanto la popola-

zione sia diminuita considerevolmente (per riguardo alla città,
dove abitano le persone più facoltose) ed il territorio del circon-
dario orvietano sia alquanto minore di quello della repubblica me-

dievale, nondimeno i grandi proprietari sono sempre numerosi e.

più ricchi di quelli antichi, possedendo taluno più di un milione
di soli fondi e superando non pochi le 300,000 e 400,000 lire di
possedimenti in terreni.

$ 3. — Artisti possidenti d' Orvieto nell'anno 1292.

Un altro fatto, il quale ci conforta nell'opinione che in quel

tempo la proprietà fosse maggiormente frazionata che non ora,

«si è il rinvenire un numero non insignificante di persone appar- ©

tenenti alle arti minori aventi dei possessi; mentre adesso non si
troverebbero certamente in Orvieto 17 calzolai, 15 legnaiuoli, 13 pie-

‘traiuoli ed 11 fabbri possidenti, come v' erano nel 1292. Per di più.
si tenga presente che nell'antico catasto orvietano non sono regi-

:strate se non le proprietà fondiarie.
L’arte, che più rendeva in quel tempo, sembra fosse la me-

«dicina: i tre maggiori possidenti, tra i giurati delle arti, cioè

sie
DARIO la - G. PARDI

quelli che possedevano piü di 2000 lire cortonesi (lire italiane 52,416),

sono due medici ed un taverniere. Tra i possidenti da 1000 a 2000:

lire cortonesi (cioè da 26,208 a 52,416 lire it.) troviamo un fortu-
nato calzolaio, un medico, uno scrivano, un sensale, uno spadaro
ed un usciere del Papa. Tra i nomi dei possidenti da 500 a 1000
lire cortonesi (vale a dire da 13,104 a 26,208 lire it.), leggiamo
quelli di tre sarti, di due funai, di due vasellai, di un barbiere,
«di un muratore, ecc. È da notarsi anche tra questi il nome di un

faber serrator: il che dimostra come esso dovesse avere un gua-

dagno maggiore de’ suoi compagni d’arte, perché nessuno dei nu-
merosi fabbri (11) giunge a possedere 500 lire cortonesi.

I possessi più numerosi sono, al solito, quelli da 100 a 500
lire cortonesi (cioè, da 2620 a 13,104 lire it.). Che abbiano poi
proprietà fondiarie stimate da 50 a 100 lire cortonesi (vale a dire
da 1310 a 2620 lire it.) ve ne sono pure parecchi. Tra i posses-
sori di terreni stimati da 10 a 50 lire cortonesi (cioè da 262 a 1310
lire it.) troviamo 6 pietraiuoli, 5 legnaiuoli, 5 mugnai, 2 calzolai,
l’ortolano dei frati minori, écc. Quei pochi, che possedevano meno
di 10 lire cortonesi, sono due legnaiuoli, un banditore, un brac-
ciante, un fornaio, un pielraiuolo, un salsettaro ed un sarto.

Tutto questo si potrà facilmente riscontrare nei quadri seguenti,

da cui si scorgerà pure quali arti erano allora piü esercitate in
Orvieto: come cioè vi fossero poco o niente esercitate le arti di
lusso, quali quelle della seta e della lana, e molto invece le arti
più direttamente utili alla vita pratica, come quelle dei calzolai,
legnaiuoli, pietraiuoli e fabbri.
Y È s -. 'IL CATASTO D’ ORVIBTO, ECC. | e 249
5n
l^ bi
o
f I. QUARTIERE DI S. PAGE.
; EM | |
1. RioNE DI S. Pace.
POSSESSI
‘ | lal8!s
OE NOME | ARTE elss|2|9 3/8
x s[mERSE
| 88|8|8 R2
Iacobus | Mungnaius —
Dominicus: Albertini Merzantis —
Magister Iohannes Petraiolus Ep =
Ugolinus Cappellarius ; —
; 2. RionE DI S. Cnisrorono.
Andriottus- Bevetutti Scagavire Calcinarius |—
Boniohannes Parentis Procazzantis —
-. Fredericus Barthi Tentor —
Iacobus Pellizzarius
| Propicius Tinctor SES
Laurentius Calcinarius —
Raynaldus None Ioculator 3 —
|, Egidius Berardini Calcinarius i -—
di
i 3. Rione DI VALLE PIATTA.
Bartholomeus, Scopaius =
| Guillelmus Bartholi ; Barberius dus
| Micchael ‘| Ortaiolus —
joe Paulus Bonagratie Macellarius -
ks Franciscus Iohannis Vindemie Curatore —
Vannes Iohannis Astigane j Curator |
e e 9 ? p" ^ v

G. PARDI

4. RionE pi Ripa DELL'OLMO.

SESSI,
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E tele |3
NOME ARTE E s|e|8/3
mig e PNICS
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eis GidigsS|o
. Q4|3j8)|5|2
Aldrebandinus Bastarius —
Benvenutus Rogerii Clavarius
Magister Girardinus Calzolarius
Guilielmutius Sellarius
Rainutius Pettenarius
Nutus Pellizzarius
Ninus Palmerii Notarius

Rubertus
Christofanus

"Ventura

Faber cervellarius
Funarius

Scrivanus

II. QUARTIERE DI POSTIERLA.

1. Rione ni S. MARIA.

Amodeus Vengnatis
Aldrebandutius

Iohannes d’ Aynese

Appressus

Baronus Petri

Boccolus Petri

Brunatius et Iacobus

Blancus ESE i
Magister Bosius magistri Iohannis
Bombaronus Semblanze
Bartholus Venzi

Blasius

Tohannes

Compagnus

Ciccus Iacobi

Magister Lingnorum
Faber

Petraiolus
Laborator

Magister Lingnorum
Magister Lingnorum
Sergentes dni Pape
Usscerius dni Pape
Faber
“Magister Lignorum
Procazzantis
Mugnaius

Spadarius

Murator i

Renaiolus

——————tem= Li

IL CATASTO D'ORVIETO, ECC.

(Continua) 1. RIONE DI S. MARIA.

H4 POSSESSI - È
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Ld NOME ARTE edd PUPA:
Es - : : v “lo Jo 13: z
13/32] SA48
f E'lape Ee [es ies | eM "
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Daynese Petraiolus | = Ù
Magister Deotallevi Murator ; —
Henricus Tabernarius —
Aldrebandutius Pilizarius zt ses
Giliutius Thomassi Petraiolus —
Iacobus Tigularius —
Iacobus . Petraiolus — x
Iacobus Ugolini Sellarius —
Iacobus Bilacque Pillizzarius ai den
Iacobus Mariani Mugnarius (ape
Matheutius : Tigularius —
Matheus Thome Sartor — NU
í J Masseus ‘Piscator — i
5 Masseus Coltraius —
Iacobus Renaiolus me Nor.
Ninus dne Azze. '"Spadarius ; — d
Niccolecta Mugnarius —
Petrus j Pescaiolus — TAV
Paganellus Mugnarius ; — p
Pepe Raynerii Asinarius —
Petruzolus Benciveni Magister Lingnorum — : ;
| . - Rustichellus Guillelmi Pellizzarius — i p
| Raynerius Divitie - | Sartor DSi As :
È Nutius Mazze Cartarius — i a
| Restorus Barberius — I
Raynerius Berardini Borsarius t c:
| È "A "Rubertus Benamate Calzolarius SR v
Y Symoncellus 5 Mungnarius - 3 à
E Vannes Renaiolus =
Vannes Petri Gratiani Renaiolus E
G. PARDI

252
(Continua) 1. Rione n1 S. Mana.
POSSESSI
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NOME ARTE S|s|s|3|9|2/m
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Vannes Spadarius Da
Vannes Massei ‘Tigillarius
Orvetanus Rodolfi Mercator
Zacus de Florentia Tabernarius
Zonus Venture Petraiolus

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————————MÁ

2. Rione Di S. SALVATORE.

Aldobrandinus Rollandi

Bartolus Boldroni

Berardinutius Hommodei

Mammillinus Andriocti
Coradus

Filippellus :

Gonnella .

Iacobus Egidii

Iannes Longus
Aldrebandutius

Putius Orvetani
Rubertus Bonomi
Thomas Iohannis

Vannes

Clavarius
Negoziantis
Cartularius
Pinctor
Cartarius
Conzatore
Celonarius
Oliarius ;
Calzolarius
Magister Lingnorum
Coltellarius:
Medicus

Oliarius

Salaiolus .

9. RtoNE DI S. CosTrANzO.

Angelus Iohannis Morici
Angelutius

Bartutius Barti
Bonavere Rencordati

Magister Niccolaus

Salsettarius
Pillizzarius
Negosiantis
Faber

Barberius et Sartor -

qe
IL CATASTO D'ORYIETO, ECC.

(Continua) 3. Rione DI S. CosrANzo.

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Filippus Ricearbene Clavarius —
Fredericus Petri Cepparelli Sartor —
Magister Scangnus Medicus -—

Giacobellus Raynerii
Iacovutius Conteri
Iohannes Volte
Lapus

Guidus

Nicola et Florentinus Blasii

Prianus Compagni
Palmerius

Petrutius Barti

Entendi Benentendi Rubeus

Raynerius
Raynaldutius
Thodinus

Ventura Iacobi

Negosiantis .
Calzolarius
Pecorarius
Procurator
Barberius
Salaioli et Oliarii
Cappellarius
Panicoculus
Negosiantis :
Celonarius
Negosiantis

Venditor pànni vecchi

" Procurator

Ortolanus fratrum min.

4. RioNE DI S. Biacio.

Angelutius Venture
Alexandrutius
Corvenzinus
Defendi

Iohannes

Iacobus Andree.
Iacobus

Iohannes

Iacobellus Angelicti

Iacobus

Murator

Murator

Laborator:
Pecorarius

Magister Lingnorum
Sartor

Faber

. Petraiolus

Banditor

Sartor
254

(Continua) 4. Rione pi S. Biagio.

G. PARDI

POSSESSI

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NOME ARTE S|s s 5|31518m
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Q|R|RBR|AR IZ
Matheus Iacobi Murator —
Preianus Petraiolus —
Petrutius Stefanie Ortulanus =
Stefanus $ Pilizzarius =
Raynerius Mugnaius —
Vito Aldrebandutii Laborator —
Zolus Bone Fornarius —

5. RioNE Di S. Ecipio.

*

Andreas Aspecte
Dominicus Tebaldi
Franciscus Rosone
Guido Simonis

Iohannes Lochesis

Funarius

Magister Lingnorum
Petraiolus
Vascellarius

Funarius

6. RioNE DI

S. LEONARDO.

Bolonginus Raynaldi
Bartholomeus Girardi
Bartus
. Cola Toste

Ciccus...... Scelenguati
Conpagny Massei Centelezze
Guillielmus

Magister Petrus
Iacobellus
Bergaminus

Petrus Michaelis
Andreas

Petrutius Mathei

Funarius

Lanaiolus
Caldararius
Ortolanus

Sartor

Oliarius

Pomaiolus

Faber serrator
Magister Lingnorum
Marescalcus

Calzolarius

Magister Lingnorum

Calaolarius
IL CATASTO D'ORVIETO, ECC.

7. RionE DI S. ANGELO.

POSSESSI ..
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Aldrevandinellus Amate Laborator —
Allevutius Faber —
Angelus Allevi Sartor —
Vannes Sometani Tabernarius —
Berardinellus Rustichelli Laborator —
Butius Ranaldi Cartarius --

Compagnolus Guidonis
Damianus

Dominicus Francisci
Franciscus

Fabrutius Guillelmi
Guilielmus Guercius
Guilielmus Pepi
Egidius Recchi
Iannes Ianuarii
Iacobus Leonardi
Iohannellus Fonte
Iacobus Sciacte
Tannuzolus Petri Pape
Iohannes Deotallevi
Iacobutius Raynaldi
Lucas Bartholomei
Marderius Iannis
Munaldutuis Raynerii
Michael Symonis
Nepolionus

Nicolaus Petri
Magister Orvetanus
Petrus Deotallevi

Philippus

Laborator filati
Calzolarius
Pilizarius

Calzolarius

Notarius

Ortolanus
Setaiolus
Sartor
Calzolarius
Merzante
Petraiolus
Funarius
Salsettarius
Faber
Sartor grassus
Faber
Tinctor
Magnanus
Conzatore
Procazzante
Barberius
Medicus
Conzadore

Texetore
(Continua) 7. Rione pi S. ANGELO.

NOME

“ARTE

Sotto 10 1.
Da 10 a 50
Da 50. a 100
Da 100 a 500
Da 500.a 1000

Da 1000 a 2000
Sopra. 2000

Prater Pace
Petrus Boniohannis
Poltratius Faxie

* Franciscus olim de Aretio
Scagnus Deotesalvi
Traselgardus
Ternus
Thomasellus
Nutius Mazze

Vannes Peri

Calmagnaiolus (sic) —

Sensalis —

Notarius I ESE
Tinctor
Salsectarius =
Laborator —
Tabernarius
Mugnarius —
Cartarius SS

Funarius —

8. Rione DI S. STEFANO

Andreas
Berardinus
Bivianus
Iacobus Philippi
Pleneria
Thomas Barti

Ugolinus

Magister Lignorum —
Cappellarius —
Magister Lignorum —
Calzolarius y —
Negoziantis : —
Faber =r

Magister Lignorum —

III. QUARTIERE DEI SS.

1. RIONE DI

GIOVANNI E GIOVENALE.

S. GIOVENALE. .

Guidarellus
Iosephus Rubeus
Magister Guillielmus

Magister Matheus

Pretaiolus (sic) ^: —
Notarius am
Medicus i ER

Medicus
(Continua) 41. Rione n1 S. GIOVENALE.

IL CATASTO D’ ORVIETO, ECC.

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x i NOME ARTE olals-3.3|8S]&
AS | oiel|s
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a3 fr RO ANO mi
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LE Z|a|A 58A
Restorus Petraiolus —
Tanus Vive Calzolarius — i
Vannes Berardini Pretaiolus (sic) — VIR PM
Ugolinus Pedonus Murator —
2. Rione DI S. MATTEO. D
Deotalleve Calzolarius i lE
Iohannes Massarie Calzolarius: —
Oddarellus Calzolarius —
Iaconectus Pecoraius f — , i ju
Ventura Faber Rm ; - S
i: 3. RioNE DI S. FauSsTINO. :
E i
RB
Bartus Fortis Pecorarius — | |

Bencevenne
Iohannes Guidi

Zinbardus Deotalleve

ere

Faber \ -
Sartor _

Barberius. —

4. RioNE DI S. GIOVANNI. | di

Berrectinus

——

RI Petrus Guidi

Sensus

Gherardinus

Petraiolus pe

Molendinarius

Laborator i zx

Pecorarius = \ 958 i |. G. PARDI

IV. QUARTIERE DI. SERANCIA.
‘©. 4. RioNE DI SERANCIA.

POSSESSI
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NOME ARTE S|s|s|S/ 3| S |&
o |0:3/38/3]8
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MR R|RIR[AM
Angelutius Camangnaiolus — |
Blaxius Aurifex —
Morandus Pillizzarius —
Zubus Pesciaiolus —
Spinellus . 1 | Faber —

2. Rione pI S. ANGELO sub Ripa.

Guidectus Benvenuti Vascellarius

Iohannes Magister lignaminis | | | | |
3. RioNE D1-S. LORENZO.
Boniohannes Pissiaiolus (sic), —
Barontius - | Murator —
Barthutius Vascellarius —
Bentevengna Pomaiolus —
Durante . Pelliparius —
Guillelmus Sensalis c
Iacobus Pictor -—
Iacobus Vascellarius —
Nicola Vascellarius —
Nicolaus Vascellarius —
Petrus Vascellarius ron
Romanutius Calzolarius T
Benvenutus Calzolarius o
4. RioNE DI S. AposTOoLo.
Mactheus ; Magister lignaminis —
Mactheus | i Medicus e
Tomaronus Sartor —
Petrus Ortaiolus Y
Per far vedere più chiaramente quali arti

IL CATASTO D’ ORVIETO; ECC.

259

fossero di prefe-

renza esercitate in Orvieto, porrò qui sotto in ordine ‘alfabetico i
nomi di tutti i mestieri, con accanto il numero delle persone, che.
li esercitavano, da noi rintracciate nel vetusto catasto orvietano.
Soltanto non possiamo aver la lista completa dei componenti le
arti, perchè non tutti certamente saranno stati proprietari di ter-

reni:

Asinarius .
Aurifex .'.
Banditor. .

-Barberius

Bastarius .

Borsarius .:

Calcinarius.
Caldararius.
Calzolarius .

Camangnaiolus

Cappellarius
Cartarius
Cartularius .
Celonarius .
Clavarius
Coltellarius.

:Qoltraius ..

Conzadore .
(CUTALOI.
Wabero, a;

Faber cervellarius
Faber serrator.

Fornarius
Funarius .
Ioculator
Laborator .

Laborator filati

Lanaiolus .
Macellarius.

.

Magister lignorum

Magnanus .
Mariscalcus.
Medicus. .
Merciantis .

Molendinarius.

Mugnaius .

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Murator. .
Negosiantis.
Notarius. .
Ortulanus ..
Oliarius. .
Panicoculus
Pecorarius .
Pellizarius .
Petraiolus. È

. Pettenarius.

Pinctor.....
Piseator. .
Pisciaiolus..

Pomaiolus ..

Procazantis.

‘ Procurator .
Rhenaiolus .

Salaiolus ..
Salsettarius.
Sartori.

Sartor grassus

Scopaius. .
Serivanus

Sellarius. .
Sensalis . ..

Sergens domini Pape

Spadarius .
Tabernarius
Tegularius .
'lrexetore .
Tigillarius .
'EImnetor 5s

.

Usscerius domini Pape

Vascellarius

. Venditor panni vecchi.

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- 960 M ENAL. | G. PARDI

$ 4. — Forestieri possidenti in Orvieto nel 1292.

‘Di una specie di forestieri, diffusa in quasi tutte le città d' Ita-
lia, dov’ essi vivevano in condizioni men dure che non in altri

paesi d' Europa, vale a dire degli Ebrei, non ne troviamo neanche :

uno menzionato nel catasto orvietano. E ciò è facilmente spiega-

bile, perchè gli Ebrei nou impiegavano le loro ricchezze nella com-

pera di terreni, ritraendone un fruttato maggiore con il darli ad
usura. S'aggiunga poi che nella maggior parte dei luoghi non ave-
vano il diritto di posseder beni immobili (1). Nondimeno è certo
che degli Ebrei alcuno ve ne doveva essere in, Orvieto. Ne tro-
viamo ricordati più d’uno negli atti dei podestà d’Orvieto degli
anni 1277 e seguenti. Inoltre sappiamo che, una ventina d'anni
dopo la compilazione del catasto, nel 1312, il Comune orvietano
accordò ad essi speciali condizioni, avendo bisogno da loro del-
limprestito di una forte somma per far togliere l'interdetto, il
quale da vari anni gravavà sopra Orvieto.

Degli altri forestieri, venuti generalmente da città e borgate
vicine, troviamo in maggior numero Perugini, Cremonesi, Luc-
chesi, Senesi e Viterbesi. La maggior parte, al solito, avevano
possessi da 100 a 500 lire cortonesi, uno appena ha più di 2000
lire di proprietà fondiaria, tre soltanto meno di 10 lire. Abitavano
i più nel quartiere di Postierla. i

La condizione di questi forestieri, lavoratori o commercianti,
non doveva esser differente da quella degli altri cittadini.

« ] forestieri (dice il Cibrario, I, 263) che voleano fare perpe-
tua o temporaria dimora in una terra doveano farsene accettar
borghesi, comprar casa d'un certo valore e soddisfare agli altri
obblighi della borghesia...... La borghesia si concedeva dal Con-
siglio del Comune a tempo od in perpetuo. Quando veniva a ren-
dersi cittadino alcuno dei grandi baroni, gli si concedeva per l'or-
dinario dispensa dall'obbligo di residenza e da qualche servizio
personale ».

(1) Cfr. in PERTILE, Storia del diritto italiano, III, 184. Avevano nondimeno il
diritto di possedere immobili in Ascoli (Cfr. CRIVELLUCCI, L'antico catasto di Ascoli,
p. 518). -
CR RUN Pn ta
IL CATASTO D’ ORVIETO; ECC. es 961

Chi non poteva o non volea rendersi borghese, usava met-
tersi in guardia del Principe o del Comune; e per tal protezione
gli rispondeva un annuo censo d'un fiorino o d'un obolo d'oro,
o di poche libbre di cera, di pepe, di cannella, o di tali altre
derrate ».

: Nel seguente quadro sono enumerati tutti i forestieri. possident
dan Orvieto con i relativi possedimenti:

FORESTIERI DIMORANTI IN ORVIETO:
QUARTIERI DOVE ABITAVANO E POSSESSI LORO.

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Bologna . 1 1 1
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Camerino. . . . . 1 1 1
Casale TERI USE 4 4 1 2 1
Città: di!Pley6 rn ria 1 1 1
GPOmOoHat o VOD ed qoi ei f 4| 4 1 2 1
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Genovà. . . . . . es 1 1 1
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Viterbo. 3: 3 3 l 1 1
8 9. — Possessi di comunità ecclesiastiche e di pie istituzioni.

Grandissima era nel medio evo la potenza delle idee religiose,
le quali, per quanto non venissero facilmente comprese né di fre-
| quente messe in opera dai. rozzi guerrieri, eccitavano nondimeno
- la loro fantasia, ispirando ad essi piuttosto superstizione che non
religione vera. I principi ed i baroni di quel tempo, reputando
di scontare le colpe, i fatti di sangue con il far doni ai monasteri
ed alle chiese, largheggiarono con gli ecclesiastici. La paura
millenaria, inoltre, fece moltiplicare senza fine le donazioni ai mo-
nasteri ed alle chiese, cagionando così l’accrescersi vie più della
potenza dei prelati, che vennero ad acquistare, oltre al potere spiri-
tuale, fortissimo allora, un potere temporale e numerosi privilegi..

Ma questi furono infrenati dai Comuni. Rimase tuttavia per
molto tempo ancora il privilegio, che dei beni delle comunità ec-
clesiastiche non fosse pagata l’imposta fondiaria. Ed infatti ve-
diamo che nel catasto orvietano non sono registrati i possessi di
tal genere. Eppure questi non erano poco numerosi, a. giudicare
soltanto da quelli, che a caso si trovano ivi ricordati nel deter-
minarsi i confini dell'una o dell'altra proprietà. Ad esempio, l'ab-
bazia del Monte Orvietano aveva, come si capisce facilmente dal
catasto del 1292, possessi addirittura sterminati. Cosi il monastero
di san Severo, i canonici di san Costanzo, ecc. :

!
IL CATASTO D’ ORVIETO, ECC. 263
"
Scorrendo soltanto il catasto della città, mi è venuto fatto di

notare varie pie istituzioni e comunità ecclesiastiche posseditrici
di terreni, che io riporto qui appresso in quell'ordine, in cui si
rinvengono nel catasto medesimo, Nè credo che la lista sia per
riuscire completa, perchè alcune potranno non esservi ricordate

ed
E
DI
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4.
B;
6.
rs
8.
9:

10.

ull:
. Ecclesia saneti Constantii, c. 4 t.
. Episcopatus, c. 5 m.

. Ecclesia sancte Trinitatis, c. 5 (.

91.
32.
39.
$4.

altre essermi per avventura sfuggite.

Hospitale [sanete Marie], Catasto della città (Quartiere di S. Pace), c. 1v.
Ecelesia saneti Sani, ivi.

Plebs Stempnani, c. 2 r.

Ecclesia saneti Iohannis, Zvi.

Ecclesia saneti Silvestri, ivi.

Hospitale saneti Lazari, c. 2 t.
Canonici sancti Constantii, c. 31 t.
Ecclesia sancte Crucis, ivi.

Ecclesia sancte Marie de Bethelem, ivi.
Abbatia Montis Orvetane, c. 4 v.
Ecclesia sancte Marie, ivi.

Ecclesia saneti Martini, ivi.

. Ecclesia sancti Petri, c. 8 v.

. [Ecclesia ?] sanete Mustiole, c. 8 t.
. Ecclesia sancti Iuvenalis, c. 9 v.

. Ecclesia saneti Valentani, c. 14 f.

Ecclesia sancti Felicis, c. 73 v.

. Ecclesia sancti Blaxii, e. 14 f.

Ecclesia saneti Sepuleri, c. 16 f.
Ecclesia sancti Spiriti, c. 77 f.
Ecclesia. saneti Pauli, c. 20 t.
Hospitale, sancti Iacobi, c. 22 4.

. Ecclesia saneti Egidii, c. 23 #.
Ecclesia saneti Abundi, c. 27 f£.
. Ecclesia saneti Donati, c. 341 t.
. Ecclesia sancti Marci, c. 32 v.
. Ecclesia sancti. Andree, c. 32 4.

Ecclesia sancti Christophani, c. 34 v.
Ecclesia sancti Dominici, c. 35 7.
Ecclesia sancti Benedicti, c. 35 f.
Ecclesia sancti Bartholomei, c. 39 v.
PRU, RIE

G. PARDI

35. Ecclesia sancti Fustini, c. 40 m.

36. Ecclesia sancti Angeli, c. 47 m.

31. [Ecclesia ?] sancte Angustiole, c. 41 t.
38. Monasterium sancti Guilielmi, ivi.

39. Monasterium sancte Marie, ivi.

40. Monasterium saneti Pauli, c. 54 r.

-41. Plebs de Ficullo, c. 57 r.

49. Ecclesia sancti Laurentii, c. 59 &.

43. Ecclesia sancti Viti, c. 60 m.

44. Ecclesia sancti Antonii, c. 61 m.

45. Ecclesia sancte Lucie, c. 65 (.

46. Ecclesia saneti Fortunati, c. 100 r.

47. Ecclesia sancti Leonardi (Quartiere di Postierla), c. 33 r.
48. Ecclesia sancti Iorgii, c. 34 vr. - :

49. Ecclesia saneti Nicolai, c. 79 rm.

50. Monasterium sancti Severi, c. 485 rm.

51. Ecclesia sancti Severi, c. 202 rm.

52. [Ecclesia ?] saneti Sebastiani, ivi.

53. Ecclesia sancte Anastasie, e. 204 f.

54. Ecclesia saneti Stephani, c. 205 r.

55. Monasterium Montis Aralis (Quartiere dei SS. Giovanni e Giovenale),

c. 96 m.

L'abbazia di san Niccolò del Monte Orvietano è, s'io non erro,
la comunità religiosa che aveva maggiori possedimenti (1).

Un'altra ‘abbazia, della quale son ricordate varie proprietà
nel catasto del contado, è quella di san Pietro di Acqualta, che
nel 1358 fece lega con i conti di Montemarte (2).

. Numerose proprietà fondiarie avevano pure i canonici di
san Costanzo. Il più antico vescovo orvietano ricordato nei docu-
menti, Sigifredo, concesse loro nel 1209 molte chiese e molte terre.
Divenuti pertanto ricchi e potenti, osarono perfino proclamare un
vescovo colpevole di disonestà.

La chiesa di san Costanzo era la più ragguardevole della città,

(1) Sorgeva presso il castello di Ficulle. Nell’ archivio comunale di questo paese
si conserva un inventario dei beni di tale monastero Benedettino, del tempo in cui fu-
rono ceduti in enfiteusi perpetua al Comune ficullese dai canonici di S. Maria Mag-
giore di Roma (anno 10641). '

(2) Tutte, o quasi tutte, le notizie storiche riportate appresso son tolte dal Codice
diplomatico d? Orvieto del Fumi, che io credo inutile citare volta per volta.
lantica cattedrale, e sorgeva nell'area di quella odierna. Ma nel 1284,

|. IL CATASTO D'ORVIETO, ECC.

avendo il vescovo Francesco in animo di edificare una nuova chiesa,
uni la parrocchia di san Costanzo con quella della vieina santa Maria
Prisca e dei redditi riuniti delle due chiese costitui la rendita della no-
vella cattedrale, che cominciò a sorgere bellissima pochi anni dopo.

Delle altre chiese sopra menzionate quella di sant’ Andrea
esiste ancora con lo stesso nome. Anticamente vi si stipularono
anche atti del Comune. Nel 1203 il podestà Parenzo concordò ivi
le condizioni della pace tra i Senesi ed il conte Aldobrandino. :

.Le chiesuole di san Bartolomeo, di santa Anastasia, di san Giu-
liano, di san Lorenzo e di san Matteo erano poco ragguardevoli
ed appartenevano tutte al capitolo di san Costanzo, a cui furono
confermate da un privilegio di Adriano IV.

Le chiese di san Biagio, di sant' Angelo, di sant’ Egidio, dì.
san Leonardo, di san Martino, di san Salvatore e di santo Ste-
fano dovevan sorgere, evidentemente, nei rioni omonimi del quar-
tiere di Postierla. Così nel rione dello stesso nome del quartiere
di santa Pace la chiesetta di san Cristoforo ed in quelli corri-
spondenti del quartiere dei santi Giovanni e Giovenale le chie-
suole suburbane di san Matteo e di san Faustino.

.La chiesa di san Giovanni (quartiere e. rione omonimi) era
l'archivio del Comune e vi si riponevano il bossolo degli ufficiali
e vari altri atti e scritture. L'antichissima chiesa di san Giove-
nale (quartiere e rione omonimi), basilica pagana un tempo, è
giunta sino a noi cangiata solo in parte. È menzionata in un atto
del 1198 (lodo tra Orvieto ed Acquapendente).

La chiesetta di san Lorenzo era situata nel quartiere di Se-
rancia, ed in quello di santa Pace sorgeva il tempio di san Do-
menico, in cui, poco prima del 1292, Arnolfo di Lapo erigeva un
bellissimo monumento al cardinal di Bray.

Delle chiese del contado ricorderemo quelle di sant ‘Abbondio, di

san Felice, di san Pietro, di san Severo, da cui prendevano la deno-.

minazione gli omonimi pivieri o ville. Viceversa le ville di Acqualta .
(nel piviere di Monte Giove) edi Monte Orvietano (nel piviere di
Fieulle) davano la denominazione alle due abbazie situate nel loro
territorio. :

Oltre ai beni delle chiese sopra nominate erano nùmerosissimi
quelli appartenenti ai vari monasteri ed all'episcopato, perché i
266 3 G. PARDI

vescovi furono, sul principiar dei Comuni, quasi principi o baroni
ed ebbero molta potenza e ricchezza.

I monasteri poi raccoglievano generalmente intorno aloro grandi
quantità di terreni donati da signorotti e da baroni. Ed in tali dona-
zioni si eccedeva forse un poco per il vivissimo sentimento religioso ;
ma per lo più tali beni donati erano pascoli, selve, sterpaglie,
luoghi deserti, che i monaci, quasi soli allora ad esercitare amorosa-.
mente l’agricoltura, sapevano trasformare in belli e floridi possessi.

Tra i monasteri orvietani son degni di ricordo quello intito-
lato al fondatore del monacismo occidentale, san Benedetto, di cui
sopra vediamo menzionata la chiesa; quello di santa Croce, che
sorgeva nell'area della Piazza del popolo e fu abbattuto nel 1281
per costruir questa; il monastero di san Domenico sorgente presso
la chiesa dello stesso nome, nel cui capitolo gli inquisitori pro-
nunciavano le terribili sentenze contro gli eretici ; quello della
santa Trinità di Spineta (luogo vicino ad Orvieto) ; quello di san Gu-
.glielmo, divenuto ricchissimo quando Gregorio IX gli concesse
l'altro monastero orvielano di santa Maria di Massapalo; quello
di san Severo, di cui rimangono ancora in piedi una bella torre
decagona ed un elegante loggiato nonus quelli di santa Maria,
‘ di san Paolo, di san Vito, ecc.

Anche le pievi avevano d possedimenti, molti dei quali. son
menzionati nel catasto del contado.

In quello della città troviamo soventi volte la espressione:
iurta terram plebis, senz'altro.

Molto ricca era certo la pieve di Stennano ricordata come
confinante a numerosi appezzamenti di terreno. Molte proprietà
fondiarie aveva pure la pieve di Ficulle.

Tra le pie istituzioni una delle più altamente pre son
gli ospedali. Mentre i governi comunali non si curavano di fondare
di tali filantropici istituti, lo spirito di carità religiosa; come dice il
Cibrario, ne faceva sorgere dovunque: lungo i fiumi ei torrenti, nei
passi difficili e nelle golé dei monti e sulle velte del san Bernardo
e del Moncenisio, nelle campagne e nelle città. Quasi ogni cat-
tedrale e ogni ricco monastero aveva un ospedale, o per i pelle-
grini (zenodochtum), o per i vecchi (gerontocomium), o per gli or-
fani (orphanotrophium), o per i mendicanti (ptocotrophium), o per
i malati (nosocomium), o peri fanciulli poveri (brephotrophium).
satanas were

TERREI;

. IL CATASTO D’ ORVIETO, ECC. ^ - 9607
+

L’ospedale più notevole :d’ Orvieto (appellato nel catasto
Hospitale semplicemente od Hospitale sancte Marie) fu quello
di santa Maria della Stella. Nel 1292 ne era rettore frate Gio-
vanni da Firenze, il quale nel 1288 aveva ottenuto da Niccolò IV
che accordasse a’ suoi frati la regola dell’ospedale di san Gia-

como d° Altopascio. Lo stesso pontefice, trovandosi a dimorare in

Orvieto nel 1291, concesse vari privilegi all'ospedale. Il Comune
lo prese sotto la sua protezione nel 1310, gli accordò non. pochi

favori e privilegi e per esso stanziò 873 lire annue di nostra mo-

neta. Nel $ 41 della Carta del popolo al podestà ed al capitano
di popolo è prescritto di difendere e mantenere i beni e i diritti
di quell' ospedale.

. Altri ospedali, annessi ad una chiesa o ad un monastero,
v'erano allora in Orvieto. Ad esempio un privilegio, concesso dal
marchese Ranieri nel 1113 alla chiesa di santa Maria di Massa-
palo, ricorda l'ospedale di questa. Un ospedale era congiunto-pure
alle chiese di san Giuliano e di san Matteo. É nominato nel ca-
tasto anche un ospedale di san Giacomo; ma non so se sia lo
stesso che quello di santa Maria della Stella, avendo i frati di
questo abbraeciata la regola di san Giacomo d'Altopascio e dedi-
cata al medesimo una cappella.

Mentre tali comunità religiose e pii istituti aveano l'esenzione -
dal pagare l'imposta fondiaria, non ne erano esenti gli ecclesia-
stici come possidenti privati. Non troviamo tuttavia numerosi chie-
rici proprietari di terreni. Pertanto, od essi amavano impiegare
altrimenti che non in possessi fondiari il loro danaro, di cui al-
lora l’interesse era altissimo, o non erano molto ricchi privata-
mente. La prima opinione ci sembra più probabile.

Altri Comuni concessero esenzioni agli ecclesiastici medesimi,
od ai medici, ai notari e agli avvocati, od ai forestieri invitati ad
esercitare qualche mestiere sul loro territorio. Ma dal catasto del
1292 non risulta che il Comune di Orvieto accordasse ad alcuno
tali esenzioni, poichè vi vediamo registrate proprietà di medici,
di notari, di ecclesiastici, di forestieri.

85.— Popolazione censita della città nel 1292.

Mentre l'Italia era andata decrescendo di popolazione a co-
minciare dall'anarchia militare del III e IV secolo dell' impero
268 BV S G. PARDI

romano fino al sorgere dei Comuni, all'epoca di questi si ha in-

vece un rapido incremento di popolazione, prodotto ed indizio
certo delle condizioni migliorate. Si calcola infatti che Cremona
avesse, nel 1300, circa 80,000 abitanti, Firenze ne aveva a un di-
presso 100,000 nel 1336 e quasi 100,000 Siena nel 1348. In Or-
vieto nel 1292 erano piü di 14,000 abitanti possessori di terreni;
dal che si puó argomentare che la popolazione vera della città
fosse molto maggiore, quasi di 30,000 persone, come dedurremo
più innanzi dal confronto con i catasti e i focolari degli anni
seguenti.

Ad ogni modo, ammettendo pure che la proprietà fosse oltre-
modo frazionata, la popolazione d'Orvieto in quel tempo sarebbe
stata sempre più del doppio di quella d'oggi, che non giunge ad
8,000 abitanti secondo l'ultimo censimento.

La popolazione delle campagne, al contrario, dev'essersi sempre
accresciuta per ragioni facili a comprendersi. I Comuni del medio
evo, che avevano rinvenuta una fonte di prosperità e di grandezza
nella libertà concessa agli artisti, non estesero tale beneficio alle
campagne. Inoltre nuocevano alla floridezza dell'agricoltura le
guerre incessanli, per le quali i campi venivano devastati dalle
Scorrerie dei nemici, ed improvvide leggi, che punivano talvolta
i colpevoli piuttosto nei beni che nella persona, ordinando si ta-
gliassero le biade dei loro campi e le viti delle loro vigne. Con-
tribuiva sopratutto all'affollarsi delle genti nelle città la poca si-
curezza dei luoghi non chiusi quando succedeva qualche guerra.
E queste disgraziatamente non erano molto infrequenti |

La popolazione della città dev'esser andata sempre crescendo
sino al fatale anno 1313, nel quale, dopo una lunga e feroce lotta,
furon cacciati d'Orvieto tutti i ghibellini e vennero distrutte le loro
case. Per tal modo gli abitanti di essa si riducevano quasi alla
metà. È vero che a non pochi fu concesso di ritornare in patria,
ma molli preferirono esulare.

La popolazione abbiente d'Orvieto é descritta nel quadro se-
guente, in cui ogni fuoco è calcolato 5 teste, quantunque, come
dice il Foglietti a proposito di Macerata, si potrebbe forse portare
anche a 6 o 7 teste ogni fuoco, vale a dir quelle persone che ac-
cendevano un sol fuoco, che formavano una sola famiglia.

- =
IL CATASTO D' ORVIETO, ECC.

POPOLAZIONE CENSITA DI ORVIETO NELL'ANNO 1292.

FUOCHI | TESTE | FUOCHI TESTE
QUARTIERI RIONI. per ogni per ogni per ogni per ogni
Rione Rione Quartiere | Quartiere
S. PBACe sr. 146 730
s.-Cristofano. . | 66 330
S.. Pace i 464 2320.
Valle Piatta . . 65 325
Ripa dell' Olmo 187 935
S; Maria: .—. 225 1125 *.
1 Ba
S. Salvatore . . 53 265 , i
S. Costanzo . . 147 735 |
S: Biagio wo, 122 610 na 1
Postierla 5 1181 5905 DU E.
S. Egidio ..... 42 210 : ICE
S. Leonardo . . 97 485 |
S.Angelo. . . 363 1815 |
S. Stefano. . . 132 |. 660 |
|
S. Giovenale. . 348 1740 |
SS. Giovamni
S. Matteo... 74 370
e’ 659 3205 .
, S. Faustino . . 96 480
Giovenale :
S. Giovanni . . 141 705
Serancia . . . 148 "Vioc
S. Angelo sub Ripa 63 315
Serancia - 432 2160
S. Lorenzo . . 91 455
S. Apostolo . . 130 650 ,
Fuochi (teste corrispondenti) non iscritti in nessun quartiere 80 400
‘Somma totale . . . 2816 14080
v

& 6. — Quartieri e rioni d’ Orvieto:
^. nomi loro e delle persone che li abitavano.

Orvieto nel 1292 era divisa in quartieri, suddivisi alla lor volta
in un numero maggiore o minore di rioni, nella maniera seguente:
G. PARDI

I. QuAaRTIERE DI S. Pace.

1. Rione di S. Pace.

Pu 3. Rione di Valle Piatta.
2. Rione di S. Cristofano.

4. Rione di Ripa dell’ Olmo.
II. QuARTIERE DI POSTIERLA.

. Rione di S. Maria. . 6. Rione di S. Leonardo.

. Rione di S. Salvatore. 1. Rione di S. Angelo.

Rione di S. Costanzo. 8. Rione di S. Stefano.

. Rione di S. Biagio. 9. Rione di S. Martino.
Rione di S. Egidio.

QUE O5 P0 El

III. QuaRrTIERE DEI SS. GiovannNI E GIOVENALE.

SE Rione di S. Gidvonalo: x
2. Rione di S. Matteo.

9. Rione di S. Faustino.
4. Rione di S. Giovanni.

IV. QUARTIERE DI SERANCIA.

1. Rione di Serancia.
. Rione di S. Angelo. sub Ripa.

3. Rione di S. Lorenzo.
4. Rione dei SS. Apostoli.

to

Il quartiere più vasto e popoloso d'Orvieto era quello di Po-
stierla (denominazione corrotta modernamente in Pistrella), così
chiamato perchè terminava alla Posterula (Porta Postierla),
detta poi Porta Soliana (porta solis). Anche il quartiere fu ap-
pellato soltano e quindi della Stella; ma la regione cosi Soon,
nata non comprende se non una parte dell’antica.

La chiesa di santa Maria, da cui s'intitola un rione, fu ab-
| battuta (assieme a quella di san Costanzo) per edificare sulla me-
desima area, notevolmente ingrandita, la cattedrale, che conservò
l’identica denominazione (santa Maria nuova o novella). Non esi-
stono più nemmeno là chiesa parrocchiale di san Selvatore, riu-
nita alla cattedrale, vicino alla quale sorgeva; nè la chiesa di
san Biagio, riunita alla prossima parrocchia di santo Stefano dal
cardinale Girolamo Simoncelli nel 1605 ; né quelle di sant' Egidio,
di san Leonardo e di san Martino.

Sant'Egidio s'inmalzava presso il monastero di san Pietro,

e iii
ita

-—
PRA PRIA TINTA,

IL CATASTO D’ ORVIETO, ECC. 271

proprietà un tempo di monache domenicane, ora ridotto ad uso
di carceri giudiziarie. Nel 1119 il vescovo d' Orvieto Guglielmo con-
cesse la chiesa ai monaci di Santa Croce di Sassovivo di Foligno, da
cui passò alle monache sopra menzionate. Recentemente, cioè nel
1860, la parrocchia di sant’ Egidio è stata per decreto vescovile
trasferita nella vicina chiesa di san Domenico.

San Leonardo era una parrocchia notevole perché vi fu riu-
nita anche quella di san Cristoforo. Sorgeva sul Corso (la via prin-
cipale della. città) dicòontro al palazzo Febei-Piccolomini. Venne
demolita nel 1802 e la parrocchia di san Leonardo fu trasferita
prima nella chiesa della Madonna di Loreto e poscia in quella
di san Bernardo.

S. Martino era prossima alla Porta Postierla e fu abbattuta
poco dopo il 1359.per ordine del cardinale Egidio Albornoz, che
nelle vicinanze fece costruire la celebre. Rocca, detta appunto di
san Martino, pressochè spianata interamente dai Beffati (fazione
cittadina) nel 1395, ricostruita più bella per cura dei pontefici Bo-
nifacio IX, Martino V e Nicolò V, compiuta da Paolo II e Ur-

bano VIII e restaurata pure da Alessandro VII. La parrocchia

di san Martino venne riunita alla chiesa ancora esistente di
santa Maria Nuova dell'Ordine dei Servi.

‘ Delle antiche chiese, da cui s'intitolavano i rioni del quar-
tiere di Poslierla, non rimangono in piedi se non sant' Angelo e
santo Stefano. ;

Il tempio sacrato al culto di san Michele Arcangelo esisteva
fin dal secolo VI. V'era annesso un ospedale e l'officiavano tre
parrochi. Ció indiea la grandezza della parrocchia molto estesa e
che annoverava piü di duemila abitanti.

‘Non così antica come sant’ Angelo era la chiesa di santo Ste-
fano, né tanto estesa era la sua parrocchia. Nondimeno se ne hanno
notizie fino dal secolo XII, nel quale venne assoggettata al capi-
tolo e al clero di santa Maria della Stella.

"Molto vasto e popoloso era pure il quartiere dei santi Gio-
vanni e Giovenale. I rioni di esso prendevano la denominazione
dalle chiese di questi. due santi e da quelle di san Matteo e di
san Faustino. 1

Il tempio di san Giovanni Evangelista, detto de platea, fu edi-
ficato nel 916 da Giovanni X, ampliato e restaurato nel 1003 da
272 5a G. PARDI

Giovanni XVII, demolito nel 1697. Sopra l'area di esso sorse la
chiesa moderna, più ristretta e del tutto nuova.

La chiesa di san Giovenale è notevolissima perchè conser-
vata in parte nella sua primitiva forma architettonica. Fu edifi-
cata nel 1004 a spese di sette nobili famiglie, tra le quali i Mo-.
| naldeschi ed i conti di Marsciano.

Le chiesuole di san Matteo e di san Faustino sorgevano pro-
babilmente nei suburbi della città, ora disabitati, presso Porta
Romana. Infatti tracce di abitazioni furono rinvenute nel fare l'at-
tuale Campo della fiera ed altre eran li presso, dove i muri tu-
facei della città scaricandosi hanno reso pericoloso il luogo.

Il quartiere ed il rione di santa Pace furono cosi denominati
dalla chiesa di santa Maria della Pace, costruita, assieme al
grandioso convento domenicano, nel 1233. Avvenuta la canoniz-
zazione di san Domenico, fu a lui dedicata.

Il cardinale Anibaldeschi ampliò il convento e la chiesa, che
eresse forse a tre navate. Vi stette come lettore di teologia, in-
torno al 1263, san Tommaso e vi compose, a detta di molti, l'uf-
ficio della festa del Corpus domini, allora istituita per solennizzare
il noto miracolo di Bolsena. In san Domenico sono la cattedra
del gran teologo e l'elegante monumento eretto da Arnolfo di Lapo
al cardinal Gugliemo di Bray, morto in Orvieto nel 1282.

La chiesa di san Cristoforo, da cui prende la denominazione
un altro dei rioni del quartiere di santa Pace, fu abbattuta innanzi
a quella di san Leonardo, in cui dapprima era stata trasferita
la parrocchia di san Cristoforo, corrispondente ad un. dipresso
alla parrocchia attuale della Madonna di Loreto.

Il rione di Valle Piatta terminava ad oriente il quartiere di
santa Pace confinando con quello di Postierla: era così chiamato
perchè comprendeva un'ampia ed aprica valletta ben coltivata e
poco abitata, a nord-est della città.

Il rione di Ripa dell'Olmo corrisponde in parte all’ odierno
luogo detto Ripa degli uomini: si estendeva per una lunga e stretta
striscia rasente alle ripe della città, a settentrione del quartiere
di santa Pace.

ll quartiere di Serancia non si sa perchè venisse così chia-
mato, forse perchè vi facevano la corsa del Saracino (giuoco della
. quintana). Corrisponde al moderno Serancio per buona parte.
-IL CATASTO D’ ORVIETO, ECC. . 2

Il rione di sant' Angelo sub Ripa fu denominato dalla chiesa
omonima, che doveva trovarsi nei suburbi meridionali della città |
nel luogo appellato ora Surripa. |

Quello di san Lorenzo similmente s'intitoló dalla chiesa del
medesimo nome, detta volgarmente san Lorenzo de Arari, forse
perchè non venisse confusa con san Lorenzo in Vineis sorgente
sur un eolle di faccia ad Orvieto. Esisteva già nel 1028, al tempo
del vescovo Sigifredo, nel luogo ove ora é l'orto de' frati minori.
Poichè recava incomodo a questi il salmodiare dei preti, che of- .
ficiavano in san Lorenzo, nel 1291 i Francescani ottennero che
fosse distrutta la chiesa. Nicolò IV lo concesse loro a patto che .
ne edificassero un'altra, alla distanza di 40 canne. Sorse cos;

: Pattuale:san Lorenzo costruita dal vescovo Francesco Monaldeschi.

Il rione di sant’ Apostolo prendeva il nome dalla chiesa dei

. santi apostoli Filippo e Giacomo, eretta nel 1007 e dotata da varie
. nobili famiglie orvietane. Fu una delle sette principali parrocchie an-

tiche. E ora proprietà del Seminario orvietano, a cui sorge accanto.

ll più popoloso quartiere della città era, come si è accennato
innanzi, quello di Postierla, che occupava circa un terzo dell'area
di Orvieto ed in eui abitavano piü di 5,000 persone appartenenti
a famiglie posseditrici di terreni. Infatti gli antichi quartieri erano
divisi in modo differente dai moderni, i quali occupano quattro aree
presso a poco uguali e simmetriche, spartite da due linee quasi
rette, che s' incontrano nel centro della città nel crocevia della Torre
del Moro. Invece in antico i quartieri cittadini eran formati molto
più irregolarmente. Il quartiere di Postierla comprendeva tutto il
moderno rione della Stella e parte di quello della Corsica. Il quartiere
di santa Pace abbracciava parte dell’attuale rione della Corsica e
di quello dell’ Olmo. 1l quartiere di Serancia era formato solo da una
parte del rione omonimo attuale. Finalmente il quartiere dei santi
Giovanni e Giovenale comprendeva, nella parte estrema della città,
contrapposto a quello di Postierla, una parte dei rioni dell' Olmo e
di Serancia. Talchè questi due quartieri, con due lunghe striscie tra-
sversali, si spingevano da una parte all’altra d’Orvieto. Anche le
divisioni delle antiche regioni non corrispondono certo alle moderne.
vie, ma seguivano piuttosto le delimitazioni delle parrocchie, conser-
vatesi senza grandi variazioni sino ai nostri giorni. Cosicché non
sarebbe difficile ricostruire la pianta topografica d’Orvieto nel 1292.

18
274 "G. PARDI

Ritornando al quartiere di Postierla, osserviamo quali nole-
voli personaggi dimorassero nel 1292 nei rioni di questo.

Il più ricco tra gli abitanti del rione di santa Maria era un
Angelo di Guido probabilmente dei Filippeschi.

Nel rione di san Salvatore dimorava Giacomino di Guasta
padre di quel Guasta di Giacomino, che nel 1316 fu con il capi-
tano di popolo, Poncello Orsini, all’ assedio del castello di Bisenzo (1).

