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DELLA REGIA DEPUTAZIONE

STORIA PATRIA

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DION. D' ALICARN. Ant. Rom. I, 19

PERUGIA
| UNIONE TIPOGRAFICA. COOPERATIVA
» di (GIÀ DITTA BONCOMPAGNI)

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ATTI DELLA R. DEPUTAZIONE

Adunanza del Consiglio tenuta il 21 settembre

in Spoleto nelle sale del Circolo del Clitunno gentilmente
concesse, il giorno 21 settembre 1897 alle ore 10.

Ordine del giorno:

. Proposte per nomina di Soci ordinari;
. Proposte di Soci di altre categorie;
. Conto consuntivo ;

E 02 DD —-

. Bibliografia storica dell’ Umbria.
Presidenza FUMI.

Presenti i soci:

AnsIDRI V..— FaLOCI-PULIGNANI M. — GIANNANTONI L. — TEN-
NERONI A.

Si legge e si approva il verbale della seduta precedente.

Si esaminano e si approvano le proposte, come ai nu-
meri 1 e 2 dell Ordine del giorno, e si mandano all’ Assem-
blea dei Soci perché ne prenda atto, o deliberi su di esse a
senso degli articoli 15 e 16 dello Statuto.

Il Segretario- Economo Ansidei presenta il conto consun-
tivo della già Società. Umbra per l'esercizio 1896, seguito
dal rapporto dei sindacatori. Si discute quindi il dilancio

preventivo della Deputazione per il 1898, e luno e l’altro

vengono approvati. Per il consuntivo dell'esercizio 1897 re-
stano eletti a sindacatori i soci Blasi e Cuturi.
Sul 4° oggetto, Comunicazioni e proposte in ordine alla
VI

bibliografia storica dell'Umbria, il socio Tenneroni propone
uno schema di classificazione delle diverse materie. |

Il socio Faloci-Pulignani ritiene opportuno estendere
maggiormente i confini del lavoro e pensa che, ad aver
quasi la storia della nostra cultura, sia necessario prender
nota di tutto quanto sia stato stampato nell Umbria, qua-
lunque sia l argomento preso a svolgere.

Il Presidente e Tenneroni gli fanno osservare che nelle
sedute precedenti fu designato il cómpito del lavoro e che
l’allargare di troppo il campo delle ricerche renderebbe
difficile il raggiungere lo scopo indicato dalla Deputazione.

Assemblea generale tenuta il detto giorno.

Presidenza FUMI.
Presenti i soci:

ANSELMI ANSELMO — Bin1- Cima GIOVANNI rappresentante il Sin-
«daco di Assisi — BRIGANTI FRANCESCO — BRUNI FRANCESCO rappresen-
tante il Sindaco di Città di Castello — CawPELLO DELLA SPINA PAOLO
— FaBRI-STELLUTI- ScaLa FRANCESCO — FALOCI- PULIGNANI MICHELE
— FricAnELLI FirrPPO Sindaco di Colleseipoli — FiriPPI ALESSANDRO —
FRATELLINI SALVATORE anche in rappresentanza della Deputazione Pro-
vineiale dell’ Umbria — Fumi RANIERI rappresentanza del Municipio di
Porano — GIANNANTONI Luia1 — Gori FaBIO0 — LANZI LUIGI — MENI-
‘CONI - BRACCESCHI MENICONE — MoNaACI EnNESTO — MORINI ADOLFO —
/OygETTI UGO — Ricci RAFFAELLO — Rosa EpiLBERTO — SANSI OLIVIERO
— SorpINnI GIusEPPE — TENNERONI ANNIBALE — TOMMASINI- MATTIUCCI
Pietro — TorpI DoMENICO — VALENTI TOMMASO — ANSIDEI VINCENZO
Segretario - economo.

Hanno dichiarato a mezzo di lettere o telegrammi di
woler essere considerati come-presenti a questa adunanza, alla
quale con loro rincrescimento non possono intervenire, i soci:
VII
ViLLARI PASQUALE Senatose — FainA EuceNIO Senatore — BEL-
Lucci Giuseppe — PaAoLI CESARE — FRANCI CARLO — MORANDI LUIGI

Deputato — Bracci GIusEPPE Deputato — Fani CesaRE Deputato —
Pucci- BoxcamBI RopoLro — Corpucci VrrTORIO — GAMURRINI FRAN-

cESCO — TRABALZA Ciro — MAZZATINTI GIUSEPPE — URBINI GIULIO —

CuruRI Torquato — CaALIisse CARLO — ROMITELLI MARZIO — BENUCCI
DOMENICO — BARBIELLINI- AMIDEI ALESSANDRO — FANGACCI LEONIDA —
MAGHERINI- GRAZIANI GIOVANNI — CILLENI NEPIS CARLO — GRISAR ER-
MANNO — SconoccHIia ErrORE — NovELLI GIOACCHINO — BERTI FLAVIO
rappresentante la Congregazione di Carità di Gubbio — RoTELLI ANA-
STASIO — Cassano RoBERTO — MIKELLI VINCENZO — VERRI ANTONIO
— BanTOLINI Luigi — MERKEL CARLO — FiLippini ENRICO — CIPOLLA

‘CARLO — BELLUCCI ALESSANDRO — EROLI GIOVANNI — NATALINI PAOLO

— Orsini ANTONIO — MorETTI ALCESTE — Sinpaco DI FOLIGNO —
ALESSANDRI Leto — BELLACHIOMA VIRGILIO — LUPATTELLI ANGELO —
— Ceci GEgTULIO — SENSI FiLirPo — FRENFANELLI CIBO SERAFINO —
PpLISSIER LEONE — DEGLI Azzi VITELLESCHI GIUSTINIANO — CALDE-
RONI Giacomo — CERRETTI CESARE — PATRIZI UGO — RANIRRI DI Son-
BELLO RuGGERO — BLASI ANGELO — DONATI GIROLAMO.

Il Presidente si rende interprete di tutti i convenuti
ringraziando la città di Spoleto della cortese ospitalità che
offre agli studiosi delle patrie memorie, e porge un saluto e
un ringraziamento ai soci, i quali, recandosi numerosi a

questi annuali convegni, ne accrescono l'importanza e dimo-

strano di esser convinti della utilità di tali riunioni per
l| incremento degli studi.

Si rivolge quindi all’ illustre prof. Monaci, e dopo avergli
manifestato la più viva gratitudine sua e di tutti i suoi
colleghi per quanto ha fatto a vantaggio della R, Deputazione
Umbra di storia patria, lo prega ad assumere la presidenza
onoraria dell’ adunanza. Le parole del Presidente sono accolte
da un applauso unanime.

Il prof. Monaci ringrazia dell'onorevole ed affettuosa
testimonianza, e cedendo alle nuove insistenze del Fumi e

di tutti i soci si reca al banco della presidenza.

Il conte Campello della Spina porge ai soci le scuse del
‘av. Sinibaldi Sindaco di Spoleto chiamato in Ancona da
VII

urgentissimi affari, e, rendendosi interprete dei sentimenti

del Sindaco stesso e di tutti gli Spoletini, ringrazia il Fumi
delle. cortesi parole che ha loro rivolto.

: Quindi vien data lettura dei regi decreti: 21 febbraio 1896.

per la costituzione della Regia Deputazione di storia patria

per ÜU Umbria; 27 settembre successivo per le nomine all’ uf-

ficio di presidenza:

L. Fuwr Presidente — L. TimEmI Vice-presidente — V. ANSIDEI
Segretario - economo ;

25 marzo 1897 per le nomine dei Soci ordinari:

ANSIDEI VINCENZO — BELLUCCI GiUSEPPE — BLASI ANGELO — Cu-
TURI TORQUATO — DoNaTr: GIROLAMO — FALOCI-PULIGNANI MICHELE —
Fumi Lusi — GrannanTONI LUIGI — GUARDABASSI FRANCESCO — Maz-
ZATINTI GiUSEPPE — SENSI FILIPPO — TENNERONI ANNIBALE — TIBERI
LEOPOLDO.

IL Segretario dà lettura dello Statuto approvato nel-
l'adunanza del 16 maggio 1897 e che fu trasmesso al Mi-
nistero della Pubblica Istruzione per la necessaria approva-
zione: quindi legge il resoconto dello stato economico della
R. Deputazione.

La relazione del Segretario-economo è approvata. Il
Presidente comunica che il Consiglio nella sua odierna se-
duta a norma dell'articolo 15 dello Statuto ha deliberato ad
unanimità di proporre al Ministero della Pubblica Istruzione
la nomina a Soci ordinari dei signori conte cav. PAOLO CAM-
PELLO DELLA SPINA e Cav. GIUSEPPE SORDINI ; in omaggio poi
al disposto dell'articolo 16 dello Statuto medesimo 1’ Assem-
blea acclama soci onorari i signori:

De PaAoLI comm. Enrico Soprintendente degli Archivi di Stato
romani, e socio di varie Deputazioni e Società Storiche — WENZEL mons.,
Pietro Sottoarchivista dell’ Archivio Vaticano e socio di varie Accade-
mie e Società Storiche — LANCIANI eomm. prof. RopoLro della PR. Uni-
versità di Roma, Accademico de’ Lincei; i

Lana — sg—

elegge a soci collaboratori i signori:

Dm CESARE comm. RAFFAELE, Deputato al Parlamento Nazionale,
PARDI dott. prof. GIusEPPE — TOMMASINI- MATTIUCCI cav. prof. PreTRO.

Nomina poi soci aggregati i signori :

AGOSTINI don GIUSEPPE — ANNESANTI dott. CARLO — ARCANGELI
cav. dott. DoMENICO — ARRONI conte CESARE — BEZZI avv. CAMILLO -—
BipoLLI avv. ANGELO — BronpI prof. ULRICO — BonpI dott. GIUSEPPE
— CESARI prof. GiuLio — FepEeRICI dott. Silvio — FORTUNATI dott.
cav. ALFREDO — FRASCHERELLI rag. UGo — GASPERINI can. SILVIO —
GERBONI dott. LuiGr — LALLI conte FERDINANDO — LAPI cav. SCIPIONE.
— LANGELI dott. PAoLo — LAURETI dott. PASQUALE — LEONETTI
LUPARINI cap. BENEDETTO — MANCINELLI dott. ANTONIO — MANSUETI
ERNESTO — MARCHESINI prof. GOFFREDO — MARCcOCCI cav. FRANCESCO —
MARI dott. CESARE — MARTINELLI dott. ULRICO — MESsSsINI dott. PAOLO —
MoNTEVECCHIO FERENTILLO. duca AstoRRE — MoRrETTI prof. Trro —
Moscr dott. Pompeo — PowPEI rag. AxcHISE — RAGNOLI dott. Ax-
‘Tonio — Ricci prof. D. ErronE — Rossi dott. MARIO — SALZA dott.
ABp-EL-KADER — SINIBALDI avv. cav. TITO.

Da ultimo sono nominati soci corrispondenti i signori:

ANTONELLI avv. MERCURIO — MARTINI avv. cav. ANTONIO Biblio-
tecario del Senato del Regno.

Il socio Ugo Ojetti, rammentando un deliberato del Con-
gresso storico di Firenze del 1890 fatto su proposta del
conte Domenico Gnoli, desidera sia data opera efficace a
tener desto il movimento per l'istituzione di cattedre di
Storia dell’arte.

La Società vota unanime le dichiarazioni dovute fare
in proposito da Fumi e da Monaci.

Il socio Lanzi presenta una breve nota, relativa ad un
antico fresco da lui recentemente rimesso in luce al completo
nel convento di S. Francesco presso Stroncone, nella qual
pittura ammirasi un'effigie di S. Francesco d' Assisi, di cui
rileva l'importanza per la storia della iconografia sanfrance-
scana. |
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Il socio Tommasini-Mattiucci, a nome del cav. Magherini-
Graziani, presenta parte del volume e dell’atlante dell’ opera
« L'arte a Città di Castello » e dà notizia della parte di biblio-
grafia affidata allo stesso Magherini - Graziani.

Si leggono le lettere dei soci Fangaeci per la pubblica-
Zione di alcune pergamene di Gubbio, e Benucci sopra un
suo studio intorno al dominio degli Orsini dell' Anguillara a
Calvi, e sopra un altro circa le formule di scongiuri scritti

in rime volgari della fine del secolo XV; il Benucci poi co-
munica anche notizie intorno all'inventario dell’ archivio
notarile di Calvi.

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Il socio Urbini fa sapere d'aver posto mano alla parte
di bibliografia assegnatagli.

Il socio Gamurrini ha pronta tutta la bibliografia del tempo
antico; ma perché il metodo che egli ha tenuto pel suo lavoro é
differente da quello proposto ed annunziato, la Deputazione
si potrà valere delle sue schede volta a volta che procederà
nel suo lavoro bibliografico per le varie località dell’ Umbria.
Comunica poi le seguenti notizie di documenti: 1.? Per

GUALDO: Processus inter Monachos S. Mariae de Oripta et
Monasterium S. Mariae de Gualdo sub Bonifacio VIII (Cod.
Ottob. n. 2516, p. 62). — 2.° Atti criminali di Gualdo dalla
fine del secolo XIII al principio del XIV nelle guardie del
cod. N. 148 della Biblioteca di Rimini; vi si citano gli Sta-
tuti. — 3.° Repertorium privilegiorum, quae nonnullis urbibus
ecclesiasticis status pontificij concessa sunt (Cod. ottob. N. 1818).
— 4^ Per GuBBIO: Cose storiche di Gubbio in Carta del 1331,
n. 885, del Monastero di S. Bernardo di Arezzo (in Arch.
di Stato in Firenze). — 5.° CITTÀ DI CASTELLO: Nota delle pit-
ture ivi esistenti: miscellanee mss. delle rr. Gallerie di Fi-
renze; vol..I, n. 26 e 27, secolo XVII. — 6. Atti civili: di
Città di Castello del 1302 e 1303 nell’arch. capitolare di
Arezzo. Finalmente accenna ad un Regesto della prima metà
del secolo XIII a cominciar dal 1008 da lui veduto nell'arch.

‘apitolare di Città di Castello ed ora scomparso.

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Il Fumi da queste comunicazioni prende occasione di
annunziare che egli ha condotto a fine un vastissimo reper-
torio di documenti umbri nelle raccolte miscellanee dell Ar-
chivio Vaticano e sugli inventarî della Biblioteca. Vaticana
da formare come un ampio Codex Unibriae dal XII fino al
secolo XVI.

Il socio Cilleni Nepis fa sapere di un suo lavoro sulla
Chiesa di S. Felice nel circondario di Spoleto.

Il socio Grisar presenta due suoi opuscoli:

1.° IL tempio del Clitunno e la chiesa spoletina di S. Sal-
vatore.

2." Note archeologiche sulla mostra di arte sacra anlica
in Orvieto. |

Il Presidente propone quindi che la Deputazione a ser-
vizio degli studi storici si faccia iniziatrice di raccolte fo-
tografiche di monumenti dei singoli luoghi del Umbria, come
già è stato fatto in Orvieto presso quel Museo civico.

L'Assemblea prende atto di tutte queste comunicazioni
e proposte e le raccomanda allo studio del Consiglio.

Adunanza del Consiglio tenuta il 22 settembre.

Presenti i soci che intervennero alla prima riunione.

5i riprende la discussione sulla Bibliografia storica Umbra
e si delibera ad unanimità di cominciare a stampare la biblio-
grafia storica di una delle città per le quali il lavoro sia
già bene avviato; per tal modo con un esempio pratico
i casi dubbî saranno dichiarati e alcuni quesiti avranno una
soluzione.

Il socio Tenneroni comunica, in proposito, che è stato
condotto bene innanzi lo spoglio dei grandi corpi storici, e
che si sono di già compilate circa 600 schede.

Il prof. Monaci dimostra come utilmente potrebbe darsi
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XII x

notizia dei documenti diplomatici riguardanti l' Umbria, che
già videro la luce, ed afferma che un elenco di tali documenti
con le indicazioni bibliografiche riuscirebbe. di vantaggio
incontestabile agli studiosi e costituirebbe, per le cose edite,

come un codice diplomatico dell Umbria. Tale pubblicazione

potrebbe precedere anche l'altra della bibliografia generale.
Il Presidente plaude all’ idea espressa dal prof. Monaci,
e manifesta il desiderio che in questa bibliografia sia tenuto
conto delle edizioni nelle quali hanno visto la luce i docu-
menti.
Il socio Tenneroni propone il seguente ordine del giorno:

« La R. Deputazione di storia patria per 1’ Umbria, udita la lettura :

dello schema di classificazione per la Bibliografia storica dell’ Umbria,
apprese le notizie sul lavoro preparatorio compiuto, esaminata la pro-
posta di estendere maggiormente i confini del lavoro fatta dal socio
M. Faloci- Pulignani, approva la compilazione per la stampa di detta

bibliografia secondo le modificazioni allo schema e alla pubblicazione

di essa, consigliate dal presidente Fumi, dal socio onorario prof. E.
Monaei e conforme i chiarimenti forniti all' uopo dal relatore ai diversi
soci interroganti ».

Quest' ordine del giorno è approvato all’ unanimità.

Dovendosi quindi provvedere alla rinnovazione dei mem-
bri della Commissione per le pubblicazioni, si delibera la
conferma della intiera Commissione per un solo anno, tenen-
dosi conto dell'assenza di vari soci che la componevano.

- Il Segretario dà lettura di una lettera del direttore della
Unione tipografica cooperativa, signor Nicola Berardi, con la
quale si chiede un aumento da determinarsi sul prezzo già
convenuto per ogni foglio di stampa del Bollettino ; i signori
congregati affidano all officio di Presidenza l'incarico di
prendere in esame la dimanda del signor Berardi, e decidere
se sia il caso di soddisfarla.

RI AM 2d WE bo "E .- e XIII

Adunanza pubblica dell’ Assemblea generale
tenuta il detto giorno.

Oltre i soci, che intervennero all’ Assemblea :generale
del giorno 21, presero parte a questa adunanza l’ avv. FRAN-
CESCO ANDREANI, rappresentante del Sindaco di Perugia, e i
soci TIBERI, GUARDABASSI, PONTANI, VALLI, MANASSEI, PRE-
SENZINI, LEONELLI e RICCI.

Assistevano all’ adunanza, per invito della Presidenza, le
Autorità civili e militari e alcune distinte Signore di Spoleto.

Il Presidente riferì sui lavori dell'annata decorsa e annun-
ziò gli studi preparati per l'anno venturo. Quindi pronunziò
un discorso ispirato alle memorie antiche di Spoleto, e con fre-
quenti richiami ai fatti dell'epoca romana, longobarda e
italiana del basso medioevo, fece vedere come Spoleto risalti
nella storia, specialmente dell’alto medioevo, per uno spic-
cato carattere di regalità, essendo perfino emancipata dal-
lautorità papale la grande Abbazia Farfense e sotto la
protezione dell' Impero; carattere che al sopraggiungere poi
delle forme repubblicane, figlie delle volontà individuali del
popolo consociato liberamente, si risente nel fiero urto ghi-
bellino tanto celebre.nel secondo periodo medioevale. Ad illu-
strazione di esso offrì il contributo de’ nuovi studi suoi e del
segretario Ansidei dato nel fascicolo 3.° dell'a. III.° del .Bol-
lettino, presentato all’ adunanza, come omaggio della R. De-
putazione a Spoleto. Ricongiungendo le memorie antiche con
gli esempi di fortezza e di patriottismo del popolo spoletino
per la libertà, chiuse il discorso additando il cómpito del-
léra moderna che affratella, senz’ altre gare, tutti i Muni-
cipi fra loro, e richiama qui da ogni parte della regione
tutti gli uomini .cólti a preparare libri, che, come dice il
Garducci, « sono le armi del secolo XIX, sono documenti
della sua civiltà, leggi dell'avvenire ».

Al discorso del Presidente segui quello del socio prof.
Francesco Guardabassi, che lesse un suo importante studio
uni ao.

aen

TITET TESO:

XIV

intorno al grande umanista umbro Giovanni Pontano riscuo-
tendo sovente l'approvazione dei convenuti.

E questo pubblicato, per voto espresso dai soci, in ap-
pendice al presente verbale.

Adunanza pubblica dell’Accademia Spoletina.

Il giorno 23 settembre in una solenne tornata dell’ Acca-
demia Spoletina, presente tutto il fiore della cittadinanza conve-
nuta per invito della benemerita Presidenza, la R. Deputazione
gentilmente chiamata a prendervi parte, rese un tributo di caldo
affetto e di stima reverente alla memoria dell’ illustre storico
spoletino Achille Sansi, deponendo innanzi al ritratto di lui una
corona di bronzo.

Aprì la seduta il Presidente dell’Accademia conte Paolo
Campello della Spina, che salutò gli adunati e ringraziò la
Deputazione di avere visitato Spoleto. Quindi sorse il Fumi a
rispondere alle nobili e gentili parole dette dal Campello e, ri-
cordato come un’ esortazione a costituire la Deputazione Umbra
di storia patria sia venuta dall’ Accademia Spoletina, e come il
barone Sansi, presidente e restauratore di essa, ‘abbia dato un
bell'esempio del modo come oggi si abbiano a comporre le storie
municipali, si disse fortunato di potere, a nome dei colleghi,
rendere un omaggio alla venerata memoria del Sansi.

Segui al Fumi il nepote dell’ illustre estinto, sig. bar. Oli-
viero Sansi, che intimamente grato e commosso, ringraziò la
I. Deputazione e come congiunto dell'uomo che si onorava ed
anche come rappresentante il Sindaco di Spoleto.

rispose il conte Campello elogiando le doti preclare del
bar. Achille Sansi, quale scienziato e cittadino, e si dichiarò
riconoscente dell’omaggio tributato allo storico di Spoleto. Da
ultimo invitò il cav. Giuseppe -Sordini, segretario dell’ Accade-
mia, a leggere la sua conferenza su « Spoleto nella storia ».

TE
XV

L'erudito discorso fu ne’ varî punti concordemente applau-
dito e vedrà la luce negli Atti dell’ Accademia.

Terminata la riunione accademica, il signor avv. Fran-
cesco Bruni Pro-Sindaco di Città di Castello e il prof. cav.
Pietro Tommasini-Mattiucci comunicarono l invito fatto dal
Sindaco di Città di Castello perchè si voglia tenere nel pros-
simo 1898 l'adunanza plenaria annuale dei soci della R. De-
putazione in quella città. Un applauso unanime dimostrò
quanto fosse giunto gradito ai presenti il cortese invito del
Municipio di Città di Castello.

Sciolta l’ adunanza, la Presidenza pregò la Giunta Spo-
letina, che volle preparare alla Deputazione accoglienze de-
gne della fama ospitale della città illustre, di gradire in
omaggio la riproduzione d’una pianta topografica della città
di Spoleto, pubblicata dal Blaev nel « Theatrum Civitatum
et Admirandorum Italiae, a. 1663 ».

Sott'essa fu scritto:

« AL MUNICIPIO DI SPOLETO I SOCI DELLA R. DE-
PUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER L’UMBRIA NELLA
LORO ADUNANZA ANNUALE ADDI XXIII SETTEMBRE
MDOCCXOVII, GRATI DELL/ OSPITALITÀ ».
)
It. upto oar soe 1 x ue OE Ls = css ——- prati 7: o:
XVII

GIOVANNI PONTANO
DI SPOLETO

DES CCOhs. 0
DEL PROFESSORE
FRANCESCO GUARDABASSI

Socio ordinario della R. Deputazione Umbra di Storia Patria.

WW LC) ie EE

Signore e Signori,

« Potessi ritrar solo un'imagine dei tempi in cui
visse l'insigne umanista, e svegliar dalle pagine dei
suoi scritti una voce, eco fedele del suo pensiero », trepi-
dando dicevo a me stesso nell’accingermi a questo lavoro ;
ma ora, con tanto più trepida commozione : « Potessi all'au-
dacia, che mi faceva accettare il gentile invito, ottener
venia cortese da quell'amore che avvince la mia alla
vostra patria, da quel nobile sentimento per cui vi siete
qui raccolti ad onorare la memoria di un illustre figlio
della nostra Umbra diletta ».

Cospieua e potente famiglia fu quella a cui appar-
tenne Giovanni Pontano. Se quel Ludovico, celebre giu-
reconsulto, protonotario apostolico alla Corte di Eugenio IV
non gli fu eonsanguineo, furon certo affini a lui quel
Tommaso professore di lettere e quell’ Ottavio giurecon-
sulto che Pio II mandava nunzio a Basilea; e nella
casa che i Pontani ebbero in Perugia era mantenuto con
devoto rispetto, consacrato dall' arte, il ricordo delle glorie
domestiche.
C. v.

Point. de

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TEGERE FRATE:

| ^ XVIII
|
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Egli nacque il sette di maggio del 1426.

Se una maggior copia di documenti ed una più chiara
significazione delle prove addotte dal prof. Adamo Rossi
inducessero nell'animo nostro una certezza più salda,
dovremmo ritener che la patria del Pontano sia stata un
villaggio presso Cerreto di Spoleto anzichè Cerreto stesso.
Il chiaro scrittore, infatti, affermava che Pontano è quanto:
dire De Ponte, e vale nativo del villaggio tuttora appel-

lato così, situato non Rumili monte

Vigia quem gelidis placidus circumfluit undis

Et Nar sulphureis fontibus usque calens.

Non voglio render anche piü grave questo discorso:

. con sottili questioni, con ipotesi stillate a gran pena, né,

sopratutto, voglio intrattenervi con mie congetture. Mi si
permetta peró di aecennare ai seguenti passi che potreb-
bero aver un certo valore nella controversia: un luogo del
« De immanitate », dove si parla dal Pontano di un'e-
migrazione fatta dai suoi maiores in agro ac solo proprio :
quel tratto del Carme alla Quercia saera agli Dei in cui
si parla appunto di un patrium solum, e una lettera
di Tommaso Pontano datata ex. agro Pontano. A me sem-
bra che questi dati tendano a risolver la questione in fa-
vore del Rossi.

Mite, affettuoso, delicato il sentire di Cristiana, la
madre di Giovanni, e assidua, vigile la sua cura per
aprire a sensi di pietà il cuore del fanciullo, per ani-
marlo giovanetto nel sentiero degli studî.

Da un tratto del libro De immanitate ci appare così
viva e. così cara la buona immagine di questa misera
donna che nell’atroci lotte del paese nativo, fra le stragi
nefande che saturavano di sangue le zolle dei campi pa-
terni insegna al suo bimbo la gentile religione dei morti,
le prime preghiere per le vittime della casa infelice, le
prime parole di perdono per gli oppressori crudeli !

« I miei antenati, scrive il Pontano già vecchio, scac-

ciati di patria per -domestiche dissensioni si erano fortifi-

cati nei lor tenimenti, ed avevano costruito una torre dove
XIX

custodivano le mogli, i figli ed ogni loro avere. Di qui,
spesso, movendo con l’aiuto dei clienti e degli amici a pro-
vocare gli avversari, accadde un giorno che per recare soc-
corso ad alcuni loro amici in pericolo lasciassero troppo
scarso presidio a difesa del luogo munito e della torre.
Appena i nemici seppero questo, diedero l' assalto al ca-
stello, se ne impadronirono, trucidarono tutti i difensori
e cinsero d'assedio la torre dove s’ era rifugiata la mia
bisavola Aurenzia con due bambini. Ed ecco sopraggiun-
gere i suoi fratelli.capi della fazione nemica e invitarla ad
arrendersi : ella acconsente purché sia salva la. vita a quei
teneri fanciulli. I fratelli rifiutano, e appiccano il fuoco alla
torre. Così quella donna, più coraggiosa di qualunque prode
ed intrepido uomo, morì abbruciata per mano dei suoi fra-
telli stessi insieme con due innocenti. E mi ricordo che io,
allora ragazzetto, per consiglio di mia madre, raccolsi con
ogni cura le loro ceneri e coi nostri famigliari le recammo
in-luosgo-'SA6ro i n

E quando in una di queste lotte fraticide le spengono
anche il padre dei suoi figli, il suo Jacopo, la misera Cri-
stiana ripara a Perugia e veglia amorosa alla educazione
di Giovanni che già dava prove di prontissimo ingegno
e di intenso affetto agli studî.

« Mia madre, ricorda il figlio nei libri De sermone, era
così sollecita della mia istruzione che per non lodarmi
apertamente, ma per mostrar la sua compiacenza ai miei
trionfi di scuola, soleva parlarmi con socratica festività
dei premi che attendevano i bravi fanciulli studiosi, dei
dolei che mi avrebbe apprestato se, ed ella già lo sapeva,
fossi riuscito il primo nelle gare coi miei compagni, in-
coraggiandomi così senza esaltarmi ».

Noi non vogliamo aila scarsezza di notizie sicure sup-
plire con quell’enfasi e con quella disinvoltura che pa-
reva effetto esclusivo di una certa fatuità retorica dei
tempi trascorsi, ma che anche oggi, con forma un po’ più
scorretta e con maggiore intrepidezza, si usa dai nostri
critici giovanissimi. Perchè voi lo avrete notato più volte:

vi sono alcuni che non potendo o non volendo con l’as-


"Ed

Ea dene

siduità delle pazienti indagini appressarsi alla figura

storiea che desiderano illustrare, non sapendo nemmeno,
per imperizia o per immodestia, limitarsi a esprimere
l impressione che si è in loro suscitata dal loro punto
di osservazione; trascinano presso di sé, per virtü di
quali misteriosi esorcismi non saprei dire, quell' illustre
trapassato, e trattandolo con la piü grande familiarità,
lo fanno parlare come loro talenta, come vuole la moda
o come vuole il giornale in cui scrivono.

Noi non vogliamo imitare costoro; ma non ci sembra
cedere al sentimento anziché giudicar freddamente, non
ci sembra attribuire soverchio peso a fuggevoli tratti
autobiografici del Nostro, quando dai fatti già citati e da
altri crediamo fermar la nostra attenzione sulla influenza
che deve aver operato nel tenero animo del Pontano
fanciullo il carattere della madre, sì che l’autore dei
Dialoghi e delle Nenie avrebbe ben potuto dir, come il

poeta tedesco, di aver ricevuto

Von Mütterchen die Frohnatur

Und Lust zu fabuliren.

E come si commoveva ai racconti della nonna Leo-
narda rarissimi exempli matrona! Egli stesso ci narra
che quando ricordava le crudeltà commesse dai suoi
compaesani nelle loro lotte atroci, la buona vecchia pro-
rompeva in lagrime, e, certo, l'orrore che per ogni sopruso,
per ogni violenza si manifesta sempre. con sì vive espres-
sioni negli scritti del Pontano fu concepito dapprima in
seno alla profuga famigliuola nei mesti racconti delle
patrie sciagure.

Ma se assiduo, diligente il giovanetto attendeva agli
studî non sembra che i suoi primi maestri di Perugia
fossero degni lui. Dei tre grammatici di cui ci tramanda
il nome in un suo epigramma, uno era famoso più che
per dottrina o per sapienza didattica per la sua abilità
nel menar le mani; l'altro si segnalava per l'agilità

nella lotta, e del terzo non gli era rimasto ricordo se non

per la stridula voce come quella d'una gru o di un'ani-
XXI

tra. Solo di Guido Vannucci egli ci ha lasciato parole
che rivelino stima ed affetto, benchè a queste non tra-
lasci di aggiunger ricordi faceti, che, uniti al disprezzo
con cui ne parla il Campano, non ci fanno scorgere nel
grammatico dell’ Isola Maggiore quel luminare di scienza
e quell' esempio di austerità che altri volle ammirare.

Non mi sembra nemmeno provato con ogni evidenza
che a conforto degli studi in Perugia gli sia stato com-
pagno quel Gabriele Altilio, che poi ebbe amicissimo fra
gli accademici napoletani, si che volgendo anche lo sguar-
do alle condizioni della città che lo aveva accolto fug-
giasco, possiamo agevolmente comprender come egli do-
vesse desiderar piü vasto campo di azione, maggior
libertà di vita sociale appena la fiamma giovanile accese
in lui la balda coscienza della sua forza e del suo ingegno.

A Perugia, infatti, dopo la morte di Braccio Forte-
braccio il governo era caduto in mano di una ristretta
oligarchia che, gelosa del dominio, abbagliava collo sfarzo
ed ubbriacava col sangue delle prezzolate vendette il
popolo minuto, vietando con ogni mezzo l’afforzarsi del
ceto medio e rendendo ogni giorno più vano il voto
cittadino; il sentimento di una patria libera delle sue
forze e della sua volontà. I legati pontifici dopo breve
dimora fuggivano: i nuovi eletti rifiutavano come fecero
quei tre cardinali che ricorda un breve di Nicolò V del
1447, e ci muovono le labbra al sorriso le lodi del buon
Maturanzio al vescovo di Siponto per il buon governo
della città, perchè sappiamo che il prudente prelato non
si mosse da Sassoferrato dove cercava conforto nel com-
porre versi.

E frattanto le guerre tra Eugenio IV e il Visconti
desolavano le campagne e dissanguavano l'erario a cuir
attingevano i nobili per allontanare dalla città ora que-
sto, ora quell’altro- nembo di venturieri, e la presa dî
Assisi, contaminata da tante stragi, aggiungeva ai Nobili
un altro signore, il fiero Piccinino, ed altri predoni, i suot
saccomanni, di guisa che il nostro Graziani esclama in-

dignato: « Anco a questi di li citadini e artegiani e con-
Sorge e

mu


tr

XXII

tadini se lamentano in genere, e dicano che la città se
desfa, che nè comuno né gentiluomene né altra persona
non ce remedia et ogni uno lassa currere e aspetta il
compagno et ogni di bisogna pagar denaro . . . . ».

Non era questa città dove l'ingegno immaginoso del
Nostro potesser trovar vital nutrimento: le sue prime
poesie a Perugia dettate e inserite poi nella raccolta degli
Amores, le gentili, appassionate poesie alla sua Faunia,
dovetter rimanere senza eco alcuna fra le aule dello stu-
dio assiepate da quei grammatici che egli tanto aborriva,
e la sua indole mite doveva troppo soffrire alla vista di
tanti eccidî, di tante empietà. A vent'anni, infiammato
dagli aliti ardenti della nuova vita italiana che. pene-
trando anche nei più umili paesi suscitava negli spiriti
eletti ardite speranze ed irrequietudini infrenabili ;
dopo aver tentato invano di riacquistare in patria i beni
e gli offici aviti, pieno la mente dei ricordi della Roma
d’ Augusto a chi doveva volger le sue speranze, a chi
poteva meglio offrire il suo fervido ingegno se non a
quel Magnanimo che a buon diritto nelle medaglie di
Vittor Pisano è detto Triumphator et Pacificus, di quel-
l’ Alfonso che allo stemma della casa d’ Aragona avev:
fatto aggiungere un libro aperto quod, come spiegava il
Panormita, bonarum artium cognitionem marime conve-
nire intelligeret, a quel principe che, giunto alla sommità
di un monte donde scorgeva una città, e domandato qual
fosse, quando seppe ch'era Sulmona, gratias genio loci
egit in quo tantus olim poeta genitus esset ?

Alfonso d'Aragona, scrive il Voigt, era a buon diritto
esaltato dagli umanisti come il tipo ideale del principe
mecenate, e come tale fu proclamato non solo dagli an-
dulatori ma anche dai suoi sinceri e schietti ammiratori.

« La sua figura, anche togliendole ogni effimero splen-
dore, ha qualche cosa di veramente straordinario. Con le
armi alla mano egli aveva tolto il regno di Puglia al
Pretendente francese i cui intrighi uniti alle tendenze
ribelli dei Baroni mantenevano l' inquietudine all’interno.

Non fu per nulla il figlio prediletto della fortuna, ma in
XXIII

Italia si soleva dire che aveva saputo domarla col suo
ferreo volere. Benchè il denaro spesso gli facesse difetto
o i debiti lo stringessero da tutte le parti, non vi fu
principe che tenesse una corte più splendida della sua e
nessuno fu più largo di lui verso gli Ambasciatori stra-
nieri. Nonostante il sangue spagnolo che scorreva nelle
sue vene, egli fu principe italiano in ogni suo atto, par-
lava anche speditamente l’italiano benchè nella conver-
sazione ordinaria si servisse della lingua materna ». Anche
prima di venire in Italia corrispondeva per lettere con
Leonardo Bruni e lo incoraggiava a tradurre gli scritti
di Aristotele. Esagerava certo il Beccadelli quando
affermava che la. lettura di Quinto Curzio, fattagli
regolarmente tre volte al giorno, lo avesse risanato da
una malattia, ma possiam credere al Pontano che nel
Principe ci narra come Alfonso, benchè spesso assediato
da molteplici cure, non trascurava mai di ascoltar la
lettura di qualche insigne scrittore nell'ora stabilita, e
non moveva ad alcuna impresa guerresca senza una
scelta raccolta di libri che venivano custoditi in una
tenda presso la sua. Vespasiano da Bistieci, descrivendo
la visita di Giannozzo Mannetti ad Alfonso, dice che lo
trovò nella libreria con più singolari uomini che dispu-
tavano della Trinitade e di cose difficilissime.

Ad Alfonso fra le armi e il frastuono dell’accampamento
si era già recato il Valla a cercar protezione dalle calunnie
dei giuristi pedanti e dei grammatici invidiosi, e l’ esempio
arrise forse al Pontano. Quando sulla fine dell’ anno 1447
il re si trovava in quel di Volterra, adversus Florentinos
bellum gerens, dopo che la morte di Filippo Maria Vi-
sconti aveva fatto improvvisamente crollar le trattative
intavolate dai Fiorentini quando l'Aragonese stava a Ti-
voli alle vedette, Giovanni si presentò a lui e fu benigna-
mente accolto, e cum il/o, lo ricorda egli stesso nel De
prudentia, haud. multo post Neapolim se contulit.

E a Napoli si dette con tale ardore allo studio delle
lettere che in breve acquistò quella: gloria ambita per

molti anni e vide farsi realtà quel sogno che lo Spirito
Er. Sii dii

iI

XXIV

nuovo della cultura umanistica additava qual méta più
degna, qual premio più splendido e duraturo.

Giunto a Napoli, dice egli stesso, mi dedicai con tale
assiduità allo studio, che all’età di circa ventiquattro
anni giunsi a superar coloro che già nelle lettere avevan
trascorso gran parte della loro vita.

A Napoli, dunque, fra il 47 e il 50 si elaborano nella
fervida opera del giovane umbro tutti gli elementi nel
suo spirito già raccolti e si aggruppano e si afforzano i
nuovi mondi ideali che il diverso ambiente largiva.

A. quel tempo, avevano già compiuto o definitiva-
mente affermato l'opera loro i più ins'gni umanisti che
formano il secondo periodo del Risorgimento, quello in
cui gli scrittori, pur ritenendo ancora molto più di quanto
non si creda generalmente, del carattere primitivo del-
l’umanismo, il carattere petrarchista, procurano di rin-
novare le forme letterarie antiche e lo spirito stesso della
cultura classica in un latino non solo corretto, ma elegante
e al tempo stesso con originalità e novità di idee.

Se il Bracciolini e il Loschi piangono ancora dalla
vetta del Campidoglio contemplando le venerande rovine
dei monumenti di Roma antica, come piangeva il Boc-
caccio discendendo le scale della biblioteca di Monte Cas-
sino, se perdurano ancora quei sacri furori d' affetto per
l'antiehità e quella smania scopritrice, piuttosto quali
atteggiamenti nuovi degli ingegni più colti che non
effetto di profondo sentimento della bellezza e della sa-
pienza antica; già la ricerca ansiosa del monumento
aveva dato luogo alla riflessione, allo studio, già i piü
valenti, a quel fuoco che divampava d'ogni canto d'Italia,
sentivano accendersi una fiamma nel petto, e dalla con-
templazione degli adorati scrittori si rivolgevano alla
diffusione del pensiero antico divenuto il loro pensiero.

Già Leonardo Aretino, il Poggio stesso, il Manetti,
il Biondo, il Piccolomini di cui la. storia contro il suo
desiderio ricorda più volentieri l' Enea che non il Pio, per

nominarne solo alcuni, avevano dato alla Storia, alla

Poesia, alla Novella, al Trattato morale nuovo contenuto
XXV

nella forma più elegante della lingua latina. Il vecchio
Guarino doveva ancora a Ferrara difender gli studî pro-
fani dalle accuse che scagliava contro di essi dal pergamo
fra Giovanni da Prato, ma in breve lo scherno mordace
del Panormita e l’invettiva violenta del Valla spezze-
ranno gli ultimi baluardi della scolastica medioevale.

E a Napoli appunto, dove non s’era spenta la tradi-
zione della prima rinascenza illustrata dal re Roberto,
il re da sermone, da Dionigi de Roberti e da Paolo di
Perugia, che coni suoi studî doveva formar larga messe
di facile erudizione al Boccaccio, il Beccadelli aveva ot-
tenuto nella Corte di Alfonso quella indulgenza ai tra-
scorsi giovanili che invano avrebbe altrove cercato, e
nel Plinianum, e nel portico che prese il nome da lui
aveva raccolto intorno a sè tutti gli ammiratori della sua
facondia e della sua erudizione; e l'autore della Decla-
ratio De falso creditat et ementita donatione Constantini
poteva ricever dal Magnanimo, benché infermo, quella
protezione che niun altro prineipe avrebbe forse osato pre-
stargli.

Il Pontano, giunto a Napoli col re, trovò nel Panormita
un valido aiuto, gli incoraggiamenti più fraterni; lo ac-
compagnó in una sua ambasceria in Toscana, e ottenne
per suo mezzo un impiego presso un ministro di Alfonso.
Il tempo che gli rimaneva libero lo dedicava allo studio
e a pubbliche letture dei migliori storici e poeti in un
circolo di amici, i più nobili della città, ammiratori della
eloquenza e della coltura del giovane umbro.

Bisognerebbe provar che il Valla abbia avuto in Na-
poli una cattedra di retorica per asserire col Gothein
che dopo la partenza del polemista romano il Nostro
occupasse quell’insegnamento. Sembra, però, certo che
il re Alfonso lo nominasse allora maestro del suo nepote
Giovanni di Navarra, ed egli mostrò subito non solo tutta
la sua valentia come istitutore, ma anche la sua pa-
zienza, il suo tatto diplomatico nel destreggiarsi fra le
subdole arti dei cortigiani ostili alla cultura umanistica

che non comprendevano.
..
ESRI

e Le tei

Alla morte di Alfonso, entrò ai servigi del re Ferrante
come segretario dell'onnipotente Petrucci, e, dopo breve

tempo, fu a lui affidata interamente la composizione delle
lettere regie, mentre dapprima non aveva che il compito:
di rivestir di forme eleganti il pensiero del principe.

Consideriamo dapprima nel Pontano l’uomo politico :
il nostro studio potrà trarne profitto, poichè dopo aver
apprezzato la sua attività nelle sue più esterne apparenze,
saremo in grado di valutar meglio l’ umanista scrittore
di trattati morali e scientifici, il poeta, e infine l'uomo
nella famiglia e fra i suoi amici.

Tl Petrucci, su cui la mutevole sorte rinnovò la tragica
fine di Pier delle Vigne, fu amorevole maestro al Pontano
nella difficile arte di governare, in nome di un principe
come Ferrante d’Aragona, un popolo come quello che
formava il Reame di Napoli.

Quanta diversità di tradizioni, di pensieri, di tendenze
fra i disparati elementi che lo costituivano! Da un lato
i signori feudali, i baroni, veri reguli come amavan chia-
marsi, dall'altro i patrizi della città di Napoli, la nobiltà
dei Sedili, e poi i borghesi dei comuni liberi, la popo-
lazione marinara, i contadini benestanti della Campania,.
i pastori, i primi nuclei di quella plebe che prese in
seguito il nome di lazzaroni, e infine i forestieri. E ciascun
gruppo, ogni ceto ha i suoi diritti da mantenere, le sue
pretese da affacciare contro i diritti e le pretese della
classe più vicina, e.tanto più vivi erano gli attriti dacchè
Ferrante aveva eccitato la borghesia contro i baroni con-
cedendole favori senza però darle la forza necessaria a
sormontare durevolmente, nè aveva avuto il coraggio di
liberarsi dalla mala compagnia degli Aragonesi e dei Ca-
talani come il padre gli aveva raccomandato di fare dal
suo letto di morte.

Ma non solo coi prudenti consigli, con l' indefesso la-
voro del diplomatico, il Pontano recava così utile aiuto al
suo signore chè, appena scoppiata la guerra per l'inva-
sione di Giovanni d' Angió, noi lo vediamo al eampo di

Ferdinando e non già come semplice storiografo, come
XXVII

tranquillo cancelliere, ma come risoluto ed andace uomo
di guerra néi momenti più pericolosi e decisivi. Sotto le
mura di Troia, se pur non dobbiamo lasciar trascorrere
il nostro entusiasmo fino al punto di fraintender le pa-
role stesse del Nostro, come succede al Tallarigo, egli ar-
recò certamente il più energico soccorso nel terribile scom-
piglio che avrebbe rinnovato la sconfitta di Sarno. E con
tanto maggior diletto ascoltiamo le sue vive azioni di gra-
zie al santo delle battaglie, al divo Giorgio, che aveva dato
la vittoria al Duca di Calabria contro ai Turchi sotto le
mura di Otranto, perché sappiamo ch’ egli divise i peri-
coli e le ansie di quella guerra sempre al: fianco del suo
principe.

Né doveva attendere riposi troppo lunghi l’ infatica-
bile ministro perchè la congiura dei Baroni desta un nuovo
incendio nel Regno, e Ferrante avrebbe visto crollar l' e-
difizio eretto col suo coraggio, col suo accorgimento e con
la sua crudeltà se Innocenzo VIII, vinto dalla parola e
dalla fama del Pontano, non avesse abbandonato i ri-
belli accettando la pace a condizioni tali che il più abile
neszoziatore politico non avrebbe mai potuto sperare.

Morto sul patibolo il Petrucci, dopo breve .volger di
tempo e nuovi trionfi, il Pontano occupò l’ officio di se-
gretario di stato, e nelle istruzioni intorno al processo dei
baroni ribelli, e nelle corrispondenze con la curia ponti-
ficia e nell’ amministrazione interna non sappiamo quel
che ammirar di più se la operosità instancabile o il senno
ognor vigile. E vigile sopratutto era il vecchio ministro
che all’ appressarsi del nembo addensato dall’ ambizione
del.Duca di Bari, come egli chiamava Ludovico il Moro,
scriveva da Caserta a Ferrante nell’ ottobre del 93:
« Francia vi vien adosso, Spagna vi tiene in mano,
aspettando il tempo e lo Duca di Bari pur tuttavia prat-
tica etiam con li Tedeschi li quali sono poverissimi. Non
vogliate servare li soliti costumi, e tanto state più solerte ve-
dendo lo Papa con tanti nuovi cardinali. Lo buon parlare
con questi oratori è buono: lo scrivere è megliore: ma lo

ottimo è lo fare, e dare ad intendere che v'avvedete e
—— 7
Tace
ES

E

==

SS

==

—_ + —————@=m ===

XXVIII

state a casa. Il fiorentino se ride de alcuni vostri ragio-
namenti e il milanese vi beffa . . . . . In li grandissimi
pericoli buono aiuto è la corazza, ma lo animo fa lo tutto :
mostrate l' animo vostro e non vi noca la vecchiezza,
che raffredda il sangue. Per Italia se dice che la fortuna
v’ have aiutato, ma che voi havete mancato a la ven-
tura vostra. La ventura sole esser fatta come la pelle, che
all’ ultimo, è forte a scorticar la coda.

Sete vecchio e tutta Italia, Francia e Spagna vi sono
congiurate contro e non v’ aiuteranno e lo Turco vi cor-
rerà addosso come fanno le mosche all’ inferno.

Sieché al ben dire aggiungate lo fare, che vol dire
ben provvedere. Non vi fate pecora —. Non fidate tanto
in Dio, perchè non te aiuta senza te, in li casi dove 1’ huo-
mini se ponno aiutare ». !

Ma Ferrante vien meno, e la viltà di Alfonso II la-
scia libera al re francese la via di Napoli invano con-
tesa ‘dal prode Ferdinando II.

All’orgoglioso trionfatore il primo ministro, il fidato
consigliere degli ultimi Aragonesi tenne l’orazione di
lode e di ossequio che il Guicciardini biasimava? Le
più recenti indagini tendono ad accertare quel dubbio,
e noi che non dividiamo quei sacri terrori di alcuni
critici per le debolezze dei grandi uomini, non osiamo
nemmeno coartare i resultati della imparziale ricerca
per disporre entro la cornice di una figura storica. tutte
le virtù che dovrebbero abbellire la natura umana.
Preferiremmo, invero, di veder il Pontano seguir la
cadente fortuna di Ferdinando anzichè dare egli stesso
a Carlo le chiavi di Castel Nuovo; vorremmo piuttosto
vederlo precipitare nel trabocchetto dei tradimenti spa-
gnoli insieme con Federigo invece di leggere la dedica
di un suo libro a Consalvo; ma non dobbiamo dimenti-
care i tempi in cui egli visse, non dobbiamo dimenticare
anzitutto, che gli umanisti del quattrocento sono tutti
un poco condottieri, nè credono venir meno ai sentimenti
dell’ onesto e del bene.

Nella tranquillità circondata dal rispetto dei nuovi
XXIX

signori, dall’ affetto degli amici, dall’ ossequio di tutta
Italia si raccolse negli estremi anni della sua vita quel-
l' illustre spirito: ora nei profumati recessi dell’ Antignano,
nelle sacre ombre del suo tempietto, nelle frescure del
Portico a riordinare, a correggere e ad arricchire di nuovi
scritti la sua prodigiosa opera letteraria. ;

Non ho esagerato: l'uomo che abbiamo visto con
tanta solerzia assorto nelle molteplici cure dello stato, e
dalle missive ai principi d' Europa redatte con finissima
astuzia, passar, per virtü di una mirabile versatilità, alla
amministrazione di una spedizione di guerra o di una guar-
nigione perduta nei monti degli Abruzzi, questo stesso la-
sciò ai posteri, in prosa, sei libri intorno alla Guerra fra Fer-
dinando e Giovanni d'Angió, i trattati De Obedientia,
De Liberalitate, De Magnificentia, De Prudentia, De Ser-
mone, De Fortuna, De Principe, De Beneficentia, De Splen-
dore, De Conviventia, De Immanitate, De Magnanimitate,
De Sermone e De Aspiratione: i dialoghi intitolati Cha-
ron, Antonius, Actius, Aegidius, Asinus: i libri astro-
nomici, De rebus coelestibus, De Luna, e il Commentario
intorno a cento sentenze di Tolomeo : e in poesia, i poemi
didattici De Stellis, Meteororum, De Hortis Hesperidum,
La Lepidina, ‘gli Hendecasillabi, iTumuli, le Neniae, gli
Amores, De Amore Coniugali, gli Epigrammi e De Lau-
dibus divinis.

E una attività così multiforme, così geniale, così libera
non si manifesta solo per circonfondere di un'atmosfera
di venerata, temuta dottrina l’infaticato scrittore, ma si
diffonde come aura ispiratrice di energici impulsi, di no-
bili aspirazioni in tutto l’ambiente letterario della grande
città e avviva nuovi spiriti e suscita nuovi studî, sveglia
affetti imperituri, crea, in una parola, l' Accademia Na-
poletana che passa celebrata nella storia col nome glo-
rioso di Gioviano Pontano, Gioviano chè ben gli conve-
niva tal nome, non quale meschina e irreverente defor-
mazione del cristiano appellativo di Giovanni, ma quale
legittimo onore reso al maestro di così eletta schiera,

figlio prediletto di Giove, pater omnium deorum.
pers

A

Quando il Panormita mori, già un gruppo di begl' in-
gegni illustrava in Napoli la scienza e le lettere.
Giovanni Attaldo insegnava con molto plauso filosofia
Aristotelica nell’ Università; Alessandro d’ Alessandro seri-
veva i Dies Geniales, Tristano Caracciolo seriveva opere
storiche, Giano Anisio satire: Girolamo Tagliavia rinno-
vava l’opinione del pitagorico Filolao sul movimento
della terra intorno al sole: Antonio Ferrari, detto il Ga-
lateo, dimostrava la probabilità di trovare il passaggio

alle Indie Orientali navigando verso Ponente: Antonio

Flaminio saliva in gran fama per gli studî astronomici,

ed era già adolescente il Sannazzaro che fu poi l'Ac-
tius dell’ Accademia, l’ Apollineo Sincero.

S'io sapessi ritrarre dai dialoghi del Pontano un solo
riflesso dell’arte smagliante che li ha dettati, potrei di-
pingervi la vita dell’ Accademia che palpita ancora in
quelle descrizioni, in quelle dispute, in quegli aneddoti
ridonando l’aspetto, il pensiero, la parola a quei liberi
ingegni per cui il regno del misticismo è finito, per cui
il medio evo coi suoi languori, coi suoi terrori dell’oltre
tomba è scomparso, la cui immaginazione è popolata di
giulivi fantasmi e il cuore pieno di gioconde emozioni.
Nei Dialoghi ci appaiono i compagni del Pontano cia-
scuno nel suo carattere: prima di tutti più vicino al
Pontano, il Sannazzaro, Tristano Caracciolo e il Galateo, e
attorno a loro tutti gli altri sodali Marullo il Greco,
Elisio Calenzio, Altilio, i due Poderini, il Compatre, il
Cariteo, 1’ Acquaviva, il Capece.

E i più notevoli aspetti che l’ Accademia presenta allo
studioso si riflettono con ogni fedeltà di contorni e di co-
lorito nei Dialoghi del Nostro: la indipendenza da ogni
autorità, il diletto di scrutare i varî atteggiamenti del
pensiero popolare e l’ affetto delicato che stringeva fra di
loro i compagni non già fra le reti insidiose di un mal-
sano desiderio di lotte infeconde a sfogo di povere ambi-
zioni, ma avvincendoli nel comune sentimento di combat-
tere insieme la nobile battaglia della civiltà contro la bar-

barie e contro la pedanteria dei erammatici.
I 8

»
XXXI

Come liberale profuse i suoi doni al Pontano quando
scriveva i suoi dialoghi la Dea Versuzia ch’ egli celebrava
nel verso immortale !

È mirabile infatti, l' agilità con cui quella mente po-
teva dalle laboriose aridità grammaticali del De Aspira-
tione, dalle sottili disquisizioni astronomiche dei lunghis-
simi 14 libri De rebus coelestibus, cangiar forma, stile, pen-
siero e dettar le pagine dell’ Antonius e dell’Asinus. Quale
vivacità di situazioni comiche, di detti faceti, «di satira
briosa che non ferisce e si compiace di rivolger crudele
il ferro nella piaga, ma punge, sferza, leva un riso so-
noro e trascorre.

Dissero già che quella naturale disposizione del cuore
e della mente a osservare con simpatica indulgenza le
contraddizioni e le assurdità della vita, l' humour, è la
caratteristica delle letterature anglo-germaniche e che se
appare talvolta a deboli sprazzi anche nella nostra let-
teratura moderna, noi la derivammo dallo Sterne, dal
Richter, dal Dickens dall’Hawthorne, dal Thackeray : eb-
bene, io vorrei che alcuno studiasse, per tale riguardo, un
pu’ meglio il pensiero italiano del primo rinascimento, leg-
gesse poi attentamente i dialoghi del Pontano, e son certo
che anche a questo studioso sorgerebbe in animo il dubbio
che anche questa vena dell’ Àwmour sia sgorgata dalla
letteratura umanistica italiana.

Intanto l’Antoniusel’Asinuscirappresentano la Vanity-
Fair della vita napoletana di quel tempo, l' Antonius singo-
larmente.

Siamo nel portico Antoniano dove il Panormita soleva
trattenersi in dotti e arguti colloqui coi suoi amici e coi
molti ammiratori della sua dottrina:

Un siciliano che è venuto a Napoli per veder quel luogo
tanto famoso prega Pietro Compatre, in cui s'imbatte, d’in-
dicarglielo. Il Compatre gli dice che è proprio quello il
portico che cercava, ma Antonio è morto, quel sapiente
che aveva così grande esperienza della vita, quel filo-
sofo che aveva compreso il segreto della felicità umana

perchè ricordando nos latere et bonorum et malorum
XXXII

causas, esortava a referre omnia ad Deum, a rifletter che
se nel mondo non vi fossero le sciagure non vi sarebbero
nemmeno gli uomini virtuosi, che la vita è lotta, e come
son salubri le acque correnti, e nocive quelle che rista-
gnano, così l’uomo deve educarsi nei travagli invece
di avvilirsi nell’ignavia. Indi sopraggiunge un altro
amico del Panormita, Enrico Poderico, e quando è pas-
sato un viandante frettoloso che rivela tutta la sua
ignorante superstizione, ecco all'improvviso uscir sulla
via un pubblico banditore che dichiara espressa volontà
regia che Gioviano Pontano possa uscir di casa senza
esser molestato dai grammatici e dai grecizzanti.

j appunto viene innanzi uno di costoro, che, gonfio
di boria bizantina, canta un verso di Pindaro, e se il
Compatre non trattenesse il forestiero, questi che non
capisce il greco credendosi offeso da quell’ %;1970v uiv 02»
gli si farebbe addosso.

Sedato il tumulto, il Poderico sferza la corruzione
della nobiltà napoletana e all’ arrivo del Contrario e del-
l’ Elisio si accende una viva discussione intorno a Marco
Tullio e a Quintiliano e ai grammatici che offendono il
sommo Virgilio. Composto il dissenso, ecco Suppazio che
ha fatto un giro per le varie città d’Italia e ne ha ripor-
tato ie più fosche impressioni e le costole ammaccate da
un grammatico perchè aveva usato a sproposito un
ablativo, e, terminato il suo racconto, si avvia alla casa
del Pontano che sa infermo. Anche il forestiero vorrebbe
accompagnarlo, e il piecolo Lucio il figlio prediletto del-
l'illustre poeta vien fuori a narrar nei più intimi parti-
colari una scena di gelosia fra il babbo e la mamma
mentre Suppazio si salva a stento dalle furie della signora
che lo prende per un confidente del suo volubile marito.
Ma un frastuono di trombe e di grida rompe la via: un
corteo di maschere accompagna un cantastorie e un
istrione: quello sale in bigoncia per narrar le guerre
di Sertorio e Pompeo, questo per derider tutti e il poeta
stesso.

E così svariati, vibranti di vita e di colore son questi
XXXIII

dialoghi, di cui molto ci sfugge, ma di cui resta pur
tanto per ammirare il fecondo ingegno del loro autore,
per eomprendere che prima, molto prima di noi, lo spi-
rito letterario, liberatosi dalle pastoie della scuola, aveva
applicato senza gretto esclusivismo, con geniale larghezza
la nostra trita formula dell’ Arte per l' Arte.

E a lato dei Dialoghi, giardini lussureggianti di frondi,
aperti al baeio del sole napoletano, dove la voce del sa-
piente si mesce alle grida dei popolani, alle risà argen-
tine dei fanciulli, ai canti dei cerretani, ecco sorger
maestoso il severo edifizio delle opere morali in cui il
disegno e l'ornamentazione si accordano in una fine eu-
ritmia di linee e di svolgimento.

In questi suoi scritti non dobbiamo cercar presenti-
menti nuovi, non possiam trovar accenni di nuove teorie
filosofiche: Pontano é un Aristotelico, avverte il Fiorentino,
ma in una cosa si diparte dal suo prediletto maestro, nel
dire la virtù fine a se stessa, e da ricercare per sé non
per altro fine. Il che lo disgiunge non solo da Aristotele
ma anche dai predecessori: dal Valla, dal Filelfo, i quali
Si erano piü aecostati ad Epicuro.

Egli sente più di ogni contemporaneo la serietà della
vita chè per lui l’umanismo e la virtù hanno la stessa

radice. Ravvicinate quei versi dell’ Urania

Quid vexare deos frustra iuvat ? Ordine certo
Fert natura vices, labuntur et ordine certo

Sydera, tam varios rerum parientia casus

e quel tratto del De Prudentia: In animo mihi credite
felicitas maxima e Y altro più notevole: Scrivendo intorno
alla morale wmana noi scriviamo di Dio stesso a cui nulla
può esser di più gradito e di più caro che à precetti di
una sana educazione, e avrete compreso lo spirito infor-
mativo dell'opera filosofiea del Pontano. Un vigoroso
senso pratico guidava nella speculazione psicologica que-
sto poeta la cui fantasia si spingeva poi fino alle più re-
mote stelle per ritrarne negli esametri l'immacolato splen-

dore.
Nè dico in tal modo per abbellire la mia frase con i

mezzi più vieti della topica laudatoria: nelle opere mo-
‘ali del Pontano la connessione enciclopedica degli ele-
menti, forse mantenuta per la tradizione della scuola, che
serbava tenace la tendenza alla Summa, si rivela in tutta
la sua integrità organica come effetto di un disegno pre-
stabilito.

Dalle premesse del trattato del Principe derivano lo-
gicamente, scolasticamente direi, i principî svolti nella
Fortezza, nella Magnanimità, nella Immanità: corollarii di
questi vengono i cinque trattati della Liberalità, della Ma-
gnificenza, dello Splendore, della Convivenza, e sono tutti
insieme la norma di vita del Principe. Pel suddito poi lo
statista dettava i libri De Obedentia, e per porgere con-
sigli al suddito e al Principe nei loro reciproci rapporti
scriveva della Prudenza.

E sempre chiara, lucida la esposizione, sempre ricca di
esempi tratti dalla storia più recente, dalla vita più intima
degli uomini illustri del suo tempo, dei suoi stessi amici.

Né l’avvicendarsi fortunoso degli eventi, né i sug-
gestivi timori che aleuni gli manifestavano per la salute
dell’ anima sua, né la vecchiaia che affralisee anche le
tempre piü forti valsero mai a far vacillare le sue convin-
zioni intorno alla netta separazione della morale dalla
credenza religiosa.

Dove senti davvero la stanchezza dello serittore é nel
trattato De Sermone composto negli ultimi anni della sua
vita quando le reminiscenze di un' esistenza cosi agitata,
così avventurosa, sovrapponendosi all’ esame dei fatti, si
accumulano, si confondono dileguando talvolta in una
troppo loquace divagazione retorica.

E ormai può posare la stanca mano, ormai può ac-
quetarsi la fantasia fra i casti pensieri della tomba, poi-

ché una voce misteriosa gli sussurra :

Fama ipsa assistens tumulo cum vestibus aureis:
Ore ingens, ac-voce ingens, ingentibus alis

Per populos late, ingenti mea nomina plausu

TTT


XXXV

Vulgabit, titulosque feret per saecula nostros
Plaudentesque meis resonabunt laudibus aurae

Vivet et extento celeber Iovianus in aevo.

La nobile superbia quaesita meritis,la fiera coscienza
di una vita consacrata al vero e all'onesto, il ricordo dei
suoi cari morti formano l'ultima consolazione del suo
romitaggio. La sua diletta Adriana, la sua prima sposa,
è già morta da molti anni: ella ha voluto seguire Lu-
cietta la vezzosa fanciullina, primo pegno di tanto amor
coniugale. Glie l'avea detto fra le lagrime amare la mi-
sera madre quel dì che fra le mani tremanti rivolgeva
i balocchi, i lavorucci, i gingilli della sua poverina, e il
padre colle lagrime agli occhi aveva ascoltato quelle voci
e quei voti di morte.

« Ecco, riprendi, figlia mia, riprendi il tuo ventaglino,
lé tue forbicette, riprendi la tua veste di seta e aspet-
tami amor mio, aspettami fra poco ».

E di li a poco mori lo sposo della sua Aurelia che
avea accasato insieme con l'altra sua figlia Eugenia
presso nobili e onorate famiglie, e il piecolo Lucilio che
era venuto a rallegrar col suo sorriso infantile la casa
del vecchio poeta dopo il suo secondo matrimonio.

Sull' unico maschio, sul figlio della sua Adriana, sopra
Lucio Francesco, erano raccolte le sue speranze quando
a trent'anni anch'esso scese nella tomba; ma lui, e lo
dice in versi stupendi al Sabellico, quanto più la sven-
tura lo vuol prostrato, tanto più si risolleva coraggioso
a sfidarla. Chè anzi, egli vuol confortarsi nelle miserie e
nella solitaria vecchiezza col canto delle Muse e distrarre
il pensiero affaticato contemplando le ninfe che scher-

zano sui margini del Sebeto.

E

$ giusto: le vaghe apparizioni che consolano il vec-
chio poeta, le visioni dei eorr di Naiadi che vengono a
ispirar gli ultimi suoi canti sono le luci ehe avvivarono
sempre la Musa sua e da queste trae il principale carat-
tere tutta la sua opera poetica.

Il Pontano non è poeta epico, nè possiede il vero en-
ie zie ie

XXXVI

tusiasmo lirico. Troppo ingenua è la smania di esaltarlo
in coloro che scorsero nell’ Urania i pregi del poema e par-
larono di una macchina; affermarono, senza poterla addi-
tare: noi non vi sapemmo scorgere che una splendida
serie di episodi l'uno più vivace, più leggiadro del-
l’altro; ma, il disegno dell’opera non è di gran lunga
diverso da quello così rigidamente scolastico che di-
vide, suddivide, fraziona la materia in tutte le possi-
bili categorie del trattato astronomico De rebus coelesti-
bus. E questo difetto, se pur vogliamo chiamarlo cosi,
deriva appunto dalla esuberante fantasia del poeta u-
manista: dinanzi al suo sguardo le immense vie del
cielo non son più percorse da spiriti evanescenti che
trasvolando cantano l’armonioso Osanna; gli sfolgoranti
pianeti non rendono più per virtù de’ mistici motori la
melodia spiritale dell’ universo, ma in ogni stella, in ogni
plaga del cielo s’ accende per il poeta’ una visione ter-
rena in cui fra lo stormir delle frondi nel risveglio di
un’ eterna primavera, lo scrosciar dei torrenti, il canto de-
gli augelli, cantano le Napee, sorridono le Driadi, geme
Anfitrite sul corpo di Adone e le grida festose delle
Nereidi soffocano le voci del bellissimo Ilo.

Erasmo non aveva torto a rimproverare al poeta del-
l'Urania che leggendo i suoi versi non si sa se parla un
pagano ovvero un cristiano, ma aveva anche ragione il
Sabino quando a difesa del suo venerato maestro gli rim-
beccava: Conduntur poemata ut nobis cum deletactione
prosint non ut ex illis Christi praecepta discamus.

E il diletto, il più gradito degli spiriti colti del tempo,
il diletto della risurrezione delle forme dell’arte classica
nei suoi più vaghi aspetti, nelle sue scene, nei suoi drammi
più attraenti è lo scopo della poetica pontaniana.

I fenomeni meteorici formano argomento di un’ altra
composizione didattica in cui il lettore, stanco di quel
barbaglio di quadri dissolventi, si ferma a meditare am-
mirando la magnifica chiusa in cui si predice la cata-
strofe del mondo “abitato per opera di una nuova terra

che deve sorgere dai gorghi dell’ Oceano, dove su nuovi
XXXVII

campi, con nuove leggi s' acqueterà la stirpe umana af-
faticata, esausta da tante sventure.

E cada pure infranto dai cardini il mondo, ma resti al
poeta il tempo di celebrar le ninfe protettrici del Sebeto,
le deità tutte del Golfo di Napoli, e invitar i suoi amici,
la sua Fannia, la sua Focilla ai bagni di Baia dove sulle
tepide acque riddano come protervi amoretti i procaci en-
decasillabi sferzandosi coi rami di mirto strappati ai giar-
dini dell'Antiniano.

Vi fu chi chiamò riposata la voluttà del Pontano:
credo che non pensasse alle Baiane, agli Amores, all’ Eri-
danus: vorrei far giudici voi con la lettura di alcune di
queste poesie; ma per quanto Ze latin brave Ul honnéteté,
non mi par proprio il caso di provocare una tal discus-
sione: dirò come diceva il Panormita quando lo interro-
gavano intorno a qualche difficile controversia letteraria :
Ite ad Iovianum. Andate dal Pontano.

E in questa così ricca concezione di immagini sfol-
goranti, in questa così svariata produzione di figure, di
quadri che dalle azzurre vie dello Zodiaco si diffonde
qual vena prorompente, inesausta di calore e di vita
poetica, sui giardini di Formia a rievocare gli splen-
dori degli orti delle Esperidi e si mesce con l’Acque del-
l| Eridano a celebrar le. bellezze della sua Ferrarese;
in questa duttilità ammiranda di pensiero per cui dopo
aver dati consigli al prudente colono per la coltivazione dei
cedri, il frutto sacro a Venere, il poeta s'appressa alla
cuna del suo Lucietto a blandirlo con le dolcissime Neniae,
e poi all'orecchio di Fannia, i cui occhi lampeggiano,
sussurra il giambo salace; in questa pompa di suoni e colori
il verso di Virgilio e di Catullo si piega ai nuovi sen-
timenti, cede sotto i colpi misurati dell’artefice, si assot-
tiglia a ornamento diafano, leggero, impalpabile, ma
conserva sempre la- sua immacolata purezza.

Nel Pontano non abbiamo più l’ umanista che per la
tradizione petrarchesca coltiva la bucolica avvolta nel
velo dell’ allegoria, come il Salutato, Tommaso di Ser Rigi

da Perugia, Pier Candido Decembrio, per ricordarne
= TER

n2

^

XXXVIII

alcuni; né la sua forma è aucora incerta, malsicura come
nel Loschi e nel Vegio: l'assimilazione è perfetta, né
potremmo trovarla uguale nemmeno nel Filelfo, nel Por-
cello, nel. Poggio: solo il Poliziano gli può stare a paro,
ma cede a lui. per l'impeto e la continuità.

E dove meglio ammirar questi pregi, dove meglio
ammirar l'arte del Pontano che nella sua Lepidina?

Lepidina, la sposa del Pontano, la virtuosa Adriana
stanca per il pondo ascoso e pei doni che reca al Sebeto

e a Partenope di cui sono imminenti le nozze, si riposa

col suo Macrone, il Pontano, sotto l' ombra d' un albero,

di quell'albero stesso presso al quale si giurarono un
giorno eterno amore. Mentre rievocano i grati ricordi,
ecco un corteo di giovani e di donzelle che cantano le
lodi degli sposi, seguiti da un coro di Nereidi, e le Ninfe
di Posilipo, di Mergellina, di Capri, di Vico Equense, di
Amalfi a cui tengou dietro i Tritoni che gridano: Dici-
mus'o Hymeneae, himen ades Hymeneae.

E poi le. ninfe urbane e suburbaue Butina, Ulmia,
Pistasi, Labulla e Formella, e giovanetti e fanciulle che
scherzano attorno al vecchio Capodimonte che va innanzi
a lento passo appoggiandosi al bastone, e lo stesso Vesuvio
dalla vetta del monte scende giu sul suo asinello et spar-
git sua munera plebi.

Plebs plaudit varioque asinum clamore salutant.

Indi alle Driadi e alle Oreadi del golfo segue la musa
Antiniana che augura agli sposi ogni sorta di felicità e
insieme con tutto il corteo muove al palazzo del Sebeto.

La Lepidina è il componimento più notevole dell'arte
poetica di Gioviano, perché a nostro parere ne rappresenta
i suoi più importanti caratteri: la distribuzione episodic:
dell'insieme anche dove il racconto è più semplice, la ge-
niale assimilazione della eleganza latina che dà vita ad
uno stile, la spontaneità delle immagini per cui la perso-
nificazione dell’ inanimato balza improvvisa palpitante
di vita al tuo sguardo, la voluttà temperata, frenata, dal-

l’affetto coniugale.

La Lepidina che celebra le mistiche nozze del Sebeto
XXXIX

e di Partenope segna anche la fine della poesia avvivata
dall’ afflato umanistico; essa manda l'ultimo canto, il
canto del piacere fra gli inni che echeggiano sulle pen-
diei di Mergellina in mezzo all’ esultanza e al tripudio
di tutti i Semidei del Golfo incantato.

Il Gran Pane è morto davvero.

Non esagerato ossequio, non simpatia offuscatrice del
vero, ma convinzione serena dedotta da studio affettuoso
ci permettono di conchiudere additando nel Pontano una
delle più segnalate figure del Rinascimento, quella in
cui si ottemperano in più armonico accordo i caratteri
principali di quel periodo storico.

Statista integerrimo che poteva rispondere fieramente
ad alcune accuse mossegli da Ferdinando d’ Aragona:
La mia povertà basta a difendermi : filosofo che nel campo
della morale s' avvicina per meraviglioso spirito di pra-
tica osservazione ai più moderni concetti dell’ Etica : in-
telligenza libera, nemica di ogni pedanteria, ma non sfre-
natamente audace: animo proclive ai più gentili affetti,
genio poetico capace di ritrarli con squisita leggiadria:
qual gloria più pura? qual voce, qual manifestazione di
lode ad essa condegna ? Non certo la mia: la vostra sol-
tanto che avete voluto recare così splendido omaggio

d’affetto e di stima a Giovanni Pontano.
1
,
= E = = = —— ro = =

n
GLI STATUTI DELLA COLLETTA DEL COMUNE D' ORVIETO

PARTE II.

GODE Eo (IND. d.

Il codicetto che si stampa ora per la prima volta, porta,
nell' archivio comunale antico d'Orvieto, il N. 3 della parte I,
serie II. Gli abbiamo invece assegnato il N. 1, perchè è il più
anlico degli statuti della colletta orvietana, della quale abbiamo
parlato nel fascicolo I del volume 1 di questo medesimo £ul-
lettino. Fu scritto probabilmente nella prima metà del secolo XIV,
se non lo si voglia attribuire precisamente al 1312, come si legge
nell’ inventario manoscritto di quell’ archivio.

Misura 0;34 X 0,23 !/,. Ha larghi i margini superiore ed in-
feriore, in media 0,05 !/, ; molto stretti al contrario i margini de-
stro e sinistro. In quest'ultimo veggonsi rozzamente disegnate
varie figure, le quali rappresentano gli oggetti sottoposti alla
gabella, i pesi e le misure adoperali per quelli; mentre nel mar-
gine destro è indicato il valore dei dazi da pagarsi.

E scritto su pergamena in: carattere tondo, grande e bello.
Le intestazioni dei capitoli sono in rosso. Tutto il manoscritto è
assai ben conservato.

Questo codicetto è uno statuto, come abbiamo accennato, della
colletta o gabella orvietana, imposizione la quale gravava sulle

1
—_ =_=:

2

-—

G. PARDI

merci introdotte in città o trattene fuori, sulla vendita al minuto
degli oggetti, sopra i molini, gli uffici, gl' impieghi, i cottimi, le
pensioni, i livelli, le misure, i pesi, le bestie, le doti, i testamenti,
le arti, ecc. (1). :

Uno degl' introiti pià abbondanti della colletta era fornito dal
dazio sull'introduzione delle merci e delle veltovaglie entro le
mura della città e sull’ esportazione delle medesime.

Quest ultima specie di gabella con l'andare del tempo è stata
abolita, perché avrebbe danneggiato grandemente il commercio,
senza obbedire piü alla necessità di tenere lontane le carestie
allora frequenti e tremende (2). Invece il dazio sull' introduzione
degli oggetti si è mantenuto e costituisce uno dei cespiti. mag-
giori d’entrata per i moderni Comuni.

ll codice N. 1 non contiene se non i dazi d'introduzione e
d'uscita, che si possono quindi paragonare al nostro dazio-consumo.
Dal paragone apparirà, speriamo, la differenza tra la vita antica e
l'odierna, la diversità dei bisogni delle moltitudini, la dissomi-
glianza dei criteri, che hanno guidato i reggitori dei Comuni me-
dioevali e guidano oggi i nostri finanzieri nello stabilire i dazi.

Apparirà ancora come siffatte imposizioni fossero talvolta più
gravose e colpissero maggior numero d’oggetti che non ora. La
qual cosa desterebbe forse maraviglia, se non si considerasse
che molte delle repubbliche medioevali si reggevano per ga-
belle, a cui sopratutto chiedevano gl'introiti necessari per sop-
perire alle spese pubbliche; mentre ai giorni nostri sono sorte
altre specie d' imposte. Inoltre i sistemi di queste sono stati pro-
fondamente modificati dall’ unione di quei minuscoli stati in uno
stato solo, dalle esigenze del commercio e dell’ industria. Infine gli
antichi uomini di finanza rivolgevano di preferenza gli occhi ai
dazi di consumo per la comodità ed il vantaggio pratico dell’esa-
zione, criteri ai quali un tempo si dava un’ importanza maggiore

che non oggi, per le speciali condizioni politiche ed economiche

(1) Citiamo le varie specie di^gabelle nell'ordine nel quale si trovano descritte
nel codice più completo della colletta orvietana.
(2) Infatti gravava specialmente sui commestibili.
i4

e

e

GLI STATUTI DELLA COLLETTA, ECC. 5

delle repubbliche ed i concetti della finanza e della ragioneria di
quell’ epoca.

Per paragonare i dazi di consumo dei Comuni medioevali con
quelli odierni, non sarà inutile avere sott'occhio le leggi che li
regolano ai nostri giorni in Italia. Perciò, per rendere più agevole
il paragone, le poniamo qui in nota (1).

(1) Legge 8 luglio 1864, n. 1827.
ARTICOLO I,

E imposta a pro dello Stato una tassa o dazio sul consumo del vino, dell’ aceto,
dell’acquavite, dell'alcool, dei liquori e delle carni. ....

ARTICOLO II.

|; del pari imposta a pro dello Stato una tassa sulla fabbricazione della birra
e-delle acque gazose..... (Questo articolo non ha per noi alcun interesse. perché
tali generi sottoposti al dazio di consumo non trovano riscontro in generi di con-
sumazione medioevale. Cosi l'articolo III, che non riferiamo nemmeno).

ARTICOLO IV. (Lo diamo nella forma, in cui é stato modificato
dalla. legge del 28 giugno 1866, n. 3018).

Sono Comuni di prima classe quelli di una popolazione agglomerata superiore
ai 50,000 abitanti. Sono Comuni di seconda classe quelli di una popolazione agglo-
merata da 20,001 a 50,000. Sono rispettivamente Comuni di terza o quarta classe quelli
di una popolazione agglomerata da 8,001 a 20,000 ed inferiori ad 8,000.

ARTICOLO V.

I Comuni delle prime tre classi sono dichiarati chiusi. I Comuni di quarta
classe non potranno essere dichiarati chiusi se non quando o sieno capoluogo di
circondario, o ne facciano domanda, od intendano mantenere o stabilire per conto
proprio un dazio d? introduzione.

ARTICOLO VI.

Il dazio sul consumo si riscuote nei Comuni chiusi alla introduzione dei DE 0-
dotti ‘indicati alla tariffa nel recinto daziario del Comune. . . .°.

ARTICOLO VIII.

Pei Comuni aperti o per le porzioni di Comuni chiusi, che sono al di fuori del
recinto daziario, il dazio di consumo si riscuote sulla vendita al minuto, comunque
fatta, del vino, dell'aceto, delP acquavite, dell'alcool e dei liquori: sulla macellazione

^
rs

=

metuens =:

G. PARDI

Con queste leggi odierne noi intendiamo paragonare il dazio
di consumo d'Orvieto sul principio del secolo XIV, prendendo
per base del raffronto il codice N. 1 della colletta.

Osserveremo anzitutto che Orvieto è un Comune, chiuso per
effetto degli articoli 4 e 5 della legge del 1864. Pertanto gli an-
tichi dazi d’ introduzione entro le mura della città corrispondono
precisamente a quelli pagati oggi per introdurre le merci e gli

delle carni è sulla introduzione nei luoghi di vendita delle carni fresche di bestia
bovina macellate in altri Comuui. . . . .

ARTICOLO XIII.

È data facoltà ai Consigli comunali di imporré sulle bevande e sulle carni una
tassa addizionale a quella governativa. I Consigli comunali possono inoltre imporre
un dazio di consumo sugli altri commestibili e bevande, sui foraggi, combustibili,
materiali da costruzione, saponi, materie grasse ed altre di consumo locale di natura
analoga ai generi suindicati. Sono esclusi da questa facoltà i materiali da costru-
zione ed i combustibili destinati agli arsenali di terra e di mare e per quell’uso ef-
fettivamente, consumati. Ai Comuni chiusi è fatta pure facoltà di porre dazi di
consumo sulla vendita al minuto degli oggetti contemplati in questa legge.

Legge 28 giugno 1866, n. 3018.
ARTICOLO I.

L'articolo 8 della legge 3 luglio 1864, n. 1827, è applicabile a tutte le carni an-
noverate nella nuova tariffa. . . .. (La tariffa annessa alla legge del'64 parlava. sol-
tanto di carni bovine. La nuova tariffa del'66 vi aggiunge le ovine e le suine).

ARTICOLO VI.

I Consigli comunali possono imporre una tassa addizionale di consumo sulle
derrate annoverate all'articolo I [vale @ dire vino, aceto, acquavite, alcool, liquori,
carne, farine, riso, olii, burro, sego, strutto bianco e zucchero]; ed un dazio di con-
sumo sugli altri commestibili e sulle altre bevande, sui foraggi, combustibili, mate-
riali da costruzione, mobili, sapone ed altre materie di consumo locale di natura
analoga ai generi suindicati, e ciò sino all importo del 10 per cento sul loro valore.

Legge 11 agosto 1870, n. 5784.

I Consigli comunali possono imporre:
a) Una sopratassa sui generi colpiti da dazio di consumo a pro dello Stato
sino al 50 per cento del medesimo,
b) Un dazio proprio sopra gli altri oggetti nel limite del 20 per cento del
valore. :
DIA 49

-

GLI STATUTI DELLA COLLETTA, ECC. (9)

oggetti entro la cinta daziaria del Comune; mentre le tasse sulla
vendita al minuto, non contemplate nel codice N. 1, ma im-
poste anche in Orvieto nel medioevo, come appare dal codice N. 2
della colletta, corrisponderebbero a quelle pagate per la mede-
sima vendita nei Comuni aperti. Il confronto adunque tra la ta-
riffa daziaria orvietana del principio del secolo XIV e ‘quella at-
tuale si può fare con precisione, non tenendo tuttavia conto del
dazio di consumo stabilito a pro dello Stato sul Mino: l' aceto;
l'aequavite, l' alcool, i liquori e le carni.

11 $ I del codicetto della colletta contiene la gabella d'in-
troduzione dei panni e dei guarnelli (tessuti d' accia e bambagia).
Ora le stoffe non pagano più per effetto della legge fondamentale
del '64. Invece nel secolo XIV erano sottoposti ad un dazio assai
rilevante non solo i panni nuovi ultramontani, milanesi, fioren-
tini, pratesi, senesi, pisani, ecc., ma anche i panni vecchi.

La bambace pure pagava allora. una tassa d’ introduzione,
mentre è esente adesso da gabella come materia prima, come
quella cioè che deve subire una trasformazione (S Il).

Persino i panni fatti in Orvieto eran daziati quando si
estraevan dalla città (S V). Ai nostri giorni invece, come s'é
già detto, è abolita la gabella sull’ uscita delle merci dalla cinta
daziaria, la quale ostacolava e gravava di troppo le industrie

cittadine. I medesimi panni orvietani eran tassati quando si

portavano a. calcare (gualcare) ($ IV); come pure i guar-
nelli mandati a curare, vale a dire ad imbiancare, a purgar
dalla bozzima ($ III).

Pagavano, una volta, le penne per il letto (S VI) e le lane,

per le quali non si riseuote ora gabella: le lane sono, come la

bambace, materia prima.

Quanto alle varie cose che servivano all'arte della lana
(S.VIID) tutte daziate nel 1312, ora non possono essere sottopo-
ste a gabella. se non la resina e la gomma; ma generalmente non
lo sono. La robbia (radici adoperate per tinta e per concia) paga
oggi soltanto alla dogana.

I generi da calzolaio, cuoiami, ecc. (S IX) sono esenti ora
da dazio. Infatti tale imposizione era dannosissima all’ industria
delle cuoia molto importante per la vita comune. « Qual'è la
materia (domanda il Campbell), che abbia tanta e così svariata
G. PARDI

6

atlitudine a soddisfare i ‘nostri bisogni, a fornirci di comodi in ogni
stadio della nostra vita? » (1).

L’imposta sul cuoiame, introdotta dalla regina Anna in In-
ghilterra, venne abrogata nel 1830. Fu stabilita pure in altri
paesi, ma ora non sussiste più. Ne hanno dimostrati i gravi in-
convenienti vari dotti economisti, uno dei quali il Parnell nella
sua Riforma finanziaria (2).

Quanto alle materie comprese sotto il S X del codice N. 1,
l'oro, l'argento e la seta,- da lavorare e lavorati, non pagano
più gabella. Si è stimata più razionale delle altre I? imposta sulla
seta, oggetto di lusso e che non può servire come l’oro e l'ar-
gento a svariate arli ed industrie; tanto che il deputato Alber-
toni propose di introdurre di nuovo il dazio sulle sele e le
stoffe di lusso, togliendolo sugli elementi di prima necessità, quali
il sale e le farine. Ma tale proposta non fu accettata, perchè,

D

sebbene giusta, avrebbe grandemente scemali gl’introiti dell'erario

‘pubblico. Inoltre l'industria della seta va decadendo in Italia,

dove Lucca, la prima città che la coltivasse largamente nella
penisola, adoperava nel secolo XIV qualche migliaio di telai ed
impiegava non poche migliaia di persone.

Riguardo poi alle materie dichiarate nel $ XI (mercanzie),
noi abbiamo ora un piccolo dazio sopra i metalli in genere con-
siderati come materiali da costruzione (articolo 13 della legge del
1864 ed articolo 6 di quella del '66); e per la stessa ragione
(come colori) sulla biacca e sul verzino. Invece nel secolo XIV
ad Orvieto eran variamente tassate tutte le mercanzie, tutti i me-
talli lavorati e da lavorare, i colori, ecc. |

I vetri eran tassati una volta in Francia come mercanzie di
consumo locale — lavorati — in Inghilterra come materiali da
costruzione — non lavorati — (3). Ora non pagano più. Così pure
non pagano più il balsamo, l’ allume, gli oggetti di cuoio lavorato,
il legname lavorato (non in mobili, sottoposti a gabella per l'ar-

(1) MAc.CULLOCA, Trattato sui principii e sui pratici effetti delle imposte e del
Debito pubblico. (Bibl. del Economista, serie 22, tomo X, pag. 183).

'2) ESQUIROU DE PARIEU, Trattato delle imposte considerate sotto U aspetto storico,
economico e politico in Francia ed all Estero. (Bibl. dell? Ec., s. 22, tomo IX, p. 5:6).

(3) Ivi, ivi, p. 5252. :

.
diy A

GLI STATUTI DELLA COLLETTA, ECC. T
ticolo 6 della legge del 1866), il mazzacotto, il solfo — quest’ ul-

timo perché serve all'agricoltura, ecc. Rimane invece ancora
l'imposta sul sapone (articolo 6 citato), gravissima in Inghilterra
al tempo. della regina Anna, dalla quale fu introdotta; quella
sulla carta d’ogni specie (come materia di consumo locale, arti-
colo 6 citato), eccettuata la cartapecora, che non serve più per
‘vero all'uso comune; e quella sulle budella considerate- come :
commestibili (articolo 48 della legge del ’64).

l| $ XII riguarda l'introduzione dei metalli lavorati e non
lavorati. I primi pagavano nel 1312 un dazio più forte dei secondi,
poichè una soma, cioè 400 libbre, di ferro non lavorato era tas-
sata 6 soldi cortonesi, ed una soma di rame lavorato era tas-
sata 16 soldi. Ora invece gli oggetti di metallo lavorato (uten-
sili di commercio o d° arte, purchè non sieno adoperati per mo-
bili, articolo 6 della legge del '66) non sono più sottoposti a
gabella, mentre pagano dazio i metalli non lavorati, considerati
come materiali da costruzione.

Con il medesimo criterio son tassati i chiodi e le bollette,
perchè, sebbene metalli lavorati, tuttavia servono per le costru-
zioni. Al contrario, non son gravati più di dazio di consumo i
vasi di stagno, le brocche, le pale, le vanghe, le zappe, i ferri e
le fibbie per cavalli, gli spiedi, le mannaie, la armi, ecc. (utensili
di commercio o d’arte e non materiali da costruzione).

Il S XIII parla « de rebus pertinentibus ad artem spitiarie ».
Di queste non pagano più la pece (come bitume), il zafferano,
l'incenso, ecc., ma pagano il pepe. come coloniale (commestibile),
l’indaco ed il cinabro come colori (materiali da costruzione), il
miele come commestibile e la cera come combustibile.

Essendo i commestibili le cose di primissima necessità per la
vita umana, sono Stati generalmente tassati, perchè potevano pro-
cacciare un grande reddito ai governi. Tutti i commestibili, fin
dal 1810, erano colpiti in Prussia da una gabella, a vantaggio dello
Stato, che si riscuoteva alle porte delle città. Un’ imposta generale
sui commestibili è stata ideata ed applicata da varî legislatori
finanziari; ma è questa una delle più gravose per il popolo, tant'è
vero che una simigliante proposta generò in Danimarca, nel se-
colo XVII, una rivoluzione.

Le tasse sopra:i combustibili colpiscono pure oggetti di prima
—TTTTT.=Tr=5"w

8 G. PARDI

necessità, e non sono quindi migliori di quelle sopra i comme-
stibili, dei quali è stato in tutti i paesi sottoposto a dazio lo zuc-
chero, sostanza più rara, sebbene di meno generale consumo,

‘dei cereali, della carne e del sale. In Ispagna la tassa sugli zuc-

cheri rappresentava, 25 anni fa, il 10 o 12 per 100 dell’ entrata
totale delle dogane, ed in Russia erano enormi le tasse sullo
zucchero esotico ; ma, come aggiunta ai dazi di consumo, la ga-
bella sugli zuccheri è una delle più proficue conquiste dei finan-
zieri del secolo XIX.

Fra i generi di spezieria, il dragante (modernamente adra-
gante) può in taluni luoghi esser tassato come gomma, ma gene-
ralmente non lo è. Delle cose pertinenti. all’ arte. dei pelliccia
(S XVIII), le pelli non pagano più.

La cacciagione ed i pesci ($$ XV e XVI), il cacio e le uova
($ XVII), il lardo e le carni secche ($ XVIII), le frutta ($ XIX),
gli erbaggi (S XX), le olive e l'olio (S XXI) son tutti sotto-
posti a dazio come commestibili. L'imposta sulle carni è tra
queste, una delle più facili a riscuotersi e grava sopra un ele-
mento meno essenziale che i grani e le farine. Generalmente
però l'imposizione sulle carni è stata esatta piuttosto all'atto della
vendita che non come dazio di consumo all’ ingresso delle ciltà.

Gli olii sono principalmente materie alimentari, ma possono
servire anche per l’ illuminazione. Come alimenti non dovrebbero
forse esser sottoposti a dazio, perchè possono essere sostituiti
da altri generi, più facili a prodursi ed a consumarsi senza
essere tassati.

Una delle imposte sopra i commestibili più dannose agli uo-
mini ed alla pastorizia è quella sul sale: la quale produce tutta-
via un grandissimo reddito agli Stati. E perciò che si trova in
tutti i tempi e nei climi più diversi. La Bibbia ce’ insegna che
esisteva già in Siria al tempo dei Macabei (Mac., X). Ma non sì
è pagata, generalmente, all’ introduzione nelle città, come . nella
repubblica orvietana sul principio del secolo XIV.

Il $ XXII del codice N. 1 contiene il dazio sui marmi e sulle
pietre, tassati ancora come materiali da costruzione ; il S XXIII
quello sul legname, sottoposto a gabella esso pure come mate-
riale da costruzione, non già lavorato, se non in mobili. Perciò
pagano le tavole di noce, d’ abete (materiale grezzo), ecc. Ma non
GLI STATUTI DELLA COLLETTA, ECC. 9

già le botti, i tini, le doghe, i cerchi, le ruote, ecc. Tuttavia le
casse ed oggetti consimili pagano come mobili. Il lino, la canapa
e la stoppa (S XXIII) non son più colpiti da gabella. Delle biade
($ XXIV) ora sono tassate le fave ed i ceci e gli altri legumi
come commestibili; ma non paga il grano grezzo (materia prima).
Il miglio ed il panico non son generalmente tassati, ma lo pos-
sono essere come foraggi, per l'articolo 15 della legge del 1864.

Il S XXVI tratta: del dazio sul vino e sul mosto, generi sotto-
| posti ancora, come bevande, a dazio di consumo e gravati per di
più di un'imposta a pro dello Stato. L'imposizione sulle bevande,
dopo quella sopra i commestibili, è una delle più fruttuose per
l’ erario pubblico, e nello stesso tempo colpisce generi meno
necessari alla esistenza che non i primi. Dei liquidi spiritosi,
naturalmente, il vino è stato il primo ad essere tassato. Questa
tassa può essere stabilita: 1.° sulla produzione (come era in
Prussia, Sassonia ed altri Stati germanici; 2.° sulla vendita ;
3.° da pagarsi alla dogana od all’ ufficio del dazio consumo.
Nelle repubbliche medioevali si pagava una imposta sulla pro-
duzione, ed un’ altra quando si introduceva nella città 1° uva, il
mosto od il vino.

Il 8 XXVII contiene il dazio d’ introduzione delle gioie, ora
tolto; il S XXVIII quello sul bestiame che si conduceva in città.
Questa tassa era in parte un pedaggio (ora abolito) ed in parte
un dazio di consumo (mantenuto anche adesso).

Le legna ed i carboni ($ XXIX) pagano ancora come com-
bustibili; i vasi ($ XXX) posson esser tassati nella categoria degli
oggetti diversi; le tegole ed i canali pure come materiali da. co-
struzione.

Osservando quanto abbiamo esposto innanzi, possiamo a
buon dritto trarne la conclusione che il dazio-consumo ad. Or-
vieto, come in molte altre antiche repubbliche italiche, era esteso
su di un numero molto maggiore di oggetti che ora non sia; e
che il legislatore medioevale gravava indifferentemente la mano
su tutto, senza curare di troppo le esigenze dell’industrie e del
commercio, intendendo solo a trarre dalle gabelle il massimo in-
troito possibile senza disgustare grandemente il popolo, poichè
appunto questo è uno dei criteri, che han sempre guidati gli uomini
di finanza nell’ imporre le tasse.
G. PARDI

Avendo pertanto esaminate le differenze, le ‘quali passano
tra l'antico ed il moderno dazio-consumo per riguardo agli oggetti
colpiti dal medesimo, esaminiamo ora la diversità della tassa che
gravava nel medioevo e grava ai nostri giorni su questi: confron-
tiamo l' antica tariffa daziaria della repubblica orvietana con
quella moderna del Comune d' Orvieto.

CATEGORIA I. — Bevande. e

I vini di lusso pagano ora lire 8.00 l'ettolitro: nel 1312 il
vino greco e napoletano e la guarnaccia di Genova (vini di lusso
in quel tempo) pagavano 12 denari cortonesi ogni soma. La soma
era del peso di 400 libbre ed il danaro cortonese valeva, secondo
un calcolo fatto dal Cibrario, 0.0364. Pertanto abbiamo che, mentre
ora si paga lire 8.00 ogni ettolitro (300 libbre), una volta si pagava
lire 0.44 ogni 400 libbre: il che equivarrebbe a lire 0.33 ogni
300 libbre.

Il vino puro paga ora lire 5.25 all’ ettolitro : una volta pagava
lire 0.14 ogni soma, cioé lire 0.11 ogni 300 libbre. Il vinello ora
lire 2.62 all' ettolitro, nel 1312 lire 0.7 ogni soma. L'uva ora
lire 2.75 l' ettolitro e nel 1312 lire 0.7 la soma. L' aceto ora lire 5.25
.l'ettolitro e nel 1312 lire 1.31 la soma.

CATEGORIA Il. — Carni.

Per le bestie grosse è difficile istituire un confronto tra l'an-
tico ed il moderno dazio-consumo, perché una volla pagavasi una
somma determinata per ciascun capo di bestiame, qualunque ne
fosse il peso, mentre ora pagasi a seconda del peso loro.

I bovi son oggi daziati lire 9.00 al quintale. Ma poiché la
media del peso di un bove è più che 900 libbre, per ognuno di
essi pagasi di dazio-consumo più che lire 27.00. Una volta in-
vece pagavasi lire 4.37, cosi per un bove, come per un vitello
ed una vacca, che son daziati ora egualmente a lire 9.00 al quin-
tale ed hanno l' uno circa 500 e l'altra circa 700 libbre di peso.

Una simigliante proporzione è tra il dazio antico e il mo-
derno delle altre bestie grosse. Ad esempio, per un porco, am-
Lour go

GLI STATUTI DELLA COLLETTA, ECC. 11

mettendo che abbia in media un peso di un quintale, si. paghe-
rebbe ora lire 9.00 mentre nel 1312 pagavasi lire 2.18.

Per gli animali piccoli è più facile istituire un confronto tra
l'antica e l’odierna gabella, essendo basate ambedue non sul
peso, ma sulla specie e sul numero degli animali medesimi.

Il dazio di un cappone e di un' oca è ora lire 0.25, una volta
era di lire 0.11, di un pollo ora lire 0.5 e una volta pure lire 0.5 ;
di una lepre ora lire 0.20 e una volta lire 1.81.

CaTEGORIA III. — Pesce.

Il pesce di lago e d’acqua dolce è daziato ai nostri giorni
lire 0.10 al quintale. Una volta invece una soma di pesce del
lago di Bolsena, come tinche, lucci ed anguille, era daziata
lire 5.19 ; una soma di pesce del lago Trasimeno lo stesso, ecc.

Il pesce di mare paga oggi lire 0.15, un terzo di più di quello
di lago e d'acqua dolce, mentre una volta aleune specie di pesce
marino pagavano circa la metà di questo.

La tonnina è tassata ai di nostri lire 0.10 al quintale, men-
tre nel 1312 lire 8.73 alla soma ; l'anguilla salata ora lire 0.20
e nel 1312 lire 2.88.

CaTrEGORIA IV. — Farina e Riso.

Nel 1812 non pagava dazio la farina quando si introduceva
in città, ma il grano allorchè si portava a macinare: quindi non
sì può istituire alcun giusto raffronto, anche perchè ora la gabella
è basata sul peso ed allora invece sul volume.

Oggi un-quintale di farina di frumento paga lire 0.70 di da-
zio-consumo; nel 1312 di un. raserio (equivalente forse ad uno.
staio) di grano, che portavasi a macinare, si pagava lire 0.58.

‘Del riso non è fatta menzione nel Codice N. 1.

CaTrEGOnIA V. — Materie grasse.

L'olio vegetale ed animale paga oggi lire 6.00 all’ ettolitro,
G. PARDI

una volta era daziato lire 3.00 ogni brocca. Calcolando la brocca
di circa 10 litri, si ha che ogni ettolitro d'olio pagava nel 1312
lire 30.00. |

Un quintale d'olive é tassato oggi lire 0.67, nel 1912 una soma
delle medesime era tassata lire 0.43.

CarEGoRIA Vl. — Formaggi.

La gabella dei formaggi scelti è ora di lire 0.40 al quintale,
nel 1312 era di lire 1.00 al filo, ed il filo era di 50 libbre.
Perciò si pagava ogni quintale di formaggio lire 6.00.

CarEGoniA VII. — Coloniali.

Lo zucchero paga ora lire 6 al quintale, nel 1812 pagava
lire 4.37 ogni 100 libbre, cioè lire 13.12. al quintale; le noci mo-
scate oggi lire 6.00 al quintale, nel. 1912 lire 10.50; il pepe lo
stesso.

CaTEGORIA VIII. — Commestibili diversi.

Le castagne fresche e secche, daziate ora, non lo erano sul
principio del secolo XIV. 1 limoni e gli aranci. pagano oggi li-
re 4.00 al quintale ed allora pagavano lire 1.78 alla soma; le
mandorle rispettivamente lire 6.00.e lire 0.87; il miele lire 6.00:
e lire 3.05. Le fave, i ceci ed altri simiglianti legumi pagano ora
lire 0.22 al quintale e pagavano nel 1312 lire. 0.43 al raserio.
Pertanto, ammettendo che il raserio corrisponda. al nostro staio,
avremmo che le fave ed i ceci pagavano nel 1312 circa lire 1.50
al quintale, poichè uno staio di legumi pesa all’incirca da 90 a
100 libbre. Gli erbaggi pagavano variamente da 1 a 12 denari cor-
tonesi (da lire 0.12 a lire 0.43).

CATEGORIA IX. — Foraggi.

I foraggi non erano sottoposti a dazio nel 1312. GLI STATUTI DELLA COLLETTA, ECC. 13

CarEGORIA X. — Combustibili e saponi.

Carbone: dazio moderno lire 0.50 al quintale, dazio antico
lire 0.22 a soma. i

Legna: dazio moderno lire 0.05 a soma, dazio antico lire 0.4
a soma.

Cera: dazio moderno lire 30.00 ‘al quintale, dazio antico.
lire 5.24 a soma.

Sapone: dazio moderno lire 3.00 al. quintale, dazio antico
lire 3.05 a soma.

CateGoRIA XI. — Materiali da costruzione.

Ferro (al quintale): dazio moderno lire 0.75, dazio antico li-
re 1.75.

Acciaio (al quintale): dazio moderno lire 1.50, dazio antico
lire 9.15.

Stagno (al quintale): dazio moderno lire 2.00, dazio antico
lire 10.45.

Delle tegole non si puó fare che un imperfetto raffronto, per-
ché ora le tegole alla marsigliese. pagano lire 3.50 al cento, mentre
nel 1312 pagavano lire 0.29 a soma.

Marmi grezzi: dazio moderno lire 1.00 al metro cubo, dazio
antico lire 0.14 a soma. :

Tavole di noce: dazio moderno lire 0.75 al quintale, dazio
antico lire 0.22 a soma.

Tavolé di abete: dazio moderno lire 0.35 al quintale, dazio
antico lire 0,43 a soma. |

Tavole di castagno e di pioppo: dazio moderno lire 0.05 al
quintale, dazio antico lire 0.22 a soma.

CaTEGORIA XII. — Oggetti diversi.

I mobili in legno sono oggi divisi in tre classi, delle quali
pagasi di dazio rispettivamente lire 5.00, lire 3.00 e lire 1.50.

Anticamente gli ‘oggetti di legno lavorato pagavano tutti in
generale lire 2.11 alla soma.
G. PARDE,

Dei mobili in metallo, naturalmente, non si ha ricordo nella
colletta orvietana.

La carta è daziata oggi da lire 2.00 a lire 1.00 al quintale,
nel 1312 la carta di bambace era tassata lire 3.05 alla soma.

Delle terraglie, delle cristallerie, delle stufe, dei. caloriferi e
delle: profumerie (inutile il. dirlo). non si ha alcun esempio nel
codicetto delle gabelle.del 1312.

I vetrami di 1» classe pagan ora lire 5.00 e.quelli di 2»
lire 1.00 al quintale; nel 1312 si pagava lire 2.62 per ciascuna
soma di vetro lavorato.

Abbiamo sopra veduto come i reggitori delle repubbliche me-
dioevali — ce ne porgono un esempio quelli d' Orvieto — gra-
vassero la mano su. tutto nell'imporre le gabelle. Si, può dire
che qualunque oggetto dovesse . passare per le porte delle città
(sempre all'entrarvi e spesso all'uscirne), era sottoposto a dazio.
Se qualche genere, tassato oggi, non lo fu allora, è perchè o
sfuggì all’ attenzione degli uomini di finanza di questo o quel
Comune (cosa che succedeva ben raramente), o perchè avrebbe
dato un reddito troppo esiguo e quindi trascurabile, o perchè
semplicemente non esisteva ancora o non era in uso nel Comune
medesimo. Ma, se da un lato erano più estesi i dazi e quasi ge-
nerali, dall'altro lato si deve considerare che furono, in massima,
più tenui, almeno in Orvieto. Sembra dunque che mirassero i
nostri antichi a colpire gli articoli di lusso, risparmiando più che
loro fosse possibile i generi di prima necessità (saggia norma
economica); mentre i moderni finanzieri fanno scaturire il reddito
delle gabelle specialmente dai generi di prima necessità come
quelli che, essendo.di universale consumo, possono meglio degli
‘ altri impinguare |’ erario.

Le repubbliche medioevali italiane applicarono questo criterio
nell’ imposizione delle gabelle, costrettevi in parte dal timore delle
carestie terribili allora e della necessità quindi di non porre, per
evitarle, gravi -dazi sopra i generi di prima necessità, quali le
biade ed'il vino ; spintevi, da un'altra parte, dai bisogni del po-
polo (a cui essi pure apparterievano), per il quale è alimento ne-
cessario e sufficiente il pane ed il vino, mentre gli altri oggetti
di consumo non sono così strettamente necessari a tutti: deve

L]
GLI STATUTI DELLA COLLETTA, ECC. 15

pertanto, chi voglia e possa acquistare una cosa superfiua, pa-
garla bene (1).

Abbiamo infatti veduto che il vino di lusso è ora tassato 24
volte di più che non fosse nel 1312, ed il vino comune quasi 50
volte di più. E mentre si pagava una tenue somma per introdurre
in città una soma di vino (lire 0.14), se ne pagava una molto
maggiore (lire 1.30) per estrarne una stessa quantità.

Come molto minore era il dazio antico sulle bevande che non
quello odierno, così era minore per le carni, le quali. venivan
tassate tanto all’ entrata quanto all’ uscita, e non di rado più in
questo secondo caso che nel primo, per timore, al solito, della
carestia. Nondimeno le carni di uso non comune e squisite, come
le lepri, pagavano assai più allora che non ora.

Gravemente daziato era il pesce, forse perchè costava molto
ed era quindi un commestibile più adatto pei ricchi che per i
poveri.

Delle materie grasse l'olio sembra pagasse più d' adesso, le
olive meno.

Il formaggio, commestibile di lusso, era daziato 30 volte più
d'ora. Ed una grave gabella pagavano i coloniali (zucchero, noci
moscate, pepe), d'uso meno comune e costosissimi allora.

Al contrario i commestibili più usuali, eccettuati forse i le-
gumi, erano tassati molto meno. Così pure tra i combustibili (og-
getti anch’ essi di prima necessità) il carbone e la cera; anche
le legna da ardere avevano un dazio alquanto minore.

Il sapone, non adoperato certo come adesso e quindi oggetto
di lusso, pagava presso a poco, una gabella uguale a quella
odierna.

I materiali da costruzione generalmente eran daziati di più
nel 1312 che non ora. Soltanto le tavole di noce eran tassate

(1) Questo medesimo criterio fu adoperato dai reggitori d' Orvieto nello stabilire
la tariffa del massimo prezzo degli oggetti e delle vettovaglie dopo la peste del 1348.
Infatti, mentre fu imposto che della cucitura degli abiti comuni non si désse se non un
prezzo determinato, circa un quarto.di più di quello che era costume di pagar per
l’ innanzi, della cucitura di abiti non semplici o da, ecclesiastici si doveva pagare
quanto piacesse al sarto. (G. PARDI. A. proposito di un articolo di M. Kovalevschy
sulle conseguenze economiche della peste in Italia. Bollettino della Soc. Umbro di
Storia patria, fasc. T, vol. II, n. 4).
16 G. PARDI

meno d'adesso, perchè ai nostri giorni il noce è considerato come
un legname di lusso, per gli usi maggiori e più fini in cui l' ha
fatto impiegare il progresso dell' industria. e dell’ arte ; mentre nel
secolo XIV era considerato come un legname qualsiasi, alla stre-
gua del castagno e del pioppo.

È da notare, riguardo ai materiali da costruzione, che le
pietre introdotte in città per servire alla costruzione della catte-
drale di santa Maria erano esenti da dazio, perchè il celebre
duomo, cominciato a costruirsi da 20 anni appena, veniva consi-
derato come opera d’ utilità pubblica. Così i Comuni moderni esen-
tano da dazio cose d'interesse generale (ad esempio, il Comune
di Orvieto ha esentati gli oggetti adoperati per l’ impianto della luce
elettrica); cosi i Governi le cose reputate d' utile nazionale, quali
i materiali da costruzione ed i combustibili destinati agli arsenali
di terra. e di mare (art. 13 della legge fondamentale daziaria).

Il.

Il codicetto N. 1 della colletta. orvietana apporta adunque,
s'jo non erro, un lieve ma non dispregevole contributo alla sto- .
ria delle imposizioni dei Comuni medioevali italiani. Esso inoltre
(altra ragione che mi ha spinto a pubblicarlo) puó'in qualche modo
giovare agli studi di dialettologia, essendo scritto nel linguaggio
parlato ad. Orvieto sul principio del secolo XIV. Abbiamo pertanto
in questo piecolo codice uno dei più antichi e meno brevi docu-
menti del dialetto orvietano, e possiamo apprender da esso le ca-
ratteristiche del medesimo in quel tempo.

Desterà in alcuno meraviglia il vedere, che il piccolo statuto
della gabella orvietana è scritto in. volgare anzichè in latino,
come sono infatti gli altri codici della colletta, e come si scri-
vevano. allora quasi tutti i libri pubblici e specialmente poi gli
statuti, i volumi più ragguardevoli degli archivi comunali di
quell’ epoca. Ma senza dubbio il nostro statuto non è se non
una traduzione in volgare di altro, statuto in latino, falta per
la più facile intelligenza delle cose in esso contenute, per uso,
probabilmente, degli stessi ufficiali della colletta. Dimostrano
ció le intestazioni dei paragrafi conservanti ancora la forma
GLI STATUTI DELLA COLLETTA, ECC. 17

primitiva in rozzo latino e corrispondenti precisamente a quelle
«lei codici posteriori della gabella orvietana; e lo provano pure
le storpiature introdottevi da un amanuense ignorante nel trascri-
vere i litoli medesimi: quali apportas per ad portas, a operan-
dum per ad operandum, ecc.

Questa ipotesi giova a spiegare due fatti:

1.9 Perchè nello statuto più antico della colletta non sien
contenuti se non i dazi d'introduzione, mentre nel 1312 il sistema
delle. gabelle, con lo studio sopra gli ordinamenti daziari di Lucca
e di Siena, doveva essere ormai completo, e comprendere le tasse
sulla vendita al minuto, sopra gli uffici, i prestiti, i testamenti, le
doli, i cottimi, 1 molini, le taglie delle arti, ecc. Infatti, essendo
la parte, che riguardava l'introduzione delle merci e delle vetto-
vaglie, più importante per il reddito maggiore procacciato e più
difficile a comprendere per la quantità degli oggetti sottoposti a
gabella, fu compiuta una traduzione di questa sola parte. Della
quale, per di più, si occupavano i dugento buoni uomini eletti
di tra il popolo per raccogliere i dazi alle porte, non tutti pratici
certo del formulario latino. Le altre tasse invece erano riscosse
dagli ufficiali stessi della colletta, più pratici della cosa e della
lettura degli staluti.

2.° Perchè le voci adoperate nel codice sieno tanto latineg-
gianti, molto più forse di quello che realmente fossero le parole
usate sul principio del sec. XIV dal popolo orvietano. Infatti l'a-
manuense del medesimo, dovendo tradurre uno scritto in ‘latino,
è stato tratto forse dalle forme di questo ad usare le forme che
più vi si avvieinassero. Così alcune volte, non sapendo trovare
la corrispondente parola volgare, ha lasciato stare la voce
latina (in genitivo), ora premettendovi il segnacaso de, quasi
sempre. poi non premettendovelo nemmeno: prova questa evi-
dentissima della. traduzione da un testo latino. Così leggiamo:
panni meszelane (4), panno salvatici (6), soma palictorum et
bordorum (11), polvere oriscelli (35), soma vergorum, casel-
larum et vezzaminum (103), paru de pollastri, pizzuni, slarne, ful-
carum, cercelorum (137), soma de tele overe d'assarum (219), ecc.

Malgrado il latineggiare, nelle voci usate nel nostro codice
si scorgono le caratteristiche del dialetto orvietano, come già
nelle forme dei nomi personali e locali del magnifico catasto del

o
desta * .G. PARDI

1292 (1), si rinvengono tali caratteristiche dialettali ancorchè dis-
simulate dalle desinenze latine.

È facile pertanto scorgere la somiglianza del linguaggio ado-
perato ad Orvieto nel 1312 con il romanesco antico, il cui studio,
trascurato sino agli ultimi anni, è stato intrapreso valorosamente
dal Monaci, seguìto da valenti giovani (2). Confrontando le an-
tiche laude della provincia di Roma, gli statuti del castello di
Nemi, le visioni di Santa Francesca, il memoriale di Paolo Dello
Mastro ed il diario dell'Alberini (3) con il nostro breve codice orvie-
tano, se ne veggono agevolmente le rassomiglianze dialettali. Or-
vieto di fatto è congiunta dalla posizione geografica, dalle tradi-
zioni e dalla storia alla provincia di Roma, dalla quale è stata
disgiunta per ragioni politiche quando, per opera del suo illustre
concittadino Filippo Antonio Gualterio, ottenne di non fare più parte
dello Stato della Chiesa (1860). E naturale pertanto che risenta,
nel linguaggio pure, della sua collocazione, quantunque la vici-
nanza della Toscana ne modifichi in qualche modo e ne ingen-
tilisca la tendenza romanesca.

Due ragioni adunque ci hanno spinto a pubblicare il nostro
piccolo codice: l’amore per gli studi di storia economica ed il de-
siderio di giovare agli amanti della dialettologia.

Nella trascrizione del mss. sono state seguìte le norme indi-
cate dal quinto congresso storico italiano in Genova (e dal sesto
di Roma riconfermate), dal quale nell'adunanza del 24 settem-
bre 1892, fu emesso il voto, che nella pubblicazione degli antichi
documenti sia conservato fedelmente ciò che s’attiene alla sostanza,
alla lingua ed alla grammatica. Sono state sciolte pertanto le ab-

(1) G. PARDI, Ii catasto d? Orvieto del’anno 1292 (Bollettino della Soc. Umbra
di Storia patria, anno II, fasc. I1-III. Perugia, 1896, p. 280-0 e 295-9).

(2) E. MoNACI, Antichi statuti volgari del castello di Nemi (Archivio dela R.
Soc. romana di Storia patria, vol. XIV, fasc. I-II, Roma, 1891); E. MONACI, Laude
della provincia di Roma (Rendiconti della R. Accademia dei Lincei, classe di scienze
morali, storiche e filologiche, serie V, vol. I, Roma, 1892); M. PELAEZ, Visioni di
S. Francesca Romana (Arch. della R. Soc. romana di Storia patria, vol. XIV e XV,
Roma, 1891-2); M. PELAEZ, Il Memoriale di Paolo Dello Mastro (ivi, vol. XVI, Roma,
1893); ORANO, Il Diario di Marcello Alberini (ivi, vol. XIX, Roma, 1896).

(3) Citiamo soltanto, per non dilungarci di troppo, queste più recenti pubblica-
zioni, essendo ben note le altre come, ad esempio, la vita di Cola di Rienzo.
E ULI Ta è) " EET
x y È
GLI STATUTI DELLA COLLETTA, ECC. - 19

breviazioni, venendo mantenute soltanto, per comodità, le seguenti
che ricorrono molto frequentemente nel codice:

QC. — centinaio,

d. — denaro (o denari),

|l. — libra (o libre),

s. — soldo (o soldi) (1).

G. PARDI.

(1) Cogliamo l'occasione, che ci si offre propizia, per riparare ad un errore, in
cui siano involontariamente caduti nel precedente articolo intorno agli statuti della
colletta orvietana; dove, a pag. 38, abbiamo detto che innanzi al 1304 ad Orvieto si
pagava soltanto la gabella sulle possessioni od estimo. Invece v'era, anche prima di
quest'anno, sebbene non ordinata come in appresso, una specie di colletta. Troviamo
infatti negli atti del Consiglio delle Riformanze orvietane del 1295 (c. 164 t. che i
frati continenti, i quali stavano alle porte della città ad esigere i denari della ga-
bella per il Comune, dichiararono, sulla fine di quell' anno, di non voler più rima-
nere in detto ufficio.

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DE INTRATA COLLECTE APPORTAS (1)
CIVITATIS URBIVETERIS (2).

Imprimis statuerunt et ordinaverunt dieti correctores (3) quod ad
portas civitatis Urbiveteris debeat colligi intrata et collecta pro Comuni

Urbivetano, prout inferius continentur:

[I]. Decollecta pannorum et guarnellorum ad portas.

1. — Per ciascuno panno ultramontano e milanese, Tri s.
2. — Per ciaseuna soma de pangni fiorentini, pratese, senese et pi-
siano, Vinti s.
3. — E si fusse taglione per 1l. IIII d.
4. — Per ciascuna soma di panni meccalane (4), veronese, altronese,
fiorentino, acquapendente et romangnoli, Dece s.
D. — Per ciascuna soma de carfangnino, V s. VI d.
. 6. — Per ciascuna pecca de panno albasio, salvatici et capecci (5), II s.
(1. — Per ciascuna soma de panni de canape et lino, VIII s.
8. — Per ciascuna soma de boraggi over canavaggi (6), V s.
9. — Per ciascuna pecca de panni di stoppa over tomento, XII d.
10. — Per ciascuna pecca de tacconile, lagco et simili, XVIII d.
11. — Per ciascuna soma palictorum et bordorum ((), Dece s.
12. — Et se no fosse soma, per ciascuna pecca, II s.

(1) Per ad portas.

(2) La forma classica sarebbe Urbisveteris, ma forse in quel tempo si era perduta
la conoscenza della composizione della parola.

3) Saggi uomini eletti a correggere gli statuti orvietani in generale, o più
particolarmente gli statuti della colletta.

(4) Abbiamo innanzi notato come vi sieno nel nostro codice delle forme latine:
le metteremo in evidenza stampandole in carattere corsivo. Una, per esempio, é
meccalane per di mezzalana. Di consimili genitivi ne troveremo parecchi altri.

(5) Genitivi alla latina. i

(6) Nel margine sinistro del nostro codice si veggono riportati i nomi di taluni
oggetti, con carattere diverso da quello solito del mss. e con forme certamente di
un'epoca posteriore. Non abbiamo creduto doverle riferire sopra come se facessero
parte del testo; ma le registreremo in nota. Cosi nel margine sinistro, mella stessa
linea di canavacgci, è scritto canavacci. Terremo pure conto delle rozze figure fatte
a penna nel margine medesimo.

(7) Gen. latino. Di bordo erano per solito i materassi. GLI STATUTI DELLA COLLETTA, ECC. 21

13. — Per ciascuna soma de panni vecchi, Octo s.
14. — Et per ciascuna soma de carpite, de celuni e de cultre, Dece s. (1).
CISlot.

[II]. De bambasiis.

15. — Per ciascuna soma de banbace (2) soda, Dece s.
Per ciascuna soma de banbace filata biancha, XII s.
16. — Per ciascuno C. de banbace filata tenta, V s.

II]. De garnellis.

17. — Per ciascuna soma de guarnelli (3), VIII s.

18. — Detrattine li guarnelli che se mannano a curare, de li quali se
page per ciascuna pecca de li pelusi, VI d.
19. — Et per ciascuna pecca de guarneli duppii, VIII d.

[III]. De pannis Urbevetanis.

20. — Per ciascuno -panno orvetano (4) ehe se porta a valcare, VIII d.

(1) Non senza ragione certo affermava LuciANo BANCHI (Statuti ‘senesi, vol. II,
Bologna, 1871) che molti libri di storia scritti ai nostri giorni inseznano meno di un
semplice statuto delle antiche gabelle. Imfatti, egli osserva: « Aguzzando gli occhi del-
l'intelletto è facile discernere in quello statuto tutta quanta la vita domestica e
civile di que’ nostri arcavoli; vedervi la foggia delle loro case, i cibi della loro
mensa » ecc. Lo stesso potremmo ripetere per il nostro codicetto, il primo paragrafo
del quale enumera i panni introdotti in Orvieto per farne vesti. Esaminandone le
specie, vediamo che i più fini adoperati allora erano i panni forestieri (ultramontani)
e quelli milanesi. Non troviamo ricordati panni di lusso: indizio della vita sem-
plice degli Orvietani di quel tempo, che forse più dei panni forestieri e milanesi,
od anche fiorentini, pratesi, senesi e pisani, usavano quelli di mezzalana, di lino, di
canapa e di stoppa. (Delle specie varie di panni adoperate per le vesti signorili nel
sec. XV parla dottamente C. Mazzi nel fasc. II e III del Bullettino senese. di Storia
patria, anno III, Siena, 1896, pag. 156, descrivendo la casa di Bartalo di Tura).

(2) La bambace serviva per vari usi, tra cui per riempire i materassi e le coltri
dei letti. ;

(3) Il guarnetto era un panno di vari colori, bianco bigio nero, che serviva così
per abiti come per fodere.

(4) Di qui risulta che ad Orvieto pure era una manifattura di panni, i quali non
dovevano avere soltanto uso locale, una volta che erano gravati d'un dazio d'espor-
tazione, oltre ad essere sottoposti ad un pedaggio quando venivan recati a gualcare,
cioé a rassodare con la gualchiera.
_ G. PARDI

[V]. De eodem pannis (sic).

21. — Per ciascuna soma de panni orvetani, che se traguno for de la
cictade de Orvito, XVIII s.

[VI]. De penis (1) lectorum.

.99. — Per ciascuno C. al piso de la penna per lu letto, VI s.
23. — Id. de penna veechia per letto, VIII s.

[VII]: De. lanis (2).

24.'—— Per ciascuna soma de lana nostrale et marcone, VIIII s.
24 (bis). — Id. de lana de Garbo anellina, Dece s.
25. — Id. de lana sardescha et simile, VII s.
25 (bis). — Per ciascuna altra lana non especificata, VIII s.

c. 2T.
26. — Per ciascuna soma de stame filato, Dece s.
21. — Id. de tele, Dece s.
28. — Id. de lana provenzana, Dece s.

[VIII]. De rebus que pertinent
a (3) operandum artem lane (4).

29. — Per ciascuna soma de grana, Venticinque s.

.80. — Per ciascuno raserio de rascina et de gome, Tre s.

(1) Evidentemente per pennis. La penna si adoperava generalmente per riem-
piré i materassi. :

(2) Non é certamente privo d'interesse il conoscere quali’ specie di lana venis-
sero introdotte nelle nostre città per essere lavorate e quali oggetti servissero a
quest'arte della lana, una delle più notevoli delle città italiane in quel tempo. Ad
Orvieto fu portata dalla vicina Siena; ma ben presto si sviluppò e divenne una delle
arti più ricche.

(3) Evidentemente per ad.

(4) Nel margine sinistro di fronte al 8 VIII è disegnato a penna un agnello con

una bandiera e con sotto un panno di lana operato. FO ST — sa ® " Lo

GLI STATUTI DELLA COLLETTA, ECC. 23
31. — Per ciascuna soma de rubia grossa, Quatro s.
3915. Id. de rubia macenata, Octo s.
33. — Id. de guatu appana (1), Tre s.
94. — - Id. de guatu macenato (2), Sey s.
30. — Per ciascuna de polvere oriscelli, Dece s.
36. — Per ciascuna soma d’erbe logge, ginestrelle et simile, Quattro, s.
91. — Id. de cenere (3), Dui s.

[VIII] De rebus pertinentibus ad arte calzolariorum (4).

38. — Per ciascuna soma de cogia pelose, Octo s.

39. — Ma de le diete cogia pelose, quanno se portano ad ammollare a
: lu rigo, per ciascuna soma, Quattro s.

40. — Per ciascuna soma de cogia concie et de sole, Dece s.

41. — Id; 5 de scotanu (5) et simili, Tre s.

42, — Id. de quirico, Septe s.

48. — Id. de vergoli, Dui s.

44. — Id. de galla over de gallucca over pelglie, Qua-

ctro s. (6).

C. 210
45. — Per ciascuna soma de suvara, Dui s.
46. — Id. de pili de cavrioli, de somari et simili, Tre s.
47. — Per ciascuno paru de stivali, Sey d.
48, — Id. de calgarieti, Tri d.
49. — Per ciascuna soma de opera faeta de calcolari page all'essita et

all’ entrata, Dudici s.

(1) Appana forse per a pani od in pani. Leggiamo infatti nel cod. n. 2 degli
statuti della colletta orvietana (8 XXVII): salma guati in panibus, cioè di guato in pani.
Potrebbe anche darsi che appana stesse per a pania (ad pania, ad uso di pania).

(2) In margine : guato macinato.

(3) In margine : cenare (cenere).

(4) Di fronte al 8 VIII è disegnata la forma di una scarpa. L'arte dei calzolai
era una delle più proficue, perché più direttamente utile alla vita comune. Nel catasto
della città del 1292 (G. PARDI, 0p. cit., pag. 23) troviamo 17 calzolai possidenti di terreni.

(5) In margine : schotano. i

(6) A questo punto, nel margine inferiore della pagina, é aggiunto con carat-
tere diverso e posteriore: per ciascuna soma de cogia chonce d’asina paghi VI s.
"SG
Lá a

Ela E

G. PARDI

50. — Et entendase la soma de cece I. et qualunque persona ne tragesse
da XX pagia en giò over mectesse, per ciascuno paru, III d.
51. — Et da cccc l. en giò page pro rato.

[X]. De rebus pertinentibus ad artem mercantium (t).

59. — Per ciascuna l. de sirico tinto overe crudo, Tri s.

53. — Id. de filiscelli, Decedocto s.

54. — Id. d'auru venetianu filato, Quactro s.

55. — Id5 5 d'auru lucese, Quactro s.

06. — Id. d'argento lavorato en eschiegiali overo fregia-
ture, smalti e simili, Tri s.

57. — Per ciascuna onca de perne, Cinque s.

58. — Per ciascuna l. al pisu de sete laborato in borscie, corduni, fiecte,

. gerlande, carneri, guanti et simile, Quactro s.

59. — Per ciascuno C. a numero de follie d' auro et argento, Sey s.
Cz SAT.
60. — Per ciascuna dogina de bende over velieti de seta e de ban-

bace, Dui s.
61. — Per ciascuna docina de cappelle de seta o de banbace o cor
tina, Sey s.

(1) È disegnata nel margine una bilancia, stemma dell'arte dei mercanti orvie-
tani (G. PARDI, Il governo dei Signori Cinque in Orvieto, ivi, 1894; vedi tavole fototi-
piche in fine, dove son riprodotti gli stemmi delle arti orvietane tolte dalla campana
del popolo d' Orvieto, rifusa nel 1316). Si può pertanto supporre che l’ agnello con il
panno operato, che troviamo di fronte al paragrafo concernente l’arte dei lanaioli,
fosse lo stemma loro, che consisteva realmente in un agnello, ma senza la bandiera ed il
panno (ivi, ivi). Nei due paragrafi seguenti è registrato quanto serviva per gli adorna-
menti delle donne e degli uomini: oggetti d'oro e d’argento, perne (L. FUMI, Inventario
dei beni di Giovanni di Magnavia, Roma, 1895, n. 76, 95, 179, 180, 599), borse (C. MER-
KEL, Tre corredi milanesi del Quattrocento, Boll. dell’ Ist. st. it., n. 13, Roma, 1893,
n. 137) e ghirlande di seta, guanti di seta e di camoscio, bende di seta (con cui le
donne maritate si fasciavan le tempie e le guance, C. MERKEL, 07. Cit., n. 113), veletti
di seta e cappelli pure di seta (cioè foderati di seta, ivi, n. 131), pezze di drappo (qui
sembra non adoperato in senso di panno in generale, ma di una stoffa speciale, ivi,
n. 110) vergato, schietto e dorato, pezze di velluto, di seta, di zendado, di saia d’Irlanda
(molto fine), berrette e fiette per il capo e sciugatoi pure per il capo (C. MAZZI, 07.
cit., n. 150), cofani grandi, che potevano essere intarsiati e dipinti ed istoriati, cofa-
nucci, che talvolta erano formati d’avorio con figure rilevate fuori, o con intarsi, 0
di legno coperchiati e dipinti a broccato d'oro, entro i quali le donne riponevano le
cose più preziose dei loro corredi (C. Mazzt, op. cit., pag. 147 e 152). : GLI STATUTI DELLA COLLETTA, ECC. ‘ Zo

62. -- Per ciaseu[na! pecca de drappo» vergato, schitti, deavorati, palii
o velluti de seta.
63. — Per ciascuna pecca de cendato, Quactro s.

64. — Id. de sagie de Gilanda (1), Cinque s.
65. — Id. de bucarame, Dui s.
66. — Per ciascuna doccina de tuvallie da mensa, Cinque s.
Id. de sciuccatugi et bende de lino et simili, Tri s.

[XI]. De pluribus aliis rebus pertinentibus
ad artem merchantium.

61. — Per ciascuna soma de bronci et metallo rocto, Septe s.

68. — Per ciascuno C. de balgamo (2) et argento vivo, Dui s.

68 bis. — Per ciascuno C. de vercino appiso, Octo s.

69. .— Per ciascuna soma d'alume (3), Septe s.

70. — Per ciascuno C. de cerossa over biancha (4), Dece s.

Td. — Id. de suacto (5), camussio, et pelli de camossio et

de pelli tente en russio ovete en bianco o verde et borsie et si-
mile, Sei s.

12. — Per ciascuna doccina de guanti de eamossio et de lana et ber-
recte et calcecte et simili, Octo d.

(3. — Per ciascuna soma de vitro laborato; Sei s.
e. 3 t.
(4. — Per ciascuna soma de correge, tarpite da lecto, tavulagi, fiasche

de cogio, cappelli de filtro (6), besacce, de coltelli, d' arme, de
cogia, paisi et simili, Dudici s.

(1) Sarge d' Irlanda.

' (2) Il mss. ha dalcamo per balcamo (balsamo), avendo dimenticato l'amanuense
di porre la cediglia sotto al c.

(3) Nel margine: alume.

(4) Così il mss. Biancha dev'essere scritto erratamente per diaccha (biacca).

(5) Nel margine : soatto.

(6) Non tgoviamo ricordati nel nostro statuto i cappelli di paglia di uso molto
antico come reputa il GANDINI (Viaggi, cavalli, bardature e stalle degli Estensi nel
Quattrocento, in Atti e memorie della R. Dep. di Storia patria per lé provincie dè
Romagna, anno 1892, f. 1-3, pag. 59). Il BELGRANO (Della vita privata de" Genovesi,
in Atti della Società ligure di Storia patria, vol. IV, f. 1I, pag. 213) notò che in estate
si faceva gran mostra di cappelli, che eran di cuoio, di castoro; di panni d'oro, di
lana, di paglia foderata di seta. Più modesti eran quelli di feltro, usati dalle donne
e più generalmente dagli uomini.
II I

DR AC NES G. PARDI

(5. — Per ciascuna soma de vitro roctu (1), Cinque s.
Id. de legname lavorato, speetante all'arte de li
mercant[i], non pinti, Cinque s.

