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AUNNNOS X VEO. FascicoLo I.

BOLLETTINO.
DELLA REGIA DEPUTAZIONE

STORIA PATRIA

. PER L'UMBRIA

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VOLUME XV.

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DION. D' ALICARN. Ant. Rom. I,

PERUGIA
UNIONE TIPOGRAFICA COOPERATIVA
(PALAZZO PROVINCIALE)

1909
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RUE DECENTA: DEPUTAZIONE

ADUNANZA DI CONSIGLIO
tenuta in Foligno il di 21 settembre 1908

in una sala del Palazzo Comunale gentilmente concessa

Presenti i soci ordinari:

ANSIDEI conte dott. cav. VINCENZO, Vice- Presidente — SORDINI
cav. Giuseppa — BeLLUCCI comm. prof. GIUSEPPE — CAMPELLO DELLA
Spina conte PaoLo — LANZI prof. cav. Luigi — FALOCI- PULIGNANI
mons. MiCcHELE — "TrBERI prof. LeoPoLDO -- DEGLI Azzi VITELLESCHI
dott. cav. GiusTINIANO — TOMMASINI - MATTIUCCI cav. prof. PrgTRO —
BLASI prof. ANGELO — TENNERONI prof. cav. ANNIBALE — SCALVANTI
prof. cav. Oscam, Segretario.

Nell’ assenza del comm. Magherini- Graziani assume la
presidenza il conte cav. Vincenzo Ansidei, il quale comunica
alcune lettere e telegrammi dei soci ordinari comm. Luigi
Fumi, prof. Enrico Filippini, cav. Leto Alessandri, prof. cav.
Cuturi e prof. A. Bellucci, i quali si seusano di non esser
potuti intervenire.

Il Segretario dà lettura dei verbali delle precedenti adu-
nanze del 1907, che sono approvati.

Essendo intervenuto a questo punto l' illustrissimo sig.
avv. G. A. Pierani, sindaco di Foligno, egli rivolge agli
adunati il più cordiale e riverente saluto in nome della cittadi-
nanza, augurandosi che l'odierno Congresso, al pari di quello
. tenutosi nella medesima città nel 1904, rechi copiosi frutti alla
cultura della storia umbra. Invita quindi la R. Deputazione w^,

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a voler visitare lo storico palazzo Trinci, giacchè egli ame-
rebbe trovare negli eruditi personaggi che la compongono,
un valido aiuto presso il Governo affinché Sieno decisi ed
affrettati i restauri indispensabili a quell’ insigne monumento.

Il Vice-Presidente Ansidei, facendosi interprete dei sen-
timenti di tutto il Consiglio, ringrazia vivamente il Sindaco
delle gentili accoglienze fatte ai soci della R. Deputazione.
E poiché il Sindaco accennava all'influenza morale che 1'I-
stituto esercita nelle città, ove si reca a tenere le sue an-
nuali assemblee, il Vice-Presidente alla sua volta rileva,
che la R. Deputazione é ben lieta di sperimentare anche
in quest'anno la cortese ospitalità di Foligno, terra di studio
e. d'arte, come hanno ben dimostrato anche le recenti feste
per il centenario dell'architetto Piermarini, gloria cospicua
della città e dell'arte italiana.

All’invito poi di recarsi al palazzo Trinci dichiara, a
nome della R. Deputazione, di esser ben lieto di concorrere
ad un’opera di giustizia, qual è la conservazione di quel pa-
lagio, ove si raccolgono tante memorie storiche, e dove an-
cora rimangono così pregievoli lavori di artisti umbri. Se la
R. Deputazione potrà col suo patrocinio facilitare il con-
seguimento del fine nobile ed alto, essa terrà di questo suo
atto il più prezioso ricordo.

Ritiratosi il Sindaco, il Vice-Presidente conte Vincenzo
Ansidei riferisce intorno alle Comunicazioni della Presidenza :

1 — Egli dà notizia agli adunati colleghi di quanto
la R. Deputazione ha fatto per concorrere colla Società ro-
mana di Storia Patria, che ne ha presa l' iniziativa, all'opera
tante volte invocata nel seno della R. Deputazione (e a cui
particolarmente intesero i soci Campello della Spina e Giu-
seppe Sordini) di ottenere dal governo opportuni provvedi-
menti, che vietino ai Comuni il continuo cambiamento nei
nomi delle vie e piazze, i quali abbiano un valore storico
o servano alle ricerche topografiche cosi utili nello studio
della storia. |
VII

A questo scopo la R. Deputazione ebbe una corrispon-
denza col Ministro della P. I. che diede un serio affidamento
di provvedere mediante legge, il che resulta da un'Officiale
ministeriale, di cui vien data lettura. La R. Deputazione fece
poi per mezzo de’ suoi soci ordinari le necessarie indagini
sui cambiamenti nei nomi delle vie introdotti nelle varie
città dell’ Umbria, per comunicarle alla Società romana di
Storia ‘Patria. Lo che fu fatto.

2.° — Comunica quindi, che anche in quest'anno il Mi-
nistro della P. I. ha concesso alla R. Deputazione un sussi-
dio straordinario di lire 300, affinchè essa possa mettersi in
grado di intraprendere la pubblicazione dei Z'onti storici, al-
cuni dei quali sono già pronti per la stampa. Il Vice-Presi-
dente conte Ansidei fa poi notare che la lettera del Ministro,
colla quale si annunzia la concessione del sussidio straordi-
nario, lascia nutrire la speranza dell aumento del sussidio
ordinario. E ciò sarebbe conforme a equità, risultando che
altri consimili Istituti godono di assegni governativi ordinari
maggiori di quelli, che furono concessi alla R. Deputazione
dell’ Umbria.

La R. Deputazione incarica la Presidenza di esprimere
a S. E. il Ministro della P. I. e a S. E. Ciuffelli i sensi della
più viva gratitudine per l’ interessamento dimostrato a fa-
vore dell'Istituto. ——

3. — Si comunica poi che furono fatte vive premure
ai soci ordinari di intervenire alle adunanze. È indispensa-
bile infatti che i soci ordinari o colla loro collaborazione nel
Bollettino, o col disimpegnare altri uffici nel seno della De-
putazione, o coll’ intervenire assidui alle consiliari adunanze
portino il loro efficace contributo alla vita ed all'incremento
dell’ Istituzione. È lieto di vedere che molti soci sono oggi
convenuti, ed altri hanno giustificato la loro assenza. Quanto
al. socio ordinario Francesco Guardabassi, il Vice-Presidente
è dolentissimo di doverne scusare l'assenza dovuta a grave
e recente lutto: domestico, avendo egli perduto la dolce com- w^.

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VIII

pagna della vita. Propone che la R. Deputazione esprima
all’egregio collega le sue vive condoglianze per la sventura
che lo ha colpito. La R. Deputazione approva.

4.° — Riferisce intorno alle pratiche fatte dall'Ufficio
di Presidenza, a nome e per mandato del Consiglio che
glie ne dava incarico nell'adunanza del 1907, colla Società
che ha intrapreso la ristampa dei Rerum italicarum scriptores
di Lodovico Antonio Muratori.

Come è noto, la R. Deputazione credette opportuno ac-

quistare quest'opera preziosa a vantaggio de’ suoi soci, ma
si ritenne di poter ottenere un ribasso nel prezzo dei fasci-
coli arretrati, che fu concesso nella misura del 50 per cento.
Gli altri fascicoli saranno pagati al prezzo di abbonamento
e cioè con lire 5 ciascuno. La Deputazione approva.
5. — Il Vice-Presidente comunica, che là Presidenza
ha voluto porsi in grado di decidere se convenisse o no ac-
quistare uno statuto sul Danno dato, che è stato rinvenuto
a Foligno, e che sembra di qualche interesse. Il socio Scal-
vanti è di avviso che quel documento presenti dal punto di
vista giuridico un’ importanza notevole. Altri osservano però
che questo non basta per impegnare la R. Deputazione in
una spesa, foss anche molto tenue, e si delibera quindi di
non acquistarlo.

6.° — Il conte Ansidei poi, dopo aver comunicato che

il cav. Leto Alessandri ottenne la nomina regia a socio or-

dinario, sulla designazione fattane dal Consiglio nel 1907,
crede opportuno interpellare gli adunati sopra una proposta
che lo stesso socio Alessandri ha fatto della pubblicazione
di un Cod. prezioso dell’ Archivio assisano. Egli ha spiegato
con lettera, che questo Cod. di num. 337 carte contiene quattro
inventari, ma siccome appariscono assai uniformi, egli ha
creduto in principio di poter pubblicare solo i due primi. In

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seguito però si è convinto che sarebbe miglior partito pub-

blicarli tutti. Il Vice-Presidente Ansidei osserva che la pub-
blicazione integrale riuscirebbe un lavoro di soverchio volu-
IX

minoso, e quindi bisognerebbe, secondo lui, tornare al pri-
mitivo disegno, pubblicando solo i primi due colle necessarie
varianti, che resultassero dal confronto cogli altri inventari
successivi.

Il socio Faloci Pulignani rileva che meglio converrebbe
inserire cotesti inventari tra le Pubblicazioni degli studi fran-
cescami. Il socio Tenneroni propone che si rivolgano al ca-
valier Alessandri premure, affinchè voglia curare la stampa
di quel Cod. inserendolo in qualche altra Rivista, oppure che
su ciò si lasci arbitra la Direzione del Bollettino.

Ansidei è d'avviso anch’ egli che si debba lasciare alla
Direzione stessa la più ampia libertà di decidere, ma non è
tolto alla R. Deputazione di emettere il voto per l’ inser-
zione di quei documenti in una Raccolta diversa dal nostro
Bollettino. Ad ogni modo non gli sembra che quegl’ inventari
possano mai essere collocati nella serie dei Fonti storici.

La R. Deputazione delibera nel senso della proposta
Tenneroni-Ansidei. >

Esaurite queste comunicazioni, il Vice Presidente dà in-
carico al Segretario di esporre i resultati del conto consun-
tivo per l’anno 1907. i

1.° — Vien data lettura della Relazione dell'Ufficio, e
quindi di quella dei Revisori Blasi prof. Angelo e Degli
Azzi Vitelleschi dott. cav. Giustiniano. Da esse apparisce che
la situazione finanziaria si è chiusa con assai soddisfacenti
resultati. E quindi la R. Deputazione approva il conto con-
suntivo 1907 nei resultati esposti dal Segretario-Economo.

2." — Circa la proposta di assegnare un compenso
pecuniario ai collaboratori del Bollettino, approvata in mas-
sima nell'adunanza. del 1907, il conte Ansidei espone, che
l'Uffieio di Presidenza, dopo aver preso esatta cognizione
delle condizioni del bilancio, e dopo aver fatto i calcoli ne-.
cessari circa la spesa, cui si andrebbe incontro, ritiene
non possa per ora affrontarsi questa riforma, sebbene essa
Si presenti sotto molti punti di vista opportuna. Egli riter- X

rebbe che a compensare i soci della loro opera preziosa a
favore del Bollettino potesse bastare l'aumento nel numero
degli estratti, che loro si danno. È vero che la R. Deputa-
Zione ha una tenue somma accumulata coi risparmi delle

sue gestioni annuali,

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ma é noto che questa somma deve es-

sere impiegata nella pubblicazione dei Fonti storici, e non
si potrebbe quindi assegnarla ai soci per il compenso di

eui si parla.

Bisognerebbe dunque che tale compenso potesse esser
dato sugli avanzi annuali, i quali però non eccedendo quasi
mai in media la cifra di 600 lire non sembrano sufficienti

allo scopo.

Il socio Degli Azzi è di opinione, che l'attuazione di que-
sto progetto debba essere rimandata ad altro tempo, a quando
cioè le condizioni finanziarie dell’ Istituto permettano di as-
segnare il compenso sugli avanzi delle gestioni annuali; e
che questi non vengano totalmente esauriti, dovendone re-
stare una parte sempre disponibile per la grave spesa della
pubblicazione dei Fonti storici.

Il socio Tenneroni è d’avviso che sia urgente assegnare
cotesti tenui compensi, perchè ciò assicura la collaborazione
al Bollettino, e può legittimare una maggiore severità nella
scelta dei manoscritti da pubblicarsi. E poichè qualche socio
domanda che si eseguisca senz'altro la deliberazione adot-
tata nel decorso anno, il Vice-Presidente fa osservare, che
nel 1907 fu approvata la massima, che rimane nella sua in-
tegrità, mentre oggi la R. Deputazione è chiamata a deci-
dere, se, viste le resultanze del bilancio, essa debba. essere
senza indugio eseguita. Ora se le condizioni del bilancio non
permettono, secondo lui, la immediata applicazione di quella
massima, tutto fa ritenere che in breve essa possa ricevere
la sua piena esecuzione.

Tenneroni esprime il suo convincimento, che la R. De-
putazione possa senz'altro rinviare tale applicazione al ven-

turo anno. Il segretario Scalvanti dichiara, che sarebbe fa-
XI

vorevole alla proposta del socio Tenneroni, se non dovesse
riflettere che nel venturo anno 1909 la R. Deputazione si
| troverà esposta ad una spesa straordinaria di qualche rile-
vanza, e cioè al pagamento dei volumi arretrati dei Rerum
italicarum scriptores, lo che importerà una spesa di alcune cen-
tinaia di lire, le quali non potranno non influire sulla situa-
zione finanziaria dell’esercizio di quell’anno.

Il socio Blasi è di parere che bisogni distinguere le pub-
blicazioni ordinarie, come il Bollettino, da quelle straordinarie,
che sono le Fonti. Ora gli sembra che per queste seconde
sia veramente dovuta una retribuzione agli autori, che vi
spenderanno l’opera loro. Quanto alle prime si assegnerà il
compenso tutte le volte che lo permetteranno le risorse del
bilancio. Ritiene quindi, che mentre per fronteggiare la spesa
della pubblicazione dei Fonti converrà procedere anche alla
distrazione del piccolo capitale, che la R. Deputazione pos-
siede, ciò non può farsi assolutamente per la stampa del
Bollettino, alla quale debbono essere sufficienti le entrate or-
dinarie dell'Istituto.

Il conte Ansidei é dell'opinione del socio Blasi, e quindi
non vorrebbe si adottasse un impegno tassativo, ma che si
assegnasse il compenso a seconda delle disponibilità di cia-
scun esercizio e quindi a consuntivo approvato. |

Il socio Bellucci crede che si debba stanziare in bilancio
una somma non inferiore a lire 600 per concorrere alla stampa
dei Fonti Storici. Ma l'Ansidei fa osservare, che con cotesta
nuova spesa tabellata in bilancio, è estremamente difficile
che nell’esercizio annuale si verifichino avanzi, i quali per-
mettano di conferire agli autori un compenso per la loro
collaborazione nel Bollettino. Il prof. Tiberi è d’accordo col
prof. Bellucci per stabilire e fissare una somma pei Fonti
Storici) ma vorrebbe se ne stabilisse una anche per i com-.
pensi ai collaboratori. Solo si domanda, se sarà possibile sod-
disfare all'uno ed all'altro scopo, o ad uno soltanto, ed in
questo caso quale dei due debba esser preferito. Certo an-
XII

ch'egli è di parere che occorra aver di mira la spesa rag-
guardevole dei Fonti storici, la cui pubblicazione è per T'Isti-
tuto un impegno indeclinabile. Si è visto infatti, che appunto
a questo scopo la R. Deputazione ha potuto ottenere dal
Ministero della P. I. dei sussidi straordinari, e si può anche
fondatamente sperare che sia per accrescersi il contributo
ordinario.

Propone quindi che la R. Deputazione deliberi: di regi-
strare nel bilancio 1909 la spesa di lire 600 per i Fonti sto-
rici, la quale verrà di anno in anno accumulata fino al suo
impiego nella pubblicazione di essi.

Quanto al compenso, il socio Tiberi è di parere, che si
affidi al Consiglio di Presidenza l esame della situazione fi-
nanziaria di ciascun anno per vedere se essa consenta di
distribuire fra i collaboratori del Bollettino un equo compenso
ed in quale misura. E dove ci sia la certezza di non scuo-
tere il bilancio si provveda pure a tale assegno. Propone
quindi che anche pel 1909 la Presidenza abbia il compito di
proporre il compenso, di cui sopra é parola, nella misura
che crederà opportuna.

Il socio Bellucci preferirebbe che si soprassedesse per
un altro anno anche a questa proposta. Di tale opinione è
pure il Vice-Presidente Ansidei.

Il Segretario Scalvanti esprime l'avviso che 1 Ufficio di
Presidenza, pur soprassedendosi anche nel 1909 alla proposta
di una distribuzione dei compensi ai collaboratori del Bollet-
tino, potrà sempre studiare l'argomento, e presentare nel
venturo anno qualche proposta concreta al voto del Consiglio.

La proposta di stanziare sul bilancio preventivo 1909 la
somma di lire 600 per la stampa dei Fonti e di soprassedere
intorno al compenso da assegnarsi ai collaboratori del Bol-

lettino, è approvata.

Dopo di che resta approvato il bilancio preventivo per
l’anno suddetto.

3.° — Avendo il prof. Blasi dichiarato che, anche se
XIII

rieletto egli non avrebbe accettato di continuare a tener l'uf-
fieio di Revisore dei conti, stimando opportuno, che ad esso
sia destinato qualche altro collega, la R. Deputazione no-
mina a revisori del conto consuntivo 1908 i soci Tiberi prof.
Leopoldo e Degli Azzi dott. Giustiniano.

4. — Avendo, per il decorso del triennio, cessato dal-
l'ufficio il Presidente, il Vice-Presidente ed il Segretario, at-
tualmente in carica, si procede alla votazione a schede se-
grete per la rielezione di questi uffici. E riescono confermati
il comm. Magherini- Graziani a Presidente, il conte Vincenzo
Ansidei a Vice- Presidente e il prof. Oscar Scalvanti a Se-
gretario. 5

Interviene il comm. Giovanni Magherini-Graziani, il
quale ringrazia i colleghi della prova di fiducia e di bene-
volenza che vollero dargli confermandolo nell'ufficio di Pre-
sidente della R. Deputazione.

Dopo di che assume la presidenza invitando il Consiglio
a discutere intorno ai provvedimenti relativi alla Direzione
del Bollettino. :

5." — Il Segretario Scalvanti espone, che per il normale
andamento della pubblicazione periodica occorre, che oltre il
Direttore vi sia una persona, la quale provveda ad eseguire
gli ordini e i suggerimenti di lui. Questa persona non può
essere il Segretario, il quale già deve attendere a svariate
funzioni. Perció crede, che possa essere utile affidare ad un
socio, che abbia le qualità necessarie, l' incarico di coadiuvare
il Direttore. Si intende che a lui non spetterebbe di giudi-
care intorno ai lavori, che vengono presentati per la inser-
zione nel Bollettino, poichè a ciò provvede il Direttore e la
Commissione eletta dalla R. Deputazione. Anche il Degli
Azzi conviene che un Aiuto alla Direzione debba esser dato,
e che ad esso abbia da assegnarsi un tenue compenso. Così
‘quando alla Segreteria giungono i manoscritti l’ufficio dovrà
farli pervenire al Direttore, il quale alla sua volta, dopo
averli esaminati, li rimetterà al socio incaricato della esecu-
p

XIV

zione materiale delle prescrizioni da esso impartite. Per-
ciò il Degli Azzi riterrebbe che questo socio potesse es-
sere designato dalla Direzione stessa senza l'intervento del
Consiglio, scegliendolo anche tra i soci non ordinari. In que-
sta ultima condizione il socio Tenneroni non consente; ma
il Degli Azzi insiste nel far rilevare, che, avuto riguardo ai
necessari e continui rapporti fra quelle due persone, è me-
stieri riconoscere nel Direttore il diritto di scegliere la per-
sona di sua esclusiva fiducia. Il socio Blasi osserva alla sua
volta che la direzione del Bollettino deve essere alquanto
discentrata; ma il Tiberi fa notare, che l'accentramento non
può nuocere dal momento che in possibili dibattiti fra il Di-
rettore e gli autori, vi è sempre un giudice inappellabile nella
R. Deputazione. Ritiene quindi che la Direzione debba essere
unica. L/ Ansidei aggiunge che la persona del Direttore non
esclude la Commissione, la quale può sempre essere dal Diret-
tore consultata, e quindi chi si credesse leso dalle decisioni
del Direttore può richiamarsene alla Commissione stessa
per averne il parere.

Si assenta il socio conte Campello.

Il conte Ansidei prosegue dicendo, che il Consiglio ha
più volte dovuto riconoscere che la Commissione, la. quale
resulta composta di persone abitanti in luoghi diversi, diffi-
cilmente può funzionare tranne quando venga richiamata
a dare il suo avviso in casi speciali. Sembrà quindi inidonea
a concorrere al normale andamento delle pubblicazioni, e

perciò bisogna accettare il miglior partito, quello cioè della

direzione unica. A questo si è venuti per necessità di cose.
Infatti lo Statuto non parla dell’ ufficio di Direttore, ma di
una Commissione, a capo della quale sta il Presidente della
R. Deputazione. Però in pratica si è dovuto ammettere che
appunto uno dei Commissari assumesse la Direzione del Bol-
lettino. E così la R. Deputazione ha proceduto per molti anni,
nè vi sarebbe stato luogo a discutere nuovamente di ciò, se
l'illustre comm. Fumi, trasferito a Milano, non avesse dichia-

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XV

rato più volte di volere essere esonerato dalla Direzione del
Bollettino a causa delle sue soverchie occupazioni come ar-
chivista di Stato. Per le sollecite preghiere di tutta la De-
putazione egli ha consentito di continuare a dirigere le nostre
pubblicazioni, ma appunto per questo si deve far di tutto
per rendere a lui meno gravoso l’incarico. In tal guisa la
R. Deputazione potrebbe ottenere che il comm. Fumi conti-
nuasse a dare alla nostra importante pubblicazione tutta
l’opera sua preziosa.

Il prof. Tiberi, persuaso al pari di tutti gli altri colleghi
della necessità di conservare il comm. Fumi alla direzione
del Bollettino, è di parere che si debba concretare una pro-
posta per giungere al resultato, che egli, valendosi di per-
sona di sua fiducia, trovi meno gravoso l’ ufficio che si è
assunto per aderire al voto unanime dei colleghi.

Scalvanti osserva, che la Regia Deputazione ha ormai

‘espresso il convincimento, che la Direzione debba essere u-

nica, e che al Direttore sia data facoltà di scegliersi un
Aiuto, col quale possa continuamente corrispondere. Rimane
che l Ufficio di presidenza significhi quanto sopra al com-
mendatore Fumi, poichè a lui solo spetta decidere.
6.° — Ansidei riferisce sulle pratiche fatte dall’ Ufficio

di presidenza col prof. Sella e coll’ Istituto storico italiano
intorno alla pubblicazione dell’ antico Statuto perugino del
1279 nella « Raccolta generale degli Statuti italiani ».

A questo punto la seduta è tolta per essere continuata
domani.

IL PRESIDENTE

G. MAGHERINI- GRAZIANI.

Il Segretario
O. SCALVANTI.
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XVI

ADUNANZA DI CONSIGLIO
del di 22 Settembre 1908

Presenti i soci ordinari:

MAGHERINI - GRAZIANI, Presidente — ANnSIDBI, Vice - Presidente —
| TENNERONI — SoRDINI — Bras: — TIBERT — LANZI — TOMMASINI-MAT-
TIUCCI — BELLUCCI G. e SCALVANTI Segretario.

Si continua la discussione intorno alla stampa dello Sta-
tuto perugino del 1279. Ansidei dice, che certo sarebbe stato
convenientissimo che la R. Deputazione avesse, a sue spese,
dato in luce un così importante documento; ma d’altra parte
è chiaro, che, se anche la R. Deputazione affrontasse la spesa
non lieve di quella pubblicazione, il prof. Sella inserirebbe
egualmente lo Statuto nella sua Raccolta generale.

Il Segretario dà lettura delle pratiche corse tra la R. De-
putazione e l’Istituto Storico Italiano, dalle quali apparisce
che tutte le garanzie richieste dalla R. Deputazione per la
stampa dello Statuto nella Raccolta generale non erano state
esplicitamente consentite. Perciò la R. Deputazione conferma
alla Presidenza l’incarico di continuare le trattative cogli
Editori della raccolta per ottenere che la pubblicazione vada
sotto il nome della R. Deputazione e che sia vigilata e com-
pletata, se è mestieri, coi Documenta adjecta, dalla persona,
cui la R. Deputazione ha dato incarico da tempo di curare
la stampa di quel Codice prezioso.

Il Tenneroni coglie l'occasione per parlare del Kegestum
in gran parte preparato dal conte Ansidei, e desidererebbe
se ne iniziasse senza altro indugio la stampa. -

1. — Vengono proposti i soci seguenti delle varie Ca-
tegorie.

Soci onorari:

Manzi cav. DEMETRIO, Archivista di Stato,
XVII
Soci aggregati:

Manro BENEDETTI, Spello — Can. ALESSANDRO ALFIERI, Nocera
Umbra — Prof. RAFFAELLO ZaMPA, Gubbio — Contessa IDA TANFANI
in BrANCHINI, Terni — Prof. GrovANNI CoLAsANTI, Terni — LAMBERTO
RossETTI, Terni — PIERANI cav. avv. G10vAN ANTONIO, Foligno — Conte
ErcoLE ORFINI, Foligno — Dott. FiLIPPO AccorIMBONI, Foligno —
Avv. FERNANDO MANCINI, Foligno — Avv. Francesco MANESCHI, Foli-
gno — Ing. EucENIo TRAMPETTI, Foligno -- Conte ANTONIO GENTILI-
SPINOLA, Foligno — Prof.* PENELOPE SoRBI, Foligno — Avv. GIUSEPPE
TRABALZA, Bevagna — Don FiniPPO ANGELI, Bevagna.

8." -— La R. Deputazione delibera che si mandi ai soci
della R. Deputazione una circolare per avvertirli, che le Co-
municazioni da farsi alle assemblee annuali debbono essere
inviate alla Segreteria della R. Deputazione in Perugia non
più tardi del 30 agosto; che debbono essere redatte in modo
da potersi, se la R. Deputazione lo crede opportuno, inserire
integralmente nel Bollettino, e che ad esse sia unita copia
dei documenti relativi. Le comunicazioni poi dovranno es-
sere svolte all' assemblea in un tempo non maggiore di 15
minuti. La R. Deputazione prende quindi in esame le Co-
municazioni, che dovranno essere fatte all’ adunanza gene-
rale di questo anno.

Il Presidente comunica che gli sono pervenute tardiva-
mente le schede in busta chiusa inviate dai soci ordinari
Fumi e Filippini per l' elezione dell’ ufficio di Presidenza, e
delle quali perciò non si può tener conto.

9.° — Essendo stata proposta per la pubblicazione nel
Bollettino una serie di documenti riguardanti la Storia Umbra
dei secoli XVII e XVIII, il Presidente domanda agli adunati
se ritengono opportuno di accoglierla. Il Degli Azzi mani-
festa l'avviso che non si debbano fare soverchie restrizioni
nell'accettare i documenti e i manoscritti che si presentano
per la pubblicazione periodica del Bollettino. Egli non vor-
rebbe che si limitasse l' epoca al secolo XVI, e che si acco-
gliessero anche gli scritti riferentisi ai secoli successivi. Il

:9

5
XVIII

socio Sordini è dello stesso avviso, e dimostra con esempi
come non si debba fissare rigidamente un’ epoca, al di là
della quale non sia possibile accettare mss. per la pubblica-
zione del Bollettino.

La R. Deputazione approva, che in genere si possano

accogliere anche i documenti relativi ai secoli XVII e XVIII

quando abbiano carattere di documenti fondamentali ; e, nel
caso speciale, approva che si inserisca nel Bollettino la
narrazione documentata del can. Alfieri di Nocera Umbra,
avente per soggetto il passaggio delle milizie straniere nel.
l'Umbria nell’anno 1705.

Gli adunati, prima di separarsi, inviano al comm. Fumi,
che con cortese telegramma si era scusato di non potere
intervenire all’ assemblea di Foligno, la seguente risposta :

Comm. Luigi Fumi
Milano.

« R. Deputazione grata dei cordiali saluti che V. S. si è
compiaciuta dirigerle, invia al suo socio illustre e beneme-
rito i sensi della più viva riconoscenza ».

IL PRESIDENTE
MAGHERINI - GRAZIANI.

È data quindi lettura dei telegrammi spediti a S. E. il
Ministro Rava e S. E. Ciuffelli Sotto-segretario di Stato per
porger loro i più vivi ringraziamenti in ordine al concesso
sussidio straordinario e per rispondere ai telegrammi delle
LL. EE., coi quali salutavano il Congresso della R. depu-
tazione.

Dopo di che la seduta è sciolta.

IL PRESIDENTE
G. MAGHERINI- GRAZIANI.

Il Segretario
O. SCALVANTI. (pe _B-

XIX
ASSEMBLEA GENERALE
del 22 Settembre 1908 a ore 10 ant. a Foligno
nella Sala del Consiglio Comunale gentilmente concessa
Presenti i soci:

MAGHERINI- GRAZIANI, Presidente — AnsipeI V., Vice-Presidente —

SORDINI G. — Lanzi L. — DegGLI Azzi G. — TriseBi L. — FRENFA-
NELLI - Cibo — BLasi — TENNERONI — FALOCI- PULIGNANI — TOMMA-
SINI - MATTIUCCI — CASAMICHELA — PERALI — VERGA — GERALDINI
— ToNETTI — CRISTOFANI — TILLI — ANTONELLI — CeccHINI — Mo-
RETTINI — TRABALZA — BeLLUCCI G. — BoccoLINI — PONTANI — AISA

— BELFORTI — SCALVANTI Segretario, ecc.

Presiede il comm. Giovanni Magherini - Graziani, Pre-
sidente.

Il Segretario dà quindi lettura del seguente telegramma
pervenuto alla Segreteria della R. Deputazione dal Ministro
della P. I. on. Rava:

« Grazie cortese invito. Un alto e gradito dovere mi ha
chiamato a Faenza. Auguro feconda opera del Congresso
per cotesta regione così ricca di gloriose memorie storiche
ed artistiche ».

« IL MINISTRO — RAVA ».

Dal Sotto-segretario di Stato alla P. I. veniva pure in-

viato il seguente dispaccio: * -

« Prof. Oscar Scalvanti
« Segretario della R. Deputazione Umbra di Storia Patria

« Perugia.

« Dolente che gravi indeclinabili impegni mi impedi-
scano intervenire alle sedute del prossimo Congresso, pre-
gola porgere in mio nome saluti cordiali ai colleghi della
R. Deputazione assicurandoli del mio vivo interessamento ai
loro lavori. Ossequi ».

« CIUFFELLI ».
| -— ^n A T Ste da 1
L4 «€ s. Lv pi LX EGRE E 2 í(]9 T

XX

Anche S. E. lon. Pompilj, Sotto-segretario agli Esteri
Si scusava di non potere intervenire all'Assemblea per ra-
gioni di ufficio, dichiarando che egli seguirà con amorevole
attenzione i dotti lavori del Congresso, ed augurando che la
Deputazione conservi sempre la sua prosperità e ne acquisti
anche maggiore a vantaggio dei buoni studi.

Telegrafava pure l' on. comm. Cesare Fani, deputato al
Parlamento, e scusavano la loro assenza il comm. Prefetto
della Provincia, il Presidente della Deputazione Provinciale
dell Umbria delegando il cav. Antonio Sorbi a rappresen-
tarlo; il comm. Luigi Fumi, il conte comm. Rodolfo Pucci-
Boncambi, il cav. prof. Torquato Cuturi, Paul Sabatier, il
socio Perini, il prof. Del Vecchio, il cav. prof. Leto Ales-
sandri, il dott. Angelo Fani, il dott. Francesco Briganti, il
prof. Alessandro Bellucci, don Placido Lugano e Beniamino
Cenci.

Sono intervenuti il Sindaco avv. Pierani, l'avv. Antonio
Sorbi rappresentante del Presidente della Deputazione Pro-
vinciale dell’ Umbria, il Comandante del Presidio militare,
il Sotto-Prefetto, l'on. Fazi deputato al Parlamento ecc.

Prende la parola il Sindaco di Foligno per porgere il
saluto della città ai soci della R. Deputazione Umbra di
Storia Patria, e pronunzia il seguente discorso:

Signore e Signori,

Se mai ebbi occasione di compiacermi dell' ufficio,
a cui mi chiamò la fiducia dei miei concittadini, la più
ambita è questa, in cui m’è dato di porgere, a. nome
della mia città, il saluto augurale a un consesso di per-
sone egregie, che dedicano la loro dottrina e l’ inge-
gno a illustrare con acuti e geniali studi i fatti e le
cose memorabili della nostra terra.

E debbo manifestare al sig. Presidente e all' intero
Consiglio della Deputazione di Storia Patria tutta la

di, È m.
+ " (dhe de

XXI

gratitudine mia e della mia città per avere, con la gen-
tile annuenza della città di Gubbio — che avrebbe
avuto diritto alla preferenza — consentito a indire le sue
adunanze qui in Foligno, in coincidenza con la com-
memorazione del primo centenario della morte di Giu-
seppe Piermarini, portando così un maggior contributo
di omaggio alla memoria del nostro illustre concitta-
dino, e alla città che ne celebrava solenni onoranze.

Il primo congresso qui tenuto nel 1904 ebbe un ef-
fetto salutare per la storia civica e per l’arte della no-
stra città, giacchè fece sentire più viva la necessità di
riunire le poche iscrizioni lapidee che si possedevano,
e di trasportare ed ordinare, in una sala decorosa, gli
affreschi di scuola folignate, che, distaccati con poca
cautela da monasteri e da chiese soppresse, giacevano
negletti in luogo inadatto col rischio di quasi certa ro-
vina, unendovi una sala per un piccolo Museo del Ri-
sorgimento, affidata alle premurose cure del distinto pa-
triota conte Benedetti-Roncalli.

Questo primo embrione di museo è stato ampliato,
mercè i doni di cittadini generosi; riordinato mercè le
cure, sto per dire, paterne, del nostro ottimo concitta-
dino conte Serafino Frenfanelli; disposto in locali più
ampli e decorosi mercè le spese sostenute ben volen-
tieri dall'Amministrazione Comunale, con plauso dei
cittadini. Vi si sono aggiunte collezioni storiche abba-
stanza importanti, fra cui taluni cimeli rari e preziosi,
ed una sala speciale è stata dedicata all’ Architetto Pier-
marini, mentre in altra si è iniziata la raccolta delle
pubblicazioni e delle stampe riguardanti Foligno.

Tutta questa suppellettile artistica e tutti questi do-
cumenti storici, che per noi di Foligno hanno un va-
lore inestimabile, non possono di per sè ancora attrarre
soverchiamente l' attenzione degli studiosi e degli ama-
tori delle arti belle, ma sono sufficienti per la prima
dotazione di un museo e di una pinacoteca da istituirsi

nelle storiche sale del palazzo Trinci, qualora venga
XXII

esaudito il voto della cittadinanza: di rivendicarlo e re-
stituirlo al primitivo splendore.

Non è da oggi che il Comune di Foligno insiste
per sottrarre quel glorioso rudero ai vandalismi inau-
diti del fisco. E già altra volta cotesta Deputazione
ebbe ad occuparsi dell'argomento, ma inutilmente, per-
ché lo strazio disonesto delle poche reliquie che re-
stano, continua sempre, e forse, fra qualche anno, di
quel palazzo resterà memoria soltanto nelle vostre dotte
carte.

Sorga quindi ancora, dal vostro autorevole con-
sesso una voce di difesa e di protesta in nome della
storia e dell'arte, che faccia comprendere in alto che
sarebbe ora di finirla di dilapidare cosi barbaramente
il nostro patrimonio artistico.

Noi abbiamo sul tappeto troppe gravi questioni da
risolvere, essendoci proposti di intensificare e svolgere
l’industrializzazione del nostro paese. Ma accanto a
tali questioni noi poniamo quella della rivendicazione e
ripristinazione dello storico palazzo, perché fermamente
convinti, che l'ardore per il rinnovamento economico del-
l'amata città nostra, non possa nè debba andare di-
sgiunto dalla strenua ed appassionata tutela delle avite.
memorie e dalla gentilezza dei costumi, di usi, di vita,
che si attinge al culto dell'arte.

Ho visto indicate nel vostro programma varie co-
municazioni, che si riferiscono alla nostra storia citta-
dina e si connettono più o meno direttamente al periodo
storieo che traversiamo. Ebbene, noi seguiremo con
grande interessamento i vostri studi, ed ho la coscienza
di potervi assicurare, che voi non seminerete sulla ste-
rile arena, perché la città di Foligno ha un solo desi-
derio, quello di camminare diritta sulla via del pro-
gresso, illuminata dal faro inestinguibile della scienza
e dell'arte.

Il popolo italiano, che all' epoca dei gloriosi comuni
arricchì l'Italia de’ più splendidi monumenti, vuole e

deve bensì conseguire solida e vasta cultura positiva, a " & 4 n -
pe è ; ^

XXIII

ma serbando integro il suo carattere di artista e di
poeta. Egli sente e sentirà sempre la dolce poesia, che
promana dalle grandi cose morte, a cui i vostri studi
sanno infondere la vita antica, e la nostra terra non
vuol esser seconda ad aleun'altra per meritare e ser-

bare l'appellativo di forte e di gentile.

Alle parole del Sindaco risponde il Presidente della Re-
gia Deputazione comm. Magherini- Graziani con le seguenti
parole:

Signore e Signori, :

È la seconda volta che nel breve giro di pochi anni
questa Foligno tanto antica quanto illustre onora la
nostra Deputazione del suo invito premuroso e della
sua ospitalità, nella quale essa è maestra, e che non
si potrebbe desiderare e neppure immaginare maggiore.
Ond' è che naturale sentimento di dovere e di viva ri-
conoscenza mi spinge a dirvi, o signore e signori, a
nome de' miei colleghi tutti, una parola di ringrazia-
mento e di ossequio, rispondendo col saluto nostro de-
voto e cordiale a quello che Foligno si cortesemente si
è degnata di porgerci per mezzo del suo primo Magi-
strato. Il saluto nostro vada alla città intiera e prima
che ad ogni altro a Voi, o signore e signori, qui conve-
nuti, che ne siete decoro ed ornamento.

Perché la Deputazione nostra abbia accettato di
buon grado, o diró meglio di gran cuore, l' invito, Voi
ben lo sapete, desiderando essa di partecipare in qual-
che modo alla solennità che Foligno celebra in questi
giorni additando alle genti con amoroso compiacimento
quella pagina dei suoi annali, dove la storia insieme
con l’arte, sua indivisibile e vaga sorella, hanno scritto
in caratteri indelebili, che né tempi né eventi varranno
a cancellare, il nome di Giuseppe Piermarini ; la calda
e vivida luce dell'amor patrio congiungendo a quella

luce ferma e perenne, onde la storia e l'arte ne hanno
ammantato la grande figura. Dell’artista insigne fatal-
mente sono ignorate e forse anche sparite le ceneri
mortali, ma di lui rimane il nome radiante ad illumi-
nare i monumenti molteplici ond'egli abbelli la Lom-
bardia, che in questi giorni appunto ha steso con af-
fetto cordiale la mano all’ Umbria nostra, rinnovando
e cementando vie più, nel santo nome dell’ Arte, in-
sieme all’ artistica gloria, ond'ebbe privilegio divino,
l unione fraterna e feconda che stringe le regioni tutte
d’Italia in un sol patto di grande e moderna gloria
civile, degno complemento di quella ben più antica di
madre delle genti.

Del Piermarini, gloria più che folignate, italiana,
da altri più dottamente che io non potrei e più com-
piutamente, fu detto, e di lui con eloquenza incompa-
rabile parlano le opere sue. Le quali concepite sotto

l'influsso divino di bellezza e di grazia che emana da

‘ogni lembo di questa classica terra, rinnovarono in un

trentennio d’attività prodigiosa e direi quasi febbrile il
gusto architettonico di gran parte d’Italia, e, liberate
dalle pastoie del barocchismo, portarono l’ edilizia dei
nuovi tempi a gareggiar con decoro co’ monumenti so-
lenni dell’ antichità.

Quale orma luminosa e profonda abbia stampato
il genio fecondo del Piermarini sul rinnovamento felice
dell’architettura italica, con dottrina degna di lui vi
disse chi degnamente sulla cattedra di Brera impersona
e continua le tradizioni dell’ umbro Maestro. A me, ai
miei colleghi non resta che ammirare con quale religione
d'affetto, con qual premura materna Foligno abbia sa-
puto e voluto rinverdire l’alloro che fiorisce attorno alla
venerata memoria del grande suo figlio. Affetto e pre-
mura, che nella sapiente affermazione della pratica,
dalle persone discendono e si rispecchiano nella con-
servazione gelosa, nella efficace custodia delle opere.

Nè gran tempo andrà — così fervidamente augu-
riamo, così prometton concordi gli sforzi e gl’ intenti
di magistrati e di popolo — che Foligno, la quale diede
Led. P V Nn De

XXV

i natali al pittore più caratteristico dell’ Umbria, le cui
melanconiche figure non ci fanno rimpiangere le dolci
visioni del Perugino ; che ospitò l'Angelico, che legò il
suo nome ad un capolavoro del divino Raffaello, che
divulgò prima pel magistero della stampa il sacro
Poema, possa vantarsi di avere restituita al primiero
decoro, al primo splendore l’ edificio che fu dimora dei
Trinei, di cui rimane intatta oggi solamente la cappella,
piccolo e vago tesoro, che di quell’ edificio fa indovi-
nare e pregustare le bellezze nascoste.

Da questo luogo, che fu sede di saggezza e di po-
tenza, fonte di libertà ordinata e feconda, da questa
sala sulle cui pareti istoriate fremono e parlano al cuor
dei nepoti le glorie, le audacie, la virtù fortunata de’
padri, dove inspirandosi ai vecchi venerati modelli i
reggitori di oggi avviano e sospingono la generazione
presente ai nuovi trionfi de’ novissimi tempi,.qui presso
al duomo maestoso dove la devota pietà sposata al ge-
nio dell’arte volle consacrata e eternata la grandiosità
munificente. d'un popolo, che in una celeste armonia
seppe fondere l' amore della divinità con l'amore del
bello, e tradurre queste due aspirazioni altissime nelle
linee che la mano del Piermarini tracciò, da questa
storica piazza che è il cuore di tutta la gentile e bella
città, permettete che per mia bocca gli studiosi, gli
eruditi dell’ Umbria esprimano, anzi rinnovando con-
fermino un caldissimo voto. Un voto ch’ è nelle menti
de’ magistrati zelanti (come testé avete udito) nei petti
generosi del popolo; un voto ch’ è nel cuore di auanti
conosciamo, ammiriamo ed amiamo le peregrine bel-
lezze della vostra ospitale città; un voto che in niun
altro modo più eloquentemente conciso, più entusia-
sticamente vibrato può esprimersi, che colle parole
scritte con anima di folignate, con affetto d’artista, da
un de’ vostri, ch'è pure un de’ nostri, migliori.

« La piazza attuale torni ad essere, qual fu, il vero
foro cittadino. Da un lato il Duomo con tutti i monu-

menti della vita religiosa, da un altro il palazzo del
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Sa UYU. ., Y ; r9. a t AN uet 2 E NEI di) 9 ni:

XXVI

Comune coi monumenti della vita civile, in mezzo il
palazzo dei Trinci con tutti i documenti della vita arti-
stica e letteraria ».

Indi il Presidente comm. Magherini- Graziani dà la pa-
rola al Segretario prof. Oscar Scalvanti, affinchè esponga al-
l'assemblea l'opera della R. Deputazione nel decorso anno
1907.

E il prof. Scalvanti legge la seguente relazione:

Nel parlare, il più brevemente possibile, dell’opera
della R. Deputazione nel decorso anno, accennerò anzi
tutto alla parte vivissima, che il nostro Sodalizio prese
alla organizzazione della Mostra di antica arte umbra a
Perugia, a cui Foligno, sempre cortese, fu ben lieta di
inviare dei veri tesori artistici. La Presidenza curò inoltre
che da altri luoghi della regione venissero mandati a
Perugia oggetti di pregio singolare, e le sue premure
sortirono spesso l'effetto desiderato. Avremmo voluto
però che alla Mostra figurasse altresì un’ esposizione
paleografica e sfragistica a sè, nè sò dirvi le sollecita-
zioni che furono rivolte al Comitato su questo proposito.
Ma pur troppo la ristrettezza dei locali e il divieto di
spargere qua e là il materiale prezioso della Mostra non
permisero di effettuare il voto ardentissimo, che noi
avevamo formato, e fu d'uopo appagarci di quella Espo-
sizione del resto meravigliosa per rarità e ricchezza di
esemplari, che diligentemente e con artistico gusto ordi-
nata dall’ egregio nostro Vice-Presidente conte Ansidei,
fu oggetto di viva ammirazione da parte dei visitatori.

La R. Deputazione poi, volendo eseguire il delibe-
rato della vostra assemblea dello scorso anno, riguar-
dante lo sconcio gravissimo della continua mutazione
nei nomi delle piazze e delle vie, si mise in rapporto
col Ministro della Pubblica Istruzione, il quale assicurò
la R. Deputazione che avrebbe preso in maturo esame
e studio la proposta di limitare con legge l’ arbitrio

dei comuni, di cui si era indegnamente abusato. FF n - IUE S.

XXVII

« Si comprende, cosi scriveva il Ministro, come
una amministrazione comunale abbia il diritto di im-
porre liberamente un nome ad una via di recente co-
struzione; ma non si comprende come essa possa, al
nome di una via antica, il quale ha sempre un' origine
storica, ed è quasi sempre legato a memorie locali, so-
stituire un nome moderno ». In seguito la R. Deputazione
inviava, perché gentilmente richiesta, alla Società ro-
mana di storia patria, che accentra a sè il movimento
degli altri Istituti in favore di tale proposta, l’ elenco
delle mutazioni avvenute nelle varie città dell’ Umbria.

Ma soprattutto io debbo trattenermi sull’ attività
scientifica dei nostri soci, perchè la ragione di essere
del nostro Istituto sta tutta qui: nel promuovere gli
studi storici e dar continuo saggio di feconde ricerche
nel ricco patrimonio delle nostre memorie.

La vostra attenzione pertanto deve essere special-
mante rivolta a quegli studi e ricerche, che si riferiscono
alla Storia civile della regione umbra, in quanto sieno
fondate sopra osservazioni ed indagini di carattere ge-
nerale. Ed alla storia civile appartiene l’Epistolario del
vescovo di Ro ‘sano, edito per cura del folignate Mons. Fa-
loci-Pulignani. In verità nell'epoca, a cui questo car-
teggio si riferisce, scarseggiarono le narrazioni di quei
cronisti cosi benemeriti della storia, i quali nelle età
antecedenti seppero con tanta diligenza e spesso con
tanta imparzialità narrarci i fatti cittadini. Ora l’ Epi-
stolario ci permette di leggere e di documentare qualche
pagina di quel periodo storico, che va poco oltre la metà
del secolo XVI. Larghe e copiose sono le informazioni
su Perugia dopo la terribile crisi della Guerra del Sale,
su Bettona, di cui si narrano molte vicende, come la
Signoria dei Baglioni, le gare coi Crispolti e va dicendo ;
su Città di Castello ragguagliandoci intorno al bando
della famiglia Vitelli, su Foligno ed altre terre del-
l' Umbria comprese nel Governo del vescovo di Rossano.
Qua e là sono preziosi ricordi biografici, di negozi po-

litici, di pubblico reggimento e di ordini militari.
XXVIII

Né meno notevole è lo studio di Giuseppe Pardi
sul « Passaggio di Orvieto dallo stato comunale alla si-
gnoria ».

Basta il titolo per comprendere l’importanza dello
argomento, nel qualé con molto acume critico e lar-
ghezza di vedute si studia il fenomeno di quelle agita-
zioni violente, che nel volgere del secolo XIV spensero
le belle libertà comunali. Sopra tutto è degno di parti-
colare attenzione l’ accenno dell’ autore ad una sua teoria,
che svolgerà ampiamente in altro lavoro, sui coefficienti
che determinarono negli Stati medioevali ora il governo
di popolo, ora la forma aristocratica ed ora il principato.
Senza aver noi la pretesa di chiudere il fenomeno entro
le sole cause d’ordine economico e sociale, ammettiamo
col Pardi, che le società a tipo industriale elessero go-
verni democratici, quelle dedite ai grandi commerci, per
lo più, l'aristoerazia, e le agricole il feudo e il monar-
cato. Ed infatti l'industria manifatturiera sviluppò al
più alto grado il ceto operaio, che, disciplinatosi nelle
maestranze e cresciuto in potenza economica e morale,
assurse poi al governo dello Stato fondandolo a tipo
schiettamente democratico, Il commercio vive e prospera
pei grandi capitali, e si svolge in un ambiente di av-
venture guerresche, di imprese coloniali, nel quale è
facile a verificarsi, che ai maggiorenti, ai più ricchi, ai
più audaci spetti il governo dello Stato. Ed ecco la re-
pubblica aristocratica. La terra, nei luoghi in cui è
sorgente quasi unica di riechezza, durante il Medio-Evo,
doveva mantenere sopra di sè l’ordinamento del feudo.
Che se nel diritto di proprietà fondiaria gli ordini feu-
dali si sciolsero, ciò fu perchè essi vennero a contatto
immediato coll’ elemento industriale, come accadde a
Milano, che colle sue Consuetudini del 1215 sconvolse
molta parte degli antichi privilegi del feudo. Queste
brevi considerazioni abbiamo fatto per accennare alla
non lieve importanza della distinzione proposta dal
Pardi, il quale poi ci informa minutamente intorno alle
gare cittadinesche, che prepararono il sorgere della si-
FA» " "TUAE

XXIX

gnoria in Orvieto, e ci parla cosi dell'illustre e potente
famiglia dei Monaldeschi, del governo che essa diede
alla città, considerato in tutta la sua ampiezza, e ter-
mina brillantemente con una espressiva dipintura delle
qualità di Manno Monaldeschi instauratore del governo
signorile a Orvieto.

Ad un'indagine di singolare interesse dedicava l'in-
gegno e la non comune cultura il socio Antonelli, po-
nendo in raffronto il fatto della restaurazione della so-
vranità pontifieia, per opera dell'Albornoz, col rifiorire
e col rafforzarsi del regime feudale. Ha occasione quindi
di parlarei di aleune infeudazioni nell' Umbria alla se-
conda metà del secolo XIV. Ma non si tratta di semplici
notizie riguardanti la costituzione dei feudi. L'autore
si spinge più in là, e sempre sulla scorta dei documenti,
dai quali e in questo e in altri pregievolissimi lavori
egli non si allontana mai, è riuscito a darci di quei
feudi, come, ad es. di quelli di Aspra e di Foce un
particolare ragguaglio circa le loro vicende.

In altro tema, ben degno di studio, scrisse Pio Cenci
trattando delle Relazioni fra Gubbio e Perugia nel periodo
comunale. Anche questo è un argomento di primissima
importanza, perchè nelle tante divisioni e suddivisioni
di governi, ora a tipo feudale ora a tipo democratico,
è interessante vedere, come essi provvidero a mantenersi
uniti e concordi più che fosse possibile in quei tempi
fortunosi. La storia politica sempre un po’ melodram-
matica ci narra le continue ostilità e ammazzamenti fra
terra e terra; spetta alla storia, guidata da rigorosi me-
todi obbiettivi, dimostrare, in qual modo, fra gli urti
inevitabili delle gelosie e delle fazioni, i vari governi
riuscissero spesso sapientemente a mantenere la pace
fra loro.

Il lavoro del Cenci è pertanto un notevole. contri-
buto a quell’ordine di studi e di ricerche, in cui si è
segnalato un altro socio nostro, il dott. Briganti, nel-
l’opera sui — Rapporti fra le città dominanti e le minori
nel Medio-Evo — e il Degli Azzi coi due volumi delle
XXX

Relazioni fra Perugia e la Repubblica di Firenze. Il tema,
torno a dirlo, è di così vivo interesse, che molti ormai
sono i nostri studiosi, che hanno intrapreso a trattarlo,
ed io non posso far altro che lodarneli e inviar loro le
più schiette congratulazioni del nostro sodalizio.

Alla Storia religiosa appartiene la Relazione del ve-
scovo Anton Maria Graziani di Borgo S. Sepolcro sullo
stato della diocesi di Amelia, edita dall’ illustre nostro
presidente Magherini-Graziani. Il vescovo ci parla con
molta copia di notizie delle Chiese, Ospedali e Società
laiche della diocesi nel 1595. Alla Storia degli ordini
religiosi deve riferirsi il lavoro del socio Tarulli, intorno
ai Monaci benedettini di S. Pietro a Perugia, giunto ora al
suo termine, e del quale ebbi occasione di parlarvi nel
decorso anno. Ed alla Storia letteraria va assegnato il la-
voro sull’Accademia dei rinvigoriti a Foligno ecc. del so-
cio Enrico Filippini. Il lavoro non è ancora compiuto,
ma in questa prima parte si tratta ampiamente delle ori-
gini di quell’ illustre Accademia, il cui fondatore fu
Giovanni Battista Boccolini, e non il Pagliarini, come
con molti documenti e ragioni l' autore dimostra.

Rendendo conto del lavoro del Pardi accennai alla
importanza politica delle maestranze. Ebbene uno studio
diligente e accurato di queste corporazioni in Gubbio
avemmo dal socio prof. Cuturi, che molti anni fa dava
alle stampe un consimile lavoro sulle maestranze di
Viterbo.

Quanto alle ricerche di Archivio, fonti preziosissime
per gli studiosi, additerò lo spoglio dell’ archivio fran-
cescano di Assisi edito dall’illustre Fumi col modesto
titolo di Spigolature. Scopo della pubblicazione fu di dar
notizia di fatti non conosciuti o mal noti. Ne è risultata
una ricca miniera di ragguagli circa opere d’arte con-
dotte nei templi meravigliosi di S. Francesco in Assisi.
Nè minor servigio rese agli studi storici Mons. Faloci-
Pulignani pubblicando l’ inventario dell’archivio, biblio-
teca e arredi sacri della celebre abbazia di Sassovivo,
compilato nel 1424,

|o
XXXI

Alla materia biografica appartiene l' Estratto della
.Cronaca di fra Girolamo di Matteo del Caccia, dovuto
alla sagacia e alla inesauribile attività del Fumi. L'esi-
mio autore, spogliando la cronaca del Caccia, si accorse

che potevano interessare moltissimo i ricordi biografici

che conteneva, e quindi ne compilò l’ estratto. Noto

però che alle notizie riguardanti le persone spesso si
intrecciano quelle attinenti alla storia civile e dell’arte.

Ad un illustre folignate, Sigismondo De Comitibus,
recava onore il Faloci-Pulignani pubblicandone la bio-
grafia scritta dal Mengozzi, e facendola precedere da
cenni e documenti inediti. Il Faloci infatti ha corredato
il lavoro dell’ abate Mengozzi di molte e interessanti
notizie, dirette ad illuminarci sull’ opera del diligente
biografo. La vita del De Comitibus scritta dal Mengozzi

meritava di esser conosciuta, dal momento che il ten-

tativo del monaco cassinese di Foligno Tommaso Ron-.

calli-Benedetti, malgrado il grande studio e le operose
ricerche, era stata interrotta dalla morte di lui. Perciò
il Faloci, con eccellente metodo critico, volle che l’opera
del biografo, da lui pubblicata, fosse illustrata dai prin-
cipali documenti e dalle notizie che l’autore si procurò
intorno alla vita del personaggio che voleva onorare,
affinchè il lettore potesse giudicare da sè della bontà
dei fonti, a cui egli attinse.

Sempre nel campo delle investigazioni biografiche,
Roderigo Biagini in un suo scritto polemico trattò della
famiglia di S. Francesco d’Assisi, dimostrando che essa
non è di origine lucchese, ma umbra, e che non portò il
cognome Moriconi.

Sebbene San Francesco sia uno di quei grandi,
che appartengono all’ umanità intera, pure è di conforto
per gli umbri il sapere che egli fu un loro conterraneo
e la famiglia sua di Assisi, mentre a taluno era sorto
il dubbio che derivasse da Lucca. Nella larga fioritura
degli studi moderni intorno al Santo

la cui mirabil vita
meglio in gloria di ciel si canterebbe
XXXII

preziose sono tutte le ricerche intorno alla sua vita, e

l'opinione del Biagini è quella stessa di molti insigni

biografi e del nostro Alighieri, il quale non soltanto ci
diee che S. Francesco fu d’Ascesz, ma che il sant'uomo
deve essere considerato come l’ angelo dell’ Apocalisse
— ascendentem ab ortu solis —

Però chi d' esso loco fa parole

non dica Ascesi, ché direbbe corto,
ma Oriente se proprio dir vuole.

- Copiosi e in tutto degni del carattere metodico delle

nostre pubblicazioni furono gli scritti, coi quali egregi
collaboratori ci informarono di molte opere d’arte nel-
l’ Umbria. Il Fumi, dopo avere spiegato le ragioni poli-
tiche, che suggerirono la costruzione della rocca di
Montefalco, ha pubblicato ancora i pareri inediti degli
architetti, che coll’ opera e col consiglio vi presero parte.
Il Sordini, trattando della pretesa descrizione del Palazzo
: Ducale di Spoleto, scoperta e pubblicata dal Mabillon,

reca un contributo prezioso alla storia dei madornali
errori, a cui non sfuggirono nemmeno i dotti più cele-
brati. Un palazzo simbolico, incantato, condotto alla
maniera indiana, coi più spiccati caratteri orientali, un

castello delle fate adunque, era divenuto per il Mabillon

il Palagio ducale della città di Spoleto. Il Sordini però
non ha fatto l’ indiano, ha voluto veder chiaro in quella

strana asserzione, ed è riuscito con salde argomentazioni

e con arguzia finissima a sfatare la ridicola leggenda.
Lo stesso Sordini poi trattava di un grossolano errore
topografico nella storia umbra dell’alto medio -evo ; e nel
pregievole lavoro si dimostra, che Ocriechio non è, come

a taluno è sembrato, l’ Otricoli moderno, ma un paesello

vicino a Norcia. Il rettificare un tale svarione è stata
cosa di non mediocre interesse per il continuo richiamo

che il paese latinamente espresso colla voce - Ocricolus -

trova in molti monumenti medioevali.

Il socio Tenneroni ci dava notizia di un ritratto di
fra Jacopone da Todi opera del Polinori, e ciò ha offerto

motivo all’ esimio serittore per altri ragguagli sulla ico-
HR - Urn è - E : a _ ___ 1 ———_—_—@

XXXIII

nografia del poeta umbro. E nel Notiziario d' arte del
nostro Bollettino furono. poi registrati cenni interessan-
tissimi del Sordini sopra alcune suppellettili preissoriche
rinvenute a Campello, sugli studi dell’anfiteatro romano,
sulla basilica di S. Salvatore, sulla Chiesa di S..Giu-
liano, sul Duomo spoletino ed altri monumenti di quelle
località.

Ma il nostro Istituto segue con amore e con dili-
genza lo sviluppo degli studi intorno all'Umbria ed alla
attività degli umbri scrittori, anche all’ infuori delle pub-
blicazioni sue proprie, e perciò di molte opere fu reso
conto dagli egregi comm. Fumi e Tommasini-Mattiucci,
in apposite recensioni o nei cenni raccolti sotto il titolo
di Analecta.

Questa rassegna dimostra pertanto non solo la rara
attività scientifica dei nostri soci, ma la copia del ma-
teriale di studio che 1’ Umbria offre alle loro dotte inve-
stigazioni.

Ed è per questa feconda operosità dei suoi soci, mai
venuta meno, e per la quale anche i modesti inizi del
nostro Istituto furono salutati dal plauso degli studiosi
italiani e stranieri; — è per questa dottrina saldissima
dimostrata in tante opere di pregio e congiunta ad una
felice varietà di argomenti, nella quale si rispecchia il
carattere dell’ ingegno italiano, profondo e versatile,
acuto nell’ analisi e nella sintesi ricostruttiva chiaro ed
efficace; — è per questo ardore, di cui diedero prova
tanti volenterosi nello studiare e meditare sulle vicende
del loro paese, sul segreto delle loro glorie e sul fascino
di tante bellezze — è per il conserto di tutte queste ra-
gioni che la Regia Deputazione umbra di storia patria
ha potuto avere anche nel recente Congresso interna-
zionale storico di Berlino le più liete accoglienze.

Ciò sia di generoso stimolo a tutti noi e a tutti co-
loro che vorranno essere della nostra schiera, onde
perseverare nell’ opera così felicemente intrapresa e con-

tinuata con slancio e con successo da quasi tre lustri.
XXXIV

Terminata la lettura della Relazione del Segretario pro-.
fessor Scalvanti, il Presidente prega il socio ordinario G. De-
gli Azzi a volere, anche a nome del socio corrispondente
prof. Walter Bombe esporre i resultati dell'intervento della
R. Deputazione al Congresso storico internazionale tenutosi
a Berlino in quest’ anno.

E il socio Degli Azzi legge la Relazione seguente :

Con vivo compiacimento adempiamo al dovere di
darvi conto del nostro operato in evasione dell’ onore-
vole incarico che la Presidenza ci aveva affidato, di
rappresentare la nostra Deputazione al Congresso In-
ternazionale di Scienze storiche in Berlino. A questo —
è opportuno notarlo — non tutte le Deputazioni'Ita-
liane di Storia Patria avevano partecipato, come avreb-
ber dovuto, a dimostrare il fiorente e vitale rigoglio de-
gli studi storici nel nostro paese: ma soltanto, colla
nostra, le Deputazioni Veneta, Lombarda e delle anti-
che Provincie, Ferrarese, Romagnola, Ligure e To-
scana.

Ad onta però della scarsa partecipazione presa dai
nostri Istituti a questo solenne convegno scientifico,
dovemmo con intima soddisfazione osservare quanta
messe di simpatia e quale entusiasmo di ammirazione
raccogliesse, tra i dotti tedeschi e di tante altre nazioni là
convenuti, il nome d' Italia. E coefficiente notevolissimo
di questa spontanea e unanime dimostrazione di stima
e di onore resa all’attività scientifica italiana fu senza
dubbio il contributo cospicuo che la Deputazione nostra
volle inviare, facendo così eloquente testimonianza del
suo zelo fecondo e della sua fervida operosità : contri-
buto che meritò al Sodalizio nostro il posto d’ onore
fra tutti i congeneri della Penisola, de’ quali alcuni

non avevano inviato affatto le loro pubblicazioni, ed

altri — come la Società Storica per la Sicilia Orien-
tale — ne avevano spediti modestissimi saggi.

Con legittimo orgoglio avemmo quindi a constatare

che tra gli omaggi di pubblicazioni offerte al Congresso XXXV

quello che ottenne maggior plauso e considerazione fu
il nostro, che era superato soltanto dal munifico dono,
spedito ufficialmente dal Governo d'Italia, di tutte le
pubblicazioni dell' Istituto Storico Italiano. E veramente
non potevano non esser degnamente ammirati da chi
sa apprezzare materiali siffatti, la bella e voluminosa
raccolta del nostro Bollettino e delle pubblicazioni con-
nesse, che la Presidenza aveva con opportuno pensiero
provveduto a far rilegare elegantemente, e il ragguar-
devolissimo saggio de’ propri lavori storici che a mezzo
nostro presentarono vari soci, tra cui dobbiamo ricor-
dare a titolo di onore i colleghi cav. Amicizia, conte
Ansidei, dott. Francesco Briganti, avv. Corbucci, com-
mendator Luigi Fumi, prof. Lanzi, cav. uff. Magherini-
Graziani, prof. Perali, professoressa Beatrice Raschi,
prof. Scalvanti, cav. Sordini, prof. Domenico Tordi e
signora Erminda Tordi.

È superfluo quindi ridirvi con quale sincero e grato
entusiasmo accogliesse questa ricca suppellettile storica
la Direzione della Biblioteca Reale di Berlino cui —
adempiendo alle istruzioni della Presidenza a mezzo
nostro comunicate — il Comitato del Congresso offrì le
pubblicazioni da noi presentate.

Il Comitato, anzi, a maggior dimostrazione del suo
aggradimento e in attestato di benemerenza speciale,
volle che nel giornale officiale del Congresso (Kongress-
Tageblatt, n. 7 del 12 agosto, pp. 318-319) fossero regi-
strate dettagliatamente le 50 e più pubblicazioni da noi
presentate, cui soltanto più tardi poterono aggiungersi
(perchè, a colpa delle Amministrazioni ferroviarie, giunte
con notevole indugio) quelle numerose e pregevoli dei
soci mons. Michele Faloci-Pulignani e professor Leto
Alessandri.

E poichè ad integrare la bella mostra dell’ operosità
storica dell’ Umbria il nostro Presidente aveva inviato
in esame la sua splendida Arte a Città di Castello coi
due volumi sin qui pubblicati della Sforza della stessa

città, e il cav. Raniero Gigliarelli aveva spedito la sua
XXXVI

bella Perugia antica e moderna, così il Direttore stesso
della Biblioteca Reale si fece premura di richiederci
l’acquisto di queste pubblicazioni, che avevano già
nella sede del Congresso ottenuto un vero successo di
ammirazione e di plauso da parte di tanti illustri ama-
tori de’ nostri studi e dell'Arte nostra.

Fu adunque una non interrotta serie di gradite sod-
disfazioni quella che voi ci procuraste affidandoci la
rappresentanza dell'Istituto nostro, soddisfazioni che
ci furono tanto più care in quanto sapevamo onorata
e festeggiata in noi modestissimi l' Italia e questa glo-
riosa regione, la quale invero gode in Germania una
tal simpatia che perfino ne’ più umili particolari trova
modo di esprimersi. Così — per citare un aneddoto che
esula dal campo scientifico, ma non è privo di signi-
ficato morale — bastò che noi due Delegati della Deputa-
zione dell'Umbria indicessimo per la sera del 9 agosto
un convegno di italiani e di amici d'Italia perché ve-
dessimo accorrere al geniale ritrovo non solo quasi
tutti gli italiani (compresi i più autorevoli e illustri) con-
venuti a Berlino, ma eziandio tutte le più spiccate no-
tabilità del mondo letterario e storico della Germania
in compagnia di molte signore e signorine partecipanti
al Congresso; e non mancò di intervenirvi lo stesso
rappresentante diplomatico d'Italia a Berlino.