Nella vasta, popolosa e ricca regione di san Costanzo abita-
vano Avveduto, Bonaventura e Neri di Benincasa della nobile
famiglia degli Avveduti, favorita poscia dal re Ladislao di Napoli
quando s'impadroni di Orvieto; Cittadino di Ermanno Monaldeschi,

che prestò fideiussione per Orsello Orsini quando giurò fedeltà

al Comune d'Orvieto; il padre di lui, Ermanno di Cittadino, morto
poco dopo; Giacomo di Guido di Trasmondo e gli eredi di Ciarfaglia
e di Pietro di Cittadino, appartenenti essi pure ai Monaldeschi.

Non è giusto pertanto l'asserire, come è stato fatto, che il

quartiere di Postierla fosse tutto di Ghibellini e di Filippeschi (2),

mentre nel rione di san Costanzo avevano la loro dimora i guel-
fissimi Monaldeschi. E di fatto, se il quartiere di Postierla fosse
stato tutto abitato dai Filippeschi, essi avrebbero formata. quasi
la metà della popolazione cittadina.

Nel rione di san Biagio abitavano Leone, Farolfo e Pietro
della nobile famiglia dei conti di Montemarte con i nepoti loro.

I Montemarte furono così detti dal castello omonimo.

Andrea di Farolfo di Montemarte ricevette dai Todini, sulle
cui terre eran posti i maggiori suoi possessi, un’ingiuria atroce,

che l’attaccò grandemente agli Orvietani. Andrea ebbe cinque figli:

Leone, Oddo, Farolfo, Pietro e Lando. Oddo e Lando morirono
assai presto; ed il primo soltano lasciò discendenza, che non giunse
tuttavia alla seconda generazione. Leone, vivente ancora nel 1292,
non ebbe prole. Da Farolfo discesero i conti di Titignano, da Pietro
quelli di Corbara.

Il conte Pietro fu tra i condottieri orvietani alla battaglia di

(1) Cfr. Urbevetana (Arch. St. it., anno 1889, p. 33).

(2) Questa falsa opinione é nata per le parole del cronista Manente, il quale al-
l’anno 1313 narra che furono abbattute 400 case di Filippeschi nel quartiere di Postierla.
Realmente molti Filippeschi abitavano lungo la via denominata ora soliana, ma questa
non era tutto il quartiere di Postierla, molto più vasto, come s' è detto, dell’ odierno
rione della Stella.


ee

IL CATASTO D’ ORVIETO, ECC. 915

Montaperti, ed il figlio Pietruccio uno dei massimi sostenitori
della causa guelfa in Orvieto (1).

I figli di Petruccio, Ugolino e Francesco (2), abbracciarono il
mestiere delle armi, che concedeva ai nobili d’allora, dopo il tra-
mutamento dei Comuni in Signorie, di acquistare gloria ed una
maggiore indipendenza; e tanto essi quanto i loro discendenti si
segnalarono in quell’avventurosa carriera.

Nel rione di san Leonardo abitavano numerose famiglie ap-_
partenenti alla nobile casata Della Greca: Aldobrandino di Ma-
nuppello, Francesco di Uguccione e Rinuccetto di Aldobrandino
di Manuppello. Furono probabilmente dei Della Greca Monaldo e
Pietro di Aldobranduccio di Niccola, dei quali troviamo ricordati
i possedimenti nel rione di san Leonardo.

Ma il pià notevole personaggio della casata Della Greca abi-
tava nel rione di sant' Angelo.

Ranieri o Neri di Uguccione (più comunemente detto di Ugo-
lino) ebbe in patria la carica piü ambita dei nostri Comuni me-
dievali, quella di capitano di popolo, in cui fu riconfermato due
volte. Egli di guelfo si fece ghibellino pev fierezza di sentimento
e per affetto alla città natale. Mentre infatti esercitava la capitania,
venne in Orvieto papa Martino IV, raggiuntovi da Carlo d' Angiò.
I soldati francesi di questo spadroneggiavano la città, la quale si
levò a rumore e gridò: morte ai Francesi! Neri, che avrebbe
dovuto consigliare la calma, incoraggiava invece la sommossa,
rivelandosi ghibellino di sentimenti. Più tardi fece nominare
un podestà ghibellino, il conte dell'Anguillara, e tentò far pri-
meggiare il proprio partito nelle cose cittadine. Non vi riuscì
perchè i Guelfi, capitanati dai Monaldeschi, eran troppo numerosi e
potenti. Nondimeno Neri Della Greca resta una delle. più fiere,
nobili ed ardimentose figure della storia medievale d’Orvieto.

Dimoravano pure nel rione di sant' Angelo gli eredi di Andrea
di Fallastata Monaldeschi ; gli eredi d'Aldevrandino, figlio di quel-

l' Amedeo Lupicini, che fu tanta parte delle cose cittadine (era

(1) Veggasi intorno a lui la Cronaca inedita degli avvenimenti d? Orvieto e d^altre
parti d’Italia dal, amno 1333 alU anno 1400 di FRANCESCO MONTEMARTE CONTE DI COR-
BARA (Pubblicata da A. F. GUALTERIO, Torino, 1846).

(2) È questi lo scrittore della Cronaca menzionata sopra.
‘9276

rettore di Orvieto nel 1266 come risulta da un atto del 29 giugno)
e venne dichiarato eretico e scomunicato assieme alla moglie Ste-
fania ed alla sorella Pacifica; gli eredi di quel Nino di Amedeo
(dei Lupicini anch'esso) morto nel 1289 nella battaglia, in cui fu-
rono sconfitti i Ghibellini di Arezzo (1); alcuni della nobile fami-
glia dei Provenzali, ossieno Cino e Meo di Rinuccio di Provenzano
e Provenzano di Amedeo (il cui avo, dello stesso nome, era stato
console ed anziano della città ed era morto paterino); Sinibaldo
di Pietro di Sinibaldo della ragguardevole famiglia degli Ardic-
cioni, ecc.

Nel quartiere dei santi Giovanni e Giovenale,
san Giovenale, abitavano Angelo di Alessandro, probabilmente dei
Filippeschi, Filippo di Bartuccio Filippeschi, Ranieri di Monaldo
e Pietro di Ranieri di Rodigerio Della Terza (2), altra illustre
casata orvietana, Ugolino di Aldobrandino Della Greca, ecc.

Nel rione di san Giovanni erano i palazzi dei conti di Mar-
sciano: Bernardino di Ranieri, Nardo, Neri ed Ugolino di Bul-
garuccio.

I conti di Marsciano traggono origine — a quanto narra
l'Ughelli (3) — da un conte Cadolo di stirpe longobarda, ricor-
dato in una donazione del figlio suo Lotario, che aveva ampi pos-
sessi in quel di Lucca e di Firenze; e presero il nome dal forte
castello di Marsciano, nome da essi conservato anche dopo di aver
venduto Marsciano ai Perugini nel 1281 (4). I discendenti di Lo-
tario acquistarono vasti possedimenti nel territorio di Chiusi e
d'Orvieto e verso la Maremma, e specialmente con Orvieto ebbero
relazioni. Nel 1118 il conte Bernardino di Bulgarello fece atto .di
sommissione e di vassallaggio al vescovo di Orvieto per il ca-
stello di Parrano, da lui posseduto e situato nella diocesi orvie-
tana (5): atto rinnovato dal conte Bulgarello al vescovo Giovanni
il 17 novembre 1211.

1667.

nel rione di

— RED

Mr Pe s cerra

(1) FUMI, Cod. dipl. d? Orvieto, p. 338.

(2) Il padre di Pietro, Ranieri Della Terza, abitava già tra la Piazza del popolo
e la Torre del Papa, ma nel 1281 (febbraio 16) aveva vendute le case da lui ivi posse-
dute al Comune, che le acquistò per fare la Piazza del popolo. Che uomo risoluto ed
audace fosse Pietro di Ranieri dimostra un fatto narrato nella Cr. Urb., p. 20.

(3) F. UGHELLI, Albero et Historia della famiglia de’ Conti di Marsciano, Roma,

(5) Ivi, p. 21. Da Bernardino di Bulgarello discesero i conti di Parrano.
[
Hos IL CATASTO D'ORVIETO, ECC. 20

Il conte Bernardino di Ranieri, che aveva stanza in Orvieto
| ; ‘nel rione di san Giovanni nel 1292, era figlio di quel Ranieri,
[E stalo podestà di Firenze nel 1250 (1) e che conquistò Gualdo per
t il Comune di Perugia l'anno appresso; e fratello di. Bulgaruccio
| ‘0 Bulgarello (di cui si conserva nell'archivio arcivescovile d'Or-

vieto il sigillo con l'arma, Ja più antica sin qui conosciuta de’ Mar-
sciano, tre gigli d’oro in campo rosso), che nel 1259 fu podestà
a Città di Castello e conseguì nel medesimo anno, assieme al fra-
tello Bernardino, la cittadinanza orvietana, « non solita — dice
l'Ughelli (2) — a conferirsi a’ Baroni, e Signori di Feudo ».
Bulgaruccio morì prima del 1292 lasciando i tre figli Bernardo
o Nardo, Ugolino e Neri, che vediamo appunto abitare in Orvieto
nel 1292, dove viveva pure lo zio Bernardino. Assieme al quale
nel 1276 avevano avuto controversia con il Comune di Poggio
Aquilone a loro soggetto, e nel 1281 avevano venduto Marsciano
al Comune di Perugia. per cinquemila lire. Erano così ricchi che,
sebbene (come appare dal catasto del 1292) avessero vastissimi
possedimenti in Orvieto, pure erano allirati per non meno che in
questa città nei registri del Comune di Perugia, sul territorio del
quale avevano castella e proprietà fondiarie in gran numero (3).

" : Nardo, il pià potente dei fratelli, fu nel 1282 podestà d'Or-
ls vieto, « offitio — son parole dell' Ughelli (4) — solito allhora darsi

dalla Republica a Huomini di cospicui nalali, e di valore emi-
nente ».

Dimoravano nel rione di san Giovanni anche i Ranieri, fami-
glia venuta in fama per Neri di Zaccaria, che, essendo nel 1315
podestà di Firenze, condannò per la terza volta all'esilio Dante Ali-
ghieri (5); e per Leonardo di Simone, che vendicò l’ uccisione dt
suo zio Guido e liberò la patria dalla tirannia di Matteo Orsini
nel 1345.

Nel 1292 vivevano Neri di Monaldo di Ranieri e Simone di

EI ii —À—

(1) PELLINI, Historia di Perugia, p. I, c. 260.
i (2) UGHELLI, ‘op. cit., p. 25.
E (3) Ivi, ivi, p. 26.
) : (4) Ivi, ivi, p. 27.

(5) Fu anche podestà d'Orvieto nel 1316 (G. PARDI, Serie dei supremi magistrati
e reggitori d? Orvieto dal principio delle libertà comunali all'anno 1500, Perugia, 1895,
p. 51).
G. PARDI

Ranieri di Guido, uno dei più ricchi cittadini d' Orvieto, stato po-
destà nel 1265-6 e nel 1285 (1).

Nel rione di Serancia del quartiere omonimo avevano l'abi-
tazione Giacomuceio di Ranieri di Guglielmo, de' Ranieri anch' egli ;
Oddone della famiglia dei Medici (i cui antenati avean ceduto al
Comune orvietano il castello di Bisenzio), il quale era stato sin-
daco del Comune nel 1270; Pietro di Giovanni e Vanne di For-
zore degli Alberici, che divennero poscia una delle più notevoli
famiglie della città; Roberto degli Albizi, di un ramo forse della
illustre casata fiorentina trapiantatosi in Orvieto; Ugolino di Lu-
picino Lupicini, uno dei Dodici eletti a far lega col Comune di

Perugia nel 1315 (atto del 3 ottobre di quest'anno) e sindaco nel.

1330 del Comune orvietano per cingere la spada al novello cava-
liere Bicello de’ Baglioni perugino.
Nel rione di san Lorenzo, presso le ripe della città, aveva

l'abitazione Corrado di Ermanno Monaldeschi, visconte del ca-

stello di san Venanzo, capitano di popolo in Firenze nel 1299,
eletto da papa Bonifacio VIH a presiedere alla fabbrica di santa Ma-
ria e alla difesa e al governo di Valdilago e di Acquapendente, e
morto nel 1300 in battaglia presso Radicofani. Egli accrebbe gran-
demente la potenza della propria famiglia sposando Latina dei vi-

sconti di Campiglia ed agevolò al figlio Ermanno l'acquisto della

signoria della patria (2).

Nella regione di sant’ Apostolo dimoravano Neri di Masseo
(Monaldeschi?); Vanne di Masseo Monaldeschi, giudice e lettore
di leggi nello studio orvietano, uomo molto stimato per senno e
dottrina, uno degli otto sapienti scelti a trattare con la Curia ro-
mana la quistione dell’interdetto scagliato contro il Comune, sin-
daco e procuratore di questo per rinnovar la lega con Perugia (3),
uno dei Signori Cinque nel 1315 (4); Pietro Novello di Monaldo
Monaldeschi, ambasciatore al papa nel 1300, uno di. Cinque, ca-
pitano di parte ‘guelfa e capitano dell'esercito mandato in soccorso
di Firenze nel 1315 (5); Ugolino di Bonconte Monaldeschi, il cui

Y

(1).G. PARDI, Op. cit., p. 4l e 44.
(2) G. PARDI, Là siondria di Ermanno Monaldeschi in Orvieto, Roma, 1895, p. 12.
(3) Ivi, ivi, p. 10.

(4) G. DARDI, Il Governo dei Signori Cinque in Orvieto, ivi, 1894, p. 21 e 23.
(5) Cfr. le duc Op. qui sopra cit., l'una a p. 11 e l'altra a p. 24.
pae Luni:

un

Tete

IL CATASTO D' ORVIETO; ECC. SOTTO

padre fu due volte podestà d'Orvieto (nel 1241 e nel 1956), avo
dell’altro Ugolino di Bonconte, che aiutò Ermanno Monaldeschi
ad impadronirsi Qu signoria della patria e dapprima divise con
lui il potere.

Nel rione di santa Pace del quartiere dello stesso nome erano
le case di Angelo di Ranuccio di Trasmondo Monaldeschi, di Bon-
giovanni, di Celle e di Petruccio di Riccio dei Miscinelli (4), po-
tente famiglia ghibellina mandata a confine nel 1315 (2); di Cane
di Monaldo Monaldeschi; di Intende di Cremonese degli Ottimelli; -
di Lunardo di Giacomo e di Ranieri della Terza; di Montanaro
di Berardo, di Monalduccio di Catalano, di Spinello di Ranuccio
di Trasmondo e di Spinuccio di Iallaehino Monaldeschi; di Orge-
sio dei conti di Cetona (grosso castello dipendente dapprima da
Siena; poscia da Chiusi e finalmente venduto ad Orvieto dal
conte Aldobrandino); e di Ugolino di Ugolino della Greca, fratello
del famoso Neri capitano di popolo.

Nel rione di san Cristoforo abitavano Amedeo di Guido di
Marco ed Egidio e Filippo di Simone, probabilmente appartenenti
alla famiglia dei Ranieri, e Lotto e Vanne di Cambio dei Miscinelli.

Un altro dei Miscinelli, Osicco, aveva dimora nel vicino rione
di Valle piatta.

In quello di Ripa dell'Olmo eran le case di Andrea di Ca-
staldo, probabilmente dei Filippeschi, di Andriotto e di Bernar-
dino Avveduti; di Alessandro di Bernardo Filippeschi; di An-
druccio di Pietruecio di Bongiovanni della famiglia Bonaccorsi;
di Giovanni di Sperandio e di Neri di Pietro Sallamare; di Neri.
di Alessandro e di Stefano di Giordano di Stefano Filippeschi
e di Rinuccetto e di Sinibaldo degli Ardiccioni, famiglia ghibel-
lina molto potente (3).

Tali adunque i principali personaggi abitanti nei vari rioni
dei quartieri cittadini. La storia potrà forse acquistare dalla co-
noscenza delle loro ricchezze qualche lume — essendo la ricchezza
mezzo precipuo per venire in potenza ed in fama —; e non lieve

(1) Petruccio di Riccio Miscinelli fu condannato come eretico nel 1268.

(2) Furon posti i Miscinelli nella prima cerna dei CORUDALL composta. de’ più
ardenti ghibellini.

(3) Monaldo degli Ardiccioni fu capitano di popolo nel 1285. Una sorella di Ri-
muccetto e di Sinibaldo, donna Imilga, nel 1268 (settembre 28) era stata condannata
come paterina.
G. PARDI

vantaggio ne ritrarrà la topografia dell’antica Orvieto, che aveva

allora una divisione molto diversa dall’odierna e da nessuno sin
qui conosciuta. Le vie di essa si popoleranno inoltre delle figure
. di un'epoca gloriosa, rammentate a noi dagli avanzi dei palazzi
e delle torri dei Monaldeschi, dei Filippeschi, dei Della Greca,
dei Ranieri, dei Della Terza, dei Miscinelli. Infine si avrà quasi
la fisonomia della città, dove alcuni rioni (come quelli di san Matteo,
di san Faustino, di sant'Angelo sub Ripa, di Valle piatta) non
erano abitati che da povera gente e non popolati che da basse
e miserabili case di tufo; mentre in altri (come quelli di san Gio-
venale, di san Giovanni, di san Costanzo, di Serancia, di santa Pace)
dimoravano i più ragguardevoli personaggi e si ergevano superbe
le casetorri merlate e si aprivano le botteghe dei grassi artigiani.
Per mezzo dell'esame, da noi. intrapreso, dei nomi iscritti
nel catasto orvietano del 1292, oltre a rintracciare gli uomini più
notevoli del tempo, potremo pure farci un'idea dell'origine dei
nostri nomi, cognomi e soprannomi, che nella primitiva forma
latina. medioevale faranno trasparire.abbastanza chiaramente; come
attraverso un tenue velo, il loro significato. Avremo, inoltre, in
essi le più antiche tracce del dialetto orvietano.
Ecco adunque la più parte. dei nomi adoperati nella città
d'Orvieto nel 1292, disposti in ordine alfabetico:

NOMI MASCHILI.

Accomandettus ^... ID21064.. Andreas — ..5 75 us, Lor
‘Acconmannus .:-..-....: I, BET Andruliuss 205. 3 r.
Accursutius 43-r.--c-Andriocius 0. n 100 t.
Actavianus . REUS o96:r. "Anglntius i.v. so 116 t.
Adélmusz o: no ‘39 r. Angnelus (e Angelus). P4:
Admannitus . . . . A9. -Angmelutius^ 5v Sov 3 t.
$ Albertus. o6 crei, 04 0... Anseligna s is 44 t.
Albonectus: ^. « . BO: Appressust. Il Ti)
Aldrevanninus . . . e Tr Apoloniuss,i on o 108 r.
Aldovinuss S. s 49 t, .Argumentus . —. —. o Ill; Dr.
Aldovinutius . . . 49: t, " cArloGtu8s- Serata Hm.
Alexander. 44 7. 42.3 dita zAzzonnusi 2255. . .IVDa4 T
ATexIUSu ue oo 96-05 « Baldese 7 ns e IIES40: t.
Alleyatus; or CHI, Baldus o9 600.05 127199 ti
Anmadoresi. 5 $- . 1,9 42 0; .Banmbaronus — v: ^5 IL 901
"moddeus- s sca CXII M06 Uo BAroUb o, nn ER S
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Benvenutus.. fi Un.
Berardus (e Bernardus)
Berardellus . :
Berardinus (e Bernar-
QInüssi LT MECS
Berarditius (e Bernar-
. ditius)
Berrezoctus.
SBerbusi 5 i eon eA
Berzus uf.
Bezocus (e Bizocus).
Biecutius^ .:— 4
Bindus i
Bindauusz 5. nios
Blancus .
Blaxius .
BlaXiolu8 5.
Bonaccursus
Bonencasa .
Bonifatius ;
Boniohannes . . . .
Borgarutius .
DBranchiuss s sente.

Bucculus .. #4
Bucculutius
Bundus .
Canappus:...'. <>.

Cangnus (e Cagnus) .
.Cangnolus .

Gante s Ao c I NIRE
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Dompnadeus
Dorannus
Egidius .
Ermannus
Farolfus .
Fassciolus
Filipputius .
Fortutius
Forzore .
Franchus
Francutius .
Franciscus .
Francischellus .
Fredericus .
Frederigellus
Galganus
Galismus
Gentilis .
Gerardus
Gerardutius
Geri

Giullus;:. i
Giliutius.
Giottus
Gismundus .
Goctofredus
Golante .
Gratiosus . .
Grimutius. .
Guasta
Guastutuis .

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Guidus (e Guido) P 8r. Marcellus 44 r È
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Guidarotius . . 0.0 65r, - Mamntinusé.. $5 x4 47 r. E
Guecius oo. ica 8 r. Masseus. RR: 13-7. E
(Guibertus 51: 27 r. - Massueceptus . . . . II, 22r. (È
Guilimutnis ra 06xt=Meliores;.../, sio a Voet) i
Guillelmus... . 4. Spr Meuss 115.2159... 1) 0,5599 E
Guilllmutius . . . . 3b Micchele. si, 46 t. p
Guiscardus . —. ..... . IH Oir. Montanarus . . .'. 12 r. È
Henricuss Dir Munaldus-5: *5 eios SO. l
Hérmaánnus | 4. 5.5 D 297,0 Nasa 13i E
Hermannells: . . 1908 r. .Namoratus;. s. o 97- t. :
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Puzzolus .
Ranaldus .
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Rayneruis. .
Raynuzzinus

Raynuzziptus

Riechus .
Riccobaldus
Rodolfus. .
Rollandus .
Rollandinus
Romanus
Rubertus
Ruffinus. .
Rugerius .
Rusticus.
Sabbatinus .
Salomon. .
Salvarellus .
Sascanellus.
Savinus . .
Senebaldus .
Serafinus
Severus .
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Abbeduta
Alamanna
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Alegranza .
Altedemana
Amata
Andriutia .
Angela .
Angelica
Armanna .
AZ. s.

I, 106 t.
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32 t.
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3 0IL.-20.r.
SCIT, 27. r.

IL CATASTO D’ ORVIETO, ECC.

Solomia . .
Spinellus .
Spinutius .
Stephanus .
Symon . .
Symoncellus
Syribellus .

T'aldus sa

Tancredus .
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Tebaldus
Tempus .
Thomassus .
Tnussitazr:

Transmundus . .-.

Ufredutius .
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Vangnes (e Vannes)

Vangnutius.

Veraldus .

Verzillus .
Zaccaria.. .
Zarfaglia (e
Zarrus .

Zelingus.. .

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Zorrus: s.s

Ziolius 5...
Zuccus
Zumbus. .
Zutius .

Zarfagla) .

NOMI FEMMINILI.

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QUT. 1 t.
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IV, 82. t.
85 r

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BDarnabea .
Bellabruna .
Bellaveni
Benamata .
Benvenuta .
Berta.

Blanca . .

Blaneiflore .
Biatriee . .
Bona.
Bontade .

TIPO]:
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II:5.230 m
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III, 28 r.
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84 r.
284

Bosa .
Calandra
Caradonna .
Chiavoneria
Clara.
Diamante
Dieta .
Divitia

Domenagolata.

- Drusta
Eneisa
Fabressa.

— Florentina .

Fontana .
Foresetana .
Francisca
Galitiana .
Gemma .
Giuglia .
‘Gradilitia
Gratia
Gudilitia.
Guidocta.

G. PARDI

I, 40r. Guidulia.
T5 425m: :Tacoba

13 t. Tuliana .
IV, 73 t. Iunchetana.
I, 34 t. Margarita

49 r. Marzia
II, 85 r.- Mathea .

158 r. Micchilocta.
III,107 r Odolina .
IM OlvA.
II,..16 t. ‘ Pisana

106 t. Plana.
II, 57 r. Riccadonna.
III, 48 t. . Riccha
II,-109 r. —Rosana -.
I, 35 t. ' Sabbatina

32 r. SebHia

45 t. Spadutia.

14 t. Stefania.

6 r. Verde. È
II, 427 r. Verdenevella .
. I, 42 t. Verdiana
ac nVose4- t.

COGNOMI E SOPRANNOMI.

Adbiduti (Cfr. Avveduti) I, 53
Advanzati (Cfr. Avvan-

zati 9
Albese . 44
Alteneve 48
Amoddei (Cfr. Amidei) 49
Aroni. i A 11
Ardizzari 14
Arezzari. 28
Avaritie . 30
Baroni 16
Bastantie III, 57
Beccari . I; 58
Beccaromi . 97
Becchi IV, 85
Becuneranti 72
Belcortese . TD[7501
Beldie T1:7746
Benassagi . I4

ASI Ae ctoH eb MED a Da o eer ero

Benefacti
Bencevenne

Bentevengne .

Bevetutti

Bilaequa (Cfr. Bevilac-

qua) .
Boccabone .

Boccafrictelle .

Boccalepre .
Boccalete

Boccanera (Cfr. boasi

negra)
Boccarie.

Bocatiusdictus (Cfr. Boo:

caccio)
Bonafede

Bonaiuntis (Cfr. Bondg.

giunta) .
Bonaguide .

I 4 r. t
59. T. Di
TILL, Bd: È
Lg [3
IV,106 r. ^
II, 109 r. ii
108 r. È
DU O7AT: Í
I, 12 t. È
97 r. È
I, 25r. Ì
III, 44 t. È
97 r.
195 t.
16545 9.
HEP. 250.
59 r.
II,- 47 f.
IV, 44 t.
41. r.
Most.
:
I, 07r.
Lo A4
III, 84 t.
1:539 f. I
11,540. t |
I, 436 1 |
IV,134 t j
II, 46r Ri
III, 97 r.
I, 1074 4
40 r. 1
TI; :67:r t
II, 89 t 1
E 40:f.
49 t
IL

Bonavenere.

Bonazi (Cfr. co)

Bonfilgli (Cfr. Bonfigli)

Boninsengna (Cfr. Bo-
ninsegna)

Bonostis .

. Bonsegnoris (Ofr. 5

signori) . :
Borscette (Cfr. Borietta):

CATASTO D' ORVIETO, ECC.

Bramandi(Ofr.Bramante)T, 44
Brandalgle (Cfr. Branda glia 103

Brunazzotti.

Bueciconi

Bucti (Cfr. Butti)

Busse .

Butrichelli .

Cacabassi È

Cagagolpe (= a)

Cambii (Cfr. Cambi)

Capraceche. . ;

Cardinalis qui dicitur
(Cfr. Cardinali) .

Carebone

Carmangne (Cfr.
magna) .

Carteblance:

Casati.

Cavaldolo

Cavalleri | (Cfr.
glieri)

Centucose

Cicerle

Civenne .

Car-

Cava-

Clazzarnesi (= SC aos

ciarnesi ?)
Cocce . :
Compangni (Cfr. Con
pagni)
Cornacchia .
Crudelis (Cfr. Crudeli).
De Albricis (A%Wericî)
De Claratenuta

DeFilippischis(ZWippeschi) ^54

De Grecha (Della Greca)

De Miccinellis (Miscinelli)

II, 49
I, 102
ne
1.42
II, 47
19

1,5 49P
III, 62
II, 402
I, 26
II, 106
I, 407
III, 20
25
15549
II, 47
IH; 2
132
II, 102
88
1:55:50
II, 38
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III, 36
IV, 76
II, 10
IV, 80
33

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CUN Ci cinica Sp d

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De Optimellis (Ottimelli)
De Spada (Cfr. Spada)
De Tertia (Della Terza)
De Turri (Della Torre)
De carnodevale (=. di
carnevale) .
Deoceviva . ;
Deotallevi (Cfr. Diotal-
levi)... :
Deotesalvi (Cfr.
salvi).

Dioti-

' Fassce

Faranfutii

Ferraloca : ;

Flaccalussu (= fiacca
lusso).

Fiorite (= fiorita):

Fogalassci !

Fortibrazze (Ofr. For i
braccio) .

Fortisguerre (Cfr. or:
teguerra)

Fragavire

Frascanbocche.

Gentilezze .

Ghise .

Gibellinus do

Gódete

Grani . VET

Grassci (Cfr. Grassi)

Grassilli (Cfr. Grasselli)

Guance rossce (guance
TOSS).

Lazzarulli .

Leccardi.

Lomange

Maccari .

Madonne

Malabranca.

Mancie

Mancini . EE

Manzafoecaza (= man-
gia focaccia)

Marcabrini .

De Monaldischis(Mona/deschi) 10 r.

285

11.r:

III, 68 t.
Ix 2057
245^t.
1I5:467 r:
66 t.
TOS:

109 r.
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TES t:
ESSO:
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I, *.-60^t:
IV; 2050:
Tec 9389
100 t.

II; 109r;
Tide
ILI^75;t.
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III, 60 r.
6 t.

144 r.

I2 440:
[15:390
I 638%:
66 t.

I; 947.
II, 146 r.
204 t.
I:355598: 0:
III, 56 t
5 sr
986

$ 7. — Pivieri, castelli, ville e contrade:
nomi loro e delle persone che li abitavano.

G. PARDI

Marconi . I, 2342t. Scancati. Tit: 53
Meldrude II, 30 t. Seangni. 8
Mezzabanife. I, 104 r. Scarcamurus II,. 58
Micci . II, 97 r. Scarpette I 93
Moniezza—immondesa)I: 118 t. Scelenguatus (= actin:
Mucafave IV,.38 t guato) II, : 90
Nasus. 66 t. Schiacte. IIT, 10
Nobilis (Cfr. Nobili). I, 412 t. Scolari 1:468
None (Della Nona) . 40r. Segni. 40
Occuli bovis 1r. Servidei. 30
Orbene 5 97 t. Settembrine. TIE 42
Paeipti (Cfr. Pacetti) 10 t. Siccadenari. 33
Panaccattati II, 26 r. Sigilbocti IV, 40
Papilloni IV, 78 r. Sordonus. H5. 10
. Pazzus III, 24 r. Sperandei (Cfr. Spérandio) T; 67
Pectorutius. II, 25 t. Squinzacannelle . 13
Pellis. II531513 r. . Stabilis. . 104
Penze . I, 443 t. Strambus III;.42
Pessine (Cfr. Pessina) ; 11 t. Taborie . E520
Pigulotti. 11 t. Tartalgli (Cfr.

Pilosus II, 196 t. glia) . 50
Pleneri 1;7716 4^. .Tignosi. 41
Ratfe-.- . 105 t. . Truffe. 116
Riccomondi. II, 44 r. Tundus . 2
Rigalis I5 8 r. Vaccondei 30
Robbavilla . III, 67 r. Verdepalme. 85
Roneiglioni . II, 20 t. Vespe. 3
Rovai. 15 r. Vidi 60
Rubeus 15 t. Villani 14
Sacentis . : IV, 21 t. AVindemie 45
Salimbene x III, 41 r. Zanforgrani 7
Sallamare 96 t. | Zanforgnige 40
Scambii . I, 444r. Zifere. III, 40

A quel modo che la città partivasi in quartieri (altrove in

sestieri, ecc.) ripartiti in rioni;
vieri, ville e castelli.

così il contado dividevasi in pi-

Nel 1278, per ordine di Bertoldo Orsini, podestà d’ Orvieto,
furono dichiarati i confini dei pivieri e delle terre del contado
orvietano (1). Ed i pivieri erano allora denominati in tal modo:

(1) FUMI, Cod. dipl., p. 320.
IL CATASTO D' ORVIETO, ECC.

A CO CDIGUIIS.

TT: A Carnaiola.
III. Monteleone.
Vi Fabro.
V. - Fichino.
VIE Castell’ orvietano.
VII. Castel vecchio.
VELE Camposelvoli.
IX. ‘ Cetona.
X. San Giovanni di Monte Pagliano. E
XI. ‘ San Donato. T D»
XII. Sant! Abbondio. 3
fo: XIII. Bardano. 3
: 1 XIV. Sugano.
1 | XV. Petroio. :
E XVI. Petramata o San Pietro in veteri.
XVII. San Fortunato.
x XVIII. Santa Maria in Porzano.
XIX. Agliano. E
RX; Vaiano. n i: i
1 XXI. Castel dell'abbazia di santa Maria di Vaiano.
: XXII. Morrano.

XXIII. Santa Maria di Stiolo.

DL XXIV. San Felice. i

[. XXV. Santa Maria in Selva.

b. XXVI. Rasi.

XXVII. Stennano.

t XXVIII. Mimiano..

Es XXIX San Giovanni de Selvule.

I» XXX Monte Lungo.

jos XXX Monte Giove.

.. Nel catasto d'Orvieto del 1292 troviamo una completa indi- .
zione di tutti i pivieri, i castelli e le ville del contado, che noi
riportiamo qui appresso. Noteremo qualche differenza tra la prima
e la seconda lista. Ad esempio il castello di Cetona non è più iscritto
fra i pivieri, essendo piuttosto una terra dipendente dal Comune
d’Orvieto che non un piviere di questo. Viceversa vediamo ag-
T. giunti i pivieri di Allerona e di Montegabbione ed i castelli della
| Torre, di Monterubbiaio, di Paterno, ecc.
XVII.
XVIII.
XIX:
XX.

AC XX T:
XXII.
XXIII.
XXIV.
XXV.
XXVI
XXVII.
XXVIII.
XXIX.
XXX.
XXXI.
XXXII.
XXXIII.
XXXIV.
XXXV.
XXXVI.
XXXVII.
XXXVIII.
XXXIX.
XL.
XLI.

G. PARDI

Pleberium Ficulli.
Villa Abbatie Montis Orvetani.
Villa Uzelle.

Villa Rotansilve.

Villa Mealle.

Villa Montis Nibi.

Villa Sancti Venantii.
Villa Vesscani.

Villa Sale.

Villa Corvini.

Villa Grilglani.

Villa Zelle.

Villa Torselle.

Villa Porselle.

Villa Carrarie.

Castrum Fabri.

Castrum Urbevetanum.
Pleberium Sancte Marie in Porzano.
Castrum Campursilvuli.
Castrum Alglani.
Pleberium Aleronis.
Villa Meane.

Castrum Rubialgli.
Castrum Paterni.
Pleberium Sancti Fortunati.
Villa Podii.

Villa Canalis.

Pleberium Bardani.
Villa Fagani.

Pleberium Sancti Donati.
Villa Sancti Clenci.
Villa Auriana.

Villa Vallonchi.

Villa Alviani.

Pleberium Mimiani.
Villa Campilglolis.

Villa Fracte.

Villa Podii

Castrum Suffii.

Villa Saneti Abundi.
Villa Podii Raynerii.
XIII:

XLIII.
XLIV.
XLV.
XLVI.
XLVII.
XLVIII.
XLIX.

LXII.
LXIII.
LXIV.
LXV.
LXVI.
LXVII.
LXVIII.
LXVIX.
TX
LXXI.
DXXIL
LXXI1I:
LXXIV.
TXGCVA

JLXOGME

LXXVII.
LXXVIII.
LXXIX.
IOXX.
XXXI,
LXXXII.



IL CATASTO D'ORVIETO, ECC.

. Pleberium Sucani.

Villa Montis Seraldi.

Villa Posolle.

Castrum - Lubriani.

Castrum Civitelle. Agliani.
Pleberium Sancti Iohannis in Silvolis.
Villa Grisungnani.

Villa Francangnani.

Villa Patrignoni.

Villa Seiani.

Villa Capite.

Castrum Fichini.

Pleberium Sancte Marie Stiole.
Castrum Montis Guabionis.

Villa Dalliane.

Pleberium Montis Longi.

Villa Nervani.

Villa Spantis.

Pleberium Sancte Marie de Rasa.
Castrum Vetus.

Pleberium Sancti Felicis.

Villa Militis. |

Pleberium Sancte Marie in Silva.
Villa Siccani. !

Villa Saneti Severi.

Villa Cezzani.

Castrum Rote Castelli.

Villa Collis Longi. È
Pleberium Sancti Petri in Vetere.
Villa Petrorii.

Pleberium Montis Iovis.

Villa Civitelle.

Castrum Montis Iovis de Montanis.
Villa Abbatie Aque Alte.
Pleberium Montis Leonis.
Pleberium Caraiole. :

Pleberium Stennani.

Villa Cannarii.

Villa Sancti Augustalis.

Castrum Onani.

Pleberium Morrani.
LXXXIII. Villa Morrani.
LXXXIV. Villa Sancti Fustini.
LXXXV. Castrum Mucaronis.
LXXXVI. Villa Monazzani.
LXXXVII. Villa Saneti Petri.
LXXXVIII. Villa Fulglani.
LXXXIX. Villa Balnei.

e Villa Cerreti.
XGI Villa Montonis.
XCEE Villa Ancarani.

XOIII. Castrum Turris.

Questi.i nomi dei pivieri, delle ville e dei castelli orvietani
nel 1292. Ogni piviere poi e villa e castello aveva varie contrade
con differenti nomi. Reputando inutile riportare i nomi di ogni
contrada, riferiremo soltanto quelli del piviere di Ficulle, nell’or-
dine in cui si presentano nel catasto del contado:

Contrata fontane, cerri grossi, case longe, rayni, zeppeci, runilgloli,
caccoli, larciriani, sancti Iohannis, casaline, mercati, fontis febraie, sancti
" Cristophani, rote, ripe, scopite, cerreti, canalis, sancti Quirici, de bussolis,
scandilarii, revellate, vivolgle, ecc. Altre denominazioni locali erano le
seguenti: in valle, în costis fontane, in elcito, in valle placta, in carbo-
naria, in valle vecchia, in plano, in plano montis, în fontanellis, in or-
talibus, in costa pantani, in podio donato, in strepalglis [sterpaglis], in
podio PACI in fornacibus, ecc.

‘ Ficulle, donde s'intilela il grosso piviere di tal nome, é ora
capoluogo di mandamento nel circondario di Orvieto. Fu il nerbo
‘della potenza dei Filippeschi; vi nacque il giureconsulto Serafino,
podestà di Orvieto nel 1200.

Il castello dell’abbazia di san Niccolò. del Montorvietano sor-
geva a poca distanza da Ficulle. Infatti l'abbazia con le case at-
torno era cinta di mura a guisa di fortilizio o castello.

Al mandamento di Ficulle appartengono Rotanselva, Mealla,
Montenibbio, Verciano e l'antico castello della Sala. Quest ultimo,
situato a sud-ovest di Ficulle, fu sottoposto alla giurisdizione del
Comune di Orvieto nel 1222, fu proprietà di Gentile Monaldeschi,
tiranno di questa città nel 1437 — egli. dal castello prese il so-
prannome di Gentile della Sala — e venne distrutto pochi anni

UT tette em IT

maar pi nennt yc

TAN,
sd

fiero Sia)

IL CATASTO D' ORVIETO, ECC.

dopo. San Venanzo è ora Comune a sè nel mandamento d'Or-
vieto. Le terre di Zelle, Torselle e Porselle potrebbero forse ve-
nire identificate con i paesi odierni di Celle, Torsollino, e Po-
celle. Carrara, castello ora distrutto, sorgeva presso Ficulle. Vi
nacque, pare, il monaco Graziano.

Fabro, capoluogo di Comune nel mandamento di Ficulle, | ap-
partenne ai Monaldeschi della Vipera, al famoso Bonconte, cru-
dele tiranno d'Orvieto nel secolo XIV.

È sparita la denominazione di Castellorvietano. Santa Maria
in Porzano corrisponde DIS nalie al luogo detto Santa Maria
vicino a Fabro.

Camporsevoli o Camposelvoli è stato conteso tra gli Orvieteni
ed i Senesi, si sottomise ai primi nel 1288, ma fu occupato sta-
bilmente dai secondi nel 1433. È ancora in quel di Siena.

Agliano appartiene ora al mandamento di Bagnorea nella pro-
vincia di Roma. :

Allerona, grossa terra presso al Paglia, forma Comune nel
mandamento di Ficulle. Ad ovest di Allerona era la villa di Meana.

Castel Rubiaglio corrisponde all' odierno Monterubbiaio, paese
del Comune di Castel Viscardo nel circondario d'Orvieto.

Paterno denominasi ora Poggio Paterno e sorge non lungi
da Castiglion Teverina e da Baschi, con cui fu in lotta, riceven-

. done una tremenda, sconfitta, tanto che si diceva: chi vuol veder

Paterno vada a Baschi (imitazione di un altro più noto motto po-
polare). Nel 1348 sembra si fosse ribellato ad Orvieto. Infatti Mo-.

- naldo di Ermanno Monaldeschi chiese di poter tenere pedoni e

fanti nella Teverina « ad resistentiam illorum de Paterno et
Roccha Sberni ». i

San Fortunato, piviere orvietano una volta, è frazione del Co-
mune di Marsciano nel circondario di Perugia.

La villa di Poggio corrisponde probabilmente a Poggio Aqui-
lone, che sta nel Comune di san Vito in monte (mandamento

. d'Orvieto).

Canale è a sud e Bardano a nord di Orvieto, non lungi dalla città.
San Donato, piviere un tempo, è ora un podere della con-
tessa Piccolomini non lungi da Castel Giorgio (mandamento d'Or- |
vieto); vi sono gli avanzi d'un'antica abbazia. Villa auriana,
Vallonchio e san Clencio eran località del piviere di san Donato.
G. PARDI

Alviano, castello del mandamento di Amelia nel circondario

di Terni, è noto per i suoi signori, che furono valentissimi nelle

armi. Basterà ricordare tra essi Ugolino d’ Alviano, capitano di
popolo d’ Orvieto nel 1313, e Bartolomeo d' Alviano, che ebbe nome
non oscuro tra i condottieri del suo tempo. Presso Alviano, il
21 marzo 1214, furono stipulati i capitoli di amicizia e di alleanza
tra Narni ed Orvieto.

Il castello di Campiglia, ora in quel di Siena, fu sottomesso
ad Orvieto da Visconte di Gentile il 10 settembre del 1215. I vi-
sconti di Campiglia erano molto potenti e contribuirono alla gran-
. dezza di Ermanno Monaldeschi, nato da una donna di quella fa-
miglia. Nella guerra tra Firenze e Siena, stettero con Orvieto,
alleata dei Fiorentini, contro i Senesi.

La Fratta si può forse identificare con Fratta todina (man-

damento di Todi, circondario di Perugia); e Castel Soffio potrebbe
aver qualche relazione con Castel Sozio, che stava a mezzogiorno
di Civitella d'Agliano.

Sant’ Abbondio e Poggio Ranieri son due località del Comune
di Allerona.

Sugano, castello ad ovest di Orvieto, appartenne a Corrado
di Berardo Monaldeschi e fu occupato e bruciato. nel 1413 dal-
l’esercito di re Ladislao: Monte Seraldo e Posolle erano località
del piviere di Sugano.

Il castel di Fichino, a mezzodì della montagna di Cetona, non
lontano da Camporsevoli, fu contrastato molto tra Orvietani e Se-
nesi: lo tennero gli uni per molti anni, finchè agli altri fu con-
cesso da Pio II verso la metà del secolo XV.

Lubriano e Civitella d'Agliano sono ora nel mandamento di
Bagnorea (provincia di Roma). Lubriano appartenne ai Monal-
deschi del Cervo (vicino ad esso sorgeva il castello della Cervara)
e vi fu sepolto Benedetto di Ermanno. Civitella era uno dei pos-
sessi. di Corrado e Luca di Berardo Monaldeschi. Venne distrutta
nel 1322 perchè ribellatasi più volte ad Orvieto, ma poco dopo
ricostruita. QU.

Montegabbione é Comune nel mandamento di Ficulle.

Montelungo e Nervano sono poco lontani da Spante, frazione -

del Comune di san Vito in monte.

Castelvecchio era verso Toscanella: nell'atto di concordia tra

m

C Are
^IL CATASTO D’ ORVIETO, ECC. i 293

i Comuni di Orvieto e di Toscanella è stabilito che la rocchetta
di Castelvecchio non danneggerà quei di Toscanella (1283 mag-
gio 23).

Villa Militis forse Rocca di Meleto sul Tevere non lungi da
Baschi, nella provincia romana.

Gezzano è il moderno Genzano (circondario d’ Orvieto).

San Severo, il paese dove sorgeva l’abbazia dei santi Severo
e Martirio, è nel mandamento d’Orvieto: vi si conserva un bel
palazzo del cardinale Girolamo Simoncelli, erettogli forse da Si-^
mone Mosca, con entro affreschi dei fratelli Zuccheri.

Rotacastello è nel Comune di san Venanzo nel mandamento
d'Orvieto. I suoi conti molestarono san Vito e furono perciò posti
al bando dal Comune orvietano e scomunicati dal vescovo.

"Collelungo pure è nel Comune di san Venanzo.

San Pietro in vetere denominasi anche oggi san Pietro: sta
nel Comune di Fabro.

Monte Giove è nel mandamento di Ficulle:' appartenne un
tempo alla famiglia Mazzocchi: fu posto a fuoco nel 1325 dai Vi-
terbesi capitanati da Silvestro di Ranieri Gatl.

La villa di Civitella corrisponde a Civitella de’ Pazzi, comune
di Baschi, mandamento di Todi, dove sorgeva pure un tempo la
celebre abbazia di san Pietro di Acqualta, luogo oggi detto
Abbadia.

Monteleone è Comune del mandamento di Città della Pieve
nel circondario di Orvieto, Carnaiola sta nel mandamento di Ficulle.

La denominazione di Stennano non esiste più; ma il luogo
così detto ‘era situato tra Morrano e Spante, ad est di Orvieto.
A settentrione di Stennano è san Faustino (mandamento d’ Orvieto).

Villa Cannaria non ha certo nulla che fare con Cannara del
mandamento di Bevagna nel circondario di Spoleto, ma piuttosto
forse con il paese di tal nome situato nel circondario di Perugia.

Onano è nella provincia di Roma, mandamento di Acquapen-
dente. Apparteneva ai visconti di Campiglia, che lo dettero in pegno
al Comune di Orvieto. Fu poi feudo dei Farnese, contea di Corrado
e Luca di Berardo Monaldeschi, possesso di Luca della Cervara.

Morrano è a nord-est di Orvieto e trovasi nel di lei manda-
mento. Non è da confondersi con il paese dello stesso nome, che
fece parte un tempo del Contado aldobrandesco (in Maremma); ed i
: aper D
NEW UMP E iam E

G. PARDI

cui signori furono quasi sempre in pacifiche ed amichevoli relazioni
con gli Orvietani e vennero assoldati da Ermanno Monaldeschi
nella guerra da lui intrapresa contro gli Orsini.
Mucarone è una piccola località non lungi da Morrano (ora
più comunemente detta Maccarone); così Monazano (ora Molazano);
così Bagni e Montone (ora Poggio Montone) ed Ancaiano, tutti

luoghi del mandamento di Orvieto. È sparita la denominazione di

Cerreto, ma questa località doveva esser presso Morrano essa
pure. Non sappiamo se Fugliano si possa identificare con Fuli-
gnano, terra del Comune di san*Vito in monte.

ll castello della Torre può corrispondere od a Torre Sanse-
vero od a Torre Alfina. Ma già abbiamo veduto che la prima era
denominata Sansevero semplicemente. Torre Alfina venne occu-
pata dall'esercito di re Ladislao quando assediò Orvieto; uomini
ragguardevoli furono Neri e Pandolfo della Torre, il primo dei
quali ebbe parte notevole. negli avvenimenti politici -d' Orvieto,
il secondo podestà di Orte. Torre Alfina appartenne ai conti di
Corbara (Francesco e suoi eredi). Ricostruita dai marchesi Cahen,
di cui è proprietà, sorge in vicinanza di Castel Viscardo (man-
damento d'Orvieto).

Da quanto abbiamo esposto sopra. possiamo dedurre, che il
territorio dell'antica. repubblica. orvietana del 1292 comprendeva

. tutto il moderno circondario d’ Orvieto, si distendeva in quello di

Perugia dalla parte di Todi, penetrava nella Toscana dal lato di
Siena, invadeva la provincia di Roma in più punti, dilagando con
il Tevere nella valle da questo denominata.
Dipendevano inoltre da Orvieto in quel tempo molte terre e
castella, sulle quali, per riguardo alle recenti sottomissioni, non
si ponevano tasse uguali a quelle del territorio orvietano vero e
proprio, e per le quali quindi non era stato fatto il catasto: Acqua-
pendente (sollomessasi il 5 marzo 1251); Proceno, il contado di
Montorio, Piancastagnaio ed il castello di Saturnia (1251, luglio
11, 12, 14 e 16); Bisenzio, Castel Pero, Valentano (1257, giugno
12, 13 e 15); i forti castelli di Cetona e di Sarteano (1260, giugno
11 e 1265, settembre 7) la Terra guiniccesca sottomessa dal conte
Aldobrandino e di nuovo da Guido da Monforte (1985, giugno 2), ecc.
La repubblica orvietana aveva dunque i seguenti confini. A
settentrione il Montamiata e la montagna di Cetona, oltre la quale,
vertes eee ris s)

RC um

perte. piper.

«con i castelli di. Cetona e ai Sarteano da essa dipendenti indi-

em CATASTO p' "onvmro, Maira 295

rettamente, si spingeva fino a Chiusi ed a Chianciano, che poi
occupò, venendo a confinare con la repubblica senese presso al
Montepulciano. Ma Chiusi fu ceduta ai Perugini da Ermanno Mo-
naldeschi, e la repubblica senese invase a poco a poco e tenne
per sè Chianciano, VO, Cetona, Piancastagnaio, Camposel-
voli e Fichino.

Ad oriente il corso del Tevere, confinè valicato in SOTTO
punto con l'occupazione, ad esempio, di Alviano in quel di Amelia.

A mezzogiorno presso a poco i moderni confini con cui tocca

la provincia di Roma, eccettuata una buona parte dell'attuale.

mandamento di Bagnorea.

Inoltre appartenevano indirettamente ad Orvieto le terre della
valle del lago di Bolsena, di cui, dopo lunga lotta con la santa
Sede (per la quale incorse perfino nella scomunica), ebbe confermato
il possesso da Bonifacio VIII, sulla fine del secolo XIII.

Ad occidente la montagna di Santafiore, il monte Penna e il
lago di Bolsena, oltrepassato con le terre indirettamente dipen-
denti di Bisenzo, di Capodimonte e di Valentano.