(6. — Per ciascuna soma de maccacocti, Octo s.
0. — Id. de sulfu, sapone et sep . . . (2), Septe s.
(8. — Id. de stamengne (3) et de funi, Dece s.
19. — Id. de stogie (4) et simili, Dui s.
80. — Id. de selle (5) facte, Dudici s.
81. — Per ciascuno cafano (6) grande, Tre s.
82. — Id. cofanicto picculu, Dudici d.
88. — Per ciascuna soma de corni (1), Cinque s.
85.— ' Id. de palme, XII d. :
86. — Id. de carta de banbace (8), Septe s.
ST. — Id. de pecu et de cavricto (9), Dudici s.
88. — Id. de moccatura (10) de carti, Dui s.
89. — Id. de colla, Octo s.
90. — Id. de einci (11), IIII s.
91. — Per ciascuno C. de budella secche, Septe s.
92. — Per ciascuna soma de selle, Dudici s.
COAT: ;

[XII]. De metallis, ramibus et ferris laboratis
et non laboratis (12).

/:98. — Per ciascuno paru de fiasche et de vasscelli de stangno et si-

mili, XVI d.

(1) In margine: vetro rotto.

(2) Idem : sego.

(3) Che cosa fossero le stamigne hanno spiegato il BELTRAMI (Zl castello di Mi-
lano sotto il dominio dei Visconti e degli Sforza, Milano, 1804, pag. 312, 330) ed il
MERKEL (Il castello di Quart nella valle di Aosta, in Bull. deW Ist. st. it., n. 15, Roma,
1895, pag. 145-47). Erano impannate per le finestre formate con tela e resina.

(4) In margine : stoie.
5) Idem: selle.
) Cosi il mss. Evidentemente ca fano sta per cofano. In margine è scritto chofano.
) In margine : corna.
) Idem: charta, bam[b]asia.

(9) Statuto della colletta del 1335 (codice n. 2) 8 XXII: salma cartarum pecudi-
narum et caprectinarum.

(10). In margine: moczatura.

(11) Idem: cencci vechi.

(12) Nel margine sinistro è disegnato un ferro da cavallo, e sopra é raffigurata
una spada.

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[O]
2

GLI STATUTI DELLA COLLETTA, ECC.

94. — Per ciascuno baccine (1), XVIII d.
95. — Per ciascuno C. a lu piso de lo ferro, octone, ramo et simili, XVI d.

96. — Per ciascuna soma de ramo lavorato, XV s.

9T. — Id. de ferro non lavorato, VI s.

97 (bis). — Id. de pale, vangne, gomee, cappe, forcuni, be-
denti et simili, VIII s. 1

98. — Per ciascuna soma de bolluni (2), de bollecte, de chiovi, moglire
de ferro per cavalli, de fibbie de ferro, quatrelli et simili, VIII s.

99. — Per ciascuno spedo, mannara che recasse en soma, VI d.

100. — Per ciascuna soma d'arme de mallia, XX s

101. — Id. de baccinicti, coracce (3), cossiali, gamma-

roli et altre alme (4), X s. à

102. — Per ciascuna soma de spade, coltelli, sporuni et simili, XII s.

103. — Id. ' de ferro non lavorato, vergorum, casellarum
et vezzaminum (5), VI s. |

104. — Per ciascuna soma de piombo (6), VI s.

105. — Id. de stangno (1) no lavorato, VIII s.

106. — Id. d'aeciagio no lavorato, VII s.

107. — Id. de ramo (8) no lavorato, VIII s.

(1) I bacili servivano a vari usi: per la barba, per dar l'acqua alle mani prima
e dopo il pranzo, per lavarsi in camera. Erano d'argento, di bronzo, d'ottone, di
rame e di stagno (MERKEL, Tre corredi milanesi, pag. 135). Qui si parla di bacili
in generale, volendosi indicare quelli di.stagno, (poiché sono enumerati dopo i vaselli
di stagno): questi infatti erano i più usuali e meno costosi, confacentisi quindi alla
modestia della vita orvietana sul principio del sec. XIV. Invece nel tesoro di re
Giannino (C. Mazzi, Il tesoro di wn re, Roma, 1892, pag. 8-9) eranvi due bacili d'ar-
gento dorato con ismalti, quattro d'argento bianco e venti piccoletti d' ottone.

(2) In margine é scritto : bolloni.

(3) Il mss. ha coracce per coracce (corazze), avendo l'amanuense dimenticato di
porre la cediglia sotto al c, com'è avvenuto pure in altri luoghi.

(4) In margine: arme.
(5) Nello Statuto della colletta del 1334, 8 XXX,leggiamo invece: virgonum, mas-
Sellarum et pezaminis. I vergoni erano grosse verghe, di ferro nel nostro caso: i
masselli piccole masse di ferro già colato e sottoposto al maglio per ricevere una
forma che si vuol dar loro; i peszami pezzi o rottami di ferro per esser colato
e lavorato. L'amanuense del codice, non avendo ben capito le forme latine di queste
parole e non sapendo dar loro una corrispondente forma volgare, le ha trascritte tali
é quali. >

(6) In margine: piomo. (La forma moderna del dialetto orvietano é piommo).

(7) Idem: stangnio.

(83 Idem: rame.
P

e; 4^

G. PARDI

[XIII]. De rebus pertinentibus ad artem spitiarie.

— Per ciascuno C. al piso de pepe, VIII s.

de gengnero, noci moscate et simili.
a piso de caffarame, VIII s.

r ciascuna l. de garoffoli et de rebarbaro, XX s.
e ciascuno C. de zuccharo sodu, XVIII s.

de polvere de zuccharo, X s.
appiso de indichi et cenabrii (1), VII s.

ciascuna l. d’agoro (2), X s.
ciascuna soma de cimino (3) et pece, VIII d.

de mele (4), VI s.
de cera, VII s.

Per ciaseuno C. de o[n]eenso (5), draganti, mistici (6), XII s.

[XIII]. De pellibus et aliarum rerum (sic)
pertinentibus ad artem pilliccariorum.

108.

109. — Id.
110. — Id.
111. — Per

112. — Per

113. — Id.
114. — Id.
115. — Per

116. — Per

111. — Id.
118. — Id.
119. —

120. —

191. — Id.
122. — Id.
193. — Id.
194. — Id.
195. —

126. — Id.
191. — Id.

coloranti.

Per ciascuno C. de vari (7) crudi, VI s.

a numeru de vari laborati, X s.

de pelli a numero de vulpi et de gacti, VI s.
de scoiole (8) erede (9), III s.

de scoiole no lavorate, V s.

Per ciascuna soma de cunelli (10) erudi, III s.

‘ de cunelli lavorati, V s.
de pelli anelline lavorate, XII s.

(1) Anche qui é riportata la forma latina delle parole indaco e cinabro, materie

(2) Acoro, azzurro, altra materia colorante.

(3) Cimino 0 meglio comino (cuminum), pianticella della famiglia delle ombrel-
lifere, adoperata in medicina come tonico diuretico.

(4) In margine: melle.

(5) Incenso, resina aromatica solita a bruciarsi specialmente nei riti religiosi.

(6) Così il mss. probabilmente per mastice, materia resinosa adoperata anche

dagli speziali.

(7) In margine é raffigurato un vaio con sopra scritto: vai.

(8) Scoiole, pelli di scoiattolo adoperate per far pellicce.

(9) Crede per crude. :

(10) Pelli di coniglio adoperate pure. per far pellicee, come anche quelle di

agnello (anelline n. 127).
GLI STATUTI DELLA COLLETTA, ECC. 29
Cio. T:
[XV]. De venatione et piscibus.
128. — Per ciascuno cervo, porco segnale (1), V s.
129. — Per ciascuno lepore, volpe, III s.

150. — Per ciascuno bufalato over capriolo, III s.

151. — Per ciascuno cappone, gallina, anatre, germano, ocha over paparo,
all’ entrata, III d.

152. — Et all’exita, III d..

199. — Per ciascuno fasciano all’entrare, III d.

194. — Per ciascuno paru de pollastri, picguni, starne, fulcarum, cerce-
lorum'(2) et simili, all'entrata, III d.

135. — Et all'exita, III d.

136. — Per ciascuno paru di turture et simili, III d.
157. — Et all'exita, III d. '
1398. — Per ciascuni quactro turdi, merli, qualle (3), mortia et simili,

all' entrata, III d.
159. -— Et all'exita, III d.

140. — Per ciascuno mergone et simili all’ entrata, IIII d.

141. — Et all'exita, IIII d.

142. — Per ciascuna druga all'entrata, VI d.

143. — Et de ciascuno altro cello et cacciagione all'entrata de simile a
simile.

(2,53

144. — Per ciascuna soma de pesce marino /4) over seecho, all'entrata,

XII s.

145. — Et all'exita, XV s.
[XVI]. De. piscibus (5).

146. — Per ciascuna soma de pesce del lacho de Bulsana, ciò ene ten-
che, luechi et anguille, all’ entrata, XII s.

(1) Di contro é scritto: sengniale e lepore, e sotto é disegnata una testa di lepre.
(2) Due forme di genitivi: fulcarwm, di folaghe (uccelli di lago).
(3) Nel margine è disegnato un volatile, forse una quaglia.
(4) In margine: gesscie marino.

(5) Nel paragrafo precedente abbiamo veduto la cacciagione e gli uccelli selva-
tici e domestici che si solevano mangiare ad Orvieto: cervi, cignali, lepri, volpi, pic-
coli bufali (la cui carne è assai tenera) e caprioli; capponi, galline, anatre, germani,
4

PARDI

G.

147. — Et all'exita, XII s. |
148. — Per ciascuna soma de pessce perosino, X s. P
MOTTA Idem d’arruni, de calvi et calcini, all’entrata, VII s

‘150. — Et all'exita, VII s.

151. — Per ciascuna soma de saltarelli, all’ entrata, III 8.

152. — Et all'exita, VI s. | i

153. — Per ciascuna soma de tenche et d’anguille de lu lachu de

Rosia (1), all' entrata, XII s.

154. — Et all'exita, XII s.
155. — Per ciascuna soma de tonnina et sorre, all’ entra[ta], XX s.
156. — Et all'exita, XII s.

151. — Per ciascuna soma d’ anguille CRAGIAIO: all’ entrata, VIII s.
158. — Et all exita, VIII s.

159. — Per ciascuna soma de gammari, all'entrata, V s.
160. — Et all'exita, VII s
eO T.

161. — Per ciascuna cesta, fescina over fessinella de pessce de Pallia
over de Tevere, all' entrata, XII d.

162. — Per ciascuna soma de qualunque altro pesce lo quale non ce
fosse dechyarato, all'entrata et all'exita de simile a simile se
page

[XVII]. De caseo et. ovis.
163. — Per ciascuno filo de casio de piso de L l. a lo più, II s. VI d.
164. — Et all'exita, III s.

165. — Et entendase lu filo de L 1.
166. — Per ciascuna tavula de casio recente overe ensecchiato, all’ en-

trata, XII d.

oche, paperi, fagiani, piccioni, pollastri, starne, folaghe, tortore, tordi, merli, quaglie,
mortiti (?), smerghi, grughe, ecc. Ora vediamo enumerati i pesci, che s' introducevano
entro le mura della città per cibo degli abitanti: tinche, lucci, anguille, arroni, calvi
e calcini del lago di Bolsena, tinche e anguille del lago di Perugia, pesce del Tevere
(che scorre a 7 chilometri da Orvieto) o del fiume Paglia (che passa sotto le mura della
città), pesce di mare fresco e salato, tonnina e sorre (salume fatto della pancia e
schiena del tonno).

(1) De lu lachw de rosia: forse sta per de lu lacu de [Pe]|rosia, ossia di Perugia

(Trasimeno). GLI STATUTI DELLA COLLETTA, ECC. 31

167. — Et all’exita, XVIII d.

168. — Per ciascuna |de]cina de casio (1) recente over siccho lo quale
se portasse altrove che ne tavole overe ne secchie, III d.

169. — Et all’exita, VI d.

170. — Per ciascuno casio de forma lo quale se porta altrove che en
soma, all’entrata, II d.

‘171. — Et all'exita, IIII d.

172. — Per ciascuna decina d'ova, all’ entrata, III d.

113. — Et a la xita (sic), VI d.

[XVIII]. De lardo et carnibus siccis.

174. — Per ciascuna soma de carne seccha et de lardo, all'entrata, VIII s.

c. 6 t.
ilo. — Et all'exita, X s.
[XVIII]. De pomis (2).
176. — Per ciascuna soma de fiche, pera, mela, persichi, ceresce, sorve

et.simili, VI d.

177. — Et se non fosse soma, per ciascuno canestro overe fexscina, al-
l'entrata, IIII d.

118. — Et all'exita, VI d.

179. — Per ciascuna soma de mandule overe nucelle overe occuli, al-
.. l’entrata, II s.

180. — A all'exita, II s.

181. — Per ciascuna soma de nuci, all'entrata, II s.

182. — Et all'exita, IIII s.

183. — Per ciascuna soma de fiche secche, II s.

184. — Et all'exita, IIII s.

185. — Per ciascuna soma de mela, ranche, lomuni, lomie et cedroni,

all' entrata, IIII s.
186. — Et all'exita, IIII s.

l) In margine: chasio.

2) Idem: de pome. Le frutta consumate ad Orvieto nel principio del sec. XIV
erano: fichi, pere, mele, pesche, ciliege, sorbe, mandorle, nocelle, nocchie, noci,
aranci, limoni, lumie (specie di limoni con poco succo, ma di sapore soave), cedri e
fichi secchi.

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N

[XX]. De oleribus, cepe, alliorum, scalongnarum (1). 4

187. — Per ciascuna soma de cipolle, d’ alli (2), scalongne et porri verdi,
XII d. ;
188. — Et per ciascuna soma de sicchi, VIII di ;

189. — Et all'exita, VIII d.

CTRL
190. — Per ciascuna soma de coli, IIII d.
191. — Id. de spinaci, IIII d.
192. — Id. de lactuche, de capitini, IIII d.
193. — Id. de radici et simile, IIII d.
194. — Et se non fosse soma per ciascuno canestro, fexcina over fas-
sio, II d. ;
195. — Per ciascuna soma de poponi, zucche, coccomeroni et cetroni,

all’ entrata, VIII d.
196. — Et all'exita, XII d.

Ed
[XXI]. De olivis, oleo et sale (3).
191. — Per ciascuna soma de olive, XII d.
198. — Per ciascuna broecha d'olio, all' entrata, VII s.
199. — Et ell'exita, VI s.
200. — Per ciaseuna soma de sale, II s.

[XXII]. De lapidibus et aliis rebus pertinentibus E
ad artem muratorum.

201. — Per ciascuna soma de macinigne (4), tivertina (5) et simili, IIII d.

(1) Gli erbaggi consumati ad Orvieto nel 1312 erano: cipolle, scalogni (altra specie
di cipolla detta latinamente caena ascalonia, cioè cipolla d'Ascalonia), agli, porri verdi
e secchi, cavoli, spinaci, lattughe, capitini, radici, zucche e cetrioli. Son enumerati
tra questi anche i poponi ed i cocomeri.

(2) Nel margine : [ci]polle e aglio.

(3. Di contro a questo paragrafo è disegnata una brocca e v

,

é scritto sopra:
brocha.

(4) Nel margine é raffigurata una macina e sotto sta scritto: macena.

(5) Le pietre più adoperate'ad Orvieto per fabbricare erano quelle di travertino
(tivertina petra da tiburtina). ac

GLI STATUTI DELLA COLLETTA, ECC. 33

202. — Detrattene le prete che vengono per l'opera de Santa Maria,
de le quali non se page chevelli.
208. — Per ciascuna soma de rote, II s.

[XXIII]. De lingnaminibus (1).

204. — Per ciascuno soppedanio, cassa (2) grande, archapredula, arca-
messa, bocte et tina, XX d.

CHI

205. — Per ciascuna cassa piggula, boctecillo et tina piccula, X d.

206. — Per ciascuna soma de doge, VI d.

207. — Id. de. circhi (3) da bocte, da tina et da barrili,
all’ entrata.

208. — Per ciascuna soma d'archiuni, schallioni et basti, XII d.

209, — O o E de tenpiari, dentali, tavole de castagne et
de popolo, VI d.

210. — Per ciascuna soma de taule (4) de noce, VI.

211. — Per ciascuno paru de barrili et de biunci, VI d.

212. — Per ciascuna soma de taule de abbete, XII d.

213. — Per ciascuna trave che se tragiria co uno paru de bovi, all’ en-
trata, VI d.

214. — Et se fossero più bovi, per ciascuno paru, VI d.

(1) Vediamo qui registrati tra i legni da lavorare tavole di castagno, di pioppo,
di noce e di abete; e, tra i legnami lavorati, doghe e cerchi da barili e da tine e da
botti, bigonci, barili, tine, botti e botticelle, arcioni, scaglioni e basti per selle, den-
tali per attaccarci i vomeri e tempiali, banchette per appoggiarvi i piedi sopra (sup-
pedanei), casse ed arche. ;

L'arca, come dottamente ha concluso, dopo pazienti studi e raffronti, il MERKEL
(Il castello di Quart, p. 121) « è una specie di madia, ossia una cassa destinata a con-
servare farina o cereali ». In questo senso appunto, ci permettiamo d' osservare; é
usata la parola arcile, che deriva da arca.

Nell' Inventario, dei beni di Giovanni di Magnavia.sopra citato troviamo regi-
strate quattro archemense (due con tovaglie dentro) corrispondenti a quella chiamata
nel nostro codice arcamessa (per arcamensa). Dal medesimo inventario poi conoscia-
mo i vari usi delle arche. Una infatti conteneva della semola (n. 733), un'altra dei libri
(n. 856), una terza tovaglie (n. 896), una quarta ceci (n. 924), una quinta farina (n. 904),
una sesta pannilani (n. 1044), una settima pane (n. 1079).

(2) Nel margine: casa.

(3) Idem; un cerchio ed un mezzo cerchio con iscritto : cerchi.

(4) Idem : tavole.

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B
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3
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G. PARDI
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Lo [XXIIII]. De lino, canape et stoppa et similium. è.
ti 215. — Per ciascuna soma de lino et caneva (1) non encilliata, se fosse H ;
| m a cictadino overe de contado, II s. è :
db : 216. — Et se fosse forestiero, per ciascuna soma, VI d. i
1 i 217. — Per ciascuna soma de lino o de canava encilliata de qualunque 3
4 a loco venesse, VIII s.
| D 218. — Per ciascuna soma de lino scotolato (2), VIII s.
D i I 219. — Per ciascuna soma de tele overe d’agcarum (3), XII s.
18 c. 81
| 220. — Per ciascuna livra de refe, III d.
A | I. 291. — Per ciaseuna soma de borra overe de stoppa, III s.
n :
ii [XXV]. De bladis (4). . : |
i
LI 299. — Per ciascuno rasero de grano et de segala, XVI d.
i 2050s Id. quando se porta a macemare, XVI d.
il M. ) 224. — Et lu mollagio per ciascuna soma, IIII d. ;
(tl 295. — Per ciascuno rasero de ciciri (5), XII d.
*l l | 226. — Id. de favi (6) o d’altro legome, XII d.
: i il nr 227. — i Id. de spelta, all’ entrata, VIII d. È SIA
1l nu. 298. — Et all'exita quando se man[n]a a macenare, VIII d.
N io 229. — Et lu mollagio, III d.
4 | dc 230. — Per ciascuno rasero de millio (7) et de panico alla ’ntrata, VI d.
d M E. 231. — Et all'exita per macena, IIII d. i
H i IL | 232. — Et lu mollagio, II d.
E 3 | È 233. -- Et qualunque persona volesse trare fore de lu contado de Or-
| D | vito, per ciascuno rasero de grano, V s.
» i"
« I iS Le
ül : i (1) In margine: chanape, lino.
j i | (2) Idem: lino schotolato.
| " (3) Accarum: altra forma di genitivo: accia, matassa di refe, detta dalle donne
iS toscane acciata. 2 I
| (4) In margine: del biadu. |
\ i (5) Idem: cieci. A |
[. * (6) Idem: fave. : / j
à A (7) Idem: miglio.
GLI STATUTI DELLA COLLETTA, ECC. 35
234. — Per ciascuno rasero de orgio, III s.
285. — Id. de spelta, II s.
236. — LXCId: d'altro biado, XVIII d.
231. — Id. ,de-legome, XII d.
288 —.Et le predicte cose trasse non pocea senca (1) licentia del iude

de la collecta et ^C€he | neuna altra persona pogga concedere

e
[2
zx

licentia de le predecte cose, et alcuna persona extra (sic) nessuno
biado senza licentia del dicto, cade en pena de X 1. Et qualun-
que offitiale licentia ad alcuno dagesse cada ne la pena de X I.

[XXVI]. De vino seu musto (2).

239. — Per ciascuna soma de musto (3) o de vino puro, IIII d.

240. — Id. de aequaticco, II d.

241. — Id. de greco, napoletana overe guarnagga de
Genua, XII d. !

249. — Per ciascuna soma de vino marchesiano, VIII d.

243. — Id. d' uva, II d.

244. — Et qualunque persona tragesse over trare facesse, per ciascuna

soma, III s.
9245. — Per ciascuna soma d'acito, III s.

[XXVII]. De giolliariis, corbellis et mappis.
246. — Per ciascuna salma iolliage, corvelli et mappe, IIII s.
[XXVIII]. De. bestiis.

247. — Per ciascuna bestia vaecina, vitella over bove (4), all'entrata, X s.

4

(1) Nel mss. sezca per senca, come appresso occa per pocca.

(2) I vini, che si solevan bere ad Orvieto,-oltre quello che si faceva nel territo-
rio del Comune, erano il greco, il napoletano, il marchigiano e la vernaccia (vino
bianco, generoso e dolce) di Genova. Il vino del luogo era distinto in vino puro ed
acquaticcio (ammezzato, come usano fare ad Orvieto).

(3) In margine: mostu.

(4) Idem: e’ è disegnato un bove.

B.
M
I
È

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G. PARDI

\
i 948. — Et all’ exita, X S.

249. — Et de quella che ene da X misi en giò, all’ entrata, V s

950. — Et all'exita, VII s.

">
e. Or.

251. — Per ciascuno cavallo (1) vennericcio con sella over senza sella, VI s.

259. — Per ciascuno mulo over mula, iomenta vendericco, V s.

959. — Per ciascuno aseno overe asena venderegga, V s.

954. — Per ciascuno pollitro asenino (2) da uno anno en giò, II s.

955. — Per ciascuno porcho overe scrofa, V s.

256. — Et all'exita, V.S.

951. — Per ciascuno castrato, II s.

.958. — Per ciascuna vecho (3), II s.

959, — Per ciascuna pecora (4), I s

260. — Per ciascuno angnello (5), VI d.

961. — Per ciascuno capricto (6), a l’entrata VI et all'escita VI d.

262. — Per ciascuno porcello da vinti s., IIII d. Da vinti in su, VI.

[XXVIII]. De lingnis et carbonibus.
263. — Per ciascuna [soma] de lengna (7) et sterpe, II d.
E AP 264. — Per ciascuna soma de carvone (8) VI d.
[XXX]. De vascellibus et vasis.
265, — Per ciascuna soma de vascelli (9) et de vasa et simile cose, VI d.

1) In margine è disegnato un cavallo.
) Idem: idem un asinello.
3) Idem: beccno.

(
à
(
(

' sempre.

(5) In margine: an).

(6) Idem: crapetti, forma tuttora usitata tra il popolo orvietano. Queste dichia-
razioni marginali hanno una forma dialettale diversa alquanto da quella del codicetto
del 1312. Debbono essere state scritte quasi un secolo dopo, verso la fine del Trecento
come fanno credere anche ragioni paleografiche.

(7) Idem: lena (sic).
(8 Idem: carbone.
(9) Idem: vascielli.

1) Tutto quello che é stampato in carattere corsivo è stato scritto di nuovo
sulla pergamena raschiata: ciò si capisce anche dalla forma dei vocaboli differenti da
quelli usuali. Così leggiamo pecora e non pecu come sopra, escita e non esita come

TUMiOGGy m TENUI

pri

PP

RIOT EIORTIE MIAMI 1

VETERE ESITI FIAT ZIA

TERIS

E EPOD RETI ge un

GLI STATUTI DELLA COLLETTA, ECC.

[XXXI]. De tegolis et.canalibus.
266. — Per ciascuna soma de tegole (1), canali, coppi et simili cose, VIII d.
[XXXII]. De quo pondere intelligatur salma.

261. — Et li supradicti capituli et ciascuno d'ixi s'e[n]tenda all'entrata
et all'exita de le porte, etc. (2).

[Quanto segue è stato aggiunto posteriormente].

Porei grassi \

Pecore grasse :
Castrati grassi per ciascuno centonaio, s. vinti.

Capre grasse |

Becchi grassi
Pecore et per ciascun centonaio, s. X.
Capre

Buoi et
Vacche
Cascio

Polli et | per ciaseuna soma,

Porci camporili |

per ciascuna soma, s. uno.

n

Papari |
Caprecti )
Huova )
Pescie, per ciascuna soma, s. V.

per eiascuna soma, s. VI.

Ossongna et per ciascuna soma, S. V.
Anguille

Olio
Mele et pere ed altre poma |
Seme di linò
Seme di canape et
Sale

Lardo
|
|

ua

ner ciascuna soma, S. uno.

ua

per ciascuna soma, s. uno.

d

(1 In margine: tevole.
(2) Nel margine inferiore è aggiunto: Per ciascuna soma di gramengnia paghi II d.

WEFSTE. > geni

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LC TENDRAS

fem
98 6s. à G. PARDI
Cauli ) 1
Foglia ( per ciascuna soma s. uno.
Porre et simile cose ; i
Mele, per ciascuna soma, s. uno.
Sale, pér ciascuna soma, d. octo (1). 1
| i
(1) Queste aggiunte presentano qualche differenza dalla forma volgare della 1
parte originaria del codicetto e si accostano maggiormente al toscano. Per esempio,
la terminazione —ario diventa in romanesco —aro, esito tuttora normale nella pro-
vincia di Roma. Nel nostro mss. troviamo alcune voci le quali presentano tale riflesso.
Ma in queste aggiunte leggiamo centonaio anziché centinaro.
Un altro fatto conferma tale supposizione. L'o lungo rimane generalmente in-
tatto in romanesco, mentre in toscano si dittonga spesso. Ora al s XVII troviamo
scritto ova; ma nelle note marginali huova. j
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39

GLOSSARIO

abbete 212, abete (geminazione).

acciagio 106, acciaio.

acito 245, aceto.

acquaticco 240, « aequatiecio » (vino), quello che modernamente chiamasi
«ammezzato ».

albasio 6, < albagio », specie di panno grossolano, ordinariamente di color
bianco (albus).

alli 187, agli (sostantivo; / che resiste all’ ammollimento).

alme 101, arme (r cangiato iu /).

alume 69, allume.

anellina 24, di agnello, « agnellina ». x

archiuni 208, arcioni, dove sarebbe da precisar bene il valore fonetico
del nesso cAj.

arruni 149, arroni (pesce). Nello Statuto del 1334 son menzionati gli
arroni del lago di Bolsena.

acoro 115, « azzurro » (materia colorante).

aseno 252, asino. Cosi asena 252, asina, ed asenino 253, asinino.

auru 54, oro (dittongo au conservato).

B

baccine 94, bacile, baccinicto 102, piccolo bacile.
barrili 207, barili (geminazione).

bedenti 97, bidenti (strumenti di agricoltura).
biado 238, biade.

biunci 211, bigongi.

bocte 204, botte. Così boctecillo 205, botticello.

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b
i,
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Pi
IM
'"-
4
40 : G. PARDI

bolluni 98, bolloni (grossi chiodi).

boracci 8, « borracci », panni grossolani formati di borra, eimatura o tosa-
tura di pelo di pannilani.

bufalato 130, bufalotto, piccolo bufalo.

Bulsana 146, Bolsena.

C

calcecte (2, calcetti, calzamenti di lana o di lino o di bambace o di ca-

napa, a foggia di scarpa.

calzaricti 48, calzaretti, calzari piccoli che giungono a mezza gamba, bor-
zacchini. i

camussio 78 e camossio (9, camoscio (cfr. il femmin. camozza).

canava 211, canapa.

canavacci 8, canavacci,

capecci 6, capecchi.

carfangnino 5, panno grossolano, di colore scuro, proveniente dalla Gar-
fagnana.

carneri 58, carnieri (borse da donne).

carpite 14, la carpita era un panno con pelo lungo, e propriamente una
‘coperta da letto villosa.

carti 88, carte.

carvone 264, carbone.

capricto 252 e cavricto ST, capretto.

cavrioli 46, caprioli.

casio 163, cacio.

celuni 14, celoni, panno tessuto a vergato, adoperato per coperta da letto.
(anche nella Vita di Cola di Rienzio ricorre questa voce, che è pur
viva oggidi in qualche varietà abruzzese).

cedruni 185,. cedri.

cello, uccello (aferesi).

cenabrii 114, cinabro.

ceresce 176, ciliege.

cerossa (0, cerosia, specie di cera che si ritrae dalla canna da zucchero.

cetruni 195, cetriuoli.

chevelli 201, covelle (da quod velles) cosa minina, niente.

ciciri 125, ceci. |

cinci 30, cenci.

circhi 207, cerchi.

coccomeroni 195, acerescitivo di cocomeri, cocomeroni.

cogia 38, e cogio 74, cuoia e cuoio.

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CAS EUER
TAMUeDISTUARRN

IU RIT PUES

TUTCIXUITE NUM XO PURO Y Inv

DUROKDUMEESRSUI TH GN ERA IER METRI 7 TRATTA

GLOSSARIO : 41

coli 190, cavoli (dittongo av fuso in o dal latino caulis).

correge T4, corregge, forse un legame di metallo, se non eerte cinture
da sposa. (Cfr. MERKEL: Tre Corredi milanesi).

cossiali 101, cosciali.

cultre 17, coltre.

cunelli 126, pelle di :conigli.

chyovi 98, chiodi (latino clavus).

dagesse 238, desse.

deavorati 67, dorati.

dechyarato 162, dichiarato.

decina 172, diecina.

dicte 39, dette.

doge 206, doghe.

draganti 119, da adragante o adraganti (per aferesi): è una gomma
biancastra, adoperata dagli antichi speziali.

druga 142, grue.

duppii 19, doppii.

Hi

ensalate 157, salate.

ensecchiato 166, portato nel secchio, « insecchiato », o meglio forse seccato
(secco).

eschiegiali 56, scheggiali (sorta di cintura di cuoio con fibbia).

essita 49 ed exita 132, uscita. (Per aferesi anche ota 173).

E

favi 226, fave (scambio di genere, dal femminile al maschile).
fasciano 133, fagiano.

fassio 194, fascio.

fessina 161 e fessinella 161, fascina e fascinetta.

fiecte 58, « fiette », adornamento femminile per il capo.
filiscelli 53, filugelli, tela di filaticcio o stoppa di seta.

filtro 74, feltro. :

follie 59, foglie (7 che resiste all’ ammollimento).

for 21, fuori.

forcuni 91, forconi, grosse forche.

fregiature 56, la fregiatura era una guarnizione delle vesti femminili.

i

mM"——— CU
G. PARDI

Cx

gammari 159, gamberi (assimilazione).

gamanaroli 101, gambiére, armature della gamba (assimilazione).

garbo 24, proveniente dalla regione detta Garb dagli Arabi (/a lana di
garbo : è ricordata negli Ordinamenti della gabella di Siena, negli
Statuti pisani e nei Bandi lucchesi editi dal BONGI).

Genua 242, Genova.

gengnero 109, zenzero.

gerlanda 58, ghirlanda, cerchio a modo di corona, formato d'oro o
d’argento o di gemme o di perle, che portavano in capo per ador-
namento le donne.

Gilanda 64, Irlanda. Il g- ha valore di gutturale e serve a togliere
l'iato (de Gil-).

giò 51, giù.

gome 30, gomma.

gomeda. 97, gómene (?).

guarnacca 241, vernaccia.

guatu 33, guato.

indichi 114, indaco.

iomenta 252, giumenta.

iude 248, giudice (figura nominat. jud e x).
imi 267, essi (latino ipsi).

lacho 146 e lachu 153, lago.

lactuche 192, lattughe.

lacco 10, laccio (panno VEORSOIANOA

legome 231, legume. :

lepore 129, lepre (etlissi evitata, latino Zepus leporis).
lomie 185, lumie (specie di limoni).

lomuni 185, limoni.

lucese 59, lucchese.

lucchi 146, lucci (pesce).

pum

n

NOIR POETICI RITA 33 SEPPE”

GLOSSARIO 3 43

IM

macena 231, macina, e macemare 223, e macenare 222, macinare, e m«ce-
nata 32, macinata.

macinigne 201, macinine.

mandule 179, mandorle.

‘manna 18, manda (assimilazione). Così mannano 18, mandano.

marchesiano 242, marchigiano.

magcacocti (6, mazzacotti, sostanza adoperata nel fare il vetro.

mergone 140, smergo.

millio 230, miglio (2 che resiste all'ammollimento).

moglire 98, morsi (?).

mollagio 232, « molatico », prezzo della macinatura (forse per « molaggio »
da mola). Nell'Orvietano moderno « moltura » (molitura).

musto 239, mosto.

IN

nucelle 179, nocelle.
nuci 181, noci.

offitiale 238, ufficiale.

oncenso 119, incenso.

onza 5T, oncia.

orgio 234, orzo.

oriscelli 35, oricello, mescolanza di più materie coloranti.
orvetano 20, orvietano.

Orvito 21, Orvieto.

overe 52, ovvero.

dea

pagia 50, paia (latino paria; cfr. acciagio da aciarium e stogia da Storea).

page 18, paghi.

paisi (4, pavesi.

Pallia 161, Paglia, affluente del Tevere che scorre sotto le mura d’Or-
vieto (7 che resiste all'ammollimento).

— ecc

aos i E
pangni 2, panni.
paru 21, paio.
pecu 81, pecora (pecus).

pelglie 44, pegola, pece.

pelusi 18, pelosi.

persichi 176, pesche (scambio di genere, dal femminile al maschile).
pili 46, peli.
pinti 46, dipinti (latino pincti).
piso 22, peso.

picculu 82, piccolo.

piccuni 134, piccioni.

pollitro 254, polledro.

pozza 238, possa.

prete 202, pietre (metatesi).
provenzana 28, provenzale.

Q

qualle 138, quaglie (7 che resiste all'ammollimento).
quanno 39, quando (assimilazione).

E

ramo 95, rame.

ranche 185, arancie, aranci (aferesi).
rascina 30, resina.

| rasero 287, raserio, misura pei solidi.
rubia, robbia.

sagie 64, saie, o meglio sarge. i
sardescha 6, sarda (aggettivo).

scalongne 187, scalogni, specie di cipolla.

schallioni 208, scaglioni (7 che resiste all’ ammollimento).

sciuccatugi 67, e sciugatoi, adornamenti adoperati dalle donne per il capo.
schitti 62, schietti.

.Scoiole 123, pelli di scoiattolo.

IE AIA AAT

Csi
GLOSSARIO zi 4b

scotanu 49, scotano, albero le cui foglie e i frutti s'adopran per la
concia delle pelli.

siccho 168, secco.

sirico 52, seta (l’oggett. per il sostant.).

‘sole 70, suole.

soppedanio 204, suppedaneo.

sorve 176, sorbe.

stamengne 78, stamigne, impannate per le finestre.

sterpe 263, sterpi.

stogie (9, stuoie.

suacto (1, soatto e sovatto, pelle concia da corregge.

sulfu 77, zolfo.

suvara 45, sughero (nominat. plurale latino).

"E

tarpite T9, tappeti.

tavulagi (4, tavolacci, tavoloni.
tavule 209 e taule 210, tavole.
tenche 146, tinche.

1 tenpiari 209, tempiali.

tenta (6, tinta.

tivertina 201, travertino.
tragesse 50, traesse (epentesi).
trageria 50, traria, trarrebbe (epentesi).
irare 244, trarre.

trasse 230, trarsi.

: turdi 191, tordi.

turture 136, tortore.

xy

valcare, gualcare (tedesco walken).

vangne 91, vanghe.

vari 190, vai, pelli d' animaletti simili allo scoiattolo (latino varius).
vascelli 33, vaselli, vasetti.

vecho 258, becco.

velicti 60, veletti.

venetianu 54, veneziano.
46- G. PARDI

vennerizzio 251, e venderizzo 252, vendereccio (vennerizzio, assimilazione).
vitro 13, vetro. : ; à
vulpi 124, volpi,

ees

caffarame 110, zafferano (forse caffarame è uno sbaglio del copista per
caffaranu).

= ce

sr =
FCR IIZ IE

SULLA DISTRUZIONE DI SPOLETO

E SULLE ANTICHE VIE PERCORSE DALL’ ESERCITO DEL BARBAROSSA
QUANDO NEL 1155

MOSSE DA TIVOLI ALLA VOLTA DI QUELLA CITTÀ

La prima discesa dell’imperatore Federico di Hohenstaufen
in Italia (1154-1155) si chiuse coll'incendio dell’ antichissima città
di Spoleto.

Uno scrittore contemporaneo, Ottone vescovo di Frisinga (1)
e lo stesso Federico (2) in una lettera, diretta a questo suo zio
paterno, ci hanno tramandate le particolarità dell'immane disastro.

Ad ogni calata dell'esercito imperiale in Italia, le città gli
dovevano pagare il gravissimo tributo del fodrum, voce prove-
niente dal Germanico fuiter che vuol dire vettovaglia. Dopo la
ritirata da Roma a Tivoli, il Barbarossa tassó il Comune di Spo-
leto in ottocento lire d’argento. La città usò frode. nel pagare
una parte di tal somma, e pel resto diede una moneta falsa (3);
ritenne inoltre prigionieri gli ambasciatori, fra quali il conte
Guido Guerra di nobilissima famiglia toscana. Per siffatti motivi
Federico la pose al bando dell'Impero, e da Tivoli si mosse con
tutto l’esercito verso il ducato di Spoleto durante il mese di
luglio dell'anno 1155.

In quel tempo le vie Consolari si mantenevano ancora in

(1) OrHo FRISING; De gestis Friderici I imperatoris, lib. IT, cap. 24, in MuRa-
TORI, R. I. S., tom. VI.

(2) FRIDERICI IMP., Zpistola dilecto patruo suo Ottoni Frisigensi Episcopo,
ibid., pag. 630.

(3) Dice Ottone di Frisinga: Dupliciter (Spoletani) peccawerunt, cum .DCCC. Li-
brarum facti essent obnoxii, partim defraudando partim falsam monetam dando.
48 : F. GORI

istato di discreta conservazione; molte ed imponenti erano le ro-
vine de' templi e de' sepoleri; ed é questa la ragione per la quale
in una età in cui gli appaltatori delle nuove strade sterrate hanno
distrutto nella massima parte i lastricati poligonali delle vie antiche,
ed ogni giorno si demoliscono i monumenti per fabbricare o per
cercar tesori, ho creduto cosa utile di pubblicare un breve studio
topografico-antiquario per descrivere le vie che dovettero percor-
rere i Tedeschi per venire ad oste contro Spoleto; ed in ultimo
raccoglieró tutte le nolizie relative alla catastrofe da cui andó sog-
getta la capitale del ducato longobardo.

Scendendo dal C/;co Tiburtino (1) nella Valle dell’. d'ediaria;
dopo il Ponticello, coperto di larghe tavole di travertino, si rav-
visa tuttora un diverticolo antico, adorno di ruderi sepolerali, il
quale, passando sotto Monticelli e Sant Angelo in Capoccia,
congiungeva le Vie Tiburtina e Nomentana. Sulla traccia di que-
sto diverticolo nel 1867 il generale Lamoricière riaprì una strada
militare alla quale tendevano i Garibaldini quando presso Mentana
furono assaliti dall’ esercito franco- pontificio.

Da Mentana alle solfuree Acque Labane (2), a Tor Marozza
ed all’ Osteria di Nerola ancora si mostra il corso della Nomen-
tana la quale presso la detta Osteria raggiunge la Salarta.
Prima peró di questo punto la Nomentana aveva due altri
diverticoli per la Salaria stessa. Il primo passa sotto Monte
Rotondo alla Salaria al miglio XIII dalla Porta Collina di Ro-
ma. Il secondo dalla Torre della Fiora riusciva nella Salaria
verso il miglio XVIII al Ponte di Casacotta. Probabilmente
Federico avrà preso uno di questi diverticoli per fare una
visita alla famosa Badia Farfense che si gloriava del titolo
d'imperiale (3).

9

(1) Ho descritto le Antichità tiburtine nel Viaggio a Tivoli e Subiaco, par. 1,
nonché nei volumi 1II (fasc. 6 pagg. 319-359) e IV (fasc. 0, pagg. 256-282) del mio
Archivio Storico-Archeologico di Roma. ;

(2) Di queste acque ho trattato a pag. 76 del mio opuscolo su Z'idene, Cru-
stwinèrio ed Ereto. Roma, Tip. delle belle arti, 1863.

(3 La via antica-che portava a questo Monastero, differente dalla Corsina,
aperta da Clemente XII, è tracciata nella carta annessa al Gabio del monaco GAL
LETTI. Essa radeva il Colle degli Arci dove si vedono le rovine di Curi, antica me»
tropoli dei Sabini, riconosciuta per la prima volta dallo CmauPy, JDécowverte de la
Maison d’ Horace, III, pagg. 76-77.

TINDEULCUERSS EINE ie garza III

SULLA DISTRUZIONE DI SPOLETO, ECC. 49

Dalla Badia di Farfa il Barbarossa si diresse alla volta di
Rieti per la Via Salaria, della quale ammirò una lunga sostru-

zione di opera quadrata sotto Ponticelli, alta circa 10 metri (1).

Quivi pure lesse in due colonne del miglio XXXI i nomi degl'im-
peratori Cesare Augusto e Giuliano che risarcirono la strada.

Presso la confluenza della Nomentana nella Salaria e la
chiesa di S. Maria Nuova osservò l’imperatore le rovine della
stazione di Vicus Novus dell’Itinerario di Antonino o di ad Novas
della Carta Peutingeriana, confusa poi dai Bollandisti e dai Geo-
grafi con Forum Novum, oggi Vescovio.

Più oltre passò tra i due Mausolei, detti i Massaeci, perchè
sono composti di massi squadrati che misurano fin 20 palmi di
lunghezza !

Nelle vicinanze de' Massacci visitó nel Monte Calvo una Villa
imperiale, e tra le rovine scorse le marmoree teste di Antonino
Pio, di Faustina Seniore e di Lucio Vero, nonchè le statue di
Giunone, di Bacco e di Nettuno, e quelle delle nove Muse che in
epoca più colta doveano adornare il Museo Vaticano.

Lasciate sul monte a destra le rovine di 7redula Mutuesca
(presso Monteleone in Sabina), in vicinanza di Poggio S. Lo-
renzo ammirò il monumento della famiglia Petronia (2).

Dal luogo, dove oggi sorge una colonna milliaria di breccia
presso l’ Osteria dell’ Ornaro, era stata già tolta per uso della Ba-
silica. Realina la colonna milliaria XLII: colla memoria degl’ im-
peratori Valentiniano, Valente e Graziano (anno 374). Ma quello
che a pochi istanti gli suscitò ammirazione fu il Ponte, oggi ap-
pellato del Diavolo, per la grandezza delle pietre che lo compon-
gono, e per la sostruzione di circa 60 metri che l’accompagna.

E questo l’unico ponte che al giorno d’oggi vediamo rimaslo
intatto per tutto il corso della Salaria da Roma ad Ascoli!

Prima di arrivare alla Porta Romana di Rieti, traversò due
altri ponti, uno ch'é stato ricostruito sul fiume Turano da un ar-
chitetto romano nel 1455 (3), l’altro del quale erasi rotta un’arcata
fin dal secolo IX e che ancora conserva tre archi sul Velino.

(1) Il BUNSEN la fece disegnare per gli Annali di Corrisp. Archeol., 1834, tav.
ett. A. i
(2) Cf. Corpus Inscript. Latin. IX.
(3) V. il nostro Bollettino, vol. I, fasc. 3, n. 3.
50

F. GORI

L'antichissima città benchè fosse stata. data alle fiamme dal
re di Sicilia, Ruggero II, nell’anno 1149, doveva. ancora conser-
vare molti resti della passata grandezza, cioè il recinto delle mura
di opera quadrata, il Foro, la statua della madre degli Dei da
cui aveva preso il nome, il teatro e l’anfiteatro.

Uscendo dalla Porta Cintia presso il teatro, e prendendo la
via Spoletina che costeggiava il Lago Velino, nell'attuale terri-
torio di Cantalice, l’esercito del Barbarossa fece la sua prima im-
presa guerresca, distruggendo il castello di Arzano che torreg-
giava sopra un ameno poggio sulle sponde del laghetto appellato
Il Vacone. Questo castello fu saccheggiato ed arso perchè appar-
teneva agli spoletini (1).

Continuando il viaggio l' imperatore vide le sorgenti del fiu-
me di S. Susanna, il quale con altri sei fiumi aveano riformato
il Laco: Velino per essere quasi interamente ostruite le sette
bocche o cuniculi aperti dal console Manio Curio Dentato. Am-
mirò le rovine di opera reticolata, le quali costituivano una magni-
fica villa romana (Grotte di S. Nicola), stimata di Axio, che
ospitò Cicerone.

Dopo di avere osservato alle Marmore l emissario del Ve-
lino, discese nella Valnerina, e quivi diede riposo ai soldati. E
udito che gli Spoletini non cedevano alle sue minaccie, nè rila-
sciavano i ‘prigioni, si diresse a Terni, l'antica Znteramna, cosi
appellata perchè posta tra i fiumi. Nera, Serra e Tessino. In que-
sta cillà visitó i ruderi del teatro e dell'anfiteatro, il recinto di
opera quadrata, vari tempii, gli antichi ponti sul Nera, nonchè
i tre monumenti sepolcrali dell'insigne storico Cornelio Tacito e
degl'imperatori Claudio e Floriano.

La via più diretta per Spoleto era quella che, diramando dal
magnifico ponte di Augusto a Narni, passava per Terni, ascen-
deva al monte Somma, ed entrava in città dall'antica Porta dt
Monterone. Gl Itinerari di Antonino e Peutigieriano dànno il nu-
mero di otto miglia da Narni a Terni e di miglia dieciotto da Terni
a Spoleto.

(1) AFFREDUZIO ANCAIANI, Vita, di Monsignor Battista Valentini, pag. 18; ANDREA
FULIO BRAGONI, Cuntatlice descritto ed illustrato, pagg. 57, 61, 02. apo

* SULLA DISTRUZIONE DI SPOLFTO, FCC. DI

Nella carta Peutingeriana il viaggio da Terni a Spoleto è
diviso nelle Stazioni o Mutationes di Adtine (Ad fines?) Recine
al miglio X, e due miglia più oltre pone un edifizio quadrato con
cinque porte, notandolo col nome di Manum fugitivi. Il geografo
Guido (1) dà alle Mutationes le denominazioni Znteramnium, Cofa-
tina, recina e Fanum fugitivi. L' Itinerario Gerosolimitano segna
nove miglia da Narni a Terni, e venti miglia da Terni a Spoleto
colle Stazioni Zribus Tabernis al miglio Ill e Fanum fugitivi al
miglio X.

L'Olstento (in Cluverit Ital., p. 96) pose le Tre Taverne al-
l'Osteria della Castagnina al principio della gola di Strettura,
ed opinò che il Tempietto del fuggitivo sorgesse sul monte Som-
ma dov’ era la chiesa di S. Leonardo.

Suppose il Aeftenesich (I, pag. 9506) che il Fanum jfugitici
fosse eretto in memoria della ritirata di Annibale dopo la disfatta
sotto le mura di Spoleto, come nello stesso tempo. si edificò il
Fanum dei Rediculi sulla Via Appia dopo che il vincitore di Canne
fu obbligato a ritirarsi dall'assedio di Roma.

Dal monte Somma a Spoleto l’antica strada era più breve
dell’attuale, e per evitare i ponti sui torrenti, tenendosi più in
linea retta alla destra di questa e sulla sponda opposta del Tes-
sino' dove sono stale rinvenule tre iscrizioni sepolcrali, trasferite
poi nella villetta Antonelli a Sùstrico; quivi il nucleo di una tomba
rotonda ed un’altra iscrizione sepolcrale, sono tuttora al loro
posto, minacciate inutilmente dalle furiose ondate del torrente.

Sotto l'antichissima Chiesa di S. Pietro, dove si vedevano:
sparse molte lapidi sepolcrali, delle quali alcune sono state poi
nel secolo XIV impiegate nella facciata di essa, la via si volgeva
a sinistra per traghettare sul ponte il Tessino, e per la salita di
Monterone entrava in città.

L'imperatore, vedendo la fortezza delle mura ciclopiche da
quel lato, non l'assali, come aveva fatto Annibale (2), ma ri-

(1) Edizione di Pinder e di Perchey, pag. 490.

(2) Nella Cronaca del R. Liceo Pontano (anno scolastico 1877-78) con un fram--
mento d’ iscrizione, già murato presso la Porta di Monterone, ho dimostrato che il
duce cartaginese da questo lato, più vicino all’ acropoli, assali la città. La Porta

Fuia, ora detta di Annibale, era una posterula, ingrandita e decorata delle parole
di Tito Livio nel secolo XVI.
52 ; i F. OORI

traendosi verso la Chiesa di S. Paolo schierò le sue milizie, ac-
campandosi nel Colle Risciano (1).

Prima di continuare il racconto, é necessario d'indagare
qual nome avesse la Via Antica che da Narni conduceva a Spo-
leto ed anche a Foligno.

I] Sansi (2) chiama questa strada :/ ramo minore e meno
ornato. della Flaminia. Sembra dunque ch'egli volesse attribuirle
lo stesso nome, quantunque sia noto che anche le diramazioni stra-
dali, per evitare equivoci, assumevano denominazioni differenti,
come p. es. la Sublacense che nasceva dalla Valeria.

Ha dimostrato il marchese Eroli (3) che la vera Via fF'la-
minia dal ponte di Augusto si dirigeva per Sangemini a Càrsu-
lae, Mevania e Forum Flaminit. Ed io ho verificato l'esattezza
di tale dimostrazione, percorrendo a piedi la detta via da Roma
a Rimini.

Fra Narni e Bevagna sono rimasto colpito di meraviglia nel
‘vedere i ponti Calamone e Cardaro costruiti con pietre enormi
sui rivi, ed i nuclei de’ sepoleri tuttora superstiti. Dal fornice
colossale della porta di Càrsule, creduto Arco di Traiano, alto
circa 10 m. e largo m. 5, la via si dirigeva, presso Acquasparta,
ad un altro ponte più massiccio (onnaja). A_S. Maria in pan-
tano, ho ricopiato | iscrizione de” VICANI. VICI-MARTIS. TV-
DERTIVM, e nella contrada San /ago riscontrai il posto in cui
molti anni fa venne trovata l'iscrizione dell’ imperatore Adriano
che nell’anno 224 restituì con una nuova sostruzione la Via. Que-
sta lapide fin dal 1860 fu veduta da Mariano Guardabassi mu-
rata, come al presente, ad una parete della porta di Massa Mar-

tana.

(1) Alcuni chiamano questo colle Risan4a, perciò il MINERVIO, De rebus gestis
+... Spoleti, pag. 30 (Ediz. Sansi), scrisse che Federico I « iz colle, qui deliciarum
dicitur, castramentatus est ». In esso la chiesa parrocchiale fu edificata a ridosso di
un sepolero che aveva le forme del preteso tempio del Clitunno. Nell'architrave e
negli stipiti di travertino dell’ ipogeo é scolpita l’ iscrizione :

L. CODONIVS. SEVERVS. SIBI. ET
SVIS FECIT

(2) Degli edifici di Spoleto, pag. 219.
(3) Miscell. Stor. Narn., vol. II, pag. 199-193,
SULLA DISTRUZIONE DI SPOLETO, ECC. 09

La Via di Spoleto dalla Porta di Monterone (1) penetrava
nel Foro sotto l'areo onorario di Germanico e Druso (2). Questo
arco, eretto dal Senato Romano a commemorare le vittorie contro
i Germani, è un monumento di prim'ordine, ma è. stato detur-
pato ed è molto mal tenuto. Dopo il Foro la Via in vicinanza della
Cattedrale scendeva a Porta Ponzianina, della quale rimangono
ancora gli stipiti di travertino. Volgeva ‘a. sinistra, radendo gli
archi dell’ Anfiteatro (3), e passava il Tessino sulle tre arcate
del Ponte Sanguinario che giace sotterra presso la Porta S. Gre-
gorio (4). d ;

Dal Ponte Sanguinario la Via seguiva la linea della moderna
di S. Sabino. Questa chiesa de’ tempi longobardi fu edificata coi
grossi massi tolti ai sepolcri ornanti la detta strada, come risulta
dai frammenti delle iscrizioni in essi scolpite. Si procedeva così
in linea più breve della odierna provinciale (5) sino al Palazzaccio
del conte Toni, nel cui fogdo si scoprirono tre cippi colle iscri-
zioni sepolcrali edite dal Sansi (oc. eit., pag. 289, nn. 89 e 90).
Al miglio VIII passava in vista de’ Sacraria ojEdicole che si suc-
cedevano fino al tempio antichissimo del Dio-oracolo Clitunno (6).
Dopo altre 4 miglia radeva la stazione di Zrevi, dopo 5 quella
di Foligno, e con altre miglia 9 raggiungeva la Flaminia a 7^o-
rum Flamini (S. Giovanni profiamma). Qui però si deve no-
tare che l'Itinerario Gerosolimitano discorda pel numero delle
miglia da quello di Antonino. Questo da Narni a Forum Flaminit
misura 44 miglia, mentre il primo ne segna 49.

Abbiamo affermato che questa strada la quale cominciava a
Narni dalla Flaminia e ad essa si riuniva dopo 44 o 49 miglia,
doveva avere un nome differente. E che ciò sia vero emerge da

SANSI, Edifici, tav. VIII, I.

Id., ibid., pag. 197, e tav. X, num. 2 e 3.
Id. ibid., pagg. 222-242.

Id., ibid., pag. 217 e tav. IX.

(
(2
(3

(4

(5) Anche questa è antica, e fu costruita per andare al Mitreo (da me scoperto
nel 1879 ed illustrato al Congresso degli Orientalisti a Firenze) ed alle ville di Eggi.
Incontro al casino Marignoli esiste un rudere di sepolcro.

(6) Sul vero sito di questo tempio vedasi la nota II al mio Ragionamento sulla
somma importanza storica e monumentale della provincia dell Umbria. Spoleto,
Tip. Bassoni, 1879, pag. 24.

Xx

IE x

nere sl made
54 : i ^F. GORI

un passo di Tacito (1), il quale narra che Vitellio volendo ucci-
dere Dolabella, per evitare la celebrità della Via Flaminia (troppo
cioè frequentata), lo invitò per lettere a portarsi in Terni. Ció
prova che nemmeno Terni era su quella strada.

Per questi motivi avendo io fatto ricerca del nome della via
medesima, l'ho scoperto nella Carta del ravennate Castorius che
dicesi Peutingeriana (2).

Questa Carta è preziosa per le numerose stazioni e distanze
che non si trovano negli altri Itinerari; ma il monaco che la tra-
scrisse nel XII secolo, fecevi molte interposizioni e corruppe
diversi vocaboli.

Al Segmentum V notò il Desjardins (3) che alle parole Znter
manana va sostituita la città di NARNIA, ma io credo che a
NARNIA si debba invece sostituire la parola INTERAMNANA,
ossia il nome delia Via che da quella città principiava; giacche
è Impossibile di ricavare Narnia da Inter manana, mentre è evi-
. dente la correzione /nteramnana.
| Si può anzi assicurare che la detta strada è stata sempre
chiamata Via Ternana o di Terni.

Dopo questa digressione sulle antiche vie, ritorniamo a par-
are di Federico 1, accampato sul Colle Risciano. Da quell'altezza
egli mirava l'opposta città guernita di mura poligonali e di opere
quadrate munite di circa cento torri. Disperava d'impadronirsene
quando la Fortuna, arbitra delle guerre, glie ne pórse il destro.

Gli Spoletini non dovevano avere molta stima de' soldati Te-
deschi e doveano avere la presunzione di avere eccellenti tiratori
d'arco. Invece adunque di rimanere al sicuro sulle eccelse torri,
osarono di uscire dalla città ed assalire colle frecce. il campo
nemico, credendo di ferire od uccidere l'imperatore. Ma Federico
rivolto ai suoi guerrieri: « Mi sembra questo, esclamó, un giuoco
da fanciulli e non un combattimento virile », e ordinó di respin-

(1 TACITI, Histor. II, 64 (Ed. Halm): Igitur Vitellius metu et odio, quod Petro-
niam, vaorem eius mox Dolabella, in matrimonium accepisset, vocatum per epistulas
VITATA FLAMINIAE VIAE CELEBRITATE DEVERTERE INTERAMNIUM atque. ibi
interfici iussit. i

(2) KoNRAD MILLER, Weltkarte des. Castorius genannt die Pewtinger?sche
tafet. Ravensburg, 1888.

(2) DESJARDINS, La Table de Peutinger. Paris, 1860.
SULLA DISTRUZIONE DI SPOLETO, ECC. 55

gere gli audaci assalitori. La cavalleria armata di ferro ed i fanti

con lance e spade ferirono ed uccisero molti Spoletini; gli altri

si diedero alla fuga verso la Porta Ponzianina; ma i Tedeschi
inseguendoli per la rapidità de’ loro corsieri penetrarono coi fug-
giaschi nel recinto e si sparsere a saccheggiare le case. Soprav-
venne tutto l’esercito coll’ imperatore, il quale tra le angustie delle
strade espose a rischio non poche volte la vita come il più umile
gregario. Ma prima che si potessero asportare tutte le .ricchezze

‘e le vettovaglie, un soldato appiccò il fuoco alla città che rimase

incendiata...

Superato il clivo che mena alla Cattedrale, in cui eransi rifug-

gite donne e fanciulli, mentre una folla di cittadini seminudi
calando nel profondo burrone dove poi nel secolo XIII eresse il
Comune lo stupendo Ponte delle torri, mettevasi in; salvo nella
selva di Monteluco, si presentò agl'invasori un altro ostacolo che
sembrava insuperabile. Dalla parte della Chiesa Maggiore verso
la sede Pontificale ( Vescovado) pel convesso Monte di S. Elia
(antica ara o acropolis) e pel recinto di muraglioni ciclopici la
città sembrava inaccessibile. Quivi il Barbarossa non solo spinse
all'assalto i suoi colla esortazione, ma diede agli altri esempio di
‘coraggio, scalando egli stesso con grandissimo pericolo il monte
ed occupandolo. Terminata la strage, il Principe vincitore passò
la notte in Spoleto. Nel seguente giorno, essendosi corrotta l’aria
per l'insopportabile puzzo dei bruciati cadaveri, trasferì l' esercito
nelle vicinanze, ed ivi rimase due altri giorni per raccogliere le
spoglie de’ miseri cittadini risparmiate dall'incendio.

In una piccola Cronaca di Farfa si narra che la distruzione

di Spoleto avvenne il giovedi 20 luglio (1). Nella Pinacoteca Spo-

letina è affissa ad una parete una lapide che assegna all’ incendio

della città il giorno 27 luglio dell’anno 1155 (2). Ma sia stato il

(1) Cod. Vatic. 6808: « Inde (a Farfa) Spoletum pergens (Fridericus) capit
civitatem, succendit, devastavit ac depredatur cam. Mense julio die X X. feria IILI ».
Cf. PAPENCORDT, Geschicte der Stadt Rom im Mittelalter. Paderborn, 1857, pag. 267.

(2) Scrive il Minervio, pag. 31, che questa iscrizione fu trovata presso il Ponte
Bari. È stata pubblicata da molti scrittori con poca esattezza: perciò noi la ripubbli-
chiamo togliendola da un calco, e conservando le lettere in gran parte gotiche, spet-
tanti cioè al principio del secolo XIII e non al XII come si è creduto.

FEE CAM mo
56 F. GORI

-

20 o il 27 luglio il dì nefasto, il certo si è che nel 1155 un piccolo
esercilo straniero scorrazzava per l’Italia, saccheggiando e deva-
stando città e castella senza incontrare una seria resistenza, fuorchè
in Milano e Roma.

F. GORI.
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98:09 : (04.0. SCALVANTI

tima quella, che oggi diamo alle stampe (1); perchè Pe-
rugia, posta nel centro della penisola, soggetta alla Chiesa,
alleata de'fiorentini, riflette nella sua vita interiore tutti
gli avvenimenti, che riguardano le altre parti d'Italia. E
vanno segnalati i tentativi, che i principati piü potenti, come
eli Aragonesi di Napoli, i Duchi di Milano e Venezia fecero
per trarre in lor favore la temuta Repubblica perugina; i
provvedimenti, che à quando a quando essa adottò per ser-
bare quel resto di libertà, di cui ancora godeva; le narra-
zioni sui fatti d' arme e sul cammino che tennero le. varie
Compagnie assoldate dai Principi; la dimora che fece in
Perugia Pio II, e sopra tutto la dipintura viva, efficace della
oligarchia ormai imperante in questa città. E che diremo di
Jacopo Piccinino, che riempie delle sue imprese questo
tratto di storia; che, secondo molti scrittori, fu. causa prin-
cipale che la pace di Lodi del 1454 non recasse i suoi ef-
fetti; che ora ai servigi della Repubblica veneta, ora a quelli
dell Aragonese, ora a quelli di Giovanni d' Angió corre dal-
lun capo all altro d'Italia con inaudito ardimento e con
varia fortuna? Non è egli interessante a vedere in qual modo
si maneggiasse il Comune nostro per non spiacere al gran
Capitano, suo concittadino, e insieme per mantenersi, al più
possibile, neutrale fra tanti contendenti ?

Questa Cronaca poi ci narra quali provvisioni facesse Pe-
rugia per la sua prosperità economica, e ci offre notizie amplis-
sime sulle costumanze del tempo. Ma per ciò che attiene all'or-
dine interno è sopra tutto da seguire con attenzione il corso
degli avvenimenti, che, senza bisogno di violenze, assicura-

(1) Adempiamo volentieri al debito di ringraziare pubblicamente l'esimio dott.
Carlo Angelini-Paroli, per averci dato il suo gentile assenso alla presente pubblica-
zione. Il manoscritto, proprietà della famiglia di lui, vien così in luce con insigne
vantaggio degli studi storici; e crediamo, che quanti sono cultori di queste disci-
pline si uniranno a noi nel tributare all'egregio uomo quei vivi ringraziamenti,
cui ha diritto per l’efficace concorso dato all’ incremento delle nostre pubblicazioni
di Storia Umbra.

———— —————— ÉÓ——Á— CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 59

rono alla Sedia Apostolica in Perugia un’ autorità maggiore
di quella, che i trattati le assegnavano. Vedremo infatti,
come i perugini, sebbene gelosi custodi delle loro franchigie
municipali, fossero obbligati a ricorrere alla podestà del Go-
vernatore; e vedremo come, a poco a poco, il dimandato in-
tervento di lui, per la conservazione della quiete cittadina,
divenisse quasi assoluto dominio.

Il qual fatto dovette ripetersi principalmente dalle ben
tristi condizioni, in cui era caduta l amministrazione della
giustizia. Il diligente lettore vedrà e nella Cronaca e nelle
Note, che abbiamo creduto di aggiungere, l' ampia dimostra-
zione di questo fatto, al quale diedero occasione le cittadine
discordie, sebbene la cagion vera debba altrove ricercarsi.
Noi pensiamo infatti che in tutto 1° Evo Medio, presso le no-
stre repubbliche, lo stabilirsi di forti nuclei sociali per l'auto-
governo de’ loro interessi, e l'estendersi della loro influ-
enza dal campo economico, artistico, industriale, educativo
e va dicendo, in quello del pubblico governo, procurò, che
il vincolo unitario politico non avesse quella gagliardia atta
a conservargli il Carattere di potere moderatore delle ener-
gie sociali, e il fine precipuamente giuridico, che è proprio
dello Stato. La qual cosa tanto. più era difficile ottenere,
quanto che i governi comunali, uscenti dal disordine del
feudalesimo, non avevano tradizioni di forte potere politico,
ed anzi manifestavano una. tendenza alla soverchia specia-
lizzazione delle funzioni. Quelle Corporazioni di arti e me-
stieri, quel Comune del Popolo contrapposto al Comune del
Podestà, quelle giurisdizioni autonome, quei Banchi delle
arti furon cagione di vita possente e di progresso meravi-
glioso delle nostre Repubbliche, ma al tempo stesso ne af-
frettarono la rovina per mancanza di un centro di unità, che
valesse a conservare a quelle associazioni un vero stato di
diritto. È per questo, che mentre ammiriamo il Medio Evo
pei molti suoi pregi, e ci par degno di studio per le molte

cose che ci puó insegnare, abbiamo sempre stimato cattiva
60 Corr 0. SCALVANTI

retorica il rimpianto di quelle Repubbliche, nelle quali ci
parrebbe soverchio il vivere per pochi di — « La giustizia,
scrisse sapientemente Aristotele CPolib; lib. I, eap. I), é so-
stanziale elemento dell’ aggregazione politica, perchè norma
delle società civili è il diritto, e nel diritto sta la determi
nazione del giusto ». — Perduto questo sommo bene di ogni
società, è naturale che si cercasse per qualunque via di re-
cuperarlo. Onde vediamo spesso i cittadini di Perugia ri-
correre al Governatore pontificio, come a centro di unità
politica per la tutela del diritto; e sono i Papi, che troppo
di sovente debbono rimproverare al Magistrato, che giusti-
zia non sia stata resa, o che le sentenze emanate per la re-

pressione di disordini e di delitti giacciano ineseguite. Ora

è vero, che a questo stato di cose si. pervenne anco per le
discordie tra le cittadine fazioni; ma al sorgere di queste,
a favorire il contrapposto fra nobili e popolani, a rendere
sterile e inefficace l'azione del potere politico, fu prima ca-
gione il soverchio sviluppo de’ nuclei sociali, di guisa che,
mentre questi davano immagine di un processo di rapida
evoluzione, e bastavano a sé stessi, lo Stato non acquistava
quell autorità, che era tanto piü necessaria, quanto piü
progredito e complesso appariva. il sodalizio da governare.
Il progresso esige, senza dubbio, che molte funzioni, già
esercitate dallo Stato, vengano assunte dalla società, e que-
sto, come avverte Spencer, è voluto dalla legge di perfet-
tibilità degli organi sociali; ma lo stesso autore aggiunge,
che tale passaggio di funzioni è richiesto anche dal bisogno,
che lo Stato attenda di proposito a’ suoi uffici essenziali
(La Giustizia, cap. XXVII, $ 5, 124, 125, 127). E quando alla
rapida evoluzione dei nuclei sociali, al progredire del loro auto-
governo non fa riscontro una forte costituzione del potere
politico, il carattere organico della consociazione è annien-
tato, perchè l’organo massimo non riveste più, o non esercita
le funzioni, che gli sono ‘affidate. L’ amministrazione della
giustizia è pertanto il primo, essenziale ufficio dello Stato, e CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 61

quando ad essa non provvedono gli organi stabiliti dalla
costituzione di un dato popolo, questi cerca supplirvi coll'in-
tervento di una forza esteriore, anche a scapito della sua
libertà e della sua indipendenza politica. E cosi fece in gran
parte Perugia.

Voglia perdonarci il lettore questa digressione, ma ci
parve utile ad approfondire le cause di molte vicende espo-
ste nella nostra Cronaca.

Pertanto la maggior parte degli avvenimenti narrati dal
Cronista fu affatto ignota agli storici più accurati e diligenti.
Infatti, mentre sino al 1450 la Cronaca fin. quì detta del
Graziani si diffonde assai sulle vicende di Perugia e del resto
d'Italia, non appena si riscontra nel manoscritto della Co-
munale la lacuna, che incomincia col 26 luglio di quell’anno, le
Cronistorie di Perugia cessano del tutto fino. ad oltre la
metà dell’anno 1453. L' illustre Fabretti cercò supplire colle
altre cronache della città, ma per gli anni dal 1450 al 53 non
una sola notizia potè raccogliere dagli scritti inediti dell’ar-
chivio Comunale e della sua privata biblioteca. Di guisa che
mentre il Supplemento inserito nella stampa della Cronaca
(Arch. Stor. it. vol. XVI, pag. 628 ‘e seg.) contiene la narra-

9)

. . L Uu Ind LI LI . L
zione di un solo fatto nel 1455, il manoscritto da noi ritro-

vato porta per quel solo anno ben quattordici notizie.

Ma anche quando o nelle cronache del Veghi o in quelle
del Villani si fa ricordo.delle cose narrate dal nostro Cro-
nista, ognun vede come egli le esponga con maggior preci-
sione e con un corredo di particolarità, che indarno si cer-
cherebbero o nelle altre cronache o nelle varie storie della
città. Anzi bisogna aggiungere che dal 1450 al 1487 le storie
perugine scarseggiano di notizie, e il Pellini ne dà la ragione.
Siamo, lo noti il lettore, nel 1450, e lo storico scrive: —
« Quello, di che più n° habbiamo a dolere, è che hora co-
minciano a mancarne quei pochi Scrittori, di cui fin qui ne
siamo pure andati in qualche parte servendo, e se per l'av-
venire le cose andranno molto scemandosi, e non si trove-
‘62 O. SCALVANTI '

ranno molto amplamente da noi raccolte le memorie dei
tempi, non a me daranno la colpa, ma. alla negligenza in
parte di coloro, che hanno avuto così poco a cuore gli
affari pubblici, e per poco avvedimento, per cosi dire, hanno
privato i posteri col dilaniare e nascondere quelle poche
scritture, che v' erano delle memorie, degli antichi loro e
nostri » (Parte IL, 13). Giusto lamento e legittimo rimprovero
non solo ai passati, ma anco ad alcuni nostri contemporanei
possessori di manoscritti, che tengono gelosamente nascosti
agli occhi degli siudiosi. i .

Così scriveva il Pellini, narrando gli avvenimenti del
1450, che é appunto l anno, in cui si apre nel manoscritto
della. nostra Cronaca fin qui conosciuto una lacuna di ben
37 anni. Segno certo, che gli storici e il Pellini in specie
avevano tratto dall' opera del Cronista la massima parte
delle notizie, per modo che venendo a mancare quella fonte
storica, le loro narrazioni non sono riuscite cosi ampie, co-
m'erano state per il tratto anteriore. Ora quello, che oggi
vien reso di pubblica ragione, è appunto il manoscritto igno-
‘ato dal Pellini, ossia la continuazione della Cronaca sin
qui detta del Graziani.

Quando nel 1850 il Bonaini, il Polidori e .il Fabretti si ‘.
2 à

accinsero alla pubblicazione delle cronache e storie di Pe.
rugia, rispetto alla Cronaca, che con molte interruzioni va dal
1309 al 1491, opinarono fosse scritta verso la metà del se-
colo XVI, perché, sebbene il racconto si arresti alla fine
del secolo XV, pure in quel tratto di storia si trova presa
nota di avvenimenti seguiti nel secolo di poi. Il fatto, a cui
il Bonaini (Arch. stor. it. prefaz. al tomo XVI) si riferisce
è quello della edificazione della Sapienza Nuova, rispetto alla
quale si dice dal, Cronista, all’ anno 1427, che — <« poi nel
1541 fu al tutto scarcata per edificare la citadela » — annota-
zione che si trova anche nel, manoscritto nostro. Ora le 0s-
servazioni del Bonaini portavano a ritenere: 1.° Che della
Cronaca dal 1309 al 1491 un solo fosse l autore; 2.° Che

n è

CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 63

egli non narrasse fatti contemporanei, perché essendo vis-
suto alla metà del secolo XVI era assai, difficile, che anco
negli ultimi del secolo anteriore si trovasse in età da scri-
vere la cronistoria della sua patria; 3.° Che perciò siasi valso,
come guida, del Diario di Artorio di Andrea di Ser Angelo
Veghi. Vedremo a suo tempo in qual conto possa tenersi in
genere il richiamo di fatti avvenuti in epoca posteriore ; per
ora contentiamoci di affermare, che rispetto alla Cronaca,
detta del Graziani, la menzione di tali fatti non è o»era del
Cronista, ma effetto di interpolazioni volute da più recenti
scrittori. Intanto, non sapendosi da quei compilatori il nome
dell'autore, congetturarono potesse essere di uno di casa,
Graziani, perchè il manoscritto della Comunale fu rinvenuto
dal prof. Vermiglioli a Torgiano nel 1857 nella biblioteca di
casa Graziani. Questo riscontro era di ben poco rilievo, se
non vi si fosse aggiunto l altro, che il nome di Graziani si
legge nell’ esterno del libro. Dunque, per le indagini e con-
getture di quei dotti, la Cronaca fu detta del Graziani e at-
tribuita a uno scrittore della metà almeno del secolo XVI,
che si sarebbe valso di altre cronache de’ vari tempi per
compilare l operg. sua. i
Ora, che veramente si potesse attribuire a un Graziani
la Cronaca, che va sotto il suo nome, non ci parve assai
confortato dai lievi riscontri, cui si affidarono i compilatori ;
anzi ci sembra smentito dallo spirito democratico, che ap-
parisce qua e là nel racconto degli avvenimenti perugini,
anco di quella parte che già vide la luce nell’ Archivio sto-
rico italiano. In specie poi nella parte inedita della Cronaca
si trovano frasi, che escludono’ potesse lo scrittore essere del
ceto nobiliare, come erano i Graziani (1). Ad es., quando si

(1) Nel libro Rosso o catalogo dei nobili perugini ordinato e compiuto nell’anno
1333 (edito da FABRETTI nei Doc. di, Storia perug., vol. I, a. 1887) fra i nobili del
Rione di Porta S. Pietro si leggono i nomi ti: Dominus Bonifatius domini Uffredutii
de Gratianis: Dominus Simon domini Bonifatii de Gratianis: Lippolus Maffei domini
Bonifatii de Gratianis ecc. *
64. - 0540. SCALVANTI

trattò in Perugia nel 1459 di levare ai cittadini la tassa del
fuocatico, i nobili si, opposero, e il Cronista indignato scrive.
— « Li camorlenghe, benchè tutti vorrieno che se levassero
« li ditti fuochi, perché questo é bien comuno, ma lo face-
« vono in servitio de questi principali e gentilomene, li quali
« non pagano foco, e vorrieno che noi altri populari. pagas-
« semo, e peró li popolari sono asini deli altri ». — E non
basta; ché scrive i nomi dei nobili, che si opponevano a
questo provvedimento, dolente di non poterli tutti nominare,
perché qualcuno è dn segreto e non si è scoperto. E aggiunge:
— « Per questa cagione tutti li sopradetti sono stati. odiati
dal popolo ». — Attribuisce poi ai nobili di avere eccitato
il Governatore a fare il Bando, che mai piü si parlasse di
levare i fuochi, e torna a dire — aoi siamo asini de altrui. —
Or questo non poteva essere il linguaggio di uno ascritto
alla classe dei nobili; e d'altronde e il Cronista stesso, che
si qualifica per popolare.

La persuasione dunque, che la Cronaca non dovesse es-
sere del Graziani, ci infervoró a fare delle ricerche sul vero
nome dell'autore di essa; e quando ritrevammo il prezioso
manoscritto, e ci accorgemmo che era stato posseduto dalla
famiglia Barzi, cercammo nei documenti, che l'esimio An-
gelini-Paroli conserva di quella illustre casata, un riscontro
qualsiasi circa la persona cui doveva attribuirsi la stupenda
cronistoria di Perugia. Ma non ci venne fatto di scoprir
nulla né in quei documenti, nè all’ esterno del volume o in
fine di esso, dove non è che la seguente annotazione del

copista: — « Rendei detto quaterno adi 10 de luglio 1572, co-
piato ». — Eppure quello che cercavamo con diligenza nel

frontespizio del libro e nelle carte di famiglia di chi lo
aveva posseduto, doveva scaturire dalla lettura della Cro-
naca, non appena ci fossimo accinti a decifrarla per la pre-
sente pubblicazione. E la scoperta che abbiamo fatto è tale
da rovesciar l' edifizio delle congetture formate dal Bonaini,
CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. — 65

e da darci notizia degli autori di questo documento e del-
l epoca, in cui fu scritto.
Chi ha letto il nostro cenno sul Ritrovamento di un Co-

dice di Cronaca perugina (1) sa, che tra le molte lacune, che

presenta il manoscritto della Comunale ve ne ha una, che
incomincia dal 27 di luglio 1450 e va sino all agosto del
1481. Ora questa lacuna non puó, come le altre, attribuirsi
alla scomparsa di aleune carte. Il testo al 1450 si chiude
con queste parole: — « Ad? 26 di luglio.....» — e questa
interruzione è dovuta alla morte dell autore. Già fin dal
1449 di giugno, aveva cominciato a serpeggiare in Perugia
la pestilenza (2), e in breve tempo parecchie furono le morti
registrate dal Cronista, il quale, mentre continuava 1’ oper:
sua, diveuuta ben triste, fu preso dal male, e mori dopo pochi
giorni. Egli non andò più in là di quelle parole, che abbiamo
riferito, e la Cronaca venne, forse dopo qualche di, conti-
nuata dall'altro scrittore, del quale pure ci é noto il nome.

— « Anco a questi di de Agosto,.scrive il continuatore
« della Cronaca, mori Antonio de Andrea de Ser Agnielo
«de Porta S. Agnielo dei Guarneglie de la Paroffia de
« 5. Donato, el quale ANTONIO (3) è quello che à fatte le pre-
« ditte Irecordanzie. Et cosi per sua mano appare lo originale
« delo quale questa è la copia, la quale copia copió Gostan-
« tino de Ser Guasparre de Nicolò de Lero de Porta Borgnie
« e Paroffia S. Agnielo. Et essendo venuta in mano de
« Vincenzo Tranquilli della ditta Porta 7o (sic) copiata, la quale
« materia seguito poi Pietro Agnielo de Giovagnie ». —

Dal qual passo della nostra Cronaca è facile rilevare
che Antonio di Andrea di Ser Angelo dei Guarneglie è
l'autore del manoscritto fino al luglio del 1450, e che l’opera
sua fu continuata da Pietro Angelo di Giovanni. L’ originale

(1) Bollet. di Storia patria Per ? Umbria, fasc. I, vol. II, n. 4.
(2) Vedi Cronaca a stampa, Arch. stor. it., tomo XVI, pag. 617.
(3) Il copista ha scritto il nome in carattere maiuscolo.

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66 : O. SCALVANTI

fu scritto dallo stesso Antonio, e di esso, com'era uso in
quel tempo, si fecero più copie, una delle quali fu eseguita.
da un Costantino di Ser Gaspare di Nicoló di Lero, che ve-
nuta in mano di Vincenzo Tranquilli fu vista e copiata dal-
l' estensore della Nota, in cui si ricorda la morte di Antonio
dei Guarneglie. Lo che significa che l originale scritto da
quest'ultimo ebbe molte copie, una delle quali è certamente
quella, che si conserva nell’ Archivio Comunale, e che finisce
appunto all’ epoca della morte del suo autore. E. diciamo
essere anche quella una copia, perché l interpolazione rela-
tiva ad avvenimenti seguiti nel secolo XVI, essendo dello
stesso carattere della Cronaca, non poté esser fatta dall' au-
tore, morto nel 1450, ma vi fu introdotta da altri, che
l'opera di lui continuarono, ampliarono e corressero (1).
Ma dal passo sopra riferito risulta pure, che la Cronaca
interrotta all anno 1450 per la morte di Antonio, fu conti-
nuata da Pietro Angelo di Giovanni, e perció é d'uopo con-
cludere: 1.° Che più furono gli autori della Cronaca ; 2.» Che
essi in gran parte narrarono fatti ai loro tempi avvenuti,
e di cui furono testimoni; e quanto ciò aggiunga pregio al
nostro manoscritto lasciamo che giudichi l'erudito lettore.
Quanto poi all’ essersi valso l autore di questa cronaca,
detta del Graziani, del lavoro d' Antonio Veghi (2) più
sono le considerazioni da fare. A tutta prima sembrerebbe
che Antonio de' Veghi fosse lo stesso Antonio de’ Guarneglie,
imperocché entrambi nacquero da un Andrea de Ser Agnelo
«di Porta S. Agnelo, né molto rileverebbe, che ora fosse detto
de’ Veghi e ora de' Guarneglie. E questa opinione parrebbe con-

(1) Abbiamo voluto fare ricerca degli autori della Cronaca nei Reg. degli Off-
ciali, per verificare, se avessero rivestito qualche carica della Repubblica. Ma l'unico
riscontro trovato in quei preziosi documenti (vol. VIII, cart. 36 ter.) riguarda l'autore,
che condusse la Cronaca fino al 1450, e che al 15 giugno 1497 fu eletto Camerario;
« Antonius. Andreae de P. S. Angeli; camerarius Artis Cappellarum feminarum lini ».
Lo stesso ufficio di Camerario ebbe nel 1447 (Vol. IX, c. 37 ter.).

(2) Vedi questa Cronaca nel vol. II delle Cronache della città di Perugia, edite
da A. Fabretti, 1888. CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 67

fortata dal fatto, che lo stesso Fabretti ebbe a notare che la
cronaca del Veghi era stata mutilata, anzi compendiata da
uno sconosciuto amanuense, e che raffrontando alcune parti del
diario del Veghi colla cronaca attribuita al Graziani, questa
non si distingueva da quella che per una maggiore amplia-
zione del racconto. Nulla di strano adunque, che il vero au-
tore della cronaca detta. del. Graziani possa essere Anto-
nio de" Veghi o de’ Guarneglie, e che un oscuro amanuense
l abbia compendiata, per modo che se ne abbiano esem-
plari diversi, quale piü esteso e quale mutilato e ristretto.
E perciò non al Veghi dovrebbe attribuirsi il Diario edito
dal Fabretti, ma ad uno sconosciuto raffazzonatore dell’ o-
pera del Veghi o Guarneglie, che sarebbero una persona
sola. Pur tuttavia, per molti riscontri, potrebbe anco rite-
nersi, che la cronaca del Guarneglie sia stata compendiata
dallo stesso Antonio de’ Veghi, e che puramente acciden-
tale sia la rassomiglianza dei nomi. E ben vero, che il Veghi
all'anno 1440 nota un fatto, ove parla di sé medesimo, circa il
prestito di fiorini 2b che gli venne attribuito dal Bando della
Repubblica e cosi si esprime: — « Adi 16 detto mandarono li
bollettini a chi era posta l’ imprestanza in quantità ; et a me
Antonio d’ Andrea di Ser Angelo di Porta S. Angelo de’ Veghi
mi fu imposto fiorini 25 e li pagai adì 17, ecc. » —. Ma l’aver
egli scritto queste parole nel Diario deve indurci a credere
ch'egli fosse l'autore della Cronaca? Mai più. Infatti il nostro
Codice, non compendiato, così narra il fatto: — « Et adi 16 de
giugnio mandaro le schritarelle a chi era imposta la prestanza,
con la quantità, e pagavase a boline 40 fiorino, li quali se
deponevano al banco de Agnielo de Pavoluccio e Ranaldo de
Mansueto e compagnie, pero che erano depositarie del Comuno,
e questi denari se coglievano per dare al Capitano Nicolò.

La Audientia deli ditti 10 era nel palazzo dei Signori Priori.

nela Camera del Cambio » —. Questo si legge tanto nel mano-
scritto nostro che in quello della Comunale, senza che vi si

trovi menzione della prestanza imposta a Antonio de’ Veghi,

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68 . O. SCALVANTI

che quindi apparisce essere un’ interpolazione del compen-
diatore, posta fra le parole « Adì 16 mandaro le schritarelle
a chi era imposta, la prestanza con la quantità » e le altre « e si
deponevano al banco, ecc. ». Ora se la Cronaca nostra fosse
stata opera del Veghi o Guarneglie, e il compendio opera di
un amanuense, come spiegare, che nell esemplare compen-
diato si trovi la menzione del prestito assegnato al Veghi,
mentre nell’ esemplare zo» compendiato quella notizia non
cè? E come ve l'avrebbe inserita l'amanuense, con quella
forma che abbiamo sopra riferito? Adunque essa può giudi-
carsi un’ annotazione dello stesso Veghi, mentre stava com-
pendiando la Cronaca del Guarneglie.

sembra poi difficile che sia del Veghi tutto il sunto
della Cronaca fino 1491, perchè se al 1440 egli era stato
imposto per la prestanza da darsi al Comune, come mai
circa 60 anni dopo era ancora in grado di compendiare la
cronistoria della sua città? j

Come ben vede il lettore, più sono le ipotesi che si pos-
sono mettere innanzi per il raffronto fra il nome dei due
Cronisti e la qualità delle opere loro; e ci auguriamo di poter
trovare documenti, i quali servano a condurci allo scopri-
mento della verità attraverso le congetture più probabili,
che abbiamo fatto. i

Concludendo, non pare possa ammettersi che il Veghi
e il Guarneglie sieno una persona sola, ma piuttosto che il
Veghi sia stato un compendiatore del Guarneglie.

Per quali motivi poi il manoscritto della Comunale, dopo
la lunga interruzione di 37 anni, abbia il seguito del rac-
conto, quale trovasi nel manoscritto nostro, per ora non sap-
piamo dire, perché, a quanto abbiam visto, non ci sono
presso quel tempo indicazioni atte a farceli comprendere.
Ma chi sa, che più accurate investigazioni non ci guidino
alla scoperta di questo fatto, che è forse dovuto alla, circo-
“stanza, che un nuovo autore succedette a Pietro Angelo
nella compilazione della Cronaca. CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 69

Pertanto noi cercheremmo invano nel principio della
Cronaca di Pietro Angelo quella accuratezza, di che diede
prova Antonio in specie nella narrazione dei fatti svoltisi
a’ tempi suoi. Infatti, mentre nel tratto dal 1309 al 1424 vi
sono interruzioni dovute forse alla mancanza delle Fonti e
alla scarsità di notizie, da quell' epoca al 1442 il racconto
si fa più spedito, e dal 1442 al 1450 si può dire che nes-
sun avvenimento vi sia tralasciato, e la narrazione assume
la forma propria di chi parla di cose vedute e che lo inte-
ressarono ben davvicino. Or, quando Pietro Angelo si accin-
ge a continuare l opera di Antonio, nel principio del suo
lavoro si nota quella incertezza, quell inesperienza di. chi
non è adusato a quel genere di comporre. I fatti più salienti
di Perugia vi sono accennati, ma non vi si fa motto, ad es.
nel 1450, dell’ assedio di Milano, né della Cappella in quel
tempo edificata in onore di 5$. Bernardino da Siena nella
Chiesa di S. Lorenzo, né della pace tra Alfonso e i fiorentini,
né del trattato scoperto in Città di Castello a favore di Sigi-
smondo Malatesta, né dei sospettinati in Assisi circa il pro-
posito di Nicolo V di portar seco a Roma il corpo di S. Fran-
cesco, avvenimenti tutti, che non sarebbero sfuggiti al Cro- -
nista Antonio. Ma a poco a poco e cioè col 1453 la narra
zione comincia a farsi più ordinata, senza interruzioni di
sorta e con un calore di. verità e un’ efficacia dà agguagliare
il pregio del tratto di Cronaca anteriore.

Ed ora, come spiegare l'indicazione dell anno 1454 con-
tenuta nella narrazione di Antonio sotto l'anno 1450, quando in
quest'anno egli venne a morte; e l’ altra indicazione del 1541,
che si trova nel ràcconto del Cronista sotto l anno 1427 (1)?
Anzitutto. osserviamo che non è lecito dubitare della ve-
rità del brano inserito nella Cronaca, e che. ci dà il nome
degli autori colla più scrupolosa precisione. In secondo
luogo, è ben facile ammettere, che queste cronistorie, che

(1) Vedi Cronaca a stampa, pag. 623 e 324.
10 O. SCALVANTI

venivano avidamente cercate e con tanta cura ricopiate
in più esemplari, passassero per le mani di uomini amanti
de’ fasti della loro patria, delle loro glorie cittadine, delle
arti, e va dicendo; ed è da credere, senz’ altro, che nel ri-
leggerle vi aggiungessero la menzione di fatti avvenuti dopo
il tempo, nel quale furono scritte. Del resto il numero stesso
dei richiami ad epoche posteriori è troppo esiguo per potere
essere attribuiti agli autori della Cronaca, i quali, se fossero
vissuti oltre i tempi, di cui ci hanno dato il racconto, avreb-
bero avuto occasione più frequente a tali richiami (1).

Resta che diciamo alcun che del metodo da noi tenuto
nel riprodurre il prezioso ms. Le antiche scritture, secondo
noi, debbono essere fedelmente riprodotte; nessuna licenza,
nessuna correzione può essere menata buona, non solo per-
ché all’ opera di correggere o sostituire o indovinare diffi-
cilmente si possono assegnare dei limiti, ma anco perchè in
queste prose dei secoli XIV e XV è interessante per gli
studiosi della lingua verificare la evoluzioue subita dall’ ita-
lico idioma. E se non andiamo errati, il Codice che ora si
pubblica, pone in luce qualche modo di transizione nell’ uso
della nostra lingua, per ciò che si riferisce alla etimologia,
alla giacitura dei periodi e al conio di frasi di notevole ef-
ficacia. Per queste ragioni ci parve di dovere essere serupolosi
all'estremo, e lasciare il ms. qual’ è, anche là dove l'evidenza
avrebbe consigliato qualche opportuna correzione, che il leg-
gitore potrà fare da sè.

Rispetto alle Note diremo una sola parola. Gli eruditi di
storia perugina troveranno, che spesso abbiamo creduto di ri-
cordare date e fatti assai conosciuti, e che'si potevano passare
sotto silenzio. Ma ci è sembrato, che essendo la stampa della Cro-

(1) Queste aggiunte occorrono spesso nelle Cronache. Ad és. nel ms. nostro,
all’11 luglio del 1470 si trova, che Gentiluomo degli Arcipreti inserisce nella Cronaca
una. notizia che lo riguarda: « Io Gentiluomo de mia propria mano schrisse questo
ricordo ». CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 11

naca destinata anco agli studiosi dell’ istoria generale d' Italia,
fosse per tornare utile qualche raffronto colle opere storiche e
coi documenti del ricchissimo Archivio di Perugia. E del pari
ci sembrò opportuno tener conto delle molte Bolle e Brevi
pontifici relativi al tratto di storia dal 1450 al 1460, ancor-
ché talvolta riferentisi a fatti non accennati dal Cronista.
Per tal modo le Note possono completare il testo dando no-
tizia di avvenimenti, che lo scrittore ignorò o volle tacere.

Le lacune, che il manoscritto può colmare sono mol-
tissime (1), ma la più importante, come abbiamo notato più
sopra, è quella, che va dal 1450 al 1487. Se non che il corso
degli avvenimenti storici prestandosi ad una partizione di
questa materia, ci è parso conveniente intraprendere la
stampa del periodo dal 1450 al 1460, coll’ intento di prose
guire la pubblicazione delle altre parti, facendole precedere
da qualche considerazione utile alla piena intelligenza del testo.

Perugia, gennaio 1898.
Prof. OscAR SCALVANTI.

(1) Vedi il nostro scritto : Sul ritrovamento di un Cod. di Cronaca perug. Boll.
di Storia patria per V Umbria, a. 1896. Dei mss. di questa Cronaca noti al Vermi-
glioli (Bibliografia storico perugina, 1823, 4o, pag. 106) oltre quello della Comunale,
trovato a Torgiano, vi era quello già custodito dai Minori osservanti nell'Abbazia del
Monte, poi divenuto proprietà del prof. Luigi Bartoli, e che ora, secondo l'opinione
nostra, è quello stesso indicato dal Narducci nel Catalogo della Libreria del Principe
Boncompagni (Roma, 1892, n.0 342). Infatti anche questo Codice presenta, fra le altre
le medesime lacune del manoscritto della Comunale, dal 1398 al 1424, e dal 26 luglio
1450 al 5 agosto 1487, e termina col 1491.

Samon.

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O. SCALVANTI

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Cronaca di Pietro Angelo di Giovanni (0

1450 — Adi 26 de luglio (2) mori Cola de Restoro che la mat-
tina stette ala messa a S. Lorenzzo e la sera ale 22 ore fo sepelito-
Anco morse Pier Giovagnie de Bartolomeo de Mateo de Puccio.

A questi di de agosto mori el figliolo de Severe de Fran-
cesco de m. Bartolo fratello de Alfano quale era abate de S. Polo.

Anco a questi di morì Alfano e Severe suo fratello, li quali
erano mercatanti. E anco mori de molla gente che non ne fo
mentione, tutte de peste.

Anco a questi di de agosto morì niodo de Andrea de
Ser Agnielo de P. S. Agnielo dai Guarneglie dela paroffia de
S. Donato. El quale Antonio è quello che à fatto le preditte Re-
cordanzze. Et cosi per sua mano apare lo originale de le quale
questa. è la copia, la quale copia copió Gostantino de Ser Gua-
sparre de Niccolo de Lero di P. Borgnie e paroffia S. Agnielo. Et
essendo venuta in mano de Vincenzo Tranquilli dela ditta Porta
e paroffia lo (3) copiata. La quale materia seguitò poi Pietro
Aernielosde-Giovaehie (b) 45d. rom LORI IA

Adi 19 de xbre in Sabeto a sera fo in R oma al finire del
Giubileo nel Ponte de San Pietro si gran stretta e furia de gente,
le quale erono andate al perdone de ditto giubileo, che cie moriro.
circa 400 persone cioié sene afogaro nel ponte circa 270 e el resto
cascaro nel Tevere, e se non fosse che il Castelano de Castel
S. Agnielo lassò cadere la saracinesca cie sarebbono morte le

(1) L’IIl. sig. Dott. Carlo Angelini-Paroli dichiara di riservarsi la proprietà let-
teraria della presente Cronaca, talché ne resta vietata qualunque riproduzione.

(2) Le parole in corsivo son quelle, che si trovano nel Ms. della Comunale pub-
blicato nell’ Archivio St. ital, tomo XVI, e di cui è parola nella nostra Prefazione.
Fino all'anno 1453 ai 10 agosto tutti i Cronisti di Perugia hanno una lacuna, talché
lo stesso Fabretti non poté in verun modo supplire alla deficienza del Ms.

(3) Lo per ? ho copiata.

(4) Per le notizie sui nomi degli Autori della Cronaca vedi la nostra Prefazione.

(5) La narrazione é interrotta fino al decembre 1450; e il Copista vi ha lasciato
un breve spazio in bianco. CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 73,

migliaia dele persone. Ciè moriro 7 bestie tra muli e cavalli e
dela nostra città cie moriro alchuni e anco» del contado, fra li
quali cie morì Polione de Nicolo de Golino de P. Soli e dona
Vanna sua moglie e donna Isabetta sua figlia e uno suo fante il
quale era da Ripa, la qual donna Vanna era figlia di Agnielo de
Appio (1).

In questi anno el più à valuto el grano scudi 25 in 30 la mina,
e l'orso scudi 22 '/,, la spelta scudi 15 in 18, e l'olio libre 80 el

mezolimo;-elvyvino-Ibre/8715 voto ra II A DUE
1451— . . . X OEC RET Ue UIN i a et

Adi ullimo de marzzo Chucco de m. Pulidoro dei Baglione
delle de le molte bastonate al Riccio de: Giapeco da Coromano li
sul ponte de San Giagne, e feceli una, ferita in sul capo, per la
qual cosa ne fo fallo conseglio, e Mons. cie mandó el Cavaliere
con tutta la fameglia, e anco cie mandò 3 deli Capitani del Con-
tado, uno fo Pietro Pavolo di Ser Francesco ditto. Squartera de
P. Soli, e Alberto del Gentilomo ditto Scotafinochio, Porta Borgnie,

(1) II PELLINI (Hist., II, 13) narra questo fatto luttuoso, del quale ci hanno
lasciato memoria il Rainaldo negli Acnali Ecclesiastici, Cristoforo da Soldo nelle
Istorie bresciane (MURATORI, R. I. S., tomo XXI), l’Infessura nel Diario, parte 2a,
e altri scrittori. Per alcuni dei quali é incerto il giorno di tale infortunio. Ma il no-
stro Cronista ponendolo al 19 dicembre, viene a rafforzare quanto si trova scritto nel-
l'Infessura e nella Cronaca di Rimini (MURATORI, R.I. S., tomo XV). La causa del
disastro fu il terrore e lo scompiglio, da cui venne presa la folla pel fuggire di una
mula. Dopo il primo giubileo del 1300, tenuto da Papa Bonifacio VIII, non si era vista
in Roma tanta moltitudine di fedeli, malgrado che la pestilenza. infierisse in Italia.
In questo anno era pontefice Nicolò V, ossia Tommaso da Sarzana, vescovo di
Bologna, che papa Eugenio IV aveva creato cardinale nel 1416. Fu eletto pontefice
nel 6 marzo 1447, e di lui narrano gli storici, che sebbene di oscuri natali, era —
« virtute, doctrina, comitate, gratia, liberalitate, magnificentia tanto pontificatu di-
gnus, licet ipse adeo modestus erat, ut tanto magistratu se indignum arbitraretur ;
rogaveritque cardinales omnes supplex etiam, ut ecclesiae Dei maturius consulerent.
Verum Tarentino cardinali eum adhorante, ne cursum Sancti Spiritus impediret, col-
lum tanto oneri subiecit » (PLATINA, De vitis pontif. pag. 232).

(2) Lacuna del Ms. Fra i fatti notabili dei primi del 1451, e che vennero omessi
dal nostro Cronista, al pari che dagli altri storici, fu la nomina a Podestà perugino
di Ghino di Manente dei Buondelmonte di Firenze, per opera di Niccolò V, con Breve
31 gennaio (Arch. Com., Cass.a XII, Doc. n. 183).
qi ies ©. 0. SCALVANTI

e andarci una parte deli scudiere de Monsi: e gionte che furo

andaro a dosso al ditto Chucco per pigliarlo, onde che Baldassarre
figliolo del ditto Cucco corse al romore a cavallo e arrestò una
giannetta (1) e gionse al cotozzo (2) a uno de li ditti scudieri e
passó nella faccia, e subito mori, in ultimo fo preso el ditto
Cucco, e fu menato in Perogia in giuppone (8) legato con le
mano derieto come se fosse stato un ladro, e in capo de pochi
di el ditto Chucco fo lassato (4). i

A questi di de luglio fo arpreso (5) Reschie (6) dove cie foro
prese dentro 7 persone, e foro menale in Perogia prigione a pe-
titione de Mons. infra li quali fo preso Mariotto da Montone
Conestavole de fanti del Conte Carlo di Braccio deli Fortebracci
da Montone.

Et de lì a pochi dì fo fatto un conseglio nel quale fo deter-
minalo che se scarcasse e] ditto Reschio e cosi Mons. cie mandó
li nostre (7) e fo scarcata la torre e parechie pasa (8) de muro (9).

A di 24 de luglio fo tratto fuore lo stendardo del Podestà
per volere mozzare el capo al ditto Mariotto da Montone e sonan-
dosi la canpana dela Giustizia cadde el martello dela ditta can-
pana. E poi letta che fo la condanagione fo. determinato che li
fosse tagliata la testa a piede dele scale del palazzo del Podestà (10)

(1) Giannetta crediamo fosse un' arme in forma di lancia.

(3) Cotozzo è vocabolo tuttavia usato nel contado perugino per indicare la parte
posteriore del collo.

; (3) Giuppone abito, che si faceva forse indossare ai condannati.

(4) Nessun cenno di questo fatto nel Pellini e nelle Cronache della città.

(5) Arpreso per ripreso. Noto già il Polidori nella Cronaca detta del Graziani,
che ar ne’ composti, invece di ri, è scambio, non che frequente, caratteristico di molti
fra i vernacoli umbro-piceni.

i (6) Reschie feudo con titolo di marchesato nel confine del territorio ‘perugino.
posseduto poi dal Marchese Bichi Ruspoli di Siena (MARIOTTI, Mem. Stor.). Nel 1202
Reschie si sottomise a Perugia (Vedi PELLINI, vol. I, pagg. 224, 225 e 1312, vol. II,
pag. 5, 12, 21 e 571).

(7) Li nostre per nostri armati.

; (8 Paso si usa anch'oggi, nel contado, per palmo o passo misura della lun-
‘ghezza di 25 centimetri (Vedi FumI, Stat. di Chianc., Orvieto 1874 e DU CANGE).

(9) Nel Pellini é qualehe menzione di questo fatto, più ampiamente narrato dal

"Cronista.

(10) Vedremo a suo luogo, che le esecuzioni capitali d'ordinario venivano fatte

«a S. Manno. In questo, come in altri casi, però avendosi il sospetto di un colpo di

mano tendente alla liberazione dei condannati, si fece l'esecuzione in città. Il Croni- AIA,

CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 15
perché: mentre che fo letta la condenagione la corte se acorse che
il ditto Mariotto facea un gran guardare in là e in qua ale gente
e dice che cie era stato dato ad intendere che esso saria stato
artolto, per questa cagione subito che fo letta la condenagione fo
posto el ceppo, e volendolo fare inginocchiare per fare ponere el

capo nel ceppo, sopragionse li M. Giovagnie de Petrucci de

Monte Sperello decendo, state salde e. non facete. E subito le
gente comenzaro a trare li sassi al Cavaliere e ali birri, e li cie

‘era quasi tutta Perogia a vedere. Infine li cavalieri foro renca-

stelate (1) nel palazzo, e fra gli gli altri cie fo Nello di Pandolfo
al quale glie fo tratta una gran pietra per una fenestra dal Cava-
liere. El quale avea nome Francesco da Fiorenzza, ma non lo
colse che li ditte a piè deli piej, e in questo sopregionsero de
molti gentilomeni e fecero rebassare el romore (2) e alora vene
giù Mons. in sino li dal pozzo‘ de piazza e andava come un cane
arabbiato tanto sbaffava (sic) dalla stizza, e esso con alchuni deli
nostri gentilomeni determinaro che il ditto Mariotto fosse inpic-
cato ala loggia del Sig. Braecio padre del.Conte Carlo, e questo
fo fra le 13 e 14 ore, e cosi fo de nupvo tratto lo stendardo, e
Mariotto fo menato in su la loggia preditta, e Mons. con questi
nostri gentilomeni staveno giù abasso, per far fare in derieto le
brigate. In ultimo a Mariotto li fo messo el capresto ala gola e

alta[ca]rlo a uno de quelli ferri dove se mettono li stendardi - li

scontro ala fonte alato al griffone. El ditto: Mariotto inanzze che
fosse legato volse che li fosse tratta la calza ala divisa, cioiè la

calza manca quale era biancha e cilestra, che era la divisa Brac-

sta lo indica chiaramente, là dove dice, che fu stimato di eseguir la condanna a pié
delle scale del Podestà, perché gli esecutori si accorsero, che il condannato Mariotto
guardava in là e in quà e dice, che cie era stato dato ad intendere che esso saria

-stato artolto, ossia liberato. Il Pellini pure così narra il fatto: « Il Governatore, che

era molto ‘rigoroso e severo, havendo dato ordine al Podestà, che era il conte Fran-

:cesco Soderini da Fiorenza, d'animo anch'egli generoso e virile, che quanto la giu-

stizia comportasse, facesse, et egli havendo il detto Mariotto nel pubblico pergamo
della piazza condannato alla morte, dato segno della giustizia con lo stendardo, volle
perché v'era grandissimo popolo concorso, che non ai twuogo solito gli si tagliasse la
testa, ma a piedi le scale del palazzo suo, ma mentre le cose si preparavano, Mariotto,
che si vedeva già condannato et s'era persuaso, ecc. ».

(1) Rencastetare usato spesso nelle scritture del tempo e anche anteriori per
rinchiudere.

(2) Rebassare el romore, per calmare il tumulto.

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76 O. SCALVANTI

cescha, e poi fo legato e datogli la spenta, e fra le grandi spente
che (e) lo capestro era sotile se stroncò e Mariotto cadde de sotto,
e subito fo levato su e portato a S. Lorenzzo, che ancora avia
buon polso e visse circa 1 ora e mezza. Li gentilomeni che fecero
rebassare el romore e che stetteno con Mons. quando Mariotto
fo buttato da la loggia forno queste, prima M. Giovagnie de Pe-
truccio da Montesperello dottore, Baldassarre de Cherubino deli
Armanni, Guido di Carlo de li Oddi, Pietro de Giovagnie de
m. Chrispolti, Pietro Pavolo de Mansueto. Mons. nostro governa-
tore si era m. Pietro da Venetia Arcivescovo di Brescia e era
uno terribile omo, e stava qua a petitione di Papa Nicola V (1).
Di poi sapendo tal nuova el Conte. Carlo dice che lo ebbe
molto a sdegnio e recosselo per una grande ingiuria.
Adi primo de settembre entraro in Uffitio li Mag. Sig. Priore,
cioié quali (2)
Cinello de Alfano mercatante.
Guasparre dei Ranieri de Giordano, detto el Bagiano —
P. Sogli.
Bonifatio de m. Ibo. mercatante.

^

Giapecho de Christofano ditto de Stornello — Porta S. Agnielo.
Mascio de Nicolo ditto de Scarafone canbiadore. ,
Pietro de mastro Marco — Porta Susane. . . . . . (3).

(1) Questo Pietro Veneziano Vescovo di Brescia, che il Cronista qualifica per
terribile omo, entró Governatore a Perugia nel maggio 1451, e succedette all'arcive-
scovo di Ravenna. Ebbe nome Pietro del Monte, e assai si distinse nel Concilio di
Basilea; fu autore di molte opere, ebbe varie e importanti cariche, e mori in Roma
nel 1457 (Conf. UGHELLI).

(2 Quali: deve leggersi i quali sono.

(3) Il Cronista non ci ha indicato i nomi dei Priori per la porta Eburnea e non ne
ha indicato che uno per la porta S. Pietro. Noi li riferiamo togliendoli dal Regis. Offit.,
vol.IX, del nostro Archivio Comunale. Ivi si legge, che nel 21 agosto 1451 fu. con-
vocato il pubblico egenerale Consiglio nel palazzo del Podestà, che era il conte Fran-
cesco Soderini di Firenze, e si elessero a Priori: Cinellus Alfani mercator,: Guaspar
Ranerij pro arte taberne — P. Soli — Bonifatius Dni Ivonis mercator, Jacobus Stor-
nelli pro arte macelli — P. S. A. — Mascius Nicolai Campsorum, Perus mag. Marci
pro arte capellarum — P. S. Susane — Felice Falonis pro arte spetiarorum, Johan-
nes Francisci pro arte sellariorum — P. Borgnie; Johannes. Bartholomei pro arte
Miniatorum, Johannes Petri pro arte pannorum veterum — e in luogo di lui: (substi-.

tutus) Petrus Paulus filius Johannis "suprascripti. La qual sostituzione fu fatta dai
Camerari nello stesso giorno 21agosto 1451. Segue la nomina di Ser Ilarius Ser Cal-
futii P. Solis notarius, Julianus Thàmassinus dicte portis nuntius e di Johannes
JacoUi dicto U Abbate Portinarius. È
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CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. TI

Giovagnie de Bartolomeo di Ciabacca — Porta S. Pietro.

Ser Lario de Calfuccio de P. Soli notario.

Et entrati che foro in Uffitio li dicti Sig. Priore ordinaro un
Conseglio, dove cie chiamaro tutti li cettadini per ragionare per

‘interesso (1) de arfare (2) el Sacco, e comenzaro a essere in di-

ferenzza infra le Porte. In ultimo se concordaro e asettaro ogni
diferenzza a tale che ogni persona remase contenta.

Adi 9 de settembre for chiamati li Camorlenghe dali Priori
per arfare el ditto Sacco, e venece Mon. nostro governatore. E
li camorlenghi radunandosi tutti nel palazzo dei Priore come è
consueto, e disse la messa Mons. in capella, e li comenzaro a
meltere li partiti per eleggere, e vencieri (3) li buoni omeni ad
arfare el ditto Sacco, li quali boni omeni son questi de sotto (4);

P. Soli — Gostantino de Ruggere de Ranieri, per la Mer-
cantia, Marcho da Coromano per li Calzolari (5), Antonio de To-
masso banbachaio per li fornari, Giapecho de Mateo de Tomasso
de Teo per li cartolari (6).

P. S. Agnielo — Pavolo de Lodovico de Felippo de Pellino
per la Mercantia, Batiste de Menechuccio del fornaio per li pet-
tenari.

(1) Per interesso avverbialmente, nel senso di per cagione, si trova spesso usato
in questa Cronaca. (Vedi anco la Cronaca a stampa. Arch. Stor. ital., tomo XVI,
pag. 333 e nota di Polidori). :

(2) Arfare per rifare (Vedi nota 5, pag. 64).

(3) Vencieri. Cosi nel ms., ma deve leggersi venciere per vincere a partito.

(4) Sul modo di eleggere questi venti cittadini, che dovevano provvedere a rifare
le borse degli uffiziali decretò il Governatore assai saviamente. Egli yolle che i Priori,
chiamati i Camerlenghi di ciascuna porta distintamente, dovessero « eleggere quattro
uomini d'arte, e uno per contrada di quella. porta con voti segreti, e come essi di-
cono, a fave bianche e negre, ciascuno da per sé passato e vinto; e che cinque ne
fossero dell'arte della mercantia e due dell'arte del cambio, intendendo, che de’ cine
que della mercantia ve ne fossero per ciascuna porta; gli altri XIII potevano eleg-
gersi indifferentemente di tutte le altre arti e delle grosse e delle minute, così dette
da loro, che si fossero, purché nessuna di esse più d'uno se ne avesse, e vi fu. ag-
giunto, che se per avventura gli elettori di detti quattro huomini per ciascuna porta,
non fossero stati concordi in eleggerli, fosse loro lecito in quel caso di metterli etian-
dio a partito tutti quattro in una volta, e in un sol partito, e per questo modo fu
messo in,prova, per questo sacco, e fu con molta satisfattione di tutte le parti, che
insino allhora discordato havevano, approvato » (PELLINI, Op. cit. II, 13).

(9) Marco di Filippo di Giacopo de* Caromani.

(6) Il Pellini scrive: Giacomo di Tomaso di Teo per à lanari.
Egna O. SCALVANTI

Baldassarre de Cherubinò deli Armanni per lo canbio.

Viviano de . . . . . (1) per li Tentore o coltrari.

P. Susane — M. Grigorio de m. Rugiere de Anlignolle per
la Mercantia. i

Sinibaldo de Pietro da Ramazzano per li Tavernieri.

Gulino deli Oddi per lo canbio (2).

Marcho de Matarazzo per li banbacari (3).

Porta S. Pietro — Antonio de Apennino (4) per la Mercantia.

Pietro de Pirro de Pavolo de Pietro per li Merciari (5).

Benedetto de Piero de Ser. Cino per li spetiali.

Anlonio de Nofrio per li bastari e fornari (6).

Porta Borgnie — Aberto (7) dela Gentilina ditto Scotafinochio
per la Mercantia.

Pietro de m. Mateo . . .'. (8) matarazzari.

Giapecho de Menecho di Vannuccio detto la Ghogha, bovat-
tiere (9).

Mariotto . . : . . . (10) da Monte Sperelli.

Adi 14 de settembre vene la nuova qui a Perogia, come Sforzza
de Malatesta dei Baglione era morto a Fiorentino sotto Roma de
febre (11) e. —

Adi 16 ditto fo recato il corpo suo .a Perogia, el quale era

giovene di elà circa 25 anni, e vener con il dello corpo a acon-
pagnarlo parecchie omeni d'arme e molte persone dela città li
andaro incontro per fino a Monte di Corno sempre piangendo
e corottando e per la via venivono le centinaia delle persone, in-
contro e fo posto il corpo suo in S. Pietro, e la sera ale 24 ore
fo portato a S. Francesco dove cie andó quasi tutto el popolo di
Perogia per acompagniarlo tutti sempre piangendo e corottando

(1) Viviano de Simone di Lando.

(2) Golino di Filippo di Carlo.

:(3) Il Pellini scrive: per li barbieri.

(4) Antonio d'Appennino de’ Petrozzi.

(5) Pino di Pietro di Paolo.di Pietro.

6) Bastari per fabbricanti di basti, bardature, ecc.

7) Nell'istoria del Pellini è indicato: Alberto di Gwiccione di Contucciolo.
8) Pietro di m. Matteo di m: Antonio.

‘ (9) Pellini ha Giacomo di Menino di Vannutio.

(10) Mariano di Costanzo da Montesperelli per i battilana.
(11) Conf. PELLINI, Op. cit., II, 13.

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TRITATI CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. ii dI,

da S. Pietro fino a S. Francesco, e molte done stavono ale fe-
nestre, pure piangendo e gridando, é molle persone for. cacciate
fore de S. Francesco, le quale non se volevono partire, e non se
podevono satiare de piangere. Dipoi fo fatto uno onorevole esequio,

‘e poi fo sepelito el ditto corpo.

A questi dì de settembre venero qui in Perogia lo Amba-
sciatore del Re de Ragona (1) e lo Ambasciatore dei Venetiani (2),

(1) Ragona per Aragona scrive anche il Machiavelli (Zstorie, lib. VI).

(2) Il Pellini mostra di credere che gli ambasciatori di Venezia e dell’ Aragonese si
fermassero in Perugia unicamente per attendere il salvacondotto dai fiorentini, i quali,
come narra il Cronista, lo concedettero solo ai messi del Re di Aragona. Ma la dimora
per 15 giorni di quegli ambasciatori in Perugia ebbe ben altro motivo. Non bisogna di-
menticare infatti, che in questo stesso anno 1451 di marzo, i veneziani, deliberati a
combattere lo Sforza, avevano fatto lega con Alfonso, coi senesi, col Duca di Savoia,
col Marchese di Monferrato e coi Signori di Correggio. Per stabilire la qual lega, vi
fu scambio di molte ambascerie, fra cui notevole quella di Ser Triadano Gritti per
Venezia presso il Re di Napoli (Conf. SANUTO, Ist. Ven., tomo XXII, R. I. S., CRI-
STOFORO DA SOLDO, Hist. bresc., tomo XXI, cod. MURATORI, ÀZ74li).Ora dal marzo al
maggio questa alleanza fu tenuta segreta, ma poi fu, come scrive il Sanuto, gubbli-
cata con grandi feste. Era naturale che l' Aragonese e i veneziani, principali della
lega contro il Duca di Milano, cercassero di attirare a sé le città piü potenti o di ot-
tenere almeno che fossero neutrali nell'aspra guerra che stava per incominciare; e
tanto più simili premure dovevano esser fatte presso la Repubblica perugina, di cui
si conosceva l'alleanza coi fiorentini, contro i quali stavano per volgersi le armi
della lega veneta. Per comprendere poi il rifiuto del salvacondotto per parte dei
fiorentini e del loro Gonfaloniere Nicolo Soderini, bisogna rammentare, che tra essi
e il Duca di Milano era una lega diretta a difendersi dai veneziani alleati di Re AI-
fonso. Cosimo dei Medici tentò più volte persuadere ai veneziani, che male operavano
schierandosi contro il Duca di Milano. Ma agl'intendimenti pacifici di Cosimo, Ve-
nezia rispose estendendo le sue alleanze, e cacciando i fiorentini dal suo imperio ;
nella qual misura odiosa furono seguiti da Re Alfonso. Narra infatti il Sanuto, che
«a di primo di giugno (1451) fu preso di cacciare da questa città nostra e dalle
altre nostre terre e luoghi tutti i fiorentini sì laici come preti e frati, eccetto que'che
hanno privilegio di starvi. E questo fu fatto, perché i detti fiorentini aiutavano, non
solum come collegati, ma etiam con denari il duca Francesco. E in questo giorno
fu pubblicata la detta deliberazione, la quale etiam medesimamente fece il Re Al-
fonso nel suo regno. E diedero loro termine di giorni 10 a partirsi, aliter fossero
ritenuti nell'avere e nella persona » (MuRATORI, R. I. S., tomo XXII). I fiorentini,
vedendo prossima la guerra, spedirono ambasciatori in tutte le città più importanti,
dove contavano amici; e Alfonso cercò intanto, per l'opinione di alcuni storici, sca-
gionarsi di aver cacciato i fiorentini; offrendosi di voler dare il salvacondotto a chi
glie lo domandasse. E poiché Firenze ostinavasi a ritenere ingiusta la guerra, che
! veneziani volevano fare contro il duca di Milano, la Repubblica veneta e Alfonso
pensarono di inviare ambasciatori a Firenze per dare sul proposito ampie giustifica-
zioni, « Ma, scrive il Machiavelli, l'Ambasciatore dei veneziani non fu voluto in-
tromettere nel dominio fiorentino, e non volendo quello del Re solo far quell’ ufficio,
So 7*0. SCALVANTI

quali stier qui circa 15 dì, e mandaro a Fiorenzza per il salvo
condotto, dove non lo volseno fare, se non per lo Ambasciatore
del Re de Ragona.

A adì 6 de decembre (1) se partiro li ditti Ambasciatori da
Perogia li quali ciaschuno de esse retornò in suo paese.

Adì 11 de decembre fo uciso Agnielo de Melchiorre dei Barse

da Tadeo de Marianello dei Ranieri, e uciselo denanti. ala. porta
dei Priore, che li delte una coltelata nella gola a tradimento; se
disse che fo perchè poco tempo [fa] (2) un nepote del ditto
Agnielo avea amazzato Raniere fratello de ditto Tadeo e fo quello
che fo con Rustecho da Monte Melino ad amazzare Vigie de Appio
come inanle decemmo (3).

restò quella legazione imperfetta, e i veneziani per questo conobbero essere stimati
meno da quelli fiorentini, che non molti mesi innanzi avevano stimato poco » (Isto-
rie, lib. VI). Pertanto l'avere accordato il salvacondotto all'ambasciatore del Re
Alfonso, e lo averlo negato ai veneziani da che deve ripetersi? Tanto il Re napoletano
che la Repubblica avevano esercitato una violenza sui. fiorentini residenti nei loro
Stati, e dovevano quindi essere colpiti dal medesimo sdegno. Ma anzitutto Firenze
riteneva, che della guerra imminente avessero la maggiore responsabilità i veneziani;
in secondo, luogo il Re aveva in qualche maniera fatto ammenda del proprio fallo
offrendo il salvacondotto ai fiorentini, e perciò questi non potevono negarlo all'am-
basciatore di lui; in terzo luogo isogna aver presente che nel 29 giugno 1450 era
stata conclusa la pace tra Alfonso e la repubblica di Firenze, per opera de' due am-
basciatori Francesco Sacchetti e Giannozzo Pandolfini (AMMIRATO, Istorie, lib. XX,
pag. 610. SISMONDI, Storia ecc., cap. LXXIV). Finalmente, è un fatto che tra veneziani e
fiorentini era una grande rivalità, talché l'Ammirato nel libro XXII delle Istorie
scrive: « De’ veneziani si scoperse tuttavia essere acerbo e mortale lodio verso i fio-

‘ rentini ». Notiamo che gli ambasciatori, che dovevano da Perugia recarsi a Firenze
erano, per il Re Alfonso, Cecco Antonio, e per la Repubblica veneta, Zaccaria Tri-
vigiani (AMMIRATO, Zst.. lib. cit.).

(1) Qui parmi intervenuto un errore del Cronista, perché mentre dice che ghi
ambasciatori di Venezia e dell’ Aragonese vennero in Perugia in settembre (e ciò è
confermato anche dal Pellini, Hist., lib. XIII, P. II), e vi si trattennero quindici
giorni, aggiunge che partirono al 6 di dicembre. Ora dove può essere l'errore? Non
nello spazio di tempo, che gli ambasciatori restarono in Perugia, perché non è pos-
sibile vi dimorassero dal settembre al dicembre. È probabile dunque, che l'errore
stia nella data, in cui partirono per ritornare ne’ loro Stati, forse il di 6 ottobre, an-
ziché dicembre.
(2) La parola mal si legge nel ms. e perciò l'abbiamo chiusa tra parentesi.
(3) I fatti, a cui si riferisce il Cronista, son tre e ben distinti. Nel 13 gennaio
1450, Rustico del Saracino di Monte Melino, e Ranieri Marianello dei Ranieri, ucci-
sero Vigie d'Appio « per una fraude de gabella: cioè uno lavoratore de Ranaldo de
Rusteco, zio del ditto Rusteco, avea. tratto contra bando certo grano, al dicto lavo-
ratore; per questo Vige d'Appio e li compagni, che era soprastante della gabella
CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 81

Nel predetto anno el grano al più valse scudi 25 in 80 la
mina, l'orso scudi 20 in 25 la mina, la spelta scudi 15, l'olio
libre 5 el mezolirio, el vino libre 7 la soma.

Adi ultimi di genajo entró in Fiorenzza lo Imp. . . . . . (1)

grossa, feceno pigliare el ditto lavoratore de Ranaldo; per questo vennero in parola
‘el dicto Ranaldo e Rusteco con lo ditto Vigie, dove li ce se imbattette el dicto Ra-
niere, quale era nimico del dicto Vigie; in fine glie dettero parecchie coltellate, e
fo reportato el ditto Vigie a casa sua, dove subito mori ». Questo fatto (Vedi Cronaca
a stampa, Arch. stor. ital., vol. XVI, pagg. 622 e 623) é ricordato dal Cronista solo per
dirci, che quel Ranieri di Taddeo di Marinello, presente all’ uccisione narrata nel
dicembre 1451, era quello stesso, che aveva preso parte alla strage di Vigie d'Appio
nel 1450, ma non parmi abbia questo fatto alcuna colleganza cogli altri. In seguito
uno di casa Barzi, che il Cronista ci dice essere un nipote di Angiolo di Melchiorre,
uccise in Urbino Ranieri di Taddeo di Marinello dei Ranieri (Conf. Cronaca cit.,
pag. 623), ma non é precisata l’ epoca. Per questo fatto Taddeo dei Ranieri volle ven-
dicare il fratello o il figlio (perché il Cronista ci avverte che Ranieri era di Taddeo)
-ueciso ad Urbino, assalendo lo zio dell’ uccisore in Perugia nel di 11 dicembre 1451.

(1 Lacuna del ms. ove deve leggersi il nome dell’ Imperatore Federigo III,
della Casa di Hasburgo o prima Casa d' Austria, succeduto ad Alberto II Re, nel 1440.
Egli venne in Italia nella data indicata dal Cronista per ricevervi la corona imperiale,
conducendo seco Ladislao, suo nipote, eletto Re di Ungheria, col nome (secondo ci
narra lo Specchio d’onore di Casa d' Austria) di Ladislao postumo, e che era a quel
tempo nella età di anni 12. Si recò a Roma anche Eleonora figlia di Odoardo, Re di
Portogallo, e nepote del Re Alfonso, per unirsi in matrimonio con Federico III.
(Vedi, sul viaggio dell’ Imperatore, SANUTO, Ist. ven. — Cronica di Ferrara, R. I. S.,
tomo XXIV, Cronica di Bologna, tomo XVIII, cod. — S. ANTONINO, Hist., P. III Tit. 22,
INFESSURA, Diario, P. II. — ENEA SILVIO PIGCOLOMINI, Hist. Austr., lib. IV. — MURATORI,
Ann. — TRONCI, Cronache pisane, a. 1452. — LANCHMANN DE FALCKENSTEIN. Hist., de-
sponsationis et coronat. Frider, III etc., tomo IT, pag. 567, 602. — PEZEL, Script. Rerum
Austr., tomo II, pag. 561, 589. — NERI DI GINO CAPPONI, Commentari — Spiegel der Ehren
des Erzhauses Oesterreich. Buch V, c. n, pag. 476. — AMMIRATO, Istorie, lib. XXII, etc.).
È notevole, che Papa Nicolò V, per quanto sapesse che Federico III veniva in Italia
per aver la corona imperiale, e incontrarvi la propria moglie, pure si impensierì
grandemente, e il Platina ci narra, che il Papa « quod venturum ad urbem Frede-
ricum imperatorem intellexerat, tum ut coronam imperii acciperet, tum ut Leonoram
regis Lusitaniae filiam, Alphonsi neptem in uxorem duceret, portas urbis ac turres,
Japitolium, arcem sancti Angeli, muris firmissimis munire coepit, veritus credo, ne,
adventante imperatore, novi aliquid, et ab eo et «a. populo romano oriretur; erat
enim natura formidolosus ». In verità non si può passare al grave istorico quella
parola formidolosus, perocchè è bene ricordare che alla morte di Eugenio IV (a. 1447)
Stefano Porcari volle persuadere ai Romani di rivendicare i loro privilegi, e nel 1450
rinnovò i suoi tentativi per una restaurazione del poter popolare in Roma, onde poi
la congiura del 1453. (INFESSURA, Diario. MACHIAVELLI, Istor., lib. VI. BAPT. ALBERT,
De coniurat. Porcaria). Nulla di più facile, che, per l'ingresso di Federigo III in
Roma, potessero aversi delle novità per parte degli Sciarra e del Porcari confinato
a Bologna dallo stesso Nicolò V (Cron. di Bologna, R. I. S., tomo XVIII. MANETTI,
Vita Nicolai V, P. II eod. tomo III).

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- 82 O. SCALVANTI

con circa 8000 persone, al quale fero li fiorentini grande onore,
e stette in Fiorenzza 7 dì sempre a spese deli fiorentini, e andava
per incoronarse a Roma. Pica

Adì primo de febraio gionse nel porto Pisano la Imperatrice
e poi partì de lì e andò verso Siena con molta gente (1).

Adì 6 ditto lo imperatore parti da Fiorenzza, e andò anco esso

verso Siena con molti suoi baroni.

Adi 28 ditto lo Inperatore parti da Siena per andare verso

Roma, se disse che avea seco circa 2000 persone.

A questi di de febraio vene un Breve dal Papa qui al nostro
Comuno come se dovessero mandare a Sua Santità li. Ambascia-
tori, onde che per questa cagione foro eletti li ditti Ambasciatori.
E adì primo de marzzo cavalcaro verso Roma, li quali son questi:

Gostantino de Rugiero dei Raniere P. Soli.

Baldassarre de Cherubino deli Armane. P. S. A.

Pandolfo de Nello dei Baglione. P. S. P.

Et ebbero dal Comuno cavalli 30 cioiè 10 per ciascuno (2).

A questi dì gionse lo imperatore a Viterbo, al quale dalà

Viterbesi fo fatto grandissimo onore, e de l’altro dì cie gionse la
Imperatrice con 1500 cavalli, la quale fo recevuta similmente con
grande onore secondo la qualità dela terra con suoni e balli fa-
cendo gran feste per la sua venuta.

“Adi 6 de marzzo se partì lo Imperatore e la Inperatrice da
Viterbo e cavalcaro inante verso Roma, li quali entraro in Roma
con grande magnificenzza e foro receuti con grandissimo onore e
smontaro a S. Pietro l’uno e l’altra. Così fu gran trionfo, che
non se poderia dire.

| Anco adi 6 de marzzo vene in Perogia el Marchese de Por-
tugallo con 150 cavalli e con molti cavalieri tutti ben guarniti e
la persona sua aloggiò in P. S. Pietro a l’ostaria de Antonio de
Ser Giovagnie arbergadore dal Guanto, e la mattina seguente
andò a S. Lorenzzo ala messa quale fece dire da uno suo capelano.

; (1) V. FUMI e LISINI: L’ incontro di Federigo III imp. con Eleonora. di Porto-
gallo, ecc. in Siena, Siena, tip. Lazzeri, 1878, con la riproduzione dell'affresco del Pin-
turicchio nella libreria del Duomo di Siena e molti documenti inediti.

(3) Premeva al Pontefice, che all’ arrivo di Federigo III e di Eleonora, non
mancassero nella sua Corte gli ambasciatori di Perugia, creati poi cavalieri. Notisi
però, che il Cronista al dl 10 marzo non nomina che tre soli ambasciatori, mentre
dalla stessa Cronaca del di 21 di quel mese, resulta che furono 4,

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CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. . 83

Dipoi la sera li fo fatto questo presente dal nostro Comuno:

8 torchie de cera, 4 torte marzapane, 12 scatole de confetti,
12 fiaschi de vino, e 12 sacca de biada.

Et esso con molti rengratiamente recevette el dilto presente.

E adi 8 del dilto se partì e andò verso Roma (1).

Adì 19 de marzzo fo incoronato lo Inperatore in San Pietro de
Roma el dì che si fa la festa dela Rosa, e foglie data la Rosa (2),
e le fo fatta grandissima festa e gran trionfo a tale che non se
podiria dire nè acontare, e il ditto Imperatore a nome Gismondo (3)
quale fo incoronato da Papa Nicola (4). -

E a questi (5) lo ditto Imperatore sposò la donna sua quale
è figliola del Re de Portugallo per mano del Papa dela qual cosa

ne fo fatta grandissima festa. Et el Papa fece la dispensa che se

(1) Il Marchese di Valenza, nipote del Re di Portogallo, recavasi a Roma per
assistere alle nozze della principessa Eleonora con Federico III.

(2) La festa della rosa d'oro fu istituita da papa Gregorio, primo di tal nome.
Ce lo attesta Onorio III, quando ci dice che l’istitutore di questa cerimonia ebbe
nella Chiesa il titolo di Beato. È però grave la disputa non solo sulla origine ma
anco sul significato di quella festa. Di solito la rosa d’oro, benedetta: dal Papa
nella quarta domenica di Quaresima nella Camera dei Paramenti, si offre in do-
nativo sacro a Chiese, Cattedrali, Sovrani, Sovrane e va dicendo. Dapprima i Papi
la portavano in S. Croce in Gerusalemme per donarla ai soli prefetti di Roma. Ca-
listo III ne donò una a Carlo VII di Francia, spedendogliela con una lettera, nella
quale dice « non muneris aestimanda est quantitas, sed altioris significationis. qua-
litas interpretanda (RAvNALDUS, Ann. Eccl., 1457). Era un pegno dell’affetto del Pon-
tefice « Accipe, dice Calisto, pignum et monumentum nostri amoris -». In Perugia
Bonifacio IX nel 1393 la regalò ad Astorre da Bagnacavallo, e Pio II nel 1459 al Se-
nato di Siena, (Conf. Monowr, Diz. di erudizione ecc., vol. LIX, e CARTARI, Della
rosa d'oro pontificia, Roma, 1681) come più tardi fece anche Alessandro VII.

(3) Il Cronista è caduto nel grossolano errore di attribuire a Federico III di
IIasburgo il nome di Gismondo o Sigismondo di Luxemburgo, mentre questo. impe-
ratore regnò dal 1411 al 1437; ma tale errore si spiega, perché non molto tempo prima,
e cioé nel 1433, l’imperatore Sigismondo venne in Italia, e visitò anche Perugia, che
lo accolse con grandissime onoranze. (Vedi Cronaca a stampa, pag. 370 e segg.).