Con. gentile pensiero poi il Comitato organizzatore
del Congresso constatò l’ esito felicissimo dell’ inizia-
tiva nostra e volle consacrarne il resoconto nel suo Bol-
lettino ufficiale, riferendo testualmente i telegrammi che
in quella lieta circostanza furono su proposta di noi
due e con unanime entusiastica approvazione spediti a
Pasquale Villari e a Paolo Kehr, nei cui nomi vene-
rati e cari si associano ora per un ‘grandioso intento
scientifico i più insigni studiosi delle storiche discipline
dei due grandi paesi.

Concludiamo questo breve rapporto coi ringrazia-
menti più fervidi per l’ambita missione di cui voleste

onorarci e coll’ augurio che il nostro fiorente Istituto XXXVII

possa, a decoro dell’ Umbria e d'Italia, e a vantaggio
degli studi di storia, mantenersi a quell’alto livello cui
seppe mostrarsi dinanzi agli studiosi d’ ogni paese ci-

vile in questa solenne occasione.

Il Segretario Scalvanti comunica all'assemblea i risultati '
del conto’ consuntivo 1907, e il bilancio pel 1909 già appro-
vati dal Consiglio della R. Deputazione nella seduta di ieri.

Legge quindi l'elenco dei nuovi soci, che il Consiglio
propone al voto dell' assemblea (1), la quale approva le pro-
poste della. R. Deputazione.

! Comunicazioni.

I] Presidente invita i soci, che si sono iscritti, a svol-
gere le loro comunicazioni di carattere storico.

1. — Il socio DEGLI AZZI svolge la sua Comunicazione
intorno ai Gabrielli di Gubbio e î Trinci da Foligno nella sto-
ria della Repubblica fiorentina (2).

2. — Monsignor MICHELE FALOCI-PULIGNANI legge
una sua Memoria intorno alle Più antiche cartiere d' Italia.

Il socio FALOCI, dopo aver brevemente accennato alla
mirabile perfezione che la carta di Pale, parrocchia del
comune di Foligno, raggiunse nei secoli andati, svolge le
sue considerazioni e illustra numerosi documenti per dimo-
strare l’ antichità di quelle celebri cartiere. Se le memorie
certe delle cartiere di Fabriano risalgono al 1276, quelle
delle cartiere di Pale rimontano, secondo il socio Faloci-
Pulignani, al 1256. Già era noto che a Pale si fabbricava
carta nel 1429, ma è facile risalire intanto al 1402, quando
già i Trinci di Foligno possedevano cartiere in quella loca-
lità. Si ha ancora che nel 1371 il Monastero di Sassovivo

(1) Vedi per detto elenco a pag, XVI e XVII.
(2) La « Memoria » del socio Degli Azzi é stata inserita nel Bollettino della Regia
Deputazione di Storia Patria, vol. XIV, pag. 299.
XXXVIM

aveva affittato delle gualchiere per fabbricare carta, 6 si
allega in proposito un documento di quell’anno, dal quale
risulta che nel 1332 un notaro di nome Ser Nuzio aveva
stipulato un contratto di affitto valcheriarum a carta.
Risalendo ancora nei tempi, il Faloci- Pulignani ricorda
che in un grosso fascio di pergamene dell'Archivio di Sas-
sovivo, che vanno dal secolo XI al XV, ve n'é una del 25

febbraio e 15 aprile 1273, in cui Gentile Elisei di Pale ri-

conosce di certa scienza e rilascia in libero dominio ad An-
gelo Abate di Sassovivo un corso d’acqua, del quale si de-
termina con molta precisione il luogo, cioè nella parte in-
feriore di quel grande dirupo dal quale si precipita a valle
il Menotre, non che la metà di un altro corso d’acqua ivi
vicino, determinato anche questo nella sua ubicazione e nei
suoi confini. Quei corsi d’acqua avevano evidentemente scopo
industriale perché prossimi ad alcuni mulini, ed erano cir-
condati e. chiusi da mura, sicchè per accedervi era neces-
sario entrare per una porta. È ben vero che nel 1273 quelle
officine si chiamavano guaichiere, ma quel nome era nuovo, e
sembra che prima non fossero chiamate così, poichè nel do-
cumento è detto e ripetuto delle gualchiere, che « modo
valcheriae vocantur ». Nè scarseggiano poi le prove per do-
cumentare che le cartiere di Pale risalgono a data più an-

tica, ossia al 1256, quando un certo Clarimbaldo di Ventura

da Spoleto ebbe una controversia coi monaci di Sassovivo
per alcune opere inalzate nel fiume, le quali impedivano
alla gualchiera del monastero di agire.

Ma si trattava veramente di una gualchiera a carta, op-
pure di una fabbrica di panni? Il Faloci osserva, che le
tradizioni del luogo parlano solo di cartiere, e infine non
vi è ragione alcuna di supporre che le gualchiere del 1429
e del 1371 non fossero la continuazione di quelle del 1332
e del 1333, e che queste non fossero la continuazione della
medesima industria già introdotta ed esercitata nel 1273 e
nel 1256, massime che trattasi sempre di una identica e piccola villa, ove non possono supporsi, senza esplicite te-
stimonianze, tante industrie fiorenti,

8i noti inliné si se identico è il luogo, ove erano co-
strutte le gualchiere, identico era il proprietario che le pos-
sedeva e y UST CHA TA: Però da un contratto del 1323 re-
sulta che a Pale esisteva anche una gualchiera per i panni,
le conelusioni accennate,
Ma il Faloci risponde: 1^ Che i Monaci di Sassovivo, co-
m'è stato am plamente o rato con documenti, avevano
più gualchiere sia a Pale
chiera del 1371 è detta chiaramente gualchiera per la carta,
ed è certo più antica di quell’
del 1323 è detta per î panni; 4^ Che le gualchiere del 1299,
del 1273 e del 1256 non hanno specificazione, e quindi non

la quale notizia bou tutte

> sia a Seopoli; 2, Che una gual-

anno; 3.9 Che una gualchiera

"=

serirsi che fossero destinate ad uno o ad un altro uso,

LI

può as

Si deve poi riflettere che le due milite avevano il macchi-

nario in gran parte eguale, sia che servi

ro per la carta,

è

TATA NAP Î NANNI i malehiere nata
$serro per l panni, che que eualch lere pote-

vano adoperarsi parte per l’ una, parte per l’altra industria

ià^ era

ciò essendo probabile anche perchè la materia prim

in gran parte identica, il lino, la canapa, e i rifiuti
gualchiere per la fabbrica dei pamni potevano benissimo
fornire della materia per una eccellente: carta. Infine poi
l' industria della carta, continuata a Pale sino ai nostri giorni,

dovette es

più fiorente e rimuneratrice di quella dei
panni, unicamente ricordata nel rogito del 1323.
Detto delle origini dell

cenna allo sviluppo che esse ch su o mei secoli posteriori, e

e cattiere di Pale, il Faloci ae-

ante raccolta di mar-
che della carta di Pale dal 1389 al 1846 (1).

mostra agli adunati una ricca e interes

(1) IL emudita Memorie dii Mons. FaloceiPuligmemi cul titolo — «Le suede Gar
(iere di Fulicmo » — è stata di recante pubblicate ann 27 feesimilii millo ZDHUASZUS.
di Leo S. Oli anno XI, ginenoluglio IUUD, diis. Fade,
3. — Lo stesso Monsignor F ALOCI- PULIGNANI espone
all'assemblea alcune sue ricerche sul Contratto pel Chiostro
del Monastero di Sassovivo tra î Monaci benedettini e M. Pietro
di Romano.

Egli incomincia dal rilevare che di questo fatto si conosce
solo quanto si legge nell'epigrafe marmorea del Chiostro, ove
si dice che esso fu eretto nel 1229 per ordine dell abate
Angelo, e che il maestro costruttore fu un Petro de Maria,
che la edificò maestria et opere romano. Un documento, o
meglio un istrumento del 1232 dell’ Archivio di Sassovivo
dà notizie interessantissime sopra al Chiostro e il di lui au-
tore, anzi ha importanza notevolissima per l’arte marmo-
raria di Roma. Da quel documento si rileva che il maestro
Pietro fu di Roma, il che si ignorava e che l’opera d’arte fu
lavorata a Roma e portata pezzo per pezzo da Roma ad Orte
sul Tevere, da Orte a Foligno sopra muli. Nel 1232 il Chiostro
non era ancora compito: la parte compita non era stata
ancora del tutto pagata. Si conosce oggi il prezzo del monu-

mento, il tempo che si richiese per costruirlo, ecc. I mar-

morarii di Roma avevano la loro maestranza presso la Chiesa
dei Santi Quattro Coronati, e questa Chiesa stava alla di-
pendenza dei Monaci di Sassovivo, onde è manifesta l'oc-
casione che determinò i Monaci a commettere quel magni-
fico lavoro. Interessante, per la storia dei marmorarii Romani,
il veder nominato nell’istrumento, il caput magistrorum. roma-
norum, ‘il che fa quasi sopporre una specie di cooperativa.
Altra singolarità del documento è un numero notevole di parole
tecniche fuori di uso, delle quali si conoscerà l'importanza
allorchè il documento verrà pubblicato ed illustrato.

4.° — FRENFANELLI-CIBo — Sul ritrovamento di un Co-
dice e sulla stampa di um opera di uno storico umbro.



Egregi Colleghi,
In un giorno di ottobre del 1871 un signore si ab-
batté, nella stamperia camerale in Roma, avanti ad un
XLI

vasto mucchio di carte; baraonda di fogli, quaderni,
fascicoli, libri spezzati e gualciti e lì pronti per esser
mandati al macero. Coll’istinto dell’uomo uso a scar-
tabellare le biblioteche si mise a frugare fra quelle
carte.

Ma chi era mai quel signore?

Permettetemi che ve lo presenti.

Era il senatore Giacomo Racioppi testè mancato ai
vivi all’età di anni 81. Studiosissimo di storia patria col-
‘laborò nell’Archivio storico per le provincie napoletane,
ove, fra gli altri, notevole è il suo studio sulle « Que-
stioni longobardiche e il patto di Arechi ». Pubblicò la
caratteristica opera « Origini storiche basilicatesi inve-
stigate nei nomi geografici ». Poi le « Fonti basilicatesi
al medio-evo » e i Paralipomeni della storia della deno-
minazione di Basilicata. E dopo questa coscienziosa e
lunga preparazione diede in luce la « Storia dei popoli
della Lucania e della Basilicata » in due ponderosi vo-
lumi. Opera che: a lui darà fama durevole.

Tralascio i suoi scritti artistici e letterari come « Il
brutto nell'arte » « L'idillio e sua ragion d'essere nella
storia » e tanti altri.

Il Racioppi era nella sua fiorente virilità quando si
pose a frugare quelle carte e in un mazzo di fogli
confusi, che avrebbero potuto legarsi in libro se fossero
stati completi, gli avvenne di dar di piglio ad una
pagina le quale portava per titolo « Sigismundi de Co-
mitibus Fulginatis — Historiarum sui temporis — liber
primus ». Trattandosi di una storia del secolo XV scritta
da un contemporaneo, ben fu sollecito di salvar quelle
carte dalla distruzione cui erano state condannate!

Ma fra quei fogli, che riordinati potevano formare
il primo volume dell’opera, egli non trovò nè il fronte-
spizio, nè pagina .stampata che contenesse un qualche
avviso al lettore, una nota, un prologo, una prefazione
che accennasse all’ opera che si stampava.

Chi era dunque l’ editore ?

Colla sua diligenza non tardò molto a scoprirlo.
XLII

L'editore del libro era stato il dotto archeologo
marchese Giuseppe Melchiorri, che nel 1846 aveva otte-
nuto l’ onore, che si concedeva a pochi, di pubblicarlo
nella stamperia Camerale a spese del governo pontificio.

La stamperia Camerale era allora passata alla di-
pendenza del Ministero dell'Agricoltura Industria e Com-
mercio. Quel Ministero quantunque per l’ indole sua non
fosse il più proprio a pubblicare opere storiche, pure
trattandosi di un lavoro già principiato in quella stam-
peria e trovato già degno di essere stampato a spese
del pubblico erario dal passato governo, fece buon viso
alle premurose istanze del Racioppi e somministrò i fondi
per la continuazione della stampa.

Ma il nostro erudito non aveva in mano il mano-
scritto del Melchiorri. Non lo trovò nella stamperia. Non
lo trovò presso gli eredi che dichiararono di non pos-
sederlo.

Mancava perciò di riordinare tutto il materiale per
la stampa del secondo volume.

Non indietreggiò per questo.

Si procurò una copia del codice Ambrosiano curata
con molta diligenza dal chiaro Prefetto di quella biblio-
teca. Si rivolse al Municipio di Foligno per ottenere il co-
diee Iacobilliano del De Comitibus. Allora la biblioteca
Iacobilli era stata annessa alla Comunale e il Municipio,
ansioso che un opera da tanto tempo desiderata venisse
finalmente alla luce, volentieri, colle debite cautele, gli
fece la consegna del codice.

Mentre si adoperava a questi studi preparatori non
perdeva di mira la possibilità di ritrovare il manoscritto
del Melchiorri. E per nuove insistenze fatte agli eredi
riuscì a penetrare in una loro camera dove erano riposte
molte casse piene di grossi involti di carte. Ebbene, in
uno di quegli involti che aveva per titolo « Strade fer-
rate » ebbe la fortuna di ritrovare tutto intero il codice
del Melchiorri. Come mai andasse egli a svolgere quel

pacco segnato così stranamente, è un segreto che sanno

Po ÁJ do - Y" : DONE T4
APT " n. T i s rai fg e XLIII

solo i bibliofili. GI' inglesi dicono che un bibliofilo ha il
fiuto di un cane da ‘caccia puro sangue.

Il ritrovamento di quel codice non solo gli fece avan-
zare con più speditezza l' edizione, ma quel chè più im-
porta gli porse, per compierla, lo stesso testo con cui l'a-
veva iniziata il primo editore, testo che senza dubbio
era assai pregievole.

Perchè, da dove era venuto e che cosa era mai
questo codice Melchiorri? Io ve ne farò in poche parole
la genesi.

Nella seconda metà del settecento gli accademici
della Fulginia di Foligno con molta dottrina e diligenza
prepararono il loro codice per la stampa delle « Storie
dei suoi tempi » del De Comitibus. E si giovarono anche
dei lavori già fatti dall’ erudito folignate Giustiniano
Pagliarini, che il Muratori chiamava dottissimo. Il Pa-
gliarini cooperò col Passionei il quale intendeva anche
esso, prima dei Fulginei, a pubblicare le istorie del nostro
umanista.

Al codice della « Fulginia » tenne dietro il codice
Roncalli. D. Tommaso Roncalli, dotto monaco dei bene-
dettini di Perugia, compilò anch’ egli con infinite e di-
ligenti cure un codice destinato per la stampa del de
Comitibus, pur valendosi degli studi precedentemente
fatti dagli accademici suoi concittadini.

Nel codice Roncalli collaborò anche l’ insigne ar-
cheologo perugino Gian Battista Vermiglioli. Morto il
Roncalli nel 1818 nel suo monastero di Perugia, il co-
dice rimase in quella biblioteca.

Il Melchiorri che in quello stesso monastero aveva
un fratello monaco e si recava colà quasi tutti gli anni
nella bella stagione, potè a tutto suo bell’ agio consultare
il codice Roncalli, pur non trascurando in altri codici
le sue dotte ricerche. Sicchè il codice Melchiorri venuto
ultimo nella serie ci dà un testo che è il risultato di
tanti studi e di tante indagini fatte da molti valentuo-
mini per il corso di più di un secolo e mezzo.

Nè il Racioppi fu meno diligente dei suoi predeces-
XLIV

sori giacchè per migliorare sempre più il testo, che non
era ancora stampato, si giovò dei due codici sopra ri-
cordati e dell’opera di qualche erudito, fra i quali è da
ricordare il benedettino D. Bernardo Caetani d’ Aragona,
il chiaro illustratore dei diplomi del monastero della
Cava. i

Non il Passionei cooperato dal Pagliarini, non il
Manzi che pur tentò quella stampa, non gli accademici
Fulginei, non il Roncalli, non il Melchiorri, chi per
l| una o per l'altra ragione, ebbero la sorte d' iniziare
o portare a termine l'edizione delle Istorie dei suoi
tempi del De Comitibus. Questa sorte e questo onore
era riserbato al Racioppi.

Egli nella sua prefazione parlando della vita di Si-
gismondo scritta da Giovanni Mengozzi, vita che doveva
andare innanzi alla edizione dell’ Accademia Fulginia,
ci dice che era sperduta o smarrita.

Quando però era già stata l’opera pubblicata, gli
eredi stessi del Melchiorri gli recarono un manoscritto,
che era appunto quella vita redatta dal Mengozzi e che
egli credeva perduta. Ma ciò non fu gran danno dav-
vero, perchè il Racioppi arricchì la sua edizione con un
dotto ed elegante studio, che se non è esauriente, è
certo il più completo che sino ad ora sia stato scritto
sulla vita e sulle opere del nostro Sigismondo.

Egregi colleghi, io ero in dubbio di farvi questa co-
municazione: tuttavia per procurarmi una notizia sul
Racioppi, che a me mancava, ne scrissi al Sindaco di
Moliterno, sua città natale, e l' egregio Sindaco così mi |

rispondeva.
GENTILISSIMO SIGNORE,

Le rimetto un opuscolo fatto in omaggio del defunto
nostro Illustre Concittadino Senatore Giacomo Ractoppi.
Dallo stesso potrà raccogliere tutte le notizie necessarie
per commemorare degnamente in seno al Congresso di Sto-

ria Patria che si radunerà in cotesta gentile città, l’uomo "AE A Y M di

XLV

più grande che abbia avuto la nostra Basilicata mel se-
colo scorso.

A perpetuare la memoria di tanto uomo, sorgerà a
Campo Verano un busto in bronzo per offerte dei cittadini
della nostra provincia. Sarà compiacente farmi tenere a
suo tempo la comunicazione che farà al Congresso în ri-
guardo all’illustre storico della Lucania e della Basilicata.

Con i sensi di alta stima la riveriseo.

Il Sindaco
FRANCESCO VICECONTI.

Moliterno 31 Agosto 1908.

Dopo questa lettera mi è parso opportuno e dove-
roso che mentre i Basilicatesi stanno onorando di un
effigie in bronzo il loro illustre storico, mi è parso, dico,
opportuno e doveroso, che oggi sorgesse in questo nostro
congresso una voce che ricordasse il nome di questo
benemerito.

La mia comunicazione non è certo dotta: è stata uni-
camente ispirata da un sentimento di riconoscenza verso
un uomo, che pur non nato nella nostra regione, con
amore diligente e con fatiche non poche, dopo tanti se-
colari tentativi infruttuosi, è riuscito a darci la prima
edizione delle « Storie dei suoi tempi » del nostro grande
umanista.

Senza l’opera. sua chi sa per quanti anni ancora
quelle istorie sarebbero rimaste oscure, sepolte fra la
polvere delle biblioteche.

5. — CAMPELLO DELLA SPINA. — Dell’ architetto che
portò a termine la basilica francescana di Assisi (1).

6. — LANZI LUIGI. — La Cappella « Paradisi » nella
Chiesa di S. Francesco în Terni.

(1) Vedi Bollettino della R. Deputazione di Storia Patria per U Umbria, vo-
lume XIV, pag. 141 e segg.
do
|

XLVI

Egli dice che in nessun’ altra città meglio che in Foli-
gno, dove vide la luce la prima edizione del poema di Dante,
era più apportuno d’ illustrare questo che è fra i più antichi
monumenti ispirati all'opera dell'Alighieri.

Dimostra, anche sulla scorta di copiose fotografie, che
in quelle composizioni murali vi sono evidenti e numerose
reminiscenze della Commedia, e dà notizie preziose ed ine-
dite sulla casa dei Paradisi, committenti del dipinto (1).

(.^ — CRISTOFANI GIUSTINO. -- Della chiesa di Assisi
dove veramente si trovava la « Pietà » di Nicolò da Foligno
lodata da Giorgio Vasari (2).

8.2 — LANZI LUIGI. — Per la Conservazioue della Ca-

scata delle Marmore.

Egregi colleghi,

A yoi che di cure sapienti circondate tutte le memo-
rie e tutte le bellezze di questa regione, non sarà certa-
mente discaro che io torni .a parlare della nostra Ca-
scata, che, purtroppo, ha sempre vivo bisogno di chi la
vigili e la protegga; e, poichè a suo tempo vi piacque
d'interessarvi formalmente di questo argomento, credo
opportuno, anzi doveroso di darvi conto dello stato
della questione, tanto più che oggi dovrò ancora una
volta invocare la vostra autorevole cooperazione.

Riassumendo rapidamente quanto è stato fatto per
la conservazione di questo paesaggio che primeggia tra
i più pittoreschi e famosi non pur dell’ Umbria, ma
dell’ Europa, mi sia concesso di ricordare come fin dal
1897, io iniziassi da solo la modesta opera di resistenza,
con qualche articolo comparso nei nostri maggiori diari.

E quando, sei anni dppresso, alcuni industriali si
proposero di sacrificare totalmente la bellezza della Ca-

scata ai loro interessi, prosciugando del tutto il Cavo

(1) Bollett. della R. D., vol. XIV, pag. 251 e segg.
(2) Questa Comunicazione è stata inserita nel Notiziario d?arte del presente
fascicolo. Pe d

XLVII

Curiano, non potendo io lottare con la forza gigante-
sca dei loro milioni, mi appellai con un rapporto d’ uf-
ficio al Ministero della Pubblica Istruzione, che fino a
quel momento non si era mai preoccupato nè del ma-
nufatto romano, reso ancor più importante per le po-
steriori opere del Sangallo, del Fontana, del Fioravanti,
nè del paesaggio meraviglioso cantato dal Byron e ri-
tratto dall’ Hackert; mi appellai ai giornali ed agli
amici, e mi vidi invero largamente confortato da una
schiera di valorosi, da Corrado Ricci a Giulio Bechi ;
d'illustri parlamentari da Luigi Morandi a Giulio Mon-
teverde, a Raffaello Giovagnoli; di artisti come Pio
Ioris, Enrico Coleman e Pio Bottoni ; di scienziati come
Antonio Verri e Cesare Tuccimei.

Ingaggiata l'ardita battaglia, ottenemmo che l'As-
sociazione Artistica Internazionale da una parte, e il
Ministero della Pubblica Istruzione dall'altra, nominas-
sero due commissioni che si dovevano occupare con
energia e con coscienza della importante questione.

Chiamato a far parte della prima ed invitato, sic-
come il più pratico del luogo e della vertenza, ad enun-
ciare i concetti secondo i quali si sarebbe potuta soc-
correre e proteggere efficacemente la nostra Cascata,
nell'adunanza dell’ 8 aprile 1904, esposi le idee che mi
parvero più attuabili ed efficaci per difenderla da so-
verchie manomissioni, pur senza impedire agli opifici
moderni il ragionevole profitto delle sue forze.

Su questa parte dell'argomento, anzi, è necessario
che mi soffermi ancora una volta; noi nel sostenere
la conservazione della Cascata del Velino non inten-
demmo, nè intendiamo di frapporre ostacoli allo svi-
luppo delle industrie, ma reclamiamo che ogni deriva-
zione di forza, ogni lavoro che si debba compiere in
prossimità delle cateratte, siano giustificati da effettivo
bisogno, e siano condotti con quei riguardi che sono
dovuti ad uno dei più celebrati luoghi d’ Europa.

Tornando, dirò così, alla cronaca dell’agitazione,

va a questo punto ricordato come l'Associazione Inter-
XLIII

nazionale, accogliendo integralmente le mie poposte, le
facesse proprie, pubblicandole nell’ opuscolo « Pro Mar-
more » che fu immediatamente diramato a tutti i Corpi
Accademici, e presentato alla Giunta Superiore di Belle
Arti, la quale, nell’adunanza del 9 gennaio 1905, vo-
tava il seguente ordine del giorno :

« La Giunta... fa plauso alla iniziativa presa dal-
l'Associazione Artistica Internazionale, ed esprime il voto
che S. E. il Ministro della Pubblica Istruzione voglia in-
teressarsi della importante questione, esplicando un'azione
altrettanto autorevole, quanto giustificata, onde garantire
la incolumità artistica della Cascata, che costituisce uno
dei più caratteristici paesaggi d' Italia, alla cui conserva-
zione, non meno forse che ai monumenti dell’ Arte, de-
vono essere rivolte le cure delle Autorità competenti ».

Intanto il 27 marzo 1905 avveniva il sovraluogo
degl’interessati alla divisione delle misere spoglie, e,
avutone il consenso dal Direttore Generale delle Anti-
chità e Belle Arti, non esitai a presentarmi alla riu-
nione, affidando al verbale le mie umili proteste, che
furono accolte con cortese compatimento dai. colossi
della industria e della finanza, sitibondi delle acque
veline.

Non so perchè, ma in quella riunione nella quale
era penetrato quasi per forza, mi veniva in mente la
storia di Daniele nella fossa dei leoni !

Però, a confortarmi lo spirito, poco appresso ca-
deva la riunione periodica della nostra R. Deputazione
di Storia Patria in Città di Castello, e qui ricordo con
lieto e riconoscente animo il voto caldo, unanime, so-
lenne, col quale, voi vi compiaceste di associarvi alla
crociata, provocando dai Ministri della Istruzione e dei
Lavori Pubblici le più confortanti promesse.

Intanto i predetti Ministri avevano a lor volta co-

stituita la Commissione Governativa, composta dei si-

‘gnori:

comm. ing. Italo Magazzini, presidente di sezione
del Consiglio superiore dei Lavori Pubblici ;

v9 ' pre. ba e Á 2

XLIX

comm. Amedeo Pavesio, capo divisione al Mini-
stero delle Finanze ;

prof. comm. Adolfo Apolloni, vice-presidente del-
l'Assoc. Artist. Internazionale;

comm. Antonio Verri, maggior generale del Genio;

cav. avv. Filippo De-Rossi, capo sezione al Mi-
nistero dei Lavori Pubblici ;

cav. Eugenio Perrone, reggente la sezione idrau-
liea al Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio.

La commissione predetta non tardó ad accedere sul

posto ed a riferire, sostenendo quasi le mie stesse pro-
poste e le mie stesse raccomandazioni, comparse nel
citato opuscolo « Pro Marmore »; e qui mi piace di
ricordare (anche per debito di riconoscenza verso gli
illustri uomini che seppero cosi bene comprendere e
giudicare la controversia) come nel rapporto predetto
si consigliasse :

1. di ridurre all'ufficio di sfioratore il canale di
Pio VI, il quale non dovrebbe mai agire finché la por-
tata della Cascata non superi i 20 metri cubi.

2. di sistemare i due ciglioni superiori della Ca-
scata.

3. di favorire la costruzione dell’ edificio unico
delle prese, proposta dagli utenti delle acque del Velino.

4. di dar corso alle domande di nuova conces-
sione (salvo al Governo di decidere circa la priorità e
la preferenza delle medesime) sotto le condizioni se-
guenti:

a) che le prese siano effettuate dall'edificio unico;

b) che salvo casi eccezionali, le acque siano la-
sciate nell'alveo tutte le domeniche e possibilmente una
festa civile e il giorno di Natale, dall’alba al tramonto
del sole;

c) che, ove il concessionario fosse già utente del

Velino, debba obbligarsi a restituire all'alveo nei detti :

giorni anche l’acqua già ottenuta in concessione.
5. di rivolgere premure agli utenti che chiedes-
sero nuove derivazioni, perchè annuiscano nell’accordo

4
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Dat

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v

per la restituzione delle acque al fiume nelle domeniche,
e in caso di rifiuto di porre quest'obbligo in occasione
del rinnovamento delle concessioni, a sensi dell'art. 5
della legge 10 agosto 1884, n. 2644.

6. di raccomandare infine al Comune di Terni il
miglioramento delle condizioni di accesso alla Cascata.

Il Ministero dei Lavori Pubblici volle che l'Ispetto-
rato Superiore del Genio Civile studiasse l'autorevole
referto dei Commissari; e questo, il 17 aprile 1907, pre-
sentava le sue conclusioni proponendo:

« 1. Di non accordare nessuna delle nuove deriva-
Zioni già in massima impegnate per la Ferrovia, per le
Acciaierie e pel Carburo di Calcio, se non a condizione
che sia mantenuta e confermata la domanda della co-
struzione a spese dei maggiori utenti dell’ edificio unico
di presa e sia subordinata soltanto alla restituzione in-
tegrale al fiume, dal sorgere al calare del sole in tutte
le domeniche, nel secondo giorno di Pasqua e nel primo
novembre di ogni anno, dei nuovi volumi derivati dalle
due ultime società, esclusi così gli otto metri cubi della
trazione ferroviaria, che non potrebbero cedersi mai per
altri usi; a condizione altresì che le due società indu-
striali delle Acciaierie e Carburo s' impegnino di lasciare
al fiume, in dette feste anche una parte dell' aequa ora
goduta per antecedente concessione;

« 2. di non consentire l'impiego delle acque di sca-
rico dell’ officina del comune di Rieti e di altri che usano
parzialmente del salto delle Marmore, finché non sia un
fatto compiuto il predetto edificio unico e finché il detto
comune non accetti la condizione della parziale resti-
tuzione, nei determinati giorni festivi, delle aeque ora
godute ;

« 3. di eseguire sollecitamente e nel miglior modo
possibile, data la permanenza del corso d'acqua sulle
cascate, i lavori di riparazione indicati nella relazione.
15 dicembre 1905 della Commissione ed alcuni altri ri-
sultati necessari in seguito a guasti verificatisi nel 1906

alla vasca del ventaglio ; e di curare d' ora innanzi molto LI

di più la conservazione e la facilità d'accesso e di go-
dimento della Cascata;

« 4. di porre, tostochè l’edificio unico di presa sia
costrutto, la Cascata all’ asciutto e di procedere ad una
completa e robusta restaurazione generale di essa, ripri-
stinandone le condizioni migliori, quali risultano dalle
fotografie di venti anni or sono, intercettando i più
piccoli meati per impedire le fughe per vie nascoste; e
di provvedere altresì al modo di poter effettuare degli
invasi nelle vigilie, a profitto della Cascata nella dome-
nica e nelle due feste annuali di dopo Pasqua e del
primo novembre ».

In base a questo referto, il Ministro della Pubblica
Istruzione interessava quello dei Lavori Pubblici a far
compilare il progetto delle opere suggerite, che venne
a risultare come appresso: |
Sistemazione: del eciglione |... ..... .. Li. 29,146,638
Sistemazione del taglio diagonale di Pio VI » 24,440.85
Restauro della specola e via d' accesso... » 2,431.06

Spese generali ed impreviste . . . ... » 11,881.96

Totale L. 68,000.00

E perchè questa cifra non possa sembrare ad alcuno
gravosa, non sarà inopportuno che qui ricordi come lo
Stato riscuota ormai sulla Cascata, a titolo di canoni
per concessioni industriali, la somma di L. 276,600 al-
l'anno, quindi non compirà un sacrificio se, facendo atto
di giustizia distributiva, destinerà per una volta a questa
opera, cosi largamente redditizia per esso, appena un
quarto dell'ineasso vistoso.

Ben altri sacrifici sostenne il Comune di Terni nelle
lotte durate per secoli; ben altro fecero i Papi nelle
controversie interminabili! Intanto, è doveroso il pro-
clamarlo, il Ministro della Pubblica Istruzione ha ope-
rato autorevolmente e con sincera premura perla tutela
della nostra Cascata ed ha diritto al nostro plauso ed
alla nostra riconoscenza.
Però, mentre si è cercato di serbare all’ ammira- ,
zione dei posteri lo spettacolo del Velino che precipita
tra le roccie, mentre si attende che sia costrutta la presa
unica e sia uniformato ai voti delle commissioni il ser-
vizio delle acque, nelle vicinanze della Cascata si vanno
compiendo opere che svisano e deturpano la insuperata
bellezza del paesaggio.

Presso il ciglione, orridamente frastagliato, ora fa
capolino una casuccia color di rosa; presso il viottolo
che adduce dal ponte naturale alla specola, un contadino
demolisce la quinta formata dal monte boscoso, sebbene
quel luogo sia anche soggetto al così detto vincolo fo-
restale ; la direzione degli stabilimenti del Carburo, lungo
la via della Val Nerina, costruisce un muro che taglia
e sopprime il primo piano del paesaggio ; lungo il corso
della Nera, vengono abbattuti i bellissimi gruppi di or-
nielli e di lecci che vegetavano da anni sulle sponde e
sugli scogli emergenti qua e là dal letto del fiume.

Così procedendo, quando la presa unica sarà co-
strutta, quando i lavori di restauro saranno compiuti,
quando il nuovo regolamento per la festa delle acque
sarà reso esecutorio, quando parrà che tutti i nostri
sforzi siano giunti finalmente a toccare la meta, allora
ci avvedremo che la Cascata del Velino è rimasta priva
di quella meravigliosa cornice che i Romani per i primi
curarono, quando vollero che il fiume si precipitasse ap-
punto da quella parte della roccia, delubro magnifico
e degno del Nume che s’inabissa dall’altissima rupe.

È quindi necessario che, a compimento dell’ opera
sia costituita in zona di rispetto quella parte interna della
valle che va dal Ponte regolatore fino al ponte di Papigno,
entro la quale non sia consentito nè diboscamento, nè di-
rocco di rupi, nè vi si possano compiere costruzioni se non
in accordo coll’ ufficio preposto a tutelare le bellezza della
regione.

S. E. l'on. Rava, nel memorabile giorno in cui si
inaugurava la mostra d'arte antica in Perugia, lodando

con nobilissime parole l'idealità che ci animava a di-
LUI

fendere le naturali bellezze della nostra regione, ci
dava affidamento non dubbio del suo alto patrocinio,
e noi siamo sicuri che, anche nell’ ora presente, non
avremo invocato invano il suo provvido, potente e sol-
lecito intervento.

A lui dunque raccomandiamo, se così a voi piace,
la mia proposta, facendogli presente che, senza tale
provvedimento, tornerebbe forse vano il lavoro con tanta

concordia d'intenti iniziato e proseguito.

Il Presidente, rendendosi interprete del desiderio del-
l'assemblea, propone sia inviavo un telegramma a S. E. il
Ministro della P. I. per ringraziarlo dell’opera compiuta a
tutela della Cascata delle Marmore, e per invocare da lui
i provvedimenti ora suggeriti dall’ esimio socio prof. Lanzi.

L' assemblea approva.

9.* — Il socio ordinario SORDINI GIUSEPPE narra la storia
Idi un curioso equivoco epigrafico, rimasto per secoli inavvertito.
Un tal Francesco Dini, sul finire del secolo XVII, scrisse e poi
stampó una Dissertazione sulle antichità umbre ed etrusche,
nella quale, fra le altre cose meravigliose, asserisce di aver
veduta, sopra la porta di una chiesa, tra Cammero e Or-
sano, nei monti di Sellano, circondario di Spoleto, una iscri-
zione formata con lettere greche, latine e con altre a lui
ignote.

. Seguendo queste indicazioni, il Sordini si recò su quei
monti, trovò quella iscrizione, la liberò da un grosso strato
di calce che tutta la nascondeva e, dopo una prima, fugace
impressione. che assomigliò molto a quella di Francesco Dini,
potè sicuramente stabilire che l'iscrizione è italiana e ri-
corda, semplicemente, il titolo della chiesa, i nomi dei Mae-
stri muratori che costruirono - quell’ edificio, e la data della
costruzione che va riferita alla metà, circa, del secolo XV.
E stabiliva, altresì, che 1’ equivoco preso dal Dini dipese
unicamente dalla estrema imperizia dello intagliatore delle
lettere, il quale certamente non sapeva leggere, nonchè
LIV

dalla imperizia di chi compose l'iscrizione con una strana:
mescolanza di lettere maiuscole, di lettere corsive e di sigle,
in modo che, a prima vista, quell’ iscrizione apparisce come
un vero rebus.

Nel nostro Bollettino lo scritto del Sordini verrà accom-
pagnato da una riproduzione grafica della iscrizione che ha
fornito argomento ad un cosi curioso equivoco.

10. — TENNERONI A. — I « Laudarîi » Umbri dei
secoli XIV e, XV.

Il socio ordinario prof. TENNERONI comunicata la sua
Introduzione alle laudi spirituali, d' imminente pubblicazione,
passa a riferire intorno alle principali raccolte di antiche
laudi umbre, delle quali fu proposta la pubblicazione nel-
l'adunanza del 9 novembre 1895. Avvertito che i moltissimi
codici contenenti poesie di Jacopone da Todi, da lui ricercati
e tolti in esame rappresentano una produzione tutta a sé e
personale di un solo e grande autore, e quindi non com-
prensibili nel divisato corpo di laudi umbre, e accennando
alla singolare importanza storica e letteraria in genere, e
per l Umbria in specie, delle antiche sue laudi liriche e
dramiatiche, propone la stampa dei seguenti laudarii umbri.

L'assisiate, conservatoci nel membran. « Vittorio Ema-
nuele » 418 (sec. XIV), i perugini nei codici membran. 955
della « Comunale » di Perugia (sec. XIV, 1314) « Vallicel-
liano » A. 26, (sec. XIV) e nel cartac. miscell. « Vaticano »
4834 (sec. XV), gli eugubini nel cod. membran. « Vittorio
Emanuele » 411 (sec. XIV) e nel membran. appartenuto al
Mazzatinti (sec. XIV ?), l' orvietano nel membran. « Vittorio
Emanuele » 528 (sec. XV, 1405).

Di questi sette codici raggruppati in ordine cronologico
della loro scrittura, presenta l'indice a stampa dei capo-
versi coordinati e in raffronto a quelli desunti da oltre du-
gento codici per il suo libro: /mizii di antiche Poesie italiane LV

religiose e morali con prospetto dei Codici che le contengono e
Introduzione alle Laudi spirituali (1).

Conclude che essendo ormai maturo il lungo lavoro
preparatorio, potrà sicuramente la R. Deputazione intra-
prendere, sia pure in apposita Appendice al « Bollettino »;
la desiderata e necessaria pubblicazione delle suddette ine-
dite e più antiche raccolte di laudi umbre, a cominciare
dal Laudario orvietano, di cui con il metodo scientifico della
scuola del prof. Monaci ha ben condotta a termine una co-
pia il prof. Diomede Toni di Orvieto.

La R. Deputazione approva di por mano quanto prima
alla stampa del Laudario orvietano, dandosi incarico al socio
Tenneroni di trattar con il Toni il richiesto compenso per
la trascrizione eseguitane.

11.° — CENCI P. — Di due pergamene del secolo X
sino ad ora sconosciute (2).
12." — CASAMICHELA. — Sul tempio di S. Francesco

in Lucca. Il socio espone che il tempio francescano di Lucca
fu in forma modesta eretto nel 1228, e nel secolo successivo
assai ampliato, e che la Repubblica lucchese, i Principi e i
cittadini tutti lo fecero oggetto delle più assidue cure.
Accenna poi agli artefici luechesi, che presero parte alla
decorazione del tempio fra i quali Deodato d’ Orlando, Bar-
tolomeo di Lunardo, Girolamo di Bartolomeo, Gaspare Mas-
soni e Michelangelo da Lucca.

Ma chi lasció maggiore impronta della sua valentia in
questa Chiesa francescana fu Benozzo Gozzoli, il pittore che
s'ispiró anche in questa classica terra dell' Umbria. |

Il bellissimo affresco nella cappella absidale a cornu epi-
stulae, in S. Francesco in Lucca, scoperto nel gennaio 1907,

(1) Firenze, Olschki ed., 1909.
(2) Vedi Bollettino, vol. XIV, pag. 567.
LVI

deve essere certo opera del nostro Benozzo. Infatti vi si
ammirano tutte le caratteristiche dell’arte sua, e vi si scor-
.gono altresì molti saggi di imitazione dal vero.

Nel secolo XVII fu alterato il carattere e la severità
architettonica del tempio; e altre opere vi furono condotte
tra il 1808 e il 1866; alcune necessità di servizi pubblici,
durante la prima guerra dell’ italica indipendenza, cagiona-
rono a questo monumento danni assai gravi, e la Chiesa
divenne un granaio.

Se non che qualche anno fa fu accolto con molto fa.
vore il progetto di un generale restauro e ripristino di San
- Francesco, proposto dall’ Ordine francescano, e il 7 marzo
1906 fu stipulato un atto, in virtù del quale il Governo ce-
deva al Municipio di Lucca la vetusta chiesa e, sempre in
virtù di quell’ atto, il Municipio succedeva ai religiosi france-
scani la detta Chiesa per il culto e una parte dell’antico cenobio.

In ciò l’inclita città di Lucca non s'è mostrata dissi-
mile da quella che fu nei tempi della sua maggior gran-
dezza e prosperità, facendo opera degna della sua fede, e
del nome e della reputazione artistica che gode fra le cento
città d'Italia. L' oratore presenta quindi un saggio dell’ o-
pera, che egli sta scrivendo intorno alla storia documentata
e illustrata del tempio francescano, di cui ha fatto parola.

13." — Il socio PERALI PERICLE svolge alcune sue co-
municazioni intorno alla — Famiglia Alberici di Orvieto e il
suo albero genealogico dal XI secolo — dà alcune. notizie sul-
l'Archivio Comunale, notarile e dell’ opera del Duomo di Or-
vieto e sui — Templi etruschi în Orvieto — studiati con nuovi
riscontri topografici e in seguito a nuove proposte.

14.8 — Il socio DEGLI Azzi legge a nome del socio
Geraldini una Memoria da quest’ultimo presentata al Con-
gresso, nella quale si tratta — Della dominazione di Fran-
cesco Sforza în Amelia (1).

(1) Vedi Boll. di St. Patr., vol. XIV, pag. 553. v * pe d : da à i
LVII
15. — Il prof. TARULLI espone alcuni suoi studi in-
torno alla — Primitiva Chiesa di S. Pietro a Perugia —.

Della Chiesa antica costruita da S. Pietro Vincioli
nobile perugino cirea il 966 o 967, non rimane che una
parte della facciata, quella di destra, nascosta attual-
mente dalle costruzioni posteriormente eseguite quando
fu innalzato il porticato con il primo cortile che si tra-
versa per andare nella chiesa. Questo rimasuglio di
facciata ha un archivolto composto di cunei di pietra
calcare bianchi e rossi, sostenuto da un lato da una
colonna di travertino conj suo capitello, il quale pre-
senta nella sua semplicità dei caratteri originali e
perfettamente armonici colla costruzione della chiesa
primitiva. Dopo l’archivolto si trova il paramento a cor-
tina della stessa pietra a liscio del piano dell’archivolto.
Inoltre per sorreggere il paramento della cortina fu po-
sto un architrave di travertino dal capitello alla parete
laterale della facciata. I conci della cortina sono stati
posti un po’ a caso mentre quelli dell’ archivolto sono
disposti con ordine, cioè uno bianco ed uno rosso.

Al disotto dell’arcata sono gli avanzi di un dipinto
che rappresenta una Trinità, ossia una veneranda figura
a tre teste, ciascuna con l’aureola, perfettamente somi-
glianti fra loro, tanto nella dolce espressione del viso
quasi femminile come negli altri dettagli.

La figura è seduta in un trono a forma cuspidale
col fondo dipinto a mosaico, colla mano destra benedi-
cente, mentre tiene la sinistra posata sopra un libro
semiaperto posto sulle ginocchia. Di quà e di là due
santi in piedi parimenti coll’aureola : di quello di destra
non rimane che la testa; di quello di sinistra qualche
porzione del viso; un gomito e niente altro. Pittura che
per i caratteri che presenta si può stabilire appartenere
al sec. XIV.

Poco lontano dalla colonna si stacca l’antico muro

x

laterale che è costruito cogli stessi conci.
LVIII

La colonna che è rimasta doveva insieme ad al-
tre formare il pronao avanti alla chiesa.

Della chiesa primitiva fa parte parimenti un pezzo
di cornice di coronamento che attualmente trovasi quasi
al piano del tetto che va ad attaccarsi alla facciata
odierna. Questo pezzo di cornice si trova a sinistra, ed
è l'avanzo dell’antica, che coronava la facciata stessa
terminante a timpano.

Il frammento stesso, che è più basso dell’ attuale
coronamento, fa supporre che la chiesa primitiva avesse
un'altezza minore della presente.

Altro residuo dell’antica chiesa è un muro che si
scorge nella parte posteriore della chiesa, e del quale
esiste gran parte, formato dalla stessa pietra della fac-
ciata ed occupante ora il posto dell'areata centrale, che
divide la chiesa odierna dall’abside. Questo muro pro-

babilmente doveva essere il muro perimetrale che cir-

'eondava il monastero.

La chiesa aveva al suo fianco la torre campanaria
che snella sorgeva a coronamento della chiesa e del
monastero. La parte antica finisce nel punto in cui in-
comincia l'attuale mensola che gira attorno. Sul basa-
mento del campanile trovasi per un lungo tratto un
muro di sostruzione che è posteriore, e .che sia tale lo si
desume chiaramente vedendo in alcuni punti, dove que-

sto è mancante, la sottostante fascia.

Il socio Tarulli presenta quindi agli adunati un disegno

opera dell'ing. Bizzarri, e col quale si è cercato di rappre-
sentare lo stato della Chiesa al tempo della sua primitiva

costruzione.
16. — Lo stesso socio TARULLI offre alcune notizie

intorno a Taddeo bolognese, la cui venuta in Perugia come
insegnante del patrio Ateneo nella Facoltà di Medicina, era
stata fin qui assegnata all'anno 1276, mentre dagli Ann. Xvir.
dell'Archivio comunale resulta, che ció avvenne piü tardi, LIX

e cioè nel 1287. Aggiunge poi altre notizie anche sull’ inse-
gnamento del medico Bartolomeo da Varignano in Perugia,
nella prima metà del secolo XIV.

| Terminato lo svolgimento delle Comunicazioni, il Presi-
dente rivolge ai congressisti ed alla città di Foligno le se-
guenti parole di commiato :

Signore e Signori,

Nell’atto di chiudere i nostri lavori permettete che

a nome della Deputazione io esprima tutto il mio, tutto
. il nostro legittimo compiacimento per la riuscita di que-
ste riunioni. à

Compiacimento che implica una doverosa e calda
parola di grazie alla gentile città, che con accoglienze
veramente degne di lei, volle darci ospitalità; di grazie
al Magistrato municipale e ai cittadini che, continuando
l'antica e bella tradizione della cultura folignate, segui-
rono i nostri lavori; di grazie ai soci tutti che coll’in-
tervento loro e colle loro comunicazioni crebbero inte-
resse e decoro al nostro Congresso.

E, dopo i ringraziamenti, l’augurio che, al raggiun-
gimento de’ voti de’ folignati per la restaurazione dei
monumenti più belli dell’arte loro possa giovare l’opera
nostra con tanta cortese deferenza invocata dal patrio
municipio. |

Ed ora, a volta nostra, un invito: quello che a voi
ed ai soci oggi assenti rivolgiamo, d'intervenire nume-
rosi l'anno venturo nella vetusta ed artistica Gubbio,
che con gentile insistenza reclama la visita nostra. A
rivederci dunque nella pittoresca città d'Oderisi, dove
ci attendono col mesto ricordo d'un valoroso Collega
perduto, tante insigni memorie storiche, dove fra tanti
gioielli dell' arte, la meravigliosa Madonna del Nelli ri-
corderà all'ummirazione nostra devota la preziosa cap-
pella folignate dei Trinci.
BN...
"3
^is

LX

Dopo di che il Presidente dichiara chiuso il XIV Con-
gresso della R. Deputazione di Storia Patria per l'Umbria.

IL PRESIDENTE
G. MAGHERINI - GRAZIANI.
Il Segretario
O. SCALVANTI.

Avuto termine il Congresso, la R. Deputazione, insieme
alla rappresentanza municipale, si recò a visitare lo storico
palazzo Trinci; e, avuta quindi occasione di constatare l'ur-
genza di molti restauri e di far voti affinchè l’ insigne mo-
numento sia destinato ad accogliere le preziose collezioni
d'arte del Comune, credeva opportuno telegrafare a S. E. il
Ministro Rava nel modo seguente:

« Ministro Rava,
ROMA.

« Regia Deputazione Storia Patria, visitato storico pa-
lazzo Trinci, sacro all’arte, invia a V. E. caldissima preghiera
per urgenti, improrogabili restauri, fiduciosa. nel vivo inte-
ressamento di V. E. alla conservazione del nostro patrimonio
artistico ».

IL PRESIDENTE
MAGHERINI-GRAZIANI.
Al quale telegramma il Ministro Rava rispondeva corte-
semente nei seguenti termini:
« Comm. Magherini - Graziani
« Presidente della R. Deputazione di Storia Patria
« FOLIGNO.

« Fin da quando ero ospite di Foligno telegrafai e scrissi
di persona al collega Lacava raccomandando di provvedere
allo stato deplorevole di conservazione dello storico palazzo
Trinci. Per quanto dipenderà da me non mancherò di insi-
stere e di provvedere. Ossequi cordiali.

« IL MixisrRo — RAVA ».
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MEMORIE E DOCUMENTI
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FRAMMENTI DI STATUTI
DI CITTÀ DI CASTELLO O

(1261-1273)

Non si può mettere in dubbio che Città di Castello si
reggesse a Comune fino da tempo antichissimo, poichè dai
primi del secolo XII, cioè nel 10 di marzo dell’anno 1110, il
giudice castellano Gerardo, in un atto di donazione alla Ca-
nonica di San Florido, si sottoscriveva: « civis Castellanensis
Comitatus », qualifica che certo quel giudice non avrebbe
avuto se allora il Comune non fosse già sorto e non fosse per
ciò da lui ritenuta onorifica (1). Ed intorno a quel tempo do-
vettero essere riunite e scritte le leggi atte a regolare il
governo della città e a stabilire i diritti dei cittadini.

In un ms. membranaceo dell'Archivio Capitolare di Città
di Castello si conserva un frammento di statuto, che si puó
ritenere, anche per la forma della scrittura, della prima metà
del secolo XII. Vi si leggono solo i quattro capitoli: « De-
volentibus dividere a domino; De homagio; De cosatione homi-
num; De villanis venientibus in civitatem, già da me pubbli-
cati (2), e che contengono disposizioni, le quali in parte si
riscontrano quasi identiche negli statuti che vengono oggi
in luce.

(1) Vedi MAGHERINI-GRAZIANI, Storia di Città di Castello, Tip. Lapi, vol. II,
pag. 61.
(3) Ibid., vol. II, pagg. 93, 94.
G. MAGHBRINI-GRAZIANI

Quando nell’anno 1199 i castellani fecero atto di sotto-
missione ad Innocenzo III, essi gli chiesero di rinnovare « i
loro antichi statuti ». Ciò si ricava dalla lettera diretta al
pontefice dal Potestà Bonconte di Montefeltro e nella quale
si legge « ..... Cum pristina memoria terra nostra ad patrimo-
nium S. R. E. communi ac privato iure spectare noscatur,
et nuper sanctitatis vestre sollicita cura antiqua statuta inde
sint innovata, etc. » (1). :

. Nel 1202 i Consoli castellani Tedesco e Tedelgardo, vista
la sentenza proferita l'anno avanti ih favore della Canonica

da Ugolino di Celle « ex delegatione Latini potestatis » di-

. Chiaravano di confermarla « ad normam constituti civita-

tis » (2), e in una carta di esenzione da balzelli o dazi, rila-
sciatà a nome della città alla stessa Canonica, si ha che i
detti Consoli promettevano l’ esenzione con queste parole:
« aliquid canonice imponeremus nec exigimus ullo modo ab
ea, et sic faciemus scribi in constituto sequentis anni » (3).
Il che dimostra che già nel 1202 si considerava come cosa
ormai consueta introdurre ogni anno nello statuto le mo-
dificazioni ritenute necessarie dalle condizioni della città per
il governo della eosa pubblica.

Certo è però che l'opera della codificazione completa
delle consuetudini e degli statuti. particolari avvenne nel
1261, al quale anno si riferisce il primo dei frammenti, che
oggi vengono in luce (4). E tanto esso che quello successivo

(1) THEINER, T. I, pag. 32. N. XL. Cfr. Storia di Città di Castello, vol. II, pa-
gine 78, 79. a

(2) Archivio Capitolare di Città di Castello. Decade XI, perg. 10.

(3) Stesso archivio. Tomo I, c. 249.

(4) I frammenti di statuti che si pubblicano sono contenuti in due quaderni
sciolti di pergamena conservati nell'Archivio comunale di Città di Castello. Eviden-
temente questi quaderni sono l'avanzo di libri dov'erano raccolti gli statuti com-

. pleti. Il frammento del 1261 é in sei carte; quello del 1273 in otto, ambedue scritti

in carattere bene intelligibile, quantunque l'inchiostro sia sbiadito. Le rubriche
dello statuto del 1261 hanno le.iniziali rosse e nere alternate; quelle dell'altro del
1273 hanno la lettera iniziale di carattere piccolo, scritta nel margine, e vi é lasciato
in bianco uno spazio quadrato in principio di ogni rubrica per farvi una iniziale
We. bd

FRAMMENTI DI STATUTI, ECC, 9

del 1273 non hanno scarso valore, anzi tutto, perché sono ra-
rissime le raccolte di leggi municipali del secolo XIII giunte
sino a noi, e inoltre perché in molte parti i nostri fram-
menti rivestono importanza non comune anche per il loro
contenuto. É perció che io ho creduto recar vantaggio agli
studiosi pubblicando le preziose reliquie di questi statuti,
non tanto per esporre il reggimento della città in quel
tempo, quanto per farne anche piü chiaramente conoscere
le fortunose vicende, delle quali appunto gli statuti non sono
che l'immediata conseguenza.

Ed é veramente mirabile, che Città di Castello, malgrado
le fazioni che la travagliavano, potesse cosi notevolmente
dare incremento alla sua potenza politica e consolidare con
ordini democratici e: durevoli la sua vita civile.

Pertanto nell'epoca, a cui gli statuti si riferiscono, Città
di Castello aveva senza dubbio raggiunto una ragguardevole
importanza come centro di azione politica nella nostra re-
gione. Il suo estimo urbano e del contado ci dà indizio della
sua prosperità economica (1); si era accresciuto il numero
delle porte della città e de’ suoi abitanti; il reggimento
pubblico appariva già ben disciplinato.

Un certo spirito di ribellione alla potenza ecclesiastica
della Chiesa sembrava diffondersi tra i cittadini, che si
trovavano al governo della cosa pubblica, tanto che essi
avevan posto mano a far leggi alquanto ostili al clero. Dopo
seri conflitti, che portarono alla scomunica di molti ribelli, il
Comune dovette promettere di abrogare coteste leggi, ma
poichè la promessa non fu mantenuta, si ebbero severi

più grande in colore od ornata. Alcune glosse di tempo posteriore e che si riferi-
scono ai capitoli, ma tutte senza importanza, si leggono nei margini. Nello stesso
Archivio comunale si custodiscono molti altri libri di statuti, che dai primi anni
del secolo XIV vanno fino alla seconda metà del secolo XVI: fra gli altri ' origi-
nale in pergamena degli statuti stampati nel 1538 in Città di Castello dal Mazzocchi
€ dai Fratelli Gucci in una edizione assai bella e oggi divenuta molto rara.

(1) Vedi Storia di Città di Castello, vol. II, pagg. 213 e 214.
———-_————

6 G. MAGHERINI-GRAZIANI

moniti da parte del vescovo Nicoló, uomo di spiriti fieri e
risoluti (1). :

Anzi puó dirsi che negli anni, a cui i nostri statuti ap-
partengono, la figura di questo prelato campeggi veramente
nel quadro della storia castellana, sia per le efficaci disposi-
zioni adottate contro il clero turbolento e corrotto, sia per
l'opera sapientemente esercitata a favore della concordia e
della pace cittadina, sia per la fermezza, con la quale seppe
restaurare e difendere i diritti dell’episcopato (2).

Adunque gli statuti, che noi pubblichiamo, sebbene non
sieno che frammenti, pure riescono prezioso documento di sto-
ria civile e giuridica. Specialmene il più antico di essi, quello
del 1261, ci offre, direi quasi, il primitivo orientamento della
coscienza politica e giuridica del popolo castellano. Molte
disposizioni intendono a prevenire e reprimere le gare cit-
tadine, a punire il reato di alto tradimento, a provvedere
alla custodia dei diritti propri della civi/itas, a rendere quasi
impenetrabil agli stranieri le istituzioni della repubblica, a
creare in tutti il dovere civico di concorrere alla salute
della patria. Si cerca quindi che le leggi sieno rigorosamente
eseguite, e si danno copiose disposizioni intorno al diritto
pubblico della città.

Vediamo poi nel più antico statuto la singolare diligenza
dei reggitori dello Stato nel creare i congegni degli uffici, nel
determinare le responsabilità dei funzionari, nel provvedere
energicamente alla difesa del Comune, nel serbare incolumi
i diritti dei cittadini, nel custodire e mantenere la pace pub-
blica, nel rendere ordinate le assemblee, nell evitare con
ogni studio le corruzioni, e nel procurare che dalle stesse
contese tra i maggiori ufficiali della Repubblica, come il Po-
destà e il Capitano del popolo, non derivassero danni per
le franchigie cittadine.

(1) Vedi Storia di Città di Castello, pagg. 220 e segg.
(2) Ibid., pag. 222.
"S - Uu t
H4. + pe d

FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. Ti

Ma spesso ricorrono altresì disposizioni intese a rimuo-
vere il pericolo delle gare civili, e perciò, a far cessare le
fazioni guelfa. e ghibellina, fu ordinata una speciale magi-
stratura, quella dei XXIV, incaricata di promuovere la pace
e la concordia tra le famiglie della città e del distretto.

L' ordinamento è schiettamente popolare, e qualche trac-
cia vi rimane di governo a democrazia diretta. Ben discipli-
nata è la materia dei Consigli, che rappresentavano la mag-
gior potestà della repubblica. Chiara apparisce in tutto il
testo del 1261 la prevalenza del Comune del Popolo su quello
Generale, sebbene sieno notevoli molte disposizioni rivolte a
bilanciare saviamente l'influenza dell’ uno e dell’ altro, tanto
in rapporto alle loro funzioni politiche quanto in rapporto
alla loro autorità giurisdizionale.

Trattandosi di un governo abbastanza evoluto, i suoi
congegni appariscono assai complicati, ma lo statuto si sforza
di coordinarne l’attività e di stabilire fra di essi una corre-
lazione di fini, che avvantaggi l'ordine ed il progresso di
tutta la comune convivenza. i

E non era facile compito, giacchè se nel 1221 si ave-
vano due Consigli civici, ossia quello dei Dodici o di Cre-
denza, e quello dei Quaranta, ai quali sovrastava per le più
importanti deliberazioni della Repubblica il Consiglio di tutti
i cittadini o Parlamento; nel 1240 si trova che il Consiglio
di Credenza venne portato a ventiquattro membri, quello
dei Quaranta a dugento, a eui vennero poi aggiungendosi i
Consules societatum e i boni homines o vocati. Finalmente nel
1261 i collegi, ai quali veniva affidato il governo, erano il
Consiglio del Popolo, o Massa populi e quello Generale, com-
posto dei reggitori delle arti, dei consoli e dei particolari
consigli di ciaseuna maestranza. E l'organismo si andó compli-
cando col suecessivo statuto del 1273, col quale si scelsero
ventiquattro cittadini con l' incarico di eleggere il particolare
Consiglio, detto dei Dugento, composto di persone maggiori
di anni ventuno e che duravano in carica un anno. E l'au-
oO

Sos G. MAGHERINI-GRAZIANI

torità di questo collegio fu senza dubbio grandissima, cosi
da potersi ritenere che in alcuni casi passassero in esso
funzioni prima spettanti al Consiglio generale.

Pertanto, sia nella materia importantissima della ele-
zione delle cariche, e sia in altre pur di carattere essenzial-
mente costituzionale, appariscono evidentissime le differenze
tra i due statuti del 1261 e del 1213. La spiegazione delle
quali s'incontra anzitutto nelle vicende politiche e sociali
della città. Altra ragione però del divario organico fra i due
documenti legislativi sta nell’ essere il primo un vero « Sta-
tutum populi » e l'altro uno « Statutum comunis ». I carat-
teri di quest' ultimo si trovano nettamente delineati nel ca-
pitolo « De officio potestatis ». Ma poiché il Comune di
Città di Castello era, come abbiam detto, essenzialmente
democratico, gli statuti dovevano particolarmente occuparsi
della organizzazione delle maestranze ; ond'é che fortissimo
vi si manifesta il vincolo di colleganza fra gli artieri, e vi
s'impone l'obbedienza ai Consoli ed agli altri capi delle cor-
porazioni.

Pertanto in un'epoca anteriore la preminenza de iure
e de facto appartenne al Podestà, ond'egli solo poté ban-
dire le adunanze del generale Consiglio ; ma successivamente
si diede anche al Capitano del popolo la facoltà di convo-
carlo, e senz’ obbligo di interpellare il Podestà, mentre questi
era tenuto sempre a ricercare il consenso del Capitano. Non
è qui il caso di scendere a minuti ragguagli intorno a que-
ste due supreme autorità della Repubblica; ma certo è che
sia per il concorso assiduo di entrambe nella trattazione
degli affari di Stato, sia per la tutela, che le leggi accor-
davano alle loro persone ed agli atti del loro governo, esse
vennero a stabilirsi in un costante rapporto di eguaglianza,
il quale cessava solo in alcuni casi, nei quali il predominio
del Capitano del popolo si faceva manifesto.

Massima cura degli statutari di Città di Castello fu
lamministrazione della giustizia, mirando sopra tutto a
4n cp Pe è

FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 9

far sì che essa avesse corso spedito. In quei difficili tempi,
nei quali spesso a tutela dei propri diritti si ricorreva al bar-
baro mezzo della « ragion fattasi », era necessario infondere
in tutti la massima venerazione nel magistero dei giudici, af-
finchè all'opera loro con fiducia si avesse ricorso. E a ciò
provvedono con esemplare sagacia i nostri statuti. Malgrado
che anche in Città di Castello divampassero gli odi di parte,
le leggi erano sollecite di procurare che le accuse fossero
sostenute da un corredo di prove dirette allo scoprimento
della verità. Sopratutto poi si cercava, che gli organi dello
Stato potessero attendere liberamente all’ esercizio delle loro
funzioni, e non venissero turbati da tumulti, da sedizioni,
da strepiti, da risse o dall'aspetto delle armi, colle quali i
facinorosi potevano nelle pubbliche assemblee esercitare sul-
l'animo dei convenuti violenza o incuter timore. Grave de-
litto era considerato l' uscire anche senz’ armi fuori della
città o del distretto per prender parte a fazioni di guerra.

Gli statuti poi contengono provvide e minute disposizioni
attinenti alla pubblica economia, come son quelle relative
ai mercati ed alle vettovaglie. E sono assai ingegnosi i mezzi
che si adoperarono per impedire il soverchio rincaro dei
viveri, e per garantire la buona qualità di essi.

Notevoli le norme dettate in materia sanitaria, e in
specie sui mezzi d'isolamento nei casi di malattie trasmissi-
bili e sulla buona conservazione e custodia dei pubblici
bagni.

Lo statuto dà inoltre qualche cenno intorno all’ ordina-
mento dei servizi finanziari, e a quello militare; e finalmente
traccia le norme di procedura, le quali danno spesso occa-
sione agli statutari di mostrare in qual modo il Diritto
romano si venisse adattando ai bisogni di quella nuova
consociazione. Rimangono le classiche distinzioni fra il giu-
dizio petitorio e il possessorio; ma sopra ogni altra cosa si
nota il fermo proposito di prevenire il pericolo e il danno
delle lunghe liti, e si vuole che in un termine stabilito esse
TIRATE OTO ESTATE I

10 G. MAGHERINI-GRAZIANI

sieno risolute. Vi s' incontra poi l'istituto dell'arbitrato, intorno
al quale gli statutari, molto esperti nelle materie del diritto,
si adoperano ad assicurargli piena e spedita esecuzione
nelle cause, in cui venga invocato. Guidato da intenti pra-
tici è tutto il sistema riguardante i pegni, l' azione peritale
nella stima dei beni, su cui cadeva la controversia; la fi-
deiussione, l’ evizione, i diritti agli alimenti, il deposito, il
commodato ; e vi è cenno altresi degli usi civici, quali quello
del pascolo.

Adunque anche dal punto di vista giuridico, è chiaro
che i frammenti degli statuti castellani hanno “particolare
importanza, non solo per ciò che si riferisce al gius pubblico,
ma anche per le norme di ordine privato, introdotte in tutti
quei casi in cui al popolo sembrava non si potessero utilmente
adottare le leggi ereditate dalla romana sapienza.

G. MAGHERINI - GRAZIANI.
FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 11

‘FRAMMENTI DELLO STATUTO DEL 1261

... dieto eapitaneo ut suum offitium libere faciat et omnes
eondempnationes facetas per capitaneum, potestas teneatur exequi
et effectui mandare iuxta posse, sicut teneatur exequi condempna-
tiones per eum factas.

Qualiter observentur capitula populi Castelli.

Item dieimus quod quieumque esset de consortio huius populi
teneatur omnia eapitula observare perpetuo, salvis in omnibus et
per omnia quiequid, per generale consilium populi, adiectum vel
diminutum fuerit cum voluntate eonsulum artium et eorum con-
siliariorum vel duarum partium dicti consilii.

.Qualiter teneantur pro exbannitis omnes illi qui reperiuntur
exbaniti in libro exbannitorum comunis.

Item dieimus quod potestas et capitaneus teneantur pro exba-
nitis habere omnes illos qui fuerunt exbanniti tempore potestarie
domini Armanni Supolini, domini Mathei de Corigio, domini Gui-
donis, domini Rainerii Symi, domini Aldebrandi de Riva, domini
Bertrami (?) de Mandello, domini Ugonis de Sancto Vitale, domini
Bulgarutii et domini Uderiscii de Copulis, et tempore domini An-
dree quondam Andree Tiberii potestatum civitatis dicte, et omnes
terras que fuerunt exbanite dietis temporibus et homines dieta-
rum terrarum et dare operam et fortiam quod puniantur secun-
dum formam eorum exbanimenti, qui reperiuntur in libro comu-
nis. Ita tamen quod omnes illi qui reperiuntur absoluti per instru-
mentum publieum vel solutionem factam et omnes exbanniti mor-
tui, potestas et capitaneus faciant ipsos extrahi de libro comunis
per totum mensem ianuarii vel februarii.
12 G. MAGHERINI-GRAZIANI

Quod nullus de consortio populli sit de aliqua parte et de
juramento populi.