Esaminati così i nomi. dei pivieri, delle ville e dei castelli
del contado orvietano, veniamo ad osservare i nomi delle persone
di questo, i quali differiscono alcun poco da quelli cittadini. Nella

‘lista seguente son riportati nomi, cognomi e soprannomi non ri-o

scontrati. nel catasto della città, disposti per ordine alfabetico:

NOMI MASCHILI.

Actendries i spo 009. ole 4 BOCGluBs coe NI
Advóltrone ^ c. 4 Ra DUAE BObddBug. 2.27 6 oe S090 D:
Alevutiusso eos Por er I0N. c Bonamente*. irta
Alegur . . . . . . . 5904. Bondemannus . . . . . 106 t.
ATTIVO RAR BUlltadusus.. :;u9 5 COR 000
Altujurnus (= altogiorno) 325 t. .Brazolus. . . . . - - 76
Ani valga 50: us Tx. 490. — Bueltullus vi. © 502

MArrecabene . . . ^. ... 9002 t0. Casella . >... 2906

Asellus; Rin RO RE: "Gennes i a RA LOL
Balfütids og ci Conversanug:; o. 98
BATFuiüsos tie N08 I OrISSUS -. 25s sí RAT:
Berzellus. .' . . . ... 95 t. Cursus (= bro) RR eee

T
h
t.

Appulglesis (— pugliese) . 230 r. Buschiptus (= boschi) 658 r.
t
r
t
Datus .
Donus.
Donictulus
Erculanus
Evenellus
Fatius .
Flavianus
Flore .
Forzatus . .

Di ©»)
(SOI IO a
CO lib

88

Frenguellus (= fringueto 501

Friulinus.
Fusarellus
Gentilescus .
Guarnatus
Gueleus
Guerzius .
Guezzus .
Ieleonus .
Lamentius
Lannus
Lapus .

Mannatore (— anast! 020
Mannatus (= mandato) . 510

Marnabutius
Masscius .
Melglorictus.
Naldus
Odiatus
Paltornus .
Paltonutius .
Pannolfus
Parronus .

Adalasca .
Abbandonata
Addensata
Advennata .
Agurella .
Albasia
Alta D PU.
Altadonna
Altaviva ...
Alturisu .

ero nu ete erect io aa

cto een eroi Eb cA M cet iet pF cO H

EMMINILI.

ct
*

ia

Quintarellus.
Riechardus .

Rigus .
Sambuis .

Savarinus ..
- Seangnolus .

Sensus.

Servietus (— serveHto) i

Silvester .
Staotalus .
Sutius .
Symus.
Syfredus .

Taccaldinus .

Tacdeus .

Talentucius (= ia)

Trincolus.
Turrese
Vegnate .
Vengnus .
Venutillus
Venutonus
Vianus
Vingnalus
Volante

Volantellus .
Volgla (= voglia) pr 2099) /

Zacheus
Zanni .

Zardanellus .
Zovannes (— OA

745 r.
734%!

Zovannellus(= Giovannello) 72 t.

Alviva.
Angese
Armellina
Asina .
Benagia .
Bereza.

Bonaceursa .
Bonademani.
Bonafemina .

Bonora

NO cec koe eres
IL CATASTO D’ ORVIETO, ECC.

Ceccola: voi no DIS Mignarda. M OTT

t
L tL "Ohieémentinas «95 0 585 49940. c Onisenptiela i. o 2E DOL ED
D. Contadina. 5. 27.528007 T. | Orinannaz 4/3. |o iet b.
13 Dinivid. > oe pet Orvetana conv LA
È Ponnessd. ue ANM Paul& c. 28 era AOC], Y
; m Enessa det v Perüsihg.- ^: eni ae OBDIT.
| M Florutia: <<) 2365/84979... Pocubella. una fia DOO TA.
È Genteleeta- 5.2.20 2 00:930:t.- " Proventana 45.5... cir BAIT.
AE, Gerarda ‘core Rapoldana: + 7 eee
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| Holifa. 1055 00 dosdiT Vo Bántulda oe. 97 r.
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Frisce .
Frugerii .
Fuscini
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Incontri .
Inforzati .
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G. PARDI

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$ 8. — Esame dei catasti

conservati nell' archivio: comunale antico d' Orvieto.

È Mancano documenti, che rischiarino la storia dell' imposta fon- -

K diaria in Orvieto prima del 1292, nel quale anno il Comune or-
vietano deliberò la istituzione del catasto generale delle posses-

.. sioni in terreni della città e del contado. Che non sia registrata
in questo la ricchezza mobile non fa meraviglia, perchè su di essa
i reggitori degli stati portarono in ‘epoca alquanto più tarda la loro.
attenzione; ma desta invece sorpresa il non vedervi segnali 1
possessi in fabbricati ed in molini, dei quali è già fatta menzione
nel catasto di Macerata del 1268. Può essere pertanto che le case
ed i molini non fossero sottoposti alla gabella sulle possessioni
(come allora veniva chiamata l’imposta sulla ricchezza immobile) ;
o che le proprietà di tal genere fossero registrate in un libro ap-
posito, il quale sia andato per avventura smarrito.

Il catasto del 1292 è intitolato « liber appassatus terrarum.
et possessionum civitatis et comitatus »: è, vale a dire, un in-
ventario dei possessi fondiari. I quali vennero misurati dagli agri-
mensori Trasmondo di Egidio da Fabriano e Palmeruccio di lui
figlio, Bernardo di Ermanno e Boninsegna di Bartolo da Foligno.
Alla misura è unita la stima dei terreni fatta dai frati del mona-
stero orvietano di san Guglielmo.

Ma, sebbene fosse stato compiuto questo primo e regolare
catasto, non si creda andasse in disuso l'estimo o lira, che fino ies
a quel tempo aveva probabilmente servito per istabilire l' imposta
sulla riechezza immobile; poiché l'istituzione della lira risale ai
primi tempi delle libertà comunali e fu forse suggerita « ai cit-
tadini de' Comuni, che venivano francandosi a libertà, dalle tradi-

HA . zioni del censo romano, non perdulesi affatto durante i lunghi
io anni dell'oppressione barbarica (1) ». Anzi talune leggi bu

PORRE tI,

A LÀ (1) G. BANCHI, Gli ordinamenti economici de Comuni toscani nel medio evo e
segnatamente del Comune di Siena, ivi, 1879, p. 15. i G. PARDI

barde sembrano accennare all'esistenza di un estimo, più o meno
imperfetto, dei beni immobili almeno; chè, senza una forma em-
brionale di estimo, si sarebbero difficilmente eseguite le leggi di
Liutprando, in virtù delle quali l'obbligo del servizio militare va-
riava a seconda del valore dei possessi delle singole persone (1).

Comunque sia di ciò, è certo che Pisa fin dal 1162 avea per-
feltamenle stabilito / estimo, come si capisce dal Breve dei Con-
soli di quell'anno, pubblicato dal Bonaini tra gli Statuti pisani.
E nel 1198 cominciò siffatta istituzione in Siena, come attesta, a
quell’anno, il cronista Angelo di Tura. Nel secolo XIII era cer-
tamente. adoperato l’ estimo in Lucca, quantunque i Lucchesi
prendessero specialmente a base delle loro imposte le gabelle, la
più notevole delle quali era quella sull' entrata ed uscita delle merci.
Nel 1266 l' estimo era stabilito a Firenze, poiché ce ne fa menzione,
a quell’anno, Giovanni Villani.

Sebbene adunque l’esfimo siasi i nddoito nelle varie città in
tempi diversi, quasi dovunque ne troviamo accenni anteriori al
secolo XIV. È consentaneo a ciò argomentare che Orvieto purè
l’adoperasse prima del 1292; anche per la ragione ch'è quasi
impossibile sia il catasto di quell’anno la prima forma d'imposi-
zione fondiaria.

In tutte le cose umane si va per gradi e non si giunge d’un
tratto alla perfezione. Ed in Orvieto, come altrove, l’ estimo per-
durò per molto tempo dopo il 1292, servendo a completare il ca-
tasto. Infatti i reggitori della repubblica avevano in questo una
guida. sicura per conoscere i possessi. dei singoli individui; ma
per i cangiamenti di proprietà, che succedevano naturalmente di
anno in anno, adoperavano ancora l’estimo, per non sostenere
troppo di frequente la spesa — non insignificante certo — della
compilazione d'un nuovo catasto. > |

Nelle necessità del Comune imponevasi la lira; imposizione
non annuale o da pagarsi a determinati intervalli, ma straordi-
naria in questo caso e posta, quando stringeva il bisogno, sui
beni ragguagliati alla lira, unità di misura monetaria.

Fin nel primo volume delle Riformanze del Comune orvietano,
a noi pervenute, troviamo accenni di siffatta imposta. Il 2 otto-

(1) SCHUPHER, Ist. pol. lang.; p. 379.
TE

IL CATASTO D' ORVIETO, ECC.

bre 1295 il capitano di popolo, Ubaldo degli Antelminelli di Lucca,
propose nel Consiglio dei Consoli delle arti e degli anterioni del
Comune e del popolo « si placet quod quadraginta solidi denario-
rum [soldi di denari cortonesi] in civitate et comitatu colligantur
pro singulo centenario per libram correctam, pro solvendis debi-
tis Comunis, sicut alias pluries reformatum est ».

Propose inoltre che la medesima lira si esigesse nelle terre di
Val di Lago (terre poste in vicinanza del lago di Bolsena dipen-
denti da Orvieto); altrimenti si sarebbe dovuta levare una somma
maggiore dalla città e dal contado.

Ora la frase contenuta nella proposta del capitano Ubaldo,
come molte altre volte è stato deliberato dal Consiglio delle Ri-

formanze (reformatum est), fa capire che non era infrequente
una imposizione di tal genere, di cui numerosissimi esempi rin-
veniamo nei tempi posteriori.

In questo caso adunque lira equivale all’ imposta medesima ;
mentre generalmente lira od estimo significava la stima delle so-
stanze dei cittadini.

Il 24 decembre 1304 il Consiglio delle Riformanze deliberò
che fosse rifatto l’ estimo in tal modo: che venissero eletti 12 uo-
mini per ciascun rione della città, i quali, quattro per volta, com-
putassero la lira di tutto il rione. Le lire fatte dalle tre quaderne
di persone eran poscia divise per tre ed i resti ottenuti, sommati
assieme, formavan la lira reale, cioè la stima della sostanza dei
cittadini. Così per ogni rione.

I Dodici di ciascuno di questi erano eletti, di tra le persone
più oneste e specchiate, dai sette Consoli delle arti maggiori.

Invece il 16 febbraio del 1316 fu deciso che la lira venisse
fatta a seconda della denuncia spontanea dei singoli proprietari
di beni, a cominciare dai più ricchi sino a quelli che possedes-
sero per una somma di 500 lire. Eleggevansi poscia un giudice
e notari forestieri per indagare se le denuncie fossero fatte co-
scienziosamenle e per punire chi avesse detto il falso.

Il metodo della denuncia era usato comunemente, come si de-
sume. dagli ordinamenti del Comune fiorentino esposti dal Cane-
strini. Tale denuncia poteva farsi od oralmente (come sembra
fosse quella del 1316) o per iscritto (come fu nel 1350).

Infatti nel 1316 venne stabilito che si chiamassero nel Con-
—————— VITTI e ee ere i

G. PARDI

siglio generale del Comune 25 nobili e 25 popolani alla volta, -a
cominciare dai più ricchi; e che nel Consiglio medesimo essi fa-
cessero la lira dei propri beni. Non si capisce perchè l'avrebbero
dovuta fare nel Consiglio generale, qualora fosse stala per iseritto
e non una denuncia orale, che era probabilmente registrata dai
notari del Comune.

Scritta, al contrario, era la denuncia ordinata nel 1350. Con-
siderando infatti in quell'anno il Consiglio delle Riformagioni (1)
come molti, con astuzie e frodi, fossero riusciti a non farsi alli-
rare, deliberò che entro un mese tutti gli abitanti della città e
del contado dovessero assegnare in iscritto i loro beni, per vo-
caboli e confini e con la stima del valore di essi.

Mi son diffuso un poco a parlar della lira, perchè, come è

| stato osservato innanzi, si collega strettamente al catasto, al quale

serviva di complemento in quell' epoca.

Nell'archivio comunale d'Orvieto (parte II, serie I) son con-.

servati i seguenti catasti, estimi ed assegne:

I. e II. Catasti della città e del contado dell’anno 1292, dei
quali abbiamo ormai diffusamente parlato.

III. Beni del Comune appartenuti ai ribelli ghibellini (Bona
Communis olim rebellium — in busta, c. 40).

Nel 1313, essendo stati i Ghibellini vinti dai Guelfi dopo una
lotta tremenda, furon mandati in esilio ed ebber distrutte le case
e le torri. Fu inoltre stabilito dai vincitori che dessi non potes-
sero più nè vendere, nè comprare, nè possedere cosa alcuna; e
che i loro beni divenissero proprietà di tutti, vale a dire del Co-
mune, il quale se ne valeva per il pubblico interesse. Ma non
fruttando questi beni, per quanto numerosi, ciò che avrebber do-
vuto fruttare, o per appropriazioni indebite o per paura della ven-
detta degli esuli, il Comune, 1° 11 ottobre del 1314, decise di ven-
derli. Furono infatti posti all’incanto sotto la vigilanza di un giu-
dice. Ma poichè parte di questi non potè esser venduta, venne
data in affitto o coltivata per parte del Comune stesso (2). Ne fu
falto pertanto un inventario, probabilmente tra il 1814 ed il 15,

che è quello conservato ancora nell'archivio: comunale. Disgra-

(1) Rif. ad an., 01:36: v;
(2) G. PARDI, Il Governo dei Signori Cinque in Orvieto, p. 15-7.

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RITI 3

IL CATASTO D'ORVIETO, ECC. 308

ziatamenle non vi troviamo registrati i possessi di tutti gli esuli
ghibellini, essendo stati oramai venduti per la massima parte;
altrimenti da tale inventario avremmo potuto trarre copiose notizie
sul numero dei Ghibellini e sulle loro ricchezze.

Ecco i nomi dei più notevoli Ghibellini ivi ricordati:

Tiles Raynerii, c. 7 £. Lemmus dni Petri, c. 2 £. Petrus dni Castaldi,
i possessi maggiori del quale erano in Salei, dove aveva un palazzo ed
una torre, c. 8 r. Andriutius dni Castaldi, c. 4 r. Pippus Optimelli, c. 5 v.
Luzzius Mei de Philippischis, c. 5 £. Filii Iordani de Philippischis, c. 5 £.
Ianus dni Petri, c. 6 r. Heredes Albertutii de Mizzinellis, c. 7 v. Petrus
Cellis de Mizzinellis, c. 7 r. Teste de Mizzinellis, c. 7 4. Celle de Miz-
zinellis, c. 7 #. Vannes Greche, c. 9 m. Stephanellus Iordani de Philip-
pischis, e. .9 v.

Troviamo adunque tra i ribelli uno degli Ottimelli, tre Filip-
peschi, quattro dei Miscinelli ed uno della famiglia Della Greca,
guelfa dapprima e divenuta ghibellina al tempo di Neri di Ugu-
lino, quando. videro i Francesi spadroneggiare la città sotto la pe
lezione di Martino IV. i

IV. Catasto. del contado della prima metà del secolo XIV
(c. 1-97 ed 1-41, in busta). i

E molto guasto ed incompleto e non v'é menzionata veruna
persona ragguardevole. Non ne possiamo adunque ricavare alcuna
notizia degna di considerazione. |

V. Addizioni al catasto della città e del contado (della prima
metà del secolo XIV, intorno al 1330 — vol. legato in pergamena,
guaslo in principio, di c. 3-50, 1-57, 1-45).

Le piü ragguardevoli persone, di cui sien registrati i beni,
appartengono alla famiglia dei Monaldeschi: Pietro Novello, che
nel solo paese di Castiglione (vicino ad Orvieto e nel quale sì

veggono ancora tracce della dominazione dei Monaldeschi, come
un bel battistero nella chiesa con l'arme di questa famiglia) pos-
sedeva più- 100,000 lire di terreni (De castro Castilionis, c. 1-6);
Bonconte di Ugolino, il quale vi aveva possedimenti ancor più
estesi (ivi, c. 8-15); Ciuccio di Nericola, c. 26-8; Monalduccio
di Ciarfaglia, c. 28; e Monaldo di Ugolino « aliter dictus Archi-.
presbiter », c. 47-8.
VI e VII. Denuncie di possessi fatte, L anno 1360. e catasto
304 - 2 P G. PÁRDI

del rione cittadino di santa Maria probabilmente dello stesso anno
(vol. legato in pergamena, di c. 1-18 ed 1-140).

Ecco un esempio delle denuncie, che i forestieri possidenti
sul territorio orvietano (poiché questo volume contiene quasi sol-
tanto denuncie di possessi di forestieri) dovevan fare innanzi ai
signori Sette:

Piperozzus Cole Bucciarelli de Bulseno venit coram dictis dnis Sep-

.tem et asingnavit et asseruit se habere in civitate urbevetana, regione

sancti Gostantii, unam domum intra viam et res filiorum Pepi dni Petri
et Angeli Tini etc. Que omnia asseruit et confessus fuit esse tributaria
dieti Comunis [Urbisveteris] e pro ipsis promisit prout in ordinamento
continetur, et pro quo fideiussit ser Simon Ciecchi promictens et renun-
ptians etc. (c. 1 £.). |

Donde si capisce che i forestieri possidenti in Orvieto dove-
vano dare un cittadino orvietano per fideiussore, il quale guaren-
tisse il pagamento dei dazi, delle taglie, ecc.

Infatti donna Frattuccia di Bartolone di Baschi A per
un suo possesso posto nel castel di Paterno, di pagare « dalia,
tallias, collectas et onera secundum formam ordinamenti loquentis
de ista materia ». :

I forestieri adunque, possessori di terreni o di case posti sul

territorio orvietano, dovevan presentarsi in persona dinanzi ai

Sette, sotto pena di, perdere ogni loro possedimento situato come
sopra. Qualora non potessero venire in persona, nominavano un
procuratore. Cosi fecero « Hermannus dni Raynerii de Viterbio »
e il nobile uomo « Tadeus dni lldribandini ».

VIII. Catasto dei rioni di sant'Angelo sub Ripa, san Lorenzo

e santi Apostoli (grosso volume, di carte non numerate, Penn
in pergamena).

Questo nuovo catasto, 0 meglio estimo, di cui son rimasti
alcuni volumi, fu fatto l’anno 1363, nel tempo in cui era ufficiale
incaricato del rinnovamento dell'estimo Righetto di Armanno de-
gli Altafesti di Gubbio. Ciò si capisce dal principio del volume,
che è il seguente:

In nomine dni. Amen. Hic est liber sive quaternus continens in se
omnes et singulas possessiones et res in mobiles positas in civitate et co-
mitatu Urbisveteris hominum et personarum rionum santi Angeli de

aei is
parate mm cree

x

SIPARIO e Dres

I

LU

IL CATASTO D'ORVIETO, ECC. . 905

subripa, santi Laurentii et santorum Apostolorum dicte civitatis, factus,
editus et conpositus tempore sapientis et discreti viri dni Righetti Armani
de Altafestis de Eugubio honorabilis officialis diete civitatis super construc-
tione et conpositione nove libre ipsius civitatis et comitatus eiusdem etc.

Di persone degne di ricordo non vi sono menzionati i beni se

mon di « Petrus Ursinus filius quondam Benedicti dni Boncontis

de Monaldeschis ». :

Benedetto di Bonconte, detto più comunemente Benedetto
della Vipera — e di vipera ebbe, oltre che l'arme ed il sopran-
nome, anche l'astuta ferocia — tiranneggiò per vari anni Orvieto .

dopo la morte di Ermanno Monaldeschi: Avendo egli condotta in

moglie Violante degli Orsini, Matteo di questa famiglia, eletto Con-
rervatore dello stato pacifico della città (che, se prima non era
in pace, lo fu ancor meno sotto il di lui governo) si associó nel
potere, l’anno 1445, il cognato Benedetto, che divenne il più crudele
tiranno orvietano. Il figlio di Benedetto, Pietro, soprannominato
Orsino a cagion della madre, fu dei capi della fazione melcorina,
che travagliò la città lottando con quella dei Muffati.

IX. Catasto dei rioni di sant' Egidio e di santo Stefano del-

l'anno 1363 (grosso volume c. s.).

‘Non v'è menzionata alcuna persona ragguardevole.

X. Catasto del rione di san Giovanni dell’anno 1363 (vol. le-
gato in pergamena, di c. 1-190).

Nel rione di san Giovanni nel 1363 abitavano: Pietro
di Cola di Sinibaldo degli Ardiecioni, i cui possedimenti son ri-
portati a c. 259; Vanne di Monalduecio di Neri della Torre, il
qual Neri fu rieco e potente cittadino vissuto nella seconda metà
del secolo XIII (€.-95); e molti dei conti di Marsciano, vale a
dire « Borgarus, Lodovichus et Ugolinus quondam ‘Tiberuccii
Lamberti comitis de Marsciano » (c. 13), Bandino, Bulgaruccio
e Corrado di Neri (c. 27, 28, 57), Lodovico di Bindo (c. 107)
e Notto di Giacomo (c. 107). |

Abbiamo detto innanzi di Nardo di Bulgaruccio conte di Par-
rano, podestà orvietano nel 1282. Egli morì nel 1320 lasciando
un solo figlio di nome Neri, padre di Bandino, di Bulgaruccio e
di Corrado, che nel 1336 avevano l’abitazione loro in Orvieto nel
rione di san Giovanni. Un altro figlio di Neri, Petruccio conte di
Migliano, aveva stanza in Perugia nella parrocchia di sant’ Anto-

20 306 : i G. PARDI

nino, dov'era allirato per lire 3538. È perciò che non lo troviamo
ricordato nel catasto ‘orvietano, avendo ereditati i possedimenti
del padre posti su quel di Perugia.

Bulgaro, Lodovico ed Ugolino eran figli di Tiberuccio dei
conti di Parrano, cugino di Neri di Nardo di Bulgaruccio. Furon
alcun tempo in lotta con il Comune di Orvieto, terminata con una
transazione, per la quale Bulgaro si obbligò a pagar 1000 fiorini,
lasciando per sicurtà ostaggio il fratello Ugolino.

| Lodovico di Bindo apparteneva probabilmente alla stirpe dei
conti di Marsciano signori di Monte Giove, essendosi in quel
tempo divisa la nobile famiglia nei tre rami di Marsciano, di Par-
rano e di Monte Giove.

Della stirpe dei conti di Monte Giove era Notto di Giacomo,
che fu fratello della beata Angelina Marsciana, fondatrice del terzo
ordine delle suore di san Francesco. Egli ebbe in moglie una Mo-
naldeschi di Orvieto, Angela di Nericola di Ciuccio di Nericola
dei Monaldeschi dell’ Aquila. i

XI. Catasto dei rioni di san Biagio, san Martino e sant’ An-
gelo dell’anno 1363 (vol. legato in pergamena con carte in di-
sordine).

Non v'è menzionata alcuna persona ragguardevole. Tuttavia,
confrontando questo con il catasto del 1292, si può trarne la con-
clusione che il numero dei possessori d’immobili nel popoloso
quartiere di Postierla era notevolmente diminuito nel 1363 : indizio
forse del minore frazionamento della proprietà e prova certa della
diminuzione della popolazione della Postierla, decimata in parte
dalle pesti ed in parte mandata in esilio, perchè per buona parte
ghibellina, dopo la vittoria dei Guelfi nel 1313.

Per mezzo del catasto del 1363, se disgraziatamente non fosse
giunto a noi incompleto, avremmo potuto istituire un esalto con-
fronto con quello più antico del 1292, studiare la differenza di po-
polazione tra l'una e l’altra epoca, l’accentramento maggiore o
minore della proprietà, dedurne la floridezza più o meno grande
di questa o di quell'arle.

Ci dobbiamo invece accontentare. di poter constatare che la
popolazione nel 1363 era certo alquanto scemata, ma, sebbene
decimata dalla terribile pestilenza del 1348, non si gra ridotta ad
un numero cosi esiguo come vedremo avvenire negli anni se-

M te pie :

IL CATASTO D'ORVIETO, ECC. 901 -

guenti. Il che potremo arguire dalle cifre poste qui appresso, le.
sole che ci sia concesso riferire con sicurezza; notando tuttavia
che nel catasto del 1363 son registrati anche i proprietari di case,
mentre non lo erano in quello del 1292. Ma- il raffronto non é
meno sicuro, essendo n i possessori di soli fabbricati
iscritti nel catasto del 1363.
Il rione di san Lorenzo aveva, nel 1292, 91 fuochi corrispon-
denti a 455 teste; e ne ebbe, nel 1363, 67 corrispondenti a 335 teste.
Il rione dei santi Apostoli aveva, nel 1292, 130 fuochi, cioè

- 650 teste; e ne ebbe, nel 1363, 91 cioè 455 teste.

Il rione di san Giovanni aveva, nel 1292, 141 fuochi, vale a
dire 705 teste; ed ebbe, nel 1263, 124 fuochi, ossieno 620 teste.

Di un maggiore accentramento della proprietà parrebbe des-
sero prova le ricchezze dei discendenti di alcune famiglie registrate
nel catasto del 1292; ma non possiamo affermare nulla di sicuro
riguardo a ciò. i

Quanto alle arti sembrano meno esercitate o meno fruttuose
di prima, poichè nei rioni di san Lorenzo e dei santi Apostoli non
troviamo ricordato, tra i possessori d'immobili, aleun giurato delle
arti; nel rione poi di san Giovanni vediamo nominati un notaro,
c. 10, un sarto, c. 226 r., un legnaiuolo, c. 229 r., 3 calzolai,
c. 131 r. e sgg. 1 taverniere, c. 151 t., un manescalco, c. 775 t
ed un mugnaio, c. 786 t.

XII. Catasto di Civitella d'Agliano della 2* metà del sec. XIV -
(vol.legato in pergamena, di c. numerate soltanto sino alla 655).

Il castello di Civitella d' Agliano, situato ora nel mandamento
di Bagnorea; appartenne, fin dalla costituzione del Comune or- .
vietano, a questo; ma sulla fine del sec. XIV, nel 1391, Bonifa-
cio IX lo concedette ai Monaldeschi, i quali avevano molto con-
‘tribuito a far ritornare Orvieto sotto la dipendenza della Chiesa

dopo la morte di Biordo Michelotti. E nel 1404 Innocenzo VII

confermava a Corrado ed a Luca di Berardo Monaldeschi e loro
eredi « castrum Civitelle Agliani, diocesis balneoregensis, comi-
tatus tum et districtus civitatis nostre- urbevetane cum roccha

existente in dicto castro et cum toto eius lenimento et districtu:

ac omni dominio et quasi polestate, suctoritale, imperio el iurisdic-

lione, quod et quas populus prefate civitatis nostre urbevetane

habuerunt vel habebant de iure vel de facto seu consuetudinibus
G. PARDI

quibuseunque et cum omni iure gabellarum et pedagii et omni
alio iure » ecc. :

XIII. Catasto del 1372 (di c. 188, legato in pergamena: e molto
guasto).

XIV. Frammenti di assegne catastali degli anni 1399-1402
(in busta, di c. 40, segnati con i numeri XV, XVI e XVII).

XV. Frammenti di catasti delle ville della prima metà del se-
colo XV (in busta, segnati con i numeri XVIII, XIX, XX e XXI).

XVI-XXI. Catasti e focolari degli anni 1402, 1404, 1411 e
1412, (in busta, segnali con i numeri XXII, XXIII, XXIV, XXV;
XXVI, XXVII, XXVIII e XXIX). bv

Morto Biordo Michelotti, che aveva signoreggiato su di Or-
vieto dal 1395 al 1398 con i titoli di governatore, difensore, tribuno
e signore generale, la città tornò sotto la Chiesa. Allora Bonifa-
cio IX nominava, nel 1398 medesimo, suo fratello, Giovanni Toma-
cello, reltore e capitano generale del Patrimonio e del ducato spo-
letino, facendo poi in modo che venisse chiamato per signore ad
Orvieto. Gli Orvietani, prima di darsi a lui, gli fecero promettere,
.che non gli avrebbe molestati con gravezze per 10 anni almeno.
Ed il Tomacello, pur di avere la città in sua mano, promise.

Ma nel 1400 dovettero gli Orvietani pagare certa somma per
soddisfare Paolo Orsini spedito a soccorrer la Marca. E nel 1402
era imposta loro una tassa per dar la paga ad un tal capitano
Mostarda preso al soldo.

La somma a ciò necessaria (480 fiorini?) fu esatta in tre volte.

E stato smarrito il libro, che conteneva l’allirato degli abi-
tanti della città e del contado per pagare la prima rata: quello
fatto per la seconda rata è tra i catasti, della busta XVI-XIX e
porta il numero XXIV (di c. 76 in parte bianche). Comincia in
tal. modo:

« In nomine domini, amen. Hic est liber sive quaternus allibratus
hominum et personarum civitatis et comitatus Urbisveteris debentes sol-
vere eorum libram ad rationem trium librarum denariorum pro quolibet
miliario pro secunda terzaria solvenda Mustarde Capitaneo etc. sub anno,
domini millesimo quatrincentesimo secundo ».

Da questo registro della lira imposta nel 1402 possiamo rica-

vare le seguenti cifre, che ci danno la popolazione censita d'Or-
vieto in quell'anno:
IL CATASTO D’ ORVIETO, ECC.

EF FUOCHI FUOCHI
E QUARTIERI RIONI dei TESTE dei TESTE
È : Rioni Quartieri
Sm 15:15 8S. Es e WA De 200
BC : Ripa dell Olmo. 102 51 È a
E S. Pace Valle Piatta . 4 20 207 1085
È S. Cristoforo I 43 215
5 S. Costanzo . 54 260
H S. Maria 37 185
E S. Salvatore . 28 140
È: S. Leonardo . 71 355
T5 Postierla .S. Angelo. 183 915 578 2890 -
[M S. Stefano . 90 450
f£ S. Biagio . 47 235
Í S. Martino . 35 175
D S. Egidio . 35 175 y
E: SS. Giovanni S. Giovanni . 124 620 nit
e e Giovenale | S. Giovenale . 244 1220 368 1840
| Serancia ... . 123 615
Serancia | SS. Apostoli... 67 335 226 1130
| S. Lorenzo 36 180
Somma totale 6895

EU ci accorgeremo:
D 1.» Che erano spariti, nel quartiere di Serancia; il rione di
sanl'Angelo sub Ripa ed in quello dei santi Giovanni e Giovenale
-i rioni di san Matteo e di san Faustino: la qual cosa prova, a
mio credere, come nel tempo, in cui la popolazione ridondava nella
città, si fosse. sparsa anche nei suburbi (eran rioni suburbani
| sant'Angelo sub Ripa, san Matteo e san Faustino); donde si ri-
| - - . trasse tra le forti mura cittadine, dove non era pericolo di sor--
prese nemiche, quando le case furono rese semivuote dalle pesti-
lenze e dalle guerre intestine.
2.0 Che si erano quasi spopolati i rioni, popolosissimi un
tempo, di santa Maria e di santa Pace, mentre avevano ancora
un buon numero di abitanti i rioni di san Giovenale, di san Gio-
‘vanni, di Ripa dell'Olmo e di Serancia: indizio forse dell'esser
venuta meno nei rioni interni, un tempo affollati e pieni di vita
! e di commercio, quella schiatta vigorosa d’artisti, che avea formata
la grandezza dei Comuni medioevali; laddove i contadini, soprav-
venuti, dalle loro tane scavate nelle rocce, ad occupare più comode
abitazioni in città, aveano invaso i quartieri attorno alle mura, dove
s'istallarono ed abitano ancora assieme ad animali domestici.

i A Confrontando questo quadro della popolazione censita d'Or-
vieto nel 1402 con quello dell'anno 1292 da noi innanzi riportato,
G. PARDI

3.° Che il numero dei possidenti (e non di soli terreni, ma
‘anche di fabbricati e di case) si era ristretto nel 1402 a meno
della metà di quello del 1292: prova certa della grande diminu-
zione di popolazione, che, se non fosse stata addirittura straordi-
naria, non avrebbe potuto far scemare cosi notevolmente il nu-
mero dei proprietari. A decimare gli abitanti delle città medioevali
in generale e di Orvieto in particolare concorsero varie cause,
quali furono la cessazione della libertà (con il tramutarsi dei Co-
muni in Signorie), che portò con sè anche il decadimento della:
vita rigogliosa economica e commerciale, agevolata un tempo dal
sentimento patrio: e dalla semplicità maggiore dei costumi; più
ancora le guerre intestine, le quali fecero. distruggere nel 1313,
come si è visto, popolosi rioni; e sopratutto le pestilenze, morbo
antico ricomparso più terribile verso la metà del sec. XIV, in cui
stese quasi un velo di morte sull' Europa e sul mondo, che in po-
chi anni disertò spietatamente. Nella pestilenza del 1348 narrano .
antichi cronisti che ad Orvieto ed a Siena su dieci persone ne
‘morissero nove: cifra certamente esagerata, ma che fa nondimeno
capire la terribilità della malattia.

E dal 1348 al 1402 la peste infierì di frequente. in Orvieto.
S'aggiunga che nel 1389 la città fu travagliata dalla guerra, da
un lungo assedio e dalla pestilenza. Aveva l'antipapa Clemente VII
ottenuta la signoria della terra e la manteneva con l’aiuto di Luca
e Corrado di Berardo Monaldeschi, a cui si può dire l'avesse in-
feudata. Il pontefice Urbano VI la volle rivendicare alla Chiesa.
Orvieto fu stretta da duro assedio, sostenuto vigorosamente dai
due potenti Monaldeschi e dai Muffati, seguaci dell’ antipapa,
mentre la fazione dei Mercorini parteggiava per il pontefice romano.

Narra adunque il Manente all'anno 1389 che i Muffati asse-
diati « erano ridutli in gran calamità per il lungho assedio, es--
sendo nella città grandissima carestia d’ogni cosa, dove si beveva
acqua, e si mangiava carne de cani, gatti, cavalli et uccelli delle
torre et herbe, et molti moriron di fame, et il quartengho del grano
si vendeva X. fiorini d’oro, et oltra la grande, et estrema carestia
vi fu la peste, et questa guerra, et assedio fu l'ultima ruina, e
destruttione d'Orvieto, e suo territorio, et morirono di ferro in
tal guerra più di 500 huomini fra dentro, e fuora, e per far fuoco,
et altri bisogni quei di, dentro guastaron molte case, e Chiese,
IL CATASTO] p ORVIBTO,. ECC.

che non si vidde mai Gbsididne tale, che più presto ii mo-

rire della fame che rendersi a lor nemici ».

Così-diminuita adunque, per le ragioni sopra esposte, era la
popolazione d'Orvieto nel 1402. Noi abbiamo potuto rintracciare
il numero dei proprietari d’immobili, ma quale era quello dei
nullatenenti? A rispondere a questa domanda ci aiuta il volumetto
catastale n. XXIII; nel quale è contenuto l'allirato dei cittadini
orvietani, dimoranti nel quartiere dei santi Giovanni e Giovenale,
che dovean pagare, al solito, tre lire di denari per ogni migliaio,
per la terza rata del soldo da darsi al Capitano Mostarda (pro
ultima terzaria). Nel medesimo libro, da c. 28 in poi, si trovano
i focolari degli abitanti del medesimo quartiere e di quel di Se-
rancia: « Infrascripta sunt focularia hominesque ipsa facientes
civitatis. Urbisveteris, videlicet quarteriorum sancti luvenalis et
Serancis civitatis prefate, quorum quidem nomina et prenomina
inferius describuntur. Et primo qui quidem infrascripti solvere de-
bent quatuor soldos denariorum pro quolibet foculari ».

Il nome di focolare ci riporta all'imposta detta focatico ed
anche focaggio, da pagarsi da coloro, che accendevano un mede-
simo fuoco e vivevan quindi sotto lo stesso tetto. I focolari delle
città medioevali sono i mezzi più sicuri per conoscerne la popo-
lazione. Disgraziatamente noi non abbiamo per Orvieto la descri-
zione completa di tutti i fuochi, ma soltanto di quelli, i cui com-
ponenti dovevan nel 1402 pagare 4 soldi di denari.

È già stato osservato che i possidenti (anche quelli allirati
per piccole somme come 12, 14, 20 lire) eran tassati a ragione
di 3 lire ogni migliaio. È pertanto naturale argomentare che le
famiglie, tassate di soli 4 soldi ciascuna fossero nullatenenti. Ac-
cettando questa ipotesi (confortata da un passo delle Riformanze
dell'anno 1452), si avrebbe che nel 1402 vi erano ad Orvieto i se-
guenti fuochi di persone non possidenti immobili, appartenenti ai.
quartieri dei santi Giovanni e Giovenale e di Serancia:

Rione di:san Giovanni — 119 fuochi corrispondenti a 595 teste

» . di san Giovenale — 210 » 1050 »
» di Serancia — 116 » 580 »
» deisanti Apostoli — 64 pos 320 »

di san Lorenzo — 48 »us 915.»
312 RENE Sua 'G. PARDI

\

Essendo pertanto. quasi uguale la cifra dei fuochi dei nulla-

| tenenti a quella dei possidenti, si potrebbe inferirne che Orvieto
aveva nel 1402 una popolazione di circa 12,000 persone. Accet-

tando lo stesso calcolo per la popolazione del 1292 avremmo. che
.in quest'anno in Orvieto eravi ad un dipresso una popolazione
di 30,000 persone: l'una e l'altra cifra non mi sembrano molto
distanti dal vero. :

Nel catasto del 1402 troviamo i nobili orvietani registrati a
parte. Leggiamo infatti a c. 62 del n: XXIII ed a c. 25 del nu-
mero XXIV: « Libra nobilium civium Urbisveteris et quantitates
quas solvere debent ». Di qui possiamo ricavar la ricchezza dei
| più notevoli cittadini del tempo.

- I figliuoli dello storico e guerriero conte di Corbara, Fran-
sco di Montemarte, sono allirati per 18000 lire. Eran dessi i conti
Ridolfo ed Ugolino ricercati d'amicizia dal cardinale Baldassare
Cossa, che, salito sul trono pontificio, li ebbe carissimi, Ridolfo
fu. capitano di 400 lance del papa ed il fratello Ugolino era così
potente, che da solo stringeva una lega con Siena nel 1443.

I conti di Titignano (altro ramo dei. Montemarte non meno
glorioso di quello di Corbara) Bernardino e fratelli, che troviamo

ricordati nella pace tra i Muffati ed i Melcorini del 1385 giu- .

gno 13, son allirati per 1. 3500. Altro conte di Titignamo, Farolfo,
(forse quello stesso che era stato nel 1345 -cavallerizzo maggiore
e capitano di Luigi di Taranto re di Napoli?) è allirato con i fra-
telli per 1. 3500. ri |

Dei Monaldeschi troviamo registrati Francesco di Bonconte,
e Monaldo di Bonconte, due potenti capi dei Mercorini inter-
venuti alla tregua del 1385 (allirati per l. 400 ciascuno); Pie-
.iro Antonio (1. 1500) e Pietro Novello di Monaldo -(1. 1500); e
Corrado e Luca di Berardo, potentissimi tra i Monaldeschi,
(1. 8000). Furono questi ultimi due capi dei Muffati e dall'antipapa
Clemente VII ebbero infeudata la città. Corrado fu visconte di

Lubriano, Sermognano, Civitella d’Agliano e Onano, e vicario di

‘Bolsena per Bonifacio IX; Luca conte di Bolsena, di Sugano,
di Meana, di Cervara, di Fichino e di Onano. Attorno a loro si
raggruppa tutta la storia di Orvieto in quel tempo.

Oltre la taglia del 1402, un'altra fu imposta ad Orvieto nel 1404
per pagare certa somma al signore della città, Giovanni Tomacello,
rare een orta dirt " a dsicnd

come si ricava dal volumetto catastale n. AME Il quale dà la

IL CATASTO D' ORVIETO, ECC.

seguenle intestazione :

« In nomine domini, amen. Intraseripli sunt cives et inchole
urbevetani debentes solvere eorum fochularia ad rationem quinque
librarum argenti valentium XII soldos antedictorum denariorum
pro quolibet fochulare etc. impositas civitati et comitatui prefatis
ex deliberatione civium civitatis eiusdem pro exigendis et solven-
dis trecentis florenis in auro magnifico et excellenti dno dno
Iohannello Tomacello milite (szc) neapolitano pro saneta romana Ec-.
clesia Patrimonii et Ducati et ex spetiali conmissione diete civi-
tatis Urbisveteris Rectori et Gubernatori generali, occasione con-
pensationis et conpositionis facte. cum dicto dno pro parte Comunis
dicle civitatis ne iretur per comunitatem dicte civitatis et eius co-

| mitatus prout ipsa comunitas receperat in mandatis a dno preli-

bato in occasione castri Suriani [luogo del Contado aldobrandesco]
rebellis sancte matris Ecclesie etc. sub anno dni M. III.» quarto.
indietione XII, tempore dni Bonifatii pape noni die ultima mensis
iunii ». E

1 focolari, sopra i quali era messa l’imposta di 5 lire. d'ar-
gento — focolari certo di persone possidenti — danno la seguente.
popolazione -censita: d'Orvieto nel 1404, diminuita, sembrerebbe,
dal 1402 in poi: i i aa

FUOCHI : «FUOCHI 1
QUARTIERI RIONI dei TESTE dei TESTE
: Rioni Quartieri
È LA MER pa 260
Ri a de lo) mo. di 390 È
S. Pace | vale Piatta . . 4-5 25 163 865
S. Cristoforo. . 38:5 190
S. Costanzo . . 63 315
S; Maria: oto 96 480
S. Salvatore . . 28 140
S. Leonardo . . .58 290 1 .
Postierla S. Angelo. ... 129 645 554.3 2795
S; Stefano... 65 325
S: Biagio 47 235
S. Mar ‘tino. SEE 28 140
S. Egidio . . . 45 225 à
SS. Giovanni | S. Giovanni , . | 101 alta DUO 289 1445
e Giovenale S. Giovenale . . 188 940 and
Seranciaà . . .- 103 515
Serancia SS. Apostoli . . 51 255 176 880
^ S. Lorenzo . 22 110 Y:
Somma totale
G. PARDI

XXII. Catasto dei rioni di san Salvatore, di san Leonardo e
di sant Angelo (assegne dall'anno 1410 al 1445 circa — cod. cart,
frammentario, senza numerazione di pagine).

Troviamo, nel quartiere di san Leonardo, i figli ed eredi del

conte Francesco di Corbara: Ranuccio allirato per. 1. 11340 ed |

Ugolino per l. 1867.
XXIII. Catasto dei beni immobili posti nel contado di Ficulle

dell'anno 1427 (cod. cart. senza numerazione di pagine e non ri-

legato: v'é aggiunto un bastardello).

XXIV. Catasto della città, ossia assegne degli anni 1445-6
(cod. cart. framm. senza num. di pag. e non rilegato).

Tra le persone, quivi ricordate, è da menzionare Monaldo di
Berardo Monaldeschi allirato. per 1. 3600, mentre nel catasto del
1402 lo era soltanto per l. 400.

XXV-XXVII. Catasto della città,-ossieno assegne fatte proba-
bilmente intorno all'anno 1447. (Tre grossi codici cartacei, scritti
con chiarezza ed eleganza, con larghi margini, rilegati bellamente
con tavolette di legno. Il n. XXV è di c. 100, il n. XXVI di c. 145,
iln. XXVII di c. 250: il primo contiene le assegne del quartiere
di san Giovanni e Giovenale, il secondo di santa chace ed il terzo
di Postierla).

Le persone più ragguardevoli abitanti in questo tempo in Or-
vieto sono:

Nel rione di san Giovanni « dnus Iacobus de Vitaleschis. de
Corneto », allirato per l. 1500 (c. 30 r.); « Le Rede di Manno di
Piergiuvanny dy Conty da Marsciano », allirati per 1. 2000 (c. 45 t.)
e Borgaro di Conte di Ugolino da Marsciano per l. 1500 (c. 66 r).

Giacomo, della potente famiglia dei Vitelleschi di Corneto, era
conte del castello di Benano presso Orvieto. Infatti Eugenio 1V,
con un Breve del 1432, gli concesse lo sgravio per i suoi castel-
lani di Benano dell' onere di 30 fiorini, perchè, fossero. impiegati
nella riparazione delle mura del castello.

Figlio ed erede. di Manno di Piergiovanni da Marsciano fu
il conte Carlo di Parrano, che nel 1473 prestó giuramento al ve-
scovo d'Orvieto per il feudo di questo castello. Egli ebbe in isposa
Imperia figlia dell' orvietano Buecio Monaldeschi, capo dei Muf-
fati, ucciso la notte dell' 11 settembre 1437 dai Mercorini entrati
a mano armata in Orvieto.
a

TESE

Rise —
EU E EUTRT

deiade pia

- osqnis ERR T ST our
» F x

IL CATASTO D' ORVIETO, ECC.

Nel quartiere di santa Pace abitavano il figlio di Buccio, Achille
Monaldeschi, che prese in moglie Tradita di Giov. Andrea Colonna
(allirato per l. 626 — c. 46 t); Paolo Pietro Monaldeschi, che
sposò pure una della famiglia Colonna, donna Aurelia, e fu capi-
tano di milizie della Chiesa ed acquistò fama nella battaglia d’Aquila,

in cui perì Braccio da Montone (allirato per l. 500 — c. 52 rJ;
Gentile e Luigi di Luca Monaldeschi (allirati l'uno per l. 2745 e
l’altro per 1. 664 — c. 55-57); Ugolino signore del castello di

Alviano (allirato per l. 2000 — c. 58 r); Cecco signore del ca-
stello di Baschi (allirato per 1. 1200, ridotte a 1000 « per determina-
zione del Consiglio generale » il 2 aprile 1456 — c. 60 t).

Nel quartiere di Postierla avevan dimora Ranuccio ed Ugo-
lino conti di Corbara (allirati l'uno per 1. 5038 el’ altro per 1. 1000
— c. 121 r), ed i conti di Titignano (allirati per 1. 6000 — c. 191 1)

Fra le altre assegne troviamo degne di esser ricordate quella
dei Consoli dell’arte della lana (« duo tiratoria cum. aliquantulo
orto », stimati l. 100 — e. 773 t. del quartiere dei santi Giovanni
e Giovenale); e quella di due Ebrei, « Abraham et Consilius Da-
ctali hebrey », per l. 127 di terreni (ivi, c. 120).

Nel catasto del 1292 non troviamo ricordata alcuna persona
appartenente all'arte della lana: indizio certo che in quel tempo:
non era in onore ad Orvieto, dove fu introdotta dalla vicina città
di Siena e dove divenne ben presto l’arte più ragguardevole e.
ricca; tanto che nel 1451 due dei signori Nove erano eletti di tra.
i giurati dell'arte della lana.

Quanto agli Ebrei, abbiamo osservato come nel 1292 nessuno
di essi fosse possidente in Orvieto; ma nel 1313 fu stabilito che
alcuni Ebrei, i quali avean fatto un prestito al Comune d'Orvieto,
fossero, con i loro discendenti, considerati come veri e propri cit-
tadini orvietani; ed inoltre che potessero pignorare o prender pos-
sesso dei beni dei debitori e fideiussori e loro eredi, avanti e
dopo la condanna, venderli, ecc. Ecco perché nel 1447 pode
degli Ebrei possessori di terreni in Orvieto.

Il catasto del 1447 ci fa conoscere come il dialetto UE
si fosse maggiormente accentuato ed avesse presa qualche diffe-
renle caratteristica. Ciò si potrà capire dai nomi e soprannomi
delle persone registrate nel catasto medesimo, i quali pure sono
molto cangiati dal 1292 a questo tempo.
E

Ecco la lista dei nomi più comuni usati in quel tempo, tra-

. scritti fedelmente dalle assegne del auaruiare dei. santi Giovanni
-e Giovenale (n. XXV):

Albertu c. 2 r. Cataluecio c. 3 r. Agnilu c. 4 £. Fucciu c. 5 r. Ar-
chileo c. 5 r. Bianeardo c. 6 t. Dariu c. 7 r. Bartolomeiu c. 7 r. Giu-
vani c. 7 &. Mascio c. 7 t. Buonfante (dicto) c. 8 v. Petrucciu c. 8 f.
Petrocco c. 8 #. Pietrupaulu c. 10 t. Fecatellu (dicto) c. 12 v. Maneino
c. 11 r. Perazza (dicto) c. 12 t. Coluzzu c. 13 t. Cacartino (dicto) c. 13 t.
Pieruantoniu c. /4 r. Punta c. 14 t. Spetiale (dicto) c. 15 r. Puzzarella
c. 16 r. Ficchio (dieto) c. 26 #. Pampaluna c. 18 r. El peru (dieto) c. 19 v.
Morbida c. 19 £. Gattivello c. 19 7. Britio c. 19 t. Malacosa (dieto) c. 19 t.
Giliu c. 79 £&. Cianfrogna c. 20 r. Del Tostu c. 20 r. Del Morrone c. 20 t.
Giuvampiero c. 27 #. Trombecta c. 27 f. Delamassaia c. 22 r. Mechu
c. 22 r. Pugliarella c. 22 #. Che mai non suda (dicto) c. 23 r. Tomeiu
c. 26 r. Formicchy c. 264. De la sibia c. 38 r. Piato c. 39 r. Sensu c. 40 r.
Lucciarello c. 41 #. Corso c. 47 t. Bannoccyo c. 42 r. Di cacioppa (dieto)
c. 43 r. Del Bello c. 44 r. Leale c. 45 r. Lollaiu c. 47 £. Lucantoniu
c. 48 r. Biricchone (dicto) c. 54 t. Jacho c. 56 r. Luccio c. 57 vr. Torce
feccia (dieto) c. 61 t. Torone c. 65 t. Borgaro c. 66 r. Savino c. 67 rm.
Pallocta c. 68 r. Magagnino (dieto) c. 78 #. Narducciu c. 68 t. Caccione
(dicto) c. 78 #. Ciacciu c. 69 r. Cappellecto c. 69 r. Meecuccio c. 69 #.
Al fresco c. 70 r. Ferraucciù c. 70 r. Meyo c. 70 t. Del Villano c. 71 r.