(4 Quanto alla data dell' incoronazione il Cronista non si accorda cogli storici
più noti. Il Platina, dopo avere, con esattezza, posto l'ingresso di Federico III in
Roma nel 9 marzo 1452, tace la data del matrimonio, dicendo solo che ebbe luogo
sequentibus diebus. Ma da Enea Silvio Piccolomini, segretario di Federico, sappiamo
che nel 15 marzo Nicolò V procedette alla incoronazione del principe tedesco come
Re di Lombardia, e nello stesso giorno fece gli sponsali tra lui ed Eleonora; e non
nel 19, come vuole il Cronista, ma.nel 18 ebbe luogo la consacrazione a Imperatore
(AENEAS SYLVIUS, Hist. Aus'v., lib. IV, RAYNALDUS, Op. cit. PLATINA, De vitis pontif.
SISMONDI, Storia ecc., capo XXIV).

(5) Il Cronista non nota il giorno, che fu il. 15 marzo.

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-84 È O. SCALVANTI

podesseno adunare insieme, benche se disse che se erano adunati:
.prima (1). i

A dì 21 de marzzo for fatti Cavalieri 2 deli nostri Ambascia-
‘tori, cioiè Baldassarre de Cherubino deli Armanni e M. Pandolfo.

de Nello dei Baglione, cavalieri.

Et insieme con essi cie fo fatto Cavaliere m. Galiotto de
Nello dei Baglione, l’altro ambasciatore se disse che non volse
essere e questo fo Gostantino de Rugiere dei Raniere, e poi re-

"tornaro li ditti Ambasciatori a Perogia.

. Adi 22 de marzzo fo venduto el canpione de la carne del
Comuno a Galiotto de Lello de m. Nicolo dei Baglione con patto
che le carne se vendono a questi pregie (2):

El castrone soldi 14 la libbra.

La vitella soldi 12.

El porco soldi 12.

El camerone soldi 9.

L’aino soldi 6 (3).

Adî 2 de maggio venne nuova qui in Perogia come el Sig. Fede-
rigo Conte de-Urbino era uscito in canpo con molta gente contro
il Sig. Gismondo da Rimine. E a questi dì de maggio venne
nuova come el ditto Conte da Vrbino era andato con tutte le sue
gente a Fano perché cie aveva un trattato dentro, e gionte che
furo quella notte subito le furo aperte doi porte, e una parte de
quella gente entraro per una porta, e parte per l’altra, e gionte
che furo in piazza non se conosciendo l’un l’altro, ebbero sospetto,
e così tutte 2 se diero engfugga e tutte usciro fuora de Fano, e
quelli dela terra dettero a l'arme e cosi recuperoro la terra. E

(1) Di ciò scrive il Platina: — « Pontifex in Sancto Petro missam celebravit, bene-
dixitque imperatori et imperatrici, ut in nuptiis fieri consuevit, antequam sponsus
cum nova nupta coeat » — (Op. cit., pag. 2306). È duopo ricordare che Federico sposò
Eleonora per procura, inviando ambasciatori in Portogallo, tra i quali fu quel Nicolò
Lanchmann, che lasciò un diario interessantissimo del viaggio della imperatrice.

(2) Sulla vendita del campione delle carni dovremo parlare in appresso.

(3) Camerone parmi derivi da camarro, voce usata ‘anche oggidì nel contado
per significare bue vecchio. L' aino è corruzione di agno, agnello. È da notare come
fosse assai elevato il prezzo delle carni.

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‘ SERRATO IAN SLITTA

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CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 85

ordine (1).
Adi 13 de maggio el nostro Comuno mandó li Ambasciatori
à Roma per cagione de 4 dottori, quali erano stati cassi del col-

legio, perchè se andaro a conventare a Pisa e a leggere canonica. ‘

Cie andó per Ambasciatore Galiotto de Lello de m. Nicolo de
m. Lello dei Baglione, e li dottori son questi, cioié M. Marco de
Areslano de la Sograna de P. S. P. M., Bartolomeo de Schiatto
de P. Susane, e M. Giapeco de Tancio de Ser Felippo de P. S. A.
e M. Felice Antonio de Ludovico de P. S. Pietro (2).

A quesli di de giugno vene nova come Don Ferrante figlio
del Re de Ragona, se era partito da Napoli con molte migliaja
de persone a cavallo e a piè, e che venia su contro li fiorentini (3).

(1) Il Pellini accenna anch'egli al trattato pel quale doveva la città di Fano
darsi al Duca Federigo di Urbino (Op. cit., II, 13).

(2 Marco dí Ercolano, insegnante di ragion civile, riceveva il soldo dal Ca-
marlingo apostolico. Questo giurista nel 1451, e cioé l'anno prima aveva ricevuto un
notabile incarico, di eui parla il Pellini: « Essendo venute lettere dagli officiali del-
Farte della mercantia di Fiorenza a'Priori nostri, che secondo i loro ordini dovendo
condurre un Giudice sopra quell'arte, che fosse, et di dottrina et di pratica valoroso,
et essendo parimente astretti per legge a dover ricorrere in quei luoghi, che have-
vano fama d'essere abbondanti d' huomini periti nelle leggi, et sapendo quant' abhon-
danza nella città di Perugia ne fosse, erano a loro ricorsi, affinchè da tutti quelli,
che al governo della città concorrevano, s'avesse a fare elettione d' un Dottore, che
all'una et all'altra città rendesse honore, et a? mercante Fiorentini giustitia ed equità.

. Il Magistrato fattovi sopra i debiti consigli, vi elesse M. Marco di Herculano della

famiglia degli. Herculani, che al maggio seguente vi andò » (II, 13. pag. 599). Barto-

lommeo di Giovanni di Schiatto e Jacopo di Tancio leggevano pure giurisprudenza

civile nel 1444, e Felice Antonio di Lodovico de Elemosinis, altro professore, mori

nel 1457, e in una nota marginale alla matricola dei legisti dottori si legge: die

17 Augusti laqueo se suspendit. II Bini crede, che egli fosse della famiglia Vincioli,

nella cui prosapia trovasi il nome di Elemosina. Tutti e quattro i dottori ricordati

dal Cronista nel 1451 erano stzti chiamati, insieme ad altri, dai Priori a prestare,

il giuramento, che non avrebbero divertito alcuna causa civile dal Tribunale, in cui

essa, secondo la forma degli Statuti, doveva agitarsi. Pare infatti, che per ren-

dersi grati e aderire alla volontà degli Auditori dei Governatori, i legisti portassero.
le cause dinanzi a loro, invece di trattarle nei tribunali cittadini. (Conf. PELLINI, II,

pagg. 593 e 594). Ij probabile che quei quattro dottori sdegnati di tale provvedi-

mento, determinassero di allontanarsi da Perugia. Il Magistrato del resto teneva.
moltissimo alla integrità della sua giurisdizione, e ne abbiamo prova nelle lunghe

trattative passate tra la Repubblica e Pio II, come in seguito vedremo.

(3) Era appena ritornato in Austria l Imperatore Federigo III, che la Repub-
blica veneta dichiarava le guerra al Duca Francesco Sforza. L' Ammirato scrive, che
lll giugno il Re Alfonso la intimava ai fioventini. E in ciò concorda pienamente il

le gente del Sig. de Urbino la perdettero per aver dato male:

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dn IS

86 O. SCALVANTI

Adì primo de luglio vene in Perogia al nostro Comuno lo
Ambasciatore deli fiorentini (1) con 12 cavalli per intendere e
sapere si li perugini voglieno uscire dela lega per la venuta de
Don Ferrante, overo non. Per questa cagione for fatti li 10 delo
Arbitrio, aciò essi avesseno a respondere ala proposta del ditto
Ambasciatore de fiorentini, e per provedere a quello bisogniasse
per lo Comuno, venseno li Camorlenge fiorini 1500, acciò li X

‘possano spendere per le occorenze e abisognie dela cità (2).

Adì 3 de luglio fo bandito per la città che ogni persona se
reducesse ale fortezze, con tutta la robba e biada del contado
perché dovea passare Don Ferrante del Re de Ragona co' molte.
gente a cavallo e a piè.

Adi 5 de luglio venne nuova come Don Ferrante era nel
piano de S. Giemere con 8000 persone a cavallo e a piè, che
andava contro li fiorentini. 2

Adi 10 de luglio vene nuova come Don Ferrante era gionto
a Pantalla in quel de Tode, e gionto che fo li mandó el suo can-
celiere qui in Perogia al nostro Comune, -per sapere si esso po-
deva avere vituvaria, peroché. lui volea passare. Al quale fo
resposlo de non (3).

E adi 12 ditto el Campo del ditto Don Ferrante se parti da
Pantalla e vene fra Casalina e Col de Pepo e li a Marsciano
acanto al Tevere e fecero grandissimo danno per tutto el paese.

Cronista, che pone appunto nel luglio 1452.le prime mosse di Don Ferrante, cui Al-
fonso dava il comando delle sue genti sotto l'alta direzione del Duca Federigo di
Urbino.

(1 Fu Matteo di Marco Palmiro.

(2) Gravi momenti eran quelli, e per quanto Perugia volesse tener fede ai fio-
rentini, pure deliberò maturamente sul da farsi. Elesse quindi i X dell’ Arbitrio, che
diedero prova di sinzolare coraggio in tutte le trattative e nei provvedimenti adottati
in questa difficile congiuntura. Ci duole non poter dare i nomi di questi dieci valen-
tuomini, perché non li abbiamo trovati né negli Annali Decem. né nel Registro degli
Officiali, : s
(3) Tutto questo viagzio del Duca di Calabria per le terre dell’ Umbria, prima di
recarsi all'assedio di Foiano, é narrato dal nostro Cronista con una abbondanza di
particolari, che non si trova negli storici italiani e nemmeno nel Pellini. Resulta in-
tanto, che non fu solo il Duca di Rentella inviato da Ferrante a Perugia per aver
vettovaglie; ché alcuni giorni prima vi era stato un cavaliere per consimile oggetto.
‘Tornate vane le sue richieste, il Duca di Calabria inviò il Rentella. con 200 uomini

‘.d’arme, per fare degli acquisti; ma il Magistrato, per consiglio dei X, rinnovò il ri-

fiuto, e fece un bando per proibire a chicchesia di vendere al Duca armi e vettovaglie.
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ORTI

CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 87

Adi 13 detto in giovedì venne.in Perogia el Duca de Ran-
tella con molti Sig. quale venia dal campo con circa 200 cavalli,
e volea comperare molte cose. Alo quale fo ditto che non li se
podea dare nè vendere niente, se non quello che essi volesseno
per mangiare, perochè era stato fatto un bando, che niuna persona
non li dovesse dare, nè vendere nissuna vitovaglia nè arme da
‘offendere nè da difendere sotto la pena de 100 fiorini e X tratti de
corda, sicchè intendendo questo se ne partiro molto . malcontenti.

Adi 14 ditto cavalcaro le ditte gente a Papiano, cioiè circa
4000 persone a cavallo e a piè, e predaro tulli il bestiame e il
biado, che essi trovaro, che non cie remase niente, ma- non fero
pregione.

Adi 15 ditto se levaro le ditte gente da Papiano, e venero al
Pianello, e venero giù per fino al piano de Bettona, e. corseno
con li cavalli per fino ale Palazze de Campagnia, ma non tolsero
senon un cavallo e una cavalla.

A questi di de luglio vene giù el Conte Federigo Sig. de
Urbino, con circa 1400 cavalli, e pusese a Sigillo, dove cie fece
«gran danno.

Adi 16 de luglio in Domenecha gionse in canpo di Don Fer-
rante el Conte Federigo preditto, cioiè fra Casalina e Marsciano (1)
e come fo gionto li Don Ferrante, glie dette el Bastone, e fecelo
Capitan Generale di tutta la gente del Re de Ragona. E fo fatto
un bando nel Campo per parte del ditto Sig. de Vrbino, che ogni
persona se lenisse de pane per 3 dì, e che ciaschuno fosse in
ordine con le sue arme e cavalli.

A questi di de luglio el Comuno nostro de Perogia per so-
spetto dele ditte gente soldaro Capitani e fanti e mandarli ali
Castelli, cioiè a Marsciano, a: Cerqueto, a Panicale, Paciano e a
molti altri luoghi a fiorini 2 el mese per fante.

Adì 17 detti se levò el campo, e posese fra Monticiello e Ca-
‘sliglion Fosco, e li se stetteno per tulto quel paese; e se provaro
de voler pigliare Monte Petriolo, ma ce avvero poco onore (2).

(1) Il Pellini dice — a Marsciano — senz'altro.

(2) Anco di questa fallita impresa di Monte Petriolo nessun cenno è nelle altre
Cronache e Storie della città, Il Cronista poi e il Pellini non ricordano un'ambasceria,
che fu inviata al Comune perugino da Francesco Foscari, Doge di Venezia, forse per-

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88 i ‘0, SCALVANTI

A questi dì se levò da canpo el ditto Don Ferrante con tutte

le sue gente, e passò per lo Chiuscie, e passò apresso a Panicale,
dove cie erano fatti (1) condutti dali nostri, e passò via el ditto.
canpo e andaro a Cortona e a Rezzo (2) e accanparse a Fojano.

A questi dì de agosto se partì da Perogia lo: Ambasciatore:
de li fiorentini e se retornaro verso Fiorenzia con la risposta del
nostro Comuno, decendo che la legha abbia da seguire fra Pe-
rogine e fiorentini, e li detti Ambasciatori aconciaro con li fio-
rentini Carlo de Guido deli Oddi con 100 lancie (3).

Adi 2 de settembre vene la nuova come Don Ferrante avea”

auto Fojano a patto (4).

Adi 9 ditto se parli el campo da Fojano dove lassò la guardia
e andò a un'altra terra deli fiorenlini, e in capo de pochi di cor-
seno li ditti cavalli fino a Fiorenzza dove predaro e fecero gran
danno (5).

Adi 21 de ottobre fo comenzato a murare el fondamento dela

ché la Repubbllca non voleva si pubblicassero i rapporti che aveva o cercava di sta-

bilire colle varie città, in quei difficili momenti. Il diploma inedito é del 20 luglio 1452,.

e in esso il Doge notifica, che manda in questa città Giovanni Gonnella segretario
della Repubblica per trattare alcuni affari, e perciò prega gli si dia ogni fede (Arch.
Com., Cass. XII, n. 184). ;

(1) Cie erano fatti per vi erano stati condotti.

(2) Rezzo per Arezzo.

(3) L'ambasciatore fiorentino riportava in patria l'ambita risposta del Magistrato:
di Perugia, dopo aver visto, coi propri occhi, in qual modo i perugini tenevano ri-
gorosamente ai patti.

(4) Cosi narra il Machiavelli l impresa di Foiano: « Era il castello debole, di mura
piccole, e perciò non pieno di molti uomini, ma secondo quelli tempi erano reputati
feroci e fedeli, Erano in quello dugento soldati mandati dalla Signoria per guardia
di esso. A questo cosi munito castello Fernando si accampò, e fu. tanta o la gran
virtù di quelli di dentro o la poca sua, che non prima che dopo trentasei giorni se ne
insignori » (storie, lib. VI). Intanto l’eroica resistenza di Foiano diede modo alla Re-
. pubblica di raccogliere l'esercito sotto gli ordini di Sigismondo Malatesta. Due ville
poi della famiglia Ricasoli, Broglio e Cacchiano, che erano alcun poco fortificate, fe-
.cero ancor piü stupenda difesa, perché il nemico non poté impadronirsene.'

(5) Il Cronista non dice in quali parti del dominio fiorentino si dirigesse 1° eser-
cito napoletano, ma abbiamo dagli storici, che esso si recò nel Chianti, e pose assedio
a Castellina ove stette 44 giorni senza poter soggiogarla. Le pioggie di autunno lo
astrinsero a levar quell’assedio il 5 novembre (AMM. Storie, lib. XXII, pag. 75. NERI
CAPPONI, Com., PoGGIO BRACCIOLINI, Hist. Flor., lib. VII, pag. 428, SISMONDI, op. cit.,
cap. LXXIV).
CRONACA PERUOINA INEDITA, ECC. 89

casa de l’arte del Cambio per farcie l’audientia, quale sta a lato
al palazzo deli Sig. Priori (1).

In questo anno el grano valse al più scudi 35 e 30 la mina,
l'orso scudi 25, la spelta scudi 16, el vino libre 7 la soma, l'olio
libre 5 el mezolino (2).

1453 — Questi dì passati vene la nuova di Lombardia come el
Signor Alexandro (3) andò per soccorrere Lode dove che cie stava
a canpo el Conte Carlo de’ Braccio, dela qual cosa el Conte -Carlo
ne ebbe aviso e subito se mise in ordine con le sue gente, e
andolli incontro, e così li roppe e guadagnò circa 800 cavalli e tutto.
el carriaggio (4).

(1) Il Siepi si trova in contraddizione col nostro Cronista, perché, mentre questi
pone il principio della edificazione della Sala al 1452, l'altro scrive, che in quest'anno
fu terminata. Ma il Cronista ha perfettamente ragione. Infatti fin-dal 1428 fu mandato
al Papa Martino V Francesco Coppoli (PELLINI, II, 12) per ottenere da lui facoltà di
edificare la Sala del Cambio nella Chiesa parrocchiale di S. Giovanni del Mercato, di-
pendente dalla Badia di Val di Ponte. Il Papa acconsentì, ma, sorta disputa. coll’ a--
bate, dal quale la Chiesa dipendeva, i lavori non poterono essere iniziati che nel
21 ottobre 1452, come narra il Cronista. Questo scrisse il Marchesi (Il Cambio di Pe-
rugia, 1854) e fu con nuovi documenti confermato da Adamo Rossi (Storia artist. del
Cambio di Perugia nel Giornale di erudizione, ecc , vol. III, fasc. 1, 1874), il quale
dimostra, che la volta fu costruita nell’anno appresso, 1453, come si trova inciso a
cifre arabiche nel peduccio sopra il ritratto del Perugino; che i conci da mettersi
in opera alla porta, alla finestra e alla ghirlanda si apparecchiarono nel 1454 da Bar-
tolommeo di Mattiolo e Lodovico di Antonibo, i più abili maestri di pietra che a quei
di fiorissero in Perugia; che nel gennaio 1457 il notaro dell’ Arte del Cambio si tra-
sferì nella nuova sede: che gli abbellimenti della porta si fecero nel febbraio del 1483,.
e il tribunale da alzarsi presso la porta nel 1490 e ne' primi del 1491, per opera del
fiorentino Domenico del Tasso: e che nel 1493 vi si allogò la statua della Giustizia e
il banco attorno alla sala. Quanto ai meravigliosi dipinti, mentre il Siepi narra che-
furono eseguiti dal Perugino tra il 1500 e il 1507, Adamo Rossi dimostra, e con docu-
menti di qualche valore, che furono incominciati nel 1499 e finiti ne’ primi mesi del
1500, conforme T' impegno che si era assunto il grande artefice.

(2) Anche qui il Cronista non parla di una nuova ambasceria della Repubblica
veneta a Perugia, la quale ebbe luogo nel novembre del 1452. Si rileva ciò dalla lettera
inedita di Francesco Foscari, in data 19 di quel mese, e che contiene soltanto il nome
dell'ambaseiatore, Giovanni Mauro, e la indicazione — che egli deve trattare alcuni
affari colla città di Perugia, e deve perciò essergli accordata piena fede (Arch. Com.,
Cass. XII, n. 185) —. È a deplorare, che i Cronisti non abbiano saputo niente di queste
ambascerie, le quali si svolgevano con tale segretezza, che, per lo più, nulla ne re-
sulta nemmeno dagli Annali Decemvirali.

(3) Alessandro Sforza fratello del Duca di Milano.

(4) La nuova di questo fatto giunse in Perugia negli ultimi del 1452, o ne' primi
dell'anno successivo, e ciò reca assai meraviglia, perché tale avvenimento ebbe luogo
90 = - ‘0. SCALVANTI

A dì 17 de aprile vene nova in Perogia come el mag. Gen-
tile. Capitano de la Signoria de Venetia era morto de un verre-
tone quale li dette denanti nela spalla, e questo Gentile era
gienero de Braccio de Baglione, cioiè marito de la Braccescha
figliola del ditto Braccio (1).

A. questi dì de aprile el nostro Comuno mandó ambasciatori
alli fiorentini, ciè andò el nobile omo Mariotto de’ Nicolo de’
Baglione.

A dì 2 de giugno vene la nuova come el Granturco avesse preso
Constantinopoli, se disse che ne era stalo cagione un genovese (2).

A questi di el Generale de S. Francesco cioè M. Agnielo
del Toscano nostro perugino apresentò al nostro Comuno una
onghia del griffone, la quale disse che le l'aveva donata el re
de Francia.

A di 20 de Agosto. mori el detto generale al quale (3) fo

fatto grandissimo onore, dove cie andaro tutti li religiosi de Pe-.

nel 25 o 26 luglio 1452 (Conf. CRISTOFORO DA SOLDO, Ist. bresc. R. I. S., tomo XXI).
Il conte Carlo da Montone era stato inviato dai veneziani con 2000 cavalli per danneg-
giare il Lodigiano. Udito ciò, il duca di Milano vi spedì A lessandro Sforza; signore di
Pesaro, con buon nerbo di armati. Ma Carlo lo mise in rotta. Anche altri storici
parlano delle perdite, che il Duca ebbe in quello scontro, ma si limitano ad accen-
nare quella degli 890 cavalli, mentre il Cronista ci dice, che la nuova giunta in Pe-
rugia recava, avere il Duca perduto tutto il bagaglio. Del resto fu probabilmente per
l’occasione di questo fatto, che la Repubblica veneta, volendo inviare un ambascia-
tore a Siena, lo incaricò anche di trattare alcuni affari in Perugia, come si rileva dal
diploma inedito del Doge Foscari del 22 febbraio 1453, nel quale annunzia la nomina

e la venuta dell'ambasciatore Francesco Contarini dottore veneziano (Arch. Com., <

‘Cass. XII, n. 186).
(1) Narra anche lo storico Pellini la morte di Gentile, ma non ne precisa il

giorno. Egli morì sotto Manerbe il 15 aprile, mentre era condottiero dei veneziani nel-

l'impresa, che la Repubblica volle fare contro alcuni castelli di Lombardia.

(2) Il Cronista si riferisce al fatto del Giustiniani, che ferito all'assedio di Costan-
tinopoli, volse in fuga, di che rampognato dall'Imperatore, gli diede la nota risposta
— che egli sarebbe scampato per quella stessa via, che Dio aveva aperto ai Turchi —
e con ciò accennava alla breccia per la quale salvossi. La maggior parte degli ausi-
liari, seguito l'esempio del genovese, si sbandò indebolendo la difesa nel punto, in cui
più si facevano minacciosi gli assalti. Anche questa circostanza riferita laconicamente
«dal Cronista non é affatto ricordata dal Pellini (Conf. GIBBON, Storia della Decad.,
ecc. tomo IV, cap. 17). : :

(3) La Cronaca del Veghi ha solo questo ricordo — Adi 20 de agosto morì el ditto
generale. e fw sepelito a, S. Francesco. Del resto é questa l'unica notizia, che la Cro-
naca sopra citata rechi per l'anno 1453.
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‘CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. DE

. rogia, e tutti li Camorlenghi con tutti liarfeti, e fo sepelito a S. Fran-

cesco.

A di 23 di agosto vene la nuova como el canpo de’ fiorentini
avia arpreso Fojano e lo miseno a sacco mano (1).

A quesli di passali for fatti cerli confinati quale un altra
volta foro confinati a questi anni passali, e ebbono gratia de
retornare e son Raspanti;

Nicoló e Agnielo de Giovannello de' Buontempi dei Bontempi.

Golino de Cieccolo del Mezza.

Agnielo de’ . + + (2) e Diemante de’ Agnielo de la Chic-
chera merciajo.

A questi di de settembre se disse che Ridolfo de Malatesta
dei Baglione avea tolto donna, quale è figliola de Semonetto
conduttiere dei fiorentini, omo de gran fama; se disse che li dava
in dote 33,000 fiorini d'oro, e dava al ditto Rodolfo 50 lancie,
se disse che avea trattato el ditto parentado Gentile dala Sala da
Orvieto. : :

A questi di passali, come dissi de sopra, li fiorentine repi-
gliaro Fojano per forzza, e for presi tutti quelli soldati che cie
avevan lassati ala guardia Don Ferrante quando esso partì da
Fojano, e cosi fo sachegiato ogni cosa, e presi e robbati tutti e
a caso fo messo fuoco in una casa nela quale cie era monitione
de polvere da bonbarda, de modo, che se arse la magior parle

(1) Il Pellini non tocca di questo fatto, che fu pure uno dei più importanti dell'an-
no 1453. Le armi regie di Alfonso, guidate da Federigo di Urbino, avendo amici i Senesi,
nel 1452, come vedemmo alla nota (pag. 88, n. 4), occuparono Fojano, cacciandone il
presidio di soli dugento soldati. A questa ed altre perdite volle la Repubblica riparare
nel successivo anno, e venuto in soccorso di lei Alessandro Sforza, fratello del Duca
di Milano, con 2000 cavalli, i fiorentini recuperarono Fojano. Il Cronista ci dice, che

‘quella terra fu messa a saccomanno, ed è la verità; solo alcuni storici, fra i quali il

Machiavelli (Zstorie, lib. VI) ci narrano, essere il saccheggio avvenuto per colpa dei
commissari « tanto che dispersi gli abitatori con difficoltà ci tornarono ad abitare ».
E ciò era conforme al vero, perché il Cronista più innanzi ci narra, che Fojano venne
presso che distrutta.

(2) Lacuna del Ms., perché ignoto al Cronista l’intero nome del confinato, che fu
— Angiolo di Magiwolo. — Il Pellini riferisce altro nome, che non s' incontra nella Cro-
naca, quello dei /igliuoli di M. Giovanni di Francesco di Tinolo di Portasole. Ricorda
poi Diamante d'Angelo di Porta S. Angelo, senza darci le altre indicazioni, che si
leggono nel Cronista.

d M re ie asa
92 O. SCALVANTI

dela terra, sì chè non ce remaseno se non certe caselle, e così
for fornite de disfare.

A questi dì morì la Braccescha figlia de Braccio Baglione.

A di 25 de novembre fo uciso Bartolomeo de Giapeco de
Sciro de Porta Susane, li da casa de Gregorio de Ser Nofrio; lo
ucise Ghiberto de Bartolomeo de Andrea de Mascio de P. S. P.
e Tiseo de Severe de Francesco de messer Bartolo, detto de
Alfano, de porta Susane. La cagione e il perché se tace per lo
meglio (1).

Nel preditto anno el grano al più valse soldi 35 in 40 la
mina, l'orso 20 in 30, la spelta soldi 17 in 20, l'olio libre 5, el
vino libre 6. El minor prezzo del grano fo soldi 25, l’orso soldi 17,
la spelta 10, l'olio libre 4 el vino libre 4 soma.

1454 — A di ultimo de genajo in giovedi mori el Nobile
‘Mariotto. de Nicolò de Galiotto dei Baglione de pontura (2) e
lassò per testamento, che ala morte sua lo vestisseno da frate de
San Francesco. Fo sepelito in S. Francesco. Et de la morte sua
ne fo grandissimo dano ala ciltà, peroch'era un sapulo omo e
molto amato da ogni persona (3).

(1) Di questa uccisione di Bartolommeo degli Sciri non parla altro storico pe-
rugino, nemmeno l’accuratissimo Pellini, il quale o l’ignorò o non volle tenerne pa-
rola, imperocché il Cronista stesso ci dice, che la cagione ed il perchè di quella strage
se tace per lo meglio.

(2) Con questa parola si indicava allora, ed è nell'uso volgare anch'oggi, una
violenta malattia di petto (pleurite).

(3) Mariotto di Nicolò Baglioni fu veramente personaggio illustre per sapienza
e per grande zelo nel disimpegno dei pubblici uffici. Già nel 1428 si era acquistato
cosi buona riputazione, che, istituendosi i Capitani del contado si volle affidare a lui
l'incarico di ambasciatore presso il Legato pontificio, che trovavasi- all’ assedio di
Città di Castello, affine di averne il consenso per la nomina di quegli ufficiali. Ma-
riotto andò, e ottenuto quanto il Comune desiderava, tornò in patria e negli Annate

.Decemvirali si legge la relazione che egli fece della sna ambascieria (Ann. Dec. 1428
f.0 29 rect. Vedi anche DEGLI ‘Azzi: I Capitani del contado nel Comune di Perugia,
1897). Procedutosi all'elezione dei Capitani, è ben naturale che egli pure fosse inve-
stito dell'importante ufficio, che tornò ad assumere nel 1441 e nel 1449. Lo troviamo:
poi nel 1432 dei tre incaricati per la riparazione delle mura della città, ma, come av-
vertono gli storici, con facoltà più ampie che il titolo dell’ ufficio comportasse; nel
1435 dei cinque nobili adiutori alle cose pubbliche; nel 1436 dei X per l' incremento
dell’arte della lana; nel 1439 dei X consiglieri per la difesa della Repubblica; nel 1441
e nel 1453 Capo dei Priori; nel 1443 dei V Ricordatori e dei x sopra la guerra; nel
1444 dei X dell’Arbitrio; nel 1445 dei X sopra le paci; ‘nel 1453 ambasciatore al Papa


VLOORIA

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CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 93

A di 19 de genajo (1) menó moglie Carlo de Guido de li
Odde cioiè la Bianciola (2) figlia de Nello de Pandolfo dei Baglione
moglie che fo de Ruberto de Monte Alboddo (3).

A di 1 de febrajo mori el Nobile Ridolfo de Fabritio deli
Signiorelli de Porta. Borgnie, e avea per donna la figliola de
Mariotto de’ Baglione sopraditto, siché dala morte del ditto Ri-
dolfo e del ditto Mariotto non cie fo 18 ore, e dela morte sua ne
fo grande dano ala città similmente, peroch'era omo giustificato
e da bene, e fo sepelito in S. Francesco, e lassò li suoi figli e
la sua robba nele mano de’ Braccio dei Baglione el quale pigliò
la cura de essi (4).

A dì 10 de febrajo foro arbanditi quelli ch'amazzaro li Bur-
ghieri del capitano qui nel Borgo di P. S. P., che foro sette

quelli che se rebandiro, cioiè:

Giesonne de P. dela Cionchina detto del Boccio de P. S. P.
Lario de Pavolo de Nato merciajo.
Pier Francesco e l

E: . de Pietro de Lello de Bino Orfo.
Bino (

per sedare le discordie insorte fra i Priori, ecc. Ebbe poi importanti uffici anche
fuori della sua patria. Quanto alla volontà espressa nel suo testamento, di essere
seppellito cogli abiti dell' Ordine francescano, é d'uopo considerare, che era questa
un'usanza assai diffusa per la grande venerazione, in cui era tenuto il Santo di
Assisi.

(1) Il Cronista pone in margine l'avvertenza, che questo tratto di Cronaca va in-
nanzi all'altro, che comincia colle parole: Ad? ultimo di gennaio.

(2 Bianciola per Bianca.

(3) Roberto di Monte Alboddo fu uomo chiarissimo nell'arte militare (PELLINI,
II, 13, pag. 619).

(1) Anche la famiglia Signorelli fu tra le più cospicue della città. Si trova in-
fatti che Fabrizio, padre di Ridolfo, insieme alla sua famiglia venne beneficato dalla
Repubblica nel 1431 per aver reso importanti servigi alla patria. I piü illustri di que-
Sta casata furono Fabrizio, dato alle armi, e i figli Gentile e Ridolfo. I loro nomi fi-
gurano tra quelli, che meglio servirono al Comune negli anni 1424, 1433, 1435 e 1442.
Gentile ebbe molte ambascerie, fu Capo dei Priori nel 1439, dei X sopra le paci e
dei X sopra la guerra nel 1443. Ridolfo, di cui il Cronista narra la morte, fu Capitano
agli stipendi di Nicolò Piccinino, e con lui entrò in Perugia nel 1440. Era stato però
nel 1436 in patria, dove venne incaricato, insieme ad altri cittadini, del riordinamento
edilizio di Perugia e castelli. Il Piccinino, ambizioso di Signoria, lo elesse tra i 10
Commissari, nei quali fu ristretto il governo della città, ma dell'avere accettato un
tale ufficio non so quanto onore se gli debba dare. D'allora in poi lo troviamo dei
V Ricordatori nel 1442, ambasciatore al Papa nello stesso anno, dei X Ordinatori del
Consiglio ristretto di novella istituzione nel 1444, etc.
0; SCALVANTI

Ridolfo de Pietro detto de la Petra (di P. S. P.).

Gabriello de Francesco barbiere P. Soli.

Giolitto de Bartolomeo de Ciabacca P. S. P.

Li quali fece rebandire Braccio Baglione, e remase in bando
Piero Antonio di Antonio dal Bastone de P. S. P. (1).

Papa Nicola V mandó qui in Perogia un breve de scomuni-
catione, che ciaschuno Abate o Prete de qual grado stato o con-
ditione se sia, che debbino pagare la decima del lor benefitio,
cioè uno per decina o volemo dire fiorini 10 per C. Et anco vole,
che dopo la venuta dela ditta Bolla, e expressamente comanda,
che si debbi retenere il decimo ali priore e camorlenghe e con-
servatore e fancelli e ad ogni ufficiale de Comuno, e debbisi re-
tenere el fancello deli conservatori, e così se colse parechie
migliai de fiorini, e questo dicesi il papa, che lo faceva, per che
voleva comandare uno omo per casa, e tutti li volea soldare e
volea far gente per mandarli contro il Granturco, perochè se dubi-
tava che il Turco non passasse in Italia.

.. A di de aprile vene un messo qui da Fiorenzza al nostro
Comuno, notificandoli qualmente era fatta la pace fra Venetiani
e Duca de Milano e fiorentini, e fo vestito el messo dal nostro
Comuno tulto de nuovo (2).

(1 Nessun cenno fanno gli storici e gli altri cronisti di questo rebandimento.

(2) La pace, di cui fa menzione il Cronista, é quella conclusa il 9 aprile 1454 in
Lodi fra i veneziani e il Duca di Milano per gli uffici di fra Simonetto di Came-
rino dell'ordine agostiniano. Più di alcuni storici fiorentini é esatto il nostro Cro-
nista, che pone nell’Aprile del 1454 l’ adesione di Firenze alla pace di Lodi, men-
tre altrove si legge, che il Papa, i fiorentini e con loro i senesi e altri minori po-
tentati fra il tempo la ratificarono. Ciò scrive fra gli altri il Machiavelli (Zst.,
lib. VI); ma la verità é, che il Duca di Milano, appena avute sollecitazioni per la
pace da fra Simonetto, e persuaso a conchiuderla anco dalle minaccie del Turco
vincitore a Costantinopoli, dalla scarsità dei danari e dall'abbandono di Bartolommeo
Colleoni passato al servigio dei veneziani, subito avvertì i fiorentini de’ suoi propo-
siti di pace, e questi inviarono a Milano Diotisalvi Neroni, perchè insieme al Duca si
occupasse del trattato. È esatto dunque quello che narra il Cronista, e cioè che fosse
allora, nel 9 aprile, conclusa la pace tra i veneziani, Firenze e il Duca; e fu solo fra
il tempo, come scrive Machiavelli, che aderirono il Marchese di Mantova, e più tardi
ancora il Re Alfonso. La venuta poi del messo di Firenze a Perugia non ebbe luogo
solo per ossequio a questa Repubblica stretta in lega coi fiorentini, ma perché nella

pace di Lodi l'inviato di Firenze trattò anco pei perugini, tal che, coll autorità del

Pontefice; furono mandati in quella città "M. Baldassarre della Staffa e M. Pandolfo
Baglioni i quati confermarono ed. approvarono quanto per loro i fiorentini promesso
avevano (PELLINI, II, 13).

DIENTATTZITE
- | CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 95

A dì 26 de aprile morì el nobile e egregio omo meser
Agamennone de Giapeco de messer Francesco deli Arcepreti e
.volse dopo la morte sua essere vestito da frate de S. Francesco
e fo sepelito a San Francesco. Era cavaliere, omo. da bene e
servente e dela morte de esso ne fo grandissimo danno ala città,
e per esso ne fo fatto un gran corotto, e. for vestite de bruno
circa 20 persone, e lassò tre figli maschi, cioiè Cesaro, Gentilomo
e Giapecho (1). f

Adi 29 de aprile mori la nobildonna madonna Teodorina de
Campo Fregoso da Genova, donna de Braccio dei Baglione, e
mori in la Bastia, e fo sepolta a S. Maria deli Angeli da Asese
e dela morte sua ne fo gran danno ala nostra città.

Et adi 7 de maggio fo fatto un bello osequio qui in Perogia per
onorare el corpo suo. Perché Braccio non era retornato in Pero-
gia, veslirsi de bruno li fratelli e la magior parte dela fameglia ;
lassó un suo figlio maschio chiamato Griffone. |

Adi detto vene la nuova qui come se erano adunati insieme
circa 300 sbanditi de Perogia, quali facevono redutta a Monte
Melino, e che volevono retornare a Perogia, e volevono vedere
chi li cacciasse. Per questa cagione ne for fatti molti consegli, e
li principale de questi sbanditi sono questi, cioiè Venciolo. de Be-
rardo da Corgnie, Porta S. Susane.

Lamberto de Berardo de Berardelli da (Corgnie).

Rustecho del Saracino da Monte Melino, porta Borgnie.

Sante de Ranaldo de M. Sante, Porta S. Agnielo (2).

(1) Di questa morte fa. un breve cenno anche la Cronaca del Veghi (Arch. stor.,
tomo XVI, pag. 629). Agamennone di Jacopo degli Arcipreti ebbe moltissimi uffici
nella sua patria; e chi legge le istorie perugine, ad ogni passo si incontra o nel nome
di lui o in quello de' suoi discendenti, cittadini reputati per nobili azioni. Di lui le
cronache narrano, che fu dei X dell'Arbitrio piü volte, dal 1433 in poi; che tenne de-
gnamente l'ufficio di Capo dei Priori nel 1440; che fu eletto a consigliere straordi-
nario nel 1439 e si trovò co’ X gentiluomini scelti nel 1445 per sedare e comporre le
discordie fra i cittadini. Uno de' figli suoi, Cesare, nell'anno in cui il padre moriva,

- era tra i Consiglieri incaricati di riordinare il pubblico reggimento, o, come si disse,
‘di confermare e riformare lo stato ecclesiastico di Perugia, del quale riordinamento,
‘su cui si diffondono gli storici, non sappiamo come il Cronista non ci abbia dato
notizia alcuna. i

(2) Sante de Ranaldo de M. Sante era della famiglia dei Sassorossi (PELLINI,
II, 13).

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él Dc PIL RETI
O. SCALVANTI

Giovagnie de Tolomeo detto Mucharo, Porta Susane. Per
questo quasi ogni celtadino andavono la nolle per la terra ar-
mati per sospetto deli ditti banditi.

Adì 29 ditto Berardo de Francesco de Berardo da Corgnìe
se fece frate de S. Francesco del Monte. Et adì 8 de maggio
Venciolo de Berardo da Corgnie con molte compagne trovò lo
ditto Berardo in S. Girolamo de Gobbio, che era frate e si lo
fece sfratare per forzza (1). È

Adì ditto vene qui in Perogia el governatore nuovo, chia-
mato m. Nicholò da Forlì, Arcevescovo de Racanate e de Mace-
rata, e partisse m. Pietro Venetiano Arcevescovo de Brescia (2).

Adì 27 de agosto foro Rebanditi alchuni de quelli sbanditi,
che volevono retornare in Perogia per forzza, cioè li principali di
essi, perchè così fo determinato nel Conseglio fatto per li cetta-
dini, e li Rebanditi son quest :

— Venciolo de Berardo da
Corgnie. ; A mazzaro

Lamberto de Berardo de golino de Asegna.

Berardello da Corgnie. / |

Rustecho de Saracino da Monte Melino, che amazzó Vigie
de Appio.

Sante de Ranaldo de m. Sante amazzó la moglie.

Giovagnie de Tolomeo ditto Mucharo amazzó el figlio de
m. Gilio.

M. Baldassarre de m. Pulidore dei Baglione amazzó un fa-
meglio de monsignore.

(1) Vedi anche la Cronaca del Veghi (Arch. stor. ital., tomo XVI, pag. 629). Ab-
biamo già notato nella Prefazione, che dal 1450 al 1453 nessun fatto veniva registrato
nelle Cronache perugine, ad eccezione di quella che ora si stampa. Qui noteremo, che
nel 1453 dette Cronache registrano un solo avvenimento, e due ne ricordano nel 1454,
la morte di Agamennone degli Arcipreti, e la professione religiosa di Berardo di Fran-
cesco. i

(2) Questo Nicolò Vescovo di Recanati era nativo di Asti Forlivese, e morì nello
stesso anno 1454. Il Cronista dice, che succedette a Pietro Veneziano, ma sembra che
nel maggio di quell’anno, adi 23, fosse Governatore quel Bartolommeo Vitelleschi, Ve-
scovo di Corneto, che vi tornò poi collo stesso ufficio nel 1456. E questo diciamo, per-
ché sono di lui alcune Costituzioni per la Sapienza Vecchia di quel tempo (Arch. di
Monte Morcino, lib. Z, pag. 61 in MARIOTTI — Mem. stor.). Può darsi però che il Vi-
telleschi in quell’occasione non avesse che la qualità di Commissario Apostolico.

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CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 91

Tadeo de Mannelli dei Ranieri amazzó Agnielo de Merchiorre
dei Barsi.

Giovagnie de Giapecho dela luca amazzó un da Agello..

Mariano de Ser Cortese fu a amazzare Bartoccio di Nicolo
Giovagnie de li Ranieri Bastardo, a stantia de m. Tancredo dei
Ranieri, e adi ditto alchuni de essi comenzaro a usare per la
terra (1).

Adì 29 de agosto mori m. Buoncambio dei Boncambi, cava-
liere, al quale fo fatto grandissimo onore e al corotto cie se
scapegliò la Margherita bella (2).

Adi 5 di settembre vene el messo qui in Perugia al nostro
comuno, come essendo fatta la pace infra venetiani, duca di Mi-
lano e fiorentini come un altra volta avemo ditto ano anche falto
lega per ventinove agni (3).

(i) Anche nel Pellini si trova la narrazione di questo fatto, ma vi é diversità
nel numero dei banditi, che, secondo lo storico, sarebbero stati dugento, mentre, per
il Cronista, furono trecento. Nemmeno vi é accordo sul luogo di riunione, perché il
Pellini scrive, che i banditi s'erano in S. Maria degli Angeli d’ Ascesi ragunati, e non
a Montemelino, come vuole la Cronaca. Mancano poi nel Pellini i nomi di alcuni re-
banditi, ossia di M. Baldassarre di M. Polidoro dei Baglioni, di Giovanni di Jacopo
della Luca e di Mariano di Ser Cortese; e nemmeno vi s'incontra la menzione dei reati
commessi da questi banditi. Nuova e convincente prova che il ms. di questa Cronaca
fu sconosciuto allo storico Pellini.

(2) Di questa Margherita bella vedremo nel seguito della Cronaca. Qui si allude

al costume, che avevano le donne di scarmigliarsi seguendo i cortei funerari. Su di .

che furono emanati in vari tempi provvedimenti statutari e decreti del Magistrato e
dei Legati pontificii.

(3) Il Cronista in parte si riferisce qui alla notizia data in aprile circa la pace
conclusa a Lodi fra Veneziani, Duca di Milano e Firenze, il 9 di quel mese; e ci parla

‘poi della lega, stabilita per 29 anni fra quei potentati. È noto infatti che il Re Alfonso,

indignato contro i veneziani per aver concluso la pace col Duca Sforza, non volle ade-
rirvi; e fu allora che Venezia, Milano e Firenze conchiusero il 30 agosto una lega,
alla quale poi parteciparono Borso d' Este duca di Modena e Reggio, e i .bolognesi.
Fu questa leza assai più dell' ambasceria del Cardinale Domenico Capranica, che in-
dusse il Re napoletano a ratificare il 26 gennaio 1155 la pace di Lodi, e poi ad entrare

anch'egli nella leza suddetta, cui pure accedeva il Pontefice. Regna tuttavia qualche
incertezza sulla durata di questa alleanza.Il Cronista all'anno 1451 ci dice, che fra Vene-
zia, Milano e Firenze fu fatta una lega di 29 anni, e poiché se ne ebbe avviso a Perugia
nel 5 settembre, non si può alludere che alla lega conclusa il 30 agosto (Dv-Mosr,
Corpo diplom., tomo III). Ora si ha da altri storici che questa lega fu di ?5 anni. E
mentre poi quella conclusa nel 1155 con Re Alfonso, secondo il Cronista, fu di 25 anni,
il Machiavelli scrive, che fu di 30. L'Ammirato (Ist., lib. XXIII) narra: « Del mese di
agosto, essendo in Firenze Gonfaloniere di Giustizia Tommaso Soderini, com gran fa-

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Adì 6 de settembre venero in Perogia 200 fanti mandati
dal Papa. Conestavole de essi son questi, Piero da Somma e
Bartolomeo da laquila. | |

Ali 8 de settembre Armanno Francesco de m. Baldassarre
de Cherubino deli Armanni menó moglie, ch'era la figliola de
Guido di Carlo deli Oddi, quale à nome Madalena; cié foro a
menarla tulti questi nostri gentilomeni apiey. Avea indosso un
vestito de chremosi: en testa portava una girlanda de perne (I).

Adì 1° ottobre Nello de Pandolfo dei Baglione fece scarcare
le case, che foro del Tinto, e adoprossi li matoni e legniame
nelo arbergo de S. Marcho, che esso a falto fare, el quale se
sla alaccalo con casa sua.

A questo di de ottobre vene qui in Perogia el cancelliere
del Conte Carlo de Braccio dei Fortebracci Conte de Montone,
conduttiere dei Veneliani. El ditto canceliere domandò al co-
muno nostro un ambasciatore per parte del ditto conte per an-
«dare al Papa, onde che fo eletto per ambasciatore Cesare de
m. Agamennone deli Arciprele, e cosi se mise in ordine de molto
vestimenti de drappo per andare con el ditto canceliere a Roma,
e in queslo se ammalò e non podde andare e cie fo mandato in
suo loco Oddo de Giapeco de Oddo de P. S. A. (2).

Adi questi di de Ottobre passó de qui per Perogia la amba-
sciata del duca de Milano e poi quella dei fiorentini e poi quella
de'Veneliani. Se disse che andavono a Roma, e di poi partivano

cilità gli ambasciatori conclusero una lega, e quella per lo spazio di 25 anni ferma-
rono a difesa degli stati comuni ». La qual lega è quella stipulata nel 1454, perocché
l'altra, cui intervenne il Papa e il Re di Aragona, fu del 1455 di febbraio.

(*) Perne per perle trovasi usato anche oggidi nel contado perugino.

(2) Il Pellini non accenna alla venuta d 1 Cancelliere del Conte Carlo di Braccio.
Dice solo, che si recò a Roma dal Papa Oddo di Jacopo di Oddo per — « escusare il
Conte Carlo di alcune querele date di lui al Papa e a disgannarlo della credenza, che
havea di lui, ch'ei fosse per venir di co.to in queste parti come inimico di S. Chiesa
e suo, il che non era, anzi che l'assicurasse, che il Fortebraccio come devotissimo ser-
vitore et vero suddito di S. Chiesa vi verrebbe, » (P. IT. 13). Più innanzi, sotto la data .
del 6 dicembre, il lettore vedrà qual'esito infelice ebbe questa ambasceria, imperocché
né il Cancelliere del Conte Carlo né il messo del Comune poterono parlare al Papa. Ci»
é indizio del sospetto, che covava nell'animo del Pontefice circa le mire ambiziose
del Conte, CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 1199

da Roma e andaro a Napoli e tutti forono apresentali dal no-
stro comuno (1):

A questi dì do Ottobre tornò da Roma Braccio de Malatesta
dei Baglione.

A questi dì de 9bre il nostro comuno mandò ambasciatori
ali fiorentini per refermare la lega fra il nostro comuno e il
loro. Li ambasciatori son questi, m. Baldassarre de Cherubino
de li Armanni de porta S. Agnielo, m. Pandolfo de Nello dei Ba-
glione de P. S. P. con venti cavalli cioiè 10 per omo (2).

A quesli di de 9bre passó de qui m. Carlo da Conzaga con
1500 persone fra cavalli e a piede e andavono al soldo dei
senesi.

Adi 1 de decembre Braccio dei Baglione fece ordinare una
bella giostra e Braccio mise el premio, e li giostratori son questi.

Ridolfo dei Baglione e Giovagnie dei

M. Baldassarre di m. Pulidoro dei

El Gentilomo de m. Agamennone de li Arceprete.

Rustecho del Saracino da Monte Melino.

Bobio de Galiazzo de m. Bobio.

Francesco de Baldi de Mateo de m. Pietro e

Fabritio de Nicoló de Barsi.

Lodovieo di Antonio de Cencio.

Baglione.

(1) La lega costituita fra Milano, Venezia e Firenze nel 30 agosto 1454 fu signi-
ficata a Papa Nicolo V dai respettivi ambasciatori, i quali passarono in ottobre da
Perugia, come narra il Cronista, per recarsi a Roma. Lo scopo di questa ambasceria
al Papa era di invitarlo ad interporsi presso l]'Aragonese, onde entrasse anch' egli
nella lega. Il Papa, per mostrare il suo animo ben disposto ad appagare i desideri
delle città collegate, unì alle loro ambascerie il Cardinale Capranica, che con esse si
trasferì a Napoli.

(2) Il Pellini ed altri storici non parlano affatto di questa ambasceria inviata a
Firenze nel novembre 1454. Sappiamo solo, che nel gennaio dell'anno successivo fu
fermata la lega di 10 anni fra le due città, e gli atti stipulati in Firenze vennero regi-
strati nei pubblici libri del Comune perugino. Ma in ciò il Cronista ha commesso un
lieve errore, perché la lega fu conclusa non- nel 14 5, ma nell’anno precedente, essendo
gli ambasciatori, nel 6 dicembre, già di ritorno in Per ugia (Vedi la stessa Cronaca sotto
questa data). E in questa opinione ci conferma il Doc. inedito del ?3 novembre 1454
ai rog. di Ser Giovanni q. Puccio di Stia (Arch. Com., Cass. XXXIX, n. 48), dal quale
apparisce, che i Priori delle Arti, il Capitano di Giustizia, i Gonfalonieri delle Com-
pagnie del Popolo, e i XII Boniomini di Firenze costituirono loro procuratori Fran-
cesco Pitti e Giovanni di Cosimo dei Medici a poter trattare e concludere una nuova
lega con Perugia.

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100 O. SCALVANTI

Lolovico di Renzzo dela lita de li Armanni.

Giovan Francesco de Nicoló de Tanolo.

Carletto e Silvio camorieri del sopradetto signor Braccio Ba-
glione.

Lorénzo de Ser Cipriano delto Spirto (1).

(1) È il poeta e capitano Lorenzo di Cipriano Spirito, di cui s' ignora l'anno della
nascita. Vuolsi da taluno, che egli sia stato ai servigi di Nicolo Piccinino e di Brac-
cio da Montone; ma se noi lo troviamo in ancor verde età nel 1454, per modo da
prender parte a pubbliche giostre, e se, come é certo, mori nel 1496, egli non poteva
aver seguitato nel 1426 le armi di Braccio. Nella quale opinione ci conferma il fatto
narratoci da Enea Silvio Piccolomini (In Ora'. de morte Eug..IV et creat. Nic. V,
R. I. S. tomo III, col. 892, c.), che, essendo presente al ricevimento degli ambasciatori
perugini recatisi ad ossequiare il nuovo Pontefice Nicolò V, così scrive: — « Post haec
advenerunt Perusini. Orationem jureconsulto dignam habuerunt. SR Perusinis, uti
manus, ita ingenia promta. Advenerat Romam adolescens quidam ex Perusinis exulibus
annos XVII, natus egregia indole. Laurentium, ni fallor, vocabant. Is etiam oratione
ornata gravique summum Pontificem adorsus est. Memoria illi aeterna fuit. Nihil Ci-
ceronis incipi poterat, quod illi non prosequeretur. Favet ingeniis Nicolaus, adole-
scentique benefacturus creditur » —. Questo avveniva nel 1447, e certo in quel tempo
Lorenzo di Cipriano doveva essere in giovine età. Le quali congetture sono confor-
tate dall'esame delle opere di Lorenzo Spirito. Infatti nel Poema — L'Altro Marte —
cap. 65, l’insigne scrittore, parlando dell'impresa di Nicolò Piccinino contro Assisi
nel 1142, cosi si esprime:

Et io mi vi ricordo giovinecto
Che "n compagnia del mio padre vi andai.

Lo che escluderebbe di per sé, che lo Spirito avesse conosciuto B.accio da Mon-
tone morto nel 1421, Ma al cap. 29 di quel poema, é lo stesso Lorenzo, che ci toglie
da qualunque dubbiezza. Parlando egli delle gesta di Braccio, cosi elegantemente
scrive: 3

Sentendo io la virtù che illuy fioria,
Duolmi c ance gran tempo non fui nato,
Che tarda fu per luy la vita mia,

E ben ch’ io non vedesse quillo ornato, ecc.

A buon diritto adunque l' egregio dott. Salza pensa che la nascita di lui avvenisse
tra il 1425 e il 1432. L’ esimio giovine presto ci intratterrà di questo argomento in un suo
lavoro su Lorenzo Spirito e i suoi poemi storici, ma intanto sia lecito a noi rilevare,
che, ove la nascita di Lorenzo venisse stabilita al 1430, egli avrebbe avuto nel 1447,
epoca della consacrazione di Nicolò V, l'età di 17 anni, come dice il Piccolomini nel
passo sopra allezato. E d'altronde non può dubitarsi, che quel giovine diciasseltenne
avesse rare doti d'ingegno e di eloquenza, quando di esse ci é testimone un Enea
Silvio, ottimo giudice delle buone lettere a segno da avere, nel documento da noi ri-
ferito, ripreso altri oratori per la prova infelice dei loro discorsi. Or bene, se quel
Lorenzo da lui tanto clogiato, non fu lo Spirito, com'è che di cotale ingegno più non
si ebbe nuova? È certo poi che Lorenzo di Cipriano rivesti molte cariche in patria
negli anni 1453, 59, 64 e 72. Più tardi, cioé nel 1473, fu Podestà di Tolentino, e ne' pub-
CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 101

Leonardo del Brunello merciaro.

Ebbe l'onore della ditta giostra el Gentilomo de m. Aga-

^ mennone predetto.

Adi 6 de Decembre tornó da Roma el cancelliere del Conte
Carlo con lo ambasciatore nostro per interesso del Conte Carlo.
Se disse che non avevano mai poduto parlare al Papa.

Adi dello retornaro li Ambasciatori che mandò el nostro co-
muno ali fiorentini per refermare la lega, e così fo refermata
per 10 anni come era da prima. i

A questi dì de decembre fo refalto el sachetto dej fanceMati
cioiè deli fancelli deli conservatori de la camora apostolica e dei

Massari del Comuno de Perogia. Lo arfece Monsig. governatore,
e prima se avevono li ditti uffici per bolla del papa, e il ditto
sacchetto è stato refatto per 5 anni, e con Monsignore cie furo
su lutti quanti questi gentilomeni per servire ogni uno deli suoi

d

amici e partegiani. Se disse che li ditti uffitii eran stati dati a
quelle persone, che non meritavano li capitani, e che quelli che
son messi per li ditti uffitii non son messi per capitani e quelli
che son messi per capitani non son messi ad altri uffici, ma
non é stato vero perché alchuni di quelli che avevono auto il
capitanato anno anco aulo el fancellato dei Massari ancora (1).

blici atti è detto — Virum quidem provvidum, litteratum, idoneum, gravem, eaper=
tum, ecc. (Ann. Decemv. 1485, f. 71, 121 122, 128 e 1495, f. 140). Per altre notizie su que-
sto insigne personaggio, vedi — VERMIGLIOLI, Scrittori perugini, pag. 296. — FABRETTI,
Cap. venturieri, vol. I, ecc.

(1) Iz questi ed in altri passi. della Cronaca é facile verificare lo stato di deca-
denza della Repubblica perugina, Il cumulo degli uffici, che il Comune nei tempi di
libertà ha sempre virilmente combattuto, ormai sembra introdotto a pascere la cupi-
digia e l'ambizione de’ nobili spadroneggianti nel governo della città. I fancelli erano
officiali, che insieme ai Conservatori della moneta ed ai Massari avevano cura dei
danari, dei libri e delle pubbliche scritture. I Conservatori d'ordinario erano tre, e
dovevano essere reputati come — buoni uomini legali —. Duravano in ufficio sei mesi,
e avevano incarico di riscuotere tutte le rendite e proventi del Comune, pagare gli
stipendi e provvedere alle spese di ozni natura. Tenevano alla loro dipendenza due
| ; fancelli per ognuna delle mansioni loro affidate, e un numero sufficiente di notari,
che registravano gl'introiti e le spese, e provvedevano alle altre scritture necessarie
— in expeditione dicti offici. — Né i fancelli nè i notari potevano essere compratori o
» soci dei compratori delle gabelle o comunanze del comune, o debitori dei Conservatori
della moneta, né consanguinei o affini fino al 30 grado, né ascendenti, né discendenti,
né abitanti ad unum panem et unum vinum. dei Conservatori stessi (Stat. perug. ed.
nel sec. XVI, rub. 229, lib. I). I Conservatori avevano poi un buon numero di armi-
*

102 par” 0. SUALVANTI

Adì 22 de Decembre m. Agamennone deli Arceprete fece or-
dinare una bella Giostra e il premio mise esso, cioè 4 bracci de
velluto celeste. Li giostratori son questi.

Giapecho de m. Agamennone deli Arcepreti.

Cherubino de Brunello deli Scotti.

Serpentino de Mateo de Tomasso de Teo.

Pietro de Baldassarre de Francesco de Giapeco.

Berardo de Francesco da Corgnie.

Lanberto de Pietro Pavolo de Tantino.

Lencio de Renzzo dela Lita deli Armanni.

Piriteo de Girolamo de Consolo. :

E tutti questi son giovani de 22 o 20 anni, e ebbe lo onore
dela ditta giostra Giapecho de m. Agamennone preditto.

Nel predetto anno el grano al più valse soldi 25 la mina e
l'orso soldi 14 in 15, la spelta soldi 9 o 10, l'olio libre 5 in 6 el
mezolino, el vino libre 8 soma.

[1455] (1) — Adì 2 de Genaio Piermateo de Agnielo de Pavolucio
de Mal Sachetto avendo una schiava molto bella, la quale più
e più volte li era fuggita, onde che retrovandola una mane la
prese, e m[esseli] li pagni cioè la camorra (2) atorno ala centura e
così la camicia, e cosi la andò frustando con uno staffilo infino in
capo dela piazza deli calderari, cioiè li dal Portone de porta Soli,

geri per il servizio dell’ esazione; e si trova che in alcuni tempi ebbero fino a 100 lance.
I Conservatori dovevano prestare giuramento. — « Cum iuris iurandi religio sit ab omni-
bus observanda, cum si contempta fuerit habere solum deum noscatur ultorem, pre-
sente capitulo duximus statuendum pro observantia omnium statutorum noviter edi-
torum; ut conservatores monete, massarii, officiales abundantie et eorum notarii et
fancelli possint et teneantur coram dominis prioribus prestare cancellario in forma
debita sacramentum et iurare ad sancta Dei Evangelia nomine comunis Perusie reci-
pienti, bene legaliter et fideliter facere etc. » (Stat. eod. rub. 327). Contro questi offi-
ciali si dava poi un diligentissimo sindacato (Ibid. rub. 328). A conoscere poi qualche
particolarità circa la tenuta dei conti tra il Comune e la Curia romana può utilmente
consultarsi il prezioso documento contenuto negli Ann. Decemv. dell'anno 1444, f. 148
a 147, riguardante le spese fatte dal Comune di Perugia per conto della Camera Apo-
stolica, dal 1431 all'anno suddetto (Vedi FABRETTI, Doc. di Storia perugina, vol. I,
pag. 16).

(1) In questo luogo, al pari che all' anno 1453, il Cronista non ha posto il mille-
simo, che trovasi indicato solo nel margine della pag. seguente. Per evitare incer-
tezze nella lettura abbiamo creduto aggiungerlo, e chiediamo venia al lettore se altret-
tanto non facemmo all'anno 1453.

(2) Camorra era chiamato l'abito muliebre. Infatti nelle leggi suntuarie si trova
scritto — vestem aut camorram — (Vedi FABRETTI, Leggi suntuarie).

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emer os

CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 103
si che li fece le chiappe e le cosse ele gambe tutle sanguinose e.
rosse come un polmone, de modo che maj piü fo veduta la piü
brutta cosa a vederla, dipoi quel di medesimo essendo el ditto
Piermateo con Ridolfo dei Baglione; el Cavaliere el volse pigliare,
onde che el ditto Ridolfo vedendo questo, andó adcsso al ditto
cavaliere, e detteli di molti pugni e calcie li in piazza, dove che
lo volse pigliare denante al Capitano (1).

Dipoi el cavaliere incolpava che cie era sulo Vangelista e
Pavoluccio fratello del ditto Piermateo e anco Severe de Giovagnie.
dela Cieccolina, e volseno pigliare el ditto Severe, e anco li
schrissero tutta la robba de la camora over bottega, che la schrisse:
el Cavaliere del Podestà, e era Podestà m. Stefano Conte de
Casalichie da Bologna, quale era mezzo pazzo, onde che Bernardo
de Golino parente del ditto Severe era su da Mons. per simile
facenda e.in aiulorio de dilto Severe cie era Ridolfo deli Baglione
e Bonifatio de m. Ibo e il Gentilomo de m. Agamennone, e
dicendo el ditto Bernardo al ditto Podestà che era una laida cosa e
gran manchamento ali Arfeti (2) de mandaro el cavaliere con li bor-
ghiere ale botteghe, e che esso e Bonifatio li farieno la ricolta (3).
per 500 fiorini, e il Podestà respose al ditto Bernardo che lui non li

(1) Né i cronisti né gli storici fin qui noti raccontano il fatto narrato da Pietro
Angelo, e dal quale scaturisce un indizio certo sulla condizione durissima dei servi
anco alla metà del secolo XV. Dalla narrazione poi degli avvenimenti svoltisi a quei
di, e che é alquanto confusa, sembra risultare, che il Cavaliere del Podestà, forse in-
vaghito della schiava, volle trar vendetta delle sevizie intlittele da Piermateo Pavo-
lucci menandolo prigione, il che non gli venne fatto per l'intervento di Ridolfo Ba-
glioni. Certo egli aveva legittimo motivo di esercitare la sua autorità per le battiture
riportate dalla schiava, ma dall'insieme del fatto traspare piuttosto lo sfogo della
vendetta, che l'adempimento di un dovere. È certo poi che grande si era fatta la po-
tenza dei Baglioni, lo che meglio si vedrà fra poco.

(2) Arfeti voce usata non solo dal popolo, ma altresì in pubblici documenti, per
artefici (Vedi anche la Cronaca a stampa, pag. 500, ove è adoperata in tuono dispre-
giativo la parola arfetuzzo).

(3) Far la ricolta è espressione usata anco negli Statuti nel significato di prestar
garanzia o fidejussione, che era la forma più comune della intercessione cumulativa
sussidiaria. Nel caso narrato dal Cronista, è evidente che Bernardo di Ugolino e Bo-
nifazio di Ibo si offrirono di dar sicurtà per Severo della Ceccolina fino alla somma
di fiorini 500. Ma il Podestà rispose arrogantemente a Bernardo, che da lui non avrebbe
accettato nemmeno la garanzia per 10 fiorini. E Bernardo gli replicò ; che non riteneva
lui capace di guarentire un solo fiorino. Onde la contesa per le armi, e la condanna
di Bernardo.

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104 O. SCALVANTI

toglieria per 10 fiorini non che per 500, e ditto Bernardo respose
a lui, io non te toglieria te per un fiorino. Alora el Podestà prese
Bernardo nel petto, e volendoli menare de sopra, e anco gionse
le berraria e vogliele menare. Infine in fra quelli che l’aiutorno
e fra ch'esso avea il coltello, cie cacciò mano e se fece fare
largo e esso se ne fuggì e entrò in S. Lorenzzo, e scanpò via.
Per questa trama lo condenaro in 2 bandi uno per l'arme e l'altro
ch'aveva asaltato el podestà e lutto questo male facesse per ca-
gione dela ditta schiava.

Adi 13 de genaio fo fatta la sassaiola al palazzo del Podestà
cioiè ala sua fameglia, peroché stavano tutti fora del palazzo
armale e in ordine, peroché dentro cie stavono la magior parte
deli scolari delo studio, quale volevono arfare el rettore nuovo, e
era ghara in fra uno m. Nicolo de Calabria studente e uno
m, Agnielo da Viterbo pure studente, et in questo che stavono li
scolare per dare la voce, come è solito, le rede (1) comenzaro a
trare li sassi a li-detti birri e li birri a loro, e così se comenzzó
a gridare a li sassi a li birri, di modo che in poco de ora se
smantellaro più de 300 persone per trare e rencastelarli (2) dentro,
in fino il romore era grande, al quale cie curse su Braccio deli
Baglione con una frotta de gioveni de Perogia, e fece rebassare
el ditio romore, e colserlo 2 verrettone nel ‘mantello, e se non
fosse stato Braccio cie si facea del molto male, e rebassato che
fo il ditto romore, uscì di fuore el Podestà con un taragone in
braccio ed uno stocco nudo, che menava ruina a modo de un
pazzo, e questo Podeslà se domandava m. Stefano Conte di Ca-
salichie da Bologna (3).

Adi 26 de genaio el Capitano del Popolo del Podestà (4) chia-
mato m. Sante dej Viteglie da Corgneto nepote che fo del Patriarca

(1) Rede è voce tuttora usata in qualche parte del contado per significare fa-
ciullo. Nel caso narrato dal Cronista meglio si tradurrebbe monello. x

(2) Vedi la nota 1, pag. 75.

(3) Per ben due volte il Cronista accusa di pazzia il Podestà Stefano da Casa-
licchi; e per vero le azioni sue sembrano giustificare l'appellativo, che gli vien dato.

(4) Cosi il mus. Parrebbe a prima giunta che l'autore o l'amanuense avessero
per una svista aggiunto le parole del Podestà, ma anche altrove il Capitano del Popolo
è chiamato Capitano del Podestà (Vedi Cronaca al 17 febbraio 1455), segno indubita-
bile, che dal punto di vista politico, il suo ufficio non godeva più dell’antica consi-
derazione.
CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 105

avendo preso un Pavolo de Lello da Ripa coaio per informalione
dicendo ch'esso era ladro, infine li fece dare tanto il martoro che
morì nela fune, e dice che poi li dero la fune, e ataccarli una

panciera de maglia ala verga; cioiè al membro, e così lo lassarono

stare el dì e la notte de modo che li se scarporò el membro dal
corpo, e cadde in terra e oltre questo li cavaro 5 denti de bocca
e anco li dettero parechie volte el dado nele garogniele (1) e
revorlanolo (2) le torcie adosso, in ultimo dice che lo.trovaro
morto nela fune e dice che non se verificò maj che luj fosse ladro,
ma che luj confessava nel martorio, e non trovavono cosa che
luj dicesse esser vera, e li fratelli suoj cie avevono fatto quanto
fosse possibile per araverlo, e non lo podero maj riaviere, onde
che se ne andaro a Roma e otener lettere che se dovesse relassare
non se verificando li furti. E retornando lo trovaro ch'era morto,
e el Capitano lo avea tenulo 4 dì morto e non avea maj detto
niente, in fine li suoi fratelli lo riavero così morto e portarlo a
S. Fiorenzzo, e era un cordoglio e una compassione a vederlo.
Infine venero qui in Perogia circa 50 omeni da Ripa e da Castello
de Arne suoj parenti, e recaro el delto corpo denanti al palazzo
dei Priori facendone gran corotto gridando al traditore chrudele,
de modo che el ditto Capitano ebbe paura e uscì dal canto del
Bordello, perchè luj stava per slanzza nele case de Berardo da
Corgnie e fuggì per sopramuro, e essendo conosciuto, tulto el
popolo li correva drieto, e il romore era grande e ultimamente
cie foro alchuni deli nostri cettadini che lo comenzaro a favorire,
e si lo aiutavono, e così se ne fuggì in casa de Braccio e dei
fratelli e quelli contadini tutti corsero a casa de Braccio con li
manari e volevono gir su. In fine foro cacciati de li, e Braccio
essendo in casa uscì fuore e menò seco alchuni di questi nostri
gentilomeni, e erace m. Galiotto de Nello, e così fo menato in
piazza con tulto el popolo derieto, e andarono a Monsignore e
anco cie andaro li priore. In conchlusione fo remenato giù e re-
messo nel palazzo come stava prima. E se non era Braccio, el

(1) Gar'ognola nel vernacolo significa la caviglia o collo del piede.
(2) Revortanolo, probabilmente per errore del copista, che doveva scriverè =
rivoltarongli le torcie addosso.
106 O. SCALVANTI

ditto Capitano non la scampava mai e dipoi quasi tutti quelli
contadini foro messi in bando (1).

Adì 5 de febrajo vene un messo da Fiorenzza qual portò la
palma dela pace fatta in fra la Venetia, fiorenzza e Re de Ra-
gona e Duca de Milano (2).

Adì 6 ditto el nostro Comuno fece donare al ditto messo
braccia 8 de rosato, lo quale staendo a cavallo li fo amantato
adosso e a ditto pano cie foro atachate 3 targelte con l'arme del
nostro Comuno cioiè el griffone bianco nel campo rosso e con 2
tronbelte del Comuno andó da capo a pié la piazza sempre so-
nando e poi per Perogia.

A quesli di passali vene qui in Perogia frate Jacomo dela
Marcha de l'ordine de S. Francesco del Monle, quale venia per

(1) Solo il nostro Cronista ci narra in tutti i suoi particolari l' atroce supplizio
dato a Pavolo di Lello, poiché ne tacciono affatto gli altri cronisti, e il Pellini non ne
dà che un cenno fuggevole. L' evidente ingiustizia del procedimento, l'efferatezza del
Capitano nell’ ordinare que: martirio, il silenzio da lui serbato circa la morte dell' infe-
lice; sollevarono l’ indignazione del popolo. Né poteva essere altrimenti, quando
da Roma stessa partiva l' ordine di scarcerazione, e i fratelli, tornando coll'assoluto-
ria, trovavano Pavolo ucciso pei tormenti inflittigli. Il Cronista sembra scandalizzato
di ciò, e anche stupito che il Capitano del Popolo, dopo un fatto sì atroce, conti-
nuasse ad esercitare le sue funzioni. E di vero meraviglia che non solo il Capitano
fosse — « remesso nel palazzo come stava prima » —, ma al termine del suo ufficio
non fosse giudicato per questo eccesso di potere, ché anzi, come vedremo tra breve,
nel giugno del 1455, venne regalato di uno stendardo coll'arme del Comune, e con-
fermato per altri 6 mesi nell’ ufficio. Ma la città non godeva pace, e molti erano i
malfattori, che l'angustiavano; e perciò quasi pareva degno di lode chi, anche con
mezzi eccessivi, cercava intimidire i mali inclinati, abusando del proprio potere. In-
fatti, parlando della conferma di quel funzionario, lo stesso Cronista ci dice, che —
« egli fece un bell’ uficio e ha gastigato molti malfattori e ribaldi e à auto grande
onore, ecetto che fo biasimato di quello scandalo quando morì quello de Ripa » —.
Intanto per sostenere alto il prestigio dell'autorità, i compaesani di Pavolo, per ca-
gione così giusta sollevati, ebbero il bando. Come attraverso i secoli si assomi-
gliano i tempi!

(2) Qui il Cronista si riferisce alla ratifica della pace di Lodi fatta dal Re Al-
fonso nel 26 gennaio 1455, e che fu annunziata a Perugia da un messo dei fiorentini
il 5 febbraio. È molto naturale che Perugia esultasse di tale avvenimento, perocché
l’essere Alfonso d' Aragona discorde dalla Repubblica veneta nei patti di Lodi, costi-
tuiva un grave pericolo e una permanente minaccia per la pace tra gli stati italiani.
E cospicuo certo fu, pei tempi d’allora, il dono del Comune perugino al messo di Fi-
renze.

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CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. : 107

predicare quesla quaresima perchè l'ultima volta [che] predicò.

qui fece bon frutto (1).

A questi di pure de Genajo (2) su un di andaro a marito
tutti questi sottoscrilti.

Golino de -Pavolo de Pietro menò moglie la figliola de Pa-
volo de Bartolomeo dela Berarda.

Ser Consolo de Francesco da Catrano menò moglie la figliola
de Pollito: de Franco de Ser Savino.

Alessandro de Antonio dela Mea menò moglie la figliuola de
Guasparre dej Ranieri detto Bagiano.

Valerio de Franciscone de Tanolo menò moglie la figliola de
Tofo de Giovagnie dei Bechuti.

Pietro de Menecho de la Ghogha menó moglie la figlia di
heale de Agnielo lanaio.

Pierantonio de Giapeco menó moglie la ‘Hel de Francesco
di mastro Giapecho.

Adì 17 de febraio fo ordinata una bella giostra, quale fece
fare el rettore dela università delo Studio de Perogia chiamato
M. Nicolo de- Calabria, e mise in premio braccia 8 de velluto chre-
mosi ala piana: el dello premio stelle nel palazzo deli Sig. Priori,
el rettore non volea e foglie tolto el capuccio dali donzelli deli
Sig. Priori. E il notario deli Priori schrivea li colpi, e li giostra-
tori son questi, e li giudeci deli colpi sono:

(1) Jacopo della Marca (Piceno) fu dottissimo uomo, ebbe missioni di grande
importanza in Oriente, in Ungheria, in Austria, ove tenne anche l'ufficio di Inquisi-
tore. Lo ebbero caro Papi e Imperatori. Quanto alla sua predicazione in Perugia, non
se ne trova ricordo negli Annali del Waddingo. Si sa che nel 1445, predicò nell’ Um-
bria e nella valle spoletina, ove — « disseminabat verbum Dei, praesertim in urbe
Fulginei, civium seditionibus pene consumpta » —. Nel 1440 aveva predicato in Padova,
nel 1454 ad Ascoli e a Fabriano nel 56. Il Cronista ci dice che fu a Perugia nel 1455,
perché l'ultima volta che ci predicò fece buon frutto; e con ciò si riferisce al già
detto sotto l’anno 1445, quando narra che — « per le prediche de frate Jacomo de la
Marca se sonno convertite de molte persone; e molti cittadini e scolari e forastieri
se fecero frate dell’ Osservanzia de Santo Francesco » —. (Vedi Cronaca a stampa in

Arch. Stor. ital., tomo XVI, pag. 565 e segg.). Dunque Jacopo fu in Perugia lo stesso .

anno, in cui, secondo il Waddingo, predicò nella valle Spoletana (Conf. Ann. fran-
cesc., tomi X, XI, XII).

(2) Qui é intervenuto un errore di data, oppure il Cronista, avendo dimenticato
di inserire la presente notizia del gennaio al luogo suo, l' ha collocata qui, intercalan-
dola nei giorni del mese di febbraio.

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M. Stefano conte Podestà dela città de Perogia e m. Sante
dei Viteglie Capitano del Podestà.

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Giapecho \

Bartolomeo de m. Baldassarre de Cherubino deli Armanni.

Rustecho de Saracino da Monte Melino.

Carlo de m. Ibo dei Coppoli e Fabrizio de Nicolò de Bonsi.

Averardo de Guido da M. Sperelli.

Lodovico de Renzio de la lita deli Armanni.

Lodovico de Antonio de Cience, Felice de Nanne detto del
Bragha.

Bartolomeo de Sparnacci detto pazzaglia.

Guidantonio di Ranaldo de Mansueto.

Carletto camoriero del Sig. Braccio Baglione.

IE fo fornita la giostra nela qual fo falto torto a Gentilomo
ch'esso meritava il ditto premio, e fo data la sentenza per li ditti
judici, e anco cie puse la mano Braccio, che la mità del ditto
premio l'avesse Ruslecho de Saracino da Monte Melino e l'altra
milà avesse Lodovico de Antonio Cencie.

Adi 11 de marzzo vene in Perogia un tronbetta del Papa
con la palma de l'olivo in mano, quale scavalchó in palazzo de
Monsignore, e poi andò dali Sig. Priori notificandoli per parte de
Papa Nicola, come era falta la pace e legha e unione per 25 anni
secondo el bandimento fra il Papa Nicola V con tutte le sue
terre e il Re de Ragona, Duca de Milano, Venetiani e fiorentine
per andare contro el Turcho inimico de Chripsto, e che forniti
li ditti 25 anni, stia in arbitrio loro de refermarla o no, e così

de m. Agamenone deli Arceprele.

fo fatto el bando in 4 luochi dela piazza con le trombe e pifari e
naccare e ceccoli (1) tulti a cavallo, e fo vestito el trombetta del
Papa cioiè li fo amantato braccie 8 de rosato e giva in mezzo ali
nostri trombelti quando se bandiva, e fornito che fo il bandimento
fo menato per la città sempre sonando. E la sera foro falli li
faloni (2) in piazza sul monte e a le lumiere del palazzo dej

(1) Non abbiamo potuto rintracciare il significato di questa parola — ceccoli —
Chi sa, non sia una corruzione di cembali 2

(2) I perugini usano anc'oggi di declinare in tal modo il nome fatò, che pei to
Bcani è indeclinabile (Vedi Gronaca a stampa, pag. 122, e nota di Polidori).

- CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 109

Priore con li panni de sego, e le campane sempre sonando ala
alegrezza, e for fatte 3 processione una a S. Francesco, e l’altra
a S. Agustino e l'altra a S. Domenico (1).

Li priori che erano in questi tempi son questi:

Oddo de Giapeco de Oddo e Pucciolo de Tomasso P. S. A.

Francesco de Ciantella e Gabriello de Bartolomeo, P. Susane.

Francesco de Pietro dela Berarda e Agnielo de Pietro spa-
daio, P. Borgnie.

Giustiniano de m. Marco dei Baglione, Batista de Marchetti
vasaio, P..S. P:

Pavolo de Antonio e Antonio de Bocca calzolajo, P. Soli.

Ser Andrea de Ser Bartolomeo Notario.

A questi di de Marzzo fo adottorato m. Pietro Pavolo de Tan-
chreduccio de li Raniere de P. Soli in S. Lorenzzo. E adi 17 de
Marzzo fece la publica pure in S. Lorenzo e ebbe assai onore.

Adi 29 de Marzzo vene la nuova qui in Perogia come el papa
era malato gravemente e stava in ponto estremo, e cie schrisse il
collegio deli cardenali al nostro Comuno, che noj stessemo al ser-
vitio dela sede apostolica e che non dubitassemo de cosa alcuna,
per questa cagione le nostre «genlilomeni andaro da Monsignore
e feceno parlamento e consiglio che vacando la sede apostolica
se desse qualche ordine buono per conto dela città.

E perché a questi di passati se decea de certo ch'el papa
era morto, molte terre de la Chiesa per questa cagione fecero
novità; Spolete, Terne, Viterbo e quelli de Gualdo dice ch'anno
preso el Podestà per ribaldarie ch'esso à fatte, quelli de Beva-
gna dice ch'an preso el castelano e anno scarcato el cassero da
fondamenti e Nargnie, Tode e Melia. Et in Orvieto cie volse restare
Gentile de la Sala (2).

(1) É appena da avvertire, che l'essere pervenuta a mezzo del trombetto del
Papa notizia in Perugia della lega tra Venezia, Milano, Firenze, Re Alfonso e Nicolo V
contro il Turco nel di 14 marzo 1455 (e cioè dopo che vi era giunta la nuova della
pace tra quelle città e l'Aragonese) è spiegato dal fatto, che altra cosa è la pace di
Lodi ratificata dal Re nel 26 gennaio 1155, e altro è la lega posteriormente conclusa
fra quelle città e i principi, massime per esortazione di Nicolo, che non poté vedere
i frutti del nobile tentativo, perché mancato ai vivi nel 24 marzo dello stesso anno.

(2) Il Pellini, alla pari del Cronista, accenna alle novità fatte da alcune terre
dell' Umbria e alle lettere pervenute in Perugia dal Collegio dei Cardinali, non ap-

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058 / O. SCALVANTI

Adi 26 de Marzzo in Mercordi vene nova in Perogia come
Papa Nicola V era morto, e morì el lunedi passato che. fo adi.
24 ditto a 6 ore de notte, e visse nel papato anni 8, mese 1, e
di 8 e era stato chreato papa [nel] 1448.

Adi 29 de Marzzo vene in Perogia el Cardinale Greco, ch'era
governatore de Bolognia, e andava a Roma per retrovarse nel Con-
cistoro, per chreare el nuovo papa. Li andò in contro Mons. nostro
governatore con questi nostri gentilomene e cettadini, vene molto
bene in ordine, era de l'ordine de S. Basilio e schavalchò al palazzo de
Monsignore, cui aloggó quella sera, bench'era dato l'ordine che
luj aloggasse a S. Pietro, dove se era fatta gran provisione, e
quella sera predelta fo apresentato dal nostro comuno. E adi 930
detto se partì per andare ala volta de Roma, e fo acompagnato
da Monsig. e da molti nostri cettadini.

Adì 9 de Aprile vene la nuova in Mercordì per lo corriere
nolificando al nostro comuno, come adi 8 de Aprile in Martedì
ale 18 ore fo chreato el nuovo papa, e in un dì venero li corriere
da Roma e qui, e era stato fatto papa el Cardinale de Valenzza quale
era catalano e li è stato posto nome Calisto 3°, e è il più ricco
cardenale de corte de età de circa 90 anni (1), e venuta la nuova
subito for sonate le canpane del comuno e de S. Lorenzzo e la
sera for fatti li faloni e fuochi a le lumiere del palazzo dei priori,

pena il Papa ammalò; ma sul loro contenuto ci dice solo, che vi era l’ assicurazione,
che Nicolò V viveva ancora, mentre il Cronista ci narra assai più, tanto da dimostrarci
con quanta cura la Chiesa coltivava l' amicizia dei perugini. Il Cronista accenna poi
al proposito, subito manifestato dai reggitori di Perugia, di profittare di questa cir-
costanza per ottenere qualche ordine buono per conto della città; e ciò dà prova del
desiderio, che i perugini avevano di migliorare i loro rapporti col papato.

(1) Il Cronista dice che Calisto III aveva circa 9) anni di età; il Muratori ed altri -
scrivono che egli era ottuagenario. Cristoforo da Soldo (Ist. Bresc. R. I. S. tomo XXI)
pone l’età di 85 anni, e di ciò molti scrittori di storia ecclesiastica fanno ampia con-
ferma. Ma il Raynaldo (Az. eccles.) scrive, che egli era — « decrepitus, nam septuage-
simum annum transcenderat » —. Ci sembra il Raynaldo sia nel vero, perché il
Platina nell'elogio di Calisto III, dopo che già era passato di questa vita, scrive —-
« Facilis aditu, quantum ei per aetatem licebat: jam: enim octogesimum attigerat an-
num » —. La sollecitudine poi, con la quale nel di appresso alla elezione di
lui, giunsero qui i corrieri da Roma per recarne Ja notizia, é novella prova dell' in-
teresse che i Papi addimostravano per aver Perugia benignamente soggetta,
CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. e dl

e à per arma un Bove roscio che pascie el falasco nel campo
d’oro (1). |
| A questi di de Aprile le nostre gentilomene an falto molli
consigli per eleggere li ambasciatore per mandarli a papa Calisto
e per altre cose inportante a la città e sono in gran discordia (2).
Anco a questi di de Aprile se scoperse un trattato in Asese
che li Asciesciani volevon dare asese al Conte Federigo de Vrbino.
Adi 13 de Aprile volsero entrare in Asese cavalli e fante de
la Chiesa per sospetto del ditto trattato, ma li Asciesciani non
cie li volsero lassare intrare dove che ciè fo fatta una bella sca-.
ramuccia. Se disse ch’erano aloggati sotto S. M. deli Angeli.
Adì 15 de Aprile el nostro Comuno elesse 5 ambasciatori per
mandarli al papa novamente fatto, per reformare li capitoli fra la
Chiesa e noj, e che li ditti Ambasciatori abbino a donare al Papa
per il nostro Comuno le poste del Chiuscie, el Monte malbe e il
Campione de la carne (3). Li ambasciatori eletti son questi.

M. Pierfelippo de Berardo da Corgnie di P. Susane.
“A Guido de Carlo deli Odde di Porta Susane.
Y Cesaro de M. Agamennone deli Arceprete P. S. A.

Guido de. M. Malatesta dej Baglione P. S. P.
Piero de Filippo de . . . . . (4) Porta Susane.
Lione de Guido deli Odde per scambio de Guido suo. padre,

(1) Non appena eletto, Calisto IIT, con Breve del 28 aprile 1455, diretto al Magi-
strato, notifica di avere confermato nell’ Ufficio di Tesoriere Apostolico di Perugia
Gilforte Chierico di Camera, e perciò esorta il Magistrato stesso a permettere a questo
personaggio di esercitare le sue funzioni (Archivio Com., Cass. XII, n. 194).

(2) Pellini ed altri non accennano a questa discordia tra i gentiluomini circa
le istruzioni da dare agli ambasciatori, che dovevano andare a Roma per prestare

| ossequio al nuovo Pontefice; eppure tali discordie dovettero essere profonde, per modo

che si fecero molti consigli, e non si venne alla elezione degli ambasciatori che al
15 aprile.

(3) Erano queste Poste del Chiugi e di Montemalbe una gabella speciale, che riscuo-

tevasi per le pasture degli animali. Il Campione della carne era relativo alla gabella,

‘ che si pagava da chi estraeva bestiame dal contado ma si sborsava nelle mani del

| compratore del Campione, che aveva diritto di mantenere nel Chiugi perugino, su

E; Montemalbe e in altri territori comunali le bestie da macello. Egli. doveva ‘curure,

j : che di esse non fosse penuria, e venderle a prezzi determinati (Vedi ALFIERI, LAmmin.

econom. dell’antico Com. di Perugia, .1896).

(4) Lacuna del manoscritto, Questo Piero de Filippo riteniamo sia il celebre giu-

vista Della Corgna, di nobile famiglia, che apparteneva al rione di P. Susanna

£pD
I9 O. SCALVANTI

peroché Guido non cie volse andare et focce gara fra li priore, e
andaro adi 5 de Maggio con 50 cavalli, 10 per omo.

Adi 18 ditto mori Brettoldo di Carlo deli Oddi de P. Susane
a Passigniano del laco de gocciola e la della matlina cie andò la
Lodoviea de Raniere sua moglie quale lo trovó vivo e fece testa-
mento e quello che bisogniava (1). E adi dilto fo recato el corpo
suo qui in Perogia e la sera fo sepelito in S. Francesco e de la
morte sua ne renchresse a ogni celtadino peroch'era bono gentilomo.

E adi 20 dello in Domenica vene la nuova qui in Perogia
come el Papa era stato incoronato e dela sua crheatione alchuni
cardinali e quasi generalmente ogni persona ne è malcontenta
del suo papato (2).

E addi 22 ditto fo falto il corolto dela morte de Breltoldo
deli Odde.

Adi 25 de Aprile fo falla una scaramuccia a Brufa con le
gente dela Chiesa peroche stavono aloggate sotto Bettona. Era
capitano de ditte gente Jacomo da S. Giemene, e questo se fece
perch'esso mieteva tutto il grano de quel paese, onde che quelli
da Brufa se adunaro insieme e fecero dilla scaramuccia dove
morse un saecomano.

Adi ditto se parti da Perogia Fioravante de Tanlino nostro
perugino quale era conduttiere del Duca di Milano e era tornato
qui per pacifieare Pietro Pavolo, Agnielo, Giovagnie Christofano
suoi fratelli quali erano in gran discordia insieme e così li fece
pacificare e concordare insieme.

(FABRETTI, Doc. 1837, pag. 116). Egli prese parte ad altre ambascerie, come vedremo
all'anno 1459.

(1) Questo Bertoldo degli Oddi fu personaggio di molta fama; ebbe in patria
onori ed uffici, e servi lungamente Alfonso di Aragona nelle guerre del Regno di
Napoli, dove aveva perduto il fratello Ridolfo. Anzi fu pochi anni prima della sua
morte, e cioé nel 1412, che Bertoldo tornò in Perugia, portandovi le ossa del fratello,
che fece, come narrano gli storici, honoratissimamente in S. Francesco sepelire.

(2) L'elezione di Calisto III non fu salutata con favore dalla città e:dai poten-
tati italiani. Egli ebbe fama di bontà prima di diventare Pontefice; ma, assunta la
tiara, non ebbe misura nell'eccitare i principi alla impresa contro il Turco, tal-
ché pel soverchio zelo e i modi alteri e non concilianti, riusci solo a fomentare
guerre e discordie e a crear maneggi e intrighi per l'esaltazione de’ suoi nepoti. Né
é diverso il giudizio, che di lui hanno dato storici illustri e imparziali, CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 115

A questi dì vene nuova qui come el magnifico e nobile omo
Conte IACOMO Piccinino de Ragona (1) nostro Perugino Capitano
de Ventura era gionto in Ferrara et li mangiò con il Marchese
E- de Ferrara. Se dice che vien contro el sig. Gismondo de li Ma-
latesta sig. de Rimine, se dice che mena seco circa 7000 cavalli
e fanti assai (2).

(1) Questo titolo — di Aragona — derivava a Iacopo Piccinino dal padre Ni-
colo, che nel 1442 con diploma del 26 giugno veniva adottato da Re Alfonso come
faciente parte della famiglia Aragonese (FABRETTI, vol. II Cap. vent. e vol. ult,
Cronaca a stampa, pag. 485 e 486, PELLINI, II, pag. 486, LORENZO SPIRITO, capo LXIV
dell’ Altro Marte). — Il poeta perugino scrive:

Per benefitio che da lui disciese
Enverso el divo Alfonso de ragona
Volse el gran re alluy esser cortese,
E darli un premio della sua corona,
E di la sua casata farlo degnio,
Per honorarlo fra ogne persone.
Perchui quel serenissimo e benignio
è ; Re divo Alfonso di ragona nato,
In ques'o tempo li ne fecie un segnio,
Mandolli un breve aperto e sigillato
En questo tempo a suo magiore honore,
El qual dagli occhi miei lecto e guardato,
Era di questo presente tenore.

Qui segue la traduzione in versi del Diploma, col quale si concede al Piccinino
di prendere l’ appellativo di Aragona, assumerne le insegne per sé e pei discendenti,

Si como nati fussan propriamente
Di nostra stirpe regia.

(2) Il Cronista comincia a darci qui buon ragguaglio delle azioni di Iacopo Pic-
cinino nelle Marche, nell’ Umbria e in Toscana. Evidentemente lo scrittore ama tenere
alto il nome del prode condottiero, e cerca in ogni modo di aggrandire i suoi suc-
cessi. In questo. luogo egli accenna al viaggio che il Piccinino fece a Ferrara, e;
secondo il Cronista, ciò ‘accadde nell'aprile del 1455, quando era morto Nicolò V, e a
lui succeduto Calisto III. E veramente a noi pare debba aggiustarsi fede al Cronista,
di preferenza che a quegli storici, che tal fatto pongono sotto il pontificato di Nicolò V,
talché attribuiscono a questo Papa di avere istigato Francesco Sforza, duca di Milano,
à vigilare i movimenti della Compagnia guidata da Iacopo. Ma poiché angusti sono S
i limiti di tempo, essendo morto Nicolò V nel 24 marzo, può essere che l andata del
Piccinino a Ferrara e il sospetto (di che parla il Bonincontri negli Annali) che mirasse
ad occupare Bologna, già signoreggiata dal padre suo, si verificassero nel marzo, quando
viveva tuttora Papa Nicolò. Questo è not. vole, che il Cronista attribuisce subito al Picci-
nino una potenza maggiore di quella che ebbe, e narra che egli conduceva ben 7002 ca-

8
114 | 0. SCALVANTI

Adi 28 de Aprile passaro de qui cinque Ambasciatori de Bo-
logniesi con 30 cavalli quali vano a Roma al Papa.
Adi 29 de Aprile in Martedì vene in Perogia el Governatore

4.

novo chiamato m. Jacomo Arcivescovo di Benevento e è venuto
a stantia de Papa Calisto 3° e parlissi m. Nicolo Vescovo di Ra-
canate, e fo apresentato dal nostro Comuno la medesima sera
che esso vene e cioè: 2 sacchi de biada, una stangala de polli,

valli e molti fanti, mentre dalle Cronache di Bologna resulta che il suo campo era di 3909
cavalli e 109) fanti. Intanto é interessante leggere in chi registrava le impressioni del
momento, la voce corsa a quei di, che Iacopo movesse ai danni del Malatesta di Rimini.
La qual voce o fu veramente errata, o il Conte Iacopo mutò pensiero pel sopraggiun-
gere delle armi del Duca di Milano. Nondimeno può credersi con fondamento, che
qualche cosa di vero doveva pur esservi in ciò, che narra il Cronista sotto la data del
7 maggio 1455, e cioé che il Duca si fosse rifiutato di dare in moglie a Iacopo la figlia
sua fino a che non fosse divenuto principe di una città E se ciò è vero, nulla doveva
importargli, che il Piccinino occupasse gli stati di Sigismondo dei Malatesta o di
Astorre dei Manfredi, tanto più che, per volere di Re Alfonso, entrambi erano stati
espulsi dalla lega stipulata nel marzo; e se aveva creduto di arrendersi alle preghiere
del Papa, ciò era stato pel sospetto che il Piccinino mirasse a insignorirsi di alcune
tevre della Chiesa. Io credo assai probabile questa ipotesi, che Neri Capponi accenna
nel suo Commentario: — « Il Conte Iacopo si intese con più Signori di Romagna, cre-
dendosi fare voltare lo Stato di Bologna. Il Papa et il Duca s’intesono insieme a non
lasciar passare; il Duca mando 3000 cavalli in Romagna, e quelli Signori voltarono
mantello, e finalmente se ne andò in quel di Siena » —. Anche il Muratori, seguendo
il Commentario del Capponi, ci narra, che uditasi la nuova delle armi del Duca con
dotte da Corrado da Fojano e da Roberto da S. Severino, Iacopo non osò più fare
novità, e i Malatesta é i Manfredi, «i quali dianzi per paura erano in segreto accordo
con lui, si ritirarono da ogni promessa a lui fatta » (Ann. 1455). Poté dunque la
voce di un attacco alle due signorie, sparsa ad arte, velare le mire di Iacopo, il quale
molto probabilmente voleva costituirsi una signoria in qualche città importante, e
forse in Bologna, e mutò pensiero non appena si trovò alle spalle 1’ esercito del Duca.
E che tali fossero gl'intendimenti del Piccinino lo abbiamo da molti storici. E ben
vero, che il cronista bolognese Bartolomeo della Pugliola parla di ciò in modo alquanto
dubitativo, dicendo, che — « adi 1) de maggio le genti d' arme, che erano nel contado
di Bologna, andarono in Romagna e mandaronvi 250 cavalli dei bolognesi; e anda-
rono ad alloggiare appresso il Castello di Solarolo di sotto da Faenza, per contra-
dire al detto Iacopo, s' egli avesse voluto offendere il contado di Bologna » — ma il
Capponi, già citato, il Bonincontri ed altri danno per sicuro il proposito del Piccinino
di recarsi in quella città — « Iacobus Piccininus, così l’ Annalista, a Venetis recedens,
existimabat posse Bononiam intercipere, quem Franciscus Sfortias e Calistus III ab
incepto proposito deturbarunt » — Cenno di questo intendimento del Conte si trova
anche nella Cronaca eugubina- del Bernio. Fabretti invece ritiene, che Iacopo fosse
primo a rompere la guerra, o per volere di Alfonso o per impeto giovanile o meglio
per ingordigia di guadagno ()p. cit., vol. II, pag. 282). Ora non si impugna che Alfonso
di Aragona abbia avuto parte nei moti del Piccinino, salvo a tener cosi nascosti i
suoi maneggi, che nemmeno nel Diario napoletano (MURATORI, R. I. S, tomo XXI) CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 115

una slangala de fiaschi de vino (1), 12 scatole de confetti, 8 torte
de marzza pani, 8 torchie grande, 4 mazzi de candeli.

Adì 2 de Maggio fo amazzato Andriuccio de Porta S. Agnielo
a Spoleto perochè cie erano andati de qui circa 40 perugini. per
fanti pagati a bajocchi 25 [el] di per ciaschuno, quali li mandò
Agnielo dai Veli in aiuto de m. Cesaro Governatore ch’ è stato
del ducato de Spoleto, gienero (2) già de Papa Nicola V, perochè li
Spolelini lo volevono amazzare e esso se era rencaslelato nel
cassero de Spoleto, e questi 40 andaro la notte per canpare el
ditto Governatore e cavarlo de ditto cassero e deli 40 fanti non
cie ne foro se non 13 ala zuffa e che combattero con li ditti Spo-
letini, la quale fu de notte e amazzaro uno Spoletino e li cie fo
ferito a morte Pietro della Vannuccia nostro perugino.

E adì 3 detto vene in Perogia madona caterina moglie del

ditto m. Cesaro sorella che fo de Papa Nicola V, la quale sca-
valeó in casa de Agnielo de Girolamo de Bartolomeo dai Veli lì a
S. Savino con tutti li suoi bagaglie.

Adì 7 de Maggio vene qui in Perogia el nepote de Papa
Calisto 3° lo quale andava a Roma e aloggiò nela osteria de
Ser Marco de Pietro Barbadoro arbergatore fiorentino e la detta
sera fo apresentato dal nostro comuno de confetti e cera, e il dì
seguente andò a mangare con li sig. Priori. E adi ditto vene la
nova qui come el Conte Jacomo nostro Perogino era gionto in
Cesena e non viene contro el sig. Gismondo ne manco contro el
sig. Malatesta da Rimine.

se ne tien parola. Ma é certo che Iacopo non si indusse a quell'impresa, solo a isti-
gazione di Alfonso, o per cupidigia d' oro, ma per ambizione di dominio e di signoria.
Il motivo addotto dal Fabretti val quanto il pretesto, che Iacopo accampò per la
guerra contro i Senesi, sostenendo che voleva esser pagato dei soldi dovuti al padre
suo Nicolò. Questo è evidente, che il Piccinino, come scrisse lo stesso Calisto III nel
Breve ai perugini del 23 giugno 1455, di cui vedremo in appresso, fu la causa prima,
che distrusse i buoni effetti della pace di Lodi. Del resto anche in Perugia la voce,
che il Conte si portasse contro Rimini nor durò che pochi giorni, perocché ai di 7
di maggio il Cronista scrive, che Iacopo non aveva formato il disegno di quella im-
presa, e aggiunge che si prosumeva che il Conte dovesse muovere guerra nela Marca
contro la Chiesa.

(1) Stangata per esprimere quantità quale può essere portata da una stanga
(Conf. Cronaca a stampa, pag. 410).

(2) Il Cronista voleva dir cognato, perché Cesare governatore di Spoleto era ma-
rito di Caterina, sorella di Nicolò V.
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116 O. SCALVANTI
1
Dipoi derieto al Conte Jacomo vengono circa 4000 persone :
quali sono gente del Duca di Milano, e vengono in favore dela |
Chiesa, perochè se prosumeva che il Conte Jacomo dovesse muo- »

n ver guerra nela Marca contro dela Chiesa e per ditta cagione el
ditto duca mandava quelle gente, benchè il ditto Conte Jacomo
sia suo gienero e à per moglie la figliuola del detto Duca, lo

quale duca non lie.la vuole dare e non vuole che la meni ne
essa vada a marito se prima il Conte Jacomo non se acquisti
una cilade che sia sua (1).

Adì 19 de Maggio vene in Perogia la Ambasciata de fioren-
tini, quali Ambasciatori andavono a Roma a visitare el Papa.
Erano 5 ambasciatori fra li quali era l’ Arcivescovo de Fiorenzza
de l’ordine de S. Domenico, e un deli figli de Cosimo de’ Medici;
era una bella ambasceria e menavano 100 cavalli e 14 some de

cariaggi e la ditta sera for apresentati dal nostro comuno de va-
luta de fiorini 50 e la mattina usciro da casa e venero in piazza
e con loro lutti questi ncstri genlilomeni, e andaro a visitare
Monsignore e poi venero ali Sig. Priori e il dì se partirono.

Adi 20 de Maggio la festa de S. Berardino vene a Perogia F
m. Bartolomeo Bovarelli Arcevescovo de Ravenna, quale era
stato qui in Perogia per governatore, e era molto amato e la
mattina andò a visitare monsignore, e quasi tutti li nostri gen-
lilomeni lo acompagniaro e la ditta mane fo apresentato dal no-
stro comuno de torchie candele, 12 scatole de confetti e 4 lorte
de marzapane, se disse che luj andava a Roma a visitare el papa.

Adi 27 de Maggio el martedi de Pasqua rosata relornaro li
nostri Ambasciatori da Roma, e non avevono in tutto otenuto
quello che essi volevono. — Adi detto mori madona Atalanta
moglie de Nello dej Baglione e fo sepolta la sera medesima in

(1) Qui apparentemente il Cronista cade in contraddizione, perché, dopo avere
chiamato Iacopo genero del Duca di Milano, perché è per moglie la figliuola del
ditto Duca, aggiunge, che il Duca non glie la vuol dare, e vuole che non vada a
marito ecc. Ma contraddizi. ne non vi é, in quanto il connubio poteva essere avve-
nuto, senza che il marito avesse condotto seco la moglie. Abbiamo altro esempio di k
cio, proprio anche degli odierni costumi del nostro contado, nel matrimonio contratto
da Fortunato Coppoli, di cui dice il Cronista, che avia tolto moglie, ma non lVavia
men sta (Vedi Cronaca ms, adi 9 di giugno 1455).
Saper
4

5x

CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 117

S. Francesco. — E adi 29 del ditto in giovedì a mattina se fece
el corotto in piazza denanle a S. Sivero (1).

Adi de 30 Maggio in Venerdì Lionello del Miccia (2) trovando
la Braniamonte sua sorella moglie de Carlo de lo Abate dei gra-
liane nel letto con Mariano de lo Imperatore. funaio del: Campo
de S. Giuliana, e questo fo a Castelvieto, onde cl’ il ditto Lionello
prese el ditto Mariano e disse: elegge uno deli due partiti o vole
ch'io le amazza o tu vuole cavare li ochi ala Braniamonte. In-
fine per lo suo meglio disse di voler cavare gli ochi ala Brania-
monte e poi el ditto Lionello dette al ditto Mariano de molte
bastonate e poi li disse che non entrasse maj piü nel nostro
conlado e che trovandocelo li farà tale ufficio a lui.

Adi 9 de giugno messer Fortunato de m. Ibo de’ Coppoli se
fece frate de S. Francesco del Monte e era studenle e avia tolto
moglie ma non l'avia menata. Era figliola che fu de Mariotto
de Nicoló de' Baglione, perlanto che li suoi fratelli cercarono pa-
recchie di per luj, e si lo trovarono ala Verna in quello de' Ca-
slello, e luj respose che se era falto frate per buona cagione e

non volse sfratarse in modo alchuno, e era un leterato giovane e

servenle (3).

(i) Dopo il 1285 (secondo narra il Pellini) il Magistrato fece. oceüpare la Chiesa
di S. Severo di Piazza, situata a capo della Via della Gabbia, ma avendone: chiesta
autorizzazione al Capitolo sorse disputa fra questo e il Magistrato. I Consoli del Co-
mune furono prima obbligati alla restituzione, ma poi ottennero la Chiesa formal-
mente per mezzo di un Breve di Bonifacio VIII del 1297, diretto al Guardiano dei
Frati Minori di Perugia. Anc' oggi dalla Via della Gabbia si possono-vedere le antiche
finestre della Chiesa, i

(2) Della famiglia Oddi. Il fatto è narrato, con minori particolari, anche nella
Cronaca del Veghi (Arch. st. itat., tomo XVI, pag. 629).

(3) È questo il frate Fortunato Coppoli, celebre oratore e personaggio illustre

.dell’ Ordine francescano. Il Waddingo lo chiama — « virum doctissimum, juris Caesa-

rei olim celeberrimum doctorem, qui paulo antea, defuncta wxore, ad Religionem
transierat » (Annali frances., anno 1174). In ciò l'annalista discorda dalla nostra Cro-
naca, che narra, avere il Coppoli sposata la figlia di Mariotto di Nicolò Baglioni,
senz’ averla seco menata, onde i fratelli di lei, indignati per avere egli abbracciato
la professione religiosa, si diedero a ricercarlo, e trovatolo non riuscirono a persua-
derlo di uscire dal chiostro. Or, sebbene della pietà e vocazione religiosa, posterior-
mente manifestata dal Coppoli, non sia dubbio, pure l'improvviso mutamento di
volontà, che dal matrimonio lo condusse. all’ austerità della vita monastica, deve
essere stato determinato da qualche cagione diversa dalla tendenza dell’ animo alla
professione sacerdotale. Ad ogni modo egli resistè alle sollecitazioni dei ‘cognati, e
118 E O. SCALVANTI

Adì 15 de giugno fo venlo el partito fra Priore e Camor-
lenghi [de] corbe 60 de grano per farne pane per apresentarlo al
Conte Jacomo nostro Perugino, Capitano de ventura perochè adi
13 detto gionse in quello de Castello e del Borgo S. Sepolchro e
per fare il ditto pane ne fo dato comissione a ogni camorlengo,
che ne facesse fare la sua rata, perochè ditto Conte Jacomo do-
vea passare per il Chiusci e à mandato a domandare el passo
a quelli de Castello dela Pieve.

Et qui in Perogia la notte se fanno le PUE per sospetto
del ditto Conte Jacomo come se fosse nostro nemico e il padre
suo fo il più fidato omo, che avesse maj el presente stato dei
gentilomeni (1). A questi di de giugno fo vento fra Priori e Ca-
morlenghi lo stendardo con l'arme del nostro Comuno per darlo al
Capitano del Popolo cioè messer Sante deli Viteglie de Corgnieto,
lo quale ha fatto un bell'Ufizio, e à gastigato molti malfaltori e
ribaldi, e à auto grande onore, ecetto che fo biasimato di quello
scandolo quando mori quello da Ripa, e à auto la riferma per
6 altri mesi. (2)

poiché il matrimonio non era stato consumato, profitto de' noti Canoni per tener fermi i
suoi voti (Vedi Const. Alrx. III in Cap. Verwm et Cap. Ex publico. — Innoc. II in Cap.
Ex parte. — Joan. XXII Extravag. unica. De voto, ecc.) — Il Coppoli fu carissimo
à Sisto IV, che piü volte lo mandó a predicare la pace nelle travagliate città d' Italia,
ed è memorabile il successo che ebbe a Pistoja, ove eccitò il popolo ad nitatem
et pacem. Fu tra i più zelanti ispiratori dei Monti di Pietà; ebbe molte cariche nel-
l'ordine francescano, e morì nell' agosto a S. Maria degli Angeli, rivestendo |’ Ufficio
di — Provinciae Sancti Francisci Vicarium — in fama di celeberrimo oratore.

(1) Qui il Cronista non dà saggio di molta penetr azione, perché si meraviglia che
in Perugia si facessero le guardie per sospetto del Conte Jacomo, mentre il padre
suo fo il più fidato omo che avesse mai il presente stato dei gentilomeni. Se era opi-
nione che egli cercasse signoria, come non doveva nascere il sospetto che mirasse
a farsi principe della sua città? Senza contare, che pur non avendosi dubbio di Ia-
copo, si aveva ben motivo di non credersi sicuri dalle sue bande, di cui son note le
oppressioni e i saccheggi. Rispetto poi agli elogi che il Cronista fa al padre di Ia-
copo, é da ricordare, che i perugini nel 1438 entrarono in sospetto anche di lui; che
dovettero esortarlo a contenere gli eccessi delle sue soldatesche; che per di lui ca-
gione la Repubblica ebbe seri contrasti col Papa ; che, venuto Nicolò a Perugia nel 1440
ridusse lo stato nelle proprie mani, e i cittadini dovettero con molte ambascerie sca-
gionarsene colla Curia Romana, fino al punto da rifiutare nel 1441 al Pazzaglia,
capitano del Piccinino, le vettovaglie domandate, onde le minaccie del gran condot-
tiero ai Perugini. Nessuna meraviglia dunque dei sospetti nati in Per ugia nel 1455
allo avvicinarsi dell' armata Braccesca guidata dal Conte Iacopo.

(2) Era costume che si offrisse al Podestà e al Capitano del Popolo, alla cessa-
zione dall'ufficio, una bandiera collo stemma del Comune, in attestato di benemerenza
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CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 119

Adi 18 de giugnio vene qui in Perogia un Cancelliere del
Conte Jacomo e domandò al nostro Comuno per parte del detto
Conte Jacomo in prestanza fiorini 6000 con termine di arendeili
per fino al mese de agosto prossimo adavenire e ch'esso sarà
bon renditore (1). i

.E adi ditto vene la nuova che luj era gionto al Borgetto
del laco con cirea 7000 cavalli e fanti assai, scopiettieri e bale-
strieri e quel di medesimo che vene el Canceliere tutti li nostri
gentilomeni intendendo la proposta sua subetto andaro ali ma-
gnifici signori Priori per ragionare con essi de questo interesso.

E adì 19 de giugno li signori Priore fecero chiamare li Ca-
morlenghi al Conseglio e proposero come el Conte Jacomo do-
manda in prestanzza al nostro Comuno fiorini 6000, per la qual
cosa fo meso el partito, e così fo vento fiorini 6090 a bajocchi
40 per fiorino, che vengano a essere fiorini 6600, perchè prima se
ragionava el fiorino bajocchi 96, li quali li fossero donati e
fallegliene un presente e non cie fo se non una fava nera in
contrario.

Adi 19 de giugnio fo mandato questo infraschritto presente de
la da le Chiane al Conte Jacomo Piccinino per parte del nostro
Comuno, cioiè some 56 de pane, some 40 de vino, some 30 de
confetti e de cera.

Et i signori Priore cie mandaro 4 trombette del palazzo e anco
la magior parte deli donzeli del palazzo, e per ambasciatori fo
determinato che cie andassero li capitani del contado, che son
questi infraschrilti.

Gostantino de Rugiero dei Raniere Porta Soli.

Galiazzo de Felcino de li Armanni Porta S. Angielo.

Biordo de Fioravante deli Oddi P. Susane.

Ranaldo de Rustecho da Monte Melino, Porta borgnie.

pei servigi resi alla città. Sembra che questo dono fosse assai ambito, talché Calisto

‘III col Breve 31- marzo 1457 (Arch. Comun. Cass. XII, n. 221) proibisce, che si faccia

una tale offerta, perché tanto il Podestà che il Capitano procedono lentamente nel-
l'amministrazione della giustizia, per non disgustare i cittadini, e ottenere da essi
più facilmente la consueta bandiera al fine dell’ uffizio.

(1) Tutti questi avvenimenti, e in specie il prestito di 6200 fiorini richiesto da
Tacopo, sono narrati dal Cronista con una copia di dettagli maggiore che nel Pellini
e altri storici,
190 O. SCALVANTI

M. Pandolfo de Nello dei Baglione P. S. P.

Li Priore che erano a questi tempi son questi cioiè.

Bartolomeo di Lorenzzo de Agnielo de Renzzo da Canta Galina
Porta Soli.

Francesco de Baldassarre de Pavolo de Petrino P. S. A.

E li compagnie 2

Lionello de Merchiorre di Massolo de Chrescie P. Susane.

Giapeco de Barnabeo notaro P. Soli.

Adi 20 de giugno vene nova come el Conte Jacomo avea
messo a sacco Cetona di quel de Siena, e misela a sacco quella
sera che passó le Chiane e in manco de 2 ore per forzza de ba-
taglia la preseno ma anco non à auto el cassero (1).

Adi 25 detto el Conte Jacomo andò a Sartiano a campo dove
che esso cie fo ferito da uno scopielto nela gamba e anco cie fo
amazzato un suo omo de arme, onde che per ragione de la ferita
esso non podde venire a le Chiàne a recevere el presente man-

dato dal nostro Comuno, ma cie mandò li più cari e intimi amici

che il ditto conte avesse, e dice che luj l'ebbe molto acetto e
disse che luj non avia allra speranzza al mondo che questa ma-
gnifica città.

E adi ditto foro cavati li priore novi per li 2 mesi davenire
li quali son questi, cioiè:

Tomasso de Pavolo de Rucitello Mercatante.

M. Grigorio de m. Rugiere da Antignolla, P. Susane.

Antonio de Agnielo dei Boncagni, P. borgnie.

Pier Mateo de Pietro dei Graliani e li compagni de porta S.
Pietro.

Li consoli e li auditori che for publicati adi dillo cioié adi
20 de giugnio son questi, cioié: Ranaldo de Rusteco Monte Melino,
P. Borgnie; Piero de Felippo, P. Susane; Bartolomeo de Luca,

(1) Il solo Diario delle cose di Perugia di VILLANO VILLANI reca questo laconíco
cenno del fatto di Cetona: — « Nel mese de giugno venne il Conte Iacomo di Nicolò Pic-
cinino e mise a sacco Cetona » —. Ora il nostro Cronista, con maggior precisione, ci
narra che fu occupata Cetona e messa a sacco, ma che il cassero oppose resistenza
per modo che Iacopo non lo ebbe a patti che dopo qualche giorno (Vedi Cronaca,
adi 26 giugno), Noto pure che Calisto III in un suo Breve, in data 14 agosto 1455,
rimprovera il Magistrato di avere dato aiuto al Piccinino, ribelle alla Chiesa, spe-
cialmente nell'assedio di Cetona.

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CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 191

P. S. Pietro; Francesco di Agnielo de Barso dej Barsi, P. Soli;
Nicolò de Pavolo de Pietro dej Gratiani di P. S. Pietro; Mascio de
Searafone de.P. Susane, Auditori.

Adi 24 de giugno fo vento el parlito fra Priori e Camorlen-
ghi che si dovessero vendere li Registri de l' anno 1444 infino al
1453, cioiè quelli dela cità ma non quelli del contado.

Adì. 26 de giugno vene qui la nova come el conte Jacomo
avea auto a palle el Cassero de Cetona, e poi era andato a campo
a Chiusci ch'era deli Senesi, e dice che non cie son remaste
100 persone terrazani, che tulti son fuggiti con le loro fameglie.
E che dentro cie sta a la guardia Pier Brunoro conestavole
de li fanti de li Senesi con 209 fanti. E poi venne la nuova che
il ditto Pier Brunoro se aconció con il ditto Conte Jacomo (1).

A quesli di passali gionseno le gente del duca de Milano a
Arezzo e son circa 4000 persone fra a cavallo e a piede, quali son
sempre venuli derieto al Campo del Conte Jacomo. Se dice che
vengano in favore dela Chiesa contro el Conte Jacomo.

Adi 27 de giugno li priore mandaro li trombetti del Comuno
la sera che era nolle, per lo contado nostro nolificando a ogni
persona che subito inteso el presente comandamento debbino
sgombrare el grano e ogni altro biado e deducerlo ale fortezze
per sospetto dele gente del Duca de Milano, le quale aloggiaro
la ditta sera in sul faldo, et alla Fratta, e fano grandissimo danno
dov'esse passano, ecetto che non pigliano pregione e vengano
per dunarse con le genle dela Chiesa in la campagna qui verso
Ripa e S. Gilio, le qual gente dela Chiesa vengono in su e son
circa 2000 persone, e cosi se debbino unire e fare un campo per
gire in aiuto e soccorso delli Senesi, e essere contro el Conte Ja-
como. Per quesla cagione in Perogia la notte sempre se fanno le
guardie, e non mente il proverbio, quando è pace in Lombardia,
Guerra aspetto a casa mia.

Adi 27 de giugno ditto vene uno Breve dal Papa al nostro Co-
muno che avendo S. S. inteso, come è stato ordinato e vento 6600
fiorini per prestare over donare al Conte Jacomo Piccinino, per la

pitti ici —

(1) Anche di questo avvenimento, come pure del bando fatto in Perugia per
l'approssimarsi dell'armata del Duca, non é cenno alcuno nelle altre cronache €
storie perugine,
192 i O. SCALVANTI

qual cosa S. S. proibiscie e expressaimente comanda che per modo
alehuno non li si debbino dare nè prestare, e oltre de questo S. S. à
inteso che questo Comuno à mandato a presentare el dilto Conte;
la qual cosa grandemente li à dispiaciuto, e che per lo avenire
per nisun modo non li se manda vituvaglia de nesuna ragione,
e che quello che contrafarà al preditto Breve sarà tenuto per ri-
bello e. nemico de la Sedia Apostolica ecc. Onde che gionto che
fo ditto Breve questi nostri Gentilomeni se adunaro tulli nela
Audienzza de la Mercantia e cosi insieme se ne andaro a Monsi-
gnore per parlare con esso di questo interesso, dicendoli che saria
grande mancamento al nostro Comuno quando mancasse de una
cosa promessa; per la qual cosa Monsignore montò fortemente
in collera, e con gran furia sbuffava, e non ne volse sentir niente.
Di poi li ditti Gentilomeni se. ne partirono e andarci li Signori
Priore, decendo come era stato promesso al ditto Conte Jacomo
la detta quantità de fiorini e che esso non è nemico del Papa nè
dela Chiesa, e che sarebbe gran mancamento al nostro Comuno
mancare de la promessa senza causa alchuna, pregando Sua
Signoria Reverendissima voglia schrivere al Papa, che non
voglia consentire ala vergogna e mancamento del nostro Comuno,

onde che Monsignore sempre era in maggior furia e non volse

udirne niente (1).

(1) Il Pellini narra in qual modo Papa Calisto III si accendesse di sdegno udendo
che il Magistrato perugino aveva deliberato di sovvenire il Piccinino di vettovaglie,
e di dargli in dono, anzi che a mutuo, 609) fiorini, e come per questo fatto dettasse
un Breve, ordinando di non somministrare cosa aleuna o danaro al Conte. Ma lo sto-
rico, oltre tacere dei vari partiti presi in Perugia, in seguito alla venuta del Breve
pontificio, pone, nell’ ordine della sua narrazione, questo fatto innanzi alla presa di
Cetona, mentre avvenne dopo. Il Pellini segue gli storici, che hanno attribuito questo
sdegno del Pontefice al timore che, per l'impresa di Iacopo contro Siena, s'ac-
cendesse qualche gran fuoco, che fosse poi difficoltà ad estinguerlo. E certo è, che
tutti gli storici danno al Piccinino la colpa di aver turbato la pace, che pareva al-
quanto assicurata, Ma, rispetto a Calisto III, la cagion vera del suo mal’ animo verso
i perugini derivava unicamente da questo, che egli aveva, come narra il Cronista,
messo in armi una compagnia di 2000 persone, le quali dovevano congiungersi al-
l esercito del Duca a Ripa, per piombare sulle genti del Piccinino, e non poteva tolle-
rare che Perugia, città a lui soggetta, sovvenisse il nemico suo di vettovaglie e di
danari. E il Papa agiva non per il desiderio di spegnere sul principio quel fuoco di
guerra, ma per rivalità col Re Aragonese, di cui si sospettava che desse soccorso e
incitamento a Iacopo per vendicarsi dei senesi, che lo avevano beffato nella guerra
coi fiorentini. Pertanto dal Breve di Calisto III resulta che i perugini avevano cercato,

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pro ___—__

CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 123

Adi 28 de giugno vene la nuova, come Braccio dei Baglioni
sta in Roma ed è al soldo della Chiesa con 400 cavalli, e do-
manda al Papa o denare o licentia e non poie avere nè l'uno nè
l’altro, e non vuole che esso se parta da Roma. Per la qual cosa
esso sla de malissima voglia e tanto più ch' esso avea intentione,
de essere stato fatto capitano de le gente de la Chiesa (1). — Et

nelle loro lettere al Papa, di addurre a pretesto del mutuo o donazione fatta al Conte
Tacopo la sua qualità di cittadino di Perugia; ma il Papa non tien buono questo
motivo, e aggiunge: — « dilectis filiis senensibus in pace manentibus et quiete et statui
nostro ac Sante Romane ecclesie devotis atque affectis bellum inferre preparantem
damnaque atque calamitatem importantem; sicuri jam videtis eum (manca una pa-
vola per lacerazione della pergamena). .... contra omnem nostre mentis inten-
tionem cum nulla presertim ipsorum demerita precesserint. Metus vero multo minus
vos ad hoc cogere debuit, cum cognitum vobis esset, magnas a nobis provisiones
facta fuisse, et nostras. . . .. et vires tantas esse, ut etiam cum quadruplo majore
exercitu hostili animo et infesto venientem, et reprimere possemus et profligare. Nec
tam parvi consilii eum deberetis putare, ut in tam apertam sui et suorum... ..
ruinam armis contra nostram et S. R. E. quietem sumptis, se vellet precipitare. Ce-
terum quoniam asseruistis tantummodo vos doraturos eidem sex milia florenorum
promisisse; nec adhuc tradidisse; vobis districtissime precipiendo mandamus, ut
quantum nostram gratiam carpenditis, nullo modo ei quicquam pecuniam ullo nomine
aut doni aut mutui vel largiamini vel mutuaretis..... Si vos amat, plus quam
satis, eidem benevolentiam vestram ostendistis, et excusatos vos fecistis quod sub
nostra e S. R. E. positi ditione; vestro arbitrio non potestis, tale aliquid invitis no-

bis salva fide et dignitate. . . . . vestra facere. Sin autem armis conabitur, et damnis
illatis per vim extorquere; satis a nobis provisum est et providebitur; ut sine ve-
stris incommodis ab omni iniuria et vobis et nostris ac S. R. E. subditis. . . . viribus

inferenda contineatur atque repellatur. Unum pro certo credimus, quod cum dictus
comes Jacobus de mente ac nostra fuerit plene certificatus; vos non impellet pre-
cibus aut modis ullis aliis; ut quiequid contra nostram voluntatem sit molliamini.
Datum, ecc. » —. Il Breve è diretto — Dilectis filiis nobilibus viris Prioribus artium Ci-
vitatis nostre Perusii — e porta la data del 23 giugno 1455. Ma questo Breve non ebbe
effetto, perché piü tardi il Papa, avendo appreso che i perugini giovavano al Conte

- Jacopo, si lagna di ciò col Magistrato. A questo Breve fa seguire quello del 22 agosto,

in cui esorta i perugini a ritornare alla scrupolosa osservanza dei doveri verso la
Chiesa (Arch. Com., Cass. XII, n. 197). E anche questa esortazione tornò inutile, perché
nello stesso anno, di ottobre, troviamo i fanti perugini ala guardia de la Rocca de
Cetona aitanti del Conte Jacomo (vedi Cronaca-sotto la data 10 ottobre 1455); e di
più si trova, che i perugini pagarono al Piccinino parte dei 6000 fiorini, tanto che il
Papa con Breve del 6 luglio 1456 insiste, perchè essi non paghino il rimanente di
quella somma.

(1) Anche di questo fatto tacciono le storie e cronache perugine finora cono-
sciute. Sembra quindi che Braccio dei Baglioni, il quale, insieme al Ventimiglia,
aveva assistito, come Capitano delle milizie pontificie, alla incoronazione del Papa,
volesse egli il comando delle genti spedite contro il Piccinino, e che; essendo stato

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124 È O. SCALVANTI

Braccio e "| Conte Janno da Ventimiglia Catalano portaro el Gon-
falone denante quando el Papa fu incoronato.

Adi dilto le gente del Duca de Milano partirono da la Fratta
e da Montone, e vennero in quel de Asese e aloggaro in quello
de Petrignano, e passaro alato a Ripa, dove la sera fero grandis-
simo dano; e son circa 4900 persone, e è una bella compagnia e
bane in ordine e portano 2 stendarde, uno con l'arme del Papa
cioiè un bove roscio che pascie in un canpo d'oro, e l'altro con
le chiave e arme de la Chiesa, e è principale capitano de le ditte
gente Monsignor Jacomo da Racanala arcivescovo de Raussa
mandato dal Papa.

E adi 29 ditto la mattina per tempo le ditte gente levar canpo
e se poseno solto Bellona, sempre facendo gran danno, benché cie
ne for morte 2 a Bettona e 1 a Brufa de li ditti soldati lo quale lo
amazzò messer Baldassarre de messer Pulidoro dej Baglione. Do
pol corseno a la Bastia de Braccio, e cercaro de pigliarla, se no
che cie fo reparato. In ultimo tolseno a Braccio e ali fratelli circa
30 some de grano.

Adi 29 ditto vene nuova come el Conte Jacomo era partito
dal Borghetto e passate le Chiane.

Adi ultimo de giugno el Conte Jacomo levò campo da Sarliano
e andó a S. Chasciano per la maremma de Siena.

Adi 1 de luglio Tiseo de Berardo da Corgnie andó per po-
destà di Castel de la Pieve e prima cie era stato Pavolo de Bar-
tolomeo de la Berarda de Porta Borgnie. E per castellano cie
sta al presente Giovagnie de Giapecho de li Arcepreti.

Adi 8 de luglio vene uno da Castel de la Pieve in Perogia,
e disse come el Conté Jacomo avea preso per forzza Monte Ma-
rano quale è de li Senesi ne la Maremma, e messilo a sacco-
manno.

Adi 8 de luglio vene la nuova come el Conte Jacomo avea
preso Magliano e Marciano pure nella ditta Maremma.

A questi dì passali el nostro Comuno mandò li ambasciatori

scelto in sua vece il Ventimiglia, se ne adontasse per modo da volere far ritorno in
patria. E se il Papa gl'impedi di recarsi a Perugia, cio fu probabilmente per il so-
spetto di qualche novità che avrebbe potuto fare contro la Chiesa, sdegnato com'era
di non avere.avuto il comando dell’ esercito pontificio,

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CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 125

al Papa per lo interesso deli 6000 fiorini, che for venti per donare
al Conte Jacomo come inanzi avem detto e che el Papa non vuole
che li deggano per modo alchuno, per questa cagione cie for man-
dati li ambasciatori, e anco per racomandare el conte Jacomo al
papa pregando Sua Santità, che poi che esso non viene contro dela
Chiesa Sua Santità non lo vogli tenere da nimico. Li ambascia-
tori son questi, cioiè,

M. Pandolfo de Nello dei Baglione e Biordo de Fioravante
deli Oddi.

Adi 9 ditto el Conte Jacomo schrisse una littera al nostro
Comuno, come esso sino al presente avea presi 7 castelli del Con-
lado de Siena, e avisava come el Re de Ragona li avea mandate
7 galee con molte fante e vituvarie e bonbarde e balestre (1).
E di più che spera in Dio che fra pochi di cie farà sentire
cose nuove. Et oltre questo se racomandava al nostro Comuno
pregando quello non vogli mancarli dela promessa de li 6900
fiorini che li son stati promessi (2).

(1) È preziosa assai questa notizia data dal Cronista nel di 9 di luglio, perché
dimostra che veramente Alfonso d'Aragona fin dapprincipio era stato largo di aiuti
al Piccinino, mentre qualche storico inclina a credere, ch’ ei lo sovvenisse solo dopo
la pretesa rotta di Bolsena.

(2) Tutta la narrazione dei vari fatti d'arme tra le genti del Piccinino e quelle
dei collegati, è assai diversa da quella data dal Pellinì e altri storici. Infatti per Neri
Capponi (Comin. dal 1419 al 1455), per il Simonetta (MURATORI, R. T. S., tomo XXI) e
altri, il Piccinino scontratosi presso Bolsena con Giovanni Ventimiglia, Capitano ge-
nerale della Chiesa, con Corrado da Fojano e Roberto da S. Severino, ebbe la peggio,
e l'onore della vittoria fu pei collegati, talehé Iacopo venne astretto a ritirarsi a Ca-
stiglione da Pescaja, ove vinto di bel nuovo e dal nemico e dalla fame, si rifugiò a
Orbetello, d'onde lo trassero le galere del Re Alfonso. Il Pellini non tace della diver-
sità, che è tra la narrazione degli storici da lui consultati e quella di alcuni scrittori
a penna, ma mostra di avere maggior fede nei primi che nei secondi. Io mi contenterò
di osservare, a sostegno della esposizione del nostro Cronista, che veri sono i racconti
di lui sul cammino percorso dai collegati; vere le imprese di Iacopo a Monte Ma-
rano, a Majano e Marsciano narrate sotto i di 3 e S di luglio; che la descrizione
del fatto d'arme di Bolsena contiene molti dettagli, e non apparisce troppo parziale,
dacché non vi si parla del Ventimiglia, caduto prigioniero di Iacopo, come pur narrano
altri storici; che difficilmente può dirsi inventata la descrizione della battaglia più minu-
ta e particolareggiata di quella dataci dal Simonetta; che dopo il fatto d' arme di Bol-
sena, le genti pontificie si ritirarono ; che il Piccinino si mostrò alquanto sfiduciato
quando seppe che l'esercito della lega da 12000 uomini, per nuovi assoldamenti, ascen-
deva ormai a 17070, mentre egli non disponeva che di 8000. armati; che egli chiese
aiuto a Alfonso d' Aragona; che non può reputarsi creato di sana pianta il fatto delle
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126 : O. SCALVANTI

Ali 13 detto in lunedi vene la nuova qui come el Conte Ja-
como avea data una rolta ale gente del Duca de Milano. — Et
anco avia quasi rotte le gente de la Chiesa e dice che se non
era l'ora tarda quando se azzuffò con li nemici ad ogni modo
li ronpea tulti, benchè un lepre quale scovò el Conte Jacomo e
passò li logamenti dele gente dela Chiesa fece che non foro rotte
tutte, perochè a quel lepre li fo fatta una baiata, per la qual cosa
el canpo dela Chiesa tutto se mise in ordine e alarme pensando
che fossero li nemici e così tutti se miseno in bataglia (1). — Et
in questo gionse el Conte Jacomo e ataccò la zuffa alli alogga-
menti e ali padiglioni deli nemici, chredendo de coglierli spro-
viste come sarebbe stato se non fosse stato quel lepre che li

vettovaglie dell’ esercito della Chiesa catturate da Iacopo a. Grosseto, e molto meno
l’altro fatto della sconfitta toccata alle genti pontificie a Massa, dove si indica perfino
il numero dei prigioni. Il Cronista ci dice, che le milizie del Duca si ritirarono in quel
di Pisa e quelle del Papa furono smagrate per modo, che il Piccinino potè aver-
ne piena vittoria. Di fronte a queste considerazioni, vuolsi toccare anche di ciò,
che potrebbe-indurre in una differente opinione, e sono le parole del Cronista, il
quale, narrata la vittoria di Bolsena, aggiunge: — « el Conte Jacomo stanziava a Casti-
glion della Pescaja e prosumevase che non sariano andate bene le cose sue » —. Or come
mai a Perugia si facevan sì tristi presagi pel Piccinino, se egli ‘aveva riportato una
splendida vittoria? Ma il Cronista si affretta a darne ragione narrando che Siena
aveva fatto wn campo, ove era anche Carlo di Gonzaga. Rimane a. spiegarsi il fatto
della pace tosto intervenuta fra Iacopo e i Senesi: ma é noto, che ciò si dovette anzi-
tutto alla interposizione del Re Alfonso desideroso di far credere, che egli non aveva
avuto nessuna parte nell’ impresa del Piccinino: e in secondo luogo alla minaccia che
Iacopo vedeva sempre dinanzi a sé di una lega a’ suoi danni. Non bisogna poi dimen-
ticare che l'accordo non fu fatto, come narra il Muratori, mediante una somma di
29990 fiorini, che i senesi pagarono a Iacopo, mentre questi faceva la restituzione dei
luoghi occupati, ma per la maggior somma di ducati 59099, dei quali 29090 furono
pagati dal Papa, per l'accordo intervenuto nel luglio 1456 (BARTOLOMEO DELLA PU-
GLIOLA, Cronica di Bolognt — AMMIRATO, Storie, lib. XIII. Ad ogni modo, come
notammo altrove, un certo interesse a tenere alta la fama del condottiero perugino,
traspare dalla narrazione del Cronista; e se dovessimo tentare un modo per conciliare
le discordi opinioni, diremmo, che nell’azione di Bolsena grandi furono le perdite da
ambo le parti. A ciò accenna con molta esagerazione il Pugliola scrivendo, che le
armi dei fiorenlini, dei senesi, del Papa, del Duca e di Iacopo rimasero tutte disfatte ;
ma un che di vero nell’osservazione di questo cronista vi è, e ron ebbe forse torto il
Muratori a seguirlo. Così si spiega come, sebbene Iacopo dovesse reputarsi vincitore,
avendo financo fatto prigione il Capitano Generale Ventimiglia, pure qualche storico
abbia potuto attribuire il vantaggio. ai collegati. Le istorie riboccano di esempi con-
simili; pur tuttavia questo punto é certo meritevole di un esame più diligente di
quello che qui si é potuto fare.