Item dicimus quod nullus de consortio huius populi sit nec
debeat esse de aliqua parte nec ad aliquam partem, que olim fuit
in civitate dicta, trahere vel adelinare nec de aliquo consortio seu
sotietate vel conspiratione esse facta vel facienda, nisi que fieret
vel facta esset de expressa licentia et verbo potestatis et capita-
nei et ad ipsam licentiam dandam sint simul et neuter eorum sine
altero dare non possit nec alicui parti dare consilium, auxilium
vel favorem palam vel privatim, aliqua ocasione, in dicto facto.
Et si quis contrafecerit potestas et capitaneus et eorum quilibet
puniat ipsum, in persona et rebus, eorum arbitrio et voluntate. Et
ego qui sum de populo Civitatis Castelli juro ad saneta dei evan-
gelia salvare, bona fide sine fraude, honorem et aumentum domini
capitanei populi Castelli et bonum statum ipsorum et salvare ho-
norem potestatis Civitatis Castelli et eum iuvare pro posse, ad
laudem populi eastellani eiusque honores et etiam salvare sotios
universos et iuvare (?) et bonam... facere et non malam omni ma-
lieia et malo sofismo remotis. Et quod non ero in aliquo eontraetu
vel eonsilio quod potestas vel capitaneus vel aliquis de eorum fami-
lia habeant maius salarium vel donum de avere comunis vel populi
Castelli quam ut eis concessum per constitutum. Et si fuero electus
ad aliquod offitium vel honus populi memorati illud recipiam et
receptum faeiam et tratabo bona fide sine fraude seeundum quod
iniuetum fuerit michi a capitaneo populi salvo eapitulo deveti et
si offensio personalis fuerit illata alicui sotiorum juvabo pro posse
ut bene puniatur offensor. Et si quis, quod absit, ex sotiis fuerit gla-
dio interfectus laborabo pro posse ut capiatur interfector et ultimo
suplieio puniatur et quod bona eius destruantur omnino et que re-
manserint eonfiseantur et si capi non poterit, debeat perpetuo
exbanniri et nullatenus possit rebanniri. Et capitaneus teneatur
denuntiare potestati et procurare quod prenominatum malefa-
etorem puniri debeat et si potestas punire noluerit, capitaneus
per suum offitium punire teneatur.

Item dieimus et ordinamus quod omnes homines qui jurabunt
sequimentum domini capitanei, qui tempore erit, teneantur juvare
consilium et vim dare potestati et eapitaneo presenti vel futuro FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 13

comuni Civitatis Castelli ut faciant et dirigant et regant dictum
comune et eius comitatum in honore comunis et in pace et bono
statu eiusdem comunis cum omni bono et sano intelleetu. Hoc a-
dito quod capitaneus teneatur iurari facere omnes populares de Ci-
vitate Castelli et nomina et prenomina illorum qui juraverunt, scribi
facere teneatur in quatuor quaternis sicut sunt quatuor porte civi-
tatis et quilibet jurans seribatur in quaterno sue porte et huius
juramenta, per popolares faeta, prevaleant omnibus juramen-
tis tam faetis quam faciendis Civitatis Castelli. Et si aliquis vel
aliqui populares contra prefatum .populum fecerint juramentum,
capitaneus teneatur precise et debeat illum vel illos punire in
personis et rebus. Et si capitaneus circa hee fuerit negligens de
suo feudo salario amietat Xxv libras denariorum. Et quod mili-
tes et eorum filii judices et notarii non recipiantur nee venire de-
beant ad consilium eapitanei nec requirantur ad faciendum jura-
menta superius nominata. :

Ut nullus de consortio populi vadat ad domum alicuius ma-
gnatum causa alicuius discordie.

Item dieimus quod ullus sotiorum vadat, oecasione malefitii,
discordie vel rumoris, in auxilium cum armis nec sine armis ad
domum magnatum vel alterius persone sine licentia domini capi-
tanei populi qui non sit de sotietate predicta et qui contrafecerit
in libris 1. denariorum condapnetur et, si non habuerit unde
solvat dietam peeuniam, subiaceat in dicta quantitate perpetuo
banno comuni Civitatis Castelli.

Qualiter artes confirmentur in bono statu.

Item dieimus et ordinamus quod potestas et eapitaneus te-
neantur omnes artes civitatis et quamlibet ipsarum in bono statu
conservare et brevia ipsarum artium et banna, que in eorum bre-
vibus continentur, dare vim et fortiam consulibus ipsarum artium
pro utilitate ipsius artis non obedientibus inferre ita tamen quod
quisquis suam artem bene conservet et debeat legaliter operari et
quod quelibet ars civitatis et consules ipsius artis possint homines
sue artis convocare et congregare in quoeumque loco et quandocum-
EE

"rm" -

14 G. MAGHERINI-GRAZIANI

que voluerit sine contradietione alicuius. Hoe addito expresse quod
trombatores comunis teneantur banire sine aliquo pretio in loeis

. consuetis ad postulationem eonsulum artis qui congregare volue-

rint artem suam in banno x solidorum et quod eisdem tromba-
toribus eapitaneus aufferat et aufferre teneatur si non fecerit su-
praseripta, et stetur sacramento consulum vel consulis de novo facto
et eapitaneus eum suo judice et etiam eum iudice potestatis et
duobus bonis hominibus cuiuslibet artis, exceptis olearis figulis et
tabernariis debeant revidere brevia artium civitatis et corrigere
que viderint expedire et que eontra bonum statum comunis vel
spetialum (?) in eis eognoverint continere et predicta facere tenean-
tur per totum mensem januarii. Predieti vero duo homines eli-
gantur per consules sue artis.

De feudo capitanei populi Castelli et quando solvi debet.

Item dieimus et ordinamus quod capitaneus populi Civitatis
Castelli debeat habere pro suo feudo et salario tregentas libras
denariorum pysanorum, senensium, lucensium, florentinorum et arti-
norum minutorum id est florenos sedecim lucenses et artinos gros-
sos parvi argenti quod bene valeant quantitatem supradietam et pro
dieto salario debeat habere unum bonum legalem judicem sapientem
et unum bonum. notarium et debeat ipsos retinere per totum tem-
pus sui regiminis et debeat dietus capitaneus retinere condigne (?)
duos bonos equos ad minus et pro predicto salario debeat facere
hostem si opus fuerit et facereromnes ambasciatas comunis sibi in-
positas suis expensis et invenire (?) et habere hospitium suis expensis
omnibus et retinere duos equos ad totum suum riseum et sal-
vum (?) et... et non comunis per totum tempus sui regiminis.
Et supradietum salarium solvatur dicto capitaneo in hune modum,
silicet in quatuor primis mensibus sui regiminis debeat habere e.
libras denariorum, in secundis aliis quatuor mensibus alias e. li-
bras denariorum. Residue vero e. libras denariorum teneantur per
eamerarios comunis qui suo tempore erunt usque ad xv dies post
depositionem offitii dieti capitanei, quibus diebus stare debeat ad
sindicatum. Et dicimus quod eapitaneus non debeat esse nee pos-
sit de Civitate Castelli vel distrietus nec aliquis qui sit civis diete
eivitatis.
we xx

FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 15

De congregatione totius masse populi facienda.

Item dicimus et ordinamus quod capitaneus populi teneatur
quatuor vicibus in anno sue capitanie ad minus videlicet singulis
tribus mensibus una vice et plus, si ei videbitur, in quo loco vo-
luerit conveniri, facere congregari totam massam populi supradicti
pro faetis ipsius populi pertratandis; quod si non fecerit amittat
de suo feudo x libras denariorum pro qualibet vice.

Ut capitaneus, judex et eius notarius debeant interesse om-
nibus consiliis de civitate. ;

Item dieimus quod eapitaneus populi, judex et notarius de-
beant interesse omnibus consiliis civitatis et potestas ipsos amittere
teneatur, et possit dietus capitaneus, judex et notarius eius con-
sulere tamquam alii de consilio, et notarius qui seribit consilia
teneatur dieta ipsorum scribere, et post teneatur dietum capitanei
vel eius iudieis vel eius notarii mittere in partito sieut dieta alio-
rum consiliariorum civitatis et reformationem facere de eorum
dieto, sieut de dieto aliorum consiliariorum. Item dieimus in
arengo et parlamento si fieret, et si capitaneus committeret vicem
suam alicui, ita dietum illius, eui committeret ipse eapitaneus vieem
suam, scribatur, et super dietum suum reformetur consilium, tam-
quam super dieto capitanei. Et dieimus quod notarius eapitanei
teneatur penes se habere exemplatas et omnes reformationes consi-
liariorum, et notarius qui seribit consilio sibi dare teneatur ante
quam recedat a loeo. in quo tune fiet consilium sive consiliarii
deeesserint sive non, et eonsiliarii propterea non eogantur morari
ibidem, sed licentientur a potestate ante quam detur copia refor-
mationis. I

Ut capitaneus possit mittere ambasciatores et nuntios pro
facto populi civitatis.

Item dicimus quod capitaneus populi possit mittere nuntium
vel nuntios ambasciatores balitores quandocunque voluerit pro fa-
eto dieti populi et comunis, et camerarius eomunis teneatur solvere
ipsis ambascatoribus et nuntiis, sicut solvent illis qui vadunt pro
| 16 G. MAGHERINI-GRAZIANI
IB P /
| comuni, et possit dictus capitaneus facere pulsari campanam vel
| | campanas et facere trombari trombatoribus comunis et banniri sine
| contradictione potestatis et requisitione, et trombatores et balito-
| res teneantur obedire eapitaneo sicut obediunt potestati, quod si
non fecerint, eapitaneus possit ipsos punire sieut ei placuerit.

De electione camerariorum populi et eorum feudo.

Item dieimus quod capitaneus populi debeat habere et facere
eligi, in toto tempore sue capitanie, quatuor camerarios pro qui-
buslibet tribus mensibus, unum camerarium primum de una porta
et post inde (?) subsequenter de aliis portis; ita quod de duabus por-
tis sit unus eamerarius. Qui camerarius populi debeat et teneatur

reddere rationem de introitibus et expensis alteri sequenti came-
'ario, presentibus duobus consulibus artium eligendis voluntate
consilii populi, et judici eapitanei tribus diebus post depositum
eius offitium. Et quieumque fuerit camerarius anno proxime pre-
| terito, non possit nec debeat anno presenti. Et si quis camerarius
| fuerit inventus fraudem committere seu commiserit puniatur tam-

ii quam camerarius comunis de fraude et quibus (sic). Camerarius
populi habeat et habere debeat pro eorum (sic) salario viginti so-

lidos denariorum.

vuv E p = - =
=_= Fi Gi

mure

| Ut capitaneus possit facere custodiri aliquam fortitiam.

I

Item dicimus quod si capitaneus voluerit custodire aliquam
fortitiam eum voluntate consilii populi in civitate vel districtu è
civitatis possit eam accipere et facere eam custodiri expensis co-
munis, et potestas teneatur dietam fortitiam facere dari et si non
faceret amittat de suo feudo potestarie l. libras.

| | WM Si quis detemptus esset in aliqua parte in persona vel rebus.

Item dicimus quod si aliquis de civitate vel districtu civitatis

fuerit in aliqua parte detemptus, vel bona sua essent detempta,
occasione debiti vel robarie vel maltolecti alieuius persone vel oe-
easione comunis Civitatis Castelli, potestas et capitaneus teneantur
illum vel illos euius occasione detemptus esset vel bona sua com-
H4 A uM d

FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 17

pellere ad satisfaciendum id quod iure (o iuxte ?) debent satisfacere
etsi pro communi esset debeant facere et curare quod comune con-
servet illum indempnem qui detemptus esset occasione comunis,
et hoc locum habeat tam in preteritis quam futuris. Quod si po-
testas vel capitaneus non facerent, amittat quilibet eorum de suo
feudo xxv libras denariorum.

Ut non fiat exercitus nec alienatio rerum comunis sine con-
sensu et voluntate consilii generalis, et duarum partium
consulum artium et eorum consiliariorum.

Item dieimus quod sine consensu et voluntate consilii gene-
ralis pupuli Civitatis Castelli vel duarum partium scilicet consulum
artium et eorum consiliariorum non fiat exereitus, nec alienatio
rerum comunis Civitatis Castelli cum aliquibus personis vel loco,
nec pro ipso fiat contractus debitoris; nulla imponatur vel fiat
exatio populo eastellano; nee sumetur .pactio vel concordia pro
comuni Castelli eum aliquibus personis vel loco; nec electio pote-
statis nec domini Capitanei ; nee prestantia alicui de bonis et rebus
comunis; nec aliquid aliud facere quod possit esse dampnum vel
detrimentum comunis Castelli vel populi supradicti. Set quandoeum-
que potestas vel eapitaneus vellent traetare vel consilium facere
super dietis vel aliquo eorum, debeant prius denuntiare consulibus
artium, et ipsi consules teneantur et debeant convocare consiliarios
eorum et quod per ipsos seu consilium generale populi vel duas
partes ipsius eonsilii stabilitum fuerit, illud postmodum potestas et:
capitaneus teneantur prosequi. Et si aliter procederet in predietis
vel aliquo predictorum, talis processus non valeat nec teneat ali-
quo iure vel eausa. Volumus enim et expresse firmamus quod
nulla denuntiatio fiat vel fieri possit per potestatem vel eapitaneum,
aut aliquem alium ipsis consulibus super augendo salario potestati
vel eapitaneo, aut alieuius eorum familie, vel super dando vel con-
cedendo aliquid eis vel alteri eorum ultra feudum eis et cuilibet
eorum concessum per capitulum constituti, et si faeta fuerit non
valeat, nee admittatur, nee possit ex tali denuntiatione aliquod
consilium sequi vel fieri, et si predicti consules ipsam denuntia-
tionem admiserint, vel super ipsam consilium fecerint vel petie-
rint aut alter eorum sine voluntate totius consilii populi vel dua-
7

18 G. MAGHERINI-GRAZIANI

rum partium puniantur banno l. librarum denariorum et quilibet
eorum, quod bannum potestas et capitaneus eis et cuilibet eorum

aufferre teneantur.

Qualiter puniantur facientes coniurationem contra capitaneum
vel potestatem vel populum Civitatis Castelli.

Dieimus et ordinamus quod siquis coniurationem vel contrae-
tum eum aliquibus fecerit vel fieri fecerit contra potestatem vel
capitaneun et contra populum Civitatis Castelli vel bonum statum
sotietatis eiusdem, sive cum Castellanis fecerit vel fieri fecerit,
sive eum hominibus alterius loci capite puniatur et amputetur
caput eidem vel eis et bona eius sive eorum publicentur comuni
et devastentur, et locus et domus, ubi predicta tractarentur, fundi-
tus devastentur, et si tali presumptor eapi non poterit perpetuo

banno subiaceat, et nullo tempore debeat rebanniri. Que si po-

testas vel eapitaneus non faeerent, potestas amittat de suo feudo
ce. libras, et eapitaneas de suo e. libras.

Qualiter puniatur ille qui proiecit lapidem de turri vel domo
contra populum Castelli.

Si de aliqua turri vel domo lapides proiecti fuerint studiose
contra populum vel eapitaneum populi Civitatis Castelli vel eorum
congregationem vel eontra homines populi ad congregationem ve-
‘nientes dum congregatio fieret vel ad congregationem veniret vel
reddiret, illa domus vel turris funditus destruatur, et si talis
proieetor eapi poterit amputentur ei manus.

Qualiter puniantur faciens sotietatem contra populum castel-

lanum.

Si quis, quod deus advertat, conspirationem vel juramenta vel
sotietatem fecerit cum aliqua persona vel loco aut universitate,
vel illieitam congregationem seu tumultum aut sedietionem leva-
verit econtra honorem et bonum statum vel populum vel potestatem
Castelli, aut de predietis ad aliquem aetum proeesserit, preter pe-
nam in alio eapitulo superius adnotatam, si fuerit comes sive cat- FAAMMENTI DI STATUTI, ECC. 19

tanius vel baro vel lambardus vel quocumque nomine censeatur,
vel quecumque alia persona, laicus vel clericus, ex tune eius ho-
mines et fideles et coloni ipsi jure liberi et absoluti et ab ipsis
dominis et eorum heredibus habeantur et ab omnibus factionibus
servitiis operibus et datiis ipsis dominis prestandis seu faciendis
sint inmunes et exinde absoluti. Capitaneus et potestas Civitatis
Castelli et Comune totum (?) et quilibet de populo ipsius tales homi-
nes tanquam liberos et absolutos et inmunes defendere teneantur
et etiam terre et loca talium dominorum a tali jurisdictione do-
mino competenti ipso jure liberentur ubicunque sint diete terre vel
hominum episcopatus Castelli in omnibus predictis jure credicto-
rum et eorum heredum.

Et quicunque talem coniurationem vel conspirationem capita-
neo vel potestati comunis Castelli magnifestaverit vel in lucem
deduxerit ab omnibus prestationibus datiis et honeribus comunis
/astelli in perpetuum sit inmunis et tanquam liber et absolutus
ab eis. Potestas et capitaneus et populus Castelli perpetuo defen-
datur et inde modis omnibus conservetur indepnem. Insuper ha-
beat a comuni Civitatis Castelli xxv libras denariorum, et quod omnis
coniuratio et congregatio et sacramenta vel sotietas intelligantur
inlicita, et contra statum nisi que fierent de expressa licentia po-
testatis et capitanei, nec alter eorum sine altero ipsam licentiam
dare possit, quominus puniatur et qui contrafecerit ut dictum

est.

De habendis pro inimicis qui composuerunt cum aliquibus
contra honorem populi Civitatis Castelli.

Item dieimus et ordinamus quod quecumque terra vel loeus
vel universitas vel persona, que non sit de iurisdictione Civitatis
Castelli, ante quam coniurationem vel contractum vel compositio-
nem vel pactionem inierit cum aliquibus iurisdietionis Castelli vel
aliis, contra honorem et tranquilitatem Civitatis Castelli vel popu-
lum Castelli, ita quod de hoc sit saltim in civitate Castelli pub-
blica fama, ex tune pro inimieis habeatur Civitatis Castelli eius-
que populi.
20 G. MAGHERINI-GRAZIANI

-

De hiis qui acceperint pecuniam causa levandi discordiam in
civitate.

Si elarum fuerit capitaneo populi Civitatis et postea saltim
per publieam famam, ita quod ei videatur vera fama, quod aliquis
civis Castelli vel forestanus districtus Civitatis aliquam pecuniam
receperit vel promissionem aut aliquod lucrum consequatur ab
aliquo eivitate universitate vel loco vel aliqua spetiali persona vel
domino pro tumultu faciendo vel levando aut discordia mittenda
in eivitate vel distrietu Castelli, seu tumultum seu discordiam pro-
sequendo quod ad minutionem honoris et pacifici status potestatis
et eapitanei populi fieri videatur vel possit adtingere aut dispen-
dium aliquod inrogari, idem potestas, capitaneus et totus popu-
lus Castelli et quilibet eorum teneantur ipsum talem eapere seu
capi facere et ultimo supplicio punire, et bona ipsius comunis et
populo Castelli publicare. Sed si capi non poterit, ipsum eiusque
filios exbanire perpetuo et pro exbannitis retinere et bona insu-
per talis-exbaniti nichilominus comuni et populo Castelli publi-
cando, ita quod eius filii et heredes nichil de ipsis bonis habeant
vel habere possint aliquo iure vel casu.

Qualiter puniatur qui fecerit rumorem vel ad arma posuerit
manum in congregatione populi.

Si quis de eongregatione populi Civitatis vel consilio rissam
vel strepitum vel rumorem fecerit eontra sotios vel congregatos
ibidem vel ad arma posuerit manum causa malefitii et ea obsten-
derit, in libras 1. denariorum puniatur, et si non poterit solvere
dietam peeuniam amputetur ei manus. Si quis offenderit aliquem
ad congregationem populi venientem vel ab ea redeuntem, ita
quod offensio appareat evidenter, in libras e. denariorum puniatur
et plus ad voluntatem capitanei secundum qualitatem malefitii, et
capitaneus teneatur incontinenti talem malefaetorem punire et non
potestas; et inde potestas sit absolutus si tenetur,per aliquod ca-
pitulum constituti. Si quis rusticitatem dixerit alieui de populo ad
congregationem populi eunti vel redeunti, in soldis c. denariorum
puniatur per capitaneum.
3. am gg Pe do

FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 21

De iuvando illo cui violentia facta fuerit.

Si violentia facta fuerit alicui ex sotiis, secum ero coram po-
testate et capitaneo populi et eum juvabo ad voluntatem capi-
tanei sieut miehi fuerit iniunctum ac sieut miehi videbitur expe-
dire.

De puniendo vexillifero non obediente preceptis domini ca-
pitanei.

Si vexillifer non iverit ad capitaneum sieut sibi iniuetum
fuerit, a capitaneo puniatur in soldis xl. denariorum. Si vero con-
sules artium non iverint eum eorum vexillifero, sieut per capita-
neum preceptum fuerit, puniatur in solidis xl. denariorum.

Qualiter puniatur ille qui non erit secutus vexillus sotietatis.

Si quis sotietatis populi non fuerit seeutus vexillum aut vexil-
liferum sue sotietatis, quando pro honore populi deferetur, pro
quolibet die soldos xx. denariorum puniatur si in civitate sequi
debuerit. Si vero extra civitatem pro quolibet die soldis xl. dena-
riorum; et reetores sotietatis predicte singulis diebus teneantur re-
quirere omnes et singulos de sotietate predieta et facere seribi no-
mina eorum qui defuerint eum vexillo et sotietate, et quotiens
extra eivitatem fuerint pro comuni, et seeundum modum predie-
tum puniantur ab eis. Et hoe intelligatur tam de vexillifero et
rectoribus quam etiam de sotiis quando non essent evidenter im-
pediti, et quilibet possit faeere banieram cum qua vexillum suum
sequatur.

Qualiter tollatur securitas vexillifero.

Dieimus quod à quolibet vexillifero civitatis et comitatus Ca-
stelli exigatur securitas ydonea ad minus de duobus fideiussori-
bus, addieiendo penam e. librarum et plus arbitrio potestatis et
eapitanei Castelli de ipso vexillo deferendo quoeumque fuerit opor- -
tunum videlieet ad utilitatem et bonum statum Civitatis Castelli
et eius distritus, sieut eis fuerit iniuctum a potestate vel a eapi-
taneo seu eapitaneis eorum, remosso odio, amore, pretio, premio
et omni sufismate.

6
M E

29 : G. MAGHERINI-GRAZIANI

Quod capitaneus et potestas faciant stare portas eorum pa-
latiorum apertas. :

Dieimus quod eapitaneus, potestas, judices et eorum notarii
teneantur tenere et facere teneri et stari portas eorum palatiorum
seu hospitiorum apertas a mane usque ad tertiam et a nona usque
ad vesperas quolibet die, ut quilibet de civitate et districtu de
eis eopiam habeant.

Si discordia oriretur inter potestatem et capitaneum qualiter
consules artium se intromittant.

Pro bono et paeifieo statu Civitatis Castelli eiusque populi et
distrietus stabilitum et ordinatum est quod si aliqua differentia
vel discordia seu comtempio, quod absit, oriretur vel esset inter
potestatem et capitaneum populi civitatis diete de aliqua re vel
facto, aliqua occasione vel modo, quod ex inde debeant et tenean-
tur et quilibet eorum stare et esse ad dietam interpretationem
consulum artium vel duarum partium, et hoc capitulum sit pre-
eisum, salvo quod si arbitrio esset questio inter eos de avere co-
munis seu pecunia comunis expendenda, predietas questiones vel
altera eorum debeant definire predieti consules artium cum con-
silio populi civitatis diete vel duarum partium, salvis capitulis
constituti dicti populi castellani; et de omnibus illis differentiis, que
orirentur inter potestatem et capitaneum eonsules artium debeant
et teneatur facere compellere consilium populi, absente potestate et
capitaneo populi, suis judicibus et notariis et quidquid dietum con-
silium vel due partes statuerit de predictis teneantur potestas et.
eapitaneus et sui judices et notarii observare.

Ut non reficiatur aliquod castrum destructum a populo Civi-
tatis Castelli.

Quodeumque castrum comitatus vel distrietus Civitatis Castelli
est vel fuerit a populo Civitatis Castelli, eum erat in comunitate
et in divisione ipsa civitas, destruetum, nullo modo possit refici
vel debeat redificari in' eo et super eo a fossis intus possit vel per-
mittatur fieri vel murari vel esse; et si contrafecerit vel faetum
co Ji S pr d

h2

FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 3
inveniatur teneatur capitaneus facere destrui et deleri et debeat et
teneatur semel de mense martii et semel de mense otubris mic-
tere unum de sua familia eum duobus consulibus artium electis
a capitaneo populi et in inquirere et exequi predicta.

Qualiter camerarii comunis solvant salarium capitaneo po-
puli.

Item statuimus quod camerarii comunis Castelli teneatur et
debeant solvere capitaneo populi civitatis predicte pro se, iudiee
et notario suo, qui erunt anno presenti, salarium ei concessum
per generale consilium populi Civitatis.

Ut potestas non possit mittere licteras pro comuni sine ca-
pitaneo.

Item dicimus quod potestas non possit mittere pro comuni ali-
quas litteras sive nuntios expensis comunis alicui pro comuni vel
spetiali persone nisi cum consilio et parabola capitanei populi Ci-
vitatis Castelli.

Ut potestas non possit facere expensas pro comuni sine vo-
luntate consilii populi.

Item statuimus quod potestas non possit facere aliquas expen-
sas nee debeat pro comuni de introitibus comunis sine voluntate
consilii populi vel duarum partium dieti consilii et capitanei et
consilii generalis duarum partium (1); et hoe capitulum sit precisum,
quod interpretari non possit per aliquod subsequens statutum; et
sì potestas vel capitaneus contrafecerit, quilibet ipsorum perdat
de suo salario l. libras, salvo in totum capitulum quod capitaneus
possit mittere nuntios et ambaseiatores pro factis comunis.

Ut potestas non det alicui consilium nisi primo tractaverit
cum capitaneo.

Item dieimus quod potestas non possit nec debeat aliquod con-
silium dare vel alicui facere nec aliquod consilium pro comuni

(1) Dopo la parola partiwm, nel testo vi é una lacuna.
——— —*

24 G. MAGHERINI-GRAZIANI

3 facere, nisi prius tractaverit cum capitaneo populi illud super quod
| peterent consilium; et quod ipse potestas teneatur et debeat ipsi
capitaneo dare et facere consilium spetiale et generale quotiens-
cumque ipse capitaneus, cum voluntate consulum artium et con-
siliariorum eorum, sibi potestas peteret; quod si contrafaceret
amietat de suo feudo l. libras denariorum.

Qualiter defendantur in eorum iure omnes persone facientes

[iss libram.

Item dicimus et ordinamus pro bono pacifico et statu quieto
comunis Civitatis Castelli et eius distrietus quod potestas precise
teneatur comuniter (?) omnes et singulas de Civitate Castelli et eius
distrietu vel aliunde tam masculum quam feminam, qui libram fe-
cerunt et qui sunt alibrati et eam solverint, manutenere et de-
fendere in eorum iure et eorum bona, aliquo capitulo constituti

apposito vel apponendo non obstante; et si contrafecerit potestas
vel eius judex capitaneus debeat esse cum sua persona ad adiu-
vandum eundem cum effecto quem iure suo fuerit (?).

De illis qui sunt de Civitate Castelli vel districtu [et] non fe-
cerunt libram in civitate dicta.

Item dieimus et ordinamus quod si aliquis vel aliqui quis vel
qui habeat vel habeant eorum bona aliqua in civitate vel districtu
Civitatis Castelli nee fecerint libram eorum bonorum, ei vel eis
ius nee ratio nullatenus teneatur.

Quod potestas faciat restitui omnes res inmobiles invasas et
occupatas tempore guerre.

Item dieimus quod potestas teneatur facere restitui omnes et
singulas tenutas et possessiones rerum inmobilium invasas et oc-
cupatas tempore guerre seu brige inter guelfos et guibillinos et per
violentiam vel eorum auetoritatem per quemque possideantur res
invase vel ocupate, quod restituantur illi persone que dietam rem
tenebat et possidebat per se vel alium tempore invasionis et oeu-
pationis, non obstante aliqua appellatione interposita vel interpo-
“3° » E We d

FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 25

nenda nee aliquo instrumento vel compromisso vel sententia inlata
et proeessu aliquo faeto eoram aliquo offitiali vel faeiendo de dietis
rebus; quin predieta sine diminutione aliqua observent, et pote-
stas et judex et quilibet eorum possint et debeant sumarie cogno-
scere de predietis, non ostante aliquo eapitulo eonstituti apposito
vel apponendo; et si predieti oecupatores non fecerint vel contra
venerint, exbanniantur et pro bannitis seu exbannitis retineantur
donee predieta satisfecerint.

De ilis qui fuerunt custodes bladarum et super devoto (sic).

Dieimus et ordinamus quod quicunque fuit custos blade vel
super deveto tempore potestarie domini Bettrami potestatis Ci-
vitatis Castelli et domini Gerardi capitanei populi et tempore
domini Andree potestatis diete civitatis, non possit esse in dieto
offitio usque ad duos annos expletos; et si quis de predictis
fuerit elleetus in dieto offitio teneatur non recipere, et si receperit
potestas teneatur sibi aufferre e. solidos denariorum nomine banni,
et postea removeatur a dieto offitio; et in dieto offitio non possit
esse aliquis electus qui non habet in bonis l. libras denariorum et
qui non habet in libra 1. libras.

Ut ballitores non possint habere aliquod offitium nec possint
acusare.

Item dicimus quod quicumque fuit ballitor comunis non pos-
sit habere aliquod offitium nec possit accusare nee denuntiare co-
ram potestati et suis offitialibus aliquam personam pro aliquo faeto
nisi solumodo pro suo offitio vel aliqua iniuria sibi facta vel dieta,
et si missus fuerit ad accipiendam aliquam tenutam teneatur ipsam
accipere bona fide sine fraude; et postquam acceperit, teneatur ali-
cui non recomendare nisi de voluntate eredictoris et non recipere
aliquod pretium a debitore causa non accipiendi tenutam sibi vel
causa recommendandi sibi tenutam; et si quis contrafecerit tenea-
tur potestas sibi aeeipere nomine banni xx solidos denariorum
pro unaquaque vice et hoe probetur per unum testem vel confes-
sionem testis unius vel per saeramentum debitoris, et accusatio
faeta per balitorem contra predieta non valeat; et si inventum
26 G. MAGHERINI-GRAZIANI

fuerit fraudem commisisse, puniatur banno e. solidorum et plus
et minus seeundum qualitatem debiti, et locum habeat ad prete-
rita presentia et ventura.

Ut capitaneus teneatur renvenire bona comunis.

Item dieimus quod eapitaneus populi teneatur reinvenire bona
fide sine fraude bona comunis Civitatis Castelli et non permittere
nee consentire quod bona comunis dentur alicui persone, et si con-
trafecerit solvat nomine banni x libras denariorum; et si quis
animaverit vel rogaverit dietum Capitaneum quod alieui persone
detur de bonis eomunis, solvat eomuni tantumdem bannum aut
quideumque arengando dixerit quod alieui persone dentur de bonis
comunis similiter solvat x libras denariorum, et quotiens contra-
fecerit nisi dixerit de voluntate totius consilii generalis populi vel
duarum partium.

Ut potestas et capitaneus habeant rata instrumenta facta de
aliqua re libellaria et defendant.

Item dieimus et ordinamus quod potestas et Capitaneus tenean-
tur precise omnes observare res libellarias concessas a clericis et
laieis hominibus et personis Civitatis et districtus, et ipsas personas
manutenere in tenuta et possessionem rerum libellariorum defen-
dere tam a laieis quam a spetiali persona, intrumenta libellaria
faeta rerum, hemphyteutiearum quelibet persone teneantur et de-
beant inviolabiliter observare et manutenere, et hoe locum habeat
ad preterita presentia et ventura.

Quod potestas et capitaneus faciant fieri ad v. portas Civita-
tis ymagines.

Item dieimus et ordinamus quod potestas teneatur cum Capi-
taneo facere fieri depingere beatam Mariam Virginem cum filio suo
in brachio et beatum Christofanum cum Christo Jesu in umero suo
quam citius poterit tempore; quod picture sint bone et perma-
neant firme et pulere, et hoc fieri debeat ad quinque portas civi-
tatis: videlicet ad portam sanete Marie Maioris, portam Pontis
FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 20.

prati, portam saneti Iuliani, portam saneti Bartholomei, portam
saneti Andree et ad omnes portas huius civitatis fieri debeant yma-
gines sanete Marie Virginis eum filio suo in brachio de mense
martii si faete non essent, et posquam faete fuerint coperiantur
bene quod destrui non possint per aquam.

Quod potestas et capitaneus defendant fratrem Iohannem et
res quas habet.

Item dieimus et ordinamus quod potestas et capitaneus tenean-
tur firmiter manutenere et defendere fratrem Iohannes medicum
et res quas habet in custodia pro comuni expensis comunis.

Ut salceta non fiant sed eleventur de alveo Tyberis.

Item dieimus et ordinamus quod omnia saleeta que sunt in
antiquo alveo Tiberis vel iuxta ipsum alveum sive lectum antiquum
Tiberis, sieut protenditur a via que venit a porta domini Iacobi
Caseioli ad fossatum quod venit vel labitur a fonte Ugolinelli et
mittit et exit in Tyberim, destruantur et eleventur per illos qui
dicunt ad se dietum alveum pertinere; et non liceat eis dieta sa- is
leeta preter (?) pomiferas arlevare ulterius vel plantare.

De via nova facta extra portam s. Petri de Massa manute-
nenda et conservanda.

Item dieimus et ordinamus quod potestas et capitaneus tenean-
tur manutenere et manuteneri facere viam novam faetam que vadit
et exit per portam s. Petri de Massa versus 'Tyberim ita ampla
usque in Tiberim sieut dietum est ampla ipsa via in exitu diete
porte.

Ut aliquis non emat palas de mense julii nec circulos de
mense septembris vel octubris.

Item dieimus et ordinamus quod aliqua persona Civitatis et
distrietus non emat circulos vegetum seu vasarum de mense
septembris vel oetubris nee palas pro blado atando de mense julii 28 G. MAGHERINI-GRAZIANI

in Civitate Castelli causa revendendi, et qui contrafecerit solvat
nomine banni x. solidos denariorum, et quilibet possit accusare
et denuntiare, et stetur et credatur sacramento denuntiantis : me-
dietas euius banni sit aecusatoris et alia comunis.

De scripturis a notario potestatis et capitanei faciendis sine
pretio.

Item dieimus et ordinamus quod quieumque fuerit notarius
potestatis vel Capitanei teneatur facere omnes seripturas sibi com-
missas a eonsilio generali vel populi vel que tenetur facere per
statuta sine precio aliquo, non obstante capitulo constituti opposito
vel apponendo; et qui contrafecerit solvat comuni x. libras dena-
riorum, et eapitaneus teneatur ei aufferre.

Ut aliquis non capiat sua auctoritate vel deroubet aliquem
hominem.

Item dicimus et ordinamus quod si aliquis dixerit vel cosa-
verit aliquem hominem suum esse et voluerit eum capere vel vio-
lentiam inferre debeat et teneatur primo ante potestatem vel capi-
taneum accedere et coram eo proponere illud, et potestas vel
capitaneus tunc ipso qui dietus homo fuerit mittere, ita quod ante
se venire eum faciat et inquirere debeat ab eo utrum sit homo il-
lius qui dixerit eum esse hominem suum vel non; et si confessus
fuerit se esse suum hominem, tune potestas vel capitaneus det do-
mino lieentiam capiendi eumdem. Si quidem negaverit se esse
hominem ipsius, tune potestas vel capitaneus cogat eum ydonee
satisdare de iuditio sisti et iudicatum solvi, et interim potestas et
capitaneus faeiant altera eorum bona ipsius intensiri ne pereant
vel barettentur, et si recusaverit ante potestatem vel capitaneum
venire, potestas vel capitaneus taciat bona ipsius omnia ocupari.

Quod homines de Scalokie faciant domos in civitate.
Item dicimus et ordinamus quod potestas teneatur primo mense

vel secundo sui regiminis facere eligi x bonos homines de maio-
ribus et dictioribus hominibus de castro Sealokie et eius curia.
ba *

FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 29

Qui homines teneantur et debeant emere quilibet eorum in Civi-
tate Castelli terrenum causa faciendi domum, si faete non essent,
que valeant ad minus xxv. libras denariorum, et predicti homi-
nes predieta faeere teneantur usque ad kallendas settembris pro-
ximi in banno xxv. librarum denariorum pro quolibet, quod ban-
num potestas eisdem et cuilibet eorum contrafaeienti aufferre de-
beat, et quod elleetores teneantur eligere sine fraude et dolo ex
dietioribus dieti castri et eurie; et si contrafecerint quilibet eorum
solvat pro banno x. libras denariorum pysanorum pro unoquoque ho-
mine. Et teneantur potestas et capitaneus et quilibet eorum compel-
lere predietos homines de Sealokie, qui iam de novo construxerunt
domos in eivitate, ut manuteneant eas ne pereant vel destrui pos-
Sint; et quod nullus vendat vel emat dietas domos vel aliter alienare
vel concedere possint (sic); et qui contrafecerit tam venditor quam
emptor solvat eomuni xxv. libras denariorum et potestas teneatur
dietum bannum aufferre.

Quod venditor defendat emptori rem quam ei vendidit.

Item dieimus et ordinamus quod quecumque persona maseu-
lus vel femina, elerieus vel laieus, vendiderit terram domum rem
aliquam | alieui persone in Civitate vel distrietu Civitatis et res
vendita fuerit molestata in iuditio emptori, quod venditor illius
rei per se vel eius heredes vel eius suecessores teneatur et debeat
statim faeta querimonia dietam rem defendere suis sumptibus et
expensis emptori, posquam vendietori vel eius heredi vel eius
successori denuntiatum fuerit seu dietum in se si voluerit qui rem
emptor vel eius heres quod iuditium in se recipiat, et potestas
teneatur eogere vendietorem vel heredes vel successores deffen-
dere dietam rem venditam emptori ipsius et heredibus; et si pote-
stas predieta non fecerit posquam fuerit denuntiatum, perdat de
suo feudo libras l. denariorum pysanorum et nichilominus predicta
faeere teneatur et locum habeat ad preterita presentia et futura,
et hoe eapitulum teneatur capitaneus ponere de constituto in co-
stitutum vel poni facere.

Ut nullus emat aliquos fructus arborum causa revendendi.

Item dieimus et ordinamus quod a kallendis maij usque ad
kalendas ottubris nulla persona emat vel emi faciat et vendat vel
30 G. MAGHERINI-GRAZIANI

vendi faciat aliquod pomum vel fruetum alicuius arboris causa
vendendi minutim in platea vel aliquibus aliis loeis civitatis.
Sed dominus pomorum per se vel suam familiam possit vendere
poma et fruetus arborum suorum et non aliter; et qui contra fe-
cerit solvat bannum xx solidorum denariorum pisanorum ; hoe
addieto quod quicumque voluerit emere poma et fructus arborum
causa vendendi possit emere in arboribus et vendere suo arbitrio
dummodo vendat ea die ipsa qua portaverit ad vendendum in ci-
vitatem, alioquin contrafaciens puniatur ut dictum est. Et super
predietis debeant eligi et poni quatuor homines, scilicet unus per
quamlibet portam civitatis, qui teneantur accusare omnem per-
sonam venientem contra predieta, medietas cuius banni sit accu-
satoris et alia comunis, et stetur et credatur sacramento dietorum
offitialium vel alterius eorum. Qui offitiales teneantur dietum eo-
rum offitium et bailiam bona fide sine fraude facere; et si aliquis
dictorum offitialium in predietis fraudem vel dolum commisserit,
teneatur solvere communi dietum bannum quotiens contrafecerit,
et potestas sic firmiter faciat observari.

Ut gualdarij non [possint denuntiare] aliquam personam sine
licentia domini terre in qua factum est dampnum.

Item dieimus et ordinamus quod nullus gualdanus civitatis
vel distrietus Castelli, qui tempore erit, possit accusare vel de-
nuntiare aliquam personam sine voluntate expressa domini rei qui
dampnum passus fuerit, sed si de voluntate domini expressa fe-
cerit valeat et teneat accusatio et denuntiatio et condempnatio
aliter non valeat.

Quod judex Capitanei teneatur cognoscere de causis appel-
latis et judex potestatis sine salario.

Item statuimus quod judex capitanei populi teneatur et de-
beat cognoscere omnes et singulas eausas appellationum eivilium

comunis Civitatis Castelli sine aliquo sallario et pretio, et ipsas

causas et quamlibet ipsarum diffinire et sententiare infra xxx dies
utiles postquam a sententia seu gravamine illato fuerit (?) ; hoc ad-
dito quod a sententia.dicti judex (sc) lata super civilibus causis sit
FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 31

cuilibet licitum appellare et de tali appellatione possit et debeat
cognoscere judex potestatis qui super maleficiis fuerit deputatus
infra dietum tempus; a sententia euius judieis iterato amplius
non possit appellari. Et quod notarius dieti Capitanei teneatur et
debeat omnes seripturas et acta appellationum et omnes alias serip-
turas lieteras et consilia populi seribere dilligentur et reddere pu-
blica si petitum fuerit personis et partibus omnibus petentibus
eas sine aliquo pretio premio et mercede, et nichil alieui possint
petere vel extorquere modo aliquo vel ingenio, sed solummodo
contenti permaneant salario concesso Capitaneo; et si judex con-
trafecerit perdat nomine banni xxv libras denariorum et notarius
perdat x. libras denariorum, et quotiens contrafecerit et predicti
Capitanei judex aut notarius non possint petere neque interpo-
nere vel reducere consilium popoli generale et capitaneus sie fa-
ciat firmiter observari; quod si non fecerit perdat de suo feudo
XXv. libras denariorum et quotiens eontrafaetum fuerit. Item qui-
cumque arengaverit aut dixerit contra predieta, teneatur solvere
comuni libras xxv denariorum.

Qualiter judex capitanei teneatur exequi preceptum guaren-
tisce.

Item dicimus et ordinamus quod quecumque persona vel
quieumque fuerit citatus per habent seu terminum vel preceptum
receperit a judiee Comunis Civitatis Castelli ad petitionem ali-
cuius eredietoris ut ad. decem dies veniat eoram judice comunis
oppositurus et probaturus quiequid vult eontra preceptum guaren-
tisce sibi faetum, et non venerit infra dietum terminum vel ve-
nerit et non opposuerit et non probaberit vel opposuerit, judex
comunis ex tune teneatur et debeat statim post dietum terminum
elapsum illud preceptum exequi et executioni mandari per res et
facultates illius cui preceptum guarentisce factum fuerit et contra
eum indebito quod continetur in dieto precepto seu instrumento
guarentisce et expensis legitimis pro illo qui petierit dictum pre-
ceptum exequi pro quo faetum fuerit dietum preceptum, et a tali
pronutiatione et executione seu interlocutoria appellari non pos-
sit, immo benefitio appellandi omnino earere debeat, et talis ap-
pellatio non debeat admitti.
G. MAGHERINI-GRAZIANI

(Senza rubrica e di carattere differente, ma dello stesso anno
del resto).

[I]tem dieimus et ordinamus quod potestas que (sc) erit a kalen-
dis januari proximi venturi in Civitate Castelli teneatur et debeat
punire omnia malefitia commissa in dieta civitate vel districtu
diete eivitatis a kalendis ottubris citra que non essent pugnita per
dominum Andream potestatem Civitatis dicte seeundum tenorem ca-
pitolorum et ordinamentorum diete Civitatis que erant tempore ma-
lefitij commissi non obstante aliquo capitulo vel ordinamento quod
huie eapitulo videretur contrarium vel quod de aliquo minori tem-
pore loqueretur; et hoe capitulum sit precisum, ita quod nullam
interpretationem recipere possit; nec possit de hoc potestas ab-
solvi; quod si potestas non faceret vel absolutionem aliquam pe-
teret amictat de salario suo e libras et eamerarij comunis predietas
e libras de suo salario retinere teneantur.

Hec sunt statuta sive capitula populi Civitatis Castelli
secunde partis posita pro bono et pacifico statu
dicte Civitatis.

Ut homines cuiuscumque artis stent sub consulatu consulum
sue artis.

Item dicimus et ordinamus quod quilibet homo cuiuscumque
artis sit et esse teneatur stare sub consulatu sue artis in hiis que
continent ad ipsius artem, et siquis predieta noluerit observare
Capitaneus populi teneatur eum compellere ad predieta faciendum
et aufferratur ei bannum v solidorum denariorum pro qualibet vice.

Quod homines artifices teneantur inter se juvare.

Item dieimus quod homines artium debeant esse et sint in
unitate generaliter et specialiter, et teneantur inter se iuvare con-
sulere et manutenere in bono statu et in legalitate faeienda que-
libet ars suum opus et laborerium secundum quod dispositum et
ordinatum in capitulis infraseriptis fuerit et separatim determi-
natis quelibet ars pro se que inferius denotatur.
FRAMMENTI DI STATUTI, ECC.

Si aliquis injuste fecerit vim alicui alicuius artis.

Item dicimus et ordinamus quod si aliquis fecerit vim alicui
vel aliquibus alicuius artis, ille qui in artibus esset astrictus et
ille vel illi cui vel quibus vellet fieri vim vel facta esset, peteret
vel peterent rectoribus artium auxilium et juvamen, rectores seu
consules artium debeant ire et vadant ad potestatem et Capitaneum
ut debeat (sîc) ipsum vel ipsos in sua justitia et ratione manutenere
et defendere; deinceps reetores seu consules artium et Capitaneus
det operam et studium qualiter ipsum vel ipsos possit vel possint
defendere et iuvare per se vel per omnes homines civitatum artium
ita quod conserventur et iuventur in sua iustitia et ratione. Idem
dieunt de omnibus popularibus et comunitatensibus et valeat in om-
nibus Castellanis; et si Capitaneus circa hec fuerit negligens solvat
xxv libras denariorum de suo salario.

Quod consules artium debeant ire cum illo qui non posset
habere jus in civitate.

Item dieimus et ordinamus quod si aliquis mangnus vel par-
vus seu forensis non posset habere ius in civitate, rectores seu
consules si requisiti fuerint debeant ire cum ipso qui non posset
habere ius ante potestatem et capitaneum judices notarios et ca-
merarios et rogare illos ut illi faciant rationem et jus et dare
operam qualiter iste magnus vel parvus civis seu comitatensis vel
forensis manuteneatur in sua justitia et ratione.

Si aliquis de toto popullo Castelli fuerit inventus in aliqua
falsitate vel fraude.

Item dicimus et ordinamus quod si aliquis de toto popullo Ca-
stellano inveniretur in aliqua falsitate vel fraude vel tradimento
que essent eontra Comune Civitatis Castelli et ordinamenta artium
seu honorem artium in comittendo vel traetando ea vel fieri fa-
ciendo postquam fuerit clarum capitaneo seu rectoribus seu con-
sulibus artium Capitaneus possit ipsum vel ipsos realiter et per-
sonaliter punire. |
94

G. MAGHERINI-GRAZIANI

Si quis de arte vel artibus nollet obedire mandatis consulum

sue artis.

Item dieimus et ordinamus quod si aliquis de artibus faceret vel

operaret in aliqua ex dictis artibus vel quod faceret operari et nol-
let stare et obedire et parere mandatis consulum sue artis in le-
galitate et bono statu sue artis, tune consules illius artis notifi-
cent ipsum vel ipsos aliis consulibus et Capitaneo universarum
artium ita quod capitaneus et consules precipiant ei vel eis ut
cum ipso vel ipsis non debeant mereatare nee vendere ei aliquod
opus operari nec eum eo vel eis in aliquo parteeipare quousque
non reverteretur ad preceptum eonsulum sue artis et Capitanei.

De illo qui nollet iuvare vel promittere in arte sua.

Item dieimus et ordinamus de illo vel illis qui nollent iurare

et promittere in sua arte ut alii artifices, et quieumque contra-
fecerit solvat nomine banni qualibet vice Capitaneo et consulibus
in quolibet capitulo x solidos denariorum.

Si quis artifex de comitatu fuerit requisitus a consulibus ar-

tium vel capitaneo sue artis ut constringat se cum arti-
ficibus civitatis.

Item dicimus et ordinamus quod capitaneus eonsules univer-

sarum artium teneantur requirere et requiri facere homines de

nostro comitatu qui convenientes videbuntur de aliqua arte ut
constringant se in legalitate sue artis cum artifieibus Civitatis et
promittant se de facto artis ut ordinatum est in capitulo univer-

sarum artium, et promittant ut sui consules artifices recipiantur

in dieta sua arte; et si quis contradixerit consules artium ha-
beant in die consilium eum Capitaneo secundum quod melius eis
videbitur ita inde facere teneatur.

Ut nullus recipiatur vel habeatur pro artifice nisi operaretur

esse nec sit nec recipiatur nec habeatur pro artifice in aliqua

suam artem vel faceret operari.

Item dieimus et ordinamus quod de cetero nullus homo possit
FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 35

arte vel artibus nisi operaretur suam artem vel faceret operari
sine fraude. Et si quis non esset in aliqua arte astrietus et non
operaret suam artem vel faceret operari sine fraude, nunquam
possit esse nec sit alieuius artis consul nec Capitaneus, et in hoc
addendi vel minuendi licentia rectoribus seu consulibus reservetur.

Quod rectores et consules teneantur requirere omnes perso-
nas de arte sua ut constringat se cum eis.

Item dieimus et ordinamus quod rectores seu consules te-
neantur requirere omnes personas quilibet de arte sua ut constrin-
gat se cum eis et faciant et promittant quid ordinatum est in
artibus sicut alii fecerunt et promiserunt; et si hoc aliquis con-
tempserit Capitaneus et reetores seu consules notificent ipsum vel
ipsos aliis reetoribus seu consulibus ita quod per consules seu rec-
tores prohibeatur omnibus reetoribus seu consulibus et articifibus
quod nullus eum eo vel cum eis de aliquo mercato vel re con-
tractet donee ad Capitaneum et suos consules seu rectores precepta
reverterentur.

Quod quilibet artifex teneatur legaliter operari artem suam
et obedire suis consulibus.

Item dicimus et ordinamus quod si aliquis artifex voluerit
progredi ad aliam artem illam artem debeat operari legaliter et
debeat obedire suis consulibus seu rectoribus et omnia que in
eapitulis diete artis eontinetur; et si ipsum invenerit semel in-
trasse amplius juvare non debeat. Item postquam eittatus fuit iu-
‘are, et non jurabit pro qualibet vice solvat v solidos denariorum.
Et siquis de novo venerit ad faeiendum aliquam artem vel ad |
discendum, quod non teneatur dare aliquid rectoribus seu consu-
libus sue artis per intraturam vel inparaturam nisi de solvendo I
magistris.

Quod potestas non possit dare parabolam vel cartam repre-
presalie alicui de novo contra aliquam Civitatem vel per-
sonam.

Item dicimus statuimus et ordinamus quod potestas vel ali-
quis alius loco sui et de sua sotietate non possit dare nec con- 36 G. MAGHERINI-GRAZIANI

cedere parabulam licentiam et cartam represallie de novo alicui
contra aliquam civitatem comunantiam castrum seu aliquam per-
sonam singularem sine consensu et voluntate consulum artium et
eonsilij generalis civitatis per unum mensem ante exitum sui re-
giminis nisi de consensu et.voluntate totius consilii generalis ci-
vitatis, et si contra faetum esset non valeat nee teneat.

De pullis ovis caseo et aliis non emendis extra civitatem die-
bus veneris vel sabbati.

Item dieimus et ordinamus quod aliqua persona non debeat
emere die sabbati vel die veneris extra Civitatem Castelli pullos
ova caseum capretos angnos vel aliquam salvatizinam vivam vel
mortuam lanam vel linum vel pellem alicuius animalis, et ban-
niatur quolibet mense semel in die sabbati; et qui contrafecerit
solvat nomine banni v solidos denariorum, et potestas teneatur
dietis bannum accipere si habuerit aliquam accusationem vel de-
nuntiationem, et hoc probetur per sacramentum accusantis vel
denutiantis; medietas euius banni sit comunis et alia medietas sit
accusantis vel denuntiantis salvo capitulo mercati seu fori an-
nualis. ^

De rebus vitualibus non portandis extra districtum civitatis.

Item dieimus et ordinamus quod aliqua persona Civitatis Ca-
stelli vel districtus non vendat nec vendi faciat nee portet aliquas
res vituales alieui persone volenti eas portare extra Civitatem vel
distrietum Civitatis Castelli scilicet farinam ligna vel vituales fructus
arborum vel ortorum, nee ova easeum pullos, nee carnes mortuas
vel paleam seu ligna ; et qui contrafecerit solvat nomine banni x
libras denariorum pisanorum quotiens contrafecerit et perdat pre-
dictas res et animalia portantes eas vel aliquam earum, et quilibet
possit denuntiare et accusare et capere, medietas cuius banni sit
comunis et alia medietas sit accusantis sive denuntiantis, salvo
eapitulo deveti et capitulo fori seu mercati annualis.

Ut potestas et Capitaneus defendant et manuteeant (sic) bona
et jura comunis Civitatis Castelli.

Item dieimus et ordinamus quod potestas et Capitaneus te-
neantur precise et debeant manutenere et defendere omnes pos-
FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 37

sessiones et bona et iura comunis Castelli pro ipso comuni que
et quas dietum occasione castelli possidet (?) vel aliquis pro ipso
comuni tempore introitus regiminis potestatis vel Capitanei et ali-
cui persone non dare nec consentire quod dentur in totum vel in
partem sine licentia et expressa parabola totius populi consilii
Civitatis Castelli vel duarum partium coadunato (szc) more solito ad
sonum tube et eampane interrogati ore ad hos et seripti per no-
tarium capitanei et si eontra predieta vel aliquid predictorum
fecerit vel fieri permiserit potestas amittat de suo feudo l. libras
denariorum et Capitaneus xxv libras denariorum, et de predictis
non possit nee debeat petere vel habere solutionem aliquam aliquo
modo in consilio generali comunis vel populi Civitatis Castelli in
totum vel in partem.

Ut potestas et capitaneus singulis tribus mensibus teneantur
revidere pratum comunis.

Ordinamus quod potestas et Capitaneus populi cum duobus
bonis hominibus de qualibet porta civitatis quos eis placuerit el-
ligere sive vocare singulis tribus mensibus teneantur revidere
pratum comunis; et si aliquis factum fuerit vel est novitas in
preiuditium ipsius prati, illud faciant removeri, et si termini re-
moverentur faeiant eos remitti et reponi in eorum loeo et manu-
tenere iura ipsius prati pro comuni et facere muniri clusis et pe-
ratis (sc) expensis comunis; et si predieta non fecerint potestas et
Capitaneus aut fuerint negligentes, potestas amittat de suo feudo
x libras denariorum capitaneus e. solidos denariorum et facere
removeri omne appositum ex adverso quod. ipsi prato faceret se-
. cundum quod eis videbitur expedire. Sed venditores prati non
vendant cum aliis bailiis comunis sed vendant sieut generali con-
silio eivitatis placuerit vel maiori parti ipsius consilii.

Quod nullus bailitor comunis sit in aliquo consilio Civitatis.

Ordinamus quod quando fiet vel fit aliquod consilium spetiale
vel generale comunis vel populi nullus bailitor in ipso consilio
moraretur preter trombatores comunis qui ad omnia consilia ge-
neralia Comunis et popnli venire teneantur, et si quis ballitorum

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38 G. MAGHERINI-GRAZIANI

contrafecerit solvat pro banno comuni x soldos denariorum pro
qualibet vice.

De duobus sindicis et uno notario eligendo qui debeant inte-
resse omnibus consiliis civitatis.

Item volumus et adfirmamus quod potestas per totum mensem
januarij faeiat eligi ad brevia sicut ceteros offitiales duos bonos
homines qui sint sindiei pro comuni et unum notarium eum eis
qui ad omnia consilia generalia venire cogantur et accusare omnes
et singulos qui consulerent aliquid dari de bonis comunis alicui
preter formam vel eontra formam capituli constituti; et si predicti
super iis faeciendis extiterint desides et remissi puniantur. et qui-
libet eorum in e. solidos denariorum pro banno et pro qualibet
viee. Quorum trium quilibet habeat a comuni pro suo salario
xx solidos denariorum, et potestas teneatur accusationes predicto-
rum admittere cum effectu et super ipsius ad condempnationem pro-
cedere si constiterit de debito et banna aufferre que in capitulis
uno vel pluribus continentur.

Qualiter camerarii comunis solvant debita comunis Castelli.

Item statuimus et etiam observandum firmamus quod: quan-
documque fuerit solutio aliquorum debitorum comunis aliquibus
hominibus Civitatis Castelli vel distrietus occasione alicuius mutui
comuni facti vel occasione alieuius ambasciarie ambasciatorum vel
custodie castrorum aut munitionum aliquarum vel Capitanei Ca-
strorum aut offitii (?) etiam vel altera qualibet causa teneantur Ca-
merarii comunis primo solvere et satisfacere illi vel illis qui prio-
res cognoscuntur et erunt videlieet qui prius mutuaverunt vel in
ambaseiariam comunis iverunt vel ad eustodiam castrorum stete-
runt vel munittionum quarumlibet pro comuni vel qui primo habere
salarium pro aliquibus offitiis recipere debeat vel alia quacumque
causa primo primis secundo secundis et sic ordinate ad solutionem
faciendam procedant. Et si aliter solutionem fecerint predietorum
Xxv libras denariorum, banno comuni subiaceant eis et quilibet
eorum per potestatem et capitaneum penitus aufferrendo, et ni-
chilominus solutionem faciant ordinate. Addimus etiam quod quando
FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. i 39

aliqui mitterentur ambaseiatores unus vel plures vel alij pro co-
muni si tune eamerarii.comunis haberent ipsas unde satisface-
rent satisfaciant, et in eo easu non teneantur camerarii ad ban-
num. Item dieimus et affirmamus quod scribantur dies accessus
et redditus cuiuseumque ambasciarie que fierent pro comuni et
cuiuslibet alterius qui in servitium comunis aecederet vel servi-
tium faceret aut esset ad offitium pro comuni ex quo salarium
solveretur a comuni in quaternis comunis per notarios Camare (sic)
comunis vel alterum eorum. Et quicumque fecerit aliquod servi-
tium comuni de quo habere debeat denarios vel salarium aliquod
a comuni faeiat se scribi dietis notariis camarariorum vel altero
eorum, et quare debeat ipsos denarios reeipere, et qui non fecerit
se seribi quantitatem perdat ipsos denarios quos sibi occasione
tenetur; et hoe capitulum totum sit adeo precisum quod inter-
pretationem aliquam nullatenus patiatur.

De tenuta recolligenda et qualiter extrahatur de fideiussione
fideiussor.

Dieimus et ordinamus quod si iudex comunis miserit pro ali-
qua persona vel fecerit aliquem vel aliquam requiri ad domum
vel in persona per balitorem vel trombatorem ad petitionem ali-
euius quod veniat coram eo ad recipiendum preceptum ab eo ut
debeat recolligere tenutam datam contra eum vel eam alicui (2?) pro
aliquo.debito et non venerit coram judice, qui dietus judex possit
et débeat ipsum condempnare et exbannire pro unaquaque vice
in soldis quadraginta denariorum, et hoc locum habeat si eausa
fuerit a e soldis supra, si vero fuerit a e soldis infra possit eum
condempnare judex in v. soldos denariorum. Et illud idem dici-
mus quod observetur in illis qui erunt requisiti ut veniant coram
judiee ad extrhaendum aliquem de aliqua fideiussione et postquam
venerit eoram judice quodeumque preceptum fecerit sibi dietus
judex quod recolligat tenutam datam contra eum vel quod extrahat
aliquem de fideiussione quam fecit aliquis pro eo quod in totum
debeant observare illud preceptum ad terminum sibi datum a iu-
dice sub pena et banno e soldorum denariorum, in quibus dena-
riis possit et debeat dietus judex qui predieta non observaverit
condempnare comuni pro unaquaque vice qua predieta non obser-
40 G. MAGHERINI-GRAZIANI

vaverit. Et si judex sive iudices comunis fuerint negligentes sive
fuerit negligens in omnibus et singulis supradietis teneantur sol-
vere comuni de suis bonis x libras denariorum et quotiens contra-
fecerit vel fecerint. Et potestas teneatur dietam pecuniam ei sive
eis aufferre; quod si.non fecerit perdat de suo feudo x libras de-
nariorum et totiens quotiens contrafecerit.

Quod Capitaneus cum voluntate consilii populi vel duorum
partium possit removere capitula constituti et addere vel
minuere.

Ut quieumque pro tempore fuerit Capitaneus populi Civitatis
Castelli ae idem populus semper habeat et habere debeat sive ha-
bere intelligatur plenum dominium Civitatis Castelli statuimus et
ordinamus quod omnia et singula capitula eonstituti Civitatis Ca-
stelli ad interpretationem et intellectum eiusdem Capitanei (21 testo
ha Capituli) et eonsulum artium consilij generalis populi vel
duarum partium inferrantur ita videlieet quod capitaneus cum
eonsilio eonsulum artium consilii generalis populi vel duarum
partium inferrantur ita videlieet quod capitaneus eum consilio
eonsulum artium consilii generalis populi vel duarum partium et
sieut ipsi vel due partes interpretati fuerint et arbitrati vel addant
vel diminuerint in totum sie potestas et observare et facere te-
neatur et de iis que minuerint sit absolutus et de additis teneatur.
Possit etiam Capitaneus cum consilio predieto predietorum om-
nium prorogare sub hiis ad quem potestas teneatur in termi-
nis, non obstante aliquo eapitulo constituti huius supra vel
infra seripto quantumeumque sit precisum, et quod hoc possit et
debeat et teneatur facere Capitaneus cum consensu et voluntate
et expressa parabula omnium consulum artium et consili gene-
ralis populi Civitatis Castelli vel duarum partium et non aliter.
Similiter quecumque eapitula seu ordinamenta dominus eapi-
taneus fecerit de consilii voluntate licentia et consensu et ex-
pressa parobola (sic) omnium. eonsulum artium et totius consilii
generalis populi eivitatis vel duarum partium teneatur ipse po-
testas ea omnia observare pro constituto ac si essent scripta et
specificata in eonstituto supraseripto. Etiam si qua eapitula dietus
capitaneus cum consilio predietorum dixerit de constituto esse
FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 41

removenda, teneatur potestas removere ad voluntatem Capitanei
Consulum artium et totius dieti consilij vel duarum partium. Ex-
cepto et salvo quod super augendo salario potestati vel capitaneo
aut eorum judicibus vel notariis aut eorum familiariis aut alteri
eorum, nee potestas nee Capitaneus nee consules artium populi
Castelli habeant aliquam auctoritatem nec in faciendo eis vel ali-
eui eorum aliquod donum de avere comunis aliquo modo, et quod
ipsi simul omnes aut aliquis eorum per se lieet capitaneus vel po-
testas aut consules artium non possint nee debeant super hiis vel
eorum occasione eonsilium convocare aut consilium petere ‘vel
habere aliquo modo non obstante aliquo eapitulo eonstituti vel ar-
bitrio concesso eis vel alieui predietorum; et hoe capitulum sem-
per notum ponatur et intelligatur et poni et scribi et intelligi de-
beat in fine hujus constituti in ultimo et post omnia et singula
capitula hujus constituti et sie debeat in perpetuo observari
Item exeepto et salvo quod statutum quod loquitur quod potestas
[non possit] facere aliquas expensas de bonis comunis sine volun-
tate capitanei et consilii generalis et populi et quod datium vel
colleeta non possint imponi nisi in consilio generali, non possint
interpretari neque eassari neque contrarium poni, et omnia alia
statuta populi supra et infra seripta que sint precisa interpretari
non possint neque corigi vel eassari sed sie teneatur Capitaneus
populi observare et facere observari et super hiis neque Capitaneus
neque consules artium possint consilium convocare vel petere ali-
quo modo, non obstante aliquo arbitrio eis concesso vel aliquo ea-
pitulo constituti. E

Ut datium nec collecta non possit imponi pro comuni sine
voluntate consilii generalis.

Dieimus et ordinamus quod potestas et Capitaneus teneantur
non imponere nee imponi facere aliquod datium sive collectam in
Civitate Castelli vel extra pro comuni parvam vel magnam sine
voluntate consilii generalis consulum artiüm et consilii capitanei
vel duarum partium; et si potestas vel Capitaneus contrafecerint
vel imposuerint, potestas perdat de suo feudo libras e denariorum
et Capitaneus libras l. denariorum, et qui contra consulerit solvat
bannum comuni xxv librarum denariorum; et hoc eapitulum adeo
precisum quod interpretationem nullatenus patiatur.
E — s = o

42 G. MAGHERINI-GRAZIANI

Ut omnes de consilio populi teneantur observare quod fuerit
stabilitum et firmatum in consilio populi.

Dieimus ordinamus firmamus quod quiequid pro tempore fue-
rit super aliquo negotio Civitatis Castelli in consilio populi stabi-
litum vel ordinatum de voluntate totius consilii populi vel maioris
partis quilibet de eonsilio populi teneatur illud precise servare in
consilio generali potestatis et comunis Castelli; et qui contrafece-
rit contionando vel contrarium partitum sumendo solvat pro banno
qualibet vice x. libras denariorum et minus arbitrio Capitanei, et
Capitaneus possit ei dictum bannum aufferre.

Ut capitaneus populi teneatur quolibet sero facere pulsare
campanam populi semel.