‘ Simoncellu c. 74 £. Guasparino c. 76 T. Ciuffulacto c. 76 v. Guerriere
€. 76 t. Paternostro c. 76 #. Ciopagno'c. 77 r. Barone (dieto) c. 77 f£.

Tucto bianco c. 78 #. Della mità c. 79 r. Porchettaio c. 80 £. Abichiere
c. 81 t. Del Maiestro c. 84 r. Del Gierciu (dicto) c. 84 #. Schiau c. 90 v.
Vechio (dicto) c 90 £. De la paia c. 91 t. Petricha c. 93 t. Bozzo (dicto)
c. 93 t. Vastellaiu c. 94 r. Tortorino c. 94.

XXVII- XXIX. Allirato e ‘focolari dell’anno 1449 (Gods cart.
senza rilegatura e senza numerazione di pagine).

%
.

Comincia in tal modo:

« In nomine dni, amen. Anno dni millesimo quatrincentesimo qua-
dragesimo nono etc. Hie est liber in quo scribuntur omnes cives urbe-
vetani et etiam alie persone habentes eorum possessiones in territorio
urbevetano allibratas et accatastatas in allibratu et catastu civitatis Ur-
‘bisveteris, qui et que solvere debent eorum libram et eorum focularia.
Que libra et focularia imposita fuit tempore magnificorum dnorum Con-
cani Spera

Tre ciment ERMETE SIDA Le —

IL CATASTO D' ORVIETO, ECC.

servatorum efc. quam libram exigi debet ad rationem :decem soldorum

pro quolibet centenario allibratus et pro quolibet foculari ».

— PERSONE ALLIRATE NEL 1449:

911

: FUOCHI | FUOCHI
QUARTIERI. RIONI dei TESTE dei TESTE
Rioni Quartieri
S. Pace... 46 230 : :
S. Pace 'S. Cristoforo. . 24 120 | 110 550
Ripa dell’ Olmo. 40 200 - n
S. Costanzo 48 240 ;
S. Maria 58 290
S. Salvatore . 33 165
| S. Leonardo . 71 355 :
Postierla S. Angelo . 164 820 514 257
S. Egidio . 34 170. .
S. Stefano. . . 58 290
S. Biagio . 27 135
S. Martino '. 21 105
SS. Giovanni | S. Giovanni . . | 60 | 300 | 160 800
- e Giovenale S. Giovenale . 100 500
: Serancia . . . 98 490
Serancia SS. Apostoli. . 46 230 178 865
S. Lorenzo . . 29 145
Somma totale 4785
FOCOLARI DEL 1449: x
: S.Pace2 5. 34 170 i
S. Pace S. Cristoforo. . 18 90 88 440 o.
Ripa dell’ Olmo 36 - 180 {
S. Costanzo 27 135
S. Maria 38 190
S. Salvatore . . 20 . 100
S. Leonardo . .. 40 200 : :
Postierla S. Angelo . 107 535 341 1705
S. Egidio . 18 90
S. Stefano. 46 230
S. Martino 21 105
S. Biagio . 24 120
SS. Giovanni | S. Giovanni ... | 38 | 190 | 115 575
e Giovenale S. Giovenale . riri 385 :
Serancia . . . . 62 310 eT
\Serancia SS. Apostoli . 34 170 115 2:079
S. Lorenzo 19 95
Somma totale 3295
Come si vede pertanto dalle cifre sopra riportate, la popola-
zione d'Orvieto sembrerebbe notevolmente diminuita anche dal
1404. al 1447.
.XXX. Focolari della città “cibano 1456 (Coli cart. senza È
numerazione di pagine e senza rilegatura). È
1l numero dei focolari del 1456 non è molto differente da
quello dei focolari del 1447. Perciò crediamo inutile riportarlo.
: 318 Gi PARDI ;

XXXI- XXXV. Assegne dell'anno 1470. (Codici cart. ben scritti
con larghi margini ed elegantemente rilegati con tavolette di legno,
eccelto-l'ultirno. Il n. XXXI, con c. non numerate, contiene l' as-
segne del quartiere dei santi Giovanni e Giovenale; il n. XXXIII,
di c. 44-144, del quartiere di santa Pace; ed il n. XXXV, con c.
non numerate, di Castel Rubello e di Porano).

Nel quartiere dei santi Giovanni e Giovenale troviamo l'as-
segne di Riccardo di Conte e di Polidoro di Riccardo degli Al-
berici (1. 186 e 1. 325); di Giannotto dei Simoncelli, da cui uscì
un cardinale papabile, Girolamo, vescovo di Orvieto e protettore

degli artisti, per il quale lavorarono molto i fratelli Zuccheri (al-.

. lirato per 1. 1402); di Ugolino di Borgaro dei conti di Parrano
(I. 2925) e del « magnifico conte Antonio da Marsciano » (1. 500).

Quest'ultimo fu « de’ più segnalati della sua famiglia .nell'arte
militare, la quale esercitò per la Repubblica di. Venetia fin dai
primi anni, per la introduttione, che gli diedero al servigio di
quella i meriti di Guerriero di Marsciano zio di suo padre, di Gen-
tile suo zio materno e di Gattamelata (da Narni) suo suocero » (1).
Antonio intorno all’anno 1459 venne eletto uno dei tre governa-
tori delle lance spezzate di san Marco. Fu all'assedio di Trieste
nel 1463 con 1400 cavalli, si segnalò poscia nella guerra tra i
Veneziani ed il Duca di Ferrara, ed era dal 1483 capitano gene-
rale dei Fiorentini, quando morì al loro servizio di un colpo di
bombarda. Di lui parlarono con lode gli storici.

Nel quartiere di Serancia abitavano nel 1470 Pirro e Oliviero,
Marco del Pazzello, Francesco d’ Alberico e Guerriero di Marco,
tutti degli Alberici: (allirati. per l. 855, 472, 313, 339); Oliviero
d’Azzo dei conti di Titignano (1. 205); Gentil Pandolfo di messer
Luigi della nobile famiglia Magalotti (1. 632) ed Achille Monal-
deschi (1. 580).

Nel quartiere di Postierla leggiamo l’assegne del conte Ni-
colao del fu Ugolino di Corbara (1. 1100); dei conti Lionetto, Ga-

leotto, Carletto e Radulfo di Corbara (1. 5100); del conte Antonio -

da Marsciano (1. 1300); di Ranieri, di Pietro di Giovanni e di
Anselmo di Paolo dei nobili di Baschi (1. 800, 300 e 300).
Con questi volumi catastali giungiamo alla fine del secolo XV.

(1) UGHELLI, op. cit., p. 32.
IL CATASTO D’ ORVIETO, ECC. 319.

Gli altri codici conservati nell'archivio comunale antico di Orvieto,
non hanno per noi se non pochissimo interesse, contenendo o
qualche frammento di assegne di quartieri cittadini, o assegne di
luoghi del contado, come il n. XXXVII di Civitella, il n. XXXVIII
di Ripalvella, il n. XXXIX di Collelongo, il n: XL di Lubriano,
i numeri XLI-XLIV di Ficulle, ecc.

Dal 1292 sin dopo la metà del sec. XVI non ebbe Orvieto
un catasto fatto in modo, perfetto come quello più antico, che re-
sta quale monumento della sapienza economica di quegli uomini,
da cui fu cominciata l’opera grandiosa d’innalzare la cattedrale
di santa Maria. Solo nel 1563, quasi dopo tre secoli, fu fatto per
Orvieto un catasto, non più per mezzo di denunzie o d’assegne,
ma con la misura e la stima esatta dei possessi, per opera del
Commissario apostolico Ferrante Ferri.

Uno dei numerosi volumi catastali del 1563 (n. LX) ha questa
intestazione: « Liber sive quinternus catasti magnifice civitatis
Urbisveteris eiusque comitatus et districtus, continens in se
omnium civium nomina, focularia, bona stabilia, mensurata et
extimata per agrimensores et: exlimalores respectivos magnifici
dni Ferrante Ferri asculani, Commissarii apostolici etc. quod ca-
tastum Ferrum appellari voluit ». i

I catasti Ferri, grandi volumi con carte non numerate, scritti
con chiarezza ed eleganza, sono i seguenti:

IX Quartiere di santa Maria.

LXI. Idem.

LXII. Quartiere di Serancia.

LXIII. Quartiere di Corsica.

LXIV. Quartiere dell' Olmo.

LXV. Idem. in

Seguono alcuni volumi del catasto del contado.

Orvieto nel 1563, come risulta chiaramente da questi codici,
doveva avere una fisonomia alquanto differente da quella che pre-
sentava nel 1292. Non più gli antichi quartieri, divisi irregolar-
mente, di santa Pace, di Postierla, di Serancia e dei santi Gio-
vanni e Giovenale; ma quelli di Corsica, di santa Maria (detto
poi della Stella), di Serancia e dell'Olmo, spartiti regolarmente,
con linee quasi rette, dalla via principale del Corso e da altre
strade, le quali con questa s'incontrano al crocevia della Torre
320 È €. PARDI

del Moro. Non più gli antichi rioni, denominati una volta da chiese
in gran parte abbattute. Non più gli antichi cognomi, rievocanti
le lotti medioevali, dei Monaldeschi, dei Filippeschi, dei Della Greca,
dei Della Terza — rimanevano solo, per giungere fino a noi, gli
Alberici, forse perchè meno degli altri avevan presa parte alla
vita libera, variata e violenta del Comune, e potevano quindi abi-
tuarsi alla. esistenza nuova —; ma una nobiltà meno belligera e
gloriosa era succeduta, della quale non ultimi furono i Gualterio,
da cui doveva uscire il marchese Filippo Antonio, uomo di stato,
patriota e storico, i Simoncelli, a cui apparteneva il cardinale Gi-
rolamo, ed i Manente, resi chiari dal buon (Reno; che scrisse
amorosamente la storia della propria città.

Orvieto nel 1563 aveva perduto affatto ogni gostigio medioe-
vale ed erasi rinnovellata all’alito potente di vita moderna, che
da un secolo omai soffiava sull’ Europa e la trasmutava.

Orvieto, 1896.
Pia ti

IL CARDINALE ALDOBRANDINI

EAE TRATTATO DI LIONE.

Si é tanto scritto intorno alla vertenza fra le corti di Savoia
e di Franeia a cagione del Marchesato di Saluzzo, che ormai po-
trebbe, per avventura, sembrare ozioso farne argomento di nuova -
trattazione. Recentemente l'egregio prof. Carlo Manfroni nella Ri-
vista Storica (anno 8°, fascicolo 2°) e poi nell'Archivio della re-
gia Società Romana di Storia Patria (vol. 13, fascicoli 1° e 29)
tornava sopra all'avvenimento narrato dapprima dal cardinal Ben-
tivoglio. nelle sue Memorie, a cui attinsero, come a fonte origi-
nale, tutti gli scrittori fino al Ricotti e al Carutti, che nella Storia
della Diplomazia della Corte di Savoia più ampiamente e più

| maeslrevolmente ne ha discorso. Lo stesso prof. Manfreni sul-

VP Archivio ridetto annunziava molti nuovi documenti venutigli
alle mani dall’ Archivio della Santa Sede, e specialmente:

1.» un Diario del viaggio fatto dal cardinal Pietro Aldo-
brandino nell’andar legato a Fiorenza per la celebrazione: dello
Sposalizio della Regina di Francia, e dopo in Francia per la pace;

2.0 due grossi Registri di lettere del Negoziato della Pace
conclusa in Lione dal cardinal Pietro Aldobrandini sopra le dif-
ferenze del Marchesato di Saluzzo.

Preziosa è certamente l'una e l’altra di queste nuove fonti.
Il Diario, scritto da un tal Agucchia, Segretario o Maggiordomo
del Cardinale, « che seguì l'Aldobrandino in tutto il suo viaggio
e tenne per lungo tempo la corrispondenza in cifra colla Cancel-
leria Pontificia », dà conto dei particolari dell’ andata, nota le vi-
cende della Legazione e.descrive lo stato delle cose fra le due

21
+

. €t suoi negotiati precedenti.

399 > 1 FUMI

Corti. Le lettere del Cardinale legato, del Re di Spagna, del Papa,

del Cardinal di San Giorgio, del Nunzio di Savoia, del Duca. e

dei Ministri spagnoli tracciano la parte. politica della Legazione,
mettendo in evidenza (come dice il Manfroni) le ambizioni, le pre-
tese, gli infingimenti e le doppiezze dei due Principi e dei loro

Ministri; le male arti di quelli che, come il Cardinale Dossat, vo-

levano ad ogni costo che la pace non avvenisse, le irresolutezze
della Corte di Spagna e de’ suoi rappresentanti in Italia, e nar-
randoci ad uno ad uno i generosi tentativi fatti dal Legato per im-
pedire che nel cozzo di tanto opposti interessi si riaccendesse

una guerra che allora sarebbe stata perniciosissima all'intera :
Europa.

Ma qui il signor Manfroni lamenta la mancanza della Ziela-
zione dell’ Aldobrandino, la quale non ostante le più minute ri-

cerche sue e dell'Abate Palmieri, allora custode dell' Archivio

Segreto del Vaticano, è riuscito impossibile ritrovare.

Ora, mi è venuto fatto trovare l'ampia scrittura del Cardi-
nale in un Codice orvietano del tempo, che porta in fronte il titolo:
— Legatione in Francia del Cardinal Pietro Aldobrandino. —
Il Codice orvietano proviene dalla libreria di un erudito del se-
colo XVII che fu archivista dell’ Archivio Apostolico della Santa
Sede collocato allora in Castel S. Angelo. Altra copia esiste ne’ mss.
della Vittorio Emanuele di Roma in un codice distinto con nu-
mero 538, proveniente dalla Biblioteca dei Gesuiti che lo ebbero
dalla eredità di G. B. Barsotti (1). Ma è mancante della lettera di

Prefazione, per cui non appare da quello che ne sia autore il

cardinale Aldobrandino, e reca varianti qua e là da giudicarla

"interpolata per adattarla a uso di storia.

Non é la relazione officiale ricercata dal Manfroni; ché io
credo codesta relazione non essere stata scritta mai. E piuttosto
qualche cosa di più e di meglio di un documento officiale, in cui il

Legato dirigendosi al Pontefice non avrebbe mai avuto bisogno di

spiegare, così per filo e per segno come. fà qui, tutti gli. anda-
menti del negoziato, di cui era stato via via messo a parte per
lettere frequenti e lunghe, e in conversazioni intime, attesa la qua-

(1) Il suo titolo é questo: Relatione in forma di Historia della pace di Saluzzo

Cr IS Gt

Sira Roe.
aeree

IL CARDINALE ALDOBRANDINI E IL TRATTATO DI LIONE

lità e i rapporti del personaggio, /'amatissimo suo Cardinal ne-
pote primo. E questa una completa ed accurata monografia storica
dettata dallo stesso Legato, che è il soggetto, fra tutti gli altri,
più importante, per l'altezza della missione sua non pure, ma
per il carattere e per l'avvedutezza politica che vi seppe spiegare.
Dal parallelo che si faccia con le Memorie del Bentivoglio si vede
chiaramente non essere altro che questo il documento, ov’ ei
fondò la sua minuta narrativa, la quale procede con la stessa di-
sposizione di fatti, con lo stesso ordine di idee e, talvolta, perfino
con una certa conformità di espressioni, anche dove non sarebbe
stato necessario per nulla l’attenervisi: per modo che oggi si
può asserire essere la storia del Bentivoglio una compendiata espo-
sizione della Relazione dell’Aldobrandino. La quale nonpertanto
cessa di avere per noi carattere di originalità, poichè, a parte il
dettaglio dei varì negoziati, a cui lo scrittore si trovò in mezzo e
di cui fu l'anima, rivela, con molta chiarezza e precisione, la
somma tolleranza e destrezza politica di questo diplomatico pon-
tificio, degno di essere conosciuto in tutto il suo valore.

Messo alla prova dal temporeggiare del Duca, dagli infingi-
menti degli Spagnoli e dalle avventatezze dei Francesi, egli si
comporta sempre con mirabile correttezza di modi: previene i
colpi delle astuzie cortigiane con abilità e prontezza, al bisogno
si fa valere con dignità e nei casi disperati s'impone, sempre si-
curo del fatto suo.

Per questo rapporto, non meno che per la geniale narrazione
di ogni più particolare incidente delle lunghe e intricate trattative
che precedettero il concordato di Lione, ritengo di grande inte-
resse per la storia la pubblicazione di questa Legazione.

Premesse le generalità, vengo a dare una rapida e sommaria
indicazione della Relazione, perchè si veda l'ordine della narra-
tiva e risaltino le cose ivi discorse con acume di osservazione
dal valente politico italiano in un affare che fu di tanto momento

.per la penisola e per l’ Europa.

Precede una lettera del Cardinale Aldobrandino al signor

.Omero Tortora, scrittore della Storia Universale di Francia, dove

si scusa del ritardo da lui messo a fargli vedere i « Registri et
altre scritture della sua legatione di Francia ». Ciò fu cagione

SIVE
ato

L. FUMI

che quell’autore scrivesse la sua Storia, dicendo « poco, e quello
non in tutto aggiustato col fatto ». Ma quel libro se era stato
stampato, non però era pubblicato (1); e però egli vedendo i Re-
gistri del Cardinale, aggiunse molte cose e altre variò, mutando

——— IAC TETTO

SÙ OS e ristampando gli ultimi fogli. « Il che se bene aggiustò quel 3
‘poco....., non è che sia la cosa molto mozza e manchevole ». A i"
facilitare la ristampa di quell'opera (2), il Cardinale si indusse a È

fare « un racconto, overo una minuta narrativa di tutto quello E
che successe in quella Legatione..... e gli manda il netto, intiero, h
minuto e verissimo con le cause che di eió s'andava operando ». »

La narrativa è scritta 19 anni dopo l'avvenimento nel ponti-
fieato di Paolo V. Muove dalle prime origini della contesa fra
Savoia e Francia. Celebra Clemente VIII, che animato da uno
spirito retto, e infervorato della pace e dello zelo per la estirpa-
zione delle eresie, assolse a tal fine dalle censure Enrico IV e si
adopró alla pace fra lui e Filippo II di Spagna, conclusa col trat-
tato di Vervins nel 1598. In essa non venne fatto di poter com-
prendere il duca di Savoia, « come colui che haveva portato l'armi
contro Henrico, nel tempo dell' interregno e della turbolenza di
Francia, e con titolo di aderire alla lega, si era internato nella
Provenza et occupato alcune piazze in quella provincia e nei con-
fini del suo Stato, ma piü d'ogni altra cosa lo havevano in quelle :
guerre tenuto interessato l'haver egli negli ultimi anni di Hen- |
rico III occupato il Marchesato di Saluzzo che all'hora dal re di i
Francia pacificamente si possedeva ».

Non fu. possibile l'aecordo per la restituzione di Saluzzo. Il
duca di Savoia diceva averlo ricuperato di diritto, come feudo ri-
cadutogli per estinzione della linea legittima di quei marchesi :
Francia allegava il pacifico possesso di molti anni. Qui il Cardi-
nale espone minutamente le pretese della Francia e il diritto di
Savoia; e rifà la storia del Marchesato a partire dal 1210 per la
recognizione in feudo fatta da una Adelaide contessa di Piemonte

(1) TORTORA OMERO, Historia di Francia di Homero Tortona da Pesaro, divisa in i
libri ventidue, nella quale si contengono le cose avvenute sotto Francesco Secondo, T
Carlo Nono, Enrico Terzo ed Enrico Quarto — Venezia, Gio. Batta Ciotti, 1619, vol.3 in 4o.

(2) Sebbene di quest'opera vi abbiano esemplari stampati a Venezia dal Ciotti
coll' anno 1719, tuttavia sono la stessa edizione sopra ricordata.

Perció la Relazione presente del cardinale Aldobrandino rimane sempre docu-
mento nuovo, degno di essere studiato.
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IL CARDINALE ALDOBRANDINI E IL TRATTATO DI LIONE 32

a favore di Guiccione Delfino di Vienna, zio di lei, e proseguendo

nel 1216, quando Tommaso di Savoia rilascia alla medesima una

quietanza d'ogni sua pretensione; onde i Francesi deducevano
« che i Conti di Savoia non havessero che fare nel Marchesato
o che per questo atto vi havessero renunciato ». Si allegava un
atto del 1290 e successivamente altri atti del 1295, del 1343, del
1354, e del 1390 a favore del Delfino, fino a Lodovico Marchese
di Saluzzo che si soggettò a Carlo VIII. Savoia per contrario co-
minciava a portare la ragione del trattato di Vervins che lasciava
un anno di tempo a.terminare le questioni e frattanto le cose do-
vessero rimaner nello stato quo. Dicevasi non essere stata spogliata
Casa Savoia del Marchesato se non nel 1490; doversi non dividere
il possesso dal dominio in diritto ; farsi luogo alla ragione col-
l'esame delle scritture che cominciano dal 1169 con un lodo di
Bonifazio Marchese di Monferrato, per il quale il conte Amedeo
di Savoia dà in feudo perpetuo a Manfredo Marchese di Saluzzo
tutto il Marchesato per 60,000 fiorini d'oro e quattro terre in Pie-
monte, e continuano con atti del 1363, 1364, 1365, 1372, 1975,
1390 fino al 1490, ecc.

Qui si riportano le allegazioni di diritto da ambe le parti e
le contestazioni reciproche.

« L’uno e l’altro, al mio credere, dice il Cardinale, abbrac-
ciavano volontieri la strada del giuditio; poichè le loro ragioni

facevano apparire, che i Marchesi di Saluzzo riconoscessero. per

supremi signori quando i Delfini di Vienna e Re di Francia, e
quando i Conti e Casa Savoia, secondo che la forza e la necessità li
costringeva per andarsi mantenendo. Cotali sono i fondamenti, per
lo più, de’ principati, i quali se dalla maggior parte si andassero
scuoprendo, si trovarebbero più deboli e più fiacchi che altri non

‘si creda; ma il tempo e la forza il tutto ricuopre ».

Fu prorogato il compromesso di Vervins di 4 mesi. Al Papa
sembrò troppo breve, e ne chiese una proroga più lunga. Questa
domanda del Papa insospettì il Re contro il Duca e gli Spagnoli;
di che il Papa si scagionò, senza farne persuaso l'animo di En-
rico, il quale propose, di depositare il Marchesato in mano del
Papa. La proposta allarmò il Duca e gli fece credere che. fosse
diretta a far cadere quello Stato nella persona del nepote e nella

‘casa sua, « calunnia uscita dalla solita malignità della Corte di

Q

E

C PRIN I PE LA DMI e Y a L. FUMI

Roma, dove la passione et invidia massimamente contro un Papa -

glorioso fa ritrovar false inventioni senza haver l'occhio alla ve-
risimilitudine ». i

Il nepote sfata questa diceria con buone ragioni.

Intanto il Duca prende la risoluzione di recarsi personalmente
in Francia dal Re, e la ragione della sua andata (ce lo assicura
il Cardinale) fu appunto quel sospetto; ma non tace di tutte le
dicerie che correvano per questa gita, non ultima quella della
congiura del maresciallo di Birone contro la vita del Ré; a pro-
posito della quale congiura rammenta tutto quello.che era perve-
nuto ai suoi orecchi. Discorre minutamente intorno alle trattative
intercednte fra il Re e il Duca fino alla sottoscrizione del. capito-
lato di Parigi del 27 febbraio 1600, col quale il Duca si obbligava
a restituire il Marchesato col cambio della Bressa.

« Ma partito il Duca, non si tardò molto a conoscere ch’ egli
non haveva punto di voglia di eseguire il Capitolo, et a dubitare
dell'esito della cosa, et il: Nuntio di Savoia prattico dell’ humore
di lui, avvisò il Papa, che non obstante la sottoscrittione de’ Ca-

pitoli et ogni solennità, non tenesse la cosa per sicura, se di Spa- .

gna non veniva chiara e reiterata commissione di eseguirla ». Do-
menico Belli, cancelliere ducale, è spedito in Ispagna, sotto co-
lore di iscusare con quel Re la sua gita in Francia, di dargli
parte del negoziato ecc. ecc., ma veramente « per scusare la gita
con l'istanza et autorità del Papa, et con gli inviti di Francia et

esortationi del Patriarca che biasimasse l'uno e l’altro dei partiti,

come nocivi non meno al Duca che pericolosi agli interessi del
Re di Spagna; e che l'haverli promessi e sottoscritti i Capitoli
oltre le strette, preghiere e comandamenti del Pontefice, si altri-
buisse al trovarsi in gran pericolo in mezzo le forze del Re, dalle
quali per uscire non haveva trovato miglior rimedio: haver sco-
perto l'animo del Re di Francia essere di muovere l'armi contro
di Sua Maestà et in particolare in talia ecc. ecc. ». — La ri-
sposta del Re di Spagna fu che se il Duca « non giudicava do-
vere stare all'aecordato in Parigi, il Re non haverebbe mancato
di aiutarlo; che non desse occassione al Re di Francia di muo-
vergli guerra, anzi usasse nel rimanente seco ogni buon termine;
ma quando Henrico l’havesse assalito, Sua Maestà l'haverebbe
difeso; che si procurasse col Papa che ripigliasse il trattato per

E


IL CARDINALE ALDOBRANDINI E IL TRATTATO DI LIONE 391
moderatione de' partiti, di che si haverebbe fatti fare caldissimi
Officii con Sua Santità ».

Difatti, nel tempo stesso che rafforzava lo Stato di Milano e

vi inviava il Conte di Fuentes, instó presso il Papa per la revi-

-sione del trattato.

. Il Papa se ne sshermi abilmente. Intanto decorreva il termine
de’ Capitoli senza che il Duca vi desse ‘effetto, e passavano an-
che due altri mesi; oltre i quali il Re si determinò alla guerra.

Il Cardinale dà qui luogo alla seconda: parte della sua storia,
sebbene non abbia partizione apparente di alcuna sorte. Dice, come
il Papa, rammaricab all'annunzio della guerra, perchè non si sa-
rebbe fermata fra i monti, « nè rimasta fra gli angusti confini
della. Savoia, ma laverebbe bentosto. avvampata l’Italia e tutta .
la Cristianità », acunó il Concistoro, vi espose lo stato delle cose
per il Marchesato di Saluzzo, diè conto di quanto egli aveva fatto

per impedire la gierra e del suo proposito di non. abbandonare

il negozio, anzi aloperarsi con più calore ad ovviare maggiori

‘mali; e a tal fine domandava l'avviso del Sacro Collegio. Scrisse

ai due Re di Frincia e di Spagna e al Duca di Savoia; e qui il
Cardinale dà il entenuto di ciascuna lettera. Commetteva al Nunzio
di Spagna di inormare minutamente il Re delle pratiche fatte
dal Papa in tuto questo affare, dei pericoli, a cui si andava in-
contro con la guerra, e di insistere presso il Re e presso il Duca
di Lerma pería pace. Speciali istruzioni sono date ai Nunzi di
Savoia e di Fancia e specialmente al Patriarca Costantinopolitano,
proponendog! un convegno in un luogo:terzo per venire ad un
trattato comme. Il Papa mirava ad assicurare gli Spagnoli del-.

-l'animo del Re di Francia, « che non volesse turbar le cose dopo

la restituziae del Marchesato »;.mirava ad assicurare i Francesi

dell’osseranza di ciò che loro si promette.

« E prché col lasciar la protezione di Ginevra, il Re haverebbe
permesse che l'armi del Duca e de’ Spagnoli si fussero voltate a
quella prie », volle il Papa che dal Patriarca si tentasse anche
questo, Proponeva di più che il Re si contentasse del Marchesato
di là è monti, senza curarsi di Pinerolo o altra piazza di qua,
« parndogli che ciò dovesse togliergli a' Spagnoli ogni sospetto. ».

Chieeva intanto la sospensione degli armamenti: e perchè la
Il Papa
spedisce Er-
—— minio Va-
>. lenti.

| Prencipi la premura del Papa grande in. accommodare questedifferenze,

L. FUMI

guerra si faceva sempre più vicina, sì per i progressi dei Fran-
cesi, come per la venuta del Conte di Fuentes e de’ soldati spa-
gnoli in Italia, deputò suo negoziatore principale Erminio Valenti,
stato già Segretario del Cardinal Aldobrandino, con incarico di
proporre una transazione finale fra le parti. Di questa transazione
sono tracciale tutte le linee principali, tanto per la missione sua
a Milano e a Torino, quanto e più specialmente a Parigi, dove
apprese le buone disposizioni di Spagna, minacciava il Cristianis-
simo unire le forze della Chiesa con quelle del Cattolico per te-
nere le armi lontane dall'Italia e faceva sentire la disposizione

chiederlo l'importanza della cosa verso il Papa, come per dar sod-
disfatione alli Spagnoli et all'ambasciator di Savoia che ne face-
vano instanza, in maggior pretesto al Reidi Frincia di poter cessar
da l'armi con sua repulatione ». Riportiamo 1i passi della Zela-
zione che concernono l’incarico dato a questo liplomatico umbro:

Ma non contento di tuttQ ciò il Pontefice, vederdo tuttavia il fuoco
più accendersi, e forse maggiore il pericolo, e diffieutarsi il rimedio, sì
per li progressi de’ Francesi, come per la venuta dé Conte di Fuentes,
e de’ soldati spagnuoli in Italia, si risolse pochi giorii appresso di man- i
dar a trattar questo negotio Erminio Valenti. Questi 1auendo dal pren-
cipio del Pontificato seruito nella Segretaria del Cardhal Aldobrandino, 1 L|
era da lui stato tirato al primo luogo di Segretario di Stato, essendosi L
portato auanti nella gratia del Padrone con la fedeltà e diligenza nel |
suo ministero, e con una natural piaceuolezza et affabiltà, che lo ren-
devano amabile et al Superiore et alla Corte et insieme in opinione di
singolar bontà e sincerità. Onde ‘amandolo il Cardinale, e disegnando

del Papa di inviare un Cardinale legato a lcfere, « così per ri-

à portarlo à maggior grado, come fece, hauendolo. poi, a suo tempo,
fatto far Cardinale, pensó d'incaminarlo à ció con darli ocasione di es-
sere adoperato dal zio in negotio di si importante qualità,e nel quale
tanto il Pontefice premeua. | :

A due fini riguardaua la missione del Valenti, à mostare à quei

e stabilire la pace, e l'affetto che ui haueua dentro, mentr metteua.
mano à persona tanto confidente e tanto necessaria al seruito per la
qualità dell’ officio suo, che l'allontanarla non poteua recare se non di- 1
sagio: l’altro era di proporre nuouo partito e nuoua negotiatine, Fa- iE
ceuasi ciò col professare il Pontefice di voler aecommodare il. negotio af- Pj
fatto senza che ui rimanesse attacco veruno, che potesse per tal ceione
329

IL CARDINALE ALDOBRANDINI E IL TRATTATO DI LIONE

turbar mai più la Christianità. Onde voleua, che si venisse ad vna tran-
satione finale senza, che ui hauesse à rimaner più lite ó compromesso,
o nascere altra sentenza. .
; i Fü commesso dunque al Valenti di andar prima à Milano à trattar s dirvajemm
; . eol Conte di Fuentes quiui di poco arriuato, e doppo essersi rallegrato TOcArea Mud
seco del suo arriuo in Italia in nome del Pontefice, lo persuadesse a
voler essere Ministro di pace, non solo con quelle ragioni, che al suo
d; Ré stauano bene, ma per la particolar consideratione della sua persona,
È i per ciò chè essendo egli soldato vecchio, e di molta riputatione, acqui-
E ‘stata col suo valore e con diuersi felici successi, non doueua facilmente
; cimentarsi à nuove imprese, et arrischiar ad vn hora ciò che con tante
E. fatiche e tempo procurato s'hauea, potendosi far glorioso ancora con la
pace in quell’età, meritando molto appresso la Christianità per hauerla E
di quietata in tempo di tanto pericolo.
3 Douea darle conto di tutto il successo del negotio e della necessità,
i nella quale il Duca si era posto di restituire il Marchesato. per le tante
promesse di ciò fatte; onde in far che il Conte principalmente appro-
E uasse la restitutione, douea premere prima d' ogn' altra cosa; ma ciò fatto, us
* insinuar poi, che egli proporrebbe al Ré di Francia, che si contentasse SA
..— . di ripigliar tutta la ricompensa di là da’ Monti, credendo il Papa, che
| ciò piacesse molto al Rè di Spagna et à suoi Ministri, togliendo via i
| sospetti concepiti, ma perché non era sicuro che il Ré di Francia ha-
uesse abbracciato vn tal partito, bisognaua star saldo nel proposito di
restituir il Marchesato per finir la guerra. E per ció fare ui era di me-
stieri, che il Conte non imbarcasse il Duca con le speranze di grandi
aiuti e nuoue imprese e progressi di guerra, al che egli era pur troppo
inclinato, per ciò che imbarcato nelle. sopra dette cose, si renderebbe dif-
ficile à lasciarsi gouernare et ad esseguire ciò che si negotiasse. Era
insieme. necessario, che Sua Eccellentia si contenesse à non far atti
È 3 hostili contro il Ré di Francia, e non lo prouocare, né desse occasione
È E. à rottura maggiore anche con la Corona di Spagna, ma andando in ció
trattenuto, desse luogo alla negotiatione.

| E Spedito dal Conte di Fuentes, doueua andare dal Duca di Savoia, e ii medie E
EU seco trattar solo di fare, che restituisse il Marchesato liberamente e di Fear in
î - .. . maniera, che più di questo parlar non si douesse, facendogli di ciò le

a |. promesse rinouare, e per scrittura, non uolendo il Pontefice, che se li à
i desse speranza di nuovi partiti, ma si stesse.stretto à quello della resti- i
tutione. Voleua bene, che fatto tutto ciò si lasciasse intendere, quasi

come per cosa di veruna speranza, che se li venisse fatto, non lascia-
rebbe di parlare al Ré, anche del cambio di là da’ Monti, mà che non
si uoleva in ciò ingolfare, hauendola per cosa irriuscibile, ma che per
; Istruzioni

"5. ^al Valenti
-.. presso il Re

. di Francia.

330 ; L. FUMI -

ogni caso che potesse occorrere di haver à trattar di ciò, Sua Altezza si

disponesse à dar cambio vantaggioso, talmente che potesse persuadere
al Rè di torlo, e finire la guerra, tanto più essendo vn tal partito per
ogni rispetto al Duca molto commodo et vtile.

Ma tutta l'arte e tutta la forza della sua negotiatione si douea porre
in opra col Ré di Francia per persuaderlo à ritirarsi dall'armi con ho-
neste conditioni, come che n'era maggior bisogno, e perció con la let-
tera, che accompagnava il Valenti, gli diceva il Papa, che non si mera-

. uigliasse Sua Maestà, se ogni giorno hauerebbe lettere, o Messi, ò huo-

mini espressi da lui fin tanto, che quel nuouo fuoco non si estinguesse,
non potendo se non uiuere trà tanto in continuo tormento per li mali,
che alla Christianità soprastauano. Per ció le mandaua non pure il piü
intimo Segretario, ma vno de più confidentie e fedeli seruitori che ha-
uesse, che era consapeuole di tutto l'animo suo, et acciò la Maestà Sua
potesse non solo saper da lui ogni suo pensiero,
mente.

Con tale introduttione doueua il Valenti insinuarsi col Ré, e procu-
rar di persuaderlo che hauendo egli fatto dire al Papa, che non faceua
la guerra se non per forza, che rihauendo il suo, e saluando la riputa-
tione cessarebbe volentieri da. essa, Sua Santità gli mandaua vn partito
nuouo, vtile, di riputatione, e sicuro ad esseguirsi, et era la ricompensa
tutta di là da' Monti per uia di vna transattione generale di non hauer
più à disputare nè in possessorio, né in petitorio. Che facendosi per
questo capo con l'autorità del Papa si poteva dire cosa nnova, non es-

sendosi piü in vna tal forma trattato. Sarebbe stato vtile, perchè la ricom-

pensa sarebbe stata molto maggiore, aggiungendosi a ció, che fu capi-
tolato in Parigi quello che si douesse dare di piü in cambio di Pinarolo.
Il ehe farebbe scemare la necessità de'presidij e con essi la spesa, es-
sendo le piazze, che le toccassero, come incorporate col resto del suo
Regno. La reputatione sarebbe totalmente salva, anzi si accrescerebbe,
poi che pigliandosi dal Ré la ricompensa per il possesso e per il dominio,
e pigliandosi assoluta, ciò non uoleva dir altro, che haver hauuta la sen-
tenza in favore, senza che la mossa dell'armi hauesse tutto intorno à
tal punto ciò assicurato. La. sicurezza dell'essecuzione dipendeua i in gran
parte dal far tutto con sodisfattione del Ré di Spagna, il quale non si
doueua lasciare di chiamare in tal negotatione per i grandi interessi,
che ui haueua fatto in quella di Parigi. L'esito haver MOBLTALO che non
haueua fatto bene.

A questi punti, et al filo della sua negotiatione doueua il Valenti
aggiungere le preghiere del Pontefice, e la rappresentatione del suo tra-
uaglio e del suo ardente desiderio, et il fine di quietare, e far bene a Sua

ma aprirsi seco libera-
IL CARDINALE ALDOBRANDINI E IL TRATTATO DI LIONE 881 .

Maestà, et anche à tutta la Francia; e con quest’ occasione uoleua, che
le facesse vn discorso di quanto per quel Regno e per Sua Maestà la
pace fusse necessaria.

Gli fu commesso che tutto trattasse di concerto col Patriarca et uni-

‘tamente seco, come più prattico delle persone e de gl’ humori di essi,

e che in tutto si ualesse di lui, che douea rimanere al resto del filo del
negotio, non essendo la sua gita, che per portare al Rè l’affetto del Papa,
mediante vna persona: così intrinseca e confidente, a far le sue proposte,
et incominciar il trattato e tornarsene.

Al fine aggiunse il Papa, che potendo essere che si risolvesse à
mandare vn Cardinale con vna legatione solenne, parendo che la qua-
lità del negotio il richiedesse, scuoprisse paese col Rè e con gli altri
personaggi nel negotio interessati, come tal risolutione sarebbe sentita,
et anco come la sentirebbono i Nuntij medesimi del Pontefice, solendo
auuenire, che parendo loro, che di questa maniera si tolga il negotio di
mano di essi, et il frutto delle fatiche fatte e la gloria della buona riu-
scita, coll’ attrauersare il Legato et la sua negotiatione, antepongono la
propria passione al publico seruitio. :

Ma perché « la negotiatione del Patriarca, che sempre era
stata viva, andava languendo, facendosi le pretensioni maggiori
et il trattar più duro, quella del Valenti non hebbe miglior for-
tuna ». — L'abilità del Sessa e dell'ambasciatore di Savoia era
tale che il Papa soleva dire: « In cambio di far la guerra al Re
di Francia, la facevano a lui con le continue molestie ».

La narrazione procede con riferire il modo onde venne sug-
gerita al Papa la scelta del nepote Aldobrandino. La legazione si
mostrava oltremodo difficile, dopo le dichiarazioni di Enrico 1V
di non volere sospendere le armi, né parlar di tregua o di altro
partito. Il che fa esclamare il Cardinale Aldobrandino: « Cosi la
felicità delle vittorie muta la volontà dei Principi e diffieulta i trat-
tati ». Agevolò la via Ja richiesta fatta dal Re al Papa della per-
sona di lui per benedire. e solennizzare le regali nozze con Maria

de’ Medici in Firenze. Premessi gli avvisi ai Principi, il Cardi-

nale, con un accompagnamento di più di mille persone, si partì di
Roma il 26 settembre 1600, diretto alla sua prima legazione, « dove
seppe valersi dell’autorità sua non a pompa della propria persona,
ma per far risplendere più chiaramente la maestà ed il decoro
Ecclesiastico ».
Pochi giorni si trattenne dopo le nozze, « chiamandolo altrove
il negozio che andava sempre, per i progressi dei Francesi, peggio-
rando ». Ritenne un numero limitato del seguito, di cui fa tutti i nomi.
| Partì per Milano. Conferì il 18 ottobre a Stradella col Conte
di Fuentes; e a cagion della stanza angusta, di lì si recarono a
Voghera. i

« Due disegni haveva il Legato per se medesimo: il primo di
far la pace per servitio pubblico e reputazione del Papa e propria, -
in ogni modo non si curando che costasse più ad una parte che

all'altra. Il secondo era di finire ogni cosa di sorte, che togliesse
affatto di briga il Zio, non volendo che gli rimanesse piü il tra-
vaglio del deposito o del giuditio, se fusse possibile; nel rima-
nente sempre che havesse potuto giovare alle parti e far loro
piacere, l'averebbe volontieri fatto ».

Non vi erano che due partiti : la restituzione libera del Mar-
chesato e la ricompensa di là da’ monti. Il sécondo partito aveva
tre difficoltà molto grandi: 1.9 il cambio di Pinerolo, a tenore del
trattato di Parigi; 2.° la cessione di Centale, De Monte, Rocca
Sparviera e Castel Delfino, che dava ai Francesi un piede in Pie-
monte, senza il Marchesato ; 3.9 il dubbio che il Re si contentasse.
di un cambio proporzionato, nello stato in cui erano allora le cose
in Savoia. Chiese liberamente l'opinione del Conte intorno alla

questione del cambio e fin dove voleva e poteva arrivare. Ma il
Conte e su questo e sulla restituzione non osava pronunciarsi da
solo. Lasciava travedere il suo desiderio per commettere il depo-
sito al Papa col giudizio in capo a tre anni. « E qui si conobbe
(dice il Legato) che la durezza di restituire il Marchesato non era
solo del Duca di Savoia, ma insienie de’ Spagnoli, quali havereb-
bero voluto avanzar tempo e valersi della aulorità del Pontefice ».
Convennero insieme di abboecarsi col Duca, « persuadendosi
di poterne cavar utile non poco intorno alla sicurezza dell’ esse-
cutione di ciò che si appuntasse, togliendosi di questa maniera
a’ Spagnoli et al Duca il rifugio di scusarsi un sopra l'altro, nè po-
tendo negare di esseguire quel che insieme bavessero promesso ».
L'indomani a Tortona ebbe luogo l'abboccamento. Il Duca insieme
col Fuentes e col Ministro di Spagna tendevano coi loro discorsi

a piegare il Legato ad una lega fra il Pontefice, Spagna, Venezia,

Savoia e altri potentati d'Italia, o a depositare il Marchesato in
1L CARDINALE ALDOBRANDINI E IL TRATTATO DI LIONE 333
man del Papa per tre anni, o il Papa sentenziasse; e il compenso
riguardare tutto il territorio di là de’ Monti, sostituito a Pinerolo
il bialiaggio di Gex. Se non si potesse far la lega, il Papa pro-
mettesse al Re di Spagna di prendere l'armi e unirsi seco contro
i Francesi, in caso che col Marchesato infestassero il Duca overo
tentassero novità in ltalia ». !

[Il Legato si sentì pungere di rimprovero, come se il Papa
avesse volte le armi di Fiandra e portatele in Italia, « e.che cam-

minasse con troppo rispetto verso i Francesi ». Schivò egli il

colpo con destrezza, dimostrando con quanto zelo il Papa si fosse
adoperato per la pace generale e a vantaggio di Spagna : l'unione
col Re cattolico non era cosa da trattarsi col Re di Francia, come
il negozio della pace, per la quale era stato inviato ; ma piuttosto
da agitarsi fra il Papa e Spagna: intanto della pace si parlasse
e non di altro: per la lega esservi sempre tempo, desiderando
il Papa di star sempre unito col Re Cattolico, come fin dal prin-
cipio del Pontificato lo era stato, dopo la lega di Francia e la
guerra di Ferrara. I

Questo primo congresso non approdò a nulla : anzi finì, dopo
che si fu ritirato il Legato, con un po’ di bisticcio fra il Duca e
il Conte. Il Duca non avrebbe voluto parlare di restituzione, se
non dietro ordine scritto a nome del Re di Spagna: il Conte non
ne volle sapere, per non fare della persona del Re il protagonista
del dramma.

Di poi anche il Legato si uni nella idea del Fuentes. Per non
disgustare interamente il Duca, si venne alla conclusione di fargli
scrivere dal ministro di Spagna, che sua maestà approverebbe
sempre la restituzione, e di fare scrivere una dichiarazione al Duca
per cedere Saluzzo, ad intuito del Papa, quando dal canto di
Francia si venisse alla restituzione delle terre ducali. Questi due
atti sono del 25 ottobre. |

-Stabilito così il punto della restituzione, si venne a quello
della ricompensa. Il Legato promise di fare ogni sforzo per con-
chiudere più col cambio che con la restituzione, « havendo in ciò
premuto gli Spagnoli »; e si fece promettere dal Duca, il quale
in cambio di Pinerolo non aveva offerto se non il Baliaggio di
Gex posseduto da Ginevra, che avrebbe pensato a qualche altra
cosa di cui si parlerebbe a Torino. i

QD
334 L. FUMI

L'importanza di questo congresso di Tortona ci appare in
‘questa Relazione assai maggiore di quella che per la, storia fin
«qui si sappia. Il Cardinale minacciò di non voler proseguire più
oltre il suo viaggio, se quivi non si gettassero le fondamenta so-
lide della pace. Il Duca che fino allora aveva ondeggiato nella
indecisione, partì poco soddisfatto per Torino. L’abboccamento di
Tortona dimostrò (dice il Legato) « quanto poco fondamento si fusse
possuto fare nelle promesse di esso prima seguìte, e quanto fusse
stato necessario per incamminar bene questa negoliatione ».

Date le notizie del ritrovo di Torino, della guerra, del viag-
gio fino a Chambéry, delle accoglienze ricevute dal Re, passa a
dire delle trattative primamente intercedute, nelle quali, messo da
parte il trattato di Parigi, esclusa la tregua, furono invitati i De-
putati di Savoia all'unico scopo di negoziare la pace. Essi furono
il signor Di Salisme presidente della Camera (Alimes) e France-
sco Arconati. Da parte del Re, Sillery (Brulard) e Jeannin.

Ai 80 decembre posto mano al trattato, si agitò del compenso :
« ma le offerte delli Savoiardi furono cosi basse e poco propor-
zionate all'ingordigia de' Francesi, che operorono poco buono ef-
fetto. Offerirono solamente la Bressa Alta e Bassa fino alla Ri-
viera di Enne, purché si desse e promettesse il passo per la gente
di guerra al Re di Spagna, per andare e tornare in Fiandra e
contado di Borgogna: offerirono di più il Baliaggio di Gesse, la
Valle di Barcellonetta interamente e quella di Stura, e con questo,
con rimanere al Duca Pinarolo et oltre al Marchesato di Saluzzo,
‘ Centale, Demonte, Castel Delfino e Rocca Sparviera; ma perchè
queste cose erano le medesime tante volte offerte e ricusate, molto
presto li deputati di Francia mostrorono che non gradiva loro tale
offerta ». I Francesi poi erano eccessivi nelle loro pretese: libero
il Marchesato e come si trovava quando l'oceupó il Duca con tutte
le munizioni e i forti, durante il tempo che fu in suo. potere: le
spese di guerra: la risoluzione di tutte le differenze con Casa Sa-
voia: Momigliano in garanzia: non voler domandare ricompensa
nè curarsene, ma aspettare un’ offerta accettabile. -

« Andavano li deputati di Francia con molto artificio, et oltre
le dimande esorbitanti, trattavano con superiorità et avantaggio...
duri nelle loro pretenzioni, ma nelle scritture che davano, pareva
IL CARDINALE ALDOBRANDINI E IL TRATTATO DI LIONE 335
che accrescessero sempre. qualche circostanza più difficile, per
tirar gli altri a credere che per questa via fusse impossibile con-
cludere la pace o che non si concluderebbe senza condizioni svan-
taggiose e poco honorevoli per loro... Così andò un pezzo cami-
nando questo trattato, guidato da’ Francesi con artificio per scoprir
l'animo della parte avversa, più che per dargli fine, riservandosi
all'ultimo di cavar fuori le loro vere pretenzioni, per volerle a viva
forza conseguire, dandone loro-le nuove felicità tuttavia occa-
sione.... ». Il Legato si accorgeva delle loro arti e ‘se ne ramma-
ricava: « ma poco muoveva nè i padroni, nè i ministri ». i

La capitolazione del forte di S. Caterina, l’andata del Re a
Lione, seguito dal Legato, la solenne entrata in quella città, la
pompa delle nozze reali, il ritorno ai negoziati di pace, ma in con-
dizioni sempre più sfavorevoli, distruggendo a Lione quanto prima
si era fatto a Chambéry con sempre nuove esigenze, onde si vide
al punto di ripassare le Alpi, sono tulte cose raccontate giorno.
per giorno.con la diligenza e la precisione di particolari di chi
vi ha avuta la prima parte. P

Finalmente, scopertosi.il Re inclinato al cambio di Saluzzo, ne
i Savoiardi mostratisene malcontenti, lo sforzo del Legato fu tutto
in migliorare le condizioni di questo cambio, che dopo lunghi con-
irasti fu stabilito nel modo ben noto per le storie.

In virtà del nuovo accordo, la Savoia doveva restituirsi al
Duca in quel modo e nelle stesse condizioni, nelle quali i Fran-
cesi nell’occuparla l'avevano trovata. ;

Premeva al Legato che il forte di S. Caterina non si sman-
tellasse e ne aveva molto innanzi già tenuto proposito dopo che
il Re lo aveva occupato.

Quel forte, demolito, avrebbe lasciato più facile il passo ai
calvinisti di Ginevra. Ma la notte stessa di quel giorno della con-
clusione del trattato, ecco il Re ordinare di abbattere il forle di
S. Caterina.