(1) JI Bernio (Chron. Eug.) dice che il rumore fu levato p r un cervo, che sco-
varono i soldati del Piccinino,

Pa
CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 127

fece dare alarme e mettere in bataglia. Et con tanta furia asaltaro

li nemiei che ruppero quasi tutte quelle gente, in ultimo amazzaro
‘più de 490 cavalli e circa 200 fante. Et il Conte Jacomo guada-

gnò 6) cavalli e 39 ne ebbe prigione e de quelli del Conte
ne mancò solo uno. Et quello non è morto che l’anno pregione.
Nela qual bataglia cie fo ferito a morte Pietro da Somma conesta-
vole, e mozza una mano a Bartolomeo da l' Aquila conestavole de
fante. Et le gente de la Chiesa con quelle del Duca erano 12000.
Et quelle del Conte Francesco (1) erano 7000, ma le gente che
menó el Conte Jacomo quando asaltó el canpo e che feceno la
ditta zuffa non forono più che 6 squadre, però che non podevono
venire, peroché li bisognava de sciendere una montagnia grandis-
sima e entrare in una valle e non essere veduti, e a tutti quelli
omeni de arme del Conte Jacomo bisognió de smontare apiede
con le lancie basse, e poi quando foro sciese nel piano montaro a
cavallo, e aviaro molti fanti scopiettiere e balestriere e cosi altac-
caro la predetta zuffa e romperono quelle gente. Di poi le gente
de la Chiesa fecero testa e relirarse in dielro circa 5 miglia.

Adi 18 de luglio vene la nuova qui come el Conte Jacomo
stantiava a Castiglion dela Pescaia e prosumavese che non sarieno
andate bene le cose sue, perochè il Comuno de Siena avieno fatto
un canpo contro el ditto Conte e un allro canpo grosso l'à fatto
quello dela Chiesa e nel detto canpo dej Senesi cie è Carlo da Gon-
zagha el signor da Coreggio, li quali canpi se sono uniti insieme
e sono in tutti 17000 persone e il Conte Jacomo ne à circa 8000,
ma à deli denari in quanlità e vilovarie assai e tutte le sue gente
vivono in fiore, e quelli dela Chiesa stentano ogni biene.

Di poi vene nuova che la persona del Conte Jacomo finse
de andare in posta al Re de Ragona in Napoli, e si dice che luj
è andato a visitare sua Maestà e anco vene nova come a l'aquila
se è bandito lo sgonbro perochè viene su Don Ferrante figlio del

(1) Qui per errore l'amanuente ha scritto — Conte Francesco — mentre doveva
Scrivere — Conte Iacomo —. Lo stesso errore ha ripetuto una linea dopo, ma accor-
tosene, l’ha-corretto cancellando la parola Yrancesco e sostituendole il nome Zacomo.
Così almeno crediamo, perocchè il fratello di Jacopo, chiamato Francesco, mori d'i-
dropisia nel 16 ottobre 1419, e non ci consta in modo alcuno che Francesoo, figlio di
Jacopo, di questi tempi, guerreggiasse col padre suo. È noto come, dopo la morte di
Jacopo, Francesco venne da Paolo II chiuso prigione nella rócca di Castel S, Angelo,

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128 O. SCALVANTI

Re di Ragona con molta gente in aiuto del Conte Jacomo di
Nicolò Piccinino.

Adì 19 de luglio revene in Perogia Braccio de Malatesta dei
Baglione, el quale s'è refermato soldato dela Chiesa e à auti de-
nari dal papa. — A ditto di vene nova come el Conte Jacomo avia
auto denari cioè 45000 ducati de Alfonsine, che li manda el Re
de Ragona e 14000 gliene mandò a questi dì passate e conli-
nuamente solda genti ed à denari in quantità et anco li son venute
800 scopieltiere e altri fanti.

Adì 19 ditto ale 20 ore de luglio, morì la Caterina de M.
Sacco moglie che fo de Baglione de fortera dei Baglione.

Adi 5 de agosto morì Agnielo de Pavoluccio de Malsachelto
di P. Soli del quale ne rimaseno 6 figlioli, cioiè Francesco Gostanzzo
Giapeco Vangelista Piermaleo Pavoluccio e si trovò in sua eredità
fiorini 15000.

Adi 8 ditto vene nuova, come el Conte Jacomo avendo notitia
che molte carra de robba e de vituvaglia andava nel canpo dela
Chiesa e ala scorta dela ditta vituvaglia cie erano molti cavalli,
per la qual cosa el ditto Conte Jacomo se mise in ordine con le
sue gente e cavalchó per togliere della vitovaglia, e gionti che
foro a Grosseto in quel de Siena incontraro la ditta vitovaglia e
subito strensero adosso a quelle gente de arme cioiè ala scorta
dela ditta vitovaglia di modo che li messe lutti in rotta, e la ma-
gior parle foro amazzali e in ultimo trovaro abottino circa 100
cavalli e 200 elmetti e quelli che canparono scanparo cosi che
fuggiro neli fossi de grosseto e quelli de dentro li aiularono e
miserli dentro, e il ditto Conte Jacomo guadagnò le dilte carra
de robba e de vituvarie e ritirosse con suo grande onore (1). Et
quelle genti del Duca quale erano con la Chiesa se son partiti e
andati in quel di Pisa.

El Conte Janne da Vinlimiglia volea renunzare el bastone
e non volse essere più Capitano dela Chiesa. Et così a tutta. via
el campo dela Chiesa vien smagrando, e remangono in pochi
onde che il ditto conte intendendo questo se mise in ordine per
azzuffarse con il campo dela Chiesa.

(1) Nessuna, sotizia di questo fatto si legge nel Pellini, nel Veghi e nella cronaca
del Villani.

Artosin
CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 129

Adi 11 de agosto vene nuova qui come el Conte Jacomo
È Piccinino avea data una rotta ale genti dela Chiesa, ala quale li
1 tolseno 650 cavalli e 150 pregione da taglia, e amazzarne quanti
essi volserno e questa rotta fo a Massa. |

Adi 20 de agosto li omeni de fossombrone cioié el Comuno |
mandaro li Ambasciatori qui in Perogia ali magnifici Signori
Priore dicendo, come li omeni de fossombrone sarieno desiderosi



de mettere pagni de lana in Perogia, e che quando il nostro Co- x
muno sene conlenlasse, essi si voglieno obligare de ncn trare de -
Perogia denari contanti, ma che tutti li denari ch’ essi fanno tutti i3

PRESEN
< 7

li voglieno spendere in Perogia e conparare essi vestire e mercan- |
tie, quale ad essi bisognieno (1). Et perchè essi intendano che qui Ci

(1) La ragione per la quale quei di Fossombrone chiesero di metter panni di
lana in Perugia, onde la rivolta degli artefici perugini, fu che sino dal 1436 era stato
fatto divieto a chichessia di vendere o far vendere panni di lana in Perugia, senza
ii consenso dei X istituiti appositamente in quell’anno per dare incremento all’ arte
*Lessa. E siccome, compiuto il loro ufficio, i X non furono più nominati, s'intese che
il consenso dovesse esser dato dai Priori, come suprema autorità cittadina Del resto
la stessa Cronaca all' anno 1136 contiene le seguenti notizie: — « Anco in questi di de
luglio, per magnificzre la cità de Perugia, fuor fatti molti consiglie dali gentilomeni
dela città, et questi fuor fatti per trovare onde e que cosa se potesse fare che in
Peroscia non mancassero mai denare, e che la vita se mantenesse abundante; in
ultimo fo veduto e determinato, che non cie era el migliore remedio che ordinare
l'arte de la lana se facesse in grosso nela cità » —. È d' uopo osservare che quest’ arte
: era già stata introdotta in Perugia fino dal secolo XIII, imperocché nello statuto del
È 1279 (Rub. 193 dal titolo — De fratribus humiliatis havocandis pro drapparia facien-
dia) si legge — « Et dicimus et ordinamus et inviolabiliter volumus, quod. . . . fratres
humilitatis, qui faciunt pannos in lonbardia debeant ad civitatem perusii proflcisci
ecc. ». — Anche nello Statuto del 1395 volgarizzato nel 1322 (Rub. XXXVIII) si fa men-
zione dell'arte della lana tra le prime del Comune. Essa era governata da un Ca-
merlengo e da 17 Rettori. Sembra, che col tempo quest'arte decadesse, onde nel
1430 si pensó a darle incremento mediante le provvisioni, di cui la cronaca del Guar-
neglie ci ha tramandato notizia — « Et cosi fo resoluto, onde che fatta la ditta:
: deliberatione con volontà del Governatore, con suo consentimento fuoro electi X
: citadini, cioè doi per porta; et fuoro Francesco di Mansueto e Nicolo de Ser Cola di
È Porta Borgnie, Messer Francesco dei Coppoli e Mariotto de Nicola dei Baglione per

Porta S. Pietro, M. Tanchredo de' Ranieri e Francesco di Mata. per Porta Soli, Oddo de
Giapeco d'Oddo e Baldassarre de’ Cherubini deli Armanni per Porta S. Agnielo, Piero
de Felippo, Alfano de Francesco per Porta Susane, li quali X omeni avevono autorità
dal Governatore e dai Priore e Camerlenghie e avevono arbitrio con il mandato, che

ORTI s arant

quanto per li ditti X omeni fosse fatto, tanto fosse rato e fermo e quello se mandasse
à esecutione. A di 2 de agosto, in lunedì fo fatto bando a 5 trombe, che nisuno cita-
dino o contadino o forestiere che sia, né qualunque altra persona che sia, de chiunque

stato o grado o conditione non possa mettere né far mettere nisuna sorte de panno

9 130 3 O. SCALVANTI

in Perogia cié una ordinatione che qui non cie possano venire
pagnie forestiere pregano questo comuno e li cittadini che cono-

.sciendo questo essere utile e benefitio de questa città, voglieno

consullarsi insieme e conpiacerli de tale petitione piacendoli. Et
per questa cagione li nostri genlilomeni foro chiamati dali Priore
e ordinaro che sene facesse conseglio. Onde che li lanaioli sen-
tendo tal cosa se adunaro tutti insieme, pertanto che in fra li
Giurali de l’arte dela lana esercitanti tentori e conciatori foro

circa 309 e venero in sopramuro li dala Audienzza loro:.staendo.

in sopramuro questi nostri gentilomeni vedendo questa cosa ne
parlaro con li Priori e anco a Monsignore, e poi li Priori andaro
da Monsignore per questa facenda e finalmente Monsignore mandò
el suo Aulitore a parlare al Camorlengo dela ditta arte et de al-
chuno altro de essi dicendo, che questa è una laida cosa de fare
queste radunate, et che è con lurbatione delo stato, e simil cosa.
Infine el ditto Auditore fu caccialo e non lo volseno udire e ascol-
lare e così se ne lornó a Monsignore, di poi Monsignore cie lo
armandó e il Cavaliere, al quale li delleno de molti pugnie e
buffetti nela faccia e anco de molto sassate ali birri suoi e così
lo manlaro via. Ultimamente fo determinato per minore scandolo

de lana per vendere senza licentia o volontà deli X omeni eletti sopra de ciò, sotto
la pena de perdere li pagni e altre pene in arbitrio loro. Adi 23 de agosto, in giovedi
fo fatto un altro bando con 5 trombe, che qualunque persona forestiere volesse venire
a Perogia a abetare e fare qualche esercitio de arte de lana o de tenta o de qualunque
industria che sapesse fare apertinente ala dita arte de lana possa venire esso con la
sua fameglia in Perogia e essere asente da ognie fattione del Comuno e d'ogni altra
cosa per tempo de 19 agne esso e la sua fameglia » —. Abbiamo riferito intero questo
passo della Cronaca, trascrivendolo dal Ms. nostro (che in tutto non concorda con
quello a stampa) perché si veda: 1.0 Come per la vicina Firenze, che esportava i suoi
tessuti di lana, quest'arte non potesse fiorire in Perugia; 2.0 Qual provvisione si fa-
cesse per attivare un sistema protettore della industria perugina, Jl rimedio intro-
dotto nel 11353 doveva probabilmente avere carattere transitorio, in modo ‘da valere
fino a che le sorti dell'arte della lana in Perugia non fossero migliorate; n.a gl
artefici si ribellarono sempre contro l'abolizione di quel vincolo protezionista. Lo
vediamo nel racconto del Cronista di quest'anno 1155, e torneremo a vederlo nel 1460.
Altri provvedimenti si incontrano nell'anno 1459, in cui, eletti X cittadini per tale
ozgetto, questi compilarono 33 capitoli, approvati con decreto del Governatore e poi
confermati dal Papa, Anche nel 1161 intervennero altre deliberazioni su questo pro-
posito.


- CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 131

e per quiele e pace dela città che li ditti panni non cié abbino
a venire (I). :

A quesli di fu asaltato Giesone de Pielro de la Cionchina de
-P. S. P. da Pietro Pavolo de guastalerra de P. Borgnie e da Gi-
liotto de Bartolomeo de Ciabacca de P. S. P. e così lo feriro nela
mano, e questo fu in porta S. Pietro per inimicitia che avevano
insieme, per la quale cosa Pietro suo padre fratello del Boccio co-
menzó a gridare a alla boce come un pazzo dicendo, viva il po-
polo e muoino questi traditori genlilomeni: e così andò perfino
ala piazza li da S. Maria del mercato, sempre dicendo: traditori
gentilomeni, ch'io cie ó alenuli 7 omeni per lo stato e recevo
queste ingurie: onde che a quel romore cie corse molta gente, e
cie corse el cavaliere del Podestà e per questo fo molto biasi-
mato (2).

Adi ultimi de agosto fo ferito un collaterale del Podestà cioie,
de meser Ghino da Fiorenza, el ditto' collaterale era de Casti-
glione Aretino e lo feri Gostanzzo de Agnielo de Barsi dello Bar-
sello per una senlenzza, disse non avea voluta dare, la quale avia

(1) A quanto sembra il Governatore non era disposto a tollerare queste adunanze
delle arti. Eppure ciò era conforme non solo agli statuti particolari, ma anco a
quelli generali del Comune. Infatti spettava ai Priori di fare il bando per Il assemblea
di tutte le arti o di più arti che volessero adunarsi nel medesimo luogo. E poiché
ciò interessava grandemente la quiete pubblica, il divieto di convocare le arti senza
autorizzazione dei Priori, era accompagnato da una grave sanzione, cioè il pagamento
di una multa di 10200 libbre di danarl. Tale autorizzazione dovevano ricevere anco i
Rettori delle varie arti, che volevano adunarsi non aliter ad tractandum. et ordi-
nandum pacem et tranquillitatem et bonum statum civitatis. Ma ogni arte poi aveva
facoltà dì riunirsi in assemblea pro factis suis et pro statu pacifico dicte civitatis.
L'ordine di convocazione spettava ai Consoli della mercanzia e agli Auditori del Cam-
bio o ai Camerari delle altre arti, ed era proibito, sotto gravi pene, al Podestà o Ca-
pitano di impedire tali adunanze (Conf. Statuto ined. di Perugia del 13)5. Stat, a
stampa, Rub. $9, S8, 89, 90 del lib. I). Aveva dunque ben torto il Governatore di chiamar
laida cosa il fatto della convocazione dell'arte della lana, la quale riunivasi legitti-
mamente, per l'autorità del Camerario, a deliberare pro factis suis.
(2) Il Pellini accenna a questo fatto, ma con minori particolari, e tace il nome
di Giliotto di Bartolommeo. Solo aggiunge questa opportuna considerazione: — « Di
questi accidenti habbiam voluto fare memoria, perché si veda in che termine erano
le cose della città e quanto. fosse in pericolo lo stato suo, perchè era in arbitrio di
. così pochi et alle volte di un solo di mettere a rischio la quiete di tutto il popolo »
(Hist., II, 13).
1327 O. SCALVANTI

el ditto Barsetto con Antonio de Pennino Mercatante e ferillo nela
faccia con una coltella (1).
Adi primo de settembre entrò il Podestà nuovo in Perogia

quale è da Genova e uscì de offitio m. Ghino dei Buondelmonti |

da Fiorenza. Et entraro in uffitio li capitani del Contado:

Lorenzzo de Maleo dela lita deli Armanni P. S. A.

Lionello de Agnielo del Micca de li Oddi P. Susane.

Giulio de Teveruecio dej Signorelli P. Borgnie.

Pietro de Oddo de Giliotto da Mons biano P. S. P.

Pavolo de Roscioli P. Soli.

A quesli di de sellembre li Senesi mandaro per lo Signore de
Coreggio quale era lor soldato e finsero di volerli dar denari. Ma
lo volevano pigliare, perché se decea che li aveva fatte molte truffe,
e finalmente luj andò a Siena e essendo gionto, li Senesi se adu-
naro nel conseglio in palazzo, dove cie menaro il ditto Signor de
Coreggio. Et quando lo ebbero la su for serrate le porle del Pa-
lazzo. E poi li mostraro certi capitoli che esso avia fatti col Conte
Jacomo Piccinino. E poi lo fecero bugliare su de le fenestre del
Palazzo dei Signiori (2).

A questi di passati vene diferenzza e discordia tra li m. dottori
per condutta ch’ avean fatta li savi dello studio (3), cioiè Cesaro de

(1) Questo fatto fu ignorato dal Pellini, e ben gli avrebbe dato cagione a deplo-
rare gli arbitrii, che l' oligarchia trionfante ormai commetteva colla maggiore impu-
nità. Costanzo era figlio di Angelo Barsi, che due mesi dopo troviamo eletto fra i X
dell'Arbitrio. Essi dovevano valersi di tale ufficio per la pace e la salute della città,
e invece se ne valevano per toglierle sicurezza e decoro.

(2) Bugliare per gettare. L'Allegretti nei Diari Senesi cosi scrive: — « Adi 6 de
settembre anno detto (1455) avendo la Signoria di Siena fatto venire di campo e'1 Si-
gnore di Correggio, ed essendo dinanzi alla Balia nella Sala dei Papi, li fur mostrate
certe lettere, e scopertoli certo tradimento e inganno, che lui faceva, e trattava, e non
faceva la guerra realmente, ed avevaci guasti ed arsi molti grani, e tolto molto del
nostro bestiame, e mangiatolo e mandatolo a vendare fuor’ del nostro contado e in
quel di Fiorenza, e ogni cosa andava a contrario; e viddesi apertamente, che lui era
stato compro dai Fiorentini. E per questo fu morto in detta Sala del Papa, e gettato
fuor delle finestre del Palazzo » —.

(3) Quest’ ufficio era stato da lungo tempo introdotto ad conservationem et ma-
nutentionem ..... generalis studii. Spettava ai Savi di condurre a Perugia i dot-
tori insegnanti nell’ Ateneo, stabilendo i patti, le condizioni e i salari; le quali condotte
dovevano farsi nei mesi di maggio o giugno. Potevano i Savi modificare l' organico
dei docenti, e vigilavano all'adempimento di tutti i patti stabiliti. Anche dopo che la
ingerenza dei Papi nello Studio divenne, a dir così, decisiva, l'ufficio dei Savi conti-


TO YNNUF PORRETTA

CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 133

m. Agamennone, Antonio de Giliotto, Pietragnielo de Giovanni (1),
Borgaruccio de Nicolo e il Buono de Lodovico, dove cie for molte
travaglie per una sentenzza che dette Mons. Governatore, de la
quale fo fatta una apellatione in Corte e vene derieto una inibi-
toria a Mons. che lu’ non se inpacciasse più in dilta causa, pero-
chè era remessa nelo Arcevescovo de Brescia (2).

Adì 8 de oltobre Braccio dei Baglione dette la Liandra sua
figliola, quale era piccola, a M. Baldassarre deli Armani che la
tenesse in casa per fino che lei sarà de età de 14 anni, e poi che
la facesse sposare a Guidantonio figlio del ditto Baldassarre pero-
ché li l'avea data per moglie, ma non era de età da consumare
el matrimonio.

Adi 10 de ottobre tornaro in Perogia li fanli quali erano stati
ala guardia de la Rocca de Cetona aitanti del Conte Jacomo, pe-
rochè li Senesi l' avevano represa per patti. Et dice che se are-
seno li ditti fanti perchè non cie avevono più saettume nè polvere
de bonbarda e dentro cie era per castelano un suo consorte chia-
malo m. Piccinino (3). .

Adi 15 de ottobre el Re de Ragona schrisse ali nostri Ma-
gnifici Sig. Priori come esso à falto legha con la Chiesa, col Duca
de Milano e con il Comuno de Fiorenzza e ch'esso vole andare
in contro del Gran Turcho. Et che il suo figliolo Conte . Jacomo
de Nicolò Piccinino nostro perugino lo avea fatto Vece Re de
una provincia del suo reame (4).

nuò (Conf. Stat. per. a stampa, lib. I, Rub. 210, f. 71). Anzi nel 140) furono loro ag-
giunti altri 5 cittadini detti U//iziali dello Studio, muniti di poteri consimili a quelli
dei Savi. Questi uffiziali però durarono ben poco, perchè non li troviamo più ricor-
dati, al tempo di Eugenio IV, nei provvedimenti dati da Giovanni Vescovo di Forlì
vice-legato circa la residenza dei Savi in Perugia (Conf. Ann. Decemv., anno 1404,
f. 118).

(1) Questo Pietro Angelo di Giovanni potrebbe essere lo stesso autore della pre-
sente Cronaca.

(2) Il fatto di un soverchio ingerimento dei Governatori nelle pubbliche faccende
sì trova spesso menzionato; ma, come abbiamo osservato nella Prefazione, ciò era
dovuto in massima parte alle tristi condizioni della città.

(3) I perugini avevano dunque preso parte attiva alla guerra fra il Piccinino e

‘i senesi,

(4) Qui il Cronista assai confusamente deve riferirsi al fatto, che Alfonso pose
il conte Jacopo Piccinino a quartiere in Civita di Chieti nell'Abruzzo colla paga di
1200 cavalli e 600 fanti, ma questo, che pel Cronista sarebbe avvenuto nell ottobre
del 1155, pel Muratori ed altri avrebbe avuto luogo più tardi,
134 — 70. SCALVANTI

A di ditto vene nuova qui come el Conte Jacomo Piccinino
ancora sta per slanlia a Castiglion dela Pescaia e che à mandato
la diffida ali Senesi.

A questi di de ottobre for fatti li X de lo Arbitrio a bene-
placito. de Mons. li quali son questi, cioié (1):

Nello de Pandolfo dej Baglione e Braccio dei Baglione, P. S. P.

Guido de Pavolo de Monte Sperello e Agnielo de Barso dei
Barsi, P. Soli.

M. Baldassarre de li Armanni e Oddo de Giapeco deli Oddi,
P. S. Agnelo (2).

Guido de Carlo de li Oddi e Piero de Felippo de Francesco, :
. P. Susane (3).

|M. Pulidoro de Pellino dej Baglione e Ranaldo de Rustecho
Monte Melino, P. Borgnie. |

Adi 29 de novembre li Priore e camorlenghé ordinaro per
mantenere el ben publico, e perché il grano avea la tratta fora
del nostro contado, che ogni sabalo se mettesse tante corbe de
grano in piazza quale le dovessero mettere speciale persone, e
che solamente se vendesse a li contadini del nostro contado, e
che non se podesse vendere più che la valuta de soldi 37 '/, e
soldi 40 e 42 e soldi 45 la mina el più, e se vendea a più prezzi,
come é dillo, secondo che il grano era bello o brutto, e se porta-
vano le mostre ali priore e essi li davono il prezzo, e il grano
de la abundanzza del Comuno se vendia soldi 32 ‘/, la mina e non
ne davono seno mina una o doj per persona. Et quello che l'avea
un sabeto non le se desse l'altro, tanto quello del Comuno come
quello de special cettadini. Et anco fo ordinato che el merchordi
se mettesse similmente il grano in piazza, come è dello de sopre,

(1) Il Pellini trovò scritto in qualche libro a penna, che i X dell’ Arbitrio furono
creati ad istanza del Governatore; sta invece, per il nostro Cronista, che essi furono
eletti col beneplacito del Governatore, ed é cosa assai diversa. Lo stesso storico scrive :
— « per qual cagione si facessero non è espresso ». — Ora é molto probabile, che i
X venissero eletti per deliberare intorno all'assemblea da tenersi in Assisi, e che
venne approvata da Calisto III con Breve del 21 ottobre 145 (Arch. Com., Cass. XII,
n. 198). Il Governatore, a quei tempi, era Giacomo della Ratta dei Conti di Caserta,
Arcivescovo di Benevento, che fu scomunicato da Pio II nel 1400 come simoniaco
(Conf. UGHELLI).

(2) Questo Baldassarre é della famiglia Armanni Della Staffa.

(?) Il Cronista non aggiunge il casato; Degli Alessandri.
CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 135

e se vendesse solo ali cettadini con el medesimo ordine, onde che
ogni selimana venia el grano in piazza. El sabato se vendia
ali contadini el mercordì ali cettadini, sì del grano de la abun-
dantia del Comuno e si quello de special cettadini a li quali fosse
comandato, e erace così gran furia e stretta de gente quando se
vendea che parea proprio che se donasse (1).

A questi dì de novembre venero lettere al Sig. Braccio Ba-
glione come che Palonbara avea fatto novità dove cie era stato
amazzato el figliolo del sig. Batista Savelli, e il sig. Batista era
scanpato perchè vene in mano de certi suoi amici fidati. Et li detti
da Palombara avean gridalo, viva la Chiesa (2).

Adì primo de Decembre vene in Perogia un canceliere e co-.
missario del sig. Gismondo (3) quale venia per conchludere e for-
nire el parentado in fra detto sig. Gismondo e Braccio dej Ba-
glioni, perchè il sig. Gismondo volea dare una sua figliola per
imoglie al sig. Braccio Baglione, e non fo conchluso.

Adi primo de Decembre entrò per Capitano del Popolo in Pe-
rogia meser Antonio dei Fardelini de Ancona.

Adi 6 de Decembre fo bandita la giostra che se debbia fare
adi primo de Genaio da parte de m. Agnielo de Bucarelli da Vi-
lerbo rettore de lo studio de Perogia, lo quale deve venire che

(1) Nessun cenno in Pellini e negli altri cronisti di questo importante provve-
dimento per.impedire la esportazione delle granaglie, e dare una norma ai loro
prezzi.

(2) Trovo che Calisto III in questi tempi (17 novembre 1455) con Breve diretto al
Magistrato notificava il ritorno dell'ambasciatore a lui spedito dalla città, al quale
aveva concesso quanto richiedeva, ed esortava i perugini ad attendere al buon go
verno del Comune promettendo, in tal caso, tutta la sua assistenza (Arch. Com., Cass.
XII, n. 200). Questa ambasceria deve essere quella di Galeotto Baglioni, circa la du-
rata degli uffici del Podestà e del Capitano, di cui nell' altro Breve Pontificio del 31
marzo 1456. :

(3) E questi Sigismondo Malatesta, signore di Rimini e Fano, il quale proba-
bilmente desiderava un parentado con Braccio Baglioni per afforzarsi nella sua si-
gnoria, in cui non stimava esser sicuro per causa del malumore da lui destato
nell'animo di Alfonso, fin da quando, nella guerra coi fiorentini, lo abbandonò per
passare al servizio dei nemici. Di che si videro gli effetti nel 1457, allorché Alfonso
ordinò a Federigo, duca di Urbino, di attaccare il Malatesta, contro-il quale mando
lo stesso Iacopo Piccinino. Questo fatto é narrato anche dal nostro Cronista sotto il
mese di ottobre di quell’anno,
136 O.. SCALVANTI

pigli lo capuccio adì ditto cioiè adì primo de gennaio 1456, e gio-
strase braccia 12 de velluto.

A questi di decembre fo vento fra Priori e Camorlenghe :
che la fiera, quale se facia de oniensanti in Perogia è stata pre-
mutata che se faccia in Calende de’ Agosto, e duri in sino a
S. Maria, e è fatta libera a l'uscire de ogni mercanti col be-
stiame, se puoi trare e mettere sensa nisuna gabbella, e così fo
promutato che in tal dì se corresse lo anello e il palio, e questa
promutatione è stata concessa da Papa Calisto 8°, e la conmise nel
Teseuriero che facesse quello che fosse minore dano ala Camora
apostolica. Et il bestiame non se possi vendere dentro ala porta (1).

Li Priore quali erano in questi tempi son questi, cioiè;

Nicolò de Ulisse dei Gratiani, Nardo de Antonio deli Sperelli,
P. Borgnie.

Bobio de Galiazzo de m. Bobio, Corradino de Felippo de Co-
rádo; PS. P.

Marco de Felippo da Coromani, Agnelo de Cianbella, P. Soli.

Lodovico de Capo Santo, Giuliano de Meo del Pazzo, P. S. A.

Valerio de Francescone de Tanolo, e Antonio de m. Pietro,
S. Susane (2).

Nel predetto anno el grano al più valse soldi 45 in 50 la mina,
l'orso 30 in 35, la spelta soldi 20 in 25, el vino libre 11 !/, in
12 !/, la soma, l'olio libre 5 in 6 el mezzolino.

(Continua)

(1) Sembra che a quei di Perugia avesse la sola fiera di Ognissanti (oggi chia-
mata dei Morti) che appunto nel dicembre del 1455 venne trasferita al mese di agosto,
ossia al tempo, in cui, ai giorni nostri, si fa la fiera detta di Monte luce. In seguito
i perugini ottennero di ripristinare anche quella di Ognissanti, e così Perugia ebbe
due grandi fiere all’ anno.

(2) Consultato il Reg. degli O/fici abbiamo trovato alcune differenze nell' indica-
zione di qnesti nomi, e ció a cansa delle sostituzioni, che di frequente avvenivano e
delle quali dovremo occuparci in appresso. Ecco pertanto i nomi, che s'incontrano
nel Reg. degli Offici. « Nicolaus Ulixis de gratianis mercator, Nardus Antonii de
monte sperello pro arte bovacteriorum, P. Eburnee; Bobus galeassi düi bobii mer-
cator, Corradinus philippi Corradi pro arte tegulariorum, P. S. Petri; Angelus iacobi
alias Riccio campsor, Angelus iohannis ciambelle pro arte tinctorum, P. Solis; Lu-
dovicus Angelini alias caposancto pro arte fabrorum, Julianus mei pazzi pro arte
bactilanariorum P. S. Angeli ».
137 o

| REGISTRI DEL DUCATO DI SPOLETO

(Archivio Segreto Vaticano — Camera Apostolica).

(Continuazione vedi Vol. VIII fasc. III)

NS al

(Est. Ioan. XXII. Introitus et exitus Patrimonii b. Pe-
indenne Iuscia; et.-N. 21.

[Il Registro comincia con gli atti di Guglielmo Coste dottore
in legge, canonico tulliense, cappellano pontificio, Patrimonii b.
Petri in Tuscia, comitatus Sabine, terre Arnulphorum,
civitatum quoque Reatine, Tudertine, Narniensis et Inte-
ramnensis, earumque distrietuum, castrorumque Utricoli, Strun-
conis, Mirande et Campi Rustici rector, comes et Ca-
pitaneus generalis. £ ricordato che a dì 4 ottobre 1317 eg!i
partì di Avignone diretto in Italia ad assumere l'ufficio della sua pro-
vincia, nella quale entrò il penultimo di detto mese. Registra le entrate
. € le spese del primo anno del suo governo da se medesimo, non essen-
dogli stato deputato un tesoriere.
Il Cod. contiene gli atti del Capitano del Patrimonio a cominciare
da cc. 1-22 (1811-1319) e prosegue con quelli del Ducato].

[c. 25, 1318, marzo 1 — 1332, ottobre 17, c. 1 199. Pergam.].

1. (Int.)[c. 23]. — In nom. d. a. an. d. a. nat. millesimo :OGG. X XTIT]S.
ind. septima, tempore d. Johannis pp. xxij et die secunda mensis
aprilis. — Actum apud plebem S. FortunatiSpoletan.dioc.
in camera infraseripti d. Johannis de Amelio Rectoris S po-
let.duc.,presentibusJacobo de Amelio Marescallo Curie
ducatus et dompno Bartholo Aldrevannini de Fulgin.
et pluribus aliis testibus ad hec vocatis et rogatis. — Cum re.mus

11
138 RD L. FUMI

vir d. Johannis de Amelio archidiac. foroiul. Spolet. duc.
in spiritualibus et temporalibus Rector per S. R. E. generalis
recipisset a SS. p. et d. d. Johanne div. prov. p.p. xxdi. li-
cteras infrascripti tenoris, qui talis est:

2. Johannes epus efc. dil. fil. Johanni de Amelio arch. foroiul.
duce. Spolet. Rectori sal. e£c. Volentes Cameram nostram
de omnibus et singulis per te usque modo in duc. Spolet., cuius
Rector existis et olim nosceris fuisse thesaurarius receptis.
quomodolibet et expensis habere certitudinem pleniorem, discretioni
tue p. a. s...mandamus quatinus dil. filiis Falconi de Sistarico

ord. ffr. predd. ap. Sed. Nuncio et Petro Maynade rectori
E. de Vergerolio xaneton. dioc. eiusdem duc. thesaurario vel
alteri eorum, alio absente vel nolente, premissis intendere rationes

de predictis legitimas clare particulariter et distincte reddere non
postponas, super quibus duo fieri volumus consimilia seripta seu
cartularia, quorum altero penes te retento, reliquum ad eandem
studeas Cameram destinare. Et insuper tibi districte mandamus,

ut super hedifieio et sumptibus palatii Montisfalconis predi-
ctum vocare thesaurarium et ea que deinceps agentur super
hiis eidem comunicare procures, ipsum uti nichilominus lieteris per
nos dudum tibi, ut thesaurario dicti ducat. directis libere
permissurus easque assignaturus eidem. Dat. Avinion. xvj Kal.
martii pontif. n. an. octavo.

Et etiam viderit et legerit quasdam alias papales lieteras, que
diriguntur fr. Falconi de Sistarico e£c. et d. Petro Ma y-
nade etc., tenoris infras. qui talis est:

3. Johannes epus efc. dil. fliis Falconi de Sistarico ord.
ffr. predd. ap Sed. Nuncio et Petro Maynade Rectori E. de

Vergerolio xancten. dioc. duc. Spolet. thesaurario sal. etc.
Volentes etc. ut supra. .. . Quo circa discretioni vestre p. a. s.
mandamus quatinus sollempniter, integraliter et distincte rationes
huiusmodi audire et de illis modo predicto prefatam Cameram

plenarie informare curetis. Ceterum quia palatium nostrum M o n-
tisfalconis in aliqua sui parte ruinosum existere et quedam

ipsius hedificia corruisse dicuntur, volumus quod habitis vobiscum
aliquibus personis fidelibus et peritis in talibus per vos informatione
habita pleniori, nos clare et particulariter reddatis super hiis cer-
tiores; tuque, filii thesaurarie, cum eodem rectore ac etiam
per te ipsum providere, quod hedifieium et sumptus dieti palatii
procedant et fient prudenter et. utiliter non postponas. Dat. Avi-

nion. xvi Kal. martii pontif. n. an. octavo.
-l

I REGISTRI DEL DUCATO DI SPOLETO i 139

Idem d. Johannes rector volens dictis lieteris et mandatis
apostolieis obedire reverentissime, humiliter et devote cum omni
sollieitudine, sicut decet, in presentia mei Jacobi Bartholi
not. infrasez. et aliorum notariorum infrascript. una mecum de hiis
omnibus rogatorum, assignavit, dedit et tradidit in manibus dieti
d. Petri Maynade thesaurarii, secundum dicta mandata
apostolica, librum seu cartularium et scripturas introituum scriptas
in cartis bambicinis infraser. tenoris de omnibus et singulis receptis
per ipsum d. Johannem de Amelio tempore quo thesaurarie
officio fungebatur in dicta ducali provincia, ac de omnibus, que
postmodum receperat factus rector, cuius libri et scripturarum . pre-
dictarum tenor inferius denotatur particulariter et distincte, errore
caleuli semper salvo.

[c. 25] 1318. In nom. etc. Hoc est Registrum sive liber registri
faetus, inceptus et compositus tempore d. Raynaldi de sancta

Artemia canon. petragoricensem ducat. Spoletan. in spiritua-
libus et temporalibus Rectoris per S. R. E. Generalis, per
me Johannem de Amelio canon. lichefeldensem Spolet.
Ducat. Thesaurarium per eandem R. E. constitutum, con-
tinens.in se omnes et singulos introitus et proventus Spolet.
ducat. qui pervenerunt ad manus mei thesaurarii antedicti,
tam ex compositionibus, quam etiam pro focularibus, adiutoriis
festivitatum, passagiis, salariis, scripturis et aliis proventibus et
deveriis dicte camere a comunibus et personis et ex causis,
prout infra latius continetur sub a. d. a nat. millesimo cecc.?
xvirj.? ind. prima, tempore SS. p. et d. d. Johannis div. prov.
clementia pp. xxdi et susequenter sub annis, mensibus et diebus,
sicut inferius per ordinem denotatur. i

[c. 89] 4322, febr. 28. — Habui et recepi a dompno Angelo ca-
nonico saneti Antonii da Gualdo Captaneo dante pro filio
Nicole de dieto loco, ratione compositionis facte cum eo de quo-
dam rumore, quem fecerat et de omnibus aliis suis excessibus.
— 8 lib.

marz. 6. — A Lolo Corraducii de Castrobono pro com-
positione facta cum eo super eo quod dicebatur fecisse et perpre-
tasse quod dietum Castrum Boni perderetur. — 24 ft. a.

[e. 93 t.] apr. 21. — A mag. Bevenuto Thome de Gualdo
Cap. pro compositione facta cum eo quia dicebatur fecisse rumo-
rem in dieta terra. — 9 fl. a.
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8.

10.

Di:

12.

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14.

16.

17

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13.

L. FUMI

A Nello Margariti deGualdoCapt. pro compositione facta
cum eo super eo quod dicebatur fecisse rumorem cum quibusdam
aliis et turbasse statum terre Gualdi. — 7. fl. a.
A Masino Petrutii de Gualdo Capt. pro compositione
facta cum eo super eo quod dicebatur fecisse rumorem et quantum
in eo fuit turbasse statum terre G. C. cum quibusdam suis sociis.
— 7 fl. a.
le. 94 t.] mag. 2. — A Mancino Vannini, Marinucio
Alme Consoiuli dicto Mancino et Cole Pazuli omnibus
de Jano pro compositione faeta cum eis super eo quod dicebatur
fuisse consentientes in proditione Castagnole. — 8 fl. a.
[c. 96 t] giu. 16. — A sindico et camerario Gualdi Capt. dan-
tibus pro dieto Comune pro compositione facta cum dieto Com. pro
eo quod non iverunt ad exercitum factum contra Com. Asisii.
— 81 fl. a.
[c. 100 t.] ag. 8. — Ab Andrea Jucii de Gualdo Capt. pro
compositione facta cum eo pro eo quod dicebatur fecisse rumorem
et impetum ‘in terra Gualdi cum quibusdam alis. — 2 ft. a.
et 40 sol.
ag. 5 — Ab Ofreducio et Blaxio alias dicto Cappella de
castro Litbaldi pro compositione facta cum eis, quia Comune et
homines Castrilitaldi erant exbanniti, quia Comune non iverat
ad exereitum Assisii et ex aliis excessibus. — 5 /ib. cort.
fc. 101 t.] ag. 16. — A Clemente Vagnoli deCastrobono
dante pro Com. Castriboni pro compositione efe. super eo quod
ad mandatum dueis non iverant in exercitum faetum contra
Asisinates. — 25 fl. a.

ag. 20. — It. a Com. Saxiferrati. — 98 fl. a.
[c. 104] ott. 7. — Ab Acceptello deMonticulo dante pro Com.
Monticuli pro compositione facta cum dicto Comune, quia non
iverant sufficienter per Comune ad exercitum factum contra A sis i-
nates hoc anno presenti de mense maii preterito. — 55 lid. cort.
[c. 10 f.] nov. 16. — A Consilio judeo dante pro Com. Jani
pro compositione facta cum dieto Com. super eo quod non iverunt
ad exercitum factum supra civit. Asisii et eius districtum de
mense maii. — 52 fl. a.
fe. 108 t.] dic. 8. — A domp. Abbate S. Eutitii de Nursia pro
compositione facta cum eo super eo quod dicebatur fuisse inquisi-
tus super promotione et électione sua factis per simoniacam pravi-
tatem et de aliis excessibus suis. — 150 fl. a.
[c. 109] dic. 23. — A Munalducio Ofreducii de S. Xpina


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I REGISTRI DEL DUCATO DI SPOLETO 141

pro compositione facta cum eo super eo quod dicebatur fecisse
multa in servitium Asisinatum rebelium S. R. E., non ob-
stante prohybitione quod non daretur eis favor vel subsidium et
de aliis excessibus suis. — 411 fl. a.

[Somma totale dell'anno Fior. 3866, sol. 34. den. 2).

[c. 110] 2322, dic. 25. — [e. 111 t.], gen. 20. — A mag. Berardo
de Castrobono pro compositione facta cum eo, super eo quod
fuerat officialis tempore rebellionis et contra prohibitiones Reetores.
— 2 fl. a.

[c. 113] febr. 22. — Pro Com. Limisiani... super eo quod di-
cebatur fecisse insultum contra Com. et homines Collismancie.
— 95 lib. cort.

[c. 124) sett. 7. -- A Com. Nursie per manum d. Francisci d.
Corradi de Fulg. pro compositione ecc. super eo quod dicebatur
receptasse Fredericum q. comitem de Monteferetro ac
etiam super eo quod non venerunt in exercitum factum contra Spo-
letanos hoc anno de mense maii et de omnibus excessibus suis. —
400 fl. a.

[c. 194 t.] sett. 15. — A Nello Paganelli de Gualdo Capt.
dante pro Abraam judeo habitatore q. dieti castri, ratione cuju-
sdam condempnationis late contra eum in centum fl. a. et pro com-
positione facta cum eo, super eo quod dietus Abraam dixerat ma-
lum ded. n. Papa et conmiserat quosdam alios excessus. — 725 fl. a.

[c. 127] nov. 25. — A Polillo mag. Andree da Gualdo
Capt. pro condempnatione lata contra eum super contemptu man-
dati....: fuerat enim sibi mandatum quod presentaret Abraam

iudeum, quem promixerunt eum quibusdam aliis Gualdensibus
presentare — 30 lib.

A Nigro Taldoni etc. ut supra (n. 23) — 35 lib.

[c. 128] dic. 14. — A Mancia Nicolute ec. ut s. (n. 23) — 35 lib.
[c. 198 t.] dic. 44. — A Juneta Ferri de Gualdo Capt. pro
compositione facta eum eo et heredibus Pellis Paganelli de
dieto loco, super eo quod dicebantur contempsisse mandatum sibi
factum per Curiam, quod deberent representare quemdam nomine
Abraam, promixerunt et non fecerunt nec ipse nec quondam
Nellus Paganelli predietus de dicto loco, et licet eorum college
aliquid plus solverent, prout apparet supra proxime, hoc fuit quia
illi expectaverunt iudieium et fuerunt condempnati ; isti autem ante
sententiam composuerunt. — 60 lib. cort.
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31.

94.

35.

L. FUMI

[Somma totale dell’anno Fior. d' oro 1044, sol. 11, den. 9, a
lire 3 e sol. 19 il fiorinoJ.

[c. 131] 2323, dic. 26. — dic. 31. — A nuncio Com. Saxi-
ferrati dante pro dieto Com. pro compositione facta cum dicto
Com. super eo quod contempserant venire ad mandatum Rectoris
in exercitum factam contra Spoletanos anno pp. — 150 fl. a.
ie. 136] mar. 123. — Ab Andriola Nelli de Gualdo Capt.
pro compositione faeta cum eo super eo quod dicebatur conmisisse
fornicationem seu adulterium cum Abraam judeo habitatore
Gualdi. — 105 lib.

[e, 140] mag. 5. — A Ventura Massuri de Pomonte dante
nomine Com. Pomontis pro compositione faeta cum dicto Com.
super eo quod dicebatur non cepisse quosdam malefaetores, qui in-
terfecerunt Petrum Johannelli de Pomonte et super eo
quod dicebatur sprevisse mandata d. Vicarii. — 79 fl. a.

mag. 10. — A Maetheo Martini de Gualdo Capt. sol-
vente pro compositione facta cum eo et cum domp. Angelo Pacgoli
de Gualdo, super omnibus excessibus dicti domp. Angeli et
super eo quod dicebatur dictam Mactheum posuisse rumorem in
terra Gualdi contra filios Maccochi. — 6 7l. a.

[c. 142 t.] giu. 14. — A Zolo m. Petri de Castrolitaldi
solvente nomine Joli Acti de eodem castro, ratione compositionis
facte cum eo super eo quod dicebatur voluisse perdere Casta-
gnolam de Normandia. — 3 lib. cort.

[c. 143 t.] Zug. 14. — A Berno Johannis de Montefalco
ratione compositionis facete cum eo, super eo quod dicebatur posuisse
ignem in campo exercitus facti contra Castrum Litaldi. —
30 fl. a.

A mag. Mancia et m. Andrea de Gualdo Nucerii sol-
ventibus nomine Com. Gualdinuccii pro compositione facta cum
dicto Com., super eo quod dicebatur non obedivisse, nec ivisse in
exercitum faetum supra Castrum Litaldi. — 350 fl. a.

[c. 147] ag. 80. — A Carlevare de Mevania et Puccarello
Colloli de dieta terra solventibus nomine Com. Mevanie pro
compositione faeta cum dieto Com., super eo quod dicebantur non
permisisse intrare in Mevania Marescallum ducat. Spolet.
— 150 fl. a.

sett. 9. — A d. Johanne Novello et a Ciculo Piechardi
de Asisio solventibus nomine Com. Assisii, ratione compositionis
facte cum dicto Com., super eo quod non iverunt in exercitum
236.

38.

40.

41.

I REGISTRI DEi, DUCATO DI SPOLETO 143

factum per Curiam ducat. super castrum Litaldi de
mense junii p. p. — 22 !/, fl. a. :

91. [c. 148] sett. 10. — It. it. contro Norcia. — 100 lib. — [c. 149]
sett. 29. — It. it. contro il castello di Monticolo. — 100 fior.

[c. 147 t.] sett. 6. — Ab Actaviao et Martino eius filio, Si-
marello, Golo et Nuto Gualterelli de Castagnola
pro compositione facta cum eis, super eo quod dicebatur velle per-
dere Castagnolam. — 70 fl. a.

[c. 149 t.] ott. 3. — A mag. Francisco Massioli de Jano
solvente nomine Com. Jani pro compositione faeta cum dieto Com.,
super eo quod non venerunt sufficienter in exercitum factum de
mense iunii pp. per ducalem Curiam contra Castrum Li
taldi. — 20 ft.

[c. 150] ott. 7. — A Johannutio Angerilli de Monte-
falco solvente nomine Com. Montisfalconi Ss, ratione cuiu-
sdam éondempnationis late contra dictum Com., pro eo quod non
ceperunt quosdam malefactores qui depredati fuerant in territori dieti
castri Andream de Roccha de Urbeveteri. — 200 lib. cort.
[c. 150 t.] ott. 15. — ... Nomine Com. Castagnole... super
eo quod non iverunt in exercitum faetum contra intrinsecos Spo-
letanos, et quia non ceperunt Andream Montis(?) et
quosdam alios malefactores qui interfecerant Berardum de Ca-
stagnola. — 25 fi.

[c. 153 t.] nov. 6. — A Speltono Pacis, Guido eius filio et
Vagnolo Thodini Mancie pro rebus, fodaro et bestiis eis
ablatis quando ibant cum eis Fabrianum R. E. rebellem et
exbannitum contra mandata Reetoris ducat. pro parte contin-
gente R. E. de dietis rebus venditis — 80 Jib.

NELDE

CEst.) Ioan. XXII. Introitus et exitus et processus Ducatus

ile

Spoletani, N. 228.

[c. 3, 4318, marzo 5 — 1329, giugno; c. 1 — 245, parte cart.
e parte pergam, è cart. da 1-153, è pergam. da 154-188].

[Int.] |e. 3]. In nom. efc. Hoc est registrum etc. ut supra.

[c. 12 t.] ag. 10. — Habui et recepi abambaxiatoribus Nor-
mandie, ratione arendationis iurisdictionis ipsius Normandie,
144

L. FUMI

vid. pro Jano, Mazzano, Monticulo, Castagnola,
Collemarchionis et Castrolitaldi. — 99 fi. a.

Per manum Camerarii de Fulg., ratione compositionis facte
cum Com. et singularibus personis super omnibus eorum excessibus.
et super multis singularibus exbandimentis et super rumorem, quem
fecerant. — 120 fl.

Ab ambaxiatoribus Castri Litaldi, ratione compositionis facte
eum Com. Castri Litaldi pro quibusdam rumoribus et sussulti-
bus factis in dicto castro. — 20 fl. a.

(c. 13] sett. 9. — A Marino de Castro Litaldi, ratione
compositionis facte cum eo quia fecit insultum durante rumore su-
perius memorato. — 20 lib. cort.

[c. 15] ott. 37. — A Brigante de Gualdo Capt. ratione com-
positionis facete super quodam rumore, quem posuerat in Gualdo.
— à fl. a.

[Somma totale dell'anno Lire 3284, soldi 8 e den. 1 ; cioè Fior.
d'oro 875, Lire 3, sol. 3, den. 7, essendo il valore del Fior. a Lire
cort. 8, sol. 15. Ridotta la somma totale dell'argento a Fior. d' oro,
importa Fior. 3189, sol 44, den. 10).

[c. 19 t.] 1319, gen. 15. — A Luca Casagnoni de Trevio,
ratione compositionis facete cum eo, quia iverat Fulgin., non
obstante prohybitione faeta per d. Rectorem, cum Fulgina-
tes essent in rebellione Curie ducalis. — 23 sol. cort.

[Seguono simili composizioni con altri quattro di Trevi, e al-
cuni di Montefalco, di Bevagna, distrettuali di Trevi e altri di
Gualdo Cattaneo, Porcaria, ecc.].

[c. 21 t.] febbr. 5. — A Com. Cannarii pro compositione facta
cum dicto C. quia non iverant sufficienter ad exercitum Nuceri-
num. — 50 ff. a.

[Seguono composizioni per lo stesso motivo con i Comuni: di Col-
lemancio e Isola degli Alberici — 10 f.; di Castel Preccio -— 12 f. y
di Limisano — 15 f.; di Pomonte — 15 f.; di Castel Litaldo — 55
f.; del Colle del Marchese — 10 f.; di Castelbono — 80 lib. cort. ; di
Castagnola — 8 f.; di Monticolo — 10 f.; di Casapiattola — 6 f. ; di
Giano — 50 f. meno due soldi e 6 den. cort.; di Norcia — 100 f.].

UN REDEGIT

CUN QeD CST PUN NZ TIPO I REGISTRI DEL DUCATO DI SPOLETO 145

8. [e. 2 f. t.] mar. 28. — A Com. Egubi pro compositione facta cum
dieto Com. quia ad mandatum Rectoris ducat. non fuerunt in
exercitu faeto contra Nuceriam et quia tempore d. Roberti de
Albarupe q. Vicarii Generalis dicti ducat. non iverunt
ad exercitum contra Spellum. — 45 fl. a.

9. [e. 32 t.] mag. 21. — Com. Cerreti et singulares persone fuerant
R. E exbanniti et ipsi fuerunt capti in Trevio per quemdam famulum
d. Jacobi de Spello. — 44 lib., 6 s. i

10. [e. 33 t.] giu. 16. — A Venutolo Johannis pro compositione
facta cum eo super eo quod dicebatur commedisse carnes in dic
veneris. — 3 fl. a.

11. [c. 37 f.] sett. 10. — Ab ambaxiatoribus Eugubii dantibus nomine
Com. Eugubii pro compositione facta cum dicto Comune quia non
iverunt ad exercitum Vissi. — 1780 fl. a.

12. [e. 39] nov. 1. — Pro Com. Collemarchionis ratione medie-
tatis arrendationis capitaneatus Normandie — $!/, fl. a.

13. [e. 39 t.] nov. 8, — A Com. Trevii quia non iverunt in exerci-
tum factum contra castrum Vissi. -— 80 fl. a. minus 8 sol. cort.

14. [c. 40 t.] dic. 10. — Ab Epo Asisii dante pro inquisitori-
bus heretice pravitatis, qui reddiderunt rationem et com-
posuerunt de omnibus. — 400 fl. a.

[Somma totale dell'anno Fior. d'oro 6125, sol. 3, den. 9].

15. [e. 44] 1320, feb. 24. — A Lolo Pascutii de Bictonio pro
compositione facta cum eo quia erat bictonensis, et Bictonenses
erant ribelles Curie nostre. — 272 /ib.

16. [e. 58 t.] 7323, feb. 4. — A Massiolo Juntule de Monte-
falcone pro quadam compositione facta cum eo per d. Johan-
nem de Amelio rectorem super eo quod portavit vel fecit
portare per se vel per alium seu alios Fabrianensibus perfidis
hostibus S. R. E. et d. n. summi Pontificis victualia et alias
res ae etiam mercantias pro muneratione et auxilio ac adiutorio dic-
torum rebellium per districtum et territorium NuceriietGualdi
Nucer., qua de causa erat exbanditus. — 2 fl. a.

17. [e. 64 t.] apr. 8. — A Ceccolo Morbide de Gualdo Capt.
solvente pro quadam compositione facta cum eo pro filio Pauli
Mercatutii de dieto loco super eo quod dicitur tradidisse in
preiudicium S. R. E. Castrum Montis de comitatu Spoletino.
— 75 duc. a.
146

18.

T9.

25.

L2
DI

L. FUMI

[e. 66 t.] apr. 26. — A Perocto Cecchi de Saxoferrato
solvente pro quadam compositione faeta cum d. Johanne d.
Brodarii deSaxoferrato per d. Johannem de Amelio
rectorem duc. pro dieto Com. de Saxoferrato, super eo quia
non venerunt in primo exercitu facto per Rectorem duc.
Spolet. supra Spoletanos rebelles E. — 25 fl. a.

[c. 67] apr. 30. — A Cicchulo Morbide de Gualdo Capt.
solvente pro duodecim hominibus de Gualdo Capt. exbannitis
diete Curie, super eo quod dicitur ipsos dedisse et tradidisse C a -
strum Montis E. R. subiectum... wndecim centinaria lib. den.
cort.

[c. 67 t.] mag. 3. — A d. Antonio Torbide de Bassano
nucer. dioc. pro quadam compositione facta cum eo super eo quod
fuerat in civit. Firman a rebelle S. R. E. et ibi officium judicatus
exercuerat — 2 fl. a.

[c. 68 t.] mag. 14. — A Cecchulo Morbide de Gualdo Capt.
solvente pro compositione facta cum ipso pro mag. Andrea Petroni
et eius patre de Gualdo Capt. super eo quod dedit et tradidit

Castrum Montis rebellibus R. E. — 70 fl. a.
.[e. 69] mag. 15. — A mag. Nicholao de Assisio de pretio

duorum bobum et nij.or asinorum venditorum et aeceptorum certis
malefaetoribus, vid. mag. Andrea de Gualdo Capt. eo quia
tradiderat Castrum Montis — 40 lit. cort.

A Machora de Batasa de Gualdo Capt., quos tenebatur
dare mag. Andree Petroni accusato aut inquisito de proditione
Castri Montis. — 7 lib. cort.

[c. 10] mag. 17. — A d. Johanne Appolloni solvente pro
quadam compositione facta pro quibusdam hominibus de Jano,
qui dicebantur tradidisse Roccham Arronis. — 3540 fl. a.

[c. 70 t.] mag. 19. — A mag. Ricciardo Brunelli solvente
pro quadam compositione faeta pro Vanne Mancie de Fabriano
super eo quod dietum Com. Fabriani fuit et est rebellis S. M. E.

et ipse Vannes erat castellanus Fabriani. — 5 fl. a.
mag. 21. — A mag. Francisco Bonaventure de Asisio

solvente pro quadam compositione generali facta cum ipso Com.
Cassie et specialibus personis clericis et laycis terre Cassie
super eo quod non paruerunt mandatis d. Reetori et Curie
eiusdem, nec clerici servaverunt interdietum, — 90 fl. a.

[c. 72 t.] giu. 5. — A Cecho Raynaldi de Visso syndico dicti
Com. dante et solvente pro compositione generali faeta per C. Vissi,
unm xt emm m n NFETPUI

9
R3)

35.

3b.

37.

I REGISTRI DEL DUCATO DI SPOLETO 147

eo quod non miserunt in exercitum contra intrinsecos spoletanos et
non paruerunt mandatis Curie generalis Ducat. — 70 fl. a.
[e. 14] giu. 17. — A d. Jaeobo de Cremona dante pro Epo
Fulginat. ratione cuiusdam compositionis facte cum eo, super
eo quod non obedivit certas lieteras sibi missas ex parte Rectoris.
— 10 lib. ;

[c. 16] Zug. 4. — Pro Com. Monticuli ratione arrendationis et
venditionis seu emptionis faete de iurisdictione Normandie pro
parte dieto Com. contingente. — 79 fl. a.

[c. 76 t.] lug. 9. — A Juntarello Petrusii et-Vannillo
Naldi de Gualdo Capt. solvente vice et nomine Brunelli
Bartholelli de dicto loco pro compositione facta cum eo super
eo quod dicebatur tradidisse Castrum Montis ad E. R. expec-
tantem — 20 ff. a.

[e. 19] lug. 29. — A Puzolo Petrioli de Pomonte pro com-
positione faeta cum dieto Puzolo... super eo quod dicebantur

misisse rumorem in terra Pomontis — 30 fl. a.
]e. 79 t.] ag. 8. — A Ventura Schiacti dante nomine Petri

Berardi dicti Rubei et pro octo aliis suis sotiis... pro composi-
tione facta cum eis super insultu per eos facto contra Ceccholum
Puzoli Palmeroni et plures alios, et quia miserunt totum
castrum Montisfalconis ad rumorem. — 700 ffl. a.

It. pro Zechulo Puzoli, Vannillo eius filio et Ruzolo
Miglorutii, id. — 25 ft.

[c. 82] ag. 30. — A d. Petro d. Ugolini de Bictonio dante
et solvente pro sex hominibus Curie ducalis et R. E. exbannitis
pro compositione faeta cum eis super eo quia dicebatur hostiliter
accessisse una cum dicto d. Petro ad terram Cannarii volendo
inde asportare bladum et alias res per ducalem Curiam seque-
stratas. — 80 fl. a.

[c. 84] sett. 14. — Pro Com. Mursiche super eo quod non
iverat ad exercitum factum per d. Rectorem Ducatus contra
rebelles E. R. et aliis excessibus. — 20 fl. a.

A ser Baldello nuntio Com. Eugubii dante et solvente vice
et nomine Com. Eugubii pro compositione facta cum dicto Co m.
quia non iverunt ad exercitum factum per d. Reetorem duca-
tus contra oceupantes Monasterium Sancti Quirici —

25 fl. a.

[c. 100 t.] 2324, apr. 4. — A Lillo Appresutii de Gualdo
Capt... pro compositione faeta eum eo occasione quia dicebatur

x
A

e
x |
case:

u- A

ner; 148 L. FUMI 1

tradidisse Castrum Montis supra Spoletum E. R. subiectum

in manibus inimicorum et rebellium R. E. — 30 ft. a.
38. [c. 102] apr. 12. — A dompno Elimosina priore E. Sancti

Angeli Perusine diocesi pro peiorameuto piscium debi-
torum dicte R. E. per abbates

SS. Arcangeli et Crispolti eiusdem diocesis — 38 lib. cur.
[Qui appresso vengono le spese].

39. [e. 117 t] 2324, gen. 8. — Dedi et solvi ac expendi una cum d.
Johanne de Amelio. Rectore Ducatusin Fulgineo
ad parlamentum faciendum ad multa negotia pertractanda et ordi-

nanda super reconciliatione Civ. Spoleti et plura alia ardua in
dicto parlamento ordinanda circa statum provincie ducatus et
R. E.,et ibi stetimus .iiij. diebus cum famulis et equis. — 8 Zid. cort.

40. [c. 119], mar. 8. — Quibusdam nuntiis qui iverunt in servitium
Curie pro certis negotiis cum multis licteris contra intrinsecos
Spoletan. directis tunc rebelles S. R. E. — 24 s.

41. le. 121], giu. 7 — Pro .xij. famulis qui stant ad custodiam castri

Pirochii de mandato Rectoris, quod castrum custodiunt pro
R. E. — 18 fl. a.

49. giu. 28. — M. Nicholao de Asisio notario meo expendendos
pro expensis fiendis Spoletum pro d. Covato judice gen e-
rali diete Curie et pro Marescalco c. ducalis euntibus ad
inquirendum bona clericorum suspensorum et castrorum et villarum
dicte R. E. confiscata, que bona sunt rebellium Spoletan. rebel-
libus, quia ibi steterunt pro quinque diebus cum xj equis et xj equi-

tatoribus et pluribus berroariis. — 22 lib., 14 sol., 4 den. cort.
43: [c. 122 t.] lugl. 31. — M. Johanni de Saneto Gemino ma-

gistro electo super opere plebis S. Fortunati per Ap. Sed.
Nuntium et Thesaurarium, quia reputabatur valde sollem-

pnis, et stetit in Montefalcone pro dieto opere bene prospi-
eiendo et super ipso opere sollempnius consulendo cum equo conti-
nue, et quia dum veniebat fuit à Gebellinis de comitatu T u-

Tem o MICE

derti mortifere percussus et non potuit recedere usque ad .x. dies.

tam pro medicinis, medico et expensis, quam pro remuneratione sui |

laboris. — 9 lib. cont.
44. [e. 193 t.] ag. 15. — Dedi efc. quando una cum Mariscallo, d.

Covato jud. et cum pluribus equitibus, quos dietus Mare- |
scallus et judex duxerunt in eorum sotietate et pluribus ber-
roariis ivimus Fulgin de mandato Rectoris ad videndum
IE TATO IZ

45.

47.

48.

49.

I REGISTRI DEL DUCATO DI SPOLETO | 149

hospitia causa retinendi ibi Curiam, et ad faciendum actari ban-
cham et ad ordinandum eum prioribus de Fulgin. quod pro-
videretur nobis de lectis et aliis necessariis. — 3 lib. et 5 sol. cort.
sett. 1. — M. Nicholao de Asisio quando ivit Spellum
ad vendendum bona mobilia exbannitorum Curie ducalis et
ad sequestrandum dieta bona. — Eid. et M. Petro de Montefalcone
quando iverat Mevanie ad vendendum bona mobilia Ceccholi
homicide. — M. Nicholao quando ivit ad castrum Pirochii ad
inquirendum utrum bona et possessiones dicti castri et existentia
juxta dictum castrum pertinerent ad E. KR. ratione possessionis
ipsius castri aut C. Spoleti.— Quando ivit cavallarium Janum
et Castagnolam ad sequestrandum fruetus, blada et alias res
pertinentes ad monasterium S. Juliani de Monte, prout ego
Thesaurarius habeo a d. n. papa per lieteras apostolicas
in mandatis. — 20 lib., 14 s. c.

Eid. quando ivit ad Gualdum Capt. ad sequestrandum bona
exbannitorum e£c. — 5 lib., 5 s. cort.
[c. 124 t.] sett. 2. — It. quando ivi Fulgin. locutus cum d.
Legato causa examinaudi rationes et vivendi et alia ordinandi
cum d. Legato super rationibus assignatis per d. Rectorem
ducatus. — 2 fl. a.
[c. 125] sett. 2. — Lillo Bartholutii de Fulgin., quem
trasmisi in diversis partibus pro magistris examinaturis et decrevi-
turis opus Plebis S. Fortunati, prout a d. n. Papa d. fr.
Falco de Systarico Ap. Sed. nuncius et ego habellamus
in mandatis, et quia ivit ad diversas partes, et pro melioribus magi-

stris in provincia ipsa repertis et nominatis. — 30 sol. cort.
[c. 126] sett. 6. — Magistris notariis... qui scripserunt et fecerunt

copias licterarum apostolicarum, que continebant et tractabant de
privatione ducis Bavarie et Episcopi aretini et de
crociata bandita contra Mediolanenses, Firmanenses et
Fabrianenses etc. — 12 lib. cort.

Massio Baiulo Curie duc., quem d. Legatus et Re-
ctor Comuni perusino destinavit quod dimicteret terras per
dietum Com. Perusii occupatas E. R. pristine libertati. — 12
sol. cort. ;

[Per] lieteras missas per totam provinciam Spoletanum pro
exercito facto coutra detentores et occupantes Monasterium
S.Quirici. — 27 sol.

Baiulis dicte ducalis Curie quos de mandato dieti d. Re-
ctoris transmisi ad diversas partes ipsius ducatus tam pro tra-
150 L. FUMI

buechis et magistris ipsorum, quam pro aliis rebus necessariis pro
dieto exercitu. — 23 sol. cort.

o
ND

2. [c. 129 t.] 1325, gen. 20. — D. Covato de Narnia quem
d. Rector misit eum Perusium cum sex equitibus et pluribus
famulis ad faciendum ambaxiatam perusinis quod deberent
terras et castra E. R. pristine libertati et quod non deberent pre-
stare adiutorium, consilium vel favorem Nucerinis tunc rebelli-
bus E. R. — 11 lib. cort.

53. [c. 132] mag. 31. Viginti quinque militibus trasmissis in succursum

d. Marchionis Marchie Anconitan., qui secundum
tenorem sui rescripti trasmissi per eum d. Reetori Ducatus
quod erat in periculo persone et pro honore S. R. E. et d. n. Pape
et ad hoc ut provinciales Ducatus citius et evidentins succurerent
ei feci ne dicta R. E. verecundiam inde posset habere vel recipere
non modicam lesionem. — 1700 fl. a.

54. Pro scriptura seu registratura rubricarum registrorum R.R. Pon-
tificum, quod d. Rector et ego habuimus in mandatis, que
rubrice fuerunt et sunt in tribus voluminibus alligate seu compi-

late et pro cartis de papira in quibus seripte sunt rubrice superius i
nominate, et tectoriis sen copertoriis, et pro legatura ipsarum rubri- i
carum. — 10 fl. a. et 9 sol. cort.

It. Ay morono de Durvallo pro expensis factis A sisii dum

et
et

una cum sex equitibus et quinque famulis steti ibidem ad serutan-
dum et serutari faciendum pro dictis registris R.R. Pontificum
et ad alia que in dieta sacristia pro R. E. sunt recondita, et quia
oportuit me omnes copthinos revolvere et serutari, pro quibus execu-
tioni mandandis steti ibidem cum dicta societate xj diebus. Et quia

multi in dietis cophinis propter pluviam perdebantur et macula-

bantur, que omnia feci extrahi de dietis cophinis et ad aerem poni
et in securiori loco reponi. — 8 f. a., 23 sol. cort.

[Somma dell’uscita. — An. 1324 — Fior. 5,640 !|,, s. 35 d. 8.
» 1395 — >» 4,058 È

» 1896 — >» 6,090 :
». 1897.5. 04189 |
»: 1328 —: »..6,961

» 1329 — >» 12,309
» 1880 — » 9,960 :
»- 1881 —. » . 4,614 |
21753055. 3. 120.6007
56.

I REGISTRI DEL DUCATO DI SPOLETO 151

[c. 160 t.] 4320, dic. 22. — A nuntiis Com. Nursie.in pluribus
vicibus pro quadam compositione facta per d. Rectorem et me
de excessibus contumaciis et inobedientiis ipsorum Nursinorum,
computata compositione Argenti et fratrum in dicta compositione,
vid. de summa m. .V.© Lxxv fl. recessi. — vinj.cl. xxxx viij.

[c. 163] 2324. — Johannes episcopus cfc. di C. fil. Johanni
de Amelio etc. ducatus Spolet. Rectori sal. e£c. — Jura
nostra et R. E. nolentes quomolibet deperire, discretioni tue per
ap. scr. conmietimus et mandamus, quatenus bona omnia tam mo-
bilia quam stabilia quorumeumque rebellium, bànnitorum seu condem-
pnatorum Spletanorum ex ipsorum culpis et offensis sive con-
tumaciis nostre Camere confiscata statim ad manus tuas recipiens,
facias illa nomine nostro R. E. eum oportuna diligentia procurari,
percepturus fructus et omnes redditus et proventus ipsorum eosque
ad opus nostrum et eiusdem E. fideliter servaturus, contradictores
per censuram ecclesiasticam, appellatione postposita, compescendo,
non obstante si cis vel eorum aliquibus comuniter vel divisim a
S. Ap. sit indultum quod interdici, subspendi vel excomunicari
non possint per licteras apostolicas non facientes plenam et expres-
sam ae de verbo ad verbum de indulto huiusmodi mentionem. Non
obmietas significare nobis per tuas patentes lieteras vel instrumen-
tum publieum huiusmodi bona que sint ac et in quibus et ubi con-
sistant eorumque fruetus, redditus et proventus ipsorumque valorem
annuum per partes et membra ae quiequid de premissis feceris par-
ticulariter et distincte informaturus nos. Nichilominus per huiusmodi
lieteras tuas quid eiusdem Camere nostre compendiis magis expediat
retinere bona predicta in nostro et E. prelibate demanio aut illa ad
annuum censum concedere vel locare. Data Avinion. Kal. Julii
pontif. n. anno octavo.

Prefatus d. Rector volens contenta in dictis lieteris humili-
ter et devoti debito effecti mancipare per se et suos commissarios
et offieiales, inquisitionem fecit sollempniter et fieri fecit super con-
sensis in dictis lieteris ac super articulis infrascripti tenoris.

Imprimis cum infrascripti pro detestandis per eos comissis ex-
cessibus rebelles S. R. E., SS.'p. prelibati dietique Rectoris et
ducalis Curie reperiantur exbanditi et eornm bona memorate
E. confiscata, quorum nomina inferius annotantur, inquirit et inquire
intendit dietus Rector atque commissarius et veritatem
indagare intendit que et quala sint huiusmodi bona ipsorum ec. et in
quibus et ubi consistant particulariter et per membra.
L. FUMI

Item qui et quales ipsorum bonorum particulariter et per
membra possunt esse fructus, redditus et proventus annui et cuius
valoris annuatim possint esse dicti fructus, redditus et proventus.

Item similem et parilem inquisitionem facit et facere intendit
de bonis fructibus redditibus et proventibus quorumcumque rebellium
bannitorum seu condampnatorum Spoletanorum R. E. et Ca-
mere d. n. $. p ontificis ex ipsorum culpis, offensis sive con-
tumaciis tam per processus dieti d. n. s pontificis,quam etiam
per processus contra eos factos per du calem Curiam confiscatis,
prout patet manu mei Johannis de Tuderto not. et off.
d. d. Reetoris. Per quam quidem inquisitionem et investiga-
tionem reperit res et bona infraseriptorum exbannitorum et rebellium
de Spoleto R. E. confiseata ubi sunt et in quibus consistant
ete. ac extimationem ipsorum bonorum e£c., nec non reperit et ad-
invenit ipsorum bonorum efc., facta diligenti examinatione et assum-
matione ipsorum fore annuos fructus et redditus infrascriptos et
valoris annui infrascripti, e£c. ad hoc ut Pater SS. memoratus
de predictis possit et valeat seriosius informari, et Rector et
Commissarius suprascriptus informet clare patrem S. S.
suprascriptum, secundum tenorem licterarum apostolicarum predi-
etarum, mandans michi Johanni s. s. not. de hoe per me con-
fici publicum instrumentum ut per ipsum prefatus Pater SS.
clarius et sub breviori compendio informetur.

[Segue in tre quinterni (cc. 165-188) /' elenco di condannati, di-
stinti per contrada e a nome, col valore della proprietà in lire e della
rendita a grano misurato a coppe. Lo compendio per contrada, col
nome del principale possidente, col valore del possesso e la rendita.
La somma totale non torna, forse per un duplicato della cifra
sulla contrada prima].

=
du a 9 |$g8

Stima zz Principale Stima ma |anf

CONTRADA zi DRS
20? AD; È = ; un di ao
totale S9 possidente parziale o8|£zas

e fá zu E

|
Guayta S | |Eredi di Jacobillo|

De
Andree L. 44,708 (C. 2,204| diAmdreaJustini|L. 4,558.4 |C. 0,200) 22
» Pretenza » 94,857 » 5,059/Jacomo Reguglioni
e figli » 17,955 » 9,000] 22)
» Frosaneti » 39,482 » 2,102|Cola Vivarelli » 9,595 » 4,080| 30

» Ponzanina »

x

15,154 0,767|Joannetto Trinche | » | .1,394.2 | » 0,120]. 2)
I REGISTRI DEL DUCATO DI SPOLETO

[e
(Sii
dI

O.
E 39288
Stima E Principale Stima $3]|E25
CONTRADA GER : i go S |a
totale © 2 possidente parziale 9 3 las
[e I ERO
^o
De Guayta Pa-
latii L. 95,123.28 C. 4,839| Angeletto e Fosso d.
Petri d. Reatine
filius cuius dicti
Fossi est condan-
natus L. 23,914.4 |C. 1,200| 43
« Domi » 15,120.20! » 0,797 | Eredi di Palitto Jo- :
hannis. » 1,876.18| » 0,095|. 19
» S. Johannis|» 42,055 » 2,145|Cola Petrutii de
| Monteleone » 13,326.2 | » 0,667| 46
|
» S. Benedicti|» 20,332 » 1,034|Massiolo d. Ray-
naldi ». 1,980 » 0,100; 24
» Tirallesca |» 35,946 » 1,785| Massaro Jacobi » 3,096 » 0,155| 39
» Phylacteria|» 24,675 » 1,270 Palitto Jordani » 5,881.9 |» 0,295| 28
» Salamonesha|» 16,830 » 2,942| Eredi d? Abruna-
monte de Clovano| » 15,790.2 | » 0,797] 21
» Grifanesca |» 29,002.18] » 1,9582| Giovanni d. Massei| » — 4,803.16] » 0,240' 30

Summa summarum omnium predietorum trium quaternorum
extimationum dictorum bonorum videtur esse * ve xvijm xv lib.
* Istud vult dicere quingenta miliaria et septem (sic) miliaria.

Summa summarum dictorum fructuum annuorum predicto-
rum bonorum videtur esse ** xxvjm, xmj cupp. grani. — ** Istud
vult dicere viginti sex miliaria.

98. [e. 189] 2326, mag. 10. — In nomine etc. a. M.CCC."XXVJ, ind. nona,
tempore d. Johannis pp. xxiJ. die .x. mensis maii. In domibus
palatii Canonice fulginatis, presentibus d. Santoro de Esculo
canon. maioris E. Esculan., d. Jacobo de Reate judicibus
duc. curie, Jacobo de Amelio dicteduc.CurieMare-
scallo et Guillelmo de Podio Cervi test. efc.

Rev. vir d. Johannes de Amelio etc. duc. Spolet.
in spiritual. et temporal. Rector per S. R. E. generalis ac
super exactione fructuum beneficiorum clericorum suspensorum de
Asisio et Spoleto ac bonorum omnium rebellium S. M. E. de
Spoleto camere R. E. confiscatorum commissarius aSed.
Ap. deputatus diligenter considerans et actendens licteras aposto-
licas dudum eidem d. Rectori ae d. PetroMaynad e etc. eiu-
sdem duc. thesaurario destinatus a SS. p. et d. n. d. J o-
hanne div. prov. pp. xxi; tenoris et continentie infras. cum dicto
d. thesaurario compotum fecit et eidem rationem reddidit de

IERI I NIE eu A t ETATS
154

60.

L. FUMI

omnibus et singulis introitibus et expensis per eum receptis et factis.
a die ultime reddite rationis per eum eidem d. thesaurario as-
signando sibi cartularium sive librum, secundum formam inferius
adnotatam. Quarum lieterarum, de quibus supra fit mentio, talis est.
— Johannes epus efc. dil. filiis Johanni de Amelio efc.
Rectori et Petro Maynadecíc. Thesaurariodue.Spo-
let. eíc. — Jura nostra et E. R. in duc. Spol. et aliis terris
tuo commissis regimini illesa servare ac nostris et ipsius E. Ca-
mere precavere indempnitatibus et obviare fraudibus ac sinistris
suspitionibus cupientes, discretioni vestre in. virtute sancte obedien-
tie ac juramenti prestiti districte precipiendo mandamus, quatenus
de omnibus redditibus, fructibus et proventibus, qui per vos seu
vestrum alterum in eisdem ducatu et terris collecti et recepti fue-
rint seu recipientur vel etiam debebuntur per quoscumque in po-
sterum ex quibuscumque causis, nec non et expensis ac sumptibus
inde factis, annis singulis, semel vid: inter festa omnium SS. et
nativitatis Dominice, ac subseguenter inter sollempnitates Pasce ac
Pentecosten, invicem fideliter, particulariter et distincte conferre et
procurare curetis tres libros in huiusmodi computis et rationibus
facientes, quorum duobus penes vos remanentibus, reliquum vero
clausum sigillis eisdem annis singulis ante festam nativitatis b. Jo-
hannis Baptiste prefate Camere transmictatis. — Dat. Avinion.
quinto Kal. februarii, pontif. n. an. xxi.

In nomine e£c. Infrascripti sunt denarii habiti et recepti per r. v.
d. Johannem de A melio efc. ut supra, ab hominibus et personis
solventibus pro beneficiis et Ecclesiis ae occasionibus infras. efc.
Johannes epus ec. dil. fil. Johanni de Amelia efc. Cum
nonnulli ecclesiastici in Spo letan. et Asisinat. civitatibus
et dioc. ecclesiastica beneficia optinentes pro eo quod interdicto, qui-
bus certis et justis causis, auctoritate apostolica, prediete Civitates
et dioc. subiacent violare temere presumpserunt diu fuerint a suo-
rum beneficiorum ecclesiasticorum administratione suspense, Nos vo-
lentes quod fruetus, redditus et proventus beneficiorum huiusmodi,
cum cura vel sine cura, etiam si dignitates vel personatus existant,
colligantur fidelitater et utiliter dispensentur, discretioni tue per a.
s. commictimus et mandamus, quatinus per te vel per alium dictos
fructus, redditus et proventus pro toto tempore suspensionis huiu-
smodi petere, colligere et accipere nostro et E. R. nomine cum in-
tegritate procures, ecclesiis et locis eiusdem pro divinis obsequiis
peragendis et competenter honeribus supportandis congrua portione
dimissa, contradietores etc. Ea vero que de fructibus, redditibus et

FILIERA

ES

D


63.

E.

I REGISTRI DEL DUCATO DI SPOLETO 155

proventibus antedictis perceperis in expensis, quas pro repressione
nostrorum et E. predicte rebellium in illis partibus facere nos opor-
tet, quantum necessarium et utile fuerit dispensare, nos particula-
riter et distincte quid ét quantum de fructibus, redditibus et pro-
ventibus singulorum beneficiorum ipsorum perceperis et qualiter illa
expenderis redditurus nichilominus certiores. — Dat. Avinion. idus
Augusti pont. n. an. septimo.

[Segue la bolla del primo luglio riportata in questo al N. 57,
e appresso l’entrata del 16 e 17 febbraio detto anno in fior. 215
d'oro, soldi 2 e den. 9, ricavata dai benefici dei preti sospesi. —
A c. 193 l’ intestazione è la seguente: In nom. efc. Hic est liber sive
registrum expensarum factarum in servitium Camere duc.curie
etc., dove è ripetuto quanto trovasi riportato nel Reg. I (N. 90) dal
n. 226 al num. 250, comprendendo le carte del presente dalla 198 alla
197, e rimandiamo perciò al Bollettino V. III, f. 11, pag. 532-536].

[c. 198] 7324-1325. — In nomine efc. Infrascripte sunt expense
facte per n. v. Galhardum de Tribusbonis Capitaneum
in Montanis per r. v. d. Johannem de Amelio efc. In
primis dietus Galardus Capitaneus recessit a civitate Ful-
ginei, ubi cum dieto d. Rectore personaliter morabatur, et
iter assumpsit cum officialibus, familiaribus et equis pro dieto suo
capitaneatus officio assumendo et exercendo die quinto mensis decem-
bris, et apud Nursiam venit ad morandum ibidem, et expendidit
pro dispositione dieti offitii et aliis expensis necessariis sibi, officia-
libus, familiaribus et equis et pro convivio facto per eum Potesta-
tibus, Amasiatoribus et Syndicis terrarum, castrorum capitaneatus
de Montanis et Prioribus, Abbatibus et Prebanis et Prelatis dicti
Capitaneatus, qui die decima sequentis mensis januarii venerunt ad
parlamentum dicti d. Capitanei celebratum ipsius mandato apud
eeclesiam S. Benedieti de Nursia et aliis expensis factis minuta-
tim per eum a dieta die quinta dicti mensis decembris usque ad
diem vigesimam octavam mensis Januarii subsequentis, qui dies
sunt in universo quinquaginta quinque dies. — Viginti fl. a.

[A c. 202 comincia la nota delle spese del. Capitano di Mon-
tagna dal 27 dic. 1396].

[c. 218 t.] 4327. sett. 10. — Expendit dictus Capitaneus Cas-

‘siam, quando de mandato d. Reetoris duc. ivit ad dictam

terram cum stipendiariis, quando Cassiani pro d. Capitaneo
156

64.

66.

ST.

68.

L. FUMI

et pro stipendiariis, quia timebant ne Nursini facerent cavalca-
tam in territorio Cassie, pro octo diebus, quibus stetit ibi. —
8 lib. 14 sol. :

[c. 215] dic. 16. — Quando d. Capitaneus de mandato d. Rectoris

ivit Cassiam propter novitatem, quam Nursini fecerunt contra

Cassienses. — 15 lib. 11 s., 1 d.

[IL detto Capitano morì il 3 dicembre 1828, e subito lo sostituì
Bonifazio de Boron (e. 222 t.). Ac. 223 è notata la nuova moneta
che correva in Cerreto, dove il detto Capitano dimorava, moneta che il
marchese della Marca faceva coniare allora (52 soldi per fiorino). Suc-
cessivamente sono registrate le seguenti spese di Galardo suddetto).

[c. 243] 1328, dic. — Solvit dietus Galhardus Capitaneus
pro uno pari pannorum de dimidiaco coloris viridis ex parte una,
et vergati coloris ex altera factorum per ipsum Capitaneum
Paulode Montemartano domicello ipsius Capitanei, et
pro fodera varnachie et sutura, sirico et aliis necessariis dieti panni.
— 20 lib. raven. parv.

Pro vieturis duorum ronzinornm sex dierum, quando dictus Capi-
taneus ivit Spoletum occasione castri Pirocechii tune
oecupati per certos ghebellinos de Spoleto, et quando fuit rever-
sus Fulgineum ad festandum cum d. in festo nativitatis Domi-
nice anni presentis. — 3 lib. et 8 sol. raven.

[c. 245] 1329, apr. 8. — Dedi et solvi ego Galhardus efc. n.
v.Jacobo de Amelio duc. Curie Mareseallo efc. in
expensis ipsius Marescalli et sue comitive equitum et peditum
et in stipendiis .CLXxxvIj. peditum, quos duxit secum in servitium
Camere duc. Curie in cavalcata per ipsum Marescallum
faeta cum dietis comitiva et peditibus contra villas Fematris, Crucis et
Ornani et homines ipsarum villarum, districtus terre Nursie,
rebelles R. E. — 40 f. a., 3 lib., 8 s. 7 d. cort.

[c. 245 t.]. — Die....
d.Petrus Maynadethesaurariusinducat.provincia
per S. R. E. generalis nomine camere R. E. et pro ipsa
cameraa n. v. Galliardo de TribusbonisCapitaneo
in Montaneis per ipsam R. E. deputato dante et solvente no-
mine Capitaneatus officii et pro se ipso diete Montanee
pro toto illo tempore quo stetit in ipso officio capitan. — 150 f. a.

mensis Junii. — Habuit et recepit rev. v.

———— e» —————

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151

INVENTARI E REGESTI

I CODICI DELLE SOMMISSIONI

AL COMUNE DI PERUGIA

(Continuazione del Codice 10 segnato Ya — Vedi Volume III, pag. 191-209).

XLIV. — 1262, Marzo 27. — Palazzo del C. — Comunis
Perusij consilium pro quadam excomunicatione, c. 67 r.

Nel Consiglio speciale e generale e dei cento eletti per ogni
Porta, presente il sig. Pietro « Parentij » Proconsole dei Romani
Capitano del popolo, il sig. Bernardo « de Castro Novo » Po-
testà del detto C. (1) domanda il parere del Consiglio sui provve-
dimenti da adottare affinchè il Potestà, il Capitano, i Consiglieri
e gli Officiali del C. possano essere assolti dalla scomunica, « que
facta fuit pro filiis q. domini Jacobi domini Andree Jacobi ».

Nel Consiglio fu accolta unanimemente la proposta di Andrea
di Tiberio « silicet quod omnia et singula que apparent et inve-
niuntur fuisse de podere quondam domini Andree Jacobi avi An-
drutij et Jacobelli filiorum quondam domini Jacobi domini An-
dree predicti, que Comune Perusij nune habet et possidet seu de-
tinet restituantur predictis Andrutio et Jacobello (2).

(1! V. MARIOTTI Catalogo dei Potest, etc., pag. 212. — Il M. però ricorda. sotto:
La. 1262 il Parenzi come Capitano e Potestà insieme e fa menzione del Potestà Ber-
nardo « de Castro Novo » per il 1201.

(2) La confisca dei beni, dei quali è parola iw questo atto, ebbe origine dalla
congiura di Raniero di Andrea di Giacomo a favore dell’ Imperatore Federico e con-
tro la libertà del/C. di P. — Per notizie su questa congiura si veggano il PELLINI (par.
I, lib. 4o, pag. 259), il BARTOLI (pag. 395) e il Bonazzi (vol. I, pag. 293). I ricordati
Raniero, Andrea e Giacomo che, seguendo il PELLINI, il MAnroTTI, il BARTOLI e il
BoNazzr, si poteva credere fondatamente appartenessero alla famiglia dei Montemelini
(V. doc. XIV n. 1, e XVIII n. 2), sarebbero invece secondo il CrATTI (Perugia pontifi-
cia, pagg. 334, 348, 349, 363 e 361) di casa Vibj. Senza giurare sull'affermazione del
Ciatti si può tuttavia asserire che Andrea di Giacomo e i suoi discendenti non fos-
sero dei Montemelini. Ciò abbiamo potuto apprendere da un documento degli Anz.
decemv. del 1326 (c. 233 r.), nel quale, rammentata la revoca della confisca dei beni di
Raniero, Andrea e Avultrone figli di Andrea di Giacomo, si accenna alla vendita di
Monte Gualandro fatta da loro o dai loro eredi a Giovanni e Francesco « Ciutij » no-
bili di Monte Melino o ai loro antecessori. — L'atto, che é un parere di alcuni dot-
tori sui diritti spettanti ai Montemelini sul Castello di Monte Gualandro, porta in fine i:
nomi dei dottori medesimi, fra i quali si legge quello di Cino da Pistoia.
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158 ANSIDEI E GIANNANTONI

Inoltre il Capitano del popolo ordini la restituzione di tutti i
beni dal C. di P. concessi a private persone « occasione aliquo-
rum debitorum vel alicuius debiti, de quibus debitis vel de
quo debito ostenderetur solutio facta », purchè rimangano a
vantaggio del C. stesso tutti i frutti percetti dal tempo della
concessione; da ultimo il Capitano medesimo faccia restituire
ai predetti Andreuccio e Jacobello « omnes et singulas pos-
sessiones et res immobiles occupatas vel supprehensas de bonis
ipsius quondam domini Andree Jacobi ab aliquo vel aliquibus »
senza che a questi occupanti fossero concesse dal C. di P., ma
tale restituzione avvenga sempre con la indicata riserva dei frutti
a favore del C. (1).

Test. Andrea « Negozoli », Leonardo « Maineclo » e Maffeuc-
cio « trumbatores Comunis » e Maffeo « Pasquarelli ».

Giovanni « de Mixano » not.

XLV. — 1262, Marzo 27. — Palazzo del C. — Séndicatus
Comunis Perusij ad recipiendum refutationem ab Andrutio
et Jacobello filiis. Domini Jacobi, c. 67 t.

ll sig. Bernardo « de Castronovo » Potestà e il sig. Pietro
« Parentij » Proconsole dei Romani e Capitano del C. di P., con
l'approvazione dell'intiero Consiglio, nominano e costituiscono
Sindaco e generale Procuratore del C. stesso Jacopo « Uguitionis »
presente ed accettante a ricevere dai predetti Andreuccio e Jaco-

(1) Relativamente a questi beni confiscati dal C. di P. si conservano nell'Arch. decem-
virale due Bolle pontificie, l'una di Innocenzo IV data da Lione il 9 febbraio 1251. (Bolle
e Brevi A n. 4) e l'altra di Alessandro IV data da Anagni il 29 aprile 1259 (Bolle e Brevi
X n.24). Nella prima il Papa, dopo aver ricordato le deliberazioni adottate dai Perugini
‘ela preghiera da questi presentata per ottenerne da lui l'approvazione, così prosegue :
« Nos igitur, vestris supplicationibus inclinati, bannum et publicationem huiusmodi pro-
‘ vide facta rata habemus et grata eaque auctoritate apostolica confirmamus et presentis
scripti patrocinio communimus ». Nell'altra Bolla di Alessandro IV si accenna alla do-
manda fatta al Papa dal pupillo Andreuccio, figlio del fu Giacomo di Andrea di
Giacomo, per ottenere la restituzione dei beni confiscati e a lui spettanti. Il Pontefice,
aderendo alla richiesta di Andreuccio (perché né questi, né il padre di lui da lungo
tempo premorto avevano preso alcuna parte alla congiura di Raniero, loro respettivo
zio e fratello) si rivolge al C. di P. esortandolo a compiere quest’ atto di giustizia
« cum iniquum sit ut pena que suos tenere debet actores, insontium innocentiam
persequatur ».
CURAE

AURIS

€—

CODICI DELLE SOMMISSIONI AL COMUNE DI PERUGIA 159

pello quietanza di tutti i beni ricordati nell'atto precedente in con-
formità della sentenza pronunciata « in curia summi Pontificis
domini Alexandri Pape IV » e confermata da Papa Urbano IV.
Lo stesso Giacomo di Uguccione è autorizzato a lransigere con
Andreuccio e Jacopello minorenni « de omnibus et singulis rebus
el bonis supradictis pro fine et refutatione ab eis ipsi sindico pro
Comuni facienda de omni eo quod a dieto Comuni petere possent »
ed è altresì incaricato « ad impetrandum licteras a domino Papa
absolutionis et relaxationis interdieti facti in dominis Potestate,
Capitaneo, Consilio el Offitialibus comunis Perusij nomine et occa-
sione predictorum bonorum el rerum et pro predictis Andreutio

et fratre ».

Test. Andrea « Negozoli », Leonardo « Mainecto » e Maffe-
uccio « trumbatores Comunis » e Maffeo « Pasquarelli ».
Giovanni « de Mixano » not. * Bonagura, not.

XLVI. — 1262, Aprile 6. — « In palatio filiorum olim Ance-
locti domini Bonbaronis » — Zestitutio quam fecit Comune
Perusij nepotibus domini Andree Jacobi, c. 69 t.

L'atto incomincia con il ricordo della lite agitatasi fra Gio-
vanni « de Narnia » curatore di Andreuccio « nobilis viri do-
mini Jacobi filii domini Andree Jacobi de Perusio » da una parte
ed il C. di P. ed il suo Sindaco maestro Bartolomeo dall'altra.

Della questione sorta si trattò « coram venerabili patre do-
mino Stefano miseratione divina Penestrino Episcopo a domino
Alexandro Papa quarto partibus auditore concesso » relativa-
mente alla terza parte di beni e castelli che un tempo apparte-
nevano ad Andrea di Giacomo avo dei ricordati fratelli Andreuccio.
e Jacopello ed in ordine al castello dl Compignano (1). Dal ri-
cordato Vescovo Penestrino eletto giudice il C. di P. era stato con-
dannato a restituire al curatore di Andreuccio e Jacopello mino-
renni la terza parte dei delli beni e il castello di Compignano che
dall'avo era stato donato « in premium emancipalionis » al pa-
dre di Andreuccio e Jacopello. Inoltre il C. era tenuto al paga-

(1) Vedi BELFORTI-ManrOoTTI, Mem. cit., nelle quali è rammentato il dominio
che su questo Castello ebbe Andrea di Giacomo.
160 ANSIDEI E GIANNANTONI

mento di 333 libbre per ogni anno dal tempo dell’ occupazione
delle stesse terre, di 3000 libbre « Senensium parvulorum » in
rifazione dei danni dati e di 300 libbre della stessa moneta a ti-
tolo di spese.

Dopo il rieordo di questa sentenza e delle deliberazioni adot-
tale in proposito dal generale Consiglio di P., delle quali il sunto
leggesi nei due atti che precedono, dal documento risulta che
Giacomo di Uguecione Sindaco del C., alla presenza di Pietro
« Parentij » Capitano del popolo, « nomine transactionis, permu-
tationis et in solutum dalionis », diede a Giovanni « de.Narnia »
in vece delle terre, del castello e delle somme di denaro a cui
il C. di P. era stato condannato « Podium castri Montis Gualan-
dri (1) cum tota eius curia et distrielu, pasadio, jure et juri-
sdictione et dominio ipsius castri »: concesse inoltre tutta la
parte che Andrea di Giacomo aveva posseduto « in Monta Alere (2),
in Montiano (3) et in Valiana » (4) nonchè in genere tutti gli
altri beni che avevano appartenuto a detto Andrea. La pena fis-

(1) Nelle memorie stesse BELFORTI-MARIO''TI sulla fede del PELLINI (parte I, lib. V,
pag. 348) si fa menzione della nomina di alcuni periti per devenire alla stima del
Castello di Monte Gualandro e si pone detta nomina all'anno 1306. La data però é
evidentemente errata, poiché nel vol. degli Ann. decemv. segnato D ac. 208 t. si ha
questo atto di elezione che ebbe luogo il 19 decembre 1326. Per la esattezza di questa
data vedi c. 295 r. dello stesso vol. — I cinque periti furono eletti « ad extimandum...
castrum seu cassarum fortilitia Montis Gualandri dominorum de Montemelino ».

(2) Nel 1289 una parte di questo Castello e dei beni al medesimo connessi fu
venduta al C. di P. che il 14 settembre di detto anno costitui Sindaco per la stipu-
lazione della compra Corrado « domine Caratenute ». (Vedi Contratti AA n. 555 d.). Il
20 settembre successivo il sig. Andrea « quondam domini Guidutij Nigri» vendé al no-
minato Sindaco « totum et integrum palatium et turrim excepta sexta parte turris
que est nepotum vel heredum domini Andree Iacobi, quod palatium et turrim habet
in castro Montis Aleris, etc. » (Vedi Contratti AA, n. 555 c.). L'atto col quale il C. di P.
costituì suo Sindaco Corrado è riportato quasi per intero nelle Memorie sui Castelli
Perugini BELFORTI-MaRIOTTI. È a notare però che nelle Memorie citate l'atto è in-
completo, perché incompleta é anche la copia che se ne ha a c. 50 t. del volume
degli Ann. decemv. segnato D, e dalla quale il documento é stato riportato.

(3) Nello stesso documento a c. 71 t. questa località è con maggior chiarezza
chiamata « Mons Janus ». Vedi a questo proposito il CrATTI, Perugia Etrusca, lib. I,
pag. 23, ove si legge che il monte nel territorio di P. e vicino alla terra di Panicale
era anche ai tempi del Ciatti chiamato Monte Giano.

(4) Su Valiana possono vedersi in questo medesimo Regesto i doc. XVIII e XIX,
dai quali risulta la compra della terza parte di Valiana fatta da Andrea di Giacomo,
nonché i documenti XX e XXI relativi all'acquisto di un podere di Valiana fatto da
Manno di Ugolino.
CODICI DELLE SOMMISSIONI AL COMUNE DI PERUGIA 161

sata, qualora il C. di P. non osservasse i patti, era di 2000 mar-
che di buono e puro argento.

Test. — I sigg. Ermanno « domini Uguitionis », Giovanni
« Archipresbiteri », Oddone « domini Oddonis », Andrea « domini
hanerij Baruntij », Bonconte « domini Bonaventure », Jacopo
« domini Simonis » cavalieri, i sigg. Ranuccio « Tedeschi »,
Uguccione « Jacobi », Raniero « Benveniatis », Bencivenne « Tro-
valveri » giudici, Andrea « domini Acerbi », Jacopo « domini
Ranerij Bonaguide », Oderisio « Peri Rusticelli », Angelo « Peri
Aiutoli », Giovanni « Uguitionis » e Ugolino « Abadengi ».

Bonagura not.

XLVII. — 1262, Aprile 6. — Nel palazzo dei figli « olim
Ancelocti domini Bombaronis » — Mandatum quod labo-
ratores domini Andree Jacobi respondeant Andrutio et Ja-
cobello, c. 69 r.

Pietro « Parentij » Capitano del C. di P. ordina a Benvenuto
« Gergoli » banditore che imponga ai lavoratori delle terre un
tempo spettanti ad Andrea di Giacomo ed ora possedute dal C.
di rispondere dei frutti delle terre medesime ad Andreuccio e
Jacopello a seguito della restituzione che di quei terreni era stata
fatta dal C. ai ricordati Andreuccio e Jacopello.

Test. — I sigg. Ermanno « domini Uguitionis », Giovanni
« Archipresbiteri », Oddone « domini Oddonis », Andrea « domini
hanerij Baruntij », Bonconte « domini Bonaventure », Jacopo
« domini Simonis » cavalieri, i sigg. Ranuccio « Tedeschi »
Uguecione « Jacobi », Raniero « Benveniatis » e Bencivenne
« Trovalveri » giudici, Andrea « domini Acerbi », Jacopo « do-
mini Ranerij », Oderisio « Peri Rusticelli, Angelo « Peri Aiutoli »,
Giovanni « Uguilionis » e Ugolino « Abadengi ».

Jonagura nol.

XLVIII. — 1262, Aprile 13. — Valiana. — Datio tenute a Co-
muni Perusij tertie partis Valiane filiis olim domini An-
dree Jacobi, c. DI r.

Jacopo « Uguitionis » Sindaco del C. di P., aecedendo per-
sonalmente al castello di Valiana, immette Andreuccio « quondam
162 ANSIDEI E GIANNANTONI

domini Jacobi Andree Jacobi » pur presente ed accettante per sé
e pel suo fratello Jacopello nel materiale possesso della terza
parte di Valiana e di tutte le terre e diritti annessi « mictendo
sibi in manus hostia portarum et faciendo eum claudere et aperire
ipsa et equitando et eundo per dictas lerras el possessiones et
intrando navim existentem in portu dicli fluminis Clanarum mic-
tendo sibi catenam ipsius navis in manu et accipiendo elevando ac
porrigendo el dando vice et nomine dieti comunis nominato An-
dreutio pro se et dieto suo fratre recipienti de glebis terrarum et
bladis et erbis et ramis arborum in predictis terris existentium
nomine tenute et possessionis ipsarum rerum et cuiuslibet ipsa-
rum » (1).

Test. — Il sig. Oddone « Oddonis », Raino « Angeli », Gio-
vanni « Uguilionis », Angelo « Peri », Corraduccio « Gibelini »
ed altri.

Segue l'ingiunzione fatta da Benvenuto « Gergoli » banditore
del Potestà Pietro « Parentij » ad alcuni lavoratori, i nomi dei
quali sono nell'atto ricordati, di restituire ai fratelli Andreuccio
e Jacopello tutti i frutti percetti dalle dette terre e da percepirsi
d'ora innanzi per conto e a nome dei medesimi.

Nicola not.

XLIX. — 1262, Maggio 11. — Nel Palazzo del C. — Consen-

sus factus de venditione castri Casacastalde, c. 91 r.

Guido figlio « domini Munaldi Supolini », emancipato dal
padre suo e procuratore del padre medesimo e del fratello Uguc-
cione « ad consentiendum expresse instrumento venditionis facte
comuni perusino seu Tagliabovi Sindico dicti Comunis » (2), ratifica
e conferma i patti contenuti nel detto istrumento di vendita del
castello di Casacastalda, concedendo a Filippo « Bernardini »
giudice e Sindaco del C. di P. tutti i diritti e le azioni che i detti
Monaldo ed Uguccione potessero avere sul Castello medesimo,
sulle terre e sugli uomini suoi.

(1) E importante questo passo, come ognuno facilmente comprende, per la enu-
merazione delle formalità che accompagnavano l'atto d'immissione in possesso.

(2) L'istrumento di vendita qui richiamato porta la data del 10 ottobre 1257. (Vedi
in questo stesso Regesto, doc. n. XXX,
CODICI DELLE SOMMISSIONI AL COMUNE DI PERUGIA 163

Tali dichiarazioni fa lo stesso Guido come mandatario di
Monaldo e Uguccione perchè egli aveva confessato che il prezzo
delle cose vendute (mille e cinquanta libbre di denari) sarebbe
stato impiegato a profitto de’ suoi mandanti. Guido però, mentre
rinuncia a tutte le eccezioni delle quali per legge avrebbe potuto
valersi, intende che non debba a lui personalmente arrecare
danno alcuno la confessione che egli aveva fatta nell'istromento
di vendita del castello di aver ricevuto il prezzo totale della ven-
dita medesima, mentre da altro istromento si rileva che dal C.
di P. gli si debbono ancora settecento libbre di denari.

La penale è stabilita nel doppio del prezzo pattuito.

Test. i sigg. Bonaventura « Alberti », Raniero « Benvegnatis »,
Uguccione « Jacobi », Raniero « Jacomini », Rigone « Taglia-
bovis » giudici, Libriotto « Bonaventure » camerlengo del C. di P.
ed altri.

Broccardo not. (1).

L. — 1262, Dicembre 30. — Nella Canonica Perugina. —
Submissio Castri de Portulis, c. 82 t.

Niecoluecio figlio « quondam domini Andree de Portolis »
sottomette a Pietro « Sinibaldi » Sindaco del C. di P., stipulante
ed accettante per il C. medesimo il castello delle Portule con
l'annessa giurisdizione ed obbliga sé stesso e i suoi eredi e suc-
cessori a far pace e guerra secondo che loro sia ingiunto dal
Potestà, dal Capitano o dai Rettori di P. — Promette altresi di non
esigere « pedagium sive scortam » dagli abitanti della città e
del contado perugino che « cum saumis vel sine saumis » pas-
sassero per il territorio soggetto alla ricordata giurisdizione. Il
Sindaco in correspettivo di tale cessione dà ai creditori che il detto
Niccoluccio aveva in P. settecento libbre di denari perugini mi-
muti, i quali denari provenivano dalla vendita delle terre del C.

(1) Vedi Sommissioni A, c. 102 t. e Contratti AA n. 63. La pergamena originale
‘che trovasi nella citata raccolta dei Contratti, e della quale è ricordo anche nelle Me-
morie sui Castelli perugini BELFORTI- MARIOTTI, non é in alcuni punti perfettamente
‘conforme alla copia esistente in questo Cod. -| ; però le differenze sono pochissime e di
pura forma. — È da notarsi altresì che nel transunto delle pergamene volanti di G.
BELFORT! è attribuita erroneamente a questo atto la data del 1261.
164 ANSIDEI E GIANNANTONI

situate in Colle e vendute « ad tempus » a Fomagio « Bon-
johannis ». ;

Inoltre Niccoluccio rilascia a favore del C. di P. quietanza )
« de toto terreno posito in pertinentiis sive curia castri Portula-
rum », rinuncia ad ogni eccezione che per legge possa com-
petergli, si sottopone, in caso di inosservanza dei patti stabiliti, alla
pena di mille marche di puro e legale argento e in garanzia
obbliga tutti 1 suoi beni.

Test. — I signori Bonaventura « Alberti » e Salvatico giu-
dici, Angelo « Johannis » e Bonagura « Johannis » notari, Lucardo
« Bonoscagni », Fomagio « Bonjohannis » e Giannino « Jacobi ».

Brocardo not. (1).

LI. — 1264, Novembre 11. — Montepulciano. — Procuratio
domine Jacobe domini Manni ad vendendum terrenum quod
habet în Valiana, c. 19 r.

La signora Giacoma figlia « olim domini Manni » costituisce
il proprio marito Monaldo figlio « olim Jacobini Branduli » suo *
procuratore, per vendere, pignorare ed obbligare tutte le sue terre
nel distretto di Valiana a chiunque volesse comperarle, per sti-
pulare il relativo istrumento, ricevere il prezzo e rilasciarne quie-
lanza.

Test. Ristoro « olim Richi », Bencivenne « Martini » e Bran-
dolo figlio « olim Jacobini Branduli ».

Jacopo figlio « domini Beniamin » not.

(1) Il presente atto si legge anche nel cod. Sommissioni A, c. 105 t., e se ne con-
serva l'originale fra i contratti (AA. n. 79). Vedi in questo Regesto i documenti X XXI
e XXXII in data 2 maggio 1258. — L'atto di cui al n. XXXII é ricordato nel contratto: E
AA n. 77 del 30 decembre 1262, per il quale Niccoluccio vende al C. di P. « totum
terrenum et tenimentum quod olim dicto Nicolutio dedit et concessit jure permuta-
tionis et cambij cum terreno de Portulis jure proprio in perpetuum Comune Perusi-:
num ». Nello stesso giorno 30 decembre 1262 Niccoluccio fa quietanza al Sindaco del
C. Pietro « Sinibaldi » della somma di 2000 libbre di buoni denari minuti già pro-
messa in nome del C. a detto Niccoluccio da Bernardo « de Castro Novo » potestà,
e da Alberto « de Paonensibus » capitano del popolo e da cinque arbitri a titolo di
rifacimento di danni (Contratti AA n. 78). Nel MARIOTTI, Catalogo ete., sono ricordati
sotto l'anno 1261 il potestà Bernardo « de Castro Novo » e il capitano Alberto « de:
Puccianensibus alias de Paccanensibus ». .
CODICI DELLE SOMMISSIONI AL COMUNE DI PERUGIA 165

.LIL — 1265, Ottobre 2. — « In via publica burgij extra
portam sancte Marie de Holiveto justa canpum sancti

Laurentij ». — Emptio quorundam bonorum in districtu
Valiane, c. 65 r.

Monaldo figlio « olim domini Jacobini Branduli » di Monte-
puleiano, marito di donna Giacoma figlia del fu Manno « domini
Ugolini Petri » costituito da lei procuratore per vendere ed obbli-
gare tulto il terreno che essa possiede nel distretto e nella giu-
risdizione di Valiana, nonché ogni diritto ed azione che essa ha
in dello tenimento a chiunque voglia comprarlo, per stipulare il
relativo istrumento, riceverne il prezzo e rilasciarne quietanza,
vende ad Andreuccio « olim domini Jacobi domini Andree Jacobi »
stipulante per sè e per suo fratello Jacopo (1) tutte le terre che
a donna Giacoma spettavano, ossia « quod est proprium jure
proprio in perpetuum et per alodium et quod est feudum jure
feudi ». Questi beni i quali confinavano in gran parte con le terre
di Guido Marchese (2), prima che a lei, erano in seguito alla
morle del padre passati al fratello Bernardo ora morto esso
pure: nella determinazione dei confini è ricordata una località
della S. Paolo, nei pressi di Valiana.

Il prezzo di vendita è di settantotto libbre « bonorum dena-
riorum perusinorum ». E poichè questo prezzo è molto inferiore
al valore delle cose vendute, Monaldo del di più intende far dona-
zione ad Andreuccio « se el bona principaliter obligando tamquam
privata persona se facturum et curaturum ita sine conditione
quod dieta domina huic instrumento venditionis et donationis
expresse consentiet ». Il venditore e donante rinuncia poi a favore
dell'aequirente e donatario a tutte le eccezioni di legge, dichia-
rando pure che se la donazione eccedesse « legitime donationis

(1) I nomi degli stessi due fratelli Andreuccio e Jacopo sono ricordati anche nei
documenti XLIV-XLVIII.

(2) Manno « olim domini Ugolini Petri » padre di donna Giacoma, la quale fi-
gura in questo atto, fece il 2 decembre 1244 solenne confessione di aver ricevuto e di
‘ tenere « titulo feudi » da Guido ed Uguccione Marchesi di Valiana alcune terre situate
in Valiana stessa. (Vedi documento XXI)
166 ANSIDEI E GIANNANTONI

vel dimidie modum, quotiens excederet totiens reiteretur et fiat
nova donalio et quot sunt res tot sint donationes ».

La pena stabilita pel caso che l'alienante non osservi i patti
stipulati è di duecento libbre « bonorum denariorum perusinorum
minulorum ».

Test. — Il signore Bonafidanza « Guillelmi » giudice, Foma-
sio « Bonguillelmi », Corraduccio « domini Gibellini », Giovanni
« Uguitionis » e Orlando « domini Crispoliti ».

Bonagura not.

LII. — 1270, Novembre 6 (secundum cursum Pisano-
rum) — Pisa, « in ballatorio ecclesie Sancti Michaelis
de burgo ». Comunis Perusij refutatio pro pretio certe quan-
titatis plumbi, c. 60 t.

« Vanniguffus campsor civis pisanus filius olim Bonacursi
Griffi » interrogato da Cola « Bonoscagni » di P. dichiara anche a
nome di suo fratello Francesco di aver ricevuto da detto Cola e da
altri paganti per il C. di P. e per Frangepane di Vitale cittadino peru-
gino duemila e duecento libbre « denariorum Pisanorum minutorum »
come prezzo di una certa quantità di piombo, che era stata con-
segnata al C. di P. nel passato Agosto « de summa miliariorum
sexcentorum [plumbi] quod dictus Vanni vendidit fratri Benigno
Syndico Comunis Perusii » (1); di detta quantità doveva pagarsi
il prezzo entro tre mesi dalla consegna, come era dichiarato « in
carta vendilionis dicti plumbi »; la qual carta s' intende annullata
per la somma di cui si confessa eseguito il pagamento.

Test. — Fra Benigno, Singo da Siena « quondam Bonfilij »,

(1) Era cosa comune nel medio evo che offici anche di somma importanza
fossero affidati a Religiosi. Se ne potrebbero citare innumerevoli esempi; fra gli
altri, ricorderemo che nel Cod, #4 « Ann. var. ann. » sotto la data dell' 8 agosto 1269
si ha una deliberazione del Consiglio speciale e generale del C. di P., nella quale
si stabilisce di chiamare un frate domenicano » qui presit super laborerio muri et
putei campi prelij » e si decreta che se a ciò si negassero il Priore e i frati di .
S. Domenico « omnes elimosine que fiunt-eis et alie gratie que petentur a comuni
eis de cetero per comune Perusij penitus denegentur ». Che se tuttavia i frati do-
menicani avessero ricusato di accettare l'incarico, il C. avrebbe potuto rivolgersi ad.
altri ordini religiosi con le stesse preghiere e minacce. (Vedi Cod. cit. c. 281 r.).
CODICI DELLE SOMMISSIONI AL COMUNE DI PERUGIA 167

Benvenuto « Guilielmi » da P., e Tommaso « quondam Jacobi de
Augabia »,
Vitale « quondam Bonajuti de Calci » not.* Benvenuto not. (1).

LIV. — 1276, Aprile 27. —— Nel palazzo del C. — Venditio
fructus aque lacus, c. 123 r.

Nel Consiglio speciale e generale, presenti Ubertino « de Ni-
guarda » Potestà e Boezio « de Lavello Lungo » Capitano del
popolo di P. (2), Bencevenne « Sappoli » Sindaco del C. dà e
concede a Stefano « Peri » accettante in nome di Pietruccio « do-
mini Andree » e per gli eredi o cessionarii di lui o per coloro
che lo stesso Pietruccio volesse associarsi, tutti i frutti del lago
e delle pedate.

La concessione dovrà cominciare dal maggio prossimo ven-
turo e dovrà durare un anno. I limiti della pedate erano stati
determinati dal sig. Aldrevando « de Riva » già Potestà di P. (3)
e dal sig. Oderisio « de Coppolis » Priore del popolo perugino (4).

I frutti del Lago sono ceduti per la terza parte e quelli delle
pedate per intero. 1l Sindaco del C. di P. rinuncia ad ogni diritto
al C. stesso spettante « adversus Lacoscianos » e di fronte a

(1) Per la data di questo documento V. GLORIA « Compendio delle lesion
teorico-pratiche di paleografia e diplomatica », Padova, 1870, pag. 212.

(2 V. MARIOTTI, Catalogo etc. pagg. 210-17. È ad osservare però che il M.,
pur citando questo documento, ricorda sotto la data del 1275, anziché sotto quella
del 1276, che realmente si legge. nell'atto, 11 Potestà Ubertino, che egli chiama « de
Hinguardia ».

(3) Vedi documento XXIX, nota 2.

(4) Vedi documento XXXVIII, dal quale si rileva che Oderisio de'Coppoli era.
Priore delle arti anche nel 1259. Cfr. pure il Cod. « Atti del Consiglio Maggiore
1259-1416 »; a c. 76 r. della parte di questo Cod. intitolata « Liber Consiliorum ge-
neralium factorum tempore Domini Thomaxij de Corzano Perusinorum Potestatis »
sotto la data del 17 luglio 1260 si legge quanto segue: « In reformatione cuius
Consiltij facto partito per dictum dominum Girardum [judicem domini Potestatis]
placuit quasi omnibus de consillio quod dominus Odderisius de Coppollis, si placue-
rit ei recipere Capitanantiam Castelli, concedatur et confirmetur per Comune
Perusij sicut petitum est per ambaxiatores populi Castelli sicut in propositione con-
tinetur; si vero noluerit recipere, nullatenus compellatur ad ipsam Capitanantiam
recipiendam ». — In ordine poi alla determinazione dei confini delle pedate si vegga
la rubr. dello Statuto perugino del 1279 « Qualiter diffinitiones comunantiarum facte
per dominum Aldrobandwm de Riva sint firme ».

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168 ANSIDEI E GIANNANTONI

chiechesia a causa dei detti frutti e cede altresì i redditi del pe-
daggio dando facoltà di esigerli da chiunque, anche dai Perugini
che si associassero ai forestieri per la pesca.

Promette inoltre di fare in modo che i pescatori delle vici-
nanze del lago continuino a pescare secondo il solito, obbligan-
doli ad esercitare la pesca « pro dicto Petrutio ». Dal primo giorno
di giugno sino al termine fissato nello Statuto nessuno debba pescare
nel lago senza licenza del compratore « nisi cum listarellis sub
pena et banno x librarum denariorum pro unaquaque vice qui
contra fecerit » (1). Della pena una metà tocchi al C., l'altra al com-
pratore. i

Il Sindaco s'impegna altresì a far lavorare a profitto del com-
pratore le pedate del C. da quegli abitanti delle vicinanze del lago
che eran soliti a lavorarle, autorizzando il compratore medesimo,
quando dette pedate non fossero con la consueta diligenza colti-
vate, ad affittarle a chi volesse per conto del C. — A tutti coloro
che venissero o avessero in animo di venire « ad dictom lacum »
è garantita la sicurezza delle persone e dei beni « in eundo,
redeundo et stando per totam civitatem et districtum Perusij »
nonostante guerra o rappresaglia, e il C. ratificherà tutte le ga-
ranzie ed assicurazioni che il compratore o chi per lui vorrà
concedere a coloro che si recheranno al lago.

Sono riservati a favore dell' Ospedale di Colle (2) i dirilti che
gli spettavano sulla pesca « in dicto lacu et pedalis ». Il Sindaco

(1) Di questo divieto di pesca é fatto ricordo nello Statuto citato alla runr.
« Quando aliquis in laeu piscari non debeat et de pena contrafacientium »; in detta
rubrica, dopo la determinazione del periodo di tempo in cui il d.vieto ha vigore e
della pena minacciata ai contravventori, si legge: «tamen in dicto tempore cum li-
starellis lascariis et albariis in lacu piscatio fieri valeat sine pena ».

(2 Per notizie in ordine all' Ospedale di Colle e alla vigilanza che sulla pia
istituzione esercitava il C. di P. è importante la rubr. del cit. Statuto « Qualiter Po-
testas et Capitaneus teneantur manutenere et defendere res et bona leprosorum de
hospitale de Colle ». Inoltre nella rubrica « Qualiter diffiniantur comunantie concesse
hospitali de Colle a rebus comunis » é fatto ricordo di comunanze concesse a detto
ospedale: delle quali é cenno altresì nel Cod. delle Riformanze L (Gen. 1276 — Dec.
1277) dove a c. 61t. si ha la seguente deliberazione dell’ }1. mag. 1276: « Item
placuit quasi omnibus quod terminatio sive diffinitio que est occasione comunan-
ciarum inter Comune Perusij et hospitale de Colle adhuc debeant revideri et si facte
sunt et bene stant, bene quidem, et si non, terminentur et fiant secundum quod in
Statuto plenius continetur ».

SARETE
CODICI DELLE SOMMISSIONI AL COMUNE DI PERUGIA 169

si obbliga anche a che tutte le scritture e tutti gl’ istrumenti rela-
tivi alle promesse fatte o da farsi al compratore in ordine ai
frutti del lago e delle pedate « habeantur pro confessionibus », e
come tali debbano farsi eseguire dal Potestà e dal Capitano. I de-
bitori saranno tenuti al pagamento nonostante le ferie indette o
da indirsi « per consilium, per capitulum, per jura comunia vel
alio quocumque modo per consilium vel arengum ».

E accordata a Petruccio facoltà « deferendi panem et | vinum,
anonam, carnes et oleum et alia necessaria » per i bisogni suoi
e della sua famiglia; il compratore ha licenza « dimictendi cum
exercitus comunis Perusij iret sotios ad lacum pro custodia fa-
cienda »; che se avesse luogo « cavalcata pro comuni Perusij »
e Petruccio si trovasse nel tempo di questa presso il lago, egli
non sarà mai tenuto a prendervi parte, o a sostenerne alcun
danno. « Et hoc sit in providentia Potestatis et Capitanei ». Se-
guono il patto di evizione e l'obbligo da parte del C. di non
impedir mai ai laghigiani la libera pesca del lago; se questa in
caso di guerra sostenuta dal C. fosse impedita, ogni danno sarà
rifatto al compratore. « Et si erit exercitus generalis post festum
omnium Sanctorum usque ad festum Pascalis venire teneatur per
VIII dies ad voluntatem Potestatis et Capitanei et semper veniant
milites et berregerij quando fieret cavalcata in illis partibus versus
lacum ».

Oltre le consuete rinuncie ad eccezioni che potessero derivare
da legge o da consuetudine, vi è la promessa da parte del Sin-
daco del C. di P. di fare scrivere nella loro integrità i patti con-
chiusi « in Statuto comunis ».

La cessione è fatta dal Sindaco a Stefano stipulante per
Petruccio « pro pretio decem milium quingentarum librarum dena-
riorum perusinorum et cortonensium et pro decem salmis piscium
deferendis ad civitatem perusinam ». Questo pesce (lasche e
tinche) doveva essere consegnato in ogni giorno « tenpore qua-
dragesime majoris (1) ». Il Sindaco s'impegna a concedere a spese

(1) « Illi qui fructus aque lacus in futurum emerint teneantur et debeant omni
die tempore quadragesime facere aportari ad civitatem decem salmas bonorum pi-
scium, scilicet V salmas tincarum et V lascarum quas. vendi faciant circa puteum
de platea minutatim etc.» (Vedi Statuto cit., rub. « Quot saumas piscium debeant
aportare emptores fructuum aque lacus »).

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170 ANSIDEI E GIANNANTONI

del C. all'appaltatore ambasciatori e lettere ogni volta ch'egli
ne faccia richiesta « occasione dictorum fructuum ». La penale
è fissata nel doppio del prezzo pattuito. Che se poi qualche pe-
scatore del lago o alcun’altra persona avesse avuto dei pesci in
qualsivoglia quantità e non ne avesse fatta denuncia « parocianis
qui erunt in posta seu eorum nuntiis », il Sindaco promette. che
il contravventore sarà tenuto a pagare ogni volta a titolo di pena
100 soldi di denari, dei quali la metà andrà al C. e l'altra al
compratore.

Il Potestà e il Capitano faranno determinare e distinguere a
mezzo di confini le pedate del C. da quelle dei particolari (1).

Seguono i nomi di alcuni che prestano a favore di Stefano
la loro fidejussione in solido. Questi fidejussori sono il sig. Blan-
cardo « domini Magistri », « Peronus domini Uderisij », Rigozio
« domini Rigonis », Arlottuccio « Oddonis », Marco « Fini-
guerre », Fomasio « Bonguillelmi », Bernardo « Uguitionis »,
Giacomo « domini Bonajuncle », Andrea « domini Raynutij »,
Giovannello « domini Simplicij », Raino « Angeli », Tancredi
« Benincase » e Giovannello « Beccioli ».

Pietro « Recabene » not.
LV. — 1276, Aprile 29. — P., nel Palazzo del Capitano del

popolo. — Locatio terreni Clusij cum medietate piscationis

fluminis Clanarum, c. 125 r.

Bencivenne « Sappoli » Sindaco del C. di P., presente e con-
senziente il Capitano del C. e del popolo Perugino Boezio de La-
vello Lungo, dà e concede per il termine di un anno dal 1» maggio

(1) Cfr. il ricordato Statuto alle rub. « Qualiter Potestas et Capitaneus teneantur
facere apilastrari lacum circum circa et cum quibus debeant interesse » e « De api-
lastratione lacus facienda et quando ». — Inoltre nel Cod. L delle Riformagioni
(10 mag. 1276 — 29 apr. 1277) leggesi sotto la data del 9 maggio quarto segue: « ltem
cum contineatur in alio Statuto Comunis quod Potestas et Capitaneus teneantur fa-
cere apilastrari de bonis lapidibus et calcina circha lachum cum toto territorio re-
lieto a dicto lachu ad Montem Gualandrum cum tota eius curia et districtu et t -
tum terrenum Comunis ubicumque est et super hoc Potestas et Capitaneus eligere
debeant quinque bonos bomines unum per portam quamlibet et cum eis personali-
ter interesse ad predicta fleri facienda, quomodo et qualiter placeat consilio pro-
videre » (c. 9 r.).
‘ CODICI DELLE SOMMISSIONI AL COMUNE DI PERUGIA 171

Bonifazio di Simone stipulante per sè e suoi eredi, cessionari
e soci i frutti del terreno del Chiugi che il C. stesso possiede
« inter lacum et Clanas », e del quale sono determinati i confini.
Cede altresì la metà della pesca del fiume delle Chiane « quan-
tum tenet dietum terrenum » e tale cessione è fatta « secundum
formam et tenorem capitulorum statuti comunis et populi peru-
sini » (1).

E eccettuato il terzo del Castello di Valiana e del distretto
relativo che toccò in parle ad Andrea di Giacomo al tempo della
divisione fatta fra lui e i Marchesi (2). :

Al compratore oltre la cessione di tutte le azioni reali e per-
sonali, utili e dirette, è data altresì la facoltà di concedere « licen-
liam et securitates et fidanlias » a tutti coloro che si recassero
nel detto terreno « ad laborandum, pasturandum et retinendum
et ad alios fructus dicti terreni el pasturarum recipiendum ».

Che se taluno di questi abbia delle obbligazioni di fronte al
compratore e non le soddisfaccia e si allontani da quei luoghi
senza licenza di lui, al compratore medesimo è accordato il potere
di sequestrare all’insolvente i beni e di tenerlo in custodia.
Inoltre il Sindaco promette che saranno a spese del C. concesse
al compratore lettere ed ambasciatori ogni volta che ne avrà bi-
sogno « occasione dictorum fructuum venditorum et terreni.

Che se per fatto del C., e specialmente in caso di guerra, i
frutti andassero perduti, il compratore sarà indennizzato.

Non manca il consueto patto di evizione e la concessione è
falla « pro pretio quattuor milium sexcentorum corbium boni et
nilli grani sine malitia ad corbem comunis perusii seu eminam
ipsius comunis ».

Il compratore s'impegna a dare e ben misurare la detta
quanlilà di grano a spese proprie nel termine e nel luogo fissati
nello Statuto del C. La penale é stabilita nel doppio del prezzo.

Seguono i nomi dei fidejussori solidali.

Test. — I sigg. Giovanni, Uliviero e Pasino giudici del Ca-
pitano, e i sigg. Giovanni e Venturino notari del Capitano stesso.

Pietro « Recabene » not.

(1) Vedi Statuto cit. rub. « De vendilione fructuum Clusij ».
(2) Per questa divisione, vedi il doc. XVIII,

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172 ANSIDEI E GIANNANTONI

LVI. — 1276, Giugno 8. — Nel Palazzo del C. di P. — Em-
ptio Comunis Perusij de quadam domo existenti în parochia
sancti Johannis de Foro, c. 126 t.

« Venciarellus quondam Uguitionelli Vencioli per se et suos
heredes et pro domina Blancia avia sua, filia quondam nobilis
. viri domini Ranerij marchionis » vende, consenzienti i suoi con-
sanguinei Mariano « quondam domini Andree » e Bellolo « do-
mini Saraceni » e presenti Rolando « de Aldegeriis » Potestà di
P. e Boezio « de Lavello Lungo » Capitano del popolo (1), a
Bencivenne « Sappoli » Sindaco del C. di P. « in perpetuum et per
alodium » una casa « cum casalino posleriori » situata nella par-
rocchia di S. Giovanni del Mercato e della quale sono determinati
i confini in una via pubblica, nel mercato del C. di P. e in uno
stabile del venditore. Il prezzo fissato in 900 libbre « denariorum
perusinorum et cortonensium minutorum » è pagato per intero
dal Sindaco del C. al quale Venciarello ne rilascia definitiva quie-
tanza, promettendo il libero possesso della cosa venduta, dando
tutte le consuete garanzie e rinunziando ad ogni beneficio di legge.

La penale a carico del venditore in caso d’inosservanza dei
patti è determinata nel doppio del prezzo.

Test. — I signori Guidalotto, Annibaldo « Uderisii », Bona-
spene « Ufredutij », Rigone « Tagliabove » giudici, il signore
Elemosina « Benedictoli », Melanzio « Jacobi » e Jacopo « Alta-
feste ».

Pietro « Recabene » not.

LVII. — 1288, Aprile 20. — P., nella loggia del Palazzo
del Capitano del popolo. — Submissio Castri Plebis,
e; 130: r.:
Jacopello « Nidulfi », Vanne « Ansaldini », Neri « Oddonis
Morandi », Angeluccio « Aldrovandutij », Pepo « magistri Pe-

(1) Il MARIOTTI, Catalogo etc., pone sotto la data del 1276 il Potestà Ubiano di Ser
Monaldo e il Capitano Boezio di Lavello Lungo. — Sta in fatto però che nel 10 gen-
naio di quell' anno era Potestà Ubertino de Niguarda, al quale successe il 1o maggio
Rolando: « de Adegeriis »: questi poi rimase in officio sino a tutto l'aprile 1277 e fu
sostituito da Gerardino « de Boschettis ». In ordine al Capitano Boezio de Lavello
Lungo resulta che egli occupò taie officio dal 1o gennaio 1276 fino al termine dello
stesso anno. (Cfr. Codd. delle Riformanze L (1276 77) e L (1276 1o mag. — 1277 29 apr.).

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CODICI DELLE SOMMISSIONI AL COMUNE DI PERUGIA 173

ponis », Puccio « Mattafellonis », Monaldo « Guidonis », Angelo
« domini Bonaventure », Factolo « Angeli Bencevenne », Jacopo
« Donoli », Pietro « Melioris », Puccio « Benencase », tutti di
Castello della Pieve, per sè e loro eredi promettono a Guglielmo
« de Oldoynis » Capitano del popolo di P. (1) di conservare e
mantenere Castello della Pieve « ad subiectionem, obedientiam et.
reverentiam comunis Perusij ».

Promeltono eziandio di prestare obbedienza a qualsiasi co-
mando del Potestà e del Capitano del popolo di P. in qualunque
forma il comando stesso venga loro comunicato; si obbligano
pure a presentarsi ogni volta e in tutti i luoghi che il Potestà e
il Capitano ordineranno, nonché a pagare le pene o multe a cui
per qualche ragione fossero condannati « omni exceptione remota ».

A garanzia dell'osservanza dei patti è fissata la pena di 500:
marche di argento; inoltre i ricordati uomini di Castel della Pieve
obbligano tutti i loro beni e consentono che le proprietà di chiunque
di loro tentasse o facesse alcun che contro le cose stabilite
« ipso facto jure proprietalis et dominij » passino al C. di P.
dichiarando di possedere sin d'ora dette proprietà « precario
nomine ».

Tale sottomissione é fatta perché P. aveva prestato aiuto al C.
e ai privati di detto Castello.

All'atto son presenti i Consoli delle arti.