Dieimus et ordinamus ad honorem omnipotentis Dei et beate
Marie semper Virginis et beatorum confessorum Floridi et Amantii
quod ad tollendum dubietatem et differentiam inter diem et noe-
tem, Capitaneus populi teneatur et debeat quolibet sero semel pul-
sari facere tintinabulum populi, et posquam fuerit pulsatum nox
intelligatur et ante quam pulsetur intelligatur dies. Et quicumque
eomiserit aliquod malefitium post eius pulsationem puniatur que-
madmodum puniretur qui de nocte delinqueret, et quilibet de
eonsortio populi teneatur quolibet sero eum audiverit dietum tin-
tinabulum pulsare dicere tres patres nostros ad honorem sanete
Trinitatis et beatorum Floridi et Amantii et ad hoc ut populus ea-
stellanus in bono statu civitas tota persistent et bonum recipiant
inerementum.

Ut lictere que mittuntur pro comuni sigillentur de sigillo co-
munis et de sigillo populi.

Item dicimus quod potestas non possit mittere aliquas litteras
pro comuni alicui comunitati vel spetiali persone nisi sint sigil-
late de sigillo eomunis et sigillo populi Civitatis Castelli; et si
eontrafaceret amittat de: suo feudo potestas pro qualibet vice x. li-
bras denariorum.
FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 43

Quod Capitaneus populi eligat unum bonum hominem super
ballitoribus comunis.

Item dicimus quod Capitaneus populi teneatur singulis tribus
mensibus sui regiminis ponere unum bonum hominem de civitate
qui supersit cum potestate et Capitaneo ne ballitores comunis gra-
vent homines comitatus contra iustitiam et formam statuti, et ha-
beat quilibet pro suo salario x. solidos denariorum.

De nostris civibus requirendis et precipiendis quod non aufe-
rant nostris civibus pedagium.

Item dicimus quod potestas et capitaneus teneantur de mense .
januarii faeere banniri precise quod omnes cives civitatis huius
qui consueti sunt exigere pedagium debeant et teneantur coram
eis personaliter comparere et facere se scribi notario potestatis infra
certam diem, et tune potestas et capitaneus teneatur eis et cuilibet
ipsorum precise ad bannum librarum c. denariorum quod ab ali-
quo eive huius Civitatis vel comitatense per se vel alium non exi-
gant aliquod pedagium; et si contrafecerit puniantur in xxv. li-
bras denariorum pro qualibet vice; et quicumque colligerit vel
eolligi vel exigi fecerit ab aliquo nostro cive postquam dietum
bannum fuerit missum ex parte potestatis et Capitanei, non fa-
eiendo se seribi ut dietum est, solvat pro qualibet vice comuni
Civitatis Castelli l. libras denariorum ; et si potestas vel Capita-
neus fuerit negligens pro predietis potestas perdat de suo feudo
libras 1. denariorum et Capitaneus xxv libras denariorum, et istud
capitulum sit preeisum quod interpretari non possit.

Quod si in capitulo constituti generalis sit in aliquo contra-
rium constituto populi.

Item dieimus et ordinamus quod si aliquod statutum conti-
netur in eapitulo eonstituti generalis Civitatis Castelli quod sit in
aliquo eontrarium constituto populi Civitatis prediete vel quod in
aliquo dieto constituto populi eontradieat, illud statutum sit cas-
sum et vanum et nullam in se habeat firmitatem.
i — Ei

44. G. MAGHERINI-GRAZIANI

Quod nulla persona emat vel emi faciat in Civitate Castelli
aliquam domum causa destruendi.

Item dieimus et ordinamus quod nulla persona emat vel emi
faeiat vel vendat nec aliter alienet in Civitate Castelli aliquam
domum causa deponendi sive scarcandi ipsam domum causa ven-
dendi lapides sive superficia ipsius domus et qui contrafecerit
amittat domum ipsam emptam et tantumdem quod dedit, et po-
testas debeat dietam domum et penam sibi pro comuni tollere, et
hoe banniatur infra tertiam diem post introitum regiminis potes-
tatis.

Quod potestas et Capitaneus non possint petere absolutionem
aliquam eundi extra civitatem.

Item dieimus quod potestas vel Capitaneus non possint petere
absolutionem aliquam eundi extra civitatem nisi pro facto comu-
nis vel in exercitum, et si peterent ipse potestas vel Capitaneus
quilibet eorum puniatur in libras xxv. denariorum, et hoe eapitu-
lum sit precisum et non possit interpretari.

De comunis debito qualiter potestas teneatur quod comune
exobligetur.

Item dicimus quod potestas teneatur et debeat precise omnia
debita que habuerit comune Civitatis Castelli et que dictum co-

mune fecerit et habuerit tempore offitij ipsius potestatis scilicet a

kalendis januarii usque ad kalendas decembris solvere credietoribus
dieti comunis et illis qui debent recipere juste aliquid a comuni
dieti eivitatis vel ab alio nomine comunis et facere quod dietum
comune exobligetur et extraetur de debitis predictis; quod si po-
testas non fecerit amittat de suo salario et feudo e. libras dena-
riorum et camerarii comunis teneantur dictam pecuniam retinere
pro comuni de salario potestatis; et hoc Capitulum sit precisum
quod nullo modo possit interpretari, et dictus potestas non possit
absolvi aliquo modo per consilium aliquod, et si absolveretur
talis absolutio non valeat ullo modo et si capitaneus proponeret
in consilio vel parlamento quod eapitulum interpretetur vel potes-
FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 45

tas absolveretur de predietis, amittat de suo feudo et salario 1. li-
bras denariorum.

Quod fiant molendina sub ponte prati pro comuni.

Item dieimus et ordinamus quod fiant molendina pro eomuni
sub ponte prati vel in eapite pontis illae cum invenerit hominem
qui ea faeiet suis expensis et detur volenti facere pro minori
quantitate.

[manca il titolo della rubrica].

Item dicimus et ordinamus quod nullus homo vel mulier ele-
vet lapides vel ligna nec aliqua mulier abluet sub ipso ponte cum.
occasione luetionis; eleventur lapides et deportentur ad penam et
bannum x. solidorum, et quod nullus traginet ligna vel macinas
sub ipso ponte sub banno et pena e. solidorum denariorum.

Quod debeant fieri monete pro comuni.

Item dieimus et ordinamus quod potestas et Capitaneus populi
teneantur juramento mense jenuarii facere et congregare consilium
generale eonsulum artium et eorum eonsiliariorum ad sonum tube
et voee preeonia, et in ipso proponere et consilium super iis re-
cipere et reformare si placet ipsis consiliariis quod moneta nova
pro comuni in Civitate Castelli fiat et si placet eis quod bolganum
retineatur pro comuni castelli et fiat moneta nova pro comuni; et
quiequid quando qualiter et qualitereumque et per quos maior
pars ipsius consilii vel due partes ipsius consilii deereverit id po-
testas et Capitaneus teneantur observare.

Quod nulla persona fideiubeat pro aliquo forense.

Item dieimus et ordinamus quod nulla persona de Civitate vel
districtu Civitatis Castelli debeat et possit aliquam personam de
Civitate vel distrietus Civitatis recipere in principalem vel fideius-
sorem pro aliquo forensi vel pro aliqua persona que non sit nos-
tre iurisdietionis occasione alicuius debiti; et qui contrafaceret 46 G. MAGHERINI-GRAZIANI

potestas teneatur eidem non reddere nec facere jus aliquod sine
statuto non obstante aliquo statuto apposito vel apponendo.

[manca il titolo della rubrica).

Item statuimus et ordinamus quod nullus de Civitate Castelli
vel districtu vadat aut exeat de civitate vel districtu cum armis
vel sine armis in susidium vel juvamen alicuius vel aliquorum ad
offendendum vel defendendum; et qui contrafecerit solvat comuni
pro vice qualibet nomine pene et banni si fuerit milex 1. libras si
fuerit pedes xxv. libras denariorum quotiens contrafecerit et per-
dat arma et equos et deveniant in comuni et publicentur comuni,
et cuilibet sit licitum accusare et abeat medietatem dieti banni;
et quod potestas vel Capitaneus vel aliquis eorum non possit dare
lieentiam alieui de predictis, et si aliquis eorum daret amietat de
suo feudo xxv. libras denariorum, et simili pena puniatur qui-
eumque exierit civitatem postquam iniunctum fuerit ei per potes-
tatem vel Capitaneum vel judieem ipsorum vel notarium quod non
exeant civitatem.

[manca iL titolo della rubrica].

Item dieimus et ordinamus quod nulla persona de civitate vel
distrietu Civitatis Castelli seu aliquod eastrum vel aliqua villa
seu universitas de districtu prefate civitatis non vadat nec tendat
vel mittat cum armis vel sine armis in favorem auxilium seu in
contrarium alicui persone spetiali vel alicui castro seu ville de
distrietu Civitatis Castelli vel extra ipsum districtum Civitatis Ca-
stelli sine expressa licentia et parabola et mandato domini eapita-
nei populi; et si quis contrafecerit solvat pro qualibet vice nomine
pene et banni predieto, si fuerit miles l. libras denariorum, si
fuerit pedes xxv. libras, si fuerit castrum aliquod et contrafecerit
solvat e. libras denariorum, si fuerit villa aliqua et contrafecerit
solvat l. libras denariorum, et quelibet spetialis persona de ipso
eastro seu villa a quo vel à qua eontrafaetum esset solvat x. li-
bras denariorum nomine pene et plus quelibet persona et castrum
vel villa quod et que contrafaceret in aliquo causa predictorum ad
arbitrium et voluntatem domini Capitanei populi et comunis Civi-
tatis Castelli, et potestas, Civitatis diete teneatur et debeat omnes
personas spetiales vel universitates seu castrum vel villam aliquam
FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 47

eontrafacientes vel contrafacientia in dietis penis seu bannis in
quibus contrafactum esset condempnant (sic) Comuni predieto et
ipsam eondempnationem seu condempnationes ipsas exequi et effe-
ctui demandare citius quam poterit bona fide sine omni fraude
non obstante huie aliquo Capitulo opposito vel opponendo.

Quod potestas et capitaneus faciant poni predicta capitula
in constituto.

Item dieimus et ordinamus quod potestas et Capitaneus tenean-
tur faeere poni omnia eapitula supradieta in constituto Civitatis
Castelli et statuarij debeant ipsa ponere et poni facere, et nullum
contrarium ponentur predictis vel alicui predietorum in totum vel
in partem, et hee Capitula valeant et teneant nonobstantibus ali-
quibus Capitulis constituti factis et faciendis oppositis et opponen-
dis, et statutarii debeant ipsa eapitula universa ponere et mittere
et sigillare simul eum statuto generali Civitatis, et potestas et Ca-
pitaneus teneantur ipsos statutos facere jurare et predieta omnia
observare.

Item dicimus et ordinamus quod potestas que (sic) erit a kalen-
dis jenuarii antea in Civitate Castelli debeat habere pro suo feudo
octuagintas libras non obstante Capitulo constituti generalis in
quo eontinetur quod potestas habere teneatur septingentas libras
pro suo feudo et non plus.

Ego Homo saneti Iaeobi filius Monete notarius imperiali au-
etoritate et nune ad dietum constitutum de voluntate consilii ge-
neralis populi seribendum notarius et judex ordinarius prestitis (sc)
et electus, ipsum constitutum seripsi et de mandato ipsius consilii
populi in publieam formam redegi, signum meum ponens anno
domini millesimo ducentesimo sexagesimo primo, indietione quarta,
tempore Capitanie domini Bernardi domini Bonaventure de Peru-
sio Capitanei populi Civitatis Castelli, die octavo exeunte junio.

'

Statutum est firmiter ordinandum voluntate totius consilii gene-
ralis Civitatis Castelli seu cc. consiliariorum xxiii consulum ar-
tium et eorum consiliariorum ae adiuetorum in palatio hospitalis e

LT TITTI

48 G. MAGHERINI-GRAZIANI

saneti Floridi Civitatis Castelli ad sonum tube voce preconia et
campane, de mandato Ugolini Berardi Iaeobi Galgani Iohannis Mar-
tini Novelli et Iaeobi Bonagratie dei gratia Capitaneorum populi
Civitatis Castelli gerentium offitium potestarie et Capitanie dicte
civitatis more solito congregati in millesimo celx. primo, indic-
tione quarta tempore domini pape urbani iiii die iovis quarto de-
cimo intrante mensis novembris. Ex vigore consilii dieti populi
quod omnia banna precepta et omnes eondempnationes et omnes
processum factus et faciendus sive facte et faciende per dietos Capi-
taneos populi seu per: dominum Bencevennem eorum judicem vel
aliam personam de mandato eorum durante eorum offitio seu per
totum eorum offitium valeant et teneant et sint firme omnimodo,
et nulla persona ab eis possit vel valeat appellari, et nullus audiatur
appellans, et quod predicti capitanei possint dietas condemnationes
faetas et faciendas per ipsos exequi et executioni mandari, et contra
quemlibet condempnatum vel eondempnandum exigere et aufferre
sine appellationis remedio, non obstante aliquo Capitulo constituti.

Item statutum est et firmiter observandum voluntate totius
dieti eonsilii generalis quod potestas qui erit pro anno futuro te-
neatur omnes condempnationes faetas et faciendas per ipsos Capi-
taneos firmas et ratas habere et que non fuerint executioni man-
date per ipsos capitaneos populi, teneatur dietus potestas exequi
et exeeutioni mandare eas et quilibet eorum exigere et aufferre
condempnationes ut quemlibet condempnatum et eondempnandum
per ipsos capitaneos infra mensem post introitus sui regiminis (?).

Item statutum est et ordinatum voluntate totius dieti consilii ge-
neralis quod de omni banno precepto condempnatione sive condemp-
nationibus et de omni processu inquisitione sive ab omni banno
requisitione precepto et ab omnibus condempnationibus et proces-
sibus factis et faciendis per dietos capitaneos vel eorum judicem
quoque modo eontra quemeumque personam sive personas occa-
sione eorum offitii vel quocumque modo et de omnibus expensis
faetis et faciendis de mandato ipserum Capitaneorum per Alber-
tinum Formice eamerarium populi vel aliam personam mandato
eorum, predieti Capitanei populi judex et notarius eorum et pre-
dietus camerarius populi sint omnimodo (1) et nullo tempore sindi-

(1) Manca una parola, forse absoluti.
FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 49

centur et sindicari possint vel sub syndicis seo aliquibus offitialibus
vel aliis personis respondere non obstante ad predieta aliquo Ca-
pitulo eonstituti a quo dieti Capitanei judex et Camerarius sint
absoluti, et pro eonstituto habeatur et lege hoc capitulum.

Item statutum est inviolabiliter observandum voluntatem totius
consilii generalis quod nulla persona audeat vel presumat seu pos-
sit aut possint litem seu questionem facere vel movere ipsis Capita-
neis vel eorum judici de predictis vel aliquo predietorum supra con-
tentis in predietis Capitaneis ullo modo nec eos vel alterum eorum vel
heredes eorum in curia ecclesiastica vel seculari convenire vel con-
trahere; et quicumque contrafecerit potestas Comune et quilibet
de Civitate Castelli et distrietu teneantur eos et quemlibet eorum
defendere et indempnem sive indempnes conservare omnibus sump-
tibus et expensis comunis Castelli, et teneatur potestas quemlibet
qui litem moveret dietis Capitaneis vel judiei eorum statim lite
mota condempnare ipsum in e. libras denariorum Comuni, et con-
dempnationem aufferre ei sine appellationis remedio, et a tali con-
dempnatione non possit appellari nec ei eontradiei vel diei nulla
non obstante ad predieta aliquo Capitulo constituti deroganti pre-
dietis aliquo, predieti Capitanei judex et quilibet eorum sint abso-
luti, et hoe eapitulum sit precisum.

Item statutum et ordinatum est voluntate totius consilii dieti
generalis quod si aliqua persona offenderet aliquem dietorum Ca-
pitaneorum seu dominum Bencevennem judicem vel alterum eorum
teneatur potestas punire offendentem vel offendentes in duplum
plus quam punirentur si alias personas offendissent de simili of-
fensa et a tali condempnatione non audiatur appellans; et hoc Ca-
pitulum sit truncum et precisum non obstante aliquo Capitulo con-
stituti deroganti predictis a, quo dieti Capitanei et omnes quos
tantus Capitulum sint absoluti et nullo tempore teneantur sub sin-
dieis respondere vel aliis offitialibus comunis.

Ego Homo santi Iacobi Monete notarius, imperiali auetoritate i
notarius et judex ordinarius, de mandato Ugolini Berardi Iacobi |
Galgani Iohannis Martini Novelli et Iacobi Bonagratie Capitaneo- | !

rum Civitatis Castelli et domini Bencevenne eorum judicis dieta . s |
Capitula et suprascripta scripsi sub anno domini millesimo celx. :

primo, indietione quarta, tempore domini Urbani iiii et imperio
vacante. | G. MAGHERINI-GRAZIANI

SpUTUTO DUL 1979

Incipit rubrica statutorum municipalium Civitatis Ca-
stelli.

Primum capitulum.

In nomine domini amen. Ad honorem dei et beate Marie sem-
per virginis et sanctorum confessorum Floridi et Amantii et
omnium sanctorum et sanctarum Dei, et ad honorem et reveren-
tiam sanete romane ecelesie et sanetissimi domini Gregorii pape x
et dominorum eardinalium, et ad honorem et reverentiam domini
nostri regis Caruli in nomine paeis et vere concordie Civitatis Ca-
stelli et omnium habitantium in eadem.

In nomine domine amen et beate Marie virginis ad perempnem
statutum (s?c) pacifficum et quietum Civitatis Castelli et districtus
eiusdem et omnium guerarum et diseordiarum materiam (sic) rese-
cata Castellana civitas in perpetua quieta pace et unitate consistant,
nos in Christi nomine infraseripti constitutarii elleeti constituti et
positi ad ordinandum constitutum Civitatis Castelli statuimus et
ordinamus et firmamus quod omnes homines eivitatis et distrietus
diete masculi et femine teneantur et debeant observare per se et
eorum heredes et familliares omnes paces generales et speciales
faetas ucusque et fatiendas tam per speciales personas quam per
partes gelforum et gibillinorum et seindieos utriusque partis et spe-
ciales personas; et si quis vel si que contrafecerit potestas qui pro
tempore fuerit vel reetor seu rectores teneantur malefactorem seu
malefaetores capere et eum sine remissione aliqua eundem capite
puniendo, et si per potestatem vel rectorem steterit quod non ca-
piatur et oceidatur dietus malefactor, deserat esse potestas vel rec-
tor et perdat totum suum sallarium. Et si capi non poterit male-
factor bona sua omnia et jura publicentur comuni et devastentur
FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 51

et vasta teneantur et omnium filiorum et heredum eius et ipse
eum suis filiis exbanniatur perpetuo pro paee rupta et exulare
compellatur, ut vita sit ei suplitium et mors sollatium. Et si bona
eorum non fuerint sufficientia in tanta quantitate quantum est pena
in ministerio paeis infrascripta potestas infra mensem teneatur a
reeoltis exigere dietam penam; et si aliquis potestas talem vel ta-
les de banno extraxerit et predieta non fecerit, perdat offitium po-
testarie et salarium suum totum, ut supra dictum est, a qua pena
nullatenus possit absolvi. Et si quis de Civitate vel distrietu Ca-
stelli dietum exbannitum retinuerit vel opem seu consilium ei de-
derit vel eum fugaverit vel cellaverit, similiter exbanniatur per-
petuo et bona omnia eius publicentur comuni.

Item statuimus et ordinamus quod potestas qui pro tempore
fuerit et omnes rectores teneantur precise sine tenore (?) observare
et facere observari omnes paces predictas et omnes sententiam et
sententias, preceptum et precepta seu arbitramenta et omne statu-
tum faetum et faeta et facienda per primos xxiiii arbitros et ar-
bitratores eleetos super pacibus et concordiis faciendis inter homi-
nes Clvitatis Castelli et districtus et quiequid dieti arbitratores
jusserint et preceperint in avere et personis et fortillitiis omnibus,
modis omnibus occasione dieti arbitramenti observare et observari
facere complete executioni ac effectui demandare teneantur et dare
opem et consilium pro toto posse suo omnibus volentibus predieta
et singulla observare et quemlibet qui contrafecerit punire in avere
et personam secundum quod in eonstituto pacis et preceptis dic-
torum arbitrorum stabilitum fuerit et preceptum ab initio usque
ad finem et seeundum quod in preceptis continetur et terminos in
dietis signis constitutos et constituendos non permittant transire
quod predieta non fuerint executa.

Itam statuimus quod si aliqua guerra de novo apparuerit in-
ter aliquos civitatis et distrietus, quod Deus advertat, quod potes-
tas et xxiiii qui pro tempore fuerint toto posse eorum se inter-
ponant et compellant predietos facere pacem infra unum mensem

postquam ad ipsorum notitiam vel alterius eorum pervenerit. Ad-

dimus quoque quod predietus potestas et xxiiii qui pro tempore
fuerint teneantur expresse et precise inducere ommes et singulas
personas habentes odium vel guerram in civitate vel districtu ad
pacem et concordiam faciendam; et si voluntarie facere noluerint,

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52 G. MAGHERINI-GRAZIANI

teneantur eos compellere cum effectu ad paces et. concordiam fa-

ciendam et ad penas inter se vicissim pro pace servanda promit-
tendas et obligationes faciendas inter se et comuni etiam promit-
tendas prout melius fieri potuerint pro tali vel talibus pactis ser-
vandis. Si quis recusaverit facere pacem, potestas teneatur ipsum
condempnare ad sui arbitrium et voluntatem, et de tali condemp-
natione non audiatur appellans, et de omni eo quod fecerit po-
testas in predictis et circa predicta in constringendo tales et con-
dempnando recusantem vel recusantes super predictis ipsius potes-
tatis parere mandatis non teneatnr idem potestas sub sindicis
rubrice e.

Et hoe capitulum totumquillibet potestas teneatur iurare et
speeialiter in introytum sui regiminis, et de hoc nullam possit abso-
lutionem petere recipere nec habere, et teneatur facere iurare homi-
nibus civitatis. et distrietus hoe capitulum observare quando eos
iurare facient sequela (sîc) potestarie ipsius, et etiam teneatur
hoe eapitulum legi facere in prima contione quam fecerit preter
introitum sui regiminis. ;

Et de hoe eapitulo vel de parte ipsius potestas generaliter vel
specialiter non possit petere absolutionem nee habere a consilio
vel arengo, et si contrarium gererit eundem potestatem liberum
habere arbitrium et a eapitulis huius capituli constituti omnibus
fuerit absolutus vel ad eos non iuraverint nichilonimus teneatur
ad istud. Et si absolutionem potierit vel habuerit de hoe statuto
vel aliqua parte ipsius, perdat offitium potestarie in totum ae suum
sallarium totum sive feudum et sententie et precepta late et faeta
per ipsum potestatem sint ipso iure eassa et irrita et sine aliqua
remissione quilibet arengaverit tamquam periurus e. libras dena-
riorum perdat, et qui ad talem partitum tenuerit perdat de suo c.
libras denariorum, et si potestas non aeceperit a talibus dictum
bannum et quantitates contra predieta venientibus in, easibus su-
pradietis perdat de suo proprio tantundem.

Et teneatur quilibet potestas facere iurare suum successorem
specialiter hoc capitulum observare et quando correctores vel emen-
datores eapituli constituti diete civitatis eliguntur quod eos iurare
faciet hoe breve sive eapitulum, in constituto ponere et nichil de -
eo minuere nec expresse nec tacite nec aliquod eontrarium ibi po-

nere vel quod huie in aliquo detrahat, et confirmetur de anno in
V.

FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 53

annum et nullo aliud capitulum fiat huic contrarium in totum vel
in partem; et si poneretur vetus vel novum quod huie contradi-
ceretur in alliquo, illud sit ipso iure eassum et semper istud in
sua firmitate consistat etiam si de hoc fecerit mentionem expres-
sam, et semper omnia eapitula faeta et faeienda iuretur; hoe sem-
‘ per adieeto quod sit firmum omne quod in isto capitulo eontinetur
et semper quodlibet statutum intelligatur faetum quod in isto re-
pertum fuerit stabilitum.

De offitio potestatis.

Statuimus et ordinamus quod potestas teneatur manutenere et
defendere omnes ecelesias hospitalia et loca religiosa Civitatis Ca-
stelli et eius distrietus et bona eorum, salvis aliis capitulis que
ponentur infra, et teneatur manutenere omnes pontes et eorum
bona ed omnes stratas et vias publicas et vicinales civitatis et
distrietus et plateas publicas civitatis liberas et expeditas tenere,
iuridietionem civitatis et districtus tractare et facere omne bonum
et utilitatem hominum civitatis et districtus et personarum et re-
rum ipsorum qui in ipsa civitate et districtu habitant vel pro tem-
pore habitabunt et omnium civium civitatis totius qui sunt et
erunt in omnibus et per omnia ad mandatum potestatis bona fide
sine fraude, et teneatur potestas bona fide sine fraude omnibus et
singulis facere et observare constitutum ubi loeum habet, aliter
ius et rationem ubi constitutum locum non habet secundum quod
infra dieetur vel continebitur. :

De adventu potestatis.

Item statuimus et ordinamus quod quieumque erit potestas Ci-
vitatis Castelli in anno proxime futuro stet a kalendis julii proximi
venturis (séc) in anno domini millesimo CCIxxiiii ad alias kalendas
julii tune proxime subsequentes teneatur et debeat esse xv diebus
ante kalendas julii in Civitate Castelli predicta videllicet de mense.
junii xv dies in exitu dieti mensis cum tota sua familia, et ha-
beat et habere debeat et teneat a comuni diete civitatis salarium
sive feudum quod infra dicetur et ordinabitur eidem in hoe pre-
senti statuto, et ipsum salarium solvatur eidem potestati in termi-

8
ENTI

54 1 G. MAGHERINI-GRAZIANI

nis specifficandis inferius, et quod potestas anni proximi venturi
videlieet a kalendis julii anni proxime presentis in quo sumus in
anno domini millesimo CCIxxiiii usque ad alias kalendas julii pro-
xime sequentes, eligatur infra viii dies mensis aprilis proxime
venturi anni presentis in consilio generali ad brevia sieut offitia-
les dieti comunis ceteri eliguntur, et in dicto consilio fiant viii bre-
via et in quolibet ipsorum sit seriptum elector potestatis et qui-
eumque consiliarius habuerit tale breve seriptum sit elector elec-
tionis potestatis diete civitatis pro anno proxime futuro et predieti
eleetores potestatis sint et eligantur comunes videllicet iiii de parte
gelforum e iiii de parte gibillinorum et sint duo per quamlibet
portam eivitatis, et ubi sex ex predietis viii eleetoribus fuerint
eoneordes sive de eo de quo concordaverint ipsorum electio valeat
non obstantibus vocibus et contradietionibus aliorum duorum qui
diseordaverunt ab eisdem. Qui potestas, qui vocatus et electus fue-
rit a predietis, teneatur et debeat stare et continue permanere cum
tota sua fammillia in dieta civitate ad. dictum offieium potestarie
exereendum a dietis kalendis julii proxime venturi anni presentis
usque ad alias kalendas julii tune proxime subsequentis et xv die-
bus post ad syndieatum in quibus quindeeim diebus novus potes-
tas iuret potestatem preteritam et totam suam familiam ad syndi-
eatum morari faeere teneatur et satisfacere et habeat dietus pote-
stas et secum ducere teneatur et tenere per totum tempus quo
per statutum morari debeat in civitate predieta unum suum mil-
litem vel sotium et duos judiees bonos et legales et iurisperitos
unus quorum habeat (?) cognoscere super malefitiis et alter vero de
extraordinariis et duos bonos notarios et legales et ducere tenea-
tur secum et tenere quatuor equos suo incomodo et si plures ha-
buerit per se vel suam familiam similiter habeat et teneat suo
ineomodo et riseo et hospitium similiter suis sumptibus et expen-
sis conducere et habere teneatur et debeat.

Qui potestas et iudices et notari et familia sua sint de parte
eeclesie et qui fideles ecclesie noneupentur, et predietus potestas
teneatur et debeat non ducere aliquem iudicem vel offitialem vel
aliquem suum familiarem ad regimen diete civitatis qui sit de
terra que sit confinis huius civitatis et episcopatus vel eius dio-
cesis et etiam de distrietu illius terre que sit eonfinis huius civi-
FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 0D

tatis et eius episcopatus et diocesis et secum ducere non possit
nee debeat. :

Et plus non possit petere nec habere dietus potestas et eius
familia pro aliquo faeto vel ambaxata fatienda ab eo vel eius mil-
lite sive sotio vel ab aliquo ex iudieibus notariis seu familiaribus
nisi sallarium solum dieto potestati inferius statuendum quas an-
baxatas omnes ipse potestas et dieta eius familia facere debeat et
teneatur suis vieturis et equitaturis, et ire et faeere omnes amba-
xatas comunis ubicumque et quocumque fuerit opus et eis vel alii
eorum commissum fuerit, et de dicendo sallario sive feudo sit con-
tentus pro se et dietis suis judieibus sotio et dietis duobus nota-
riis e£ ambaxariis omnibus et tota sua famillia hospitio et modo
ut dietum est supra; et si petierit vel peti fecerit aud accepe-
rit a comuni vel spetiali persona ipse potestas et sua famillia
ultra quantum dietum est, teneatur restituere quod acceperit et
solvat comuni e. libras denariorum et quotiens contrafecerit. Item
unus ex dietis notariis seribere teneatur omnes accusationes et de-
nuntiationes et acta mallefitiorum civitatis et districtus et omnia
que ad dietum offitium spectat et que eidem per constitutum vel
consilium generale vel maiorem partem consilii commissa fuerint
seribenda pro iam dieto comuni et specialibus personis copiam
seripturarum et aetorum scribere et autenticare et dare copiam
partibus infra viii dies postquam fuerit petitam sine pretio et mer-
cede; quod si non fecerit, teneatur dare petenti e. solidos denario-
rum pro pena quotiens contrafecerit, et ad hoc fieri faciendum
per notarium potestatis teneatur. judex eomunis super apellationi-
bus debeat facere et compellere predictos notarios potestatis facere
et observare scilicet quodlibet predietorum ad petitionem petentis
seu petentium dietas seripturas et predictos notarios potestatis cui
petite fuerint seripture vel alterum condempnare in dietis e. so-
lidis denariorum infra viii dies et nichilominus predictas sceriptu-
ras petenti vel petentibus reddere et restituere teneatur et tenean-
tur dietos notarios super malefitiis reddere omnes condempnationes
exemplatas et publieatag in quaterno in consilio generali semper
quando fuerit ipse condempnationes vel bonis viris qui custodire
habebunt librum exbannitorum et cartarum abstultatas et emenda-
tas cum eisdem ad reactandum ne aliqua eondempnatio possit
potestarie eontinue exercere personaliter, quod ipsum non elligunt

— AQ 98

n n ta co GAI go Me 56 G. MAGHERINI-GRAZIANI

nec in ipsum consentiunt nec volunt in potestatem civitatis pre-
dicte, ad predictis vel aliquo predictorum licentiam peti non pos-
sit nec absolutio a generali vel spetiali consilio vel contione quo-
minus predieta observentur et fiant; et si data esset vel faeta esset
| absolutio non valeat, et quod stet contentus salario statuendo pro
[| se et sotio et iudieibus et notariis suis et tota sua familia et non
plus petere possit nee recipere ullo modo per se vel alium; et si
plus concessum esset eidem vel dietis de sua familia non valeat
| talis concessio, non obstante consuetudine aliqua civitatis huius;
| |. etsi quis dixerit in eonsilio vel parlamento quod plus habeat, te-
neatur potestas ei tollere C. libras denariorum.

il Ut potestas iudices et notarii faciant copiam sui.

ct

H | Item dicimus et ordinamus quod potestas et eius iudices et

notarii teneantur facere copiam sui frequenter ut homines civitatis
| et distrietus possint coram eis vel altero eorum proponere iura sua
I et faeta, et quillibet possint sine pena et banno ire ad quemlibet
| eorum ubi fuerint, et contra predicta vel aliquod predictorum po-
n testas nullum contrarium nee aliquod ordinamentum facere possit;
Il quod si eontrafecerit, perdat de suo feudo C. libras denariorum et

| quotiens contrafecerit.
|
4l
| | Ut iudices et notarii non recipiant aliquod preter sallarium.
|

Il) Item dieimus quod iudices comunis Civitatis Castelli, qui cum
| Ri potestate fuerint, teneantur cognoscere et summarie secundum quod
i eis melius de iure et constituto visum fuerit aliquo salario non re-
cepto seu aliquod pro salario vel quantitatem aliquam vel aliam
rem ullo modo quod exeogitari possit ab aliqua persona de civi-
| tate vel districtu nec a forense qui habitabit in civitate nisi id
I | quod eoneedetur et ordinabitur potestati futuro pro se et tota sua
Il | | familia, et predieti iudices et notarii teneantur eorum offitium et
| offitia quelibet ad que deputati fuerint legaliter exercere, et
teneantur non recipere aliquid pro pretio vel loco mereedis per
se vel alium a comuni vel aliqua spetiali persona civitatis et
districtus vel aliunde aliquo modo vel ingenio occasione alicuius
quod modum a comuni nec aliud pro expensis nec recipere aliquo
FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 57

modo; et teneatur dietus potestas non recipere aliquod offitium
extra eivitatem predietam vel districtum causa morandi vel standi,
ita quod omni sero revertatur ad civitatem predietam nisi in uni-
versali exereitu dicte civitatis.

Et si quis de Civitate Castelli vel distrietu consulerit ita quod
potestas audeat exire civitatem dietam vel distrietum ita quod non
revertatur omni sero ad ipsam eivitatem nisi in predieto easu, po-
testas teneatur ei aufferre bannum 1l. librarum denariorum et ad
manus eamerariorum comunis facere perveniri, quod bannum nulla
occasione restituatur; et si potestas non acceperit, teneatur de suo
sallario solvere dietum bannum.

Et teneatur potestas suum sotium, iudiees et notarios et om-
nes suos familiares facere iurari in consilio generali tenere ecre-
dentiam ipsius civitatis, et nulli ad ipsius eomunis dampnitatem
vel detrimentum prodesse et utilitatem dieti eomunis tractare in
civitate et extra et omnia facere que per comune eis commissum
fuerit faciendum.

Et quod si potestas vel alius pro eo emerit vel emi fecerit
extra civitatem ligna vel paleam, teneatur potestas non eogere ali-
quem de eivitate vel distrietu eius per se vel alium deferre ei cum
eorum bestiis nee auferre eis bestias eausa deferendi ligna vel pa-
leam sine vietura.

Item quod quando potestas vel aliquis de sua familia iret in
exereitum ad aliquem alium loeum quod non possit accipere vi
vel preeibus alicui laico civitatis vel distrietus per se vel alium
equum munitum nullum vel nullam asinum vel asinam sine
veetura primo loeatione soluta, et non recipere per se vel
alium ab aliquo de civitate vel distrietu aliquod donum vel com-
modatum vel alio modo exceptis vietualibus rebus et necessariis
quas iusto et certo pretio consequi possit; et teneatur potestas et
quillibet de sua famillia et quivis aliis aliquem de equitaturis
quas seeum duxerit vel habuerit et retinuerit vel aliter pro eo ali-
cui de eivitate vel distrietu qui iret pro facto comuni, alias sit
sibi et omnibus de :sua familia lieitum commodare si predieto
easu commodare non possit aliquo modo vel ingenio quo possit
exeogitari.

Et teneatur potestas significare potestati venture per litteras
comunis quas ei mittat, quod si habet aliquam potestariam vel alii

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58 . G. MAGHERINI-GRAZIANI

quod vel alium offitium ita quod non possit hoe nostrum offitium

. suo feudo CC. libras denariorium. Et quicumque de civitate dieta

in eonsilio generali vel parlamento contra predieta vel aliquod
predietorum consilium dederit vel eontionatus fuerit vel alias di-
xerit, potestas teneatur ei aufferre C. libras denariorum et quo-
tiens eontrafecerit, et ipsas C. libras denariorum faeere expendere
pro faetis comunis et non restituere ullo modo; quod si non fe-
eerit condempnetur in tantundem dietus potestas a seindieis co-
munis et iudice ipsorum per quos sindacari debebit.

Et hoe... sive faeta fuerit aecusatio sive denuntiatio sive non,
dummodo audiverit predieta potestas et predieti seindiei et eorum
iudices si non eondempnaverint, ut dietum est, potestas futura de-
beat et teneatur predietos sindicos et iudices in ipsa quantitate
condempnare.

De mora potestatis faciendo in civitate.

Dicimùs quod potestas teneatur continue morari et stare in

civitate super negotiis comunis exercendis, ita quod omni sero

hospitetur in civitate super negotiis civitatis, burgorum et eius dis-
trictus incedere facere et ad effectum deducere negotia et facta
comunis secundum quod melius potuerit, et teneatur non petere
nec peti facere a consilio spetiali vel generali civitatis prediete
nec a consilio xxiiii licentiam eundi vel standi extra Civitatem
Castelli quominus omni sero hospitetur in civitate predieta, et si
contrafecerit predietus potestas per se vel eius familiares perdat
de suo feudo C. libras denariorum in quibus debeat eondempnari
per syndieos comunis et eius iudiees, et penam in utilitatem co-
munis convertere.

Et si potestas vel eius sotius vel iudices vel aliquis de sua
familia miserit vel iverit pro suis negotiis in civitatem vel extr:
civitatem vel districtum vel ad eos vel aliquem de sua familia
nuntius missus fuerit vel iverit vel apparuerit eis vel alicui eorum
aliquod gravamen vel impedimentum in eivitate vel extra in per-
sona vel rebus teneatur potestas non petere nec peti facere ali-
amitti vel defraudari (?). Alter vero notarius seribere teneatur im-
positiones consiliariorum et reformationes consiliorum et omnia
aeta eausarum comunis que erunt deposita super dampnis datis
FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 59

‘ab hominibus et personis in bladis vineis hortis clausuris salectis
et aliis rebus secundum formam capitullorum constituti et facere
litteras comunis tam pro facto comunis quam spetialium persona-
rum et omnia alia que eidem commissa fuerint facienda et sceri-
benda per consilium generale vel maiorem partem ipsius.

Et pars sallarii dicti potestatis videlicet CC. libras denariorum
apud cameram comunis remaneant in sequestrum, et ipsi camera-
rii dictam quantitatem teneant et tenere debeant in depositum
quousque dictus potestas miles eiusque judices et notarii et tota sua
familia fuerint syndicati xv diebus post depositum offitium in
quibus sindicari debebunt vel debent, et si fuerint absoluti pars
supradicta salarii nominati sequestrandi reddatur in totum domino
potestati: si vero fuerint condempnati aut alter dietorum, dieti
camerarii retinere teneantur et debeant pro eomuni superius no-
minato tanta quantitate in quantam fuerint condempnati vel alter
eorum comuni vel spetialibus personis; et si camerarii comunis
predieta non fecerint puniantur et solvant de eorum proprio dic-
tam condempnationem et a predietis eo quod omnia supradieta
non servarentur in totum .vel in partem predictus potestas nec
eius offitiales vel sui familiares absolvi in totum nee in partem per
consilium generale nec xxiiii nee per aliquod aliud consilium non
possint nee debeant ullo modo.

Item quod teneatur precise per se vel alium non petere nec
peti facere ullo modo a comuni Civitatis Castelli vel specialibus
personis arbitrium vel absolutionem de eo quod de iure vel con-
stituto faeere teneatur vel debeat que ad predieta vel aliquod pre-
dietorum pertinere noscantur, et specialiter a comuni vel consilio
civitatis speciali vel generali vel parlamento, quominus omnia pre-
dieta et quodlibet predietorum que facere tenetur de iure et offi-
tio facere et observare teneatur seeundum formam capitullorum

constituti et in quibus capitulum non loquitur sive capitula non

locuntur seeundum formam iuris, excepto quam in malefitiis et
aliis in quibus de testibus continetur, quod non debeat scindicare
nee sub scindicis respondere. i
Et si dietus potestas, miles vel iudices vel aliquis de ipsorum
familia contra predieta vel aliquod predietorum facere vel venire
presumpserit ullo modo vel ingenio, dictus potestas amietat de
mallefitii vel aliqua alia occasione vel causa; et si contrafecerit

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600 G. MAGHERINI-GRAZIANI

solvat bannum nomine banni libras xxy denariorum et quotiens
contrafecerit.

De juramento ducentorum consiliariorum.

Dicimus et ordinamus quod potestas teneatur convocare infra
tres dies postsuum avventum ducentos consiliarios qui vocati et electi
fuerint per xxiiii qui nune sunt positi super reformatione civitatis
ab intrinsecis et extrinsecis facienda, et eos compellat iurare offi-
tium eonsilii seeundum formam huius eapituli constituti, videllicet
ut pro facto et utilitate comunis sine fraude consilium prestare si-
, cut melius videbitur expedire. E quiequid per ipsos consiliarios
vel maiorem partem ipsorum faetum fuerit valeat et teneat in om-
nibus faetis comunis et pro comuni tamquam per consilium gene-
rale et totum eonsilium supradietum vadat ad brevia pro offitiali-
bus omnibus faciendis, et aliud eonsilium ad brevia minime vadat
et quos ipsi offitiales elegerint ad offitia pro offitialibus habeantur.

Et quod predieti xxiiii possint et debeant omnibus’ consiliis
interesse et eorum dieta valere ut aliorum dieta consiliariorum
valebunt ut valere poterint pro comune. Sed quando potestas pro-
posuerit in eonsilio dieto de facto alicuius vel alio loco, teneatur
preeise illum vel illos quorum negotium proposuerit de dieto con-
silio expellere.

Item quando offitiales elliguntur seribatur in quolibet breve
nomen offitialis et quicumque habuerit breve compellatur non di-
scedere de loco in quo erit donec ellegerit offitiale in continenti
seriptum in breve quod habuit et pater non possit filium aud filius
patrem aud frater fratrem elligere. Addimus quod nullus elector
in aliquo offitio alium coelectorem eligere in eodem offitio possint,
et talis electio non teneat et si elegerit non teneat electio sic faeta.
Et omnes offitiales qui debent eligi durent et durare debeant per
sex menses preter consiliarios qui durent per totum annum et de-
beant semel eligi a principio in ipsa electione et aliis sex mensi-
bus sequentibus debeat servari idem modus in offitialibus eligendis
et nullus minor xx annis possit esse de consilio supradieto salvis
omnibus offitialibus qui eliguntur per capitula infradieta per maiora
et minora tempora et quiequid per dictos consiliarios vel consilium
supradietum vel maiorem partem consilii ordinabitur observetur, FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 61

salvis capitulis in quibus dieitur quod stetur dieto duorum par-
tium.

De offitio camarariorum comunis et eorum notariorum.

Ordinamus quod potestas teneatur infra xv. dies post suum
avventum vel ante si videbitur ei eoadunare consilium generale et
in eo proponere et ibi ordinare quod duo eamararii comunis fiant
et eligantur in primis quatuor mensibus ita tamen quod non sint
ambo de una porta, et singulis quatuor mensibus eligantur duo
eamararii et duo notarii qui sint eum eis pro dieto tempore de ista
civitate; qui notarii teneantur seribere omnes seripturas camara-
riorum eomunis luerorum et expensarum et omnia instrumenta co-
munis et eeteras seripturas que spectant ad dietum offitium dieto-
rum camarariorum, et nihil de predictis vel aliquo predictorum
dabeat habere nisi quod ordinatum est.

Predieti quoque camararii teneantur nullam peeuniam parvam
vel magnam reeipere vel expendere nisi presentibus dietis nota-
riis, et dieti notarii teneantur preeise non seribere nisi sollutio
pecunie fiat sine fraude eis presentibus sive sint lucra sive ex-
pense; et teneantur dieti camararii que ad eorum manus vel alium
pro eis pervenerit pro faeto et nomine et viee comunis dicti bene
custodire et salvare, et facere pervenire in utilitatem comunis,
nullam fraudem committere vel committi facere, nec consentire
quod fraus fiat in detrimentum comunis.

Et si dieti eamararii et notarii inventi fuerint fraudem com-
misisse de consensu camarariorum, teneantur eamararii comunis
restituere pro quollibet denario subtraeto denarios duos et notarii
et quisque ipsorum eamararius teneantur solvere libras x. dena-
riorum nomine banni comuni et removeantur ab offitio; que fraus
possit probari per unum testem et valeant usque ad quantitatem
solidorum xl. denariorum.

Qui eamararii sint et esse debeant omnes regulares et religiosi
fratres, si haberi poterunt; si vero non poterunt haberi, esse de-
beant eontinentes et pinzocari (szc) et oriundi de Civitate Castelli, et
durent eamararii et notarii quatuor mensibus; et quicumque fuit
camararius comunis vel notarius in aliquibus mensibus non possit
esse eodem anno in eodem offitio et camararii et notarii non pos-

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62° G. MAGHERINI-GRAZIANI

sint esse similiter in offitio de eadem porta; et qualemeunque pe-
cuniam recipient camararii per se vel alium ab aliquibus personis
debeant et teneantur seribere et scribi facere genus cuiuscumque
pecunie quam recipient et dare et solvere debentibus recipere de
eadem pecunia quam recipient; et si contrafecerint vel venerint
solvant predietam penam; et teneantur dieti camararii non emere
per se vel alium aliquid potestati vel iudieibus aut notariis vel
altero eorum vel alieui de sua famillia vel alteri pro eis, et si con-
trafecerint solvant de eorum proprio. Et specialiter teneantur eis
vel alii pro eis eandelas sive candelottos vel secum vel ceram non
dare nisi pro litteris comunis sigillandis, nece paloetas, nisi cum
fecerint custodiam vel guardiam in civitate vel extra pro comuni.
Et de ipsis lucris et expensis rationem reddere rationatoribus co-
munis pro comuni ponendis infra dicetur singulis ultimis vel pe-
nultimis diebus euiuseumque mensis in consilio generali; et judex
potestatis seripturas luerorum et expensarum dare incontinenti
predieti rationatoribus comunis et eorum notariis teneatur. Item
dieimus quod predieti notarii teneantur facere instrumentum vel
instrumenta comunis que fuerint tempore eorum offitii et sine
aliquo pretio, et ea seribere in libro eartarum comunis. Item di-
cimus quod potestas teneatur primo mense sui regiminis et ante
si volluerit in consilio generali et in ipso consilio, ut alii offitia-
les eliguntur, facere eligi quatuor bonos homines et legales unum
per quamlibet portam et unum bonum notarium, quos potestas fa-
ciat rationare bona fide sine fraude camararios comunis et videre
petere et exigere rationem ab eis de acceptis et datis eoram iudice
extraguatore (?) secunda die post depositum offitium cuiuslibet ca-
mararii, et camararii faeiant sibi rationes quas dabunt judici cum
istis quatuor de receptis et datis ut super hiis deliberent si ratio
redditur seeundum quod camararii reddere teneantur, et si inve-
nerint eos rite reddere rationem ipsos eum ipsis quatuor in con-
silio generali teneantur absolvere, et si ipsos invenerint male et
pernitiose reddere rationem vel lucra superare expensas in dieto
consilio condempnare neenon teneatur potestas octo dies post die-
tam rationem redditam facere consilium predietis rationibus ut
possint dietam sententiam ferre. Qui vero rationatores dietas serip-
turas dare teneantur accusatori comunis, et teneantur omnia que
pervenerint ad eorum manus pro comuni et scripturas quas non
FRAMMENTI DI. STATUTI, ECC, 63

restituerint durante eorum offitio reddere et restituere teneantur
pro comuni aliis camarariis... et de predietis non syndicentur. Et
quicumque fuerit camararius vel notarius cum eis anno proxime
preterito in aliquibus mensibus non possit esse in eodem offitio
anno sequenti sive presenti nisi placuerit consilio generali; et qui
contra predieta receperit solvat bannum solidorium C. denariorum,
et potestas eidem aufferre teneatur. Et teneantur eamararii et notarii
comunis non recipere per se vel alium ab aliqua persona aliquid
occasione alieuius solutionis faciende pro eorum offitio; et si ac-
ceperint teneantur restituere in duplum personis a quibus aecepe-
rint, et de hoc stetur sacramento solventis. Et teneantur eamara-
rii quando emunt aliquid pro comuni habere presentiam dietorum
notariorum in emptione et solutione et retemptione, et teneantur
camararii dare omnes eartas notariis supradietis pro scripturis co-
munis faciendis. Et quilibet eamararius et quilibet notarius habeat
et habere debeat pro suo feudo et sallario quatuor libras denario-
rum de bonis eomunis et nil plus petere et exigere possit aliquo
modo vel ingenio; et camararii pecuniam ceomunis teneantur bo-
nam et electam et approbatam recipere et illam bonam et appro-
batam expendere et nullo modo pecuniam permutare causa eam-
biandi eam deteriorem. Dieti quoque rationatores et notarii et
quilibet eorum habeat et habere debeat de bonis eomunis solidos
x denariorum, et teneantur dieti camararii omnes proventus et
introytus comunis que ad eorum manus pervenerint apud quem-
eumque volunt vel apud se tenere ad eorum velle. Item dicimus
de collectoribus datii quod denarios possint apud se vel alios te-
nere, ut dietum est de camarariis, etéhoc capitulum sit in melius
reformatum quod facta et reddita ratione a camarariis supradictis
ubi dietum est. Predieti iudiees potestatis ratiocinatores comunis
debeant summariam syndicationem facere et inquisitionem illorum
vel ab illis qualitereumque pro comuni nomine eorum offitii, et
durante eorum offitio per sacramentum de novo prestando si vera
sunt vel non gesta dietorum camarariorum, et per eorum notarios
seripta seiendo predietam indagationem et que invenerint, et ta-
liter seribi facere per notarios rationatorum; et si per predietos
eamerarios vel alterum eorum fraudem aliquam invenerint com-
mississe, illum vel illos debeant eondempnare comuni in consilio
generali in duplo quantitatis vel vallentie rei fraude commisse

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64

idem in simplo et alio tantumdem cum sententiam generalem ad-
ministrationis in camarariis tolluerint in eodem consilio (?). Qui ca-
merarii teneantur prius solvere personis que primo serviverint et
primo satisfaciant qui primo debitor fuit et cuiuscumque conditio-
nis fuerit; debitor et potestas predicta teneatur facere observari;
et si dieti camerarii contra predicta fecerint, puniantur in duplo
. et solvere teneantur in quo predicti rationatores eos debeant con-
dempnare; et hoe locum habeat ad presentia et futura et mutari

non possit.

De mora notariorum camerariorum facienda cum judice po-

judiee potestatis qui habuerit cognoscere de extraordinariis causis
ad seribendum aeta dietarum causarum vertentium eoram eo et
debeant habere denarios seripturarum. Item quod dieti notarii de-
beant seribere nomina syndieorum comitatus et eorum..., et de-
beant habere pro labore, pro unoquoque seindieo uniuscuiusque
ville vi denarios et uniuseuiusque eastri viii denarios. Item tenean-
tur dieti notarii seribere sine aliquo pretio omnes offitiales comu-
nis et omnes ambaxiatores et dies quando ibunt et redeunt et pro
qua ambaxata vadunt vel ibunt et omnes custodes portarum et
eastrorum, et faeta sollutione alicuius debiti teneantur scripturam
dieti debiti cancellare.

Item quod fiat unus liber qui appelletur liber debitorum co-
munis, in quodem (sc) libro seribantur per notarios eamerariorum
vel alterum eorum omnia nomina debentium recipere a comuni
per ordinem nee mandato potestatis nec licentia consilii generalis
vel alterius eontra predicta fiant; et si contrafacerent seu per pre-
dietos eamerarios vel alterum esset in aliquo contrafactum, solvat
comuni nomine banni C. solidos denariorum et quotiens fuerit con-
trafaetum. Qui liber sit penes notarios eamerariorum dictorum ut
veritas in solutionibus et veris debitis habeatur. Qui notarii sem-
per in depositione eorum offitii teneantur dietum librum in aliis
notariis eis succedentibus in ipso offitio camerariorum reddere et
in eorum tenutam mittere, et sit licitum semper ipsis in ipso libro
seribere semper debita illorum qui dieto comuni servirent vel re-

testatis.

Item dieimus quod notarii camerariorum debeant facere cum

G. MAGHERINI-GRAZIANI
FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 65

cipere tenerentur ex aliqua causa sicut semper apparebunt tem-
pore offitii illorum qui pro tempore in dicto offitio fuerint et etiam
cancellare debita que solventur.

De sindicatu potestatis et eius familia.

Potestas siquidem cum tota sua famillia teneatur continue
stare xv diebus post depositum offitium suum in civitate ad syn-
dicatum et singillatim (?) sub syndicis rubrice teneantur omnibus
volentibus de eo vel aliquo de sua familia conqueri et id in quo

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fuerint condempnati alter eorum appellare non possit quominus
predicta fiant, et per consilium xxiv nec per generale consilium
vel parlamentum de predietis absolutio nulla fiat quominus pre-
dieta servari debeat.

De pecunia comunis non recipienda a potestate et eius judi-
cibus.

Dieimus et ordinamus quod judiees comunis teneantur non re-
eipere aliquam peeuniam comunis nee aliquid aliud pro comuni
aliquo modo vel ingenio ab aliquo laico vel clerico pro salario vel
pro banno vel aliquo alio modo vel per alterum nomine suo vel
eius mandato, sed eamerariis comunis dieti tantum deponantur
omnes denarios dieti comunis vel alteri cui vel quibus dietis ca-
merariis videbitur quorum presentia semper adhibeatur et nota-
riorum ipsorum; et quod dietum est de iudieibus item dieimus
observari debere de milite et notariis diete potestatis.

De summis datiorum dandis syndicis camerariorum comunis.

Camerarii quoque teneantur sacramento summas datiorum et
eolleetarum et summas expensarum singulariter pro quibus datium
vel eolleeta imposita fuerit tempore sui offitii facere seribi per no-
tarios ipsorum autenticam et publicatam, et dare in fine sui offitii
syndieis quibus redderet rationem et scindici dent postea accusa-
tori pro comuni ordenato; et si camararii comunis non fecerint
predieta, teneantur solvere de suo xxv. libras denariorum pro
banno et predieta nichilominus facere teneantur ad dietam penam
66 SL : G.. MAGHERINI-GRAZIANI

ante quam absolvantur de amministratione eorum offitii: eamera-
riorum per iudieem appellationis; et eonstitutum eivitas quod eis
datum fuerit restituere teneantur. i

De instrumentis et privilegiis comunis ponendis in libro co-
munis.

Item dicimus quod potestas teneatur de mense setembris vel
octubris proxime venturi in libro comunis cum palettis in quo
sunt vel esse debeant omnia instrumenta facta alicui vel aliquibus
pro comuni post unum mensem postquam fuerint tale vel talia in-

strumenta rogata ea seribi facere, et omnes cartas et privillegia

que sunt in eartollario comunis que non sunt scripta aud que sunt
scripta reperientur corrosa vel vetustaviniis in eodem libro de novo
exemplentur et apponantur, et ad predicta fienda de iure eligan-
tur et ponantur iiii notarii boni experti in arte et seriptura seu
unum per quamlibet portam civitatis, qui notarii predieta faeiant
expensis comunis et eligantur ad brevia; et si potestas non fece-
rit fieri predieta perdat de suo feudo C. libras denariorum, et hoc
capitullum sit precisum. Et predietus liber sit sigillatus sicut
liber exbannitorum et ponatur in pallatio comunis vel alibi

ubi statuerit vel quid statuerit faeiendum consilium generale,

et instrumenta comunis que in dieto libro essent et alia omnia que
poterunt reperiri etiam in dieto libro sigillentur quibus per actis
et per eompletis; teneatur dietus potestas dietum librum cartarum
eomunis deponi facere apud duos bonos viros ad brevia eligendos
per eonsilium generale qui duo homines expensis comunis debeant
invenire et habere unum bonum serineum fidum et munitum, et
si in dieto serineo non reperirentur, teneantur apponi facere duas
elaves divisas et sibi contrarias expensis comunis quorum offitia-
lium unus teneat dietam elavem et alter aliam, et teneatur tale
serineum in sacristia canonice saneti Floridi. Et teneantur et de-
beant tales. offitiales omnibus petentibus dictarum seripturarum
copiam dare dummodo fit de coscientia consilii generalis et quieum-
que receperit a dietis duobus viris aliquam ex dietis cartis pro
facto comunis teneatur et debeat dietis duobus viris ipsam ear-

tam aeceptam resignare reddere et restituere infra tertiam diem

post negotium completum et faetum, sub pena et banno C. libra- FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. i 67

rum: denariorum, et quilibet dictoram duorum bonorum hominum
habeat de bonis comunis xx solidos denariorum, et duret eorum
offitium per totum tempus potestatis. Item dicimus fieri debere de
libro exbannitorum eomunis et condempnationum quod supradie-
tum est de cartis comunis ponendis et deponendis dum tamen
quilibet horum hominum habeat valentiam M. librarum dena-
riorum.

Quod datium et colecta solvatur pro illo facto tantum pro
quo fuerit impositum.

Ordinamus quod si aliquod datium vel colleeta imposita fuerit
pro aliquo facto quod potestas et camararii comunis teneantur
dare et expendere pro illo facto tantum pro quo datium dietum
impositum fuerit et non pro alio facto; et si contrafecerint tenean-
tur solvere et adimplere de suo sollutionem illi faeto pro quo im-
positio datii faeta esset, quod superavit possit expendi de volun-
tate consilii generalis, et hoe eapitullum teneatur potestas facere
observari et observetur; et si potestas et camararii predicti pre-
dieta non observaverint, potestas perdat de suo feudo libras xxv.
denariorum, et camararii comunis per potestatem in libris x
denariorum comuni condempnentur quotiens contrafecerint.

De sindicis preteritorum offitialum.

Dieimus quod potestas secunda die postquam intraverit ad
suum offitium exereendum teneatur coadunare consilium generale
et ad brevia eligi facere teneatur in dieto eonsilio duos bonos ho-
mines et unum iudieem qui sint sindici et cognitores causarum et
unum notarium qui sit cum eis ad scribendum acta causarum.
Item unum bonum hominem qui ut seindieus conqueratur pro eomuni
et petat iura eomunis. Item unum judicem qui sit avocatus et
unum notarium qui faeiat seripturas eorum sub quibus cognitori-
bus et eorum iudice camerarii comunis qui fuerunt a tempore do-
mini Ugolini de Alviano citra olim potestatis Civitatis Castelli et ab
illo tempore citra omnes colleetores datiorum et omnes balitores
comunis et omnes et singulos qui habuerunt eorum tempore ali-
quod offitium vel bailiam a dieto comuni vel occasione comunis

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68 G. MAGHERINI-GRAZIANI

vel pro comuni in Civitate Castelli vel distrietu, qui omnes offi-
tiales teneantur et debeant reddere rationem predietis duobus sein-
dieis comunis eonquerentibus pro comuni vel specialibus personis
de omnibus et singulis que fecerunt vel gesserunt vel fieri fece-
runt per se vel alium vel alias committi fecerunt, et si de pecunia
comunis subtraxerunt occasione eorum offitii vel baylie. Et si in-
ventus fuerit aliquis offitialium predietorum fraudem in eorum offi-
tio commisisse per se vel alium dieti cognitores et iam judex eorum
vel unus eorum cum judice ipsum condempnare in duplo quanti-
tatis rei subtracte comuni vel spetialibus personis cui vel quibus
subtraxisse fraudulenter vel ultra quod debuerit fuerit repertus et
tam syndicus quam speciales persone repetere possint quod dede-
runt vel dari fecerunt contra formam constituti, exceptis hiis qui
sunt absoluti per consilium generale vel maiorem partem eiusdem
vel per aliquod capitulum constituti, et dictorum cognitorum offi-
tium duret usque ad kalendas januari proximi et non plus. Et
quo condempnatus fuerit aliquis predictorum teneatur restituere
infra x dies et ei vel eis cui vel quibus fuerint condempnati quo-
rum sententia vel sententiis non sit licitum apellare nisi ad judi-
cem apellationis ad cuius sententiam non apelletur in casu dieto.
Qui iudex apellationum cognoscere et deffinire teneatur secundum
formam constituti ubi offitium locum habet alias secundum ius. Et
quod iudex apellationis viderit seu iudicaverit vel predicti vel
unius causa iudex si non fuerit apellatum ab eorum sententia te-
neatur potestas effectui mancipare, et si fuerit apellatum teneatur
postea solvere de suo illi cui condempnatio faeta fuerit id quod -
erat dieta condempnatio. Et potestas electis predietis offitialibus
teneatur secunda die postea facere voce preconia denotari per ci-
vitatem, quod quicumque voluerit conqueri de dietis offitialibus
preteritis quod eompareant coram cognitoribus supradietis. Qui co-
gnitores teneantur facere fieri unum saeramentum ealumpnie tan-
tum et eamarariis comunis syndieandis per eos et ceteris offitiali-
bus preteritis de quibas eoram eis querimonia faeta erit. Et quilibet
dietorum offitialium habeat pro suo salario quantum stabilitum fue-
rit per consilium generale. Addimus quod offitiales comunis eli-
gantur custodes cartarum et sindicentur sicut ceteri offitiales, si
inventus fuerit aliquis custos recipere ab aliqua speciali persona
civitatis vel comitatus aliquid. ultra id quod statutum fuerit eis
FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. > 69

per eonsilium generale condampnetur comuni in solidos xi dena-
riorum et restituat quod accepit in duplum ei cui accepit, et ere-
datur sacramento illius qui eidem custodi dedit usque ad quanti-
tatem x solidorum denariorum et habeat locum presentia preterita
et futura.

De balitoribus Comunis eligendis.

Statuimus quod potestas teneatur facere fieri et habere lx bai-
lios Comunis ad minus, qui morentur in Civitate Castelli et eli-
gantur dieti bailitores ad brevia per ec consiliarios, qui habeant et
habere debeant infolas novas de panno rubeo vel zendado sine
aliqua ensegna suis expensis; dieti quoque bailitores per quamlibet
portam civitatis numero sint equales, quorum quillibet det fide
X libras denariorum de suo offitio bene et legalliter exercendo illi
vel illis personis eui vel quibus ipsi vel alter eorum per syndicos
comunis fuerint condempnati occasione offitii, et teneantur etiam
iurare quod omnia ad eorum manus vel alterius eorum pervene-
rint per bailiam vel auctoritatem. eius preter pretium quod eis
concessum est ex tenore capitulli eonstituti vel ab alio percepe-
rint, totum tribuent camarariis comunis infra tres dies et ante si
possint ex quo erant in civitate, et si pertinuerit comuni vel aliis
spetialibus personis vel spetiali persone, et quilibet eorum pro sua
mercede extra civitatem infra tria miliaria denarios sex habeat et
non plus, et extra tria milliaria xii denarios per totum districtum
Civitatis Castelli.

Pro tenuta danda et anbaxiata seu anbaxaria facienda quod
salarium predieti balitores habere ab actore et non a reo, et
si contrafecerint solvant et solvere teneantur nomine pene et
banni xx solidos denariorum pro qualibet vice, et de hoc stetur
saeramento illius qui derobatus esset vel contra quem faetum es-
set. Et si aliquis ex balitoribus comunis postquam dietum est ac-
ceperit, potestas vel iudex comunis teneatur facere reddi illi qui
dedit id totum quod plus aeceperit quam superius dietum est. Et
si unus balitor non suficeret ad aliquam anbaxiatam faciendam mit-
tantur plures et teneatur quilibet bailitor anbaxiatam sibi impo-
sitam bona fide sine fraude facere et portare, seilicet quod ei
mandatum fuerit, et preceptum et credentiam tenere quam vel

9

Pi Bar

73

e up 0209
70 G. MAGHERINI-GRAZIANI

quas potestas vel iudex comunis sibi imposuerint et non pandere
et tenutam ad bancam comunis deferre vel ad domus illius vel
illorum cui vel quibus pertinet dicta tenuta dari; et potestas et
iudex comunis teneantur compellere iuramento dictos bailitores
continue ante se morari et iudex comunis et offitialibus coram qui-
bus destinari debent vel ex parte ipsorum, et si quis dietorum
bailitorum postea tali mandato habito contrafecerit solvat v so-
lidos denariorum comuni pro banno, de quo banno medietas sit
comunis et alia accusantis, et quotiens contrafecerint, et hoc ca-
pitulum sit precisum et mutari non possit per eonsilium generale
vel spetiale et non possit balitor habere aliam- bailiam à eomuni
durante suo offitio. Hoe salvo quod nullus bailitor accipere possit
pro sallario vel mercede sua equos vel arma nec aliquod ferrum
laboratorium sive ad laborerium faeiendum aptum, nee pannos de
dorso vel de lecto alicuius. Qui bailitores teneantur obedire iu-

diei bancarum eomunis in hiis que pertinuerint et preceperint

occasione dieti offitii. Et si non fecerint et obedire neglexerint
dietorum iudieum mandatis possint predicti iudices eos et quemli-
bet eorem eondenpnare in v solidos denariorum pro qualibet vice
quod bannum sit eurie. x
Etiam statuimus quod dicti balitores nullo modo possint in.
tenutam accipere boves aratorios et domatos usque ad festum na-
talis domini proxime venturi; et si contra predictam formam sic
infra predietum terminum acceperint, iudex cogat talem balitorem
qui contrafecerit incontinenti restitutionem facere de eis illi euius
fuerint. Item dieimus de ferris molendinorum sive ferramentis que
in tenutam accipi non possint; molendina siquidem accipi bene
possint in tenutam dummodo totum recipiant, et moli possit et
debeat pro ereditore. vel ereditoribus. Etiam equi et arma non
possint accipi et accipiantur in tenutam tamquam res prohibitas.

De trumbatoribus eligendis.

Item dieimus quod potestas teneatur facere eligi duos qui sint
trumbatores Comunis et habeat quilibet eorum bailiam et offitium
tamquam alii baylitores comunis, et nullam aliam bayliam extra
eivitatem habeant. Qui trumbatores non teneantur habere equos
nisi ad eorum voluntatem, qui trumbatores eligantur ad volunta-
FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. (1

tem consilii generalis dummodo sint consueti et experti- tangere
tubam et bannimentum bene faceré sua bannimenta: qui siqui-
dem teneantur bannitionem pro Comuni sine aliquo pretio facere
sed pro banitione private persone in curia recipiat denarios duos,
seilicet per civitatem denarios iiii et non plus, et vi denarios
pro qualibet rebanitione et non plus; et habeat a comuni quil-
libet eorum pro. suo salario xv libras denariorum, hoe modo vi-
delicet x libras in indumentis cuilibet eorum videllicet cuiuslibet,
indumenta tamen emantur et v libras denariorum residuas pro
sallario habeant; et teneant camerarii comunis qui pro tempore
fuerint facere fieri dictos pannos dietis trumbatoribus sive indu-
menta, sed modum predictum de mense setembris proxime fu-
turo et aliter eis non solvere dietas x libras denariorum pro.
quolibet; v vero libras ut dietum est pro quolibet dare expedi-
tas pro mereede et ipsorum salario.