Era un mancar di parola, e il Legato, adontatosene fortemente,

mandava a dirgli: « Che egli non pure non credeva di essere

obbligato di servar la sua o farla servare alli Deputati di Savoia,
ma per procedere più cavallerescamente che poteva, havendo ri- -
guardo più al suo nascimento et alle sue qualità che al merito
del caso, levava espressamente la parola al Re, e si dichiarava.
336 i : B L. FUMI

libero, pretendendo che dalla parte di Sua Maestà si fusse man-
cato e di dover ricevere soddisfatione ». Il contegno dignitoso e
‘autorevole dell’ Aldobrandino onora altamente il carattere della
diplomazia italiana, ed è degno di essere notato in tempi, in cui
la prudenza politica e la ragion di Stato sembrano consigliare una
grande moderazione nel risentimento per le offese al decoro na-
zionale. Egli pose in iscritto le sue dichiarazioni, non contento
di avere sì alto levato la voce, e spedì la scrittura al Re. Vivo e
presente è il ricordo che il Cardinale, diciannove anni dopo, fa
di questo incidente, dove narra come ottenesse la dovuta ripara-
zione dai Ministri e dal Re e il compenso per Casa di Savoia.

Profittò il Legato di questa soddisfazione per stringere i panni
agli Ambasciatori del Duca. Da loro ottenne.la dichiarazione.
scritta 18 gennaio 1601, senza della quale ben si vede per la Re-
lazione del Legato come la pace non si sarebbe effettuata mai più;
perchè il Duca, che scrisse ai suoi Ambasciatori di non più sot-
toscrivere i Capitoli della pace, certamente era entrato in nuove
speranze per i raggiri degli Spagnoli e per le mene del Mare-
sciallo di Biron.

« Ma ricevuta questa lettera da loro, se ne andarono subito
dal Legato, e conferitogli l'ordine che tenevano, si scusarono di
non poter sottoscrivere i Capitoli. 11 Legato, benché spesso s'in-
fastidisse di sì spessi accidenti e ne prendesse gran travaglio;
non di meno, falto coraggio, e pensando quanto più erano spessi
gli accidenti e maggiori, più fusse da stringere i Deputati a sot-
toscrivere, altrimenti non si farebbe mai niente, disse loro: Avver-
tissero bene quel’ che facevano; ché il negar. di sottoscrivere,
era un porre il mondo sottosopra e tirare una colpa grande :so-
pra di loro medesimi e sopra il loro padrone: la parola era già
data et il non sottoscrivere era mancamento «che si faceva non
solo ai Francesi, ma a lui che l'haveva data per loro et a loro
istanza : il Re se ne terrebbe offeso e pensarebbe che fusse un
fargli un tiro per vendicarsi dell’accidente del forte di S. Cate-
rina e si piccarebbe,di sorte che non farebbe più la pace: e sì
come si erano tutti doluti del Re, che, dopo la parola data, ha-
vesse innovato, così si potrebbe ciascuno doler di loro e. del
Duca, che, dopo la parola data, non volesse passare innanzi.
IL CARDINALE ALDOBRANDINI E IL TRATTATO DI LIONE 337

Quell'ordine del Duca non esser arrivato a tempo, né haver
irovalo la cosa da farsi, ma fatta; onde non esser da osservare;
perchè non poteva il Duca, quando scrisse quella lettera, sapere
in che stato il Negozio fusse; nè ciò voler dir altro, senonchè
non facessero la pace, quando non fusse fatta; mentre era data
la parola: che la scrittura si fa, perchè ne rimanga la prova;
ma la parola conclude i negotii: e pure anche la scrittura si po-
teva dar fatta, poiché era stata rivista et appuntata e stabilita di
comun consenso ».

Concluse, che voleva si osservasse la parola e Sottoscrives-
sero i Capitoli. Ma i Deputati ricusavano; ché ne andava loro la
testa. In questo contrasto, pensarono di pigliar il parere dell' Am-
basciator di Spagna. Piacque al Legato che mandò il Patriarca
subito ad informarlo ; ma pregò tutti che si tenesse la cosa segreta,
JQdubitando che venendo all'orecchie del Re, s'insospettisse e non
volesse che i suoi Deputati sottoscrivessero.

« Arrivati dall’ Ambasciatore i Deputati di Savoia e trovatovi
già il Patriarca, dopo haver parlato alquanto con l’Ambasciatore
medesimo, fecero un congresso tutti insieme, e si disputò la cosa
lungamente; et i Deputati sfoderorno gli ordini loro per poterli
essaminare; e si vidde che il Duca aveva comandato che si fa-
cesse la pace e si sottoscrivesse non solo prima dell’accidente
del forte di S. Caterina, ma dopo ancora ». Cosi l'Aldobrandino.

Alle esortazioni del Legato si aggiunse il parere del Tassi,
e gli Ambasciatori del Duca accettarono dal Cardinale la scrittura
dell'11 gennaio 1601 e firmarono i Capitoli.

Con che, non ha terminé la Relazione, la quale si diffonde
ancora lungamente per riportare tutte le pratiche fatte per tirare
il Duca alla ratifica della pace entro il mese prescritto. Qui il Le-
gato spiegò una meravigliosa attività e un fine tatto di Diploma-
tico provetto; poichè riuscì a stornare i Francesi di ritornare alle
armi, quando finito il primo mese, ottenne la proroga di un altro
e più; sollecitò un colloquio col Duca e col Conte di Fuentes,
spedì e rispedì al Nunzio di Spagna, e risolse di partire per
l’Italia egli stesso. : |

Tutte queste pratiche, di una difficoltà somma, non sono rac-
contate dal Bentivoglio, e quindi non sono note agli storici. Non
stimo di doverle riassumere sulle 20 pagine ultime della Rela-

22 338 L. FUMI

zione, perchè saranno più gradite leggerle a stampa insieme. e
non disgiunte da tutta la importante scrittura. -La quale è non
solo una testimonianza singolare della abilità diplomatica dell'Al-
dobrandino, e il documento fondamentale della storia del trattato fi
di Lione, ma altresì un nuovo libro per la letteratura del secolo. "
XVI e dei primi del XVII, in cui la chiarezza, l'ordine e la forma, ;
tuttochè soverchiamente prolissa, dànno all’ Aldobrandino un po- là
sto di poco inferiore al Bentivoglio.

Dice il senatore Carutti: « Nelle memorie del Cardinal Ben-
tivoglio i discorsi e gli uffici del Cardinale Aldobrandini con Carlo
Emanuele, col Conte di Fuentes e con Enrico IV sono diffusa-

eerie mente riportati..., Chi ha vaghezza nell'arte del negoziare e vo-
E! glia leggerli intieri, se ne diletterà e per lo stile e per certa ma-
i niera propria dei Nunzi Romani ». i
PS Che se dopo questa nuova pubblicazione Carlo Emanuele I l.
Mi ne uscirà in opinione al disotto a quella che per le storie si ha |
di lui, non per questo è scemato il vantaggio che venne al Pie-
monte e all’Italia dal trattato di Lione, di cui può ormai dirsi
senza dubbio autore il Cardinale Pietro Aldobrandino. j

pcena mg te ;

Orvieto, 20 maggio 1896.

L. FUMI.
IPTAZMATRT INTE x

Utm

d OEC EIIÁ FONTI

BEIOIREITJD IL. S.-FRIANCIE:SCO

il |. , Pochi libri son così universalmente conosciuti di nome. come
| i Fioretti di s. Francesco: pure pochi anche son quelli che li
abbiano letti interi. 1 più si fermano a frate Lupo, e quelli che
hanno il senso delle cose spirituali tengono il segnale, se pos-
I siedono il libro, al capitolo della perfetta letizia. Difatti quelli son
i due capitoli caralteristici ; perchè l'uno ci dà s. Francesco com’è
.. vivo nella memoria del popolo, l’altro, com'era inteso e ricordato
ib. dai suoi più fedeli seguaci: ma in questi due capitoli non son
i tutti i toretti. Leggendoli ordinatamente, altre figure ad una ad
una altirano Ja nostra attenzione per alcuni tratti caratteristici,
che ce le danno non interamente disegnate e colorite, ma vive.
Sono i primi compagni di lui, quelli-che ebbero per eccellenza il
nome di socii: frate Bernardo « che si scalzò primo » e dette
tutti i suoi beni ai poveri per seguire s. Francesco, e di lui non
E si dimentica la benedizione che ebbe come « primogenito » dalla
*- mano destra del Padre in contrapposto di frate Elia, vicario di
lui, ma non erede del suo spirito. Viene poi frate Leone « pe-
corella di Dio », che ci si manifesta in tutta la sua semplicità
coi due colloqui della perfetta letizia e del novo mattutino degl' im-
properi mutati in lodi. Poi frate Masseo, che vediamo ancora come
s. Francesco lo fece aggirare intorno più volle nel trebbio, per
sapere quale via dovessero prendere, e la refezione del pane ac-
cattato con s. Francesco alla mensa della pietra così bella e della
fonte così chiara. Poi santa Chiara e il desinare di santa Maria
340 G. STADERINI

degli Angeli, dove la prima vivanda fu « il parlare di-Dio si dol-
cemente, sì altamente, sì meravigliosamente, che tutti furono ra-
piti in Dio ». Altri capitoli parlano direttamente di s. Francesco,
la predica agli uccelli, il capitolo delle ‘stuoie, la vigna del prete
da Rieti, il lupo di Gubbio, le tortore selvatiche. Poi tornano, 1
senz'ordine, frate Rufino con le sue tentazioni e ancora gli altri 1
. già nominati, e frate Egidio col colloquio silenzioso avuto con D
pe s. Luigi re di Francia. Vengono poi i santi delle seguenti genera-
zioni: sant'Antonio, Corrado da Offida, Giovanni della Penna, Ia-

si copo della Massa, Giovanni della Verna e Iacopo da Fallerona ;

D ; sant'Antonio coi suoi stupendi miracoli, gli altri con le estasi e

le visioni, che ci fanno qualche volta ricordare esser loro con-

temporanei di Dante. Finalmente abbiamo un’operetta a sè: « le

considerazioni delle sacre sante Istimate di s. Francesco » e, nelle

edizioni a stampa dopo quella del Cesari, la vita di frate Ginepro |
e quella di frate Egidio con la sua dottrina e i suoi detti. i 3
Lasciando per ora i vari capitoli inediti o recentemente pub- i-
blicati come tali, prendo a esaminare questa raccolta, come è data :
da quel codice Manelli, la cui superiorità su tutti gli altri è stata

giustamente messa in luce da L. Manzoni.

Chi legge per la prima volta i Fioretti ne riceve un’ impres-
sione indistinta così pura e soave, che si stenta a forzar la mente
all'analisi: pure, poichè si tratta di fiori di varia natura, merita
conto fermarci un momento, per vedere quali son quelli veramente
vivi, onde sentiamo la freschezza e il profumo. Vedremo difatti >
che un esame particolareggiato di questa raccolta ci conduce a
studiare e riconoscere il pregio di alcune tra le più antiche me-
morie francescane, e che d’altra parte il valore di queste più vi-
cine ai fatti che narrano, dà a certe parti di questo libro pregiate
finora solo per la loro bellezza, anche un’autorità storica non tra-

scurabile.

Ora il primo desiderio che viene a una persona mediocre-
mente colta e che sappia come i Fioretti sono una traduzione, è
d'andar a vedere l'originale. Quale fosse quest’originale s'é molto
cercato. La storia di queste ricerche fatta già dall'Alvisi (1) e dal

(1) In MORANDI, Antot. critica, ed. 82, pagine 300-2.
SULLE FONTI DEI FIORETTI

Manzoni (1) riassumo qui, solo accennandola, nei punti più es-
- senziali.

Naturalmente, quelli che più degli altri avevano uno stimolo
o solo un'occasione a tali ricerche, e nell'abbondanza dei mezzi,
più probabilità di scoperta, erano i Francescani: e appunto un
Francescano, il Wadding (2), è il primo che rovistando i tanti
scritti del suo ordine indica un F/oretum, testo latino dei Fio-
retti; ma per un pezzo senz’ eco. L'Affó (3) riscontra nei Fioretti
capitoli fedelmente tradotti dalle Cronache dei XXIV Generali :
gli Accademici della Crusca (4) li registrano come volgarizza-
mento di una parte delle Conformitates s. Francisci di fra Bar-
tolomeo degli Albizzi (che invece, come fu: poi notato, è poste-
riore (5)). Il Barbieri (6) indica lo Speculum vitae b. Francisci
et sociorum eius. L’Alvisi nel convento di s. Isidoro a Roma
trova il codice, a cui alludeva. il Wadding, col titolo di Actus
s. F'rancisci et sociorum eius, e lo segnala agli studiosi come testo
latino dei Fioretti.

Relazione tra i « Fioretti » e gli « Actus ».

La rispondenza dei Fioretti agli Actus è come di traduzione
fedele ad originale; ma un semplice confronto dei due indici ci
mostra divergenze che non si possono trascurare. Perché negli
Actus di s. Isidoro noi abbiamo diciassette capitoli che non han
riscontro nei Z'ioretti'e viceversa otto capitoli di questi, oltre
quasi tutta l'operetta delle Considerazioni sulle Stimmate, non han
rispondenti nel testo latino di quel codice. Sicché non possiamo
dire che i Fioretti, quali li abbiamo nel cod. Manelli, derivino
direttamente dalla raccolta rappresentata a noi dal cod. di s. Isi-
doro: piuttosto da una simile, dove, con la libertà usata ordina-
riamente dai raccoglitori delle memorie Francescane, come di

(1) Im Miscell. Frane., 1889, vol. III, fasc. IV e seguenti.

(2) Script. ord. Min., pag. 179.

(3) Cantici volgari di S. Fr., Guastalla, 1777, p. 61.

(4) Voc., Va impress., 1843.

(5) L' Opus conformitatum fu presentato al capitolo gen. dell'ordine il 1399, e
vi sono codici dei Fioretti anteriori; per esempio il codice Manelli (della Nazionale di
Firenze, Racc. palat., E, 9, 9, 84) è del 1396.
(6) Fioretti; Parma, 1859, p. VII.
342 G. STADERINI

esempi a scopo d' edificazione, erano stati TARA aggiunti
altri capitoli, gli altri capitoli che abbiam notato mancanti nel
cod. di s. Isidoro: ed è notevole che, tranne due derivanti da
altre fonti più antiche, gli altri hanno tutti evidentemente un'ori-
gine locale, essendo tutti di cose appartenenti alla provincia della
Marca. Sieché per il nostro scopo noi possiamo per ora melter
da parte i Fioretti e prendere in esame direttamente gli Actus.

Ricerca delle Fonti.

Come già s' è detto parlando dei Fioretti, che in questa parte
corrispondono perfettamente agli Actus, noi troviamo prima ca-
pitoli riguardanti non s. Francesco, ma alcuni dei primi socii,
Bernardo, Leone, Masseo, Rufino, Egidio, e inoltre tre capitoli
che parlano di santa Chiara. Ora gli stessi capitoli noi troviamo
in un’altra opera assai importante, perchè è quasi un'enciclopedia
storica dei primi due secoli dell’ordine, che porta volgarmente il
nome di Cronache dei XXIV Generali. Senza dubbio esse son
posteriori alla compilazione degli Actus, risultando chiara la loro
. data dall’ ultimo Generale (1), di cui danno la storia: ma questi
racconti riguardanti i primi socii, che in esse sono in gruppi re-
cisamente staccati, come tante vite a sè, ciascuna col suo Incipit e
quasi tutte con una introduzione, più ricche di fatti che negli
Actus, queste vite donde le ha tratte il compilatore delle Crona-
che? Esistevano già in quella forma? Il proemio stesso di quella
compilazione può sembrar che le additi (2): quaedam notabilia, quae
in aliquibus legendis, tractatibus, processibus, cronicis dispersa
repperi... nec non de VITIS SANCTORUM FRATRUM inspecta quantum
potui... recollegi; ma quest’ultima frase, oltrechè può essere che
si riferisca solo alle vite dei santi frati posteriori, di molti dei
quali si parla nelle Cronache e che le notizie sui primi socii siano
attinte da qualcuna delle altre categorie di fonti indicate, non ri-
sponde poi nemmeno con sicuro significato alla nostra domanda.
Una risposta sicura danno le Cronache solo per la vita di frate
Egidio, composta, come dice nel suo proemio l’autore, di cose che
egli ha vedute e udite dal santo stesso o udite da suoi intimi

(1) Eletto nel 1373.
(2) Dal bellissimo cod. dell'Angelica di Roma, Fondo Novelli, 1752.

ci

SEE mire
DEL ES
voc eX Ewa

SULLE FONTI DEI FIORETTI : 343

compagni, e un di questi v' è in un luogo nominato fr. Paulus
de Prato. Per altra via che le Cronache conosciamo poi le vite
0o leggende di santa Chiara e di s. Antonio scritte, la. prima cer-

tamente, probabilmente la seconda, da Tommaso da Celano, da un i

contemporaneo dunque; e son le vite stesse che danno le Cro-
nache. Finalmente non mi par trascurabile, se si mette insieme
con questi dati, quel passo di Tommaso nella 28 Vita, interrom-
pendo il suo elogio su frate Bernardo: sed huius Bernardi laudes
aliis narrandas. relinquimus.

E da notare però che in queste vite dateci dalle Cronache
mancano due capitoli, uno di frate Masseo e uno di frate Leone,
che si ritrovano nelle edizioni a stampa dei 'orettt. Dell'ultimo
dei due specialmente fa impressione la mancanza: è il capitolo
della perfetta letizia, quello che ci rivela più serena e profonda
l'anima di s. Francesco. Si potrebbe pensare che questi apparte-
nessero (per la forma, s'intende) al compilatore degli Actus : ma
negli Actus possiamo determinare per eliminazione i capitoli che,
‘a notizia nostra, non risalgono a fonti anteriori, e ad essi manca
appunto quel carattere di semplice fedeltà al vero, quel candore

incomparabile che è proprio specialmente del colloquio sulla per- .

fetta letizia ; e d’altra parte, per ammettere che ne fosse lui l'au-
tore, bisognerebbe riconoscergli una natura d'artista, quale tutta
l'opera sua, dove si può creder veramente sua, non ci lascia nem-
meno supporre. L'unica conclusione che si può trarre da questa
mancanza è che le Cronache non ci conservano queste vite in-
lere: né questo fa meraviglia in un'opera, che, sebbene accurata
quanto soglion essere le pià accurate opere francescane, vuol rac-

cogliere però troppe cose, perchè non ne vada smarrita qualcuna.

Alle Cronache dunque dobbiamo ricorrere per aver un'idea
di queste vite, fino a che qualche fortunata scoperta non ci dia
intera anche questa parte preziosa dell’antica letteratura france-
scana. Il dialogo di Crescenzio da Iesi con le sue attraenti parole
iniziali: Venerabilium gesta patrum, per quel che se ne può ar-
gomentare dagli estratti che ne danno le Cronache stesse e dalla
stessa forma dialogica, non soddisferebbe probabilmente molto, se
si fosse ‘conservato, questo nostro desiderio.

Assai più facile a determinare è la provenienza delle parti
che riguardano la Verna e la Porziuncola. La Verna dalle Stim-

eet TTI III 7 S À
ratori

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E —— D

cats 944 G. STADERINI

mate, la Porziuncola dal Perdono erano state consacrate come i
due santuari francescani: era ben naturale che conservassero
anche in iscritto il ricordo di privilegi, di grazie divine, onde ve-
niva la vita loro spirituale e materiale.

Per la Verna, il primo racconto che ci si presenta, quello
appunto de inventione montis alvernae, porta chiara la testimo-
nianza della sua origine nelle famose parole con cui esso finisce :
Hanc ystoriam habuit frater iacobus de massa ab ore fratris
leonis et frater ugolinus de monte (S.) Marie ab ore dicti fra-
tris iacobi et ego qui scribo ab ore fratris ugolint viri fide digni
et boni. A proposito delle quali é da notarsi, come già è stato
notato da altri, che il nome di frate Ugolino del Monte S. Maria
appare un’altra volta nei Fioretti come nome d'autore, nel capi-
tolo che racconta di fra Giovanni della Penna (XIV); dimo-

dochè queste due indicazioni ci mettono. sulla via per ritrovare -

la provenienza di alcune parti di questa raccolta non derivanti da
fonli già note. Ie
Quanto poi alla Porziuncola, appunto nell’ opuscolo sulle sue
prerogative e sul Perdono, che compilò, com’ è noto, nella 1* metà
del sec. XIV fra Bartolo d’Assisi, si trovano i capitoli ad essa
relativi degli Actus di s. Isidoro. Può essere che in questo mano-
scritto quel piccolo gruppo di racconti e d’attestazione sull’ Indul-
genza non sia che un estratto del libro di fra Bartolo ; e allora
bisognerebbe pensare a un'interpolazione posteriore, perchè diffi-
cilmente si può ammettere, dato ch’ esso servi all'autore della rac-
colta avignonese (1), che il libro degli Actus sia posteriore alla
compilazione del liber sacr@ indulgentie: ma poichè fra Bar-
tolo stesso cita come materiali raccolti in questo i racconti e le
attestazioni delle leggende antiche e delle nuove e gli altri dettt
dei socii intorno al luogo della Porziuncola e alla singolare sua
santità e tutto quello che potè trovare riguardo all’ indulgenza e 1
miracoli relativi ad essa, può essere che a queste stesse fonti abbia
attinto direttamente il compilatore degli Actus. A. questi. capitoli
due altri si trovano innestati, più brevi, pure relativi alla Por-
ziuncola, ma d'indole diversa, trascritti fedelmente dalla 2° Vita

(1) Adotto la denominazione che al Salvadori (v. più giù, pag. 362) pare più chiara
dell' altra « Antiqua legenda », per indicare la raccolta di memorie francescane con-
servataci nel cod. vat. 4354,
SULLE FONTI DEI FIORETTI :

di Tommaso da Celano. Un dubbio può sorgere dal capitolo che
è primo in questo gruppo e che racconta l'acquisto della chiesa
di Santa Maria degli Angeli. Esso si trova nella stessa forma
in un’ altra opera francescana, sul cui valore recentemente s'è
molto parlato, ma che ancora merita tutta la nostra attenzione ;
lo Speculum perfectionis: sì ritrova anzi in quella parte dell’opera
che è sembrata più sospetta ed è invece quella che, se mai, ne
assicura meglio l'autenticità. A quest'opera stessa ci riporta un
altro racconto degli Actus, quello della tentazione de’ topi e del *
miracolo della vigna, in cui già il Della Giovanna (1) riconobbe
« un rimaneggiamento di due capitoli dello Speculum »; rimaneg-
giamento in cui, osservo subito, è soppressa la parte che narra
l’origine del Cantico del Sole. |
Altri capitoli sono negli Actus riguardanti s. Francesco, che
non appaiono o non nella stessa forma in altra delle fonti fran-
cescane anteriori che io conosco. Basta leggerli attentamente, per
osservare un carattere speciale che nella loro varietà è loro co-
mune: son tutti miracoli o fatti straordinarii, e quelli che d'altra
fonte vi si trovano hanno qui trasformazioni o aggiunte, in cui si
può riconoscere lo stesso carattere, d'un meraviglioso, cioè, im-
prontato d’un realismo un po’ grossolano. Tra questi notevole è il
miracolo del lupo di Gubbio, dove s. Francesco inteso solo come
poteva essere dal popolo, conserva pure la sua geniale, arguta e
amabile semplicità. Non si creda dall'esser questo racconto tra i
capitoli che abbiamo così caratterizzati, che esso sia pura invenzione:
già Tommaso da Celano parla di lupi addomesticati da s. Fran-
cesco, e anche questo è un esempio del reciproco amore tanto
notato dai contemporanei tra il Santo e tutte le creature sue so-
relle. Questo spiega forse come al racconto del lupo segua quello,
che non pare punto meraviglioso, delle tortole selvatiche ; stando
insieme altrove, non è improbabile che anche qui il lupo diventato
fratello si sia tirato dietro le sorelle tortole. Dico, non è impro-
babile : ma, chi osservi la chiusa del racconto, e come tutto il
sugo d'esso pare raccolto lì, in ‘quel fanciullo, che per le tor-
tole date a s. Francesco « factus est, postea fr. Minor », più
naturalmente, mi pare, va riconnesso cogli esempi di conversioni

(1) S. Franc. d' A. giullare, in Giorn. st. della lett. it., fasc. 73.
346 G.

STADERINI

guenti a questo nella stessa raccolta.

Un'altra serie di capitoli troviamo negli Ac£us di s. Isidoro
riguardanti la vita di Corrado da Offida, Pietro da Montecchio,
Giovanni della Verna, Giovanni della Penna, tutti marchegiani.
Evidentemente essi hanno origine da vite di questi santi frati,
(quella di Giovanni della Verna, che è la più lunga, ci è data di
fatto dalle Cronache). Delle quali un esempio bellissimo ci è dato
nei due capitoli degli Actus che raccontano dei due studenti bo-
lognesi Pellegrino e Richieri, che negli Actus di s. Isidoro tro-
viamo invertiti, ma mantengono il loro ordine nello Speculum
vitae (da c. 148 v. a c. 150 v.); sono una breve e intera leggenda
antica francescana nata nel luogo stesso, dove colui di cui si nar-
rava era morto e col carattere di ricordo utile all'occasione per i
processi. ;

Con questi capitoli degli Actus vanno, e per il posto che oc-
cupano e per la materia, quelli dei F'ioretti che gli Actus di s. Isi-
doro non hanno e che han. comune con essi l'origine dalla pro-
vincia della Marca: è evidente, dalla stessa fonte chi ha attinto
più, chi meno. Restano i capitoli che han per carattere l’ ostilità
contro frate Elia: dei quali il primo ci appare quasi fin dal prin-
cipio degli Actus a proposito di Bernardo, che anche altre me-
morie ci rappresentano come suo contrario. Chi raffronti questi
capitoli con quelli dello Speculum vitae da c. 167 a c. 172 come
un'interpolazione nella vita di frate Egidio, vedrà che v' era tutta
una piccola letteratura contraria ad Elia, proveniente dalla parte
spirituale dell'Ordine (1); e non. farebbe meraviglia che anche que-
sta si trovasse raccolta in un libello contro il prepotente Generale.

Sicché le fonti degli Actus sono:

1.° Le vite dei socii più insigni scritte probabilmente da
altri socii; quella di santa Chiara certamente, e probabilmente
quella di s. Antonio scritta da Tommaso da Celano: e quelle, dif-
ferenti d'età e di carattere, dei Minori di santa vita appartenenti
alla 2* e alla 3. generazione francescana.

2.» Opuscoli locali riguardanti la Porziuncola e 1’ Indulgenza

'

(1) Lo dimostrano anche gli accenni delle Vite e opuscolo di Salimbene che si
intitola Il prelato.

o di salutari operazioni della Provvidenza antecedenti e susse-

VICARI
coo
TUM ipti co tiM

SULLE FONTI DEI FIORETTI 347

del Perdono, la Verna e le Stimmate; che ancora, non importa

se in altre redazioni, sono giunti fino a noi.

3.0 Lo Speculum perfectionis.

4.9 Un probabile Liber miraculorum. perduto.

5.° Scritti polemici contro frate Elia. |

I capitoli dei Fioretti che non hanno riscontro negli Actus

di s. Isidoro risalgono anch'essi a queste medesime fonti, fuorchè
le considerazioni sulle Stimmate, la cui fonte è in massima parte
s. Bonaventura — Vita s. Francisci, cap. XIII, De Stigmatibus-
sacris — con ampliamenti e interpolazioni varie, che vedremo in
un esame piü particolare.

Analisi particolare.

Le Cronache dei XXIV Generali hanno solto il titolo di Vita
fratris Bernardi tutti i capitoli che sono negli Actus più uno sulla
missione a Firenze tolto dalla leggenda dei tre socii e, nel capitolo
della benedizione data in morte cancellatis manibus da s. Fran-
cesco, il racconto .d’ un’ altra benedizione precedente, che si ri-
trova nello Speculum perfectionis e che pare un duplicato di quella,
sostituito a Elia, per contrapposto di Bernardo, Egidio (è proba-
bile invece che la sostituzione sia stata l’inversa): e ancora, man-
cano negli Actus alcuni altri tratti più brevi, come quello di Ber-
nardo, che dietro Elia cavalcante un cavallo nimis altus et grossus
fortiter insufflabat et percutiebat groppam; o dell’acqua rosacea
rifiutata da lui infermo perchè impedimento al meditare. Son come
disgregati ricordi, e a chi si debbano non possiamo determinare
con precisione; possiamo dir solo quel che dice il proemio della
raccolta avignonese, che queste notizie dei socii si debbono ad altri
socii: scripta sociorum. exprimentia vitam et gesta < b. fi >
sociorumque eius. i

Con un carattere più evidente di vita ci appare nelle stesse
Cronache quella di Leone; è una serie di capitoli ben concate-
nata, che ci dà tutte le notizie che abbiamo di lui nelle memorie
francescane a noi note fino alla sua morte e sepoltura, con una

introduzione ricca d’ immagini, quasi come un ornato ingresso, che

somiglia molto a quella della vita di Rufino: Quasi vas auri so-
lidum omni lapide precioso pigmentorum suavitate confertum inter
==

sent ra

G. STADERINI

beati Francisci socios resplenduit frater leo eius secretarius et
confessor, quia virtutum quasi gemmarum. varietate tenendo vitam
activam modo mirabili adunatam, t tandem fuit in vite contempla-
tive (sic) ín ortum aromatum et regis cellam vinariam introdu-
cius. Così introdotti nella vita di « frate pecorella », non si resta
un po' sorpresi a guardare questo gemmato stile? perché la nar-
razione di quella vita è veramente tutta, come la vita ch'essa ri-
specchia, d'una « semplicità colombina », e quel proemio è lumi-
noso invece come l'aureola d'un santo. Chi puó averlo scritto?
Espongo una congettura, cosi come m'é venuta. Lo stesso con-
trasto col proemio, che colpisce qui come nella vita di Rufino,
avevo notato leggendo il prologo tutto sfolgorante d' immagini che
è in fronte all'umile Leggenda dei Tre Socii. Ora questo veramente
poetico prologo ha una singolare evidente somiglianza con quel
tratto di Tommaso da Celano nella 18 vita che è, si direbbe, uno
splendido saluto della poesia all’ apparir di Francesco. Più che

imitazione, pare riproduzione; e poichè imitazione qui molto dif-

ficilmente si può ammettere, ‘è molto probabile che l'autore sia
appunto Tommaso. Il latino della Leggenda stessa dei Tre Socii,
se si confronta col latino dello Speculum perfectionis, che, come
vedremo, ci conserva nella loro forma più genuina i ricordi tra
gli altri, dei tre socii, non pare un po’ meno rozzo di questo, un
po’ più ripulito? non si direbbe ricorretto? Cosi dicendo, ho
espresso una congettura sull' intervento di Tommaso nella Leggenda
dei Tre Socii: non mi pare improbabile che egli stesso abbia vo-

. luto o accettato di presentare, quasi, con la sua parola ornata le

due umili vite di Leone e di Rufino, di cui sentiva bene, per
usare una sua espressione, « la gloriosa semplicità ».

Tornando dunque agli ass tutti i capitoli che essi danno su
fra Leone si riscontrano in questa vita che si legge, molto proba-
bilmente intera e nella sua forma primitiva, nelle Cronache dei
XXIV Generali. Del capitolo sulla perfetta letizia che vi manca,
s'é già detto nell' introduzione.

Anche per frate Leone gli Actus ci danno, com'è naturale,
una scelta. Due tra gli altri non ne riportano, che si trovano nello
Speculum perfectionis: luno, le famose parole scritte da Leone a
Corrado da Offida e depositate da questo a s. Damiano, cosi im-
portanti, come vedremo, per la storia dello Speculum ; l’altro per
SULLE FONTI DEI FIORETTI 349

il quale pure è fonte Leone stesso, la visione in cui Cristo si la-
menta con lui dei vizi de’ frati. i
Mancano negli Actus di s. Isidoro: un suo dubbio sulla ver-
ginità di s. Francesco che si trova incastrato in una delle con-
I siderazioni sulle Stimmate; tre visioni, di s. Francesco apparente
I con ali ed unghie, dei frati arrampicantisi nel giudizio divino su
per le due scale vermiglia e bianca, dei frati che passano il gran
fiume od annegano, se liberi o coi fardelli, le quali si trovano qua
e là in qualche codice dei Fioretti. Né dagli Actus, nè da alcun -
codice, che io sappia, dei Fioretti, non son riportati: il capitolo
E de zelo ad evangelicam paupertatem, che narra della conca mar- poi
: morea eretta da Elia nel tempio d’Assisi e spezzata da Leone, il
gratum miraculum quo impetravit lac vetulae ad paroulum nu-
triendum, e finalmente una visione annunziante la morte di Rufino. E
Notevole é il capitolo primo di questa vita che corrisponde deu
alla 2a metà del capitolo degli Actus, De inventione montis alver-
nae, il noto racconto di cui come prima fonte è indicato negli
Actus, non nel testo delle Cronache, frate Leone.

DESIO Tr

La vita di Masseo, ben diversamente da quella di Leone, ha
un esordio che parrebbe tolto a un’opera di carattere più gene-
rale: somiglia agli esordi che hanno certi capitoli degli Actus:
Pastor sanetissimus beatus pater Franciscus gregem suum gene-
raliter sollicite custodiens et gubernans singulari tamen super
sotiorum suorum custodia diligentius vigilabat. Et ideo prudentér
considerans quod frater Masseus de virtute cresceret in virtutem...
gli assegna « l'ufficio della porta, della limosina e della cucina ». |
Ma i capitoli di questa vita hanno tutti ben chiara quell'impronta . CONI
stessa d'ingenua fedeltà al vero, che han le vite di Leone o di
Rufino: alcuni anzi sono tra i più freschi, i più belli dei Fioretti.
Anche qui, come per Bernardo resta ignoto l’autore, ma difficil-
mente si può ammettere ch’esso non sia uno dei primi minori 0
uno che abbia avuto tali racconti da uno di loro (1).

(1) Notevole questo passo che non si trova negli Actus: « Iste fr. Masseus...... fuit
cum beato Francisco, quando indulgentiam plenariam in sancta Maria de Portiuncula
Perusii a dno papa impetravit », che mi ricorda il passo degli Actus (cod. di s. Isidoro,
c. 92 v.) « sicut recitavit fr. iacobus de massa, sanctus homo, qui omnia supradicta. G. STADERINI

Come per fra Leone manca il caratteristico capitolo della per-
fetta letizia, per frate Masseo manca quello anche così vivace de-
gli Actus con quell’ interrogazione IR Ga Unde tibi? Unde
tibi? Unde tibi?

Non son riportati negli Actus tre brevi capitoli: de eius ora-
tione et abundantia lacrymarum, d’un singolar turbamento nella
sua faccia naturaliter semper iocunda, e un terzo, quantum sibi
murmura dislicebant. I capitoli riportati dagli Actus hanno al
solito un preambolo. più o meno lungo, pieno d’unzione.

La vita di Rufino l’abbiamo già messa accanto per il suo
proemio con quella di Leone e anch’essa, come questa, pare,
qual'é nelle Cronache, una vita intera. Vi si riscontrano precisa-
mente tutti i capitoli, che leggiamo, con qualche aggiunta e qual-
che omissione, negli Actus: aggiunte ed omissioni che servono a
spiegarci meglio che scopo avesse questa compilazione. E comin-
ciamo dal proemio com'è nelle Cronache. Quasi arcus refulgens
inter dicine contemplationis nebulas varietate virtutum picturatus
in civitate Assisii a pii (sic) exemplari vita resplenduit et inter
alios beati Francisci discipulos caritatis rubore lilia (sic: lilii?)
puritatis candore enituit ac generalis fragravit redolentia san-
ctitatis Negli Actus il capitolo corrispondente al primo di questa
vita non ha più quest'introduzione: al suo luogo ce n'é un'altra,
sulla penetrazione che avea s. Francesco, « famquam bonus pa-
stor », dei segreti dei suoi; e Rufino è citato come l’esempio più
opportuno (« ut unum de multis commemorem ») e finito l'esempio,
ripiglia difatti il discorso di prima (« sicut bonus pastor oves suas
noverat » etc.) e cita ancora altri esempi (fr. Helias, fr. Johannes
de Capella, fr. cuius guttur tenebat diabolus, etc.). Lo stesso si
vede nel cap. Qualiter vidit plagam lateris s. Francisci, dove, a
differenza dal testo delle Cronache, il soggetto principale è sem-
pre s. Francesco. Due capitoli mancano negli Actus. L'uno è una
visione: Rufino e Leone son gravemente infermi álla Porziuncola:

habuit ab ore fratris massei, qui in illo miraculo (la predica agli uccelli) /wit socius
sancti patris Francisci ».

I Socii in tanto hanno importanza, in genere, in quanto testimoni della sua vita
e della sua parola. Il 20s qui cum ipso fuimus non è che il suggello necessario e na-
turale d'ogni loro testimonianza.

eo are erac sac RN
iran

sii SOSI: SIAT
E
1a v
D
1

SULLE FONTI DEI FIORETTI us ' - 851

Leone vede in sogno una processione di Minori, tra cui con oc-
chi raggianti Bernardo morto prima, che vengono a prendere
un'anima moribonda; ed egli crede di sé, ma Rufino lo trae d'in-
ganno: clarissime vigilando ha veduto egli venire a se con tutta
quella turba Francesco e d'un bacio di lui dolcissimo la bocca
sua esala ancora tutta fragrante d'un odore meraviglioso. L'altro,
prout fr. Conrardus de Offida persanctissimus (sic: vir sanctis-
simus?) recitavit, narra d'una tremenda tentazione del demonio
in forma d'angelo a lasciar Francesco, per rilirarsi in solitudine,
ed ha una gran somiglianza con l’altro ad esso seguente nelle
Cronache, riportato dagli Actus, dove il demonio appare in forma
di Cristo: dei due racconti simili in quello che ha scelto il com-

| pilatore (se l'ha scelto) ha molto maggior parte s. Francesco, ed

è notevole quella prolissità che amano in genere i libri devoti.

Con frate Egidio si fa un po’ più di luce, grazie, come s'è
detto, al proemio della vita sua che si legge nelle Cronache: « ... aà
dei honorem et ad audientium utilitatem aliqua verba domini et ma-
gnifica opera que in beatissimo patre nostro fratre Egidio ope-
ratus est spiritus sanctus prout a suis sotiis intellexi et ab eodem
eiro sancto cui familiaris fui experientia didici licet indignus
scripture commendavi ». i

I tre socii nella lettera con cui presentano a Crescenzio da
lesi la loro leggenda, ricordano tra le persone che han consultato
per essa « fratrem Johannem socium venerabilis patris fratris
Egidii, qui plura de his habuit ab eodem fratre Egidio et san-
ciae memoriae fratre Bernardo; e un frate Giovanni compagno
del detto frate Egidio » è ricordato in un capitolo dei f'ioretti :
(XLVIII) che narra di frate Jacopo della Massa. I quattro capi-
toli che di Egidio danno gli Actus hanno in questa raccolta la
stessa forma che nelle Cronache, senz' alta aggiunta che quella
semplicissima chiusa caratteristica della maggior parte dei suoi
capitoli: ad laudem domini nostri Jesu Christi.

Restano degli Actus le vite di santa Chiara e di s. Antonio,
per le quali non abbiamo più bisogno d’un confronto con le Cro-
nache, essendo già note, s'è detto, come vite o leggende a sè.
Per la prima, la leggenda di santa Chiara, non fo che trarre le

notizie che mi paiono più opportune dal recente scritto di G. Cozza
G.. STADERINI

Luzi « Il codice Magliabechiano della storia di santa Chiara »
(15 marzo 1895, inserito nel Bollettino della Società Umbra di
Storia Patria, vol. I).

Dal prologo ad essa dunque (che è. nel cod. Magliabechiano,
XXXVIII, n. 135) risulta scritta da Tommaso da Celano per or-
dine di papa Alessandro IV; e notevole è la lettera (riportata
pure in quel codice) con cui egli la presenta al papa, la quale ci
può dire in che modo lo storiografo ufficiale dell'Ordine procedesse in
queste sue compilazioni: « .... Reputando non essere cosa sicura
procedere a questa opera per le informatione, le quali trovavo
defettuose, mi disposi di havere di queste colloquio con gli com-
pagni di s. Francesco et col venerabile collegio delle sante ver-
gini compagne di essa beatissima Clara... Et havendo io havuto
piena informatione della santa et laudabile vita della gloriosa
vergine Clara, dagli compagni di sancto Francesco e dal sacro
collegio delle suore, mi disposi di procedere all'opera... et perche
comunemente la brevità a tutti è piacere (sic) et grata delle molte
cose raccogliendone poche, con pieno (piano?) et facile stile et
simplice ordine mi sono sforzato di scriverle ». E dal prologo
risulta come furono fatti i processi, i quali pure ebbe certamente
in mano fr. Tommaso: « ... Bartolommeo vescovo di Spoleto...

per comandamento del beat.mo Innocentio papa Quarto insieme

con M. Jacobo arciprete di Trevi et gli frati san.mi cioè frate
Leone et frate Angelo da Rieti compagni di santo Fran.0 et
frate Marco frate minore et ser Martino notaio personalmente
andò al monastero di Santo Damiano et con giuramento astrinse:
a dire la verità alquante suore di antichità et santità famose
di quello che sapevano circa la vita et conversione et miracoli
di questa vergine Clara. Le quali cose intese diligentemente
esaminate et fedelmente inscritte per il pubblico notaio al so-
prad. sommo pontefice furono destinate ». Tutto questo ho vo-
luto trascrivere, perchè può esser utile ricordarlo anche per un’al-
tra parte di questo studio. Di questa vita tre capitoli soli son ri-
prodotti negli Actus tali e quali.

Che allo stesso Tommaso da Celano si debba anche la leg-
genda di s. Antonio è un’opinione, non so se già espressa da
altri, certo dal P. Ilario da Parigi in una lettera del 4 marzo 1895
allo stesso ab. Cozza-Luzi (v. in nota allo scritto stesso di quest’ul-
SULLE FONTI DEI FIORETTI

timo). Anche à me pare che a "eli conosce il suo stile, il suo
nome debba venir in mente spontaneo nel leggerlà: ma, per conto

. mio, sento che ho bisogno di studiare ancora la questione, prima

di poter dire qualche cosa di concludente in proposito. Certo quella
exquisita eloquentia che tutti riconoscevano a Tommaso, come
gli riconoseono ora i suoi léltori, era piü adatta a rispecchiare la

vita piena di meraviglie di s. Antonio, che la grande ma sem-

plice vita di santa Chiara. Certo tra queste due vite, quella di
s: Antonio specialmente, e le altre vite dei socii che leggiamo
nelle Cronache, salta vivo agli occhi quel contrasto che appare

‘ogni tanto a chi studia queste, prime memorie francescane, tra lo
spirito di pura semplicità che nulla nasconde e lo spirito scola-

stico, tra il francescano e il letterato: un letterato, sì, Tommaso,
che era francescano e poeta, e quando, come non di rado avviene,
lo spirito di s. Francesco e il suo istinto di poeta cospirano in-

sieme, vibra il suo*stile non frasi concettose, ma fulgori: ma per

quanto abbia fitti gli occhi in colui « qui semper locutionum vita-
vit aenigmata et verborum faleras ignoravit », alla retorica che

gli ha informato la mente e che al suo tempo appariva quasi tut-.

t'uno con l’arte, egli rinunzierebbe malvolentieri: pure umiliando
il suo stile a quella « referentium simplicitatem », egli guarda
quasi istintivamente i dotti, quasi perchè s’accorgano che è lui che

vuole umiliarlo. Invece nelle vite di Bernardo, di Rufino, di Mas-

seo, di Leone, d' Egidio, di Ginepro, con quello stile sempre di-
messo e piano, come di chi non scrive, ma parla e parla sem-
plicemente, è ben riconoscibile l'umile linguaggio dei socii, quella
vera parola francescana che ci attrae leggendo lo specchio di per-
fezione e la leggenda dei» tre socii: quei tratti anzi di quello e di

questa che abbiam visto nella vita di Bernardo e in quella di

Leone, hanno un’ impronta così SES al resto, che non si nota
la differenza.

Capitoli riguardanti la Porziuncola e la Verna.

Qui è una differenza notevole tra la compilazione degli Actus
e i Fioretti. Per la Porziuneola, come per la Verna, gli Actus

ci rappresentano ancora come vaganti i racconti relativi ai due

. celebri luoghi francescani: per l'una e per l'altra ci danno il primo

23
(354 SESS è. Gv STADERINI

nucleo con alcuni altri elementi che poi s'andrà ingrossando di
attestazioni e di racconti fino al liber sacrae indulgentiae di fra
Bartolo d'Assisi e alle Considerazioni sulle Stimmate, dei Fioretti.
Intorno'al luogo della Porziuncola noi abbiamo quel che ne
ha scritto Tommaso da Celano nel cap. XII della 2» Vita. Qui è
come il germe di tulti gli ampliamenti posteriori : il primo nucleo,
che però non esclude che qualche cosa di originale dimenticato
da lui ci sia nel racconto dello Speculum. Nello Speculum ab-
biamo il racconto che e riportato negli Actus e in qualche codice
dei Fioretti, come s. Francesco ebbe questo luogo dai. Benedet-
tini del Subasio, e come ne volesse solo l'uso, riconoscendone la
signoria dai monaci con l'offerta annua di una fiscinula plena pi-
sciculis qui vocantur lasce, offerta a cui i monaci rispondevano
^ con un vaso d'olio. A s. Francesco premeva che vi fosse un luogo
che servisse come d'esempio, Speculum, a \utti gli altri della re-
ligione, la Porziuncola, e lasciò detto anche nel testamento come
si dovesse custodire: e, come la ragione che gli aveva fatto ]a-
sciare Rigotorto era stata una scortese distrazione dal silenzio
della contemplazione e della preghiera, volle, che qui il silenzio
si osservasse parlicolarmente. Abbiamo anzi una speciale costi-
tuzione a questo proposito contra verba inutilia et ociosa, che an-
ch'essa fece poi parte degli opuscoli illustrativi della Porziuncola.

. Ma la principale delle prerogative era l'indulgenza del Per- .

dono. Essa è già designata da Tommaso nella 2* Vita con la vi-

sione della moltitudine dei ciechi che un frate vide affollata at-

torno a questo luogo « pregar per pace e per misericordia ».
La più antica testimonianza risale a fr. Masseo, che, a quanto

pare, fu compagno di s. Francesco in questa andata al papa a.

Perugia per ottenerla, e l’estensore sarebbe stato Marino nipote
di Masseo, da cüi più volte l'aveva Lt che morì nel 1308
« plenus dierum. et sanctitatis. ».

Del fatto abbiamo testimonianze, sempre derivanti dalla stessa .

fonte di Masseo, di Benedetto d'Arezzo, che fu uno dei socii e di
Ranieri anch'esso aretino, compagno di fr. Benedetto: testimo-
nianze di compagni ed amici degni di fede, che risalgono ad un
uomo vitae probatissimae e quindi anch'egli buon testimone. Ma
Teobaldo, vescovo d'Assisi, nel privilegio scritto nei primi anni
del trecento cita anche una testimonianza di frate Leone: « fr.

Jenae - mne dita -
RR,

SULLE FONTI DEI FIORETTI

Leo unus de socits eius vir probatissimae vitae [retulit] sicut ab
ore s. Francisci [ac]ceperat ». Dov'è questa testimonianza? Nella
raccolta avignonese, in una parte che conserva un gruppo di no-
tizie prese, sembra, dalle prime fonti perdute, abbiamo un rac-

conto semplice e breve, che ha un'impronta di verità superiore
( , P Sup

a quella di tutti gli altri. Il Sabatier, che aveva infirmato la ve-
rità dell'indulgenza, davanti a questo racconto si ricredè.

. Vat. 4354, c. 108 r.

Cum autem b. Fr. ecclesiam de Porciuncola dedicare vellet, ibat cum
socio pro indulgentia ad summum Pontificem, qui tune erat Perusii. Cum-
que ab illo indulgentiam ad dictam ecclesiam humiliter petivisset, papa
numerum certum assignans ait: Vis tu tot dies? Et Franciscus: Non — Vis
tu tot annos? — Franciscus: Non Quid vis ergo? ait pontifex. Et Franciscus:
Domine, remissionem volo omnium peccatorum. Et ille: Grandem rem petisti.

Et eum b. Fr., non minus velle' papa senciens eum virum domino
plenum dedit sibi per octo dies remissionem omnium peccatorum. Car-
dinales vero hoc audientes indignati dicebant summo pontifici quod per
hoc curia vilificaretur, quia nullus curatur illue venire. Quod saltem sic
mitigaret quod hec indulgentia per diem naturalem duraret. Sicque fa-
etum est quod b. Fr. cum gratiarum actione letus recessit. Dumque per
viam incederet, subito vis somnii irruit in eum dixitque ad socium: Ora,
frater, quia me oportet parumper quiescere. Cumque se inclinasset post
paululum surrexit iocundus et gaudens. Quod advertens socius quesivit
de quo gauderet et dixit: Revelatum est mihi, frater, quia quod papa fe-
cit in terris Christus confirmavit in celis. Sicque exultans spiritu domum
rediit.

Puó esser quello il racconto di fra Leone? La congetturà, già

‘probabile, diventa certezza, se si confronta con un’altra attestazione

sull’ Indulgenza dataci dagli Actus (almeno dal cod. di s. Isidoro)
e riprodotta a c. 13 del suo liber da fra Bartolo d'Assisi, che la
trovò, egli dice « in Sacristia Perusii scriptum manu propria re-
verendi patris fratris Angeli de Perusio ». Se s'ha da credere
dunque a fr. Angelo, a lui ha riferito D. Zacobus Coppoli de Pe-
rusio questo racconto, cosi come glielo raccontava, da lui richie-
sto, frate Leone coram uzore sua (di Iacopo) et quadam alia do-
mina et lacobutio (sic).

“E il racconto, solo lievemente alterato dal discorso indiretto,
G. STADERINI

è lo stesso che ci dà la raccolta avignonese: sicchè, se qui ab-
biamo un « dixit fr. Leo », vien da sè che là supponiamo un
« fr. Leo scripsit ».