Test. — Il signor Jacopo « Oratoris » giudice, Maffeo « Oddo-
nis », i signori Tancredo « Giptij » e Bonaparte « Gualfredocti »,
Amatuccio « Angeli », Peruzzolo « Peri », Tribaldo notaro ed
altri molti.

Graziaboni not. (2).

(1) Vedi.ManrorTI, Catalogo etc. L'A. trae la notizia di questo Capitano dal-
l'Ann, D, c. 49 t. e segg. ; infatti é appunto in detto Cod. che da c. 48 t. a c. 56 r. esi-
stono copie del presente documento e dei due che seguono.

(2) Da c. 131 r. a c. 133 t. del Cod. si trovano tre atti eguali in tutto al pre-
sente, salvo che in ciascuno di essi sono diversi i nomi degli abitanti che dichiarano:
di sottomettersi a P., e nel terzo e nel quart» l'atto di sommissione è stipulato « in
palatio Comunis Castri Plebis », porta la data del 28 e non del 20 aprile, il Capitano:
Guglielmo « de Oldoynis » é rappresentato da Magino « de Natalibus » suo giudice e-
vicari*, e i testimoni non sono gli stessi che assisterono ai due primi atti stipulati
in P, — Anche nel Cod. D sopra menzionato esiste copia dei quattro istrumenti con i
quali aleuni privati di Castello della Pieve si obbligarono a fare atto di sommis-
sione.
ANSIDEI E GIANNANTONI

LVII. — 1288, Aprile 30. — Castello della Pieve, nella
Piazza del C. — Castri Plebis sindicatus, c. 134 r.

Nella generale adunanza tenuta dagli uomini di Castello della
Pieve e convocata « de mandato nobilis militis domini Gualfredutij
domini Iohannis domini Balionis Potestatis dicti castri » (1) e a
richiesta di Magino « de Natalibus » giudice e vicario del Capi-
tano del popolo e dei Consoli delle arti di Perugia (2) con il con-
senso anche dei due Priori della Pieve (3) si elegge Benvenuto
« Laxati » Sindaco, procuratore e speciale ambasciatore a con-
fermare e ratificare la riformagione fatta « per arengam dieti
castri pro evitando ne partes Gelforum vel Gibilinorum sint in
dieto castro ».

Lo stesso Sindaco é autorizzato ad approvare la pace che
saranno per fare il Vicario e 1 Consoli o il Potestà o il Capitano
della città di P. e a promettere al ricordato Vicario che gli uomini
e il C. di Castel della Pieve manterranno e conserveranno « ho-
norem et bonum statum comunis et populi perusini toto eorum
posse ».

Il Sindaco ha pure facoltà di promettere che i suoi mandanti
manterranno il Castello della Pieve in buono e pacifico stato e
soggetto al C. e al popolo perugino; non si adopereranno mai a

(1) È a ritenersi fondatamente che questo Gualfreduccio di Giovanni sia lo
stesso ricordato nei due passi seguenti degli Annali. Nel Codice B (1284, ottobre 13 —
1298) a c. 293 t. si legge che un Gualfredüccio di Giovanni fu eletto il 24 sett. 1297 fra
i Sapienti prescelti dai Consoli delle arti « super ordinatione servicij et auxilij con-
ferendi ecclesie romane et summi pontilicis Domini Bonifacij pape VIII ». Lo stesso
Gualfreduecio nell'ottobre 1298 figura fra j Sapierti « electi super custodia civitatis
et comitatus Perusij et super reparatione et aconcimine portarum et murorum bur-
gorum civitatis et castrorum comitatus et districtus Perusij ». (Vedi Ann., Cod. C,
1296-99, c. 174 r ). Inoltre Gualfreduccio di Giovanni di Baglione fu nel 12 genn. 1310
eletto Potestà di Fermo e dai Priori gli fu negata la licenza di accettare l'officio
« considerato per eos quod presentia nobilis militis domini Gualfredutij de Ballioni-
bus est in civitate Perusij nimium fructuosa et absentia eius a civitate predicta hoc
temp. re Comuni et populo perusino posset esse dampnosa ». (Vedi Ann Decem,
1398 -1367. à c. 08 r.).

(2) Niccoluecio « Bonaverture » e Salvuccio « Bovarini ».
(3) Puccio « Ranaldi » e Puccio « Bonjob^nnis ».
CODICI DELLE SOMMISSIONI AL COMUNE DI PERUGIA 175

che cessi tale soggezione e obbediranno agli ordini dei Magi-
strati perugini comunque e in qualsivoglia tempo sieno loro co-
municali.

Test, — I signori Monaco « domini Monachi » e Zano « do-
mini Ranaldi », maestro Jacopo .« domini Peponis », Iacopello
« Rudulfi », Giacomino « Jacobi » di Castel della Pieve, Nicco-
duccio « Bonaventure », Salvuccio « Bovarini » Consoli delle arti
di P., Ranucolo nunzio del popolo di P., Angeluccio « Dome-
stice » di P. notaro e il sig. Benvenuto « Girgualdi » di P. ed
altri molli.

Graziaboni not.

LIX. — 1288, Maggio 4. — Castello della Pieve « in domo
Donatutij Bonajuncte ». — Castri Plebis submissio, c. 135 r.

Il Signor Benvenuto « Lassati » Sindaco di Castel della
Pieve dichiara di sottomettere il castello medesimo alle condizioni
ricordate nelle precedenti sommissioni e nel sindacato, e in caso
di inosservanza si obbliga per il C. stesso alla pena di dieci-
mila marche di argento; dichiara di esser tenuto ai pattuiti ob-
blighi « pro jure et jurisdictione quod et quam comune Perusii
habet in comune et homines dicti castri » e confessa che gli ob-
blighi stessi hanno origine dalla protezione e difesa che il C. di
P. ha sempre accordato e prestato al C. e alle private persone
di delto Castello (1). ;

Test — Nicoluccio « Bonaventure » e Salvuccio « Bovarini »
Consoli delle arti di P., Bencevenne « Sappoli », Ranucolo « Ra-

(1) Per i rapporti di Castel della Pieve con P. si veggano il documento III di
questo medesimo Regesto, nonché gli atti contenuti negli altri Codici delle Sommis-
sioni, e precisamente nel Cod. A, cc. 125 r., 145 t., 148 t., 149 t. e 150 r., e nel Cod..C.,
«cc. 17 r., 18 r. e 66 r. — Specialmente gravosa dovette essere per Castel della Pieve
la sommissione del 13 maggio 1250 ricordata pure dal Bonazzi (Storia di Perugia,
vol. I, pagg. 294-95). L'atto è nel cit. Cod. A, a c. 125 r., ove si legge che il Sindaco
di quel Castello si sottomise al Potestà di P. Raniero di Bulgarello, mentre questi
trovavasi « inter castrum Plagarij et castrum Plebis, in loco qui dicitur Croce, ho-
stiliter cum mangna quantitate militum Civitatis Perusij exspectando ibidem gene-
Talem exercitum tam civitatis quam comitatus prefate civitatis ad depopulationem
faciendam de Castro Plebis ».
176 | ANSIDEI E GIANNANTONI

naldutij », Benvenuto « Balionis », Bernardino « Oddonis » ed
altri molti.
Graziaboni not. (1).

(1) Essendosi dato termine con questo documento al Regesto del Cod. rs, avver-
tiamo che a c. 61 t. del Cod. stesso si ha pure un atto del 1491 relativo alla deter-
minazione dei confini fra il contado di P. e quel di Gubbio, della quale furono in-
caricati (come risulta dalla copia del mandato che precede l'atto medesimo) Francesco-
« Ser Batiste de Benvegnatis » e Pietro Paolo « domini Philippi de Corneo ». Avuto
però riguardo all'epoca, cui il documento si riferisce, non si è stimato opportuno-
darne il sunto.
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COMUNICATI

UN DOCUMENTO INEDITO
SULLA QUESTIONE DELLA DATA DELLO STATUTO VOLGARE

DI PERUGIA

Nel riordinamento del ricco Archivio dell'ex Confraternita dei
Disciplinati di S. Francesco (1), tra le molte e spesso interessan-
tissime pergamene ivi esistenti, una ne lrovammo il cui conte-
nulo ci sembrò potesse arrecar qualche luce sulla controversia
che fra alcuni studiosi oggi si agita circa l'epoca precisa cui
debba riportarsi la compilazione degli Statuti Perugini in lingua
volgare.

Non è nostro intento discutere, almeno per ora, se sieno o no
fondate e serie le obbiezioni che all'autenticità (quanto all'epoca
s'intende) dell' importantissima compilazione, una delle più com-

(1) Le tre antichissime Confraternite de’ Disciplinati di S. Francesco, di S. Ago-
stino e di S. Domenico nel 1890 si fusero nel Sodalizio di Mutuo Soccorso fra i Nobili
Perugini, in proprietà del quale passarono gli Archivi delle tre Confraternite. Di essi,
per lodevole iniziativa dell'avv. conte Ugolino Montesperelli, priore del Sodalizio, e
dell'avv. Fabio Patrizi, il Consiglio d'Amministrazione ordino la sistemazione e il rior-
dinamento, che a me furono affidati. Tengo ora pubblicamente a ringraziare codesti
signori che gentilmente vollero accordarmi l'autorizzazione di stampare questo do-
cumento, prima anche che fosse completato l'intero lavoro della sistemazione del-
l’ Archivio.
178 G. DEGLI AZZI

plete che rimangano in Italia, si pretendono opporre. Intanto colla
pubblicazione del documento che trascriviamo qui appresso, ver-
remo a stabilire che l' unica redazione rimastaci degli Statuti cit-
tadini in lingua italiana, non è il volgarizzamento d'una compi-
lazione, oggi perduta, del 1322, come da molti si è erroneamente
asserito, ma bensì d’un’ altra del 1342, che ora più non abbiamo,
almeno per intero.

Il documento di cui intendiamo parlare, contiene il testo di
parte d'una Rubrica che nello Statuto Volgare è la 152» del Li-
bro IV, e comprende tutto il 5° paragrafo di essa. L'estratto è
opera di notaio, ma dell’autentica non rimane che il sigillo e il
patronimico « Nicole » essendo la pergamena corrosa in fine.

Il preambolo dell’atto è del tenore seguente :

« In novo Statuto Comunis et Populi Perusii condito et publi-
cato sub Millesimo CCCXLII die XV mensis Septembris valituro
et observaturo a halendis Aprilis proxime venturis in antea per-
petuo donec fuerit immutatum reperitur sic in capitulo loquente
et quod est sub Rubrica quod canna pisana et libra lucensis
servetur et quod canne et libre revideantur et adiustentur ».

Notiamo anzitutto che la data qui segnata corrisponde per-
fettamente a quella dello Statuto Volgare nel cui proemio si legge :
« ..... correcte facte composte e piubecate so gl angne de mesere
domenedio Mille trecentoquaranta e doie....... di quindece del
mese de setenbre che valglano e che se osserveno da calende
d aprile prossemo che verra ennante en perpetuo e nfinatanto che
seronno emmutate... » (1).

E dopo ciò traseriviamo il contenuto dell'atto, ponendovi a
fronte il brano corrispondente della Rubrica 152» dello Statuto
volgarizzato :

« Rub. Quod canna pisana et « Rubr. Che la canna pisana e
libra lucensis observetur et quod 1a livera luchese s oserveno. E che
canne et libre revideantur et adiu- le canne e le livere se reveggano

stentur. e aiustense.

(1) A lato di questo brano si trova la seguente postilla marginale, di carattere
«d'epoca non molto posteriore: « 1342 reformatio presentium statutorum ».
UN DOCUMENTO INEDITO, ECC. 179

Cum contra pro tempore prete-
rito in Civitate perusii fuerint et
esse consueverunt Sensarij in arte
mercantie et in arte artis lane quos
Consules mercantie et Camerarius
artis lane deputabant qui Sensarij
omnes et singulas sensarias panno-
rum et lane et aliarum mercium
faciebant et exercebant in Civitate
perusii et non alij et nuper a pauco
tempore citra insurrexerunt quidam
homines se intromictentes et non
per ipsas artes deputati sed contra
ipsarum artium voluntatem dictam
Sensariam exercentes ob quam cau-
sam intricatur offitium sive mini-
sterium sensarie et non discernun-
tur qui Sensarij sint deputati per
ipsas artes ab alijs qui se inge-

runt in sensaria predicta et ob hoc

artes predicte et mercatores et ar-

tifices ipsarum artium deluduntur
et in suis mercantijs non solum
dampnifieantur sed etiam defrau-
dantur ad obviandum igitur pre-
dietis statuimus et ordinamus quod
nulla persona audeat vel presumat
facere aliquam sensariam de pan-
nis lane et aljs mercibus quibu-
scumque artificum dictarum artium
vel quas emerent ipsarum artium
artifices in Civitate et burgis seu
comitatu perusij nisi solum ipsi
Sensarij qui fuerint deputati de
tempore ad tempus per dominos
Consules mercatorum in arte mer-
cantie et per Camerarium artis lane

in arte lane et qui contrafecerit fa-

... S 9. Con cio sia cosa an-
che mo che per lo tempo passato
en la cita de peroscia siano sute e
essere sonno usate sensagle en
] arte dela mercanthia, e en l arte
de larte de la lana, egl quagle,
gle consogle de la mercanthia e
l camorlengo de 1 arte de la lana
deputavano egl quagle sensagle
tutte e ciascune sensarie de pan-
gne e de lana ed altre merce, fa-
ceano e adoperavano en la cita de
peroscia e non altre, e novella-
mente da pocho tempo en qua se
sonno levate aglcune huomene se
entramettente e non per esse arte
deputate, ma contra la volonta d
esse arte, la ditta sensaria adope-
rante, per la quale cagione se em-
paccia l ofitio overo ministero de
la sensaria e non se descernono
quagle sensagle siano deputate per
esse arte, da gl altre che se entra-
mettono en la sensaria preditta. E
per quisto l arte preditte e mer-
catante e artefece de esse arte
sonno schiernite, e en le suoie mer-
canthie, non solamente se dannifi-
cano ma etiandio sonno defraudate,
a oviare donqua a le preditte cose

statuimo e ordenamo, che niuna

persona ardisca overo presuma fare

alcuna sensaria, de pangne, lana e
altre merce quegnunque de gl ar-
tefece de le ditte arte overo le qua-
gle comparassero gl artefece de esse
arte en la cita e borghe overo con-
tado de peroscia, se non solamente
180

ciendo aliquam sensariaim nisi sieut
dietum est sie fuerit deputatus sol-
vat et solvere debeat comuni pe-
rusij pro vice qualibet .C. lib. den.
que pena a contrafaciente exigatur
sine aliqua accusatione et de facto
ad petitionem cuiuscumque petentis
facta primo fide de predictis pote-
stati vel Capitaneo comunis peru-
sij seu Judici malleficiorum alte-
rius eorumdem de plano et simpli-
citer sine figura et strepitu iuditij.
Et potestas.et Capitaneus et dicti
eorum Judices et quilibet eorum
requisitus de predictis teneantur et
debeant vinculo Juramento et sub
pena .V.c lib. den. a quolibet eo-
rum contrafaciente tempore eorum
syndicatus et per eorum syndica-
torem si fuerint negligentes proce-
dere et dictam penam in comuni
devenire facere ad petitionem cu-
iuseumque petentis aliquo spetiali
vel generali in eontrarium loquente
non obstante..... » (1).

'G. DEGLI AZZI

esse sensagle egl quagle sironno
sute deputate da tempo a tempo
per gle segnor consogle de gl mer-
catante en l arte de la mercanthia
e per lo camorlengo de l arte de la.
lana, en l arte de la lana. E chi
contrafara facendo alcuna sensaria .
se non secondo cho ditto e, cosi
sia suto deputato, paghe e pagare
degga al comuno de peroscia per
ciascuna volta cento livere de de-
nare. La quale pena dal contrafa-
cente se scuota senza alcuna acusa
e de fatto a petitione de quegnun-
que adomandante fatta en prima
fede de le preditte cose a la pode-
sta overo capetanio del comuno de
peroscia overo al giudece de gl
malefitia d altro de loro de piano
e simplicemente e senza figura e
strepito de giuditio. E la podesta e
] capetanio e gl ditte loro giudece,
e ciascuno de loro rechiesto de le
preditte cose, siano tenute e deggano:
per legame de giuramento e sotto.
pena de cinquecento livere de dena-
re, da ciascun de loro contrafacente
al tempo del loro scendecato e per lo
loro scendacatore se sironno negli-
gente, de procedere, e la ditta pena
en comuno devenire fare a petitione
de quegnunque adomandante, alcu-
na cosa spetiale overo generale en
contrario parlante non ostante... »..

(1) La perg. qui pubblicata trovasi nel Catalogo al num. A, 190, categ. I, Fondo:

S. Francesco.
UN DOCUMENTO INEDITO, ECC. 181

La perfetta identicità delle due dizioni dei testi or Bibaktatit
che si afferma anche nei più minuti particolari, crediamo possa
di per sè sola bastare a convincere dell’ esattezza di quanto sopra
dicemmo, che, cioè, il volgarizzamento a noi pervenuto sia stato
eseguito sul testo latino del 1342, e non su altri. A conferma di
che potrebbe valere anche il fatto che, nel primo libro special-
menle dello Statuto Volgare, si trovano in margine frequenti
squarci in latino, corrispondenti ad alcuni brani della traduzione:
e la identità assoluta tra loro dimostra quelli far parte della re-
dazione latina, che è spesso assai diversa da quella più antica
del 1279.

Come pure altra convincentissima prova che il volgarizza-
mento che abbiamo dello Statuto debba riportarsi al 1342 sa-
rebbe la seguente che ci è offerta dallo Statuto stesso: ordinan-
dosi dal S ult. della Rubr. 48» del Lib. I un sussidio annuo a
favore del Convento di S. Simone, il cui pagamento dovea essere
annotato in margine dello Statuto, si trova infatti in calce della
c. 99° del Lib. I, la refiudanza della somma stabilita, fatta per
atto pubblico da fra Bartolo Baglioni priore del detto Convento,
sotto la data del 80 decembre 1344. Ma di ciò non intendiamo
tener parola di proposito.

Il fatto poi del trovarsi accanto alla redazione latina una re-
dazione sincrona in volgare, non può indurre meraviglia quando
sì pensi che la lingua italiana, o, a dir meglio, il dialetto proprio
di ciascuna regione veniva guadagnando sempre maggior terreno
sul latino, il cui uso andò sempre scemando nella pratica finchè
non venne l' Umanesimo a ridonargli vita e novello rigoglio.
Quindi è che ad uso della maggior parte de’ pubblici officiali,
spesso popolani di scarsa coltura, si credette bene ordinare delle
compilazioni legislative in volgare, rimanendo intanto come testo
officiale della legge la redazione latina, alla quale senza dubbio,
data la qualità sua, dee essersi attenuto il notaio che compilò
l'alto da noi pubblicato.

- Né disperiamo di poter, con ulteriori ricerche nel nostro ben
poco esplorato Archivio Comunale, rintracciare, almeno parzial-
mente, se non nell’ integrità sua, il testo latino dello Statuto del 1343,
dal momento che già traccie non dubbie ci fu dato rinvenirne
G. DEGLI AZZI

in un codice membranaceo, del quale altra volta terremo più
estesamente parola (1). |

Dott. G. DEGLI Azzi.

(1) Questo cod., rilegato in mezza pelle e grosse assi di legno, é un voluminoso
zibaldone di brani di Statuti di varie epoche confusi insieme senz’ alcun ordine; porta
sul dorso la scritta: « Frammenti de Statuti ». Non vi potemmo però rinvenire traccia
della disposizione contenuta nella Rubrica di cui ci siamo occupati in questo studio.
Alla c. 181 t. del Lib. III d’uno Statuto di cui manca la prima parte e quindi la data
si trova la Rub. « Quod priores faciant observari cannam pisanam et libram lucensem
etc. »;in questa lunga rubr. si parla però soltanto delle misure. Cosi in due altri
Stat. d' incerta data, di cui restan solo le prime carte del IV libro, si legge in prin-
cipio un verso leonino cosi concepito: « Pondera mensuras dat quartus si bene curas »,
ma non c' è poi la rubr. che tratta de’ pesi e misure. Vi si trovano anche frammenti
d'altre riforme del 1285, del 1314, 1315 e 1380, tutte in latino; alcune constano di 7 libri,
anziché di 4, come generalmente si trova.

Nello Statuto del 1279, che ci rimane per intero, alla Rub. 467: (c. 62 t.): « De ca-
pacitate mensurarum etc. », ed alla Rubr. 468 (c. 63 r.): « Qualitater et ad quam men-
suram etc. », non c'é alcun accenno alla materia trattata nella Rub. da noi pubbli-
cata.

Invece nella Rubr. 124.a « Quod canna libra et pondera in usu habita in civitate
perusie observentur et quod canne et libre et pondera revideantur et de sensarijs »,
SS 20 e 30, del Lib. IV dello Statuto a stampa del 1528 sono ripetute ad literam le di-
sposizioni contenute nel brano sopra trascritto.
ANEDDOTI CURIOSI

l. — COSCIENZA NETTA.

Un fra” Matteo da Perugia, de’ predicatori, s' era con-
dotto, o per comando de’ suoi superiori, o per propria elezione, a
far da Cireneo ad un suo compagno laico, condannato, chi sa
per qual colpa, al taglio della testa. Correva parentela fra i due
frati, e si può facilmente pensare con che cuore fra’ Matteo si
facesse ad accompagnare all'ultimo viaggio colui che, come è
scritto, egli tanto amava. Era tutto in ricordargli la passione di
Gesù Cristo, e lo confortava a considerare i meriti di quella per
trarne animo a sostenere la pena. Commosso alla vista del pa-
tibolo, sul quale il ferro doveva mozzare il capo all’infelice,
sentì stringersi il cuore, e osservando quell'istromento ferale,
parvegli non fosse, per avventura, sì bene arrotato da reci-
dere di netto. Non era da accorciare anzi che allungare il mar-
tirio? Quindi si rivolse al carnefice pregandolo gli piacesse, per
amor di Dio, affinare meglio quella lama per spacciarsi al più
presto.

Gli ultimi momenti del condannato, le parole estreme che
egli profferì, il colpo che piombò sul collo del parente, la testa
mozza che rotolò a’ suoi piedi, dovettero lasciare nell’ animo del
buon fraticello una impressione sì forte da tenerlo col: pensiero
lungamente fisso a quella mannaia. E in quel tornare che di con-
tinuo faceva la mente sul fatto, lo pungeva il pensiero di avere
eccitato il carnefice a togliersi d'impaccio: parevagli, forse, di
averla fatta da giudice, dove a lui non ispettava che la parte
del confortatore di spirito. O non poteva anco avere impedito lo
scampo del reo, posto che il colpo non ferisse a morte, come
accadeva talvolta? Così un atto mosso da pietà si convertiva nella

U.

Aie
id £

ACTES
aerea

pe

gu E. - atm -
184 L. FUMI

sua coscienza in grave colpa. Il picciol fallo gli era amaro morso
così, da tenerlo in dubbio d'usare ai ministeri divini.

Ebbene quindi ricorso davanti a papa Giovanni XXII. Il
quale avendo sentito della vita buona che menava il frate, vita
pura e casta, ornata delle più laudabili virtù, volle adoperare
graziosamente con lui, che fu spinto non da cattiveria, ma sol
perchè la morte del compagno amato non fosse tanto crudele; e
tolse via qualunque ombra di irregolarità che potesse offuscargli
la coscienza e durargli lo scrupolo, riammettendolo a celebrare,
dopo adempiuta quella penitenza che gli era per quello dovnta.

La bolla che contiene questo fatto particolarissimo sul conto
di un buon frate del trecento può dare occasione a ricercare la
psiche (come dicono) negli uomini vissuti nel chiostro, e vale la
pena di darla qui nel suo originale.

[1831], febbraio 7. ‘G. p. deo. (gratis pro deo).

[Johannes pp. xxij]

Dilecto filio. . Priori fratrum ordinis Predicatorum in
Provincia Romana salutem. Solet plerumque apostolice sedis
benignitatis se libenter illis presertim cum ex pedit exhibere
propitiam et in oportunitatibus gratiosam, qui Religionis
zelo, vite mundicia et aliis laudabilium virtutum meritis
redimiti eius gratiam humiliter interpellant. Porrecte si-
quidem nobis pro parte dilecti filii Mathei de Perusio
o. fr. predd. in sacerdotio constituti petitionis series conti-
nebat, quod dum olim quidam laicus eidem Matheo linea
consanguinitatis coniunctus, post faetum de dieto laico,
exigentibus eius demeritis, iudieium, ad locum duceretur
supplicii, ut ibidem capite truncaretur, idem Matheus di-
etum laicum, quem in vita dilexerat, ad locum cuiusmodi
sociando, ipsumque ut de meritis passionis d. J. Xpi
Salvatoris nostri confisus patienter penam mortis huju-
smodi sustineret multipliciter exortando, dum pietate
motus adverteret quod instrumentum ferreum quod exe-
cutor justitie ad decollandum dietum laicum deferebat
non erat bene rotatum, ita quod non bene scindere vide-
ape cesa nm cnp

pati oir

ANEDDOTI CURIOSI 185

batur, dietum executorem quod instrumentum pararet ut
de dicto laico ex quo mori oportebat eundem se facilius
expediret, cum instantia requisivit, quod factum extitit,
ne dietus laicus erudelius moreretur. Processu vero tem-
poris prefatas Matheus hec ad memoriam revocando, ti-
mens ex eis se irregularitatis maculam contraxisse, quam-
vis non ad malum dicti laici, sed tantum ut more-
retur minus erudeliter, ut prefertur, dubitavit in suis or-
dinibus ministrare. Quare pro parte sua fuit nobis humili-
ter supplicatum ut sibi et statui suo, ut, sicut prius, in
suis ordinibus ministrare valeat providere super hoc gra-
tiosius dignaremur. Nos igitur huiusmodi supplicationibus
benignius inelinati, discretioni tue per apostolica scripta
mandamus quatenus cum eodem Matheo super irregula-
ritate, quam premissis contraxisse dinoscitur, auctoritate
nostra dispenses, iniuncto sibi pro hiis quod de iure
fuerit iniungendum. Dat. Avinion. vij idus februa-

rii anno quintodecimo.

Arch. Vat. serie avign. Giov. XXII, Communi, an. XV. p. II,
T. XXXVII, n. 38, c. 328 t. n. MDCCCCXXVI.

2. — FRATI INFEDELI.

Gli serupoli che turbavano i sonni di frate Matteo da Perugia
non erano il tormento e la lima che rodesse le anime in tutti i

‘conventi. A pochi è dato sentire delicatamente; e di fronte alle

pie leggende che ci toccano il cuore, si hanno casi ben diversi,
trovandosi spesso al posto della povertà e della virtù prender
luogo 1’ avidità e il vizio. Più che nelle cronache si trova la con-
ferma di questi casi della vita reale nei processi e in tutti quei
libri di amministrazione pubblica dove è come dipinta la condi-

zione de’ tempi e delle persone.

Da un registro dell’ Archivio Vaticano che contiene i conti

delle decime nelle terre della Chiesa dal 1342 al 1351 traggo la
notizia di due frati, ai quali l’ austerità della regola dovette es-

sere un giogo insopportabile, e per i quali la legge del galantuomo

14
186 L. FUMI

dovette essere tenuta per niente, se si lasciarono tentare sì forte
a mal fare, come vedremo.

Alla morte dell'agostiniano Bartolo de’ Bardi, vescovo di Spoleto.
[1349 (1)], il Rettore del ducato, Rinaldo da Montbryon, ordinò a
nome di papa Clemente VI l'inventario dei beni da lui lasciati,
perchè erano beni riservati alla santa Sede. Il vescovo aveva di
molta roba e di molti quattrini. I denari, per tenerli più sicuri, li
aveva depositati a Montefalco sotto la custodia dei frati Agosti-
niani. Ma ce ne aveva un buon gruzzolo anche nei suoi scrigni;.
e quesli furono i primi, tosto come egli si mori, a prendere il
largo.

Uno dei suoi familiari di notte. tempo si portò via tutto il
contante. Gli altri famigliari se ne menarono il resto, e con un
mulo carico e due cavalli ripararono nella Marca a godersi il
riposo ai lunghi e fedeli servigi resi al padrone, che da loro fu
lasciato, senza che alcuno vegliasse al cadavere, solo nel suo
letto di morte. Il vescovo, come si è detto, era ricco. I beni messi
all’ asta fruttarono la bellezza di fiorini d'oro 57,236, più li-
re 10,528, soldi 5 e denari 1. Fra questi non erano compresi i
denari che, per buona fortuna, stavano in mano degli Agostiniani.
Berengario Blasini, tesoriere, e 1 suoi ufficiali del Ducato fu-
rono a Montefalco e trovarono entro due coffani fiorini d' oro 8,000.
Ma i frati non se li lasciarono toccare, benchè Berengario tem-
pestasse per 25 giorni reclamandoli per il papa.

Dopo i quali, prese il partito di ritornarsene, aspettando. il
fine delle questioni sollevate dal Capitolo della chiesa che impu-
gnava in via d’appello le lettere apostoliche concernenti la riserva
dei beni vescovili. Ma non era trascorso un giorno, e gli 8,000
fiorini erano già stati involati. Due fra quei frati messi alla guardia
del tesoro erano chetamente scomparsi con esso. Si chiamavano,
l'uno frate Giovannuccio, e l’altro frate Andreuccio,
ambedue da Montefalco. La corte si mise subito attorno per
ricercarli: ne seguì le tracce a Foligno, ad Assisi e a Perugia,

ma invano; perché i frati avevano gettato al diavolo la tonaca, e

si erano rivestiti di abiti secolari. Finalmente, capitati a Chiusi;

(1) I^ Ughelli lo dice minorita e morto circa il 1346.
ara

ANEDDOTI CURIOSI 187

incapparono nei birri di quel Potestà, al quale erano pervenute
lettere della truffa. I famigli del Ducato spediti a tenerli dietro,
come furono a Chiusi, non trovarono il Podestà disposto a con-
segnarli, onde rimasero colà per otto giorni; e prendendo so-
spetto non gli avesse a rilasciare in libertà, ne avvisarono il
tesoriere che deputò un notaro al comune di Chiusi con lettera
di ser Iacomo de’ Gabrielli capitano del: Patrimonio. Dopo alcuni
giorni mosse egli medesimo a quella volta accompagnato da
quattro cavalli e da quattro fanti. Fu insieme con gli officiali di
Chiusi, conferì co’ frati per cavarne qualche cosa di preciso sul
luogo ove il tesoro avessero nascosto, regalò di grosse mancie il
carceriere e sei buoni uomini messi a sorvegliare la prigione, ca-
valcò a Perugia perchè i priori instassero su quei di Chiusi, ma
tutto a vuoto. Massuccio Salvoli da Perugia, podestà di Chiusi,
non volle cedere, perchè i frati gli avevano promesso una gran
somma, ed egli, a cui di affari siffatti non capitavano troppo spesso,
se l'era intesa con loro, facendosi dare certi contrassegni per due
di Montefalco, fratelli de’ frati che ritenevano il tesoro. Il Potestà
si condusse a Montefalco, si presentò a Matteuccio e a Vanni-
cello, i due fratelli, e li richiese della parte sua. Ma non si
accordarono per niente. Intanto, corso il sentore, messer Gio-
vanni Seaffardi, nuovo Rettor del ducato, fu a Montefalco, fece
carcerare i tre bricconi, gli esaminò punto per punto, senza però
cavarne un costrutto. D' ogni cosa fu dato avviso in corte d'Avi-
gnone, e sembra che il papa approvasse la proposta del Ret-
tore di donare ai due fratelli de’ frati mille fiorini, pur di averne
in mano seimila. Ma quando il commissario pontificio sì recò
avanti al Rettore per rilirarli, questi si ricusò, allegando il
patto che aveva co’ suddetti. Il patto non fu riconosciuto dal papa
che ordinò il processo contro il Rettore, da cui non ci volle poco
prima che la somma venisse consegnata.

Non sappiamo la fine de’ due frati bricconi, ma con mille fio-
rini d'oro in mano v'è da credere si dessero alquanto bel tempo,
ridendosi del podestà di Chiusi da loro mandato a trovare sette-
mila fiorini in fondo alle prigioni di Montefalco.

Del resto, non era nuovo il caso di soltrazioni alla morte di

prelati, nè questo raccontato fu l'ultimo. Quando non erano i fa-

miliari o 1 depositari che si facevano a giuntare i ministri della
188 Hi «Lo FUMI"

Chiesa, erano bene spesso i parenti dell’ estinto. E per non u-
scire dall’ Umbria, era recente un caso consimile avvenuto in Gub-
bio alla morte del vescovo Pietro de’ Gabbrielli (1345). 1 nepoti
non fecero trovar quasi nulla al tesoriere del ducato quando com-
parve a fare l' inventario nell’ episcopio: masserizie e cavalli, vasi
d’argento e quanto il vescovo possedeva, avevasi portato via Ro-
sciolo di messer Filippo Gabbrielli: gli stessi debitori, per timore
della prepotenza di Rosciolo e degli altri nepoti del vescovo, ri-
cusaronsi a consegnare le somme che avevano presso di sè, per
la qual cosa i Gabbrielli furono scomunicati, processati e mandati
al braccio secolare. Ma il comune di Gubbio si rifiutò di prestarlo,
si oppose all’ interdetto e ne impedì l'osservanza. Si agitó una
causa in curia d' Avignone; perchè il vicario vescovile di Gubbio
appelló al papa, e messer Rosciolo oppose i suoi diritti sul pecu-
lio dello zio, dicendo che il Vescovo s'era venduto per circa fio-
rini quattromila un castello nella Marca, San Gervasio, dalla quale
vendita non gli'aveva voluto corrispondere il becco di un quat-
trino. L’ affare si compose (perchè questa è stata sempre la con-
suetudine della curia romana) per mille fiorini, che sembra, per
altro, Rosciolo non si curasse gran fatto di pagare, per modo che
il processo contro di lui restò sempre aperto.

Arch. Vat. « Rationes decimarum in terris S. R. E, 1342-1351, N. 232 », cc. 26
,
196 e segg.

de — IA PELLE DI UN PALAFRENIERE DI CARLO II

RE DI NAPOLI PER LE VIE DI RIETI.

Frequenti erano i rapporti che correvano fra gli abitanti
dell' Umbria e quelli del regno, dove i nostri praticavano sovente
per vendere panni e mercanzie, specialmente gli spoletini, per lo
più, trattati bene e anche onorati. Ci basti notare quello che si
trova nei Registri Angioini dell’ Archivio di Napoli nei primi
quattro o cinque anni del trecento: per esempio, apprendiamo di
Angelo da Rieti capitano di Gaeta (1302), di Petruccio della stessa
cillà familiare regio (1304); di Egidio da Perugia consigliere di
Carlo IL (1302 -1304), di Ruggero da Cantalupo e di Berengario
da Perugia « miles jure Francorum vivens » feudatari (1302-1303),

corper
“la volesse comprare! « Quisquis vult emere corium regii pala-

ANEDDOTI CURIOSI 35-189

di Giovan Ventura da Orvieto stipendiario di Curia (1304) e via
via.

Non si potevano lagnare di maltrattamento certi mercanti spo-
letini che messi dentro le torri del ponte di Capua, subito che e-
sibirono cauzione vennero liberati; nè un altro mercante che fat-
tosi sorprendere con monete fuori corso (de carlenis veteribus),
se le riebbe in grazia della scusa allegata della ignoranza (19r0-
rantie causa), e un altro ancora, pur di Spoleto, che ebbe il com-
penso della sottrazione di una mula carica di olio. È quindi no-
tevole che quelle rappresaglie, tanto comuni da per tutto per ognt
mancata giustizia, non apparissero allora fra” regnicoli e i nostri.
Non si deve nemmeno trascurare la notizia, che è prova migliore
di buona vicinanza, delle tratte concesse per grano e derrate,
altrove per lo più non favorite, ancorchè istantemente richieste.

Nella grande carestia di Perugia i portolani di Puglia permi-
sero ai perugini la tratta di tremila some di grano, « quia propter
siccitatem preteriti temporis terre omnes laboratorie civitatis eiu-
sdem facte sunt sic penitus steriles, quod non dederunt omnino
infra duos annos preteritos fructum suum ».

Ad istanza di messer Giovanni, eletto vescovo spoletino e ca-
merlengo papale, il Giustiziere e gli altri officiali dell’ Abruzzo eb-
bero ordine di fare acquistare nel regno a Pietro Cimini e com-
pagni mercanti di Rieti una certa quantità di animali « pro usu
coquinarum d. n. summi Pontificis » nello spazio di un anno,
e più tardi ancora « ut Cimino et Paulo Coselle de Reate mer-
caloribus ad vendendum animalia pro coquinis d. Pape expedite
a cerlis eorum debitoribus de Regno et extra solvi faciant ac
justitie complementum ».

Ma venne l’anno 1305, e fra abruzzesi e reatini sorsero malu-
mori per i confini. I ministri del re tassavano i reatini per terre
da questi possedute nel confine del regno, e il comune di Rieti
faceva il medesimo sopra persone regnicole. Violenze si succes-
sero a violenze; e corsero bandi, condanne, mutilazioni, che ca-
gionarono incendi e stragi nella valle e nelle parti d' Antrodoco.
Il re Carlo Il lamentandosi di tutte queste cose, aggiungeva che quei
di Rieti, da ultimo, avevano preso un palafreniere regio e lo avevano
scorticato, portandosi la pelle a Rieti e gridando per le vie a chi
ÁN

190 . L. FUMI

fredi! ». Il re ordinò si determinassero gli antichi confini, e'quei
reatini che si trovassero d'avere beni stabili nei confini del re-
gno contribuissero come erano lenuti. Ecco le parole del docu-
mento: « Pro Comune reate.— Scriptum est efc. Defensori, Ca-
pitibus artium, Consilio etc. quod [Comune dictum] per aliqua
tempora in cerlis locis nostris dicti regni finitimis usurpavit ho-
minibusque illorum vassallibus collectas imponit et tallias... ad
suum tribunal iniuriose trabit, bannit, condemnat, mutilat; unde
incendia, cedes exhibentur fidelibus nostris de Valle et partibus
Introduci et nunc quendam regium farniliarem decoriarunt et co-
rium tandem eius transtulerunt Reate vociferantes —: Quisquis
vult emere corium regii palafredi . . . . . . ».

Arch. di Stato in Napoli. Reg. Ang. 137, an. 1304, E, f. 123 r., 135, an. 1304, C.
Ivi, 137, an 1304, E, f. 87, duplicat. 130, f. 154; 138, f. 44, 12I, 111. Nuovi Registri [an-
gioini], vol. II, an 1305, f. 169.

LE.

VTRCA DIET IASTAN MCTANT Vm I eraot n cns moneta sw ny
ANALECTA UMBRA

Il fascicolo V del Diario di Ser Tommaso di Silvestro notaro, pub-
blicato dal Fumi, contiene le memorie dal 1510 al 1514, e con esso fini-
sce il testo (pag. 769-892). Vi si riportano notizie relative a Ferrara
colpita dalla scomunica e poi rilasciata al papa. Si riporta la venuta in
Orvieto di papa Giulio II, ai 18 agosto 1510, diretto alla Madonna degli
Angeli e quindi a quella di Loreto. Dà le nuove de’ Veneziani, e della
rotta avuta dal Citolo di Perugia. Si ha il transunto di altre nuove per
una lettera da Roma relativa al card. d' Alba, al Marchese di Mantova,
al Prefettino, al duca di Savoia, ai cardinali Fieschi e di Pavia, del quale
più oltre è riportata l’ uccisione anche sopra una lettera del vescovo
Gentile Baglioni. Le successive notizie intorno alla dipartita de’ francesi
vengono esposte come uscite dalla bocca del datario del papa che era
venuto in Orvieto ai 27 d’ ottobre, e ivi aveva mostrato il relativo breve
di Giulio II. Questo breve (del 23 ottobre) è di poi riportato per intiero.
Sono pure estratte da altre lettere venute di Napoli dal nepote di ser
"Tommaso, certo prete Jaco di Martino familiare del vescovo Anglovenese,
le notizie turchesche. Nella creazione de’ cinque cardinali fatta il 10 marzo
1511, il Del Monte, come affine alla casata orvietana dei Nebbia, per la
sua promozione, provocò allegrezze pubbliche. Si legge per intiero un
breve da Ravenna del 5 aprile, con il quale Giulio II, fra altro, avvisa
di affrettare la sua andata in Roma. Soldati napoletani e spagnoli al
soldo del papa venuti in Orvieto dopo la rotta di Bologra, poveri e af-
famati, dovettero vendersi le armi per poter far ritorno alle case loro.
Il papa, rimettendosi in Roma, ebbe accoglienze festose, perchè se scor-
dasse della malinconia havuta nella guerra. Del tempo di Leone X sono
le notizie meno importanti : v' é ricordata la caccia fatta a Farnese da
quel cardinale e alla quale prese parte il papa stesso. Si avvicendano
questi ricordi alle solite notizie spicciole, di feste, di nozze, di esecuzioni
capitali, di morti e feriti, di casi strani, di vicende atmosferiche, di saette
e tremnoti, di nuovo avvento de’ Conservatori d' Orvieto, di arrivi di per-

sone notabili, della malattia dell’ influenza, ecc. Quest’ ultimo fascicolo
ANALECTA UMBRA

contiene anche qualche notizia maggiore sulle opere che si andavano
facendo per il compimento della facciata del Duomo. I fascicoli succes-
sivi sono riserbati a contenere la prefazione, le note, il dizionario dia-
lettale e gli indici. Cosi questa pubblicazione potrà collocarsi fra le più.
interessanti del genere. |

Nel T. XVII de’ Mélanges d' Archéologie et d? Histoire, P. Leoscheux.
pubblica La premiére légation de Guillaume Grimoard en Italie (1352).
È notevole cotesta missione allo scopo di riconciliare Giovanni Visconti
con la S. Sede, e dimostra che condizione sine qua non fu quella di ri-
mettere Clemente VI al possesso di Orvieto e di Bettona. A ciò si rife-
risce il doc. IV tolto dal Registro Vaticano 146, f. 52 r. che è una let-
tera di Clemente all'areivescovo di Milano del 16 agosto 1352.

A. Lisini pubblica per nozze dall’archivio Senese 21 Lettere volgari
riguardanti fatti di guerra del secolo XV (Siena, Lazzeri, 1897). La let-
tera del 24 maggio 1408 (?) è scritta da Agnese de’ signori di Corbara,
presso Orvieto, che da Cetona annunzia a Cocco di Cione Salimbeni suo:
fratello i progressi del re Ladislao, secondo una lettera ricevuta da Or-
vieto dal Conte (il conte Corrario ?). Il re aveva avuto Montefalco : Gior-
gio tedesco con 400 cavalli e Francesco di Catalano erano entrati in Todi
e l’aveano corsa per la Chiesa. Del Beccarino che con gente di Paolo
Orsini era dentro Todi non sapendosi più nulla, il re v'aveva mandato
l'Orsini stesso; aveva fatto pigliare il figlio del conte Bertoldo. La let-
tera del 3 gennaio 1424 è di Braccio a suo figlio (?) Benedetto per annun-
ziargli la morte di Sforza Attendolo da Cotignola. L'altra del 23 settem-
bre (?) 1439 è di Gaspare da Todi commissario del papa, in nome del
quale promette a Niccolò da Tolentino capitano delle armi pontificie, il
titolo di conte, purchè rinunzi a certe terre promessegli prima che Bo-
logna ritornasse in soggezione della Chiesa: e con la successiva del
19 novembre Niccolò Piccinino da Verona ne annunzia l’ acquisto. Nella
lettera del 12 luglio 1440 Luigi Quaratesi mercante fiorentino a Niccolò
di Piero da Meleto residente in Bologna, narrando le condizioni in cui
era ridotto l’esercito del Piccinino e altri fatti seguiti in Romagna, dice
come il P. era ridotto « alla fraséhetta. E’ Perugini l'achumiataro de’ loro
terreni, e' Malatesti gli arebbero ristoppiato quel resto gli resta... poichè
Malatesti e li Perugini sono d'achordo con noi, che viene a dire che se
non vola e’ non se ne può ire ». Sotto la data del 6 settembre 1462 è la
lettera di re Ferdinando I ad Angelo de’ Giraldini di Amelia protonota-
rio apostolico, procuratore e consigliere suo: vi si narrano i successi del
suo esercito contro i baroni ribelli.
ANALECTA UMBRA 193

La relazione del viaggio delle galere pontificie in levante l'anno 1657
pubblicata dal Cugnoni nel Bollettino senese di Storia patria (a. IV,
f. II-IIT, pagg. 345-389) da un manoscritto della Chigiana senza nome
di autore, è ormai provato da un documento estratto dall’ Archivio dell’ Or-
dine di Malta essere Marco Antonio Meniconi perugino che ritornato con
le galere pontificie recitò « loculentam Orationem a se conditam SS.
d. n. d. Alexandro septimo ». Il Meniconi era stato ricevuto tra i
i cavalieri ospitalieri della Lingua d'Italia il 20 maggio 1632.
Il prof. Filippini, proseguendo negli ,Stud? storici del prof. A. Cri-
vellucci (vol. VI, fase. III) la sua memoria sull’ Albornoz, dimostra come
l'aecorto legato si trovasse ad eludere l’ astuzia e la mala fede del Pre-
fetto di Vico. Questi simulava trattative di pace, nel Patrimonio, per con-
tinuare la guerra, sperando nell’appoggio di Giovanni Visconti che
avrebbe rafforzato Orvieto e trattando con la Compagnia di fra Monreale.
L’ Albornoz si tenne in disparte, a Montefiascone, finchè non si trovò
rinforzato di aiuti, e non vide il Prefetto estenuato; quindi con la mossa
alla volta di Orvieto, lo chiamò su quella via, dove lo costrinse alla resa.
In seguito trattando con esso un accordo, gli affidava il vicariato di Cor-
neto, ottenendo così di tenerlo lontano da Viterbo. L' atto, non compreso
e dal papa, gli cagionò il malcontento della Curia di Avignone, ma gli
spianó la via alla riconquista dello stato ecclesiastico. — Nello stesso nu-
mero si discorre del lavoro di G. Degli Azzi-Vitelleschi, I capitani del
contado nel Comune di Perugia, e si fa una ipotesi assai ragionevole per

: spiegare la scomparsa della carica del capitano del contado, cio? dagli
inconvenienti cui dette luogo, chiaramente mostrati dalle frequenti ri-
forme che si fecero ai capitoli primitivi.

Il signor Giulio Navone ha pubblicato (Nozze Sterbini-Pizzirani) dal
cod. Vallicelliano A, 26, La parabola di Lazzaro povero, lauda dramma-
tica del secolo XIV (Roma, Forzani, 1897). Premette alcune notizie atte
a dichiarare l'origine e le forme più antiche della sacra rappresentazione
per la prima volta apparsa nell’ Umbria e precisamente in Perugia, per
parlare poi della raccolta del Codice suddetto. « È una raccolta di laudi
e rappresentazioni per tutto l'anno ecclesiastico scritta nel secolo XIV
e che può ritenersi appartenuta alla Compagnia di S. Simone e Fiorenzo
in Perugia per la presenza di quattro laude drammatiche in onore di
questi santi patroni. Ivi, al f. XXXXVIIIJ, e in rispondenza del giovedì

dopo la seconda domenica di quaresima, è contenuta, come rappresenta-

PE VIP carton

zione figurata del vangelo del giorno, la parafrasi della parabola chia-
mata volgarmente del ricco epulone, ovvero di Lazzaro povero e Lazzaro
ANALECTA UMBRA

ricco. Il sacro testo che le serve di traccia può essere diviso in due parti.
La prima, soltanto narrativa, finisce con la morte dei due soggetti, e la
seconda, sceneggiata, riproduce il dialogo tra Lazzaro dannato in inferno
e Abramo che è nel paradiso. L'autore della /auda ha dovuto ridurre a
dialogo anche la prima parte; e la contesa fra i due Lazzari, a risposta
e soggiunta, non manca d'un certo sapore drammatico. La seconda parte
del testo evangelico si trova già esposta a modo di dialogo; così che
per essere rappresentata scenicamente, non aveva bisogno d'aleun cam-
biamento. Soltanto per acerescerne di molto l'effetto, la /auda ha con-
trapposto alla figura d' Abramo e alla vista del paradiso quella dei dia-
voli e dell' inferno ».

Splendido, come i due precedenti, il III volume de Le Gallerie Na-
zionali italiane ; Notizie e documenti (anno III, Roma, per cura del Mi-
nistero della P. I).

In appendice alla relazione della regia Pinacoteca di Torino, è pub-
blieato « l' Inventario de’ quadri di pittura di S. A. Reale descritti col
medesimo ordine nel quale furono ritrovati l'a. 1635 nelle stanze del
Palazzo di Torino, a Mirafiori, et i migliori del Castello di Rivoli ». Tra
questi, due erano del Perugino: il num. 63 (S. Francesco che riceve le
stimate; figura in piedi ; in tavola); eil num. 66 (S. Lorenzo, in piedi ;
tavola oblunga): uno del Pinturiechio, cioè il num. 694 (S. Francesco
che riceve le stimate; in tavola). — Nella relazione della Galleria di Ra-
venna è notata una tavola (num. 202 : Cristo, in atto di sostenere la
croce, fra due angeli) di scuola Umbra. Errò chi volle attribuirla a Ni-
colò da Foligno: e forse ha ragione Corrado Ricci che la ritiene « di
qualche scolaro o imitatore di Fiorenzo di Lorenzo ». A questi fu dal
Crowe e Cavalcaselle attribuito il trittico. (num. 211) del 1485; ma il
Ricci, che qui descrive questa bella pittura, non crede giusta la loro at-
tribuzione: Fiorenzo è « più rigido di contorno e denso di colore ». E
nè, pure a parere del Ricci, quei due storici dell’ arte colsero nel segno
« scorgendovi la mano d'un umbro ». — Della Pinacoteca Civica di Sanse-
verino Marche il conservatore di essa V. E. Aleandri descrive tre pitture
che « provengono dalla scuola che tenne in Sanseveriuo il pittore Ber-
nardino di Mariotto dello Stagno: anzi il primo è sicura opera di lui
eseguita per la cappella del palazzo consolare di Sanseverino nel 1514 ».

Il documento relativo a quest'ultimo dipinto, è riferito dall'Aleandri di :

su i ricordi di spese e d’ introiti del Comune stesso dal 1511 al 1515;
donde appare che « M.? Bernardino Perusino » ebbe per quell' opera un
fiorino e mezzo. Di questo artista l'Aleandri dió notizie e delle opere sue
in Sanseverino nella Nuova Rivista Misena, a. 1891, num. 11: cfr. que-

Up RIE III
ANALECTA UMBRA

Sto Bollettino, II, 199. Egli dimorò in questa città dal 1502 al 1521. —

Nella descrizione del prezioso messale del cardinal Domenico della Ro-
vere (ne son qui riprodotte due pagine, una delle quali è tutta occu-
pata da una grande miniatura) il prof. Adolfo Venturi nega « il carat-
tere umbro » delle miniature, nelle quali non vede «i caratteri e l' in-
flusso di Pietro Perugino », come parve di vedere a chi aveva già de-
scritto il volume. Più circospetto, il Milanesi credette di scorgervi « la
imitazione, benchè non servile, della maniera di Pietro », sebbene il mi-
niatore « in quanto. alle vesti, fosse più sciolto e più libero déllo stesso
Pietro ». Il Venturi, alla sua volta, osserva giustamente che il Milanesi
od altri potè essere indotto a così giudicare dal modo onde tre figure
nella scena della Crocifissione tengono i piedi; « questa forma in gene-
rale non è esclusiva di Pietro Perugino ». — Tra i quadri che hanno di
recente arricchita la Galleria Nazionale di Roma, il prof. A. Venturi ne
ricorda uno di Antoniazzo Romano, di cui qui son descritte alcune
opere, e pel quale «il campo maggiore dell'attività dovette essere la Sa-
bina ». Quel quadro conservavasi a Poggio Nativo. A proposito di An-
toniazzo e di Antonio suo figlio, e del trittico num. 9 della Pinacoteca
di Rieti, potevasi non tacere che la iscrizione di questo trittico era già
stata riprodotta dal prof. F. Gori nel vol. I, pag. 605 di questo Bollet-
tino, e rimandare il lettore a tutto l'articolo dello stesso Gori (ivi, 601
e segg.) Artisti romani in Rieti negli a. 1455, 1464 e 1511. Giustissima
l'oseervazione del Venturi: Antoniazzo segui Melozzo, e « la forza an-
tica » che derivó dal maestro forlivese, distintamente serbó anche dopo
aver subito l’ influsso del Pinturicchio.

Col titolo La Torre di Trevi ebbe vita dal primo del 98, per solle-
‘cita cura del conte Tommaso Valenti e di altri egregi Ternani, un pe-
riodico quindicinale; in cui spesso appaiono utilissimi articoli di storia
locale. Ad esempio: notizie storiche della Torre, della piazza, de « la
festa di S. Emiliano » e di « Una strana consuetudine dei Trevani >,
cioè di dar l’ assalto al monastero de’ Lateranensi « quando veniva la
prima volta la neve et etiam a sealar il muro per far trarre li padri a
darli la manza », come narra un testimone del secolo XVI. Dello studio,
ch’ è.in continuazione, su « La letteratura umbra nel secolo XIII » cre-
diamo opportuno di fare appena il ricordo.

Per L'Archivio musicale del s. Convento di Assisi, a proposito della
Relazione del Cellini (efr. questo Bollettino, III, 603 e segg.) è da ve-
dere un articolo del Valetta in Gazzetta musicale di Milano; a. 52,
num. 27 (8 luglio 1897).
è ristampa della Folignate : così egli afferma per varie 'agioni; tra le quali

196 ANALECTA UMBRA

Di Un commencement d'incendie a la Vaticane en 1605 dà notizia.

Léon Dorez mercé una lettera di Cristoforo Dupuy al De Thou ed aleuni
distici di Claudio Contoli ad Ascanio Della Cornia che leggonsi nella rara
edizione de' suoi Carmina (Perusiae, apud Academicos Augustos, M. D.
CVI, pag. 212). La breve nota del Dorez é pubblicata dalla tip. di F.
Empaytaz a Vendome: qui si segnala pel ricordo del poeta perugino e
per la descrizione (pag. 3, nota 2) del volumetto de' Carmi.

Per l'umanista Gregorio Tifernate veggasi il recente e ottimo libro
di Girolamo Mancini, Cortona nel medioevo (Firenze, Carnesecchi, 1897,
pag. 946 e segg.).

Nell'anno scorso l’ editore Ulrico Hoepli compié col vol. III la stampa
della seconda edizione dell'opera magistrale di P. Villari Nicolò Machia-
velli e i suoi tempi. Segnaliamo, oltre a molti fatti storici della nostra
regione qua e là ricordati su le fonti più sicure, il cap. VIII del lib. I
(su le tristi condizioni dell’ Umbria ne’ primi anni del secolo XVI e su la
legazione del Machiavelli a Perugia), e più particolarmente quanto ri-
guarda questa città, a pp. 165, 184, 421 e 513 del vol. I, e p. 314 del II,
e i Baglioni, pp. 318 e sgg. del vol I, tra i quali primeggia Giovan Paolo.

II Senatore Gaspare Finali ha preso in esame Le prime quattro
edizioni della Divina Commedia (in Nuova Antologia, fasc. del 1° otto-
bre 1897), giovandosi della edizione di lord Vernon (in 4°, di pp. XXVI-
748, in 100 esemplari; London, Wittingham), ed ha confortata con nuovi
raffronti la congettura (ora è fatto accertato) di Antonio ‘Panizzi, che,
cioè, la edizione Napoletana della Commedia, eseguita circa il 1475, è
la materiale ristampa di quella di Foligno del 1479. Il raffronto tra le
due edizioni, qui istituito dal sen. Finali, « è limitato soltanto agli
errori e alle seorrezioni comuni ». L'a. conclude: « Questi pochi (esempi)
bastino ad accertare che delle quattro edizioni del secolo XV raccolte
nel volume Vernoniano, tre sole erano stampe tratte da qualche codice
ms.; mentre la Napoletana era la ristampa di una delle tre, cioè della
Folignate, della quale il Museo Britannico ha due esemplari ». E quasi
che gli esempi addotti non fossero bastanti, l'a. aggiunge un'ultima
prova: nell'edizione di Foligno sono ommesse le terzine 17 e 18 del
canto XX del Paradiso e la 16 del canto XXI; la stessa ommissione
riscontrasi nella Napoletana del 1475. — Ma, secondo Guido Persico Caval-
canti (La prima edizione napoletana della Divina Commedia in Rivista
delle Biblioteche e degli Archivi, anno IX, num. 1) questa edizione non

tr eret se

VITINIA
na

ANALECTA UMBRA 197

$ questa, che tutt’ e due sono del 1472. « Gli errori d' interpretazione e
le sviste » comuni alle due edizioni, sono meramente accidentali. Egli
peró ammette « che l'edizione Napoletana abbia potuto attingere alle
medesime fonti della Folignate; ciò è probabile, ma non è certo ». Per
lui é quasi certo il fatto che gli errori e le ommissioni, che riscontransi
in ambedue, « siano da attribuirsi in gran parte ai codici che quei

primi editori di Dante ebbero fra mani ».

Pochi giorni dopo la morte di G. B. Cavalcaselle, avvenuta l'ultimo
giorno dello scorso ottobre, gli editori Le Monnier pubblicarono l'ottavo
volume della sua Storia della pittura in Italia. L'illustre uomo, a cui
si associò in quest’ opera Giuseppe Archer Crowe, ma soltanto come tra-
duttore in inglese, si spense in una modestissima camera dell' Ospedale
di s. Antonio in Roma: visse lavorando e studiando alacremente, e non
cereó lodi come artista, né &olle mai che taluno indagasse gli atti della
sua vita come cittadino e soldato: esempio di virtù e di modestia im-
pareggiabile! Ma del valor suo e della costanza nelle indagini e delle
conquiste ch'egli fece nel campo della storia artistica nostra, rimane la
Storia della pittura, di cui tutti, ripetiamo, i meriti son suoi. Dell' Um-
bria egli conobbe e amorosamente studió i monumenti, e tra i vecchi
nostri eruditi ebbe molti ammiratori ed amici. Ed anche in questo ultimo
volume della maggiore opera sua l’ Umbria ha gran parte. Il cap. I è
consacrato al Gozzoli ed ai discepoli suoi: quindi v'è detto della dimora
sua in Orvieto, delle pitture in Montefalco (in S. Francesco, pag. 11-21,
e in S. Agostino, pag. 21 e sg.), in S. Fortunato presso questa città
(pag. 8 e sgg.) e del frammento di tavola nella Galleria della Penna
in Perugia, che comunemente s’attribuì ad un artista senese. Di Pier
della Francesca è notato che forse nel 1438 era nella bottega di Dome-
nico Veneziano che in quell’anno operava a Perugia (pag. 189); e che
la Incoronazione della Vergine, esistente a Città di Castello e derivante
dal mon. di S. Cecilia, non è di certo opera sua, ma piuttosto, se: non
di Ridolfo Ghirlandaio, giovanile lavoro del Granacci, eseguito sotto la
direzione di Domenico Ghirlandaio (num. 8 della Pinacoteca). Di Luca
Signorelli è descritta la tavola che pel vescovo Vannucci dipinse nel
1484 (ma per le sue opere in Perugia veggasi il Vasari, Vite, ediz. San-
soni, VI, 187 e sg.; e per questo- lavoro cfr. Crispolti, Perugia aug.,
lib. I, pag. 63, e lib. II, pag. 270); la tavola ch’è nella Pinacoteca di
Città di Castello (num. 17), rappresentatovi il martirio di S. Sebastiano,
commessagli da Tommaso Brozzi; quella presso l'avv. Mancini e l’ altra
che provenne dal convento di S. Cecilia. Con ampiezza è detto delle sue
opere in Orvieto (tre affreschi son qui riprodotti), in Perugia ed a Pac-
198 ANALECTA UMBRA

ciano. De’ suoi discepoli son ricordate le pitture di Luca Signorelli e
del Papacello che operò, come narra il Vasari, in Perugia ed a Cesi.
Del primo conservasi una bella tavola nella Pinacoteca di Gubbio.

. Nel Breve Compendio della storia delle belle arti in Italia di Luigi
Licati (vol. I, Torino, Tip. Salesiana, 1897) un capitolo è dedicato alla
storia della « Scuola umbra » (pag. 93-105), breve e imperfettissimo.
Per l'origine e lo svolgimento suo è dichiarato che « parecchi pittori,
imitando Giotto, si svolsero nell’ Umbria, fondarono altre scuole e conti-

nuarono la maniera dei Giotteschi » ; e che « il primo pittore che vera-

mente meriti d'essere studiato è Nicolò da Foligno ». Ma qui poco o

nulla si studia di lui, ché alla notizia delle date di sua nascita e morte
s'aggiunge il ricordo di sole cinque opere sue e del valor suo nel dipin-
gere « gli stendardi da portarsi in processione ». C° è di buono soltanto,
a pag. 107, la riproduzione fototipica della mirabile ancona ch’ è in s. Ni-
colò di Foligno. Al cenno su Nicolò, seguono quelli su Gentile da Fa-
briano (« il Fabriano » o « del Fabriano » lo chiama l’autore), su Piero
della Francesca (« il Francesco » egli lo dice due volte), su Pietro Pe-
rugino (secondo l'a., fu « con molta probabilità allievo di Nicoló da Fo-
ligno perché nei dipinti [suoi] si riscontrano molte caratteristiche di Ni-
colò ») e finalmente sul Pinturicchio. Su altri pittori notissimi né pure
una parola. Ma, del resto, nessuna meraviglia per ciò : chi crede e scrive
che Gentile da Fabriano e Piero di Borgo Sansepolero siano umbri, e sa
che l’ Urbinate è Raffaello Sanzio, mentre ignora che non fu Giovanni
de Sanctis (pag. 165) il padre suo (Sante, e chi non lo sa?, fu l’avo
di Raffaello, donde il cognome di Sanzio), può non tener conto di Otta-
viano di Martino di Nello, di Fiorenzo di Lorenzo, del Bonfigli e di
tant’ altri, che il compilatore del più modesto manuale scolastico di storia
dell’arte ha obbligo assoluto di conoscere o, almeno, di ricordare.

Tra Les peintures des Musées Impcriaur de Vienne che il Braun
ha riprodotte in fotografie al carbone inalterabili, e delle quali la sua
casa ha di recente pubblicato il Catalogo (Dornach, 1897, in 8), notiamo
due pitture del Perugino che nella Galleria Nazionale di Vienna sono
distinte coi numeri 34071-72, e rappresentano la Vergine col bambino e
santi. Nell' Appendice a questo Catalogo (Dornach, settembre 1897) sono
indicate due altre opere del Vannucci, numero 34069-70.

Nel Repertorium. für Kunstwissenschaft (fasc. 8 del 97) l' Ulmann
discorre di un affresco di Raffaellin del Garbo (la moltiplicazione dei pani
e dei pesci) esistente nel monastero di s. Maria Maddalena de’ Pazzi in

nce
RIDATO

ANALECTA UMBRA 199

Firenze; e studiatone con sottile analisi lo stile, conclude che vi sono
derivazioni dal Lippi e da Pietro Perugino.

Marcello Reymond nello splendido volume, già annunziato in questo
Bollettino, La sculpture florentine au XIV siècle (Florence, Alinari, 1897),
esamina le sculture del Duomo d’Orvieto, nelle quali ravvisa l' impronta
della scuola pisana e fiorentina.

Per la storia della educazione artistica di Raffaello in Perugia sotto
la guida del Vannucci, è da consultarsi il libro magnifico di H. Kna-
ckfusz, illustrato da 128 fototipie, col titolo Aaffael (Vielefeld und Lei-
pzig, Velhagen und Klasing, in 8°, pp. 124). Il volume fa parte delle

Kunstler-Monographien a cura del medesimo. E

Am

Carlo Loeser, dando notizia dei Disegni italiani della Raccolta Mal-
colm del British Museum (in Archivio storico dell’arte, a. III, fase. 5,
settembre-ottobre 1897), afferma, contrariamente a quanto si era creduto
finora, che « dei disegni attribuiti al Perugino nemmeno uno sembra
autentico ». ;

Nel volume che al prof. V. Rossi hanno alcuni amici suoi dedicato
nel di delle sue nozze (Nozze PRossì-Teiss; Bergamo, 1897), il dottor
Vincenzo de Bartholomaeis ha pubblicata una Antica leggenda verseg-
giata di S. Francesco d' Assisi (pag. 209 e sgg.) di sul cod. Barberini
XLIV, 76, ch’ è del secolo XV e provenne da un monastero di France-
scani di Fano. Comincia: « Francesco infiamato facea oratione »; e finisce:
« Et sempre ce diffenda Da subita morte ria. Amen ». Consta di 400
versi. Il componimento appartiene « alla letteratura serafica la quale,
per verità, aspetta ancora chi riprenda e completi il vecchio disegno
dell' Ozanam ».

Nel recentissimo volume di I. C. Broussolle La vie esthétique (Paris,
Perrin) il terzo studio è dedicato a « quelques veilles peintures de Spo-
léte »; cioè allo Spagna, alla Madonna del 1375 in via Salara Vecchia,
alla pittura del Duomo del 1378, all' icone della Cattedrale, al Crocifisso
del 1187 del Sozi, agli affreschi di S. Paolo e della chiesa inferiore di
S. Ansano, e alla pittura murale della cripta nella chiesa de' santi Gio-

vanni e Paolo.

Nel Raffaello, Rivista d’ arte e di storia di Urbino (a. I, num 10:
24 dicembre 1897) Vincenzo Lanciarini, l'autore della storia IZ Tiferno
Metaurense e la Provincia di Massa Trabaria, ha cominciata la stampa

E
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200 ANALECTA UMBRA

di nove atti del 1347 riguardanti la sommissione spontanea di varie terre
a Perugia. Giaeché l’ editore promette di illustrarli, in fine, con qualche
nota storica, ci riserbiamo di darne ampio ragguaglio quando ne sarà
compiuta la pubblicazione.

Per le nozze illustri Altemps-Penna (2 febbraio 1898) Alessandro
Betocchi ha pubblicato in edizione splendida la Narrazione del Torneo
. fatto nella Corte di Belvedere in Vaticano a dì V marzo M.D.LXV in
occasione delle nozze del conte Jacopo Annibale Altemps con Donna Or-
tensia Borromeo (Roma, Unione ‘coop., in 8°, pp. 41): ne deduciamo che
al torneo parteciparono i Capitani Innocenzo da Norcia, Galeotto d’ As-
sisi, Girolamo ed Enea Gabrielli da Gubbio.

Tardi, chè non ne avemmo prima notizia, ricordiamo a proposito
del Sanzio il volume Raphaels seit 1508 verschollene in St. Petersburg
aufgefundene Madonna di Siena (S. Petersburg-Leipzig, 1894) di Fede-
rico Steinchen: oltre alle riproduzioni della Madonna di Foligno, di
quella degli Ansidei e di opere del Perugino, vi si narrano le relazioni
tra la scuola’ umbra, e più particolarmente di Pietro, e la maniera raf-
faellesca. Per la Madonna di Foligno veggasi specialmente a pag. 8 e
seg., e per l'altra degli Ansidei a pag. 31; pel Vannucci a pag. 16 e
seg.; pel Pinturicchio a pag. 17, dov’ è riprodotta la tavola dell’ imp. e
reale Galleria di Berlino.

Nella Mostra internazionale raffaellesca in Urbino, agosto-settembre
1897 (efr. il Catalogo: Urbino, 1897) furono esposte dal Municipio di
Perugia le fotografie del « s. Giovanni che predica alle turbe », copia
del Perugino attribuita a Raffaello, esistente nella Pinacoteca di Perugia
(num. 141 del Catal.); della Trinità, affresco in s. Severo (num. 144) ;
della Madonna del Conestabile (num. 145); dell’ Eterno sovrastante al
quadro della Deposizione (num. 151); della predella dello stesso quadro
(num. 152-4), e del disegno eseguito dal Sanzio per Domenico Alfani,
ora a Lille (num. 155). Figurarono tra le copie ad olio e le miniature
la Madonna di Foligno e il putto in piedi dello stesso quadro (num. 332,
339, 391-8): tra le attribuzioni, l'Adorazione dei Magi, attribuita al San-
zio e al Vannucci, e un disegno (Dio che separa la luce dalle tenebre)
attribuito a Raffaello e proveniente dalla Galleria Ranghiasci di Gubbio
(num. 442, 445): tra le copie, la Madonna degli Ansidei ch’ è in S. Fio-
renzo e quella di Foligno. Tra le opere d'arte relative all’ Urbinate fu
esposto un estratto dalla splendida opera del nostro socio cav. G. Ma-
gherini-Graziani, L'arte a Città di Castello, con le fotografie, ora ese-

n I

ATZORI erc cn PERRIN

PTT BN >

ANALECTA UMBRA 201

guite per la prima volta, dei due stendardi che sono nella Pinacoteca

di questa città. Per la copia della Madonna degli Ansidei veggasi E.

Calzini Le feste e l'esposizione raffaellesca in Arte e Storia, a. XVI,
num. 18, pag. 139.

?

La Pinacoteca Comunale di Gubbio s'é arriechita di un gonfalone

bellissimo, dipinto da Sinibaldo Ibi nel 1503. Da un lato v' è rappresen-

tato S. Ubaldo in abito episcopale, nell'atto di benedire colla destra e
sorreggente colla sinistra un libro aperto in cui si legge: « Sacerdos et
pontifex et virtutum opifex Pastor bone in populo ora pro nobis Domi-
num ». Fiancheggiano la figura del santo due angeli in adorazione colle
mani congiunte. Inquadra la pittura un fregio (di fogliami, frutta, putti
e animali) in nero ed oro su fondo rosso: nei quadrati agli angoli e nei
tondi del centro dei lati leggesi in maiuscole d'oro: « Ora pro nobis
beate pater Ubalde. Sinibaldus Perusinus pinxit MCCCCCIII ». Su l'altro
lato è la Vergine che accoglie sotto il manto molti fedeli genuflessi: la
‘cireondano nove gruppi di angeli, alcuni de’ quali hanno istromenti
musicali. Due dei sette angeli, che formano il gruppo superiore, sosten-
gono una corona d'oro sul capo della Vergine, la quale è rappresentata
su fondo arabescato d’oro e circoscritto dall’arcobaleno. D'oro con ornati
è l'abito suo; azzurro il manto che le scende dal capo sotto a un bianco
velo sottile ed è fermato sul petto con un medaglione (un rubino con
quattro perle). Il fregio che inquadra la pittura è identico a quello del-
l'altro lato: ma agli angoli ed ai centri dei lati leggesi: « Ave regina
coelorum. Ave Domina angelorum ». Nel mezzo del lato inferiore è di-
pinto lo stemma di Gubbio. Singolarmente notevoli aleuni personaggi
genuflessi a' piedi della Vergine. Le due facce della tela sono state bar-
baramente ritoccate, e la tela è in due punti sdrucita. L'oro della veste
della Vergine, là dove non si è annerito, si stacca in piccole squame.
Il Comune di Gubbio, che premurosamente ha ritirata la pregevole opera
dal convento di S. Spirito, abbia cura di farla restaurare e collocarla tra
i dipinti di maggior pregio della sua Pinacoteca.

Robert von Planta ha dato testè alla luce il vol. II della sua opera
Grammatik der Oskich-Umbrischen Dialect (Strasburg, Triibner, 1897;
in 8°, pp. 772): il vol. I era apparso nel 92. In questo è compresa la fo-
nologia dei dialetti osco-umbri; in quello è svolta la teoria delle forme
e la sintassi, son raccolte iscrizioni, ed è inserito un glossario.

Quasi contemporaneamente, a Cambridge R. C. Conwai ha pubblicati

i due volumi Ae Italic Dialects edited with a Grammar und Glossary

15
202 ANALECTA UMBRA

(Tipogr. dell’ Università; vol. I, pp. XVI-456; vol. II, pp. 457-681). Con-
tengono quant'è noto finora intorno ai monumenti delle lingue osca ed.
umbra, e de’ minori dialetti italici. E opera di singolare dottrina.

De Gli Archivi e le Biblioteche di Spagna in rapporto alla Storia
d’Italia in generale e di Sicilia in particolare di mons. Isidoro Carini
non s'é fatto mai cenno in questo Bolleftino, perchè soltanto da poco
ne fu pubblicato il terzo ed ultimo fasc. della Parte II (Palermo, 1884 e
1897). In questa (pag. 434) trovansi indicate due note sull’ indulgenze
della. Porziuncola, 1694 95; tra le bolle di Martino IV (pag. 193 e segg.),
quelle datate da Orvieto 21 marzo, 8 luglio, 29 agosto, 1 settembre 1293,
10 gennaio e 5 maggio 1294; una lettera di Pietro II d'Aragona al Co-
mune di Perugia (Barcellona, 10 febbraio 1284, pag. 55): la bolla (pa-:
gina 183) di Clemente IV, con la quale concedesi la investitura del regno
di Sieilia a Carlo figlio di Ludovico re di Francia, data da Perugia il
4 novembre del 1265: una relazione (pag. 434) dello stato d'Italia « con
avvisi della presa di Perugia, Arezzo ed altre piazze » del 1529: e una
lettera (pag. 440) di Taddea della Penna, figlia naturale di Carlo V e
di donna Orsolina della Penna di Perugia, comunemente mota sotto il
nome di « la bella Pennina ».

Nel vol. I di-Letfere di storia e archeologia a Giovanni Gozzadini
(Bologna, Zanichelli, 1898), edite e illustrate con tanta cura e dottrina
dal conte Nerio Malvezzi, alcune sono di G. C. Conestabile e di Ario-
dante Fabretti (pp. 69, 120, 140, 118, 199, 208, 219, 222).

A proposito di questo vol. di lettere al Gozzadini, il quale, come
serisse il Carducci, fu « divinatore e trovatore della prima civiltà umbra,
etrusca, celtica tra l'Apennino e il Reno », il signor R. P. espone in un
articolo nel Resto del Carlino (a. XIV, num. 350; 16 dicembre 1897)
quale fu questa civiltà che il Gozzadini trovò, e specialmente esamina
la civiltà « degli Umbri che qui [in Bologna] ebbero la loro capitale ».
Notata l’ analogia fra varie città umbre (prime tra queste, Iguvium e
Bologna), è avvertito il perfetto riscontro tra la processione descritta nelle
Tavole Eugubine VI e VII e la rappresentazione di una situla di bronzo,
rinvenuta nella Certosa ed ora custodita, monumento prezioso, nel Mu-
seo-civieo di Bologna. « In essa l'artista, chiunque sia stato, ha rappre-
sentato con tale efficacia e verità, tra i fatti della vita reale che si co-
noscono degli Umbri, anché una processione di soldati, di popolo, di
sacerdoti; la quale in tutti i più minuti particolàri fa perfetto riscontro
con la deserizione contenuta nelle Tavole Eugubine. I soldati, il popolo,
Iter rest

| riprodotti il S. Sebastiano del Perugino nella Galleria di Villa Borghese,

ANALECTA UMBRA 203

i sacerdoti conducenti le vittime o portanti le acque Justrali, le sacer-

-dotesse con le legna per i sacrificii, come sono raffigurati nella situla,

vengono descritti nelle Tavole. I due monumenti s' illustrano a vicenda,
e sono una conferma di quello che saremo per dire: che gli Umbri di
Bologna non solo sono italici nel senso storico della parola, ma affini a
quelli laziali per civiltà e per lingua, e dello stesso ramo nel senso et-
nogenico ».

Gli Umbri, Italici, Arii e loro relazioni formano il soggetto di un
importantissimo studio del prof. G. Sergi, inserito nel vol. XV degli Attè
e Memorie della R. Dep. di Storia patria per le prov. di Romagna,
pp. 217-238. A una più generale domanda « Chi erano gl’ Italici? »
egli rispose nella Nuova Antol. del 1895: ora ne fa due, più particolari :
« Sono gli Umbri italici ? Sono gl’ Italici arii ? ». E conclude : « L'Umbria
con Felsina a capo è la regione dove insieme alla civiltà la lingua aria
produsse la trasformazione della lingua primitiva dei popoli italici. Dal--
l'Umbria la trasformazione si estese al Lazio ed ai popoli sabellici per
lo stesso contatto pel quale furono trasportati gli oggetti di bronzo di
tipo ario. La prova dell’importazione si può avere dall'analisi linguistic:
nella fonologia e nella morfologia...... Così noi veniamo a stabilire che
gli Arii veri e primitivi sono oggi rappresentati da tre popoli princi-
pali, Celti, Slavi, Germani meridionali...; che non vi fu fra gli Arii nes-
sun popolo italico e nessun popolo ellenico, come si ammette da archeo-
logi e linguisti. Italici ed Elleni sono di stirpe assolutamente diversa
dagli Arii, cioè sono della stirpe mediterranea, hanno avuta la civiltà
aria per importazione da invasione parziale, e linguaggi a flessione aria
per trasformazione dei loro linguaggi primitivi. Le due grandi civiltà
classiche, latina e greca, sono un fenomeno posteriore, prodotto per so-
pravvento dell'elemento mediterraneo. GI'Italiei quindi non sono Arii, e
gli Umbri sono soltanto Italici mescolati con Arii e con civiltà anche
mista ».

Nella Vita italiana, fase. II della Nuova Serie, a illustrazione di un
articolo sopra I4 bambino Gesù nell'arte, è ben riprodotto in fototipia il
Presepio di Ottaviano Nelli da Gubbio, affresco nel palazzo Trinci di Fo-
ligno. Dei molti quadri che costituiscono la serie degli affreschi dell’ Eu-.
gubino in quel palazzo magnifico, è questa, se non erriamo, la prima
riproduzione fototipica: ma giovi ricordare che i fratelli Alinari esegui-
rono di tutti belle e nitide fotografie (efr. Catalogo, ece.; Firenze, Bar-
bèra, 1898, num. 5395/5412). Nello stesso periodico, fase. XIV, sono
204 ANALECTA UMBRA

quello della Pinacoteca di Perugia del medesimo, quello di Fiorenzo di
Lorenzo nella stessa Pinacoteca, la tavola di Luca Signorelli (fra i quat-
tro santi, a canto e sotto alla Vergine, è S. Sebastiano) nella Galleria
Mancini di Città di Castello, e la pittura dello Spagna in S. Giacomo
di Spoleto, rappresentatovi quel santo, ai lati, con due figure di santi
e, in alto, la Vergine col bambino tra cherubini ed angeli che l’adorano.
Queste rappresentazioni illustrano un articolo su /S. Sebastiano nell'arte.
— Nel fasc. XIX Emilio del Cerro dice le impressioni di gentilezza e d’arte
provate nel visitar la basilica e la città di Assisi (Nel paese di S. Fran-
cesco, pag. 513 e sgg.). Nello stesso fasc. (pag. 518 e sgg.) belle vedute
in fototipia corredano un articolo su Terni, gli alti forni e l'acciaieria.

Di questa città (Terni. La cascata delle Marmore) ha discorso con
genialità ed amore L. Lanzi in un opuscolo, ch'è primo di una Colle
zione di opuscoli illustrativi della provincia dell’ Umbria (Terni, Alte-
rocca, 1897, in 8°, pp. 28). Ne diamo il sommario: « Cenni geolog'ci —
I Romani aprono la cateratta — Le controversie coi Reatini -- Giovanni
di Vitalone e l' assalto della rocca — Il vino dei frati — Paolo III e il
Sangallo — Clemente VIII e le chiavi di Terni in pericolo — Le forze
dinamiche — L'ozono — Il paesaggio ». Su lo stesso argomento aveva
già seritta una erudita memoria il prof. G. Pennesi nella Rivista geo-
grafica italiana, a. I, fasc. III, pag. 145-163 (marzo 1894).

Del significato dei Ceri e della festa del 15 maggio in Gubbio di-
scorre il Bower in un libro erudito che David Nutt pubblicò l'anno
scorso in Inghilterra (The Elevation and Procession of the Ceri at Gub-
bio by Herbert M. Bower M. A.: London, Nutt, 1897 in 8°, pp. X-146).
Data la fedele descrizione della festa popolare, ed esclusa la vecchia
congettura, che cioè codesta festa sia celebrata in ricordo della supre-
mazia che Gubbio acquistò su le città collegate a suo danno nel 1154,
durante l’ episcopato di Ubaldo Baldassini, ne dichiara il significato e
lorigine. Rappresenta un rito silvano, o meglio, floreale: figure di santi
(S. Ubaldo, S. Giorgio e S. Antonio) si sovrapposero alla rappresenta-
zione pagana; ma di questa rimasero discernibili ancora, molte partico -
larità, testimonianza del fatto che nell’alto medioevo il paganesimo non
era in Gubbio interamente scomparso. La vita del Baldassini, così rice:
di benefici atti pel popolo di Gubbio, e l'amore che il popolo stesso ebbe
per lui, dànno la ragione onde uno dei Ceri é sormontato dalla statua
del vescovo; quella (aggiungiamo noi) della statua di S. Antonio è data
dalla sua protezione sul bestiame (ed è privilegio dei contadini il por-
tare il suo Cero): in S. Giorgio devesi riconoscere il simbolo del ritorno

ge
o Hr mme

‘monaca nel convento di Foligno, nulla di più naturale ch'ella lo pre-

ANALECTA UMBRA 205

della stagione fiorente. Festa, dunque, floreale; e di fiori son dipinte le
tre macchine, e i ceraiuoli portano mazzi di fiori, tutta di fiori è disse-
minata la tavola del banchetto. La cerimonia dell’acqua, versata sul primo
Cero, prima d’innalzarlo, ricorda, come giustamente nota il Bower, una
cerimonia paesana; e il portare in giro per la città le tre macchine, ricorda
una lustrazione. Del bel volume è da vedere una recensione della signorina
Linda Villari nell’ Arch. stor. ital., disp. 4° del 1897, pag. 407 e sg.:
e efr. pure Melusine, vol. VIII, num. 11 (sett.-ott. 1897).

Dal Carteggio di mons. Vincenzo Ercolani che conservasi nella Co-
munale di Perugia il dott. A. Salza trae notizie ignote sulla morte di
Jacopo Nardi e su due punti oscuri della biografia di Bernardo Capello.
Leggonsi nella Rassegna bibliogr. della lett. ital., V, 223 e sgg. Su
questo carteggio che ha singolare importanza dirà presto e distesamente,
come qui promette, lo stesso autore.

Da un cod. della stessa Biblioteca il prof. R. Sabbadini ha pubbli-
cate le varianti del commento di Donato all’ Eunuco di Terenzio (ms.
396, F, 7). La relazione di questo ms. costituisce la prima parte dello
studio sui Biografi e commentatori di Terenzio (negli Studi italiani di
filologia classica; Firenze- Roma, Bencini, 1897, pag. 289 e sgg.).

Da un altro ms. della medesima (F, 27) il prof. Benedetto Croce ha
tratto bella e varia materia per uno studio su Isabella del Balzo regina
di Napoli (Napoli, Pierro, 1897, in 8°, pp. 12 ; Estr. dall' ArcA. stor. nap.,
vol. XXII, fasc. 4°). Il cod. contiene il Ba/zino, poema sincrono di Rug-
gero Pazienza di Nardò, che il Croce compendia e dichiara.

Il colonnello T. Bartalesi nella Nazione del 12 nov. 1897 (a. XXIX,
num. 315-16) sostiene che I Cenacolo di Foligno è certamente opera di
Raffaello e che il suo ritratto è riconoscibile nella figura di S. Giacomo,
a sinistra di chi guarda la pittura. Il Milanesi « ne suppone autore il
pittor fiorentino Raffaello Carli di cui trovasi una tavola nella Galleria
Corsini: questa ipotesi non è nemmeno da porsi in discussione .... Il
Milanesi parla pure del Pinturicchio; ma il Cenacolo è lontano dallo.
stile di Bernardino, quantunque ritragga in parte la scuola umbra ». Il
B. legge la scritta, nella scollatura- della veste di s. Tommaso, cosi:
Rap. Urb. A. N. MDV.; e ricorda che quando Raffaello si recó a Fi-
renze ed a Pier Soderini fu raccomandato per lettera da Giovanna Fel-
tria, fu accolto con gentilezza e magnificenza di mecenate da ‘Taddeo.
Taddei nella propria casa. Ora, siccome il Taddei « aveva una sorella
206 -- ANALECTA UMBRA

gasse di fare illustrare dal Sanzio il refettorio di s..Onofrio ». La qui-
stione è molto vecchia, e non è il caso di tornarci Su: « a tutti — nota
il Milanesi (Le Opere di G. Vasari, IV, 312 dell’ ediz. Sansoni) — son
note le molte quistioni alle quali dette motivo questo affresco; non tanto
per la eccellenza sua; quanto, e più, per il nome di Raffaello, al ‘quale
fin da principio si volle attribuire. E in siffatta questione si esereitarono,
sia in iscritti di giornali, sia in opuscoli, dotti conoscitori nostrali e stra-
nieri ». Il Burckhardt fu proclive a dar l’ affresco al Pinturiechio ; al Mi-
lanesi invece non parve « tanto strano ed impossibile il congetturare
che il pittore della tavola Corsini possa essere quel medesimo che dipinse
il Cenacolo di Foligno » (ivi, pag. 313). Codesto pittore è Raffaello Carli.
Il Milanesi, inoltre, giudica « prova incerta » la scritta che porta il

nome del pittore; e dà savie e solidissime ragioni (tali non paiono al B.)

per non aggiudicare a Raffaello quell' opera. E non si dimentichi” che :

su l'autenticità della lettera di Giovanna Feltria furono espressi dubbi
gravissimi (cfr. E. Müntz, Raphael; Paris, 1881, pag. 128: Cavalcaselle
e Crowe, Raffaello, I, 196: Minghetti, Raffaello, pag. 61): e che i mi-
gliori storici della vita e dell’opera del Sanzio neppure accennano alla
sua permanenza a Foligno ed all'opera che gli si vorrebbe attribuire.
« Per chi abbia senso finissimo di estetica, lo stile [dell' affresco di Fo-
ligno] è del maestro sovrano »: così asserisce il B. Dinnanzi a tanto
recisa asserzione non si discute più, e nulla valgono, naturalmente, la

critica del Milanesi e il silenzio eloquente del Miintz, del Cavalcaselle e

del Minghetti.

Nella Bibliotheca historica italica, 119" catalogo della libreria anti-
quaria di U. Hoepli, 1897, sotto il num. 594 è notato: « Egidi A. F.,
Abbozzo di antichità, rappresentante la illustre città di Assisi. In fol. ».
È un ms. del secolo XVII, di cc. 250; copia fatta per la stampa dal
fratello dell'autore C. Egidi, di cui v'è aggiunta una lettera di dedica
al card. Rondinini. Sotto il num. 4829 è designato un ms. membranaceo
del 1340, di ce. 12: « Pacta pacis inter Comune Tuderti ed Ameliae,
a. 1540. Sindicatus pactorum. Sindicatus ad faciendam pacem. Instru-
mentum pactorum. Instrumentum pacis. Sindicatus ratificationis omnium
praedictorum instrumentorum ». V'é il catalogo dei sei Anziani (distinti
in tre guelfi e tre ghibellini) e dei 135 Consiglieri (distinti in 51 guelfi
e 84 ghibellini). Uno Statuto del danno dato della città di Foligno è re-
gistrato sotto il num. 5687: è ms., in 4, del sec. XVIII, di ee 140.

Nel fase. II del vol. I degli Archivi della Storia d' Italia a cura di
G. Mazzatinti (Rocca S. Casciano, 1897) souo pubblicati gl'Inventari

di. did
hore me

Me eic

ANALECTA UMBRA 207

degli Archivi di Bevagna (Comunale, Notarile, della Pretura, del Gon-
falone), di Perugia (Comunale ant'co, della Sapienza vecchia e nuova

‘e Bartolina, delle Corporazioni soppresse, Notarile, dell’ Università, dei

‘Collegi della Mercanzia, della Sapienza e del Cambio, della Congregazione
di Carità, della Cattedrale, della Curia Vescovile, delle Confraternite
riunite, della Comp. di S. Martino, dell’ ex-conv. di S. Pietro, di vari
privati, della Prefettura, ecc.), di Deruta (Comunale antico, Notarile
e del convento di S. Francesco), di Umbertide (Comunale e NOUS

«e di Montone (Comunale e Notarile).

Un Contributo alla Bibliografia dell’ Umbria fu nel settembre scorso
pubblicato dal prof. G. Bellucci ed offerto al Congresso della Società
geol. ital. (Perugia, Unione coop., 1897; in 8°, pp. 34). Riguarda la Geo-
logia e le scienze affini; cioè la Paleontologia, la Paleoetnologia, 1’ Idro-
logia minerale, la Sismologia e 1’ Alpinismo.

Il Ritratto di Raffaello, di cui fu esposta una fotografia nella Mo-

stra internazionale raffaellesca di Urbino (Urbino, 1897, num. 449), è de-
scritto nel vol. XXXII, num. 88 della I//wstrazione popolare. Fu sco-
perto nel 1874 presso Città della Pieve. II cav. Vinardi, che lo possiede,
reputa « che il piccolo dipinto sia stato donato da Raffaello a titolo di
ricordo alle persone della famiglia del suo Maestro mentre con lui con-
viveva ». Ma, notisi, della dimora dell’ Urbinate a C. della P. non si
hanno sicure notizie.

Nel gennaio scorso fu pubblicato in Perugia il primo num. del-
dl’ Umbria, rivista d'arte e letteratura (25 gennaio: Tip. Umbra). Di Fol-
klore umbro vi tratta il prof. G. Bellucci a proposito del Cardone del
Ceppo di Natale, a cui le menti semplici de’nostri contadini attribui-
scono tante e curiose virtù. Frutto de’suoi studi folkloristici, ch’ egli
segue con singolar dottrina e genialità, sono gli Usi nuziali dell’ Umbria
che due anni or sono pubblicò in occasione di sponsali: qui prese in
esame le conocchie nuziali e le fuseruole di terra cotta smaltate, ripro-
ducendone gli strani disegni e i nomi delle innamorate, alle quali, costu-
manza gentile che risale al secolo XIV, venivano offerte. Osservazioni
etimologiche e topografiche fa /Su// antico nome di Terni L. Lanzi, e
ricorda e spiega la leggenda del rettile della « vasta palude, ora guaz-
zante nella melma, ora appiattato fra la rigogliosa vegetazione », che
appestava l'aria con l'alito: un coraggioso, vestita l' armatura, affrontò
il mostro e lo uccise; ond’è che « la città volle eternare il ricordo di
questo avvenimento, che ridonava la salute ai suoi figli, effigiando la

are

a

e rr
203 ANALECTA UMBRA

riero dei terreni ove il mostro era vissuto, e dove egli aveva cimentata
la propria per salvar la vita dei suoi concittadini ». Spiega bene il

Lanzi: « le acque scorrenti da Nord ad Ovest, impaludando sotto le

mura urbane prima ‘di scaricarsi nella Nera, cagionavano la malaria:

un cittadino bonificò la zona onde emanavano i letali miasmi ». In fondo,.

questa è la leggenda di s. Mercuriale di Forlì, di s. Crescenziano di

Città di Castello (Storia di C. di C. di A. Magherini- Graziani, I, 132)

e di s. Crescentino nella chiesa della Pieve di Saddi (scultura, sembra,
del secolo IX; Guardabassi, Indice- Guida, ecc., pag. 131). Di Um filo-
sofo dell’ arte in Perugia, cioè di Vincenzo Danti, orafo, scultore e ar-
chitetto, dà notizie il prof. O. Scalvanti, e riferisce integralmente l’atto

(il Vermiglioli si limitò a ricordarlo) col quale i Decemviri lo elessero

Architetto del Comune nel 1573. Quanto fu profondo e acuto filosofo del-
l’arte apparisce dai passi del suo Primo libro delle perfette cognizioni

di tutte le cose che imitare e ritrarre si possono coll'arte del disegno, che

il prof. S. riporta. Un bel documento per la storia del costume è compen-
diato in un articolo sul Corredo di dame perugine dal dott. Ab-del-kader
Salza; le dame sono della cospicua famiglia Baldeschi; ma il corredo
più ricco qui sommariamente descritto è quello di Lauda Baldeschi che
fu sposa di Agabito Cavaceppi. A chi studia codesta storia del costume
(e contributi ottimi se ne vengono pubblicando e illustrando) riuscirà
molto accetta la stampa dell'intero documento ch’ è nel ms. D, 27, della
Comunale di Perugia. A. Lupattelli richiama l’attenzione degli studiosi
sopra un affresco, ch' è a Paciano, presso Castel della Pieve, eseguito
nel 1449 da un Francisco de Castro Plebis, e sopra un’ altra pittura mu-
rale del sec. XV, ch’ è in un locale annesso all'ex convento di s. Fran-
cesco della stessa città: e dimanda se l'ignoto autore di questo affresco
e Francesco da Castel della Pieve potrebbero aver accolto nella propria
bottega il Vannucci giovanetto e se potrebbe provarsi che questi non
fosse partito « dalla sua città natale affatto digiuno dell’arte per la quale
dovea aequistar tanta fama ». La risposta a quando saranno istituite al-
tre e più larghe ricerche su quel Francesco e su le opere sue, delle quali
è sperabile non sia unica superstite quella di Paciano. — Degli altri nu-
meri sarà fatto cenno nel fascicolo successivo.

Le signorine Margherita Symonds e Lina Duff Gordon hanno in ele-
gante volumetto dal titolo The story of Perugia (London, I. M. Dent,
1398) raccolto con savio discernimento le più interessanti notizie storiche
e artistiche di Perugia. Nel fasc. prossimo ne sarà detto più a lungo.

chimera verde e adusta sul suo stemma, e fece dono al valoroso guer-

up

TMupe o 17 corn
ANALECTA UMBRA ^ oe 000

Nel Bollettino della Commissione archeologica comunale di Roma
(a XXV, fasc. IV) il cav. Borsari trae dall’ opera del Fumi — IZ Duomo
-d' Orvieto e i suoi restauri (Roma, 1891) — occasione ad un lavoro impor-
tante per l’archeologia romana che intitola: Della distruzione di alcuni
monumenti romani nel secolo XIV. Dai numerosi documenti pubblicati
dal Fumi per la costruzione del grande monumento si ricavano notizie
del tutto nuove sopra edifici romani antichi distrutti per avere marmi per
il duomo, mandati pel Tevere sino ai porti di Foglia, di Gallese, di Orte,
di Otricoli e di Attigliano. Fra le altre cose segnalate dal Borsari, in
grazia dei suddetti documenti, è quella di un porto presso la Basilica
Ostiense, detto di Grapigliano, del tutto sconosciuto fin qui.
NECROLOGIO

MARCO TABARRINI

DAS

Chi ebbe in sorte di conoscere quest uomo insigne e di
averne consigli e incoraggiamenti per gli studi storici non
può ridire di lui, alla distanza di qualche mese dalla morte,

senza sentirsi sopraffare dall’ amarezza ; perché una siffatta.

perdita lascia nel cuore il vuoto di un maestro degno della
più alta venerazione.

Né può essere che altri non provi lo stesso doloroso
sentimento, sol che abbia risaputo del Tabarrini per fama
o per i suoi scritti. Uomo rettissimo, caldo amatore e coo-
peratore non timido della patria libera, magistrato probo
e politico moderatissimo, pensatore e scrittore veramente
italiano. Fu tenuto in alto conto da tutti, dalla scuola all’ ac-

_cademia. dai dicasteri fino alla reggia; e il compianto per la

sua morte, avvenuta di 80 anni per breve malattia, fu ge-
nerale, specialmente in Roma, dove i maggiori onori si re-
sero al suo funere dalla Corte, dallo Stato e dal popolo.
Gli Istituti storici e letterari d'Italia, o nati per lui, o
per lui rivissuti à piü feconda vita, o del suo nome auto-
revole fregiatisi a grande onore, con acconcie parole com-
memorano l uomo egregio, e noi, nati non da ieri sulla

scuola di lui, non possiamo trattenerci dal rendergli un mo-

desto tributo di ammirazione e di affetto. Questi sentimenti
2192 L. FUMI

hZ2

sono tanto piü sinceri quanto men lontana era la partecipa-
zione nostra personale alle idee e ai convincimenti dell il-
lustre pensatore. Il quale cresciuto dietro agli insegnamenti
del Balbo e del Troya, e continuatore del Capponi e
di altri storici minori, si ispiró a quei criteri morali che ci
sembrano i piü veri e i piü giusti, come quelli che erano
maturati da una mente sollevatasi alle più alte idealità e
scevra da preconcetti e passioni. Per lui, formare una gene-
razione alla vera intelligenza della storia, valeva « infonderle
senso di moralità, di dignità, coscienza del vero, amore al
giusto ». Difatti, non si comprenderebbero i nostri sforzi in
questa paziente e minuta indagine sulle memorie del passato,
senza un fine morale e pratico che ci scorgesse nel lavoro,
confortandoci col forte attraimento delle sue idealità. Ed egli
diceva benissimo che « il connubio del reale e dell’ ideale,
della scienza con la pratica, non è altrove meglio visibile
che nella storia », che è quanto dire, con le stesse sue pa-
role, « l' applicazione dei criteri morali ai fatti posti in chiaro
da una critica intelligente ». Chiamavala critica intelligente,
per dar di rovescio a quella critica che non è italiana,
ma venuta di fuori, formatasi sulle teorie eccessive intorno
alla libertà, alla autorità, alla fede ossequente e alla ragione
sbrigliata; teorie da lui dette artificiali e tolte in prestan-
Zà, « le quali, risparmiandoci la fatica di pensare, tanto
più ci allontanano dal vero, quanto più lusingano le nostre
passioni ». Onde voleva gli studi storici coltivati seriamente
e a dovere, perchè « potrebbero renderci le nostre native
attitudini intellettuali ». Nemico, adunque, egli era di ogni
forma esagerata, e rimase fermo e costante ai principî del
Manzoni, non mutando, nemmeno oggi, i criterî sul libero
arbitrio nell'uomo e sui fatti storici. Non era convinto che que-
sti sieno effetto necessario di leggi fatali. Fondato su i suoi
principî, egli aveva vagheggiato, fin da giovane, il disegno
per una storia d'Italia che avrebbe volentieri colorito e
tirato a fine anche dappoi, studiando il passato alla luce

fara on ——

NECROLOGIO 919.

che sopra di esso-riverbera il presente, se distratto per gli
avvenimenti che dal '48 al ‘7
nelle condizioni d'Italia, gli studi non avesse avuti interrotti
e la vita travolta in cure disparatissime. Ne avremmo avuto
un'opera interessantissima, che senza raccogliere certi allori

O produssero tante mutazioni

troppo facili, avrebbe lasciato traccia nella cultura intel-
lettuale del nostro tempo, facendoci vedere come il battesimo
di nostra nazionalità s' abbia a ritrovare nella vittoria del-
l'intelletto latino sulla spada dei barbari per merito di Roma,
intorno alla quale (come nell' impero i Tedeschi hanno tro-
vato il legame alla storia loro) si raggruppa, incentrandosi,
la storia d'Italia, almeno infino a tutto il secolo XVI, « non
essendo altra città, fuori di Roma, a cui facciano capo tutte
le manifestazioni di vita nazionale dei tempi per noi piü
eloriosi ». Per la qual cosa egli assicurava che « chi ten-
tasse una storia d'Italia con questo principio direttivo e
senza pregiudizî, vedrebbe scemarsi di assai le difficoltà e
troverebbe poste le nostre grandi questioni storiche in una
luce affatto nuova ». Queste idee con franchezza accennate
e ripetutamente dette ci fanno deplorare che gli uffici pub-
blici e le cure domestiche non gli facessero sopravanzare
tanto tempo da mettere egli ad effetto quel proposito. Gli
Italiani avrebbero avuto una storia non fatta per servire
à partiti, che vanno soggetti a trasformazioni e rimuta-
menti continui, ma onesta, veritiera e proficua per l'avve-
nire, rispecchiando il passato e rischiarando di luce il cam-
mino alle generazioni nostre; le quali purtroppo oggi hanno
d’ uopo di voci autorevoli e solenni, e tale era-quella del se-
natore Tabarrini, per sentirsi ripetere, con le pagine
della storia alla mano, « come gli ordini liberi abbiano bi-
sogno di temperanza per attecchire; come la libertà abusata
distrugga sempre se stessa; come i nemici più funesti al
viver libero sieno stati i piaggiatori astuti delle plebi e quelli
che vollero fare della libertà una dittatura di parte. « Molti
uomini del pensiero, dell' autorità e del costume di Marco
214 È L. FUMI

Tabarrini ci vorrebbero in Italia, perché quanti sono
istituti pubblici, favorevoli ad ogni vero progresso, miglio-
rando e prosperando, per quanto si può, senza le vane

blandizie, il popolo, conseguano e non fraintendano lo scopo
loro con indirizzare concordemente la patria, libera dalle .
parzialità, e disciplinata dal senso morale e di giustizia, verso
una stabile grandezza!

L. FUMI.
—áà

HR. Istituto Storico Italiano. — Fonti per la Storia d'Italia. — La Histo-

ria o Liber de Regno Sicilie e la epistola ad Petrum Panormitane
Ecclesie thesaurarium di UGO FALCANDO, nuova edizione sui codici
della Biblioteca nazionale di Parigi a cura di G. B. Siracusa.

Archivio Storico Italiano (Dispeuse 3* e 4* del 1891). Indice della Di-

spensa 4*. — Memorie e documenti. -- Tre orazioni di Lapo da Ca-
stiglionchio ambasciatore fiorentino a Papa Urbano V e alla curia
in Avignone, R. DAvIipbsoHN. — Di una nuova ipotesi sulla morte e
sepoltura di Giangaleazzo Visconti, G. Romano. — Il conclave di
Papa Ganganelli e la soppressione de’ Gesuiti (Da documenti inediti

a

del R. Archivio di Stato in Lucca), G. Sforza. — Archivi, Biblio-
teche, Musei. — Aneddoti e Varietà. — Rassegna bibliografica. —
Necrologio. — Notizie.

Archivio Storico Lombardo (Serie III, Fasc. 15° e 16°). — Indice del

fasc. 16° — Memorie. — Facino Cane e le guerre Guelfo Ghibelline
nell' Italia settentrionale (1960-1400), cont. e fine, E. GALLI. — Lodi
e suo territorio nel settecento, secondo le cronache contemporanee,

G. AGNELLI. — Varietà, — Di un preteso attentato contro Ludovico
il Moro e Roberto Sanseverino, G. Romano. — Storia ed arte. —

L’ oratorio di Donato Del Conte presso Abbiategrasso, D. SANT'ÀM-
BROGIO. — Il sarcofago Soria di Giovanni Giacomo della Porta già
nella Chiesa di S. Maria della Pace in Milano, D. SANT' AMBROGIO.

Archivio Storico per le provincie napoletane (Anno XII, Fascicoli 3° e 4°).

— Indice del Fasc. 4°. — CprasoLI F., Innocenzo VI e Giovanna I
di Napoli (Documenti inediti dell’ Archivio Vaticano) cont. — D'AvALA
M., I Liberi Muratori di Napoli nel secolo XVIII, cont. — Croce B.,
Isabella del Balzo regina di Napoli in un inedito poema sinerono. —
BEvERE R., Ordigni ed utensili per l’ esercizio di arti ed industrie,
mezzi di trasporto ed armi in uso nelle provincie napoletane dal XII
al XVI secolo.
216 PERIODICI IN CAMBIO O IN DONO -- OMAGGIO DI PUBBLICAZIONI

Archivio della R. Società Romana di Storia Patria (Vol. XX, Fascicoli

3° e 4°). — I. GioreI, Appunti intorno ad alcuni manoscritti del
« Liber Pontificalis ». — G. TowassETTI, Del sale e focatico del
Comune di Roma nel Medio Evo. — R. LANCIANI, Il patrimonio

della famiglia Colonna al tempo di Martino V (1417 1431). — E. Mo-
NACI, Per la storia della « Schola cantorum » lateranense. — P. SA-
VIGNONI, L'Archivio storico del Comune di Viterbo, cont. e fine. —
Varietà. — N. FgpERiCI, Della casa di Fabio Sassi in Parione. — LA
E. Moxacr, Per il « Tabularium » di S. M. in Via Lata.
Nuovo Archivio Veneto (Anno VII, num. 27 e 28). — Indice del num. 28.

Catalogo delle opere in musica rappresentate nel secolo XVIII in
Venezia (Prefazione), T. WieL. — Di un assassinio commesso a.
Torino nel 1677 da uno staffiere dell’ ambasciatore di Venezia, G.
CLARETTA. — Una Bolla d’oro di Michele Steno, V. LAZZARINI.

R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere. — Memorie. — Classe di let.
tere, scienze storiche e morali (Vol. XX, XI della Serie III, Fasci-
colo 6°). — P. Pavzsr, Il Bordeillo di Pavia dal XIV al XVII secolo:
ed i soccorsi di S. Simone e S. Margherita. — Rendiconti (Serie II,
Vol. XXX, Fascicoli 16° a 20° — Vol. XXX, Fascicoli 1° a 4°,

R. Accademia delle Scienze di Torino. — Memorie. — (Serie II, Tomo: T
XLVII, Anno MDCCCXCVII). — Classe di scienze morali, storiche: $
e filologiche. — Cristoforo Negri, commemorazione di G. MARINELLI. :

— Francesco Sansovino e le sue opere storiche, memoria di G..
SFORZA. — Notizie per servire alla vita del gran cancelliere di
Carlo V, Mercurino di Gattinara, memoria I di G. CLARETTA.

R. Accademia dei Lincei. — Classe di scienze morali, storiche e filolo-
giche. — Rendiconti (Serie V, Vol. VI, Fascicoli 3° a 12° — Vol. VII,
Fascicolo 1°).

lt. Deputazione di Storia Patria per le provincie delle Marche. — Atti
e memorie. — Vol. III. — G. FinaLIi, Le Marche, Ricordanze.

Atti e memorie della Società siciliana per la Storia Patria (Anno XXII,
Fascicoli 1° e 2°). — Racrrr-RowEO V., Aci nella carestia del 1671

MW e 1672 e durante la ribellione di Messina e la guerra tra Francesi

ll il e Spagnuoli nel 1674-1679.

"ll It. Accademia dei Hozzi — Bollettino Senese di Storia Patria (Anno IV,.
Fascicoli 2° e 3°). — Memorie originali. — M. NARpI - Dzr, Precetti
materni al Principe D. Mattias de’ Medici Governatore di Siena
(1629). — L. ZpEKAUEn, Lettere volgari del Rinascimento Senese.

— A. VeRDIANI-BANDI, I-Castelli della Val d'Oreia e la Repubblica

di Montalcino (continuazione). — F. PATETTA, Caorsini Senesi in In- ha

ghilterra nel secolo XIII con documenti inediti. — G. CuaNoxr, Re- |
PERIODICI IN CAMBIO 0 IN DONO -- OMAGGIO DI PUBBLICAZIONI 217

lazione del viaggio delle galere pontificie in Levante l'anno 1657
sotto il comando del loro Generale Balì Giovanni Bichi Priore di
Capua.

Bollettino della. Società di Storia Patria « Anton Ludovico Antinori »

negli Abruzzi (Anno X, puntata 19%). — I. Lupovisi, L' organismo
del Comune Aquilano nei secoli XIII, XIV, XV. — F. FABRIZI, Co-
rografia storica de” Comuni della Valle Subequana. — V. MoscaRDI,
Cenni topografici e storici degli antichi castelli Aquilani, Paganica,
Tempera, Bazzano ed Onna.

Studi e documenti di Storia e Diritto (Anno XVIII, Fascicoli 3° e 4°).

— Del Patriziato Romano dal secolo IV al secolo VIII, G. MAGLIARI.
— L'inseription de Quirinius et le recensement de S. Luc., R. S.
Bour. — Della geografia di Strabone. Nuovi frammenti scoperti in
membrane palinseste della biblioteca Vaticana (cont. e fine), G.
Cozza-Luzi. — Ipnotismo e spiritismo, G. Lapponi. — Eretici in
Piemonte al tempo del gran scisma (1378-1417), G. Borriro.

Ecole Francaise de Rome — Mélanges d'archéologie et d' histoire (XVII*
Année, Fascicule 4-5). — Les premiéres applications du Concordat

de 1516, d'aprés les dersiers du Chátea Saint-Ange, L. MopEriN.
— Le monastére de Tremiti an XI* siècle, d'aprés un cartulaire iné-
dit, J. Gay. — La première légation. de Guillaume Grimoard en
Italie, P. LEcACHEUX. — Iuscriptions et monuments figurés de Lam-
bése et de Tébersa, M. BEswiER. — Les légendes saintes de Pro-
vence et le martyrologe d'Arles-Toulon, G. pe MANTEYER.

Rivista di Storia, Arte, Archeologia della provincia di Alessandria (An-

no VI, Fascicolo 20". — V. ScatI, Studi di Storia Aequese-Aequi
sotto il Governo della Casa di Savoia (1708-1798), Parte 2*. — Cro-
naca Chiabrera. — F. GansorTOo, Asti e il Piemonte al tempo di
Carlo d'Orléans (1407-1422).

HR. Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti. — Appunti Danteschi,

Serie 9^, F. CiPoLLA. — Studi sul dialetto veneto — II, Intorno
alla lingua di Nicola da Verona trovero del secolo XIV, D. Ricco-
BONI. — L'orologio inventato da Jacopo Dondi, nota 3* con docu-
menti, A. GLorra. — Di Nicolò da Verona, V. CngESCINI. — Un
viaggiatore armeno traverso l'Abissinia, L. ALISAHAN. — Il Reggi-
mento di donne nell’ India secondo il Dubois, E. TezAa. — Per la
storia della Università dei Giuristi in Padova — Spigolature da let-
tere di studenti del secolo XVI, B. BruGI. — Dei segni scolpiti sui
pilastri acritani a San Marco. E. TERZA.

Atti e memorie della R. Deputazione di Storia Patria per le provincie

di Romagna (Serie III, Vol. XV, Fascicoli 1°, 3° e 4°, 65. — Som-
dà:

918 : PERIODICI IN CAMBIO O IN. DONO — OMAGGIO DI PUBBLICAZIONI

mario dei Fascicoli 4^ e 6". — G. SerGI, Umbri Italici, Arii' e loro
b 1

relazioni. — P. Accame, Notizie e documenti per servire alla storia
delle relazioni di Genova con Bologna (cout. e fine).
Archivio Storico per le provincie Parmensi (Vol. III, 1894). — L. Car-

LaRI, Un dialogo inedito di Jacopo Caviceo. — E. Casa, Un pro-
getto del cav. Architetto Ennemondo Petitot de Mont Louis per edi-
ficare in Parma un Palazzo ducale (1766 69) — G. ToxoxI, Il pri-

gioniero apostolico Pio VI nei Ducati Parmensi (1-18 aprile 1799).
— E Casa, La cittadella di Parma.

Studî storici, Periodico trimestrale diretto da A. CriveLLUCCI prof. ord.
di Storia moderna nell’ Università di Pisa (Vol. VI, fascicolo 1°).
— F. FiriPPINI, Inventario dei libri e dei beni posseduti dall'Arci-

vescovo di Ravenna Petrocino nel 1369. — F. Mucracora, I Cavalieri
dell'Altopascio (con documenti inediti). — A. CriveLLUCOI, Le Chiese
Cattoliche e i Longobardi Ariani in Italia. — P. CHIstoNI, Dal tempo
in cui P. Bracciolini scrisse le Storie fiorentine. — A. MANCINI,

La Storia ecclesiastica di Eusebio e il De Mortibus Persecutorum.

Rassegna Abruzzese di Storia ed Arte, diretta da G. Pansa e P. Pic-
CIRILLI (Anno I, numeri 2° e 3°).

Bollettino storico bibliografico subalpino, diretto da F. GanorTO (Anno II,
numeri 4°, 5° e 6°).

Analecta Bollandiana (Tomus XVI, Fase. III et IV).

Rivista di Storia antica e scienze affini, diretta dal dott. G. TROPEA (An-
no II, Fascicoli 3° e 4°, e Anno III, Fascicolo 1°).

Miscellanea storica della Valdelsa, periodico della « Società storica della
Valdelsa » (Anno V, Fascicolo 3°).

Accademia Dafnica di Scienze, Lettere ed Arti in Acireale. — Atti e
rendiconti (Vol. V, Anno 1897).

Rivista delle Biblioteche e degli Archivi, periodico diretto dal dott. G-
BraGI (Anno VIII, numeri 6°, 7° e 89).

Società di Storia Valdese. — Bulletin de la Société d’histoire Vaudoise
(num. 14, novembre 1897). — Bollettino del cinquantenario della
emancipazione 1848-1898).

Commentari dell’ Ateneo di Brescia per l’anno 1897.

Rivista d' Artiglieria e Genio (Vol. III, settembre 1897 — Vol. IV, otto-
bre, novembre, decembre 1897 — Annata XV, Vol.
febbraio 1898).

La Civiltà Cattolica (Serie XVI, Vol. X a XII, quaderni 1ì27 a 1137).

I, gennaio e

Napoli nobilissima. — Rivista di topografia e d’arte napoletana (Vol. V,
Fascicoli 1° a 12° — Vol. VI, Fascicoli 1° e 12° — Vol. VII, Fasci-

coli 1° e 2°).

xd

pigro
e

TONO

A

PERIODICI IN CAMBIO 0 IN DONO -- OMAGGIO DI PUBBLICAZIONI 219

Bollettino della Società dantesca italiana (Vol. IV, Fascicoli 6° e 12°, e
Vol. V, Fascicoli 1° e 2°).

Nuova rivista Misena, periodico diretto dal cav. A. AnsELMI (Auno IX,
numeri 9° a 13").

Società storica Comense. — Raccolta storica (Vol. III, dispense 9* a 11?).
Atti della visita Pastorale Diocesana (1589-1593) di F. FELICIANO
NINGUARDA Vescovo di Como.

Erudizione e belle arti, miscellanea diretta dal prof. F. RavaGLI (An-
no III, Fascicoli 9° a 13").

La Favilla, Rivista del Umbria e delle Marche, diretta da L. TIBERI
(Anno XX, Fascicoli 1° a 4°).

Miscellanea storica Senese (Anno V, numeri 1° e 2°).

Bollettino della Società africana d’Italia (Anno XVI, Fascicoli 4° a 6°).

CLARETTA G. — Di un’ accomandita di un patrizio torinese del secolo
XVI (Estratto dagli Atti della reale Accademia delle Scienze di To-
rino). — Torino, Clausen, 1898. — Notizie per servire alla vita del
gran cancelliere di Carlo V, Mercurino di Gattinara. — Memoria I
(Estratto dalle Memorie della stessa Accademia). — Torino, Clau-
sen, 1897.

MARTINI A. — Carmina latina Torquati Taxi, editio altera cum pro-
aemio et notis Antonii Martinii, Romae, ex offieina typographica
Forzani et S., 1895.

Rossi P. — Le origini di Siena. — II. Siena colonia Romana, confe- .
renza tenuta nella R. Accademia dei Rozzi di Siena. — Siena, Laz-
‘zeri, 1891.

ZDEKAUER L. — La vita pubblica dei Senesi nel dugento, conferenza
tenuta nella R. Accademia dei Rozzi di Siena. — Siena, Lazzeri, 1891.

Gonr F. — La politica di Casa Savoia, conferenza tenuta nel R. Liceo
M. T. Varrone in Rieti. — Rieti, Trinchi, 1896.

GAsPAROLO F. — Gli Agostiniani in Alessandria. — Alessandria, Jac-
quemod, 1897. i

GniSAR H. — Il tempio del Clitunno e la Chiesa Spoletina di S. Salva-

tore. — Una scuola classica di Marmorarii medioevoli. — Note ar-

‘cheologiche sulla mostra di arte sacra antica a Orvieto (Estratto dal

nuovo Bollettino di Archeologia Cristiana, Anno I, numeri 1° a (49,

Anno III, numeri 1° e 2°)- — Roma, Tip. della R. Accademia dei
Lincei, 1895 e 1897. Ra
MopiNI A. — Le poesie di P. Paolo Prosperi — Scritto biografico-anali-

tico. — Roma, Tip. Avvocato, 1896.
220. PERIODICI IN CAMBIO O IN DONO -- OMAGGIO DI PUBBLICAZIONI

La MantIA V. — I privilegi di Messina (1129-1816). — Note storiche

con documenti inediti. — I privilegi dei tempi Normanni. — Pa-
lermo, Reber, 1897.
SaALZA A. — La morte di Jacopo Nardi. — Due date nella biografia di

Bernardo Cappello (Estr. dalla Rassegna bibliografica della lettera-
tura italiana, V, 9° e 10°).

Verga E. — Il Municipio di Milano e l' Inquisizione di Spagna, 1563
(Estr. dall’ Archivio storico Lombardo, Anno XXIV, Fascicolo 15°,
1897).

Fumi L. — Diario di ser Tommaso di Silvestro, fasc. V. — Orvieto, 1898.

EaGrpr P. — Intorno all’ esercito del Comune di Roma nella prima metà

del secolo XIV. — Viterbo, Agnesotti e C., 1897.

Poesie e lettere inedite di Silvio Pellico pubblicate per cura della biblio-
teca della Camera dei Deputati. — Roma, 1898 (dono della Presi-
denza della Camera).

E

e CU FERES
erre - P mts ux. wes mee e "AE. :
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291 RS

ERETICI E RIBELLI NELL' UMBRIA

dal 1320 al 133

studiati su documenti inediti: dell’ Archivio segreto Vaticano

(Vedi Vol. III, pag. 429).

III. — Perugia si era rimessa e corretta. Le grazie di
una generale assoluzione discesero su tutti e lavarono le
macchie del sangue fraterno versato (1). Non cancellarono
però gli odî ne’ vinti. Assisi e Spoleto dolevansi del danno
patito e rifuggivano dalla soggezione. Tuttavia la città se-
rafica vide arrestarsi i perugini davanti alla tomba venerata
di San Francesco. Fu dunque una calunnia quella che aveva
loro attribuita l'intenzione di ghermire il corpo di quel
grande, come avevano rapito il corpo del b. Corrado da
Offida dall’ Isola Romanesca (Bastia). Fu un artifizio di Muzio,
messo fuori da lui dopo che ebbe attinto nel tesoro custo-
dito in S. Francesco: potendo ormai dire di che sapore ha

(1) Vedi il mandato per assolvere dalla scomunica che dicevasi contratta da cit-
tadini, distrettuali, complici e fautori della città di Perugia, forse, per gli atti avve-
nuti, a motivo delle costituzioni pontificie contro invasori e perturbatori delle terre
della Chiesa, per le quali costituzioni sarebbero stati privati fino alla terza genera-
zione di tutti i privilegi concessi dalla Chiesa e dall'Impero romano, il cui governo
e la cui amministrazione e cura, vacante T' Impero, si diceva spettare al Papa. Ha la
data « X Kal. Julii, anno IX ». (Arch. Segr. Vatic., Lett. Comuni, t. XXII, P. II, c. 130 t.).
— Vedi pure l'assoluzione, sotto la stessa data, del Podestà e Comune di Perugia e
degli altri della giurisdizione del contado per danni inferti alle chiese e agli eccle-
siastici dall'incominciamento della guerra di Spoleto e di Assisi e di altre città ribelli
‘della chiesa (ivi c. 232 t.). Vedi anche nell’ Archivio di Perugia le bolle di papa Gio-
vanni XXII.

16
999 L. FUMI

l'oro papale, ebbe sete del resto. Perché, se era riuscito,
dapprima, a sorprendere la buona fede del Vescovo, del
provinciale e del guardiano del sacro convento, tirandoli in
casa e non facendoli andare infino a tanto che non avesse
in mano le somme delle decime (1); pure quei denari non erano
che rimasugli, anzi nemmeno tutti, de' depositi pontifici ra-
:pinati a Lucca da Castruccio in San Frediano, dopo che da
Perugia, ove si conservavano, erano passati in quella città.
C'era ben più ancora. C'era il peculio propriamente detto
della Chiesa : € erano i depositi del cardinale Orsini e di
altri prelati: c'erano le robe preziose di sacrestia. E biso-
gnava averli ad ogni costo. Ma come riabboccare agli sceri-
eni che erano gelosamente guardati in quella specie di rocca
munita, quale é la basilica di Assisi? Ecco: in palazzo, ad-
duceva la ragion di Stato, inesorabile, e 1’ obbligo delle paghe
ai soldati della difesa, mentre più duro stringeva intorno
| assedio: in sacrestia poi, metteva innanzi il fantasma dei
perugini, de’ quali sarebbero state note le trame di far bot-
tino di tutto. Invano levava la voce Jacomo Taddei che pro-
testò, in Comune, a nome di tutti i cittadini, presago del
danno che rovescerebbe intiero sulla città (2). La delibera-
Zione era corsa: non mancava che eseguirla. E per ese-
guirla il modo fu questo. Muzio si fece innanzi ai frati e

(1) Erano le decime di sei anni; quella di Nocera, recata nell'aprile 1319, in li-
re 8663, sol. 11, den. 8; quella di Assisi in lire 7,200, un avanzo del tesoro papale di Lucca
messo in salvo in Perugia e da Perugia trasferito in Assisi. Il vescovo di Nocera
mandò in Assisi, come si accennò, per richiedere la decima già da lui depositata: si
disse anche del trattamento che incontrarono i suoi da Muzio. I dettagli dei malca-
pitati sono riferiti dal p. EnRLE di su il documento vaticano della Miscellanea 21 ot-
tobre 1321. Vedi Archiv cit. p. 240-243. Da una memoria dei registri del ducato
(n. I, 296 in Bollett. vol. III, p. 529) appare che, a petizione del marchese della
Marca, m. Pietro da Terni si recò a Nocera a Gualdo e a Sassoferrato a sequestrare
le rendite del vescovo suddetto, « occasione decime serannalis collecte per eum,
sublate de sacristia b. Francisci ». Nelle Comuni (t. XIV, par. II, c. 428 « 7 id. julii
an. V ») è un mandato per informazioni sulla spoliazione della sacrestia per la decima
di Nocera. :

(2) EnRLE, Archiv cit. p. 243-245. Da un atto dell archivio municipale di Assisi.

id

Deme Án
RET Tet

URETICI E RIBELLI NELL’ UMBRIA, ECC. 223

disse loro cosi: « Voi la vedete la pestilenziale e crudel
guerra che ci hanno mossa i perugini. Essi agognano a que-
sto sacro luogo e vogliono per sé la gloria e la fortuna di
possedere il santo corpo di tanto Padre, del beato padre
nostro Francesco. Sapranno bene predare tutte le cose che

"qui ora si trovano. Sapranno bene essi mandare la città a

ruina o farla intieramente loro. E già voi vedete: come or-
mai sono a questo mal principio. L' oste generale, le caval-
cate, tanti soldati e balestrieri e’ ci son sopra; e trabocchi
e manganelli e gatti e peggio le son tante macchine infer-
nali a’ nostri danni. Ci hanno predato, arso e distrutto il
contado ; abbattuto alberi, vigne e olivi; e i frutti se li hanno
caricati e menati seco in Perugia. Siamo stati corsi intorno
alle mura: fino in sulle mura di questo sacro luogo hanno
armeggiato forte: già de’ nostri ne son caduti assai, morti
nel contado. Chi mai hanno risparmiato? Non vecchi, non
garzoni, non donne, non teneri fanciulli...» (1). Or dunque
codesta diceria non fu che una efflorescenza retorica per
attizzar fuoco contro i perugini, i quali come non avevano
pietà della gente di fuori, non risparmiato avrebbero quei
di dentro, e per invidiare ad Assisi la sua massima gloria, .

(1) Muzio col Podestà e con cinque savi delle porte di Assisi parlò ai frati « de
perditione sacri loci beati Francisci et rerum omnium que in eo consistunt, ac de
perditione totius civitatis propter guerram pestiferam et crudelem, quam contra eam
potenter faciunt Perusini volentes sacrum locum capere et privare, ut dicitur, gloria
et gratia sacri corporis tanti patris b. Francisci, et omnibus rebus quas invenirent
ibidem, et civitatem vel ruyne tradere vel eam in totum sibi subiicere...; ad que obti-
nenda tale-Perusini jam fecere principium, quod cum generali exercitu et particu-
laribus cavalcatis, cum multis militibus et balisteriis, cum trabucchis, manganellis
et gaptis et aliis hedifitiis variis venerunt et sederunt hostiliter per commitatum Asisii,
dicti commitatus castra et villas, ecclesias et ecclesiarum loca capientes, derobbantes
ruentes et comburentes, arbores omnes incidentes et vineas, fructus arborum, vinea-
rum et olivarum et arborum Perusium remictentes; et ad muros civitatis circum
circa ad muros loci sacri, ut plurimum insistendo fortissima et gravia bella dantes:
iamque in commitatu dicto multos homines occiserant morte, senibus, iuvenibus et
mulieribus et pueris adolescentibus non parcendo ». (Vedi EnnLE, Archiv cit. I»-
strumenta diversa ab anno 1302 usque ad 1330, nell'Archivio di S. Francesco d'As-
Sisi, pag. 245).
294: L. FUMI

avrebbero rapito il corpo di S. Francesco, adescati dalle
ricchezze all ombra di quelle sacre spoglie raccolte (1).
Pertanto i perugini, mondi anche da cattive intenzioni, e ribe-
nedetti d'ogni scomunica, per avventura, incorsa, poterono, con
buona pace di assisani e spoletini, godere largamente con
tranquilla coscienza i premi accordati al loro valore. Nuove
concessioni allo Studio già privilegiato da Clemente: per-
messo l' insegnamento da conferirsi dal Vescovo con statuti
speciali: esteso alla medicina e alle altre facoltà : libertà di
frequentarlo a’ chierici senza licenza dei propri ordinari;
studenti ecclesiastici, anco sénza soddisfare agli obblighi del
benefizio, ammessi a goderne le prebende ugualmente (2).
Nessun altro luogo ormai stimato piü sicuro, dopo le peri-
pezie corse, a custodire i tesori papali, fuori della forte e
fedele Perugia (3), degna sorella di Firenze, come lei affe-
zionata alla causa guelfa; degna di dare la mano a Napoli,
in triplice alleanza; chiamata figlia di benedizione e sempre
magnificata ed esaltata nelle lettere indirizzatele (4). Peru-

(1) Archiv cit. pag. 245 218. Per ogni altro particolare che si volesse conoscere
sul furto di Assisi, rimandiamo a questo importante e diligente lavoro del p. Ehrle,
di cui un resoconto si ha nella Civiltà Cattolica, ser. XIII, vol. I e II. Vedi anche
GUAZZESI, Opere, II, PAPINI, Notizie sicure della morte, sepoltura, canonizzazione e
traslazione di S. Francesco d^ Assisi, ecc.

(2) Vedi Lettere Comuni di p. Giovanni XXII, anno II, t. VII, c. 417, lett. in data
« Kal. augusti » an. VI, t. XVI, parte II, c. 314 t., « III Kal. septembris », e an. XVI,
t. XXXIX; c. 170, « III id. septembris ». Vedi nell'archivio perugino la citata lettera.
« III Kal. septembris an. VI ».

(3) Una lettera al rettore e all'abate di S. Pietro di Perugia ordino il trasferi-
mento del tesoro pontificio dalla basilica di Assisi a Perugia per trasmetterlo poi alla
Camera: vedi lettera « III id. aug. an. XII » in Secret. vol. VI, c. 136. Il rettore e il
tesoriere erano incaricati di indurre il Comune di Perugia a prendere sovra di sé la
custodia del tesoro (ivi, c. 136 t. b.).

(4) I perugini sono chiamati figli di benedizione nella bolla dell’ Archivio di Pe»
rugia, « Non. apr. an. V ».

La lettera diretta al Rettore e al Tesoriere per informarli del governo di Spo-
leto concesso al Comune di Perugia comincia con queste espressioni: « Nuper grata
devotionis obsequia nobis et E. R. per dilectos filios Consilium et Comune ac populum
Civitatis Perusine exhibita et que continue prestare non desinunt diligenfius atten-
dentes ipsosque propter hoc attolli congruis honoribus et favoribus prosequi spiri-

—OPnÁ
aii nr

ERETICI E RIBELLI NELL’ UMBRIA, ECC. 225

gini, a preferenza, ottenevano benefizi ecclesiastici rima-
sti vacanti in Assisi e Spoleto, privatine coloro che s'im-
mischiarono ne' torbidi della politica. Vasti possedimenti della
Chiesa a perugini dati in enfiteusi, e ricche abbazie in com-
menda, e dignità e titoli d' onore conferiti. Molti, in disgra-
zia della Curia, in considerazione di Perugia, ritornati nelle
buone viste; fra' quali il proprio vescovo, Francesco da Lucca
domenicano, che era ritenuto in Avignone come incolpato di
molti delitti (1). E quando il Comune, per vantaggiarsi, usasse
la violenza, richiamato appena, otteneva per concessione ció
che si aveva preso per forza: la giustizia dava sempre luogo
alla grazia. Così intervenne anche ne’ rapporti fra Perugia
e Spoleto, a cagione, specialmente, del governo di questa
vinta emula, rimasta aggiogata ad un regime fra teocratico
e militare, chiesastico e perugino. Così pure interveniva
nelle cose interne di Perugia, massime quando al Comune
accadeva di urtare co’ privilegi del clero. Costretto a gra-

tualibus cupientes etc. III Non. Iul. an. IX ». (Secret. Joann., XXII, vol. V, c. 8)
t. b.). Vedi anche la lettera ai Perugini, ivi, c. 81 t. b. in data « VI id. maj. an. IX »,
e altra « super receptione nunciorum suorum et concessione earum que petebant
regratiando de 300 militibus quos ad defensionem Marchie Anconitane transmiserunt.
XIII aug. an. IX », ivi, c. 105; l'altra dopo gli aiuti mandati anche contro Narni:
« De predictis serviciis... habunde multum exhibitis vestre benivolentie gratiarum
actiones uberes exsolventes... Id. martii, an. XI » (vol. VI, c. 14 a.). Sempre per la
guerra della Marca il Papa facendo massimo conto dell' opera de' perugini, anche per
la vigilanza dei passi, esprimeva la fiducia, « quod vestro mediante auxilio predicto-
rum hereticorum et rebellium conteratur potentia, pacis quies reddatur fidelibus,
vosque divinam et Apostolice Sedis gratiam vobis et vestris posteris uberius vendi-
cetis » (ivi).