Idem modum servetur in bannitionibus quas pro speeialibus
personis faeient eoram singulis offitialibus dieti comunis et pro
singulis personis Civitatis et comitatus Castelli in solutione reci-
pienda ab eis sicut superius continetur; et teneantur sine dilla-
tione aliqua bannire et banitiones facere, quando eis vel alteri
eorum iniunetum fuerit ab aliquo offitiali in suo offitio et occasione
offitii quod portaverit tam pro suo facto quam pro facto alieuius
specialis persone, et non plus possint recipere nee habere ab ali-
qua speciali persona quam supra dietum est pro bannitionibus pro
quellibet vice xx denarios pro banno, et medietas sit comunis et
alia medietas sit accusantis.

Et quod in aliquo speciali et generali consilio nullus bailitor
vel bruarius vel aliqua alia persona que non sit de consilio esse
debeat in eisdem vel altero ex eis, exceptis milite potestatis, iu-
dicibus et notariis suis et exceptis trumbatoribus qui morari de-
beant; et qui contrafecerit solvat bannum v solidorum denario-
rum; et quicumque balitor in aliqua anbaxata fraudem commiserit
vel tenutam ei cui acceperit recommendaverit solvat comuni xx
solidos denariorum et quotiens contrafecerit.

Item dicimus quod quicumque missus fuerit vel positus ad
aliquam custodiam pro comuni vel aliqua speciali persona tenea-
tur illas res bona fide sine fraude custodire, nec dolum vel frau-
dem committere nec etiam aufferre vel accipere de eis ullumodo,
12 G. MAGHERINI-GRAZIANI

vel de subtraeto habere per se vel alium aliqua causa, nec per-
mittere quod aliquis subtrahat vel accipiat de rebus predictis;
et si quis contrafecerit per se vel alium vel fieri permiserit, te-
neatur potestas res subtraetas vel aeceptas si extant restitui facere,
alias eorum extimationem comuni vel spetiali persone et comuni
solvere pro tali commisso xl solidos denariorum.

Si vero ex dietis bailitoribus aliquis missus fuerit ad pr..
deferendum vel nuntium faeiendum vel aliquod aliud Godin
in civitate vel extra et ipse balitor termino ordinato ... non dederit
illi cui mittitur vel domui vel publice denuntiaverit et per caput
assignaverit domi vel in persona vel denuntiaverit seeundum quod
mandatum fuerit illi qui eitari debebat ut dietum est et ... vel
ea occasione passus fuerit aliquod dapnum, ipse balitor tenea-
tur danpnum passum et omnes expensas restituere ; et predieta
omnia teneatur potestas ab aetore facere firmiter observari. Item
teneatur potestas expresse facere obser ‘vari et fieri expensis bali-
torum quatuor capitaneos unus pro qualibet porta, qui quatuor
teneantur dare potestati illos balitores quos petierit potestas eis
quotienseumque dividendo ambaxatas comunis inter balitores ci-
vitatis dando uni sicut alii. Et teneantur balitores omnes non re-
cipere pretium nec aliquod aliud pro anbaxiata comunis in eivi-
tate et distrietu facienda nec etiam occasione datii colligendi; et
qui contrafecerit solvat bannum comuni x solidorum denariorum,
et medietas sit comunis et alia medietas accusantis; sed extra di-
strietum civitatis possit accipere ii solidos denariorum pro quoli-
bet die et non plus. Et quilibet balitor habere debeat infolam no-
vam rubeam et non veterem et continue portare discopertam in
capite; et qui contrafecerit solvat bannum x solidorum denario-
rum et quotiens contrafecerit et non asportaverit; et potestas. fa-
cere observari teneatur predieta.

De capitalibus capitantiarum civitatis faciendis.

Item dieimus quod potestas teneatur facere fieri eapitales ca-
pitantiarum et sint de civitate ordinandi per xxiiii, infra viii dies
postquam intraverit ad suum offitium exercendum vel antea si

voluerit. FRAMMENTI DI STATUTI, ECC.

De notariis bancarum eligendis.

Statuimus siquidem quod potestas teneatur infra viii dies sui
aventus vel ante si poterit per consilium generalem ad brevia
facere eligi duos iudiees bonos de Civitate Castelli et vr notarii
qui iudiees habeant cognoscere et diffinire de omni quantitate et
omni re; et dieti iudiees et notarii habeant pro eorum salario ter-
tiam partem omnium salariorum et bannorum et omnia lucera
seripturarum habeant pervenientia ad eos occasione eorum offitii;
due vero partes salariorum et bannorum sint comunis; et notarii
habeant seribere aeta dietarum causarum bona fide sine fraude. Et
quillibet dietorum iudieum separatim moretur cum tribus ex di-
ctis notariis ad ius reddendum; et duret eorum officium pro sex
mensibus et pro aliis sex mensibus sequentibus duo iudices; et
notarii sex eligantur seeundum formam supradietam, et nullus
invitus predietum offieium reeipere compellatur et nullus notarius
possit esse in dieto officio nisi sit ee consortio notariorum. Hoe
addito quod siquis ex dietis iudicibus fuerit suspectus alieui pa-
trocinari possit recusari, dummodo ille qui recusat inter se dictum
iudieem habere suspectum; et dieti iudices et notarii sint con-
cordes, et debeant dieti iudices et notarii eorum salaria et luera
provenientia occasione dieti offieii comuniter inter se dividere,
et stent continue ad dietum eorum offieium exercendum. Et nul-
lus iudex qui electus fuerit ad dietum offieium banearum Comu-
nis ad ius reddendum possit adsumere ad vocationem aliquam de
novo, nec alicui patrocinari de novo durante eorum offieium.

Quantum notarii accipient de scripturis.

Statuimus quod unusquisque ex dietis notariis teneatur ha-
bere de quolibet simpliei petitione i denarium de petitione. gua-
rentisie ii denarios, de petitione guarentisie iii denarios in qua-
terno seribendo, de pronuntiatione simplici de aliquo contumace
li denarios, de sententia guarentisie vi denarios, de pronuntiatione
guarentisie contra heredes iiii denarios, de tenuta seribenda ii de-
narios, de litis cum exceptionibus libello et terminis vi denarios,
videllieet iii denarios a qualibet partium de exemplatione tantum-
dem dummodo literis contestatio sit a xx solidis supra, si vero
14

uerit infra ii denarios a qualibet partium; de qualibet petitione
i denarium, et plus aecipere non possit. Et siquis contrafecerit
solvat bannum v solidorum denariorum pro unaquaque vice, et de
exbannitione iiii denarios, de bannitione et requisitione facienda
ad baneam de aliquo vel aliquibus vel heredibus alicuius vel ali-
‘pro qualibet vice et non plus, et fieri de-
beant semel in curia et semel ad domum heredum in civitate.

Si vero bannitio et requisitio ad tubam de aliquo vel aliqui-
bus minoribus vel heredibus alieuius vel aliquorum comitatus Ca-
stelli fiat semel in curia Comunis, et aceipiat quilibet notarius
denarios iiii et non plus de bannitione illa facta in euria et in
platea; de qualibet interlocutoria ii denarios, de sententia diffini-
tiva in quaterno scribenda de omni quantitate vi solidos denario-
rum a qualibet parte; pro exsemplanda autenticanda et seribenda
ii solidos denariorum teneatur recipere ab eo qui voluerit ipsam
sibi restitui, et predieta locum habeant durante eorum offieio et
post; et si contrafecerit solvat comuni pro banno v solidos dena-
riorum et quotiens contrafecerit. A xx solidis infra nulla litis
fiatin aetis nec processus cause et preterea non vitietur quia litis
contestatio non fiat, dummodo sententia iudicum et petitio in actis
seribatur. Et pretores vero bancarum debeant et reinvenire te-
neantur et recipere omnia salaria tenutarum datarum per iudices
vel eorum antecessores et banna de mobili hostendendo et banna
v solidorum de debitis solutis in termino sibi dato x dierum et
banna xx solidorum denariorum de illis qui dicunt in curiam
alicui, et qui bene non iuraverunt et pronuntiatio et coniuctio
dietorum mallefitiorum sit cuiuslibet iudieum dietorum. Et tenean-
tur dieti notarii predietas scripturas autentieas dare petentibus
cui vel quibus debent de iure et accipere teneantur duplum die-
tarum quantitatum que receperint de ponendis eis in quaterno

ett

G.

et non plus ullo modo.

De venditione pedagii et aliarum bayliarum.

MAGHERINI-GRAZIANI

Item dicimus quod potestas teneatur vendere pedagium, sala-
ria, luera et proventus bancarum exceptis lucris seripturarum no0-
tariorum et omnes alias baylias civitatis infra unum mensem post
sacramentum ab eo prestitum in eonsilio generali, vel ante si po-
FRAMMENTI DI STATUTI, ECC.

terit, et plus offerenti dare, et habeat quilibet emptorum baylia-
rum ea que pervenient ad bayliam quam emerit. Exceptis officiis
iudicum appellationem et sindieorum et iudicum et eorum ratio-
einatorum et extimatorum equorum impositorum colleetorum datii
gualdariorum et notariorum predictorum, et excepto etiam offitio
sive bailia, quia et paseuum non vendatur et exceptis iis officiis
que per eonsilium generale vel constitutum prohibetur vendi.

Quod omnes offitiales eligantur per consilium generale.

Item dieimus quod omnes offitiales comunis Civitatis Castelli
elligantur ad brevia per consilium ce consiliariorum diete terre,
et quieumque sint iudices vel notarii dieti Comunis vel notarii
camerarii a kalendis iulii proxime preteriti ad presentes kalendas
iulii proxime futuras, videllicet in primis vel ultimis sex mensi-
bus anni proxime preteriti potestarie domini Guidonis marchionis
de Valliana potestatis non possit esse in eodem offitio hoe anno
presenti ita quod vacet qui fuit offitialis in dieto offitio per
annum.

Quod in venditione bayliarum dicatur expresse quod sit emp-
toris periculo.

Item dieimus quod potestas teneatur expresse dieere in con-
silio generali in venditione bayliarum que vendantur perieulo et
fortuna emptorum et post venditionem ullo modo provideatur emp-
toribus sive luerum sive damnum habeant; et si emptor dieta oc-
casione aliquid petierit comuni pro satisfaetione dampnorum ali-
euius bailie quam emerit solvat i libras (?) denariorum.

De statera et rubo.

Statuimus quod potestas teneatur ponere unam stateram et
eam vendere et nullus debeat pesare seu ponderare a quantitate
v librarum supra sine statera, et qui contrafecerit solvat bannum
v solidorum denariorum, de quo banno non teneatur sub sindieis
16 G. MAGHERINI-GRAZIANI

respondere exceptis lanaiolis possint ponderare lanam cum rubbo
emendo et vendendo et rubum non vendatur. Salvo quod si ali-
quis voluerit ponderare rem suam possit et quicumque dictam
stateram emerit per se vel alium commiserit iuret bene et lega-
liter ponderare et quecumque alia persona que non vendat nec
emat ponderare possit sine pena; et qui contrafecerit solvat dic-
tum bannum, et hoc offieium non vendatur.

Quantum accipiatur de singulis rebus pedagium.

Item dieimus quod quieumque emerit boves, capras, asinum
vel asinam in civitate et distrietu eiusdem solvat pedagium ca-
merario Comunis alii vel aliis camerariis vel quibus potestas ven-
diderit seu concesserit videlicet iiii denarios pro quolibet bove, pro
poreo i denariorum a xx solidis infra et si est ab inde supra
ii denarios; de pecudibus v solidos pro quolibet centenario, de
somario ii denarios, de equo xii, pro qualibet saüma canavaci
ii solidos denariorum ; pro qualibet sauma panni coloris iii solidos
denariorum; de salma bambasii ii solidos denariorum, de salma
lini et eoreorum xii solidos denariorum, de salma panni lazi et
ainelini ii solidos denariorum; de salma cere ii solidos denario-
rum; de salma olei vi denarios; de salma ficus sive ficuum sic-
eorum iii denarios ; de salma salis i denarium ; de salma scotani ii de-
narios, de qualibet alia salma xii denarios ad modum aliarum
salmarum dietarum et non plus.

Et teneatur potestas vendere pedagium infra dies viii post-
quam intraverit ad suum offieium exercendum; exeipimus in ven-
ditione pedagium amicorum Civitatis Castelli qui non auferunt
pedagium civibus Castellanis per instrumentum publicum et ob-
servant illud. Item quod si aliquis eastellanus fecerit res alienum
in fraudem pedagii talis alienigeni evitandi vel sui defraudando
pedagium emptoribus vel Comuni vel aliud preterit ei favorem
in fraudem videlicet scortam vel nuntium sine licentia potestatis
vel aliquis alius de nostro distrietu potestas auferat ei e solidos
denariorum pro banno.

Item dieimus quod potestas teneatur compellere passagerios
saeramento, ut auferant aretinis tantam quantitatem pro equali
summa pro pedagio quanta ipsi auferunt in districtu Aritii pro
FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. TT

equali summa homnibus de Civitate Castelli et eius districtu qui-
bus ablatum fuit pedagium ultra quam dietum est in Civitate Are-
tii et eius distrietu. :

Item dicimus quod quieumque mereator ducxerit bestias vel
saumas per Civitatem Castelli vel districtu teneatur de ipsis
solvere pedagium ae si emisset dietas res in civitate; et passa-
gerii qui abent colligere pedagium teneantur dare unum dena-
rium de quolibet solido pedagii quod habebunt a forensi hospiti
domus in qua erit ille vel illi qui solvent pedagium' et hospitan-
tur, et res et animalia pro quibus solvent pedagium et dietas res
retinent.

Item dieimus quod nullus de Civitate Castelli vel eius districtu
qui sit eivis et eastrum habeat ubi pedagium accipi consuevit ipse
et eius familiares non tollant per se vel per alium nece tolli aliquo
modo faciant vel permittant alieui qui sit civis vel comitatensis
Civitatis Castelli ei non tollatur aliquid pedagium; et si contrafe-
cerit solvat bannum 1 librarum denariorum postquam denuntiatum
fuerit domino potestati ab eo eui fuit pedagium ablatum. Et quod
potestas teneatur primo mense sui regiminis per literas sigillo Co-
munis sigillatas requirere castrum Montis Sanete Marie, comune
castri Montis Ereulis et eorum dominos quod ipsi non debeant
tollere nee permittere quod tollatur in fortia et distrietu seu in ter-
ritorio dietorum eastrorum pedagium seu guidas (?) vel maltolleetum
ab aliquo eive vel comitatense Civitatis Castelli, et quod eisdem
non tollatur eodem modo in civitate vel comitatu si fiet per eos,
alioquin tollatur eis ut dietum «est de omni re. Et quod primo
mense sui regiminis antequam predicta fiant ante se venire faciat
omnes cives civitatis, et tolat ab eis fideiussores e. libris dena-
riorum, quod non tollant nee tolli faciant alieui nostro eivi peda-
gium, guidas vel maltolleetum ubi pedagium consueverat tolli vel
alibi eorum fortia sive in eorum distrietu que est in Civitate Ca-
stelli vel eius districtu. Et si potestas predicta non faceret amit-
tat de suo feudo e libras denariorum ; et hoc capitulum sit pre-
cisum et absolvi non possit dietus potestas, salvo de foro annuali.
Et dieimus quod de blado, farina, pullis, caseo ovisque pedagium
non solvatur nee tollatur, et quieumque noster civis abstulit in
civitate vel distrietu civitatis vel aufferri fecerit nostro civi ei vel
eis nomine banni auferat xv libras denariorum potestas.
— RA

78 G. MAGHERINI-GRAZIANI

De foro annuali.

: Item dieimus quod potestas teneatur precise faeere fieri an-
nuale forum in prato Comunis omnium animalium que ad forum
venerint iuxta Tiberim de mense augusti infra viii dies dieti
mensis ante festum saneti Floridi, et diebus viii post dietum fes-
tum duret.

De diffinitoribus terrarum eligendis.

Dieimus quod potestas teneatur facere eligi per consilium ge-
nerale ad brevia iiii bonos homines unum per portam quamlibet
civitatis, quorum duo sint magistri lignaminis, unus ipsorum et
alter lapidum, et unum notarium cum eis quos iurare faciat dif-
finire questiones que accidunt inter homines civitatis diete, videl-
lieet vieinos et consortes; et quod dieti iiii diffinierint sine iuris
solempnitate questiones finium terrarum fossorum et sepium, et
de predietis questionibus faetis infra fines scilicet in civitate et
extra per unum miliari et habeant pro eorum sallario vi denarios
& qualibet partium, et si fuerit ultra unum milliare habeant xii
denarios a qualibet parte.

Dieimus etiam quod persona habens et tenens terram vel clau-
suram iuxta viam et greppum elevaverit vél cavaverit aut fossa-
tum fecerit vel in antea versus viam aut sepem fecerit aut arbo-
res habuerit pendentes super viam vicini, quorum occasione im-
pedimentum ponaretur vie diete vel alicui convicino, ita quod
homines ire et redire non possint eques et pedes eum omnibus
animalibus oneratis barilibus, bastrigiis, teneatur greppos minuere
viam ampliare, fossatum et sepem tollere et arbores venientes
super dietam viam et super terram sui convicini incidere seu tol-
lere tantum quantum protenduntur diete arbores super dietam
viam vel terram convicini, ita quod quelibet persona libere ire et
redire possit per viam dietam sieut superius dictum est; et hoc
locum habeat in civitate et extra, et de predietis dieti offitiales
se debeant intromittere et cognoscere et diffinire et terminare
summarie sine iuris solempnitate ad petitionem denuntiantis infra
dies xx continuos. Et si eontigerit eos vel maiore parte eorum de

aliquibus dubitare, teneantur ipsi diffinitores habere consilium au-
FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 19

dientia potestatis, et dietus iudex super hiis consilium dare tenea-
tur eisdem; et ipsi teneantur secundum eius consilium dicere.

Et teneatur dictus potestas offitialibus dare vim et adiutorum
ut predieta fiant, et quodeumque bannum imposuerint ipsa diffi-
nitione possint auferre non observanti predieta v solidos denario-
rum si questio esset valens a xx solidis denariorum infra; si vero
fuerit valens a xx solidis denariorum supra possint accipere pro
banno eontrafaeienti vel venienti eontra eorum mandata x solidos
denariorum; et si quis fuit anno proxime preterito in dieto offitio
non possit esse hoc anno presenti in eodem; et hoc locum habeat
ad futura et ad ea que anno proxime preterito commissa sunt et
hoe offitium non vendatur. Dicimus etiam quod hoc capitulum
habeat locum ubi flumen occupaverit vias vel greppos et sit pre-
cisum non obstante aliquo capitulo Constitùti opposito vel oppo-
nendo.

Et dicimus quod debeant fieri faeere paratas et sepes in Ca-
ralione iuxta terram domini Petri Berardi, a ponte usque ad viam
que est iuxta terram que fuit Guidarelli de Bisachio, et arem-
pire inter paratas de lapidibus terra et frascis ut via sit ampla et
expedita et expensis Comunis de mense septembris, et sit preci-
sum et mutari non possit, et si potestas fieri non fecerit perdat
de suo feudo x libras denariorum nec absolvi possit de predietis ;
et predieta fieri debeant per duos offitiales eligendos per consi-
lium generale.

Item dieimus quod si aliquod fossum faetum est vel fuerit per
quod terra vel elausura vieini destruatur vel terminus comunis
cadat teneatur solvere Comuni e solidos denariorum pro banno,
et terminus in pristinum statum reponatur nichilominus; fossatum
dietum repleatur et si hoe probatum fuerit per unum testem, et
illius qui dieitur dannum recepisse, et hoc sit precisum et mutari
non possit.

De hospitali Baldovice manutenendo.

Dieimus quod potestas teneatur dari facere hospitali Baldovice
consilium auxilium et favorem, eundem manutenere et dari facere
nuntio dieti hospitalis unam lignam de qualibet sauima lignorum
que venient in platea vel deferuntur ad civitatem causa vendendi ;

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IVO EZIORIO D j

80 G. MAGHERINI-GRAZIANI

et nullus amalatus qui fuerit vel erit extra distrietum sive lepro-
sus deinceps recipiatur inter amalatos qui sunt in dieto districtu
eausa morandi ultra duos dies sine licentia potestatis et xxiiii et
consilii generalis vel maioris partis ipsorum. Si autem fuerit re-
quisitus teneatur eum faeere compelli et nullus leprosus de dis-
trictu civitatis teneat poreum vel porcos serofam vel serofas, an-
seres vel pullos vel aliquod animalium quod possit commedi in
domo sua vel eorum qui per eos in eorum domibus pascantur; et
qui contrafecerint tollantur et eiciantur de ipsorum domibus et
distrietu diete civitatis, ad effugandos leprosos, et leprosam et le-
pram, et quieumque alicui ex predietis seu apud aliquem ex pre-
dietis animalia predieta invenerit, possit ea libere sibi accipere
et eis auferre et eicere et ex pellere ut dietum est. Exceptis le-
prosis de Valdoniea, de Puliaia, de Ponte, de Punbano, Male-
passo, et Rancholis in quibus amalatus esse possit. Item domini
vel priores dietorum locorum vel aliquis de predictis locis seu
domibus non vendatur nee vendi faciant dieta animalia, nee de
fruetibus eorum alieui persone; et qui contrafecerit non permit-
tatur amplius detinere, et qui penes eos vel alterum eorum repe-
rirentur per quamlibet personam libere accipi possint et nullus
debeat dieta animalia scienter emere vel ab eis tollere nec fruc-
tus earundem maseulos vel feminas eausa vendendi. Si quis con-
trafecerit teneatur potestas ei aufferre immo extrahi facere oculum
et eundem exbanniri facere in perpetuum de civitate et districtu.
Et nullus amalatus vel amalata veniat versus civitatem. .

Item si qua persona Castelli vel eomitatus pauper lesus infir-
mabitur prior dieti loci amalatum vel amalatam ipsam amore Dei
sine pretio recipere teneatur ad locum quem invenit, et hoc fa-
cere a potestate compellatur.

De espulsione leprosorum. .

Item dieimus quod potestas teneatur primo mense sui regi-
minis ponere iiii offitiales, unum pro qualibet porta civitatis et
eonvenientes et decentes ad illud offitium et novos et non vete-
res qui teneantur hoe capitulum quod in capitulo continetur fa-
cere observari et teneantur dieti offitiales compellere omnes ama-
latos et amalatas quos vel quas infra dietos fines inveniuntur nisi FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 81

ut infra dicetur percutere (?) et eis ea que invenerit auferre sine
pena et banno et sindicatione, et quod eis ipse vel alter eorum
abstulerint, sit ipsorum offitialium idest illius qui accipiet. Et te-
neatur potestas dietos offitiales et quemlibet ipsorum remunerare
in x solidis denariorum de bonis Comunis; et si dieti iiii offitia-
les non bene fecerint hoe offieium potestas teneatur contrafaeienti
Xl solidos denariorum nomine banni auferre, et teneatur habere
consilium dietum cum iudiee suo per totum mensem augusti vel
setembris, et quiequid dieto consilio placuerit ordinare vel maiori
parti de elimosinis faeiendis et qualiter dentur. Et qualiter ha-
beantur amalati dieti in dietis loeis et qualiter morentur in stra-
dis ad petendum elemosinas et in quibus locis et qualiter moren-
tur et de aliis circa ... et ne ... leprosorum teneatur potestas
observare et observari facere. Excepto quod amalati alieuius ama-
latie non removeantur et alii suponantur sine eorum voluntate, et
quiequid iudex fecerit potestas non teneatur sub sindicis respon-
dere. Et quicumque infra dietos fines in civitate elemosinam fe-
cerit, solvat bannum v solidorum denariorum, exeeptis diebus
veneris saneti sabati et mercurii in quibus liceat eis et possint
pro elimosinis petendis circa flumen Cavalionis et in capite Pon-
tis Prati et iuxta saxum sanete Petronille et singullis locis tantum
distantibus a eivitate stare sine pena et banno, et hoe locum habeat
in maseulis et feminis et quotienscumque decesserit aliquis rector
vel reetores aliqui vacaverit dietum hospitale Valdonice consilium
generale vel maior pars eius debeant ponere et eligere rectorem
in dieto hospitali, et dietum hospitale et rector et sindieus ipsius
hospitalis debeant et teneant respondere de iure in curia Comunis
Civitatis Castelli de omnibus de ipso conquerentibus, et potestas
qui protempore erit in civitate debeat et Comune teneatur dietum
hospitale manutenere et observare pro posse ab omni persona ee-
clesiastica et seculari. Et quecumque persona de Civitate Castelli
habens lepram ipsam reeipere teneatur prior dieti loci et. amalati
possidentes eum locum ad petitionem leprosi faetam priori tali pe-
titione per talem leprosum, et potestas teneatur fieri, et si non
fecerit de suo feudo xxv libras denariorum solvere teneatur et
tamen potestas compellere ipsum priorem et amalatos et omnes
residentes in ipso hospitali ad hoe faciendum.

Item fiat in quolibet amalato distrietus civitatis. Et siquis de

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82 G. MAGHERINI-GRAZIANI

predietis infectis voluerit amalatiam (sic) nullatenus postquam inter-
venerit ad patriam revertatur vel bonis et rebus suis nullatenus
personaliter uti possit, quod si non fecerit de civitate et distrietu
compellatur exire et expellatur; et hoe capitulum in constituto
ponatur et removeri non possit nec ei aliquod contrarium poni.
Et nullus leprosus vel leprosa intret in eoquinam vel cellam hos-
pitalis nee cellam panis vini vel carnium vel alieuius rei comes-
tibilis, elaves teneat vel retinere debeat nec intrare debeat vineam
quando uve mature sunt nec ire ad caules tempore vindemiarum ;
et nullus leprosus vel leprosa habitantes in aliquo hospitali di-
strietus Civitatis Castelli non presumat ire ad puteum vel prope
puteum loci eausa atingendi aquam ex eo, nec ausu temerario
audeat eum aliqua persona carnaliter agere, et siquis contrafe,
cerit ex eis teneatur eum potestas facere exbanniri de civitate
et distrietu, et si non exiret per dietum bannum teneatur potestas
talem exbannitum comburi facere ae igne cremari. Si vero lepro-
sus cognoverit earnaliter sanam mulierem vel sanus leprosam si-
mili modo potestas faeiat tales ultimo supplitio ygne eremari.

De examinatione leprosorum.

Dieimus quod potestas teneatur primo mense sui regiminis
eum consilio domini episcopi vel prepositi et iudieis elligere duos
bonos homines qui debeant examinare cum consilio medicorum si
de eivitate homines erunt vel in civitate undecumque sint qui sint
vel habitent inter alios homines civitatis vel districtus qui patian-
tur lepram, potestas teneatur illum vel illos quos predieti duo sui
homines de eonsilio supradieto dixerint in illa fore egritudine oc-
cupatos separare eos de civitate et comitatu ab hominibus sanis
et ipsum: vel ipsos non permittere amplius in eivitate vel comi-
tatu cum hominibus conversari.

Quod nullus amalatus moretur infra confines.

Statuimus etiam quod nullus amalatus vel amalata moretur
infra eonfines nee moram faciat, habitent a Balneo de Fontechie
intus versus civitatem et a Serra Pastine intus. Et hoe dicimus
pro facto mulierum et puerorum qui vadunt ad Balneum de Fon- FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 83

techi ad baneandum; et teneatur potestas amalatos et eorum do-
mus que sunt inter dietos fines facere removeri de mense septem-
bris sui regiminis; et quieumque aliquem leprosum vel leprosam
inter dietos fines proposuerit in sua terra solvat bannum x libra-
rum denariorum; et nullus retineat amalatum in domo sua in ci-
vitate vel extra, et qui contrafecerit solvat bannum C solidorum
.denariorum; et siquis leprosus vel leprosa banneavit se in balneo
de Fontechi, dieimus quod potestas faciat talem in igne cremari.

De dibanariis.

Dieimus quod potestas primo mense sui regiminis (teneatur)
ponere iiii bonos homines utiles ad brevia per consilium generale
sicut ceteros officiales unum per quamlibet portam, quorum quilibet
habeat in bonis ee libras denariorum quos cognoverint ad hoc of-
fitium expedire, qui faciant omnes dibanarias et dibanarios civi-

tatis et eorum servientes qui et que protempore erunt ad dictam -

artem faciendam iurare quod in faciendo portando et reportando
de domibus eivitatis adibanis panem pastam vel ligna seu orli...
non defraudent vel subrapere de eis rebus vel altera earum ; et si
sciverint vel scire poterint aliquem vel aliquam deducentibus fur-
num vel furna vel eorum servientibus qui vel quo in predictis
fraudem committerent dietis offitialibus libet infra triduum postquam
sciverint per se vel alium manifestare; et quod dietum panem
bona fide sine fraude coqui facient, et de quolibet stario panis
pro lignis et fornatieo v denarios usuales teneantur accipere vel
pro pane et lignis, hoc tamen salvo quod semper sit et remaneat
in arbitrio domini vel domine dare unum istorum duorum, aud
panem pro fornatico et ligna aut v denarios tantum pro quolibet
stario dibanario dare; et quicumque dibanarius vel dibanaria con-
tra predicta fecerit, solvat bannum v solidorum denariorum, et
quoties contrafecerit. :

Nullus quoque fornarius vel fornaria possit vel debeat aliquo
modo vel casu coquere vel coqui facere panem alicuius nisi fuit
missum ad furnum aspiannatum et levitari debeat postquam factum
fuerit et non in molam sub pena et banno v solidorum denario-
rum; et quod potestas contrafacienti auferat dietum bannum et
auferre debeat quotiens contrafecerit: faetum... starium fuerit ae-

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84 ^ G. MAGHERINI-GRAZIANI

cipiat fornatieum sieut a domina conventum fuerit ad rationem
starii et non recipiatur fornaticum a serviente domina ignorare
nee patiatur dibanarius vel dibanaria per se vel alium quod ali-

eui aliqua serviens alieuius vendat panem vel farinam vel ligna,

et si contrafecerit solvat predietum bannum.

Et si fornarius vel fornaria fecerit aliquem vel aliquam frau-
dare panem pastam vel ligna teneatur dieere et notum facere.
dieto domino vel domine rei quam citius poterit et dibanarius vel
dibanaria portet panem ad furnum suis expensis in tabulis, et
ipsum reducere coctum ad domum a furno etiam suis expensis te-
neatur habeat et habere teneatur dibanarius dibanariave in domo
ubi habet furnum unam materam in qua panes mittantur antequam
eoquentur, et post quando de furno extraentur, et si panem vel
panes suo dolo et culpa seu negligentia dextruxerint dibanarii de
suo ipsa die emendare teneantur, et si non solverint ad petitio-
nem domini vel domine, ut supra continetur, x solidos denario-
rum pro banno tamen solvere teneantur et quotiens eontrafecerint.

Item teneantur dicti dibanarii deferre paiolum vel caldaiam
ad domum vel domos illius vel illorum qui vellent et panem fa-
eerent ad furnos ipsorum vel ipsarum et ire vel mittere ad domos
talium ad panem faciendum et ibi stare donee facetus fuerit, et
subsequenter dietum panem bene coquere et legaliter, et ipso cocto
eundem reportare ad domos illorum quorum esset per se vel alium;
et teneatur quilibet fornarius et fornaria post unam diem post-
quam reciperit aliquam servientem ipsam eoram dietis offitialibus
ut predieta iuret, ut dietum est, representare.

Fornarius vero in domo domini vel domine a domina vel ser-
viente ipsius et de panibus comunibus et de aliis postquam repor-
taverint panem ad domum domini vel domine dibanarie recipere
teneantur et non permittant nec consentiant diete dibanarie quod
domine vel servientes ad furnum nee alibi panem vendat ipsi vel
eorum familiis scientibus, et si scire poterit teneantur illum no-
tifficare quam citius poterit domino domus, et si contrafecerit sol-
vat dietum bannum et quotiens contrafecerit.

Et si quis dictorum offitialium fraudem conmiserit et non
observaverit predieta vel pretium aliquod vel aliquid aliud occa-
sione diete bailie preter dictum bannum a dietis dibanariis rece-
perit teneatur potestas ei vel eis e solidos denariorum nomine FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. : 85

banni eis auferre, cuius banni medietas sit Comunis et aliam accu-
santis, et hoc possit probari facere illius persone que pretium de-
dit et dieto unius testis et de predictis non sindicetur potestas.
Et nulla talis persona vel abhominabilis seu teniosa stet ad ser-
viendum in aliquo furno civitatis; et predicti offitiales teneantur
non remittere alieui de predietis iuramentum nee possit aliquem
vel aliquam de predictis eondempnare. nisi eum consilio iudicis
malefitiorum habito; quod consilium dietus iudex eis et cuilibet
eorum dare teneatur nec eis liceat aliquem de bonis ipsorum ha-
bere accipere vel aufferre nisi secundum condempnationem factam ;
et qui eontrafecerit solvat bannum solidorum x denariorum et
quotiens contrafecerit.

Et quicumque fornarius vel eius serviens dixerit alicui do-
mine vel servienti fieri panem teneatur bene coqui facere illum,
et si non fecerit v solidos denariorum Comuni solvat pro banno
et dampnum emendet illi cui panem fieri fecit; et hoc offitium
non vendatur.

De molendinariis.

Dicimus quod potestas teneatur facere iurare omnes molendi-
narios civitatis et districtus per se vel alios qui pro tempore fue-
rint et eos familiaries salutarem grani et farine et bladi omni modo,
et quod non fraudabunt nec fraudari permittent vel consentient
bladum vel farinam nee cambiabunt eam, et quod eam custodient
bona fide sine fraude et eam molent omnibus hominibus civitatis et
distrietus quibus patent et nichil accipient preter salarium eis con-
cessum videllicet staiaticum; et quod illi qui portabunt bladum ad
macinandum eum quem cum misura accipient et cum eadem re-
stituent; et molendinarius eui bladum asignatum fuerit in mo-
lendino vel nuntio cui dabitur vel asignabitur in domo si minus
reperirent quam datum fuerit restituere et emendare teneatur quod
minus esset domino rei; quod si non fecerint molendinarius vel
eius nuntius vel dominus molendini et illi vel illis cui vel quibus
dampnum datum est per eos dampnum non emendatur ad sui pe-
titionem possint tales qui dampnum receperint molendinariis eo-
rum auctoritate sine pena legis vel constituti asinos vel asinas
violenter sine aliquo nuntio curie accipere et eum tenere penes se

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86 G. MAGHERINI-GRAZIANI

vel alium quem voluerit usque ad satisfactionem sui dampni; et de
eo et predictis molendinariis fuerit plenarie satisfactum vel a do-
mino molendini.

Eodem modo molendinarius teneatur non defraudare staiati-
cum domino molendini, scilicet eidem de eis legalliter respondere.
Coppam siquidem iustam habebit, de xiiii unam tantum accipiat
et non plus.

Dieimus quod sine pretio molatur, et dicimus quod ipsi vel
aliqua persona pro eis vel aliquis de sua familia vel aliqua alia
persona submissa vel submittenda ex predietis sotiis non accipiant
nec auferri faciant aliquid eausa molendi ab aliquibus personis
volentibus macinare nisi staiaticum tantum ut dietum est. Et si
molendinarius vel eius nuntius ut dictum est malam formam fe-
cerit vel non rediderit bonam formam teneatur reficere domino
blade vel farine et reficere omne dampnum et omnes conventiones
quas molendinarius fecerit alicui vel aliquibus causa molendi tem-
pore estatis teneatur facere et observare in totum, et non permit-
tatur aliquod molendinum custodiri nisi primo iuraverit predieta
firmiter observare molendinarius qui de novo eustodire voluerit
aliquod molendinum. Si vero molendinarii qui eustodiunt molen-
dina predieta non observaverint cuilibet eorum potestas x solidos
denariorum tollat pro banno et quotiens contrafecerit. Et si mo-
lendinarius vel eius nuntius non emendaverit bladum vel farinam
amissam et non restituerit domino vel domine qui vel que damp-
num receperit teneatur solvere dietum bannum. Si quis custodie-
rit aliquod molendinum antequam iuret ea que in hoe eapitulo
eonstituti continentur, solvat v solidos denariorum pro quolibet
die quo steterit postquam fuerit requisitus ab aliquo offitiali vel
nuntio eius quando iuraverit, et hoe capitulum legatur molendi-
nariis quando iurant et nomina eorum scribantur in quaterno ut
sciatur qui iurat et qui non. Et teneatur quilibet molendinarius
non recipere aliquod bladum nisi primo illud bladum mensuretur
eo presente et etiam mensuretur in reditu presente molendinario
farina quando restituerit eam, et si non fecerit solvat solidos v
denariorum pro banno et quotiens contrafecerit, et reeipiat bla-
dum ad rasuram et farinam pesulem; et hoe habeat locum inter
homines Civitatis Castelli et districtus, et pro iuramento scribendo
et coppa signanda solvat quilibet molendinarius iiii denarios et bar *

FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 87

non plus, et qui contrafecerit solvat bannum x solidorum dena-
riorum, et iuramentum non remittatur alicui molendinario sub
eodem banno. d

Similiter dominus molendini incidat in dietum bannum, et st
quid receperit per se vel alium ab aliqua persona preter staiati-
cum, et si dominus molendini sciverit molendinarium... quid ab
aliquo vel aliquibus recipere, compellatur a potestate vel eius nun-
tio manifestare quod aeceptum fuerit et precipiatur eidem ne ipsum
molendinarium amplius ibi retineat et auferantur ipsi molendina-
rio x solidi denariorum pro qualibet viee et alius mittatur qui
teneatur ea iurare que in hoc capitulo eontinentur; et si qua per-
sona receperit farinam seienter cum maiori vaso quam dederit
bladum vel eius nuntius teneatur solvere bannum xx solidorum
denariorum et dampnum emendet.

Item de dampno dato a molendinario stetur dieto domini bladi
qui dampnum recepit vel servientis eius sine iuramento vel aliqua
presumptione, et de dampno dato locum habeat si illi qui positi
sunt vel erunt super molendinariis inde querimoniam receperint
et quandocumque teneantur molendinarii qui pro tempore fuerint
portare bladum et aportare inde furatum, et postea farinam redu-
cere ad domum illius euius est et eadem mensura ut dietum est.
Si vero molendinarius vel nuntius emendare noluerit farinam vel
bladum habetur per civitatem tamquam fur; et si molendinarius
vel nuntius emendare noluerit farinam et bladum stetur dieto
domini vel servientis, et offitium non vendatur.

Item teneatur potestas primo mense sui regiminis ponere duos
bonos homines et unum notarium in qualibet porta civitatis qui
teneantur hoc eapitulum facere observari, quorum bannorum me-
dietas sit Comunis et alia medietas dietoram officialium, qui offi-
ciales ad brevia eligantur, et siquis dictorum offitialium et nota-
rius vel alter eorum in dicto offitio fraudem commiserit solvat
bannum xl solidorum denariorum pro qualibet vice. Item quod
nullus molendinarius equitet super farinam nec super granum nec
super aliquod bladum per civitatem nec a civitate usque ad mo-
lendinum nee a molendino ad civitatem; et qui contrafecerit sol-
vat bannum x solidorum denariorum pro qualibet vice, euius me-
dietas sit Comunis et alia medietas accusantis.

Et de predietis omnibus molendinarii et dibanarii et fami-

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88 G. MAGHERINI-GRAZIANI

liares eorum teneatur iudex potestatis cum suo notario facere
inquisitionem semel in mense: et si fraudem commisisse repertus
fuerit aliquis in predictis vel aliquo predietorum eondempnetur in
banno et pena predietis ut superius dietum est in capitulis serip-
tis proxime de dibanariis et eorum familiis et molendinorum.

De custodia castrorum comitatus.

Dieimus quod potestas teneatur facere fieri eustodiam... eastri
Castilionis et eastri Citerne et castri Pratolonge, castri Scalochi et
castri Silieis expensis Comunis per homines corporis civitatis et
non de foris, licet quod plaeuerit consilio generali. i

Quod nullus trahat aliquem ad iudicium extra civitatem.

Dieimus et ordinamus quod nulla persona trahat aliquem ad
iudicium extra Civitatem Castelli vel distrietum licet tantum qui-
libet eum voluerit conqueri de aliquo nostro eive vel querimoniam
facere coram offitialibus civitatis vel eoram domino episcopo que-
rimoniam deponere et reus satisdet in Deo sisti et iudicato solvendo
a comuni eoram potestate vel domino episcopo; et si contrafecerit
solvat nomine banni xxv libras denariorum nisi renuntiaverit illi
proeessui vellitteris impetratis infra dies x postquam fuerit requi-
situs a potestate vel eius iudice vel eorum nuntio, de quo banno
extrahi non possint nisi solverit dietum bannum et predicta fe-
cerit.

Addimus quod si ille qui citat aliquem de civitate vel comi-
tatu non renuntiaverit litteris impetratis vel citationi vel processu
post requisitionem factam eidem per potestatem vel literas vel
nuntium quod fiant eidem citato expense per comune civitatis si
talis qui eausam habuerit erit civitatis diete civis et in ea li-
bram habuerit. Et dicimus quod nulli lieeat appellare ad alium
iudieem appellationis usque ad quantitatem ee librarum denario-
rum nisi ad iudicem appellationum diete civitatis non obstante
aliquo capitulo constituti aposito vel aponendo, et qui contrafe-
eerit solvat bannum xxv librarum denariorum.
FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 89

Incipit liber secundus Constitutionum municipalium Civitatis
Castelli.

De querimoniis civilibus diffiniendis.

Statuimus quod potestas et omnes offitiales Civitatis Castelli
qui erunt positi et vocati et electi in aliquo offitio eiusdem Comunis
teneatur quillibet in suo offitio in quo fuerit positus et vocatus eum
portare bona fide sine fraude et facere observari constitutüm ubi
constitutum locum habet et ubi locum non habet ius et iustitiam
secundum quod infra dieetur vel eontinebitur. Et nullam litem vel
lites, discordiam et discordias que apud eam vel eos vel eorum
iudieem vel aliquem eorum in seriptis deposita fuerint vel depo-
site de quocumque eive Civitatis Castelli vel eius distrietus vel
aliquo eorum qui sit de dieta civitate qui debeat respondere vel
agere vel aliquo officiali. comunis legittime secundum formam con-
stituti huius infra Ix dies diffiniant et diffiniri faciant vel citius si
poterint prius quam lis fuerit contestata, exceptis diebus feriatis
nisi steterit per aetorem, et si per aetorem steterit et iudicem li-
citum de causa dicimus quod possit diffinitam dare et ferre
sententiam et det niehilominus si reus noluerit quod etiam quili-
bet offitialis facere possit. Si vero licitum de causa et steterit
per actorem tune ab aetore totum exigat salarium pro reo nisi
partes nolint diffinire et concordaverint aud inter se consen-
serint in potestate vel iudice; et si consentient in potestate ut
dietum est tune potestas concordet eos vel acordare faciat per
iudieem Comunis vel alium cui litem diffiniendam commiserit,
et in faeiendum concordiam potestas vel aliquis offitialis vel
amore nec pretium vel precibus alicuius vel aliquorum consi-
derabunt quod nocere possit alicui partium, scilicet teneantur
iudieare seeundum eorum bonam eoscientiam. Et iudex et qui-
llibet offitialis teneatur non fieri facere sacramentum ealumpnie
de solidis xx denariorum nec infra, scilicet teneatur iudex et
quillibet offitialis in suo offitio dare saeramentum cui visum fue-
rit ei melius nisi aliqua partium voluerit per testem vel testes
vel aliam presumptionem hostendere seu de iure suo monstrare
nisi iudex vel offitialis arbitrio... et de ista quantitate et infra
possit eognoscere iudex et iudicare sine libelli oblatione, dummodo

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petitio in aetis seriptis apparet. Si quidem non fuit missum: pe-
remptorie, et amonitio per iudicem faeta, faeta fuerit per iudicem
vel balitorem, tune possit iudex et quillibet persona que habet
ius iudieandi si pars admonita non venerit aut si venerit et
non steterit, possit pronuntiari ac si peremptorie missum esset a
xx solidis infra.

Item dicimus quod si potestas vel iudex vel aliquis offitialis
in suo offitio et in solidis xx et infra alicui iuramentum detule-
rint vel ab aliqua persona illi dixerit quod nuntium in curia vel
extra. quod. periuraverit sive male dixerit vel male iuraverit qui
talem dixerit iniuriam xx solidos denariorum pro banno solvere
teneatur offitialibus vel offitiali eoram quo vel quibus questio fue-
rit. super quo probatio unius testis et quilibet offitiali in suo of-
fitio possit auferre dietum bannum et de ipso cognoscere et iudi-
eare ad suum arbitrium et voluntatem.

Item quod omnia observentur in eum et contra eum qui co-
ram aliquo offitiali dixerit alicui persone: tu mentis. Et si reus
citatus non venerit et questio fuerit de rebus immobilibus mittat
vel mitti faeiat conquerentem (vel) eonquerentes in possessionem,
et teneat vel teneant quousque venerit reus satisfacturus expensas
ut de iure cautum est. Si vero de re mobili questio fuerit et reus
eitatus non venerit, mittat vel mitti faciat conquerentem vel con-
querentes in possessionem rei vel reorum ipsius contumacis, quam
possessionem teneat vel retineant quousque reus venerit satisfactu-
rus expensas usque ad dies xx computandas a tempore pronuntia-
tionis faete nisi actor reum citari fecisset primo ut venirent recol-
ligere tenutam et processisset bannitio de iure ut de iure cautum
est restitutis expensis teneatur debitor sive reus antequam tenuta
restituatur dare creditori idoneum fideiussorem de solvendo debito
Si fuerit condempnatus, et si tune malitiose apponeretur fideius-
sor non esse idoneus, iudex incontinenti teneatur inquirere utrum
sit ydoneus vel non et si non fuerit ydoneus faciat iudex talem-
que eompellat ydoneum dare fideiussorem, et dato fideiussore te-
nuta restituatur debitori sive de mobili sive de stabili re tenuta
data fuerit quam possessionem si reus molestaverit puniatur ut
supra dietum est de possessione olim data. Si de re mobili ques-
tio fuerit et reus citatus vel non venerit de quocumque mobili
mittat vel mitti faciat conquerentem vel conquerentes in posses-
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FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 91

sionem si debitum elarum sit ex confessione vel per testes vel
instrumentum vel saeramentum quod fecit comuni usque in quan-

titatem c solidorum et teneat termino x dierum infra quem ter-

minum si reus non venerit ad solvendum sive absolutionem fa-
eiendam vel de confessione sua probanda eo transaeto teneatur ea
facere vendi per balitorem Comunis sive curie bona fide sine
fraude pro ereditoris debito et expensis.

Si vero non fuerit [vel non defenderit, si vero non fuerit]
seu venerit infra dietum terminum vel non defendiderit dietam
tenutam cedatur insolutum ei vel eis cui vel quibus data fuerit
possessio tenutave, seu concedatur prout melius de iure fieri pote-
rit creditori pro suo debito et expensis nomine pretii seu pro
pretio quantitatis peeunie sibi ereditori debite a debitore contra
quem tenuta sibi data fuerit quam venditionem pebet habere
locum in omnibus ad presentia preterita et futura.

Et dieimus quod postquam tenuta pronuntiata fuerit data et de-
tenta per x dies a tempore date tenute teneatur potestas vel iu-
dex Comunis ad petitionem ereditoris reum vel reos detinere
quousque satisfecerit ereditori vel ereditoribus, si sufficens tenuta
bonorum debitoris vel debitorum non reperiretur.

Dieimus tamen quod quilibet balitor Comunis teneatur dicere
illi contra quem tenutam accepit vel dedit vel sue familie vel ad
domum eius vel suorum eredum se contra eum tali creditori ta-
lem tenutam dedisse nominando eundem pro quo tenutam aecepit et
hoe balitor notarii curie dieere teneatur ut sciatur et faeta et dieta
tali denuntiatione ei contra quem tenuta aecepta est vel eius familie
xx dies... et ante non et hoc si in civitate vel districtu reperiatur ser-
vetur, et fiat ipse vel eius familia contra quem tenuta data fuerit
et dietis x diebus elapsis post dictam denuntiationem dieta tenuta
vendatur ut dietum est non obstante aliquo capitulo constituti
aposito vel aponendo dummodo requiratur reus primo ut recolli-
gat tenutam acceptam et detentam. Eo salvo quod ille contra quem
pronuntiata fuerit, negaverit se esse debitorem sillicet eius qui fe-
cit pronuntiari hiis qui dicit se creditorem et pronuntiari fecit,
debeat se ereditorem probare per testes vel instrumentum, quod
si non fecerit, quandocumque audiatur volens expensas reficere et
satisfacere, de iuditio sisti non obstante aliquo eapituto constituti
aposito vel aponendo, et hoc loeum habeat ad preterita. Nam et

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99 G. MAGHERINI-GRAZIANI

si reus requisitus fuerit a potestate vel iudice seu bailitore Comu-
nis ut veniat suum mobilem hostensurum et non venerit coram
iudiee eoram quo requisitus fuerit, teneatur iudex eum vel eos
exbanniri faeere de civitate in debito ereditoris et expensis et in
x solidis denariorum bancariis et si actor voluerit, talis exbanni-
tus secunda die post elapsum terminum capiatur et detineatur ad
petitionem dieti ereditoris per balitorem vel balitores Comunis.
Item si actor habuerit instrumentum debiti in quo contineatur
pena dupli et actor volluerit, exbaniatur reus in dieto debito et
duplo, et potestas vel iudex teneatur facere solvi dieto creditori
dietam penam dupli in istrumento aetoris contentam ; et hoc quod
dieitur de pena dupli habeat locum tamen inter homines civitatis
et distrietus. Si vero immobile debitori non inveniatur seu non
apparuerit teneatur potestas vel iudex ipsum compellere iuramento
ut asignet vel asignent quocumque mobile habet vel habent, exceptis
bobus laboratoriis pannis dorsi et lecti sui vel uxoris et familie
sue et ferris laboratoriis et ferramentis molendinorum, et quod assi-
gnabunt de ipso faciant conquerentem vel conquerentes mitti in
possessionem ut supra dieitur nisi reus dederit ydoneam recoltam
vel fideiussorem de solutione facienda ad dies xx vel plures, si
petitor voluerit, in quo easu possessio non detur, et teneatur po-
testas vel iudex ipsam recoltam compellere ad satisfaetionem die-
tam faciendam creditori: sine sallario et libelli oblatione. Idem
modus exequendi servetur in exeeutione precepti et sententie exe-
eutione mandande; et hoe observetur per dietos offitiales quibus
datum est ius iudieandi in Civitate Castelli et extra et hoc locum
habeat ad presentia preterita et futura. Et quotiens potestas vel
iudex facere predicta distulerit totiens de suo feudo amittat vel de
suo proprio solvat e. solidos denariorum Comuni et faciat et fa-
cere teneatur infra x dies postquam fuerit petitum.

Item dieimus quod sententias datas et precepta et pronuntia-
tiones faetas et tenutas datas per preteritos offitiales ereditoribus
vel presentes sive futuros exequentur de faeto dando talibus po-
testas vel iudex et alii offitiales omni tempore exeeutorem vel
executores, exequentur ea etiam diebus feriatis videllicet diebus
pasealibus et omni tempore ut dietum est; et predicta locum ha-
beant ad presentia preterita et futura in maseulis et feminis et
diebus dominieis et diebus apostolorum et diebus sanete Marie FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 93

dummodo omnia predicta legaliter fiant. Hoc addito quod pro de-
bito non possit in persona aliquis detineri si habet in bonis va-
lentia rei vel quantitatis pecunie vel etiam eius quod petitur.

De advocatis dandis a potestatibus.

Dieimus quod potestas vel iudex Comunis teneatur dare advo-
eatum illi vel illis personis qui petierint expensas ipsius persone
que sibi advocatum dari petierit, ita tamen quod petitio advoea-
torom sit iuxsta et in arbitrio iudicis Comunis preter illum avo-
eatum quem altera pars ante eonduxerit aut sibi salarium vel re-
eoltam dederit et preter illum quem in veritatem partem adversarii
iuvaret et eonsilium alteri prebuit. Si vero adversarius vel ille
eontra quem petiuntur sive unum et plures conduxerit, potestas
teneatur unum de conductis vel alium quem magis viderit expe-
dire et iustum et honestum fuerit dare considerata persona que
petitur; ita tamen quod si aliquis pauper dixerit suo iuramento
se non posse advocatum habere suis expensis potestas vel iudex
teneatur ei dare avoeatum expensis Comunis sine sallario.

De feriis estatis et vendemiarum.

Item dieimus quod ferie estatis et vendemiarum observentur
hoe modo videllieet quod ferie estatis sint a kalendis iulii usque
ad festum s. Marie de augusto. Et ferie vendemiarum sint a viii
diebus exeunte septembre usque ad medietatem mensis octubris,
salvo quod infra dieetur in capitulo.

De mobili hostendendo.

Ordinamus quod si potestas vel aliqua persona eui datum est
ius iudieandi requisiverit aliquem vel aliquos ut hostendant suum
mobilem ad terminum sibi datum et non hostendiverint et non
dederint recoltam ut supra in superiori capitulo continetur vel di-
eitur et potestas vel iudex eius ei auferre bannum x solidorum
denariorum et exbannire illum vel illos in omni quantitate debiti
creditoris de civitate et districtu in dieta quantitate x solidorum
denariorum, et hoe observetur in masculis et feminis et nulla per-
sona exbaniatur pro debito xx solidorum denariorum et infra.
94 G. MAGHERINI-GRAZIANI

De personis citatis et condempnatis pro debito.

Siqua persona citata non venerit et fuerit condempnata et mo-
bile ei sufieiens non reperiretur per sacramentum quod faciet de suo
mobili hostendendo nec aliter sine iuramento nec stabile inveni-
retur ei quod possit in tenutam dari tantum quod suffieiat pro
debito ereditoris et requisitus a potestate vel iudice vel nuntio
Comunis vel publiee per trumbationem Comunis ut veniat ad sa-
tisfaeiendum ereditori inde ad xx dies proximos et non satisfecerit
petitioni, potestas vel iudex teneatur eum exbannire et eum per-
sonaliter detinere ad voluntatemereditoris, et hoe loeum habeat
ad presentia et futura. i

De exbannitis pro debito.

Item dicimus quod si aliqua persona fuerit exbannita pro de-
bito pro quo fuit exbannita rebaniatur in consilio generali ad pe-
titionem ipsius qui exbannitus erat pro debito quod creditori satis-
feeit non inspeeto quandoeumque fuerit. exbannitus.

De testibus cogendis.

Item dieimus quod potestas vel iudex teneatur testes sue iu-
ridietionis quoseumque aliquis petierit qui in eorum curia vel
alieuius suorum offitialium, eausam habent compellere ad testifi-
eandum illos qui non prohibeantur a iure; fratres vero qui simul
non morantur contra fratrem consobrinus eontra consobrinum ne-
potes eontra patruum vel avuneulum et e converso possint dari
et compelli in testes ad testifieandum siqua partium voluerit, si
per alios testes eausa probari non possit et mediatores seu lauda-
tores possint dari et compelli in testes ad testifieandum.si aliqua
persona voluerit.

Et siquis vel siqui habuerint aliquam causam diffiniendam
amieabili compositione de iure et testes fuerint petiti coram eo
vel eis, potestas vel iudex Comunis teneatur omnes qui petiti fue-
rint ad testifieandum de iure compellere sicut supra in capitulo
dietum est. Et siqua persona fuerit requisita ut testinonium peri-
beat veritati a iudice vel ab aliquo offitiali et testimonium non TIA da

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sua

FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. ; 95

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fecerit ad terminum sibi datum nisi iustam habuerit exeusationem
potestas vel iudex auferat ei solidos x denariorum pro banno, et
| postea niehilominus compellatur eundem ad testimonium facien-
dum. Et siqua persona falsum tulerit testimonium et probatum
fuerit per testes vel confessionem, ipsi incidatur ei lingua vel solvat
Comuni pro banno libras i denariorum et eodem modo puniatur
ille qui dedit testem in libris i denariorum si scienter fecerit.

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Siquis in testificatione dixerit vel alium probatum fuerit, ipsum
testem debere habere aud expectare aliquod luerum vel dampnum
vel recipere debere vel petitionem esse illius occasione super qua
tulerit testimonium, dietum ipsius non valeat, sed habeatur pro
nullo sed ad petitionem actoris vel rei possit produci testes ad-
verse partis attinentes si videbitur iudici.

Ne ultra x testes producantur super aliquo articulo.

Item dieimus quod potestas vel iudex non permittat produ-
cere ultra x testes in aliquo articulo cause que fuerit in omnibus
manibus vel eorum iudieum vel alicuius offitialis, et si fuerint

plures produeti non valeant ultra x testes nisi in malefitiis.

Ut avocati partium removeantur quando fuerint positiones.

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Nullus avocatus alieuius partis in placito vel causa alieuius
partis, postquam iuratus fuerint de calumpnia, dieat illi pro quo
est avocatus die sic, vel instruendo eum vel partem suam dum
partes interrogarentur per iuramentum ealumpnie; et si avocatus
contrafecerit potestas vel iudex auferat eis vel ei x solidos dena-
riorum ; et quando partes per sacramentum calumpnie interroga-
rentur avoeati debeant, removeantur et dillatio non detur alicui
partium, quando de faeto suo interrogaretur quod ipse idem fecit
à quo queritur deliberandum, sed det iudex sibi quando de facto
quod non fecit interrogaretur, sed detur terminus secundum quod
iudiei videtur expedire.

De etate filiorum probanda.

Etas filiorum: probetur sacramento patris et matris si ambo
supersunt vel sacramento unius illorum si aliter probari non pos-
96 G. MAGHERINI-GRAZIANI

sit, et hec locum habeant eriminalibus et civilibus causis, et si-
militer possit probare per avum vel avam vel alterum eorum in
dietis casibus.

De laudis et arbitriis.

Statuimus quod omnia lauda et arbitria a quacumque persona
faeta et in eam consentiente, potestas vel iudex rata et firma te-
neat et teneri faciat si diffinuerint et laudaverint super hiis de
quibus in eum vel eos eompromissum fuerit, et si faeta fuerit se-
eundum formam compromissi salvis paetis semper et conventio-
nibus inter ipsos committentes faetis in compromisso iustis et ho-
nestis, et postquam fuerit in aliquem eompromissum vel aliquos,
ipse vel ipsi si noluerint diffinire aut precipere, potestas vel iudex
si fuerint requisiti ab alia partium teneantur compellere dietum
arbitrum vel arbitros unum vel plures ut concordent inter se et
diffiniant infra xxx dies, postquam ei vel eis fuerit preceptum a
potestate vel iudiee Comunis; et iudex quod preceperint fieri tunc
observetur. Et si ille vel illi in quem vel quos fuerit compromis-
sum se non concordaverint et preceptum non fecerint infra xxx
dies postquam potestas vel iudex eius eis preceperit, auferre ta-
men cuilibet arbitratorum, si compromissum factum fuerit per in-
strumentum vi denarios pro qualibet libra.

Si vero questio fuerit de re vel rebus immobilibus fiat exti-
matio rei vel rerum sacramento duorum vicinorum magis legalium
et propinquorum ; et si predieti arbitri non concordaverint inter
se infra terminum sibi vel eis datum vel asignatum a potestate
vel eius iudice et iudice Comunis et condempnetur quilibet arbiter
in solidis e denariorum Comuni quod bannum sit Comunis ut di-
etum est, et perveniant ad manus eamerarii Comunis, et banno
solluto niehilominus eogat potestas vel iudex arbitros et dictas
partes ambas in uno loeo stare donee diffinitum fuerit, et tenea-
tur potestas vel iudex Comunis ipsos arbitros et partes compellere
non comedere vel bibere donee se concordaverint et preciperint
dieti arbitri de quibus preceptis potestas et iudex non teneantur
sub sindieis respondere. Et illi arbitri sive unus sive plures sint
possint si voluerint accipere denarios vi pro salario ab ambabus
partibus den. iii a parte una, ab alia quoque tantumdem et tan-

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FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 91

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tum pro qualibet libra et non plus. De hiis que ipsi laudaverint
vel arbitrati fuerint non obstante aliquo eapitulo Constituti con-
ventione facta vel non faeta de maiori salario inter partes et ar-
bitros, et hoe loeum habeat ad presentia preterita et futura.

Et dieimus quod potestas vel iudex mandet executioni pre-
cepta et arbitria sieut tenetur sententias legittime latas ad effe-
etum mandare absque salario et nullus iudex vel siquis offitialis
à quo arbitrio cogi diffinire, possit cogere arbitrum vel arbitros

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arbitrari aud guerram inferre eontra formam compromissi, et si
tune fecerint non valeat et perdat iudex et offitialis de suo pro
unaquaque libra xii denarios illius oceasione de qua agitur vel
agentur, et iudex debeat condempnare eum in tantam quantitatem.

De tenutis et possessionibus et pena molestantium auferenda.

Item dieimus quod possessiones et tenutas et omnes senten-
tias et pronuntiationes de ipsis faetas quas potestas vel iudex Co-
munis vel aliqua persona eorum licentia vel alterius eorum dederit
vel fecerit seeundum formam Constituti, potestas et iudex firmas

et ratas teneat et teneri faciat cartas publicas de ipsis vel ipsis te-
nutis, vel tenutas vel pronuntiationes si sint teneant et teneri fa-
ciant observari. Et si ille vel illi contra quem vel quos data fue-
rit tenuta, molestaverit ei vel eis cui vel quibus data fuerit et
ea usus fuit suo nomine vel alieno, ipse vel alius pro eo eontra
voluntatem ipsius vel ipsorum, qui tenutam aecepit vel aeceperit,
solvat bannum xl solidorum denariorum, et quotiens contrafece-
rit; et si solvere non poterit, potestas teneatur eum exbannire et
exbannitum tenere donee ipse vel alius pro eo solverit dietum
bannum et dampnum satisfecerit ei vel eis cui vel quibus data
fuerit tenuta et emendari dampnum declarato dampno iuramento
habentis eum iudicis taxatione. Et dicimus quod illa persona eon-

tra quam data est vel fuit vel datur tenuta, sive una sive plures
sint, teneatur dietam tenutam datam ad certum terminum sibi da-
tum a potestate vel iudice vel alio offitiali Comunis expedire, et
si omnia non fecerit et tenutam non expedierit ut dietum est vel
ea ut dietum est usus fuerit solvat x solidos denariorum pro quo-
libet die quod distulerit eam expedire post terminum sibi datum
vel usus fuerit, quod bannum potestas vel iudex teneatur auferre,
et hoc loeum habeat ad preterita presentia et futura.
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98 G. MAGHERINI-GRAZIANI

Qualiter et quantum salarium solvatur.

Salarius quoque in eausis et pro eausis non solvatur nisi dif-
finitiva sententia fuerit lata sive interlocutoria data legittime per
contumaciam alicuius; tune solvatur hoe modo videlicet, quod te-
neatur ille solvere qui causam vel eausas amisit et contra quem
tenuta data fuerit et erit pronuntiatum ex sua contumacia debeat
solvere xii denarios pro qualibet libra. Si vero ex offitio alicuius
faetum fuerit preceptum de solvendo aliquid exinde salarium non
solvatur, salvo quod si confitens. non solverit ad terminum sibi
datum a iudiee vel a quoeumque ius iudieandi habente solvat sa-
larium curie, et si fuerit pronuntiatus et tenuta data fuerit non
valeat non obstante aliquo capitulo Constituti aposito vel aponendo.
Et si aliqua persona egerit contra aliquam personam in iuditio ad
aliquam rem et ipsam extimaverit ultra quam videatur parti ad-
verse, non stetur eius extimationi sed duorum vieinorum qui stent
vel habitent iuxta vel prone terram illam cuius occasione agitur
questio fuerit et stetur dieto duorum bonorum hominum et eorum
extimationi et legalium et arbitrio iudicis. Sed ad petitionem pene
quilibet desistere possit, si voluerit quandocumque ante senten-
tiam, et vietus vietori in expensis legittimis condempnetur, sed
de pena, si per contumaciam pronuntiatum fuerit, salarium non
solvatur. Addimus quod a pronuntiationibus factis per iudicem
potestatis tam in extraordinariis quam in eriminalibus salarium
non solvatur sub pena x librarum denariorum; et qui anno preterito
salarium accepit coram dietis iudieibus occasione alicuius cause,
eumdem teneatur restituere cum effectu illis quibus acceptum fue-
rit ad omnem petitionem ipsorum, et in posterum nullo modo co-
'am dietis iudieibus salarium exigatur in causis civilibus nec ali-
quibus aliis.

De sententiis et pronuntiationibus preteritorum offitialium exi-
gendis.

Sententias pronuntiationes preteritorum offitialium seu a pre-
teritis offitialibus factis, que non sunt executioni mandate potestas
vel iudex Comunis exequetur eas sine salario et si fuerit petitum
nisi de iure aliquid obstet quod opponi debeatur et probari infra x
#% » xj Pe è

FRAMMENTI DI STATUTI; ECC. 99

dies tantum et si potestas vel iudex Comunis distulerit eas exe-
cutioni mandare amittat et perdat de suo proprio solidos e dena-
riorum et quotienseumque contrafecerit, et teneatur iudex vel ille
eui datum est ius iudieandi ad petitionem aetoris et petitoris de-
bitum pronuntiare tenutam si de iure vel constituto fuerit pro-
mittat, quod si non fecerit perdat de suo proprio et solvat Comuni
solidos xx denariorum pro qualibet vice et predieta nichilominus
faeere teneatur.

De tenutis dandis expeditis.

Item dieimus quod quicumque potestas vel iudex alicui vel
aliquibus tenutam dedit aut dari fecit, detur ita expedita quod
ille eui proprio aufertur nullo modo utatur ea donee creditori fue-
rit satisfactum ut supra dietum est; et hoc locum habeat ad pre-
terita presentia et futura.

Qualiter presumatur tenuta data.