Il nome di fra Leone ci riportà naturalmente alla Verna. Egli
infatti, come s’è visto, è indicato in fine del capitolo De inventione
montis Alvernae, come fonte di quel racconto, probabilmente per
la sua ultima parte soltanto, dov'egli appunto appare compagno

di s. Francesco nella Quaresima di s. Michele: e mentre di que-

.sto è documento scritto indiscutibile l'autografo di Leone che è
nel Sacro Convento d'Assisi, neppure della veracità di quell’ indi-
‘cazione non vedo ragione di dubitare: è tutto d'una semplicità e
d'una verosimiglianza evidenti.

Della prima parte, che più propriamente risponde al titolo
del capitolo, ignoro la fonte. Della realtà del fatto narratovi attesta
l’instrumentum donationis montis alvernae, che si conserva nel-
l'archivio di Borgo San Sepolcro, con cui il 9 luglio 1274 il figlio
del conte Orlando di Chiusi autentica la donazione fatta a. voce
dal padre l’8 maggio 1213: e ha bene un'impronta di verità an-
che nei suoi particolari il racconto che ne danno gli Actus, dalla
« magna solemnitas milicie nove » alla grandissima festa e alle-
grezza delle sorores avicule, insolita, ma tanto lì naturale.

Questo per la Verna: del miracolo delle Stimmate gli Actus
di s. Isidoro danno solo una narrazione tarda, secondo una rive-
lazione avuta da un frate nel 1282, e altri due racconti, d’una
visione e d’un miracolo, tardi anch'essi, che si IFGgoDo" anche nel-
l'ultima Considerazione dei Fioretti.

Quest' operetta delle Considerazioni è nata tnollo probabilmente
dal capitolo sulle Stimmate di s. Bonaventura (XIII). -

a E quello che ha dato non solo l'ordine dei racconti, ma il

fondo principale, che, preceduto, com'era naturale, dal racconto
de inventione montis Alvernae;, abbellito qua e là di tutti quei par-
ticolari che parvero più opportuni e arricchito di nuovi miracoli,
fu diviso; poichè le Stimmate « furono cinque secondo le piaghe
del N. S. G. C. », in cinque considerazioni. E ora, per trattarne
un po’ più particolarmente: la 12 e la 2» considerazione son com-

i poste essenzialmente del racconto de inventione m. A., aggiuntovi

il racconto di fra Leone, con interpolazioni ‘a ogni passo tolte da

più luoghi di Bonaventura: le parole ai demoni per esempio, i

'

=
SULLE FONTI DEI FIORETTI — 397

colloqui con Dio, la fonte scaturita improvvisa per dissetare il vil-
lano, la cortesia del falco: la melodia dell'angelica viola, che se-
condo Bonaventura egli udi gravemente infermo, a Rieti come ag-
giunge Tommaso, suona qui anch'essa, non si sa come, quasi a
prepar l'animo con la sua « intollerabile dolcezza: » al doloroso e
dolce mistero. Nella 38 considerazione all’ultima parte del cap.
De inventione m. A. segue il racconto come in Bonaventura,
fuorchè nella « visitazione preparativa » dell'angelo, tratta da
quella stessa tarda rivelazione narrata più sotto, da cui son ripor-
tate anche le parole di Cristo, segue, come in Bonaventura, fino
alla discesa dalla Verna che pare un sunto di quella lettera di
‘ fra Masseo così semplice e bella, con quei dolcissimi addii di
S. Francesco, che non pare possano esser d’altri che d’un testi-
monio del vero.

La 4» è invece un mosaico alla meglio connesso di racconti
attinti a varie fonti; a Bonaventura specialmente e allo Speculum
perfectionis.o ad uno dei suoi elementi. à

Anche più disgregata è la 58: come appare dai vari titoli, è
una’ serie di visioni e di miracoli deposti in vari conventi dei Mi-
nori; e sono indubbiamente la parte più tarda di tutta la raccolta
dei Fioretti.

Speculum perfectionis.

Nella ricerca delle fonti abbiamo già visto che, direttamente
o no, deriva dallo Speculum perfectionis quel capitolo degli Actus
che dà fusi insieme il racconto della tentazione dei topi col mira-
«colo della vigna del prete di Rieti; ma s'é potuto vedere già per
le parecchie citazioni fatte e lo vedremo meglio dopo, lo Speculum
perfectionis è una fonte importante anche per gli Actus: a ogni
modo la questione sulla sua autorità è così vitale per la primitiva
storia francescana, che non mi sembra fuor di luogo fermarcisi
un po’ particolarmente anche in uno studio sulle fonti dei Fioretti
di s. Francesco. :

Una semplice lettura dello Speculum può bastare ad attestarne
la sincerità, cosi come per il capitolo sulla perfetta letizia o la let-
tera di Masseo narrante l'addio di: s. Francesco alla Verna; con-
358 i s G. STADERINI

tuttociò, siccome c’è chi n'ha dubitato (1), bisogna addurne le
prove. : : =

Le più famose testimonianze intorno a quest' opera le abbiamo
da Ubertino da Casale, noto specialmente per i versi di Dante
(ver. XII, 124) in cui è opposto come eccessivo zelatore della po-
— vertà a Matteo d'Acquasparta:

\

ma non fia da Casal nè d' Acquasparta,
là onde vegnon tali alla scrittura,
che l'un la fugge e l’altro la coarta. ‘

Egli dunque nel libro V del suo Arbor vitae crucifirae, opera

del 1305, più passi cita testualmente, letteralmente corrispondenti

ad altri passi dello Speculum, siccome: « In diclis et in. scriptis.

sancli viri et socii sui (di s. Fr.) fratris Leonis reperitur ex-
presse », « sieut sanctus paler socius beati Francisci multum
continuus fr. Leo manu sua conscripsit » ed altre espressioni
simili. i i

*

La più notevole citazione è questa:

Quoad testimonium celicum quod ista regula habuit a dno Ihu Xpo: ....
quod sequitur.a sancto fratre Conrado prédicto.... et viva voce audivit a
sancto fratre Leone qui praesens erat et regulam scripsit. Et hoc ipsum
in quibusdam rotulis manu sua conscriptis, quos commendavit in mona-
sterio sanctae Clarae custodiendos ad futurorum memoriam dicitur conti-
neri. In illis autem multa seripsit, sicut ex ore patris audiverat, in factis
suis viderat; in quibus magnalia continentur de stupendis saneti et de
futura corruptione regulae et de futura renovatione ipsius et de magna-
liis eirca regulae institutionem et renovationem a deo: et de intentione
b. fr. super observantiam regulae.... cum multo dolore audivi illos rotulos
fuisse distractos et forsitan perditos, maxime quosdam ex eis ».

‘ Sieché dalle attestazioni di. Ubertino nell’ Arbor si raccoglie
che fra Leone ha scritto di propria mano dei ricordi di s. Fran-
cesco e che altri ricordi di lui riferì a viva voce specialmente a

(1) V. DELLA GIOVANNA, S. Franc. d' A. giullare, nel Giorn. stor. della lett., fasc. 73.

—MMÁÁ———Á—M
-_—=—=—-—

Corrado da Offida, il quale visse per molto tempo con fra Leone.
Questi ricordi Corrado li avrebbe poi deposti ad Assisi nel mona-
stero di santa Chiara, come nel sacro depositario delle memorie
dell' Ordine (1). Ubertino non avrebbe visto l' originale di Corrado,

SULLE FONTI DEI FIORETTI

bensì o gli autografi di Leone o delle copie.

In un’altra solenne occasione udiamo la testimonianza di Uber-
tino, in mezzo a quel gran processo dibattutosi nel principio del se-
colo XIV ad Avignone, con tanto commovimento d’animi e di li-
belli, tra gli Spirituali, di cui egli appunto era il rappresentante, e-
i Conventuali, tra chi coartava la regola e chi la fuggiva. Com'è
naturale, Ubertino ha più volte occasione, invocando l'autorità di
s. Francesco, di citare gli scritti di Leone. Ne cita infatti e ricita.
con insistenza parecchi passi perfettamente corrispondenti anche.
questi ad altri passi dello Speculum: « Sicut palet in dietis fra
tris Leonis manu sua conscriptis, sicut.ab ore s. patris audivit »,
« sicul in cedulis sanctae memoriae fratris Leonis legi manu sua
conscriptis »: ed altre espressioni simili; ma una tra le altre è

notevole:

« Omnia (circa l' intenzione di s. Fr. sulla povertà) patent per sua
verba expressa quae per sanctum virum Leonem eius socium tam, de
mandato s. patris quam de devotione eius fuerunt solemniter conscripta
in libro qui habetur in armario fratrum de Assisio et in rotulis eius quos
apud me habeo manu eiusdem fr. Leonis conseripta ».

Dalle parole dunque d'Übertino nel processo risulta ch'egli.
aveva letto e possedeva tuttora dei ricordi di s. Francesco in ce-
dole o rotoli: autografi di fr. Leone; che potrebbero anche essere
quegli stessi scritti di Leone, di cui, come abbiam visto, nel 1305
trascriveva dei passi nel suo Arbor vitae crucifieae: ad ogni
modo, non v'è certo contraddizione in questo tra le due testimo-
nianze. E non v'è nel fatto che nell'Arbor parla di rotoli deposi-
tati nel monastero di santa Chiara che con dolore ha inteso es-

(1) Cfr. ‘Spec. perf. (nel Cod. Vat. 4354, paragr. XLII): « Infrascripta verba fr. Leo
socius et confessor s. Francisci scripsit fratri Chonrado de Offida dicens habuisse ab
ore b.i fr.i que idem fr. Chonradus retulit apud sanctum Damianum prope Assisium ».
360 POTRO SI ARAN
sere stati portati via e forse perduti, e nel processo parla d'un
libro qui. habetur in armario fratrum de Assisio.

Che le memorie conservate ad Assisi-li sian chiamate | ro£uli

e qui liber, non può destar sospetto, posto che quando scriveva
l'Arbor non le aveva viste. e forse faceva confusione. E le parole

di Ubertino son confermate, come nota anche il Della Giovanna.

che a lui non erede (e in tutta questa questione sullo Speculum
mi par troppo deliberato di non voler credere a nulla), dalla testi-
monianza veramente notevole che il noto rappresentante degli Spi-
rituali Giovanni Olivi fa nella sua Expositio regulae s. Fr., cap. 10:
« cedulas fratris Leonis quas de his quae de Patre nostro, tam-

quam eius singularis socius, viderat et audierat, conscripsit », al-

testazione probabilmente anteriore al 1292, anno della sua ultima
condanna; e da quella, importante anch'essa, del B. Francesco
da Fabriano morto nel 1322, che nella sua Cronaca dice: « Fratrem

Leonem ego vidi et scripta eius legi quae recollegit de dictis et.

vita sanctissimi Patris nostri Francisci ». Può essere che que-
st ultima si riferisca alla Legenda trium sociorum, ma l'espres-
sione dictis et vita è ripetuta più volte per designare i ricordi che
abbiam nello Speculum, mentre nella Leggenda dei ire socii non
abbiamo altro che i discorsi fatti nei capitoli.

« Ad ogni modo, dice il Della Giovanna, [questi rotuli] non
sarebbero mai da confondersi con lo Speculum perfectionis, che
non può essere opera di fra Leone, perchè in esso egli è ricor-
dato con parole d'encomio, come già ebbe a notare l' Affó ». Ora

anch'io ho studiato il codice bolognese studiato dal Della Gio-

vanna, che « è proprio quello stesso nel quale l' Affó ha trovato il

volgarizzamento dello Speculum, corrispondentissimo all' incorrotto

codice bussetano », e in quel testo non ne ho trovate: punto: le
rare volte .che Leone è nominato, è nominato semplicemente
frate Leone. Ad ogni modo, se anche in altri codici si trovassero
capitoli dello Speculum nominanti Leone con parole d’encomio, ciò
‘ non conirasterebbe per nulla con l’idea che ci facciamo dello Spe-
culum dal suo proemio stesso: « La quale opera è compilata e
composta per modo di leggenda di alquante antiche, le quale in
‘diversi luoghi scrissono e fecono scrivere 0 vero riferirono i com-
pagni del Beato Francesco ».

ai rina ti sn LP

e Voc meth n papiri Fra qal

SULLE FONTI DEI FIORETTI

me, il confronto, con la 2» Vita di Tommaso, quello appunto che il
Della Giovanna invoca come prova del contrario, Alcuni capitoli

dello Speculum son tratti evidentemente di lì, e col proemio dello

Speculum non c'è contraddizione. Altri, e son la maggior parte,

. riferiscono fatti e discorsi riferiti anche da Tommaso, ma in forma

diversa e molti portano quel famoso suggello dei compagni. del
santo « Nos qui cum ipso fuimus ». Dò qui un saggio di questi
capitoli corrispondenti:

Spec. perf. (1). 2? Tom. 2e, 9a Vita, III, e. CI.

... Fratri etiam qui faciebat . Ligna cedentes fratres pro-
et operabatur ligna dicebat ut nun- — hibet totam succidere arborem ut
quam totum arborem incideret, sed ^ spem habeat iterum pullulandi ; iu-
incideret taliter arbores quod sem- ^ bet hortolanum indefossos limites
per aliqua pars remaneret integra circa hortum dimittere ut suis tem-

amore illius qui salutem nostram poribus herbarum viror et florum

in ligno crucis voluit operari. Si- venustas praedicent speciosum re-
militer fratri qui faciebat hortum rum omnium patrem.

dicebat ut non totam terram cole- :

ret nisi pro herbis comestibilibus,

sed aliquam partem terre dimitteret

ut produceret herbas virentes que

temporibus suis producere[nt] fra-

tribus flores amore illius qui dicitur

flos campi et lilium convallium.

Tommaso, con quel suo quasi sallustiano studio di brevità,

ci dà in forma tutta succinta il racconto che nello. Speculum è

x

in una forma più naturalmente piana ed aperta, come è proprio.
. della viva voce: è evidente che quello dei due è l'originale, che

dà la materia, per dirla con l’autore della leggenda in versi di

S. Chiara, « luce sua vestita », quello che penetra « veri dulce-

dine mentem ».
Ma necessariamente poi Tommaso per tutti i fatti avvenuti

(1) Lo dò nel testo latino della Race. Avign., perfettamente. corrispondente alla
Spec. POIOgüsses cap. 117.

9361 .

:Ma la prova. Lu della sincerità dello Speculum è, secondo

.
mn ———— €————MÓÁ G. STADERINI

4

durante . la sua assenza e per molti altri probabilmente anche
quando era in Italia dovette ricorrere ai socii di S. Francesco e
più specialmente ai suoi più famigliari.

Difatti, mentre per la 48 Vita egli dichiara d’aver attinto an-
che alle testimonianze dei socii: ea quae ex ipsius ore audivi vel
a fidelibus et probatis intellexi; la 2a Vita è presentata nel proe-
mio generale come lavoro collettivo dei socii, di quelli quibus ea
assidua conversatione Unus plus ceteris diutinis experimentis
innotuis. ed / »

La composizione di queste due vite, per cui egli è come il
biografo ufficiale dell'ordine, è analoga molto probabilmente, molto
naturalmente alla composizione che della Vita di santa Chiara ci
è attestata dal prologo ad essa riportato più sopra.

Un'altra prova, e molto importante, dell'autorità dello Specu-
Jum \raggo senz'altro. da appunti delle lezioni su s. Francesco e
la prima letteratura francescana fatte quest'anno nell’ Università
di Roma dal prof. G. Salvadori, a cui devo anche il suggerimento
di des mio lavoro: |

« Noi abbiamo una testimonianza a fueslo A ERUNT il cui
« velie non è stato ancora abbastanza considerato, cioè il proe-
« mio della Raecolta d'antiche memorie del Santo conservata nel
« cod. vaticano 4354 e tradotta nel vaticano oltoboniano 681, che
« contiene, come il Della Giovanna ha notato, buona parte dello
« Speculum perfectionis. Or bene, il compilatore di quella raccolta
« Si dà a conoscere per un Minore il quale nella prima metà del
« Trecento, parte altrove, parte in Avignone, volle mettere assieme
« un supplemento alla Legenda nova di s. Bonaventura, racco-
« gliendo più cose notabili ed utili di due specie. Primo, intorno
« allo zelo della carità, dell'umiltà, della povertà, e all'intenzione
« di s. Francesco circa lk oosdx ban di queste virtù e della Re-
« gola, e queste egli dice d'aver tolte dalla stessa Legenda vetus,
« alla quale aveva ‘attinto frate Bonaventura, che ,è nome «dato
« dopo il 1260 alle due vite di Tommaso da Celano; e poi dai
« Detti dei socii scritti da uomini approvati dell’ Ordine. Poi i fatti.
« straordinari o i miracoli, che egli tolse, prima da un libro di
« un Federigo arcivescovo di Riga, che quasi senza dubbio è il
« francescano Federico Barone morto nel 1340; poi ancora dalla
Legenda vetus di Tommaso; poi dagli scritti dei socii che dicono
SULLE FONTI DEI FIORETTI ‘368

« la vita e le gesta di alcuni dei più ricordati tra i primi Minori;
« poi aleune cose di s. Antonio, del b. Giovanni della Verna e
« di altri. Orá, eredo si possa supporre con fondamento che il
‘« libro di Federico arcivescovo di Riga era, sebbene solo in parte,
E « quello degli Actus sancti Francisci che possediamo anche noi.
È « Questo libro conteneva, come contengono gli Actus, il racconto
E « dei fatti più straordinari e dei miracoli e le tradizioni riguar-
È « danti la Porziuncola e la Verna, e in esso abbiamo quindi in
i « parte il Testo latino dei Fioretti. Quali sono dunque le fonti
« che rimangono della Racc. avignonese?

« La 2» Legenda di Tommaso; le notizie intorno alle. virtù
« di Fr. date dai suoi Compagni e scritte da uomini approvati
« dell'Ordine; le Legende scritte dai Compagni stessi di Fran-
« cesco e da aleuni tra i primi Minori ; le Zegende di S. Antonio,
« del b. Giovanni della Verna, di Corrado da Offida, di Giovanni
« della Penna. Ora, se andiamo per eliminazione, alla parte della
« Raccolta avignonese corrispondente allo Speculum perfectionis,
« vediamo che corrispondono i nomi di Tommaso e dei Tre Socii:

« e, se ne togliamo i paragrafi di Tommaso che si possono ri-
« scontrare, noi abbiamo che secondo il compilatore le notizie
« dello Speculum perfectionis, o sono scritte dai Tre Socii, o sono
« date da loro e scritte da uomini approvati dall'Ordine ».

- Liber miraculorum?

Ora, lasciando di cercare quali fossero precisamente i limiti
del libro di Federico Barone, posto che noi abbiamo una serie.
di fatti, la quale non risale ad alcuna delle fonti note, dobbiamo
i Ki | supporre che ve ne sia una ignota, e dal suo contenuto le con-
E verrebbe bene il titolo di liber miraculorum o exemplorum.

ES Ed é possibile che il libro di Federico Barone, se non era
una cosa con gli Actus, avesse appunto questo titolo.

Nella prima parte di questo studio ho già detto che i capi-
toli riguardanti i santi Minori della 22 e. della 8° generazione son
presi da vite che prima correvano separate (1). Di autori non co-
nosciamo dai Fioretti che quello della vita di Giovanni della Verna,
364 : 255 STÁDERINI

Ugolino del Monte santa Maria (| 1322). Ugolino. resta autore:
diretto di questi capitoli (1)-e indiretto del cap. De inventione
montis. Alvernae: non d'altro. Il compilatore vero degli Acus ri-
mane ignoto, e del resto alla materia raccolta non aggiunse molto
del suo: e quasi piace che il primo autore dell'opera nella quale

. Francesco è apparso al popolo SIIpro "vivo, rimanga oscurato
nella sua luce.

Roma, 14 ottobre 1895.

GIUSEPPE STADERINI.

(1) Dal proemio degli Actus parrebbe che tutti quei capitoli dei santi della Marca
non entrassero nel piano della compilazione:

|, Sunt quaedam notabilia de b.0 f.o et sociis eius et quidam actus eorum mirabi-
les, qui in legenda eius praetermissa fuerunt: una conferma potrebbe essere il fatto
che la chiusa caratteristica degli altri capitoli: ad laudem domini nostri Iesw Christi
manca in questi; i due primi soltanto hanno Deo granos Ma e su questo e su al-
^ri punti del presente lavoro ritornerò ancora. i
RICERCHE SULLA ANTICA CITTÀ DI REGILLO-

Tito Livio, nel secondo libro delle sue Istorie, all'anno 247
.di Roma, cosi si esprime:
« Erano consoli Marco Valerio e Publio Postumio: In quel-
« l’anno, fu ben pugnato contro i Sabini. I Consoli trionfarono.
« Quindi i Sabini si apparecchiavano alla: guerra con maggiore
« accanimento. Contro essi, e perchè non nascesse insieme qual-
« che pericolo repentino da parte del Tuscolo, con cui sebbene
« non vi fosse aperta guerra, vi era però sospetta, furono eletti
« consoli, Publio Valerio per la quarta volta, e Tito Lucrezio per
« la seconda.
Una sedizione sorta nei Sabini, tra quelli che amavano la

« guerra, e quelli che preferivano la pace; aumentò alquanto le
« forze dei Romani. Imperciocchè, Azio Clauso, a cui poscia fu dato -
« il nome di Appio Claudio in Roma; mentre, essendo egli fau-
« tore della pace, veniva perseguitato dai partigiani della guerra;
« né si trovava in forze sufficienti da tener testa all'opposta fa- |
« zione; dal vico Regillo, con grande seguito di amici e clienti
« si ritiró a Roma. Ad essi fu tosto data la romana cittadinanza,
« ed assegnati i campi. che seno al di là dell' Aniene: e fu questa
« chiamata l'antica tribù Claudia, aggiuntivi poscia quelli che pro--
« venissero da quell'agro. Appio, ascritto tra i Padri, non andó
« molto, che pervenne alla più alta riputazione.

« I Consoli, con nemico esercito, partiti per l'Agro Sabino,
« quando ebbero, colla devastazione e la guerra, ridotte a tale le
« forze dei nemici, che per lungo tempo non avessero più a {e-
merne alcuna ribellione, tornarono a Roma trionfanti. Publio Va-
&

dA ee A. BARBIELLINI-AMIDEI

« ni che a guidizio di tutti era riguardato per il principe nelle
« arti della guerra e della pace, l’anno dopo, morì, sotto il conso-
« lato di Menenio Agrippa e Publio Postumio, con gloria im-
« mensa, e con beni di fortuna così esigui, da mancare il denaro
«per il funere. Fu questo fatto a spese del pubblico. Le matrone
« lo piansero come Bruto » (1). |

Questo fatto saliente della storia romana, che Livio, coll'usato

‘suo laconismo, ha tratteggiato con poche parole, mi ha fatto na-
scere il desiderio di ricercare le circostanze ed i dettagli che ac-
compagnarono questa grande decisione di Appio Claudio e dei
suoi seguaci, e di rintracciare il sito dove sorse Regillo.

Alta o Azio Clauso, detto poi Appio Claudio in Roma, fu primario
cittadino di Regillo, e quasi onnipotente in Sabina per il suo sapere,
per le sue ricchezze e per il largo seguito dei suoi amici e fautori.
Riaccesasi contestazione e discordia tra i Sabini ed i Romani, opino
che si dovesse preferire la pace alla guerra coi medesimi.

Il partito avverso alla pace, sparse malignamente la voce che -

Clauso amava la pace coi Romani, per potere coll'aiuto dei me-

desimi divenire signore e tiranno dei Sabini. Questo ingiusto so-.

spetto gli laceró l'anima; e siccome era fiero ed indomito, nel 247
di Roma, 505 anni avanti Cristo, abbandonó la sua patria, a ció
incoraggiato anche dal romano Valerio Publicola suo amico; e si
condusse a Roma con 7,000 famiglie sabine, nelle quali erano 5,000
uomini atti alle armi.

. I Romani accolsero lui ed i suoi festosamente: li ascrissero
ad una delle prime tribü istituite dai Re, che più tardi fu chia-
mata Vetus Claudia Tribus, come dicono Livio e Virgilio (2);
deltero loro la cittadinanza romana e le terre che erano tra Fi-
culea e Fidene, oggi Monte Gentile e Castel Giubileo.

Claudio fu subito ascritto al Senato, e tra le famiglie patrizie.
La guerra seguita tra i Sabini ed i Romani, dopo l'emigra-
zione di App fu subito perduta dai Sabini. Claudio divenne il

(1) Trr. Lrv., Hist., Lib. II, c. 16.
(2) Trr. Liv., Hist., Lib. II.

Ecce Sabinorum prisco de sanguine magnum

Agmen agens Clausus, magnique ipse agminis instar,

Claudia nune a quo diffunditur et tribus ét gens

Per Latium, postquam data Roma Sabinis. VinG., Aeneid., Vi.

MUNERA MI RO ERE
VINO EMIR

RICERCHE SULLA ANTICA CITTÀ DI REGILLO

signore. di Roma ed il direttore della politica romana. Fu con-
sole, fu l'ispiratore della creazione della terribile dignità dittato-

‘riale; che incusse spavento ai contemporanei; ma insofferente di

carattere, e soverchiamente severo, si creò dei nemici che lo chia-
marono a render conto di tanti atti di giustizia eccessivamente

^erudeli.
| Piuttosto che giustificarsi, si uccise nel 470 avanti Cristo,

‘convinto di essere stato giusto e di non avere mai mancato al

suo dovere. Fu tanta la sua potenza, che, durante la sua vita ed
il suo apogeo, fu detto: data Roma Sabinis, perchè egli era tutto.

Fondò la celebre famiglia Claudia romana, e l’imperatore
Claudio, si vantava di essere suo discendente. Tacito, al Libro XI
degli Annali, gli fa dire: Majores mei, quorum antiquissimus Clau-
ses, origine Sabina, simul in Civitatem Romanam, et in familias

. Patriciorum adscitus. est.

Questa famiglia nobilissima si divise in cinque grandi rami,
da cui uscirono vari imperatori ed un numero infinito di uomini
illustri e di consoli. Dal ramo detto dei Puleri usci Appio Clau-
dio il cieco, il fondatore della Regina omnium viarum, la famosa
Via Appia, che da Roma conduceva a Brindisi.

I Claudi proseguirono a possedere in Sabina, anche dona la
loro emigrazione in Roma: ed il suggello di un mattone, trovato
presso delle rovine antiche nel secolo passato, nel territorio di
Montopoli, prova. che avevano una villa in quei pressi, anche dopo
vari secoli dal loro trasferimento a Roma:

PAET- ET- APRON- COSS-
EX. PR-
T- CLAVD- QVARTI

I] quale suggello ci dà due notizie utili ad un tempo. La prima,
che Tito Claudio Quarto, della famosa famiglia dei Claudi, vi avea
una villa, come si desume da quel ex praedio ; e che questa villa fu,
per ciò che riguarda i fabbricati, o adornata con nuovi edifizi, o
restaurata negli esistenti, nell'anno 168 dell'éra volgare, sotto gli
imperatori Marco Aurelio e Lucio Vero. La seconda, ed è ulilis- -

- simo per la storia, ci fa vedere, che vi fu un console sostituito

in qnellengos e che questo fu quel Peto qui nominato insieme ad
zt

YSORES C OA S d | A; BARBIELLINI-AMIDEI

Aproniano. Giacché, dai Fasti Consolari, risultano consoli a. quel-
l'anno solamente Aproniano e Lucio Vegio Paolo.

Ma ora che la storia di questa grande famiglia Regillense”
ci ha tanto interessato viene naturale la domanda: dove era Re-
gillo ?

Molti hanno fauiastieata: sulla sua posizione: e nel secolo *'
decimosettimo, vi fu perfino un distinto prelato, Monsignor Pier
Francesco De Rossi, che senza aleun antico avanzo, senza alcun
documento, acciecato dall'amore che portava ad un piccolo feudo
in Sabina, volle vederlo nel microscopico Poggio Sommavilla.

Dionisio d'Aliearnasso lo pone a 160 stadi da Roma; Svetonio .
e Stefano geografo ne fanno menzione, senza precisarne il sito;
Plinio ed Olstenio non ne parlano. ;

Strabone, che nacque in Amasia 54 anni avanti Cristo; e morì.
21 anni dopo Cristo, e visse perciò sotto Augusto e Tiberio, non
nomina Regillo; e così si esprime delle città Sabine a suo tempo:

ace Sabinis 52i segni . hanno poche città, e quelle rovinate:
« dalle continue guerre, come Amiterno, Rieti, a cui è vicino il
« castello di Antrodoco, etc.
« Vi sono anche i Foruli dei Sabini, scogli più atti a fare
« risoluzione che ad abitarvi. Curi ora è un villaggetto, etc. (1).
« Inoltre Trebula, Ereto ed altre residenze di tal genere, sono
« piuttosto da annoverarsi tra i villaggi, che tra le città » (2).

Cluverio, nella. sua Italia antiqua, parla molto superficial-
mente di Regillo, e la mette a caso tra uu e Farfa, senza pre-
cisare alcun posto.. -

Ma Plauto ci dice che Regillo ‘era così chiamato, quasi. pic-
cola Regia e villa reale della città di Curi, regia della Sabina (3).

E che Regillo non fosse lontano da Curi, capitale dei Sabini,
lo prova il fatto che Clauso, nobile Regillense, era al giorno di
tutte le trame che si ordivano im Curi per avversare il suo piano

(1) niue Curi apps un miglio e mezzo di diametro.
- (2) Sabini........ urbes habent paucas, easque continentibus bellis Bis: Amiter-
' num, Reate cui vicinum est oppidum Interocrea, etc. Sunt et Foruli Sabinorum, saxa
ad rebellionem quam habitationem aptiora. Cures nunc viculus est, etc...... Praeterea
Trebula, Eretum et alia id genus domicilia, pagis potius quam urbibus adnumeranda.
.STRAR., Geographicorum, Lib. V, p. 228, B.
(3) PLAUT. in Epit.

$
RICERCHE SULLA ANTICA CITTÀ DI REGILLO 369

di pace e conciliazione coi Romani, e muovere invece di nuovo
guerra ai suddetti.

Dunque, data la distanza da Roma, stabilita dal Dionisio, lo
scopo di villeggiatura dei Re Curensi, a cui dovea il suo nome,
come dice Plauto, la presenza d'interessanti ruine che n'attestano
l'esistenza, tutto concorre a farla stabilire nella contrada Maja-
lino nel territorio di Mompeo, che oltre di raechiudere tutti que-
sti estremi, è bagnata alle falde dal fiumicello Riana, che nei -
documenti Farfensi è chiamato Regiano, quasi fiumicello Regio
o di Regillo.

Descriveremo per poco la località. Forse due chilometri da
Mompeo verso Rieti, si erge un bel monte, tutto esposto a mez-
zogiorno, che dolcemente declina fino al fiumicello Riana. Sulle
falde di quel monte vaghissimo, dei ruderi join attestano
l’antico vico Regillense.

Una parete di questi muri, fino a non molti anni fa, si ergeva
a circa trenta metri di altezza, come persone ancora viventi as-
seriscono; e questa gente di campagna chiamava la torre. Molte
rovine si trovano nei pressi; ed anche alla parte opposta del
monte di Majalino, al di qua del fiumicello Riana. Anzi sulla col-
lina a nord-est di Majalino, e quasi incontro. al medesimo, si tro-
vano, oltre avanzi antichi informi, delle pietre tagliate e lavorate;
e due di esse, lunghe due metri e larghe centimetri ottanta con
degl'incassi nel centro, rivelano che forse servirono di basi o sti-
piti di porta. Muri e pietre lavorate si trovano per ogni verso;
ed una grande conserva di acqua, divisa a più stagni, che oggi
volgarmente chiamano Grotta Ciottina, dimostra che questa ser-
viva o agli usi di Regillo, cavalcando con apposite opere di arte.
e condutture il fiumicello Riana, o serviva ai fabbricati che erano
nella parte opposta di Regillo. Molte incrostazioni calcaree deno-
tano il pelo dove giungeva l’acqua.

Anche in questi ultimi tempi, dei terrazzieri, lavorando a caso,
vi hanno trovato delle tombe con vasi della piu remota antichità,
contenenti ossa umane. i i

La presenza di queste interessanti ruine in una località in-
cantevole, e che naturalmente invitava ad abitarvi o villeggiarvi,
ha fatto vedere al chiaro archeologo. signor Chaupy, in quel sito,

Yantica Regillo; ed il signor D'Anville, seguendo la fondata opi-

24
A. BARBIELLINI-AMIDEI

nione del suddetto antiquario, nella Tavola premessa al Tomo I
della Storia Romana di Rollin, metteva nel territorio di Mompeo
la città di Regillo, come Curi in quello della Fara.

Calindri mette pure Regillo nel territorio di Mompeo, e dice

che altri credono che ler rovine di Regillo tr EC alla edi- -

ficazione di Mompeo.

Ma di questo parleremo piü tardi.

Il dotto Cluverio, nella sua Italia antiqua, non precisava così
esattamente la località, ma pure in qualche modo l'aecennava;
quando credeva che fosse esistita tra Curi ed il fiume Farfa. ^:

Anche la presenza della Villa dei Claudi, del secondo secolo
dell impero, nel territorio di Montopoli, mentre esclude Regillo
dalla casa rurale dei medesimi, fa supporre che la vecchia città
non fosse molto lontana da quella. |

Guattani nei suoi « Monumenti Sabini » sostiene ché Mom-
peo, prima .che fosse acquistato da Pompeo, era Regillo; ma noi

mostreremo che sebbene la famosa Villa del, Magno Pompeo, da -

cui Mompeo prende il suo nome, non era lungi da Regillo, non
per questo era la medesima cosa, e due buoni chilometri‘ sepa-
ravano l'uno dall'altro. ab È

Le rovine che si trovano nella località, chiamata Majalino,
sono della più remota antichità e del tempo dei Re, e per nulla
accennano all'epoca di Pompeo; perciò più atte ad indicare la
città di Regillo di antichissima origine e che come tutte le città
"Sabine decadde, quando fu stabilita definitiva pace e concordia
‘tra il popolo romano e sabino. Giacchè, ammessi i Sabini ‘alla
cittadinanza ed a tutti gli onori di Roma, fino ad avere un quar-
tiere nobilissimo loro designato, l'attuale Quirinale, che da loro
prese il nome, finirono per stabilirsi in Roma quanti avevano de-
naro o potere, abbandonando le loro città natie.

Da questo loro installamento nella città di Roma provenne

l'abbandono e decadenza quasi totale delle loro città, talmente che
Strabone e Dionisio di Alicarnasso trovarono, a loro tempo, ri-
dotte a modesti villaggi città che furono nobilissime. Strabone ci
fa sapere, che la regia città di Curi (da cui è venuto il nome di
Quirino, Quiriti e Quirinale) che nei tempi felici aveva avuto un
diametro di un -miglio e mezzo di abitazioni, a suo tempo era
ridotta ad un villaggetto, viculus. E così deve essere avvenuto
RICERCHE SULLA ANTICA CITTÀ DI REGILLO 311

anche di Regillo, che pian piano disparve in guisa da non Jac

sciare quasi traccia di sè al principiar dell’ impero.

Però da tutti gli argomenti addotti superiormente, e dalle ro-
vine tuttora esistenti, si può con tutta sicurezza stabilire che
Regillo esistesse nella bella falda meridionale che scende dalla
montagna di Majalino nel territorio dell’attuale Mompeo.

Ma siccome, nel mondo, le cose piuttosto che a sparire del
tutto, sono destinate a modificarsi ed a trasformarsi; così dalla
vicina Regillo, quasi sparita al cader della Repubblica ed al co-
minciar dell’ Impero, surse la grandiosa Villa del Magno Pompeo,
che i più interessanti monumenti, ancora esistenti, ci ricordano.

Cadde, perciò, in errore il. Guattani, quando scrisse che

Mompeo, prima che fosse acquistato da Pompeo, era Regillo; .

perchè se è vero che erano vicini, non erano però la medesima
cosa, passando una bella distanza tra loro, ed essendo del tutto
diversi i monumenti che ricordano Regillo e la Villa Pompejana.

Già prima del grande rivale di Cesare, un’altra villa era
sorta in quei pressi, O
| Fabio, detto Massimo, anch'egli volle trovare riposo alle sue
cure. politiche nei freschi recessi della Sabina: e nella loca-
lità, anche oggi corroltamente chiamata Villa Marsa nel terri-
torio di Mompeo, ebbe egli la sua casa campestre. La. ricordó
anche Cicerone nelle sue opere, scrivendo: Villa Fabii Maximi
in Agro Sabino.

Ma questa dovea essere eclissata da quella, che per opera
del Magno Pompeo, dovea sorgere nel posto pià eminente di quella
vaga contrada. :

La bellezza del monte, su cui sorge Mompeo, ridente per la
feracità del terreno, l'abbondanza delle acque, e pià per gl'incan-
tevoli panorami che vi si godono per ogni verso, dovette invitare
quel grande ad edificarvi la sua dimora campestre, che ancora
tanti avanzi antichi ricordano e fanno vedere quanto dovette es-
sere grande e magnifica. j

Il suo grande amico ed ammiratore, Marco Tullio Cicerone,
dovette andarvi qualche volta a vederlo, come appare dalle sue
lettere (1).

(1) In Pompejanum statim cogito, sed faciam te certiorem. CIC., Epist. 4, Lib. VII.

RON t SPP Sen ra^
319 - 7 "A. BARBIELLINI-AMIDEI

ONE Certo, il nucleo dell’antica villa dovette essere dove oggi sorge

che ha subiti, ha fatto quasi sparire le più antiche costruzioni.

Ma delle sue dipendenze restano ragguardevolissimi monu-
menti, specialmente nella parte del monte che discende verso la
strada che conduce a Salisano, e verso una piccola chiesa, detta
la Madonna del Mattone. Ivi veggonsi ruderi di antichi bagni,
avanzi di sepolcri magnifici, quali quelli della Via Appia a Roma,
pavimenti in musaico, e muri antichi, di cui alcuni reticolati, per
una larga estensione, dimostranti quanto grande e bella dovesse
essere quella villa.

La semplicità e l’ignoranza dei passati abitatori ha disperso
gli ornamenti e le lapidi che ornavano quei magnifici sepoleri, ed
appena una ne fu letta al posto dal Marocco (1) salvata dai rovi
e da una moltitudine di rami di quella pianta chiamata Zeus /n-
dica che copriva e cingeva quasi del tutto quel venerabile monu-
mento, come esso dice. Io però non sono riuscito a vederla. Que-
sto bellissimo monumento, oggi chiamato la Palombara, ha una
bella camera sepolcrale a volta, ridotta a stalla, e l’ iscrizione che
vi lesse il Marocco, mostra che fu innalzato ad onore di una li-
berta di Pompeo, di nome Pasidiena, e ad una figlia di questa.
Ecco l' iscrizione : i

PASIDIENAE

P. L. CLIMENAE ET MEGISTAE FILIAE
FECIT HIMER:

P. L. vuol dire Pompet Libertae.

Le altre lapidi che doveano designare i bei monumenti se-
polerali, esistenti lungo quella via, sono state disgraziatamente
disperse. Una ne ho letta murata nel palazzo baronale, e dice:

PETILIA T. ET
P. ATRI. L. ETHERA
P. ATRIVP. L.
L. SYNEROS
CONLIBERTAE ET SIBI

(1) Marocco, Monumenti dello Stato Pontificio, Tom. II, p. 75.

il palazzo baronale, che per le varie edificazioni e raffazzonamenti .

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di

UIT

aid
. RICERCHE SULLA ANTICA CITTÀ DI REGILLO 373

Dall' insieme si vede che questi monumenti sepolcrali, sebbene
grandiosissimi, erano dei liberti dei signori del luogo, i quali

‘avevano in custodia la villa e le sue vaste dipendenze.

E giacchè, per la vicinanza di Regillo, abbiamo fatto parola
della sontuosa villa di Pompeo, rappresentata oggi dal castello di
Mompeo ; a diletto dei nostri lettori, faremo la storia, per quanto
ci è dato dai documenti, di questo simpatico villaggio.

La maggior parte degli antichi avanzi, di cui abbiamo fatto
parola, sono del periodo imperiale, e certamente del primo e se-
condo secolo: e ciò dimostra evidentemente che anche dopo la

caduta e la morte in Egitto del grande Pompeo, i suoi successori

seguilarono ad usare come luogo di delizia quel luogo, e certo
almeno per due secoli dopo la sua morte, come quei monumenti
riveláno.

Di là comincia il bujo della storia, che aumentato per la
guerra civile in permanenza nella seconda metà del terzo secolo
per l'ambizione di tutti quei generali o tiranni che aspiravano al-
l'impero, e nel quarto, quinto e sesto secolo per le irruzioni bar-
bariche, ci fa perdere ogni traccia di Mompeo fino ai tempi di
Adriano I (772-795), in cui per la prima volta lo ritroviamo no-

. minato sotto il modesto nome di Fundus Pompejanus.

Trovasi così scritto in una lapide di quel Papa, che è nell'alto
del Portico di S. Pietro; ed è ricordato come quello, che sommi-
nistrava l'olio per le lampade che ardevano sulla tomba dell'Apo-
stolo nella Basilica Vaticana.

In una iscrizione del secolo ottavo, esistente nella Chiesa di
S. Maria in Cosmedin, trovasi scritto, Fundus Pompejanus. Nella
Collezione Deusdedit, trovasi egualmente F'undus Pompejanus.

Nell'anno 816, Papa Stefano IV, tra gli altri fondi, conferma
all'Abate di Farfa, Ingoaldo, sotto Ludovico Pio, nel terzo anno
del suo impero, F'undum Pompejanum (4). i

.Nel Diploma dell’imperatore Lotario (820-849), riportato nei
Codici Farfensi, si trova richiamato il F'undum Pompejanum (2).

Dai surriferiti documenti, si vede bene, che l’antico fondo di
Pompeo era divenuto proprietà della famosa Abbazia di Farfa.

(1) Reg. Farf.
(2) Reg. Farf., pag. 74.
374 A. BARBIELLINI-AMIDEI -

Infatti, nell 875, l'Abate Giovanni dà in enfiteusi Mompeo
(Pompeje) ad un tal Francone, e tra i confini è designato un rivo
che scende dalla Rocca di Azzone.

'E due anni dopo, nell'877, il medesimo Abate Giovanni per-
mette a Francone di edificarvi un castello.

Ecco il principio e Ia fondazione dell'attuale Mompeo, il fiale

dalla decadenza dell’ impero fino a quest'anno 877, non era stato
altro che una tenuta, chiamata ora Pompejanum, ora Praedium
Pompejanum, ora undue Pompejanus. .

Da ora in poi, non è più la squallida tenuta che si presenta ;
ma il Castrum Pompei coi suoi fortilizi ed i suoi abitatori.

Si vede che la linea feudataria di Francone dovette estin-
guersi, oppure che per demeriti fosse spogliata dall'Abate Far-
fense del feudo; perché all'anno 956, sotto il Papa Giovanni XII,
troviamo che l'Abate Adamo dà. in enfiteusi a terza generazione,
il che vuol dire in investitura, ai fratelli Gaiderisio ed Ottaviano,
figli di Buza, il castello di Mompeo, chiamato in quell’atto Pom-
peje (4).

Dai documenti Farfensi. parrebbe che non tutte le terre di
quel territorio fossero comprese nell’investitura feudale, perchè,
nel 998, l'Abate Ugo che succedette ad Alberico nel 997, dà in
enfiteusi in terreno a Mompeo, chiamato Bove gelato (2). |

Dall' investitura di Gaiderisio ed Ottaviano di sopra nominati,
non sappiamo se ve ne siano state altre, prima che il feudo pas-
sasse nella casa degli Orsini, discendenti di Simeotto Orsini, si-
gnori di Castel S. Angelo in Roma. |

Un'antica arma di questa famiglia, molto Lozza nella forma,
con due-orsi per supporti, ho veduto murata in un portico o cor-
tile del palazzo baronale, la quale, rivelando una grande antichità,
mi fa supporre che già circa il duodecimo secolo, gli Orsini di
Castel S. Angelo fossero padroni del luogo.

(1) Codex 2, Lib. Largitorius. - i

‘ (2) Quest’ Abate comprò con denaro la sua dignità da Gregorio V, papa accessi-
bile all'oro, e meritò il rimprovero di Ottone III imperatore, nel Placito del 998, dove
dice: Qui sibi Imperialis Abbatiae (l Abbazia di Farfa, era detta Imperiale, perché
dipendeva direttamente dagli Imperatori Germanici) absque nostro assensu regimen
usurpaverat, et quod deterius est, pretio emerat a Romano TUAE: Chronic.
Farf., 492.
1

RICERCHE SULLA ANTICA CITTÀ DI REGILLO 315.

Anzi io eredo che debbano attribuirsi a loro parte del recinto
fortificato e due torrette rimaste a memoria dell’antico castello,
quasi interamente distrutto, e raffazzonato nella forma di palazzo
baronale dai Marchesi Naro, ultimi signori del luogo.

. Addurremo ora quei documenti, che a questa: sivglia si ri-
feriscono, come signori di Mompeo. -

Ai 26 di aprile del 1423, Bertoldo di jen Orsini, nomina
dei procuratori per ricevere dagli eredi degli Anguillara e degli
Alberteschi quanto gli spetta in Castiglione ed altrove, secondo
l'arbitrato del Cardinale Giovanni vescovo di Albano, e di Pon-
cello Orsini, zio del Cardinale, ed a ricevere. quietanza a favore
delle comunità di Foglia, Pompegio e Gravignano (1).

Nel 1448, il magnifico Pier Angelo Orsino, signor di Mom-
peo, donò ‘al Priore, monaci e Monastero di santa Maria di Farfa,
il castello di Montefalcone, che era nei pressi di. Mompeo, con
tutto il suo territorio, ragioni, azioni, e gius padronato ecclesia-
stico sopra le sue chiese, e segnatamente su quella di s. Luca.

Ora è intieramente sparito tale castello (2). rois

Dal,testamento del suddetto Pier Angelo Orsini, in. data
29 marzo 1476, per gli atti del notaio Egidio Micaronio, si viene
a conoscere, che a quel tempo, uno dei figli del testatore, di
nome Troilo, era già morto. Perciò egli lasciò erede il figlio
superstite, Pier Francesco, in tutti i suoi castelli, terre, rocche,
ele., nominatamente..... in castro Montis Pompei, elc. (3).

E da questo nome di Monte di Pompeo, è certamente deri-
vato il nome di Mompeo, più naturalmente di quello che molti
scrittori vogliono dire, che invece provenisse dal cambiamento

. della lettera P in M.

Nel 1559, il feudo apparteneva ancora ai discendenti di Si-

(1) Arch. Stor. Rom., anno 1887, vol. X, p. 252.

(2) In tal donazione, sono cosi enunciati i copfini : A serina montis Majolini ver-
sus dictum Castrum montis Falconis, et versus Castrum Salisani, et ab alio latere
est rivus Andrianus et alios fines. Actum in Castro Pompei in domibus sew palatio
solitae habitationis praefati D. Petri Angeli, Mattheus magistri Cicchi de Turri, no-

- tarius et judex ordinarius.

Quinterno n. 12, Arch. Reat.
Ed in Marocco, tom. ÎNI, pag. 23.
(3) Arch. Vatic. Cod. Collectanea ad Ursinos.
A. BARBIELLINI-AMIDEI

meotto, come risulta dalla lapide esistente sulla porta della chiesa
parrocchiale, dedicata alla Natività, dalla quale risulta che il po-
polo del castello di Mompeo, restaurò, in quell’anno, questo tem-
pio, mentre erano signori del luogo Alessandro e Virginia Orsini,
e sedeva sulla cattedra di Pietro, il santo Pontefice Pio V. Ecco
l'iscrizione:

HOC TEMPLVM FVIT RESTAVRATVM A POPVLO
C. MOMPEI SVB DOMINATIONE ALEXANDRI
ET VIRGINIAE VRS. ET. SVB PONTIFICATV
DOMINI NOSTRI PII PP. V. PONT. MAX.
A. D. MDLIX.

Ma, gli Orsini, riempitisi di debiti, furono presto obbligati a
disfarsi dei loro possessi in Sabina; ed in tale circostanza, ven-
derono il castello di Mompeo ai marchesi Capponi di Firenze.

—— Questi alla lor volta; lo venderono alla nobile famiglia Naro ro-
mana, che l'ha posseduto fino al primo quarto di questo secolo.

Questa famiglia, ora estinta, fu la vera provvidenza di questo
luogo, e fece del tutto per riportarlo all'antica grandezza.

Il marchese Bernardino Naro, vero signore dall'animo grande
e generoso, volle far risorgere la villa di Pompeo, là dove da
tanto tempo era disparita.

Disfece quasi per intero il castello ed i fortilizii dei passati
signori e degli Orsini, lasciandone solo due torri a ricordo. Sul-
l'area di quello, edificó un bel palazzo baronale, che sebbene ab-
bandonato e negletto dai presenti possessori, fa ancora arguire
dal suo stato fatiscente la primitiva grandezza e magnificenza.

Circondò questo di giardini, fontane e deliziosissimi viali, che
i| Piazza, testimonio oculare, lo fa credere il castello incantato di
Armida, esclamando che per quel luogo erano tornati i bei tempi
del grande Pompeo (1). :

Il suddetto marchese Bernardino Naro, all'ingresso della terra,
costruì un maestoso portone in travertino al di fuori, da cui si
gode il vago prospetto della Sabina, della: Tuscia Romana e di
Roma stessa.

(1) PIAZZA, Gerarchia Cardinalizia, pag. 188.:
RICERCHE SULLA ANTICA CITTÀ.DI REGILLO 377

Aprì e lastricò strade, tra cui una, che da questo portone,
conducesse direttamente al suo palazzo. i

Volle anche lasciar ricordo della sua pietà a quei buoni ter-
razzani. :

Riedificó perciò dai fondamenti la Chiesa parrocchiale nel 1663,
non essendo stati sufficienti i restauri fattovi dal popolo di Mompeo
nel 1559. Ed a dimostrare l'affezione sua particolare a questo
luogo, vi edificó una cappella gentilizia, dove dispose, che dopo |
la sua morte vi fosse deposto il suo cuore; costume, che osser-
varono i suoi discendenti fino a tutto il secolo decimoseltimo,
come risulta dalle lapidi ivi esistenti.