(1) Secret. Ioan. XXII, an. IX e X, t. V, c. 330. — « Reg. Cons. et Com. Peru-
sino. — Litteras pro venerabile fratre nostro Francisco Epo. perusino nuper nobis a
vestra devotione transmissas obtentu mictentium solita benignitate recepimus, parati,
procul dubio, filii, preces vestras admittere, que justiciam sapiant et congruant ho-
nestati. Sane ut facti veritas vos in hac parte non lateat, scire vos cupimus, quod nos
dictum Epw non tenamus in Curia, sed ipse ibi multis criminibus, super quibus
delatus extitit, sieut vos ignorare non credimus, retinetur, hoc nichilominus teneatis
indubie, quod contemplationi vestra jam remisissemus et adhuc remitteremus eundem,
si possemus, divinam. propterea non offendere maiestatem. Dat. Av. IJ Non. Martii,
a. X ». Già cinque anni indietro il vescovo Francesco fu rimproverato per esigere la
quarta parte de’ legati che si facevano a favore dei poveri. Vedi Arch. di Perugia,
bolla di papa Giovanni XXII, « XIV Kal. febr. an, V ».
996 L. FUMI

rare i cittadini per riparare le mura e apprestare le opere
di difesa in quel tempo difficile che dava a temere forte
sulla sorte de’ guelfi, o per i provvedimenti dell’ annona, in-
stando terribile la carestia, o per rifondere l erario divenuto
esausto per le guerre combattute nell’ Umbria non solo, ma
nella Marca e in Toscana, dove sempre accorsero i soldati di
Perugia, non risparmiò luoghi e persone religiose. Ammonito,

minacciato, bastò tuttavia l' effimera punizione di un giorno.

soltanto d’ interdetto, perchè I' indomani sopravvenisse l'ordine
del Papa che accordava d’ imporre le.gravezze anche al
clero (1). Giovanni XXII si teneva sempre pago quando fosse
salvo il principio e non si derogasse alle forme di un atto
di soggezione. E soggezione chiedeva ai suoi buoni fedeli ;
soggezione pretendeva dai ribelli. La pretendeva sopratutto
dal vescovo Guido Tarlati di Arezzo. Chi più di lui ribelle?
Egli rappresentava nell Umbria l autorità e la forza dei
ghibellini. Dov’ era in Italia un altro prelato che, come lui,
non si peritasse di familiarizzare con quegli idolatri della
Marca, i quali avevano tanti punti di contatto co’ necro-
manti di Avignone? Spoleto non avrebbe durato sì a lungo
nemica alla Chiesa; non avrebbe resistito con tanta costanza
all’ assedio, se il vescovo di Arezzo non avesse di continuo
stimolato alla difesa e apprestatine i mezzi. I guelfi avevano
con sè il duca di Calabria, il quale praticando direttamente
nel Ducato e intendendosi con Cante Gabbrielli, teneva testa

(1) Due volte il Papa accordò a Perugia di tassare il clero per riparare le mura,
mel 1323 e nel 1331. Nel 1328 premevagli che il Comune concludesse la lega col re di
Nagoli. Vedi Secret. Joan. XXII, vol. VI, c. 139 t. lettere al Comune, e al Capitolo e
‘clero « V Non. Jul. an. XII », dove é detto della lega e della concessione accordata.
La seconda volta si espresse così: « Episcopo Perusino... ut si Comune Perus. per
procuratorem coram eo jurent quod gabellas Clero numquam inponent et extorta
sibi assignent, eos absolvet et dispenset... et demum extorta eis det et concedat in
"subsidium expensarum .. ratione guerre quam contra Spoletanos et Assisinates re-
belles fecerant, nec non pro constructione seu reparatione murorum et tuitione dicte
civitatis, defensioneque fidelium ac provisione facienda pauperibus propter caristiam
ingruentem in cis partibus nimia egestate oppressis variis existebant oneribus expen-
sarum pergravati... Dat. Avin. IIIJ Non. novemb. an. XVJ ».

ics fondi
ERETICI E BIBELLI NELL’ UMBRIA, ECC. 227

ai ghibellini. Questi poi, avversarî della Chiesa, si lasciavano
condurre da un vescovo, nemico sfidato del Papa. Fin d'al-
gu lora che gli animi fieri degli spoletini cominciarono a ribol-
: lire, egli fu sollecito a mantenere il fuoco. Invió a Spoleto
il proprio fratello, Pietro Tarlati, il Saccone, e gli fece oc-
cupare l' ufficio di Capitano di guerra; a quel modo stesso
che, appena scoppiata la rivolta di Assisi, quivi aveva man-
dato per Podestà Vanne da Poppi ad invito di Muzio. Fu pure
lui che spedi un forte numero di cavalli sotto il conestabile
Lolo di ser Maffeo, intimo suo, e un rinforzo di tedeschi, i
quali condotti dal conestabile Addimanno, compirono lY im-
presa di Campello a danno della Chiesa. Arriguccio di Abru-
namonte che abbiamo veduto de'capi nella rivolta e notato
d'eresia, sali per lui Gonfaloniere del popolo, da lui prov-
visto di denaro e dalle sue promesse tenuto in baldanza.
Quando maggiore incombeva il pericolo sugli assediati,
1$ e il battifolle, la maggiore delle nove bastite, quella T'erra-
nova che già ricordammo, piantato sullo scoglio di S. Nicola,
come un castello formidabile campato sulla città, metteva
il valore ghibellino all’ ultima prova, il Gonfaloniere, « più

che magistrato, signore » (dice il Sansi) scendeva in mezzo
a’ cittadini, rivelando i giuramenti del Vescovo che avrebbe
mandato in aria il terribile arnese al più presto, contento, se
non riuscisse, di non riavere un soldo del denaro prestato.
A nome di lui riferiva che da Todi, da Terni, da Narni e da
San Gemini giungerebbero i soccorsi: che Castruccio, che I' Im-
peratore stesso, di cui aveva lettere, intendevano accorrere in
aiuto della Marca e dell’ Umbria. Perciò il Papa spinto anche
dai perugini, per i quali quel fiero Vescovo era uno stecco
negli occhi (1), non sì tosto riebbe Spoleto, ordinò al Rettore

L| Do: aC A ar aea SERI o

^(1) Credo non si possa riferire che al vescovo di Arezzo il breve del papa nel-
TArchivio di Perugia del seguente tenore: « Johannes etc. Dil. fil. Pot. Cap. Prior.
| Cons. et Com. Perus. salutem etc. Leta manu recepimus devotionis vestre litteras no-
stro apostolatui novissime presentatas, per quas nonnullos ausus temerarios et exces-
sus enormes commissos per quendam Prelatum, sicut asseritur,in magnam lesionem

alias n 2 cric
—-—_--

L.

FUMI

del Ducato di instituire i processi contro di lui. Il quale,
chiamato a render conto delle sue mene, doveva, anzitutto,
rispondere della taccia di fautore d' eretici: avere lui accolto
dentro il suo episcopio Federigo e Speranza di Montefeltro
col recanatese Borgaruccio e con gli altri, tutti « aperti
idolatri e sovversitori della fede »; aiutatili e favoriti contro

la Chiesa; assunta la protezione e la difesa di Spoleto; ec-

citato i ribelli a non cedere ; soccorsili di gente, di denaro
e di vettovaglie (1). Ma riarsero le ire quando il Vescovo,
perdute le speranze sul Ducato, si volse sopra Città di Ca-
stello e Borgo San sepolcro, dove riuscì a vincere e domi-
nare a lungo con Pietro Saccone. Allora scese sul suo capo
la scomunica, privato del pastorale e respinto dal tempio.
Respinti erano pure gli assisani, rei di due ribellioni :
una che precedette quella di Spoleto e che avvenne il 29
settembre 1319; l' altra che si rinnovò, a quanto pare, nel-
l agosto 1321 (2), e fu domata il 29 marzo 1322. Non erano
bastati i moniti comminatorii banditi in Perugia il 23 marzo
e il 5 giugno del 1320. La bolla del 21 ottobre 1321 lanciò
le pene: l’interdetto chiuse a tutti le porte del tempio ; negò
ai fedeli i sacramenti e la sepoltura; fece tacere tanti anni
quelle campane che squillando colla sonora cadenza tutta
speciale dell’ Umbria, dalle mistiche torri solevano diffondere

fidelium exprimentes, nobis quid actum super negocio Spoletan. fuerat nunciastis.
Profecto, filii, dum promptitudinem vestre devotionis et fidei, quibus S. R. E. matri
vestre constanter assitistis hactenus in prosperis, nec defuistis etiam in adversis, ipsius
rebelles et hostes, velut proprios, abhorrentes, intra nostra precordia delectablliter
recensemus, in vobis velut benedictionis et gratie filiis confidenter quiescimus et pro-
inde vobis gratiarum uberes referimus actiones. Ceterum, de lesionibus per dictum
Prelatum illatis fidelibus, quibus proculdubio ledimur, tanto dolemns amarius et acer-
bius anxiamur, quanto per illum, a quo fideles ipsi recepisse medicamina consola-
tionis et defensionis debuerant. desolationis vulnera crudelius patiuutur, circa quo-
rum correctionem excessuum, sicut nobis de illis innotuerit et expedire videbimus,
non differemus, sicut nec differre debemus interponere partes nostras. Dat. Avin. IIIJ
Kal. decembris anno octavo ». a

(1) Vedi Arch. Segr. Vatic. Cast. S. Ang. C. fasc. 49 n. 1, e Secret. Joann. XXII,
tivi, c. 348 t. b.
(2) Vedi Reg. del Ducato, in questo Bollett. vol. III, pag. 598, n. 07.

E IEEE
7 Tot

ERETICI E RIBELLI NELL' UMBRIA, ECC. 229

per la bella valle degli Angeli una nota di ascetismo che anche
oggi colpisce insolitamente chi non é abituato agli incanti del
luogo. Guai a quanti osarono rompere, pur una volta, quei
cupi silenzi che rispondevano all’ atonia degli spiriti cristiani!
Poterono dirlo preti e frati puniti: quattro canonici della
cattedrale di San Rufino; fra essi un nepote di Muzio, Na-

poleuccio di Neri, già da noi rammentato, l' abate e i mo-

naci di S. Pietro, quattro cappellani di S. Rufino, i rettori
delle Chiese di S. Ansovino, di S. Andrea, di S. Potente, di
5. Lorenzo in Barisciano, di S. M. della Chiesa, di -S. Gio-
vanni di Macerina, di Lagnano, di 5. Damiano e del Poggio,
i pievani di S. Venanzo e di S. Biagio di Cerqua Paramata,

di S. M. di Trecuscio e di Lagnano, di S. Martino de' Finili e

di 5. Nicola di Scerpeto ; i beneficiati di S. Rufino, di 3. Ma-
ria, di S. Donato e di S. Stefano della Costa, nonché il pie-
vano di S. Stefano dentro Assisi e molti frati di S. France-
sco, di cui è pervenuta infino a noi una lista con a capo il
loro vicario, frate Francesco, e a coda un tedesco, frate Bar-
tolomeo. Costoro, tutti sospesi, perderono i benefizi, le cui
rendite andarono destinate per le spese necessarie a domare
i ribelli. Così tutti i beni di coloro che si fecero a reggere
il sacco a Muzio vennero confiscati. Nel 1328 se ne trova-
rono alcuni non per anco compresi nella confisca: il Papa
li fece incamerare (1). Intanto l interdetto, segregando non
pure i ribelli, ma gli stessi fedeli dal santuario e interdicendo

le pratiche del culto, faceva sì che in quella città, dove fio-

rirono co’ suoi santi immortali tante opere divine, la. reli-
gione de’ padri isterilisse (2).

(1) Secret. Ioan. XXII, VII, c. 42 t b, lettera al Rettore « XIII Kal. jan. an. XIII ».

(2) Il Papa rispondendo alla petizione del Comune di Assisi a favore dei preti
sospesi per violazione d'interdetto, li assolse aggiungendo al Rettore: « Cum propter
hoc (interdictum) cultus divinus in eisdem Ecclesiis fuerit hactenus multipliciter di-
minutus... Dat. Avin. IIIJ Kal. octubr. an. XV » (Secret. Joan. XXII, vol. VIII, n. 116,
€. 121). Più tardi lodo la resistenza di Assisi contro-i ribelli e prescrisse al Rettore
« Ut hostes exititios Civ. Assisinat, in provincia sibi decreta stare non sinat. — VIII
Id. Jul. an. XV » (Ivi, c. 125 t.).
SEES : L. FUMI

Infelice città rimasta smantellata delle mura, e senza

potere ripararsi! Si provò a rifabbricarle. Perugia la co-

strinse a distruggerle di nuovo, riuscite inutili le preghiere
e le ragioni portate più e più volte davanti ai Priori dagli
stessi Podestà e Capitano di Assisi, che fecero vedere come
la ricostruzione non era già una ripresa in sul punto delle
mura distrutte da’ perugini; che non si trattava che di ri-
pararsi dai - nemici, e che gli Assisani cadrebbero nella
disperazione e nel vituperio, rimanendosi dall opera inco-
minciata (1). Perduta la libertà, non leggi, non statuti ebbe
rispettati; Perugia si fece venire due volumi dello statuto, e
dopo che vi ebbe portato sopra tutte le correzioni necessarie
al governo di una città conquistata, ne ritenne l’ originale
in Comune e l'altro rimise in Assisi (2).

(1) Sotto la data 1326, febr. 7, si legge negli annali decemvirali dell’ Archivio di
Perugia la notizia accennata (c. 22): « Cum Assisinates fecerint a modico tempore ci-
tra certam partem novi muri pro fortificatione et defensa burgorum civ. Assisi, ut
asserunt, quam novitatem faciunt non in sitibus pristinorum murorum scarcatorum
per Com. P., set infra ipsos situs pro defensa et fortificatione ipsorum necessaria, ut
asserunt. Et dd. Priores artium Civ. Perusii mandaverint Potestati et Capitaneo As-
sisii sub magna pena per plures licteras et numptios quod dictam novitatem muri
tolli faciant et removeri, et etiam per duos ex prioribus artium scil. Martinum d. Si-
monis et Lellum Ranaldi qui iverunt Assisium, dicto Potestati et Capitaneo preceptum
fuerit illud idem. Et plures solempnes ambasiate C. Assisii venerint ad Com. P. et dd.
Priores affectuose rogantes quod in dicto precepto novitatis predicte tollende super-
ssedeatur ad presens, dicentes quod ipsa novitas non est in sitibus priorum murorum
discarcatorum per C. Perusii, set intus dictos situs et est modice quantitatis et quod
est adeo eis necessaria dicta fortificatio, quod sine ipsa se tueri et defendere non va-
lerent ab hostibus, et quod maxima desperatio et confuxio nasceretur inter Assisina-
tes si dicta fortificatio tolleretur; et hoc idem rescripserunt dicti Potestas et Capita-
neus Assisii etc.... reform. quod presens Potestas et Capitaneus Civ. Assisii teneantur
et debeant ad penam quingentarum libr. pro quolibet eorum dictam novitatem et for-
tificationem tolli et removeri facere ».

(2) In data 1325, giugno 30, gli Annali di Perugia recano a c. 137 t: « Cum sta-
tuta Civ. Asisii eo quod iniqua et contra honorem et in diminutionem juris et juri-
‘sdictionum C. Perusii fore a pluribus dicebantur, dd. Priores... fecerunt deferri ad
Civit. Perusii sc. duo statuta seu duo volumina statutorum eiusdem continentie et te-
noris, et ad ea revidenda et examinanda, corrigenda ac adiustanda deputaverunt dicti
Priores quosdam sapientes juris de P., qui ea reviderunt et examinaverunt, correxe-

runt, addiderunt ac minuerunt ac mutaverunt, prout eis pro statu pacifico C. Asisii

visum extitit expedire etc. quod... duorum voluminum unum remaneat in C. P. pro
originali et aliud remictatur... C. Asisii ».
ERETICI E RIBELLI NELL’ UMBRIA; ECC. 231

Non minore il danno in Spoleto. Tuttoché, dopo la resa,
la città sentisse mitigare i rigori inflitti ad essa al tempo
della rivolta, poichè tanto plorarono i Priori, vocis lacrimo-
sis, che vide sospendersi per un anno linterdetto e pro-
messa l'assoluzione (1) pure castighi sopravvennero e gra-
vissimi. L'agosto 1325 il Rettore annunziava al Papa che
il Ducato ubbidiva. Il boia non s'era risparmiato. Le ese-
cuzioni di giustizia ordinate dal Rettore dovettero met-
tere i brividi addosso. Nessuno si fidò di chiedere grazia.
È singolarissimo quanto il Rettore scriveva al Papa: nes-
suno volle giovarsi delle concessioni pontificie. Per quanto i
rettori delle chiese si facessero a bandire dall’ altare che
chiunque facesse atto di rendersi in colpa sarebbe gra-
ziato, neppure uno si presentó. Nell ottobre successivo,
Giangaetano da Montepesulano si recava. per il Rettore in
Avignone a trattare delle confische. Pochi mesi dopo, nel feb-
braio, le confieshe erano eseguite. I 700 autori della rivolta
furono condannati all’ esilio e a perdere tutti i beni. I mobili
andarono a ruba, al primo occupante, per concessione aposto-
lica. Un vasto patrimouio di 5340’ poderi e di 200 appezzamenti
con 15 molini accumulò per gli immobili la Chiesa. Era un ca-
pitale di circa 600,000 lire di allora (4,800,000 li. it. circa) e -

(1) « Episcopo et Rectori Spoletan. — Cum nobis interdictum, cui Civitas Spo-
letana propter dampnandam rebellionem et alios detestandos excessus per nonnullos
Cives eiusdem Civitatis commissis noscitur usque ad certit temporis spatium suspen-
dendi ac civibus ipsis ab excomunicationis sententiis, quibus etc. sub certis modis et
conditionibus de absolutionis beneficio iuxta formam E. providendi per alias nostras
certi tenoris litteras concessimus potestatem, ita tamen quod infra tres menses post
absolutionem obtentam immediate sequentes ad nos venire vel sufficientem procura-
torem mittere voluntatem nostram et beneplacitum super eisdem excessibus audituri,
mandatumque nostrum super hoc recepturi et eidem parituri efficaciter non post-
ponant, nos volentes qualiter sic agendum super predictis cum eis ac de cautelis
adhibendis ne ad similia redeant in posterum perpetranda et aliis universis circum-
stantiis informari, discretioni vestre per apostolica scripta mandamus quatenus nos
de predictis et aliis que facienda et adhibenda videritis in hac parte informare solerter
et fideliter per vestras litteras studeatis. — Dat. Avin. IIJ id. Ianuar. an. IX ». (Se
ceret. Ioann., XXI, vol. V, c. 80 t. a). Fu sospeso Pinterdetto per un anno (ivi, È
€. 159 t.).
232 L. FUMI

un reddito di 26,000 (208,000 li. it. circa). Oltre a ciò rimasero in
potere del fisco palazzi, case e botteghe, circa 400. Si istituì
per lamministrazione di tali beni un ufficio retto da un

commissario. In breve si vide che quell’ ufficio non dava

alcun utile. Palleggiavansi fra loro la colpa quando fami-

liari e domestici del cardinal Legato, che era Giovan Gae-

tano Orsini di S. Teodoro (1) quando il gonfaloniere del
2 o
popolo, quando il tesoriere del Ducato. Si ordinò un’ inchiesta.

Il Papa deputò due nunzi apostolici che stavano in As-

sisi occupati in affari pubblici, con Bertrando Cariti arci-
diacono vanurense e il procuratore generale de’ predicatori,
Guglielmo Du/cini, perchè lo informassero a puntino. Essi
recaronsi in Spoleto, chiamarono a sé vari frati domenicani
e francescani, religiosi, preti e laici abitanti nella città che
avevano voce di essere ben chiari delle cose. Da loro, otte-
nuto il giuramento di dire tutta la verità, seppero della
consistenza e del valore dei beni e sentirono che cosa ne
pensavano perchè la Chiesa potesse cavarne un utile. Co-
minciarono dal distinguere due categorie: possidenza di ribelli
fuorusciti, e possidenza di ribelli rientrati. Consisteva in
possessi, in case, molini, mole, giardini, orti, oliveti, vigne,
arboscelli vitati, estensioni di terre colte ed incolte, praterie,
boschi, selve, pascoli, poderi e castagneti. Dai libri di am-
ministrazione di messer Armanno da Foligno, gestore delle
rendite di quel patrimonio, appariva tutto a minuto, e si

(1) « Legato Tuscie. — Accepimus nuper quod dilectus filius Iohannes Rigaldi
clericum caturcensem ducatus Spoletani Thesaurarius in nonnullis poderibus, que
in Civitate et districtu Spoletano propter excessus et rebelliones dampnatas illorum,.
quorum erant antea devenirent R. E. in commissum, nullam. utilitatem exinde pro
Camera nostra potest colligere, que cessantibus impedimentis huiusmodi, magna esset.
Et cum asseratur ab aliquibus quod ab illis, qui sunt vel se fingunt esse familiares
vel domestici tui, maior pars impedimenti prestatur predicti, iuam prudentiam re-
quirimus attentius et hortamur, quatinus super hoc discrete provideas favoremque
tuum taliter prefato thesaurario circa hec studeas exhibere, quod nec per tuos, nec
per alios, quantum obviare poteris, impediatur vel usurpetur predicta utilitas R. E.
in hac parte. — Dat. non. Junii, an. XVIII ». (Secret. Ioann. XXII, n. 117, c. 253).

mie TARE
Te; XF ARSIEONEAG LA RARE.

ERETICI E RIBELLI NELL’ UMBRIA, ECC. 233

aveva il numero e il valore dei possessi, rimasti quasi infrut-
tiferi, sebbene i soli prati, a tempo del pascolo, rappresen-
tassero un grandissimo valore. Consigliavano dare al Comune
; i beni dei 300 e più fuorusciti dietro una corrisposta annua,
E o, se no, dare le terre colte ai coloni a partirne il fruttato;
le case, molte delle quali abitavano gli interni, ma erano
diroccate, poteva prenderle il Comune a fitto. Impossibile
sperar di trovar compratori o enfiteuti col timore che i fuo-
rusciti, una volta o l’altra, jure vel iniuria rientrati, non si

riprendessero i loro fondi. Nessuno voleva aver che fare
| con gente che tenne il governo e andette per la maggiore in
città. Quanto alle cose degli interni, de’ contumaci, più inno-
centi che colpevoli, i quali chiedevano d’ esser perdonati, la
pensavano altrimenti. Non si potevano togliere loro addirit-
tura i beni, tuttoché già confiscati, ma lasciati loro a godere.

Erano trecento, e la città ne sarebbe ridotta una spelonca.
Si poteva al più pretendere che pagassero ogni anno un tanto
di fitto, o, in ragione di loro colpe, qualcosa per una sol
volta, o le togliesse a corrispondere il Comune. Molte erano

le ipoteche e le obbligazioni, onde i beni erano gravati. Fu
detto per ciò che essi, svincolati che fossero, varrebbero ben

poco. L'inchiesta lasciò il tempo che aveva trovato. Le
È: terre restavano senza coltivare. Non v'era chi volesse la-
E vorarle anche perché la legge colpiva chi osasse seminare
‘ampi su cui non si ritraesse dativa. Allora il Papa revocó
gli statuti che contenevano questo divieto (0). Ma non fu

(1) « Comune Spoletano. — Relatum est nobis noviter, quod pretextu cuiusdam
statuti per vos facti, ut asseritur, ne quis excolere audeat terras vel possessiones in-
fra civitatem seu districtum Civitatis Spoleti consistentes, de quibus vobis dativa vel
collecta minime solveretur, nonnulle possessiones et terre, que olim fuerunt nostro-
rum et E. R. rebellium et in manu nostra et eiusdem E. tanquam confiscate tenentur,
quarumque occasione dictu: statutum fecisse dicimini, non absque detrimento nostre

1 Camere inculte remanent, cultoribus qui eas excolant non repertis. Cum autem vobis
E facere talia non sit decens, universitatem vestram rogamus et hortamur attentius,
Lo quatenus dictum statutum, s. illud, ut prefertur quoad terras et possessiones predictas
IR ne Camera nostra propter hoc subiciatur incomodis illico revocetis. — Dat. XVIJ Kal.
b decemb. an. XVI ». (Secret. Joan. XXII, vol. VI, c. 340).
234 \ L. FUMI

sufficiente: segno cotesto che l addurre quella. legge sopra
beni venuti in possesso della Chiesa,non era che una scusa,
Quindi non v'era altro mezzo che venderli. Messi all in-
canto, nessuno li volle, nemmeno ad enfiteusi. Li prenda il
Comune, proponeva il Papa; li prenda chi vuole, rispondeva
il Comune, consigliando di rimetterli un'altra volta sul mer-
cato, e sperando che gli stessi padroni potessero entrare nella
eara per l'acquisto e che costoro venissero preferiti su gli altri.
E il Papa acconsentì, ma inutilmente (1) Le terre sempre
piü divennero sterili. I palazzi cadevano da ogni parte, il
Comune non volendoli nemmeno a fitto. Il Papa rese agli in-
nocenti giustizia (2). Ad alcuni sbanditi si fece grazia di
rientrare; menaronsi loro buone le discolpe. Ma nel 1327
ancora rimanevano fuori quasi tutti. In sullo scorcio del
1328 ottenevano grazia tutti quelli che facessero atto di
obbedienza (3) Ma quegli animi forti non piegavano: non
si chinó neppure un ginocchio, ripetendo lo stesso atto di
fierezza dimostrata nel 1325. Troviamo solamente il nobile
cavaliere Pianciani, noto nelle storie del Sansi, e indicato
col nome di Pietro di Celle, ma non prima del 1533, riam-
messo in patria. Molti furono quelli che si erano obbligati a
forti somme di denaro: fra essi dovette esservene di coloro
colpiti da una legge del 1322 che puniva di cento marche

(1) « Rectori et thesaurario ducatus Spoletani. — Fide digna pridem relatione
percepimus, quod in ducatu Spoletano sunt nonnulla poderia, que olim rebellium
spoletane civitatis extiterunt, que si factis particulariter et distincte compositionibus
cum illis quorum fuerunt justo precio venderentur maiorem, quam nunc fuerant
Camere nostre eiusdem ducatus utilitatem afferrent, et uxores dictorum rebellium
non haberent ulterius de eorum dotibus materiam conquerendi, quodque istud magis
gratum Comuni dicte civitatis existeret, quam si ad ipsos Comune dicta poderia de-
venirent, de premissis itaque plenam notitiam non habentes, vobis... commictimus...
quatenus super premissis informatione prehabita diligenti, si ea reperiretis ita esse
dictisque Comuni hoc magis placere et omnibus consideratis circumstantiis expedire
videritis ad venditionem dictorum poderiorum, ut premittitur, procedere, preferendo
ilos quorum fuerunt, ubi quantum alii pro justo offerent precio, studeatis certificaturi
dare etc. — V id. decembr. an. XVI ». (Secret. Ioann. X XII, vol. VII, c. 341 t.).

(2) Lett. com. di Giov. XXII, « IV Kal. jun. an. XVI », t. XXXIX, c. 524 t.
(3) Secret. Ioan. X XII, VII, c. 42 a, lett. al Rettore « Kal. decemb. an. XIII ».,
———

x

vst

ERETICI E RIBELLI NELL’ UMBRIA, ECC. 235

d'argento i nobili e di dugento fiorini gli altri che si fossero
resi colpevoli d'attizzare gare fra’ cittadini. Cotesti e altri
debitori per sentenze politiche erano tanti, che di molti si
venne a perdere, in seguito, anche la memoria. Contro co-
Storo venne fuori un'ammonizione generale che comminava
la scomunica a chi, conoscendoli, non li rivelasse, e promise
a’ denunziatori, in premio, una parte delle somme dichia-
rate (1). Ai fideiussori fu fatto intravedere il fondo di un car-
cere infino a tanto che il denaro non fosse sborsato tutto.
Debitori e creditori vennero scambiati ne' processi ducali (2).

Per le morti, per gli esilî, per le proscrizioni e le con-
fische la città di Spoleto era ridotta allo stremo. Gli incendi

(1) « Rectori et thesaurario. — Cum, sicut accepimus, tempore quo bona rebel-
lium Civitatis spoletane confiscata fuerunt eisdem rebeilibus, multi essent in magnis
pecuniarum quantitatibus obligati, mandamus quatinus super hoc vos exacta dili-
gentia informantes, debita huiusmodi petere et exigere studeatis. Verum cum, sicut
asseritur, quorumdam ex dictis debitoribus nomina ignorantur ad presens, faciendi,
auctoritate nostra, monitionem generalem contra debitores eosdem ac proferendi ex-
comunicationis sententiam in omnes et singulos debitores ipsos scientes et non reve-
lantes. Et demum dandi eis qui vos de huismodi debitoribus certificaverint certam
partem debiti declarati, de qua vobis videbitur expedire ac quitandi debitores ipsos
de hiis que receperitis ab eisdem, plenam vobis concedimus tenore presentium fa-
cultatem. Volumus autem de dictis debitis et eorum receptione duo faciatis fieri con-
similia publica instrumenta, quorum altero penes eos retento, reliqum ad nostram
curetis Cameram destinare. — V. Id. decembr. an. XVJ ». (Secret. Ioan. X XII, vol. VII,
QU 94LT-0.):

(2) Il rettore e il tesoriere dovevano esigere a nome della, Camera 3202 fiorini

d’oro da Petruccio di Benedetto da Spoleto debitore di tal somma a Cola di Petruccio

da Monteleone, sbandito, i cui beni erano stati confiscati. Il rettore fu rimproverato
di avere agito contro Petruccio a favore di Cola, mentre si trattava contro Cola a
favore della Camera, come dalla lettera seguente: « Johanni de Amelio rectori etc.
Valde miranter audivimus quod, quamvis bona Cole Fetrutii de Monteleone notati -
olim pariter et conscripti inter rebelles alios Spoletanos et ob rebellionem hniusmodi
per ducalem Curiam exbanniti nostre Camere fuerint confiscata et triginta duo cen-
tenaria fioren. auri, in quibus Petrutius Benedicti spoletanus dicto Cole obligatus
extiterat, ex causa confiscationis huiusmodi eidem nostre Camere debebantur, tu tamen
indempnitatem super hoc ipsius Camere non advertens, ad petitionem prefati Cole
procedens contra dictum Petrucium, vastatis bonis ipsius, exbannisti eum pro dicta
quantitate pecunie non predicte Camere cui debetur, sed dicto Cole minus debito,
Sicut predicitur, exsolvenda. Nos igitur oportune consulere dispendiis dicte Camere
cupientes, discretioni tue... mandamus quatenus, previa veritate, nos studeas... red-
dere certiores. — Dat. Avenion. Kal. martii, an. XII » (Secret. Joann. XXII, vol. MIT
€. 137 t a. b. e 138 a. b.).
996 L. FUMI

di case, di palazzi, di monasteri, di chiese avevano lasciato
orme di un passato luttuoso. Antiche e vaste abbazie, gloriose
per tradizioni di cultura, restarono abbandonate; alcune riunite
a chiese vicine, altre incamerate. L'abbazia di S. Pietro di
Andolina, quasi distrutta, riunita a Sassovivo; di S. Pietro in
Montemartano, il cui abate Pietro defezionò (1), di S. Giuliano
con le chiese filiali di S. Andrea di Gualdo Cattaneo, di
S. Quirico di Bettona e di S. Salvadore a Cisterna (2), quella

(1) « Rectori. — Intelleximus nuper quod uniri monasterium $. Petri de Mon-
temartano Spoletane dioc. Camere ducatus Spoletan., cuius rector existis, eiusque
applicari perpetuo usibus dicti ducatus provincie ipsiusque utilitati publice expediret,
quodque Petrus abbas ipsius Monasterii contra eos et R. E. non absque magne infi-
delitatis et ingratitudinis vicio adhesit et adherere presumit et presumpsit hactenus
auribus nostris et E. memorate multis enormibus criminibus, sicut asseritur, nichi-
lominus irretitus; volentes itaque de premissis ommibus et s:ngulis plenius informari,
discretioni tue per apostolica scripta mandamus, quatenus super predictis et eorum
singulis ac omnibus ipsorum circumstantiis summarié... te informans, nobis quic-
quid inde feceris et repereris, ut ulterius super eis, sicut nobis expedire videbitur,
valeamus providere, studeas fideliter intimare. — Dat. IIIJ Kal. decembr. an. XIIJ ».
(Secret. Ioan. XXII, vol. VII, c. 41 t. a.). Vedi anche lett. com. di Giov. XXII, t. XVII,
par. I, c. 70, lett. « III Non. nov. an. VII ».

(2) « Ad perpetuam rei memoriam. Ad notitiam nostram nuper fide digna rela-
tione perducto quod Monasterium $. Juliani situm prope civitatem Spoletanam ord.
S. Benedicti pro juribus R. E. conservandis ac statu pacifico tam in civitate predicta,
quam terris aliis ducatus Spoletani ad nos et E. memoratam spectantibus melius et
utilius confovendis eidem. E. plurimum existere noscitur oportunum, nos eiusdem E.
providere utilitatibus et subditorum quieti et paci prospicere, ut ex debito tenemur
pastoralis officii, cupientes, premissis et aliis que nos in hac parte movere poterant
et debebant tn scrutinio recte considerationis adductis, prefatum monasterium cum
omnibus edificiis, domibus et clausuris ac terris, bonis et possessionibus aliis que
suis juribus et pertinentiis eidem adiacentibus monasterio memorate R. E. annexamus,
incorporamus perpetuo et unimus de apostolice plenitudine potestatis, tenendum et
possidendum per Rectorem predicti ducatus, qui est pro tempore, vice et nomine E.
memorate, volentes... quod abbatialis ipsius Monasterii dignitas in uno membrorum
dicti Monasterii, de quo informatione prius per nos super hoc habita expedire vide-
bimus, trasferatur, cui jura omnia prelíbati Monasterii eodem tantum Monasterio ac
edificiis fortaliciis domibus et clausuris ac terris et possessionibus aliisque juribus
suis sibi adiacentibus per nos R. E. memorate unitis, ut premictitur, dumtaxat exce-
ptis applicentur totaliter et eidem integra perseverent. Nulli ergo ete. — Dat. Avin. XJ
Kal. Jan. an. IX ». (Secret. Ioann. XXII, vol. V, c. 119 t. a.). I membri dell’ Abbazia,
di cui nella bolla superiore, erano 8. Andrea di Gualdo Cattaneo, S. Quirico di Bet-
tona e S. Salvatore di Cisterna, e sono indicati nella lettera al Rettore in data « id.
Jan. an. IX » (ivi, c. 80 a.). In altra della stessa data, ma al Tesoriere, é detto che si
faccia assegnare i frutti dal Monastero e membri per intiero « post ultiman vacatio-

a
ERETICI E RIBELLI NELL’ UMBRIA, ECC. 237

di S. Eutizio (1), di S. Pietro in Ferentillo e di S. Quirico,
‘essendo il suo priore Nino accusato di ribellione, di enormità
e di delitti, e quella di S. Crispolto, tutte riunite alla Camera
ducale (2). Forse la medesima sorte era serbata alla abbazia di
Montesubasio, il cui abate Pietro si era reso infamato, se il Papa
avesse vissuto ancora (3). Le clarisse di S. M. in Valle Gloria
presso Spello abbandonarono il monastero per abitare alcune

case più prossime alla terra (4). Molti conventi di frati minori, .

anche ne’ distretti di Nocera, di Spello e di Città di Ca-
stello, divenuti inabitabili per la guerra, si misero, con li-

nem eiusdem Monasterii...; conventui administratoribus etc. condecenter facias de
dictis fructibus, prout iustum et oportunum cognoveris, provideri ». Con la lettera
Bin data « X Kal. Jan. an. IX » incaricò il Rettore d'informarlo dove potesse trasfe-
rirsi la.dignità abbaziale (ivi c. 119 t. b.).

(1) S. Eutizio, luogo forte, pareva destinato ad abitazione del Rettore; « locus
est fortis pro habitatione Rectoris prefate provincie vel eius officialium ac securitate
fidelium earum partium, ipsorumque vitandis periculis multipliciter hiis presertim
temporibus oportunus cum suis fortaliciis, edificiis etc. — III Kal. dec. an. XII »
(Secret. Joan. XXII, VIT, ec. 77 t a.). Per le questioni insorte per lincorporazione
della badia di S. Eutizio vedi un mandato ad Ugolino eletto di Perugia per informa-
tiva (Lett. Com. di Giov. XXII, t. XXXVI, par. I, c. 640 « Idib. Jan. an. XV »). Il suo
abate, Margarito, fu deposto; poi appellatosi alla Curia romana, fu lasciato fino a
migliore informazione (Ivi, t. XXVIII, par. III, c. 76 t., t. XXXI, c. 48 t.).

(2 Il Papa chiedeva al Rettore informazione. « de statu et valore monasterii
S. Quirici Ord. S. Benedicti Assisinat. diocesis, nec non qualiter eidem Monasterio in
bonis et rebus suis collapso multipliciter... Id. octubr. an. IX ». Accenna in altra
bolla alle colpe del suo priore: « Rectori.... Ninus prior monasterii S. Quirici per
priorem soliti gubernari ord. S. Benedicti Assisinat. dioces. ad illicita indomita vo-
luntate dilapsus, nostris et E. R. rebellibus et hostibus manifestis adherere publice
‘ac eis prestare contra prefatam E. eiusque fideles auxilium... multipliciter non expa
vit, alios excessus varios et enormes et crimina detestanda, que in divine maiestatis
offensam ac nostram et E. memorate contumeliam et contemptum, sueque salutis et
fame dispendium et plurimorum scandalum redundare noscuntur nequiter conmi-
-ctendo. Nos autem... discretioni tue per apostolica scripta committimus et. manda-
mus quatinus super adhesione, consilio, auxilio et favore predictis, nec non et aliis

excessibus, criminibus et delictis, de quibus eundem Priorem repereris publice diffa-

matum summarie etc. veritatem inquirens etc. etc. — Dat. uts. » (Secret. Ioann. X XII,
vol. V, c. 110). Fu dato in commenda a Ugolino Baglioni monaco di Chiaravalle del-
l'ordine Cistercense, in diocesi di Camerino (Ivi, c. 325 t. b.).

(3) Il Papa su gli ultimi del suo pontificato domandò al Rettore informazioni
sul conto dell'ab. Pietro, « qui dilapidationibus bonorum sui monasterii et quibu-

sdam enormibus excessibus ab eodem commissis asseritur infamatus. — Non. Jun. an.

XVIII » (Secret. Joan. XXII, n. 117, c. 285).
(4) Lett. Com. di Giov. XXII, t. XII, c. 124.
238 : L. FUMI

cenza del Papa, in vendita (1) Revocati i privilegi del Du-
cato (2), cosi allora chiamavano le libertà comunali: molte
città distaccate da quella giurisdizione; la sede trasferita a.
Montefalco o a Foligno; la Curia vescovile menomata: di-
gnità e benefizi vacanti riservati alla S. Sede e a suo bene-
placito conferiti (1322) (3): più tardi, le rendite delle chiese sop-
presse. Rettore e Inquisitori accentravano in sé tutti i po-
teri pubblici. Il Rettore presiedeva alle appellazioni a biennio
e a’ giudizi contro il clero, tuttochè di spettanza de’ vescovi,
e a’ giudizi contro i vescovi stessi (4). De’ vescovi, Pietro,
citato dal Papa per indisciplina e per avere involato docu-
menti dalla Curia romana (5), scomunicato : Bartolo, suo suc-
cessore, denunziato per simoniaco. Dovevano i vescovi osser-
vare sentenze di scomunica emanate del Rettore contro ap-
pellanti da’ loro processi (6). Si videro "impediti nelle visite
pastorali (7). Così il Rettore rivestì autorità superiore ai ve-
scovi stessi, e ne abusava. Non aveva misura verso i prelati.
Gli si prescrisse di non procedere contro il clero se non

(1) Lett. Com. di Giov. XXII, t. XI, c. 210 t.

(2) Lett. Com. di Giov. XXII, t. X, c. 505.

(3) Lett. Com. di Giov. XXII, t. XXX, c. 429.

(4) Lett. Com. di Giov. XXII, t. X, c. 505 t. — Vedi anche le proroghe alla fa-
coltà di procedere contro chierici « VII id. decemb. an. IV » e di ricevere gli appelli
dai decreti degli ordinari « VIII id. decemb. II » (Ivi, c. 578 t.

(5) Secret. Ioan. XXII, vol. VI, c. 19 t. a. Contro il vescovo Pietro di Spoleto in
data 29 maggio 1317 il Papa diresse la seguenre ai « venn. fîr.... Assisinat.... et ful-
ginat. ac.... Interampnen. Episcopis etc. Ad laudem sibi videtur ascribere ven. fr.
noster Petrus Epus. Spoletanus quod de contemptu Sed. Ap. notabilis habeatur.... Idem:
Epus. ad inconsulta dilapsus post consecrationis munus apud sedem prefatam de
mandato nostro suscepto ab ipso non absque nostro et S. ejusdem contemptu de

Curia Romana recessit a nobis licentia non obtenta secum nonnullas scripturas Ca-

meram nostram et Collegium ven. cardd. contingentes confectas per eum diversis vete-
ribus temporibus deferendo... (Com. Io. XXII, an. I, p. I, c. 183); fu citato a compa-
rire in Curia entro il termine di due mesi.

(6) Lett. Com. di Giov. XXII, t. X, c. 596 t. « VIII id. decemb. an. III » e c. 508;
t. XII,-c. 802. :

(7) Vedi l'ordine al Rettore di desistere dall' impedimento della. visita al vescovo:
di Spoleto per pretesto dell' unione del monastero di S. Eutizio (Secret. Joan. X XII,

VII, c. 65).

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ERETICI E RIBELLI NELL' UMBRIA, ECC. 239

quando il Vescovo, richiesto, si rifiutasse. Non risparmiava
censure ecclesiastiche a' morosi di censi e di proventi dovuti
alla Camera. Ripreso dal Papa, fu obbligato a restituire somme
dovute al vescovo di Spoleto: una volta venne scomuni-
cato dal vescovo di Perugia. Incorse anche un altra volta
nella scomunica: sottopose alla tortura, per semplice sospetto,
un frate domenicano, della casa de' Manenti di Spoleto, poi-
ché in questi casi di sospetto l'autorità di procedere era
riserbata al cardinale Legato. Citó i domenicani stessi come
trasgressori dell' interdetto. Conferi uffici e potesterie ai suoi
familiari in pregiudizio della Camera. Avido di denaro, vessó
anche i più fidi. V'erano di quelli che, mossi da zelo, volon-
tari, davano l'opera loro contro banditi e ribelli: li aspetta-
vano al mal passo, li sorprendevano, li predavano. Mettevano
a repentaglio la vita propria per dar la caccia ai malandrini: .
le spoglie de’ malcapitati appropriavansele; ma il Rettore le
voleva per sè e le reclamava. Il Papa non glielo permise (1).

Giudicava gli ufficiali non solo durante la loro gestione,
ma anche dopo cessato il loro ufficio. Accadeva che i Pode-
stà, scelti, come il solito, fuori della provincia, sullo scorcio
della loro amministrazione, o non resistendo alle altrui
suggestioni, o per altro fine, facessero atti contrari alla
5. Sede e a favore dei ribelli; contro questi podestà o altri
ufficiali esercitava, anche fuori del Ducato, il suo potere tem-
porale e spirituale (2). Procedeva pure contro religiosi che

(1) « Rectori... Intelleximus quod nonnullos de provincia ducatus Spoletani...
qui non absque personarum suarum periculis ob devotionem E. zeloque accensi fidei
Catholice circa captionem et retentionem illorum rebellium et hostium Dei et eiusdem.
E. sancte sue nuper facientium per provinciam ipsam transitum, se viriliter exponere
curaverunt, ad restituendum tibi spolia per eos ab eisdem rebellibus et hostibus capta
compellere ipsosque multipliciter occasione huiusmodi satagis molestare etc. (mandat
quatenus desistat) Dat. Avinion. Non. Jan. an. XIIIJ — ». Al medesimo di nuovo sotto
la data « VIIJ Id. februar. an. XIIIJ », e a] Tesoriere: « super spoliis restituendis fi-
delibus qui ceperunt eosdem, Rector rescribat velociter » (Secret. Ioan. XXII, vol. VII,
n. 115, c. 67 t e 68).

(2) « Rectori. Auditui nostri apostolatus innotuit quod interdum Potestates: et
offitiales, qui in ducatu Spoletano... de alienis partibus assumuntur eorumque. fa-
940 L. FUMI

ricevevano legati e maltolti (1), e contro predicatori che anda-
vano sottilizzando in questioni dialettiche, in fondo alle quali
fermentava il lievito dell'eresia. Di questi tali ne incontra
spesso nel Ducato: sono chiamati lupi in veste di religiosi
che insidiano al gregge del Signore. Ma quando procedeva
contro eretici o sospetti, comunicava i processi all’ ufficio
dell’ inquisizione, nè senza di lui poteva stringere composizioni
l'inquisitore (2). Spesso fra Rettore e Tesoriere non correva
buon sangue. L'uno voleva immischiarsi nelle cose dell’ al-
tro; il Rettore s'impacciava nelle riscossioni, il Tesoriere nel
governo. Il Papa stabili che quando il Tesoriere dissentisse,
il Rettore potesse far da sè solo; l’altro si limitasse a pagare
e a rivedere i conti degli ufficiali minori (3). Diffidava, però,
e di questo e di quello. Anche contro il Tesoriere il vescovo
di Perugia oppose la scomunica, che fu dal Papa revocata, per-
chè nessuna autorità spettava a’ vescovi sull'ufficio papale (4).

milia, presertim cum sint in fine sui officii, contra honorem E. delinquere nón ve-
rentur, de quibus cum extra fines decrete tibi provincie se subito transferant ne quis
ut expediret iustitiam ministrare, nostre igitur provisionis remedio super hiis postu-
lato, discretioni tue contra tales procedendi spiritualiter et temporaliter etiam extra
ducalem provinciam, sicut videris expedire, plenam tibi concedimus... potestatem.
Kal. Jun. an IX ». (Secret. Ioann. XXII, vol. V, c. 158 t. D.),

(1) « Rectori quod citet perentorie fratres, monasteria et alios qui legata et male
ablata recipiunt ac si essent ad hoc deputati. — Kal. jun. an, IX » (Secret. Ioan. XXII,
V, c. 177 b). i

(2) « Petro de Castaneto rectori. — Ut super negotio fidei, quod ubique cupimus
prosperari contra quascumque personas de ducato nostro Spoletano... de heresi vel

fautoria hereticorom delatas vel suspectas, quavis sinistra suspitione cessante, purius .

procedatur, volumus tueque discretioni tenore presentium concedimus potestatem,
quod una cum dilecto filio inquisitore heretice pravitatis in eis partibus... procedere
valeas, contra tales districtius inhibentes ne prefatus inquisitor cum aliquo vel ali-
quibus compositiones absque tuo consilio in eodem ducatu presumat facere ratione
criminis antedicti... Dat. IIIJ id. nov. an. XVIIJ ». (Secret. Ioan. X XII, n. 117, c. 280).

(3) Secret. Ioan. XXII, VII, c. 43 a « XIII Kal. febr. an. XIII ».

(4) « Episcopo Perusino... quod processus excomunicationis factos contra the-
saurarium Spoletani ducatus... pretextu quarumdam litterarum nostrarum, que tibi
ad instantiam dilecti filii Benedicti de Montemartano super prioratu Ecclesie S. Cy-
priani de pede Campelli Spoletane diocesi, ad nostram Cameram pleno jure, sicut as-
seritur, spectante, directe fuisse dicuntur... revocet, cum nullam habeat potestatem
in officio Pape. Dat. Avin. non. aug. an. XIIIJ » (Secret. Joan. XXII, vol. VII, n. 115,
c. 66 t). -

iiw ERETICI E RIBELLI NELL’ UMBRIA, ECC. . 241

E scomunica il Papa minacció con lo sfratto a Pietro Maynad,
troppo restio a render conto della sua amministrazione, tuttochè
chiamato più e più volte in Avignone (1). Sostituito da Pietro
Castagneto, costui fu peggiore ancora: uomo parziale, odioso»
fece esecutore delle sue intemperanze il Maresciallo della Cu-
ria, per le quali Ugulino Trinci ebbe a sbottonar forte col
Papa; e questi, che già deplorò le disonestà di quest’ uffi-
ciale (2) impensierito per gli scandali che si temevano, am-
moniva severamente e rimuoveva il Maresciallo, nel cui
luogo voleva una persona che temesse Dio, che amasse la
giustizia, non condannasse innocenti e assolvesse rei, nè lu-
crasse ai propri guadagni (3).

L/ ufficio dell’ Inquisizione dipendeva dai francescani. Fu-
rono inquisitori nel 1325 Pietro da Perugia, nel 1326 Francesco
da Montefalco, nel 1351 Bartolino di Giovannello, penitenziere
pontificio, e nel 1355 Simone di Filippo da Spoleto. Altri frati
facevano parte dell’ ufficio. Non potevano essere rimossi dal
provinciale senza licenza espressa del Papa. A fra Simone fu -
accordato rimanere solo, perché non fosse impedito dall’ inqui-
sitore ordinato per il ministro provinciale (4). È rammentato
fra Giovanni Fidanzola levato all’ insaputa del Papa, il quale

(1) Il Legato ebbe ordine di notificare a Pietro Maynad la sollecita partenza alla
volta di Avignone per presentare i conti, pena la scomunica (Secret. Joan. XXII,
n. 117, c. 11 t.). I termini della lettera al detto Rettore sono i seguenti: « Petro etc.
De te miramur admodum quod recepto mandato per quod iniunxisse tibi memini-
mus ut nos certificaturus de statu et negotiis ducatus nostri Spoletani ad nostram ac-
cedere presentiam procurares presumpseris non sine magne temeritatis audacia re-
manere Quocirca tibi sub excomunicationis »c privationis beneficiorum tuorum ec-
clesiasticorum que obtines penis, quas te nisi mandato presenti cum effectu parueris
incurrere volumus ipso facto, districte precipimus et mandamus, quatenus ad nostram
venire studeas absque qualibet cunctatione presentiam, raciones tuas de omnibus per
tein ducatu nostro Spoletano receptis et administratis paratus Camere nostre reddere
reliquaque prestare ac facere et complere que rationis equitas suadebit. — Dat. Avin.
VJ Kal. Januar. an. XVIJ » (ivi, c. 12).

(2) Arch. Segr. Vat. Privil. Rom. Eccl., Ann. XXXV, III, c. 348.

(3) Arch. di Perugia, boll. di Giov. XXII, « VI Kal. aug. an. VI »; Secret. Ioan.
XXII, n. 117, c. 284, « XII Kal. maii, an. XVIII ».

(4) Secret. Ioan. XXII, n. 117, c. 251. « Id. febr. an. XVIII ».
242 L. FUMI

volle saperne il perchè dall’ abate di S. Pietro di Perugia (1).
Vescovo e inquisitore erano due anime in un nocciolo, ma
non sempre li troviamo in amplessi. Una volta che l in-
quisitore volle procedere contro gli eredi di Arriguccio,
il vescovo negò il consenso: l altro ricorse al Papa ed
ebbe tutta per sé la ragione. Ne’ casi sospetti 1’ inquisi-
tore chiamava a consiglio il Rettore; né senza di lui po-
teva venire a composizione. La prudenza li faceva dipen-
dere, in questi casi, dal parere del Legato. Inquisitori, Rettore
e vescovo insieme istruivano i giudizi contro i fraticelli, i
quali erano messi in un fascio co’ beghini di Francia (2). Suda-
vano a redigere le sentenze due notari; uno per minutare
gli atti, un altro per pubblicarli e riporli in quaderni. Una
bolla tolse agli inquisitori la facoltà di scomunicare ufficiali
papalini senza espressa licenza della S. Sede, la quale, nei
casi, nominava espressamente quel tale ufficiale e diceva il
motivo onde lo reputava colpevole. A ciò si venne dopo che
fu scomunicato da fra Matteo domenicano il Rettore di Ma-
rittima e Campagna, Guglielmo da Buleto. Quando accadeva
che eretici di altre provincie venissero a mano de’ nostri,
si spedivano ad esaminarli agli inquisitori o al Rettore re-
spettivi. Ma quando Visso tornò ad bonam frugem e acchiappò
e consegnò un marchigiano fautore di eretici, si voleva piut-
tosto far venire gli inquisitori della Marca nel Ducato, per
maggiore sicurezza. Molti del clero incapparono ne’ lacci del-
l’inquisizione; l'abate benedettino di S. Giuliano al Monte,
che fu destituito, e il monastero incorporato alla mensa epi-
scopale a compenso maggiore della pieve di S. Fortunato,
di già annessa alla Camera apostolica per edificare la fortezza
di Montefalco; l' abate del monastero di S. Stefano in Man-
zan9; labate di S. Eutizio, del cui forte castello doveva il

(1) Secret. Ioan. X XII, VII, c. 436, « Kal. mar. an. XIII ».
(2) Secret. Ioan. X XII, n. 117, c. 249 « V id. febr. an. VIII ».

——
rom

ERETICI E RIBELLI NELL' UMBRIA, ECC. 243

Rettore (come dissi) fare la sua rocca, ma poi fu la difesa

del capitano di Montagna; l' abate di S. Pietro in Montemar-
tano; il priore di S. Pietro di Spoleto, Ruggero d’ Abruna-
monte, de’ più accaniti ribelli, che violò l' interdetto e seguitó
ad ingerirsi nell’ amministrazione de’ benefizi (1); il canonico
della stessa prioria di S. Pietro, Alberico di Simone, anch'esso
de’ capi della rivolta e che si era provato di occupare a
forza il monastero di Montemartano, e i canonici della catte-
drale, Balduccio Gentili e Berardo Alberici. Di altri, del
tempo dello scisma, dirò a parte. Si trovano, fra’ laici, pro-
cessati alcuni mercanti todini, per somme da essi ritenute
come provenienti dai figli di Pietro d’ Ancarano eretico.
‘Questi, condannato già precedentemente alla rivolta, era poi
caduto nelle mani del Rettore e rimase incarcerato e privo
de’ diritti civili ed ecclesiastici. Cola di Pietruecio da Mon-
teleone, tuttoché i ricchi e nobili consaguinei suoi si offrissero
con grandi somme a riscattarlo, ebbe la forca. Contro Be-
rardo, signore d’ Arrone, che passava per un pezzaccio (vi-
rum nephandum), l Inquisitore si recò in persona a Terni per
allestire i processi, accusatolo di fautoria d’ eretici e de mul-
tis articulis. Ricco e potente, non era facile snidarlo dalle
sue rocche. Purché le cedesse, il Papa gli menava buoni
i processi dell'inquisizione e gli offriva una somma in com-
penso de'feudi per i quali Spoleto avrebbe pagato un occhio.
Ma più spesso erano le vittime dell’ inquisizione a snocciolare
denaro per colpe, più o meno provate, di coscienza, spesso
assai opportune per aver pretesto di punire quelle politiche
e accrescere il peculio per via di composizioni. Quando erano
ebrei cólti a dir male del Papa, o donne accagionate di aver
commercio con essi; quando erano preti, frati, abbati e mo-
naci caduti in peccato di adulterio; quando gente golosa
Scoperta a mangiar carne di venerdi, e via via. Per queste

(1) Lett. Comm. di Giov. XXII, t. XXIV, par. IT, c. 640 t. « XIII Kal. jun. an. X »,
e c. 641, 643 t., 040 t. È
244 L. FUMI

ed altre taccherelle l'inquisizione incassava di buoni redditi.
Fin dal primo tempo del pontificato di Giovanni, francescani
e domenicani (come è detto) andavano debitori di grandi
somme. Forse per questo motivo, di somme dovute, cioè,
e non versate intieramente, il Papa aveva ordinato, nel 1319,
di procedere contro gli inquisitori, denunziandoli scomuni-
cati (1). Dalle parole con che il Papa esordiva alla sua costi-
tuzione « Angit nos multipliciter » si vede e la gravità della
rivolta religiosa e politica dell’ Umbria, e il bisogno del de-
naro per reprimerla. Ecco i precisi termini adoperati da lui:
« Ci preme grandemente il cuore la imminente e inevitabile
necessità della Chiesa romana, a cui fanno impeto i suoi
persecutori con intollerabili angustie e con continue vessa-
zioni, straziandola con crudelissima empietà fino alle più
intime viscere. Flagellata dai flutti di tanta tempesta, ha
bisogno di procacciarsi gli aiuti di una opportuna sovven-
zione. A sostenere il pondo di tanto dispendio, quanto è co-
stretta. subire di continuo per le crudeli oppressioni degli
infedeli e dei ribelli, non può, scarsa com'è di mezzi, bastare
per sé medesima, né vuole, daltronde, farsi a. stender le
mani, come i mendicanti ». Quindi il clero del Ducato fu
costretto sovvenire alle strettezze della S. Sede con le ren-
dite dei benefizi vacanti. Il collettore ebbe facoltà di esigere
anche col sequestro, salvando soltanto calici, croci, vasi sacri,
libri o vestimenta e beni mobili di uso giornaliero (2).

(1) Vedi per tutte queste notizie i Registri del Ducato pubblicati da me, e vedi
sette documenti concernenti la facoltà al Rettore Rinaldo di esigere il rendiconto:
dagli inquisitori (Lett. Com. di Giov. XXII. t. IX, par. III, an. IJ, c. 472 t.).

(2) Vedi le lettere di Giovanni XXII, « VIII Kal. febr. an. V », e « Kal. apr.
.an. VII, in Arch. Segr. Vatic., Arm. XXXV, n. 3. Privilegia Rom. Eccl. c. 342 t. e sgg.
La costituzione « Angit nos multipliciter » dicesi tolta dal Registro della Curia ge-
nerale del ducato, il quale Registro aveva questo titolo « Hic est liber sive quaternus.
Registri litterarum ducalis Curie preceptorum, commissionum, relationum et aliarum
diversarum scripturarum dicte Curie factus et compositus tempore Rectorie r. p. et
d. n. Johannis de Ametio arch. for. Spoletan. ducatus Rectoris per S. R. E. generalis,
sub examine nobilium et esapientum virorum. d. Petri d. Anestaxii de Interamne et

TUNIOUUETÜRDECIENECOS

m
rr.

retains ma



EREIICI E RIBELLI NELL’ UMBRIA, ECC. 245

Tali memorie che rispecchiano il trattamento usato ai
ribelli giovano à dare un'idea meno indeterminata della ri-
volta che agitò Assisi e Spoleto; ma non ci danno un quadro
della vita tempestosa, ricordata nelle parole pontificie so-
prannotate, in ogni parte del Ducato. Dicemmo già’ che
la guerra di- Assisi e di Spoleto non fu una mossa par-
ziale, ma collegata al moto della Marca, moto assai più tor-
bido, e delle altre popolazioni dell’ Umbria. Dove le storie ci
fanno difetto, i documenti, riempiendo le lacune, ci provano
che in tutto il periodo del pontificato di Giovanni l' Umbria,
come d'altronde tutta Italia, era in preda a rivoltosi, ad anar-
chici e à miscredenti superstiziosi. Riassumendo le notizie
registrate dal Rettore e quelle contenute nei bollari avigno-
nesi, si ha una cognizione sufficientemente esatta delle cose.
Il fuoco appare or qua or là: non v'ha luogo, peraltro, per
piccolo che sia, dove non penetri, sfavillando, la scintilla.
Gli ufficiali della Chiesa inseguono, battono, reprimono per
impedire che l’ incendio divampi. Sembra che abbiano a far
con gente stanca di ogni freno: non regola al pensiero,

nessuna temperanza negli atti, francandosi da ogni legge

umana e divina. Nè patti, nè convenzioni serbati fra Comune
e Chiesa; non riconoscimento della costituzione del Ducato;
invano il Rettore convoca le comunità al parlamento; invano
chiede il loro contributo ai pesi pubblici: non imposte all’e-
‘ario, non taglie e leve all’ esercito. I Comuni si fanno giu-
stizia da per sè, non volendo limiti a’ loro magistrati, sopra.
ai quali è la Curia generale del Ducato per le cause mag-
giori e per l'appello: nessuna osservanza alla legge eccle-
siastica che interdice e anatemizza; libertà nella vita in-
dividuale che vuole trascorrere senza rispetto alla roba del
vicino o del viandante; libertà di vita che più piace quanto

d. Conati de Narnia judicum et assessorum dicti d. R, et eius Curie predicte, et scri-
ptas per me Johannem m. Bensivenuti de Monticulo not. et officialem dicti d- Rectoris.
et Curie surrascripte, sub a d. Mm. cCc. xxriuj, ete. ».
na eee Us LIBRE LOBO MAL IZ

ritiro.

L. FUMI

più rotta a spirito di vendetta e a licenza di istinti. I co-
rifei dell'idea ghibellina, più fanatici ed esaltati, aizzando le
masse, giudicavano buono ogni spediente che conducesse a
scuotere il principio d’autorità fondato altrove che nei ca-
noni imperiali. Invano il Papa metteva in sull’ avviso, pre-
scrivendo a Comuni e a particolari di non riconoscere altra
autorità che quella degli officiali messi dalla S. Sede o da
questa confermati (1). I guelfi, esagerandosi, inasprivano il
conflitto che volevano represso. Il periodo che noi studiamo è il
momento del maggior contrasto ; contrasto d' idee e di principî,
cui corrisponde contro la violenza rabbiosa de’ signorotti
l'affermarsi di ordini ringiovaniti e fatti gagliardi dal con-
cetto giuridico che si affacciava allora della democrazia. E
appunto il concetto democratico che vien fuori dalla contesa

fra il Bavaro e Giovanni XXII. E il principio della sovranità

popolare come vera teorica; é la vera teorica dei diritti non
più dell'impero, ma dello Stato. La lotta che si avviva al-
l'avvicinarsi di Ludovico in Italia e minaccia di travolgere
le basi dell’ edificio politico e religioso, annunzia l avvenimento
di un’altra éra che farà capo al rinascimento e alla riforma.

Proviamoci, intanto, a ‘tracciare le linee del quadro
che allora offriva il Ducato, seguendo, più che è possibile,
la successione degli anni. Primo a scuotere la soggezione
è Gualdo di Nocera (1318). Fortunatamente, esso dà un
buon esempio: il dissidio con la Curia è dato a comporre
a’ dottori perugini. Lo imita la università di Andolina che
sottopone le sue questioni al famoso Jacomo di Belviso in
Perugia, il maestro di Bartolo. Ma Cerreto che rompe in
discordie civili è posto al bando. Sassoferrato e Visso che
rifiutano i censi sopportano poi impassibili 1 interdetto. Do-
vunque si affacciano sospetti. Foligno comincia a rumoreg-
giare: non vuole pagare i tributi; tenta di tirare dalla

sua Perugia; ma Perugia è prevenuta dal giudice generale

(1) Lett. com. di Giov. XXII, Liber Curiae, t. X, c. 485, « VIII id. dicemb. an. III ».

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ERETICI E RIBELLI NELL’ UMBRIA, ECC. 24T

del Ducato; con lui recansi dai priori il maresciallo, il te-
soriere e il notaro e sventano la pratica. Intanto Foligno,
sotto gli occhi del Rettore, sequestra cinquanta cavalieri
papali mossi alla volta di Cerreto e li volge contro la Chiesa.
Il Rettore è costretto a sloggiare di là; manda agli orvie-
tani; al Marchese, a Camerino e ad altri luoghi per due
volte di seguito; convoca il parlamento, spedisce a portare
l interdetto un suo balio, che sorpreso dal podestà di Foli-
gno è coperto di percosse, spogliato, minacciato di morte. I
ducali si rifanno, dando la caccia al capitano di Foligno,
riescono ad impossessarsene, e Foligno cede. Il Papa tran-
sige (1319) (1). Gubbio, Norcia, Bettona e Bevagna si rivoltano;
interdette, soffrono il guasto. Cannara, Spello e Trevi non
prendono parte alle spedizioni militari. Assisi e Spoleto in-
Sorgono in quel modo che s'é detto. A Gualdo Cattaneo il
figlio di un canonico a capo di grossa compagnia fa impeto
sulla terra e disordina (1322). Castel Litaldo e Rocca S. Giu-
liano per la loro defezione attirano lo sdegno del Papa che
ne vuole la distruzione, poichè quei castellani sono recidivi,
avendo »ochi anni prima sostenuta una guerra, nella quale si
impegnarono le forze di Perugia, di Foligno, di Bevagna, Mon-
tefaleo e Trevi (2). Castel di Monte è tradito: è tradita Rocca
Arrona (1323). Cascia non cura l’ interdetto. Pomonte è messo
a rumore; Montefalco si agita. Monticolo, Giano e Castel-
bono rifiutano di andare alla guerra per la Chiesa. Norcia
ricetta Federico di Montefeltro. Bevagna contrasta il passo
al maresciallo. Perugia si crede in diritto d'invadere terre
e castelli (1324). La Montagna di Spoleto é in continua ri-
volta e richiama contro di sé un nuovo ufficiale, il capitano

(1) Il Papa propose a Foligno, se gli piacesse, il pagamento di 150 fiorini d'oro
all'anno come transazione per la terza parte dovuta sulle condanne, sui bandi, sa-
lari e pedaggi (Secret. Joan. XXII, VI, c. 20 a, « Id. mar. an. XI »). Volle istrumenti
di obbligazione (ivi). V. anche la lettera a Foligno « XVII Kal. apr. an. XI ». (Ivi, c. 22 b.).

(2) Vedi nell’ arch. di Perugia, contratti, BB. n. 8, cap. 33, n. 9, cap. 35. — THEINER,
Op. cit. I, 523.
248 L. FUMI

di montagna, carica militare, amministrativa e giudiziaria
con referenza delle cause maggiori alla Curia ducale. Il Ret-
tore chiede si rimedî a questo universale scompiglio, e si
provvede delle compagnie militari di Guglielmo Aramandi
e di Mignotto della Lana; si munisce di armi e di istru-
menti d'assedio; fortifica Montefalco e vi fonda coll'arte di
Lorenzo Maitani una rocca; innalza il cassero a Spoleto e a
S5. Martino (1), munisce Collesirio e Tarano; acquista le roc-

«che di Arrone e di Collelupino, rafforza le mura di Peru-

gia e ne demolisce altre, fra cui quella di Antignano. Riduce
in concordia Baglioni con Trinci, conti di Marsciano e signori
di Spello, per averli amici e alleati. Si rivolge a Firenze,
in Romagna, nella Marca; ma quivi i travagli sono ancora
maggiori e bene spesso di là vengono a lui richieste per
aiuti: il vescovo di Rimini alle domande non sa rispondere
se non che egli stesso è alle strette, caduto com’è in di-
sgrazia del Papa. Rocca Pece e Rocca Battiferia danno asilo
a’ ribelli. Da capo Nocera, Visso, San Quirico e Bevagna tri-
bolano il Rettore. Gubbio tassa il clero: interdetta, taglieg-
gia i consanguinei de’ preti; Pirocchio è presa da’ ghibellini,
Spoleto non vuole più saperne di ufficiali perugini, respinge
podestà e giudice d'appello, facendo andare su tutte le furie

il Rettore (2): contrasta alla Chiesa Monteleone, Montesanto:

(1) « Thesaurario ducatus. — Insinuatione dilecti filii Iohanni de Amelio etc.
percepimus quod pro magna utilitate E. ac securitate fidelium expediret quod in ca-
pite castri S. Martini quedam rocha nomine R. E. construeretur, parva tamen et fortis,.
que modicis fieri poterit sumptibus, cum magna ibidem copia lapidum et aliorum

necessariorum pro edificio perficiendi huiusmodi habeatur, quodque rocha seu for--

talium Collissiri certis apparatibus utiliter et necessario noscitur indigere, etc. — I1J
Kal. nov. an, XIIIJ ». (Secret. Joan. XXII, VII, c. 05 t. b.).
(2) 1226, msrzo 4, c. 41 t. — « Cum dd. Priores artium et C. P. sit requisitum

per ambaxiatores d. Ducis ducatus Spoletani quod cum C. et homines Civ. Spoleti'

recusaverint recipere Potestatem de Perusio et observare alia que in licteris papalibus
continentur et ipse proposuerit excomunicationem et interdictum in eos, et nichilo-
minus intendat violenta manu procedere contra eos.... delib. quod solemnes amba-
xiatores vadant et ire debeant ad civ. com. et homines de Spoleto ad rogandum et
inducendum eos ad recipiendum Pot. de Perusio et ad hobediendum licteris d. pape,.
et elegerunt ambaxiatores ituros ad dictum Civ. Spoleti et ad d. Ducem predictum...
nob. et sap. vivos d. Berardum d. Guidonis de Corgno militem et d. Iannem d. Sensi iud..
ERETICI E RIBELLI NELL UMBRIA, ECC.

e Sellano. Paterno va in mano degli esuli spoletini. Arrone
non cede che per denaro (1325). La Spina sta co’ rivoltosi.

Argento di Campello solleva la terra. Berardo Arroni torna

al vomito. Monte S. Martino discaccia gli ecclesiastici. Monte
M. Maria resiste (1326). L’abate di S. Croce si insignorisce
di Sassoferrato. Vinto e preso un castello, sfugge l'altro di
mano: punita la disubbidienza di uno, trasgredisce l'altro:
Gli insorti vincono oggi dove soggiacquero jeri; lasciano e
prendono con la stessa facilità. Minacciandosi un'invasione
dalla Marca, il Papa consigliava il Rettore a trasferirsi a
Gualdo di Nocera con tutta la curia per chiudere e guardare
i passi (febbraio 1527), mentre il Vanurense, nunzio a Ge-
nova, doveva, subito spediti quegli affari, recarsi nelle parti
del Ducato.

! Ma se terre e castelli cedevano al primo urto, le città
resistevano a lungo. Norcia, trattata con riguardo dalla
Chiesa, é detta ingrata dal Rettore che, al fine, si vide co-
stretto, per domarla, convocare il parlamento: Gubbio, Fo-
ligno e Spello promisero ingrossare l'esercito con 300 sti-
pendiari contro quella città, che aveva portato la guerra
Sopra Ussigni, devastato e arso il castello, uccisa una parte
degli abitanti, gli altri fatti prigioni, distrutto S. Fortunato
e battuta Cascia. Fatta tregua in sullo scorcio del 1327 e
nell’anno seguente percossa da quel terribile terremoto che
fece (secondo gli storici) migliaia di vittime, aveva nel 1329
ripresa tanta forza, da correre nuovamente alle ostilità, so-
stenendo con le armi i proprî diritti su i feudi dipendenti
dalla ricca abbazia di S. Eutizio. Poichè per il pretesto della
unione di questa alla Camera ducale, il Rettore (dice il pon-
tefice), ingiustamente, impediva in varî modi il Comune e
molestavalo sopra alcuni castelli, rocche, ville e beni appar-
tenutigli fin dal tempo antico (1). Il Papa rimproverava l' uno

(1) « Rectori. — Comune Nursie gravi conquestione monstrarunt, quod tu, pre-
textu unionis'et incorporationis Monasterii S. Eutitii Spoletan. dioc. eiusque iurium
per nos dudum certis causis rationabilibus factarum nostre Camere, predictos Comune
Z 3 L. FUMI

e l’altro; non voleva si guerreggiasse, additava le vie del
diritto e della giustizia davanti alla sua curia. Ma la guer-
riglia era continua, guerriglia di ricatti e di rappresaglie.
Un giorno il Rettore mandó un suo familiare nobile, Ame-
rico da Savignaco, con alcuni cavalieri al castello di Campi
per eseguire certi ordini. Si riseppe a Norcia, e bastò per
convocare il Consiglio, armarsi e muovere contro il castello:
Americo fu fatto prigione e con tutti i suoi menato in
città (1). Poi coll’ aiuto de’ ribelli assediò Collesirio, lo sforzó
e lo prese, adducendo a Norcia nuovi prigioni quasi tutti
vassalli dell abate di S. Eutizio (1330) e conquistò il castello
di Campi (2). Un'altra volta prese il Capitano di montagna,

in quibusdam castris, villis, rochis et bonis suis, que ad ipsos pertinuisse asserunt
ab antiquo, impedis contra iustitiam multipliciter et molestas. Cum autem ipsi a te
super gravaminibus et molestationibus huiusmodi ad Sedem Apostolicam appellasse
dicantur, nosque super hoc apud Sed. eandem certos concessinus auditores... man-
damus, quatenus Comune, pendente causa super dictis gravaminibus in R. E...., nullas
inferas... novitates. « Non. martii an. XV ». (Secret. Ioan. XXII, vol. VII, c. 121 t.).
— Eid. — Com. Nurs. potestariam Pontifici commissa, ydoneo viro committendam
curet. uts.

()« Rectori. — Ad nostri apostolatus auditum pridem relatio fidedigna produxit,
quod cum tu nuper dilectum filium x. v. Aymericum de Savignaco familiarem tuum
cura nonnullis aliis equitibus ad castrum Campli, ad nos et R. E. pertinens, pro exe-
cutione quarumdam licterarum per nos tibi directarum facienda, misisses, Comune

Nurcie, nondum obliti nec verentes eandem E. iniuriis lacescire, comunicato ac de-.

liberato consilio in arenga comunis Nursie, ut eorum verbis utamur, ad dictum ca-
strum hostiliter et proditorie venientes, ipsumque castrum intrantes, Aymericum et
equites prefatos tunc quiescentes ibidem ceperunt, ipsosque captivos duxerunt Nur-
siam, ubi eos adhuc detinent captivatos in divine maiestatis offensam, nostram et E.
prefate iniuriam et scandalum plurimorum etc....,quod moneat eos sub pena priva-
tionis privilegiorum seu libertatum ut Aymericum et equites pristine libertati indi-
late restituant. — IIIJ Id. martii an. XIIIJ ». (Secret. Joan. XXII, VII, c. 66 t.).

() « Rectori. — Fide digna licet infesta relatio perduxit nuper ad nostri apo-
stolatus auditum, quod dilecti filii Com. Nursie Spoletan. dioc. fortalicium roche Col-
lissiri ad nos et R. E. pertinens pleno iure per dictum Comune in nostrum et eiusdem
E. manifestum preiudicium occupatum tibi nondum restiture, quamvis requisiti,
super hoc extiterint, non curarunt..., quod moneat ut dictum fortilieium una cum
vassallis guayte Abbatie tibi nostro et eiusdem E. nomine restituant.... XIIIJ Kal:
aug. an. XIV ». (Secret. Ioan. XXII, VII, c. 66 t.).

« Cum castrum Campli ad nos et R. E. pertinens pleno jure per dilectos filics
Comune Nursie... occupatum... mandat restitui etc. ».

« Com. Nursie. — Cum castrum de Campi... per vos detineatur... occupatum...
hortatur quod predictum castrum rectori Spolet. restituant ».

M cce dex n
ERETICI E RIBELLI NELL’ UMBRIA, ECC.

Bonifacio de Buono, che andava recando, di commissione
del Rettore, certe lettere: le intercettò e obbligò il malarri-
vato ad inghiottirle, maltrattandolo e percuotendolo senza
pietà (1). Con Cascia pareva combinata la pace (9 ottobre
1330): vi si era intromesso direttamente il Pontefice. Norcia,
da lui favorita, s’ offri a lui, in riconoscenza, assoggettandosi,
col contado, per tutta la vita del Papa, e gli conferì l’uf-
ficio di Potestà; ed egli l'accettó e ne rimise la scelta al
Rettore. I casciani ne arrabbiano. Si mettono all’ imboscata,
e al passaggio di una nobile comitiva di norcini che traver-
savano quel territorio, li arrestano, li predano e li mandano
in carcere (2). La guerra si rinfocola: Nocera rivaleggia con
Norcia per Collesirio. Il Papa torna a raccomandare la calma
e addita la via del foro, piuttosto che contendere per forza
d'armi. Vietó ai nobili d’ inimicarsi: raccomandò al Re di

« Hominibus castri de Campi... quod rectori pareant ». (Ivi, c. 68).

« Com. Nursie... ut restituant in libertatem captivos » (c. 68) etc.

« Com. Nurcie... Nuper coadunatis nobis nonnullis nostris... rebellibus ad
fortzlicium Collissiri... more hostili et cum armis publice accessistis, et obsidione
ibidem posita, idem fortalicium sic viriliter... debellastis, quod ipsum cum omnibus
fere vassallis monasterii S. Eutitii O. S. B. tunc existentibus infra fortalicium supra-
dictum cepistis ipsaque retinuistis et retinetis... XJ Kal. maij, an. XIIIJ » (c. 68 t.).

(1) « Rectori... Cum autem intelleximus quod Com... Nursin. suis juribus et
terminis non contenti ad E. offensas et iniurias temerariis ausibus aspirantes pridem
quendam baiulum, quem... Bonifatius de Buonio capitaneus in provincia de Monta-
nis sub tuo regimine consistente apud Nursiam tam ex officio curie sue, quam ad
nonnullorum instantiam destinasset, Nursini predicti eundem ceperunt baiulum vio-
lenter, et ipsum litteras, quas portabat, comedere in Dei et E, contumeliam compu-
lerunt, eum nichilominus sic acriter et crudeliter verberando et male tractando, quod
vix poterit ex hiis evadere casum mortis... nec hiis contenti, ad occupationem ter-
rarum R. E. suas tendere insidias... fidelesque... a sua fidelitate divertere... pro-
cedat contra Nursinis... IIJ id. sept. an. XV ». (Secret. Joan. XXII, VII, c. 120).

(2) « Rectori. — Cum nonnulli homines terre Nurcie per territorium terre Cassie
transitum facerent, Comune et homines dicte terre Cassie hostiliter et proditorie in
eos cum armorum violencia irruentes, tresdecim homines dicte terre Nursie et quam
plures alios simul per dictum territorium transeuntes derobaverunt ac equis, pannis
et aliis pluribus bonis violenter et nequiter spoliarunt, quatuor de melioribus homi-
nibus terre Nurcie tunc captis et ductis ad dictam terram Cassie, ubi detinent capti:
vatis... quod... justitiam exequatur contra cassianos. — Non. martii; an. XV ». (Se
cret. Ioan. XXII, vol. VIl, c, 121 t.) Vedi PATRIZI- FORTI F., Memorie di Norcia —
Norcia, 1809, p. 170.
2959 L. FUMI

Napoli e. al Marchese della Marca la caccia ai norcini che
rifugiavansi in quelle parti: confiscò i beni ai più audaci
nell'una e nell’altra città, Norcia e Nocera; ordinò di procedere
contro il Comune e i cittadini di quest’ ultima che se li appro-
priarono (1): fece demolire la torre di Collesirio e proibi a Nor-
cia di rifabbricarla. Ma avrebbe ritornati quei cittadini nelle
Sue grazie e ribenedettili, purchè, come già resero Poggio-
valle, restituissero Collesirio e promettessero di non offen-
dere il castello di Monte S. Martino, tornati che furono a
danneggiarlo dopo fatta la pace (2).

Tanto ardore di contese a mano armata destato su i
confini del regno dava buon giuoco ai regnicoli di occupare
Guarnello e le rocche di Arrone a danno della Chiesa che

1929

invano ripetevale come sue (1334) (3).

(1) « Rectori. — Relatione fide digna percepimus, quod propter rebellionem du-
dum per nonnullos Cives Civitatis Nucerine adversus R. E. factam bona ipsorum
fuerunt eidem E. confiscata, quodque dilecti filii Comune Civitatis eiusdem et certe
ipsius singulares persone eadem bona indebite occupata detinent, fructus eorum per-
cipientes in preiudicium E. prelibate. Quocirca mandamus quatenus, si est ita, eosdem
Comune et singulares personas ad restituendum bona huiusmodi eidem E. ac satisfa-
ciendum sibi de fructibus inde perceptis, nisi aliud proponant et probent rationabile,
quod restitutionem et satisfactionem predictas impedire debeat, previa ratione com-
pellas » (Secret. Ioan. XXII, vol. VIJ , c. 341 t.).

(2) Del riacquisto di Monte S. Martino ebbe merito un Nicola di Giovanni di quel
luogo, e il breve seguente ci offre un esempio delle rimunerazioni largite dal Papa
a’ suoi fedeli: « Nicolao Joannis de Castro Montis sancti Martini laico spoletane dioc. —..
tua siquidem nobis dudum exhibita petitio continebat, quod propter fidelitatem et de_
votionem quas tu ad eandem gerebas... E. tui et tuorum exilium et alia dampna
gravissima tam in morte tuorum, quam bonis etiam passus eras, quodque castrum
Montis sancti Martini... rectoris ad tua et tuorum operatione fuerat ad dominium
et devotionem nostram et. E.... reductum. Quare nobis humiliter supplicasti, ut,
horum consideratione, molendinum situm in castro Vissi... et quasdam possessiones
et terras sitas in eiusdem comunis Vissi districtu ad predictam E. immediate spectantia
et per obitum q. Scorne laici spoletani, qui ex concessione apostolica sibi ad vitam
suam sub certa pensione annua facta tenebat dum viveret, ad eandem E. legitime de-
voluta, tibi in emphiteosim sub certo censu annuo concedere dignaremur... nos, sub
annuo censu duorum solidorum cort. concedimus etc. — XVIJ Kal. semptemb. an. XV ».
(Secret. Ioan. XXII, vol. vol. VII, c. 122 t. b.).

(3) Il papa invitò il re di Napoli a restituire le rocche con lettera in data. « IIIJ
id. aug. an. XV » (Secret. Joan. XXII, vol. VIII, e. 96). Lo pregò a tenervi lontani j
reatini « IIJ Id. sept. an. XV » (Ivi, c. 88 t.). E nuovamente nella forma seguente an-
che per l'occupazione di Guarnello: « Regi Sicilie. — Serenitatem Regiam alias re-
ERETICI E RIBELLI NELL’ UMBRIA, ECC. 253

Questi erano gli effetti delle confische di castelli e terre.
I signori e gli abati tentavano rioccuparle. I Comuni che
avevano diritti da esercitarvi reclamavano quei diritti; nè
è mancato mai ad ambiziosi un buon pretesto di legalità o
di legittimità per invadere e ritenere per forza il possesso
altrui. Questi erano, sopratutto, i frutti che davano gli esilî
e le proscrizioni. Specialmente i mille e più spoletini tenuti
fuori della patria mantenevano viva l'agitazione intorno alla
loro città. Il Papa turbavasi molto per il ricetto che facevano
di costoro le comunità e le persone particolari della pro-
vincia, e ordinava al Rettore di emanare moniti contro di
esse. Tutti quegli esuli, ribelli alla Chiesa e amici d eretici,
gente scomunicata, diceva il Papa, tenendo conventicole se-
grete, e uscendo dai loro covacci come volpi, insidiavano i
fedeli pontificî, ne invadevano i beni, commettevano delitti
orrendi e mulinavano trattati. Pure nulla è stato a noi traman-
dato che riveli uno scopo determinato, o un’intesa comune. È

‘la parte ghibellina che stimando arrivata I' ora sua si afferma

dove può, aiutandosi dei rancori degli esuli che, raminghi, non
hanno altro scampo che nella loro stessa disperazione: «na
salus victis nullam sperare salutem! Agitandosi potevano spe-
“are solamente il rimpatrio e il ritorno al potere. Ma sono forze
sparpagliate. Manca la compagine. Dov? è un centro, da cui
il moto, organizzandosi, irradî? Non si vede chi guidi un’azione
capace a dare uniformità di mezzi per un fine unico e pre-
ciso. Il conte di Montefeltro prima, poi il vescovo di Arezzo
furono veri capitani di parte. Ma il Conte morì lasciando

quisivisse recolimus et rogasse ut Castrum Guanelli et Rochas Arronis sitas in ducatu
nostro Spoletano, ad nos et E. R. spectantes, que jamdudum per gentes tuas Regias
occupata fuerint restitui faceres rectori ducatus predicti. Sane cum ab hiis, sicut mi-
ranter accepimus, restitutio hujusmodi non sit facta, Regalem excellentiam iterato
requirimus et affectuose rogamus, quatinus restitutionem eandem sic celeriter et prom-
pte fieri Regia providentia faciat cum effectu, quod nos sinceram devotionem tuam
inde commendare merito valeamus, — Dat. IIIJ idus nov. an. XVIII » (Secret. Ioan.
XXII, dol. IX, c. 232). Altra sollecitazione ha la data « XV Kal. sept. an. XVIIJ » (ivi,
n 282. t.).

18
954 APR L. FUMI

in asso l'impresa; il Vescovo dopo la caduta di Spoleto, si
volse altrove. I ribelli, senza un capo autorevole, non furono
buoni che a snervare le forze del Rettore, costringendolo a
correre ora da una parte ora dall'altra a domare solleva-
zioni che si succedono o si sovrappongono. Nei Comuni v'é
chi sfugge ai pesi divenuti intollerabili; v'è chi subisce o
respinge nuove tirannidi; v'é chi segue la febbre delle espan-

‘sioni oltre confine. Ciascuno sembra voler far da sè. Ma ecco

apparire un tentativo per un movimento collettizio. Viene
dalla parte di Spello. Ivi un nobile signore, il cavaliere Ja-
como di Andrea, regge, a nome della Chiesa, la forte e
grossa terra. È insidiato, e l’insidia muove da preti della
peggiore risma e da loro nepoti. Si associano alla congiura
contro di lui profughi assisani e spoletini uniti con uomini
audaci e maneschi. Ma, quel che è peggio, si fa loro capo
un uomo di molto conto. È Offreduccio di Spello. Costui,
canonico burgense, insignivasi di molti benefizi; aveva titolo
di scrittore del Papa e faceva parte dell’ ufficio dell’ inquisi-
zione come primo notaro. Era stato anche priore della cat-
tedrale di Spoleto per favore de’ ghibellini, e dopo la caduta
di questa città, si era goduta la prebenda ottenendo dal
Papa la dispensa dall’ obbligo della residenza. Poi avevala
rinunziata, certamente costrettovi, nelle mani del cardinale
di S. Maria in Via Lata (1). Il suo antecessore, fatto segno
agli odî de’ parenti di Offreduccio, era stato ucciso da loro. Mi-
nistri delle scelleraggini di Offreduccio erano, co’ suoi stessi
fratelli, un Pietro Monalducci, canonico nocerino, e i fratelli
e i nepoti di costui. Che cosa non si disse di questo sciagurato
canonico! Sodomita e corruttore di teneri fanciulli sacrificati

(1) Vedi il privilegio concessogli per i suoi meriti verso la S. Sede in data « No-
nis Maij an. XI » (Lett. com. di Giov. XXII, t. XXVI, par. II, c. 293): per accettare la
sua rinunzia al priorato di Spoleto ebbe facoltà il cardinale Luca di S. M. in V ia Lata,
« IV id. nov, an. XI » (ivi, t. XXVIII, c. 437): suo successore fu Puzzarello Nalli da
Spello, « III Non. decemb. an. XI » (Ivi, c. 519). Ottenne dal Papa la facoltà di testare
nell'ottobre 1329 (Secret. Joan. XXII, VII, c. 65 t. b.).
ERETICI E RIBELLI NELL’ UMBRIA, ECC. 255

al suo vizio in Perugia, a Foligno, a Spello, a Montefalco e in più
altri luoghi: corruttore di monache, contaminate nel mona-
stero di Santa Illuminata di Montefalco, nel borgo di detto luogo,
raggiungendole entro il sacro recinto e nell'orto, o tirandole
alle sue voglie in casa. Travestito alla brigantesca, cor-
reva agli stipendi e prendeva parte alle cavalcate, menando
le mani e bravando peggio di un soldataccio. Un altro
prete, lo stesso priore della cattedrale di Spello, un Maz-
zone, falsario e simoniaco, fabbricava bolle pontificie: in tal
modo si accaparrò il canonicato di S. Lorenzo. Come lui erano
tutti gli altri; tutti falsari e simoniaci. Usurai, infino a sei
e anche infino a otto denari per lira al mese; fornicatori,
barattieri, sediziosi, fraudolenti della peggiore specie. A loro
bastò l animo di falsificare il sigillo della curia, di cor-
rompere scritture, di occultare documenti pubblici in pre-
giudizio della Chiesa romana, della curia ducale, di comu-
nità e di persone particolari. Con siffatte tinte sono rappre-
sentati al Papa gli autori della congiura di Spello. Scoperti,
non furono subito puniti. Giurarono di osservare la pace,
firmata in pubbliche scritture. Non tennero il patto. Solle-
varono il popolo a rivolta; ma non riuscirono alla prima né
alla seconda ad uccidere messer Jacomo con tutta la fami-
glia e gli aderenti, come volevano. La imbrotcarono alla
terza, e alla fine il Rettore di Spello fu spacciato. Il Papa se ne
commosse: scrisse lettere di condoglianza ai figliuoli, Bar-
tolomeo e Oddone, quest'ultimo Podestà del luogo (1), ordinó

(9) « Nobili viro Oddoni de Spello potestati terre Spelli nostro et E. R. fideli. —
Non sine turbatione animi magna percepto, quod quondam Jacobus de Spello pater
tuus E. R. fidelis et devotus per quosdam proditionis filios et iniquitatis alumpnos
extitit horribiliter et proditorie, hiis diebus preteritis, interfectus, de casu dolemus
huiusmodi, et tibi, filii more paterno compatimur super eo. Sane quia casus inopinati
previderi non possunt, et judicia Dei sunt occulta, Nobilitatem tuam attencius exhor-
tamur, quod consideranter attendens, quod idem pater tuus, quamdiu vixit in devo-
tione et fidelitate persistit E. et sussistens in illa constanter, vite sue finivit terminum,
ex quibus sperandum est ipsum locum meruisse quietis, consolationes assumes in eum,
qui totius consolationis est pater, pro certo sciturus, quod, sicut patrem tuum pre-
dictum, sue devotionis et fidelitatis meritis exigentibus, dileximus, ita te, si vestigia
Zt L. FUMI

severa giustizia contro gli uccisori e voleva trasferire la curia
generale del Ducato nella rocca di Spello (1). Ma ivi ardeva il
focolare della lotta dei nemici di Giovanni d’ Amelio, arcidia-
cono provenzale, Rettore del Ducato. Riusciti ad intendersi
con molti, dando prova di abilità e di una costanza che non
temeva ostacoli, occuparono finalmente Spello e ordirono la
tela di una congiura contro il provenzale. Vi attirarono Gub-
bio, Assisi, Foligno, Gualdo, Bevagna, Collemancio, Cannara,
Limisano e tutta la valle del Topino; vi attirarono i signori,
fra i quali i Trinci. Ma ciò che più stupisce è vedere in
mezzo ad essi l’ alter ego del Rettore, consapevole e a parte
de' loro propositi, lo stesso tesoriere del Ducato, un prete della
Linguadoca, Pietro de' Maynad. Offreduccio, l'ingratissimo,
imprigionato, come capo della congiura, penó in fondo alle
carceri del Ducato, finché il Papa non lo richiese in Avi-
gnone per assicurarsi meglio della sua persona (2). Intanto la

ipsius immitari, sicut indubie teuemus, studueris, oportunis favoribus et gratiis pro-
sequemur. Ceterum dilecto filio Jotanni de Amelio archid. forroiul. ducatus Spoletan
rectori per licteras oportunas scribimus ut adversus proditores et homicidas dicti
patris tui exequendo justitie debitum, exacta diligentia, procedere non postponat. —
Dat. X Kal. maij an. XIII ». (Secret. Joan. XXII, vol. VII, c. 45 t. a.). Si ripetono al-
tre lettere ad ambedue i figli, Oddone e Bartolommeo, e al Comune di Spello, e si
raecomandano i figli al rettore (ivi, c. 06 t.).

(1) « Rectori. — Assertione fide digne relationis noviter intellecto, quod ille,
cuis commissum extiterat regimen terre Spelli, fuit, hiis diebus preteritis, rebus hu-
manis exemptus, discretioni tue per apostolica scripta mandamus, quod taliter eiu-
sdem terre regimini studeas providere, quod in devotione nostra et E. R. conservetur,
sublatis periculis, status eius, et tua propter hoc debeat cireumspectio commendari. —
XVJ Kal. maij, an. XIII ». (Secret. Ioan. XXII, c. 45 b.). Con la lettera « X Kal. maij »
gli ingiunse « quod contra interfectores Jacobi de Spello procedat, et acriter faciat » :
e di nuovo « X Kal. octub. » (ivi, c. 46 t.).

Imprudentemente il rettore avrebbe demolita la rocca di Spello, se il papa
non l'avesse in tempo impedito. « Rectori... Intelleximus quod valde utile foret du-
cali provincie si in loco Spelli, ubi esse Rocha fortissima dicitur, de bonis R. E. con-
structa, que in manu tua nostri nominis et E. memorate consistens cum modicis sum-
ptibus aptari posset, pro residencia Generalis Curie ducatus Spoletani predicta Curia
teneretur, — VIIJ id. febr. an. XIIIJ ». (Secret. Joan. XXII, vol. VII, c. 68).

(2) L' ordine di procedere contro Offreduccio é del seguente tenore: « Rectori. —
Perduxit nuper infeste relationis assertio ad nostri apostolatus auditum, quod Offre-
ducius de Spello, clericus Spoletane dioces., contra juramenta fidelitatis, qne in re-
ceptione officiorum tabellionatus et scriptorie liiterarum apostolicarum sibi gratiose

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ERETICI E RIBELLI NELL’ UMBRIA, ECC. 251

congiura aveva prodotto novità in Foligno, dove da qualche
tempo non spirava buon vento peri guelfi (1). Ugolino Trinci
e il suo nepote Corrado, che per lo innanzi erano stati dei.
piü fidi e forti campioni della Chiesa, uniti come erano
con Offreduecio, nell intento di farla finita co’ pontifici,
avevano ribellato Foligno e assaliti gli ufficiali del: Rettore.
Agguantarono un suo familiare, Massiolo Peroni, e lo trat-
tarono duramente. Cosi fecero con quanti loro capitarono
innanzi, ancorchè presentatisi in qualità di ambasciatori:
così volevano fare di tutti. Occuparono la rocca di Serra
Rotondola, facendo strazio di quelli che per la Chiesa la
guardavano; e mossi alla volta di Montefalco, dove il Ret-
tore stavasi racchiuso, la danneggiarono forte. Dierono mano
a spogliare mercanti di transito per il Ducato; attirarono a
sé con blandizie; spaventarono con minaccie; seminarono

odi contro il Rettore. Nemico della giustizia, il Papa chia-

mava Corrado Trinci, quando lamentandosi delle nefandezze
da lui compiute in Bevagna, ad offesa di Dio, a contumelia
della Chiesa e di quei luoghi, per domarne 1’ orgoglio, invo-
cava l'aiuto di Perugia, volendo dargli una lezione che sfi-.
dasse i secoli (2). Intanto, come eco di questo risveglio di

per Sedem Apostolicam concessorum prestitit, ingratitudinis vicium et reatum periurii
non vitando, temere veniens, ac Deum, nos et E. R. in sue periculum anime multo-
rumque pernicem graviter offendere non formidans, per plures et diversas commotio-
nes... quas contra nos... et officiales fideles et subditos... attemptari et fieri proditorie
procuravit et ex quibus vulnera personarum et strages, invasiones, depredationes bo- ©
norum, insultus et alia damna variaque pericula sunt secuta, statum eiusdem ducatus
turbavit, procuravit et fecit pacificum, diversos horrendos excessus nefandaque alia
delicta, scelera et crimina ibidem nichilominus committendo... Dat. Aven. Id. mai ».
(Secret. Ioan. XXII, n. 117, c. 30). V. il Processo in Miscell. Instr. 1324, febr. 10.

(1) « Rectori. Ex tuarum percepimus serie litterarum qualiter pridem ducali
provincia ex casu quo contigerit in florentino exercitu quadam formidinis turbatione
concussa mox obviando periculis imminentibus adhibere salubria remedia curavisti,

quodque fulginates remanserunt, qui jam disposuerant ad dictum exercitum proficisci,

qualiter etiam respondisti ad tuam: nuper presentiam accedentibus perusinis, nec non

et quomodo fraudibus proditoriis, quas Albericus Symonis de Spoleto et quidam emuli

E. circa captienem monasterii S. Petri de Montemartana temptaverant etc. — Id. no-
vemb. an. X » (Secret. Joan. XXII, vol. V, c. 327).
(2) Vedi Arch. di Perugia, Bolla di p. Giov. XXII, « II Id. martii, an. XVIII ».
258 L. FUMI

Foligno, lo. strepito di un tumulto in Spoleto richiamava
anche sull’ oppressa città la giustizia del Papa per punirne

gli autori e rivedere i conti agli eretici. Sappiamo che ivi

Argento di Campello era de’ più intolleranti contro la do-
minazione della Chiesa. Un giorno, mentre Massiolo nella
pubblica piazza difendeva i diritti della Santa Sede, si
levò Argento, e seguito da’ suoi nepoti e consorti, suscitò
il rumore. Massiolo fu morto davanti al palazzo del Pode-
stà (1). Argento co’ suoi, messosi in salvo, ebbe il bando
da tutte le terre della Chiesa; nè il Papa si stancò di rac-
comandare che fosse tenuto lontano da Spoleto (2). Veni-
vano, in appresso, nuovi ordini contro gli eretici, e si riassu-
mevano i processi contro la memoria di Arriguccio Abru-
namonti, per colpirne gli eredi. Quel tentativo, dunque, com-
piuto da Offreduccio, fu un avvenimento d'importanza. Lo
scopo di Offreduccio, priore, canonico, scrittore del Papa non
era diverso da quello di Guido Tarlati, vescovo; lo scopo del
Trinci non era dissimile da quello del conte di Montefeltro.
L'uno in abito talare, l’altro sotto la corazza; l’ uno addentro
nelle cose.di governo, l’altro esercitato in guerra; l' uno e 1 al-
tro esperti nelle arti della politica indirizzata alle vie di fatto.
Gettarono la rete ai Comuni e li tirarono a sè; maneggiarono le
armi; adoperarono le insidie. L’opera loro appare meditata
nel pensiero e messa ad effetto dietro un vero disegno politico
che nell'unione ricerca la forza. I Comuni seguirono quell’ in-
vito, perché avevano qualche cosa anch'essi, per conto loro, da

(1) Lett. Com. di Giov. XXII, t. XXXVIII, part. II, c. 321, « VIT id. martii an. XV ».

(2) « Vicerectori. — Fide digna relatione percepto quod Argentus de Campello
et Massotus Symonis de Spoleto et quidam alii nostri et E. R. ac civitatis nostre Spo-
letane rebelles ad eiudesm civitatem et dilectorum filiorum Comun. Spolet. aspirant
suis iniuriis, iniquis machinationibus, iniuras et offensa [inferendo], discretioni tue
per apostolica scripta mandavimus, quatenus eosdem rebelles a suis excessibus et te-
merariis ausibus spirituali et temporali «districtione, sicut ad tuum noveris officium
pertinere, cohercens, attente provideas, ne Civitatem eandem ingredi, quandium in re-
bellione perdurabunt huiusmodi, valeant, nec eisdem Civitati et Comuni inferre inju-
rias sive dampua. Dat. id. novemb. an. XVII » (Secret. Joan. XXII, n. 117, c. 31 t.).

Maium Ur memi Seve nn

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Ds Hija ime I. POP

ERETICI E RIBELLI NELL’ UMBRIA, ECC. 259

pretendere. I nuovi ministri mandati dal Papa a sostituire
Giovanni d' Amelio, che furono, al solito, altri due preti
francesi, Pietro da Castagneto, arcidiacono belluacense, e un
nunzio, Pietro Talliata, sacrista della diocesi di Castres, vol-
sero l'opera loro a rompere la compagine de’ Comuni. Av-
vinti questi dal sacramento della lega e confederazione giu-
‘ata nel secreto, si videro, loro malgrado, scoperti e costretti
a disciogliersi (1). Per la mediazione di Perugia, primi ad in-
frangere i patti furono Foligno coi Trinci e Gubbio. Gli
altri esitavano. Avevano ragioni da far valere? Erano i Co-
muni minori che aspiravano verso la libertà, non potendo
più reggere sotto il peso delle gravezze imposte dai proven-
zali? Nulla abbiamo di preciso che ci chiarisca la si-
tuazione di quel momento: ma sappiamo che i Comuni mi-
nori resistevano e volevano trattare. Quali erano le loro
proposte? Il Papa li voleva ragionevoli: non li poteva acco-
gliere se non alle condizioni degli altri, cioè agli stessi patti,
a noi ignoti, onde ricevette Foligno e Gubbio, se a/tro non
venisse da loro proposto di rationabile (2). Questa espressione
appunto rivela come il popolo avesse aspirazioni verso ideali
cui il Papa non poteva consentire, rammaricatosi cogli am-

(1) Riferiamo la memoria che fa il Papa della lega dei Comuni dall' esordio della
bolla di assoluzione: « Rectori (Petro de Castaneto) — Ad nostri apostolatus auditum
fidedigna relatione pervenit, quod dilectus filius m. Ioannes de Amelio etc. ducatus
nostri Spoletani rector. asserens quandam ligam per Comunia Eugubin. Assisinat. et
Fulginat. Civitatum, nec non terrarum et universitatum de Spello, de Gualdo, de Me-
vania, de Collemancie, de Cannario et de Limisano et de Valle Tupini castrorum in
dicto ducatu... existentium contra dictum mm. Iohannem factam et in contemptum
jurisdictionis, quam ipse in eodem ducatu tunc temporis exercebat, ac notorium E. R.
preiudicium et vilipendium temere attemptatum, contra prefat. Comun. occasione
ipsius lige et turbationes status pacifici dicti ducatus inde suborte procedens, ipse
ac Curia ipsius ducatus varios et diversos processus contra ipsos fecerunt, banna et
sententias, etc. etc. ... IJ Kal. apr. an. XVIIJ ». È compresa .nell'assoluzione anche
Norcia: avvisava che se con essa avesse composto, non intendeva derogare alla com-
posizione fatta (Secret. Joan. XXII, n. 117;: c. 280).

(2; « Preter formam quam tu (dice il papa al Vicerettore) in recipiendis aliis
observasti, nisi aliud proponeretur rationabile per eosdem » (Secret. Ioann. XXII,
ns5079:0:2901

Die AMNIS Cap aff Usa "

LITT eine
260 L. FUMI

basciatori, Francesco Vagnoli d' Assisi e Pietro cavaliere. di
bpello, oratori anche per tutti gli altri Comuni, di quelle
tali loro idee; li diceva sobillati da sovvertitori. Nel tempo
stesso dava ordini per trattar bene Assisi e risparmiare a
Spello le imposizioni: si badasse ad assumere ufficiali, pro-
curatori o avvocati da cui si temesse danno alle popolazioni;
levassero via quelli che c'erano, per non andare incontro
agli scandali; moderassero gli ufficiali della Curia ‘estorsioni
e gravami. Tutto ciò dice assai. Non si danno tali ordini se
non a chi abbia abusato a lungo del potere fiscale.. Do-
vevano esserne persuasi anche i perugini, se, per Spello,
proponevano al Papa che, come vicino a loro, venisse
affidato al regime popolare del capitano di parte guelfa (1).
Ma il Papa muniva quel forte castello, e vi sollecitava la
costruzione del cassero, come aveva vietato di distruggere la
torre di Collelupino e gli altri fortilizi che furono di Jacomo
suddetto (2).

(1) « Rectori. — Pridem litteras dilectorum filiorum Capitaneorum partis guelfe

Civitatis Perusine nobis directas recepimus, inter cetera continentes, quod tibi ‘effi-

caciter scribere dignaremur, quod castrum Spelli eidem Civitati vicinum ad populare
ipsorum regimen reducens pro viribus et Comune. Quid autem super hiis fieri deceat
probabiliter ignorantes, volumus tibique mandamus, quatinus si quod premittitur
cognoveris expedire, id solerti diligentia exequaris; alioquin quod reipublice potius.
ac dei bonorum et utilitati R. E. expedientius fuerit, solicite studeas procurare. —
X Kal. nov. an. XV ». (Secret. Ioan. XXII, vol. VII, c. 123 b.).

(2) « Rectori. — Per licteras diversas... personarnm pridem percepimus, quod
tu, nescimus quo ductus consilio, turrim de Collelupino et alia fortalicia, que fuerunt
q. Jacobi de Spelllo, que longe magis servari expedit, quam demoliri, R. E. utilitati
diligenter pensata, diruere proponis funditus, non sine multorum fidelium illarum
partium scandalo et periculo status pacifici partium earundem. Quocirca tibi districte
precipiendo mandamus, quatenus sicut nostram indignationem desideras evitare, a

dirutione dictorum et quorumlibet aliorum fortaliciorum, nisi super hoc a nobis li-

centiam obtinuisses expressam, prorsus studeas abstinere. Insuper, adiecentes premis-
sis, quod officiales Curie spoletane, ut ab extorsionibus et gravaminibus inferendis
eisdem fidelibus omnino desistant, efficaciter moneas et inducas attentius, etiam pro-

visurus quod officiales sive sint procuratoris seu advocati sive alii nulli assumantur

ibidem, de quibus possit esse presumptio, quod vellent quovis modo dictos dampni-
ficare fideles, et si qui inibitales forsan existant eos studeas, priusquam alicuius scan-
dali propterea, quod absit, materia oriatur, absque omni mora dispendio revocare.

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NE CIR REOR,

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m ERETICI E RIBELLI NELL’ UMBRIA, ECC. 261

Del resto, al fatto di Spello se ne collegano molti altri,
tutti più o meno dello stesso carattere violento di uomini
del clero o di consanguinei contro la Chiesa romana o suoi
ufficiali o aderenti. Basti citarne uno. La società de’ Bardi,
cambisti fiorentini, teneva i proprî corrispondenti a servigio
della corte di Avignone in Perugia. Questi avevano rimesso
due loro agenti con la somma di 3322 fiorini d'oro destinata
ad altri corrispondenti. Come essi furono a Bettona, ven-
nero svaligiati e battuti così, che uno rimase morto addi-
rittura, l'altro, assai malconcio, si mise in salvo, ma senza
che più se ne risapesse novella (febbraio 1332). De’ furfanti
tre si lasciarono sorprendere a Collemancio ; ma poi fu chiaro
che a quella preda non razzolarono soli. I nepoti del vescovo
Alessandro di Nocera v’ ebbero mano. Poteva essere una
specie di ricatto di quel vescovo, al quale pochi anni prima
(1329) la Santa Sede aveva sequestrato le rendite della mensa,
perchè si era appropriato indebitamente i frutti della mede-
sima del tempo anteriore alla promozione di lui, laddove
erano quei frutti riservati al Papa (1). I nepoti del vescovo
dunque ricettarono, sotto la sua protezione, i ladri nel mo-
nastero di S. Quirico, e con essi partironsi la bella somma (2).

Aveva quindi ragione Giovanni XXII di lamentare l'avi-
dità clericale. Preti e frati, esclamava egli, nel Ducato, in Pe-
rugia e suo distretto, erano accecati dall’ avarizia. E che non
facevano per carpire denari e procacciare alle prebende in

Nec enim possemus questiones, si que in antea nobis fierent de premissis equanimiter
tolerare, quin adhiberemus remedium super hiis oportunum. — IIJ Non. febr. an. XV ».
— In eund. mod. thesaurario — (Secret. Ioan. XXII, vol. VII, c. 123 t.).

(1) Secret. Ioan. XXII, vol. VII, c. 41 t. a, lettera al rettore e a Pietro Maynada
tesoriere « IIlJ Kal. decembr. an. XIII ».

(2) Vedi le notizie del furto nella lettera al rettore « IIIJ Id. aprilis, an. XVI » e
à Pietro de Talliata nunzio « VJ Kal. aprilis an. XVI »: al vescovo Alessandro di No-
cera « V Kal. maii an. XVI », detto che v' erano implicati, nel furto, i nepoti, il papa
lo esorta a cessare di proteggere e difendere costoro e procuri la restituzione delle
somme suddette (Secret. Joan. XXIl, vol. VI, c. 341 t. b., 344 b, 345 a). Vedi anche
nelia Lett. Com. di Giov. XXII (t, XXXXIX, c. 582) la lettera in data « II Kal. Iulii »
e l'altra del t. XLI, c. 259 t.
ie



262”. i L. FUMI

barba alla ragion canonica? Preti delinquenti si annidarono
nella montagna di Spoleto: uno di essi che incappò negli
sbirri, svelò le magagne degli altri. Gli stessi prelati allun-
gavano le mani sulle cose illecite: vescovi sul denaro de’ po-
veri; e abati contro abati, abati contro abbadesse (1). Per
giungere ad un vescovato si spacciò perfino la morte di un
vescovo. Il Papa cadde nell’ inganno, nominando al vescovato
di Foligno, vivente ancora l'ordinario, un altro vescovo,
traslato da altra diocesi e provveduta ancor questa con la
promozione di un abate: dopo appurata la cosa ognuno rimase
al suo posto e l abate si vide, per così dire, collocato è
partibus (2). Preti falsari di lettere apostoliche a scopo di
crear benefizi si scovarono in Cerreto, e un frate, già dai
tempi dell’ antecessore di Giovanni XXII, s' intendeva cosi
bene di quest arte, che riusci a sfratarsi fabbricando bolle
di Clemente V, come é accennato ne' registri del Ducato.
Dalle notizie che noi abbiamo messo insieme del tempo
di Giovanni XXII il profilo storico si disegna a tinte as-
sai fosche. È socialismo? È anarchia? Qualcosa di peggio

(1) « Hugolino abbati monasterii S. Petri perusinl et Iohanni de Amelio rectori
Spoletano... Nonnulli tam religiosi, quam clerici seculares infra provinciam ducatus
nostri spoletani ac civitatis Perusie et districtus eiusdem, avaricie cecitate seducti,
dignitates... et alia beneficia ecclesiastica..., aliquis absque institutione canonica,
«alii vero per impressionis dampnande vicium et nonnulli per symoniacam pravitatem
intrusi... indebite detinent occupata... Dat. Avin. XV Kal.jan. an. IX ». (Secret. Joan.
XXII, voli. V; c..78 t. b).

« Rectori... Cum sicut habet quorundam relatio nonnulli prelati Ecclesiarum
infra ducatum Spoletanum constituti, extendentes quandoque ad illicita manus suas,
aliqua conmictere non vereantur, interdumque pontificali dignitati derogant et ex
quibus scandala oriuntur, nec metropolitanis in partibus illis habeant qui excessus
corrigat eorumdem, nos... specialem tibi quod de huiusmodi excessibus commissis
et committendis, tuo durante officio, te informare ac veritatem inquirere summarie...
nobisque referre... plenam concedimus, tenore presentium, facultatem. Dat. Aven. IIIJ
id. nov. an. XVIII » (Secret. Ioan. XXII, n. 117, c. 280).

(2 Vedi l'atto con cui Giovanni vescovo di Nocera fu reintegrato a quella sede,
non ostante la traslazione fatta di lui alla chiesa di Foligno sotto falsa asserzione che

Bartolomeo Vescovo di Foligno fosse. morto, con la revoca della promozione a Nocera

di Ubaldo eletto di Forlimpopoli, priore benedettino dell'Isola di Gubbio (Lett. Com.
di Giov. XXII, t. XIV, par. II, c. 07 « Kal. Iunii an. V »).

Wort TERT
EEE E rire A cs
> ù i T 7 AEREA

i

TE TL ce

ERETICI E RIBELLI NELL’ UMBRIA, ECC. 265

ancora; perché sugli sfondi della tela rilevano figure di
uomini sagrileghi, lordi di sangue e lividi di vizi, non cu-
ranti se l' edificio simboleggiato dalle mistiche chiavi peri-
coli col vacillare del dominio. L' aureola del privilegio, rap-
presentato nel diritto d'immunità, che godono, li mette al
sicuro dalla legge: la giustizia davanti ad essi è disarmata.
E il male era comune in Roma stessa. Il senatore, fin dal
1520, diceva al Papa, che i preti, alieni da ogni buon co-
stume e dallo studio delle lettere, facendosi forti del loro ca-
rattere, tuttodi commettevano delitti con detestabile insania.
« Sappia (scriveva) che ve ne ha di molti in Roma, i quali,
muniti della semplice tonsura, non vivono da gente dabbene,
ma si fanno lecita ogni infamia più orribile in loro legge:
cinti d'armi, se la passano fra taverne e postriboli; entrano

in risse e fanno gli spadaccini; hanno mano a omicidi, a

furti, a rapine, a tutte le turpitudini. I giudici ecclesiastici
che fanno le veci di V. Santità non se la danno per intesa:
quando vengono accusati davanti alla curia del Campidoglio,
ci vediamo costretti a troncare a mezzo il procedimento,
protestandosi che spetta a loro; e così, con queste lustre, sif-
fatti uomini nefandi e scelleratissimi, a Dio spiacenti e agli
uomini, se la passano liscia, a disdoro della sedia apostolica
e a non piccola jattura del pubblico romano. E poi ci bol-
lano d'incuranti, se a tante enormità non si ponga modo
con la severità dell’ ufficio nostro! I Romani se lo hanno assai
per male, come di cosa orribile e molto abominevole, e ci

vengono a dire in faccia: Ecco questi mariuoli à quali si

millantano cherici e poi laicizzano: e' non vi ha chi torca loro
un capello del capo! Male, signori Senatori! Così non fu a
tempo di Bonifacio VIII quando si portò in Senato siffatta que-
stione! — Quindi (concludeva) se noi poniamo mano alle leggi
e siamo severi, ci si lasci fare, perchè non. si fa per de-
trarre alla libertà ecclesiastica, ma perchè non vorremmo che,
per risparmiare il braccio secolare, non avesse a venire, una
volta o l'altra, che il popolo stomacato di tanti eccessi
264 L. FUMI

- sì precipiti a furia non pure su di loro, ma se la prenda anche

con quegli stessi preti, cui sta a cuore l'ortodossia della fede» (1).
Epperó si deve concludere qui che, a traverso il disordine
di morale quella società, sovrabbondante di elementi di vita, il
male mageiore venisse dagli abusi del clero divenuto ormai
corrottissimo, per una parte, certamente la minore. Le disone-
stà nella vita privata, troppo frequenti, rivelate all’ Inquisi-
zione, e gli eccessi nella pubblica, a vista di tutti, di alcuni
orgogliosi chierici ghibellineggianti urtavano contro i principi
morali della dottrina religiosa, facendo più aspro il conflitto fra
Chiesa e Stato. Le passioni perturbavano gli intelletti, e lo sci-
sma si faceva strada per la licenza de’ costumi, per l’ avidità di

arricchire, per l'ingordigia del potere. Pur troppo la voce.

autorevole del solitario di Avignone rimaneva inascoltata! Lo
stesso sistema di legislazione del tempo, che permetteva com-
mutare le pene, componendole in denaro, non solo era insuffi-
ciente a sanare, ma aggravava il male. Come poteva esercitare
efficacia la giustizia, e come frenare il mal costume e conte-
nere le ambizioni, quando l' adultero o il facinoroso sapeva
bastargli. qualche fiorino d'oro a scontare il suo peccato o
a cancellare il misfatto? Quale prestigio circondava ormai
eli atti severi della sacra Inquisizione, quando sedesse a
quel tribunale un chierico dello stampo di messer Offreduc-
cio? L'interdetto e la scomunica, armi potenti in mano del
Vicario di Cristo, lasciati a farne strapazzo agli ufficiali mi-
nori, erano divenuti istrumenti irrisorî. Fra gli altri, il ve-
scovo di Foligno, colpito dal Rettore, ebbe a farsene beffe.
Il governo, quindi, perdeva tutta la sua forza, riposta unica-
mente sulla autorità morale. I ministri, ripresi e condannati,
quando il Papa li licenziava, era costretto circondarli di
cautele temendosi non li facessero a pezzi.
(continua). L. FUMI.

(1) Cod. D., 8,.17, Angelica FickER, Urkunden zur geschicte des Roemessuges
,K. Ludwig. des Baiern und der Ilalienischen Verhaeltnisse seiner zeit, Innsbruck, 1865.

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IDEs

ERETICI E BIBELLI NELL' UMBRIA, ECC.

DOCUMENTI

APPENDICE III.
I. [1322], luglio 27. Arch. Segr. Vatic. Privil. Rom. Eccl.,
Arm. XXXV, III, c. 348.

Giovanni XXII al Tesoriere per riparare agli abusi
e alle ingiustizie del Maresciallo della Curia.

Johanni de Amelio efc. ducatus Spoletan. Thesaura-
rio. — Intelleximus quorumdam assertionibus displicenter
quod Curie Spoletan. Marescallus ad luerum proprium

aspirans avidius, quam ad justitie debitum exequendum,

Abusi ed in-

giustizie del Ma-
resciallo.

? in ducatu Spoletan., cuius thesaurarius existis, composi-
tiones et finantias interdum recipit super excessibus et
delietis, et extorquere sibique appropriare presumit, ex ta-
libus varias pecunie quantitates innocentes sepius oppri-
mens, et nocentes in damnum reipubblice, quanvis ad

10 suum officium minime pertinere noscantur, dimittens; quod

egre ferimus si est ita. Cum itaque nostre intentionis

Riserva al Te-
soriere o al Ret-

tore le esazioni. ducatu continget per te et dilectum filium m. Raynaldum

existat, quod compositiones et finantie quas fieri in eodem

de Sancta Arthemia thesaurarium E. Novonien. Capel-
> ]anum nostrum, ducatus predieti Rectorem fieri et recipi,
dumtaxat habeant aut per te solum, eodem Rectore no-
lente, seu non valente interesse in illis, Nosque eidem
Rectori demus per alias licteras in mandatis quod dictum
Marescallum, eui nos recipiendi compositiones et finantias
20 aut quosvis delinquentes et facinorosos homines per se
expediendi in ducatu predicto exnune omnem interdici-
mus potestatem, ne talia vel similia decetero attemptare
Chiama il Ma- presumat, prohibent cum effectu; et ad reddendum de
resciallo à ren-

der conto e alla — predictis et aliis omnibus cameram nostram contingen-
restituzione del-

l’indebito. 2 tibus, usurpatis et receptis per eum prefato Rectori et tibi
TUUM

30

35

II. — [1324], ottobre 13.

L. FUMI

certam legitimam rationem, aut tibi solum si dictus
Rector interesse non poss:t seu nolit, illaque restituendum
et assignandum eum compellere non omittas, discretioni
tue presentium tenore mandamus, quatinus si dietus Re-
ctor in predictis aut cirea ea negligentem forsitan se
redderet vel remissum, tu ea exequi et complere, super
quo tibi plenam potestatem auctoritate presentium tri-
buimus, studeas diligenter nos certificare nihilominus
super his non omittas. — Data Avinion. vi Kal. augusti,

pontif. nostri an. sexto (1).

Arch. Segr. Vatic. — Cast. S. Angelo C.
fasc. 49 n. 1.

Informatio Rectoris Ducatus Spoletani contra

]] Vescovo di 5
Arezzo mandó
Potestà di Assisi
Vanne da Poppi.

Si servì del
tesoro pontificio
contro la città.

Fece a Vanne
di ritorno gra-
ziosa accoglien-
za.

20

Guidonem Episcopum aretinum.

— Epus aretinus sub a. d. m. ccc. xvInj de mense (/a-
cuna) quando civitas Asisii fuit occupata et invasa per.
Muccium d. Francisci de dieta civ. et reducta et posita
ad rebellionem contra S. R. E., ad requisitionem et pe-
titionem dicti Mucii misit fratrem Vannem de Poppio fa-
miliarem et sotium suum ad regimen potestarie dicte Civ.,
sub cuius regimine fuit derobbatus et captus thesaurum
E. R., qui erat in sacristia et loco fratrum mm. ord.
S. F. de Asisio, et quam plurimi alii thesauri diversorum
prelatorum et aliarum personarum; quorum thesaurorum
partem sibi retinuit et de alia parte stipendiarios conduxit
et tenuit. Qui thesauri vel saltim pro maiori parte fuerunt
missi Aretium ad conducendum stipendiarios equites qui
venerunt ad dictam civ. Asisii et ibi steterunt facientes

5 et commictentes iniurias, occisiones, concremationes domo-

rum et condempnationes et multa alia enormia contra
fideles E. in obprobrium et dedecus E. pred.; quem ser
Vannem redeuntem ab officio predieto prefatus Epus re-
cepit gratiosius solito.

— It. prefatus Epus Aretinus sub. a. d. m. cec. xx

(1) Pubblicata, sopra altro esemplare, dal THEINER, Op. cit. I, 517.
ERETICI E RIBELLI NELL’ UMBRIA, ECC. - 267

de mense martii, existente Civitate Spoleti in hostinata

rebellione contra S. R. E., ad requisitionem et instantiam

f quorumdam rebellium dicte Civ. Spoleti misit Petrum

SACE Sacconem, fratrem carnalem ipsius Epi., ad regimen ca-

pitano di guerra 25 pitaneatus guerre Spoleti sotiatum multitudine equitum,

quibus idem Epus stipendia ministrabat et dabat, qui Pe-

trus Sacconus toto tempore sui regiminis cum auxilio et

: consilio dicti Epi aretini dietam Civ. Spoleti retinuit in

rebellione prefata efc.

30 — It. de mense junii ad dictam civ. Spoleti efc. misit

Se Dolo Mo Mer multitudinem gentium equitum in subsidium et favorem

bile di cavalli. rebellium de Spoleto, cuius gentes constabilis extitit Lole
ser Maffei familiaris d. Epi aretini.

— It. multis diebus dictorum temporum misit eis mul-

da eU Tonne i ri- 35 tas personas et subventiones plures fecit ut se in rebellione

tenerent, et ambaxiatores suos trasmissit ad confortandum

predictos rebelles de Spoleto ut in rebellione persisterent.

1 ._, Sospirò cogli — It. sub a. m. ecc. xx nj de mensibus septembris
È interni di Spole-
È to per la resi- octobris novembris et decembris ac de anno presenti de men-
3 stenza contro la
Chiesa. 40 sibus januarii, februarii atque martii prefatus aretinus Epus

in reprobum sensum datus fecit conspirationem et. con-
iurationem cum olim intrinsecis spoletanis gebbellinis
notorie manifestis rebelllbus et hostibus S. R. E. et SS.

1 p; d. Johannis etc. contra memoratam E. et d. s. pontif.
4» et contra bellatores, adiutores et valitores adversus spo-
r letanos predietós pro R. E., ad hoe ut dicti spoletani
perseverarent in rebellione predicta, et ad mandata R. E.

et d. s. pontif. non redirent ac fideles supradicte E. de

ducatu dietosque bellatores efc. viriliter et propensius
50 offenderent ac etiam expugnarent.

lh Mandò :dena- — It. ecc. Spoletanis predictis ministravit et ministrari
Pa . TO, munizioni e : à : :
E aiuti. fecit multas et varias pecunie quantitates, multasque
| premunitiones atque auxilia efc. et cum dictis Spoletinis
participavit.

Prese la di- 55 — It.quod verbis, rebus et factis assumpsit probactio-
P fesa de’ ribelli.
[i nem et defensionem dd. Spoletanorum rebellium... ut

civitas prelibata in rebellionis predicte contagio procli-
vius perduraret.
rr—_—— ——__r===

—À ueris

uu

as V

DITTTISEECENGEECEUETEI

MN: Y2: Fd

268 L. FUMI

— It. quod dietis temporibus, opere, mandato, exor-
69 tatione, consilio, auxilio et favore prefati aretini Epi, non

Li fece aiutare nulle civitates atque castra prefatis rebellibus Spoletanis
con vettovaglie,

enar e muni vietualia, pecunias et premunitiones plurimas dederunt,
loni.

prestaverunt, ministraverunt et trasmiserunt, ac eisdem

rebellibus prestiterunt auxilia efc. contra mandata aposto-

[e
o

5 lica et ut in dicta rebellione firmius perdurarent, et ut.
fideles E. supradictos valerent severius offendere ac etiam
impugnare.

— It. quod propter auxilia etc. d. Epi et per dictas
civitates et castra adherentes et adherentia dicto Epo ac
70 dietis rebellibus, prefata Civ. Spoletaua mente hostinata

AE OE di in rebellione predicta induravit dictis temporibus, ac dicti

rebelles plurima homicidia, sacrilegia, robbarias, combu-

stiones et concremationes monasteriorum, domorum et

aliorum locorum de ecclesia ruinas fecerunt ec.

x
ot

— It. sub a. d. m. cec. xxIj misit numptios et licteras

Trattò con Fe- — Frederico de Monteferetro tune moranti in civ. Spoleti pro
derigo di Monte-

TOO ATC ed Capitaneo gen. dicte civ. tunc rebelli E. supradicte he-

retico et ydolatre et de heresi et ydolatria publice et no-

tarie condempnato, et eidem Frederico prestitit auxilium
5 |

e

et favorem.
— It. sub a. d. m. ecc. xx. misit equos et arma in
È Manco cavalli subsidium dictorum rebellium in exercitu supra castrum
pello. Campelli, quod tune detinebatur per fideles E. facto
per dictos rebelles ad expugnandum castrum predictum.
85 — ]t. quod de dictis mensibus seu altero eorum
promisit et convenit dietis rebellibus Spoletanis seu alie
persone recipienti pro eis, et cum eis pacta, conspirationem
Stipulò patti et coniurationem fecit offendere fideles de ducatu et ipsos

e congiurò con-
tro i fedeli del ^ progressibus bellicis prosequi, dictosque bellatores efc. et

Wed 90 bactifolla que erant contra dictos Spoletanos rebelles con-
structa ad.eorum rebellionem domandam agredi, expu-
gnare et invadere ac per dietam provinciam progressus
bellicos facere, propter que predieti rebelles in rebellione
per dieta tempora induraverunt et plurima detestanda

95 mallefitia conmiserunt.

— It. quod.... concitavit, induxit et excitatus fuit

"
|
= Stimolo alla
ribellione città e
castelli.

100

105

Un teste. —
'Giletto , conesta-
bile mandato dal
Vescovo e da Ca-
'struccio.

110

Mandò a Ca-
struccio a Todi
‘e Narni,

115

Presa di Cam-
pello.

120

Denaro dato.

Luoghi in aiuto* .

125

Stipendiari e
vettovaglie.

Cavalleria
batti folle.
130

Cavalcati sul
Trevi, Montefal-
co e distretto
di Foligno: Cam-
pello preso.

ERETICI E RIBELLI NELL' UMBRIA, ECC. 269

plurimas Civitates et plura castra in adiutorium et premo-
nitiones dietorum rebellium contra E. memoratam et in
dietis Civitatibus et castris seditionem ponere et ordinare
studuit, ad nutriendum, confovendum et adiuvandum
predictos Spoletanos rebelles et in offensam enormem et
eonfuxionem dictorum bellatorum ete....

— .... Nardus Secchapopuli de Spoleto testis.... vidit
quemdam conestabilem militum et stipendiarium, vid. no-
mine Gilectum Vasconem seu ultramontanum cum .l. mi-
litibus sotiis venire et stare in civ. Spoleti et dicebatur
quod eos ad dictam Civ. trasmiserat aretinus Epus et Ca-
struccius de Luca. Et erat positum Batthifolle in scoplo
sancti Nicolai supra Spoletum. Et iam erant mortui ca-
ptivi de Spoleto.

— ...q. miserat ad Castruecium de Luca et ad civ.
Tuderti ut iuvarent ipsos Spoletanos gebellinos et quod
eorum defensionem assumerent... et quod Narnienses ipsis
Spoletanis gebellinis intrisecis miserant certam quanti-
tam pecunie in adiutorium.

— ...q.eo tempore quo dictum castrum Campelli fuit
per ipsos Spoletanos intrinsecos gebellinos obsessum et
expugnatum Petrus Sacconus erat Potestas et Capit. Civ.

— ... q. dederat pecuniam gonfalonerio de Spoleto et
Berardo de Arrono et Gentilono de Trevio pro ipsis Spo-
letanis rebellibus ut in rebellione persisterent.

— ... Q. plures terre faciebant adiutorium Spoletanis
intrinsecis.

— .. qd. de pecunia eis data per ipsum Epum et
alios conduxerunt stipendiarios pedites ad custodiam
Civ. et emerunt victualia et foderum.

— ... q. Epus A. mictebat multitudinem equitum in
subsidium ad elevandum ipsa battifolia.... et q. promi-
serat ac etiam juraverat predicta.

— ... q. vidit Petrum Sacconem cum multitudine
equitum equitare ad castra Trevii et Montisfalconis (et
in distrietu civ. Fulgin.) et stare hostiliter supra castrum
Campelli... et ipsum expungnare.

, 19

ara

ENTE MN

ZGCCIDETIELIT AT
270 L. FUMI

Addimannol35 zs qwvidib, d: Addimannum cum .xr. vel.l. equi-
sopra Campello.

tibus venire in dieto exercitu supra castrum Campelli.
— .. q. cum aliquid cum ipsis Spoletanis gebellinis
. Non si tratta — tractabatur de pace fienda, respondebant... quod Civ. et
di pace senza il
Vescovo, nos et nostra posuimus in manibus ipsius.
140 — ... q. Epus d. promisit Herrigutio d. Abruna-
montis Gonfalonerio dietorum Spoletanorum gibellinorum
promesse e iuvare et defendere ipsos Spoletanos... et q. dederat pecu-
denaro dato.
niam Gentiloni de Trevio recipienti pro ipsis Spoletanis.
rebellibus.
145 — ... q. Epus promisit mutuare pecuniam necessa-

Denaro pro-
messo per di-

Bee ilbat- elevandum battifolla supra dictam civ. Spoletanam ; quam
olle.

riam pro conducendis tot equitibus qui sufficerent ad:

volebat, quod ipsi non tenerentur reddere nisi primo:
essent ipsa battifolla elevata, et de hoc Spoletani fecerunt
150 instrumentum syndicatus.
20 — .. q. miserat quemdam suum cappellanum in
S SD PEE ambaxiatorem ad civ. Tuderti ed ad civ. Narnie in subsi-
ni. dium et favorem ipsorum rebellium et ad inducendum
ipsas in auxilium ipsorum Spoletanorum.
155 — ... q. vidit numptium, qui veniebat ab ipso Epo
cum licteris ipsius Epi quas transmictebat Spoleti et nun-
o ond Eon tius dicebat horetenus quod Epus aretinus receperat lieteras
ab imperatore et quod ipse imperator mictebat vicarium
suum et quantitatem equitum in subsidium gebellinorum:
160 de Marchia et in brevi, et ipse Epus aretinus scribebat
Spoletanis alia multum bona.
— .. q. miserat ambaxiatores suos Narniam ad
rogandum Narnienses, quod auxilium preberent Spole-
Denari da Narni. tanis rebellibus et quod sibi mutuarent quandam pecunie
105 quantitatem Spoletanis et quam ipse Epus promictebat eis.
restituere, e& quam ipsi Narnienses rogaminibus et exorta-

tionibus dicti Epi dederunt Spoletanis certam quantita-

tem denar.
170 — Domp. Franciscus... quod Epus aretinus misit
Altro teste. — — Vannem de Poppio ad regimen civ. Asisii et q. sub regi-

Occupazione di ; AREA A ;
Spoleto. mine ipsius thesaurus fuit raptus, et quod ope et operatione-
U

ja

ERETICI E RIBELLI NELL’ UMBRIA, ECC. 271

ipsius Epi aretini multi equites venerunt Asisium ad rebel-
landum et depredandum totam ducalem provinciam, et
175 etiam ipsi equites missi ab ipso Epo aretino intraverunt civ.
Spoleti que tunc pacis amenitate gaudebat et ad servi-
tia et mandata R. E. et officium ipsius persistebat, et ean-
dem civ. invaserunt et homines et mulieres quam plures
interfecerunt, et plures depredationes et domorum con-
130 eremationes fecerunt et conmiserunt et ipsam civ. contra
R. E. in rebellione posuerunt.
meio ORI: — -« Q. civitas Tudertina, Narniensis, Interam-
mim in aiuto. pnensis et castrum S. Gemini dederunt et prestiterunt
auxilium, consilium et favorem.