Item dieimus quod si aliquis aportaverit alieui datum in te-
nutam de mandato potestatis vel alicuius offitialis qui habet ius
iudieandi vel offitium dandi vel dari faeiendi tenutam et proba-
tum fuerit per seripturam publicam vel precepto facto a curia
de tenuta data per balitorem vel per unum testem potestas vel alii
offitiales presumant ipsam tenutam datam esse.

De fideiussoribus et ricoltis cogendis.

Dieimus quod potestas vel iudex cogat sponsores pagatores et
recoltas vel eius heredes et filios et omnes personas habentes de
suis bonis titulo luerativo ea... quatenus habet observare et adim-
plere id unde sponsores et pagatores et recolte rate fuerint sive
maiores sive minores fuerint sive sint ipsi vel eorum heredes vel
eorum filii et filie nisi per pagatores seu sponsores vel recoltas
dederit paratus sit solvere vel eos in iuditio defendere hosten-
dendo solutionem vel paetum de non petendo vel aliam legitti-
mam defensionem. Et si ille qui sponsor est fideiussor sive recolta
si pagator in aliquo dampno fuerit, potestas vel iudex totum faciat
100 G.- MAGHERINI-GRAZIANI

ei restitui vel heredibus filiis vel filiabus suis per illum vel illos

vel per heredes ipsorum pro quo vel quibus se obligaverit vel a
quibus et potestas et iudex teneatur ipsum compellere et eius here-

des et alias personas habentes de suis bonis titulo luerativo, ut

dietum est, pro quo recoltam fecit vel pro quo fuerit pignus datum
vel asignatum solvere et satisfacere omne dampnum ei vel eius
heredibus filiisque et filiabus eiusdem quod sustinuit occasione
predieta sive filius familie sit sive non, pro quo facta fuit re-
colta vel reo asignata credendo quoque iuramento illius vel here-
dibus filiorum seu filiarum ipsius vel tutoris et curatoris eorum,
si principalis persona non esset ydonea ad iurandum, qui dixerit
dampnum substinuisse non obstante aliqua sententia contra eum
fuerit lata ratione patrie potestatis nec... possit fideiussori aud pa-
gatori vel recolte si non iuditio solverit vel venerit respondere
vel si fuerit contra pronuntiatum vel confessus fuerit, quominus
extrahatur de omni dampno ut dietum est, et hoc locum habeat
ad preterita presentia et futura.

De fideiussoribus et alis qui se pro aliquibus principaliter
obligant.

Statuimus quod si aliqua persona dixerit se recoltam intrasse
vel fideiussisse vel se prineipalem fecisse pro aliqua persona pro
qua dixerit recoltam intrasse vel fideiussor vel eius heredes ne-
caverit vel negaverint tunc probet per testes vel instrumen-
tum publieum vel illum eui in recoltam intravit vel fideiusserit
vel apud quem se prineipalem fecerit, et compellatur et iuret
quod ille qui vel que miserit eam personam in recoltam non extra-
xerit eum vel eos non satisfecerit, ei persone per se vel alium et
quod dampnum passa est, et tunc stetur saeramento eius. Sed si
confiteatur recoltam vel fideiussionem factam vel pygnus datum
omnimodo fiat, et sit probatio de dampno habito per saeramen-
tum ipsius petentis.

Et si recolta steterit in obligatione vel prineipalitate vel eius
heredibus teneatur potestas vel iudex Comunis eum vel eos facere
extrahi sine iuris solempnitate a prineipale vel eius heredi sicut
supra dietüm est ante terminum solutionis faeiende et post termi-
num ad fideiussoris voluntatem vel eius heredum sine salario ; et cas
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FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. - 101

de hoe potestas vel iudex non possit absolvi, et si contrafecerit
perdat de suo feudo xxv libras denariorum et quotiens contrafecerit;
et predieta fideiussione probata vel principali obligatione potestas
vel iudex Comunis illam personam pro qua fideiussit vel se
prineipaliter obligavit et eius heredes teneatur detinere et deti-
neri facere et ipsam personam vel eius heredes detentam vel de-
tentos detinere et detineri facere ad petitionem fideiussoris vel
eius heredum quousque satisfecerit ipsi fideiussori vel qui pro tali
vel talibus se principaliter obligaverunt vel eius heredibus sum-
marie sine libelli oblatione. Et si potestas vel iudex distullerit
facere predieta perdat de suo feudo xxv libras denariorum, et
predieta locum habeant in maseulis et feminis. et privilegiatis per-
sonis et in maioribus et in minoribus personis ad preterita pre-
sentia et futura et mutari non possit et venturi constitutarii hoc
eapitulum in eonstituto ponere teneantur.

Item dieimus observandum de hiis qui pro Comuni obligati
fuerint principaliter vel fideiussoris nomine, et predieta locum
habeant inter cives et comitatenses civitatis ubieumque se obli-
gaverint et inter omnes de obligationibus factis in civitate vel
comitatu. Addimus quoque quod quando principalis ad predieta
compulsus fuerit observanda et personaliter detentus fuerit secun-
dum quod supra dietum est, talis compulsus de tali vel talibus
gravaminibus appellare non possit et si fecerit iudex appellationis
talem apellationem admittere minime teneatur, ‘nec debeat nullo
modo.

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De pignoribus recolligendis.

Item dicimus de pygnoribus quod potestas faciat teneri et
observari inter debitorem et creditorem quod promissum et con-
ventum est inter eos; et si debitor noluerit eligere et creditor non
rediderit, potestas vel iudex si querimoniam inde susceperit fa-
eiat pecuniam solvi et pygnus restitui, et totum salarium solvat
ile qui pretium solverit; et hoe loeum habeat in pygnoribus re-
rum immobilium et in eo quod habet pygnus mobile penes se si
fuerit datum pignus ad terminum solvendum sive non vel si ra-
tum fuerit, et creditor illud alteri obligavit si pygnus repetatur
creditori per debitorem teneatur ereditor ex hiis cedere aetionem

14
HIS 102 G. MAGHERINI-GRAZIANI

contra secundum creditorem, ut ipsum pygnus restituat si penes

il se habet et peeuniam primo creditori promissam recipiat. Idem
observetur si plures manus ambulaverit pygnus vel si creditor in

Cr

sua utilitate convertere aud ipsum non habet ut putat quod ven-

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| | SEM didit vel consumpsit vel aliud pygnus alienavit et reabere non pos-
sit teneatur ad extimationem eius taxatione faeta solvere et resti-
Ie" tuere soluta sibi pecunia pro qua pygnus extitit primo obligatum
i i et debeat dare illud idonee persone de civitate ista et non aliud

obligare sine fraude. Et hoc de dietis pygnoribus locum habeat ad
presentia preterita et futura.

i A De testibus reprobandis.

Item dieimus quod si aliqua persona eum eausa fuerit eoram

rocco

coram aliquo offitiali, et aliqua partium voluerit dicere testem vel

testes in totum velin aliquo capitulo falsum diexisse et diexerit et

voluerit per pugnam per se vel camphyonem hoe probare, et ipse
voluerit defendere dietum suum, ipse testis habeat potestatem se
| e ipsum defendendi; si autem noluerit defendere testem vel testes
|. | ; suos, in eo capitulo non valeat dietum testis. Et si quidem inter

| | potestate vel aliqua alia persona cui datum est ius iudicandi vel
|
|
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partes esset diseordia quod una pars dieat se velle pugnare per
| se vel alteram per camphyonem et tune sit in provisione potesta-
! tis vel iudicis et faciat fieri pugnam seeundum qualitatem per-
| i sonarum. Et si ille qui habet defendere testem vel testes pugnam
| amiserit in nulla adhibeatur fides illius testibus reprobatis quo ad
i) eapitulum reprobatum, et ille qui pugnam amittet solvat ban-

|
| num x librarum denariorum Comuni et non plus a x libris supra;
| S sed ille qui obtinet nullum ban- num solvat. Et si de pugna vel
| | : questione de qua pugna promissa fuerit partes ad mandatum po-
| | testatis vel iudieis vel alterius persone auferrat eis ii solidos de-
| nariorum pro qualibet libra unde esset questio, silicet xii dena-
| rios ab una parte et xii denarios ab alia; si predieta fiant ante-
l| ; quam veniant ad duellum ; postea vero si composuerint solvant x
I i libras denariorum dicte partes, et quicumque voluerint camphyo-

|

'

|

nem habere habeat et habere debeat habitatorem civitatis saltim
unius anni ad minus vel distrietus eiusdem et nullus alius qui
(non sit) habitator huius civitatis vel distrietus camphyo habea-
ba

FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 108

tur. Camphyones sint equales inspeeta fortitudine et bonitate per-
sonarum et de personis, bonitate et fortitudine ipsarum persona-
rum et atletiorum remaneat arbitrio potestatis. Et quod dietum est
de eamphyonibus habeat locum in omni bus casibus in quibus
debeant et possunt pugnare per constitutum ; et teneatur pote-
stas et iudex in omnibus easibus in quibus fieri debeat pugnam
ipsam manutenere et... vel offitialibus coram quibus pugna com-
missa est ut eorum bannum eonsequi et habere possint; et hoc
locum habeat in civilibus et criminalibus causis et quillibet pos-
sit defendere testes per se vel camphyonem ubi reprobantur te-
stes sive ubi fuerit pugna per constitutun ex aliqua causa. Dieimus
autem a x libris infra in civilibus causis non fiat pugna, et
quod dietum est supra de eamphyonibus et eius salario habeat
locum a libris ee denariorum infra sive civilis fuerit questio sive
eriminalis ex qua bannum solvi debeant. Si vero fuerit a ec li-
brarum denariorum supra sit licitum cuilibet habere unum, et qui-
cumque amiserit pugnam solvat et restituat vietori omnes expe-
nsas legittime faetas; eadem fit et fiat probatio de instrumento
de falso accusato illius qui in antea accusaretur de falso.

De re commodata.

Statuimus quod si aliqua res fuerit commodata alieui et non
negatur, res commodata restituatur omnino et si de extimatione
rei commodate dubitatur si res ipsa non extiterit declaretur sa-
cramento illius qui rem commodavit et intantum condempnatio
fiat et subsequeretur. Si autem negaretur commodatum vel depo-
situm factum ab eo qui dieit commodasse vel deposuisse, depo-
sitor vel commodator debeat id probare per instrumentum vel
duos testes adminus fide dignorum dietum fore faetum de-
positum. vel eommodatum, aliter non eredatur ei a xx solidis
supra; à xx solidis vero infra stetur iuramento deponentis, et
predieta locum habeant ad preterita presentia et futura. Si autem
res commodata fuerit de quantitate, et deteroratione vel deterio-
ramento dubitetur, stetur de deterioramento saeramento illius qui
rem commodavit et id quod iuraverit observetur. Salvo quod ille
qui dieitur eommodatum recepisse possit contradicere sacramento
iurantis per pugnam ; et hoe locum habeat in masculis et feminis
104 G. MAGHERINI-GRAZIANI

et heredibus eorum. Et quicumque in agendo et defendendo frau-
dem commiserit solvat comuni pro banno e solidos denoriorum,
et si fuerit in pugna, amittens pugnam expensis comunis legittime
factis vietori restituat et hoc locum habeat ad presentia preterita
et futura in maioribus et in minoribus xiiii annis. Idem dicimus
de rebus datis in deposito.

De alimentis prestandis a filiis vel nepotibus suis.

Item dicimus quod si aliquis vel aliqua (persona) deposuerit
querimoniam coram potestate vel iudice Comunis de filio vel filia
vel nepote filii sui quod ipsius filii vel filii eiusdem filii sui vel
nepotes prestent sibi alimenta, et potestas vel iudex Comunis
cogat filios vel filias aut nepotes vel nepotem ex filiis ut alimenta
prestent parentibus arbitrio potestatis vel iudieis Comunis de ipsa
persona que deposuerit querimoniam et non habuerit unde se alat,
a quo arbitrio potestatis vel iudicis appellari non possit; et si filii
dixerint vel fecerint patri vel matri iniuriam, teneatur potestas
vel iudex ipsos filios vel filias in vinculis detineri facere donec
patri vel matri placuerit, et hoc fiat ad petitionem patris vel
matris.

De alimentis dandis filiabus sororibus ac nepotibus monaste-
rium intrantibus.

Ordinamus quod quecumque persona Civitatis Castelli vel di-
Strietus habuerit filiam vel sororem vel nepotem seu neptem in
monasterio S. Marie de Pupula vel in loeo S. Marie Transtiberim
vel in monasterio de la Fonte que olim fuerunt de Premaino vel
S. Iuliane sive in monasterio Saneti Spiritus, et quecumque per-
sona sit que habeat hereditatem et bona patris vel matris et do-
mus de qua exivit dicta domina que erit in aliquo monasterio-
rum predietorum teneantur predicti talibus dominabus in dietis
monasteriis constitutis prestare nomine oblationis ipso monasterio

pro quolibet anno x starios grani, unum cognum vini unam tu-

nieam et unam clamidem et omni anno sine petitione dietarum

dominarum, et potestas teneatur facere fieri predicta et prestari

per totum mensem augusti vel septembris sine salario et libello
^

FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 105

et sine cognitione iuramenti donee vixerit dieta domina que dotes
non habuerit ipsa vel alia pro ea, nee aliquid aliud valens xxv
libras denariorum ; et si predieta habuerit dicta domina supra-
dieta ad omnem petitionem ipsarum dominarum vel alterius no-
mine eorum a dieto termino ante, ultra dieta alimenta et xxv li-
bras predietas petere non possint diete domine vel aliqua earum
nee monasterium sive domine monasterii in quo essent per se vel
seindieum eorum vel aliam personam pro eis in bonis et heredi-
tate patris vel matris avi vel avie aliquo iure casu vel causa;
et teneatur quilibet iudex non audire nee admittere petitionem ad
agendum eontra predieta vel aliquod predictorum. Et si iudex
talem vel tales audiverit vel admiserit ad agendum petentes con-
tra predieta, potestas teneatur iuramento tali iudex nomine pene
xxv libras denariorum pro banno auferre et quotiens postquam
ei notifieatum fuerit eontra predicta fecerit, et talis iudex a tali
condempnatione appellare non possit et si appellaverit minime
audiatur sed eam ab eodem teneatur dietus potestas exigere cum
effectu, et de dietis oblationibus diete domine et monasteria in
quibus fuerint sint contenta et plus petere non possit in heredi-
tate patris vel matri, avi vel avie quominus predieta omnia obser-
ventur, que superius sunt numerata, iure vel eapitulo aliquo no-
nobstante. Et nullus fiat minor donec steterit in habitu possit ad
hereditatem patris vel matris, avi vel avie redire vel in. ea aliquid
petere, nec aliquis alius pro eo et si contrafecerit de hoc neque
ius neque statutum debeat fieri per potestatem vel alios offitiales
Comunis existentibus maseulis et feminis in domo de qua fuit
frater, seilicet fratribus vel sororibus uno vel pluribus vel ab ali-
quo coheredi ipsius fratris. Et hoe capitulum ponatur in consti-
tuto et mutari non possit nee aliquod eontrarium poni vel aliqua
additio vel diminutio fieri, dummodo. iura hereditaria possint et
debeant per quoseumque in hereditate vel domo dieta dieti fratris
qui morantur in ea legittime intelligere defendere et petere pos-
sint bona talium fratrum tamquam legittimi sucessores ipsius fra-
tris ac si dietus frater mortuus ‘esset vel decessisset instrumento
iuris vel cessione aliqua non obstante, ut supra dietum est. Idem
quod dietum est supra de fratribus minoribus dicimus observan-
dum in maioribus aliis fratribus cuiuscumque ordinis et religiosis
tam maseulis quam feminis. Et predieta locum habeant ad pre-

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106 G. MAGHERINI-GRAZIANI

sentia preterita et futura et sit precisum hoe capitulum et mutari
non possit et predietis non obstent aliqua privilegia presentia vel
futura.

De iure hominii ab extraneo non acquirendo.

Dieimus quod nullus eivis civitatis huius vel aliunde aquirat
ius hominis vel aliud ius ab aliqua persona extranea vel ab aliquo
qui non sit civis continuus huius civitatis contra aliquem qui sit
eontinuus habitator in civitate et distrietu, et si aliqui sunt qui
aequisierint, teneatur potestas ipsi aequisitori ius neque statutum
aliquod observare sed ipsum teneatur potestas manutenere et iu-
rare illum vel illos eontra quem vel quos talis aequisitio faeta
fuerit. Salvo quod si aliquis de civitate vel distrietu nostro fide-
iussit vel fideiusserit apud aliquem extraneum possit in eo casu
ius aequirere; habeat ipse vel eius heredes pro fideiussore a dieto
extraneo vel eive nostro vel eius heredibus ius.quod aequisiverit
omni modo consequi, et predieta locum habeant ad preterita pre-
sentia et futura.

De cosatione hominii.

Dicimus etiam quod si aliquis cosabit aliquem suum homi-
nem esse vel debeat ei aliquod servitium dare facere vel prestare
et homo negabit, potestas vel iudex taliter cognoscere teneatur
inter dominum et hominem, vedelicet quod si dietus dominus pro-
bare poterit per duos testes vel instrumentum publicum in quo
eontinetur suum hominem esse vel ipsum debere facere vel pre-
stare aliquod servitium vel ex sua confessione vel antecessorum
suorum vel plurium publiea fama, sex testes quo ad publicam
famam, potestas teneatur faeere observari domino quod ab ho-
mine debeatur sine aliqua iuramenti solempnitate salvo quod homo
possit contradicere testibus per pugnam per se vel per camphyo-
nem sieut dietum est supra de testibus reprobandis. Ita tamen
quod dominus non possit facere aliquam alienationem de eo in
quo dieit se habere ius dominii nec de rebus quas ipse posside-
bat lite pendente.

Item dicimus observandum ex parte illius qui dicit se esse
9 » si PF è

FRAMMENTI DI STATUTI, ECC. 107.

homo, et hoe locum habeat ad preterita presentia et futura. Ad-
dimus quod nullus teneat hominem alterius nee tenere presumat
in suis possessionibus post interdietum et requisitionem faetam à
domino et preeeptum faetum a curia, quod redeat ad mansium
dietus suus homo, et potestas teneatur auferre et auferat contra-
facienti xxv libras denariorum nomine banni et cuilibet eorum ;
et predieta locum habeant inter corporales cives et comitatenses
eivitatis, et qui respondent ad baneas Comunis.

De divisione hominum.

Potestas teneatur faeere observari inter dominos et homines
in quibus habent ius homini quod inter eos fieri debeat; sed si
ille qui aliquid faeere debet domino et voluerit a domino dividere
dominus teneatur ab eo recipere pro ipsa divisione pro quolibet
eapite masculo libras xx denariorum, et si dominus nolluerit re-
eipere xx libras denariorum medietas saltim omnium bonorum et
rerum ab eodem recipere teneatur. Et potestas teneatur facere
fieri ipsi homini eartam vel instrumentum liberationis a dieto suo
domino eompellendo ipsum ad predicta facienda, et ipse dimittat
manentia, et quiequid stabilis ab eo tenebat de quo non hostende-
derit instrumentum sive cartam venditionis vel emptionis sibi faete
a dieto domino alodii vel libelli factam per unum annum ante-
quam perveniat ad divisionem, et si de stabili hostenderit cartam
alodii vel libelli, ut dietum est, det domino medietatem et aliam
medietatem sibi retineat. Et dieimus quod nullum stabile ille qui
est sub domino alieuius nostre civitatis vel distrietus vendere nec
donare vel alio quocumque modo obligare vel...
Pe x»

109

L'ACCADEMIA DEI «RINVIGORITI» DI FOLIGNO
E L'UTTAVA EDIZIONE DEL « QUADRIREGIO »

(Continuazione V. Vol. XIV, fasc. II-III)

Non è facile dire chi fossero i letterati di Firenze che,
secondo il Pagliarini, avrebbero sposato così volentieri la
causa dei Bolognesi. Il Pagliarini, informato forse dal Can-
neti, non ci dà il nome di alcuno di essi, né se ne occupa
più in seguito nel suo carteggio. Bisognerebbe frugare in
altri copiosi carteggi della Classense, ma non so quale frutto
si trarrebbe dalla lunga fatica. Probabilmente però la nuova
opposizione veniva dall’ Accademia della Crusca, che allora
attendeva alla quarta edizione del famoso Vocabolario (1) e
che non aveva simpatie pel Qwadriregio. E forse l'anima di
essa era l’Accademico deputato A. M. Salvini, possessore di
una copia del poema stampato a Venezia nel 1511, (2), amico
del Pagliarini e del Canneti e che per di più, come vedremo,
anche molti anni più tardi asseriva l’autore del Quadriregio
essere il Malpigli e non il Frezzi.

Facilissimo invece riesce identificare il letterato bolo-
gnese che ora si sostituiva al Martelli e parlava in nome

(1) Cfr. la Storia dell’Accademia della Crusca ecc. dell'Ab. G. B. ZANNONI (Fi-
renze, 1848): documento VI.

(2) E già noto che questa edizione era servita al MONTALBANI per negare la
paternità frezziana del poema.

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110 E E. FILIPPINI

di tutti gli avversari del Frezzi, che erano in quella città.
Egli era quel Pierfrancesco Bottazzzoni, di cui parlarono al
loro tempo il Mazzuchelli (1) e il Fantuzzi (2) e recente-
mente Ludovico Frati (3) come di persona molto dotta e
conosciuta in Bologna e fuori. Nato non si sa quando, ma
certamente intorno alla metà del sec. XVII, ora insegnava
umane lettere in quella Università, era socio dell' Arcadia
col nome pastorale di Zrgindo Pamiseo e di altre Accade-
mie, vantava amicizie importanti quali quelle del Muratori
e del Sassi ed aveva già pubblicato degli scritti che eli
avevano creato una certa fama, come alcune lettere critiche,
alcune poesie accademiche e una Vita di Mons. Girolamo
De Rossi, di cui ristampó anche le rime (4). Intorno al 1712
pare che attendesse a una edizione delle rime di Nicolò Mal-
pigli sul famoso cod. Isoldiano, come si apprende da una
lettera del Martelli pubblicata dal Frati (5), e perciò era
tratto ad occuparsi di tutta l’opera malpigliana e a risolvere
la famosa questione della paternità del Quadriregio.

Ma qui, prima di conoscere l'opinione del Bottazzoni, giova
sapere che ora il Martelli si era alquanto raffreddato nella
difesa del Malpigli come autore del quadripartito poema:
lo possiamo arguire dalla stessa lettera ora accennata e che
fu scritta l' 8 ottobre 1712. Infatti in essa, dopo aver messo

(1) Cfr. op. cit., vol. II, p. III, pagg 1889-90.

(2) Cfr. op. cit., tomo II (1782), pagg. 317-319.

(3) Cfr. op. e l. citt., pagg. 316 318.

(4) Cfr. opp. ora citt. — A proposito di quest'ultima pubblicazione, era ancor
fresco il giudizio favorevole che n'aveva dato il « Giornile dei Letterati d’Italia »,
vol. XI (1712), pag. 99, dove fra l'altro é detto: « Le lodi, che gli (cioé al De Rossi)
« sono state date da molti celebri Autori, vengono fedelmente accennate dal sig. Bot-
« tazz ni nel fine della Vita di lui, alla quale interamente ci rimettiamo ». E piü
oltre (pag. 110) il benevolo recensore conclude dicendo che l'autore di quelle rime
era tale, « che gli amatori della buona poesia debbano rimanere con obbligo a chi
« ha procurata la pubblicazione di questi componimenti ». Dopo ciò era naturale

che fra il Bottazzoni e lo Zeno si stringesse una cordiale amicizia, che ci é atte-

stata da alcune lettere che dovró citare fra poco; ma l'opinione dello Zeno a ri-
guardo del suo amico non restò, come vedremo, sempre la stessa.
(5) Cfr. op. e 1. citt., pag. 317.
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o 4- "

L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 111

il Dottazzoni sull'avviso di non pigliar granchi nello studio
dell'opera poetica malpigliana, il Martelli scrive: « Gli è
« gran cosa però che un Bolognese, il quale in quaranta
« non brevi composizioni non ha trascurato di nominar Bo-
« logna, non s'abbia mai da nominar che in equivoco in
tutto il poema » (1). Nelle quali parole a me par di ve-
dere un'allusione alla pretesa origine bolognese dell'autore
del Quadriregio (2).

Ma mentre Pier Jacopo Martelli batteva in ritirata,
il Bottazzoni che la pensava su questo argomento come
Ovidio Montalbani, prendeva maggiore baldanza e uscendo

^

dal riserbo in cui finora s'era tenuto, rese noto che egli a-
vrebbe sostenuto pubblicamente la paternità malpigliana del
poema. Come questa notizia giungesse fino al Pagliarini, io
non saprei dire: ma é certo che egli nomina per la prima
volta il Bottazzoni, come un baldanzoso sostenitore della sua
tesi, nella risposta al Canneti in data del 4 novembre 1713;
ciò che lascia supporre che egli non solo avesse appreso
la cosa nello stesso mese in cui il Martelli aveva scritto al

. (1) Cfr. op. e-l. citt., pag. 317.

(2) A quale altro poema infatti poteva alludere il Martelli in questo luogo se
non a quello di cui allora tanto si parlava come opera del Malpigli, cioè il Quadri-
regio? È vero che prima di queste parole il Martelli non aveva accennato né al
Quadriregio né ad altra opera simile, e ciò dico sapendo per informazione diretta
del dott. Frati che la lettera fu da lui riportata integralmente.

E escluso a che si possa trovare una spiegazione dell'enigma nel seguito della
lettera, dove si parla della nota leggenda quattrocentesca del Prato fiorito, che fu
attribuita a diversi serittori, ma che pare opera di un frate Valerio veneto (Cfr.
MELZI, Dizionario di opere unonime e pseudonime di scrittori italiani, Milaro,
Pirola, 1848, vol. I, pag. 110, sotto Ballardini) e che non ha che fare con la poesia
epica. Sicché si potrebbe pensare che lo scrivente, usando la forma generica e spe-
ciale nello stesso tempo « in tutto il poema »,si riferisse a qualche lettera o di-
scorso precedente, in cui si fosse parlato di questo argomento: ciò che non ci é
possibile assodare, anche perché non si conoscono altre lettere del Martelli al Bot-
tazzoni, come mi scrive lo stesso dott. Frati. Ma é da notare che prima di que-
sto periodo il Martelli aveva detto : « Vi mando le poesie del Malpigli quali nel
« mal scritto codice Isoldiano si ritrovano. Voi potete un poco purgarle, come ha
« fatto il signor Crescimbeni nel saggio portatone ne’ suoi Comentari, ove pure fa
« un po’ di vita dell’ autore ». Ora con queste parole egli rimanda il Bottazzoni al
112 E. FILIPPINI

suo amico di Bologna, ma che l’avesse appresa dallo stesso
abate Canneti, la cui fitta rete di relazioni nel mondo let-
terario gli rendeva facile il conoscere nel più breve tempo
possibile quanto lo interessava. Anzi il Canneti, come pare,
avea perfino sospettato che qualcuno dei Rinvigoriti di Foli-
gno avesse comunicato altrui i primi risultamenti degli studi
dell’Accademia per sostenere la tesi opposta: tanto pronti
alla confutazione degli argomenti contrari dovevano sem-
brargli quelli che vantava il Bottazzoni (1). Ma egli allontanò
subito il sospetto quando il Pagliarini dichiarò nella stessa
lettera che nè lui nè il Boccolini, unici depositari del con-
tenuto di quegli studi, avevano scritto nulla in proposito a
Bologna. E allora rise dell'assunto del Bottazzoni e ne rise
di cuore anche il Pagliarini (2).

Dunque il Canneti e il Pagliarini ormai sapevano già
che il dotto Bolognese preparava anche lui una disserta-
zione sull'autore del Quadriregio. Ma a principio del 1713
questo non era più un mistero per alcuno, poichè lo stesso
Bottazzoni non poteva tacere la cosa con tutti i suoi amici.
Già prima del 6 gennaio di quest'anno, infatti, n'era infor-
mato il Fontanini che, comunicando al Pagliarini l’esito ne-
gativo delle ricerche fatte a Parigi per la presunta Cosmo-
grafia frezziana (3), aggiungeva la notizia che gli erano

passo dal vol. II, p. II dell'opera del Crescimbeni, che io ho in parte riferito in una
nota precedente: passo in cui si accenna anche a « un ben grosso Poema » attri-
buito al Malpigli e riconosciuto ormai pel Quadriregio del Frezzi. È probabile
quindi che il Martelli nella lettera al Bottazzoni non credesse oppo:tuno di quali-
fieare il poema dopo aver rich:amato un luogo in eui si parla chiaramente di esso,
e che intendesse di riferirsi senz' altro al Quadriregio. Ciò poi sarebbe confermato
anche dall'espressione « in equivoco », in cui pare adombrato il fatto della sostitu-
zione del nome d’un'insigne medico e filosofo bolognese a queilo dell'illustre foli-
gnate Mastro Gentile, che si trova nel :olo cod. bolognese del Quadriregio, come
avrò b.sogno di dire espressamente più innanzi.

(1) Cfr. la stessa lett. del 4 novembre 1712.

(2) Cfr. la cit. lett. del P. al C. in data 16 dicembre 1712.

(3) Cfr. quel che ho detto precedentemente su questo argomento.
L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 113

state esposte le ragioni dei Bolognesi « dalle quali (il giu-
« dizio in verità è curioso!) ho compreso esservi da dire
< per entrambe le parti » (1). E poco dopo ecco Apostolo
Zeno annunziare al Canneti ciò che per lui non era più
una novità e cioè: « Il sig. Bottazzoni mi ha scritto della
« sua Dissertazione per anco inedita intorno all’ autore di
« quel Poema. Egli sostiene il Malpigli, ma son certo che
« prende sbaglio. Per altro sarà bene che la Dissertazione
« sì pubblichi, perchè ella così avrà campo di farsi più
« d'onore nel confutarla, e meglio si sparge la cosa » (2).

Queste ultime parole dello Zeno inducono quasi a SUp-
porre che il Canneti gli avesse chiesto consiglio sul da farsi
di fronte alla minacciata pubblicazione della monografia del
Bottazzoni. Certo è che il Canneti fino ad allora aveva un'o-
pinione ben diversa dalla sua poiché già prima del 3 febbraio
aveva fatto sapere al Pagliarini che egli desiderava di pre-
venire piuttostoché aspettare la stampa avversaria. E il Pa-
gliarini gli rispondeva immediatamente a nome proprio e del-
l'Accademia che questo era anche l'avviso suo e degli altri
coaccademici e quindi lo esortava a porre in effetto con la
maggiore sollecitudine possibile un tale disegno mettendosi
a di lui disposizione per tutte le bisogne occorrenti (3). Né lo
stesso Pagliarini si lasció smuovere da questa idea quando
il Fontanini, non so se pregato ovvero di propria iniziativa,
in una lettera di pochi giorni dopo gli proponeva che le
due dissertazioni fossero prima della stampa esaminate, pare,
da una Commissione competente e che quindi si pubblicasse

(1) Cfr. la lett. del P. al C. in data 6 gennaio 1713. È notevole questa dichiara-
zione del Fontanini, anche perché viene ad attenuare il valore della ritrattazione
che egli stesso aveva già fatta in favore del Frezzi, e di cui io ho già parlato.

(2) Cfr. il cit. Epistol. di A. ZENO, pag. 210, dove la lettera di cui riferisco una
parte, é posta sotto la data del 25 tebbraio 1712; ma l'indicazione dell'anno in que-
sta data è certamente erronea, come già altre indicazioni simili, perché non risponde
alla cronologia dei fatti che sono indicati nella lettera, né si accorda. con la data
di altre lettere precedenti e posteriori dirette dallo Zeno alla stessa persona.

(3) Cfr. la lett. del P. al C. in data 3 febbraio 1713,
114 E. FILIPPINI

soltanto quella che, secondo il suo giudizio, era fondata su

‘più solidi argomenti (1). Ma se il Pagliarini non accettò la

proposta fontaniniana, non così fece forse con quella dello
Zeno il Canneti che, come dice il Fantuzzi, « stava per av-
« ventura apparecchiato per confutare (la dissertazione del-
« l'avversario) se fosse uscita » (2). Egli insomma, in mezzo
a tanta varietà di opinioni, avea finito per accettare quella
più comoda anche a costo di contraddirsi. Con questa ritirata
egli scontentò certamente gli Accademici di Foligno; ma non si
può dire che si regolasse male se si bada a quello che segui; nè
in realtà avrebbe potuto fare diversamente se pensiamo che
era ben lungi dall'aver terminato di scrivere la sua Disser-
tazione. Del resto è probabile che lo Zeno esortasse il Bottaz-
zoni, rispondendogli, a pubblicare la sua monografia : infatti
di li a pochi giorni lo stesso letterato bolognese gli scrisse
di nuovo in modo da far intendere che era nello stesso or-
dine di idee, e lo Zeno si senti in dovere d'informare il
Canneti anche del contenuto di questa seconda lettera, ciò
che fece il 17 marzo successivo con le seguenti parole: « Il
« Dottor Bottazzoni mi scrive da Bologna di avere in pronto
« la sua Dissertazione per darla alle stampe. Scrive con
« un’aria, che ben si crede di esser lui persuaso che il Mal-
« pigli sia l’autore del Quadriregio, il Frezzi un plagiario,
« il Montalbani in questo punto un evangelista. Dice, che
« se i Folignati vorranno sostenere la loro opinione, biso-
« gnerà che ammettano in quel Poema molte implicanze e
« contradizioni; che le prove che eglino di là ne traggono
« per il Frezzi, fanno contro di loro; che egli appoggia il
« suo assunto ad un Manoscritto più antico dell’ Estense di
« 40 anni e ad autentici incontrastabili documenti. La Disser-
« tazione uscirà e vedremo s'egli ha ragione, o se prende

(1) Cfr. la lett. del P. al C. in data 16 febbraio 1713, in fine. In questa. stessa
lettera del P. è detto a principio che occorre pubblicar la Díss. in:favore del Frezzi
« prima che ci si levi la mano da’ Signori Bolognesi ».

(2) Cfr. op. cit., tomo II, pag. 319.
L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 115

* sbaglio » (1). Ma s' ingannava di molto se credeva che il
Bottazzoni dicesse la verità: questi non solo non aveva al-
cuna intenzione di far gemere i torchi per il Quadriregio,
almeno per ora, ma probabilmente non aveva scritto nep-
pure una parola della sua dissertazione : certo è che questa
non apparve per le stampe nè ora nè poi, come non apparve
mai la sua edizione delle rime malpigliane (2). Forse egli
non ebbe altra intenzione in tutto questo affare che quella
di far parlare di sè i letterati d’Italia e di spaventare i
Rinvigoriti di Foligno.

Ma questi, in verità, non si scomposero molto. Oltre a
vedersi ormai sostenuti dal favore del Crescimbeni, del Mu-
ratori e dei compilatori del Giornale veneziano, che, come
abbiam visto, avevano francamente affermata la paternità
frezziana prima ancora che fosse pubblicata la Dissertazione
del Canneti (3), i Rinvigoriti sapevano che la fama del Mon-
talbani avea ricevuto un grave colpo da un’altra parte (4)

(1) Cfr. il cit. Epéstol. di A. ZENO, pag. 216, dove la lett. ha la data regolare del
17 marzo 1713, la quale non poté essere di molto posteriore a quella or ora riferita,
mentre si dovrebbe crederla scritta a più d'un anno di distanza da essa se la data
del 25 febbraio 1712 fosse ritenuta esatta.

(2) Il FANTUZZI (op. cit., tomo II, pag. 319) dice appunto che il Bottazzoni « aveva
« altresì apparecchiato per darla alla stampa una Dissertazione, in cui sosteneva
« che l'Autore del Poema intitolato il Quadriregio fosse Niccolò Malpigli, di che
« non erano persuasi né Apostolo Zeno, né l'abate Pietro Canneti; ma non compari
« mai alla luce ». Anche il FANTUZZI riferisce qui in nota i due brani di lettere dello
Zeno al Canneti, che ho sopra riportato. — Cfr. in proposito anche il FRATI, op. cit.,
in l. cit., pag. 318.

(3) Nella cit. lett. del 6 gennaio 1713 il Pagliarini si domanda appunto: « che
« diranno i Signori Bolognesi della franchezza con cui vien decisa a favor del Frezzi
« la controversia del Quadriregio » nella recensione delle Rime del BARBATI, apparsa
nel vol. XI del « Giornale dei letterati d'Italia »? E sta bene; ma non comprendo le
parole che seguono nella stessa lettera: « O qui sì che rinnoverà le risa il sig. Mu-
ratori »; quando e dove e perché aveva riso la prima volta l' illustre poligrafo?

(4) È noto infatti che il MONTALBANI in un'altra sua opera, la Biblioteca Bolo-
gnese, aveva vendicato a Bologna Giovanni Bossiano o Bassiano, illustre legista del
sec. XII e discepolo di Irnerio, solo perché aveva insegnato lungamente nello studio
bolognese e in Bologna era morto nel 1197, mentre numerose e autorevoli testimo-
nianze lo fanno nativo di Cremona (Cfr. op. cit., sotto l'anno 1150). Ma FRANCESCO
ARISI nel 1702, pubblicando il primo volume della sua Cremona Liberata, comprese
tra gli scrittori cremonesi anche il Bossiano e respinse l'opinione del MONTALBANI
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116 E. FILIPPINI

e che il dotto loro consocio lavorava a tutt'uomo per la
buona riuscita della cosa e non avevano di che temere. Sol-
tanto restava a definire la questione delle note dichiarative
da apporre al poema ristampato.

Dal 13 luglio 1711 non si era più parlato di codesto
commento fra il Pagliarini e il Canneti, il quale aveva cer-
cato di addossarlo ad altri Accademici di Foligno, ma non
aveva ancora detto come si sarebbe dovuto fare. Ora la
questione ritorna sul tappeto e ci ritorna forse per volontà
dello stesso Canneti, il quale però non pare più persuaso
della necessità del commento. Ma il Pagliarini, pur rimet-
tendosi al suo accorgimento, gli fa capire che se ciò non
era necessario, era certamente utile sopratutto per quei luo-
ghi del poema che si presentavano più oscuri (1). Come in-
fatti si poteva rinunziare d’ un tratto ad un’idea che si era
manifestata come buona fin dal principio ? L’ edizione cri-
tica del poema, anche accompagnata o preceduta da una
dotta dissertazione sul vero autore di esso, non poteva sod-
disfare le esigenze degli studiosi; o per lo meno l’occasione
era opportuna per fare quello che ancora non si era mai
fatto dalla prima edizione fino ad allora, e questa occasione
non bisognava lasciarsela sfuggire. E l'idea del Pagliarini

con l’allegare parecchie di quelle testimonianze (Cfr. op. e vol. citt., pag. 73). E il
« Giornale dei Letterati d’Italia » ,facendo nel 1712 la recensione di questa prima
parte dell’opera dell’ARISI, credette opportuno di fermarsi a mettere in rilievo la
rivendicazione dell’ illustre legista alla città di Cremona e aggiunse alle altre testi-
monianze quella di GUGLIEI.MO PASTRENGO, veronese, maestro del Petrarca, il quale
in un'importante opera intitolata De originibus rerum e stampata poi a Venezia
nel 1547 (pag. 44) avea dichiarato il Bossiano « Cremonensis patria ». (Cfr. Giorn.
ecc., tomo X, pagg. 270-271). Dopo ciò non fa meraviglia che in una lettera del P.
al C. in data 26 dicembre 1712, la quale per amore di brevità non si pubblica in ap-
pendice del presente lavoro, si trovino le seguenti parole esprimenti tutta la sod-
disfazione dell'erudito che vede spianata ia via ad una prossima vittoria: « I motivi
« più distinti della mia compiacenza sono ... dal Processo contro Ovidio Montalbani
« convinto a c. 271 d'haver rubato a Cremona il gran Legista Giovanni Bossiano per
« darne la gloria alla propria Patria, onde ... resta il Montalbani indiziato a tortura
« anche pel furto del Quadriregio ».

(1) Cfr. la lett. del P. al C. in data 30 gennaio 1713.
L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 117

prevalse, sebbene noi non sappiamo che cosa gli rispondesse
il Canneti; ma dovette assumersi lui insieme col Boccolini
il peso delle note.

Veramente nella lettera del 16 febbraio 1713 non si
parla che di confronti poetici e quindi di note filologiche.
Delle quali il Pagliarini dice che aveva dato già l incarico
ad altra persona; ma, non essendosene questa occupata, avean
dovuto addossarselo lui e il suo amico, che lo avrebbero
assolto entro il prossimo Carnevale (1). E però evidente che,
come l'oscurità del poema non derivava soltanto dalla lin-
gua in cui era stato scritto e dalla forma che il poeta gli
aveva data, così le illustrazioni non potevano essere esclu-
sivamente filologiche. E poichè non si fa ancora menzione
d'altri accademici che attendessero ad illustrare l'opera
del Frezzi, giova supporre che anche delle note non filolo-
giche si sarebbero occupati il Pagliarini e il Boccolini in-
sieme. Pare inoltre che già in questo tempo si pensasse te-
ner distinto tutto l’apparato dichiarativo dal testo e di pub-
blicarlo a parte coi dovuti richiami ai singoli luoghi del poe-
ma. illustrati (2); ma l'idea fu abbandonata pel momento e
solo si concretò parecchi anni più tardi, come vedremo.

Ma se il Canneti avea proposto di ristampare il poema
senza note, aveva avuto uno scopo che si conobbe solo più
tardi. Avendo deliberato di non prevenire il Bottazzoni con
la sua Dissertazione e volendo in pari tempo dimostrare agli

avversari che a Foligno si lavorava sul serio intorno al'

Frezzi e non s’avea alcun timore da parte loro, pensò che
intanto sarebbe stato opportuno pubblicare il poema nella
nuova edizione riveduta e corretta: questo avrebbe certa-

(1) Cfr. la lett. del P. al C. in data 16 febbraio 1713.

(2) In questo modo eredo si debbano intendere le parole, certo non molto
chiare, del Pagliarini: « Mi piace la. determinazione delle note invece del commento
al Quadriregio, che porterebbe troppa lunghezza e fatica ». (Cfr. la lett. ora cit. del
16 febbraio 1713). Senonché io non vedo il lato economico di questo sistema.

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118 E. FILIPPINI

mente scombussolato i piani dei Bolognesi ed egli dopo
avrebbe potuto trionfare più facilmente. Ma occorreva far
presto e non perder tempo nel preparare delle lunghe note:
del resto egli era già molto innanzi nella collazione dei co-
dici (1) ed il Pagliarini a mezzo il 1713 stava per terminare
i suoi confronti con le vecchie edizioni di Perugia e di Fi-
renze (2). Di questo suo disegno il Canneti informò subito

(1) Cfr. il principio della cit. lett. del 16 febbraie 1718, dove si parla di alcuni
versi del cap. 13 del libro III del Quadr.

(2) Cfr. la lett. del P. al C. in data 24 febbraio 1713, dove si parla della spedi-
zione dei confronti condotti fino a tutto il I. III del Quadr.; quella del 21 luglio 1713,
dove é detto che fra breve i suddetti confronti saranno esauriti; e quella del 2 ot-
tobre successivo che comincia con l'annunzio della spedizione delle varianti del 1. IV.

. Ora queste tre lettere non sono accompagnate né seguite dai relativi spogli
di varianti; ma essi non sono andati perduti del tutto. Si trovano in parte nella
Misc. XXVI ms. della Classense e in parte nello stesso volume delle Lettere origi-
nali del Pagliarini, ma molto piü innanzi.

La Miscellanea che contiene principalmente molti documenti relativi al Quadr.
del 1723, 1724 e 1725, contiene anche un po' del materiale servito al Canneti per la
sua Dissertazione. In questa parte si trovano erroneamente incastrati alcuni fogli
non numerati contenenti un certo numero di varianti e precisamente quelle rela-
tive ai capp. 1-4 e 17-18 del 1. I e al c. 1 dell. II, poi ai capp. 9-15 del l. 1II e ai
cap. 1-22 del l. IV, diversamente ordinate. In tutto si illustrano 316 versi.

Non meno importante é la serie che si trova fra le lettere del Pagliarini del
4 e dell’11 dicembre 1716. Questa serie di varianti comincia dal cap. 10 del l. I del
Quadr. e precisamente dalla parola « Saturnia » del v. 28 che nell'ediz. fiorentina si
legge « Sanctimia » enella perugina« Satunnia»; e va fino al cap. 16 dello stesso libro.
Poi salta al cap. 5 del libro II, giunge fino al 10; qui s'interrompe per riprendersi
al 17 e andare fino al 19 che é l'ultimo, Di qui si entra nel l. III e si registrano tutte
le varie lezioni che si trovano dal cap. 1 all'8 di questa cantica, e precisamente fino
al v. 138 del detto capitolo « Come chi serve a Dio porta la chierca », sotto cui il
chiosatore osserva: « Ritorna ai termini e similitudini proprie da religioso ». In
tutta questa serie sono presi in esame e illustrati coi relativi riscontri delle due
edizioni fiorentina e perugina 167 versi frezziani.

Ora dal confronto di queste due serie di varianti si comprende che esse si
completano a vicenda e che mancano soltanto quelle relative ai capp. 5-9 del 1. I e
ai capp. 2-4 del II È notevole poi il fatto che le varianti del 1. III contenute nella
Misc. XXVI sono precedute dal titolo: Varie lezioni del Quadriregio : a queste si
riferisce forse il principio della lettera sopracitata del 24 febbraio 1718. Ma più no-
tevole ancora é l'altro fatto che le varianti del 1. IV hanno questa intestazione:
Continuazione delle osservazioni fatte nella colazione della copia ms. del Quadri-
regio con l'edizione di Perugia e di Fiorenza: a queste deve riferirsi non solo il
seguito della lettera del 24 febbraio, ma anche il mezzo di quella del 21 luglio e il
principio dell’altra del 2 ottobre. L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 119

il suo dotto corrispondente di Foligno, senza pensare forse
che gli avrebbe arrecato un nuovo dolore. Questi interpellò
gli altri Accademici in luogo e li trovò tutti contrari: poi
si confidò col Muratori affinchè dissuadesse dal suo propo-
sito il Canneti e finalmente rispose all’egregio proponente in
tono alquanto risoluto ed amaro.

Già nella lettera al Muratori si delinea il grave dissenso
sorto tra il Canneti e l'Accademia (1); ma questo si fa ancor:
più manifesto nella lettera di due mesi dopo al Canneti stesso (2).
In complesso il Pagliarini si richiamava ai primi intendimenti
dell’Accademia sulla ristampa del Quadriregio come opera del
Frezzi e non del Malpigli, e quindi affermava la necessità di
pubbliear subito la Dissertazione che avrebbe: rivendicato il
poema al suo autore assai meglio di quello che non aves-
sero fatto fin qui i Commentari del Crescimbeni. Sosteneva
inoltre che, anche mandando innanzi la ristampa senza la
Dissertazione, non si sarebbe raggiunto lo scopo d’ indurre
il Bottazzoni a pubblicare il suo scritto e di scoprire le
sue armi, e che, sei Bolognesi facevano gran chiasso senza
concluder nulla, i ARinvigoriti dovevano ormai uscire dal
silenzio, giuocare a carte scoperte ed evitare qualunque
polemica con essi. Troppi invero erano stati gli impegni
assunti coi letterati d’ Italia per una prossima rivendica-
zione del Frezzi, perchè non dovessero questi sorridere

(1) Cfr. la lett. del P. al Muratori in data 4 agosto 1713, esistente presso l’ E-
stense di Modena e da me allegata in appendice. Da questa lettera si arguisce che
quella del Canneti al Pagliarini doveva essere degli ultimi giorni del luglio prece-
dente. In essa é anche notevole il fatto che il Pagliarini dichiara ancora una volta
la decisione degli Accademici di fare la ristampa del poema sollecitamente e senza
preoccupazione delle pretese degli avversari.

(2) Cfr. la lett. del P. al C. in data 2 ottobre 1713. Perché il P. lasciasse passar
tanto tempo prima di rispondere al Canneti sul grave argomento non è ben chiaro.
A principio di questa lettera sono accennati alcuni motivi personali che gli avreb-
bero impedito di scrivere; ma forse il motivo vero non fu alcuno di quelli. O il
P. aspettava la risposta del Muratori, che non si conosce, o stentava a trovare un
modo garbato per far intender le sue ragioni al Canneti.

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120 : E. FILIPPINI



e ricredersi sulla serietà dei propositi dell Accademia al
veder comparire la sola ristampa del poema, che era da
considerare come cosa puramente accessoria. Del resto, qua-
lunque cosa avessero detto i Bolognesi, era ormai evidente
che sarebbe riuscita a maggior onore del Frezzi, e il mondo
letterario avrebbe poi giudicato spassionatamente della bontà
delle ragioni addotte. Ma queste non dovevano farsi atten-
dere di più e non si potevano separare dalla ristampa del
Quadriregio, anch’ essa tanto desiderata.

Il malumore e il risentimento dell’Accademia di Foligno
erano giustificati e non potevano trovare migliore interprete
del Pagliarini. Il quale, pur avendo dovuto adoperare un
linguaggio così vibrato col Canneti, tuttavia concludeva col
dire che a Foligno si era dispostissimi a cominciare la ri-
stampa del Quadriregio sul nuovo testo non appena il Can-
neti avesse dato gli ordini relativi. Ma è strano che il Pa-
eliarini non prevenisse un’ assai naturale obiezione alla fretta
voluta dai Rinvigoriti: se si era stabilito di ristampare il
poema con un certo corredo di note, e se queste non eran

‘ancora preparate, non si sarebbe fatta opera ugualmente in-
completa pubblicando il testo semplice e la Dissertazione ?

Quindi, se, prima ancora della proposta del Canneti, non si
era già convenuto di unire in un primo volume la Disserta-
zione e il poema, e di fargli seguire un secondo contenente
le note, ciò che però non consta da alcun documento, tanto
valeva mandar fuori le tre cose separatamente man mano
che ciascuna fosse pronta.

Ma il Canneti non si curò nè di sollevare eccezioni, nè
di rispondere secondo il desiderio dell’Accademia. Egli che
intanto veniva trasferito a Perugia per ragioni d'ufficio (1),
pare che avesse ben altro da fare che attendere ai suoi
studi frezziani, e per tutto un anno (se le date delle lettere

(1) Cfr. le Lett. Orig. del P. al C., delle quali quelle che vanno fino al 7 otto-
bre 1713 sono dirette a Ravenna, e le successive a Perugia. L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC.

- sono esatte) non se ne occupò più (1): forse il rimprovero
del Pagliarini gli aveva anche fatto venire una certa sma-
nia di dispetto contro l'Accademia, che sfogó con un prolun-
gato silenzio. E mentre il Canneti taceva, i Rinvigoriti rice-
vevano un nuovo e più forte incitamento a mantenere la loro
promessa. Questa volta non erano i letterati d’ Italia che par-
lavano dei loro studi e delle loro pubblicazioni : l' incitamento
veniva da un’accreditata rivista francese, quella dei Memoi-
res de Trevoux, che se fino ad ora si era occupata di qualche
libro di materia folignate o stampato a Foligno (2), non aveva
però mai accennato ai lavori dell’Accademia folignate. La ri-
vista, divenuta famosa per le ire che suscitarono in Italia le
sue aspre critiche di opere italiane (3), fu molto cortese verso
gli Accademici folignati, che, più fortunati di altri, vi pote-
vano leggere alla fine dell’anno 1713 le seguenti lusinghiere
parole accompagnanti l'annunzio, veramente un po’ tardivo,
delle Rime del Barbati: « L'Académie de cette ville, (Foli-
gno) qui veut contribuer de son cóté au retablissement du
bon goüt, en publiant, comme on le fait de toutes parts

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« en Italie, les ouvrages des beaux esprits du quinziéme et du

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seiziéme siécle..... donnera bientót le quadriregio de Frede-
« ric Trezzi (sic), Evéque de Foligno, composé à l'imitation
du Dante » (4).

Ma i Anvigoriti, non potendo far altro per il momento,
tennero a bada il pubblico dotto col lanciare una nuova

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(1) Ofr. il principio della lett. del P. al C. in data 12 ottobre 1714. Tra questa
lettera e la precedente del 7 ottobre 1713 non ce ne sono altre.

(2) Cfr. per esempio il tomo II del 1705, dove si recensisce (aagg. 029-30) il Fl-
gor Fulginij in splendoribus sanctorum etc. del p. G. A. LUCENTI (Roma, Bernabò,
. 1703) e l il tomo IV del 1713 (dicembre), pag. 2013. dove si annunzia come stampata
a Foligno un’opera del p. A. BALDASSARRI.

(3) Cfr. in proposito gli studi di L. PICCIONI su Jl giornalismo letterario italiano
(Loescher, 1894) e di G. BOLOGNINI su Scipione Maffei critico e giornalista in « Studi
Maffeiani » (Torino, Bocca, 1909).

(4) Cfr. riv. cit., tomo cit., pag. 2192. Di questo annunzio non é cenno nella
corrispondenza del P. al C., che, come ho detto, é scarsissima nel 1714. Ma non mi
pare possibile che l'Accademia di Foligno non lo venisse a conoscere.

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122 SEU E. FILIPPINI

pubblicazione, quella della Vita et opuscula della B. Angela
da Foligno, loro protettrice (1). Cosi passó un altro anno senza
che laristampa del Quadriregio andasse avanti d'un passo. Solo
nell’ ottobre del 1714 furono ripresi quegli studi, quando il
Canneti impose agli Accademici di Foligno la revisione com-
pleta del nuovo testo prima che fosse dato alle stampe (2).
Era forse timore d’aver formato un testo troppo diverso da
quelli precedentemente pubblicati, o desiderio d'una piccola
vendetta che consigliava all’ erudito Cremonese una simile
revisione? Non so; ma è certo che nessuno meglio di lui
avrebbe potuto fare codesto lavoro, e il Pagliarini sì mostrò
non poco seccato del delicato incarico e della nuova respon-
sabilità che si veniva ad addossare a lui ed ai suoi consoci (3).
Tuttavia questi non credette opportuno di esimersene e per
non provocare un altro incidente e perchè contava molto
sulla buona volontà e sulla cultura del Boccolini (4).

L’ edizione della Vita e degli opuscoli della B. Angela
da Foligno curata dal Boccolini e fatta dal libraio tipografo
Francesco Antonelli in Foligno pareva venuta in buon punto
per riporre sul tappeto e risolvere la questione della scelta
del futuro stampatore del Quadriregio, che lY infelice prova
delle Ame barbatiane affidate al Campitelli aveva lasciato
in sospeso, sebbene il Pagliarini l’anno dopo avesse già pro-
posto il Campana in società con l’Antonelli (5). Il Canneti,
avendo avuto in mano una copia di questa edizione, non
potè lodarla sotto l' aspetto tipografico ed espresse il timore
che anche il Quadriregio sarebbe uscito malconcio dalle mani
dello stesso tipografo, a cui il Pagliarini voleva affidarne la
stampa; ed il Pagliarini dovette rassicurarlo promettendogli

(1) Cfr. la prima parte del presente lavoro, sotto l'anno 1714.

(2) Cfr. la cit. lett. del 12 ottobre 1714.

(3) Cfr. la stessa lett. ora cit.

(4) Cfr. la stessa lett., dalla quale appare che il Boccolini era allora assente
da Foligno. È

(5) Cfr. ciò che ho detto di sopra in base al contenuto della lettera del P. al
C. in data 30 maggio 1712. L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 123

che avrebbe sorvegliato il lavoro con la maggiore ocula-
tezza. possibile e avrebbe fatto osservare tutti i patti che
gli fosse piaciuto di stabilire in proposito (1).

Tuttociò faceva prevedere che presto si sarebbe posto
mano alla ristampa del poema frezziano. Ma tanto la revi-
sione del testo, quanto le trattative sui caratteri e sulla carta
urtarono contro un altro fatto imprevisto che persuase gli
illustratori del Quadriregio a soprassedere ancora al princi-
pio della composizione tipografica. Mentre il Pagliarini cre-
deva necessario, prima di pubblicare il nuovo testo del
poema, consultare il codice ariostesco posseduto dal Baruf-
faldi (2), di cui avea avuto notizia nel 1712, il Boccolini
scopriva in una libreria di Foligno ed acquistava un altro
prezioso codice della stessa opera (3), il codice cioè che dal
suo illustre possessore si chiamò fin da allora boccoliniano
e che poi divenne il Palatino 343 della Nazionale Centrale
di Firenze (4). La scoperta era troppo importante. perchè
non se ne dovesse tener conto nella prossima ristampa del
Quadriregio : si trattava infatti d'uno dei codici più antichi,
forse allora completo, fornito di rubriche latine e di una
chiarissima attribuzione a Federico vescovo di Foligno ;
quindi esso poteva servire non soltanto a dare maggiore
autorità alla nuova lezione, ma anche a rafforzare le argo-
mentazioni del Canneti sulla paternità del poema; e se non
era possibile avere il codice ariostesco, non era lecito pre-
scindere, in un lavoro come quello che si preparavano a
pubblicare i Rinvigoriti di Foligno, dall’ unico codice frez-
ziano che nella patria del Frezzi si possedesse.

Il Pagliarini, annunziando la scoperta al Canneti, gli
mandava un saggio delle rubriche contenute nel codice boc-
eoliniano e gliene prometteva un altro di lezioni diverse

(1) Cfr. la lett. del P. al C. in data 15 ottobre 1714.

(2) Cfr. la lett. cit. del 12 ottobre 1714, in fine.

(3) Cfr. la lett. del P. al C. in data 16 novembre 1714.

(4) Cfr. il mio cit. lavoro su I codici del Quadriregio in l. cit., n. 11.

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che da esso si potevano ricavare (1) Ma poiché il Canneti
non aveva alcuna voglia di tornare ad occuparsi del pa-
ziente e noioso studio comparativo dei testi a penna, pre-
venne l'amico con lo spedirgli da Perugia i due manoscritti
estensi, di cui si era servito fino ad allora, affinché facesse
lui tutti i confronti necessari tra essi e quello recentemente
trovato (2) Il Pagliarini avrebbe voluto sottrarsi a questa
nuova fatica, tantopiù che allora la sua salute era alquanto
malferma; ma non ci riuscì e, ricevuti i due codici estensi,
si mise subito a studiarne l'antichità e scopri che essi non
erano più antichi del boccoliniano (3): ragione di più per
tener conto di questo nella formazione del nuovo testo del
Quadriregio. Poco dopo, si diede principio ai riscontri delle
varie lezioni (4); ma chi attese a questo lavoro non fu
certo il solo Pagliarini. Infatti egli, tutte le volte che ac-
cenna ai nuovi confronti, si esprime sempre in passivo (5):
ciò che fa subito supporre che non si trattasse d'un solo

esaminatore. Se ne occupavano con lui il possessore del

codice recentemente scoperto e due altri accademici folignati
Apollonio Boncompagni e G. B. Nuccarini (6). I quali tutti,
mentre facevano lo spoglio delle varianti che si sarebbero
poi stampate a fianco del testo poetico, venivano anche
opportunamente notando « tutti i passi degni d’illustrazione
o per le voci o per l’istoria o per altro » come pare avesse
suggerito il Canneti (7). E qui troviamo un primo accenno
a una divisione del commento secondo il carattere delle

(1) Cfr. la cit. lett. del 16 novembre 1714.
(2) Cfr. la lett. del P. al C. in data 17 dicembre 1714.

(3) Cfr. la lett. del P. al C. in data 30 novembre 1714 e la cit. del 17 dicembre
successivo.

(4) Cfr. la lett. del P. al C. in data 24 dicembre 1714.

(5) Cfr. per es. la stessa lett. del 24 dicembre 1714 e quelle dello stesso P. al
C. in date 22 e 29 marzo 1715.

(6) Cfr. la lett. del P. al C. in data 22 novembre 1715. Cfr. anche su questi per
sonaggi la prima parte del presente lavoro.
(7) Cfr. la cit. lett. del 29 marzo 1715 e la cit. lett. del 24 dicembre 1714. L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 125

note stesse, ciò che si determinò anche meglio in seguito
per quella ripartizione del lavoro illustrativo, che ormai
non si farà molto attendere.

Ma così si era già al principio del 1715 senza che fosse
ancora incominciata la stampa del poema, nè fosse pronta
la Dissertazione del Canneti. Ed intanto si era già avuta
un'altra provocazione da parte dei letterati bolognesi, con
la pubblicazione di un’opera biografica apparsa durante il
1714 coi tipi di un’editore di Bologna, in cui sotto il nome
di Niccolò Malpigli si leggeva: « Il Dottor Ovidio Montal-
« bani, Soggetto Illustre per le Opere date alle stampe e
« per le rare Notizie. e MS. antichi raccolti, godeva il gran
« Poema di esso Malpigli, che ora possiede il Dottore Bec-
« cari con l'Arma e Nome nel fine di detto Montalbani, il
« qual Poema fu trascritto fino dal 1430 da Tommaso Leoni,
« Bolognese, di cui in principio è l' Arme miniata, e nella
« prima lettera del Poema vi è il Ritratto dell’ Autore Mal-
« pigli (D, ed é sopra i Regni d'Amore, di Satanasso, dei
« Vizii e delle Virtù, lavorato alla guisa della Commedia di
« Dante, ed é lo stesso, che nel 1511 e per conseguenza,
« circa 100 anni dopo esso Malpigli, fu impresso, con titolo
« improprio di Quadriregio, sotto nome di Fra Federico
« Frezzi Vescovo di Foligno, come nota nel suo Vocabolista
.* Bolognese il Montalbani, a fol. 37, il che conferma ancora
« AD. Giusto Fontanini, et il Crescimbeni fol. 124, 125, 126
« nella seconda parte (2). Sopra detto Quadriregio, che fu ri-
< Stampato quattro volte, nel cadere del 1400 e nel princi-

(1) Cfr. quel che ho detto in proposito nel principio della seconda parte di
questo lavoro, e il mio cit. studio su 7 codici del Quadriregio, n. 2.

(2) Ma l’autore dimentica o vuol dimenticare qui che il Crescimbeni, oltre alle
riserve pubblicate nei luogo da lui citato, aveva anche fatto seguire nel vol. 1V dei
suoi Commentari stampati nel 1711 una chiara difesa del Frezzi, che il lettore, del
Testo, avrà già trovato nelle pagine precedenti di questo lavoro.

Quanto al Fontanini, l'autore non poteva sapere, forse, che egli aveva fatto
già per lettera, come dissi, nel 1712 quella ritrattazione, cheapparve per le stampe
molto più tardi.

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126 E. FILIPPINI

« piare del 1500 (1), stà scrivendo un'erudita dissertazione
« il Dottor Pier Francesco Bottazzoni, per levare ogni equi-
« voco circa l'Autore del medesimo » (2). Le quali ultime
parole scritte e stampate dall'Orlandi, evidentemente, col
consenso dello stesso Bottazzoni, dimostrano ancora una volta
la maligna intenzione di costui (3).

Ad onta di quest'ultimo spauracchio bolognese, nell'Ac-
cademia folignate tutto procedeva con grande lentezza e per-
ché il Canneti, pur continuando a ricevere dal Pagliarini nu-
merose notizie storiche sul Frezzi e sul Quadriregio (4), aveva
sempre per le mani le lettere del Traversari che forse voleva
pubblicare at-più presto (5), e perchè il Pagliarini si trovava
stretto da altre occupazioni (6). Tuttavia questi non trascurava

(1) Veramente le edizioni del poema apparse in questo periodo di tempo sono
ben sette. Cfr. in proposito il mio cit. studio su Le edizioni del Quadr.

(2) Cfr. le Notizie degli scrittori bolognesi e delle opere loro stampate e mano-
scritte, raccolte da FRA PELLEGRINO ANTONIO ORLANDI da Bologna ecc. (Bologna,
Pisarri, 1714), pagg- 216-217 e 253. Di questo scrittore, per ciò che si riferisce al Lioni
e non per quanto riguarda il Bottazzoni, si occupò in seguito il Canneti nei capp. 28
e 32 della sua Diss. Cfr. anche il mio cit. studio su 7 codici del Quadr., n.2, in nota.

(3) Esse servirono certamente a inspirare molto più tardi le parole sopra ri-
portate del FANTUZZI.

(4) Cfr. tutte le lettere citt. dal 4 novembre 1712 al 24 dicembre 1714. A queste
ne segue un' altra senza data, ma che dev'essere dei piimi mesi dei 1715 anche per
la ,sua posizione nel volume delle Lett. Orig. del I°. al C , ed in cui non si dànno
che notizie storiche e bibliografiche.

(5) Cfr. la lett. cit. del 22 marzo 1715. — Della preparazione di quest' opera
aveva già pubblicato l'annunzio con parole molto lusinghiere il « Giornale dei Let-
terati d'Italia », tomo XIII (1713), a pazg. 484-185. Ma come dice anche l'Anist in op.
cit., vol. III (1741), pag. 260, non riuscì mai a pubblicarla; solo lasciò un copioso
ms. di « Adnotationes super Epistolis B. Ambrosii Camaldulensis, opus laboriosis-
simum >», che non so dove ora si trovi. Le lettere del Traversari con le note del
Canneti apparvero per le stampe, come é noto, molti anni più tardi della morte
del Canneti (1730) e precisamente nel 1759 a Firenze per opera del Mrncus che le
pubblicò sotto il titolo di Ambrosii Traversari epistulae a Petro Canneto in libros
XXV tributae. Ma riuscì una raccolta alquanto confusa per la cronologia delle let-
tere, sicché si rese necessario il recente Riordinamento dell’ Epistolario di A. Tra-
versari ecc. (Firenze, Franceschini e C. 1898-1903) pubblicato da F. P. LuIso, che»
studia tutta l'opera dell'illustre umanista. Cfr. in proposito J| Quattrocento di V
Rossi (Milano, Vallardi), pag. 409, nota alla pagg. 25-26, e la sua recensione alla pub-
blicazione del Luiso in « Rassegna bibliografica ecc. del D' ANCONA, ann. XII (1904),
pagg. 130-131. :

(6) Cfr. la cit. lett. del 16 novembre 1714. Oltre a quelle brighe gliene capitò
presto un'altra, di cui si parla in una lett. dello stesso P. al C. in data 1 febbraio
L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 127

la sua parte di lavoro (1), ed alla metà del febbraio pensava di
far presto una scorsa fino a Perugia per intendersi col Canneti
sulle varianti fino ad allora raccolte (2). Ma non so se egli
mantenesse la promessa, perchè la scarsa corrispondenza
epistolare del Pagliarini in quest'anno non mi offre alcuna
notizia in proposito. In marzo il Canneti si ammalò (3) e il
Pagliarini che già aveva perduto per parecchi mesi l’aiuto
del Nuccarini trasferitosi a Roma come medico della prin-
cipessa Grillo -Panfili (4), rimase per qualche tempo anche
senza il Boccolini che era dovuto andare nelle Marche (5).
In primavera cadde gravemente infermo anche il Pagliarini
e n'ebbe per tutta l'estate, nè potè applicarsi ad alcuno stu-
dio fino al novembre, in cui, grazie al riposo e all’aria di cam-
pagna, credette d’aver riacquistato tutte le sue forze. Di più,
il Boccolini ritornato a Foligno perdette nel maggio anche
l’aiuto del Boncompagni, chiamato a Napoli come mastro
di camera della principessa Boncompagni-Ludovisi. Il Pa-
gliarini contava sul ritorno del Nuccarini e del Boncompa-
gni, che sarebbe avvenuto alla fine dell’ anno, per condurre
a termine lo studio delle varianti (6) e intanto non potè far
altro che spedire al Canneti il manoscritto del libro I del
Quadriregio con le varianti osservate e nel settembre re-
carsi col Boccolini a Perugia per definire alcune questioni

1715, che per brevità non metto in appendice, sebbene contenga la notizie di uno
scritto inedito di lui. Pare cioè che scrivesse una memoria « sopra il grado di questo
« Consiglio (Comunale ?) e nobiltà de’ Consiglieri al medesimo aggregati ».