Cosi, mentre seppellivano i loro corpi nella bella chiesa della
Minerva in Roma, ove avevano una splendida cappella, manda-
vano a deporre i loro cuori nel loro amato Mompeo.

Il medesimo Bernardino Naro provvide con lasciti ai poveri,
alle ragazze da marito, ed al restauro e dotazione di altre piccole
chiese campestri.

Il figlio Fabrizio se non assomigliò il padre nella magnifi-
cenza, non gli fu secondo nella pietà. |

Arricchì il tempio paterno con ricchi reliquarii ed insigni re-
liquie; trasporló da una chiesa campestre, nella cappella genti-.
lizia dal suo padre edificata, un antichissimo crocifisso intagliato
in legno, grande forse più del naturale, che per la sua rara per-
fezione artistica, commuove il cuore al vederlo, e desta nello stesso
tempo venerazione ed ammirazione.

Piazza ha descritto pateticamente con particolari dettagli que-
sta Traslazione, che dovette essere un vero avvenimento per quel
villaggio. y

Ottenuta, Fabrizio Naro, da Papa Clemente X l'indulgenza a
forma di giubileo per tutti gli astanti, invitó a questa. festa tutta
l'aristocrazia Romana, facendo coniare medaglie di argento comme-
morative, che distribui agl' intervenuti. Tutta la Sabina vi accorse.

Era il 17 maggio 1674: deposto il Cristo sopra un talamo,
sontuosamente ornato di stoffe preziose, fu questo portato da do-
dici poveri vestiti di panno paonazzo, con i sandali all’apostolica,
mentre dei nobili romani sostenevano un ricchissimo baldacchino
che lo ricopriva, ed il Vescovo di Sabina e gli altri personaggi
chiudevano il corteo.

25
.A. BARBIELLINI-AMIDEI

Furono dotate, in memoria, tutte le ragazze povere, e fatte
larghe elemosine a storpii ed indigenti (1). i
Ma, eon i Naro, fini ogni grandezza di questo luogo; ed ora, |
tolte le bellezze della natura, che vi spira ridente per ogni verso,
nulla più vi rimane, all'infuori delle memorie da noi accennate.
Sono però ancor celebri i frutti del suo territorio, che fanno
ricordare l’antico adagio romano su loro: Omnia mala, mala,

za

SES Ero rage

praeter Appia Pompejana. Che è un ealembour, o giuoco di pa-
role bello e buono. Giacchè, in latino, la parola malum signifi-
cando egualmente male e melo, l'adagio voleva dire: che' tutti i
mali erano mali, all' infuori delle mele appie di Mompeo.

In mezzo a tutte le vicende e traversie passate, é grato a i
quei buoni terrazzani conservar memoria della loro origine. Così,
il suggello del Comune porta la scritta: Communitas Pompejana;
sul Granajo di proprietà del Comune, leggesi la sigla P. C. P. j

che vuol dire Pubblicae Commoditati Pompei; e sulla facciata
della Chiesa di S. Carlo, gurficain dal popolo di MORINEO E nel 20, È
è scritto :- E

PIETATIS STUDIO POPVLI A POMPEJO SABINI.

I lettori vorranno, nella loro gentilezza, scusarci, se ricer-
cando la' città di Regillo, abbiamo sorvolato le memorie di Mom- .
peo; perchè Regillo trovasi nell'attuale territorio di questo, e
‘perchè ci pareva che. valesse la pena d’illustrare un luogo, che fu
. deliziosa dimora di quel grande, che per poco non supplantò Ce-:
sare nella signoria del mondo.

Roma, maggio 1896.

ALESSANDRO BARBIELLINI-AMIDEI.

(1) Prazza, Sabina, p. 188.

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L'AMMINISTRAZIONE ECONOMICA

DELL’ANTICO COMUNE DI PERUGIA

La saggezza negli ordinamenti finanziari e nei processi del
pubblico riscontro economico è certamente da riguardarsi come una
delle cagioni onde Perugia si alzasse tra mezzo alla barbarie e.
si ingrandisse tanto da poter essere annoverata fra le cospicue e .
libere città d'Italia. E riesce veramente incresciosa la mancanza
di lavori, che facciano conoscere con certezza i servizi dell'entrata
e della spesa, le varie scritture ed i conti di questo antico co-
mune, che, per lungo tempo e attraverso fortunose NiCeEnE: serre
mantenere intatta la sua autonomia.

Di questo mi era forza parlare fin dalle prime, non per vana
‘ compiacenza nel mostrare ch'io intendo colmare una lacuna, ma
per il desiderio vivo di sapere che presto altri compierà un la-
voro tanto utile, con quella pienezza di ricerche e con quella pro-
fondità di considerazioni, per le quali io non ho nè mente nè lena Ca
bastevoli. |

La legge del minimo mezzo va rigorosamente applicata alle
pubbliche amministrazioni, nelle quali, purtroppo, come nei tempi
^ che corrono, la intralciatura dei regolamenti, prodotta dalle nu-

merose variazioni successivamente apportate al verificarsi di ogni
bisogno, senza riordinare mai le disposizioni già prese, e talvolta.
anche la facilità nel concedere cariche ai numerosi petenti, hanno .

. promossa l'eccessiva estensione di una burocrazia troppo onerosa
per l'azienda. Ma l'applicazione di tale legge suppone unità e
8804s ETE V. ALFIERI

armonia di movimenti e perció una sapiente istituzione di organi
amministrativi e una sapiente distribuzione di funzioni, alle quali
si puó giungere soltanto col trarre le norme amministrative dalla
considerazione larga e coscienziosa dei fatti, ricercando il passato 1
con grande amore e lungo studio, applicando, in somma, alle di- |

scipline. amministrative, specialmente alla ragioneria, che si rife- A
risce. al controllo economico, quel metodo sperimentale, a cui E
molte scienze debbono il loro continuo incremento. i
E deve riescire molto profittevole l'esame accurato degli or- E
dinamenti governativi nella antica Perugia, per sapere come, col 3
sorgere. e l'aggrandirsi delle libertà cittadine, si tendesse a creare,
sviluppare e coordinare gli organi amministrativi, ad adattare alle
nuove esigenze quelli già esistenti, a regolare i singoli servizi in
guisa da segnare ad ogni magistrato la via da percorrere e da
rattenerlo costantemente in essa, onde avesse l'intiera ammini-
strazione comunale a foggiarsi in modo da permettere alle parti 1
sue di compiere azioni legate sempre da mutua dipendenza. Ma |
non si creda che questo esame debba partire esclusivamente dalla
convinzione di trovare negli antichi documenti amministrativi tutte
le disposizioni necessarie e sufficienti al reggimento delle odierne
aziende. Sono considerabili le evoluzioni subite dal pubblico con-
trollo economico, vuoi per il progresso nella produzione e nella

circolazione della ricchezza, vuoi per il perfezionamento nei mezzi
e nei processi finanziari, vuoi per i mutamenti di tendenze della
vita sociale e per lo sviluppo del reggime rappresentativo, vuoi
per l'accrescimento dei bisogni comuni e quindi per la sopravve-
gnenza di nuove spese e l’ottenimento di nuove entrate pubbliche,
vuoi infine per la. integrazione e la conseguente differenzazione
degli organismi politici. Del resto, il controllo economico si svi-
luppa a mano a mano che cresce la ricchezza, specialmente quella
mobiliare, perchè l’importanza. sua è in ragione composta della
quantità dei beni economici e della rapidità delle loro mutazioni;
e tale controllo aumenta in estensione e intensità a misura che.
il lavoro amministrativo diventa più complesso e si fa più grande
la divisione sua, perchè, crescendo la differenzazione amministrativa,
crescono eziandio le forze dissolventi, onde l’integrità dell’orga-
nismo non: può essere serbata lungamente senza un efficace con- E
trollo, che renda perfetta la coesione delle parti. Se, qualche se- 113

UR ^
goce ni EIERERE
L’ AMMINISTRAZIONE ECONOMICA, ECC. 981

colo addietro, quando le pubbliche aziende non erano molto com-
plesse, si poteva sostenere che l'arte del controllo non era ardua,
ora devesi pur convenire che le funzioni di ragioneria e gli or-
gani a cui sono deputate prendono una parte ben grande nella
compagine amministrativa. Bisogna rilevare e studiare tutto il la-
voro economico nelle sue cause e nei suoi effetti, stimolarlo e vin-
colarlo in guisa che abbia sempre a procedere convenientemente.
La valutazione degli elementi patrimoniali e dei loro mutamenti,
gli inventari, le previsioni, la costrizione dei fatti amministrativi;
le registrature analitiche e sintetiche, i rendiconti e le revisioni
loro sono ora funzioni di controllo, che, nelle pubbliche aziende,

si manifestano piene e convincenti più che in passato.

Negli scorsi secoli vi furono ordini veramente buoni, ma tal-
volta contrastavano al fine ultimo per cui erano emanati, avendo
in sè troppa rigida severità. Ora i debitori del fisco non temono
più la sospensione dei diritti politici, l' esclusione da tutti gli onori,
offici e benefici dello stato, la confisca dei beni; l'esilio, la distru-
zione delle loro case. E questa mitezza di mezzi del controllo
economico moderno ne attesta di certo la superioranza rispetto a
quello antico. Ora la qualità di ministro delle finanze non attira
più l’odio popolare, i pubblici tesorieri non ritardano più a loro
talento i pagamenti, i pubblicani non possono più conseguire lueri
favolosi, non si affida più il denaro pubblico ai frati camerlenghi
o chiavari o massari, perchè il controllo moderno tende a forzare
ognuno, che lavora nell'azienda, ad essere, anche malgrado suo,
onesto ; a differenza del controllo antico, che spesso si fondava
troppo sulla rettitudine e sul sentimento religioso.

E rimoto il tempo in cui i tributi e le tasse si corrispondevano
in natura; perciocchè i reggitori delle pubbliche finanze cercarono di
ridurre a denaro tutte le rendite e per conseguenza anche le spese,
onde riuscisse meno intralciata la gestione e più efficace il suo ri-
scontro. Aumentando l’importanza relativa del denaro nelle funzioni
dell’ entrata e dell'uscita, divenne cura precipua dei governanti
l'accogliere in tempo nelle casse i fondi.necessari. Per semplificare
il processo dell’entrata e per rendere pronte e sicure le riscos-
sioni, si indussero anche a dare ad appalto le gabelle; talvolta
anzi ricorsero purtroppo a un metodo più. sbrigativo, cedendo
temporalmente ai creditori dello stato i proventi delle imposte e
32 dC V. ALFIERI

delle tasse. Volendo regolare il servizio del tesoro, gli statisti non
seppero da prima escogitare altro espediente che quello di affidare
a speciali magistrati tante casse quanti erano i cespiti delle en-

| trate e delle spese. La molteplicità delle casse e l'imputazione

dei fondi provenienti da determinate rendite all'eseguimento di
e spese sono, per avventura, le caratteristiche che ebbe, negli
stati nostri medioevali, il servizio del tesoro. Nella veneta repub-
lica, pressochè tutti.i magistrati avevano casse proprie e gene-
ralmente più d’una, ove custadivasi il denaro secondo le fonti da

cui proveniva e l’impiego che doveva farsene, ed a cui attendevano

speciali cassieri e speciali. scontri, obbligati a tenere giornali e
quaderni separati (1). La limitazione delle varie categorie di spesa
si faceva prima dal consiglio dei dieci, poi, dopo la sua riforma,
dal senato; uno speciale magistrato, i provveditori alla scansazione,

vigilava perché non:si uscisse dalle limitazioni fatte; la distribu-

zione del pubblico denaro ai vari magistrati si faceva con regola-
Zioni di casse generali o parziali, avuto riguardo a ció che dove-
vasi spendere nell'anno e procurando di deputare a ogni ufficio
o reggimento le intere rendite di uno o più dazi, o di una o più
camere (2). Anche a Firenze si applicó il metodo di assegnare a
ciascuna categoria di spesa i fondi provenienti da determinate
rendile o tasse, e di custodire. simili fondi in casse separate ;

avendo cura di vincolare alle uscite più importanti le entrate

più sicure, alle spese relative a un dato luogo i proventi ivi otte-
nuli, e.comminando pene severe a chi erogasse le somme riscosse

in modo diverso da quello prefisso. Cosi il camarlingo del Monte
aveva assegnamento a carico delle gabelle. più sicure, cioè quelle
del sale, delle porte, del vino al minuto, in una somma: stabilita
annualmente o mensilmente; quando si istitui la decima, venne
destinato il prodotto di essa a redimere il debito pubblico, per il
che fu detta anche tassa di redenzione; nel 1351 fu deliberato dai

consigli che tutto il denaro riscosso per il comune nella terra,

corte o distretto di Prato, per la gabella del vino al minuto, si

spendesse nel condurre a termine il cassero di Prato e che il ca-

[

(1) F. BEsTA, La Ragioneria, Prolusione letta, nella solenne apertura degli studi,
per l'anno scolastico 1880-81, alla R. Scuola superiore di commercio in Venezia, pag. 52.
(2) F. BESTA, Op. cit., pag. 53.

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L’ AMMINISTRAZIONE ECONOMICA, ECC. 383

marlingo dei governanti di detta gabella dovesse pagarlo ai sopra-
stanti alla costruzione. del cassero stesso, sotto pena di lire cin-
quecento (1). :
Ma tali ordinamenti del servizio di cassa, sebbene valessero
a separare nettamente le previsioni di cassa e la ripartizione dei

- fondi dalle autorizzazioni delle entrate e delle uscite ed a stabil- .

mente fissare le rendite e limitare le spese, non erano tultavia
scevri da inconvenienti, poiché rendevano numerose le scritture,
complicati i riscontri, troppo grandi le somme, che dovevano ri-.
manere nelle diverse casse, necessari gli storni da cassa a cassa,
quando tardava l’entrata dei fondi deputati alle singole: spese, e
difficile il disporre con sollecitudine del pubblico denaro secondo
le occorrenze. Laonde, in progresso di tempo, si cercò di ridurre
il numero delle casse, lasciando ai diversi magistrati, non il ma-
neggio, ma la sola disposizione del denaro; di separare la facoltà
di accertare le entrate e le uscite da quella di custodire il denaro
e di curare gli incassi e i pagamenti; ed in questo modo si venne:
all'unità del tesoro, vale a dire all’ unità del magistrato, che deve .
presiedere alla custodia del denaro e alla distribuzione sua nei
vari luoghi dove si manifestano interessi da soddisfare. L'unità
del tesoro eliminò necessariamente la molteplicità dei fabbisogni
di cassa; i dati di questi si riunirono in un solo bilancio; e allora
le previsioni relative alle entrate e alle uscite di un determinato
periodo amministrativo si considerarono, nei governi parlamentari,
come autorizzazioni definite, le quali. segnavano, specialmente per
la spesa, limiti fermi. i i

Nei secoli andati, il controllo pubblico si rivolgeva piuttosto
a reprimere e punire anzichè a prevenire e frenare; era in gran
parte susseguente e non antecedente e concomitante al lavoro am-
ministrativo. Non si definivano previamente, in ogni loro fase gli
affari o i negozi, nei quali svolgevasi la pubblica gestione; non
sempre si astringevano efficacemente i funzionari, con la vigi-
lanza, l'opposizione d’interessi, gli ordini e le ricevute per iscritto,
alla esatta osservanza del loro mandato. Non di meno la costri-
zione dei fatti amministrativi, nei liberi nostri comuni, ebbe mani-

(1) P. RicoBoN, La Contabilità di stato nella repubblica di Firenze e nel Gran-
ducato di Toscana, pag. 84.
- de e n "ORE. " ve 3 JO Z "eg - -
ag Tor 5 - 7 x: - : X

384 ..— V. ALFIERI

festazioni importanti. A Firenze i camarlinghi addetti alle diverse
gabelle, i notari e gli scrivani di entrata dovevano registrare quo-
tidianamente gli introiti, sotto pena di lire cento ; i governatorì
delle singole gabelle dovevano tutti i giorni, meno i solenni e i
festivi, notificare ai regolatori dell’entrata e della spesa l’ammon-
tare dell’ introito della giornata precedente a mezzo di cedola scritta
dal camarlingo e sottoscritta dal notaio postogli accanto ; per gli
ordinamenti di camera del 1289, i camarlinghi non potevano am-
mettere ordini di pagamento dei signori, che non fossero sotto-
scritti da cinque di loro (1). A Venezia si faceva obbligo ai ma-

gistrati di registrare il fatto amministrativo in presenza della parte -

interessata o di un suo rappresentante ;. si consentivano ai singoli
uffici, cui eransi deputate somme, per la diretta esazione, dalle
camere o dai magistrati dei dazi, l'autorilà di avvogadori fiscali,
ponendosi cosi saggiamente in giuoco opposti interessi ; il sinda-
cato sui ministri subalterni e sui magistrati era assiduo ed era
quasi costantemente efficace l’attrito di opposte tendenze fra essi (2).

Più sviluppato era, per.avventura, in quei tempi, il controllo
consuntivo; poiché si era scrupolosi nel confrontare il fatto col
diritto, nel prescrivere la conservazione dei documenti di prova e
la registrazione delle operazioni effettuate ed obbligare ciascuno,
che aveva il maneggio del pubblico soldo, a rendere ragione del
suo operato. L’ordinamento amministrativo dei liberi nostri co-
muni non permetteva, forse, la compilazione e la resa di conti
per dimostrare lo stato della pubblica fortuna ed i risultamenti
generali del governo in un dato periodo di tempo. Nulladimeno
si obbligavano gli officiali aventi maneggio di denaro a render
conlo dell'azione loro, specialmente quando essi uscivano di ca-
rica; ma, invece di riassumere e ordinare in acconci prospetli i
dati relativi alla gestione, presentavano i libri da essi tenuti e
dai quali avrebbero dovuto ricavare quei dati. A Venezia i diversi
cassieri dovevano saldare essi stessi ogni mese i loro registri,
| portare i loro libri così saldati e contare il residuo ai camarlinghi
del comune; a Firenze i libri dei camarlinghi erano ‘saldati e
chiusi dai magistrati revisori, i quali determinavano la situazione

(1) P. RIGOBON, op. cit., pag. 88, 89.
(2) F. BESTA, Op. cit., pag. 53, 78.

pps bra
e.
*
ni

da

3

L'AMMINISTRAZIONE ECONOMICA, ECC. - 385

finale edil resto, che avrebbe dovuto essere versato (1). Si ha
tuttavia qualche esempio di documenti, che accennano alle gene-
rali entrate e spese dello stato; tali sono, per esempio, due ca-
pitoli della cronaca di Giovanni Villani risguardanti le rendite as- -
sise e le spese ferme del comune di Firenze. nel 1338, e i brani
della cronaca Alberegna, che ricordano le rendite e le spese di
Venezia nel 1469. Giova peró osservare che non si compilavano
bilanci fondati sui risultamenti reali della gestione in un determi-
nato spazio di tempo, sibbene prospetti, che non erano né pre-
ventivi né consuntivi, ma piuttosto conti d'avviso, tendenti a di-
mostrare a quanto sarebbero montate annualmente le rendite e le
spese dello stato, ove questo si fosse mantenuto nelle condizioni
normali (2). Solamente più tardi si pensò a ottenere dati compen-
diosi intorno alla gestione di ogni anno decorso ed a presentare
veri conti per la dimostrazione dell’ intiera opera amministrativa.
Benchè non fosse ordinata la compilazione periodica di consun-

‘tivi, poteva non di meno essere stabilita la tenuta e richiesta la

presentazione dei libri, nei quali fosse ricordato l'avvenimento di
ogni annua entrata e uscita pubblica. Infatti, a Firenze, con deli-
berazione, di poco anteriore al 1384, si stabilì che i priori ordinas-
sero, usando dei mezzi più opportuni, che si calcolasse e annual-
mente si rivedesse con diligenza la ragione integra di tutte le en-
trate e di tutte le uscite del. comune, in modo da poter vedere
ogni anno chiaramente il montare delle rendite e delle spese av-
venute in quello decorso ; e la sopraintendenza alla compilazione di
tali scritture venne affidata ai provveditori della camera (3). Ma
se la compilazione delle scritture complesse trovava non lievi in- -
ciampi nell'organismo amministrativo e nei processi finanziari dei |
nostri comuni, le registrature elementari avevano per controverso.
largo sviluppo. E riuscivano eziandio laboriose, perchè molte erano
le magistrature richieste dalla molteplicità e moltiformità dei pub-
blici- bisogni e volute specialmente da un principio fondamentale
di governo, per cui, anzichè aumentare le attribuzioni ai magi-
strati esistenti, se ne dovevano istituire altri, acciocchè fosse li-

(1) P. RIGOBON, Op. cit., pag. 124.
(2) F.. BESTA, Op. cit., pag. 62, 63.
(3) P. RIGOBON, Op. cit., pag. 102, 103.
V. ALFIERI —

mitato sempre il loro potere. Per una disposizione contenuta ne-
gli statuti fiorentini, riordinati nel 1415, il notaro e.il camarlingo
erano obbligati a presentare i loro libri allo scrivano o ragioniere
. dei regolatori, entro un mese dopo discesi di carica; e, se gli
uffici del notaro e del camarlingo cominciavano in tempi diversi,
il primo doveva tenere un libro per ogni camarlingo e il secondo
doveva tenere un libro per ogni notaro. Le provvisioni della ca-
mera, prese a Firenze nel 1289, prescrissero che giornalmente
venissero registrate da uno dei numeratori del. denaro le singole
entrate e dall’altro le singole uscite, e che i notai di camera re-
gistrassero in due distinti quaderni le entrate e le uscite, divise
in capitoli. E, dopo la riforma della camera, avvenuta nel 1458,
il cassiere doveva segnare, in un solo libro, da una parte le ri-
scossioni e dall'altra i pagamenti, ma sempre alla presenza del
notaio e dello scrivano; il notaio, per chiarezza e per riscontro,
doveva tenere un altro libro delle entrate e delle uscite; e lo scri-.
vano doveva tenere, secondo l'ordine dei massai della camera, un
libro grande, per la trascrizione e la classificazione dei pagamenti
e delle riscossioni, il quale libro confrontavasi dai ragionieri or-
.dinari col registro del cassiere, quando il cassiere o lo scrivano
scadevano di carica (1). A Venezia, con decreto del senato, in
data 1° febbraio 1515 (more .veneto), venne stabilito che a comin-
‘ciare dal 1° marzo 1516 si tenesse all’ufficio dei camarlinghi un
libro ordinario nuovo con un giornale nuovo per notare gior-
nalmente i fatti nel modo seguito dai banchi di scritta, ossia in
partita doppia (2). |

A disegno 1ni sono fermato sulle prineipali condizioni del go-
verno economico nei liberi comuni medioevali d'Italia, per facili-
tare il giudicio dei pubblici ordinamenti amministrativi, in .parte
almeno veramente originali, che Perugia seppe darsi nel tempo
della maggiore sua gloria. -

Reputo espediente trattare prima dell’organismo nio
. tivo, poi delle funzioni di direzione, di gestione e di controllo, e
disporre le notizie nel modo indicato dal seguente sommario :

(1) P. R1G0n0N, op. cit., pag. 98, 99, 112, 113. ‘
(2) F. BESTA, Op. cit., pag. 79.
L’ AMMINISTRAZIONE ECONOMICA, ECC.
Gli organi amministrativi.

1. I consoli — il potestà — il capitano del popolo — i priori.
P 2. Il consiglio dei priori — il consiglio dei priori e dei came-
| ‘ rari delle arti — il consiglio dell'adunanza generale — il con-

È siguo dell'aringo — il consiglio generale — il consiglio mag-
1 giore — il consiglio del popolo.
I 3. I direttori delle imposte — gli officiali collettori — il ca-
| 3 merlengo.
E 4. I massari — i conservatori delle monete — gli official del-

l'abbondansa

5. I magistrati deputati a servizi speciali — gli agenti minori
— i castellani.

6. I notari — i computisti — i cancellieri e gli abbreviatori
delle riformagioni — gli officiali dell'armario.

-1

I sindaci degli officiali superiori — il maggior sindaco.
Le funzioni amministrative.

8. Il servizio di cassa — l'autorizzazione delle entrate e la li-

mitazione delle uscite. i
9. L’ introito della ‘camera dei massari — l’'introito della ca-

mera. dei conservatori delle monete — l’ introito della camera — Eu
| dell'abbondanza. | ca
m 10. L'esito della camera dei massari — l'esito della camera det i
conservatori delle monete — l’esito della camera dell'abbon- . : i
danza. x
11. La riscossione delle rendite e il pagamento delle spese — I 5

mutui pubblici. Xd

19. La vendita dei frutti di beni comunali e dei proventi delle à

gabelle. : o È

13. Il catasto. i È j

14. I libri dell'armario — i libri della cancelleria — i libri dei n 4

massari — i libri dei conservatori delle monete — i libri degli

officiali dell'abbondanza — i libri dei sindaci e dei castellani.

Svolgerò questa materia alla buona, da ragioniere, non da

giurista, ed ometterò le osservazioni comparative, perchè a me
388; 3 T Y. ADRIBRI

non sembra agevole islituire confronti fra gli ordinamenti antichi,
che sono prova luminosa di senno pratico, ed i moderni, che si
dicono frutto di indagine scientifica, e perchè il lettore, non an-
noiato dagli eccessivi ragionamenti, potrà così afferrare certi fatti
essenziali, annodarli, definirne la natura, le relazioni, le leggi,
raccogliere da sè in un punto le cose più disparate e lontane e
dedurne le idee generali. |

Gli organi amministrativi.

Il pubblico governo economico nell’antica Perugia, dovette
certamente adattarsi allo spirito di associazione, alle tendenze indu-
striali, forse anche al sentimento religioso, che informarono le
varie corporazioni artigiane, e sopratutto ebbe a subire l' influenza.
del genio democratico, che presiedette all’organizzazione comunale
e l’incitò a svolgersi con speciale indirizzo e notabile energia.

L'aiuto personale, la protezione giuridica furono i primi fini
delle compagnie artigiane; poi, divenuto il popolo ricco e potente,
la classe media trovò in esse appoggio per mantenere lo stato;
le arti entrarono nel comune come corporazioni fortemente costi-
tuite, coordinate tra loro, partecipi del governo, si manifestarono
operose per fini economici, politici, amministrativi e religiosi, e
parte del diritto pubblico e privato apparve nei loro statuti (1).
Anche a Perugia, città non semplicemente commerciale, ma traf-
ficante, con proprie industrie, le arti ebbero grande azione poli-
tica, e si puó credere che, trovandosi il comune intimamente le-
gato alle corporazioni locali, conformasse, in parte almeno, il suo
riscontro economico a quello che in esse veniva esercitato.

Perugia, al pari di altre gloriose repubbliche italiane, ebbe
un'operosa democrazia, che andó assumendo sempre maggiore
importanza, che recó in grembo le sorti di novelle istituzioni, vo-
lute dal popolo desideroso ognora di far valere i suoi diritti, che,
sino dal cadere del secolo X, rese autonoma l’amministrazione
pubblica e seppe mantenerla incolume fra l' imperversare degli av-
venimenti politici ed a fronte ancora dell'autorità papale, a cui

(1) T. CuTURI, Le corporazioni delle arti nel Comune di Viterbo, pag. 90, 1.
L’' AMMINISTRAZIONE ECONOMICA, ECC. i 1 889

potè chiedere protezione, come ebbe a cattivarsi l'appoggio degli
imperatori, ma non lasciò sottometterla fino al 1539. I perugini
si mostrarono costantemente alieni dal concedere ai vescovi un
governo temporale nella città e si adoprarono sempre in modo che
il clero non intralciasse le faccende comunali; ‘considerarono la
qualità di ministro del culto incompatibile coll’esercizio degli offici
civili e non ammisero perciò ecclesiastici al disimpegno di pub-
bliche funzioni, fuorchè in casi ben radi e specialmente quando
giudicavasi espediente, per il buon esito dei negozi, l'intervento
della chiesa (1). |
Per conoscere bene l'indole del pubblico riscontro economico
svoltosi anticamente in Perugia, occorre badare alla organizza-
zione amministrativa del comune ed esaminare le molte disposi-
zioni statutarie, che ad essa si riferiscono. Ma tale esame pre-
senta difficoltà non lievi, perciocché nei cómuni la ragione pub-
blica si alzò a tal punto che non si rivolse solamente a. qualche
parte del diritto, ma abbracciò l’intiera legislazione, ad indicare
forse i principî di quell'ordine, che doveva col tempo in tutta la.
sua pienezza essere stabilito (2). E dagli statuti comunali, neces-
sariamente complessi, lo studioso non può sempre con sicurezza
trarre tutte le notizie, che vorrebbe convenientemente classificare
ed esporre con chiara sintesi. Di più, è bene ricordare che, nelle
amministrazioni pubbliche, non è sempre possibile una differen-.
zazione netta e piena tra gli. organi, che hanno funzioni eco-
nomiche e quegli altri, a cui sono deputate funzioni, le quali mi-
rano direttamente a conseguire i fini dell’azienda; talchè vi pos-
sono essere bensì, e, per poco che l’organismo sia complesso, vi
sono in fatto organi, che hanno solamente funzioni economiche,
ma vi hanno funzioni economiche, anche importanti, che vengono
compiute da organi istituiti per altre capitali funzioni (3). Questa
‘circostanza emerge purtroppo dagli statuti perugini, nei quali, al
dire del moderno storico di Perugia, si vede frequentemente at-

(1) L. BONAZZI, Storia di Perugia, vol. I, pag. 326, 327. — O. SCALVANTI, Consi-
derazioni sul primo libro degli Statuti perugini, (Bollettino della Società. umbra di
storia patria, vol. I, fasc. II, pag. 234). i

(2) L. CIiccONI, Origine e progresso della civiltà europea, vol. III, pag. 20.

(3) F. BESTA, Corso di Ragioneria professato alla classe di magistero mella
AR. Scuola Superiore di Commercio in Venezia, vol. I, pag. 165.

-
V. ALFIERI

tribuita, in casi disparatissimi, a tutti quanti gli ufficiali del go-
verno (quocumque nomine nuncupentur) la esecuzione d’uno stesso
decreto e uno scambio di uffici non corrispondente al titolo degli
ufficiali (1).. E perciò riesce ardua, forse vana, la classificazione
di tutti gli antichi magistrati comunali rispetto alle loro attribu-
zioni di direzione, di gestione e di controllo.

Perugia reggevasi con proprio statuto anche prima che si
compilasse quello del 1279: se ne ha prova in un documento
del 1201 relativo alla lega coi Folignati, nell’atto di sommissione
dei Montonesi del 1210 e ancora in una lettera di Innocenzo III
nel 1215 (2). Ma gli statuti, secondo i mutati bisogni, di tempo in
tempo si rinnovellavano: così si ha notizia di riforme ad essi ap-
portate nel 1305, nel 1366 e nel 1415 (3). E questo fatto aumenta
ancora la necessità delle indagini estese e profonde, per' chi vo-
lesse, con piena sicurezza, ricostruire idealmente l’intiera ammini-
strazione economica. dell’antico comune perugino. Nondimeno,
senza avere la pretesa di accingermi a lavoro sì arduo, debbo ac-

cennare alle principali magistrature perugine risguardanti il ser-

vizio dell’entrata e della spesa comunale affinchè possano riescire
chiare le notizie del pubblico. riscontro economico, che, nel se-
guito di questo scritto, andrò esponendo. 3
Perugia, simile in questo a molte altre città : folate: alternó
per assai tempo il governo dei consoli a quello del potestà. Il nu-
mero dei consoli variava secondo le locali circostanze od i momen-
tanei bisogni: dieci erano i consoli alla dedizione dell’ Isola Pol-
vese del 1130; sei dinanzi ad Arrigo VI, quando il cancelliere
imperiale suggellava al campo di Gubbio la concessione del 1185;
sedici, con a capo il camerario, nella sommissione di Castel della
. Pieve del 1188 (4). Forse la numerosità dei consoli fu. talvolta
cagione di interne fazioni e anche di impedimento all'unità e im-

(1) L. BONAZZI, op. cit., vol. I, pag. 553.

(2) F. BONAINI, Prefazione al tomo sedicesimo dell'Archivio storico italiano,
pag. XXXIII. \

(3) La più antica'raccolta di statuti perugini che tuttora:si conserva è del 1279,
in latino, su membrana. Esiste anche una raccolta in vernacolo con la data del 1343,
e un’altra in latino e a stampa del 1527. Vedasi il Compendium iuris municipalis ci-
vitatis Perusiae, pag. 249 e segg., di Bartolomeo Giliano.
(4) F. BONAINI, op.'cit., pag. XXXI.
L’ AMMINISTRAZIONE ECONOMICA, ECC. 391

parzialità di governo; talchè si pensó di deputare la somma di-
rezione del comune al potestà. Nel 1174 il potestà di Perugia era
in Venezia con altri che tenevano la stessa carica e coi consoli
di cospicue città d’Italia, per corteggiare Federico I e papa Ales-
sandro III. Ma la carica di potestà, sino alla fine del XII secolo,
non fu che straordinaria, presso a poco come dittatura, per la
quale il consolato restava momentaneamente abolito, sinchè, dopo
i primi anni del XIII secolo, apparve come regolare e ordinaria .
autorità suprema dei municipi. Questo alto magistrato venne poi
sopraccaricato di uffici; doveva essere nobile, forastiero, dotto in
legge; doveva durare per un solo anno e, più tardi, per sei mesi |
soltanto ed essere sindacato all'uscir di carica; doveva portar
seco tre aiutanti (socios), selte giudici, dei quali uno almeno fosse
barbiere (1).

Consoli e popolo solamente ci presentano gli antichi comuni ;
ma, scemata poi la confidenza popolare, sorsero accanto ai cón-
soli i consigli, dei quali si ha notizia anche nella storia perugina,
fin dall’accordo del 1200 con Montone. Il consiglio minore era
composto dei personaggi più cospicui, specialmente per dottrina;
venne istituito a fine di non trattare col popolo, adunato in piazza,
affari delicati, che richiedevano molta circospezione, e fu anteriore
al consiglio generale, scelto fra persone d’ogni condizione e isti-
tuito dagli stessi consoli per diminuire la propria responsabilità,
fra gli impedimenti che loro opponevano il feudalismo, il papato
e l'impero. L’ istituzione del potestà, fornito di grandi poteri, non
poteva andare disgiunta da quella di un consiglio sorvegliante,
che, a Perugia, nel secolo XIII, era costituito da cinque consoli
delle arti, scelti uno per. porta (2). :

Il capitano del popolo, già esistente e giudicante in Perugia
verso il 1255, aveva comune col potestà il giuramento e comuni
sovente anche le incumbenze, ma specialmente era investito del
potere militare e di una parte del potere giudiziario, mentre il
potestà continuava ad essere il rappresentante politico del co-

(1) L. BONAZZI, op. cit., vol I, pag. 331.
(2) L. BONAZZI, op. cit., vol. I, pag. 331, 333.
392 ums È V. ALFIERI

mune (1). Ambedue poi erano tenuti a mantenere la dignità della
loro carica e ad osservare l'imparzialità del loro ufficio, evitando
specialmente la domestichezza coi cittadini (2). L'istituzione del.
capitano del popolo sarebbe stata nulla se non avesse trovato ap-
poggio in un nuovo consiglio, che fu detto degli anziani e com-
posto di dieci membri. L'ufficio di capitano del popolo talora fu
congiunto in Perugia a quello di potestà, il che seguì pure ri-
spetto alle cariche del potestà e del capitano di guerra; al capitano
del popolo si aggiunse poi il capitano di parte guelfa, che, fra i
magistrati, fu l’ultimo a morire, perchè non fece mai niente (8);
a questo si aggiunsero ancora il giudice di giustizia e il sindaco
maggiore, per aiuto e sorveglianza; e, osserva il moderno storico
perugino (4), quasichè i consigli non bastassero, si crearono, nel
1290, i savi del ritocco, per la trattazione di negozi delicati e se-
veri. Fin dal 1259 Perugia aveva, fra i primi magistrati della re-
pubblica, un priore delle arti, che teneva assai del carattere del
proconsole in Firenze; quarantaquattro anni dopo, essendosi sop-
pressi i consoli delle arti; vennero istituiti i priori. Erano dieci;
due dovevano appartenere al collegio della mercanzia, e il primo
dei due era capo, uno al collegio del cambio, gli altri toccavano
in sorte a sette delle arti, che rimanevano delle quarantaquattro
allora esistenti. Dovevano essere popolari e perugini, possedere
un censo di cento lire, che poi fu ridotto a cinquanta, e non avere
mai esercitato professione servile. Da principio, oltre il vitto, eb-

(1) Teneatur potestas et capitaneus et maior sindicus et quilibet eorum scilicet
potestas suam potestariam et officium et capitaneus suam capitaneriam et maior sin-
dicus eius officium bene legaliter et fideliter exercere et iura communis Perusie de-
fendere et gubernare et pro ispsis inveniendis et habendis investigare omni solicitu-
dine qua poterunt ampliori: Et observare et observari facere iuxta eorum posse tam
ipsi quam eorum et cuiuslibet eorum iudices et officiales et cuiuslibet eorum omnia
ordinamenta artium et artis cuiuslibet. Stat. Perus., vol. I, rub. 2. — Nos potestas et
capitaneus communis et populi perusini et quilibet nostrum iuramus corporaliter ad
sancta dei evangelia tacto libro toto posse salvare defendere et manutenere in pace uni-
tate et bono statu totum commune et populum civitatis et comitatus Perusie... Rub. 3.

(2) Nec habeant ispi potestas et capitaneus nec aliquis de eorum famiglia con-
servationem seu familiaritatem cum aliquo perusino. Et non possint ipsi nec alter
eorum commendere nec libere cum aliquo perusino vel habitatore ipsius civitatis cle-
rico vel laico in civitate burgis vel suburgis perusie. Stat. Perus., vol. I, rub. 2.

(3) L. BONAZZI, op. cit., vol. I, pag. 552. Vedasi la inconcludente rubrica 473 del
volume primo degli statuti. i
(4) L. BONAZZI, op. cit., vol. I, pag. 340.
L’ AMMINISTRAZIONE SION ECC. : 393

bero lo stipendio. di dieci soldi al giorno; piü tardi la paga venne -
cresciuta, ma questa fu sempre in ragione inversa del potere, di
maniera che finirono col percepire un fiorino d'oro (1) al giorno
quando.la democrazia non aveva piü importanza. L'autorità loro
risguardava la politica e l'economia, non la giustizia, giacchè la
facoltà di sentenziare nelle materie criminali e civili speltava, se-
condo i casi, al potestà, al capitano del popolo e loro corti, e in
quelle delle arti; da prima non fu piena, ma, a partire dal 1313,
venne accresciuta. L'elezione loro fu da principio fatta a scrutinio
segreto dai rettori e cittadini d’arte, divisi per porta; poi dai due
priori. della mercanzia e dai rettori delle arti, che erano tenuti a
nominare due individui, non già della propria porla, ma dell'altra
susseguente alla propria; quindi da diciassette arti, scelte dai
priori, olto per bimestre, compreso sempre il camerlengo della
mercanzia; e così incominciò l’uso delle borse annue contenenti
i nomi degli eletti (2). Finalmente, nel 1313, fu stabilito che i priori

(1) L. CIBRARIO.(Dell’economia politica nel medio evo, vol. II, lib. III, pag. 165
e segg.) determinò il valore di moltissime monete, che ebbero corso in Europa dal 1257
al.1587, fondandosi sui cambi diretti o indiretti accertati nei vari tempi tra esse mo-
nete e il fiorino d’oro di Firenze, che serbò sempre il peso originario d’una dramma
e la suprema purezza a ventiquattro. carati e al quale riconobbe il valore di lire ita-
liane 12 2,3655: ma, osserva F. BEsTA (Corso di Ragioneria, vol. I, pag. 471), non tenne
così verun conto delle variazioni avvenute nei rapporti tra i valori dell'oro e. dell’ar-
gento. Il valore della moneta è indubbiamente la sua ragione di scambio con le altre
merci, e, sei prezzi delle merci variassero tutti nella stessa proporzione, sar ebbe fa-
cile inferirne le variazioni nel valore della moneta, che li rappresenta. Ma il rapporto
fra i prezzi delle diverse merci non è sempre costante e le ricerche sul valore nor-
male delle antiche monete possono condurre soltanto à risultamenti approssimativi.
Il numero delle lire, dei soldi, dei denari e dei piccioli, che entravano in un fiorino,
andò sempre. crescendo, talché questo, che in principio valeva lire 3,02, come attesta
Giovanni Villani, più tardi, secondo il Bonazzi, valse in Perugia lire 4 1/9 e poi lire 5.
Il Bonazzi dice che, sul principio del secolo XV, l'antico fiorino, ridotto al piede di
cento ogni libra d’oro, si chiamò a Perugia ducato di camera. Per la mala fede degli
zecchieri toscani, chiamati a Perùgia, la moneta scapitò tanto che si dovette poi ag-
giungere un articolo allo statuto affinché i cambisti accettassero il fiorino al .giusto
valore (Stat. Perus., vol. IV, rub. 118, 120). Si cercò, al dire di VERMIGLIOLI (zecca pe-
rugina; pag. 13, 17), di coniar monete d'oro e d'argento nel 1259; ma forse. non si
improntarono fiorini, giulii e bolognini avanti il 1395. Da prima si batterono sola-
mente piccole monete di basso titolo, come denari, quattrini e sestini. Del resto, la
zecca perugina esisteva già nel 1240. T rettori del cambio, prima detti consoli e poi
auditori, erano deputati a curare ciò che fosse della zecca e, nella udienza dell'arte
loro, ad imprimere il suggello sulle monete d’oro di cui si volesse guarentito il valore.

(2) L. BONAZZI, op. cit., vol. I, pag. 379.
26
394 V. ALFIERI

fra tutte le arti eleggessero per ogni bimestre d'un anno intero.
dodici probi cittadini, e i dieci estratti fossero i nuovi priori (1).
Per consueto venivano eletti nella città, ma non mancò. occasione
che fossero trascelti anche fuori, come accadde nel 1311, quando
si nominarono nel contado di Todi (2). La durata ordinaria della
carica priorale era di due mesi, ma nel 1494 cominció ad essere
di tre. I priori: prendevano parte a tutti i consigli pubblici, e, an-
che in assenza di aleuno di essi, i rimanenti deliberavano (3).

Erano capi del potere esecutivo, avevano seco cancellieri e notari, .

presiedevano direttamente all'annona, al catasto, alla custodia della
città, all'osservanza degli statuti (4); ma legislatore e sovrano era
sempre il consiglio generale composto di cinquecento cittadini
d'arte coi loro camerlenghi e rettori, oppure l’arengo ossia il par-
lamento convocato, nei casi più gravi, in piazza S. Lorenzo. Sette
erano peró i consigli ordinati a trattare la cosa pubblica in Peru-

(1) Pro salubri statu et conservatione populi Perusini et eius manutentione pa-
cifica, cum sine capite ordinata ad regendum et gubernandum ipsum populum stare
et observari non posset: provvida deliberatione statuimus et ordinamus : quod in con-
silio populi perusini more solito. congregato semper de duobus mensibus in duos
menses extrahantur de saceulis communis perusie decem boni et legales sufficientes
ét idonei homines de populo et de artibus civitatis et burgorum perusie, duo de qua-
libet porta, qui sint et appellentur priores populi et artium civitatis perusij: de quibus
decem prioribus, semper duo sint de arte mercantie: ita que singulis duobus mensi-
bus duo priores sint de arte et collegio mercantie: unus de arte campsorum; Alij
vero semptem priores sint et esse debeant de alijs artibus et de collegio aliarum ar-
tium........ Stat. Perus., vol. I, rub. 65. :

(2) F. BONAINI, Op. cit., pag. LV

(3) F. -BONAINI, op. cit., pag. LVI.

(4) ..... Et studeant ad bonum et pacificum et tranquillum statum communis et
populi Pérusihl et eius districtus. Et ad iura et ad iurisdictiones et honores commu-
nis et populi Perusini promovere, conservare manutenere et augere pro posse. Dare
insuper pro viribus studium quod populus et artes et artifices dicte artis insolita
et vera libertate et firmitate persistant...... Pecuniam avere res et bona communis Pe-
rusie diligenter facere costudiri et ipsam non expendere nec expendi facere inuliter
nec contra formam statutorum et ordinamentorum communis et populi Perusini. Stat.
Perus., vol. I, rub. 66. Item quod dicti priores habeant et habere intelligantur arbi-
trium, bailiam et auctoritatem super bladis et aliam victualium habundantia habenda
et facienda in civitate Perusie et occasione habundantie habende expensis et de pe-
cunia communis Perusie faciendi et ordinandi et debitum feneratitium sive non fene-
ratitium contrahendi et bladum emendi et pro minori pretio revendendi faciendi.....
Stat. Perus., vol. 1, rub. 67. Vedasi anche la rub. 71 del vol. I, relativa alla osser-
vanza degli statuti e degli ordinamenti.

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lario percipiendo a commuri vel ad aliquam ambasiatam mittere aliquem eorum vel

L'AMMINISTRAZIONE ECONOMICA, ECC. . 395.

gia (1); nei quali, o non potevano aver luogo se non individui
ascritti a qualche collegio, o, se anche i colleggiati eranvi ammessi,
la maggioranza costituivasi di artefici giurati. Nulla é a dire ri-
guardo al consiglio dei einque o dei dieci dell' arbitrio, a cui spesso

&aceennano gli annalisti municipali, temporaneamente istituito in

aiuto dei priori e che talvolta, a somiglianza delle balie fiorentine,

ebbe poteri dittatoriali.

Dopo questo cenno sopra i sommi magistrati direttivi, debbo

ricordare gli officiali comunali deputati ‘alle .singole faccende, e

che, per verità, furono in Perugia abbastanza numerosi. Torna
utile qui il dire che gli impieghi erano pressochè, tutti tempora-
nei, duravano ordinariamente sei mesi o un anno, e che si di-
stribuivano per porta (2). Cosi, osserva argutamente il moderno
storico perugino, niuno artigiano abbandonava l’arte sua per l'im-
piego, le cui facili funzioni esercitava senza la burbanza dei nostri
burocratici (3). Ed a quei tempi, diversi in questo dai nostri, vo-
levano le saggie leggi municipali che gli uffici assegnabili dagli
stessi magistrati non dipendessero da nessuna raccomandigia o
da attenenze di parentela (4).

(1) Ad hoc ut nostra respublica beate et recte regatur et gubernetur: Statuimus
quod consilia civitatis perusie et nostre reipublice sint ista videlicet consilium domi-
norum priorum artium civitatis perusie sit primum qui debeant esse decem: consi-
lium dominorum priorum et camerariorum artium ipsius civitatis quorum camera-
riorum numerus totus est quadraginta octo sit secundum. Item consilium adunantie
generalis quingentorum seu trecentorum artificum de artibus dicte civitatis: Qui
etiam scripti sint in matriculis ipsarum artium sit tertium consilium. — Item consi-
lium maximum ‘arenghe seu arenghi et parlamenti sit quartum. — Item consilium
generale sit quintum. — Item consilium maius sit sextum. — Item consilium populi
sit septimum. Stat. Perws., vol. I, rub. 222.

2) Ad hoc ut officia sint omnia et non singularibus personis applicanda: Statui-
mus et ordinamus presenti capitulo aliquo alio non obstante: quod omnia officia po-
testatum sindicorum et vicariorum danda per commune Perusie ad brevia per formam
alicuius statuti vel ordinamenti communis Perusie debeant eligi et fieri per portas et
ila porta in que fuerit electus in aliquo dictorum ofticiorum vel alicuius eorum
non possit vocari nec eligi aliquis in aliquo dictorum officiorum donec in alijs portis
non fuerint electi et vocati et ipsa officia exercuerint et finitis illis portis ad primam
porta electio supradicto devoluatur et fiat modo et ordine supradicto et sic de porta

‘in portam fiat electio predictorum aliquo capitulo precedente vel sequente non ob-:

stante et sit precisum salvis semper sacchettis et ordinibus sacchetti et per hoc ca-
pitulum in nullo derogatur. Stat. Perus., vol. I, rub. 193.

(3) L. BONAZZI, op. cit., vol. I, pag. 555.

(4) Nec etiam possint dicti domini priores eligere ad aliquod. officium cum sa:
V. ALFIERI

Fra i magistrali più importanti preposti alla pubblica gestione,

‘ricordo i direttori, che venivano eletti di sei mesi in sei mesi, con.

un esperto notaio, e che dovevano sollecitare tutte le esazioni (1),

esercitare assidua vigilanza sopra gli officiali deputati alla. riscos-

sione e alla eustodia del denaro (2), in modo che fossero sempre
tutelati gli interessi del: comune e rispettati pienamente i diritti
dei contribuenti (3). Avevano adunque attribuzioni «di: riscontro
finanziario, ma eziandio facoltà giudiziali, poichè erano chiamati
a definire liti e controversie relative alle esazioni (4). La rubrica
degli statuti, che determina l'uffieio dei direttori,. è ben rilevante
nei risguardi del governo economico e dovrebbe essere considerata

$74

alicuius eorum consaguineum usque in tertium gradum inclusive nec eorum notarium.
Stat. Perus., vol. I, rub..66- — Nec possint (massarij) eligere aliquém ex dictis. mas-

sarijs actinentem ex linea ascendenti vel discendenti nec aliquem stantem cum eis,

ad unum panem et unum vinum. Rub. 351. »

(1) Statuimus et. ordinamus per hanc: legem auream inv iolabiliter obser vari:
Quod decetero eligantur et debeant: eligi de sex mensibus in sex menses tres boni ho-
mines de populo Perusino qui vocentur directores et unum expertum notarium qui
sint et esse debeant officiales. communis Perusie ad sollicitandum omnes et singulas
exactiones fiendas per commune Perusie de omnibus et singulis que deberentur ipsi
communi et cuicumquam causam dicti communis habenti tam conservatorum monete
quam etiam massariorum dicti communis quam etiam officialium campionis bladi vel
cuiuscumquam alterius camere dicti communis: et dicta debito cum effectu exigi et
exequi faciendum per officialem et exactorem communis Perusie ad hec specialiter
deputatum. Stat. Perus., vol. I, rub. 7.