185 — In palatio canonice maioris E. Fulginatis (1).
III. — [1325], luglio 25. Arch. Segr. Vatic. Secret. Joann. XXII.
è) (=) o

TE Veces 78l. a;

Giovanni XXII al Rettore del Ducato
contro Jacomo « Cini Malagalie » fautore d' eretici.

Rectori efe. Per tuas nobis licteras intimasti, quod
Comune et homines terre Bissi Jacobum Cini Malagalie

oriundum de Florentia, civem et habitatorem Civitatis

Lodasi per il
ritorno di Visso
all'obbedienza e
per la consegna
di Jacomo « Cini
Malagalie » fau-
tore d’ eretici.

Firmane, de fautoria hereticorum Marchie Anconitane

5 dampnatum, tibi duxerant assignandum, quodque pre-
dieti Com. et homines ad nostram et E. R. devotionem
et obedientiam, a quibus deviaverant improvide, saniori
dueti consilio, sunt reversi.

(1) Distacchiamo la particola dell'accusa contro il Vescovo dalla bolla citatoria
del 7 agosto 1324: (fasc. 49, n. 4). ...... « Rursus...... hereticis ac ydolatris de heresy ac
ydolatria condempnatis favore non est veritus ipsos in domo sua recipiendo publice,
ipsisque contra pref. E. et fideles eiusdem auxilia multipliciter ministrando. Idemque -
namque Epus dampnate memorie Fredericum ac Sperantiam de Monteferetro nec
non Borgarescium de Racanato hereticos et de heresi publice condempnatos ac re-
belles S. R. E. publicos et notorios publice in Epali palatio non est veritus receptare
eidem contra pref. E. ministrando auxilium .... super quibus... et per quos.... Deum,
E., fideles et devotos E. multipliciter impugnabat. — Dat Avin. 15 id. apr. an. 8o, —
XVI Kal maij a. 8» » (copia dell'ag. 8 1324).
L. FUMI

Nos autem diligentiam tuam super hiis in dominum

10 plurimum commendantes, discretioni tue per apostolica

scripta mandamus, quatinus predictum Jacobum, quem

carcerali custodia detines, sieut habet tuarum litterarum

series, mancipatum, dilecto filio Amelio, abbati Mona-

sterii S. Saturnini, capellano nostro, Marchie Anconitane

15 Reetori, per eundem Rectorem ac dilectos filios inquisi-

tores heretice pravitatis in eadem Marchia, auetoritate

Si mandi a apostolica, deputatos, prout rationis fuerit, puniendum,

"punire agli in- è : : ; :
quisitori della ^ restituere ac mictere, si tamen periculis quibuscumque ces-

Marca, o non po- ? È x
tendosi farlo con. santibus commode possit fieri, non postponas, alias autem,
sicurezza, si fac- è

ciano essi venire 20 nisi valeret idem Jacobus duci secure in Marchiam,

nel Ducato. : T2
volumus, quod inquisitores predicti accedant ad partes
Ducatus Spoletani, cuius Rector existis, et ibidem de
prefato Jacobo exhibeant justitie complementum.

Dat. Avin. vii Kal. augusti an. IX.

IV. — [1325], agosto 13. Arch. Segr. Vatic.
Castel S. Angelo C. fasc. 1, n. 1e 2.

Atto di accusa e condanna contro
gli autori della prima e seconda rivolta di Spello.

In Dei nomine. Amen. Hec sunt condempnationes efc.
facte efc. per nob. et sap. v. d. Sanctorus canon. maioris
E. Eseulane Spoletan. Ducat. in spiritualibus Vicarium
et in temporalibus judicem generalem per ven. p. et d

5d. Johannem de Amelio efc. Rectorem per S. R. E. gene-
ralem in prov. Spolet. Ducatus et ad procedendum, cor-
rigendum et puniendum ecclesiasticos et personas eccle-
siasticas in defectum prelatorum specialiter a d. n. s. Pon-
tifice deputatum efc. sub anno d. m. ccc.° xxv ind. vir,
10 tempore efc. Johannis... pp. xxIj efc.
Santoro cano- Nos Sanctorus canonicus judex et vicarius supradictus

nicod' Ascoli giu-
dice generale Sedens pro tribunali ad banehum juris more solito sub

della Curia del
Ducato deputato logia domornm canonice fulginatis ubi jus redditur infra-

a punire gli ec-
olesiastici scriptas condempnationes et sententias condempnationum

Le E,
—À e -—
ren v rat) ;

Giudica Pie-
tro Monalductii
canonico Noceri-
no, sodomita,

fornicatore
monache,

ERETICI E RIBELLI NELL' UMBRIA, ECC. 218

15 eontra infrascriptos homines et personas et de infraseri-

ptis criminibus, delietis et excessibus per eos et quemlibet
ipsorum perpetratos damus et proferimus sententialiter
in hiis seriptis in hune modum.

Detestandorum infrascriptorum delictorum et exces-

20 suum enormitas per Petrum Monalductii alias dietum

Macharelli de Spello Canonicum Nucerinum temerarie
commissorum, prout crebra fidedignorum relatio. ae mul-
torum insinuatio querelosa et fama publica ad nostrum
auditum frequenter adduxit, meruit ac rationabiliter nos

25 impulsit, ut contra eum procederemus previa ratione, ut

ipsius elata superbia per impositionem penarum congruam
edometur, et ne predictorum excessuum impunitas pre-
beret aliis incentivum devium delinquendi: ea propter
contra eum de infrascriptis delictis et excessibus ad nos

30 et nostram Curiam delatis per modum inquisitionis pro-

cessimus [ex nostro] et Curie generalis officio in defectum
Epi Spoletani eiusque Vicarii et sue Curie negligentis et
cessantis, de infrascriptis delietis et excessibus inquirere,

procedere et punire, in eo et super eo quod fama publica

39 procedente et clericorum insinuatione referente, ad aures

et notitiam Curie generalis et dicti d. Vicarii provenit
auditu, quod dietus Petrus, tempore in inquisitione con-
tento, tanquam vir in reprobum sensum datus, immemor

salutis eterne, in Civitate Perusii, in Civitate Fulginei,

40 in castro Spelli et Montisfalconis ac pluribus locis et terris

provincie Ducatus commisit cum pluribus et pluribus ac
multis et variis pueris erimen et scelus sodomiticum et
contra naturam.

Item dietus Petrus commisit fornicationem cum plu-

45 ribus et pluribus monialibus de Monasterio S. Illuminate

de Montefalcone in burgo Montisfalconis et domibus ipsius
et intus ipsum Monasterium, in orto Monasterii prelibati
et etiam cum quibusdam aliis, locis et temporibus in
inquisitione contentis... Ideo xpi nomine invocato pro.

50 numptiamus quod omnibus benefitiis ecclesiasticis... pri-

vamus... et in mille marchis de argento dandis et sol-

vendis thesaurario R. E... et ad destructionem et disci-
L. FUMI

È Hn deu ruiscE pationem omnium suorum bonorum immobilium, que

e enellzi ec-

clesiastici: mul- destruantur et deguastentur et ea destructa et deguastata

tato inmille mar-

che d'argento e 55 Camere R. E. confiscamus. Bona autem mobilia et semo-

condannato alla 2

confisca. ventia, iura et actiones predicti Petri nichilominus R. E.
confiscantes. Et quod si quo tempore pervenerit in for-
tiam Curie R. et dictam penam pecuniariam non solverit
infra decem ‘dies a die captionis ipsius computandos,

60 quod sit et esse debeat in perpetuo carcere compeditus

. Insolvible, — ferris in gambis et manicis, cibatus pane doloris et aqua

condannato . ai : : i ; È ;

ferri ein panee — angustie solummodo, ut de suis reatibus agat penitentiam

acqua.
salutarem etc.

65 Item detestandorum infrascriptorum delictorum et
excessuum enormitas per
Mazzonum priorem E. S. M. de Spello
Petrum Canonicum Nocerinum et
. Vangnolum filios q. Monalductii alias dieti Macharelli

70 de Spello ete.

Mazzone, prio- In primis dietus Mazzonus... pro falsitate usus fuit
re di Spello, fal- 3
| sario. quibusdam lieteris, falso modo et tacita veritate impetratis,

ex quibus dictus Mazzonus consecutus est beneficium cano-
nicatus saneti Laurentii de Spello et ipsum tenuit et
75 fructificavit.
Item predicti Mazzonus, Petrus et Vangnolus et qui-
libet ipsorum fecerunt [pacem] cum domino Jacobo de
Ruppero la Spello de omnibus iniuriis factis ab utraque parte et
pace giurata a
Jacomo di Spello... juravérunt corporaliter ad sancta evangelia tactis sacris
80 seripturis dictam pacem perpetuo firmam et ratam habere,
tenere et non ledere vel molestare et predictum d. Jaco-
bum, et nullum malum contra ipsum tractare palam vel
occulte, et deinde nulla nova causa precedente [ex parte?]
dieti d. Jacobi, tempore et loco in acta contentis, spiritu
85 dyabolieo instigati et Deum non habentes pre oculis...,
ipsi et quilibet ipsorum cum Gibellinis de Spello et Asisio
velia di e Eo rebellibus S. R. E., in qua rebellione civitas Asisii tunc
e di Assisi, manebat et cum certis specialibus personis, quorum no-
mina sunt penes nos, quod castrum Spelli (?) ponerent
90 in rebellione S. M. E. et per prodietionem daretur pre-
Condussero
malandrini.

Loro cospira-
zione; mezzi ado-
perati.

Aiutaronoi ghi-
bellini di Spo-
leto.

Uccisero il
priore di Spole-
1o:

Usurai.

Falsari.

Fautori di Fe-
derico.

95

109

105

110

115

120

125

-
x
x
mic
2

ERETICI E RIBELLI NELL' UMBRIA, ECC. 275

dietis rebellibus et quod ibi occideretur predictus d. Ja-
cobus et sua familia et sequaces qui ibi manebant, et ad
hec malandrinos conduxerunt; et per eos non stetit quo-
minus predieta conmicterentur, set fuit propositum et
per premissa nequiter degerantes et contra juramentum
proprium in opbrobrium dei et fidei xpiane subver-
sionem venientes.

Item predieti ete. tractaverunt et conspiraverunt
cum multis malandrinis de contrata et precipue cum re-
bellibus S. M. E. de Spoleto, quod terra Spelli fidelis
S. M. E. per proditionem caperetur et mieteretur in rebel-
lione et occiderentur homines de dicta terra Spelli ut
derobationes et alia proditoria (?) fierent, et ad predicta
multos malandrinos et homines male condictionis equites
et pedites requisiverunt et conduxerunt in civitate Asisii,
castro Bictonii et in civitate Tudertina efc.

Item.... dederunt auxilium, consilium et favorem
Gebellinis de Spoleto rebellibus E. R. ut Guelfos dicte
Civitatis expellerent et dietam Civitatem in rebellione
ponerent: qui Gebellini de Spoleto moniti a predictis pro
consilio et favore ipsorum dictos Guelfos expulerunt [dictam
Civ. in rebellione posuerunt et] multos homines occiderunt,
inter quos occiderunt priorem maioris E. Spoletane, cuius
vice per favorem gebellinorum et rebellium mag. Offre-
dutius frater supradictorum habuit prioratum dicte ma-
ioris E. Spoletan.

It. e£c. exercuerunt per se et alios usurariam pravi-
tatem mutuando libram pro sex denariis et aliquando
pro vrj den. pro quolibet mense.

It. e£c. tanquam falsarii conmiserunt plures et diver-
sas falsitates et aliquas in preiudicium S. M. E. et Curie
ducalis et multas in preiudicium Comunitatum et spe-
cialium de dieta provincia occultando scripturas que ad
nos non spectabant et multis pretio corruptis (?) subtra-
xerunt jura proventus et redditus Camere E. R. et Ca-
mere ducalis et etiam sigillum Curie falsificaverunt.

Item cum hereticus olim Fredericus de Montefeletro
esset pro capitaneo rebellium et infidelium Civ. Spoleti:
L.

FUMI

predieti efe. dederunt illi auxilium efc. et recipiebant et
130 receptabant suos et qnod licteras et omnia secreta fide-
lium S. M. E. revelabant.
It. etc. dederunt auxilium etc. et tractaverunt quod
Tagore. di due Monasterium S. Clerici positum in distrietu Bictonii ca-
nn EUER peretur per malandrinos et homines male conversationis.
: 135 et vite, et eorum consilio et favore multi malandrini de
provincia dietum monasterium ceperunt, occupaverunt et.
tenuerunt pluribus et pluribus mensibus.
DRM TURO adul- It. predietus Mazzonus conmisit adulterium et forni-
cationem eum pluribus mulieribus et precipue cum filia
140 Massuli Portuli in domo dicti Mazzoni posita in Mezoyta
etc. et in domo predicti Massii posita in dicto loco etc.
an. M. CCC. xviij. et xvImj et quolibet mense ipsorum.
It. predictus Petrus in habitu laycali et malandrino
Sp icostumni di ivit ad stipendia et in cavalcatibus ubi fuerunt facte
145 occisiones hominum, robbarie et incendia que ipse per-
petravit, et perpetrantibus dedit auxilium e£c. an. MCCC.

XXIV et Xxv.

Vagnolo ba- It. predictus Vangnolus etc. commisit et fecit multas.
rattiere, simo=
niaco ecc. baraetarias, symonias et inlicitas extorsiones ec.
150 Item quod predicti Mazzonus, Petrus et Vangnolus.

sunt et fuerunt homines seditiosi et symoniaci, et pluribus
et diversis ac variis criminibus, sceleribus et excessibus.
irretiti et qui continue seditiones et multa mala et scandala.
et guerras ordinaverunt in provincia dieti Ducatus, de qui-
155 bus omnibus sunt publice infamati. Super qua aecusatione
etc. testes recipi fecimus etc. (Condannati come sopra) (1).

(1) Fu attore Lillio Massioli come pro.re del nob. cav. Jacomo d? Andrea di Spello:
Offreduccio, Mazzone, Pietro e Vagnolo anpellarono alla Curia romana « super coniura
tione dictorum fratrum castrum Spelli expugnare et occupare nitentium, ibique commit-
tere homicidia et strages hominum, disrobationes etincendia, ac, ipso expugnato et oc-
cupato, rebellare contra R. E. et Rectorem eosdem, et ob hoc guerram suscitare ac facere
contra Ducatum, in turbationem et subversionem status pacifici.... Et congregata mi»
litum et peditum multitudine copiosa, manu armata, dicti loci seu castri territorium
hostiliter intraverunt et loco seu castro approximaverunt eidem, et, quantum in ejs fuit,
dederunt operam etc. castrum expugnare etc. et quod per eos non stéterat quom inus
premissa effectualiter implevissent, nisi eis vis hominum ipsius loci seu castri resistenter
obstitisset » (Lett. Com. Giov. XXII, t. XXXII, « VIII id. Martii an. XIII », C. 403). Ve-
dasi fin dal 21 dic. 1321 (Regis. duc. n. 21, c. 108 t) l accenno alle odiosità fra costoro.
COCN mor V om è y bs uy ^

BM E n p ra E

ERETICI E RIBELLI NELL' UMBRIA, ECC. : QUI

V. — [1326], marzo 1. Arch. Segr. Vatic. Secret. Joan. XXII.

V ec 02D 125D;

Giovanni XXII assolve il Rettore del ducato dalla scomunica
incorsa per avere messo alla tortura frate Manente da Spo-
leto de’ Predicatori.

Francisco de Montefalcone de ordine fratrum minorum inqui-
sitori heretice pravitatis etc.

Pro parte dilecti filii Johannis de Amelio archidia-

coni Foroiuliensis ducatus Spoletani Rectoris fuit nobis.

"humiliter supplicatum, ut cum pro eo quod dudum quem-

dam nomine Manentem de Spoleto de ord. predicatorum

? de subversione fidelium ducatus Spoletani verisimiliter

ei suspeetum exposuit questionibus tormentorum, scien-
Fr. Manente ter sententiam excomunicationis incurrit a canone pro-

accusato di sov-

versione de' fe- mulgatam, providere super hoc ei de absolutionis beneficio
deli e torturato

dal Rettore. dignaremur, nos autem huiusmodi supplicationibus in-

10 clinati, gerentes de tue circumspectionis industria fidu-
ciam in domino specialem, prefatum Rectorem hac vice
iuxta formam E. auctoritate nostra a predicta excomu-
nieationis sententia, iniuncta super hoc sibi penitentia
salutari, plenam et liberam tibi concedimus tenore pre-

1» sentium facultatem.

Dat. Avinion. Kal. martii an. x.

Arch. Segr. Vatic.
VI. — [1326], marzo 1. Secret. Joann. XXII. 'T. V. c. 325 t. a.

Giovanni XXII al Rettore del Ducato contro coloro
che predicavano errori.

Reetori efe. Ad audientiam nostram tua nuper insi-
nuatione pervenit, quod nonnulli pravitatis filii, ovinam
pellem sub religionis habitu pretendentes extrinsecus,
lupi vero rapaces intrinsecus existentes, decretam tibi
278

Proceda in via
sommaria contro
religiosi che pre-
dicandoinsinuas-
sero errori,

Salvo a comu-
micare i processi
all'utficio dell'in-
quisizione nei ca-
si dovuti.

VII. — [1326], settembre 4.

Giovanni

Si dnole che
gli usciti di Spo-
leto per ribeliio-
ne e per colpe
ereticali incorsi
nella scommuni-
ca sieno ricettati
da Comunità e
da persone del
Ducato nelle pro-
prie case.

L. FUMI

5 provinciam, velut ovile dominicum, sub hae fictione, pro

dolor, et simulatione subintrant, ut invenientes ibi sim-
plices fidelium animas quedam eis sub verbo predica-
tionis enuncient et sophisticis atque fallacibus suggerunt
argumentis, ex quibus ipsi fideles inducti, abiurata fide,

10]abantur in perfidie lubricum et a nostrorum ac S. R.

matris E. declinent semitis mandatorum. Cupientes ita-
que super hiis providere salubriter ae gerentes de tue
circumspectionis industria fiduciam in domino specialem,

procedendi contra tales simpliciter et de plano etc. tibi,

[911

auctoritate presentium, licentiam impertimur, contradic-
tores efc. Salvo quod si ad inquisitionis heretice pravitatis
offieium premissorum commissa circa communicationem
processuum super hiis habitorum servare statuta canonice

non omittas.

20 Dat. Avinion. Kal. martii, an. x.

Arch. Segr. Vatic.
Secret. Joan. XXII, Ivi, c. 326 b.

XXII contro le comunità e le persone ricettatrici

di ribelli ed eretici spoletini.

Rectori etc. Nuper ad nostri apostolatus auditum fi-
dedigna insinuatio protulit et insinuate rei materia mul-
tiplieiter nos turbant, quod nonnulle Communitates et
singulares persone partim decrete tibi provincie non

? attendentes quantum in hac parte offendunt deum, nos
et S. R. E., honori nostro et ipsius E. derogent quantum
incurrant infamie maculam, quantisque animarum pericu-
lis se exponant, non nullos exititios Spoletanos nostros

et E. prefate rebelles, qui tum propter ipsorum inobe-

10 dientias varias erga nos et dictam E. ac fautorias aliorum

nostrorum et E. prefate rebellium, dudum per nos seu
auctoritate nostra sententialiter atque legitimo de heresi
dampnatorum, tum propter ipsorum alia demerita scele-
rum detestanda nephandius noscuntur excomunicationis
‘Quivi tengono
‘trattati per. of-
. fenderela Chiesa
-@ i fedeli, inva-
‘derne i beni,
E prenderc e ucci-
3] :dere le persone.

Ammouisca
quindi le dette
comunità ei par-
ticolari.

15

20

2

e

[4]:

3


o

40

ct

ERETICI E RIBHLLI NELL’ UMBRIA, ECC. 279

incurrisse sententias, in domibus et terris suis recipiunt
et receptant. In quibus eum nonnullis aliis nostris et E.
pred. rebellibus et per se ipsos interdum consilia et trac-
tatus diversos se habentes et deum prodeuntes, inde, ve-
lut de latibulis tanquam vulpes insidians nostris et
ipsius E. de provincia memorata fidelibus, eorum loca
invadere ac occupare, si possent, perperam molientes,
prosilientes tamen ad crimina exhorrenda, quam pluri-
mum diripiendo eorum bona, capiendo personas et ple-
rumque ipsos occidendo nequiter, in nostram procul dubio
et ipsius E. dietorumque fidelium gravem iniuriam et
dispendium manifestum. Nos igitur volentes super hiis
tante obviare malicie dictisque fidelibus contra huiusmodi
malignorum macchinationes et fraudes providere salubriter,
ac gerentes de tue circumspectionis industria fiduciam
in domino specialem, discretioni tue per apostolica seripta
commictimus et mandamns quatinus per te vel alium seu
alias memoratas communitates et singulares personas
sub spiritualibus et temporalibus penis, de quibus expe-

dire videris, quas quidem penas facientes contra pre-

? missa vel eorum aliquid, nisi requisitionibus et monitio-

nibus tuis eum effectu paruerint, ipso facto incurrere
volumus, ne in hac parte iustam ignorantie causam
pretendere valeant, requirere ac monere pubblice studeas
in aliquo loco dieto provincie ubi magis expedire puta-
veris, unde presumptio verisimilis possit existere, quod
ad eos pervenire huiusmodi tua requisitio et monitio
valeat, ut ipsi infra octo dies a tempore requisitionis
et monitionis eiusdem in antea numerandos, quod à
talium receptione seu receptatione, favore, auxilio atque
consilio debeant abstinere. Alioquin efc. contra ipsos efc.
sine strepitu et figura judicii procedas efc.

Dat Avin. 17 Nonas septembris an. x.
VIII. — 1327.

L. FUMI

Arch. Segr. Vatic. — Castel S. Ang. C. 2. n. 8.

Informatio super facto spoletanorum que sunt bona

rebellium et quid fieri poterit de eisdem.

Bertando Ca-
riti arcid. Vanu-
rense e fra Gu-
glielmo Dulcini
proc. gen. dei
Predicatori nun-
zi apostolici,

5

In X.po nomine amen. Anno a nat. eiusd. m.cec.
vicesimo septimo. Cum nos Bertrandus Cariti Archidia-
conus Vanuren. et fr. Guillelmus Dulcini ord. predd.
eiusd. ord. procurator generalis S. ap. nuncii dudum re-
cepissemus lieteras apostolicas nobis direetas sub tenore

sequenti,

Johannes epus efc. dilectis filiis ec. us. Intendentes

quod Spoletanorum rebellium bona immobilia, que co-

producono le let- 10 ]onorum deffectu deseri asseruntur inculta, reddantur,

tere di Giovanni

AM

Si recano in
Spoleto.

do
(=)

30

domino auctore, salubriter nostre camere fructuosa, di-
seretioni vestre precipiendo mandamus quatinus ad partes
illas vos personaliter conferentes, nos diligenter informare

euretis de bonis hujusmodi, vid: que fuerint, et utrum

? jn domibus aut molendinis seu edificiis aliis vel jardinis

aut ortis, olivetis, vineis vel arbutis, terris cultis aut in-
cultis, pratis vel remoribus sive silvis seu possessionibus
aliis in quibus consistant. Et quomodo sine gravi camere
prefate dispendio posset ordinari de bonis eisdem. Et
quiequid per informationem ipsam de premissis vos in-
venire contigerit, curetis nobis purticulariter et distincte
per vestras lieteras vel instrumentum pubblicum quan-
tocios intimare.

Dat. Avin. id. Januarii pontificatus nostri an. unde-

? eimo.

Dietis licteris inspectis eorumque continentiam et
tenorem diligencius attendentes, Nos prefati nuncii cu-
pientes mandatum apostolieum supradictum diligenter,
ut tenemur, ac fideliter adimplere, de loco seu civitate Asi-
sii, in qua aliquandiu pro quibusdam aliis dicti dom. nostri
expediendis negociis fueramus, ad civitatem Spoletanam

accedentes et inibi personaliter existentes vocari fecimus.

EN

PE ZE

TIO

[OIM REA SEA

e
‘ ERETICI E RIBELLI NELL’ UMBRIA, ECC. 281

coram nobis fratribus Johanne de Sancta Maria, Juve-

35 nali de Spoleto, Johanne de Calderabus ord. predd.,

fratribus Angelo d. Mathei, Vasquinto Jacobussi ord.

minor., d. Johanne d. Johannis, Vuicio Massaroni secu-

Sonne gioni po: laribus et fratre Phylippo Isidorii (?) d. o. fr. predd. nec
dettero pareri non et quam plures alios tam religiosos, quam presbiteros
40 et clericos ac etiam seculares habitatores et cives civ.

Spoletane predicte, qui dicebantur super contentis in

dietis lieteris et de conditione et statu civ. et habitato-

if rum eiusdem scire certius et melius veritatem nosque
| posse super hoc clarius informare, iniuximus eisdem et
15 cuilibet seorsum in virtute sancte obedientie, recepto ab

ipsis efc. iuramento, ut nobis exponerent veritatem super

articulis qui sequuntur:
lo sulla, consi- Primo, in quibus rebus consistebant bona inmobilia
stenza de' beni,

rebellium Spoletanorum tam intrinsecorum, quam extrin-
È. 50 secorum.
| 20 sul da farsi. Secundo, quid et qualiter sine magno camere dicti

4 d. n. Pape dispendio valeret utilius ordinari.

Qui quidem prefati particulariter et seorsum interro-

55 gati dixerunt et deposuerunt per sua juramenta eorum
E quilibet coneorditer asserendo, quod bona inmobilia efc.
1 consistebant in domibus, molendinis, edifficiis, jardinis,
Beni de' ri- ortis et olivetis, vineis et arbutis, terris cultis et incultis,

belli e loro con-
sistenza. pratis, nemoribus, silvis, pascuis et poderibus ac casta-

Dj 90 nis, que et quot inferius designantur et per relationem
| m. Armanni de Fulgineo notarii executoris ad levandum
3 et pereipiendum fructus et exitus bonorum huiusmodi
| per Rectorem Spoletan. specialiter deputati nobis aparuit,

et idem notarius nobis libris protocollis et seripturis,
6 in quibus dieta bona erant registrata, exhibitis, retulit

mE

quod domus rebellium predictorum et hospitia apothece
seu palacia in universo poterant esse numero quadrigen-
torum, ut sibi videbatur; poderia vero eorumdem rebel-
lium tam intrincecorum quam extrincecorum erant usque

70ad numerum trecentorum quadraginta, que poderia con-
tinent terras, vineas, ortos, prata, pascua et silvas,
75

L. FUMI

secundum magis et minus, prout ipsa poderia sunt ma-
iora ac etiam meliora, et terre predicte, silve et pascua
erant in universo juxta numerum ducentarum petiarum
tam magnarum, quam parvarum et parum plures vel
pauciores. Et erant quindecim molendina seu molinaria
vel circa, et multe alie petie terre vineate. Que predicta
omnia poderia, terre, prout idem magister Armannus

nobis dixit et asseruit, erant ob deffectum et carenciam

Per difetto di 80 colonorum, quia non inveniebantur, inculte et quasi in-

lavoratori le ter-
re incolte e quasi
infruttifere.

fructuose pro isto nune existebant; de quorum bonorum
valore cum predictis per nos examinatis, nec [non] cum
dieto notario seu per nos ipsos, licet re subiecta oculis

quam plura viderimus, non potuimus certionaliter in-

Non bene in- 85 formari, quamvis sint, et precipue tempore pasci, esse

formati del pre-
ciso.

Beni de' ri-
belli esterni.

90

95

o

100

105

possint maximi pretii et valoris.

Super secundo articulo, vid. quid et qualiter de bonis
predietis absque magno ipsius camere d. n. dispendio
posset utilius ordinari, predicti ecc. omnes quasi in ea-
dem oppinione concorditer existentes, dicunt et asserunt,
quod eis melius et utilius videretur, quod omnia bona
extrincecorum rebellium, qui dicuntur esse trecenti vel
plures, traderentur Comuni Spoletano sub certa annua
pensione, si dictum Comune ad hoc se voluerit concor-
dare; quod si dietum Comune facere noluerit, videretur
expediens, ut dicebant, quod terre, vinee et alie heredi-
tates excolende certis traderentur colonis ad certas fasiones
sive partem: domus autem multe dietorum extrincecorum
per cives intrincecos, quorum domus et palatia fuerunt
penitus diruta, detinentur et habitantur; et de dictis
domibus eis etiam utilius videretur, quod Comune eas
reciperet sub certa annua pensione, dicentes quod nullo
modo possent reperire emptores bonorum hujusmodi re-
bellium intrincecorum nec emphitheote, qui vellent ea
in emphitheosim recipere pre timore dictorum rebellium
extrincecorum, qui conantur et disponere satagunt quan-
tum possint reingredi Civitatem et sperant bona sua,
jure vel iniuria, rehabere, quare ad hec non auderet


*,
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ed
LI
&
2
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2$

ERETICI E RIBELLI NELL' UMBRIA, ECC. : 988

"Hi quis se immiscere, cum illi extrinceci fuerint de maio-
110 ribus et potentioribus civitatis.

De bonis autem intrincecorum rebellium, de voluntate

Comunis ad Civitatem jam est diu reductorum, quorum

Seni: or r- bonaob contumassiam tantum, licet fuerint, ut in pluribus,
i sicut asserunt, innocentes, fuerunt Ecclesie confiscata,
115 per eosdem tamen intrincecos detinentur, est aliter,

prout prefati concorditer asserunt, ordinandum et agen-

T

dum nunciis cum eisdem, qui nunc sunt et esse volunt
in et sub obedientia E. et Com. Spoleti, et supplieant
humiliter se absolvi, et non possent dicta bona, prout
120 ipsi deponentes asserunt, eisdem aufferri sine magno di-
scrimine et forssan scandalo, sicut credunt, vmmo si
forcitan hoc fieri contingerit, Civitas esset depopulata
multiplieiter pro eisdem, qui forsan sunt trecenti numero
sive plures; dicunt autem de bonis predictis per eos in-
125 trincecos detentis hoc posse melius, ut credunt, et decen-
IU tius ordinari, vid: quod si iidem intrincessi bona olim
E sua nunc E. confiscata, que ipsi detinent in presenti,
velint sub certa etiam modica pencione ab E. perpetuo
detinere, aut pro bonis eisdem omnibus certam facere

199 financiam condecentem semel solvendam per ipsos, se-

cundum quod magis et minus fuerint culpabiles vel

nocentes, aut forcitan innocentes, ad illam viam, ad quam

melius cum eisdem ordinari poterit, admittantur. Si vero

neutram istarum viarum voluerint acceptare, dicunt

13» quod dieta bona omnino tradantur Com. Spoleti sub certa

Si dieno al annua pencione, prout dictum est supra de bonis extrin-

Comune a fitto.
cecorum rebellium predictorum. Et precipue dicunt, con-

sulunt et asserunt supradicta posse fieri utilius et con-
decentius in hac parte, quia ipsa bona quasi omnia

140 subiacent pro dotibus mulierum ac aliis diversis debitis
et oneribus obligatà, in tantum quod si fieret restitutio
de predietis, parum aut nichil forsitan, prout dicunt,
superesset residuum de bonis eisdem.

Verum, licet nos occulata fide multis modis et viis
L. FUMI

154 huiusmodi negotium tractaverimus, et prelatos et officia-

Non esser facile
"una soluzione.

les E. aliosque religiosos et seculares audiverimus super
istis, secrete eorum consilium intendentes, certa via seu
finalis modus ordinandi de bonis huiusmodi ad presens

comode referri non potest, cum hec in facto consistant,

150 vid: quod fleri poterit cum eisdem.

Concludono
per i pieni po-
teri al Rettore e
al Tesoriere in

Verumtamen actentis omnibus diligenter que nos
potuerunt super hiis quomodolibet informare, videtur
nobis fore utile et expediens, quod si et cum fiat super

predictis comissio Rectori et Thesaurario Spoletan. vel

ordine ai benil55 aliis fidelibus E., pro eisdem concedatur auctoritas et

degli uni e degli
altri

potestas vendendi, infeudandi, locandi, arrendandi omnia
universa et singula bona predietorum rebellium extrin-
cecorum et intrincecorum, et nichilominus, cum intrin-

cecis componendi, finiendi, absolvendi, quitandi et etiam

160 eis plena comissio concedatur, et tune ipsi, quibus co-

e di venire a
composizione de-
gli interni.

municetur, tractando cum predictis Spoletanis et cum
quibus expediens fuerit, viam poterunt eligere meliorem
pro utilitate E. et Camere supradicte.

Supplicaverunt autem vocibus lacrimosis dieti Priores

165 et Comune Spoleti quatenus cum tanto tempore sub

Remozione del-
l’interdetto, as-
soluzione a. cit-
tadini espulsi
senza colpa.

interdicto posito in Civitate predicta ex culpa rebel-
lium sustinuerint et extra divina fuerint non sine gravi
tristitia et dolore, placeat benignitati d. n. predictum

interdictum misericorditer amovere, quodque cum multi

170 fuissent expulsi quando Civitas fuit capta, qui postmo-

dum reperti sunt, ut asserunt, innocentes et quibus
mala, que alii fecerant, displicebant et nune sunt, quan-
tum ad habilitationem dicte civitatis, reconciliati, et sup-

plicant quod de sententia contra cives expulsos lata

175 generaliter ipsi misericorditer absolvantur et a parteci-

patione hacthenus habita cum eisdem.

T Ego Johannes Andree olim montal-
ban. auctoritate ap. notarius publicus vo-
dictos

catus per dd. nuncios presentem
Q

ERETICI E RIBELLI NELL' UMBRIA, ECC. 28

informationem seripsi et signum meum ro-
gatus apposui.

IX. — [1331], marzo 15. Arch. Segr. Vatic.
Joan. XXII, Reg. Com. an. XV,
p: 15 65 XXAVIL 6. : 3215

Giovanni XXII ai Rettorî del Ducato, del Patrimonio e di
Campagna per bandire da tutte le terre della Chiesa Ar-
gento di Campello e suoi complici.

Dilectis filiis.. Ducatus Spoletan. et Patrimonii beati

Petri in Tuscia ac Campanie Rectoribus salutem. Rectus
Judex tune recte virge correctionis contra noxios exercet
offieium cum prudenter in penis infligendis noxarum
5 modos attendit personarum locorum et temporum consi-
derat qualitates, ut tunc animavertat iuribus, cum delin-
quentes presertim de infidelitate notatos in fidelium pü-
ritatem gravius reperit excessisse, sicque infidelibus ipsis
ad confusionis dispendium, et fideles iidem proinde in
1? fide eorum robore forcius perseverent. Ex tenore siqui-
dem petitionis dil. f. Egidii Johannis Canonici Spoletani
nobis oblate percepimus, quod olim Andreictus dictus
Spalla, Argentus et Massiolus Ugolini de Campello laici,
Spolet. dioc. una eum Ciclino Blanconi de Trevio laico,
Uccisori di 15 eiusd, dioc., Cicho Andreicti Raynaldi et Petro Egidii

Massiolo d'Egi-

dio mentre nella eorum nepotibus, civibus Spoletanis, ac nonnullis sequa-
pubblica piazza

di Spoleto difen-
deva i diritti
della Sede,

cibus eorundem, quondam Massiolum germanum Egidii
predieti E. R. fidelem et devotum, pro eo quod Massiolus
defunetus bona et jura ipsius E. defendebat in platea
20 publica Civitatis Spoletane ante domum habitationis Po-
testatis dicte Civ. qui est pro tempore, crudeliter occide-
spande) Fue une runt, propter quod ipsi homicide ae sequaces de toto Du-
Chiesa: catu et eadem Civ., nec non comitatu ipsius Civ. ex-
banniti fuerunt, et tanquam rebelles eiusdem E. condem-
25 nati, sicut in processibus, sententiis et condempnatio-
nibus super hiis factis et prolatis per te, fili Rector dicti
Ducatus, et Curiam dilectorum filiorum Comunis prefate

i : 90
bando e confisca
dei loro beni:
detti Rettori co-
munichino l’ or-
dine anche alle
autorità di Pe-
rugia e di Todi
e de’ loro di-
stretti.

X. — [1331],

L. FUMI

Civ. plenius dicitur contineri. Quam nobis predictus Egi-
dius humiliter supplicavit, ut ne ipsi rebelles taliter con-
30 dempnati receptentur in terris fidelium E. prelibate, et
alias contra eos rigidius procedatur adhibere oportune
provisionis remedium dignaremur.
Cum igitur non deceat dietos rebelles in huiusmodi
terris eorundem fidelium receptari, ne malignitatis fig-
35 mentum fabricent in eisdem, virusque infidelitatis fun-
dent in cordibus fidelium eorumdem, discretioni vestre
per ap. seripta committimus et mandamus, quatenus, si est
ita, singuli vestrum ipsos homicidas et sequaces eorum
rebelles et condempnatos, ut prefertur, de omnibus et
49 singulis terris et locis vestre jurisdictionis exbannire cure-
tis, nec eos receptetis aliquatenus in eisdem eosque tam-
quam rebelles haberi etiam faciatis, ipsorumque bona
mobilia et immobilia, sì qua in provinciis vobis decretis
habeant, Camere ipsius E. confiscetis, ac requiratis, ex
45 parte vestra, presydentes Regiminibus Perusin. et ''uder-
tin. Civitatum ac terrarum et locorum ipsorum comita-
tum eorumque comunia vel universitates, ut in dietis
Perusinis et Tudertinis Civitatibus, terris et locis prefa-
torum comitatuum ipsarum homicidas, condempnatos et
39 rebelles non receptent prefatos, sed ipsos exbanniant po-
tius de eisdem. Nos enim volumus et auctoritate pre-
sentium ordinamus ne homicide, condempnati et rebelles
predieti, vel aliquis seu aliqui eorumdem a quoquam re-
banniri valeant absque Sedis ap. licentia speciali. Dat.

99 Avinion., Idus Martii an. quintodecimo.

settembre 12 — [1332], agosto 13.
Arch. Segr. Vatic.
Secret Joann. XXII, VIII, 329 a.
N. 117. c. 49.

Giovanni XXII ordina di proseguire i processi dell’ Inquisizione

All’inquisitore.

contro il fu Arriguccio da Spoleto.

Bartholino Joannelli ord. ffr. minorum inquisitori here-
tice pravitatis in provincia S. Francisci auctoritate A posto-
Eredi di Ar-
riguccio ritengo-
no i beni di lui
già confiscati per
eresia.

L’ inquisitore
procedette.

Il Vescovo di
Spoleto ritiutò
l’ assenso.

Ordine di con-
tinuare 1 pro-
cessi.

Al Rettore.

Si riassumano
i processi e si
giudichi secondo
i] diritto cano-
nico.

(S

7T
NS
^^

ERETICI E RIBELLI NELL' UMBRIA, ECC. 281

liea deputato. Apostolatus nostri auditui extitit intimatum
quod, licet quondam Henrigutius Cariannis de Spoleto per

5 inquisitorem heretice pravitatis dudum fuerit, exigente

justitia, de heresi sententialiter condempnatus, bonis suis
omnibus HR. E. ratione criminis huiusmodi confiscatis, se
ipsius heredes asserant predicta bona in nostrum et E.

memorate preiudicium detinent occupata. Sane cum tu

10 adversus heredes seu bonorum detentores eosdem super

restitutione dietorum bonorum offleii tibi commissi debi-
tum exequendo processeris, prout poteras et debebas,
ven. frater noster

tamen Zpiscopus Spoletanus suum,

quamvis a te requisitus super hoe, recusavit prestare

15 assensum, propter quod negotii huiusmodi expeditio asse-

ritur multipliciter impediri. Nos autem volentes in hac
parte salubriter providere, discretioni tue per apostolica
scripta mandamus, quatinus super predictis processus

tuos continuans jam ceptos, quod justum fuerit, etiam

20 requisito eodem Episcopo, si dictus Episcopus, prout sibi

ex offieio inquisitionis prediete ae secundum privilegia
eidem officio concessa competit, exequi studeas diligenter,
nobis quid inde feceris nichilominus reseripturus. — Dat.

Avinion. 17 Idus septembris an. xvJ.

Dilecto filio m. Petro de Castaneto efc. Rectori duca-
tus Spoletani eéc. et Francisco de Perusio inquisitori efc.
— Fide digna relatione percepimus, quod dudum con-
tra quondam Herigutium Cariannis de Spoleto, tanquam

vehementer suspectum de crimine heresis, dum viveret, se

30 respersum, per diversos inquisitores pravitatis eiusdem

heresis faeti et habiti fuerunt diversi processus, super
quibus nondum extitit justitia ministrata. Sane quia circa
fidei negotium, quod ubique dirigi prospere cupimus neg-

ligentia est vitanda, discretioni vestre per apostolica seripta

35 ceommietimus et mándamus quatinus, resumptis processi-

bus huiusmodi, eisque per vos, si completi non existerent,
completis celeriter et perfectis, solum Deum habentes pre
oeulis, exibere super eis procedendi, secundum sanxiones

canonieas ac privilegia eidem concessa offieio comple-
288 L. FUMI

40 mentum justitie, sic solerter et fideliter studeatis, quod,
preter divine retributionis mercedem, apud nos et Sedem
Apostolicam commendari merito valeatis, summopere pro-
curantes ne fraus aliqua in hac parte quomodolibet in-

tercedat. — Dat. Avinion. Id. augusti, an. xVII.

XI. — [1331], novembre 22 — [1332], gennaio 1.
Arch. Segr. Vat.
Segr. Joan. XXII, VII, c. 337-344.

Costituzione per à ribelli del Ducato applicata contro i Trinci,
che dettero l’ assalto alla Curia del Rettore, contro Offre-
duccio di Spello scrittore papale e il tesoriere, e contro
Foligno, Assisi e Gubbio collegatisi a danno della Chiesa.

Rectori Spoleli.

Dudum statui provincie nostre ducatus Spoletani,
cuius Rector existis, prospicere pacifico et ut mali penarum
impositionibus gravium perterriti [tra]icerentur ab illicitis,
bonique in sue fidelitatis constantia, servato cultu justitie,

? foverentur, remediis providere salubribus cupientes, per
quamdam constitutionem, quam de ffr. nostrorum consilio
edidimus, duximus statuendum, ut quicumque de pro-
vincia ipsa vel etiam aliunde in cadem provincia moram
trahens, clericus vel laicus, tamquam fame sue prodigus

Pene contro i 10 in ‘hoc sceleris genus prorumperet, quod E. R. calcata
ribelli al Retto- B DE :
re, à vicari egiu-
dici, tesoriere o
luogotenente, uf-
ficiali ecc., non-

ché contro loro
fautori.

reverentia, Rectores qui regimini dicte provincie in spi-
ritualibus et temporalibus, ap. auctoritate, preessent, vel
ipsorum aliquem aut eorum seu alicius ipsorum vicarium
seu vicarios, aut judicem vel judices, vel ipsius pro-
15 vincie thesaurarius aut locum tenens eiusdem occideret,
aut ad offendendum illum vel illos insequeretur, caperet,
captivaret, detineret, percuteret aut etiam violaret vel
ad locum, ubi moram traherent, insultum faceret, aut
ipsum vel ipsos obsideret, sive de suo regimine aut
?0 offieio forsan expelleret vel fugaret, seu esset socius
ERETICI E RIBELLI NELL’ UMRRIA, ECC. 289

facientis, aut illum vel illos bonis aliquibus spoliaret ;

vel provincie supradicte, aut alicuius civitatis, castri vel

loci de provincia ipsa populum, comunitatem vel univer-

sitatem aut aliquos ex eis vel quosvis alios de provincia

?5 ipsa directe vel indirecte contra eos et prefatam E. seu

Rectores, officiales et locumtenenentes predietos vel ipso-

rum aliquem ad seditionem quomolibet excitare, ac re-

bellionem seu conspirationem per se vel alium seu alios

faeere vel procurare presumeret, vel ad ea sive ipsorum

30 aliquod. prestaret auxilium, consilium vel favorem, directe

vel indirecte, publice vel occulte, cuiuscumque conditionis

aut ordinis, dignitatis aut status ecclesiastici vel mun-

dani existeret, etiam si archiepiscopali, episcopali vel su-

. Se particola- — periori dignitate fulgeret, infamis esset perpetuo, ut nec
ri, condannati al-

ca perdita de di- 35 ad testimonium vel alios aetus legitimos admicteretur ;

esset etiam intestabilis, ut nec testamenti liberam factio-

nem haberet, nec ad alicuius bona ex testamento vel ab

intestato quomolibet vocaretur; nullusque sibi super quo-

cumque negotio responderet, sed ipse aliis teneretur,

40 nec quevis cause preferrentur ad eius audientiam, nec

valerent eius sententie vel processus. Nullus ei in qua-

cumque causa vel negotio prestaret patrocinium, nec

ipse admicteretur ad patrocinium aliis exhibendum. In-

strumenta confecta per eum, si forte tabellionis exerceret

45 officium non valerent, sed potius cum actore dampna-

rentur dampnato: dignitatibus vero, personatibus, officiis

et beneficiis ecclesiasticis vel mundanis quibuscumque

et quocumque nomine censerentur, esset eo ipso privatus

ac inhabilis ad ea et quelibet alia in posterum obtinenda :

Con PP E 50 filii quoque ipsius ad nullos honores ecclesiasticos vel

mundanos, ad nullas dignitates vel beneficia ecclesiastica

aut officia publica quomolibet admittentur. Nec non li-

bertatibus et immunitatibus realibus et personalibus,

privilegiis et indulgentiis quibuseumque sub quaecumque

55 forma verborum ab ap. Sede concessis extune careret peni-

tus, vassallis et hominibus a juramento fidelitate et alia

Confisca dei ; E È : È UE 3
ben| immobli, quavis obligatione, quibus tenentur eidem nichilominus

occupazione dei i ; : Y ;
mobili ai fedeli. absolutis, feuda quoque, iura, honores, officia et ali?
Comunità col-
pevoli sieno in-
terdette.

Assoluzione ri-
servata al Papa.

Assalto alla
residenza del
Rettore, occupa-
zione di terre
della Chiesa e
de’ fedeli.

60

e
c

£M
[-

e

S0

oo
Ct

90

L. FUMI

quecumque bona immobilia, que in dieta provincia Du-
catus et alibi ubicumque a predicta R. obtinerent E., essent
eo ipso penitus confiscata. Aliis vero feudis juribus hono-
ribus offieiis et bonis immobilibus, que a quibuscumque
aliis tenet ecclesiis, esset eo ipso jure privatus, que sic

ad easdem ecclesias reverterentur libere, quod de illis

5 earum Rectores pro sua voluntate disponerent, bonis ipsius

mobilibns concessis fidelibus nichilominus occupandis.
Adiecto etiam tune nostre huiusmodi sanctioni, ut sic
delinquens excomunicationis universitas vero seu comu-
nitas que delinquerent in predictis, interdicto subiacerent
ecclesiastico ipso facto, a qua quidem excomunicationis
sententia nullus ab alio quam a Romano Pontifice possit
absolutionis beneficium obtinere, nisi dumtaxat in mortis
articulo constitutus. Nec per hoc potestatibus secu-
laribus ademimus potestatem utendi contra talem legi-
bus, quas adversus sic delinquentes catholici principes

ediderunt.

Sane cum nonnulli de provincia predicta, tam persone
singulares quam comunitates et universitates, Deum ac
nos et R. E. in suarum animarum et status periculum gra-
viter offendere, sicut accepimus, non verentes, te tuosque
offieiales, familiares et nuncios in eadem provincia offen-
dendo, persequendo et aliquos ex eisdem, nee non pro-
ditionem, tumultum et insultum in loco, ubi moram
trahebas et alia in eadem provincia faciendo, concitando
et procurando, terras E. et aliorum fidelium occupando,
damnaque in personis et rebus varia inferendo eisdem
et enormes excessus alios comictendo varios et diversos
contra tenorem et inibitionem dicte constitutionis venisse
graviterque deliquisse, ac propter hoc in penas et sen-
tentias in supradieta constitutione contentas incidisse
dieuntur, nos nolentes, sicut etiam nec debemus, talia
sub dissimulationis preterire neglectu, si eis suffragetur
veritas incorrecta, discrectioni tue per ap. scripta commi-

ctiomus et mandamus, quatinus per te vel alium seu

95» alios generaliter omnes et singulos clericos et laicos, nec
Processi som-
mari.

(=)

10

Al detto Ret-
tore. ,

Ugolino e Cor-
rado Trinci con-
tro il Rettore; 110

‘eccitarono alla
rivolta Foligno,
Gubbio, Assisi, 115
ecc. e varii par-
ticolari;

120

‘si strinsero in
«confederazione;

-
do
rari

130

n

ERETICI E RIBELLI NELL’ UMBRIA, ECC. 291

non comunitates et universitates eiusdem provincie, qui
circa premissa contra prohibitionem et tenorem eiusdem
constitutionis temere veniendo deliquerint seu in posterum
delinquerent, et illos specialiter et nominatim, de qui-
bus tibi summarie simpliciter et de plano ac sine stre-
pitu judicii et figura constiterit, penas et sententias in
prefata constitutione contentas incurrisse, eosque illis su-
biaeere quando et quotiens tibi videbitur, denuncies et

declares. Datum Avenion. x Kal. decembris anno sexto-

5 decimo.

Eidem. — Dudum etc. usque sane. Sicut fama seu
potius infamia publica notoriat et patrator excessuum
evidentie manifestat, Hugolinus Trincie et Corradus Nalli
eius nepos de Fulgineo una cum nonnullis eorum in hac
parte complicibus Deum et E. R. offendere penasque pre-
dietas ineurrere dampnabiliter non verentes, contra nos
et eandem E. ac te tuosque officiales et ministros in
eadem provincia dampnate rebellionis, violato fidelitatis
debito, erexerunt cervicem, et ad rebellionem, conspira-
tionem, proditionem et commotionem similiter contra nos
et eandem E., te, officiales et fideles nostros faciendas
tam Fulginat., Eugubin. et Assisinat. Civitatum et non-
nullorum aliorum locorum et castrorum predicte provincie
offieiales comunitatesque personas alias singulares discur-
rendo per ipsam provinciam propter hoc ac eisdem offi-
cialibus, comunitatibus et personis singularibus nuneios
et litteras destinando, non absque nota perfidia, multipli-
citer exeitarunt, colligationes, conspirationes, confedera-
tiones, pactiones et ligas cum eis, ut circa premissa pa-
tranda fortiores existerent, penis et iuramentis vallatas
illicitis ineundo. Et deinde suum dampnatum conceptum
una cum eisdem officialibus et Comunitatibus Civitatum,
castrorum et locorum predictorum et aliis eis adherenti-
bus in hae parte in partum perniciosum et detestabilem
producere dampnandis et temerariis ausibus molientes,
recollectis nonnullis rebellibus et bannitis supradicte

provincie et ad suum consortium et familiaritatem admis-
assalirono la Cu-
ria, presero al-
cuni ufficiali, lil35
percossero, li
carcerarono e li
privarono delle
cose loro.

Massiolo Pe-140
roni familiare di
Curia maltrat-
tato.

Rocca di Ser-145
ra Rotondola oc-
cupata.

Officiali car-150
cerati,

mossero controloo
Montefalco per
assaltare la Cu.
ria.

160

16

Ul

L. FUMI

sis, contra te tuosque officiales et ministros eiusdem
provincie facientes et fieri procurantes commotiones,
invasiones et insultus in loco ubi morabaris et alias.
in eadem provincia, quosdam. ex officialibus ceperunt
violenter et percusserunt, captivarunt et abstulerunt eis.
nequiter bona sua, fidelibus aliis predicte provincie tam
in personis quam rebus eorum illatis nichilominus dam-
pnis varis et offensis. Nam Fulginates predicti Massiolum
Peroni familiarem sue curie et ipsius exequentem man-
data violenter ceperunt, diris captivarunt carceribus et
immaniter tractaverunt, idem fieri de quibusvis officia-
libus familiaribus et nunciis dicte Curie, qui ad eos.
accederent, non sine magna temeritatis audacia ordi-
nantes: nec hiis contenti, Roecham Serre Rotunduli ad
eandem E. pleno jure spectantem, quamquam nomine
ipsius E. pacifice obtinebas, dictis Hugolino et Corrado
ad hoe prestantibus auxilium, consilium et favorem, per
violentiam prodictionaliter occuparunt, captis quibusdam
tuis officialibus seu familiaribus in eadem Rocha tune

pro ipsius custodia morantibus ac incarceratis crudeliter et

spoliatis omnibus bonis suis, quos adhue in suis detinent.

privatis carceribus captivatos. Rursus ad terram Monti-
sfaleon. ubi cum tuis officialibus et Curia residebas, sieut
adhuc residere dinosceris, ad te ac officiales tuos offen-
dendos terramque occupandam predictam multos armatos.
homines destinarunt, qni ad terram pervenientes eandem,
illatis eiusdem terre fidelibus tam in personis quam rebus
dampnis variis et iniuriis irrogatis, te tuosque curiales.
et ministros offendendi et terram occupandi eandem fece-
runt, licet ad hoc Deo providente nequiverint attingere
posse suum. Quos quidem excessus prenominati Hugolinus
et Corradus, Comunitates et singulares persone et alii
adherentes eisdem, sicut expressum est superius, et alios

varios et diversos, qui recitari nequirent succineti sermonis.

'serie, contra prohibitionem et tenorem constitutionis jam.

170

dicte in nostrum et eiusdem E. offensam et contumeliam
suarumque animarum et status periculum, sicut asseritur,
perpetrarunt. Nos ita premissa, sicut etiam nec debemus.

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| } ERETICI E RIBELLI NELL’ UMBRIA, ECC. 293.

incorrecta pertransire sub dissimulationis neglectu, pre-

Í sertim eum adeo in eis partibus dicantur esse notoria
quod nulla possunt requisitione celare, discretioni tue
per ap. seripta committimus et mandamus, quatenus per
17» te vel alium seu alios omnes et singulos supradictos et alios

tam clericos quam laicos, nec comunitates et universitates

generaliter, ae illos specialiter et nominatim, de quibus.
tibi summarie ecc. excessus commississe predictos, seu in.
eis commictendis prestitisse auxilium ete. constiterit, ad
180 eorum domicilia, si possit commode ae secure fieri, alias
2 vero per edictum publicum in locis publicis proponendum,
de quibus sit verisimilis presumptio, quod ad eorum no-

titiam valeat pervenire, prout expedire videris, moneas

Ammoniti di efficaciter et inducas eisque mandes districtius et iniun-
tornare all'obbe-

MEDIA à darel85 gas, ut infra unius mensis spacium a die monitionis
ammenda,

huiusmodi computandum, a predietis rebellionibus. com-

motionibus, proditionibus, conspirationibus, ligis, confe-

derationibus, pactionibus et excessibus omnino desistant,

dietamque Rocham tibi libere restituant, captosque pre-
190 dictos liberent, ac ad nostram et eiusdem E. devotionem
et obedientiam redeant, ut tenentur, debitam de ae pro
premissis satisfactionem et emendam nichilominus impen-

suri, nec talia vel similia de cetero perpetrare presumant,

renale lA nec a modo utantur dietis confederationibus, pactionibns
b 195 et ligis, que nulle sunt et fuerunt, quasque nos cassas,
irritas et nullas nunciamus ct quatenus de facto proces-
serunt, cassamus, annullamus et irritamus, penas adiectas.

et iuramenta super eis prestita relaxantes; alioquin eos,

qui monitioni et mandato predictis contempserint effica-
Contravve-200 eiter obedire, penas et sententias supradictas, prout con-
nendo, si proce- :

di calle penesta- — dictionem .et statum concernunt cuiuslibet incurrisse
Mite.

ipsosque illis subiacere nominatim et specialiter, sieut,
quando et prout expedire cognoveris, denuncies et declares
ad earumdem penarum et sententiarum executionem et

205 aegravationem, prout excessus et contumacie cuiuslibet

exegerint nichilominus processurus. Per hee autem tuis

processibus, si quas super predictis rite feceris, non inten-

dimus in aliquo derogare. Dat. ws.
Al Rettore
stesso.

L.

FUMI

Eidem Rectori. — Perduxit nuper infeste relationis

210 assereio ad nostri apostolatus auditum, quod magister Of-

Eccessi com-
messi da Offre-
«uccio suo scrit-
tore e da Va-

gnolo in Spello. 215

do
o
S

do
vw

Tengono Spel-
1o contro la Chie-
‘SA. z

vw

Applica la co-
'stituzione contro
di essi.

Revoca di de-
«creto.

24

Ot

[2v]
zz

Ct

)

ct

freducius de Spello seriptor noster, per cuius ordinatio-
nes et factiones detestabiles in provineia ducatus nostri
Spoletan. euius Rector existis, varia facinorosa scelera
hactenus perpetrata fuisse dicuntur, et Vanholus germa-
nus suus, qui eiusdem Offreducii fultus dampnato con-
silio et auxilio, pacificum statum dicte provincie, non sine
magnis perieulis et scandalis tuumque officium turbando
et impedendo multipliciter, nonnulla de dietis sceleribus
dieitur conmisisse. Demum nos attendentes quod per
quandam constitutionem nostram, dudum, matura delibe-
ratione, de consilio fratrum nostrorum editam, fuit sta-
tutum quod (u£'s., efc. usque ediderunt [7-75]) contra te
et alios officiales nostros dicte provincie conspirationes,
commotiones, proditiones, concitationes et tumultus fieri,
tuumque a dictorum offieialium turbari officium et sta-
tum ipsius Dueatus pacificum in nostram et E. R. contu-
meliam et contemptum, maximeque suarum «salutis et status
Et

Spelli ad nos et ipsam E. pleno iure spectante per eorum

periculum multiplieiter procurarunt. tandem terra
procurationem fraudolentam in rebellione contra nos et
eandem E. posita, ipsi terram occuparunt eandem ipsam-
que tenent per suam scevam tyrannidem in nostrum et
E. R. preiudicium occupatam, alios excessus enormes va-
rios et diversos nichilominus conmietendo. Cum autem
premissa etc. (ut s. mutatis mutandis additum — privatio-
nis omnium beneficiorum ecclesiasticorum etc.... proces-
surus). Constitutionem qua prohibitur ut nullus ordinarius
aut inquisitor heretice pravitatis sive delegatus contra
nostros et ap. Sedis officiales et nuncios presumat procedere
absque speciali licentia diete S., etiam si de illa totoque
tenore ipsius esset in presentibus de verbo ad verbum
specialis et expressa mentio facienda et alia quacunque
contraria non obstante circa recuperationem diete terre
solerter et viriliter, prout oportunum extiterit, nichilomi-
nus processurus. Dat. xvi Kal. decembris, an. sextode-

cimo.
Al Nunzio.

Richiamate le2

‘tre lettere prece-
«denti,

ERETICI E RIBELLI NELL’ UMBRIA, ECC. 295

Petro de Talliata sacriste E. de Burlatio Castren.
dioc. juris civ. professori Ap. S. nuncio. — Pridem ad
nostri apostolatus perducto notitiam, quod nobiles viri

50 Hugolinus Trincie et Corradus eius nepos de Fulgineo

ac mag. Offreducius de Spello et Vanholus eius frater,
nec non Fulginat. Assisinat. et Eugubinat. civitatum offi-
ciales, comunitates et universitates et nonnulli alii eorum

in hac parte complices et sequaces impediendo Curiam

255 et officium dilecti filii Johannis .de Amelio archid. fo-

roiulien. ducat. Spoletan. Rectoris eiusque curialium et of-
fieialium statumque provincie dieti ducatus commovendo
et turbando pacificum, bona R. E. indebite occupando,

memorato Rectori suisque predictis officialibus et Curia-

260 libus parando insidias, irrogando iniurias et offensas, et

alias multipliciter delinquendo contra tenorem et proibi-
tionem cuiusdam nostre olim edite, diversas graves pe-
nas et sententias adversus conmictentes talia infligentes,

excessus conmiserant varios et diversos et conmictere

265 continue non cessabant, nos prefato Rectori, ut ad pre-

missorum correctionem et punitionem provideret, tres
litteras missimus, quarum due sub decimo et alia sexto-
decimo kal. decembris date anno presentis confecte sunt

meminimus direxisse, sieut in eisdem litteris plenius con-

270 tinetur. Sane cum te, de cuius industria et fidelitate con-

üncaricalo della
esecuzione.

275 rum et cuiuslibet earumdem possis plene procedere, ac

fidimus, tam ad eandem provinciam, quam certas alias
partes Italie pro quibusdam nostris et eandem R. E. ne-
gociis destinemus, volumus quod una cum eodem Re-

ctore vel per te solum ad executionem dictarum littera-

si tibi eidem Rectori et cuilibet vestrum in solidum vel
etiam tibi soli directe fuissent supra, tibi plenariam
potestatem concedimus per presentes, propter hoc ta-

men potestati dieti Rectoris, quominus ipse solus possit

?80 etiam ad premissa, te absente ab eadem provincia, iuxta

lieterarum ipsarum continenciam, procedere, non intendi-
mus derogare. Rursus si alicuius vel aliquorum ex eisdem
delinquentibus excessuum gravitas aut rebellionis seu ino-

bedientie contumacia exegerint, et tibi expendiens vi-
5 NN 00% » i È vr È
af. »2 MES: Di TOP sè m. " L ^" £ P

296 L. FUMI |

285 deatur, illum vel illos citandi per te vel alium seu alios
peremptorie, ut infra certum aliquem terminum compe-
tentem, quem ei vel eis duxeris prefigendum, apostolico: È
conspectui se presentent personaliter de iustitia super
hiis responsuri, nosque de die huiusmodi citationis et

290 forma et aliis que in hac parte duxeris facienda certifi-
candi per instrumentum publicum harum seriem conti-
nens, plenam tibi concedimus, tenore presentium, facul-

tatem. Dat. nr non. decembris anno XVI.

Al detto. Petro de Talliata Ap. sedis nuncio — Displicibili ad-

do
e
o

5 modum et infesta: insinuatione aecepimus quod dil. fil.
P. Maynade rector E. de Besseto Mirapiscen. dioc. no-
ster et E. R. in provincia Ducatus Spoletan. Thesaur.,
illius dampnande rebelliones per aliquos de dieta provin-

Pietro May- cia pridem contra dilectum fil. Johan. de Amelio archidiac.
nad, tesoriere : :
implicato | negli3?0 foroiulien. Rectorem diete provincie attemptata conscius et
attentati contro E
il Rettore: cóm- — particeps extitit seu ad illam perpetrandam prestitit auxi-
mettesi al nunzio
di instituire un ]ium etc. Volentes itaque plene scire super hiis veritatem,
processo segreto x
contro il mede- ^ discretioni tue per ap. scripta committimus et mandamus |
Simo. |

quatinus secrete vel alias prout melius indagare poteris ve-

395 ritatem super predictis et ea quomolibet tangentibus solerti

adhibita diligentia summarie etc. te informas, nobis re-
ferre fideliter quidquid inde feceris et repereris non post-

ponas. Dat. xvi Kal. Jan. an. xvi.

A] detto. 3i Eidem — Ad reformandum statum provincie nostre
o
Ducatus Spolet., quem nonnulli de dieta provincia suis

insolentiis et temerariis excessibus turbare hiis diebus

moliti sunt, solicitis studiis intendentes, te, de cuius

cireumspectione ac fidelitate specialem in domino fidu-

A ciam gerimus, ad eandem providimus provinciam propter
D

hoe destinandum. Ut autem circa reformationem status

uir del huiusmodi eo melius et utilius procedere valeas quo ube-

rius delinquentibus ad viam veritatis et iustitie redierint E
poteris salutis januam aperire, omnes et singulos clericos.

d et laicos, nec non comunitates et universitates de dieta

provincia qui pro eo contra nos et R. E. ac dilectum f..
Gli dà facol-
tà di assolvere
: dalle scomuniche340
* i ribelli.

354

A] detto.

350

Gli aggiunge
facoltà di sospen-
dere le pene do-
vute, per tutto il
tempo necessa-

» — rio ai delinquenti

di andare a man-

dare alla Curia.
355

ERETICI E RIBELLI NELL' UMBRIA, ECC. 291

Amelium de Amelio archid. foroiul. ducat. Spoletan. Re-
etorem aliosque nostros et E. R. officiales in provincia
constitutos predietas rebelliones, concitationes, commotio-

325 nes, invasiones, ligas, confederationes et societates statum

turbando eiusdem provincie fecerunt, officiales offende-
runt predietos ac alios enormes commiserunt excessus,
excomunicationis interdieti et alias diversas penas et

sententias, tam per constitutiones, quam processus no-

330 stros vel iura etiam contra talia vel similia conmictenti

aut conmittentibus prestantes auxilium efc. inflictas seu
promulgatas quomolibet incurrerunt, et a premissis re-
bellionibus efc. et excessibus destiterint cum effectu bona

nostra et E. memorate per eos occupata indebite, tibi vel

335 eidem Rectori eiusdem E. nomine restituendo libere ac

ad nostram et E. prelibate veram devotionem et obedien-
tiam redeundo, recepto ab eis corporali de stando man-
datis nostris et E. juramento a predictis excomunitatio-
nis et interdieti sententiis, hac vice, auctoritate nostra,
juxta formam E. absolvendi, adiecto tamen specialiter et
expresse, quod si ad premissa vel alia similia perpetranda
redirent, quod absit, in easdem sententias recidant ipso
facto, plenam diseretioni tue concedimus tenore presen-
tium facultatem. Volumus autem quod super absolutio-
nibus huiusmodi confici publica facias instrumenta seriem
presentium continentia, que nobis postmodum deferre vel

mittere fideliter non postponas. Dat. Kal. jan. an. xvr.

Eidem. — Ad reformandum et etiam (ut supra usque
redeundo) absolvendi a predictis excomunicationis et inter-
dieti sententiis sub certa forma tibi concedimus per alias
nostras litteras, sicut in eis plenius continetur, faculta-
tem. Volentes itaque te illis ampliorem posse favo-
rem exhibere, ut postquam iuxta formam licterarum
predietarum per te fuerint a predictis sententiis absoluti,
alias penas spirituales et temporales, quas propter pre-
missa vel eorum aliqua subiacerent, usque ad certum

tempus, de quo tibi videbitur, infra quod ad nos possint
298 L. FUMI

venire vel mictere (?) suspendere quo ad ipsios valeas, ple-

nam tibi potestatem efc. elargimur etc. uts.

Al com. di 360

o Comuni Fulginati. — Si quam graviter ex vestris
Foligno

novis insolentiis Deum et E. R. offenderitis, quantisque
perieulis vos et statum vestrum supposueritis, prout in
consistorium deduxeritis, rationis procul dubio credimus,
quod aliis non expectatis monitionibus per vosmet salubre

365 consilium capientes, relictis omnium deviis, que per con-

Qt

spirationes, commotiones, rebelliones, confederationes et
ligas contra nos et eandem E. ae dileetum filium Johan-

Foligno che nem de Amelio archid. foroiul. ducatus nostri Spoletani

andette contro
Giovanni d'A-

2 Reetorem et insolentias alias a vobis pridem temere attem-
melio.

370 ptatas ingressi fuistis improvvide, pedes vestros ad viam
veritatis et justitie dirigere ac devotionem et obedientiam
nostram et E. dictique rectoris redire curabitis festinanter
sinum S. M. E., a qua vos alienos fecit excessuum vestro-

rum nephanda patratio, humiliter, sublata cunctatione

[911

375 qualibet, cum tempus miserendi vobis adest, repetendo.

esortato a ritor- — Quocirca universitatem vestram requirimus attentius et

nare ad obbe-
dienza.

hortamur, sano vobis consilio nichilominus suadentes et
3

mandantes expresse, quatinus premissa, nec non quod
peccare humanum esse noscitur, sed perseverare diabo-

38

(=)

licum est censendum, diligentius attendentes, ad easdem
devotionem et obedientiam, dictis conspirationibus etc. per
procuratorem et sindieum efc. revocatis solemniter, re-
deatis, ita quod vobis et statui vestro, vitatis vestris
periculis, salubriter consulentes, valeatis nostram et ap.
385 Sed. gratiam, qua prius nos, ut peculiares prosequeba-

mur filios, promereri, etc. Dat. Avin. xvi Kal. decembris

an. XVI.
«acest a dubbio In eundem modum Comm. Eugubino et Assisinati.
181.
ud Ugolino Hugulino Trincie de Fulgineo. — Displicenter nimis

390 audivimus, quod tu, fili, qui in devotione ac fidelitate
S. M. E. periculosis temporibus immobiliter prestitisti,
isto pacis tempore, a statu tam laudabili decidisti una

cum dilecto filio n. v. Corrado Nalli nepote tuo, manus
Ugolino e Cor-400
rado che furono
contro il Retto-
re

395

esortati a ritor-400
nare a fedeltà,

405

rilasciando Roc-
ca Rotondola e
i prigionieri.

410

415

XII. — [1333],

ERETICI E RIBELLI NELL' UMBRIA, ECC. 299

extendendo ad spoliandum mercatores per provinciam
dueatus nostri Spoletani facientes transitum, nec non de-
votos minis et inductionibus seu seductionibus potius a
fidelitate ad infidelitatem et perfidiam inducendo, sta-
tumque dicte provincie pacificum et officium dilecti filii
Johannis de Amelio archid. foroiul. ducatus Spoletani
Rectoris et suorum curialium perturbando ac nonnullos.
excessus alios commictendo. Nos autem optantes quod tu.
et idem nepos tuus, deviis omissis huiusmodi, ad devo-
tionem et fidelitatem pristinam redeatis, nobilitatem tuam
rogamus et hortamur, sano tibi nichilominus consilio sua-
dentes, quatenus, premissa et alia que tibi possunt occur-
rere deducens in recte considerationis examen, et atten-
dens nichilominus diligenter, quod licet peccare sit huma-
num, perseverare tamen diabolicam .est censendum, a
ligis etc. et aliis in eadem attemptatis provincia tu et
dictus nepos resilientes omnino, Rocham Serre Rotundule,.
quam in nostrum et E. memorate preiudicium occupari
fecistis, dicto Rectori restituatis libere, ipsius officialibus.
et gentibus, qui, vobis mandantibus et procurantibus, ca-
ptivati fuerunt et detineri dicuntur captivi, nichilominus
liberatis, cum omnibus bonis suis, ad predictas devotionem,
fidelitatem et obedientiam reductis, et in eis sic persi-
stere studeatis constanter, quod non sit nobis neeesse de
cetero super remissione culparum materiam ab eadem E.
querere, sed potius ex precedentibus meritis retributionem
petere premiorum, etc. Uts.

‘aprile 20. Arch. Segr. Vatic.

Secret. Johann. XXII. N. 117, c. 284.

Giovanni XXII censura la condotta del Rettore

M. Petro

nel governo del Ducato.
de Castaneto efc. Rectori.

Relatum est nobis quod, licet pro cultu pacis et ju-
stitie in decreta tibi provincia conferendo te comunem,
Effetti della
sua parzialità.

Non sentiva
consigli da’ fe-
deli.

Il Maresciallo
per i suoi sopru-
‘si resosi intolle-
rabile.

Gli impone di
cambiare il Ma-
resciallo con al-
tra persona. ido-
nea.

L. FUMI

prout ad tuum spectat officium, omnibus exhibere deberes,
tu tamen te reddis minus provide partialem, unde inobe-
5 dientie, rancores et odia nascuntur et pullulant, auctoritas
officii contempnitur et cultus justitie non sine multis pe-
riculis et scandalis perturbatur. Preterea quod capitis tui
sententie penitus inherendo prudentum virorum partium
earum fidelium reicis consilia et contempnis, quodque Ma-
10 rescallus tuus quam plures iniurias et novitates indebitas
hactenus subditis intulit et continue inferre non desinit.
Ex quibus et aliis perniciosis factis suis adeo existit odio-
sus in illis partibus, quod securus per provinciam ince-
dere non est ausus, immo de ipsius persone periculo et per
,5 Consequens de scandalo formidatur. Cum autem premissa,
si vera sint, non debeant quomodolibet tolerari, discretioni
tuc presentium tenore mandamus, quatinus, adiectis et
omissis omnino partialitatibus, te comunem exhibeas, si-
cut decet, circa devotos et fideles in sua fidelitate ac de-
20 votione confovendos, et indevotos ad devotionem redu-
cendos, laborare prudenter et sedule non postponas, re-
quirendo michilomiuus prudentum presertim fidelium in
agendis, sieut negociorum qualitas exegerit, consilia et
eis utendo etiam ne videaris inviti proprie prudentie, si-
25 eut extiterit oportunum. Dictum siquidem marescallum
amoneas, eumque de partibus illis curialiter tamen et
caute, ne possit offendi ab emulis, recedere facias, naim si
remanere ipsum illue contingeret, esset de persone ipsius
timendum periculo et de scandalo, sicut premittitur, sub
30 sequenti, aliumque nichilominus deputes ydoneum, qui
a talibus sciens eavere odiis, Deum timeat, justitiam di-
ligat, et luerum proprium non venetur. Habeas quoque
dil. fil. n. v. Hugolinum de Trinchis, sicut honeste pote-
ris, commendatum, sieque te gerendo super premissis et
35 aliis occurrentibus tibi prudenter et provide, quod dein-
ceps de te nobis alia sinistra vel similia minime defe-
rantur. Dat. xi1 Kal. maij, an. XVII.

RT
ERETICI E BIBELLI NELL’ UMBRIA, ECC. 301

XII. — [1334], marzo 14. Arch. com. perug. pergam. orig.
È Giovanni XXII esorta à perugini ad assistere, anche per la co-
[: mune utilità, il Rettore del Ducato contro Corrado Trinci
9 che aveva occupato Bevagna.

Johannes epus efc. Comuni Perusino efc. Nefanda
horrendorum excessuum scelera que in divine. maiesta-
tis offensam, E. R. contumeliam et partium illarum
detestandam perniciem Corradus Nalli de Trinchiis de

D i 5 Fulgineo tanquam vir justitie hostis sueque fame pro-

| va d di digus in terra Mevanie ad eandem R. F. pertinente
i Rettore, patrasse nequiter una cum nonnullis suis in hac parte
1 complicibus dieitur hiis diebus, cum vehementi turba-
; tione audivimus et vos credimus plene nosce. Sane
10 cum sit reipublice utilitati expendiens quod excessus
EIE rendi huiusmodi ne in succedencia temporum secula sine re-

! do dA A cordatione ultionis debite transeant, exigente justitia,
PE "vagna. corrigantur, Universitatem vestram rogamus attente qua-
1 tenus ob divinam et nostram ac Apostolice sedis reve-
1» rentiam, nec non et propter utilitatem communem, cirea

oi Rete quam libenter consuevistis intendere, dilecto filio magi-

; giustizia. stro Petro de Castaneto archidiacono Beluacense Rectori
à ; ducatus Spoletani Capellano nostro, ut justitie debitum
| super premissis exequi, sicut decet et expedit, valeat

È 20 viriliter et potenter velitis assistere consiliis, auxiliis et

favoribus oportunis, ita quod preter laudis humane
preconium divinam ac nostram et S. A. predicte possitis
propter hoc benedictionem et gratiam uberius promereri.

Datum Avin. n id. Martii, pontif. nostri an. xv.
STATICO : SI
Vu T.
mss P

PICO —____ _
CHANSON,

CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 303

Cronaca di Pietro Angelo di Giovanni
‘ (V. fascicolo precedente, pag. 72, fasc. I, n. 9)

1456 — Adì 6 de genaio in martedì, che fo el di de Pasqua
Epifania, el Rettore delo studio cioiè meser Agnielo Bucarelli fece
fare una bella Giostra, dove pose per premio de quello che sarà
meglior giostrante braccia 12 in circa de velluto verde. Li gio-
stratori son questi: Fioramonte di Giovagnie dei Boncagnie, Nere
de Guido Morello Sperelli, Cherubino de Brunello deli Scotti,
Carletto Camoriere del signor Braccio Baglione, Mattiolo de
Agniel Giovagnie de Tanlino, Gismondo de Davitte detto Corbac-
cione, Felice de Nanne detto del Bragha, Baldassarre de Ser
Pellolo detto Cepolaio, Lionardo de Brunello merciaio, Pennachio
Li giudece che schrisseno li colpi furo meser Antonio da Ca-
labria, rettore passato, e Don Antonio Catelano, e Ser Giovagnie
de Sante da Agello notario de la Università schrivea.

Et fo data la sentenzza che la metà del premio l' avesse Fio-
ramonte dei Boncagnie e l’altra metà Felice di Nanne, e così fo
tagliato per metà. i

Adì 14 de genajo. El Capitano del Popolo, cioè Meser Anto-
nio Fardelini Anconitano trasse fuori lo stendardo per volere
apiccare uno de quelli de Fiorenzza per furto, che avea fatto. E
essendo suonata la terza volta la campana dela giustitia per man-
darlo ale forche là da S. Manno (2), et remise lo stendardo den-
tro nel palazzo per volerlo dare alo Armato come è usanza che
lo porta denante quel tale che deve essere giustitiato, e lo Statuto
non vole e cade in pena el Capitano secondo se dice de 100 fio-

(1) Lacuna del ms.

(2) Esiste tuttora colà una fabbrica annessa a case coloniche con una piccola Chiesa
spettante alla Religione dei Cavalieri di Malta. Ivi si trova una delle più complete
iscrizioni etrusche, che formano oggetto di pazienti ricerche per parte degli studiosi.
V'ha chi crede poi, che il nome di S. Manno derivi a quella località da un Beato Manno
perugino, e chi, come il Vermiglioli, ritiene che tal nome abbia avuto origine dal Dio
Manno dei Germani. Taluno congettura ancora, che ab antiguo cotesto edifizio, 0
parte di esso, fosse destinato a custodire i condannati. Ora se non sappiamo con cer-
tezza che al tempo etrusco venisse adoperato per carcere, è certo che nel Medio Evo
fu il luogo, ove si eseguivano le condanne capitali. Quindi è lecito supporre che
uguale destinazione avesse anche in tempi anteriori, e che il nome di S. Manno de-
rivi da Mani, ossia le Deità infernali o le anime dei defunti presso i popoli gentili.
304 O. SCALVANTI

rini, onde che le Priore non glie volseno prestare el tronbetta
del Comuno, che sensa non se poi leggere condannagione, e così
fo letta senza tronbetta, e poi avendo dato la volta ala fonte de
piazza com’ è usanzza, al tornare in giù essendo lì scontro ala
porta de li signori Priore fo spento el condenatto nela riga la
quale è libera, e el cavaliere fece ponta per arpigliarlo, ma la
famiglia dei Priore e altre persone lo salvoro nel palazzo de’
Priore, e li birri e el cavaliere ebbino de molte sassate. Da poi
el romore se rebassó, e questi nostri gentilomeni andaro da Mon-
signore, e poi ce andaro li Priore per questa cosa. Infine fo de-
terminato che li priore lo remettesseno nele mani del ditto Capi-
tano, e così feceno, e poi la fameglia del Capitano se armise in
ordine, e menarlo apiccare là a S. Manno, dela qual cosa li Priore
ne for biasimati ; se disse che quello non la meritava la forcha
perché avea furato a un suo fratello carnale (1).

Adi 22 genaio andò a marito l' Anna figlia che fo de meser
Boncagnie dei Boncagni ; la quale fo maritata al nobile omo An-
tonio de Monaldo da Ripalbella, e gi a marito a Collelungo.

Adi ditto la sera a 4 ore de notte andó a marito la Andrea
bella figlia che fo del detto meser Boncagnie, la qual fo maritata
a Venciolo de' Berardo da Corgnie de P. Susane, e fo falta una
bella parata a ciaschuna de loro.

Adi ditto andò a marito la Madalena de meser Gregorio da
Antognolle, la quale fo maritata a Leone de Guido de li Odde.

Adi 8 de febraio in domenecha Braccio dei Baglione fece fare
una bella giostra, e volse che se facesse a selle todesche, cioè
non arcionate con li scude de cojame tutti penti coll’ arme sua; el
premio era braecia 4 de velluto verde, e un anello d'oro de va-
luta de fiorini 3, e fece ordinare ch'el quale che de essi cadesse
da cavallo fosse raccolto con le barelle, et erano ordinati certi

(1) Come vedremo fra breve, la più grave preoccupazione dei governanti di Pe-
rugia, era di ottenere che si facesse giustizia, mentre per la insolenza dei nobili e
del popolo ciò era troppo spesso impedito. Lo stesso Cronista, che cosi di frequente
deplora il disordine della sua città, sembra qui abbracciare la parte di chi disappro-
vava i Priori per aver fatto riconsegnare al Capitano del Popolo un condannato fug-
gito, mentre lo si conduceva al supplizio. E può ben darsi che la sentenza non fosse
giusta, ma come approvare le riparazioni tumultuarie della folla? Il Pellini vuole che
la riconsegna del condannato al Capitano fosse fatta per ordine del Governatore.

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CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 305

massari che portavono due barelle, una orpelata a simiglianzza
d'oro e l'altra orpelata a simiglianzza de argento. Quella a so-
miglianzza de oro fo fatta perché ce era uno de li giostradori
che era cavaliere (1), e quella de argento fo fatta per quelli
altri che caschaveno. Et fo ordinato che quello che avea l'o-
nore dela giostra e che se portasse più valentemente avesse e
guadagniasse li delli 4 bracci de velluto, e quillo che se portasse
più tristamente guadagniasse el ditto anello.

E li giostratori son questi.

Messer Baldassarre de Pulidoro de’ Baglioni (cadde et fo
portato in sul carro e la barella orpelata d’ oro).

| Ridolfo e Giovagnie de Malatesta de Baglione.

Justiniano del feriere dei Baglione cadde, e fo portato in su
la barella de argento.

Carletto Camoriere del signor Braccio.

Mattiolo de’ Agnielo Giovagnie de Tantino.

Lodovico de Antonio de Ciencio.

Felice de Nanne detto del Bragha.

Et schrisse li colpi Piergiuliotto de Oddo da Monte biano, e
dette la sententia el ditto Braccio dei Baglione secondo la lista
deli colpi segniati, e dette il giuditio e la sentenzza che l' onore
e il guadagnio fosse de Lodovico de Antonio Cencio; e tutta la
spesa dela ditta Giostra la fece el detto Braccio e la sera li menò
tutti a cena con lui, e fece fare una bella festa, e fece fare un
carro con un Agnielo in cima de esso che stava in un fiore, lo
quale cantò certe stantie.

A questi dì stette qui in Perogia el fratello del marchese de
Ferrara e mascarosse con alchuni nostri gentilomene. x

Adi 21 de febrajo fo metuata (2) una femina la quale era stata
ruffiana ala figliola.

Adi 28 de febraio fo bandila per piazza a 4 tronbe la pro-
mutazione dela fiera quale denante avem detto.

Adi 1 de marzzo entraro in uffitio li Capitani del contado per
li 6 mesi da venire, e son questi:

(1) L’albagia aristocratica in questi tempi trovava modo di affermarsi perfino
colla diversa dipintura, di che si ornavano le barelle pei feriti nelle giostre!
(2) Metuata vale marchiata, segnata col marchio. '
306 AES O. SCALVANTI

Golino de Giovagnie di Baglioncello Vibiano, P. S. P.

Giovagnie de Nicoló di Benedelto, prima erà de Porta S.
Pietro, oggi de P. Soli.

Carlo di Semone de Narduccio Porta S. Agnielo.

Piero de Filippo, Porta Susane e Antonio de Nicoló Sperello,
Porta Borgnie.

Adi ditto vene per Podestà de Perogia meser Gentile dei
Brancadoro da Fermo, quale stette per Capitano nel 1452 e ebbe
lo stendardo, sopraveste e scudo e giorneetta (1) dal nostro Co-
muno, e è omo da bene in uffilio, e molto bene in ordine.

A quesli di passati gi per Podestà di Castel dela Pieve Bo-
nifazio de m. Ibo dei Coppoli, Porta S. Agnielo; e uscì de offitio
Tiseo de Berardo da Corgnie de P. Susane, e per caslelano cie
sta Giovagnie de Giapeco de m. Francesco deli Arcepreti di P.S.
Agnielo.

Adi 3 de marzzo vene nova come el conte Jacomo avea preso
Talamone de quel de Siena.

Adi 15 de marzzo andó a Roma per ambasciatore meser Ga-
liotto de Nello dei Baglione, quale fo mandato al Papa da questi
nostri cettadini per cagione deli salvacondotti, quali esso papa
facea di debito de special persone; oltre che cie son li capitoli fra
il Papa e noi ch'esso non li poi fare (2).

(1) Giornea o jorneria, come si trova scritto nei Decreti e Prammatiche sun-
tuarie, era una parte dei vestimenti muliebri, ma si usava anco dagli uomini, e si
sovrapponeva, insieme al lucco, agli altri abiti.

(2) Raccogliamo da altri storici il fatto assai meglio esposto. Galeotto Baglioni
fu mandato-a Roma per ottenere che il Papa non concedesse piü a particolari per-
sofie salvacondotti per debiti civili, perché ciò era dannoso ai mercanti e contrario
«ai capitoli e convenzioni stipulate fra Perugia e gli antecessori di Calisto III, e anche
à quelle con lui medesimo concordate. L' ambasciatore doveva inoltre ottenere, che
non si concedessero gli appelli a Roma, e si togliesse via la scomunica sul vestire
delle donne, lanciata già, per opera del Cardinale di Fermo, Legato in Perugia —
« affinché le donne, che in ogni modo non osservavano la legge, non si gravassero
T anima con quelle censure ecclesiastiche addosso » (PELLINI, II, 13). Questo Cardinale

di Fermo era Domenico Capranica, che nel 1445, essendo Legato Apostolico in Perugia,

in Todi e nel ducato di Spoleto pubblico una legge suntuaria, prescrivendo: — « Et
ut hoe nostrum decretum inviolabiliter observetur statuimus etiam quod mulieres
predicte et etiam mariti et sartores et magistri predicti ultra penas predictas et in-
frascriptas ipso jure intelligantur et sint excomunicati » (Reg. dei Brevi, vol. II, fo-
glio 16). — Certo il lusso era a quei di smodatissimo, ma non sembra che il provve-
dimento del Cardinale Capranica valesse a contenerlo, talcehé vediamo venticinque
. CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 307

E adì 21 de marzzo vene la nova quì come in Viterbo se
era fatto un gran tumulto, dove cie foro amazzati circa 50 omeni
e 50 altri feriti, e questo fo perchè il conte Aversa de li Orsini
. cie se volse metter dentro, per la qual cosa ce ne foro appicate
ale fenestre 14 e un dottore (4).

Adi ditto vene in Perogia meser Jacomo de Cortona, vescovo
de Perogia, lo quale fo fatto vescovo adi 27 de ottobre 1449 al
tempo di Papa Nicolò V, e da poi che lui fo fatto vescovo non
era ancora venuto in Perogia, e fo receuto con grande onore e
andaro tutti li ordeni di religiosi incontro per fino a S. Gostanzzo
in processione, e li li fo donato dal Comuno nostro un bello ca-
vallo coperlato con sopravveste di zendado bianco coll'arma del
Comuno in essa, e fo fatto un baldacchino nuovo molto rieco e
bello. Et detto meser Jacomo cavalchó su ditto cavallo con la
metria in capo parato, e entrò sotto il ditto baldacchino e venia
daendo la beneditione per la via, e quando fo in piazza scontro
a la audienzza del Cambio smontò da cavallo, e li se fece inante

anni dopo, e cioé nel 146) Bartolommeo Vitelleschi, Vescovo di Corneto, col consiglio
di giuristi e cittadini, pubblicare una prammatica (Reg. dei Brevi, vol. lI, f. 85), con
cui si insiste sulla modestia degli abiti, degli ornamenti muliebri, dei conviti ecc., e
per aggiungere autorità alla fulminata scomunica, si vuole che del Decreto, in vol-
gare, si faccia lettura nelle Chiese. Ma il desiderio di agghindarsi ne poté piü delle
censure ecclesiastiche, e il mal vezzo continuó, fino a che Paolo II, non volendo far
rimanere sotto il peso della scomunica le donne perugine, nel 25 marzo 1468 dié fa-
coltà al Vescovo di assolverle da quelle pene spirituali, in cui erano incorse propter
nimios ornatos (Reg. dei Brevi, vol. III, f. 26). È quindi ben chiaro che Galeotto Ba-
glioni non poté ottenere allora, e cioè nel 1456, tale assoluzione. Se non che nemmeno
l'amnistia ottenuta da Paolo II valse a ravvedere le gentildonne perugine, che prati-
cando un lusso sempre più smodato, nell’ approssimarsi della Pasqua del 1469, ebbero
d'uopo di un'altra assoluzione, pro una tantum vice, dallo stesso pontefice (Peg. dei
Brevi, vol. II, f. 86).

(1) Il Cronista, mentre narra il tumulto di Viterbo del 1456, nulla ha detto di
quello verificatosi nel 1455, e che fu causa del secondo. Sembra che il Conte del-
Anguillara, in favore di Palamonio Maganzese e per volere di Ugo Albergati di Bo-
logna, Capitano del Patrimonio, assalisse in Roma Princisvalle Gatteschi e lo ucci-
desse. Giuntane la nuova in Viterbo, Gatteschi e Spiriti presero le armi contro i Ma-
ganzesi, che essendo fuorusciti tentavano continuamente di rientrare in Viterbo. Que-
sto avveniva nel 1455; nell'anno appresso, il Conte Aversa volle fare rientrare i fuo-
rusciti in città (e il Cronista dice — il Conte Aversa cie se volse metter dentro); ma,
scopertosi il tradimento, si combatté e vi furono 50 cittadini morti (e il Cronisca ag-
giunge — e 50 altri feriti). Cessato il tumulto, se ne uccisero per impiccagione 14 e
un dottore, del quale gli storici non parlano,
308 O. SCALVANTI

molta brigata per voler togliergli el cavallo, dove che ce montò
su Carlo de meser Jbo con lo ajuto de li compagnie, e le soprav-
veste furono tutte squarsciate e straccate (1), e la sera inante era
aloggato in S. Martino in Campo con m. Raniere arceprete de
S. Lorenzzo (2).

Adi 3 de aprile vene nova come in Viterbo era stata fatta
novità, dove cie foro amazzati de molti omeni, e fra li altri cie
fo amazzato Benedetto da Bettona, de un verrettone ne la ponta
del naso nelo alzare dela visiera delo elmetto, ch' era bono omo de
arme (3).

Adi delto vene nova come in Siena se era fatto novità e gri-
dato — viva el Re de Ragona — e questo fo gridato da una
parte deli cettadini, e l'altra parte non se ne contentaveno e per
questa cagione stano in gran discordia.

De questo mese de aprile fo vento in fra i priore e camor-
lenghe fiorini 400 per il papa per mandarli contro el Turcho,
e furono vente, che tresseno de le comissione già date per lo co-
muno e’ denare dei fancellati, e non potendoli avere de quisti
debbino rescotere deli registri vechi.

A questi di for colte per il papa le decime da tutti li preit?
dela città e contado de Perogia. Se dice che ne vuole soldar
gente per mandarle contro el gran Turcho, ma se crede che ne
farà quello che ne fece papa Nicola 59 suo antecessore, che
anc'esso colse le decime dalli preiti e dali ufitiali, disse per man-
darli contro el Turco e poi le spese nel palazzo dela muraglia de
S.9 P.° per el papa.

Adi 6 de aprile el Gentilomo de m. Agamenone deli Arce-
preti andó al soldo del conte Jacomo Piccinino.

Adi 13 de aprile fo guasto l' orto de Pietro e de Golino Chri-
spolti li dala Cupa, dove cie for rotti e deramati arbori e guasti

(1) Sembra fosse questo un costume per impadronirsi degli oggetti, che servivano
al ricevimento di insigni personaggi, e conservarne memoria. Lo stesso si fece pel
baldacchino, sotto il quale procedette Pio II nel suo ingresso in Perugia.

(2) Appartiene a questi tempi un Breve di Calisto III del 31 marzo 1456, con cui
concede, che a forma degli statuti,il Podestà e Capitano del Popolo non possano con-
tinuare nel loro reggimento piü di 6 mesi (Arch. Com. Cass. XII, n.o 201).

(3) Anche questo fa*to é ricordato dal Pellini, il quale ci dice altresì che Bene-
detto da Bettona era uomo d'arme di Braccio Baglioni e da lui molto amato.

NEMPE
CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 309

gralicci e strappate erbe e tolte bigonzze e zapetelli e bugliato
ogni cosa nela cupa giù di sotto.

Adi 28 de aprile mori Nicolo de Tomaso de m. Francesco
Monte Melini di P. Soli.

Adi 3 de maggio fo messo foco nela casa del Riccio lanaio li apiè
le scale de S. Arcolano, cioié foro 5 fasci, de paglia alli usci suoi,
la qual paglia fo tolta lì dalo arbergo dela Canpana, e poi cie
misero foco e comenzaro a ardere li usci. In questo passava su
uno che andava per le sue facende e vedendo tal cosa tirò ar-
rielo la ditta paglia e comenzó a far molto e chiamare e gridare,
onde che il ditto Riccio se levò del letto e anche tutto el vici-
nato, e fo reparato, che se sarebbe arsa la casa con tutte quelle
persone che cie erano dentro, per la qual cosa ne for fatti molti
consigli, e fo fatta la legge in fra li Priori e Camorlenghi ; che chi
amazasse il malfatore ch'à messo fuoco in detta paglia overo
se fosse operato a tale onore guadagnassi 200 fiorini, quali son
depositati al fondecho de Nicolò de Ser Giapecho depositario del
Comuno. Et che si tale persone fossero state 2 compagne e uno
amazzasse l'altro li se dessero 200 fiorini e fosse asoluto e libe-
rato de ogni pena e bando, nel quale fosse incorso per tal male-
fiio e quella persona similmente che apalesava similmente li se
desse 200 fiorini.

Item se uno sbandito amazzasse tal persona esso se intenda
essere rebandito e possa retornare in Perogia ipso fatto, e molte
altre cose che per brevità non le schrivo, onde che avendosi a
notificare e bandire le predette cose quelle tale persone che avean
fatto el male se asentorno per sospetto e in capo de 2 di se pale-
sorno, che era stato Sante de Bartolomeo de Marino, detto de
Marinello de P. Susane. Se disse che foro con lui 2 altri, quali
non sono anco stati palesati, e questo fo fatto perch’ el ditto Santi
era inamorato de Bartolomeo figlio de detto Riccio (1).

(1) L'allarme destato nella città dal tentativo di incendio alla casa del lanaio
Riccio é in perfetta armonia collo spirito di protezione, di cui si circondava l'indu-
stria della lana e col rigore delle pene, che si comminavano contro gl'incendiari.
Nello statuto volgare inédito del 1322 in materia d' incendi (Lib. IIT, Rub. 195, De l’ofen-
dente el currente de nocte al fuoco) si legge: — « Dicemo statuente che se alcuno de
nocte curresse overo andasse al fuoco quando alcuna cosa overo alcune s' ardessero,
overo de nocte curresse, e allora offeso sirà en persona, l’ ofensore degga essere con-
310 ; O. SCALVANTI

Adi 6 de maggio in giovedi che fo la sera dela Asciensione
festa de P. Susane venero in piazza a ballare cirea 100 gioveni,
. quali erano amici deli Oddi, tutti con li coltelli ala centura, gri-
dando spesso — Oddi, Oddi — e poi andaro verso casa de Ven-
‘ciolo e de Tiseo da Corgne e deli fratelli li a S. Gregorio de P.
Susana pure gridando — Odde Odde — onde che questi da Cor-
enia usciro fuora con l'arme e ferirne parechie, per la qual cosa
li Odde se miseno in ordine e volseno andare ale case de questi
da Corgna col fuoco, ma non cie poddero andare perché quelli
da Corgnie erano molto bene al'ordine e stavono provisli ; per
tanto che divulgandose tal cosa per la città, Cesaro de m. Aga-
mennone e Cesaro suo fratello se misero in ordine con più de 200
omeni armati e andaro in favore de quelli da Corgnie, cioiè in
casa loro per aiutarli ‘e cosi ogni omo correva con arme. Et m.
Baldassarre vene in piazza armato con li suoi amici e pusersi li
8 capo la strada de P. Susanne sotto il palazzo de' Priori e li
stavono fermi. Et cosi vene Guido Morello con li suoi amici lo
quale stava in ‘piazza fermo per lo sospetto de mutatione delo
stato. Anco venne su Ridolfo e Guido e Giovagnie dei Baglione
eon tutti li loro amici de P. S. P. e de P. Borgna, li quali stet-
teno sempre in piè de la piazza in favore de quelli da Corgne.
Et così cie era Giulio de Teveruccio dei Signorelli, li quali non
podevono tenere questa gente de P. S. P. e de P. Borgne, che
volevono venire in su, e delto Guido e Ridolfo per obedire e fare
la volontà de Nello non li volseno lassar.venir mai piü in su che
la casa de m. Conte de m. Saccho, li al renbocco del colle, e con
questi da Corgnie cie erano a una con loro Antonio e Felice de
Mateo de Francesco con li loro amici. In fine per opera deli si-
gnori Priore e del Podestà e del Capitano e de m. Baldassarre
e de Nello e de Gostantino dei Raniere e de Cesaro deli Arcepreti
e de alchuno altro fecer tanto che non se afrontaro mai, e re-
bassaro el romore e remandaro ogni persona a disarmare e cosi

‘dannato en quactrotanto de la quantità de la quale punire e condannare se devesse
:secondo la. forma deglie statute per quillo peccato overo malefitio se ad altro tempo
«quillo avesse commisso. E se darà alora danno sia punito en quactrotanto de quilla
‘quantità de la quale punire se devesse quillo che desse quillo danno .se altro tempo
l'avesse dato se non restituirà el danno enfra terzo di » —.

le.
rg

rn
NT



CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 911

cessaro che non cie fo scandalo, dove che portò gran pericolo
che non se facesse qualche gran novità, e questo cessò a le 4
ore de notte, benché sempre per lo tempo passato ciè stato poco
amore e odio fra li Odde e quelli dela Corgnia per respetto che
cie era concorrenti fra loro, che ogniuno voleva essere el ma-
giore nela porta; e pure la sera inante che fu el mercordi se
erano corocciali insieme, perocché questi da Corgnie volevon po-
nere una porta ornata de fiori e altre verdure, come se fan per
le feste lì sotto lo palazzo deli signori Priore. Et questi de li
Odde non volevono per la qual cosa cie forono brutte parole in
fra loro, per l'odio che cie era per prima, onde che per abre-
viare li signori Priore e questi nostri cettadini el di seguente an-
daro a Mons. e andarce li Oddi e quelli de Corgnia. Et cosi fo
fallo trieva per tutto el mese de giugno proximo che viene, ben-
ché Mons. ebbe molto a male questa novella deli Odde, peró che
esso avea comandato che niuna dele parte uscisse la sera a bal-
lare per respetto dela gara qual'era fra loro, e per le parole
che cie erano state la sera inante e cosi fo quetala la cosa. Et
dicevono alchuni vecchi che a 40 anni che rentrarono li Gentilo-
meni e da questo tempo in qua mai fo lo magior pericolo de
mulatione de stato de questa, e cie fo ferito Campione Beccarino
deli Oddi e molti altri, e dio ce dia gratia che queste cose non
vadano piü inante (1).

(1) 11 Cronista ci riferisce, che da 40 anni, che erano rientrati i gentiluomini,
mai piü serio pericolo si era corso per una mutazione di stato. Egli si riporta quindi
all'anno 1416, in cui Braccio, avuta in suo potere Perugia, vi ricondusse i nobili fuo-
vusciti — che lungamente haveva veduto di tutte U humane cose patire —. D'allora
in poi i nobili ebbero il sopravvento nelle faccende della Repubblica, e, morto Braccio,
le cose non si mutarono, perché il Papa Martino V, riconoscendo dai nobili il nuovo
dominio della S. Sede su Perugia, lascio che nei Capitoli fra la Curia e la città si ag-
giungesse che i Raspanti, contrari alla fazione dei Nobili, non potessero mai più tor-
nare alle case loro. Di qui ebbe un rafforzamento la parte dei gentiluomini, che diede
luogo alla potenza dei Baglioni. Questa oligarchia si stabili con tanta rigidità. che
quando nel 1441 si sparse la nuova, che Guido di Carlo degli Oddi voleva dare la pro-
pria figlia in moglie a un figlio di Giovannello de' Buontempi raspante, ne andò gran
rumore nella città, perché non si giudicava espediente, che tra nobili e fuorusciti si
facessero parentadi. Si venne infine, dopo molti consigli, alla deliberazione, che in un
tempo determinato tutte le donne dei fuorusciti dovessero, sotto gravissime pene, par-

. tire dalla città e dal contado. Sino a tal segno eran giunti gli odi di parte! Vuolsi

notare, che di questa sommossa è un cenno anche nella Cronaca del Veghi, edita da
Fabretti nel vol. II delle Cronache ecc. j
312 O. SCALVANTI

Et adi 15 de maggio morì el detto Campione che fo ferito a
questi dì passati e era partegiano deli Oddi, per questa cagione
non uscivono più di casa questi da Corgnie se non Lodovico e
Lanberto quali non se retrovaro ala ditta briga.

Adì 28 de maggio in domenica Guido e Ridolfo de Malatesta
dei Baglione menaro donna, e la moglie del ditto Guido vene da
Camerino, peroch’ era sorella consobrina del signor de Camerino,
e era figliola del signor de Fabriano, la quale à nome la Go-
stanzza e la donna di Ridolfo vene da Arezzo. Et è figliola de
Semonetto che è un gran conduttiero deli fiorentini, che à nome
la Francesca (1). Et quella de Ridolfo vene per la conca, dove
cie fo fatto un bello preparamento, e li fo fatto grande onore da
quelli de P. S. Agnielo, e lì se fermò un pezzo, perocchè se
aspettava la moglie de Guido, la quale era aloggata la sera a
Canaia e andarci incontro de molti nostri cettadini per fare la
scorta a ciascuna dele ditte Zite. Infine se radunaro insieme
li a S. Fortunato, di P. S. Agnielo, e poi venero in piazza con
molta gente e erace el signor Ridolfo ch’ anche esso venia da
Camerino e molte donne andaro sempre ballando per fino a

casa de m. Baldassare deli Armanne, e sonando con grande :

trionfo; e le Zite erano a cavallo con le cioppe (2) de broccato
d'oro, e tinero (2) corte 3 di, e fo fatta una bella festa. Per questo
respetto quelli de Porta S. Pietro fecero la compagnia del sasso,
vestiti tutti di giallo, e coprirono P. S. P. de panni dal cantone
de S. Domenico in fino a S. Croce e anco copriro li in piede
'dela piazza per starci sotto a ballare (4).

(1) Simonetto da Castelpeccio da Orvieto o, come scrive il Muratori, da Ca-
stello di Piero, fu uomo valoroso, e di lui le cronache hanno spesso occasione di
parlare, come vedremo in appresso.

(2) Cionpa era una delle vesti muliebri, in voga a quei di, e che si faceva di pre-
ziosa stoffa. Si trova ricordata di frequente nelle leggi suntuarie, insieme al mantet-
lum, vestem, aut camorram, jorneriam vel lIuccum ecc.

(3) Tiner per tenere. Si usa anc' oggi — tener corte — per aprire il proprio pa-
lazzo a feste e conviti.

(4) Questa indicazione sui colori delle giornee indossate dalla Compagnia di
S. Pietro e (come si vedrà tra breve) di Porta Sole sembra a tutta prima riferirsi alle
imprese dei Rioni; e può darsi effettivamente che le Compagnie delle varie porte della
città avessero adottato costumi e colori propri. Ma certo essi non corrispondono agli
emblemi dei Rioni di quel tempo, i quali non recavano che l'effigie del Santo con *

em x

pesiszza:
DART

?

CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 313

A quesli di de maggio mori m. Polidoro de Pellino dei Ba-
glione a Fiorenzza che stava là per Podestà, remase in suo luoco
in. Baldassare suo figlio.

E adi primo de giugno la compagnia de S. Fiorenzzo, cioié
el. Domanio fece onore ale ditte Zite a la festa de S. Fiorenzzo (1).

Anco foro apresentate quasi da tutte le comunità e castelli
de Perogia, e Castello dela Pieve fece anco un bel dono, e Co-
simo deli Medici fiorentino glie fece donare fiorini 100 de confetti
per le mano de Piero de fumagiolo mercatante.

A questi dì passati cioiè del mese de giugno Braccio dei Ba-
lione arprese moglie la figliola del signor Bogio nepote del conte

qualche riferimento al nome della porta. Così in un frammento della Matricola Artis
pannorum lane di Porta Sole (Arch. Com., lett. A, 6) si vede lo stemma .col vescovo
S. Fiorenzo e in alto un sole d’oro raggiante. Talvolta al Santo vestito degli abiti epi-
scopali é sostituita la sua immagine col sajo da monaco (Lett. C, 8). Lo stemma di
Porta S. Angelo recava l'effigie dell’ Angelo, che calpesta il drago; quello di Porta
S. Pietro l’immagine del Santo colle Chiavi; quello di Porta Eburnea S. Giacomo col
bastone di pellegrino, e la torre d'avorio sormontata da un albero: e quello di Porta
Susanna raffigurava la Santa colla palma del martirio.

(1) La festa di S. Fiorenzo cade appunto al dì primo di giugno. Nessuna memo-
ria esiste in S. Fiorenzo della Compagnia del Domanio; anzi sembra che, in tempi
più vicini a noi, l'unica Compagnia esistente in tale Parrocchia fosse quella dei Di-
sciplinati. La parola Domanio può derivare da doma, domus e in tal caso esprime-
rebbe la Congregazione o Fabbriceria intesa a conservare la Chiesa. Senonché ci pare
più probabile la derivazione da Domanium, e che starebbe a significare una Compa-
gnia la quale godeva dell' jus dominii sulla Chiesa. Il quale jus dominii aveva un sin-
golare carattere, perché non poteva estendersi né all'alienazione del fondo, né al mu-
tamento della sua destinazione. In un Diploma di Giacomo Re di Sicilia del 1285 si
legge: — « Circa donationes diligenti consideratione pensantes, quam Regiae dignitati
expediat, ac sit fructuosum et utile, absque fidelium nostrorum gravamine, curiae no-
strae Domania alienari aliquatenus non debere, provisionis praesentis Edicto manda-
mus ecc. » —. Questa voce trovasi nello stesso senso adoperata in Editti di Filippo il
Lungo e di Carlo il Bello (a. 1316-1328). E che molto notevole fosse la parte che avevano
le Compagnie e Confraternite non solo nel governo delle Chiese, ma anco nelle pro-
prietà ad esse spettanti, si rileva dall'istoria di cotesti sodalizi, che condotta con sana
critica riuscirebbe opera importante e utilissima agli studiosi. Noi potremmo allegare
qui molti esempi di domanio spettante alle Compagnie, ma ci limiteremo a citare il
fatto di quella istituita sotto il titolo di S. Bernardino, e che assunse a proprio carico
la maggior parte della spesa necessaria al restauro di S. Cataldo in Porta Borgna, e
perfino alla edificazione del convento delle Cappuccine di S. Chiara. Lo stesso puo
ripetersi per il Monastero delle Convertite, eretto dalla Confraternita dell'Annunziata
e va dicendo (Conf. RICCARDI, Memorie ms., Vol. II, nell’ Archivio dell’ Arcivescovado
di Perugia).
314 O. SCALVANTI

Francesco Duca de Milano, se disse che ebbe de dote du-
cati 8000 (1). |

Adi 8 de giugno vene la nuova che era fatta la pace in fra
il Papa e il conte Jacomo Piccinino e li Sanesi, e capitolaro di
dare al ditto conte Jacomo scudi . . . . . e anco de darli de con-
dutta scudi... .. . (2) l'anno, e se dice che il conte Jacomo
se ne va nel Reame de Abruzzo, e che il Re di Ragona li à date
certe città nel reame, per la qual cosa for fatti la ditta sera li
faloni in piazza e ale lumiere del Palazzo deli signori Priori e
in sul monte.

A questi dì ala festa del Corpo de Chripsto li omeni de P.S.P.
fecero la compagnia tutti con le giornee gialle per amor dei Ba-
glione (3).

Ala festa de S. Fiorenzzo li omeni de P. Soli fecero la com-
pagnia tutti con le giornee bianche con le sbarre roscie.

(1) Veda il lettore come per mezzo dei connubi di Guido colla figlia del Signore
di Fabriano, di Ridolfo colla figlia di Simonetto e di Braccio con Anastasia figlia di
Bogio Sforza fratello di Francesco, Duca di Milano, la casa dei Baglioni andava crescendo
in lustro, potenza e decoro. È mirabile poi l’adulazione, con cui veniva lusingata dai
cittadini in ogni circostanza. Quanto alle nozze di Braccio colla figlia di Bogio
Sforza, é dubbio, se nel 1456, piuttosto che gli sponsali, si celebrasse veramente il
matrimonio; perché il nostro Cronista ci narra all’ anno 1462, che — « Adi 20 de giu-
gno meno moglie el Magnifico omo Braccio dei Baglioni la figliola del sig. Bogio da
Codogniole, fratello del Duca di Milano, la qual vene da Milano con gran trionfo ecc. »
— Anco il Villani scrive: — « Adi 20 giugno venne la moglie di Braccio Baglione che
era milanese di gran sangue » —. È probabile, che fino dal 1456 fosse concluso quel
connubio, di cui fu ritardato il compimento prima per la morte di Giacoma Forte-
bracci vedova di Malatesta I e madre di Braccio, e poi per avvenimenti politici, di
cui non era certo penuria in quel tempo. Consimile fatto avvenne per il matrimonio
di Jacopo Piccinino con Drusiana, figlia di Francesco Sforza, che venne fino dal 1455
fidanzata al Capitano di ventura, mentre il connubio fu posto in essere nel 1464.
« Il Duca, così scrive il Corio (Hist. Parte VI), per levare ogni sospettione, né a quello
lui intendeva fare, volse che consumasse il matrimonio con Drusiana sua figliuola,
ma le nozze per la morte di Cosmo dei Medici furono senza pompa ».

(2) Nel giugno 1456, come narra il Cronista, avvenne la pace tra il Piccinino e i
Senesi, mentre nella Cronaca di Bologna, da me altrove citata, si pone questo avve-
nimento nel luglio; ma é probabile che il cronista bolognese parli della data, in cui
l’accordo fu stipulato, mentre lo scrittore perugino ci ha dato notizia della composi-
zione avvenuta, ancor prima che si traducesse in atto (Conf. AMMIRATO, Lib. XXIII).

(3) Anche qui sembrerebbe che il gialio delle giornee fosse scelto in onore dei
Baglioni; ma ciò non sussiste, perché-lo stemma di quella illustre famiglia reca una
sbarra orizzontale d’oro in campo azzurro, e quindi le giornee avrebbero dovuto es-
sere azzurre con ornamenti d’oro.


CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 315

Adi 16 de giugno in venerdì ale 28 ore mori la nobil donna
Madonna Giapecha dei Fortebracci da Montone moglie che fo de
Malatesta de Pandolfo dei Baglione e lassò suoi figlioli Braccio,

Carlo, Guido, Ridolfo e Madonna Agniesina sua figlia, e fece el

testamento, del quale ne è rogato Ser Cipriano de Gualtiere, e ala
morte sua disse de non avere si non fiorini 4000 in denari con-
tante, deli quali ne lassó 2000 ala ditta Agniesina e 1000 a Guido
e 1000 a Ridolfo, e questi denari li à in Fiorenzza Cosimo deli
Medici, e ogni altra cosa lassa comune ali suoi figlioli; e dela
morte sua ne fo gran danno ala nostra città, peroch' era donna
danarosa e buona persona.

E adì 17 ditto la mane inante dì fo portata a sepelire in
S. Francesco.

Adì 19 ditto in domenica fo fatto il corotto lì apiede dela
piazza e for vestiti de nero infra li figli e nepoti, nuore, donzeglie
e fameglie e donne e omeni persone 50, e quando fo sepelita cie
fo 84 pari di torchie grande.

Adi 23 di giugno in giovedì Braccio de Malatesta dei Ba-
glione mandò a marito la Francesca sua figliola, la quale avea
dato a marito a M. Agamennone, e fo menata de notte per amor
de la morte de madonna Giapecha madre del signor Braccio.

Adì primo de luglio vene qui in Perogia un comissario de
Papa Calisto 3°, e vene per parte de Sua Santità per recordare a
questi nostri cettadini che volessero atendere a vivere pacifica-
mente e che ponessero giù l’arme e non impedissero la ragione
e la giustitia, anzi favorirla.

Adì 5 de luglio venero in Perogia 500 fanti mandati dal Papa
e 9 Conestavole dele ditte gente, cioiè Giovan Pazzaglia e Piero
da Somma e Antonello da Pisa, e mandavali el Papa a ció stes-
seno in piazza ala guardia, ació non fosse impedita la giustitia
e la ragione e che non fossero molestati li offitiali e la corte per

‘che el vivere era redutto de sorte che li offitiali e i notari del

Podestà e del Capitano non volevono più gire a pegniorare nè
pigliare persona alchuna, nè manco podevon gire la notte ala
cerca per l'arme, perché ogni persona andava la notte con l'arme,
onde che questa città parea una spelonca de ladri; per la qual
cosa fo schritto al Papa da alchuno de questi nostri cettadini,
316 O. SCALVANTI

che Sua Santità provedesse a tal cosa, e così mandò li dilti 3 co-
nestavoli con li ditti fanti.

A questi dì vene nel contado de Tode m. Borghes (1) ne-
pote del Papa e con esso è Braccio dei Baglione cole gente

‘ dela Chiesa, 1500 cavalli, e il Papa schrisse un breve ali nostri

gentilomene, ch’ esso mandava queste gente al servitio de questi
nostri cettadini, e così li fante, benchè questi nostri cettadini non
avevono chiesto se non 300 fante al papa (2).

Adì 5 de luglio se partiro questi da Corgnia, perocchè for
messi in bando per la morte del ditto Campione e anco molti lor
seguace che son questi :

Venciolo e Tiseo di Bernardo da Corgnia, Giordano de Fran-
cesco de lepre morto, Marianello de Ser Bartolo, Renzo da Ca-

(1) Borghes, così chiama il Cronista Pietro Luigi Borgia, nipote di Calisto III e
fratello di Rodrigo, poi Alessandro VI, già creato cardinale, sebbene in giovanissima
età. Non é a dire in quanti modi si appellassero dagli storici quei di casa Borgia, che
ora con questo, orà coi nomi di Boria o Borias, Emborgia li troviamo indicati nei
libri di storia italiana (Conf. PLATINA e SacHo in R. I. S. Tomo III, P. 2, e CORIO,
Hist. P. VI).

(2) Queste ultime parole del Cronista significano, secondo noi, che parve sover-
chio ai cittadini l’aiuto militare dato dal Papa per indurre i perugini a ben vivere e
sopra tutto a non impedire che si facesse giustizia. E di vero, spogliando i documenti
inediti dell’ Arch. Com. si trova che Calisto III con Breve del 10 maggio 1456 dimo-
stra il suo rammarico per i tumulti avvenuti in Perugia, ed esorta i cittadini a voler
vivere in pace (Cass. XII n.0 204). Con altro Breve del 22 giugno dello stesso anno,
il Papa annunzia, che manderà a Perugia, per suo Commissario, all'effetto di
sedare le turbolenze cittadine, Stefano di Novara, luogotenente dell’ Uditore di Ca-
mera (Cass. XII, n.o 205), e nel successivo Breve del 4 luglio, lodata la città per la pron-
tezza dimostrata nell’ eseguire i suoi ordini, Calisto IIl esorta i cittadini a cooperare
con Stefano da Novara pel quieto vivere della città, e fa conoscere di avere ordi-
nato al generale di S. Chiesa, di mandare quanto prima i trecento fanti, richiesti. dal
Magistrato (Cass. XII, n.o 206). Ora, dopo aver mandati a Perugia 500 anzi che 300
fanti, il Papa pone in armi 1500 cavalli guidati dal Borgia e da Braccio Baglioni, e scrive
che li manda al servitio de questi cittadini. Certamente i disegni del Papa e di Pier
Luigi Borgia erano assai diversi, ché ormai, fatto l'inutile tentativo di rimettere in
Norcia i fuorusciti (PELLINI, II), le genti pontificie dovevano ritirarsi in Roma o in
qualche altro presidio, mentre le vediamo, col pretesto di giovare alla pace di Peru-
gia, trattenersi a campo nel Todino. Probabilmente si aveva sentore di qualche no-
‘vità, che il Re Alfonso voleva fare nella Marca, e, data la rivalità fra quel principe e
il pontefice, questi poteva avere stimato opportuno vigilare, e per non dar sospetto
coloriva il suo disegno nel modo che il Cronista narra. Altro motivo di tale assetto di
guerra potrebbe trovarsi nel fatto che il Papa voleva revocare le grazie e concessioni
ai sudditi della Chiesa a fine di raccogliere danaro per la spedizione contro il Turco;
la qual cosa avrebbe facilmente sollevato rumori da doversi senza indugio reprimere.

^
CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. SIT

pua, Giovagne de luca de Ser Saturno, Giovagnie de Bigazzini,
Perone de Ghino. Meser Pier Felippo .e Berardo for difese che
non foro messi in bando per operatione de alchuni nostri cet-
tadini con gran fatiga (1).

E adi 26 de novembre 1457 fu la pace e anco el breve de
poter essere arbanditi e comenzaro a usare a dì 19 de decembre
1457. i

Adi 7 de luglio (1456) in mercordi fu fatto un consiglio da
questi nostri Magnifici Cetladini su in palazzo de Monsig. e anco
cie andaro li signori Priore; e Monsig. propose, come in questa

ACA

nostra città se vive molto scorrettamente, e che saria molto bene
de provvedere a tal cosa e lassare punire li malfatore e favorire
la ragione e la giustitia (2), e propose altre cose utili ala città.
Et il primo che se levasse su per respondere a la ditta proposta
si fo Golino di Giovagne di Baglioncello, qual'era Priore e Capo de
Uffizio, e confirmó el conseglio che saria bene, che se aten-

4 (1) Queste misure contro i cittadini, che erano stati cagione di turbamenti nella.
città, piacquero al pontefice, che ne tien parola nel Breve del 15 luglio 1456, dove
esorta il Magistrato ad eseguire gli adottati provvedimenti per ridurre a pacifico stato
Perugia (Arch. Com. Cass. XII, n.o 208).

(2) La narrazione del Cronista dimostra, che veramente, in questi tempi, la pia2a
divorante degli Stati era il dispregio della giustizia. Ciò spiega come, in onta anche
ai principi della umanità, si proteggessero le intemperanze degli uffiziali di giustizia
(come ad es. quelle commesse dal Capitano del Popolo Sante de' Vitelleschi nel 1455);
quando mostravano energia nel reprimere i frequenti delitti. Ma se era lecito infie-
rire coi martiri e colle morti contro i deboli altrettanto difficile era aver ragione dei
potenti, e il quadro che ci fa il Cronista delle condizioni della città e del timore da
cui eran presi gli stessi uffiziali di giustizia, sembra riprodurre il più triste periodo
del feudalesimo, quando, scisso il vincolo unitario dello Stato, la società, come ben
disse lo Sclopis, fu gettata nel disordine di una consistente anarchia (St. della legistaz ;
Vol. I, Cap. II). Intanto mentre, come abbiamo visto, nel 15 luglio 1456, Papa Cali-
sto III si congratulava coi perugini delle misure prese contro i perturbatori dell’ or-
dine, lo stesso pontefice con Breve del 12 agosto successivo (Arch. Com. Cass. XII,
n.0 209) notificata la venuta in Perugia di Giacomo Mucciarelli chierico di Camera, si
meravigliava, che il Magistrato gli avesse chiesto la sospensione delle pene contro
i cittadini tumultuanti, e specialmente.contro i nobili Della Corgna, quando lo ave-
vano invece supplicato a punirli, come unico mezzo per toglier via le turbolenze dalla
città. Pare che questo Breve recasse l'effetto desiderato dal pontefice, perché in altro
documento del 30 agosto 1456 lo stesso Papa si congratula che sieno state eseguite le
sentenze date da’ suoi ufficiali contro i perturbatori della quiete cittadina, e annun-
ET zia di aver dato in proposito le necessarie istruzioni al Governatore e ai Commissari
; (Arch. Com. Cass. XII, n.0 210),

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318 O. SCALVANTI

desse a ben vivere e così se stesse, e parlò molto acomodatamente.
‘Dopoi se levò su Mariano di Mariotto dei Baglione qual’ era Con-

solo dela Mercantia, e confirmò el simile. |

Adi 18 de luglio in domenica Biordo de Fioravante deli Odde
e Mariano de Mariotto dei Baglione for mandati dal nostro Co-
muno per ambasciatori a messer Borghes nepote del Papa e Ca-
pitano Generale dele gente de la Chiesa, quale era aloggato sotto
col de Pepo, in quel de Tode, e portarono a donarli per parte dela
Comunità de Perogia scudi 400, dice che li ebbe molto grati e
rengralió assai questo Comuno.

Adi 20 ditto for cassi li bifari del palazzo dei Priori e
altri, che era Priore Galiotto di Lello dei Baglione e li com-
pagnie e for salariati 2 bifari del reame quali for venti fra Priore
e Camerlenghe per tempo de due anni, li quali bifari se obligaro
de donare al Comuno ogni anno ala festa de S. Arcolano 2 tazze
de valuta di scudi 4 l' una.

Adi 2 di.settembre vene la nuova qui come in Siena se era
scoperlo un trattato, quale se facea a stanzza del conte Jacomo, per
la qual cosa for presi 3 cettadini de Siena deli principali deli
quali uno se chiamava Piero di. . . + (1), e così li mandarono
ala morte, e forono artolti dali loro amici per la qual cosa se le-
varon su li Priore e altri cettadini, e amazzaro li ditti 3 cettadine
e assai altre persone; e per la detta cagione sene fuggiro de
fora circa 60 omeni (2).

(1) Lacuna del ms.
(2) Alcuni Cronisti di Siena, come ad es. l’ Allegretti ne’ suoi Diari, non parlano
affatto delle pretese del Piccinino, e dicono solo: — « Per questa sopradetta guerra
nacque in Siena disordine infra cittadini, e nacquene certe sette, in modo che uscendo
Capitano di Popolo Cristofano Gabbrielli del Monte de'Riformatori, col conseglio de'suoi

amici e congiurati fecero pigliare e sostenere più cittadini. Fu lo apposto, perché fa-

cevano contro il reggimento di Siena, et alcuni dicono per le ambizioni delle parti e
maggiorie » —. Del preteso trattato in favore del Piccinino parla invece il Piccolomini
ne’ suoi Commentari (Lib. II): — « Vis tota regiminis inter Novem, Reformatores et
Populares remansit. Inter quos succedente tempore, sedente Calisto tertio graves ini-
micitiae Succrevere, parsque non parva regentium falso insimulata est, tamquam ur-
bem tradere Piccinino conspirasset. Ob quam rem quidam securi percussi sunt, non-
nulli in exilium acti, alii relegati et pecunia multati: adeoque urbs ipsa civili discor-
dia vexata est, ut libertatem .amissura propediem cunctorum iudicio videretur » —.
Dal qual passo di Enea Silvio, che delle cose della patria sua doveva essere esatta-
mente informato, resulta, che l' accusa di aver voluto dare la città al Piccinino era
infondata.

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Visas me tran

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CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 319

Adi 8 de ‘setembre foro renchiusi li insaccolatore perchè se
era determinato de refare el regimento dela città, li quali son
questi.

Golino de Giovagne de Baglioncello per lui.

Luca de Locciolo per Nello de Pandolfo Baglione — P.S. P.

Girolamo de Giuliano ditto Gionbolo per Braccio.

Bartolomeo de Beo tegolaio per Braccio — P. soli.

Cinello de Alfano per li Baglione.

Bartolomeo de Grigorio setaiolo per li Baglione.

Stefano dei Roche per Gostantino.

Golino de Bartolomeo per Guido Morello — P. S. Agnielo.

Galeazzo de Felcino per m. Baldassarre.

Michalagnielo de Bascioia per m. Baldassarre.

Luca Possente e )

Giuliano de Meo del Pazzo P. Susane |

Semone de Guido de li Oddi e

M. Grigorio de m. Rugere.

. per Cesaro.

Giovagne de m. Christofano.

Lucantonio de ser Giovagnie — P. Bornie.

Giulio de Teveruccio e Rustecho de Saracino.

Antonio da Monte Sperello e Agnielo de Bartolomeo dai
Veglij.

A questi di de otobre el canpo dela Chiesa andò a Norscia per
remettere li usciti, e vi stette il dilto campo circa un mese. Se
disse che avea aule 10000 fiorini, e cosi m. Borghes con le ditte
genle sene vene fra Spoleto e Foligno.

Adi 80 de otobre el ditto m. Borghes nepote del Papa prese
la tenuta del Cassero de Spolete, per sé secondo Duca del Ducato,
e anco prese la tenuta de Folignie de Asese, de Orvieto ed altre
terre (1).

(1) Il Cronista qui si esprime in modo da far supporre che il Borgia avesse
guerra con Spoleto. Ma la verità é, che, dopo la spedizione di Norcia, il Papa tolse il
governo del ducato a Jacopo Tebaldi, vescovo di Montefeltro, il quale lasció buon
nome di sé, e lo affidò al nipote Pier Luigi Borgia assistito da una Commissione spe-
ciale, e cosi ebbe il governo del Patrimonio, di Todi, di Rieti e del ducato di Spoleto.
Di cio gli spoletini furon lieti, e gli fecero un presente di cento ducati d'oro (SENSI
— Storia del Com. di Spoleto — anni 1450, pag. 253, 336, 263 e 264). L'espressione
quindi del Cronista — « prese la tenuta per sè secondo Duca del Ducato » — deve
intendersi nel senso, che prese possesso come Duca.

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320 i O. SCALVANTI

Adì 6 de novembre fu recato morto Francesto de Asegnia,
se disse avea aute molte bastonate fra Panicale e Montepulciano.
per interesso di una femina.

Adi 13 de novembre morì Piero de Fumagioli. quale era de-
ventato deli meglior mercante dela piazza (1).

Questa si è la copia de una lettera venuta del Reame a mon-
sig. Reverendissimo Colonda dele rovine fatte in quelli paesi dali
teremoti nelo Abruzzo (2).

Sermona tutta scarcata.

Tocco tutto rovinato e vi son morte 199 persone.

Castel de Sanguene tutto scarcato ecetlo 7 case.

| El Formello tutto rovinato.

Segnia non cie son campate senon 19 persone e tutta è ro-
vinata. i

El Castello de Caramanico tutto rovinato.

Castello Nuovo nel contado de laquila la magior parte pro-

‘fondato.

Li Naveli de laquila similmente.
A Napoli molte case per terra e molti omeni morti.

A Capua molte case per terra.
A Benevento ‘moltissima rovina e morte gran numero de

persone.

(1) Nel 20 novembre di quest'anno (1456) Calisto III con Breve diretto al Magi-
strato fece sapere, che richiamava da Perugia l' Arcivescovo di Benevento, e mandava
in suo luogo il Vescovo di Montefeltro (Arch. Com. Cass. XII, n.0 213).

(2) È memoria di queste procelle e terremoti, così disastrosi, nelle Istorie del
Beato Antonino, e in tutti gli storici. Se non che molti annalisti e cronisti registrano
questi fatti nel 1457, imperocché si verificassero negli ultimi dell’ anno precedente.
Così, ad es., il Bernio (Chron. eug.) pone un cenno dei disastri avvenuti pei terremoti,
nel 1457, e ne riferisce perfino i versi di Lupo che si chiudono col solito riferimento
«ai peccati degli uomini, che hanno provocato l'ira divina:

7 Quisquis peccavit, quisquis crimina. fecit
Poeniteat, doleat, placareque Numina curet.

Anche Enea Silvio Piccolomini ne scrive a Federigo III in questi termini: —
« Audies ex latore presentium quam mirabilia et incredibilia damna fecerit terremotus
in regno apulie. Nam multa opida funditus corruerunt. Alia magna ex parte collapsa,
sunt. In Neapoli omnes fere ecclesie et maxima palacia ceciderunt plusquam triginta
milia corpora oppressa ruinis traduntur; populus omnis habitat in tentoriis » — (Epis.
et varii tractat. pii pontif. maa. Epist. 220, Mediol. 1490). Se non che la esposizione
del Cronista, perché copiata da una lettera scritta il.5 dicembre 1456 a mons. Colonna,
ha una particolare importanza, che non sfuggirà certo ai nostri lettori. i

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VEU tern e

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CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. - 321..

Fondi, guasta la rocca quasi tutta.

Ariano rovinato tutto e morti 1200 persone.

Padula rovinata tutta, morte 1457 persone.

Vitullano e la Val de Tosco rovinati.

S. Agata sufundata, la guardia de Se fiamondo.

Quattro Castelli del signor Marco fratello del conte di Fondi
nel Contado de Molisi sono al tulto rovinati con gente assai.

Alipe, Apicie. \
Monte Calvo. |
Morcone con lo Contado.

VESPRrtrtrrrrecreer

Donate vere: chi profondate e chi la magior
Nocera, Troia. )
Ascoli de Puglie. parle rovinate.
Trotta, Manardata.

Monte Corvino. |

UN

Bicharo.

Morice rovinato el Castello.
S. Marco e S. Giorgio del Contado di Fondi rovinato la ma- . — |
Ns gior parte. "

Pescasola tutta rovinata e cetto 11 case, e morte 280 persone.
La rocca dela Valle Schura con altre terre tutte diserte.
Monte Bone.

Ponte Corvo.

Sarno del conte de Nola.

Palma, lo castello de Nola detto. Cichala.
Corretto col contado tutto rovinato.
Petranuova, Civitella.

Carpinone, Castelpretoso.

S. Agnielo, i Ghotto (?).

Marchia Vodana, (?) li casali de Frosolani.
i Baiono aridato in abisso.

S. Maximo Baranello.

Lo Bosso (?), S. Piero.

Campo Chiaro disfatto tutto, cie morì el signor Aloisio.
S. Fiamondo.

Cornacosi, (?) Ciechia piccola.

Vinchiachiero, Cechia magiore (?).

Cassione, Larcia.

“or nie È SERRE castani —
322 O. SCALVANTI

ee:

Supino, la tosara (?).

S. Juliano, S. Bartolomeo.

Castello de S. Elmo de Napoli è spezzato tutto e. fuggiti li
pregioni.