(1) Nella cit. lett. del 1 febbraio é detto appunto che: « La necessità di ricer-
« care le anticaglie del Consiglio non mi ha fatto dimenticare il Quadriregio: ha-
« verei da dirle molte cose intorno alle varie lezioni sinora osservate, ma riservo a
« farlo quando haverò più tempo e più carta da scrivere ».

(2) Ciò appare da un’altra lett. del P. al C. in data 15 febbraio 1715, che non
metto in appendice per la stessa ragione e dove si legge: « È facile che prima di
« Quaresima mi occorra venire in Perugia: riserbo allora di portar meco i riscontri
« del Quadriregio ».

(3) Cfr. la lett. cit. del 22 marzo 1715.

(4) Cfr. la lett. cit. del 22 novembre 1715.

(5) Cfr. la lett. cit. del 29 marzo 1715.

(0) Cfr. la lett. cit. del 22 novembre 1715.

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198 E. FILIPPINI

sorte dopo che il Canneti stesso avea corretto quella parte
del poema (1). Questi dovette meravigliarsi non poco della
lentezza con cui si lavorava a Foligno, e il Pagliarini,
senza accennare alle condizioni in cui si era trovato entro
l’anno, si lasciò forse uscire qualche promessa di maggior
sollecitudine, che poi non poté mantenere. Per questo il
Canneti gli scrisse entro il mese un po’ vivacemente; e al
lora il suo amico gli rispose dicendogli tutta la verità e
concludendo che prima del nuovo anno non era possibile
riprendere con vigore il faticoso studio delle varianti (2).
Ma la ragione principale del ristagno che avevano su-
bito gli ‘studi frezziani a Foligno nel 1715, il Pagliarini non
laveva ancora accennata. I preparativi per la solenne ac-
clamazione della principessa Grillo-Panfili, stabilita per il
2 dicembre (3) avevano fatto perdere un po' la testa a lui
e al Boccolini. E una ragione simile fece si che anche nel
1116 quegli studi non progredissero molto, poiché in tutto
quell’anno, come abbiam visto, i principali Znvigoriti non
si occuparono che delle strepitose onoranze rese al Mag-
giordomo pontificio Mons. Niccolò Giudice ed alla stessa il-
lustre consocia eccelsa (4). Il Canneti, informato a tempo di
questo secondo avvenimento dallo stesso Pagliarini (5), non
pare facesse altre insistenze per affrettare il compimento
del lavoro critico sul Quadriregio : lo vedeva dapprima troppo

(1) Cfr. la lett. del P. al C. in data 2 settembre 1715, nella quale notiamo che
lo scrivente esprime il suo compiacimento nel vedere il testo del poema ripulito
sempre più con le correzioni del suo dotto amico e nel vedere fissato il titolo tra-
dizionale di Quadriregio all’ opera, sebbene questa parola sia, anche per consenso
del Salvini, parola barbara. Cfr. su questo particolare il prg. XLV della Diss. del
Canneti, dove si allude anche alla stessa lettera serittagli dal Salvini nel 1712; a cui
alludeva il Pagliarini nella sua del 2 settembre 1715. Quella prima lettera del Sal-
vini al Pagliarini, che dimostra la loro amicizia, forse conteneva un. primo accenno
alla sua opinione sulla paternità del Quadr.

(2) Tutto questo si apprende dalla cit. lett. del 22 novembre 1715.

(3) Cfr. la prima parte del presente lavoro, sotto l'anno 1715.

(4) Cfr. la prima parte del presente lavoro, sotto l’anno 1716.
(5) Cfr. la cit. lett. del 13 gennaio 1716. L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 129

occupato nell’ orazione in onore dell’ intellettuale principessa
(1), e sapeva dappoi che era in condizioni di salute troppo
gravi per poterlo obbligare a quella ingrata fatica. Infatti sem-
bra che il Pagliarini non si fosse completamente guarito dalla
malattia sofferta nella precedente estate, ed ora era rica-
duto in una nevrastenia che dava non lievi timori al suo più
grande amico G. B. Boccolini (2). Ma dentro di sè il Canneti
non poteva far a meno di dolersi di un andamento di cose,
che non si poteva prevedere come e quando sarebbe cessato.
E pur sapendo il triste stato del Pagliarini teneva il broncio
con lui e gli faceva perfino sospirare per sette lunghi mesi
l'orazione panfiliana che l amico, secondo il suo solito, gli
aveva mandata manoscritta a esaminare e correggere (3).

Quando la salute del Pagliarini miglioró e l'Accademia
eol 26 ottobre chiuse quel periodo di attività oratoria e poe-
tica in onore degli ultimi due: illustri soci, allora soltanto si
tornò a parlare dell’ edizione critica del Quadriregio e dal
Pagliarini stesso partì il proposito di riprendere con lena
il lavoro interrotto per condurlo a termine prima della fine
dell’anno e « dar poi mano alla nuova ristampa » (4). Anzi,
pochi giorni dopo, questo proposito pareva già cominciasse
a diventar realtà (5). Ma anche questa volta egli non fece
che illudersi sulla possibilità di continuare e finire in breve
l’opera ripresa, e poco dopo i principali Accademici furono
‘nuovamente distratti da altri avvenimenti, per cui anche il
1717 fu un anno perduto per la ristampa del poema del

(1) Cfr. la stessa lett. del 13 gennaio 1716.

(2) Cfr. la cit. lett. del Boccolini al C. in data 15 maggio 1716.

(3) Cfr. la prima parte del presente lavoro, sotto l’anno indicato. :

(4) Cfr. la lett. del P. al C. in data 21 settembre 1716 e quella già cit. del 30
ottobre dello stesso anno. Ma giova osservare che anche il Bocoolini nella sua lett.
Cit. del 3 ottobre 1716 aveva espresso lo stesso proposito.

(5) Infatti in una breve lettera del P. al C. in data 2 novembre 1716, che non
pubblico per la solità ragione, é detto: « Godo per grazia di Dio tanto di salute da
« poter applicare alla terminazione del lavoro intorno al Quadriregio, che si pro-
« seguirà incessantemente per darlo sollecitamente alle stampe con la segretezza
« che con somma prudenza avvertisce V. P. Revma ».

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130 : E. FILIPPINI

Frezzi. Prima la morte del vescovo Malvicini- Fontana, poi
le nozze dell'Ambasciatore Cesareo il principe di Galles con
la contessa Ernestina di Dietrichstein, la raccolta poetica di
Comacchio, la lettera-circolare del Gigli sul Vocabolario Cate-
riniano, le vittorie del principe Eugenio di Savoia e final-
mente la fondazione d'una colonia d’Arcadia in Foligno non
passarono inosservate per i nostri Anvigoritài che, come ab-
biamo visto (1) fecero ben piü che rivolgere la loro atten-
Zione a tutte queste cose in un anno solo con adunanze e
pubblieazioni speciali. Solo in una lettera dell'aprile si trova
un aecenno alla continuazione degli studi sul testo frez-
ziano (2); ma poi non se ne fa più parola per tutto il resto
del 1717, anzi non si sa neanche se la promessa di nuove
varianti raccolte e di alcuni passi oscuri da illustrarsi che
si faceva in quella lettera, sia stata poi attenuta (3).

In effetto il lavoro intorno al Qwadriregio non fu ripreso
che nel gennaio 1718 (4), sicchè poco dopo il Boccolini pen-
sava alla necessità di un altro viaggio col Pagliarini fino a
Perugia per stringere nuovi accordi col Canneti (5). Ma il
Pagliarini preferi mandare al Canneti il frutto degli studi fatti
sull'ortografia del testo, su varianti e passi oscuri che però si
riferiscono sempre al primo libro del poema (6). Per questa e
per altre ragioni che noi già conosciamo (la morte del Barugi

(1) Cfr. la prima parte del presente lavoro in alcune note alle biografie di G.
Pagliarini e di G. B. Boccolini e sotto l'anno 1717.

(2) Infatti in una lett. del P. al C. in data 16 aprile 1717, che si omette per
brevità,silegge il seguente poscritto: « Si é fatigato in questa settimana intorno al
« Quadriregio e tra pochi giorni manderò a V. P. Revma le varie lezioni e passi da
« illustrarsi del primo libro per mandar poi gli altri successivamente ».

(3) Nel volume delle citt. Lett. Orig. ecc. non si trovano, dopo la lettera del
16 aprile, fogli contenenti i promessi spogli.

(4) Cfr. la cit. lett. del P. al C. in data 24 gennaio 1718.

(5) Cfr. le citt. lett. del B, al C. in data 7 e 21 febbraio 1718.

(6) Cfr. la lett. del P. al C. in data 11 febbraio 1718. Anche le lett. dello stesso
Pagliarini in data 18 e 25 febbraio 1718, che non si traserivono qui per brevità, par-
lano di varianti. "

Pi

L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 181

e le poche vacanze del Boccolini) (1), la gita fu rimandata ai
primi di maggio (2). Dopo questa gita, seppure avvenne, il
lavoro, non so perche, fu interrotto di nuovo fino al principio
del 1719 (3) quando il Canneti promise una gita a Foligno che
doveva essere risolutiva e che apri il cuore del Boccolini
alla speranza di veder presto cominciata la ristampa del
poema frezziano « troppo per verità differita e forse con
qualche scandalo dei letterati » (4). Ma il Pagliarini in quei
giorni aveva troppo da fare per il passaggio d'un esercito
tedesco (5) e questo fu forse il motivo per cui anche il Can-
neti ritardó la sua venuta: ció che rattristó non poco il
Boccolini, sebbene il Canneti, dovendo lasciare la sede di
Perugia per quella di Fabriano, non potesse fare a meno di
passare un giorno o l'altro per Foligno (6). Cosi pare che
il Canneti non si movesse prima dell'aprile 1719 (7), ma
che cosa facesse a Foligno io non posso dire in modo pre-
ciso (8). Certo però la sua andata non fu inutile.
Soprattutto il Canneti dovette interessarsi direttamente
per dar sollecito principio alla ristampa. Ma il Pagliarini
in quest'anno, se non era malato, aveva tuttavia bisogno di

(1) Ofr. la prima parte del presente lavoro, sotto l'anno 1718. Dalla fcit. lett.
però del B. al C. in data 18 marzo 1718 appare che anche il Canneti av
pato qualche impedimento da parte sua.

(2) Così è detto nella cit. lett. del P. al C. in data anch'essa del 18 marzo 1718.

(3) Solo in un poscritto d'una lett. del B. al C. in data 8 agosto 1718 si legge
una notizia che non riguarda le varianti, ma che dimostra che si facevano intanto
altre ricerche utili per la Diss. del Canneti. Il poscritto dice : « Federico Frezzi in
< due Istrumenti si è ritrovato nel 1395 nominato, il che comprova la realtà del
« nome e del cognome, e della Patria. Meglio al ritorno del sig. Pagliarini. Bisogna
« certamente ultimar questo fatto o per dir meglio questo pensato da farsi ». Di
questi atti pero, che non hanno che fare con quelli già annunziati nelle lettere del
P. in data 30 gennaio e 3 febbraio 1713, non si parla più in seguito nei due carteggi
del P. e dei B. Ma il C. ebbe ugualmente le notizie relative, come dimostra il prg.
XIII della Diss. 4

(4) Cfr. la lett. del B. al C. in data 23 gennaio 1719.

(5) Cfr. le lett. del B. al C. in date 23 e 30 gennaio 1719.

(6) Cfr. il principio della cit. lett. del B. al C. in data 30 gennaio 1719.

(7) Così appare dal principio della lett. del B. al C. in data 12 (?) aprile 1719.

(8) Nulla infatti si può desumere sulla venuta del Canneti a Foligno dalla lett.
ora cit. del B., né dall’epistolario del P., in cui mancano affatto lettere di quel mese.

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132 E. FILIPPINI

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riposo e già si preparava per andare a passare alcuni mesi
in Annifo (1), che era il suo luogo preferito di villeggiatur:
estiva (2) Era quindi necessario che nella sua assenza un
altro £Rinvigorito lo sostituisse in tuttoció che occorreva a
mandare avanti il lavoro intrapreso sul Quadriregio e fa-
cesse cominciare possibilmente la ristampa di quella parte
che ora si poteva dire già pronta. A questo scopo si fecero
delle pratiche per indurre ad accettare la sostituzione l’uomo
più adatto dopo di lui, cioè il Boccolini: pratiche alle quali
non dovette essere estraneo il Canneti. Senonchè anche il
Boccolini aveva intenzione di lasciare Foligno durante l'estate,
e per questo egli si riservò di deliberare. Ma le insistenze
furono tali e tante che egli rinunziò al suo disegno e si la-
sciò « persuadere a restare in Foligno »; e il Pagliarini,
informando di ciò il Canneti con evidente soddisfazione, ag-
giungeva che. egli avrebbe dato « gran calore alla stampa
« del Quadriregio e che sia il vero » (3).

L'attività del Boccolini si vide subito nel sollecitare un
contratto regolare col tipografo che si assumeva l'impres:
dell’ edizione. Questi era quello stesso Pompeo Campana,
che era stato proposto dal Pagliarini fino dal 1712. Ma il
contratto non fu firmato se non dopo maturo esame per
tutte le garanzie occorrenti, e fu firmato anche dal Paglia-
rini prima della sua partenza per Annifo entro il luglio di
quell’anno 1719 (4). In nessuna lettera si parla della sostanza

(1) Infatti in una lettera del B. al C. in data del luglio 1719 (senza indicazione
del giorno) si parla di prossima partenza del Pagliarini per questo paese.

(2) Ciò appare dalle lettere citt. degli anni precedenti e dalla parola solita che
il B. pone vicino a villeggiatura nella lett. ora cit.

(3) Queste parole sono tratte appunto da una lettera del P. al C. in data 9 mag-
gio 1719, che non riferisco intera per brevità e perché non contiene altro d'impor-
tante. L'interesse stesso che il P. dimostra nel dar la notizia della decisione del B.
al C., é prova anche di quello del C. nell'apprenderla e nell'averla agevolata.

(4) Cfr. la lett. cit. del luglio 1719. Non ci é noto il giorno preciso della firma,
perché, sebbene in questa lettera .il B. dica che ne avrebbe avvertito subito il C.,
non ci è pervenuta la lettera d'avviso. Vedremo poi perché ciò non poté avvenire
dopo il 24 luglio 1719.

eem L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 133

di esso; ma giova credere che le condizioni fossero van-
taggiose per l'Accademia, come lascia sperare il Boccolini
prima della firma (1). Contemporaneamente fu firmata da
alcuni Accademici folignati l'obbligazione a pagare le spese
occorrenti secondo gli accordi presi fin dal 1711; ma mi
duole di non poter fornire più minuti particolari neanche
su questo atto importante (2). Il tipografo Campana fece
subito a una delle vicine cartiere l’ ordinazione della carta
a mano, che era stata scelta insieme coi caratteri secondo
le norme del contratto (3). E il Boccolini alla sua volta spedi
alle autorità ecclesiastiche competenti il nuovo testo del
Quadriregio per ottenere il necessario émprimatur (4). Ma qui
la sua attività dovette arrestarsi, perché lungo fu il lavoro
dei diversi revisori ecclesiastici (5), ed il permesso di stampa
non si potè avere con quella sollecitudine che egli forse
desiderava. Così avvenne che il Pagliarini tornò da An-
nifo e l'Accademia si elesse un nuovo Principe nel mese
di novembre (6), senza che ancora si fosse posto mano
alla stampa, del poema ripulito. In mezzo a questi indugi il
Boccolini, che intanto non istava in ozio, ebbe tempo di
lavorare largamente attorno alla sua opera Degli scrittori
dell'Umbria e del Piceno che voleva pubblicare entro il pros-

(1) Cfr. la stessa lett. del luglio 1719. Nella quale é notevole anche quest’ altra
prova dell'attività del B., la raccomandazione cioé fatta al C. di ricordare (al tipo-
grafo ?) la necessità di affrettare la ristampa.

(2) Vedremo l'aecenno a questo atto in una lettera del P., che riferirò in parte
fra poco. Sappiamo soltanto che i firmatari erano otto, come dimostra un’ altra let-
tera posteriore.

(3) Cfr. la lett. del B. al C. in data 24 luglio 1719, in cui è detto che in quel
giorno non era ancora giunta la quantità di carta ordinata. Ignoro quale fosse la
fabbrica fornitrice della carta, in cui si vede come marca filigranata il giglio con
sopra la maiuscola A. Il FALOCI-PULIGNANI, che ha stampato recentemente in « Bi-
bliofilia » (Giugno-luglio 1909) un interessantissimo studio su Le antiche cartiere di
Foligno, non registra questa marca.

(4) Anche questo vedremo fra poco nella lettera del P. non ancora indicata.

(5) Tre erano le autorità che dovevano dare il loro assenso per questa pubbli-
cazione: il Generale deil'Ordine Camaldolese a cui il Canneti apparteneva, il Ve-
scovo di Foligno che allora era il Battistelli, e l'Inquisitore di Spoleto.

(6) Cfr. la prima parte del presente lavoro, sotto l'anno i719.
134 : E. FILIPPINI

simo anno (1), e di preparare e compiere la stampa del
noto Catalogo degli Accademici Rinvigoriti di Foligno con le
loro costituzioni e capitoli che apparve, come s'é detto, col
nome di molti soci nuovi e illustri prima che si chiudesse
il 1719 (2). Anzi cominciò il 1720 e il manoscritto del Qua-
driregio non tornava ancora munito della sua « licenza dei
Superiori ».I Ainvigoriti, seccati di un simile ritardo, dovet-
tero fare parecchi passi ed istanze per disbrigare la fac-
cenda con la maggiore rapidità possibile (3). Ma mentre essi
speravano di avere di giorno in giorno il desiderato 2m-
primatur dell'Inquisitore di Spoleto, che era il piü impor-
tante ed il più difficile a ottenere, questo si fece attendere
fin quasi alla metà del 1120 (4). Quello dovette essere cer-
tamente giorno di festa per l'Accademia folignate e special-
mente pel Pagliarini e pel Boccolini, che forse davano al
ritardo del permesso inquisitoriale una ragione di scontento
per un'opera così laboriosa, e che finalmente si erano li-
berati come da un gran peso. Il Boccolini poi era doppia-
mente contento, perché poteva, con la notizia che a giorni
si sarebbe cominciata la ristampa del poema, comunicare
al Canneti una preziosa lettera del Barutfaldi contenente le

(1) Cfr. la prima parte del presente lavoro, sotto Boccolini, e la lett. del B. al
C. in data 17 novembre 1719.

(2) Cfr. la prima parte del presente lavoro, sotto l'anno 1719.

(3) Cio si desume dal seguente brano della lett. del P. al C. in data 22 febbraio
1720, che non riferisco intera per brevità: « Per il Quadriregio ancor si pena per
« haver l'imprimatur stando per anco l'opera in mano dei revisori. Della carta già
« ne sono lavorate trenta e più risme, lo stampatore é concordato, é sottoscritto
« lobbligo degli interessati nella stampa, sicché a momenti o per meglio a giorni
« haverà questa, piacendo a Dio, il suo principio ».

(4) Non è possibile stabilire la data di questo atto, perché non solo non la
trovo indicata nelle lettere scritte in quest'anno dal P. e dal B. al C. e pervenute
fino a noi, ma neanche nell’ edizione del poema, dove se non mancano gli Zmprí-
matur della Diss. del Canneti e dei commenti contenuti nel vol. II, manca bensì
quello che si riferisce al poema contenuto nel vol. I. Solo il B. nella lettera del 10
maggio 1720 dice che la revisione allora era' in fine e credo che si riferisca ap-
. punto alla revisione di coloro che dovevano dare il permesso di stampa. L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI »- DI FOLIGNO, ECC. 135

illustrazioni e le postille del codice ariostesco del Quadri
regio da lui posseduto (1).

Ma giorno di festa anche maggiore dovette essere per
essi quello in cui i due dotti £invigoriti, dopo aver conse-
gnato il manoscritto della nuova edizione al tipografo Cam-
pana (2), poterono averne le prime prove di stampa. Quel
giorno fu il 2 di agosto 1720 e restò consacrato in una let-
tera di gioia del Pagliarini (3). Il quale forse aveva ritar-
dato a bella posta la sua partenza per la solita villeggia-
tura estiva (4), ed appena avuto il primo foglio di stampa (5)
lo spedi al Canneti com’ era uscito dal torchio, affinchè lo
rivedesse con cura e sollecitudine (6) e partecipasse anche
lui a quella intima gioia accademica. La nave, in verità,
era ancora lungi dall’ esser varata; ma era già molto se
dopo tante vicende se ne poteva ormai scoprir la punta
della prora nel cantiere.

(Continua). E. FILIPPINI.

(1) Cfr. la lett. del B. al C. in data 24 maggio 1720, in cui è detto che di lì a pochi
giorni si sarebbe cominciato il lavoro tipografico. Per conseguenza l’ imprimatur
giunse fra il 10 e il 24 di quel mese. Quanto alle notizie del Baruffaldi, che ab-
biamo già visto desiderate anche dal Pagliarini, il Boccolini credeva che potessero
servire ad abbellire la ristampa del poema, mentre servirono poi soltanto per ab-
bellire la Diss. del Canneti, di cui cfr. i prgg. VII e VIII che la contengono. Ciò é
spiegato molto bene da una lettera senza data del P. al C., ma che dev'essere po-
steriore di pochi giorni a quella testé richiamata del Boccolini: per questo l ho
collocata in appendice subito dopo quella dell’ 11 febbraio 1718. Appare dalla lettera
del Pagliarini che egli avrebbe volentieri tenuto conto delle osservazioni arioste-
sche nella ristampa del testo frezziano, purché lo avesse approvato il Canneti. Ma
questi preferì invece parlar lui di tutto ciò che riguardava il codice del Baruffaldi
nella sua Diss.

(2) La consegna dovette avvenire intorno al 24 maggio 1720, data della lett.
ora cit. del B.

(3) Cfr. la lett. del P. al C. in data 2 agosto 1720,

(4) Cfr. la stessa lett. del 2 agosto 1720.

(5) Fa meraviglia che dopo due mesi di lavoro tipografico intorno al Quadr.
fosse. pronto un solo foglio di stampa.

(6) Infatti il Pagliarini diceva, nella lett. ora cit., che non si sarebbero stam-

pati altri fogli se prima non fosse tornato quel saggio col parere favorevole del
Canneti.
— ici
— vr — —

(COIT > A

137

LA FAMIGLIA VITELLI

DI CITTÀ DI CASTELLO

E LA REPUBBLICA FIORENTINA FINO AL 1504

CAPITOLO I.

I Vitelli e Lorenzo dei Medici.

I gloriosi comuni italiani che fiaccarono a Legnano la
potenza del Barbarossa, dopo conquistata la loro indipen-
denza dall'impero, si dettero alle espansioni territoriali, le
quali portando per necessità la esclusione dei vinti dal go-
verno diretto della città vincitrice, suscitarono contro il
limitato numero dei governanti il malcontento della classe
sempre più numerosa dei governati, e furono una delle
principali cause del sorgere delle fazioni. Con l’ appoggio
della fazione vincitrice nelle lotte civili dei singoli comuni,
il capoparte di quella accentrò a poco a poco nelle sue
mani la somma della cosa pubblica (1), e così nei secoli XIV
e XV quasi dovunque i comuni avevano dato luogo alle Si-
gnorie. Di queste, alcune, appena sorte, scomparvero; altre
espandendosi a danno dei vicini, assursero a grandi Stati;
altre, infine, attorniate da competitori gelosi e potenti, fu-
rono costrette a vivere in tanto limitati confini che non potendo
i signori di quelle trarre dal loro piccolo stato il sostenta-
mento necessario allo sfarzo delle loro corti, si dettero al

(1) Sulle cause che originarono la trasformazione dei Comuni in Signorie vedi
VILLARI P., Niccoló Macchiavelli e i suoi tempi, vol. I, introduzione.
138 G. NICASI

mestiere delle armi per procurarsi, al soldo dei grandi po-
tentati, le ricchezze che non avevano.

Fra le famiglie di signori meno potenti per il limitato
territorio loro soggetto, ma più famose per il numero di
esperti e reputati condottieri che le illustrarono, fu certa-
mente quella dei Vitelli che dominò Città di Castello nel-
l' Umbria.

La famiglia Vitelli fu tratta dall’oscurità da Vitellozzo
Vitelli, che, espulso nel 1428 come uno dei principali autori
delle discordie civili tifernati e riammesso nel 1432 (1) aveva
ricevuto dal pontefice Eugenio IV nel 1440 il vicariato di
Città di Castello (2): ma il vero fondatore della potenza di
quella famiglia fu Niccolò Vitelli che ebbe poi il titolo di
Padre della Patria. :

Niccolò Vitelli nacque nel 1414 da Giovanni Vitelli, fra-
tello di Vitellozzo e da Maddalena dei Marchesi di Petriolo (3).
Mortogli il padre nel 1415 ed educato dallo zio, dovette di-
videre con questo l’esilio nel 1428 e la riammissione in pa-
tria nel 1432. Recatosi poi a Roma, ebbe dal pontefice Eu-
genio IV onorifici incarichi: nel 1442, a 28 anni, tornò in
patria per unirsi in matrimonio con Pantasilea, unica figlia
di Giovanni Liso Abocatelli, di anni 13, la quale gli era data
in sposa per consiglio ed imposizione di Pietro Paolo di
Spello, commissario pontificio, allo scopo di fare tra loro con-
ciliare le due famiglie Vitelli e Abocatelli, fino allora nemi-
che. Il matrimonio però non valse a sopire le discordie:
tanto che Niccolò, non sentendosi sicuro in patria, dopo il
nono giorno di matrimonio, tornò a Roma (4) Fu poi nel
1446 governatore di Todi e nel 1450 podestà di Firenze,
dove si strinse in intima amicizia con i Medici. In quell’anno

(1) LITTA, Famiglie celebri italiane, Tavola 6." I Vitelli di C. di Castello.

(2) CIPOLLA, Storia delle Signorie italiane dal 1313 al 1530, pag. 569.

(3) Muzr, Memorie ecclesiastiche e civili di C. di Castello, vol. II, pag. 30 e segg.
(4) MuUZI, op. cit., fasc. 25, pag. 15. LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 139

fu creato cavaliere dal pontefice Niccolò V (1) e nel 1452 fu
podestà di Siena. Oratore al Papa per i tifernati nel 1453,
podestà di Lucca nel 1461, alla morte dello zio Vitellozzo,
avvenuta il 16 agosto 1462, ritornò in patria, dove per man-
tenere il potere nella sua famiglia prese a secondare la fa-
zione popolare contro quella dei nobili (2), che aveva sem-
pre osteggiata la famiglia Vitelli, perchè di origine plebea
e proveniente dal contado.

La fazione dei nobili, nella quale primeggiarono le fa-
miglie dei Giustini e dei Fucci, forti di censo e di aderenze,
aveva per capo Lorenzo di Amedeo Giustini, nobile, dot-
tore (3), cavaliere e confidente del papa Paolo II. Lorenzo,
per combattere Niccolò e per assodare la propria potenza,
ottenne per decreto del Pontefice alcune riforme nel governo
di Città di Castello, che tendevano ad assicurare il potere
nei nobili escludendone i popolari. Niccolò, impossibilitato a
sostenersi contro i nobili appoggiati dal Papa, ricorse al de-
litto e nella notte dell'8 aprile 1468 fece sorprendere dai
suoi partigiani nelle loro case i Fucci e i Giustini in modo
che furono uccisi nove dei primi ed otto dei secondi. Coloro
che scamparono dalla strage fuggirono a Roma, dove, per
bocca di Amedeo Giustini e di Lorenzo, reclamarono il loro
ritorno in patria ed accusarono Niccolò di tirannia. Il Papa
oltremodo sdegnato inviò monsignor Lorenzo, vescovo di

(1) In Città di Castello furono consegnate a Nicolò Vitelli le insegne del grado
con insolita pompa. Vedi A. FABRETTI, Biografie dei capitani venturieri dell’ Umbria.
— Nicolò Vitelli.

(2) LITTA, Op. cit., tav: I, I Vitelli.

(3) Il Giusttni aveva studiato a Perugia, ma sembra che non avesse diritto al
titolo di dottore. Infatti Pietro Angiolo di Giovanni, cronista porugino, racconta:
« A dì primo di Giugno 1464 vene in questa città [Perugia] Messer Lorenzo de Mes-
sere Amadeo da Castello, el quale voleva entrare Capitano del popolo, e benché lui
avesse el breve del Papa e fosse dottore e cavaliere nobele de sangne e avendo già
studiato in questa città, se oposeno a lui el Collegio dei dottori di questa e dice-
vano che lui non era legittimamente dottorato pertanto che esso non podde entrare
in ufficio e così fo recusato ». Vedi Cronaca di Pietro Angiolo di Giovanni, pubbli-
cata dal prof. O. SCALVANTI nel « Bollettino della R. Deputazione di Storia Patria
per l'Umbria », anno X, fasc. I, pag. 45.

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Spoleto e legato pontificio, a Castello per intimare al Vitelli
che si presentasse immediatamente a lui o che lasciasse
Città di Castello e si ritirasse relegato a 50 miglia da quella:
ma Niccolò, pure protestando la sua obbedienza al papa,
rifiutò l'uno e l'altro partito. Allora il Legato si ritirò con le
autorità pontificie e con i soldati di guarnigione abbando-
nando la città nelle mani di Niccolò.

I tentativi di componimento tra il Papa ed il Vitelli
non furono interrotti e durarono per circa due anni, durante
i quali la città fu amministrata da dodici rettori che infatti
erano. agli ordini di Niccolò.

Finalmente una ambasceria mandata dal comune al
papa il 15 febbraio 1470 e della quale faceva parte anche
Giovanni Vitelli figlio di Niccolò, potè venire ad una com-
posizione con il papa, il quale diresse nell’ aprile un breve
di assoluzione alla città ed accordò a Niccolò la conferma
dell’ investitura del vicariato di Città di Castello (1).

Il 6 agosto 1471 salì al pontificato Francesco della Ro-
vere, cardinale di San Pietro in Vinculis, che assunse il nome
di Sisto IV. Aveva egli, oltre altri parenti, quattro nepoti:
Giuliano e Giovanni, figli di Raffaello della Rovere suo fra-
tello, e Pietro e Girolamo, figli di Paolo Riario e di Bianca
della Rovere, sua sorella.

Giuliano della Rovere e Pietro Riario furono dal nuovo
papa eletti cardinali, il primo con il titolo di cardinale di
San Pietro in Vinculis, il secondo con quello di cardinale di
San Sisto. Invece Girolamo Riario, che si era dato al me-
stiere delle armi, fu dallo zio papa destinato a fondare una
signoria: e quindi, per ordine del Pontefice, il cardinale
Pietro Riario comprò per 40 mila ducati da Galeazzo Sforza
duca di Milano la città d’ Imola (tolta dallo Sforza al suo
legittimo signore Taddeo Manfredi) e ne investi il proprio

(1) CIPOLLA, op. cit., pag. 569. Cfr. FABRETTI, op. cit.

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LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 141

fratello Girolamo (1) Morto poi nel 1474 Pietro Riario e suc-
cedutogli nelle ricchezze il fratello Girolamo, che era già,
come si disse, signore d'Imola ed era divenuto, per prote-
zione dello zio papa, capo di tutte le forze militari della
Chiesa, si pensó dal Pontefice di procurare una signoria an-
che a Giovanni della Rovere, altro suo nipote e fratello
del cardinale Giuliano. Sembra che la città destinata in si-
gnoria a Giovanni della Rovere fosse appunto Città di Ca-
stello. (2).

Infatti fino da quando nel 1473 il legato apostolico car-
dinale Pietro Riario, dopo avere invano tentato di ridurre al-
l'obbedienza del pontefice Spoleto, chiamó ad una riunione in
Gubbio i vicarii pontificii delle Marche e dell' Umbria, Nic-
coló Vitelli, presentendo che il vero scopo di quella chia-
mata era lo impadronirsi della sua persona, si era, con un
pretesto qualsiasi, rifiutato di comparire (3). Ma nel 1474, al

defunto Pietro Riario, era succeduto nella iegazione ponti- ‘

ficia per l'Umbria il cardinale Giuliano della Rovere, il quale,
sottomesse prima Todi e Spoleto, si diresse poi con l' eser-
cito verso Città di Castello, insieme con Lorenzo Giustini
.che, confidente del Papa, era stato in tutto questo tempo il
consigliere e l’istigatore dei mali propositi del Pontefice
contro quella città. Niccolò Vitelli, vistosi in pericolo, chiese
aiuto a Lorenzo dei Medici, il quale avrebbe voluto impe-
dire che una città importante come Città di Castello, vici-
nissima alla Toscana, cadesse in mano del Pontefice e dei

(1) La compra della città d'Imola fatta da Pietro Riario fu la prima causa della
inimleizia tra le famiglie dei Riari e Pazzi da una parte e quella dei Medici dall’al-
tra. Lorenzo dei Medici, che aveva vivo desiderio di comprare Imola per la sua fa-
Miglia, sicuro che Sisto IV ed i Riarii non avrebbero mai potuto avere del proprio
la somma occorrente per quella compra, proibì alla ricchissima famiglia dei Pazzi
di prestare detta somma al Papa; ma non avendo i Pazzi ottemperato a tale impo-
sizione divennero nemici dei Medici.

(2) Il CiPoLLA nella sua Storia delle Signorie italiane cita il Brosch come pro-
clive a ritenere (sulla fede di un documento veneziano) che il Papa, d'accordo col
Re di Napoli, avesse fatto questo disegno sopra Città di Castello, pag. 570, nota 6.
(3) CIPOLLA, Op. cit , pag. 569.

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149 G. NICASI E

Riarii suoi nemici, ma non osando romperla con il papa,
non volle prendere apertamente le difese di Niccolò, limi-
tandosi solo à sovvenirlo di sotto mano di alcune squadre
di cavalli: troppo poche per il bisogno!

Il 28 giugno 1474 giunse l’avanguardia, guidata da Pie-

tro Ordelaffi, signore di Forlì, ed il 28 di detto mese, tutto
l’esercito pontificio era alle porte di Città di Castello. In
quello stesso giorno il cardinale Giuliano, per bocca del ve-
scovo di Nocera, chiese di essere ricevuto con i soldati den-
tro la città; ma Niccolò rispose che avrebbe permesso l'in-
gresso al Cardinale, con non più di 200 fanti di scorta, per-
‘chè non voleva che si rinnovassero in Città di Castello le
uccisioni ed i saccheggi, che le truppe pontificie avevano re-
centemente commesso, malgrado ogni assicurazione in con-
trario, a Todi e Spoleto. Dopo questa risposta il Cardinale,
quantunque i tifernati si protestassero fedeli al papa e si
trovassero ancora in Castello le autorità pontificie, pose as-
sedio alla città.

I tifernati sotto la guida di Niccolò Vitelli resistettero
eroicamente per ben sessanta giorni alle preponderanti forze
del nemico; ma il 28 agosto 1474 (1) Federico di Moltefeltro,
duca di Urbino (2), che per ordine del Papa era venuto a
prendere in quel giorno il supremo comando dell’ esercito
pontificio, avendo offerto al Vitelli onorevoli proposte di pace,
Niccolò, ormai stremato di forze e privo di vettovaglie, fu
costretto capitolare (9).

(1) Il Muzi nelle sue Memorie ecclesiastiche e civili di Città di Castello, fasc. 25,
pag. 45, scrive che il Duca di Urbino giunse a Castello il 23 agosto, ma il cronista
perugino Pietro Angiolo di Giovanni scrive invece che il Duca giunse al campo di
Città di Castello il 28 agosto 1474.

(2) Federico da Montefeltro aveva avuto la conferma del titolo di Duca di Ur-
bino da Sisto IV il 23 agosto 1474.

(3) È interessante, nella cronaca perugina di Piétro Angiolo, la narrazione
dettagliata delle varie fasi della resa di Città di Castello e del contegno tenuto in
quella occasione da Nicolò alla presenza del Cardinale, innanzi al quale si sarebbe
inginocchiato « e fra due volte detto Nicolò se mise in ginochione » (« Bollettino
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 148

Le condizioni della resa furono: che Niccolò Vitelli do-
vesse subito abbandonare con la sua famiglia Città di Ca-
stello e si dovesse sempre mantenere lontano da questa non.
meno di 15 miglia; che i suoi beni fossero confiscati, ma il
prezzo di quelli, a stima di due periti, gli venisse rimbor-
sato; che i tifernati non fossero puniti della loro ribellione
e che la città mantenesse i suoi statuti e la sua libertà.

Uscito Niccolò Vitelli il 31 agosto da Castello, il 1° set-
tembre vi entrò il legato pontificio, con Lorenzo Giustini e
gli altri esuli e, dopo lasciato in città un piccolo presidio,

subito se ne ripartì per Roma.

Niccolò ed il suo figlio maggiore Giovanni, si recarono
il 2 settembre a Roma per la ratifica delle condizioni di
pace, ed il 10 dello stesso mese si portarono con il resto
della famiglia a Gubbio, da dove andarono ad Urbino; nella
quale città Niccolò si trattenne ad attendere la stima che
dovevasi fare dei suoi beni confiscatigli, avendo intanto ri-
cevuto dal Papa, in conto del prezzo di quelli, 5000 ducati.

Il 18 dicembre stesso anno, per breve pontificio, veniva
deferita al duca Federico la nomina di un legale che avrebbe
dovuto risolvere con procedimento sommario « le contro-
versie che vertono o possino vertere ed essere mosse da
chiunque sopra i beni mobili ed immobili » di Niccoló Vitel-
li (1), ed il Duca, il 15 gennaio 1475, elesse a tale scopo il dot-
tore ser Gaspare Tagliaferri di Parma, che era vicario ge-

di Storia Patria per l'Umbria », anno IX, fasc. I, pagg. 92 e 93). Questa circostanza
viene invece smentita dal cardinale di Pavia Giacomo Piccolomini Amannati, il
quale, nella sua lettera 570, (riportata dal Muzi) narra sulla fede di un testimonio
oculare, che Nicolò al cospetto del Legato dette segno di animo ancora contumace
e più tosto di vincitore che di vinto e « non cecidisse in genua: non supplici usum
oratione, non facinoris poenitentiam ostendisse: levi tantum detectione capitis et
colli inclinatione, ad speciem non honorem, indicasse ibi esse Romanae Ecclesiae
cardinalem ». Vedi anche UGOLINI, I Duchi di Urbino.

(1) Tra le controversie vertenti sui beni di Niccolò Vitelli ve ne era una con
il marchese del Monte, della quale fu fatto arbltro dalle parti Lorenzo dei Medici
(Vedi doc. n 2).

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144 G. NICASI

nerale del ducato di Urbino (Vedi in appendice il docu-
mento n. 1).

I beni tutti del Vitelli furono stimati 30 mila fiorini e fu-
rono venduti, divisi in lotti, à sessantaquattro dei principali
cittadini tifernati (1) che furono obbligati dal Papa a comprarli,
nella speranza che i compratori si sarebbero opposti con
tutte le loro forze ad un qualunque eventuale ritorno in
patria di Niecoló, per timore di dovergli restituire i beni
comprati.

Niccolò, ricevuto il prezzo dei suoi beni, si ritirò con
la famiglia prima in Arezzo e poi a Castiglionfiorentino, detto
allora Castiglioni Aretino, dove, acquistati alcuni poderi di ‘
collina presso il vicino Montecchio, comprò una casa (2) e

| sì fece cittadino castiglionese.

Sisto IV, avendo accettate tra le condizioni della resa di
Città di Castello quella di conservarne gli statuti e la li-
bertà, non potè più destinarla al nepote Giovanni della Ro-
vere; ma essendosi questi, poco dopo, unito in matrimonio
con Giovanna, sorella di Federico duca di Urbino, il Pon-
tefice lo investì della signoria di Senigallia con il vicariato
di Mondavio (3) e gli dette il titolo di Prefetto di Roma.

Niccolò Vitelli, stabilitosi in Castiglionfiorentino, passò
con il figlio Giovanni al soldo dei Medici e, mentre faceva
frequentare le scuole agli altri figli minori Cammillo, Paolo
e Vitellozzo e l'istruiva nelle armi, teneva segrete pratiche
con i suoi fautori di Città di Castello per procurarsi un
prossimo ritorno in patria (4).

(1) MUZI, op. cit.

(2) Malgrado ogni nostra ricerca, non abbiamo potuto trovare indicazioni pre-
cise per sapere con certezza quale fosse in Castiglion Fiorentino la casa comprata
dal Vitelli, ma, per ragioni che addurremo altra volta, abbiamo motivo di credere
che fosse quella ora posseduta dalla famiglia Nicasi.

(3) Giovanni della Rovere ottenne da Sisto IV la bolla d' investitura del vica-
riato di Senigallia e Mondavio il 12 ottobre 1474 (V. Archivio di Stato fior.: Urbino,
classe I, Div. A. F., 1, 21) e la prefettura di Roma il 17 dicembre 1475 (Id. Urbino,
cl. IV, D. B., n. 132).

(4) Intorno alla dimora fatta da Niccolò in Castiglione consulta: Nicolò Vitelli LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. - 145

Infatti, il 18 ottobre 1475 i partigiani del Vitelli, fatti
entrare di soppiatto in città alcuni esiliati di parte loro, fe-
cero una sommossa e si resero padroni di Città di Castello,
mma non della rocca, recentemente costruita, nella quale
si erano rifugiati, dopo avere inviato messi per immediato
soccorso a Perugia, il Patriarca, il connestabile Malaspina con
circa 60 soldati, e molti dei cittadini nemici del Vitelli.

Chiamato dai sollevati, accorse il giorno dopo, da Ca.
stiglionfiorentino, Niccolò con buon numero di soldati e par-
tigiani e, posto immediatamente assedio alla rocca, s'impos-
sessó del primo revellino con tutto il circuito esterno di
quella, ma sopraggiunti, il 20 ottobre, in soccorso degli as-
sediati circa 2000 perugini, guidati da Braccio Baglioni, il
Vitelli, vistosi ormai impotente a prendere la rocca e te-
mendo da assediante rimanere assediato, si ritirò abbando-
nando Città di Castello.

Partito Niccolò Vitelli fu dai Priori, il 26, condannato
a morte e fu promesso per pubblico bando, a chiunque lo
consegnasse vivo o morto al Pontefice, un vistoso compenso;
e dei principali suoi fautori parte furono esiliati, parte im-
prigionati, parte impiccati previa confisca dei beni. La città
fu privata delle sue guarentigie ; l’ ufficio dei Priori fu SOp-
presso e 12 cittadini, fra i più nemici al Vitelli, furono chia-
mati al governo della cosa pubblica ; principale tra questi
fu Lorenzo Giustini, che, forte della illimitata fiducia posta
in lui dal Pontefice, era ormai divenuto arbitro della città (1).

Intanto un grande avvenimento, destinato ad avere una

esule in, Castiglionfiorentino secondo la testimonianza di un contemporaneo, pub-
blicato da PAoLo PICCOLOMINI nel fasc. I, anno VIII del « Bollettino di Storia Patria
per l'Umbria ».

(1) Il Muzi, op. cit., fasc. 5, pag. 47, riporta vari brevi e bolle pontificie colle
quali il Giustini è chiamato dal Papa « filius dilectus, nobis acceptissimus — noster
familiaris — continuus commensalis etc. Lo stesso Muzi aggiunge che il Giustini
« correva pari al cardinalato con l'arcivescovo di Salerno ».

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146 G. NICASI

notevole ripercussione in Città di Castello, andava maturan-
dosi in Firenze.

La ricchissima famiglia dei Pazzi, quantunque imparen-
tata con i Medici, era stata sempre da questi, per gelosia
di potere, tenuta lontana dalle cariche pubbliche in Firenze:
da ciò nacquero tra le due famiglie rancori che crebbero
a dismisura allorchè, come vedemmo, i Pazzi somministra-
rono, contro gli ordini dei Medici, al Pontefice il denaro
per la compra d' Imola, e degenerarono in aperta inimicizia
allorché Lorenzo dei Medici, per vendicarsi, fece in modo che
la vistosa eredità del morto Giovanni Borromeo, suocero di
Giovanni dei Pazzi, venisse nelle mani di Carlo, nipote del
Borromeo, piuttostoché in quelle del genero sopradetto.

Anche le inimicizie tra i Riarii, parenti del Pontefice,
ed i Medici, sorte per l'acquisto d'Imola, crebbero per li
aiuti dati da Lorenzo dei Medici a Niccolò Vitelli contro il
Pontefice, eed ingigantirono allorchè, morto nel 1474 Filippo
dei Medici arcivescovo di Pisa, era stato eletto dal Papa a
succedergli il fiorentino Francesco Salviati che, non godendo
le simpatie di Lorenzo dei Medici, fu da questo impedito
di prendere possesso della Chiesa destinatagli.

Nel 1478 queste inimicizie fecero capo ad una congiura
ordita dai Pazzi e dall' arcivescovo Salviati, d'intesa con i
Riario, contro la vita dei Medici. Lorenzo Giustini era il na-
turale alleato dei nemici dei Medici e quindi fu a lui affidato
l’incarico di entrare con i propri soldati nel territorio fio-
rentino, dalla parte di Arezzo, per appoggiare l opera dei
congiurati, mentre Francesco da Tolentino, altro condottiero
del Papa, sarebbe venuto dalla Romagna in Toscana al me-
desimo scopo.

Il 26 aprile 1478 i congiurati uccisero in Santa Maria
del Fiore, dove i Medici si erano recati alla messa in loro
compagnia, Giuliano dei Medici; ma Lorenzo potè scampare
al loro furore. I congiurati furono quasi tutti presi ed a fu-
rore di popolo giustiziati ed il Tolentino ed il Giustini po- LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 147

terono a fatica sottrarsi con le loro genti all’ ira della po-
polazione, ritornando precipitosamente sui propri passi (1).

Il Papa, unitosi con Ferdinando re di Napoli, mosse
allora guerra ai fiorentini, i quali, alleati con Venezia e Mi-
lano, raccolsero un esercito che, guidato da Ercole di Este
duca di Ferrara, campeggió coniro l' esercito del Papa e
del re di Napoli, che era sotto il comando del duca di Ur-
bino e del duca di Calabria.

Niccolò Vitelli ebbe da Lorenzo dei Medici l incarico
di scendere, per la valle del Tevere, contro lo Stato della
Chiesa, a cui difesa vegliava da quella parte Lorenzo Giu.
stini. Tra i due condottieri, il Vitelli cioé ed il Giustini,
s'impegnó una lotta feroce a base d' incendii, devastazioni
e crudeltà di ogni genere da ambe le parti (2): due volte
il Vitelli cercò di sorprendere ed occupare Città di Castello
e due volte ne fu valorosamente respinto.

Intanto la guerra del Papa e del re di Napoli contro i
fiorentini e loro alleati durava con varia fortuna, ma alla
fine volgeva alla peggio per i fiorentini: Lorenzo dei Me-
dici, temendo di perdere il favore di Firenze, costretta a
subire tanti danni per avere difesa la famiglia di lui, pensò
di approfittare del visibile raffreddamento che era nato tra

(1) BARTOLOMEO ScaLa Cancelliere fiorentino in Excusatio Florentinorum (FA-
BRONIO, Vita di Lorcnzo dei Medici, vol. II, pag. 180) scrive : «... Nam et Franciscus
Tolentinus, qui Imola absens, cum expeditis Sixti Papae militibus, iussus ad desti-
natum caedi diem ferre conjuratis auxilium, quique jam in Mugellanum agrum di-
" Scenderat, re cognita, unde abierat revertitur. Idem facit et Laurentius Tiphernas,
qui alia parte eadem de causa a Civitate Castelli movens, et per agrum discurrens
nostrum ad Senenses fines accurrerat ».

Anche nella confessone fatta da Giovanni Battista da Montescio si parla della
connivenza di Lorenzo da Castello [il Giustini] con i congiurati. (FABRONIO, id. pa-
gina 168). Cfr. Congiura dei Pazzi, di AGNOLO PoLIZIANO, tradotta e pubblicata da
Anicio Bonucci, Firenze, 1856.

(2) LANDUCCI, Diario fiorentino: 15 agosto 1478 « Messer Nicolò Vitellozzi in
questo tempo attendeva là [nella Valle del Tevere] et mise a sacco certi castellucci
di Città di Castello e uccise dentro uomini e famiglie con ogni crudeltà, dopo Mes-
ser Lorenzo [Giustini] di Città di Castello arse a noi [fiorentini] in quel d'Arezzo
certe nostre fortezze et fece el simile ».

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il Papa ed il re di Napoli, per mettersi completamente nelle
mani di quest’ ultimo ; tanto più che Lodovico il Moro, che
oramai poteva dirsi il vero duca di Milano, lo aveva a ciò
consigliato per bocca di Niccolò Vitelli (1), mandato apposi-
tamente da lui a Firenze.

Infatti, il 7 dicembre 1479, Lorenzo dei Medici partì per
‘Napoli, dove rimase due mesi a trattare l'accordo con il Re.
Sisto IV che, specialmente ad istigazione del nipote Giro-
lamo Riario, era contrario alla pace con il Medici, mandò
suo oratore a Napoli Lorenzo Giustini per dissuadere il Re
dagli accordi (2): ma non vi riusci, perchè le pace tra il
re Ferdinando ed il Medici fu stretta, ed il Papa dovette
accettarla, il 17 marzo 1480 (3).

Il 2 maggio 1482 scoppiò una nuova guerra tra Venezia
ed Ercole d’ Este duca di Ferrara: a Venezia si unì il
Papa: con Ferrara si allearono il re di Napoli ed i fioren-
tini. Capitano dell’ esercito veneziano era Roberto da Sanse-
verino: comandava l’ esercito di Ferrara e degli alleati il
vecchio Federico duca di Urbino.

(1) CIPOLLA, Op. cit., pag. 599.

(2) Durante la permanenza di Lorenzo dei Medici a Napoli per le trattative di
pace tra lui ed il Re Ferdinando, in Firenze si stava nella più grande incertezza se
sarebbe riuscito o no; e Bartolomeo Scala descrivendo appunto le varie voci che
correvano sul conto della futura pace, in una lettera del 5 dicembre 1479 così scri-
veva al Medici da Firenze: « ... Da Roma spesso vengono lettere ai mercatanti, che
ci aburattano il cervello, non varie solamente da una ad un’altra volta, ma con-
trarie. El Papa non consentirà mai. El Conte [Riario] se ne accorderebbe. El Papa
se ne accorda, el Conte per niente etc. — Et queste etiam contrarii Si tritano in
mille minuzzoli. Messer Lorenzo [Giustini] da Castello é ito a guastare, anche é ito
ad acconciare, anche per giustificare et infinite opinioni et ghiribizi ... » (FABRONIO,
vol. II, pag. 204).

(3) Il re Ferdinando, in una lettera dal Castello Nuovo in Napoli a Lorenzo dei
Medici in data 1 marzo 1480, scrive: «... heri alle 20 hebbemo per cavallaro a posta
lettera dal Magnifico Messer Lorenzo [Giustini] da Castello oratore della Santità di
Nostro Signore ... et poco spacio da poi venne ipso Messer Lorenzo et liceat, per
lettera de Messer Anello, havessemo visto quanto de bona volontà la Santità de N.
S. era condescesa a tutte quelle conditione della pace, che ultimamente erano state
mandate de voluntà vostra et de questi Mag.ci Oratori Ducali, tamen dicto Messer
Lorenzo lo have decto con tanta majore efficacia quanto più lo have inteso per altre
lettere have havute così dalla ditta Santità come dal Conte Hieronimo [Riario] ... ».
FABRONIO, vol. ll, pag. LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 149

Tra Lorenzo dei Medici e gli altri suoi alleati fu stabi-
lito che, mentre Federico duca di Urbino a capo dell’ eser-
cito dei confederati si sarebbe recato a combattere i vene-
ziani nell’Alta Italia, il duca di Calabria, figlio del re di
Napoli, sarebbe entrato con le sue genti in Campania e, con
l’aiuto dei Colonnesi suoi amici, avrebbe minacciato Roma:
intanto i fiorentini avrebbero aiutato Niccolò Vitelli a rito-
gliere al papa Città di Castello ed Antonio, figlio. del duca
di Urbino, avrebbe tentato di occupare Forlì, sottraendola
all’ obbedienza di Girolamo Riario.

Il 17 giugno 1482 (1) Messer Costanzo Sforza, signore
di Pesaro, a capo delle genti dei fiorentini, che avevano
per commissario generale Bartolomeo Pucci, parti alla volta
dell'alta valle del Tevere, dove poco prima lo aveva prece-
duto Niccolò Vitelli. Non erano ancora giunte le genti di
Messer Costanzo ad Anghiari (2), quando Niccolò Vitelli,
presentatosi, il 19 dello stesso mese, con buon numero dei
‘suoi soldati e partigiani alle porte di Castello, fu accolto
« con grande dimonstratione di amore di tutto il popolo »
dentro la Città; mentre i nemici di lui e la guarnigione pon-
tificia si rifugiavano nelle due rocche per tentare l ultima
difesa. Dié subito Niccolò avviso dell’ acquisto fatto alla Si-
gnoria di Firenze, la quale gli espresse la propria soddisfa-
Zione « per tale prospero successo » e per «si grande prin-
cipio » avuto nella loro comune impresa (V. Doc. 3).

E ritenendo la detta Signoria essere .oramai necessario
« expugnare le rocche et havere l'intero dominio del tucto »,
richiese aiuto di uomini e di artiglierie al duca di Urbino
(V. Doc. 4), affrettó l' arrivo delle genti di Messer Costanzo
e quelle di altri connestabili presso Città di Castello, rac-
comandando che dette genti « si mettessero insieme verso

(1) Vedi Arch. fior.: Signori, Missive Minutarii, vol. 12, pag. 322, lettera a Bon-
giovanni di Gianfigliazzi del 18 giugno 1482.
(2) Id., id., id., pag. 344, lettera a Luigi Alamanni 20 giugno 1482.
150 G. NICASI

Citerna, acciocchè si danneggino piuttosto quello contado »
che il territorio fiorentino o quello di Città di Castello, mandó
guastatori, scalpellini, spedi bombarde, lancie e munizioni;
non lasciando « cosa alcuna adrieto in beneficio » di quel-
l'impresa (V. Doc. 5). 2

Giunto il 21 giugno Messer Costanzo a Castello e riu-
nite le sue genti a quelle di Niecoló Vitelli, fu subito posto
assedio alle due rocche, tentando contemporaneamente di
aprire trattative con i due castellani delle medesime per
‘persuaderli a venire a patti. La sera del 29 giunsero le ar-
tiglierie e subito fu piazzata una passavolante che in pochi
colpi « fece honorevolmente, ruinando due merli per terra
con grande impeto et furia ».

La mattina del 30 giunse la bombarda grossa da Cor-
tona con il resto delle munizioni e l'assedio si fece sempre
più stretto. .

Il Papa, alle prime notizie della venuta di Costanzo
Sforza e di Niecoló Vitelli nell'Alta valle del Tevere, aveva
mandato in soccorso di Città di Castello Gianfrancesco da
Tolentino, suo condottiero e Roberto Malatesta, signore di
Rimini, condottiero dei Veneziani (da questi ceduto al Papa
che lo aveva loro richiesto): il 26 giugno erano giunti « al
Boscho presso a Castello a miglia circa 18 » ; (1) ed il 1 lu-
glio si accamparono, « con alenne squadre di cavalli, alcuni
fanti et cerne » alla Fratta (2, dove li aveva raggiunti
Lorenzo Giustini, altro condottiero pontificio, e dove, essendo
ancora troppo deboli per potere tenere la campagna, atten-
devano altri rinforzi loro spediti da varie parti degli Stati
ecclesiastici. Intanto il Mancino, connestabile pontificio, era
entrato, la notte del 22 giugno, con 100 uomini in Citerna

(1 Arch. fior.; Signori, Missive interne, vol. 12, pag. 355, lettera a Bernardo
Oricellari 22 giugno 1482.
(2) Id., id., id., pag. 373, lettera a Piero Capponi 2 luglio 1482.
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 151

per rafforzare quella fortezza ed operare in danno dei col-
legati (V. Doc. 6).

Non cessava per questo l’ assedio delle due rocche in
Città di Castello, ché anzi procedeva con più alacrità: solo
fu spostato il campo dei confederati, portandolo mezzo mi-
glio più vicino alla città stessa e fu fortificato con bastie e
bastioni in modo da renderlo sicuro anche contro forze ne-
miche preponderanti (V. Doc. 7).

I due Castellani delle rocche assediate, non vedendo or-

mai più « via di soccorso » — perchè le genti mandate in
loro aiuto dal Pontefice non erano ancora sufficienti « a dare
impaccio » ai nemici — vennero a patti con gli assedianti, i
quali — dopo avere sborsato al Castellano della rocca di Santa
Maria ducati 3400 e 1600 a quello della rocca di San Gia-
como — furono messi in possesso delle due fortezze, che fu-
rono consegnate in mano di ser Ludovico da Mercatello,
cancelliere del duca di Urbino, il quale « pigliolle per la
Lega » (V. Doc. 8).

La rocca di Santa Maria, « che è dalla parte di Peru-
gia », fu per volere di Niccolò Vitelli e del popolo di Città
di Castello subito abbattuta, con il forzato assenso dei fio-
rentini che non poterono « senza scandolo et pericolo, tanto
era l'ardore di quello popolo, denegarlo » ; l'altra, che era
« verso il Borgho », fu per allora conservata « essendo già

ristrecto et satiato in parte el furore popolare » (V. Doc. 12).
Non appena la Signoria di Firenze seppe essere immi-
nente la resa delle due rocche di Città di Castello, sollecitó
vivamente il commissario Pucci, Messer Costanzo e Niccolò
Vitelli a prepararsi « ad expedire Celle et Citerna », per es-
sere quelli due luoghi senza dei quali « non sarebbero as-
sicurate le cose di Castello, ma resterebbono in suspentione
e in periculo maximamente essendo cosi vicino lo exercito
dei nemici », il quale andava ogni giorno ingrossando (1).

(1) Arch. fior.: Signori, Missive I Cancelleria, vol. 12, pag. 391, lettera a Tom-
maso Ridolfi 12 luglio 1482.

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152 | G. NICASI

Ed infatti, il 12 luglio, lo Sforza ed il Vitelli andarono a
campo a Celle, mentre Roberto Malatesta, il Tolentino e Lo-
renzo Giustini con le genti pontificie — che oramai si erano
talmente accresciute di numero da potere con molta spe-
ranza tener testa ai nemici — lasciarono la Fratta ed entrati
nel territorio tifernate, si portarono al castello di Montemi-
giano (a difesa del quale stava per i confederati Giovanni
della Vecchia con 100 fanti) lo assalirono furiosamente e,
dopo fiera resistenza con molti morti e feriti da ambo le
parti, | 11 luglio se ne impadronirono e lo misero a fuoco.
Presero poi Montecastelli, quantunque ben fornito di difen-
sori (V. Doc. 9) ed il 14 si recarono ad assediare Verna,
« presso a Celle miglia circa cinque >.

L'avanzata delle genti pontificie nel territorio tifernate
mise in difficile posizione le forze dei confederati che erano
all'assedio di Celle, le quali, essendo diminuite di numero
per avere rimandati i balestrieri del duca di Urbino e per
avere occupata una parte delle proprie forze a guardia di
Città di Castello e degli altri luoghi importanti del territorio,
riconoscendo che a Celle « poco si può aoperare cavalli »
e costatando di avere pochi fanti in confronto dei nemici,
tanto più che « havevano lo impedimento delle bombarde »,
credettero opportuno levare l'assedio di Celle e ripararsi
« ad uno alloggiamento sicuro, dove erano stati ancora prima,
fra Città di Castello et il Borgho » (V. Doc. 10).

I pontifici presero intanto, il 16, Verna « e, uccisovi
dentro Giorgio Schiavone » che vi era a guardia, dettero
quel castello alle fiamme (V. Doc. 11). Ma, richiamati il Ma-
latesta ed il Tolentino dal Papa a proteggere Roma, che era
minacciata dal duca di Calabria, altro dei confederati, do-
vettero precipitosamente partire In soccorso di quella città’
lasciando Lorenzo Giustini con poche forze alla Fratta, e
dando così occasione a Costanzo Sforza ed a Niccolò Vitelli
di rioccupare subito tutta quella parte del territorio tifer-

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LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 153

nate che i pontifici avevano preso, ad eccezione di Monte-
castelli (V. Doc. 12).

Appena i tifernati si furono sottratti alla dominazione
pontificia, mandarono due loro ambasciatori a Firenze a ri-
chiedere la protezione di quella città ed ottenere di essere
riconosciuti come suoi « aderenti ». Firenze fece buon viso
alle loro richieste e sollecitò dai potentati della Lega la di-
chiarazione scritta di ricevere essi pure i tifernati « fra li
amici adherenti et raccomandati » (V. Doc. 13).

Niccolò Vitelli ebbe una provvisione di tre mila ducati
all'anno dalla Lega (V. Doc. 14) e restò signore di Città
di Castello, dalla quale esiliò nuovamente i suoi nemici e,
primi tra gli altri, i due Giustini, molti dei Fucci e Virile
Virili suo parente (1).

Intanto l esercito del Pontefice guidato da Roberto Ma-
latesta era andato con Girolamo Riario e Niccolò Tolentino
contro il duca di Calabria, e venuti alle mani a Campo
Morto, presso Velletri, il 21 agosto 1482, dopo lungo ed ostinato
combattimento riusci a sbaragliare l' esercito napoletano.

Contemporaneamente messer Costanzo Sforza, avendo già
rimandato al duca di Urbino le genti feltresche, si pose a
campo con quelle dei fiorentini presso Citerna « per alleg-
gerire i Castellani dello stropiccio di quelle genti » che
avea seco « e per vedere di fare qualche danno all’ ini-
mico » (V. Doc. 15).

Il patriarca di Perugia « faceva demonstratione di con-
vocare gente insieme per venire al soccorso di Citerna » (2)
e già si sapeva che erano in Perngia 300 fanti, sotto Mar-
tino d'Osimo connestabile, che altri comandati dovevano
riunirsi alla Fratta e che, da verso Roma, venivano contro
Città di Castello circa XII squadre di cavalli (3). Ma Messer

(1) Virile, figlio di Onofrio Virili, aveva sposata Andreina, figlia di Vitellozzo
Vitelli, zio di Niccolò.

(2) e (3) Arch. fior.: Signori, Missive I Cancelleria, vol. 12, pag. 508, lettere a
Bongiovanni del 27 agosto e 1 settembre 1482. ‘

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Costanzo, per non essere obbligato a levare l'assedio in caso
della venuta dei nemici nel territorio tifernate, costruì, per
ordine della Signoria di Firenze, vicino a Citerna una bastia
« forte et di qualità da difendere da nemici », anche se il
campo fiorentino avesse dovuto partire per recarsi ad af-
| frontare quanti avessero voluto soccorrere Citerna, e con-
temporaneamente si facevano segretissime pratiche con Bian-
cone Corso connestabile pontificio alla guardia di Monteca-
stelli, per persuaderlo a consegnare, previo compenso, quella
fortezza ai collegati e potere cosi sbarrare il passo all' avan-
zarsi dei nemici (1).

I soecorsi aspettati da Citerna tardavano peró troppo
a venire ed i Citernesi finalmente, il 24 settembre, vennero
a patti col capitano e con il commissario fiorentini e pro-

misero di arrendersi, se dentro dieci giorni non avessero
avuto tale soccorso da obbligare gli assediati a levarsi di
campo e dettero in ostaggio dieci dei principali del paese
a garanzia dell' esecuzione di questi patti (2). I1 2 di ottobre,
anche prima che scadesse il termine stabilito, i citernesi si
arresero e consegnarono la terra al capitano ed al commis-
sario fiorentino (3). Il 7 dello stesso mese, il castellano della
| rocca di Citerna venne a patti (4), ed il 9 si arrese (5).
Intanto gli ambasciatori citernesi, giunti a Firenze il 4 ot-
tobre, imploravano di essere accolti paternamente dai fio-
rentini come loro sudditi fedeli e ricevevano in risposta es-
sere la Signoria di Firenze disposta « a tractarli in modo
E che haranno cagione di stare bene contenti et ogni di più
IRI si rallegreranno di essere venuti alla divotione » dei fio-
| rentini (6).

| (1) Arch. fior.: Signori, Missive I Cancelleria. vol. 13, pag. 7, a Bartolomeo Pucci
| 7 settembre 1482.

| (2) Id.. id., vol. 13, pag. 36, lettera a Iacobo Guicciardini 25 settembre 1482.

(3) Id., id., vol. 13, pag. 49, al medesimo 3 ottobre 1482.

(4) Id., id., vol. 13, pag. 63, al medesimo 7 ottobre 1482.

(5) Id., id., vol. 13, pag: 73, al medesimo 10 ottobre 1482.