(2) Qui boni homines et officiales et notarius eorum ex debito sui officij tenean-

tur et debeant perquirere et investigare a dominis conservatoribus monete massarijs |

et quibuscumque alijs officialibus communis Perusie de omnibus et singulis debitis et
exactionibus que deberentur per quoscumque causa ipsi communi Perusie et ipsis ca-
meris et cuilibet eorum: quorum eorum notarius de predictis debitis registrum facere
teneantur. Stat. Perus., vol. I, rub. 7. t

'(3) Volumus etiam: statuentes quod predicti tres. boni homines et officiales ‘sic
eligendi sint et'esse intelligantur officiales super indebitis et immoderatis .gravami-
nibus que quotidie inferuntur civibus.et comitatensibus perusinis...... Stat. Perus.,
vol. I, rub. 7. x

(4) Habeant etiam cognitionem et. iurisdictionem . dicti divedlores de et super
omnibus litibus et controv er sijs vertentibus et que verterentur inter emptores qua-
rumcumque communantiarum communis Perusie et inter fancellos ipsorum et etiam
inter quascumque personas nomine et occasione gabellarum...... Et etiam habeant co-
gnitionem et iurisdictionem quarumcumque exactionum et executionum que fierent
vel fieri deberent pro dicto communi vel pro alijs personis yel commitatibus pro dicto
communi vel occasione dicti communis. Et dictas lites videndi diffiniendi et termi-
nandi summarie.et de plano sine iude et figura indicij et sine RO uH alicuius
decimi. Stat. Perus., vol. T, rub.

oan par ABORTO TI


L'AMMINISTRAZIONE ECONOMICA, ECC. . 991

nella sua interezza, senza tralasciare neppure la relativa. ad-
dictio (1), da chi volesse trattare largamente dell’organizzazione
amministrativa nell'antico comune di Perugia. -

- '*- Degli officiali collettori, ossia degli agenti di riscossione, poco
dicono gli statuti; e solo incidentemente accennasi ad essi in
qualche rubrica (2). La ragione di questa circostanza va cercata,
come dimostrerò in seguito, nella consuetudine di appaltare le
rendite di beni comunali ed i proventi delle gabelle.

La cura del pubblico tesoro veniva affidata al camerario o
camerlengo (3), che, fu magistrato di gran momento nella costi-
tuzione perugina, quando l’ufficio suo era congiunto a quello di
console (4) e anche dopo che il comune, passò al reggimento. del
potestà (5). E tanta era in quei tempi l’importanza attribuita al
titolo di camerario, che i camerari delle corporazioni artigiane,
l'ufficio dei quali veniva dagli statuti dichiarato grave e ponderoso
(est.grave officium et ponderosum pro comuni et populi Perusino),
costituivano uno dei sette consigli direttivi del comune (6). Forse,

(1) Nell'edizione a stampa del 1526, le disposizioni del secolo XVI sono distinte

dalle precedenti sotto forma di addictiones. — Vedasi il Compendium. iuris munici-
palis Civitatis Perusiae, pag. 249 e segg. Js
PI RETI conservatores monete...... possint teneantur ed debeant...... examinare

rationes introituum et exituum quorumcumque omnium et singulorum officialium col-
lectorum fancellorum et notariorum presentium et futurorum deputatorum et depu-
tandorum ad exigendum gabellas seu communantias....... Stat. Perus., vol. I, rub. 347.

(3) Si disse anche massario, poiché nel mandato del 1230, rilasciato a fine di con-
trarre .accordo con Città di Castello, viene espresso che ciò si fa dal potestà per fa-
coltà del comune una cum. Massarijs et Consiliis specialibus et generalibus. Vedasi la
prefazione del Bonaini al'tomo sedicesimo dell'Arcn. Stor. Ital., pag. 4.. Del resto tale
.magistrato ebbe nomi diversi nei diversi stati e nelle varie corporazioni medioevali,
e si nominò: camarlingo, camerario, clavario, massario, borsiere, chiavaro, chivigero,
depositario, cassiere, tesoriere, ecc. Vedasi il Dizionario del linguaggio storico e am-
ministrativo di G. REZZASCO.

(4) Nell'atto- del 1188, relativo alla sommissione di Castel della Pieve, il camera-
rio figura il primo fra i consoli notati; nel trattato del 1209 con Gualdo è invece l'ul-
timo di essi. . ;

(5) Nel trattato con Montone, stipulato in Perugia, si obbligaváno solo pel co-
mune il potestà e con esso lui il camerario, senza che intervenissero di persona.i
membri del consiglio generale e speciale, che pure nell'atto vengono nominati come
coloro dalla cui volontà l'accordo derivava. Vedasi la prefazione al tomo sedicesimo
dell’Arch. Stor. Ital., pag. 1. i

(6) Stat. Perus., vol. I, rub. 80, 224.
398 fa V. ALFIERI '

, '

- nell’antico comune di Perugia, l'erario non si affidò regolarmente

a religiosi, come avvenne in altri stati medioevali, per la convin-
zione che così fosse più sicura la custodia del denaro e più onesto
il suo maneggio (1). Furono dal comune adoperati i frati in pa-
recchi uffici, probabilmente fin dal secolo XIII e di certo nel se-
colo seguente, ma erano becchetti o padri della penitenza, beghini
o pinzocheri professanti il terz ordine di s. Francesco (2).
L’ufficio dei massari, che dagli statuti consideravasi ponde-
roso (3), risguardava l'introito e l'esito del comune (4). I massari
erano due, duravano in carica un semestre (9), avevano presso
di sé un aiulante o ragioniere e un notaio per eseguire e regi-
strare i riscuotimenti, un altro aiutante o ragioniere e un altro
notaio per eseguire e registrare i pagamenti (6), di più un mes-
saggiere o commesso (7). Si stabilì poi che, prima di entrare in

(1) A Firenze non radamente i camarlinghi del comune erano frati. Nel 1267, se-
condo l'asserzione di Giovanni Viltani, si fecero camarlinghi della pecunia i frati della
Badia di Settimo e d' Ognissanti. Verso il 1289 i camarlinghi fiorentini erano quattro,
uno dei quali religioso, col salario di lire cento e rimanente in carica sei mesi, gli altri
secolari, da rinnovarsi ogni due mesi ed eletti da dodici probi uomini, chiamati dai
priori insieme ai consoli delle arti. (P. RIGOBON, Op. cit., pag. 48).

(2) L. BONAZZI, op. cit., vol. I, pag. 328, 379.

(3) Officium massariorum communis perusie est. officium ponderosum et ipsum
officium hucusque fuerit gestum et ministratum et factum per massarios communis
perusie circa pagamenta et alia plurima plus ex arbitrio quam ex ordine sufficienti
pro factis communis perusie et privatorum negociorum expenditione. Stat. Perus.,
vol. I, rub. 351.

(4) Quorum massariorum sit et esse debeat officium et intelligatur super introi-

tibus et exitibus dicti communis perusie eisdem debitis et permissis per formam sta-

tutorum communis perusie. Stat. Perus., vol. I, rub. 351.

(5) Statuimus quod in civitate perusie sint et esse debeant et eligi duo boni pru-
dentes et legales homines de populo perusino qui sint massarij dicti communis per
Semestre tempus: et eligantur et insacchulentur per bonos homines qui deputabuntur
ad faciendum sacchectum officialium dicti communis, et publicentur de sacchulo de
sex mensibus in sex menses. Stat. Perus , vol. I, rub. 35l. :

(6) Et habeant dicti massarij per expeditione dicti eorum officij pro adiutoribus
eorum duos fancellos unum qui scribat introitus et alium qui scribat et scribere te-

neatur exitus et pagamenta et ipsos fancellos dicti massarij eligere possint et debeant

prout videbitur....... Et habeant et liabere debeant secum duos notarios una cum eis
insacchulandos et publicandos quorum notariorum sit et'esse debeat videlicet unus ad

scribendum introitus alter vero ad scribendum exitus et solutiones fiendas per ipsos

massarios. Stat. Perus., vol. I, rub. 351.
. (7) Et habeant etiam et eligant et eligere possint dieti massarij pro expedientibus
ad officium eorum unum runcium..... Stat. Perus., vol. I, rub. 351.

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L'AMMINISTRAZIONE ECONOMICA, ECC. t 399

carica, i massari, i loro notai e i loro ragionieri o computisti do-

vessero prestar giuramento davanti ai priori (1), e che i massari -
non potessero rinunziare al loro ufficio (2). Lo stipendio dei mas-
sari venne fissato dagli statuti a quindici fiorini d’oro, quello dei
loro notari a quindici pure, quello dei ragionieri a dodici e quello
del messaggiere a sei per semestre (3). Gli statuti stabilivano che
ogni provento, non assegnato ad altre camere o ad altri luoghi, s
dovesse pervenire ai massari (4) e vietavano a tutti i magistrati

di depositare o far depositare somme di denaro in nessuna camera.
o tavola fuorché in quella dei massari (5). Ed anche ordinavano
ai massari, ai loro notai e ai loro ragionieri o compulisti (fancelli
ratiocinatores sive calculatores) di rimanere tutta la giornata (de
mane tempestive usque ad noctem) nella camera comunale (in ca-
mera comunis Perusie ubi sunt soliti morari alij massarij) e cu-
rare assiduamente le entrate e le uscite di denaro o le altre fac-.
cende alle quali venivano deputati. I massari dovevano badare,
nei riscuotimenti di denaro, al giusto valore delle monete d’oro
e d'argento (6), non potevano volgere ad altre casse le riscossioni
ad essi assegnale (7), avevano facoltà di spendere le somme de-
positate nella loro camera, anche se l'erogazione non riguardava

(1) Quod massarij et eorum notarij et fancellus debeant iurare eorum officium
coram dominis prioribus. Stat. Perus., vol. I, rub. 461. i

(2) Quod massarij communis non possint renunciare officium vel cessare ab ad-
ministratione officij. Stat. Perus., vol. I, rub. 463.

(3) Stat. Perus., vol. I, rub. 351.

(4) Item perveniant et pervenire debeant ad manus dictorum massariorum et ad
ipsos massarios omnis alia pecunia et res alie dicti communis que non essent depu-
tate in alia.camera vel loco et que non deberent pervenire ad alios officiales dicti co-
munis....... Stat. Perus., vol. I, rub. 351. i

(5) Item quod potestas et. capitaneus vel maior sindicus et iudex iusticie vel
priores artium seu aliquis officialis communis Perusie nullam pecunie quantitatem in
magnam quantitatem vel parvam de eo quod debet pervenire in communi, ut ordi- :
natum est, possint deponere vel deponi facere in aliqua tabula vel camera...... . Stat.
Perus., vol. I, rub. 351.

(6) Et ipsi massarij bonam pecuniam ad usum civitatis Perusie recipere tenean-
tur: Et quod florenos aureos et monetam argenteam teneantur recipere pro eo precio
et quantitate quod valebit et determinata erit in camera ubi stat et teneatur pondus
communis Perusie et non ultra...... Stat. Perus., vol. I, rub. 351.

(7) Et teneantur et debeant tamen ad cameram communis Perusie in qua mo-
rantur ad officium esercendum facere debentibus récipere pagamenta et non ad ta-
bulam vel cameram alicuius. Stat. Perus., vol. I, rub. 351.
400^ n i 7 Y. ALFIERI à

il deposito (1), erano obbligati a restituire il denaro ai depositanti
ed a consegnare ai nuovi massari il fondo di cassa, considerando
la specie e il valore delle monete ricevute ed esistenti (2), resta-
vano infine responsabili dell'eccedenza dei pagamenti sui riscuo-
timenti da essi effettuati.e dei debiti assunti nel loro officio senza
valido motivo (3). Altre disposizioni vennero emanate per la proroga
‘ dei versamenti (4), per la stipulazione dei prestiti con interesse (5),
per la consegna dei residui di cassa (6), per la regolarità delle
esazioni (7), ecc. Ed acciocchè fosse maggiormente saggia e sicura

(1) Et possint massarij communis Perusie et debeant depositum aliquod factum:

eis vel alteri eorum vel alij persone recipienti pro aliquo facto pro communi in in-
troitibus communis perusie ponere et tale depositum expendere non obstante quod
sententia lata non fuerit super eo pro quo factum fuerit depositum. Stat. Perus.,
. vol. I, rub. 351.

(2) Et teneantur idem massarij eandem monetam restituere tam deponentibus.
quam massarijs communis Perusie qui succederent loco sui ei in eadem specie
et per eodem valore pro quo reciperint: quod si massarij non observarent in C libra-

‘ rum denariorum vice qualibet condemnetur. Stat. Perus., vol. I, rub. 351.

. (3) Preterea dicti massarij taliter debeant suum officium exercere quod in fine
sui officij communi Perusie debitum aliquod non assignent per ipsos massarios con-
tractum modo aliquo sine causa. — Et si debitum quod ipsi fecerint assignarent sibi
tantum debeant imputari ed de suo ipsum debitorem solvere et satisfacére teneantur.
Stat. Perus., vol. I. rub. 351.

(4) Quod liceat massarijs prorogare terminum solventi ante tempns determinatum.
Stat. Perus., vol. I;:rub. 361.

(5) Quod non liceat massarijs accipere pecuniam. mutuo sub provisione vel fe-

nore sine deliberatione dominorum priorum et camerariorum. Stat. Perus., vol. I,

rub. 363.

' (6) Statuimus quod massarij communis perusie teneantur et debeant infra unum
mensem post finem eorum officij immediate sequentem. dare et consignare et effectua-
liter restituere eorum successoribus omnem quantitatem florenorum et pecunie seu
cuiuscumque alterius rei que quomodolibet. superfuisset eis asumptibus. et. expensis.
et pagamentis factis tempore eorum officij sub pena CC CCC librarum denariorum
pro quolibet et restitutionis dupli quantitatis du quomodolibet süperfulsset,.. . Stat.
Perus., vol. I, rub. 366.

(7) Cum mala consuetudine sit inductum in perniciem substantie et de rei-
publice perusine quod pagamenta fiant per emptores seu exactores communantiarum
seu gabellarum seu per debitores dicti communis vel alios extra cameram massario-
rum et non per massarios vel sic quod utilitas publica non modicum fraudatur ne talia
fieri possint imposterum presenti capitulo duximus statuendum : Quod decetero nul-
lius emptor seu exactor alicuius communantie seu gabelle dicti communis seu debitor
vel alius quicumque possit vel debeat quoquo modo de introitibus et pecunijs debitis.
vel debendis camere massariorum aliquam solutionem facere vigore alicuius ordina-
menti vel statuti vel provisionis quod seu que imposterum fieret quoquo modo etiam
per habentes arbitrium ab adunantia generali alicui persone corpori collegio vel uni-
L'AMMINISTRAZIONE ECONOMICA, ECC.

l'opera dei massari, si stabili ancora che un consulente avesse'
ad assislerli nel disbrigo delle faccende più difficili (1). Le entrate
e le uscite ordinarie o permanenti della camera dei massari ven-
nero dagli statuti comunali diligentemente considerate nell’indole
loro. Quelle dipendevano in gran parte da gabelle e da beni de-
maniali, queste si riferivano alla pubblica beneficenza, al culto e
alle pompe, agli stipendi e alle mercedi spettanti a parecchi offi-
ciali comunali; e. per le spese non stanziate dagli statuti occorreva
‘la deliberazione dei competenti «consigli (2). Ma delle entrate e
delle uscite, al pari delle relative registrature, dirò nel successivo
capitolo. i

Simile a quella dei massari era la magistratura dei conser-
vatori delle monete (3). I conservatori delle monete erano tre,
duravano in carica un semestre (4), avevano presso di sè un
compulista e un notaio per l'esecuzione e la registrazione dei
riscuotimenti, un altro computista e un altro folio per l'esecu-
zione e la registrazione dei pagamenti (5), inoltre potevano eleg-

versitati nisi massarijs vel eorum fancello. Stat. ‘Perus., vol. I, rub. 374. — mas-
sarijs communis Perusie nulla ratione vel modo sit licitum vel permissum quovis
iure causa seu forma quomodocumque et qualitercumque per se vel alium seu alios
directe vel indirecte post finem eorum officij exigere seu exigi facere ab aliquo com-
muni universitate vel singulari persona aliquam quantitatem florenorum seu pecunie
vel aliquid aliud que vel quod deberetur communi perusie quoquo modo causa seu
formam: sed talem exactionem facere possint dumtaxat et per unum mensem. post
finitum officium. Rub. 365. : ‘

massarij communis Perusie possint et eis liceat super quibuscumque
casibus opportunis et qui quomodolibet emergerent seu dubitationem afferrent in
vel super casibus provisis per formam statutorum camere ipsorum quomodocumque
‘aut qualitercumque consulere consultorem una cum eis publicandum de sacculis: ct
si non publicaretur eligendum per eos... .. Stat. Perus., vol. I, rub. 367.

(2) Quod. ultra exitus in presenti statutorum volumine contentos massarij com-
munis Perusie nihil possint expendere sine deliberatione consilij opportuni. Stat. Pe-
rus., vol. I, rub. 471. f

: (3) L'autorità dei. massari fu poi trasferita nei conservatori delle monete: Bwlla
Non. Regim. in 5 regist. Cancell. Comm., pag. 32. Vedasi il CompeAdium iuris muni-
cipalis Perusiae, pag. 191 e 96.

presenti capitulo valituro perpetuo duximus statuendum: Quod eli-
gantur et eligi debeant tres boni prudentes et legales'cives perusini: Ita quod distri-
butio electionis ipsorum per portas equaliter observetur et insacchulari debeant in
conservatores et pro conservatoribus monete communis perusie: Quorum officium du-
ret et durare debeat tantum sex mensibus....... Stat. Perus., vol. I, rub. 229.

(5) Et pro:expeditione eorum officij et executione habeant et habere debeant
duos bonos. fideles et expertos fancellos. super quibuscumque introitibus et expensis
V. ALFIERI

gere un officiale sopra dei pignoramenti (1). Conservatori, notari
e computisti, all’inizio del loro officio, dovevano giurare, in pre-
senza dei priori, di osservare gli statuti coscienziosamente (2). La
custodia del pubblico denaro, il servizio di cassa per determinate
entrate e uscite, l’effettuazione degli ingaggi (3) e, più tardi, la
vendita del pesce del lago Trasimeno e la locazione dei beni co-
munali (4) erano le principali attribuzioni dei conservatori delle
monete. Disposizioni varie regolavano la rielezione dei conservatori
e dei loro impiegati (5), l'intervento dei conservatori all’ufficio (6), :
la proroga dei pagamenti (7), la riscossione dei proventi (8), l'as-
sunzione di prestiti con interesse (9), la consegna del fondo di
cassa ai suecessori (10), ecc. Nell'intento di rendere piü oculata

et exitibus eorundem: habeant insuper duos expertos et sufficientes et fideles notarios
quorum unus ad scribendum introitus alter ad scribendum exitus et expensa per
dictos conservatores faciendas...... Stat. Perus., vol. I, rub. 229.

(1) Statuimus et ordinamus quod conservatores monete possint et valeant eligere
et geputare unum fancellum super pignoribus conservandis: Et quod pignora vendi
possint tempore debito et permisso. Stat. Perus., vol. I, rub. 350.

(2) Quod conservatores massarij officiales abundantie et eoruin notarij et fan-
celli debeant eorum iurare officium coram dominis prioribus. Stat. Perus., vol. I,
rub. 327. -
0) ad quorum manus perveniant et pervenire debeant omnes et singuli in-
troitus redditus et provenctus infra scripti et prout inferius continetur: qui .conser-
vatores sint et esse intelligantur officiales communis perusie ad exigendum et reci-
piendum infra scriptos introitus redditus et provenctus: Et de ipsis nomine communis
perusie finiendum et refutandum : Necnon ad concedendum stipendiarios equestres et
pedestres ad stipendium vel provisionem communis perusie et stipendio vel provi-
sione solvendum et solvere promittendum secundum formam. presentium . statuto-'
rum..... Stat: Perus., vol. I, rub. 229.

(4) Vedasi il Compendium, iuris municipalis Civitatis Perusie, pag. 97.

(5) Quod quilibet conservator ab officio conservatoratus vacasse debeat per tres
annos notarij et fancellus per duos. Stat. Perus., vol. I, rub. 256. 3

(6) Quod sufficiant due ex. conservatoribus monete ad officium exercendum.
Stat. Perus., vol. I, rub. 257.

(7) Quod liceat conservatoribus prorogare terminum solventi pecuniam ante
tempus. Stat. Pei*us., vol. I, rub. 270. i

(8) Quod de provenctibus camere conservatorum nulla solutio fieri possit per
alios nise per conservatores seu fancellum. Stat. Perws., vol. I, rub. 287.

(9) Quod non liceat conservatoribus accipere pecuniam mutuo sub provisione
wel fenore sine deliberatione dominorum priorum et camerariorum. Stat. Perus,,
vol. I, rub. 272. :

(10) Statuimus quod conservatores monet, et massarij officiales abundantie et alij
quicumque: officiales cives perusini quois officio fungerentur, teneantur, et. debeant:
infra unum mensem post finem eorum ét cuiusque eorum officij immediate sequen-

Ù
L'AMMINISTRAZIONE ECONOMICA, ECC. ^ 403 .

.

l’azione dei conservatori si permise poi che eleggessero a loro
consulente un cittadino esperto e dotto in diritto (1). Secondo gli
statuti, le entrate ordinarie della camera dei conservatori delle
monete dipendevano da gabelle e da beni demaniali, e le uscite
ordinarie riferivansi a censi ecclesiastici, paghe agli armigeri,
stipendi dei magistrati, oggetti di cancelleria, costruzioni pubbli-
che, ecc. La limitazione delle uscite era ordinata con bastevole
rigore, poiché vietavasi ai conservalori di fare spese in misura

È maggiore di quella degli introiti e non determinate nell’ indole

| "loro dagli statuti (2). Cercherò di spiegare nel successivo capitolo
I l'esecuzione e la registrazione di queste entrate e uscite. .

| Magistratura di gran momento era eziandio quella che con-

E. cerneva l'annona. Gli officiali deputati all'annona (officiales abun-

: danlie et campionis bladi, officiales bladi clusij) erano tre, quattro,

: tem dare consignare et effectualiter restituere eorum et cuiusque eorum successoribus
d omnem quantitatem florenorum pecunie, grani, bladi et alterius cuiuscumque rei
que quomodolibet superfuisset eis a sumptibus expensis et pagamenti factis tempore

eorum vel alicuius eorum sub pena C C C C C librarum denariorum...... Stat. Perus.,
E vol. I, rub. 275. :
È : (D) e. conservatores monete possint et eis liceat super casibus opportunis qui

È * quomodolibet emergerent seu dubitationem afferrent in vel super casibus provisis per
È i d formam statutorum camere ipsorum quomodocumque aut qualitercumque eligere
È unum consultorem civem fidelem et expertum et doctum in iure quem voluerint qui
É ) possit et debeat quotiens fuerit requisitus verbo vel inscriptis consulere ipsis conser-
vatoribus super premissis fideliter. Stat. Perus., vol. I, rub. 278.

(2) Statuimus quod nulli officio conservatoratus sit licitum vel permissum modo
aliquo seu forma de.introitibus proventuris ad cameram conservatorum tempore of-
ficij conservatoratus successoris expendere seu expendi facere directe vel indirecte
i quomodocumque aut qualitercumque aliquam. florenorum seu pecunie quantitatem
d sine expressa deliberatione dominorum priorum et camerariorum....... Stat. Perus.,
vol. I, rub. 325. — Quoniam immoderati seu inordinati exitus non solum privatorum
E. substantiam sed cuiuslibet oppulentissime reipublice dissipant et evertunt: presenti
L salutari capitulo duximus statuendum quod. conservatores monete communis perusie

non possint riec debeant quoquo modo iure causa seu forma directe vel indirecte per
se vel alium quomodocumque aut qualitercumque ultra exitus contentos in presenti
volumine statutorum editorum presenti anno millesimo quadringentesimo et publi-
catorum die ultimo martij de quibus exitibus in precedentibus. capitulis et presenti
volumine mentio factam extitit, aliquid pagamentum seu solutionem aliquam facere
vel aliquod aliud dare de bonis aut pecunia seu rebus communis perusie que quo-.
modocumque aut qualitercumque pervenerint ad eorum manus contra seu preter for-
' mam seu exigentia precedentium statorum in presenti volumine contentorum et si
secus vel alter facerent quod factum fueriti non teneant ipso iure......., rub. 326.
V. ALFIERI

cinque e talvolta anche più; duravano in carica forse un anno (4);
avevano presso di sè un computista e un notaio per effettuare e.
notare l’introito, un altro computista e un altro notaio per effet-
tuare e notare l’esito della loro camera (2), tre misuratori al più
e due serventi (3). Gli officiali, i notari e i compulisti applicati
alla camera dell'abbondanza erano obbligati a giurare innanzi ai
priori di adoperarsi fedelmente nel loro ministero (4). Era studio
precipuo di questi officiali d'impedire e di prevenire la scarsezza
delle vettovaglie; nulla dovevano trascurare affinchè le sostanze
alimentari si spacciassero in giusta misura, a buon prezzo e ben:
condizionate sotto l'aspetto ‘igienico; dovevano fare incetta e som-
ministrazione di derrate; ad essi spellava il riscuotimento dei pro-
venti di non pochi appalti (communantie) e il pagamento di varie
spese, e però, come i massari e i conservatori, avevano cassa
propria (9). Si statui in appresso che i magistrali ‘preposti alla

(1) Quod eligitur ed eligi debeant duo tres. vel quatuor vel quinque fidelissimi
cives perusini officiales et pro officialibus super abundantia et campione. bladi dicti
communis pro illo tempore sicut cognoverint pro utilitate publica commodius expe-
dire....... Stat. Ferus., vol. I, rub. 475. — Ad refrenandum superfluos exitus dicti com
munis et camere abundantie et etiam moltitudinem officialium que moltitudo confu-
sionem generat ut plurimum ubiscumque: presenti capitulo duximus statuendum:
Quod officialibus noviter eligendis et etiam qui eligerentur imposterum seu publica-
rentur de sàcculis non possit nec debeat fieri additio officialium : et si fieret non va-
leat ispo iure. Rub. 476. È

(2) Et pro expeditione eorum officij et esecutione habeini et habere debeant
duos et expertos fideles et sufficientes notarios quorum alter sit ad scribendum introi-
tus alter ad scribendum exitus et expensas'per dictos officiales faciendas occasione
eorum. officij: Necnon ad scribendum varias et diversas scripturas pro expeditione
dicti officij quomodolibet opportunas habeant etiam duos fancellos expertos et fideles
" cives Perusinos, quorum unus sit et esse debeaut super introitibus pecunie et super

introitù grani et bladi et cuiuscumque alterius rei, alter vero super exitibus et expen-
sis: Qui quidem notarij et fancelli eligantur et eligi possint et debeant per ipsos offi-
ciales, et eligendorum confirmatio per dictos officiales tam notariorum quam fancello-
rum spectet ad dominos priores et camerarios artium civitatis Perusie. Stat. Perus.,
vol. I, rub. 475.

(3) Habeant etiam dicti officiales et habere. possint pro exec cutione eorum officij
usque in tres mensuratores et habeant etiam et habere possint duos famulos quos men-
suratores et famulos sibi possint eligere quos expertos et fideles esse cognoverint.
Stat. Perus., vol. I, rub. 475. es

(4) Quod officiales abundantie et eorum notarij et fancelli debeant eorum iurare

' officium. coram dominis prioribus. Stat. Perus., vol. I, rub. 546.

“ON sint et esse intelligantur officiales super abundantia grani, bladi et.

omnium vescibilium procuranda habenda et conservanda abundantia in civitate et.co-
L'AMMINISTRAZIONE ECONOMICA, ECC, - 405 en

camera dell'abbondànza non potessero ricusare il loro mandato o
‘cessare dalla loro amministrazione (1), che non dovessero stipu- -
lare. mutui a interesse, vendere o far estrarre biade senza deli-
berazione o licenza. dei priori e dei camerari (2), che avessero fa-
coltà di prorogare i pagamenti delle biade, di costringere alla.da-
zione delle derrate i renitenti e di multare i trasgressori dei loro
ordini (3), che inoltre fossero obbligati a consegnare ai successori

o

mitatu perusie: Et etiam super campione grani et bladi dicti communis; Et sint et
esse intelligantur officiales communis predicti ad exigendum et recipiendum fru-
ctus redditus et proventus postarum clusij Perusini venditarum et vendendarum im-
posterum et omnium et singulàrum communantiarum dicti communis eorum camere
quomodolibet deputatarum seu imposterum deputandarum et etiam ad exigendum et.
recipiendum quoscumque fructus redditus et proventus et precia queque quomodolibet
proventura ex grano blado farina seu pane venditis quoquo modo vel ex alijs quibuscum-
que bonis seu rebus ad dictam cameram pertinentibus sive spectantibus quoquo modo:
Et de ipsis omnibus et quolibet eorundem nomine dicti communis finiendum et refu-
tandum quotiens et prout noverint conveniré. — Sint etiam et esse intelligantur of-
ficiales communis. Perusie super exitibus expensis et pagamentis quibuslibet facien-
dis pro dicto communi occasione eorum officij iuxta et secundum exigentia infrascri-
ptoruni capitulorum. Stat. -Perus., vol. I; rub. 475.

(1) Statuimus quod nullus qui ad officium abundantie quomodolibet eligeretur
vel de sacculis publicaretur vel quomodolibet surrogaretur possit audeat vel presu-
mat renunciare dicto officio vel quomodolibet cessare ab administratione vel cura
dicto officij sub pena et ad penam mille librarum denariorum ....... Stat. Perus., vol..I,
rub. 4775.— —

(2) Quod non liceat officialis abundantie acquirere pecuniam mutuo sub provi-
sione vel fenore sine deliberatione dominorum priorum et:camerariorum. Stat. Perus.,
vol. I, rub. 493. — Et etiam salvo et expresse reservàto quod officiales abundantie non
possint nec debeant vendere nec vendi facere nec mutuare de grano seu granum dicti
communis sine expressa licentia dominorum priorum et camerariorum artium qui pro
tempore fuerint. Rub. 478. — Nulli officio abundantie.vel alijs officialibus communis
perusie vel alteri cuicumque persone sit licitum vel permissum alieui concedere
licentiam portandi seu. portari faciendi extra comitatum perusie aut extrabendi gra-
num seu farinam vel aliud genus bladi. contra seu preter formam presentium statu-
torum sine expressa licentia el deliberatione dominorum priorum et camerariorum
artium civitatis perusie. Rub. 502. e

(3) ........ officiales abundantie communis perusie possint et eis liceat cuilibet.
communi corpori seu universitati vel singulari persone quod vel que eis solveret
"aliquam quantitatem pecunie vel aliquam quantitatem grani vel bladi ante debitum .
et prefixum tempus et terminum solutionis ipsius quantitatis tali solventi prorogare
terminum ad solvendum quod deberet solvere eisdem officialibus de tantumde tem-
poris et quantitatis pecunie vel grani seu bladi ante terminum solute per eum. ES Nas
Stat. Perus., vol. I, rub. 492. — Pro conservatione abundantie statuimus quod offi- :
ciales abundantie possint et eis liceat quotiens venerit opportunum compellere et
compelli facere de facto omnes et singulos tam cives quam comitatenses quam etiam
forenses et alias quascumque personas cuiuscumque gradus habitus seu dignitatis
V. ALFIERI

i fondi di cassa e di magazzino entro quindici giorni dalla fine
del loro officio e ad omettere ogni esazione un mese dopo aver
lasciato la carica (1). Anche agli officiali dell’abbondanza si as-
segnò un consulente, che avesse ad assisterli. nella osservanza.
delle disposizioni. statutarie risguardanti il loro ministero (2).
Della effettuazione e della registrazione delle entrate e delle uscite
di beni economici, risguardanti la camera dell’abbondanza, trat-
terò nel successivo capitolo: basti ora ricordare che a tale camera
venivano dagli statuti assegnati le rendite di determinate località
(poste seu communantie clusij perusini) ed accollate diverse spese
fisse relative a salari, a oggetti di cancelleria e specialmente a
somministrazioni di vettovaglie, e che, per le ‘erogazioni non con-

existant ad assignandum ipsis officialibus vel deputandis ab eis per mensuratorem

omnem quantitatem grani bladi seu farine quam in civitate vel comitatu Perusie
vel alio duocumque haberent loco. Rub. 501. — Ad;hoc ut officiales ipsi possint effi--
.catius eorum officium exercere et omnes pareant eis circa concernentiam officij
ipsorum: statuimus quod ipsis officialibus sit licitum et permissum posse quemlibet
inobedientem seu non observanteni eorum mandata seu eorum officialium vel com-
missariorum de facto muletare pro eorum arbitrio voluntatis in V florenos de auro
si fuerit civis vel comitatensis perusie: Si aut fuerit forensis punire et mulctare de
facto possint in X florenos de auro, et si fuerit castrum vel universitas alicuius castri
in L florenos de auro, et si fuerit villa vel ville universitas in XXV florenos de auro.....
Rub. 479. Lr i
(1) Statuimus quod officiales abundantie communis perusie teneantur et debeant
infra XV dies post finem eorum et cuiusque eorum officij immediate sequentes dare
consignare et effectualiter restituere eorum et cuiusque eorum sucessoribus omnem
quantitatem florenorum pecunie grani seu bladi et alterius cuiuscumque rei que quo-

modolibet super fuisset eis a sumptibus et expensis et pagamentis factis tempore eo-

rum vel alicuius eorum officij sub pena C C C 6 C librarum denariorum..... Stat. Perus.,
vol. I, rub. 494. — ..... officiales abundantie communis perusie nulla ratione vel modo

sit licitum vel permissum quovis iure causa seu forma quomodocumque aut qualiter-

cumque per se vel alium seu alios directe vel indirecte nisi per unum mensem post
finem eorum officij exigere seu exigi facere ab aliquo communi universitate vel sin-
gulari persona aliquam quantitatem grani bladi et alterius generis victualium vel flo-
. renos vel pecunie vel aliquod aliud que vel quod deberet dicte camere abundantie
quoquo iure causa seu forma. Sed talem exactionem facere possint dumtaxat infra
tempus officij ipsorum et de inde infra mensem. Rub. 545.

(2) Ut cuncta sub libra procedant iusticie presenti capitulo duximus statuendum:
. Quod officiales abundantie communis perusie possint et eis liceat sub casibus oppor-
tunis qui quomodolibet emergerent seu dubitationem afferrent in vel super casibus
provisis per formam statutorum camere ipsorum quomodocumque et qualitercumque
eligere unum consultorem civem fidelem et expertum et doctum in iure videlicet il-
lum' quem conservatores monete in eorum camera eligerint qui possit ed debeat quo-
. tiens fuerit requisitus verbo vel in scriptis consulere ipsis officialibus super premis-
sis fideliter. Stat. Perus., vol. I, rub. 495.
‘L’AMMINISTRAZIONE ECONOMICA, ECC. 407

template dalle leggi, erà necessario l’assenso dei priori e dei ca-
o5 È

merari (1).

Bastevolmente numerosi erano gli officiali delegali a servizi
pei quali non occorrevano speciali casse. Tali officiali non ave-
vano sempre, per verità, diretta attenenza col governo economico,
ma io reputo espediente ricordarli qui succintamente, affinchè sia
meno incompiuto questo cenno intorno all'organismo amministra-
tivo dell’antico comune di Perugia.

Della vigilanza sopra strade, fonti e ponti erano incaricati
cinque cittadini, eletti uno per porta, i quali avevano con sè un
notaio, per le debite scritture, e rimanevano in carica un anno (2).
L'edilità e |’ igiene pubblica erano affidate a un cittadino coadiu-
valo da un notaio e da un ministro del potestà e del capitano del
popolo (3). La prestatura di bestie da cavalcare o da someggiare
a prezzo stabilito era regolata da un cittadino e da un notaio, che
rimanevano in officio sei mesi ed avevano per salario venti soldi
di denari (4).

(1) Quod ultra exitus in presenti statutorum volumine contentos officiales abun-
dantie nihil possint expendere sine deliberatione dominorum priorum et camerario-
rum. Stat. Perus., vol. I, rub. 549. :

(2) is quod deinceps eligantur quinque boni homines de populo perusino vi-
delicet unus per porta: quorum officium durare debeat uno anno de quibus fiat sac-
chectus et trahantur de anno in annum quorum quilibet sit pro sua porta: Qui te-
neantur et debeant saltem semel in singulis duobus mensibus ire in comitatu et in-
Spicere et providere vias maxime principales et publicas pontes, fontes et similia et
ubi defectum in talibus invenirent quod eo casu adiacentibus locis portiones talis
operis assignet per castra et villas prout miserit............ ut qualitas negocij suadebit,
que omnia scribantur in publicam formam et per publicum notarium quem quilibet
dictorum officialium ducere et habere debeat et ad sacchectum eligi una cum officia-
libus supradictis et eo modo...... Stat. Perus., vol. I, rub. 217. nad

(3) Statuimus et ordinamus quod eligatur et eligi debeat unus providus et ido-
neus civis qui sit et esse. debeat ac iurisdictionem habeat super tabernarijs, pizica-
rellis, panacoculis, fornarijs et super fontibus reactandis, murandis et meliorandis et
purgandis ubi fuerit opportunum cum quo sit unus ex notarijs potestatis cum socio
potestatis cum socio vero capitanei sit unus ex notarijs capitanei. — Debeat insuper
dictus civis cum dictis notarijs ac socijs super esse porcis qui vadunt ad stratum
per civitatem et burgos et palloctantibus et balistarijs et possit et debet ex eius of-
ficio inquirere de omnibus eis commissis et accusari et condemnari possit contrafa-
cientes in predictis et quolibet predictorum. Stat. Perus., vol. I, rub. 10. .

(4) Insacculetur unus bonus homo et unus notarius cum eo quorum officium
duret sex menses et habeat quilibet eorum pro suo salario a communi pro dictis sex
mensibus XX solidorum denariorum. Qui officiales teneantur facere banniri per totam
civitatem et burgos semel omni mense quod omnes habentes equos seu mulos causa
V. ALFIERI

legati per sei mesi un officiale ed un notaio, che, pel ministero
loro, potevano condurre seco un misuratore (1). Per la concessione
di rappresaglie erano eletti di sei mesi in sei mesi cinque uomini
di arte, uno: per porta (2). Un ciltadino ascritto alla mercanzia e
un notaio, eletti «dai ‘consoli dei mercanti per sei mesi, curavano
le riprese e le vendite di cose dipendenti da staggimenti o rap-
pressaglie (3). Due officiali nominati per un anno, con lo stipendio

‘dandi ad vecturam compareant coram eis cum.ipsis equis et mulis infra octo dies a

tempore bannimenti assignandis ipsis officialibus et ipsos equos et mulos qui occa-

sione dandi ad vecturam coram eis fuerint-assignati et omnia signa et maculas et ma-

gagnas eorum scribi faciant et postea eos bonafide sine fraude debeant extimare ita.

quod illi quorum fuerint extimationes scire non valeant. Stat. Perus., vol. I, rub. 170.

(Deo unus bonus homo et officialis et notarius qui eligetur et ‘eligi debeat
ad sacchectum et de sacculo extrahi et publicari de sex mensibus in sex menses
et cogantur ipsi officiales et notarius et intellivatur ipse officialis esse et sint com-
munis perusie ad recipiendum portionem bonorom devastandorum vel etiam publi-
candorum pro communi et secum ducat tempore quo ibit ad destructiones faciendas
seu ad accipiendum partem bonorum publicatorum pro communi suum notarium et
unum mensuratorem quem secum ducere voluerit et sit etiam. sindicus ad vendendum
dicta guasta et ad recipiendum: precium et ad dividendum inter commune: perusie- et
speciales personas. Stat. Perus., vol. I, rub. 169.- VES

(2) Statuimus quod super represalijs concedendis officiales extracti dé sacculis
et in futurum extrahendi qui-sint et esse debeant de artibus scilicet unus pro qua-
libet porta que electio dictorum quinque bonorum hominum fiat et fieri debeat et

insacculetur per officiales positos ad sacculos componendum et sic ad electionem et.

publicationem dictorum officialium de sex mensibus in sex menses procedatur. — Qui
boni homines et officiales habeant plenam potestatem. concedendi represalias. cui de
iure cognoverint concedendas et concessas tollendi scilicet que pro debito de quo non
appareret instrumentum confessionatum vel guarentigiatum concesse essent cui cre-
diderint concessa non fore de iure. Stat. Perus., vol. I, rub. 171. ;

(3) Eligantur etiam unus bonus homo de mercantia et unus notarius cum eo

super rebus que reprehendentur quibus vel alicui eorum quicumque aliquid repre- ,

henderit debeat illud assignare et etiam officiali de cuius. licentia reprehenderit infra
tertiam diem a die reprehensionis ad penam C C C C € librarum denariorum. Et nihi-
lominus cadat a iure suo in rebus reprehendis ipso iure quam contrafaciens solvere

teneatur et possit etiam .de robbaria nihilominus accusari qui officialis esse debeat.

cum militibus sive socijs potestatis et capitanei et ipsas res reprehensas facere banniri
quotiens eis et dictis militibus videbitur convenire. Et factis bannimentis ipse res ven-
dantur pro, iusto et convenienti precio per dictum bonum hominem de mercantia et
predictos milites potestatis et capitanei dum tanto illas res non debeant concedere
illi qui eas reprehendisset seu reprehendi fecisset vel alicui alij quod ad ipsam valeat
pervenire et quando fient bannimenta predictam ille qui fecerit represaliam vel alius
pro «eo non intersit et illud precium quod’ haberetur ex venditione dictarum rerum

Ai guasli e alle espropriazioni di beni distrelluali erano de-.

siti
ia:

È - 7 L'AMMINISTRAZIONE ECONOMICA, ECC.

di trenta fiorini d'oro, badavano al campione delle carni (1). Ac-
ciocchè fosse conservata e migliorata la pescagione, venivano
eletti, di anno in anno, un officiale e un notaio, che, in certe
epoche, dovevano far mettere nel lago Trasimeno, dagli appalta-
tori, una determinata: quanlità di anguille (2). Altri magistrati an-
cora si trovavano in Perugia con attribuzioni di varia indole: per
esempio, alle scarcerazioni da effettuarsi in aleune festività ve-
nivano deputati due cittadini con un notaio, eletti per un seme--
stre dai priori e dai camerari (3); oltre al potestà, al capitano e
ai conservatori delle monete si delegavano anche alle mostre mi-
litari e alle riviste delle munizioni da guerra speciali officiali e un
notaio (4). Dai priori e dai camerari, riuniti in consiglio, si eleggo-

reprehensarum debeat sibi dari........ Que electio dicti boni hominis et. notarij fiat et
fieri debeat. de sex mensibus in sex menses per dictos consules mercatorum sub pena
CCCC Clibrarum denariorum pro quilibet consule contrafaciente vel negligente. Stat.
Perus., vol. I, rub. 172. à

(1) Item dare et solvere teneantur et debeant duobus officialibus campionis car-
nium communis perusie solum visa eorum electione seu publicatione pro anno quo- ,
libet florenos XXX de auro pro utroque eorum. Stat. Perus., vol. I, rub. 448. :

(2) Item ut lacus predictus anguillis uberius abundet: Et ut quantitas anguilla-
rum in-lacu predicto mittenda non possit aliqualiter defraudari: statuimus et ordi-
mus quod eligantur et eligi debeant per viam sacchetti continue unus. bonus homo
et unus notarius quorum officium duret per unum annum integrum qui bonus homo
sit et esse intelligatur officialis communis perusie ad recipiendum anguillas inmittendas
in dictum lacum que sit et esse debeat numero XV milia anguillarum vivarum qua-
rum emptores fructuum aque dicti lacus quinque milia inmittere teneantur: reliquie
vero X milia per piscatores dicti lacus inmitti debeant secundum distributione et de-
claratione faciendam per dictum officialem per postas dicti lacus. Stat. Perus., vol. I,
rub. 218. À i
(3).Item statuimus et ordinamus quod pro tempore futuro eligi debeant duo

‘boni: homines per priores et camerarios novos vel per maiorem partem ipsorum in

qua electione adesse debeant ad minus septem ex prioribus presentes in concordia
et de camerarijs ad minus triginta. presentes et viginti in concordia de sex mensibus
in sex menses et unus notarius cum eis que electio fieri debeat per sex mensibus pro-
xime futuris incipiendis in Kalende Januarij proxime venturi infra tempus X dierum
ante principium introitus eorum officij et simili modo fiat per priores et camerarios
qui extraverentur de mense Junij et sic fiat. quibuslibet sex mensibus de anno in
annum. Qui officiales habeant potestatem et bailiam. ad excarcerandum captivos de
carceribus dicti communis in festivitatibus infrascriptis modo et. ordine .infra scri-
MiO ... Stat. Perus., vol. I, rub. 187.

(4) Ut stipendiarij tam equites quam pedites serviant communi perusie debite
sicut decet cum eorum personis et etiam cum equis: Statuimus et ordinamus quod
decetero civis et notarius publicandos de sacchulis perusinis sint et esse intelligantur
super monstris gentium armigerarum equitum et peditum quorumcumque: Et etiam

21
| V. ALFIERI.

vano i custodi di rocche, fortezze; bastite, castella (castellani, arx et

.arcis custos); i quali avevano diritto a stipendio e.dovevano, dopo
sei mesi, lasciare la loro carica, fare inventario e dare ragione
delle diverse cose avute ‘in consegna (1).

Nel libro, che. contiene le disposizioni relative all’ organismo
amministrativo dell’ antica Perugia (Magistratuum ordines et Au-
ctoritatem), sono anche distintamente considerati i particolari agenti
“del comune, per esempio, i cursori (2), i tubatori (3), i campa-

omnium et singulorum castellanorum et aliarum quorumlibet habentium custodiam ali-
cuius cassari fortilitij et bastie comitatus perusie seu civitatum. terrarum: castrorum
et locorum quorumlibet que recomendatorum vel quomodolibet summissorum com-
muni perusie: Et etiam omnium ‘et singularum famulorum eorum et cuiuscumque

eorum. Et etiam omnium et singularum munitionum- quas castellani habere et tenere >

debent secundum formam statutorum ........ Stat. Perus., vol. I, rub. 244. — Statuimus
quod monstre gentium armigerarum tam equitum quam peditum quomodolibet mili-

tantium ad stipendium seu. provisionem communis perusie possint et debeant bene .

diligenter et sollicite sepe sepius revideri tam in civitate perusie quam alibi ubicum-
que fuerint tales gentes quomodolibet deputate ad minus una vice mense quolibet
per -conservatores monete seu alium civem deputatum per ipsos conservatores, seu
sit marescalcus vel non et per officiales de sacchulis publicand:s. Rub. 245. *

(1) Quod quotienscumque necessitas flagitaret domini priores et camerarij artium
civitatis perusie obtento tantum premitus partito super unaquaque electione castellani
ad bussolas et fabas albas et nigras per omnes priores concorditer vel ad minus per no-
vem et per omnes;camerarios concorditer vel ad minus triginta quinque possint et eis
liceat eligere et deputare in castellanum seu castellanos illos quos putaver int convenire
et mittere ad illa loca prout et sicut putaverint opportunum. Salvo quod neminem pos-
sint eligere qui esset debitor communis perusie vel condemnatus seu exbannitus modo
aliquo seu forma...... Decernentes quod massarij communis perusie possint teneantur

et debeant visa tali electione facta iuxta exigentiam premissorum seu facienda tales

castellanos et eorum famulos conducere et scribi facere debeant per pila et signa si-
cut sit de gentibus armigeris et de quecumque. pecunia dicti communis et sine alio
precepto vel mandato solvere et solvi facere ad. rationem duorum: florenorum. cum
dimidio pro qualibet paga retinendo tantum debitam gabellam ad rationem 1I solido-
ads Stat. Perus., vol.I, rub. 450. ‘....... duximus statuendum quod. imposterum
nullus castellanus alicuius, cassari fortilitij vel bastie comitatus perusie seu civita-
tum terrarum castrorum vel locorum communi perusie recommissorum. seu recom-

. mittendorum imposterum possit audeat vel presumat per se vel alium directe. vel in-
directe vel quovis colore quesito quoquo modo. iure causa seu forma retinere seu facere
retineri cassarum vel bastiam seu fortilitium aliquod ultra tempus sex mensium... ..
Rub. 180.. — Quod castellani quarumdam roecharum reddant rationem et inventarium
faciant de rebus existentibus in eis. Rubr. 192.

(2) De baiulis et officio baiulorum. Rub. 181.

(3) De tubatoribus communis Perusie et eorum officio et salario. Rub. 183.

CIRIE E ERICA RET
di ii in

tori delle monete,

ture, sopra guasli ed espropriazioni,

L’ AMMINISTRAZIONE ECONOMICA, ECC.

nari (1), i muratori (2), 1 medici (8), i maniscalchi (4), i custodi
delle masserizie, del palazzo de’ priori e delle fonti (5), gli spaz-

zini (6), i carcerieri (7), i donzelli e i birri (8), ecc. E tutti ave-

vano salario: i donzelli del comune (domicelli), il cappellano, il
tubatore, il cuoco dei priori avevano due fiorini al mese, e si
scendeva a un fiorino. pel sotto cuoco (quactero), pei custodi delle
porle, per gli uscieri, pel chitarrista, che allietava la mensa dei
priori, e pel naccherino, che accompagnava le trombe dei bandi-
tori a cavallo (9). Ma di tutti questi impiegati non è necessario
ch'io discorra. Piuttosto è bene che, prima di chiudere il capitolo,
io dica brevemente ancora degli officiali delegati alla compilazione
e alla custodia delle scritture risguardanti il governo economico,
e ch'io accenni eziandio ai magistrati sindacatori, tanto impor-
tanti per la compagine amministrativa della antica repubblica pe-
rugina.

La. moltiplicità delle magistrature e la necessità di SA
ogni of