Lo Castel de Arpaia.

Lo Castello dela Roca de la Villa.

La Cerra, Vrienzo (?), Thicone (?) e molte altre terre e castelli
quali anco non son messi in questa lista (1), perochè non ne

SPERATO

(1) Diamo qui la traduzione delle voci di città e castelli, indicati dal Cronista in *-
modo più o meno errato. Però non abbiamo potuto rintracciarle tutte, ad onta delle
piü accurate indagini; e allora accanto alle voci, che non ci é stato possibile tra-
durre, abbiamo posto un punto interrogativo. Sermona, Sulmona in provincia di Aquila
— Tocco per Tocco da Casauria, mandamento di S. Valentino in Abruzzo, provincia di
Chieti — Castel de Sanguene per Castel di Sangro, circondario di Sulmona — JFor-
mello, pure oggi così chiamato, è mandamento di Campagnano di Roma — Segnia in
cambio di Segni, circondario di Velletri, provincia di Roma — Castello di Carama-
nico ossia Caramanico, circondario e provincia di Chieti, paese situato fra monti al-
tissimi, a E. delle montagne del Morrone, a N. 0. della Majella — Castello nuovo per
Castelnuovo, paesello sulla via provinciale da Barisciano a Popoli, provincia di Aquila
— Navoli o Naveli de V Aquila per Navelli, mandamento di Capestrano, provincia sud- »
detta — Fondi, che collo stesso nome è oggi capoluogo di mandamento in circonda i
rio di Gaeta, provincia di Caserta — Ariano ossia Ariano di Puglia, provincia di Avel-
lino — Padula, sempre così chiamata, circondario di Sala Consilina, provincia di Sa-

II————— ————M—ÓÓÓÓÓÓM—M————— ,
na

——— - ==

| ti lerno, a meno che non si trattasse di Padule, terra presso Gubbio — Vitullano per
i Vitulano, circondario e provincia di Benevento — S. Agata ossia S. Agata di sotto,
i circondario e provincia di Avellino — Guardia di S. Fiamondo per Guardia Lom-
| i

bardi, comune nel circondario di S. Angelo dei Lombardi, provincia suddetta — Alpe,
Apicie per Apice, circondario e provincia di Benevento — Monte Calvo per Monte Calvo
Irpino, circondario di Ariano di Puglia, provincia di Avellino — Morcone, circondario
di Cerreto Sannita, provincia di Benevento — Lumata forse per Licola, piccolo paese
sul Tirreno a N. O. di Napoli, a N. di Pozzuoli, a O. di Aversa — Aversa capoluogo
di mandamento, provincia di Caserta — Nocera per Nocera Superiore in provincia di
salerno — Troio, ossia Troia, circondario di Bovino, provincia di Foggia — Ascoli
de Puglia oggi detto Ascoli Satriano, circondario e provincia suddetti — Trotta forse
Traetto Sajo, paesello sulla riva destra del Garigliano non molto distante dal mare
— Manardata probabilmente invece di Marandola, paese a N. 0. di Traetto e a N. E,
di Gaeta, provincia di Caserta — Monte Corvino può essere 0 Montecorvino Pugliano
o Montecorvino Rovella (quest'ultimo più importante e oggi capoluogo di manda-
mento) entrambi in circondario e provincia di Salerno — Bicharo per Biccari, circon-
dario e provincia di Foggia — Morice, forse per Molise, paesello a 0. di Campobasso
— S. Marco e S. Giorgio del contado di Fondi, vocaboli più che paeselli in quel di
Fondi — Pescasola per Pescosolido, comune in circondario di Sora, provincia di Ca-
serta — Rocca della Valle Schura per Rocca di Villascura, oggi detta Rocca Pia, si-
tuata sulla via provinciale fra Sulmona e Isernia a S. S. E. di Sulmona e O. dell'alto
monte di Rotella, circondario di Sulmona e provincia di Aquila — Montebone forse

|
Wi

Ill

MIL
CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 323

puoi sapere la certanzza fino al presente. In tutto son 74. E la
ditta littera fo schritta a di 5 de dicembre 1456 (1). A

Adì 24 de dicembre m. Borges capilano dele gente dela Chiesa
schrisse una lettera a Braccio de Baglione, che veduta la pre-
sente subito esso debbi cavalcare a Roma, perchè era morto el
conte Tagliacozzo peroché dele terre suoi ne avea prese el Re
de Aragona.

A questi di passati foro ferite 3 insaccolatore, pocho dapoi
che essi uscissero fore, li quali son questi cioié, Luca Possente de
P. S. Agnielo e fo ferito da Renzzo dela Lita celi Armanne, e
Stefano dei Rochi de P. Soli da Serpentino de Mateo de To-

Mondragone a S. del golfo di Gaeta — Ponte Corvo per Pontecorvo, circondario di
"ora, provincia di Caserta — Palma, paesello a S. 0. di Nola, provincia di Caserta —
Corretto per Cerreto Sannita, provincia di Benevento — Civitella, che potrebbe essere
‘Civitella Alfadena, circondario di Sulmona, oppure Civitella Roveto, circondario di
Avezzano, provincia di Aquila. Essendo quest’ ultima citta più importante dell’ altra,
incliniamo a credere sia quella indicata dal Cronista colla sola parola Civitella — Car-
pinone, oggi capoluogo e mandamento circondariale d' Isernia, provincia di Campo-
basso — Castelpetroso, comune del circondario di Carpinone — S. Agnielo, probabil-
mente S. Angelo dei Lombardi — Casali di Frosoloni oggi Casalciprano, comune in
‘circondario e provincia di Campobasso a S. E. di Frosolone, capoluogo di manda-
mento in circondario di Isernia — Baiono per Bojano, nello stesso circondario —
S. Massimo Baranello per S. Massimo, comune e mandamento di Bojano — S. Piero,
che può essere S. Pietro Avellana, comune in mandamento di Capracotta, circondario
di Isernia, o S. Pietro Indelicato comune del mandamento di Montefusco in provincia
di Avellino — Campochiaro, cosi chiamato anch'oggi, nel circondario di Isernia —
S. Fiamondo forse S. Ferrando, oggi S. Ferdinando di Puglia, provincia di Foggia —
Vinchiachiero per Vinchiaturo, circondario e provincia di Campobasso — Cassione
per Cassino, circondario di Sora, provincia di Caserta, oppure Castione per Casti-
glione dei Genovesi, circondario e provincia di Salerno — Larcia oggi Larino, pro-
vincia di Campobasso — Supino, circondario di Frosinone — S. Juliano per S. Giuliano
del Sannio, provincia di Campobasso — S. Bartolommeo, oggi S. Bartolommeo in
Galdo, provincia di Benevento — Castel de Arpaja per Arpaja, provincia suddetta —
Castello dela rocca dela villa, è il castello della Rocca di Villascura, oggi Rocca Pia,
già ricordata — Cerra per Cerro al Volturno, circondario di Isernia, a meno che il
copista abbia scritto, la Cerra mentre doveva scrivere 7? Acerra, nel qual caso si
tratterebbe di Acerra, circondario di Nola, provincia di Caserta.

(1) È di questi tempi il Breve di Calisto III (12 dicembre. 1456), col quale an-
nunzia di aver mandato a Perugia Michele Valle coll’ ufficio di Tesoriere, e prega
il Magistrato a riceverlo cortesemente e a favorirlo in tutto ciò, che riguarda le
‘sue funzioni (Arch. Com. Cass. XII, n.0 214), ed è questo un efficace riscontro della
importanza, che aveva in Perugia l'ufficio di Tesoriere. Al Valle succedette poco
‘appresso, e cioè nel 21 febbraio 1457, Berengario Clavelli, Dottore in sacri canoni e
cameriere segreto di S. S. (Conf. Breve di Calisto III in Arch. Com. Cass. XII, n.o 218).
394 O. SCALVANTI

masso de Teio e da 5 altri suoi compagni. E Giombolo de Giu-
liano fo acechato da quello ochio bono, ch'esso avia, perochè lo
altro ochio era cieco prima, da Pier Simoné dei Gratiani, e da
Giapeco de Gostantino de Mateo de Pietro pure dei Gratiani.

A quesli di passati vene qui in Perogia per Governatore
m. Bartolomeo dei Viteglie vescovo de Corneto. .

Nel predetto ano el grano al più valse soldi 45 in 50 la mina;
l'orzo soldi 30 in 35, in 40; la spelta soldi 20 in 25; l' olio lib. 6,
el vino lib. 5 in 6 la soma e 7 el più.

E lo scudo del Papa a cambio vale scudi 1 soldi 14, el du-
cato veneliano a cambio vale scudi 1 soldi 16 in 17 (1).

1457 — Adi 7 de gennaio Nello de Pandolfo dei Baglione fo
‘recato a malato dal Monte Fontegiano.

Adi 11 ditto se palesó che ditto Nello de Pandolfo era morto.
Se disse che mori domenica che fo adi 10 ditto, e fo sepelito a
S. Francesco con grande onore, e qui in Perogia non cie era
meser Pandolfo nè meser Galiotto suoi figlioli, perochè messer
Pandolfo cavalchó sabeto a notte a Spelle per sospetto de non
perdere la signoria de Spelle ch' avea Nello lor padre, e dubita-
vono de Braccio e deli fratelli, peroché a loro dovea remanere la
signoria. Et in favore deli figli del detto Nello, cie andó Carlo
de Guido deli Oddi con cavalli e fanti e anco cie andò (Golino
Chrispolti con pià de 100 fanti da Bettona (2).

Adi 28 de genaio in venerdi comenzaro a straginare le ban-
diere per la morte de Nello quale foro 21 con lo stendardo de
Spelle, . ;

Adi 30 de genaio in domenica fo fatto il corotto li ordinata-
mente in pié dela piazza e fo adornata la casa con li bendoni, nela

(1) Rare volte si incontrano nelle cronache le indicazioni sul valore di cambio:
delle monete.

(2). Pellini narra, che la morte di Nello fu tenuta segreta per due giorni; il Cro-
nista racconta invece che essa avvenne il 10 gennaio e si palesò il di 11; ma riflet-
tendo, che lo stesso Cronista dà per certo che Pandolfo e Galeotto si recarono a Spello
nella notte del sabato (9 gennaio), è probabile che Nello fosse mancato ai vivi in
quel giorno, di modo che la morte sua si sarebbe tenuta nascosta per due giorni, cioè
fino al di 11. Or, sebbene fossimo in tempi, nei quali l' ambizione di dominio vinceva
ogni altro affetto, é poco verisimile, che i figli abbandonassero il padre morente per
recarsi a Spello a confermare la loro signoria.
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CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 325

quale cie era penta l'arme loro, ed a capo ed a piè con S. Fran-
cesco e S. ...... (1) dove cie foro 60 torchie grande, e fo vestita
de nero de molta gente, cioiè de loro fameglie e de loro amici, e
de Spelle cie ne venero 15 vestiti pure de nero, e for lassate le
ditte bandiere in S. Francesco e poste sopra la sepoltura li a lato
al coro. deli frati (2).

Adi 1° de marzzo entraro in Uffitio li Capitani del contado
per li sei mesi davenire, quali son questi:

Bonifatio de m. Jbo dei Coppoli, P. S. Agnielo.

Gostantino de Felippo deli Oddi, P. Susane.

Giovagnie de Malatesta dei Baglione, P. Borgnie.

Baldo de Mateo de meser Pietro, P. S. P.

Francesco de Nicolo de Tomasso, P. Soli (3).

(1) Lacuna del ms.

(2) Nel mese di febbraio, con Breve del 14, Calisto annunzia di avere eletto a
Governatore di Perugia il Vescovo di Corneto, ed esorta a prestargli obbedienza (Arch.
Com. Cass. XII, n.0 215). Il Governatore fu accolto con festa a Perugia, e di ciò
esprime il suo gradimento Calisto III nell'altro Breve del 14 marzo (Arch. Com. Cass.
XII, n.0 220). In questo documento il pontefice insiste, perché si dia tutto l'appoggio
al Governatore per la buona, amministrazione della giustizia, e finisce col chiedere
un sussidio per la impresa contro i Turchi. Appartiene pure a questi tempi il Breve
18 febbraio 1457, con cui il Papa deplora, che non sia stata eseguita la sentenza ot-
tenuta dall’ Abate di Monte S. Pietro di Perugia contro Lodovico di Cristoforo, detto
Barbaroto, mediante la quale si rimetteva al detto Abbate il possesso del Priorato di
8. Montano nella diocesi di Perugia; e ordina che tal sentenza sia tosto tradotta in -
esecuzione (Arch. Com. Cass. XII, n.o 216). Nulla poi ci dice il Cronista della ve
nuta in Perugia di un certo Giacomo, chierico di Camera, accio riscuota qualche
somma dalla città per la guerra contro il Turco. La quale circostanza abbiamo da un
Breve di Calisto del 21 febbraio 1457 (Arch. Com. Cass. XII, n.0 217). Questo avveniva
nel febbraio; poco dopo il Papa ringrazia il Magistrato (Breve del 31 marzo 1457 in
Arch. Com. Cass. II, n.0 221) di avere stanziato a quell’ uopo 1400 fiorini, e cogli altri
Brevi del 10 aprile, 3 maggio e 5 luglio 1457 (Arch. Com. Cass. XII, numeri 222, 223,
224) si lagna che la somma promessa non sia stata pagata. Finalmente il Magistrato
provvide al pagamento di 100 fiorini in conto, e il Papa di ‘ciò lo ringrazia con Breve
del 20 settembre di quello stesso anno (Arch. Com. Cass. XII, n.o 225).

(3) Si noterà dal lettore che di raro si parla dell’ ingresso in ufficio del Podestà
Egli é perché la scelta di questo ufficiale spettava ormai al pontefice. Infatti in questo
tempo, cioè nel 1477, il Papa con Breve del 22 febbraio (Arch. Com. Cass. XII, n. 219)
conferma per Podestà fino al 10 maggio Giacomo Cesarini di Roma, il quale era stato
assunto a tale ufficio nel settembre del 1456 con Breve pontificio, con cui si deroga
espressamente allo Statuto della città, che proibiva di affidare quella magistratura
a chi rivestiva una carica militare (Conf. Breve di Calisto III, 10 settembre 1456, Arch.
Com. Cass. XII, n.o 211).
326 O. SCALVANTI

Adi 21 de maggio fo straginato nela carretta Tiralaglio da
Preggio e poi fo menato a S. Manno, e là li fo mozza la man
destra. E poi fo apiccato, e questa giustilia la fece fare el Ca-
pitano cioiè meser Carlo Muto da Roma.

A questi dì vene nova come el Mag. conte Jacomo Piccinino
avea auto denari dal Re de Ragona cioiè 60000 ducati e che
lui-hacuna Rorita;cavalleria (4) 95 2 5 nia

A questi di for fatti li dieci per cagione dela moria, la quale
& arcomenzata, a ció che li X abbino a provedere per la guardia
dela città, e anco per fare li confinati, cioiè quelli che son sospetti
alo stato felice deli gentilomeni, e prima per fare li confinati
perla morit). e ano, c M

Adì 1 de setembre entraro in Uffitio li Capitani del Contado
per li 6 mesi davenire, li quali son questi, cioè :

— Mariano de’ Mariotto de’ Baglione, P. S. P.

Vico de Tanchreduccio dei Raniere, P. Soli.

Carlo de Ranaldo de meser Sante, P. S. Agnielo.

Felice de Mateo de Francesco, Porta Susane.

Francesco de m. Giovagnie dei Baglione detto di Boccio, P.
Borgnia.

A questi di de ottobre (5) el conte Jacomo de Nicolò Picci-

(1) Il Cronista si riferisce qui alla condotta di 1200 cavalli e 600 fanti, che Re
Alfonso aveva assicurato al Piccinino, mentre stava a Civita di Chieti, mediante forse
]a somma dei 60000 ducati sborsatagli (FABRETTI, Op. cit., Vol. II, pag. 285).

(2) Lacuna del ms.

(3) Questo nuovo infierire della peste in Perugia é un fatto sconosciuto al Pel-
lini e a tutti i cronisti; eppure nel maggio 1457 si elessero i X per provvedere anco
‘a ciò. La Cronaca ha qui una lacuna fino al mese di settembre, lo che fa credere che
lo stesso autore si allontanasse dalla città per timore del morbo,

(4) Lacuna del ms.

(5 Qui il Cronista comincia la narrazione dell'impresa del Piccinino nella
Marca, Egli afferma che Jacopo si recò insieme a Federigo di Urbino contro Sigi-
smondo Malatesta, e tale notizia é anche nel Pellini e nel Fabretti, mentre il Mura-
tori racconta che Alfonso, re di Aragona, ordino a Federigo che incominciasse le
ostilità contro il Malatesta; e che poi gli mandò in ajuto il Piccinino. In ciò lo sto-
rico eruditissimo é caduto in errore, perché le armi dei due Capitani al servizio di
Alfonso operarono congiuntamente fin dappirncipio. Del resto la narrazione del nostro
Cronista é molto più ampia e dettagliata di quella che s'incontra negli storici.

VET m TE SERE

TSE
STR) È

CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 327

nino da Perogia se partì del Reame e con esso insieme el conte
Federico signor de Urbino, e venero per la Marcha ; se disse che
il Re de Ragona glie avea dato denare per venire a oste a far
guerra al signor Gismondo de’ Malatesta da Rimine, e avean
menato 5000 cavalli, per la qual cosa el ditto signor Gismondo
à fatto buona provisione di cavalli e fante, e à fatte fornire de
gente e de vitovaglie tutte le sue fortezze, e à condutto per ca-
pitano dele sue gente Guido de Malatesta dei Baglione da Pe-
rogia.

A questi dì de novembre le dette gente del conte Jacomo
gionsero nel Vicariato e miseno a sacco li certi castelli, e tulta
volta vano predando bestiame e pregione, e sempre facendo el
peggio che essi possano.

E similmente le genti del signor Gismondo anch’ esse van
predando e robbando anco esse per le terre del signor Federigo
da Urbino.

A questi dì vene nova come el conte Jacomo e il signor Fe-
«derigo aveano auto Monte Alto a patti, e prima aveano auto la
Isola e due altre terre (1).

Adì 26 de novembre se fece la pace en fra quelli da Corgnie
e li Oddi, e avevono auto el Breve dal Papa di podere essere re-
banditi (2).

A quesli di de novembre se comenzzó a lavorare nela fornace

«deli bichiere e de altro lavoro de vetrio nel Monte nele case del

Comuno da Corado Bartolomeo e Lancilao dal Piegaio (3), e a

(1) Il Fabretti ricorda fra i castelli occupati da Jacopo Piccinino e Federigo
anche quelli di Reforzato e di Casaspossa (Op. cit., Vol. II, pag. 286).

(2) Al Cronista è sfuggito, come anco agli storici, che di questi tempi vi fu
qualche vertenza fra Perugia, la Curia romana e il Comune di Castel della Pieve, a
causa di una condanna inflitta ad alcuni rei provenienti da questo luogo. Perugia
insisteva di non poter eseguire la sentenza per motivo di certi Capitoli esistenti fra
essa e Castel della Pieve, e il papa inviò le sue risoluzioni al Governatore, dandone
avviso al Magistrato con Breve del 3 ottobre 1457 (Arch. Com. Cass. XII, n°, 226).
Altre e importanti faccende furono risolute fra la Curia e Perugia, come ad es. la

«conferma papale dello Statuto fatto dai perugini sull’aumento delle entrate per la

fabbrica della Cattedrale, che già si stava riedificando, da prelevarsi dalle rendite
della Camera dei Conservatori e dei Massari. Però il pontefice esige, che vi sì destini

«anco una porzione degl'introiti particolari del Magistrato (Breve del 26 ottobre 1457

Arch. Com. Cass. XII, no, 227).
(3) Anche oggidi esistono al Piegaro fabbriche di vetri, che furono per que
orgo una fiorente industria nel Medio Evo.
328 O. SCALVANTI

ciò che essi cie venissero a lavorare essi sono stati fatti cettadinî'
di Perugia, e il Comune li prestò fiorini 300 (1).

Adi 15 de decembre li magnifici signori Priore andaro su da
Monsig. e con essi cie andaro 87 cettadini de qualità, dove lì
misero a partito Venciolo de Tiseo de Berardo da Corgnie con li
lor seguace, li quali se retrovaro con loro ad amazzare Canpione
amico de li Oddi come avem ditto inanze, e così fo vento il par-
tito, che fossero rebandite tutte benchè cie foro dieci fave nere.
E adi 19 dilto comensaro a usare per la piazza, e questo fo al

tempo de meser Bartolomeo vescovo de Corgneto (2).

Adi 16 ditto fo bandito per parte de Monsig. e deli Priore
che qualunque persona fosse publicata per verun offitio del Co-
muno quello non possa nè debba mettere nisun sustituto in suo
loco, non avendo scusa lecita, e che avendo scusa lecita che quello
sia obligato renunziare el detto Uffitio ali signori Priore, che fos-
sero a quel tempo, e che in lor petto stegga a chi el voglieno
dare (3).

Adi 20 de decembre in martedì la vigilia di S. Tomasso Apo-
stolo, Antonio de Giliotto de Sobalzo deli Acerbe nostro cettadino
andó per comissario del Mag. conte Jacomo e menó 4 cavalli e
2 cariagge con forziere, e tutti li famigli vestili con la divisa del
conte Jacomo (4).

(1) Nel 28 di novembre del 1457 il Papa Calisto con suo Breve (Arch. Com. Cass. XII,
ne 229) ordinava al Governatore di Perugia, che esentasse gli Ospedali della città dal
pagamento delle decime. Nel frattempo esortava i perugini ad inviargli il residuo.
della somma promessa per contribuire alle spese della spedizione contro il Turco.

(2) Monsignor Bartolommeo Vitelleschi di Corneto entrò nell’ ufficio di Governa-

tore nei primi del 1457 a sostituire l' Arcivescovo di Benevento. Il Vitelleschi fu autore:
dei Decreti Suntuari del 1469, di cui altrove abbiam fatto cenno. Sembra che i peru-
gini avessero molto a lodarsi di lui, perché il Magistrato vivamente lo raccomando
al pontefice, e questi con Breve del mese di dicembre 1457 dichiarava che a tempo e

luogo avrebbe in considerazione il merito di lui (Arch. Com. Cass. XII, no 231). Pare che

la raccomandazione consistesse anco nell'ottenere dal Papa, che confermasse il Ve-
scovo di Corneto nel governo di Perugia, perché nel Breve successivo del 30 dicembre

(n.0 232) il Papa scrive, che, attese le buone informazioni ricevute, lo manterrà per'

qualche altro tempo nell’ ufficio di Governatore.

(3) Si vedrà, a suo luogo, come venne regolata di poi la materia delle sostitu-

zioni e supplenze nei pubblici uffici. -
(4) Il Pellini dice che i Magistrati perugini inviarono Antonio di Giliotto Acerbi
come oratore e commissario al campo del Re Alfonso.

PIT ETTI
= — TUTTI i
SER REUNMEENRa e S A TER TI

CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 329

A questi dì de decembre messer Francesco Foscoli Doge de
Venetia (1) renunzò la Signoria, e non volea essere più doge pe-
rochè lui era vechio dechrepito, onde che con volontà deli altri
gentilomene de Venetia comise la ditta signoria in meser Pa-
squale e . .... .(2) così dello meser Pasquale remase Dogie
con 1000 fiorini de provisione l’ anno.

A questi dì de decembre vene la nuova come m. Borghes
Capitano dele gente dela Chiesa era stato atosicato, e anco li era
caduto el membro a pezzi, sichè sta male de sorte che non poi
canpare.

A questi dì avendose a publicare li Uffitii in fra li quali se
avea da trare il fancellato deli Massari, onde che Monsig. no-
stro governatore e il Teseuriere non volevono che si tressero nè
publicassero, per la qual cosa ne fo fatto conseglio da questi no-
stri cettadini e fo determinato che tresseno, e cosi fo publicato,
Benedetto de Giapecho de ser Monaldo de Porta Soli; e' per
questa cagione fo mandato a Roma al Papa, el cavalaio (3) del
Comuno, onde che il Papa reschrisse; che questa cosa la remet-
tea in Monsig. e nel Teseuriere, e li ditti fancellati li avea fatti
da.quello Monsig. e Teseuriere passalo, e questo vole che se va-
da a rempetrare a Roma come se facea prima. Infine detto Mon-

(1) Francesco Foscari, di cui il Cronista narra che rinunziò al dogato. Certo il
racconto del Cronista non é conforme al vero, perché non sussiste, che il Foscari
nel 1457 si ritirasse dal supremo magistrato della Repubblica, e molto meno che com-
mettesse Ja Signoria al successore. Pure sta in fatto che il Foscari per ben due volte
chiese di rinunziare al dogato, e in specie nel 26 giugno 1433 (quando ne fece solenne
dichiarazione in Consiglio), ma non gli fu consentito. In seguito, e cioé nell'ottobre
del 1457, il Capo dei X, Girolamo Barbarigo, propose si eleggesse un nuovo Doge,
essendo il Foscari in decrepita età e ammalato. La proposta fu discussa per per otto
giorni continui fino a 4 e 5 ore di notte, e venne chiamato Ser Marco Foscari, Pro-
curatore, perché inducesse il fratello a rinunziare il dogato. Ma Francesco rispose,
che avendo giurato di star Doge al momento della sua elezione, non poteva rinun-
ziare se non lo scioglievano da tale giuramento ; che mettessero le parti nel Gran
Consiglio, e, avuto il parere di lui, egli avrebbe abbandonato la suprema dignità.

Così fu fatto, e, assegnati al Foscari 2000 ducati SALLADDO, i Consiglieri andarono a
notificargli la presa deliberazione — « Egli già s'era tratto dal dito l'anello ducale,

e postasi altra berreta senza il corno. E disse — volentieri — e che ubbidirebbe l' Ecc.
Consiglio dei X ». (SaNuTO, Vite dei Duchi etc. SISMONDI, Storia etc. Cap. LXXY).

(2) Lacuna del Ms. Il personaggio ricordato dal Cronista é Pasquale Malipiero,
Procuratore di S. Marco, eletto Doge il 30 ottobre 1457.

(3) Cavalaio o cavallaro era il mastro di posta (Conf. Atti della Cam. Apos. in
Arch. della, Universita).
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330 O. SCALVANTI

sig. e Teseuriere sustituiro in loco de ditto Benedetto, Pier Gio-
vagnie de Mateo de Gostanzzo de P. Soli, e a Benedetto fo tolto.

Adì 20 de decembre vene qui in Perogia una copia dela
lettera che manda il Papa al Mag. Braccio deli Baglioni, come
sua Santità lo instituisce e elegge Capitano sopra tutte le gente
dela Chiesa, in luoco de meser Borghes; e la copia dela lettera è
questa (1).

Calistus Pontifex Maximus Dilecto filio Salutem e apo-
stolica beneditione. Cum in presentiarum per nonnullis nego-
tiis statum nostrum et Echlesiem quietem qui subditorum no-
strorum concernentibus opera, esercilio nostrorum armigerarum
tam equitate quam peditatus indigeamur, e ad eas dirigendas
propter valetudinem Generalis Capitanei nostri e Echlesie Duce
nostro deputaverimus de tue fidelitatis integritate, industrie, exer-
citationis prestantia devotione, quod ergha nos et sedem apostoli-
cam plurimum in Domino confidentes, e speramus quod per pru-
dentiam suam status nostri servituti elaudabili governationi exer-
citus dellarum gentium rette previdebitur, se duttorem comissa-
rium sotius, exercitus e omnium gentium armigerarum nostrarum
e echlesie usque a nostrum beneplacitum facimus e custituimus
e deputamus per presentes dantes tibi harum serie plenam auto-
ritatem e polestatem nostram dandi, inibendi, ducendi, consistendi,
capiendi, retinendi, providendi, ministrandi, ordinandi, disponendi e
exequendi omnia et singula quod ad pacem e seguritatem popu-
lorum nobis e Echlesie subditorum perlinere cognoveris e man-
dantes omnibus et singulis conduttoris contenstabilis e aliis qui-
buscumque genlium nostrarum peditum e equestrum, perfechtis
quecumque nomine apellatur ut tibi sub pena indigniationis no-
stre in omnibus que eisdem nomine nostro mandaveris precepe-
ris e persuaseris absque ulla contraditione pareant e obediant

(1) Il diploma che segue é talmente pieno di errori, che, nella mancanza
dell’ originale, non si potrebbe correggere senza rifonderlo quasi interamente. In
sostanza con esso Papa Calisto sostituisce Braccio Baglioni al Borgia, sempre infermo,
nel comando delle genti pontificie col titolo di Conduttore e Commissario. ^ lui con-
ferisce la maggior podestà di fare quanto è mestieri ad pacem et securitatem popu-
lorum Ecclesie subditorumn. Al tempo stesso invita l’esercito a prestare obbedienza
ed ossequio al nuovo Capitano. L'importanza data dal Cronista a questo documento
è indizio della riputazione, che godeva in Perugia Braccio Baglioni,



sii
aaa

MRI

CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 331

te quod in omnibus locis quo eas per nostro e Echlesie statu du-
xeris sponte celeriter et pronte commitelur e omnia iusle strenuis-
sime exequatur nec non in onibus et singulis civitatibus terris
castri, comunitatibus et incolis nobis e Echlesie subditis ut tibi
tanquam nobis aut generali Capitano nostro plenam obedientiam
honorem e reverentiam prestent e prestari faciant, nostra dantis
que suis quod nostra sunt apareant e intendant ac ausilium opem
et favorem ubi opus fuerit sine mora oferant e impendant, et de
rebus exercitui nostro per necesitatem e lempore oportunis re-
penti e presenli provideant, in quantum gratiam nostram habent
e indignationem cunpiunt ei vitare concedentes sibi facultate,
quod si aliqui aut subditorum aut genlium armigerarum nostra-
rum mandantis tuis obedire obsequi tardant aut recusarent id
contra eos esercere e exequi possis. Quia Capitaneus ipse gene-
ralis si presens esset ad onorem e dignitatem status nostri Sante
Romane echlesie, esercere mandare Operari e exequi posset et

deberet, tu igitur hoc negocium ita ministrare esercitum nostrum
ita gubernare subditis nostris consulere et de pace providere ac
mandata nostra ita observare studeas ut spes e fiducia quam de
prudentia magnanimitatis industrie e integritatis tue concepimus
ad multa majora tibi concedenda tibi non mittent e a nobis et
hac sede apostolica de pronta e inlegra devotione tua merito pos-
sis comendari etc.

Datum Rome apud Sanctum Petrum sub anulum Piscatoris
die 4 decembris 1457 pontificatus nostri anno 3.

(A tergo) Dilecto filio nobili Viro Brachio de Balionis de Pe-
rusio nostrarum et Sante Romane Echlesie gentium armigerarum
condutterio e comissario.

Nel preditto anno el grano al piü valse soldi 50 in 55 la
mina, l'orso soldi 20 in 25, la spelta soldi 12 in 13, el vino
libre 6 in 7 la soma, l'olio libre 5 in 5 !/, el mezolino.

1458 — Adi 21 de genaio in sabato Mons. fece mettere in
bando dal Capitano del Popolo, cioié da m. Christofano da Malvi-
cini da Viterbo, questi qui infraschritti per molte ribalderie ch'a-
vevan fatte, cioiè per asciescimi (1) per omicidiali, falsari de mo-

(1) Asciescimi e forse asciescini per assassini.

& è

mes i RAR A

MERDA
An
2009 i O. SCALVANTI

nete, barattiere e per molte altre ribaldarie; dipoi essi foro sbanditi
ciaschun da per sé. Fo sonata la canpana de la giustilia e con
lo stendardo li cavalieri e li notari deli malefiti a cavallo, e me-
naro tutta la sbirraria e con gran vituperio andaro a casa loro
con li capresti e metrie e prima a ciaschuno separatamente
fece leggere la sua condannagione. Li nomi de essi son questi,
cioié : ;

Mariotto de Agniolino dai dade funaio.

Ettorre de Lorenzo orafo.

Strambolino de Strambo vasaio.

Giovagnie de P. de Ciaccio funaio.

A di 24 de genaio andaro tutti 5 li Capitani del Contado e
con essi li cavalieri dela giustitia e alchuni contadini deli nostri
castelli andaro a Paciano con la bandiera del guasto per fare el
guasto a certi conladini, che ne avian dato (1) a Ser Giuliano vi-
cario del Capitano, cioié del ditto Francesco de m. Giovagnie, e
andarce per comandamento de Monsig. (2).

A questi di cioié domenica passala che fo adi 22 ditto menó
moglie el Brunello di Batista detto de Iona la figliola de m. An-
tonio de Agnioluccio medico, chiamata la Biancia ala quale fo fatta
una trionfante parata, de le belle che fosseno mai fatte alli nostri
tempi per delto de alchuno antico, dove cie for fatti tre carri arti-
ficiati su certi cavalli suli quali cie erano 3 mamoletti (3) a uso de
cupido, e 2 vestiti con una cioppa de velluto e forcie (4) beglie
armate a coraglie scoperte e altre gioie.

Adi 26 de genaio menó: moglie Carlo de m. Ibo deli Coppoli
de P. S. Agnielo la figliola che fo de Baldassarre de Petrino. Se
disse che avea auto in dote fiorini 1000.

Adi ditto menó moglie Christofano de Bevegnate de P. Su-

\
| de:PzssP:
|

(1) Il Cronista scrive — che ne avian dato a Ser Giuliano vicario. del Capi-
tano — e a tutta prima parrebbe che questa espressione si riferisse a guasto. Ma in
effetto parmi fosse quella una punizione data per villanie e percosse inferte al Vica-
rio. Del resto nell’ uso comune, darne, dargliene ecc., vale dar battiture.

(2) Il lettore noti, come a poco a poco venga sostituendosi autorità del Gover-

(3) Mamoletti per mammoletti, si usa anch’ oggi nel significato di piccoli fan-
ciulli; forse é una corruzione di bamboletti.
natore pontificio a quella dei Magistrati cittadini.

(4) Forcie per vi furono.

2

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bi.

CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. . 333

sane la Casandra figliola de Guido Morello da M. Sperello de
P. Soli, glie fo fatta una bella parata, e poi cie fo giostrato da
2 in piazza.

Adi 9 de genaio el giovedi ceccolaio (1) li scontro ala fonte de
piazza fo combattuto un castello de legniame, lo quale lo fece
fare Cesare deli Arcepreti e suoi amici de P. S. Agnielo, e erace
la parte dentro, e la parte de fuore tutte armate, dove cie erano
li conestavoli e piantarono li padiglione in torno al ditto castello,
e doi andarono per un funichio nel ditto castello per confortarli,
lo qual funichio era ataccato da casa de m. Gregorio d' Antignolli
e l’altro capo nel ditto Castello, e fo tenuta una bella cosa da
piacere a ogni persona.

Adi 7 de marzzo questi nostri cettadini anno eletto li X Re-
cordalori, cioiè an fatto 7 pallotte, 2 mese per pallotta e la prima
che fo tratta si è questa, cioié:

Agnielo de Barso detto Barzetto dei Barse ) P. Soli
Giovagnie de Nicolò de Benedetto M :
Pavolo de Lodovico de Felippo de Pellino )
Mariotto de Melchiorre
Giapeco de Sciro de Nicolo

P. S. Agniolo.

a

i
: È PAS É
Micalagnielo de Nicolò lungo da M. Sperello ! pup
M. Baldassarre de M. Pulidoro dei Baglioni P.B f
. Borgnia.
M. Mansueto de m. Francesco e

. . . . . . . . . P . . . .

P. Si Py

. .
n /

. . è . . . . L

Et fo fatto al tempo che era Priore Antonio de Giliotto de
Sobalzo deli Acerbe capo de Uffitio.

(1) Giovedi ceccolaio é certamente il giovedi grasso. Spesso s' incontra questa pa-
rola nella nostra Cronaca inedita, e si legge anco in quella di Francesco Baldeschi,
pubblicata da Fabretti (Cron. della città di Perugia, Vol. III, pag. 77). Però non vi
ho trovato veruna annotazione. Ora a me pare che come il berlingaccio in Toscana
aveva origine da berlingare, ciarlare dopo aver ben mangiato e meglio bevuto, il cecco-
laio a Perugia derivava da ceccoli, il qual vocabolo (come sospettammo a pag. 108
di questo volume) era una corruzione di cembali. Si usava forse nel giovedi
grasso di uscire per Ile vie suonando i cembali, come costumava, ad es., in Lucca di
deliziare le orecchie dei cittadini suonando all'impazzata un piffero e un tamburo.
Mi viene assicurato, che tutt oggi in alcune parti del contado umbro, in certe occa-
sioni, si fanno delle musiche consimili.

(2) Lacuna del ms. Nessun cenno di questa elezione nel Pellini, nei cronisti e
nel Registro degli Offici.

23
334 : O. SCALVANTI

A questi di de marzzo forono eletti, 2 Ambascialori li quali
for mandati a Roma al Papa, per interesso deli fancelli deli con-
servalori e dei massari. Quali erano insaccolati, che il Monsig.
et il Teseuriero non volevono che se traessero piü, ma volevono
che se impetrassero a Roma come se facea per prima (1).

Et li ambasciatori son questi cioiè:

M. Baglione de Golino da M. Vibiano e Ridolfo de Malatesta
de Baglione.

(1) Il Pellini scrive che i due ambasciatori furono inviati al Papa, non solo per
ottenere che i fancelli dei Conservatori e dei Massari si eleggessero col sacco anziché
impetrarti dalla Corte di Roma; ma anco per aver facoltà di eleggere, come un tempo,
i Ricordatori. Ora parmi che lo storico sia caduto in errore, perché la Cronaca pone
l'elezione dei X Ricordatori prima dell'ambasceria di Baglione e di Ridolfo, segno certo
che il Magistrato aveva autorità di farlo, e inutile tornava impetrarla dalla benignità
del pontefice. I libri pubblici dimostrano poi, che quanto i perugini chiedevano circa il
fancellato fu loro concesso e per alcuni mesi si fecero le borse per questi ufficiali. Cali-
sto III con Breve del 23 giugno 1458 alla supplica dei perugini sulla estrazione dell'ufficio:
dei fancelli, dei Conservatori e dei Massari rispose, che egli lo consentiva a condizione,
che gli estratti esercitassero il loro ufficio in maniera che la Camera Apostolica non ne
risentisse pregiudizio, e non si avesse a farne querela (Arch. Com. Cass. XII, n.0 236). È
questo uno dei molti casi, dai quali apparisce quel periodo di transizione, che subirono
le libertà comunali di Perugia prima di essere totalmente soppresse. Gelosa cura ebbero
tutti i Comuni italici di conservare l'elezione de' loro Magistrati, ma pochi seppero,
al pari di Perugia, prolungare di tanto quel periodo di transizione. La libertà primi-
tiva aveva ceduto il luogo ad una forma di soggezione, in virtù della quale la scelta
di molti ufficiali doveva spettare al pontefice. Perugia non insorge contro il nuovo
jus publicum creato dalle vicende politiche della città, ma si industria di ottenere a
mò di privilegium ciò che in jure le è tolto. Non possiamo tener conto di tali privi-
legi in una Nota; pure ricordiamo, per ragion cronologica, il Breve di Pio 1I del
7 dicembre 1469, col quale dichiara di accontentarsi che il Cardinale di S. Susanna
assista alla formazione del nuovo bussolo degli uffizi (Arch. Com. Cass. XIII, n.0 255).
O per guarentirsi circa la regolarità di quella operazione, o per non menomare i diritti
della Curia, il Papa non rinunziava all’ intervento del suo Legato, ma lasciava poi che,.
col costume antico, si rinnovassero le borse degli officiali. La qual cosa trovasi pra-
ticata anche nel 1462 a proposito della elezione dei Capitani fatta nella stessa sala di
residenza del Legato — « In presentia ipsius Rev. Dom. et Priorum Artium Civitatis
Perusii » — (Reg. Offic., Vol. X, f.061). Notevole é ancora quanto avvenne nel 1466, anno
nel quale Paolo II con Breve del 22 marzo (Reg. Offic., Vol. X, f.0 95) nomina i 5 Capi-
tani del Contado. Evidentemente dal contesto dell'atto si rileva, che il Papa volle
esercitare cotesta autorità per ricompensare la fedeltà, di alcuni cittadini, ossia di
Mariano dei Baglioni, Ugolino Crispolti, Cristiano di Bevignate, Feleino e Bernardino
di Ruggero dei Ranieri. È degna di particolare riguardo l'annotazione in margine,
nella quale si dice — « nova electio Capitaneorum Comitatus facta, per pontificem
summum praeter consuetudinem omnem » —. Si trova poi che Sisto IV con un
Breve del 1476, dopo avere prescritto il modo da tenersi per la formazione del bussolo.
CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. . 335

Adi 5 de aprile el nostro Comuno mandó a presentare Nicolo
Piccinino (1) al ponte de pattolo quale è figlio del Conte Jacomo di
Nicolò Piccinino, e il presente si è questo cioié ; confetti de trasea (2),
torte, marzapani, cera, e andarci li donzelli deli Sig. Priore con
tutti li trombetti e pifari del palazzo, e il Canceliere del Comuno
chiamato m. Girolamo de Ronche da fiorenza era soprastante
che facea la diceria quando li donava ditti presenti.

Li Capitani del Contado ch’entraro in Uffitio adì primo de
aprile per li 6 mese da venire son questi:

Guido de Pavolo da M. Sperello detto Guido Morello —
P. Soli. | |

Filippo di Lodovico de Pellino. P. S. A.

Tiseo de Berardo da Corgnia. P. Susane.

Guidantonio de Ranaldo de Mansueto. P. Borgnie.

Et el nobile omo Ridolfo de Malatesta dei Baglione. P. S. P.

Adi 16 de aprile si adottoraro due nostri cettadini, cioiè:

M. Mateo de Baldo de Mateo de Pietro, e M. Nicolo suo
fratello, P. S. P. Feceno la publica in S. Lorenzo, che prima
avevon fatto l'esamino nela Sagrestia, e fo tenuto che ciaschedun
de essi se portassi assai bene (3).

degli offici, proibisce la elezione dei Capitani del Contado, Cancellari, Massari e di
altri funzionari, i quali, per giusti riflessi, si riserva di nominare egli stesso. Pur tut-
tavia il costume di rilasciare ai soliti Consigli la elezione dei Magistrati, come privi-
legio concesso dall’ autorità suprema, s'incontra anche nell’anno 1596. Si leggono in
fatti in testa ai verbali delle elezioni dei Capitani del Contado queste parole; —
« Vigore patentium Rev. Leg. perusini » — (Reg. Offic. ecc.).

(1) Questo Nicolo mori nel 1464, e, si crede, di veleno (PELLINI, II, 13).

(2) Di questa parola e della sua derivazione avremo luogo di parlare in seguito.

(3) Matteo e Nicolò di Baldo furono personaggi insigni per dottrina, talché
la lode, che ricevettero nell' occasione della loro laurea dottorale, può dirsi ben me-
ritata. Matteo nacque nel 1429, ed essendosi laureato nel 1458 all'età di 29 anni,
dimostra non esser vero quanto scrisse il Vermiglioli, e cioé, che per tempo attese
agli studi della Legge (Biografie, etc.). Lo stesso biografo si meraviglia che prima del
1459 di questo Matteo non si trovi menzione nelle storie e negli atti pubblici della
città, perché egli riteneva, che da più anni si fosse acquistato estimazione di dotto
giurista. Questo apparisce ben chiaro, sapendosi che solo nel 1458 compi i suoi studi.
Il suo merito del resto fu subito apprezzato, e lo dimostra la stima e benevolenza di
che l’onorò Pio II durante il suo soggiorno in Perugia nel 1459. Insegnò giurispru”
denza, e fu Auditore di Rota, succedendo al fratello Nicolo forse nel 1484, come il
Mazzucchelli ritiene. Andò ambasciatore a Innocenzo XIII nel 1485, e mori nella tarda
età di 80 anni, nel 1599. Scrisse un libro — De servitutibus — e di lui si ricordano
336 0. SCALVANTI

Adì 26 de aprile foro qui nela città li terremoti, li quali du-
raro per poco spatio de tempo, e la notte recomenzaro alquanto, e
dipoi recomenzaro li ditti terremoti di modo che molte gente ser-
ravono li fondichi e botteghe, e andavono a luocho largho. Etla
notte vennero sì terribilmente, che molte persone tendevono li
padiglione, e tende e arbergavono nelli campi, e duraro sin adi
4 de maggio.

Adi 4 de maggio predichó in piazza fra Cherubino de l'ordine
de S. Francesco del Monte, dove cie fo quasi tutto el popolo de
Perogia, e dopo la predica ordinò che andasseno le processione
molto solennemente, e andasseno a S. Agnielo, pregando Iddio
che per la sua misericordia cie voglia scanpare da tanto giuditio,
onde che se vestiro de bianco 814 omene e 1896 donne (1).

Et adi ditto predicando el ditto fra Cherubino disse che lui
avea auto lettere dala città de Castello, come adi 26 de aprile

dagli storici e dai legisti le ammirabili Decisiones e i Consilia. Anche Nicolò, cresciuto
come il fratello alla sapiente guida di Giovanni di Petruccio Montesperelli, fu repu-
tato ottimo giureconsulto, e insegnò le Decretali nel patrio Ateneo. Si vuole che
Pio II lo conducesse seco nella sua partenza da Perugia. Fu grandemente stimato
anche da Sisto IV, e morì forse nel 1477. Non sappiamo quanto siavi di vero nella
notizia tramandataci da alcuni biografi, e cioè che morisse per veleno propinatogli
a causa di un suo dissidio con un Cardinale. Scrisse molte Decisioni, Responsi e Con-
sigli. Ma l’opera sua maggiore fu il Trattato, assai ampio, De successionibus ab inte-
stato.

(1) Anche questo francescano fu molto caro a Sisto IV. Egli era in così gran

. fama di oratore — « ut ubique apostolice Verbum Dei fidelibus proponeret, hoc ho-

norifico diplomate persuasit » —. Egli era nativo di Negroponte, e lo si chiamava da
Spoleto, perché trasse origine da questa città. Fu filosofo e teologo insigne, e nel-
l’arte del predicare divenne miracolo: Poco prima della sua morte egli dimorò per
un intero anno in Perugia nel cenobio del Monte, e, per quanto scaduto di forze, nei
di festivi recavasi nella Cattedrale per predicarvi. Anche dopo tanti anni di predica-
zione soleva indefessamente prepararsi alle orazioni sacre, che doveva dire in pub-
blico. Di che assai meravigliato, volle interrogarlo in proposito il Legato dell’ Umbria
Giovan Battista Savelli, e n'ebbe questa risposta: — « Etsi, Domine, longo et quotidiano
concionandi usu in promptu habeam, quae proferam, attamen non ausim praedicare,
absque septem saltem horarum studio, tum propter SacraeScripturae quam explicaturus
sum, reverentiam et profundam meditationem; tum ut mihi ipsi prius quam aliis con-
templando et orando possim praedicare » —. Molto si occupo nella fondazione di pii isti-
tuti e in specie dei Monti di Pietà. Mori consunto dalle fatiche, dai viaggi e dall'aspra
vita, che si imponeva, a S. Maria degli Angeli nel 1484, e il Waddingo narra, che egli
aveva da molti anni impetrato da Dio di morire in quel luogo santo. Era tale la
stima che ne avevano i perugini, che al tempo della sua morte nacque vivissima di-
sputa tra essi e gli assisani contendendosi le due città l'onore di dargli la sepoltura.
de ERI UNT re n

CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 9391

erano stati là li terremoti si grande che avevon buttato a terra
molte case e palazzi e amazzate molte persone, e che non era
casa là che non fosse stronata (1). Per la qual cosa tutti li
celladini de Castello dormivono neli orti e piazze sotto li padi-
glione e stavono in gran paura di peggio. Onde che li nostri cet-
tadini se sbigoltiro molto di tal cosa. Et adi ditto vene nova in
Perogia come in Castel dela Pieve cie volse rentrare Giovagnie
de Taone del ditto loco con circa 600 fante senese, onde che fo
scoperto e non li revenne el pensiero, dove cie for presi 3.

Adi 5 de maggio el ditto fra Cherubino predicó un altra volta
in piazza e fece la predica dela Comunione, e dopo la predica
andó una solenne processione, a onor de dio e dela Vergine Ma-
ria, e de tutti li santi acció esso Dio per la sua misericordia
revocasse questi teremoti, dove cie andò tutto il popolo e quelli
che andavono vestiti de biancho si omeni e donne grande e piccoli
for 4296, e andò la detta processione a S. Gostanzzo, e durava la
fila da S. Lorenzzo fino a S. Gostanzzo e retornò a S. Lorenzzo
e anco non se era fornita de partire la gente vestita de bianco
senza li altri che non erano così vestiti, e andocce Monsi. e li
Sig. Priore, con l’altro popolo a volta per volta; e quella mattina
nella predica ditto fra Cherubino nolificó ad ogni persona da
parte de Monsig. Rev. che la sera se dovea sonar la campana
grossa del Comuno al doppio, e dipoi al ave maria, e che cia-
schuna persona dovesse dire 3 ave marie a laude e onore dela
Vergine, e che ciaschuna persona che fosse in stato de gratia
avesse 50 di de indulgentia per ciaschuna volta che essa le di-
cessi, e ali dì passati avea notificato pure per parte de Monsig.
che qualunque persona, la quale devotamente se volesse confes-
sare, per parte de S. de nostro Sig. Papa Calisto 39 dà autorità
che ciaschuna persona se possa eleggere un confessore sufeciente,
al quale concede tutta l'autorità sua de potere asolvere de qua-
lunque caso reservato, durante el tempo de 8 di, e questo con-
cedea a ciò che le gente se reducessero più volontieri a far bene.

E adi 7 de maggio Mons. nostro legato preditto chiamato
m. Bartolomeo da Corgneto, cantó la messa in piazza denante a

(1) Stronata per intronata, che vale incrinata, screpolata ecc.
338 O. SCALVANTI

S. Lorenzzo, e ditta ch'ebbe la ditta messa fece notificare che
qualunque persona, la quale fosse devotamente confessata e re-
dutta a penitenzza, e che volesse comunicarse se si facesseno
inanti, che esso li comunicaria con le sue proprie mani, et stava li
parato come se convenia a un si falto prelato. E prima incomenzaro
tutti li prelati, prete e religiosi, e poi li Sig. Priore e primo Ce-
saro de m. Agamennone Capo de Uffitio, e poi li altri, fra li
quali Pietro Agnielo de Giovagnie detto di Laguzzo, e poi andar
oltre li camerlenghe, e poi el collegio deli dottori, e poi le fra-
ternite, e così tutti li altri ordinamenti, e fornito che fo el comu-
nicare andò la processione a Monte Luce, molto devotamente
partendo da S. Lorenzzo, e delle la volta intorno ala piazza e
entró in sopramuro e andó a S. Fiorenzzo, e a S. Semone, e poi
a Monte Luce, e dette la volta per S. Antonio, e quando il capo
dela processione gionse in piazza ancora non era fornita de par-
tire la gente vestita de bianco, né manco era partito Monsig. né
i Camorlenghi e dottori né ’l1 popolo che venia de rieto, sì che fo
stimato un numero grandissimo de gente (1).

Adi 29 de maggio mori l'egregio omo m. Luca de Baglione
dei Baglioni abate de S. Felice del quale ne fo gran danno ala
città.

A questi di li Mag. Sig. Priori elessero li X, cioiè 2 omeni
per porta ació che avessero a provedere a Castel dela Pieve,
quale a questi di passati fece novità, dove cie era per castelano
Antonio de Ciardelino, quale comperó detta Castelananzza da
m. Carlo di m. Ibo dei Coppoli e per Podestà cie era Giapeco de
Sciro de P. Susane. Li X son questi, cioié :

Gostantino de Rugiero dei Raniere, e ) P. Soli
Mateo Francesco de m. Giovagnie ! '
M. Baldassarre deli Armanni ) i
Cesaro deli Arcepreti ) Pop. REnielo:
Cione deli Odde e
Venciolo da Corgnia
Giulio dei Signorelli e
Rusteco da Monte Melino

P. Susane.

! p. Borgnie.

(1) Questi fatti sono appena lontanamente accennati dal Pellini e dai cronisti.
CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC.

M. Pandolfo dei Baglione e ,
Golino da M. Vibiano )
Anco a questi dì li sig. Priore miseno a parlito e venseno,

P. S. P. (4).

che se mandasseno li fanti a Castel del Pieve, cioié X per porta,
e fo fatto Conestavole de ditte fante Pavolo de Lodovico de Fe-
lippo di P. S. A. quale lo fece Cesaro de m. Agamenone peró
che fo remesso che lui facesse el Conestavole, e le ditte fante se
pagasseno fiorini 2 ciaschuno per 20 di, e per avere li denari for
poste le prestanzze ali giuderi (2).

E a questi di andò per Castelano de Castel del Pieve Giova-
gnie de Malatesta dei Baglione (3).

Adi 23 de Giugno mori el Re de Ragona a 6 ore de notte
de flusso de sangue per la verga (4).

(1) È importantissimo il Breve emanato da Calisto III nel 15 maggio 1458 (Arch.
Com. Cass. XII, no 233), nel quale si narra che alcuni fuorusciti di Castel della Pieve
avevano fatto delle rimostranze al pontefice, e che egli si era abboccato coll’ambascia-
tore di Siena, affinché per parte dei senesi si desistesse da tali eccessi contro lo stato
della Chiesa. Ma poiché, a quanto sembra, il Comune di Perugia aveva deliberato di
inviare un'ambasciata a Roma per meglio definire la vertenza, il Papa approva questo
divisamento, e acclude un Breve da presentarsi in Siena dagli ambasciatori perugini.
Quel Paolo di Lodovico di Filippo era della famiglia dei Pellini.

(2) Giuderi per giudei. Di questo provvedimento non è menzione negli storici e
cronisti, e nemmeno nell’ accuratissimo studio del Fabretti sulla — Condizione degli

Ebrei in Perugia nel Medio Evo —.

(3) Il Pellini espone i fatti di Città della Pieve, ma vi mancano molte particola-
rità interessanti, che si leggono nella Cronaca. Lo storico perugino narra che i Ma-
gistrati perugini elessero X cittadini, perché si dessero cura di comporre le discordie
sorte in Città della Pieve: lo che fecero con sentenza nel mese di aprile (PELLINI, II,
13). È di questi tempi il Breve pontificio di Calisto III in data 4 giugno 1458, col quale
si esorta il Magistrato a dare aiuto e favore al Generale dei Domenicani, che si portava
a Perugia per riformare in molte cose questo convento (Arch. Com. Cass. XII, n.o 234);
ma più notevole è il Breve successivo del 6 giugno (Ibid. n.o 235), con cui il Papa,
alla supplica fattagli di non concedere a veruno la cattedra vacante per la morte
di Luca Baglioni, risponde che egli non intende in alcun modo di disporne, ma
che vuole si osservino, nella collazione della medesima, pienamente gli statuti della
città (Arch. Com. Cass. XII, n.° 235). Di questo Luca Baglioni sappiamo, che nel 1455 era
tra gl’ insegnanti della Ragion Civile nel nostro Studio (BINI, Op. cit.).

(4) Il Cronista pone la morte di Alfonso, re di Aragona, al 23 giugno, ma alcuni
storici vogliono che morisse nel 27 di quel mese (Diario rap. in R. T. S. Tomo XXII;
MURATORI, Annali), ed altri nei primi del luglio successivo. Certo la menzione del
Cronista non è molto attendibile, perché, non essendo quello un avvenimento della
città, l’autore può averne ricevuto notizia molti giorni dopo, ed essere stato indotto in
errore. Però non si spiega come l' errore abbia consistito nel segnare una data ante-
riore a quella registrata dagli storici, in quanto che il lasso di tempo necessario alla
O. SCALVANTI

Adì detto fo squartato un da Castel Rigone, cioiè fo menato
in su una carretta nel campo dela battaglia, dove cie andaro (1)
le frustate cantando le lettanie, e li cie for adoprati 2 manigolde,
e poi li mozzaro el capo, e poi la man ritta, e poi lo squartaro,
peró che avea asesinato e amazzalo un da Antria, perché questo
da Castel Rigone se avea bene dela moglie de quel da Antria e
era sua cugniata, e 2 quarti for posti dove fo comesso ditto
omicidio in quello de Monte Cologniela e il resto nelo Spedale
‘dela Misericordia.

A quesli di de luglio menó moglie Giapeco de m. Agamenone
la figlia de m. Baldassarre deli Armanni.

Anco a questi di de luglio el mag. Conte Jacomo Piccinino
dette una rotta ale genti del sig. Gismondo, dele quali ne era
capo Antonello da Forlì e il Sig. de Carpe e questa rotta fo a
Carfagniana (2).

A di 8 de agosto vene un cavalaio qui in Perogia dal Comuno
de Roma, e disse certamente come el Papa era morto, lo quale
morì in domenica adì 6 de agosto ale 23 ore. Se disse che dal
mezzo in giù da la persona del ditto Papa Calisto 3° se vedevano
chiaramente uscire li pidochi dale sue carne e tanti più ne le-
vavono e più ne uscivono. Et meser Borghes nepote del Papa e

trasmissione della notizia doveva più facilmente indurre il Cronista a scrivere una
data posteriore. Ma sia che vuolsi di ciò, questo è certo, che Alfonso morì a Castel
dell’ Ovo, in età di circa 54 anni, e lasciò il regno di Napoli, come sua conquista, à
Ferdinando suo figlio naturale legittimato, e i regni di Sicilia, Aragona, Valenza,
Sardegna e Isole Baleari a Giovanni Re di Navarra suo fratello. Scrissero le sue lodi
Enea Silvio, Antonio Beccatelli di Palermo, Bartolommeo Fazio, Giorgio da Trebisonda e
Lorenzo Valla, ma, ad onta del titolo di magnanimo che gli venne attribuito, il giudizio
degli storici su di Iui, in generale, fu molto severo, in specie per la sua sfrenata am-
bizione, per la sua lascivia e per la fiscalità, con cui opprimeva di taglie e gabelle i
suoi sudditi (Conf. SIsMONDI, Storia, Cap. LXXVI, GIANNONE, Istoria civ. del regno di
Nap. Lib. XXVI, c. 7, BONINCONTRI, Ann. R. I. S. Tomo XXI, p. 162). Pur nondi-
meno si legge nelle Istorie di Antonino (P. III, Tit. 22), che prima di morire consi-
gliò il figlio a tenere un governo diverso dal suo, e in specie lo esortò a mantener
pace col Papa e cogli altri principi e città italiane.

(1) Così é scritto nella Cronaca, ma certo per errore dell'amanuense, perchè
deve leggersi, cie an dato.*

(2) Né il Fabretti (Vite dei Capitani ecc. Vol. II), né il Pellini, né altri storici
parlano di questo fatto d' arme avvenuto fra Jacopo Piccinino e Sigismondo in Garfa-
gnana, dove, secondo gli storici lucchesi, il Malatesta aveva terre comprese nel suo
ducato (TowMasr, Somm. di St. lucch., Lib. III, Cap. II, in Arch. Stor. it., Tomo X, 1847).

——m

SETTE OVE denen timeri mI 3 MED LRL 1
CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 341

m. Sanazaro suoi parenti subito che mori el ditto papa tressono
de Roma molte denari. Se disse ch' il ditto m. Borgio mandava
in Catalognia 150000 ducate e 80 callecie (1) e il Conte A versa glie
tolse ogni cosa e rimandò le ditte callecie, e il ditto Braccio ali
cardinali, ma li denari li volse per lui, e il ditto m. Borgio e
Sanazaro sene fuggiro via, e il Mag. sig. Braccio dei Baglione
sta in Roma, e é sopra le gente de Arme dela Chiesa. :
Anco vene nova come el Conte Jacomo stava in Fossombrone
‘ e che in 27 ore ebbe la nuova dela morte del Papa, onde che per |
cagione dela morte del Papa, tutte queste terre dintorno stano in AM
gran paura e sospetto del ditto conte Jacomo, dubitando che esso
non facesse qualche novità, maximamente Asese, Foligno e altre
terre e anco nela Marcha.

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E a dì 9 de agosto vene la nuova qui come messer Picci-
nino preiete (2) parente del Conte Jacomo era stato preso dale
gente del sig. Gismondo da Rimine, e dice che lo pigliaro nel
furlo (3), e poi l’anno menato pregione ala Pergola.

N

Adi 11 ditto vene la nuova come era fatta la pace infra il
Conte de Urbino et il sig. Gismondo, e ch' il Conte Jacomo vole
venire in quagiü verso Asese peroché lo revole come era già de
li loro (4).

(1) Callecie per calici. A tanto giungeva la cupidigia di questo Principe!

(2) Priete per prete. Nessuna menzione nelle istorie e cronache della cattura
di questo parente del Conte Jacopo.

(3) Furlo, corruzione di Forulum, è in provincia di Pesaro Urbino, nella vallata
formata dal Monte Pietra Lata a N e dal Monte Paganuccio a S, le quali montagne appar-
tengono al sistema della Rossa, cosi chiamata dal colore dei suoi minerali. Il 7urlo
è un passaggio costruito ai tempi di Vespasiano e per ordine di lui. È un’opera me- d
ravigliosa, perché scavata nel monte col solo mezzo dello scar, ello. Questo valico fu MSS |
teatro di varie ed aspre battaglie all’ éra romana. Ha la lunghezza di circa 60 metri,
e vi si leggono alcune iscrizioni latine.

(4) Braccio da Montone fino dal 1419 aveva occupato Assisi e le due rocche; e
perduta la città poco dopo per l’ audace impresa dello Sforza, Braccio, sapendo che
le rocche avevano resistito, pensò di riacquistare anco il dominio della città, e gli
riuscì. L'anno appresso, ossia nel 1420, furono stipulati i Capitoli della pace fra Brac- i
cio e il pontefice Martino V, e vi si legge — « che Perugia, Assisi, Cannara, Spello, DI B
Jesi, Gualdo e Todi stessero sotto il governo di Braccio, de’ figliuoli e dei nepoti » —.
Fu proprio in cotesto anno, 1420, che, essendosi Nicolò Piccinino distinto ne’ fatti di
Gubbio in favore di Braccio, questi — « cercò da indi in poi di tirarlo innanzi e di
servirsi dell' opera sua, e si vuole che questo fosse il principio della sua grandezza,

AP AT PEE a aie S aL Ap RA

Vasca

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n
349 O. SCALVANTI

Adi 12 de agosto vene qui in Perogia Antonio de Giliotto
deli Acerbi nostro cittadino e Comissario del Mag. e illustre Conte
Jacomo quale andó a parlare ali nostri Magnifici Sig. Priore e al
collegio deli Camorlenghi, dove prepuse per parte del Conte Ja-
como, dicendo che piacendo a questo Comuno, se vogli contentare
de darli il resto deli 6000 fiorini quali li for promessi, e che li
desseno subito resolutione o del si o del no. E adi 14 dilto parti

la quale poi fu tanta, che col titolo di famosissimo et eccellentissimo Capitano fu
sempre e per tutto il tempo della sua vita capo e mantenitore infra i soldati della
fattione Braccesca tenuto » — (PELLINI, II, 11). Bisogna aggiungere poi, che. Nicolò
Piccinino erasi imparentato colla famiglia di Braccio, del quale era nipote. Infatti
con tal nome é indicato in due atti di pagamento del 14 agosto 1419 e del 17 feb-
braio 1421. Giovan Battista Poggio, primo biografo del Piccinino, narra che essendosi
egli per sospetto di infedeltà sbrigato di Gabriella di Sestio, e con prove di singolar
valore guadagnato la stima e la benevolenza di Braccio, questi gli diede la figlia di
un suo fratello, e in dote Canale, castello del Todino. Il biografo non dice il nome
della sposa, né l'epoca delle nozze, sebbene accenni che esse dovettero di poco pre-
cedere il 1421, cioé il tempo della spedizione del Piccinino con 409 cavalli ordinatagli
da Braccio su preghiera di Giovanna regina di Napoli e Alfonso di Aragona. Infatti
il Poggio scrive — « che tale spedizione avvenne dopo il matrimonio » —. Ma, come
nota il Rossi, tali nozze debbono avere avuto luogo prima del 1419, perché nell’ atto
di pagamento, sopra notato, Nicolo già si.chiama nipote di Braccio (Conf. ADAMO
Rossr, Albero genealogico della famiglia Fortebracci da Montone, Perugia 1882). Notasi
che Francesco e Jacopo figli di Nicolò nacquero dal suo primo connubio con Ga-
briella di Sestio. Alla morte di Braccio, Perugia tornò sotto il dominio della Chiesa
(a. 1424), e Assisi, dopo essere stata alquanto sotto il governo del conte Oddo, figlio del
gran venturiere, non appena questi, rinunziata la signoria di Perugia, uscì di Assisi
avviandosi con Nicolò Piccinino alla volta di Arezzo, gli assisani si diedero volonta-
riamente alla Chiesa. Nel 1433 vi fu il tentativo di dare la città a Nicolò Fortebracci,
ma questo trattato non ebbe effetto, e nel 1438 Assisi acclamò suo signore Francesco
Sforza. Il Piccinino l occupò nel 1442, dopo essersi nel 1410 fatto padrone di Pe-
rugia. È noto poi, che Nicolò perdette questi principati insieme a Bologna, che vo-
leva far capitale del suo dominio, e morendo non seppe darsi pace di non aver po-
tuto dopo tante battaglie e dopo tante vittorie acquistarsi una terra, ove riposare il
suo corpo. Egli pensava a Braccio, signore di molte provincie, creato e coronato
principe di Capua nel 1421, e così potente da aver potuto ambire, nel 1423, perfino
alla corona di Napoli. Ad ogni modo rimanevano a favore di Braccio e dei Piccinino
i titoli, a quei dì ritenuti sufficienti, della loro signoria in Assisi e in altre terre della
Chiesa, perché, come si esprime il Sismondi (Op. cit., Cap. LXXI), i Piccinino avreb-
bero dovuto ricevere a titolo ereditario il principato di Braccio, come ricevettero la
sua armata. É perciò che Jacopo, come scrive il Cronista, voleva recarsi ad Assisi,
perocchè la revole come era giù deli-loro, e ciò spiega pure come al suo ingresso
nella città si gridasse: Braccio, Braccio, in quanto fosse ritenuto continuatore e so-
stenitore della parte Braccesca.

=

larassa CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 943

el dillo Ambasciatore la notte, per la qual cosa in Perogia se fano
le guardie segretamente perochè se dubita (4).

Adi 15 de agosto che fo il di de S. Maria el Mag. Conte
Jacomo venne a Fossato e passò alato a Gualdo, e fece alogga-
menti a Valfabrica in quel de Asese, quale avea con seco circa

9000 cavalli e fantaria assai. Se dice che vole repigliare Asese

e che esso à li contrassegni del Cassero grande.

Adi 16 de agosto in mercordi in fra la nona el vespero el
Conte Jacomo entró in Asese pacificamente con la processione de
tutti li chierici de Asese, e tutte con grande alegrezza e festa sem-
pre gridandose — Braccio, Braccio, viva Braccio — e prese la
signoria dela città de Asese sensa nisuno ostacolo e il cassero
grande se tene per lui, perochè a più dì fa (2) esso cie mise fante,
a sua petitione, e il Castelano de ditto cassero era Catalano, al
quale el ditto Conte Jacomo glie donò 800 alfonsini, e subito nel
cassero dello fo rizzato lo stendardo del Conte Jacomo, e anco fo
messo in tenula nel palazzo dei Priore, con grande trionfo e ale-
grezza, e poi de l’altro di ebbe il cassero piccholo, nel quale cie
mise Gio. Pazzaglia e nel cassero grande cie mise el luocotenente
e il Podestà e Benedetto Dal Borgho con circa 200 provisionate,
e quando el ditto Conte Jacomo entró in Asese non menó se non
cirea 1000 persone fra cavalli e fanti, e il campo grosso lassó a
Valfabrica (3).

Adi 19 de agosto vene nova qui come el Conte Jacomo avea
auto Gualdo de Nocea senza alchuna contraditione del quale ne
prese la signoria (4).

(1) La perentoria domanda del Piccinino bastò a mettere in sospetto i perugini,
‘che si affrettarono ad esercitare un' attiva vigilanza alle porte della città.

(2) A più di fa per dopo alquanti giorni.

(3) Veramente il Cronista, sempre disposto ad esaltare il Piccinino, vuol far
‘credere, che egli venisse dagli assisani accolto con entusiasmo. Ma ciò non è. Deve
vitenersi infatti, che quei di Assisi si inducessero a quella graziosa accoglienza (PEL-
LINI, II, 13), perché memori dei casi avvenuti al tempo di Nicolò, e non potendo con-
tare sugli aiuti di Pierluigi Borgia, stimarono pericolosa, per non dir temeraria, qua-
lunque resistenza (Conf. CRISTOFANI, Storia di Assisi, Lib. IV).

(4) Anco gli storici e biografi del Conte Piccinino sorvolano di troppo sugli av-
venimenti del 1458, dei quali Jacopo fu cosi gran parte. Nel nostro Cronista invece
li abbiamo tracciati colla maggior precisione. Certo i perugini dovettero trovarsi nel
più grave imbarazzo, quando da un lato il Piccinino chiedeva loro 1° adempimento
O. SCALVANTI

Adì 20 de agosto vene nova in Perogia come adì 15 de
agosto era stato chreato el novo papa, cioiè el Cardinale de Siena
chiamato Enea, al quale fo posto nome Pio Secondo (1).

dell’ antica promessa del prestito, e dall'altro coll’ occupazione di città soggette alla
supremazia della Curia romana, irritava l' animo del pontefice, con cui i perugini vo-
levano mantenere cordiali rapporti. È a ricordare qui lo sdegno di Calisto III per
avere il Comune di Perugia consentito il prestito o donativo de’ 6000 fiorini, e tanto
più i perugini dovevano star dubbiosi della loro sorte, in quanto i progressi del Pic-
cinino si andavano facendo sempre maggiori, e a Calisto III era succeduto Pio II,
Papa di mente elevatissima, e dal quale Perugia molto attendeva. Narra il Fabretti
che al conte Jacopo fu risposto, non potere i perugini, per scarsità di pecunia, sdebi-
tarsi della promessa fattagli; che s' egli venisse nell’ Umbria per favorire la Chiesa,
li troverebbe liberali inverso di lui; avverrebbe il contrario se, pel venir suo, la tran-
quillità della provincia fosse turbata (FABRETTI, Op. cit., Vol. II, pag. 288). Tale ri-
sposta avrebbero a lui recato i due ambasciatori, di cui ci parla il Cronista sotto la
data del 4 settembre di quest’ anno 1458.

(1) È nota l'incertezza che regna sulla data dell’ elezione di Pio II. Il Platina,
nella vita di questo pontefice, la pone al 20 di agosto, la Storia di Siena (R. I. S.,
Tomo XX) al 2 dello stesso mese, l’ Infessura e il Cronista di Bologna (Op. cit., Tomo
XVIII) al 19, e non al 5 settembre, secondo ha scritto il Raynaldo negli Annali ecclesia-
stici. Altri, come l’ Ammirato, riferiscono tale elezione al 23 o 27 agosto. Il Muratori
ritiene sicura soltanto la data della incoronazione di Pio II, cioé il 3 settembre. Ora il
nostro Cronista, mentre viene a corroborare la data dei 3 settembre, come quella
relativa alla incoronazione, quanto all’ elezione si discosta da tutti gli altri metten-
dola al 15 agosto. Su ciò può essere intervenuto errore, ma é certo però che l’ ele-
zione stessa non avvenne il 2), perché in quello stesso giorno ne giunse la nuova in
Perugia, né in epoca posteriore. È più probabile dunque che avvenisse il 15 o tut-
tal più il 19, come vorrebbe la Cronaca di Bologna. Pio II nacque in Corsignano,
distretto di Siena, dalla nobile famiglia Piccolomini. Quando Calisto III lo elevò alla
dignità cardinalizia egli era già salito in gran fama di eminente scrittore e di buon
diplomatico. Di lui rimangono, oltre le opere letterarie e storiche, alcune delle quali
incompiute, i Commentari, che andarono per assai tempo sotto il nome di Giovanni
Gobellino. Come storico, ed è di questo che più importa toccare, Pio II cercò di scri-
vere la storia più da filosofo che da semplice narratore, come quello che per tutta
la vita aveva maneggiato cose pubbliche gravissime; e di libero ingegno aveva dato
prova sedendo come Cancelliere nel Concilio di Basilea, dove sostenne contro la Curia

‘ Romana i diritti dei principi nelle materie ecclesiastiche, e non ricusò perfino di

farsi poi segretario a Felice antipapa. Se non che ribenedetto da Eugenio IV fu inal-
zato alle maggiori dignità e poté giungere fino all’onore della tiara. Come Papa sì
segnalò per la costanza, con cui cercò aver ragione della minacciante potenza mus-
sulmana. Celebri sono le sue concioni, come dice il Platina, splendidas et rei acco-
modatas. Al congresso di Mantova la sua eloquenza fulminò il Turco; e furono vera-
mente — « incensi animi, cum ostenderet Thurcos, occupata Graecia et Illyrico, in-
teriorem Europam penetraturos. Ni est, prosegue lo storico, certe ab ‘0 praetermis-

sum, quod ad movendos Christianorum animos pertineret. Magna quidem in dicendo:

Pii laus fuit, quod, cum saepius iisdem de rebus loqueretur, diversa semper visus
est dicere; tanta erat in homine elegantia et copia » —. E lo storico Sismondi scrive,

P UE

mum

wie rero e 7 PVT CAR SETE 25 —
CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 945
| Adi 3 de settembre in domenica fo incoronato il ditto papa
D 5 :
d in S. Pietro de Roma.
5 Adi 4 de settembre il nostro Comuno mandò 2 ambasciatori
i al Conte Jacomo, quali son questi:
È M. Pandolfo de Nello dei Baglione, e Piero de Felippo de

Francesco (1).

A questi dì vene nova come el Mag. Conte Jacomo avea
auto Nocea per patti.

A questi dì de settembre el Conte Jacomo se partì da Gualdo
e andò in su quello de Rimine, e prese el Tegoletto con molti
‘altri castelli e anco ne arse parecchie.

Adì 8 de settembre li nostri Mag. Sig. Priore elessero 3 am-
basciatori per mandarli al Papa novamente fatto, Papa Pio 2°, e
li priore che li anno eletti son questi:

Guido de Pavolo da 5n Spenellos ! p. Soli.

Guasparre de Ranieri detto Bagiano )

Felippo de m. Benedetto e

Andrea de Piergiovagnie
3 Riccere de Giovagnie del Piastra )
Pavolino de Pietro da S. Biagio j

| P. S. Agnielo.

P. Susane.

che in quell'assemblea sfoggiossi tanta eloquenza latina, che dopo il rinnovamento
delle lettere mai non se ne era sfoggiata altrettanta (Storia, ecc. Cap. LXXVII). —
Ma piü che per la venustà oratoria e pei profondi concetti storici, a noi piace lodare
Pio II per l'atto compiuto al principio del suo pontificato, e che rimarrà memorabile
sempre negli annali della Chiesa, quando, rialzato il lustro del collegio dei cardinali e
ripristinata l' autorità dei Concili, sanci, che non si potesse far guerra, né decretare
alienazione di beni, né imporre balzelli ecc., insomma compiere un atto importante nel :
governo della Chiesa, senza l' assenso dei Cardinali.Veggansi in Raynaldo (A272. eccles.)
le particolarità di questa sapientissima deliberazione del gran pontefice. Rispetto poi
à'suoi propositi contro il Turco, é interessante a vedersi l’ Epistolario del tempo in cui
Enea Silvio non era stato ancora assunto al pontificato; e in specie I' Ep. 131, che va sotto
il titolo — Oratio de constantinopolitana clade et bello contra Thwrcos congregando —
(Ediz. di Milano, 1496), nella quale è ammirabile l' eloquenza dell? insigne uomo, e la pro-
fonda cognizione dell’ istoria. Questa orazione è priva di data, ma penso debba essere
stata inviata ai «obiles germani nel 1453, ossia nell’anno stesso della presa di Costan-
tinopoli. Pertanto Pio II diede notizia della sua elezione al Magistrato di Perugia con
Bolla del 31 agosto 1458 (Archivio Com. Cass. XII, n.o 238).

(1) L' andata di questi ambasciatori sembra collegarsi colla richiesta di danari
per parte del Piccinino. È certo che il Papa ne fu avvertito, perché nel 5 settem-
bre 1458 spedi al Magistrato un Breve, nel quale comunica che il Governatore parte-

——————

taa
quc

" ciperà le sue intenzioni circa la somma domandata dal Conte Piccinino (Arch. Com.

E! Cass. XII, n.o 239). È :
È

|

por

me
O. SCALVANTI

Pier Felippo de Ser Ambrogio

| P. Borgnie.
Pavolo de S. Giapecho da Castiglione fos. { 1: Porgnie
Francesco de Ranieri detto del Berbechozzo ) PSP
Pietro Pavolo dela Gigliola esse

Li Ambasciatori son questi sottoschritti.

M. Mansueto de M. Francesco — Porta Borgnie.

Semone de Guido deli Odde — P. Susane.

Golino de Giovagnie dei Baglioncelli — P. S. P.

Adi 18 de otobre li sopradetti Ambasciatori schissero al no-
stro Comuno come Papa Pio II glie avea receuti assai benigna-
mente con grata audienza ali quali dette per auditore 2 cardinali,
e come el papa avea fatto concistoro e era deliberato de andare
contro il gran Turcho e che il primo dì de giugno proximo da
venire Sua Santità vole andare in Udene (1).

A questi dì de ottobre vene nova come el Conte Jacomo avea

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(1) Quello che il Papa rispose agii ambasciatori é poi riferito da Pio II nel 1
Breve al Magistrato perugino del 14 novembre 1458 (Arch. Com. Cass. XII, n.o 240), i
in cui notifica di avere sentito gli ambasciatori della città, alla quale ha fatto piü
concessioni de' suoi predecessori; e siccome i messi di Perugia si erano lagnati special-
mente della non espressa conferma degi!'indulti di Martino V, di Eugenio IV e di
Nicolò V, e cioé che le cause non si potessero togliere ai giudici ordinari locali, il
Papa dice, che le concessioni di quei pontefici si intendono confermate con una sola
parola, né deve il Magistrato dolersi della clausola — « quatenus servate sunt quod
utilitati et honestati convenit » — giacché tutto col tempo soggiace a variazione, e
quello che una volta era giovevole nuoce al presente, Il Papa non intende dunque
di confermare ciò che era andato in disuso e che sembrava dubbio. Del resto av-
verte, che Ja conferma dei particolari privilegi è stata fatta nello stesso modo per

tutte le aitre città e terre dello Stato, e che perciò se si togliesse quella clausola per
Perugia, si darebbe agli altri luoghi del Dominio giusto motivo di querela. Rispetto
alle cause, il Papa osserva, avere egli disposto che volendo le parti declinare dai
giudici ordivari, e appellarsi a Roma, questo non pcssa farsi senza espressa sua
commissione, E per verità non iscarseggiano in quest' epoca i casi di giurisdizione
esercitata dalla Curia pontificia per cause distolte dai giudici ordinari della città; e
se ne veggono esempi nel Breve di Calisto III del 23 ottobre 1455 (Arch. Com. Cass.
XII, n.0 199) per una lite vertente tra Giovanni di Lodovico Baglioni e Benvenuto
Beccutello; del 5 aprile 1456 sopra azioni da muoversi contro alcuni debitori (Eod.
n.0 212); del 3 maggio 1457 (E»^d. n.0 223) sulla restituzione di alcuni beni sequestrati
da Luca Schiavi; dell' 11 luglio 1458 (Eod. n.o 237) sulla concessione di salvacondotli,
ecc. Nel 12 dicembre poi dello stesso anno 1158 Papa Pio II con un suo Breve an-
nunzia il ritorno degli ambasciatori perugini, di cui nota Y importunità, e fa sa-
pere, che, dovendo egli venire presto a Perugia per recarsi a Mantova, vedrà con
più agio !e suppliche della città (AzcA. Com. Cass. XII, n.o 242)

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CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 9340

auto per patte el Sasso del sig. Gismondo da Rimine, e che sta
a campo a Macerata (1).

Adi 12 de novembre fo ociso Lorenzo de Mateo de Ser Mar-
tino di P. Susane da Guidantonio de Messer Baldassarre de li
Armane e da li suoi beccarini e partegiani la sera ale 3 ore de
notte. Se disse che lo amazzò per scambio, per non lo conosciere.
Di poi el di seguente sene fece un gran conseglio da li nostri
cettadini su dal governatore: per la qual cosa nè for fatti gran
bandimenti, che non fosse persona alchuna che portasse arme nè
de di né de notte, ala pena di fiorini 25 per ciaschuna volta, e
quelli che andassero la notte con l'arme, se intendano essere sco-
municali e non possano essere arbenedetti né asoluti senon da
Mons. né manco se possa gire sensa lume, e che de questo ogni
persona ne possa essere acusatore. Quelli che foro con lo detto
Guidantonio son questi, cioié Elmo de Pietro de Elmo pollaiolo,
Melchiorre de Ser Nicolò de Nucolo, Bartolomeo del Pannocchia,
Baldassarre detto Baralla de Pastene, Nicolò de Buona ora, e
Nardo de Giovagnie de Pietro uncino, Danielle del Brunello deli
Scotte.

E fo arbandito adì 24 de aprile 1459.

A questi dì de novembre el Papa mandò in Perogia 300 fanti ;.
li conestavole son questi; Bartolomeo da laquila, Pierfrancesco da
Bagino, e for compartiti e messi tanti per porta a la guardia dela
città (2).

— E anco a questi di vene la nuova, come el papa avea poste

(1) Sasso per Sassoferrato. Il Cronista non accenna al fatto, che Jacopo era colle
armi di Ferdinando I stato avverso a Calisto per aver questi preteso, alla morte di
Alfonso, che il reame di Napoli dovesse intendersi devoluto alla Santa Sede. Vecchi
rancori esistevano fra gli Aragonesi e la Curia, e perciò Ferdinando, per mezzo del
Piccinino, cercava molestare il Papa ne' suoi possedimenti. Ora fu sempre per isti-
gazione del re di Napoli, che il Piccinino si diede a guerreggiare nuovamente contro:
il Malatesta. Ma poiché queste discordie pesavano grandemente sull' animo del pon-
tefice Pio II, sopra tutto desideroso di unire i principi italiani in una lega contro il
Turco, vedremo tra breve come esse vennero a cessare.

(2) Per quanto il Piccinino, a questo tempo, si trovasse nelle Marche, pure i pe-
rugini non stavano tranquilli circa la custodia della città, e probabilmente gli am-
basciatori inviati al Papa avevano avuto qualche segreta istruzione per pregarlo a
mandare a Perugia un presidio, che contribuisse efficacemente alla difesa del Co-
mune.

Sera ARS:
348 O. SCALVANTI

le schritte a Roma, come lui vole andare contro il Turcho, e che
vole fare la via de qui da Perogia (1). i

Adi 20 de novembre Braccio de Baglione partì da Perogia
per andare a Milano, per gir a visitare il Duca de Milano, e menò
in sua compagnia li soltoschritti cittadini e cioiè (2):

Ridolfo suo fratello, Tiseo de Berardo da Cornie, Pieranto-
nio de Mateo de Pietro dei Gratiani, Mariano di Mariotto dei Ba-
glione, Rusteco de Saracino da Monte Melino, Carlo de Cinaglia
de Ugolino, Arcagnielo de Pietro ditto dela Berarda, ser Felippo
de Buonacorso calzolaio, Giuliotto de Galeazzo de m. Bobio, Lo-
renzzo de Ser Cipriano (3).

Omeni d’ armi suoi son questi: Natale da Monte de l’ Olmo,
Giovan Francesco da Chremona, Carletto dala Corvara, Giovan
Batista dei Baglione, Palamone da Tode. |

E retornaro a questi di cioiè del mese de decembre proximo
davenire, e for receuti con grande onore dal sig. Duca de Mi-
lano (4).

Adi 10 de decembre sé adunó il Conseglio deli Camorlenghi
su in palazzo coli Sig. Priori per vencere li denari per onorare
el Papa, perché se dicea che dovea passare per Perogia, e venseno
fiorini 3000, e li priore che erano a questi tempi son questi:

Biordo de Fioravante de li Oddi Capo de Uffitio

Lodovico de Giovagne dei Baglione ditto del Cepolli f

Guidantonio de Ranaldo de Mansueto Coda e )

Mariotto de Berto de ser Luca merciaio

P.Susane.

P. Borgnie.

(1) Si accenna qui al viaggio, che presto Pio II intraprenderà per recarsi a
Mantova, ove aveva convocato la Dieta dei principi italiani per risolvere l'impresa
contro il Turco, 2

(2) Ci sta in mente, che questa visita del Baglioni al Duca di Milano avesse il
segreto scopo di parlargli dell' impresa che Pio II disegnava fare contro i turchi,
e forse l'andata di Galeazzo Maria Sforza, primogenito di Francesco, a Firenze per
incontrarvi il pontefice, lo che avvenne nell'aprile del 1459, fu uno degli effetti della
missione esercitata dal Baglioni per incarico di Pio II alla Corte di Milano.

(3) È sempre Lorenzo di Ser Cipriano Spirito, il poeta di cui abbiamo altrove
fatto ricordo.

(4) Né il Cronista né il Pellini registrano nel dicembre di questo anno la venuta
in Perugia del cav. Saracini di Siena inviato da S. S. per trattare alcuni affari
col Comune, ma quali fossero il Breve del 7 dicembre 1458 non dice (Arch. Com
Cass. XII, n.o 241).
T——"

CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 349
Lodovico de Pietro dei Buglione 1
ds SS.
Giapeco Antonio de Fustino Spetiale

Nicolo de Ser Nello banbacaio

Liberato de Andrea mareschalco

Pietro de Tolomeo, Giapeco de Marino vasaio ditto Cavalla
— Porta S. Agnielo.

Ser Contolo de Francesco de P. Susane Notaro.

Adi 14 de decembre li sopradetti sig. Priore elessero 8 omeni
per porta quali avessero a provedere ali abisognie della città ala
‘venuta de Papa Pio; |

Giovagnie de Malatesta, Pietro de Giovagnie Chrispolte, Pie-

| P=#Solt

‘tro de Felippo de Francesco, m. Mansueto de m. Francesco, Ra-

naldo de Rusteco M. Melini, Guido de Teveruccio dei Signorelli,
Antonio de Nicolò Sperelli e Pietro Pavolo de Mansueto, per
Sis P;
M. Pandolfo dei Baglione, Ridolfo de Malatesta Baglione,
Nicoló de Pavolpietro dei Gratiani, Golino de Giovagnie di ba-
glioncello, m. Antonio de Semone dei Gratiani, Baldo de Mateo

de m. Pietro, Silvio dei Baglione, m. Pietro de Lodovico dei

Baglione, P. Soli.
M. Giovagne de Petruccio, Gostantino de Rugiere, Averardo

de Guido Morello, Agnielo de Barso ditto Barzetto, Giuliotto de
. Lello, Francesco de Nicoló de Tomasso, Giovagne de Nicoló Be-
nedetti, Borgaruccio de Nicolò Giovagnie, P. S. Agnelo. i

M. Baldassarre de Cherubino Armanni, Cesaro de m. Agamen-
none, Oddo de Giapeco de Oddo, Bonifatio de m. Ibo, Mariotto
de Agnielo del Besochetto, Piero de Raniere del Grasso, Pavolo
de Lodovico de Felippo de Pellino, m. Benedetto Capra, P. Susane.

Guido de Carlo deli Odde, m. Grigorio de m. Ruggeri, Go-
lino de Felippo de li Oddi, Lamberto de Berardo da Corgnie,
Antonio de Mateo de Francesco, Giovagnie del Cipolla, Lionello
del Miccia deli Odde, Pietro de Sinibaldo da Ramazzano (1).

Ser Zaccaria de Christofano de P. Susane notaro deli ditti 40

proveditori (2).

(1) Questi erano i commissari di P, S, Pietro.
(2 Il Papa, con Breve del 19 dicembre 1458 (Arch, Com. Cass, XX1I, n.o 213)

-diretto al Magistrato, mostra il suo gradimento per l'allegrezza fatta in Perugia al-

94

COTTI PELI
390 O. SCALVANTI

Et anno fatto fare un bandimento li ditti 40, che qualunque
persona volesse apegionare alehuna casa MG nap la. co-
modità della ditta casa a Ser Zaccaria.

Et anco che nisuna persona possa comperare per fare muni-
tione de biada se non per suo uso e bisogno con animo de ven-
derla solto una gran pena.

A questi dì de decembre li ditti 40 celtadini feceno bandire
con 4 trombe che non fosse persona alchuna che ardisse de trare;.
nè mandar fora del contado nostro veruna ragione de grascia, e
che il grano, orso e spella non se possano vendere se non a
questi prezzi che li ditti 40 anno dato, el grano soldi 60 la mina,
-lorzo soldi 30 la mina, la spelta soldi 22 !/, la mina (1).

E più feceno bandire che ciaschuna persona tanto cettadini
quanto contadini debbino per spatio de 3 di avere asegniata ogni
quantità de biada, e orzzo che essi avesseno ala pesa de fiorini 50.
Dipoi elessono 2 omeni per porta, cioiè 5 per la città e 5 per il

contado, li quali revedessino tutti li ditti biadi, e schrivessino:

persona per persona secondo che anno li biadi, e quelli deli cet-
tadini avevon soldi 20 el di per ciaschuno de salario, e la mità
dela fraude, e quelli del contado soldi 60 e la mità dela fraude.

A questi di for venti dai priore e camorlenge 200 corbe de
grano per la venuta del papa se esso verrà, lo quale se abbi da.

rescotere dali debbitore del Comuno, cioiè quelli che l'anno da re-.

mettere dale poste del Chiusci (2).

Adi ultimi de decembre mori Guido de Pavolo Morello da.

Monte Sperello de P. Soli, volse essere vestito da frate de S..

l'annunzio della sua prossima venuta. Promette di far conoscere piü coi fatti che

colle parole il suo amore per la fedele città. E poiché, come abbiamo visto, i peru--

gini tenevano ad una esplicita conferma dei privilegi, esenzioni ecc., concesse da
Martino V e da altri pontefici, Pio II, recatosi il 19 febbraio in Perugia, nel 17 suc-
cessivo con sua Bolla fece solenne conferma degli atti compiuti dai suoi predecessori
(Arch. Com. Cass. XII, n.o 245).

(1) Nota con quali accorgimenti i) Magistrato, nell' occasione di feste, mirava
ad infrenare la speculazione dei commercianti.

(2) Il Cronista non parla della deliberazione di spendere 3000 fiorini d'oro 7
sollevamento della Corte del Papa, come si legge in Pellini. Però, mentre lo sto-
rico pone ogni deliberazione concernente le onoranze a Pio II negli ultimi del 1458,

il Cronista con verità riferisce alcuni di questi provvedimenti ai primi dell anno:
successivo. In che consistessero poi queste poste del Chiugi già lo abbiamo detto.

altrove.

er

vitae si
SPREA

CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. ' 891

Francesco, e li fo fatto molto onore. Rimasen suoi figlioli masci
Averardo, Nere, Tiseo, Periteo, Giulio. Et Sperello era bastardo.
Nel predetto anno el grano al più valse soldi 42 in 45 la

mina, l’orso soldi 20 e 22, la spelta soldi 12, l'olio libbre 6 el
mezolino.
1459 — Adì primo de genaio entraro in Uffitio li Priore

nuovi e li camorlenghi, e li priore son questi:
Pietro de Oddo de Giugliotto da M. Vibiano, Capo | P. S p
Bartolomeo de Lello de Bino orafo Eger
Pietro de Pino da Rezzo Coda
Bartolomeo de Antonio coiaio
Basilio de Antonio detto del Castelano canbio )
Antigniuccio de Agnielo dela Nonna lanaio) '
Bartolomeo de Ser Saturno Ip
Lodovico de Ser Nicolo Spetiale |
Baglione de Ranieri de Monte Melino
3 i . P. Borgnie.
Giovagne de Ser Polidoro Banbacaio | 5
Ser Antonio de Arcolano Notaro.
Li Camorlenghi son questi infraschritti :
M. Pandolfo de Nello dei Baglione, P. S. P.
Sineduccio de Nicolò de Tomasso M. Melino per scambio de
Lodovico del Boldro. Consoli per la Mercantia.
Francesco de Ciucciolo de P. S. A.
Tomasso de Lucalberto de Francesco de P. Susane.
Pietro de Pavolo de Tantino retagliere de P. Soli.
Felice de Jacobbe de Matiuccio de Porta S. Agnielo. Audi-
tori del Cambio.

! P. Soli.

P AS

. Susane.

Galiazzo de Felcino deli Armanni de P. S. Pietro per li cal-

zolari, e Francesco de Giovagnie detto del Berbechozzo sartore

per l’arte de sarti.

Justiniano de m. Marcho detto del Ferriere dei Baglione

,P. S. P. Arte de panni de lana.

Lionello de Agnielo del Miccia deli Oddi, Porta Susane. Arte
macello.

Bartolomeo de Giapeco de Francesco detto della Lucia de P.
Borgnie. Arte Tavernieri.

Pietro de Massolo de Pietro pencie, fabro de P. S. Agnielo.
Arte fabri. :
352 O. SCALVANTI

Pietro de Macolo de Maltachino, maestro da legniame P. i
Susane. Arte pietre e legno. .
Giapeco de Bastiano de Meo de Saracino. Arte spitiali.

Giapeco Antonio de Francesco de P. S. A.

Aloisio de Pavolo de la Berarda P. Borgnie.

Pietro de Beo Cartolaio, P. S. P. Lodovico de Matteo, P.
Borgnie. i

‘Pietro de Giovagnie dela limosena, P. Susane; Batista de
Antonio de Pacciolo, P. S. A.

Bartolomeo de Cesario P. S. A. Mariotto de Bartolomeo P.
S. A. Fioravante de Bieneincasa per cagione de Vangeliste de

—m—

Agnielo de Pavoluccio, ch'era in bando, de P. Soli; Fino ditto
del Veltra, calzolaio, P. Soli, Giovagnie de Biagio, lanaiolo, P.
Soli. Nicolo de Golino del Macellaio, spetiale, P. S. P. Felippo
de Giovagnie de Corrado tegolaio, P. S. P. Sebastiano de Fran-
cesco de Sebastiano canuto de P. Soli. Luca de Schiatta, P. Su-
sane. Sagramorre de Gniocco de P. S. P. Pier Francesco de Andrea
ditto de Rosciolo, P. Soli; Francesco de Piallese Macellatore, P.
Sole; Chrispolto de Ugolino Chrispolti, P. Borgnie; Fioravante de »
Semone de Martinello, P. S. P. Felippo del Sanone Sartore, P.
Borgnie. Giovan de Ranaldo, calzolaio, P. Borgnie, Anton de

PE » Mateo cimatore, P. Soli. Francesco de Rugiere de Bevelaqua
: macellatore, P. Soli. Guasparre de Galiotto delto Spadaiolo, P. S.
A. Mariolto de Ser Giapeco, P. Susane, Gostanzzo de Pavolo,
P. Susane, Mariotto de Chiercolo funaio, P. S. P. Valentino de
Antonio, P. Borgnie, Gostantino de Mateo de Pietro dei Gratiani,
P. Borgnie, Agnielo de Pietro de m. Otto Spadaio, Porta Bor-
gnie, Giorgio de Pietro Zoppa. P. S. A. Mariotto de Guasparre
Lanaio, P. Soli.

Et entrate che foro in Uffitio li ditti Priore e camorlenghe

miseno a partito e venseno in fra de loro che se vendesseno 6
registri deli fuochi vechi 1449, 50, 51, 52, 53, 54 (1). E deli de-

EI Va Pe > ona T

(1) Più volte occorre nelle cronache e negli atti pubblici del Comune quest' e- E
spressione — vendita dei registri vecchi — la quale deve essere intesa nel senso, IS
che, seguendo il costume allora in uso, di vendere le gabelle, si vendevano per una
cifra determinata gl' introiti da farsi, secondo le annotazioni dei registri, dai debitori
del Comune. I documenti di archivio e le rubriche dei vari statuti ci dicono, che

Eur... —————————————— MÀ
ES AES

CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 393

nari deli detti registri venseno che se ne comprasse panni de
rosato, per farne mantelli per onorarne el sommo pontefice Pio ii,
in caso che lui venisse a Perogia come per certo se aspeltava e
vensero li mantelli in questo modo, cioié :

Per lo R. Mons. nostro Governatore chiamato m. Bartolomeo
Viteleschi vescovo de Corgnieto el mantello e capuccio de valuta
de fiorini 36. Per li nostri Mag. Sig. Priore e Notario loro, el

questo sistema della vendita delle gabel'e applicavasi a quella del macinato, al cam-
pione delle carni, al dazio sul vino, sulle legna ecc. e perfino alla gabella sui postri-
boli (FABRETTI, Doc. di Storia per. Vol. I e II — Statuto perug. Lib. I, rub. 259,
353, 356, 344, 345 ecc.). Questa materia fu largamente disciplinata nel secolo XV, come
sì raccoglie dalle numerose disposizioni contenute nello Statuto edito nel secolo XVI,
che riferisce evidentemente Ja maggior parte dei Capitoli di precedenti Statuti. Do-
vendosi vendere le gabelle, a evitare le frodi, si voleva che un esperto, nominato dai
Priori e coadiuvato da un Cancelliere, compilasse il modulo del contratto di vendita,
da cui i Priori non potevano discostarsi senza deliberazione apposita dei Camerari
resa ad bussolas et favas (Rub. 140). La vendita si faceva a rischio e pericolo del
compratore, non eccettuato il caso di guerra, — « seu grandinis aut sterilitatis,
ita quod omne commodum, periculum ac damnum ac casus, ut supra exprimitur,
ad ipsos emptores debeant plenarie pertinere (Rub. 258 e 352) ». — E questo costume,
molto antico, divenne poi legge obbligatoria pei Conservatori della moneta, ogni
volta ricorresse una causa di pubblica utilità, di guisa che erano tenuti — « banniri
et subastari facere per publicum preconem communis gabellarum fructus et com-
munantiarum » — (Rub. 259). Gravi erano le pene contro i compratori, che non pa-
gavano al Comune Je rate del prezzo, e i Conservatori potevano esigerle sub qua-
cumque provisione val cambio sew foenore. Di solito la vendita era fatta per un
solo anno, e per quella del sale e dei pedaggi occorreva una deliberazione dei Priori
e Camerari, che riportasse almeno 35 voti favorevoli (Rub. 260, 261 e 262). Questo si-
stema peró dava luogo a gravi inconvenienti, di cui il lettore può facilmente indo-
vinare la causa, la quale del resto è chiaramente espressa dalla Rub. 260 del citato
Statuto — « Decernentes predicta in perpetuum observari, cum multitudo emptoruna
et effrenata cupiditas eorum excrucient et excorient subditos; et etiam prcpter mul-
torum emptorum paupertatem, sicut evidentia ex preteritis manifestat communi, non:
fuerit de preciis ab emptoribus satisfactum etc. » — cosi il Magistrato vuole, che sii
dieno dai compratori delle fideiussioni, e che della solventezza dei fideiussori rispon-
dano gli uffiziali del Comune. E affinchè ogni cosa proceda coll’ ordine più perfetto,
Si esige la tenuta regolare di registri, nei quali si annotino per extensum le comu-
nanze e gabelle, il nome dei compratori e di chi ha fatto garanzia per loro ecc.
(Rub. 264, 205 e 267). Scaduto l'anno, dovevano i Massari procedere alla nuova ven-
dita — « Statuimus ut massarii per se ipsos et per alios teneantur et debeant ad poe-
nam C lib. den. pro quolibet eorum contrafaciente de anno in annum duobus men-
sibus antequam gabelle seu comunantie recadant seu revertant ad commune Perusie,
banniri et subastari facere per publicum preconem communis Perusie gabellarum
fructus et communantiarum dicti communis etc. » (Rub. 353. Vedi per altre notizie le
Rub. 480 a 487, le quali particolarmente si aggirano sulla vendita delle poste del
-Chiugi). ;
9354 O. SCALVANTI

mantello e capuecio de valuta de fiorini 25 per uno, e per li Sig.
Consoli e Auditore e Camorlenghe de ciaschun arte el mantello
e capuccio de valuta de fiorini 20 per omo e tutti li predetti de
rosalo.

Per lo canceliere del Comuno chiamato m. Girolamo de Ron-

‘chi da Fiorenzza el mantello e capuecio de panno pavonazzo de
valuta de fiorini 20.
ds Per lo Capelano dei priore chiamato :m. Guiccione de Fatio
«de P. S. A. el mantello pavonazzo de fiorini 20.

Per il messo deli Signori Priori el mantello pavonazzo de
fiorini 12.

Et per li detti rosati ce andò Benincasa retagliere a Fio-
renzza per comissione deli sig.ri Priore e Camorlenghi, e adi 25
€ a 26 del ditto for forniti de scapezzare tutti li mantelli de rosato.
di. E a: di 13 de genaio andò per Podestà del Castel dela: Pieve
| Agnielo de Barso detto Barsetto dei Barsi, P. Soli, eletto dal
nostro Comuno. e uscì de Uffitio Renzzo de Mateo dela lita deli
Armanni (1).

Adi 14 ditto li 40 proveditore, per la venuta del Papa fero ?
‘bandire, come se era determinato de fare 2 giostre per magni-

ficentia dela venuta del Papa, e il premio dela prima giostra si é
fiorini 60, e il premio della seconda giostra fiorini 40.

|] Adi 18 ditto menó moglie Lionello del Miccia deli Odde la
| figliuola de m. Nicolo de m. Dionige chiamata la Pavola bella, e

«andò a cavallo con grande onore.
Adi ditto menò moglie Cesaro de Pietro Chrespolte la figliola
che fo de Francesco de m. Dionige, nepote del predetto m. Ni- |

:cola. Ave in dote fiorini 1500.
A di 21 de genaio in domenica fo fatta la giostra del Rettore

(1) Questo Agnolo di Barzo detto Barzetto, che ora vediamo andare Podestà a
‘Castel della Pieve, era figlio di Paoluccio e fratello di quel Benedetto de' Barzi, giu-
rista esimio del secolo XV, che per varie vicende della sua vita dovette esulare dalla
patria, onde lo troviamo insegnante di diritto nello Studio di Ferrara nel 1455
(Vedi il nostro scritto — Alcune notizie su Benedetto de’ Barzi ecc. Perugia, 1895).
Agnolo o Angelo poi é di frequente ricordato nelle istorie per uffici onorevolissimi
ripetutamente sostenuti. Egli fu-più di una volta Capitano del Contado (a. 1437, 1441), del
Magistrato dei Priori, ed ebbe anche il carico di importanti ambascerie, come
«quella, ad es., presso Nicolò Piccinino, mentre trovavasi in Assisi, e i perugini vol-
gevano in mente di farla scaricare dal fortunato condottiero.

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CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 955

«dela Sapienzza, chiamato m. Francesco de Carnevale da Civita

nuova. Il premio fo braccia 12 de velluto verde, li giudeci che
schrisseno li colpi fo el Podestà e il Capitano e dette la sen-
tenzza el ditto Rettore, che la metà del premio fosse de Gio. Ma-
leo omo d'arme de Giovan Francesco da Bagnio conestavole deli
fante dela Chiesa, che sta qui per stanzza, e l’altra metà fosse
de un famiglio de Sforzza deli Oddi, che è chiamato per nome
Casamatta.

Adi 22 de genaio in lunedì a notte el Conte Jacomo ren-
dette la tenuta dela cità e deli casseri de Asese a la Chiesa;
e anco rendette Gualdo e Nocea ; e così fecero un certo acordo
e convenlione insieme, cioié el papa glie dava compenso al ditto
'Conte Gacomo, dele qual cose ne fo promessa del papa per la
Chiesa, el Duca de Milano cioiè Francesco Sforzza, et la sig.
de Venetia e don Ferrante da Ragona e la sig. de Fiorenzza. El
Comissario che prese la tenuta per la Chiesa, si fo m. Jacomo
Muccarelli quale stette per Teseuriero in questa città, e per lo
Conte Jacomo per rendere la tenuta fo m. Piccinino e Antonio de
Giliotto deli Acerbi nostro cettadino e suo comissario, per tanto
che avendo el papa riaute le ditte tenute mediante tal benefitio
mandò la corona regale a Don Ferrante, cioié del sig. de Napole
e delo Abruzno, e de altri luochi, e questo fece el papa, perchè
ditto Don Ferrante fo causa e mezzo de fare detlo acordo, che
fece rendere al Papa le dette tenute dal Conte Jacomo, perché
prima non le avea mai podute avere per verun modo (1).

(1) La narrazione del Cronista circa la fine delle ultime imprese del Piccinino
nell' Umbria é in massima parte rispondente al vero e ricca di particolari. Se non
‘che apparisce qua e là confusa. It Cronista vuole che il Papa desse la corona rezale
a Ferdinando per averlo aiutato a far cessare l'occupazione di Assisi, di Nocera, di
‘Gualdo e di Valtopina avvenuta per le armi del Piccinino. Ora é bene avvertire, che
il Conte Jacopo, tanto nell' Umbria come nella Marca aveva combattuto come condot-
tiero ai soldi del re di Napoli, ed era per volontà di lui, che si rendevano alla Chiesa
le città usurpatele e a Sigismondo i castelli occupati da Jacopo. Alle quali cose Fer-
dinando fu indotto dal pontefice, per aver questi nell'ottobre del 1458 revocato tutti
gli atti e condanne formulate dal suo antecessore contro l'Aragonese,. Pio II voleva
ad ogni costo tentare un accordo fra i principi italiani, e perciò fu sollecito di ami-

carsi il re di Napoli. D'altra parte Ferdinando non poteva tener molto agli acquisti .

fatti dal Piccinino, prima perché le città umbre erano un dominio facile a perdersi,
€ poi perché non poteva esser molta la sua fiducia nel Conte Jacopo che sapeva de-
sideroso di signoreggiare nelle terre occupate. Anzi, se deve credersi al Sismondi,

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O. SCALVANTI

A questi dì passati schrisse el Papa come adì
se partiva per venire a Perogia.

22 de genaio

Adi 22 de genaio fo bandito che se spazzassero le strade per

la venuta del Papa, e continuamente nel palazzo de Monsig. se
aconcia, però che lì è deputata la stanzia per lo Papa.

Adi 24 de genaio in mercordi a mane nanzze pranzzo el Ret-
tore dela università delo Studio, andando in piazza lo trovò Casa-
matta, fameglio de Sforza de Guido deli Oddi, quale avia la metà
del premio, che il detto rettore avia fatto giostrare adi 21 de ge-
najo; onde che ditto Casamatta con 2 altri compagnie entraro
adosso al ditto reltore, e si li deltero certe ferite nela testa, e li
tolsero el capuccio (1) e la statuta e questo lo fece el ditto Casa-
malta, perché dice che esso avia piü colpi, che quelló omo de
arme de Giovan Francesco da Bagnio, e il premio toccava tutto
a lui, ma ben se disse che non toccava al ditto rettore de dar
la sententia, ma che la dovea lassar dare al Podestà e al Capi-
tano, ch'erano stati a schrivervi li colpi, dela qual cosa ne fo
fatto grande schiamazzo su da Mons. e non ne segul niente se
non che chi à male suo danno. Et li scolari dela Sapientia
vecchia e altri scholari per la ditta cagione tutti pusero giü le
statute e volevono gir con Dio, se non che foro intertenute sino
ala venuta del Papa.

Adi 25 de genaio vene la nuova qui come el Papa era irm
viaggio, e che venia in una lettiga coperta de coiame e lo arie-
cano le persone, perchè Sua Santità non poi cavalcare, che à le
gambe grosse, e mena con seco 200 provisionali e 6 cardinale a
sue spese, ma che qui in Perogia ne verrano anco 16 altri car—
dinale; e cosi son stale provedute le stantie per essi.

il re aveva promesso di darle al Piccinino in feudo (Storia ecc, Cap. LXXVII). Ed
ecco perché, narrano gli storici, fu d’ uopo anco delle minaccie del Duca di Milano
e dello stesso Ferdinando per indurre il Conte a rilasciare nelle mani dei commissari
del Papa 1e città occupate; ed é espressiva al sommo grado la frase del Cronista
quando scrive — perchè prima non le aveva mai podute avere per verun modo —.
L'A. parla di compensi promessi dal Papa, ma veramente non ne conosciamo che
uno, in verità assai tardivo, cioé l' Ordinanza fatta ai perugini di pagare al Conte
Jacopo il residuo dei 6090 fiorini, revocando su ciò le proibizioni di Calisto III. IL
quale atto pontificio è del 30 aprile 1459.

(1) Il fatto di togliere il capuccio, dovunque era ingiuria gravissima (Conf.
Stat. per. a stampa, Lib. III, Rub. XIV).
CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 351

Adi 27 ditto vene nuova come el Papa era entrato in Spoleto,
e venero qui in Perogia 26 some deli suoi. E adi 29 ditto entró
in Folignie e aloggió lì la sera, e adi 81 ditto vene a Asese.

Adi primó de febraio che fo el giovedì ceccolaio, vene qui a
Perogia Pio 2° (1), dove che li Ambasciatori del nostro Comuno-
li andaro incontro, in sino a Asese e venne per il Ponte S. Gianne,
e per la stradella uscì a S. Gostanzzo, e lì li se fecero molte cet-
tadini incontro, e entrò in S. Pietro e entrò per la porticella del
versiere derieto dal ditto monasterio de S. P. e li la mattina de-
sinaro; e menó con seco 5 cardinali quali son questi, m. Pro-
spero Cardinale Colonda, nepote de Martino V, el Cardinale
de S. Marco nepote già de Eugenio 4», el cardinale de Bologna
chiamato m. Felippo fratello di Nicola 5», el Cardinale de Roto-
masensis francioso, un Cardinale nepote de Calisto 3°, che era
vice canceliero; e infra le 18 e 19 ore li se fecero incontro li a
S. P. inprima le Disciplinate e tutti li ordeni de frate e prete
parate, fra li quali quelli de S. P. e de Monte Murcino cantando:
laude e cose divine; dipoi tutti li Dottori bene adornate con li
bavaruoli de vaio, e poi tutti li Camorlenghi con li mantelli de
rosato e poi li Mag. Sig. Priore, pure con li mantelli de rosato.
Li quali apresentaro al Papa tutte le chiave dele porte dela città
e dele pregione (2). E primi insieme con li disciplinati ce venero,
molti garsonetti con le palme de olivo in mano, gridando — viva.

(1) Un'assai breve narrazione della venuta di Pio II in Perugia si ha nella Cro-
naca del Veghi, in Pellini, nei Commentari del pontefice (Lib. II), e ne scrisse-
assai diffusamente il Mariotti (Mem. Stor., pag. 528 a 545).

(2) Il Muratori, sulla scorta dei Commentari di Pio II, scrive che il pont-fice-
fu ricevuto in Perugia con onori immensi. E di vero così narra Pio II il suo in-
gresso in Perugia: — « Inde Tiberi rursus trasmisso, Perusiam profectus est: ubi
honores hi ei sunt exhibiti, qui humano ingenio potuerunt excogitari. Nam quamvis-
aspera saeviret hiems, non tamen aliter adornata civitas fuit, quam si vernum tem-
pus adesset: virere tota urbs: gestire viros, ac mulieres, qui Romanum Pontificem
intuerentur: pendere per omnes urbis vias insignia Pontificis, et lunae aureae non-
dum plenae, ludi militares exhiberi, omnia profusam ostendere laetitiam: cardinales
et universos curiales humane ac benigne tractari ». — Il Sismondi, a buon dritto,
scrive che — Perugia ricevette Pio II come sovrano (Storiu ecc. Cap. LXXVI).
Quanto al tempo, che Pio II dimorò in Perugia, il Muratori non è d'accordo col
Cronista, perché meutre il primo assegna tre settimane, per il Cronista furono soli.
19 giorni, in quanto il Papa arrivò in Perugia il 10 febbraio e ne parti il 19, È ben:
vero, che lo stesso Pio II scrive: — « mansit Perusiae pontifex tribus ebdomadis» — ma:
per giungere al computo di tre settimane occorre comprendere nel soggiorno di Pe-

AE AMIPUPIDRU

e dat estivi
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358 | O. SCALVANTI

Papa Pio — e così li fante provisionate. Dopo li Priori venero li
stendardi e el primo lo portava inanze a cavallo Carlo de Guido
deli Oddi con le insegne del Papa, el Sig. Braccio dei Baglione
pure a cavallo la insegna dela Chiesa con le chiave, e il 39 fu
‘uno armato con lo stendardo con la insegna dela croce bianca
nel campo rosso, e poi 12 cavalli copertati e l'ultimo cavallo
si porta el Corpo de Chripsto con la lenterna, come è usanzza e
con la croce, e poi 4 scudieri inanze a cavallo, e ciaschuno por-
iava un capello roscio in su li bachetti, e poi venia el Papa in
una sedia, la quale era portata dali suoi provisionati, e detta
sedia era tutta adornata de un palio de broccato de oro, e chre-
mosi, g esso era parato ponlificalmente con il piviale e metria in
capo daendo sempre per la via la beneditione e andava sotto il
baldacchino de broccato de oro e chremosi con li drapelloni con
larme dela Chiesa e del Papa, el qual baldacchino era portato
parte dali Priore e parte dali Camorlenghi e parte dali Dottori. E
quando [fu] li in piazza scontro el palazzo dei Sig. Piore (1) fu tolto
e straccato non obstante che era stato bandito 3 volte che non
fosse persona che lo straccasse né toccasse ala pena del capo,
peroch'era determinato per la capella dei Sig. e de San .Be-
rardino. E tutti li cardinale erano a cavallo li appresso a Sua San-
tilà e anco tutti li altri prelati e molti nostri cettadini a cavallo e
a piè, e ala guardia sua erano molti fanti e provisionate, deli
quali ne era conestavole Gio. Pazzaglia, Bartolomeo da laquila e
‘Giovan Francesco da Bagnio, e cosi Sua Sanlità la prima cosa
andó diretto a S. Lorenzzo e visitato che ebbe la Chiesa fo por-
iato nel palazzo de Monsig. Governatore (2), peroché li era stato

TUugia anco i dì che Pio II passò all'Isola Polvese, per poi recarsi a Corsignano, dove
-aveva delle possessioni e a Sarteano, in cui fermossi brevemente a visitare i suoi
«congiunti; per modo che entrò in Siena, anche per il nostro Cronista, il 24 febbraio.

(1) Leggi — il baldacchino —.

(2) Il Fabretti in una Nota alla Cronaca del Graziani (AvcA. Stor. ital. Tomo XVI,
'pag. 634) scrive che nel febbraio 1459 era Governatore in Perugia Giacomo Tebaldi
vescovo Feretano. Ciò è un errore, perché il Tebaldi, oriundo di Collescipoli, fu
fatto vescovo di Montefeltro nel 1450, e nel 1456 creato Cardinale e Governatore di Pe-
rugia con Breve dell'8 novembre di quell'anno (Reg. dei Brevi, f.0 64). Di lui scrive
l'Ughelli che — Sub Caliato III Spoletani ducatus mox Perusiae Praeses fuit (In
Epic. Leop. sive Ferentanis n.o 22). A1 Tebaldi successe nel 1457 Bartoelommeo Vi-
felleschi, vescovo di Corneto, che era tuttora Governatore nel 1459,
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CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 359

adobbato per Sua Santità, e li cardinali ali lor loggamenti, quali
erano ordinate per loro. Et il Vece Canceliere nepote già de
Papa Calisto 3° aloggiò in casa de Baldo de Mateo nel Colle, el
Cardinal Colonda in S. Maria novella, el Cardinale de S. Marco
in S. Francesco, el Cardinale Rotomasensis in S. Agustino, el
Cardinale de Bolognia in casa de m. Benedetto nel Monte. E
per la venuta de Sua Santità foro aperte tutte le pregione e foro
aliberati tutti quelli che cie erano per debito del Comuno, e dela
condanagione pechunarie e dela persona, e quelli per debiti de
special persone senza nisuna cautela o ricolla (1); e perchè detto
Papa venisse fo bandito, che ogni persona podesse praticare e
usare (2), cioié quelli che fossero per debito o per condanagione
pechuniaria per fin che il Papa stava in Perogia, e che non se
possa lener ragione né in palazzo né ali Banchi de le arte.

A adi 2 detto in venerdi el di de S. Maria candeloria el
Papa dette le candele ali Priori e Camerlenghi e ali dottore e altri
celladini nobili nele sale del palazzo li a capo le scale, e poi fu
portato nela loggia e li bugliava le candele al popolo, dove ce era
molta gente e anco le bugliavono li Cardinali (3).

(1) Ricolta, lo abbiamo già osservato, è voce usata in senso di sicurtà. Se ne
vegga altro esempio nella Cronaca a stampa pag. 731 — « Et fu sua ricolta Bavirolo
Fumagiolo ».

(2) Usure é spesso adoperato dal Cronista, e qui singolarmente, per venire e
trattenersi fra le persone, lo che, senza bando speciale, non sarebbe stato permesso
ai condannati per debiti ecc.

(3 Il Siepi vuole che di questo fatto si sia voluta tramandare memoria nella
'Chiesa di S. Bernardino, ove esisteva una tela del Bonfigli (oggi trasferita nella pi-
nacoteca;, nella quale in alto é rappresentato Gesù Cristo con un vessillo, in mezzo a
una gloria di angeli, con S. Bernardino in piedi. — « Nella parte inferiore, aggiunge
4l Siepi, con non riprovabile anacronismo, espresse il pittore,due fatti distinti, cioè
la distribuzione delle candele benedette fatta da Pio II nel 1459, e l'incendio di libri,
armi ecc. eseguito per ordine di S. Bernardino nel 1425. Si veggono nella pittura il
Papa, i Magistrati, vari religiosi e donne con candele accese in mano, alcuni panieri
“con libri, armi e vesti di lutto, ed un putto che appicca il fuoco a varie carte con
un demonio sugli omeri » —. Ora a noi sembra che la narrazione del Siepi sia inte-
Tamenle assurda. Anzitutto il dipinto del Bonfigli è un gonfalone eseguito per la
«Chiesa di S, Bernardino, e perciò la rappresentazione deve essere in stretto rapporto
colle gesta del Santo o col fatto della edificazione della Chiesa. Invece l' insigne pit-
tore vi avrebbe raffigurato un fatto del tutto estraneo, cioè la distribuzione delle can-
dele avvenuta nel 1459, Ciò non é verosimile, tanto più che lo stesso Siepi vorrebbe
che nel medesimo comparto l'artefice avesse rappresentato il fatto della distribuzione
delle candele (a. 1459) e insieme l' abbruciamento degli oggetti di lusso avvenuto per
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SCALVANTI

E adì 4 ditto in domenica el Papa andò e S. Agustino; adî
ditto la domenica de carnovale el Mag. Braccio dei Baglione fece

. fare una bella giostra a selle todesche e a schude tutti con l' arme

sua, e detta giostra se fece in piazza, el premio fo braccia 8 de
velluto cilestro, e li giostratori questi; ;

Ridolfo de Malatesta dei Baglione, fratello de detto Braccio.

Giovagnie de (Baglione).

Justiniano de m. Marco detto el feriere dei Baglioni.

Rusteco de Saracino da Monte Melino.

Lodovico de Antonio de Cencie.

Carletto, camoriero de Braccio dei Baglione, dala Corvara.

Fabritio de Nicolò de Benedetto Barsi.

Cherubino de Brunello deli Scotti.

Mattiolo de Agniol Giovanni de Tantino.

Felice de Oddo del Brancha.

Giovan Battista de Lodovico dei Baglione.

Et el premio fu giudicato e dato a Ridolfo de Malatesta pre-
detto, perché esso avea dato più colpi. E sempre stettero li car-

opera di S. Bernardino nel 1425, senza che tra i due fatti svoltisi a notevole distanza
di tempo si trovi relazione alcuna. Ma in realtà quelli che il Siepi giudica due fatti
non sono che un fatto solo. E per convincersi di ciò, basta riflettere; 1,0 che il sa-
cerdote benedicente é un vescovo, e non già Pio II; e infatti il pittore non gli ha posto.
vicino nessuno dei Cardinali, che lo avevano seguito nel suo viaggio a Perugia;
2.9, che il pittore volendo raffigurare la cerimonia della distribuzione delle candele,
non l'avrebbe tratta dal suo ambiente, cioé la loggia deila piazza di S. Lorenzo, e
avrebbe compreso la sconvenienza di rappresentarla colio sfondo della Chiesa di
S. Bernardino, la cui facciata veniva compiuta due anni dopo; 3.9, che il pubblico in-
tervenuto a quella solenne funzione non riceve le candele, ma sta in atto di of-
frirle; e 4.0, che il putto dal Siepi veduto in atto di appiccare l' incendio a varie carte,
rappresenta un monello, il quale ha già rubato due candele, che tiene nella destra
e una terza che afferra con la sinistra; tanto è vero, che vi si legge questa scritta
— « fura che sarai apeso » — ossia — « ruba, che sarai impiccato » —. Invece di
pensare a tanti anacronismi, incomportabili, specie in un gonfalone, bisogna credere
che la scena rappresenti la benedizione delle candele e altri oggetti (come tele, drappi
ecc ) offerti reil'occasione in cui si consacrava Ja nuova chiesa. Ciò spiega anche la
variazione, che il pittore ha introdotto nella data del cornicione della chiesa, ove si
trova il millesimo 1461, mentre nello stesso fregio riprodotto dal Bonfigli si legge
— Augusta Perusio MCCCCLXiiiij — che è forse l'anno della consacrazione della
chiesa o la data de! dipinto. Del resto, bene esaminato il soggetto, ci pare che quella
radunata di persone si accinga ad una processione, e non mancano infatti né i trom-
betti né il fanciullo, suonatore del ceccoío o tamburello, che noi vediamo in molti
dipinti (come ad es. in una miniatura della nostra pinacoteca) andare innanzi alle
processioni,
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VUA CIERRE CEN Tee

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CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 961

dinali a vedere la ditta giostra. Dapoi el ditto Braccio fece ve-
nire in piazza un Castello de legniame edificato in su le ruote,
qual’ era portato da uno elefante de legname pento e retratto, e
anco cie fece venire un carro in su le ruote, nel qual carro cie
erano canli e suoni de molti stromenti, onde fu bella festa.

Adi 7 ditto che fo il mercordi, primo de quaresima el Papa
andò a S. Francesco del Convento, e detto le cennere (1).

E adi 8 de febraio vene a Perogia el Cardinale de Avignione,
che era francioso e aloggó a S. Antonio.

E adi ditto vene in Perogia al Papa l'ambasciata del Duca
de Savoja, cioié un Vescovo, un abatte, un cavaliere e un conte e
un dottore, e venero molto onoratamente (2).

E adi 9 ditto el Papa dette audienzza publica ali detti Am-
basciatori nela sala desotto al palazzo, dove esso fa residenzza.
Dove che li propose e parlò quel dottore, e expose 3 cose, la
prima come el ditto Duca de Savoja se ralegrava dela dignità e
preminentia e exaltatione nela quale Sua Santità era venuta; la
2a li mandava la obedienzza oferendose venire in persona con
ogni suo sforzzo e possa, e essere con Sua Santità contro il gran
Turco; la 3* e ultima li prepose la possa, dignità e magnificentia
del lor principe Duca de Savoja, onde che avendo il Papa enteso
tutta la proposta di delli Ambasciatori respose de parte in parte
a quanto acadea, e fo tenuta una saggia e prudente resposta, co-
me de omo dotto e de grande oratore, come veramente Sua San-
tità era. .

E a dì ditto vene in Perogia el Mag. Conte Federigo Sig. de
Vrbino con circa 70 cavalli, onde che il papa subito li mandò in con-
tro un deli suoi nepoli e certi Vescovi e protonotari con tutta la
fameglia dela sua corte a ciò esso venisse più onorato e meglio
acompagniato, e subito che ditto sig. de Vrbino gionse, scavalcò li
a piè dela scala del Palazzo, e subito andò dal papa, sensa ni-

(1) Cennere per ceneri. Anche nella pronunzia del contado toscano si avverte
in questa parola il raddoppiamento della #.

(2) Era duca di Savoia Ludovico figlio di Amedeo VIII. Nacque nel 1402 a Gi-
nevra, e nel 1432 si uni in matrimonio con Anna di Lusignano, figlia del re di Cipro,
che fu pel duca un cattivo genio. Mori in Lione nel 1405,
362 O. SCALVANTI

suna dimoranza (1), per la qualcosa fo tenuto che il papa li por-
tasse grande amore, che mai più se intese dire cl’ il Papa così
subito desse audienzza, e poi il delto sig. aloggó in casa de Go-
stanlino de Raniere suo parente.

E a di 8 dillo el nostro Mag. Comuno mandó a presentare
il Sig. de Vrbino de cera, confetti e biada, e fo tenuto un bel
presente. Adi 15 ditto parli da Perogia el ditto Signore.

E adi 11 detto che fo in domenica il papa consegrò S. Do-
menico, dove cantó la messa consagrando la Chiesa nuova (2) con
tutte le cerimonie che la Chiesa à ordinate, le quali cerimonie le
fece m. Jacomo noslro Vescovo, e m. Ranieri da Corgnia Arci-
prete de S. Lorenzzo e un prelato del Papa, e essi for quelli che on-
sero con l'olio santo, ale t deli Apostoli le quali stan pente nele
colonde, e così essi cie rapiccaro le facolette, e il Papa. disse la
messa nelo altare grande dal canto del verso el coro, e voltava
le spalle ala fenestra grande invetriata, peroché in quel luoco non
cie poi dir la messa altre persone che el Papa (3); e il cardinal Co-
londa disse l' episiola, et lo Evangelo el Cardinale vece cancelliero.
E al partire del palazzo quando. el papa vene a S. Domenico e
al tornare sempre li Priore e camorlenghe andaro inanzi al Papa
vestiti de rosato, e tutti li cettadini de qualità vestiti onorevol-
mente, e li cardinali dopo questi venivono tutti a cavallo, con

(1) La premura, colla quale il pontefice Pio II accolse Federico da Montefeltro,
che pure era stato col Piccinino ai danni del Signore di Rimini, si deve al fatto, che,
essendosi conclusa la pace fra il Malatesta e re Ferdinando per opera del Pontefice,
Federico non seguito le parti del conte Jacopo, ma anzi nel vegnente anno 1460 lo
troviamo insieme ad Alessandro Sforza contro il Piccinino.

(2) Non si meravigli il Jettore, che solo nel 1459 si consacrasse la Chiesa di
S. Domenico; perché é ben vero che il primo disegno di essa fu di Giovanni Pisano,
e che si cominciò a costruire nel 1304, ma per varie vicende non fu compiuta che
nel 1458. Questo maestoso tempio si scarico nell'anno 1614 per aver gii operai « fon-
dato gli archi per sostenere il tetto, che avea bisogno di restauri, nei diametri della
volta, che era a terzo acuto, e la forzarono a balzare in aria (Cronica citata dal Boa-
rini nel libro — Descrizione storica della Chiesa di S. Domenico, Perugia 1778) ».
Questa espressione — 4 terzo acuto — riferita a un' opera disegnata nel secolo XIII,
‘avuto riguardo alla evoluzione, che ci condusse dall'arco @ tutto sesto a quello
proprio dei secoli XIV e XV, ci sembra per avventura più esatta dell'espressione
— a sesto acuto —. Ma di ciò lasciamo il giudizio agl' intendenti dell' arte.

(3) Vuolsi che Pio II, trovandosi in S. Domenico per la consecrazione della
Chiesa, ordinasse la chiusura della gran finestra dietro all’altare maggiore « opere
. vitreo artificio et textura texellata » il che vuol dire, con vetri colorati a mosaico,
(CAMPANO, Vita Pii II, SiepI, Descrizione di Perugia, Vol. II, pag. 510).

TERE RUIZ PIT RU ET ERRATI

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CRONACA PERUGINA INEDITA, ECC. 363

tutti li protonotari e vescovi e arcevescovi e allri prelati, e il
papa è portato in una sedia adornata con un palio de broccato
d'oro, nela quale stava a sedere pontificalmente parato, con la
metria in capo.

Et in questi dì ce fu tanta la moltitudine de gente fra cetta-
dini e forastieri che non se poderia diro nè numerare. Da poi
gionto che.fo el Papa in Palazzo, dove esso abitava se fece por-

‘tare nela loggia quasi in capo verso la porta de S. Lorenzzo,

dove lì era parato de tappiti e paramenti lo parapetto de essa
loggia, e lì el Papa se levò in piede, e lì erano li Cardinali e
altri prelati e nostre celtadini de qualiià, onde che il Cardinale
de S. Marco tolse un libro, e poi lo aperse denante al Papa, il
quale Papa disse certe oratione, e poi dette la beneditione a tutto
il popolo, che stava lì nella loggia e poi ale gente che stavono
in piazza e ale fenestre, e poi comise al ditto Cardinale de S.
Marco che esso dicesse al popolo la indulgentia che esso Papa
concedeva a quelle persone che erano state a quella messa e
offilio, e l'indulgentia che esso Papa concedea ala Chiesa de
S. Domenico per la ditta consegratione de essa Chiesa. E disse
in questo modo cioiè:

La indulgenzza che Papa Pio à concesso a questo nostro Co-
muno magiore aciò noi ce possiamo recordare de Sua Santità,
che qualunque persona fosse stata al ditto dì ala ditta sua messa,
overo ch'avesse auto intentione de esserci e non avesse podulo,
e a quelle persone omeni e donne che alora erano in piazza,
overo che avessero auto intentione de esserci avea la indulgentia
plenaria, e cioié tutta quella autorilà che esso à cie concede, come
al Santo. Giubileo cioié a tutte quelle persone che saranno con-
fesse e contrite durante el detto perdono ala ditta Chiesa de S.
Domenico, quale se pone per 8 di proximi e che in ciaschuno
anno per in sempeterna secula in tal di cioié la prima domenica de
quaresima concede X anni e X quarantorie de indulgentia, e che
ogni persona dovesse pregare iddio che conceda gralia a esso
papa, che li dia potenzza e prosperità ala destrutione del gran
turco e suoi seguace e inimici dela fede de Chripsto, e fo gridato,.
viva Papa Pio (1).

(1) Di questa indulgenza è memoria in una iscrizione, che si legge in S. Do-
menico a sinistra dell’ ingresso della crociata — « Pius II Pont, Max. hoc templum
364 O. SCALVANTI

E a di 13 de febraio vene in questa nostra città per. visitare
«el Papa el nobile omo Semonetto de . . . . . (1) condultiere
dele gente de arme deli fiorentini e è suocero de Ridolfo de Ma-
latesta dei Baglione, e vene molto bene acompagnialo, e Braccio
‘con molti altri li andaro incontro e aloggiò in casa de Bracc