(6) Id., id., vol. 13, pag. 55, lettera a Bartolomeo Pucci 4 ottobre 1482.
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 155

Appena ottenuta Citerna, i fiorentini avrebbero voluto
mandare, secondo gli accordi fatti con i collegati, le loro
genti in Romagna, e già il loro capitano Costanzo Sforza si
era messo in ordine per cavalcare a quella volta; ma do-
vette soprastare per avere ricevuto da più luoghi l' avviso
che il Conte Girolamo Riario, con « 18 squadre di cavalli
et gran numero di fanti et comandati, veniva alla volta di
Perugia » (1). I Signori di Firenze avvertivano che — quan-
tunque si dicesse che queste forze pontificie venissero al
soccorso di Citerna — « pure potrebbe essere ad altro fine,
cioè per divertire, con offendere lo stato del Duca di Urbino
o le cose di Castello » ed in tali casi, tanto il capitano quanto
il commissario fiorentino con le loro genti, dovevano stare
« preparati a fare la difesa gagliardamente » (2). Pochi
giorni dopo però si seppe « che quelli ecclesiastici si erano
tirati in drieto verso Fossato » (3) e, quindi, avevano preso
la via di Sassoferrato ; siechè Messer Costanzo potè final-
mente recarsi con le sue genti in Romagna, da dove, verso
la fine di novembre, per San Piero in Bagno, Galeata, Ca-
strocaro, Lugo marciò in favore del Duca di Ferrara (4).

Intanto Niccolò Vitelli aveva posto assedio a Celle, vi-
cino alla quale avrebbe voluto costruire una bastia, simile
a quella che aveva tanto bene servito all’ espugnazione di
Citerna; ma ne fu dissuaso dai fiorentini, perchè il fare
una tale bastia era « cosa certamente di grandissima brigha
et molestia, oltre la spesa » ed anche perchè essi credevano
che, per rendersi padroni di Celle, bastasse « mectere in
quelli luoghi vicini fanti et provvigionati, i quali li tenghino

(1) Arch. fior.: X di Balìa, Legazioni e Commissarie, vol. 5, pag. 6, lettera a
Bernardo Oricellari. ;

(2) Id. Signori, Missive interne, vol. 13, pag. 72, lettera a Bartolomeo Pucci 10
ottobre 1482.

(3 Id., X di Balia, Legazioni e Commissarie, vol. 5, pag. 11, lettera a Bernardo
Oricellari del 15 ottobre 1482.

(4) Id., id, id., vol. 5, pag. 40, lettera a Bernardo Oricellari 11 dicembre 1482.
156 G. NICASI

strecti et impedischino loro le sementa et ogni altro loro
commodo », obbligando cosi gli abitanti di Celle ad arren-
dersi « anchora a dispecto dei soldati » (1): e Niccolò si
attenne a questo consiglio. Però i fuorusciti tifernati con i
loro aderenti tentarono di rifornire Celle di vettovaglie e di
munizioni; ma scoperti da Bartolomeo Pucci, che era stato
fatto dai fiorentini Commissario di Citerna, furono assaliti e
dispersi (2).

I tifernati denunciarono a Firenze gli abitanti del Monte
Santa Maria come complici nel tentativo di rifornire Celle
di vettovaglie ed i Dieci mandarono immediatamente il detto
Bartolomeo Pucci a fare, con il Marchese del Monte « o con
chi vi fusse altri » in sua vece, « quella querela di questo
caso che si conviene », e, per evitare il rinnovarsi di simile
< inconveniente », ordinarono che fossero messi nel Monte,
con un capo di fiducia, una venticinquina di provvigionati
acciocchè, in caso di altri tentativi di soccorrere Celle, « pos-
sino fare e cenni a tempi et muovere anchora li altri a
quello che fussi conveniente che si havessi a fare » (3).

Ai primi di novembre morivà di febbri palustri Roberto
Malatesta capitano generale dell'esercito del pontefice e questa
morte ed il pericolo al quale, malgrado la vittoria di Campo
Morto, restava pur sempre esposta Roma da parte dell’eser
| cito napoletano, contribuirono a persuadere il Pontefice a
staccarsi dall'alleanza veneziana ed a fare pace e lega con
il Re di Napoli e gli altri confederati contro Venezia (4).
Varie furono le trattative in proposito e condotte sulle prime
da varie persone; ma, in seguito, il Papa volle affidare per
sua parte la direzione della pratica a Lorenzo Giustini, il
quale, volendo ad ogni costo che prima condizione per la pace

(1) Id., id., Missive interne, vol. 13, pag. 102, lettera a Bartolomeo Pucci 23 oi-
tobre 1482.

(2) Id., id., id., vol. 13, pag. 109, al medesimo 27 ottobre 1482.

(3) Id., id., id., vol. 13, pag. 111 al medesimo 28 ottobre 1482.

(4) Vedi CIPOLLa, Le Signorie straniere. UM è - goa

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 191

dovesse essere la rinunzia a Città di Castello da parte di
Niccolò Vitelli, rese più laboriose le trattative.

Infatti, il 12 novembre 1482,i Dieci di Balia di Firenze
così scrivevano a Bernardo Oricellari loro ambasciatore presso
il duca di Milano: « Per la copia di una lettera di Pier Cap-
poni che ti mandiamo intenderai ogni di surgere nuove pra-
tiche et diverse di questa pace.. Come vedrai, nelle cose di
Città di Castello, per questa praticha di Messer Lorenzo [Giu-
stini] è qualche alteratione di quello che era nell'altre pra-
tiche; la qual cosa ne pare d’attribuire alla spezialtà di
Messer Lorenzo »; concludendo: « le cose di Castello debbono
dare più noia a Messer Lorenzo che al Papa et al Conte
Hieronimo » (1). Ma, avendo il Re di Napoli detto al Giustini
« Che facesse una nota di tucte le cose che domandava in-
torno a decta praticha », (2) questi presentò un progetto di
accordo composto di 14 articoli, tra i quali si conteneva che
Niccolò Vitelli dovesse uscire di Città di Castello e quella
città, insieme con Citerna, dovesse essere restituita al Pon-
tefice. Furono sottoposti i detti articoli all’ esame ed al parere
dei confederati ed i Dieci di Firenze scrissero al loro amba-
sciatore Bernardo Oricellari, in data 22 novembre: « Deside-
reremmo che lo Stato di Castello si conservassi in Messer
Niccolò [Vitelli] come è al presente, et la terra nondimeno
alla obbedientia di Santa Chiesa et alla protectione della
Lega nostra; parendoci questo ragionevole et assai facile
obtenere, perchè questa difficultà di Castello non è suta
facta in alchuna praticha excepto quella di Messer Lorenzo...
Alla parte di Citerna desideriamo di essere aiutati che il
Papa, d'accordo o per danari o per qualche altra satisfactione
di Sua Santità, pacificamente ce la lasci, perché é in mezo
alle cose nostre et é di poco fructo alla Chiesa et di grande

(1) Arch. fior.: X di Balia, Legazioni e Commissarie, vol. 5, pag. 11, lettera a
Bernardo Oricellari del 12 novembre 1482.
(2) Id., id., id., pag. 185, lettera a Pier Capponi del 13 novembre 1482.

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158 G. NICASI

importantia a noi; et é anticamente contado d'Arezo » (vedi
Doc. 16). :

Peró il Papa teneva duro e, non solo non si rimuoveva
« da alcuna delle cose proposte da Messer Lorenzo», ma in
ogni nuova trattativa si vedeva « esservi qualche cosetta più
da dare difficultà et dilatione » (1). Finalmente, il 12 dicembre,
a Roma « tra la Santità del Papa et la serenissima lega fu
facta et conclusa pace et unione» a condizione che Citerna,
con le munizioni che vi erano al tempo dell’ occupazione dei
fioretini, si dovesse « depositare nelle mani degli oratori
del Re et Reina di Spagna existenti in Roma, chome in
amici et confidenti comuni, per sequirne poi quello arbitre-
ranno » (v. Doc. 17). Come pure gli stessi oratori avrebbero
poi dovuto decidere « la differentia de Castello » (2). Il pa-
triarca di Perugia avverti subito Niccolò Vitelli della pace
fatta e lo richiese « della observatione di epsa »; al quale
Niccolò Vitelli, per consiglio dei Dieci di Firenze, rispose che,
intorno a ciò, aveva consultato i suoi collegati e superiori,
senza dei quali non poteva prendere impegni e che, non ap-
pena avrebbe avuto da essi istruzioni, risponderebbe, pro.
mettendo intanto di osservare la tregua e di fare « porta-
menti di pace come buon figlio di Santa Chiesa » (v. Doc. 11).

Il 30 dicembre, per ordine dei Dieci di Firenze il com-
missario Pueci consegnó la terra di Citerna ad Amelio de
Iudice da Napoli e la fortezza a Giovanni da Tievas Navarro
de Pampalona, in rappresentanza degli oratori del Re e della
Regina di Spagna residenti in Roma. (V. Doc. 18). Per defi-
nire poi completamente tutte le pendenze e stabilire anche
il modo di procedere dei collegati nella prosecuzione della
guerra contro i Veneziani in favore del Duca di Ferrara, fu
tenuta una Dieta a Cremona, il 2 marzo 1483, alla quale in-
tervennero il legato apostolico cardinale Francesco Gonzaga,

(1) Id., id., id., vol. 5, pag. 39, lettera a Bernardo Oricellari 30 novembre.
(2) Id., id., id., vol. 5, pag. 39, lettera al medesimo 12 dicembre 1482. We. 4x

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 159

Lodovieo ed Ascanio Sforza, Ercole di Ferrara, Federico di
Mantova, Giovanni duca di Calabria e Lorenzo dei Medici
e, tra le altre materie, vi fu trattata anche la sistemazione
. definitiva delle cose di Città di Castello e fu preso « appun-
tamento, che la ex.sa Signoria de Fiorenza operaria de conti:
nente che Messer Nicolo Vitello senza arme voglia uscire et
esca della Città de Castello et ad questo effecto faria omne
possibile opera. Et quando, ipso Messer Nicoló, non volesse
uscire et usasse renitentia, che in tale casu la dicta Signoria
de Fiorenza, ad omne requisitione della Santità de Nostro
Signore, della Maestà del Re [di Napoli], et dell’ Illustrissimo
Duca de Milano romperà et farà guerra alla dicta Città di
Castello et ad Messer Nicolo predicto con le gente d'arme et
statu suo »; ed, in compenso del!' aiuto che i fiorentini avreb-
bero dato al Papa per la recuperazione di Città di Castello,
il pontefice avrebbe con un breve ordinato ai senesi di re-
stituire ai fiorentini le terre del Chianti: « lo qual breve
habbia ad stare in mani dell’ Illustrissimo Duca di Bari finchè
la dicta Città de Castello venga in plena potestà de Sua San-
tiva» (v. Doc. 19).

Sembra peró che questa ultima formula non fosse quella
veramente deliberata alla Dieta: infatti i Dieci di Firenze,
con lettera del 17 marzo a Pietro Pandolfini, loro oratore a
Roma, scrivevano: Che nella Dieta si era fatto « appunta-
mento », che il detto breve dovesse deporsi in mano del Duca
di Bari, « sino a tanto che dicto Niccolo sia uscito di Castello
o veramente i fiorentini li habbino ropto guerra », ma che,
dopo la partenza di Lorenzo dei Medici da Cremona « fu
mutata quella seriptura et dove debba dire sino che à fioren-
tini habbino ropto la guerra, dice: fino che dicta Città di Ca-
stello venga în piena potestà del Papa » ed aggiungevano: « ma
il vero è quello che si contiene nell’ altra et è quello a che
ci vogliamo obbligare alla Santità del Papa et per questa ti
diamo commissione che ci obblighi, ogni volta che piacerà
alla Sua Santità et che il breve habbi a venire nelle mani

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| 160 G. NICASI

| nostre, ogni volta che Messer Niccolò sarà uscito di Castello,
o vero che abbiano ropto la guerra » (v. Doc. 20). Tutto ciò
chiaramente dimostra che se i fiorentini, per avere il Papa
nella Lega contro Venezia, si rassegnavano ad obbligare Nic-
coló Vitelli a sottomettersi al Pontefice, non erano per altro
disposti a perdere la loro influenza in Città di Castello rimet.
tendola nella piena potestà di Sisto IV.

Saputosi da Niccolò Vitelli e dai castellani quanto si era
deliberato tra i confederati a Cremona, pensarono di am-
mansire il Pontefice con un atto pubblico di sottomissione
che non implicasse la uscita di Niccolò Vitelli ed i suoi da
Città di Castello. Infatti in una numerosa adunanza di citta-
dini, tenuta l' 11 aprile 1483 nella sala grande del palazzo
Al dei Priori di Città di Castello, fu stabilito di mandare amba-
sciatori ad implorare « umilmente perdono e pace dalla San-
tità del Papa » a condizione che fossero « salvi le persone
e l'onore, i beni e la città im modo che ogni cittadino esistente

in quella possa restare sicuro in casa sua ed im patria ». (Vedi
Doc. 25).

Ma, avendo il vescovo tifernate fatto sapere che il Pon-
tefice si sarebbe rifiutato di ascoltare gli ambasciatori invia-
| tigli, i Priori di Citta di Castello scrissero, in data 25 aprile
| | 1483, una lettera al Papa, nella quale — premesso che il po-
| polo tifernate non poteva credere che gli fosse negato il per-
dono da sua Santità — scongiuravano il Pontefice a non volere
ridurre quel popolo alla disperazione in modo, da costringerlo
a dovere ricercare la propria conservazione in una disperata
resistenza al riparo delle mura cittadine. (V. Doc. 24).

Ili Contemporaneamente Niecoló Vitelli mandó propri rap-
| presentanti al conte Girolamo Riario ed a Lorenzo dei Me-
| | dici per trovare modo ad un accomodamento. Ma l'uno e
l’altro gli fecero comprendere la necessità di doversi egli ri-

| mettere incondizionatamente nelle mani del Pontefice; anzi
! HE i Dieci di Firenze — se vogliamo ritenere per vero quanto
| essi notificarono al Conte Girolamo suddetto per mezzo del
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LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 161

È « ono.

loro ambasciatore Pierfilippo Pandolfini — fecero sapere a
Niccolò Vitelli che, « non facendo la volontà del Papa », non
solamente non avrebbe avuto favore alcuno da loro, ma gli
sarebbero stati nemici e, ad ogni « richiesta di sua Santità »,
gli avrebbero mandato contro le loro genti d'arme. (V. Doc. 22).
Niccolò Vitelli però, malgrado ogni minaccia, non volle asso-
lutamente acconsentire a lasciare Città di Castello: ed allora

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il papa scomunicó, il 3 maggio 1483, con pubblico. bando
Niccolò Vitelli, i figli e. gli aderenti di lui, separò dalla giu-
risdizione di Città di Castello, Celle, Celalba, Promano e Pie-
tralunga ed interdisse la città (1).

I Dieci di Balia di Firenze, per fare un ultimo tentativo,
"mandarono a Città di Castello, (con istruzioni suggerite da
Lorenzo Giustini), Dionigi Pucci acciochè facesse ogni opera
per persuadere Niccolò Vitelli ed i castellani a sottomettersi
al pontefice; (v. Doc. 24) ma visto, dalle lettere che scriveva
da Castello lo stesso Pucci, non esservi « alcuna speranza di
mutare l'animo loro et fare alcun fructo », fu richiamato.
(V. Doc. 25). Nel giugno dello stesso anno il papa mandò,
contro il Vitelli, Giordano Orsini e Lorenzo Giustini i quali
con le loro genti occuparono, nel territorio tifernate, il Cor-
netto, Trestina, Canoscio, Pontedavorio e Sansecondo (2). Il
patriarca e governatore di Perugia mandò un messo ai fio-
rentini chiedendo, « per quelle cose di Castello, aiuto di gente

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(1) Muzi, Memorie ecclesiastiche e civili di Città di Castello, fasc. 25, pag. 63. —
I brevi contro Niccolò Vitelli furono dal Papa spediti a Città di Castello per mezzo
di Piero Potenziano da Roma, come risulta da questa credenziale, rilasciata dai Si-
gnori di Firenze, in data 5 maggio 1483: Patens « Sarà di questa nostra aportatore
Piero Potintiano da Roma, mandato dalla Santità di Nostro Signore con brevi, in-
terdecti et censure ecclesiastiche quali ha in commissione di exequire contro a
Messer Nicolo Vitelli da Castello. Voliamo et comandiomo che a detto Piero, circa
alla executione di sue commissioni in questa cosa, voi non ve opponiate, né quelle
intralciate in aleun modo: ma quelle pienamente lasserete fare et pubblicare et in
quello modo et come a lui parrà. A questo effecto, essendo da lui richiesto de al-
cuno aiuto o favore, quello farete et darete ». (A. F. S., Signori, Missive, II Cancel-
leria, vol. XI, pag. 117).

(2) Muzi, loc. cit.
162 G. NICASI

‘et vectovaglie et bombarde in beneficio del Papa et contro
a castellani »; ma i fiorentini, dopo avergli « risposto gra-
tamente », negarono i soccorsi e, solo « per satisfare in parte »
a quanto era stato loro richiesto, ordinarono al capitano del
Borgo ed al vicario di Anghiari di non lasciare « andare
alcuno di loro iurisditione in favore di Messer Niccolo et de
castellani », nel caso che il detto capitano o vicario fossero
richiesti, « dal predicto Patriarcha o da messer Lorenzo da
Castello o da chi fusse con mandato per il Papa o sopra le
genti della Chiesa », di aiuti di gente o di altro, dovessero
rispondere avere avuto dai Dieci di Balia « commissione di
fare ogni piacere et commodo » dei rappresentanti del Papa,
ma, in fatto, non dovessero concedere nulla senza averne
prima avuto risposta da Firenze e ciascuna delle due lettere,
con le quali s'impartirono ai due funzionari i sopradetti or-
dini, portava questa raccomandazione: terrai « quanto ti
scriviamo secreto in te solo ». (V. Doc. 26). Infatti avendo
il capitano del Borgo avvertito i Dieci di Balia di Firenze
di essere stato richiesto dal Patriarca di vettovaglie e do-
mandando in proposito istruzioni, i Dieci risposero, in data
21 giugno: Essere circa a ciò loro opinione « che, chi di co-
testi vostri fedeli vuole portare in campo alchuna generatione
di vectuvaglie, tu le lasci portare, et chi del campo venisse
costi a comprare, li lasci comprare et portare: ma non vo-
gliamo che tu facci alchuna forza a cotesti nostri ve ne por-
tino, nè etiandio alchuna prohibitione non se ne venda, et
così che quelli del campo non ne venghino a comprare »
ed ingiungevano al detto capitano di dare notizia di queste
loro istruzioni ai conservatori del Borgo « in forma che non
possino darne notitia al Patriarcha ». (V. Doc. 27). Intanto
Lorenzo Giustini, evitando Città di Castello, era passato con
le genti della Chiesa nel Piano di Sopra ed aveva mandato,
il 29 giugno, 3 squadre di cavalli e 200 fanti ad espugnare
Celalba; ma Celalba resistette e quelle genti, dopo avere
dato inutilmente per tre volte l’ assalto, dovettero ritirarsi. \dbe_&

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. MEE 163

(V. Doc. 28). Pochi giorni dopo però, assalita da un maggior
numero di nemici, Celalba venne a patti e si arrese al Giu-
stini che prese a correre ad a predare tutto il sottostante
piano. Nel frattempo Virile Virili, inviato dal patriarca go-
vernatore di Perugia, ottenne dai Dieci di Firenze lettere,
con le quali s'ingiungeva a tutti i rettori, sudditi, feudatari
e raccomandati dei fiorentini di lasciare eseguire, nei re-
spettivi loro territori, le bolle e « censure pontificie, fulminate
de proximo contro i castellani et Messer Niccholò da Castello »,
in forza delle quali « tutti i loro beni, ubicumque existenti,
sono dati in preda et legittima possessione et usufructo di
chi se gli piglia ». (V. Doc. 29).

L'11 settembre, Lorenzo Giustini, con tutti i fuorusciti e
con le genti pontificie, si appressó a Città di Castello per
impadronirsene; ma i figli di Niccolò Vitelli, usciti nella notte
improvvisamente dalla città, Giovanni e Camillo da una parte
e Paolo dall'altra, riuscirono ad ‘accerchiare i nemici e li
sconfissero completamente (1). Incoraggiati dalla vittoria, i
Vitelli corsero il Piano di Sopra inseguendo e predando i
loro nemici anche nel territorio fiorentino. (V. Doc. 30).

I citernesi che, per essere tornati all’ obbedienza del pon-
tefice e per avere cooperato con le genti del Giustini a com-
battere i castellani, temevano le vendette dei Vitelleschi,
chiesero a Firenze il permesso di ridurre il loro bestiame
sul territorio di Anghiari per sottrarlo alle razzie dei nemici.
Accordarono il detto permesso i fiorentini, «intendendo farne
piacere alla Santità del Papa », (V. Doc. 31) e, richiesti da
Lorenzo Giustini, acconsentirono anche che Rinuccio Farnese,
con alcuni uomini d’arme delle genti feltresche, che essi fio-
rentini avevano assoldato contro Venezia, prestassero servizio
nel campo della Chiesa.

Malgrado, però, ogni apparenza di buon volere e defe-
renza verso il Pontefice loro alleato, Lorenzo dei Medici ed

(1) MuzI, op. cit., fasc. 25, pag. 64.

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164 G. NICASI

i fiorentini desideravano, nell’ intimo dell'animo loro, che Nic-
colò Vitelli avesse potuto resistere al Papa per impedire che
Città di Castello ritornasse in mano di Sisto IV e del Conte
Girolamo Riario, suo nipote: e, non potendo aiutare aperta-
mente il Vitelli, fingevano non accorgersi che le popolazioni
del territorio fiorentino, confinanti con Città di Castello, da-
vano, più o meno copertamente, aiuto di uomini e vetto-
vaglie alle genti vitellesche. Lorenzo Giustini denunziò però
questi aiuti ai Dieci di Firenze muovendone vive lagnanze
ed i Dieci dovettero per ciò, il 1 ottobre 1483, scrivere al
capitano del Borgo ed ai vicari di Anghiari e di Monterchi,
acciochè punissero severamente quei loro sudditi che, a
quanto ne scriveva il Giustini, davano aiuto ai Vitelli (1).
Non cessarono con tutto ciò le rimostranze, chè anzi Gui-
dantonio Vespucci, oratore fiorentino a Roma, così scriveva
a Lorenzo dei Medici il 3 novembre 1483: « Io intendo pure
da varii luoghi Nostro Signore ha a cuore queste cose di
Castello et ha qualche fantasia et opinione non piccola che
ogni favore et subsidio, che ha Messer Nicolo [Vitelli], venga
dal canto vostro, et maxime di denari; et per questo sta
male contento di noi, et specialmente di voi, Capo della
nostra città: et è in modo indiavolato di questa cosa che
continuamente ci fa dubitare di qualche scandolo... » (2). In
seguito a queste comunicazioni, i Dieci di Balia di Firenze,
« per torre via quella cagione che havea dato suspicione al
Papa », ordinarono, in data 17 novembre 1483, a Tommaso
Minerbetti, loro commissario nella valle del Tevere, che fa-
cesse « comandamento per pubblici bandi che, essendo e’
castellani rebelli della Santità del Papa col quale noi [fio-
rentini] habbiamo lega et intelligentia, non voliamo sia al-
chuno pratichi a Castello, né ne’ luoghi si tengono nel contado
di Castello per castellani:... et niuno de Castello ed de luoghi

(1) Vedi A. S. Fx X dZ Be», Missive interne 18, pag. 78.
(2) Vedi Fammowrzo, Vita di Lorenzo il Magnifico, vol. 2, pag. 245. We. X

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 165

si tengono da castellani sia ricevuto né al Borgo [Sansepolcro],
né ad Anghiari, né a Monterchi... » (V. Doc. 32).

Proseguivano intanto i Vitelli a correre il Piano di Sopra
e, messi à fuoco i dintorni di Celle e Citerna, riprendevano
Selci, riducendo in strettezze i loro nemici, i quali, mancanti
di vettovaglie e stremati di forze, si rivolsero ai fiorentini
per esserne provveduti. Infatti, il 25 novembre, i Dieci scri-
vevano a Tommaso Betti capitano al Borgo che Lorenzo Giu-
stini, con lettera del 21 detto mese, li aveva richiesti « di
cinque cose, cioe: Di vectovaglie; biade e strami; che si
faccino venire [in aiuto del Pontefice] insino a cento homini
d'arme di questi Feltreschi; che a parte di questa nostra
gente di arme si dia recepto e stanze nel Borgo, o Monterchi,
per essere più uniti e più insieme et, per consequens, potere
obstare che l'inimici non cavalchino la campagna; la quinta
e ultima del tuo restare costi... » (V. Doc. 33).

Le vettovaglie e le biade furono dai fiorentini con varii
pretesti negate; né fu accordato al Giustini il permesso di
fare alloggiare, in servizio del Pontefice, le genti al Borgo
Sansepolcro ed a Monterchi; ma, avendo nel frattempo Nic-
colò Vitelli posto assedio a Celalba difesa strenuamente da
Virile Virili, i fiorentini promisero, « fra tre o quattro di,
per levare Messer Nicolo da Celalba », i cento uomini d’arme.
richiesti dal Giustini: all'ultimo momento però si tennero
pronti solo pochi uomini al comando del marchese del Monte,
ordinando espressamente al commissario Tomasso Minerbetti
che detti soldati, per andare contro Niccolò Vitelli, non do-
Vessero partire dal territorio fiorentino, ma da altri luoghi,
« perchè nostra intenzione è fare tutti li appiaceri et comodo
che si può alla Santità del Papa et porgergli ogni aiuto che
è possibile in questi tempi, excepto che muovere guerra collo
stato: ma questa parte terrai in te ». (V. Doc. 34).

L'assedio di Celalba intanto si faceva ogni di più stretto
e dai vicini luoghi della Toscana, e specialmente da Mon-
terchi, erano accorsi sudditi fiorentini in aiuto del Vitelli.

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166 G. NICASI .

I citernesi, nemici di Niccolò, ne avvertirono il proprio ora-
tore a Roma, che notificó la cosa al conte Girolamo Riario,
il quale se ne dolse vivamente con il Vespucci, ambasciatore
fiorentino. Avvertiti di ciò, i Dieci mandarono il 28 dicembre
Tommaso Betti commissario al Borgo Sansepolcro, per rinno-
vare i bandi contro i castellani, per punire quei sudditi che
vi avessero contravvenuto e per « fare cavaleare in là di
quelle nostre gente d'arme per aiutare quelli del Papa e
lévare Messer Nicolo di Campo da Celalba, se pure è vero
che lui vi sia. Et questo per tre o quattro di, secondo 1a ri-
chiesta ». (V. Doc. 35).

Peró se Firenze o, per meglio dire, Lorenzo dei Medici,
per tenersi unito il Pontefice nella guerra contro Venezia,
aveva dovuto aiutarlo in danno di Niccolò Vitelli, non ces-
sava per questo di tentare ogni via per impedire al Ponte-
fiee, ed al conte Girolamo di rendersi assoluti padroni di
Città di Castello; e, prevedendo che il Vitelli non avrebbe
potuto a lungo resistere con le sole proprie forze contro la
potenza del Papa, cercava con ogni mezzo di fare venire ad
un onorevole accordo le due parti contendenti. Infatti, fino
dal 1 novembre 1483, Guidantonio Vespucci, oratore fioren-
tino a Roma, ragguagliava per lettera Lorenzo il Magnifico
intorno ad un colloquio che egli aveva avuto con Francesco
da Noceto, confidente del Papa, durante il quale lo stesso Ve-
spucci — dopo avere assicurato il Noceto che i fiorentini erano
contentissimi che Città di Castello o per forza, o per accordo
tornasse al Pontefice — aveva aggiunto: « come la Santità del
Papa, in questo caso di Castello, gli doveva bastare il vincere
et non volere stravincere et fare disperare Messer Niccolò
et guastare quella città et che io credevo potere operare che
Messer Niccolò uscirebbe di Castello senza alcun pagamento
et che gli manderebbe qui [a Roma] uno dei suoi figliuoli
in mano di Nostro Signore a stare con sua Santità, dummodo
gli fussi dato il modo da vivere et potesse godere el suo. Il
detto Noceto mi guardò in viso e dissemi: se vi bastasse

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LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. i 167

l’animo a far cotesto voi, non potresti fare maggior servizio

| a nostro Signore, avvisandovi che, remosso l'onor suo, el
Pontefice et il Camarlingo sono molto piü inclinati a Messer
Niccoló che a Messer Lorenzo [Giustini] et credi che, quando
Messer Niecoló sarà fuora, egli avrà meno autorità Messer
. Lorenzo in Castello che Messer Niccoló » (1).

Queste trattative, per altro, erano contrariate da una
parte dallo stesso Niccolò, che, trovandosi al presente vitto-
rioso, rifuggiva dall'ascoltare i segreti consigli del Medici e
non voleva cedere, e, dall'altra, da Lorenzo Giustini che,
influentissimo presso il conte Girolamo, nepote del Papa, ne
eccitava l'animo vendicativo contro Niccolò (2). Ma un fatto
impreveduto appianò le difficoltà.

Mentre le genti vitellesche erano all’ assedio di Celalba,
Cammillo Vitelli, secondogenito di Niccolò, venuto a segrete
trattative con alcuni degli assediati, s'introdusse furtivamente
di notte, con pochi dei suoi, nel castello per rendersene pa:
drone; ma, tradito da quelli stessi che gli avevano favorito
l’entrata, restò prigioniero del Virili. Corse Niccolò Vitelli
alla liberazione del figlio e mise ogni opera alla espugnazione
di Celalba; ma Virile Virili la difese con il coraggio della
disperazione, finchè i soccorsi, giunti al Giustini ed al Virili
da Perugia e da altri luoghi, obbligarono Niccolò a desistere
dall’impresa. Il 26 gennaio 1484 Cammillo Vitelli, per ordine
di Lorenzo Giustini, fu mandato con forte scorta prigioniero
a Roma « a cavallo legato per le cosse » (3).

Niccolò comprese che, con il figlio in ostaggio, non avrebbe
potuto mantenersi contro il Papa: decise quindi di ascoltare
finalmente i consigli di Lorenzo il Magnifico e, sicuro di es-
sere da lui fortemente appoggiato, partì il 7 aprile per Roma
per sottomettersi al Papa (4).

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(1) e (2) FABRONIO, op. cit., vol. 2, pag. 245, n. 128.
(3) Cronaca Perugina, di Pierro ANGIOLO, loc. cit., pag. 238.
(4) Id., id., id., pag. 240.
168 G. NICASI

Sisto IV, che era allora in procinto di muovere guerra
ai Colonnesi, accolse a braccia aperte Niccolò Vitelli, nel
quale sperava avere un valido aiuto contro i Colonna. Infatti,
il 3 maggio, (1) si stipulò la pace tra Niccolò Vitelli e Sisto IV,
a condizione che Niccolò Vitelli accettasse dal Papa la no-
mina di Governatore di Campagna Marittima, mantenendosi per
ciò lontano da Città di Castello (2); che Cammillo Paolo e
Vitellozzo coadiuvassero Virginio Orsini contro i Colonnesi e
che Giovanni andasse per conto del Pontefice in Lombardia
a combattere i veneziani.

Il 7 agosto 1484 fu fatta la pace tra Venezia e Ferrara
ed il 12 agosto dello stesso anno moriva Sisto IV, al quale
succedeva Giovanni Battista Cybo, che, il 12 settembre 1484,
fu incoronato Papa col nome di Innocenzo VIII.

Il nuovo Papa, sul principio del 1485, nominò Niccolò
Vitelli anche Governatore della Sabina e, verso la fine dello
stesso anno, permise a Niccolò di ritornare in patria, tenendosi
però presso di se Paolo figlio di lui (3).

Niccolò Vitelli rientrò, il 7 settembre 1485, in Città di
Castello dove, fino dal 16 agosto antecedente, si era fatta
pace generale tra i cittadini alla presenza di Pantasilea Vi-
tella, moglie di Niccolò, in rappresentanza del marito e dei
figli assenti: e questa pace era stata confermata con l’ unire
in matrimonio Antonio Albizzini con una figlia di Branca di
Niccolò Guelfucci, Piergentile Fucci con Anna e Giovanpietro
di Messer Niccolò Bufalini con Maddalena, ambedue figlie
della detta Pantasilea e di Niccolò Vitelli (4).

Poco dopo il suo ritorno in patria, cioè il 6 gennaio 1486,
Niccolò Vitelli morì, tra il compianto dei suoi concittadini
che gli fecero, a pubbliche spese, solenni funerali e lo pro-
clamarono padre della patria (5).

(1) Muzr, Memorie ecc., fasc. 26, pag. 66.

(2) e (3) LITTA, Famiglie celebri, tav. I, I Vitelli.

(4) Muzr, Memorie ecc., fasc. 26, pag. 68.

(5) Niccolò Vitelli ebbe, da Pontasilea di Giovanni Liso Abbocatelli, sette figli
che furono Giovanni, Anna maritata a Piergentile Fucci, Lisa maritata a Niccolò
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LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 169

Nel 1485 era scoppiata guerra tra il Papa e re Ferrante
di Napoli: tenevano per il pontefice i Colonnesi, i Savelli ed
i baroni napoletani rivoltosi: erano in lega con re Ferrante
gli Orsini, il duca di Milano e Lorenzo dei Medici. Inno-
cenzo VIII, nell’ ottobre di quell’anno, aveva accettato la de-
dizione della città di Aquila che si era ribellata agli Arago-
nesi ed aveva alzato la bandiera della Chiesa. Alfonso, duca
di Calabria, volle fare altrettanto verso il papa, ribellandogli
Perugia e Città di Castello: intavolò infatti, per mezzo di
Virginio Orsini, « pratiche con Rodolfo et Guido Baglioni
perchè con il loro favore riducessino Perugia in libertà et
poi alla via della Lega: praticha anchora di simil natura fu
tenuta con Messer Niccolò Vitelli et, doppo la morte sua, con
Giovanni et Cammillo suoi figlioli ». |

Durante queste pratiche lo stesso Duca di Calabria, a
capo dell’ esercito aragonese, passò in Toscana ed, il 13 feb-
braio, si congiunse a Montepulciano con il Triulzio, mandato
dal duca di Milano in soccorso di re Ferrante. Da Monte-
pulciano il duca, « parendoli che potendo ridurre Perugia
alla divotione della lega fusse torre grande reputatione al
Pontefice », tentó di potere avere ai suoi disegni Filippo degli
Oddi, uno dei principali cittadini di Perugia, ma « trovando
poco fondamento » in lui, si rivolse di nuovo ai Baglioni che
alle sue proposte stettero « alquanto sospesi ». Incaricò al-
lora il suo alleato Lorenzo dei Medici di trovare « qualche
dextra via » per « ritrarre il segreto dell'intentione loro et
simile di Giovanni et Cammillo Vitelli »; e Lorenzo dei Me-
dici, fatte le pratiche opportune, rispose al Duca: essergli
« data ferma speranza che, pigliandosi per la nostra Lega
la Comunità di Perugia et in particulare decti Baglioni in
protectione, et dando loro provvisione conveniente per potere

Bracciolini di Pistoia, Cammillo, Paolo, Maddalena maritata a Giovampietro di Nic-
colo Bufalini, e Vitellozzo. Ebbe anche tre figli naturali cioé: Alesandro, Giulio e
Primavera (Vedi LITTA, op. cit.).

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110 G. NICASI

tenere qualche numero di gente d'arme in beneficio della
Lega, che ne é accennato sarebbe una spesa di VIII in X
mila ducati l'anno, che loro volterebbono lo stato et ridur
ranno quella città in libertà et unirannosi colla nostra Lega.
Ancora crediamo che, facendo una spesa di 5 mila ducati in
circa in Giovanni Vitelli et obbligandolo a tenere quello nu-
mero di gente d’ arme che fusse conveniente in beneficio
della Lega, che lui farebbe quello medesimo ». (V. Doc. 36).
Sembra che queste pratiche incontrassero il favore di tutti
i collegati e procedessero verso un resultato definitivo, inquan-
toché i Dieci di Firenze scrivevano, l'8 marzo 1486, al loro
ambasciatore a Milano Iacopo Guicciardini: « la pratica di
Perugia et di Giovanni Vitelli speriamo in brevi di sortirà
desiderata fine et ne è piaciuto il ricordo della Sua Ex.tia
[il Duca di Milano] che s' habbi advertenza di non fare questa
spesa senza la certezza che queste due città Perugia et Ca-
stello venghino in protectione della Lega; et noi così hab-
biamo facto ricordare al Duca di Calabria et scriptone a
Piero Capponi, nostro Commissario appresso la sua excel-
lentia » (1). >

Però questa pratica, sul punto di concludersi, fu sospesa
per le intervenute trattative di pace tra il Papa e gli Ara-
gonesi, che fu stabilita l' 11 agosto 1486.

Intanto Giovanni Vitelli, che dopo la morte del padre
era restato capo della famiglia, durante l'anno 1486 ridusse
con le armi all'obbedienza di Città di Castello, Calalba e
Pietralunga: Vitellozzo riprese Promano. Nel frattempo Boc-
colino Gozzani, potente cittadino di Osimo, aveva fatto ribel.
lare questa città al Papa, il quale, nel principio del 1487,
mandó a ridurla all'obbedienza Giuliano della Rovere che
aveva tra i suoi condottieri anche Giovanni Vitelli. Il 23
giugno 1487, mentre Giovanni Vitelli guidava i propri soldati
ad un assalto contro quella città, fu colpito da una palla di

(1) A. S. F.: X di Balia, Legazioni e Commissarie, vol. 6, pag. 28.
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 171

spingarda e mori lasciando la moglie Antonia, figlia di Nic- -

colò Ubertini conte di Chitignano (1) e due figli Simonetto e
Giovanni Liso. i

Il 16 ottobre dello stesso anno Paolo Vitelli, altro figlio
di Niccolò, potè sorprendere presso Roma Lorenzo Giustini
e, dopo averlo ucciso, gli mozzó il capo e, legato il resto del
cadavere sopra un mulo, lo rimandó in città. Per questa
uccisione Paolo Vitelli fu condannato a morte; ma Inno-
cenzo VIII, in vista dei servigii resigli dai Vitelli, ne com-
mutò la pena in dieci anni di esilio da Roma.

Alla morte di Giovanni Vitelli restò capo della famiglia
Cammillo, che il 2 gennaio 1488 sposò Lucrezia, figlia di
Rodolfo Baglioni di Perugia.

Nello stesso anno essendo sorta controversia tra i Mar-
chesi del Monte ed i Vitelli per il castello di Rasina, occu-
pato da Cammillo, e tra lo stesso Cammillo e Bernardino

degli Ubertini per causa del castello di Chitignano, tanto .

l'una che l'altra pendenza furono rimesse alla decisione di
Lorenzo dei Medici, eletto arbitro dalle parti (2).

Nel 1488 Cammillo Vitelli era al soldo del Papa, il quale,
temendo che i Baglioni mirassero alla Signoria di Perugia
ed a togliere quella città all'obbedienza della Chiesa, non
vedeva di buon occhio Cammillo parente e fautore dei Ba-
glioni; per ció Cammillo, essendo « mal trattato nei paga-
menti maxime respecto alla maggior parte degli altri sol-
dati », (3) meditava passare al soldo di altri potentati. Ma Lo-
renzo dei Medici — che per assicurare la propria potenza in
Firenze cercava aderenze ed influenza presso gli stati e le
città vicine — sicuro oramai di poter contare sui Baglioni ed
i Vitelli ad ogni suo proposito, prese a spalleggiare presso

(1) Antonia Ubertini, vedova di Giovanni Vitelli, passò a seconde nozze con
Taddeo marchese del Monte Santa Maria (LiTTA, Op. cit., tav. I, I Vitelli.

(2) e (3) Vedi Z1 tumulto del 1488 in Perugia, pubblicato da G. DEGLI Azzi, nel
« Bollettino di Storia Patria per l'Umbria », anno XI, fasc. III.

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172 S G. NICASI

il Pontefice i Baglioni che « facevano sospecto Cammillo » (1)
ed a raccomandare lo stesso Cammillo al Papa, « per darli
cagione co’ tractamenti buoni di non cercare altro avvia-
mento » (2).

In quello stesso anno Cammillo Vitelli prese parte atti-
vissima alla lotta tra i Baglioni e gli Oddi che si contende-
vano l’ egemonia su Perugia ed il 5 novembre, marciò con
le sue genti, in favore dei Baglioni, contro il Conte di Ster-

‘ peto, fautore degli Oddi, partecipando alla espugnazione del
- Borghetto e di Castiglione Chiusino (3).

Sui primi del 1489, Cammillo accorse in favore di Spello
contro Foligno, ed unito al Commissario pontificio Messer Si-
nolfo di Castel Lutiaro, fece fare, il 17 gennaro, tra Spellani
e Fulignati una tregua di 3 mesi (4). Il 22 dello stesso mese
messer Dolce da Spoleto, ambasciatore del duca di Milano,
messer Santi, ambasciatore del signor Virginio Orsini, messer
Niccolò da' Firenze, ambasciatore di Lorenzo dei Medici e
Cammillo Vitelli, (5) insieme al cardinale di Siena legato

apostolico, fissarono le modalità dell’ esilio temporaneo degli

Oddi da Perugia, che era voluto dai Baglioni e loro fautori
e che, per i maneggi di Lorenzo dei Medici, fu sanzionato
dal Papa con breve 5 marzo 1489; in conseguenza del quale
i Baglioni ebbero assicurata la loro signoria su Perugia.

CAPITOLO II.

Carlo VIII in Italia — I Vitelli al soldo dei francesi.

Lorenzo dei Medici moriva in Firenze il 7 aprile 1492
e gli succedeva il degenere figlio Piero, il quale, cedendo alle

(1) e (2) Il tumulto del 1488 in Perugia, di G. DEGLI AZZI, loc. cit.

(3) Vedi Ricordi nuziali di Casa Baglioni, pubblicati da V. ANSIDEI, nel « Bol-
lettino di Storia Patria dell'Umbria », anno XIV, fasc. I, pag. 131.

(4) e (5) Cronaca perugina di Pietro Angiolo, pubblicata da O. SCALVANTI, loc.
cit., pag. 319.
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 173

istigazioni del suocero Virginio Orsini, strinse alleanza con
Ferdinando d'Aragona, re di Napoli. Lodovico il Moro, zio
e tutore di Gian Galeazzo Sforza duca di Milano, diffidando
dei reali di Napoli, parenti (1) e protettori di suo nepote —
cui egli usurpava il potere ed insidiava la vita — temette
che l'alleanza del Medici con gli Aragonesi fosse diretta ai
suoi danni e, per premunirsene, si alleò con Carlo VIII re
di Francia, e lo invitò a scendere in Italia per conquistare
il regno di Napoli.

Carlo VIII, che già mulinava quell'impresa, accettò con
entusiasmo l'invito, ed: allestito un forte esercito, passò in
Italia, giunse in Asti e per Pavia e Piacenza si avviò alla
volta di Pontremoli, da dove inruppe in Lunigiana, prese
Fivizzano castello dei fiorentini, e messolo a ferro e fuoco,
strinse d’ assedio Sarzana. |

I fiorentini mandarono Paolo Orsini con 300 fanti ed i
suoi cavalli a rafforzare Sarzana ed il castello di Sarzanello,
ma, scontrati dai francesi, furono completamente sconfitti.
Piero dei Medici, impreparato alla guerra, spaventato dai
progressi e dalle crudeltà dei Francesi, vilissimamente venne
a patti con Carlo VIII e gli consegnò le fortezze di Sarzana,
Sarzanello, Mutrone, Pietrasanta, Pisa e Livorno, stabilendo
che Firenze avrebbe dato 200 mila ducati, purchè il Re avesse
ricevuti i fiorentini in confederazione e sotto la protezione
sua: tutto ciò salva l' approvazione di Firenze. Ma le fortezze
erano già consegnate; e così Carlo si assicurò della Toscana.

Piero dei Medici aveva sperato con la sua dedizione al
re di Francia conservarsi il potere; ma s'ingannó, perché
i fiorentini con improvvisa rivoluzione cacciarono, il 9 no-
vembre 1494, Piero dei Medici ed i fratelli da Firenze. Poco
dopo, cioè l’ 11 novembre, Pisa si rese indipendente dai fio-
rentini e si proclamò in libertà, con l'assenso di Carlo VIII

(1) Gian Galeazzo Sforza, Duca di Milano, aveva sposato Isabella «di Aragona,
figlia di Alfonso, primogenito di Ferdinando re di Napoli.
174 i G. NICASI

e con il consiglio di Lodovico Sforza (1), che sperava potere
in avvenire ridurre Pisa nelle sue mani.

Il 17 novembre Carlo VIII entrò in Firenze chiedendo
di esserne riconosciuto signore, ma, minacciato dai fiorentini,
scese a più miti consigli e, venutisi a patti fu stabilito: che
la città di Firenze dovesse entrare in confederazione con
Carlo VIII, nelle cui mani sarebbero restate le città di Pisa
e Livorno e le altre fortezze già consegnategli, fino ad im-
presa finita contro il Re di Napoli; dopo la quale, dovessero
essere restituite ai fiorentini le dette città e fortezze e tutte
le terre ribellate, accordando ad essi il diritto di ricuperarle
con la forza, qualora occorresse; che i fiorentini avrebbero
sborsato a Re Carlo, in tre rate, 120 mila ducati; che i pi-
sani sarebbero stati perdonati della loro ribellione e che sa-
rebbe stato ritirato il bando contro Piero dei Medici e fratelli,
purchè si fossero mantenuti lontani da Firenze.

Fino dal primo apparire dell’ esercito francese in Luni-
giana, i Vitelli si erano messi in armi e scoperti fautori dei
francesi, suscitando la diffidenza degli ufficiali fiorentini pre-
posti alla custodia delle città e terre confinanti con il terri-
torio tifernate. Il 29 ottobre 1494 Domenico Bartoli, capitano
fiorentino a Cortona, scriveva agli Otto di Pratica in Firenze,
avere udito « che Cammillo Vitelli si truova a Castello, in-
sieme con suo fratello, con circa a sedici squadre di cavalli

‘e fanti circa 2500; e qua si dice che è molto in puncto e a

ordine e che lunedì che viene si parte et non si sa dove si
vogli andare ». (V. Doc. 37).

Il medesimo Bartoli inoltre, lo stesso giorno, avvertiva
Bartolomeo Bartolini, potestà di Castiglionfiorentino, dello ar-
marsi di Cammillo e lo esortava ad avere « l'occhio » vigile,
perchè, essendo il Vitelli « assai ben visto et alla terra et al

(1) Hl 21 ottobre 1494 era morto Gian Galeazzo Sforza e Lodovico il Moro si era
subito fatto proclamare Duca di Milano.
e

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 17

contado » di Castiglione, « non si mettesse alla volta » di
quella località. (V. Doc. 38).

Ed il potestà di Castiglionfiorentino, a tali notizie, doman-
dava agli Otto di Pratica istruzioni in proposito. (V. Doc. 39).

Anche da Arezzo il capitano e commissario Pietro Car-
nesecchi mandava agli Otto notizie su Cammillo e le sue
genti; (1) ed al Borgo Sansepolcro il capitano Giraldi, tro-
vandovi sprovvisto, chiedeva aiuto ai medesimi (2).

I Signori di Firenze, il 22 novembre 1494, scrissero una
lettera a Cammillo Vitelli ed un'altra alla Comunità di
Città di Castello, nelle quali — scusandosi che « le gravissime
cure et occupationi per la venuta della X.ma Maestà et per
la recuperata libertà, che Piero dei Medici haveva indubi-
tamente suppressa et conculcata », li avevano impediti di
dare ad essi notizia « dei progressi delle cose » pubbliche
di Firenze, ed assicurando di essere in animo di continuare
Verso i Vitelli e verso i castellani « con quella intelligentia
che meritamente intra e buoni amici et vicini si richiede » —
notificavano che, « circa il governo » della loro repubblica,
avevano « preso tale indirizzo » da fare sperare che sareb-
bero andati « sempre di bene in meglio » e che «le cose »
loro con il Cristianissimo Re erano « assectate et concluse
con grandissimo amore et benevolentia di sua Maestà »
verso il popolo fiorentino; e dichiaravano di essere « di-
Spostissimi continuare quell'amicitia et benevolentia che »
la città di Firenze « universalmente ha sempre havuta »
con la magnifica Casa Vitelli, colla quale speravano « tro-
vare tale corrispondenza quale si conviene a coniunctissimi
amici » (V. Doc. 4041).

Ma Y allarme suscitato dai Vitelli ebbe presto termine,
perché Cammillo, lasciata al fratello Giulio la custodia di
Città di Castello, partì, ai primi di novembre, insieme con i

(1) A. S. F.: Otto di Pratica, Responsive, vol. 10, pag. 508.
(2) Id., id., id., pag. 552.

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176 | G. NICASI

fratelli Paolo e Vitellozzo e con il nepote Simonetto (1), alla
volta della campagna romana, con tutte le genti vitellesche
in soccorso dei Colonna, contro i quali Alessandro VI (2),
con l’aiuto di Alfonso re di Napoli (3) e di Virginio Orsini,
aveva mandato un esercito per riprendere Ostia.

Il 6 dicembre 1494, l ambasciatore fiorentino a Roma
scriveva agli Otto di Firenze: « Paolo Vitelli (e i fratelli)
s'intende di certo essere passato, per le terre del Papa,
allo stato dei Colonna con la sua compagnia : né per il cam-
munismo ha havuto impedimento alcuno » (4).

All’arrivo dei Vitelli nella campagna romana l’ esercito
pontificio dovette ripiegarsi su Roma.

Carlo VIII, due giorni dopo l'avvenuto accordo (5) con
i fiorentini, andò a Siena e, lasciatovi un presidio francese,
s'indirizzó verso Roma, dove entrò il 31 dicembre, seguito
il 1 gennaio 1495 da tutto il suo esercito. Il Papa diffidente
si chiuse: in palazzo, finché il 15 gennaio non fu concluso il
trattato tra lui ed il re di Francia.

Cammillo Vitelli il 28 gennaio 1495 era giunto ad Aquila,
con 12 squadre tra uomini d'arme e cavalli leggeri e con
lui si trovava Giovanni della Rovere, prefetto di Roma, e
signore di Senigallia (6). I1 9 febbraio Cammillo era con le
sue genti a Matrice (7). Contemporaneamente il cardinale
Giovanni dei Medici si trovava malato a Città di Castello (8),

(1) Simonetto Vitelli era figlio di Giovanni di Niccolò Vit lli e di Antonia di
Niccolò Ubertini conte di Chitignano.

(2) Nel luglio 1492 moriva Innocenzo VIII e sottentravagli nel pontificato Ro-
drigo Borgia col nome di Alessandro VI.

(3) A Ferdinando I di Aragona morto il 25 gennaio 1494 era succeduto il figlio
Alfonso II.

(4) Arch. di Stato fior.: Otto di Pratica, Responsive, vol. 10, pag. 557.

(5) L'accordo tra Carlo VIII et i fiorentini fu concluso la sera del 25 novembre
1494 « a hore due di nocte in circa ». (Vedi A. S. F.: Signori, Missive, vol. 18, pa-
gina 186, lettera a Pietro Carnesecchi ed a Luigi Della Stufa Commissario in Arezzo
dal 26 novembre 1494.

(6) Vedi Arch. di Stato fior.: X di Balìa, Responsive, vol. 38, pag. 137.

(7) Id., id., id., vol. 38, pag. 187.

(8) Id., id., id, vol. 38, pag. 139.
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 177

dove poco prima si era riparato per qualche tempo il fra-
tello Piero dei Medici (1). I Dieci di Firenze per mezzo di
Ser Andrea Guillichini, uomo del Vitelli, ma cittadino di
Arezzo, fecero sorvegliare ogni andamento del Cardinale
suddetto nella tema che ordisse qualche trama a danno della
loro repubblica (V. Doc. 42).

Anche Giuliano dei Medici si trattenne nel marzo alcuni
giorni a Città di Castello, nel cui territorio Giulio Vitelli
raccoglieva armati per mandarli in aiuto dei Baglioni con-
tro gli Oddi a Perugia, ed inviava nel medesimo tempo Ser
Guidoluccio da Castiglione a Firenze per fare nota la causa
di quella levata di gente, acciocché i fiorentini non se ne
adombrassero (V. Doc. 458).

Il 2 maggio 1495 il Cardinale dei Medici lasciò Città di
Castello « con tucta la sua famiglia et arnesi » (V. Doc. 45).

Carlo VIII, trattenutosi alcuni giorni a Roma, ne partì
il 28 gennaio 1495 alla volta del regno di Napoli. Intanto
l'Abruzzo si era sollevato in favore dei francesi ed il re AI-
fonso, sentendosi odiato dai sudditi, aveva abdicato in fa-
vore del figlio Ferrando, il quale raccolse il suo esercito
.sulle rive del Garigliano in posizione favorevolissima. Ma,
all'avvicinarsi dei francesi, vedendo i suoi soldati demora-
lizzati, Ferrando si ritrasse precipitosamente, lasciando San
Germano, che era ritenuto inespugnabile, facile preda ai
francesi, che il 12 febbraio lo presero, lo misero a sacco e
si avanzarono poi nel cuore del Regno.

Ferrando si era ritirato al Volturno presso Capua : ma,
tumultuandosi in Napoli, accorse a quietare quella città,
lasciando la difesa di Capua al Triulzio, il quale ia consegnò
ai francesi, mentre che, quasi contemporaneamente, anche
Gaeta si arrendeva senza combattere. Sotto Capua mori,
nell’età di 26 anni, Simonetto Vitelli che, come vedemmo,
aveva seguito gli zii all'impresa del Reame (2).

(1) Id., id., Missive, vol. 31, pag. 47.
(2) LITTA, Famiglie Celebri, I Vitelli.
178. G. NICASI

Il Triulzio, dopo il suo tradimento, passò al soldo dei
francesi, nelle cui mani restarono prigionieri a Nola Vir-
ginio Orsini ed il Conte di Pitigliano. Il 22 di febbraio
Carlo VIII entrava in Napoli, mentre re Ferrando, ritenuta
oramai inutile ogni difesa, si riparava con la famiglia ad
Ischia.

Tanti prosperi successi di Carlo VIII allarmarono gli
altri principi italiani, che vedevano già nell'aceresciuta po-
tenza dei francesi una minaccia per tutta l'Italia. Lodovico
il Moro ne fu addirittura spaventato, perché riteneva che
lentrata del Triulzio, suo inreconciliabile nemico, al soldo

dei francesi con molti altri fuorusciti di Genova e di Milano,

fossero indizi certi dei tristi propositi del re Carlo verso di
lui e del ducato milanese. Per premunirsi adunque contro

ogni pericolo, si fece promotore di una Lega, sottoscritta a

Venezia il 31 marzo, tra Milano, Venezia, il Pontefice, l' Im-
peratore. ed il re di Spagna, per la cacciata dei Francesi

‘dall’ Italia. Inoltre, sempre nella speranza di potere un

giorno insignorirsi di Pisa, somministrò copertamente ai pi-
sani denaro e mandò in loro aiuto, con molti soldati, Lucio
Malvazzi, abile condottiero, facendo correre voce averlo
mandato i genovesi: e quando, il 26 marzo 1495, Monte-
pulciano, ribellatosi ai fiorentini, (1) si dette ai senesi, Lu-
dovico mandò in loro appoggio Iacopo d'Appiano e Giovanni
Savelli con le loro genti per rendere più difficile ai fioren-
tini l’offendere i pisani.

Firenze si rivolse a Carlo VIII, reclamando da lui la
restituzione di Pisa, la quale oramai correva pericolo di es-
sere tolta anche alla Francia e di cadere nelle mani di Lo-
dovico Sforza e degli altri comuni nemici, che formavano
intorno a Firenze « una ghirlanda che piglia il mare e la
terra » (2); e siccome il re Carlo, per mezzo degli amba-

(1) Arch. di Stato fior.::.X di Balìa, Missive interne, vol. 14, pag. 36.
(2) Id., id., id., vol. 14, pag. 104.
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.

sciatori fiorentini, faceva sapere ai Dieci voler. mandare
500 lancie a rafforzare il pesidio francese in Pisa ed i Vi-
telli con le loro genti in aiuto dei fiorentini ed al loro soldo,
i Dieci rispondevano ai detti ambasciatori: « il modo ci
scrivete disegnarsi per loro [francesi] delle 500 lancie non
ci dispiace; venendo con noi a buoni giochi, come suppo-
niamo »; ma, avendo essi florentini al presente circa 300
uomini d'arme al loro soldo ed essendo anche in procinto
di prendere in condotta il signore di Piombino, aggiunge-
vano: « non vorremmo, oltre a sopradetti, recarci adosso i
Vitelli, chè sapete quanto siamo smunti per li denari ricevuti
et spese facte, quando bene di loro [Vitelli] ce ne potessimo
fidare » (1) (V. Doc. 44).

Dopo ciò re Carlo rinunciò a mandare i Vitelli a Fi-
renze; ma spedi però, dalla parte del mare, a Pisa 600 fanti,
tra svizzeri e guasconi, per rafforzarne la cittadella contro
ogni sorpresa nemica. Ed i fiorentini, ai quali intanto era
mancata la condotta del signore di Piombino, passato al
servigio del Duca di Milano, pensarono, per rendersi più
sicuri contro tanti nemici, prendere al loro soldo il duca di
Urbino, (V. Doc. 45) che fu subito da loro inviato, il 2 giu-
gno, in Valdichiana contro i senesi (2). Quasi contempora-
neamente, il nuovo presidio francese della cittadella di Pisa,
istigato dai pisani, si univa alle genti di Lucio Malvezzi ed
assalita Librafatta, la toglieva ai fiorentini.

(1) Giulio Vitelli aveva, come abbiamo veduto, mandato nel marzo a Perugia
le sue genti in favore dei Baglioni; e siccome i Baglioni e la Comunità di Perugia
erano allora in tanto intimi rapporti con i Senesi, nemici dei fiorentini, che poco
dopo, nel maggio, fecero lega con essi (V. doc. 46) e di più, i Vitelli avevano dato
ricetto in Città di Castello al Cardinale dei Medici malato, così i Dieci di Firenze
diffidavano dei Vitelli e scrivevano ai loro ambasciatori a Roma, il 7 aprile 1495:
« Ci pare dovervi ricordare che e’ Vitelli sono una medesima factione co’ Perugini
et, benché per ancora di loro non habbiamo inteso nulla, pure, essendo propinqui

alle cose nostre, ci pare fare qualche considerazione et credere queste cose di Pe-:

rugia sieno con misterio et non poco. » (Vedi Arch. di Stato fior.: X d Balia, Mis-
sive interne, vol. 14, pag. 99). j
(2) Arch. di Stato fior.: X di Balìa, Responsive, vol. 42, pag. 1.

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Intanto l' occupazione straniera aveva suscitato il mal-
contento nelle popolazioni del regno di Napoli, angariate
dai soldati francesi: si maledicevano gl'invasori e s’ invo-
cava il ritorno degli antichi padroni: la Puglia tumultuava:
re Ferrando, con l'aiuto dell’armata veneziana, sbarcava a

Reggio e la occupava. Carlo VIII, in mezzo a tanti nemici,

temendo di essere tagliato fuori dalla Francia, dovette, suo
malgrado pensare al ritorno e, lasciata una parte delle sue
truppe sotto il comando di Gilberto Mompensieri in difesa
del Reame, parti con l’ altra, guidata dal Triulzio, il 20 maggio
da Napoli, per Roma, alla volta della Toscana, conducendo
seco prigionieri Virginio Orsini ed il Conte di Pitigliano, ed
ordinando all’ armata di far capo a Livorno. Insieme con
l’ esercito del Re, marciavano con le loro genti i Vitelli (1).

Alessando VI, saputa la venuta di Carlo VIII verso
Roma, si recò con l’esercito ad Orvieto, e re Carlo, entrato
il 1° giugno in Roma, proseguì il 3 per Viterbo da dove si
diresse anche egli ad Orvieto per incontrarvi il Papa: ma
il Papa non volle aspettarlo e, lasciato Orvieto, si riparò a
Perugia.

La Lega, costituita contro Carlo .VIII, faceva nel frat-
tempo ogni opera, con minaccie e promesse grandissime, per
staccare Firenze dall’ alleanza francese; per ciò re Carlo
dubitava fortemente della fedeltà dei fiorentini verso di lui.
Volendo adunque ad ogni costo assicurarsi di Firenze, non
solo aveva al suo seguito Piero dei Medici, per tenerlo pronto
ad insediarlo in Firenze in caso di bisogno, ma da Viterbo
— dove erano giunti con l’esercito francese — spediva, per
Spoleto e Fossato a Città di Castello, i Vitelli, sotto pretesto
di dare ad essi occasione di regolare i loro affari in patria,

(1) ANTONIO CAPPELLI nel svo Savonarola etc. riporta questo documento n. 53:
« Manfredi al Duca di Ferrara. Firenze 16 maggio 1495 » « La Maestà del Re [Carlo
VIII] nuovamente ha conducto al soldo suo Cammillo Vitelli con li altri due fratelli,
con stipendio dî XXX mila ducati et hagli dato stato che gli fructa III mila ducati ».
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 181

ma certo con il segreto proposito di servirsi delle genti e
della influenza Vitellesche per attaccare efficacemente da
quella parte i fiorentini, nel caso che egli si fosse trovato
obbligato ad aprirsi con le armi, a traverso lo stato di Fi-
renze, il passo verso Pisa.

Da Orvieto prosegui Carlo il suo cammino verso la To-

stana, ed i fiorentini che, malgrado ogni lusinga della Lega,
volevano restare fedeli ai francesi — sia per potere cosi ria-
vere le loro fortezze, che quelli avevano in mano, sia per
non compromettere gli estesissimi commerci che i sudditi di
Firenze avevano con la Francia, sia perché temevano, non
meno della francese, la preponderanza veneziana — decisero
di non ostacolare il passaggio del re Carlo. Però i fiorentini
(non fidandosi completamente del re francese, che li aveva
sempre ingannati e dissanguati, mentre aveva in ogni occa-
sione appoggiato, contro di loro, i pisani), si armarono feb-
brilmente per impedire ai francesi l' ingresso a Firenze, tanto
più che, per avere re Carlo in Viterbo parlato agli oratori
fiorentini in favore della riammissione in patria, come pri-
vati cittadini, dei Medici e per sapere esser Piero nel campo
francese, temevano che Carlo avesse il proposito di rimet-
terlo al potere.

Carlo VIII giunse il 12 giugno in Siena, dove tenne
consiglio con i suoi sulla restituzione, o no, di Pisa e Li-
vorno ai fiorentini; e fu stabilito che sua Maestà non resti-
tuirebbe nulla, finché non fosse giunto in Asti; allegando di
ritenere dette città per avere un luogo dove sicuramente
ritirarsi, in caso che la sorte delle armi non gli fosse stata
propizia: ma in verità perchè si temeva che i fiorentini,
hon appena avessero riavuto le loro fortezze, sarebbero pas-
sati alla Lega. Il 16 giugno parti Carlo VIII da Siena ed
adirato dei preparativi di difesa fatti dai fiorentini contro

di lui, si avvió con fieri propositi alla volta di Firenze. Giunto

il 17 a Poggibonsi, trovò fra Girolamo Savonarola, manda-
togli incontro ambasciatore da Firenze, il quale seppe mi-

16

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182 G. NICASI

tigare lo sdegno del Re in modo che, Carlo, dietro promessa
dei fiorentini di versargli i 50 mila ducati, che restavano a
sborsargli in forza dei vecchi capitoli e di dargli messer
Francesco Secco loro condottiero, con la sua compagnia di
100 uomini d’arme, promise di nuovo di restituire, non ap-
pena giunto in Asti, le fortezze e città e terre alla Signoria
fiorentina e, lasciata da parte Firenze, s'incamminó per Pisa,
dove giunse il 20 giugno, accolto trionfalmente dalla popo-

lazione.

Intanto Cammillo, Paolo e Vitellozzo Vitelli, con tutte
le loro genti, composte di 200 uomini d'arme e 150 tra ba-
lestrieri e stradiotti, divisi in 12 squadre ed accompagnati
da un araldo, mandatario del re di Francia, erano il 12
giugno a Spoleto ed il 17 giunsero a Fossato, dove, udito che
a Ponte San Giovanni vi. erano le genti del Papa — circa
8 mila uomini, dei quali 12 squadre di cavalli si trovavano

alla Fratta con evidente intenzione di attendervi i Vitelli per
svaligiarli — abbandonarono la diretta via e, fattisi venire
incontro da Castello 300 fanti, fecero un lungo giro e giun-
sero il 18 a Castelfranco, da dove, il 19, giunsero a Castello;
mentre, nella notte dal 17 al 18 giugno, Giulio Vitelli con
1500 uomini era andato loro incontro, verso la Fratta, per
tenere in rispetto i nemici. (V. Doc. 47). Cammillo e Paolo
entrarono in città con pochi cavalli, avendo lasciato Vitel-
lozzo con le genti d'arme a otto miglia da Castello sulla
sinistra del Tevere.

I fiorentini, fino dal primo annunzio dell'avanzata dei
Vitelli per la valle del Tevere verso la Toscana, pensarono
a premunirsi contro di essi e ad impedire, occorrendo, la
loro congiunzione con l’ esercito del re Carlo. Numerosi
agenti segreti furono mandati al campo dei Vitelli, che li
accompagnarono nel loro cammino da Spoleto a Castello, per
valutarne le forze e spiarne i propositi. Appena giunti a Ca-
stello fu, per ordine dei Dieci, spedito in quella città il Rosso
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 183

Ridolfi fiorentino (1), che avvicinando con abilità gl’ intimi
dei Vitelli e lo stesso araldo francese che marciava con essi,
informava minutamente la Signoria di Firenze delle mosse
e dell'intenzioni di Cammillo Vitelli e dei fratelli. (V. Do-
cumenti 49 e 53). Contemporaneamente si ordinarono dai
Dieci ai capitani e commissarii buone guardie e continua vi-
gilanza su Arezzo, Anghiari, Sansepolcro, Castiglionfiorentino
e Cortona, che sarebbero state le città ed i paesi più esposti
agli assalti dei Vitelli e si mandarono 250 balestrieri del
duca di Urbino ad Arezzo per munire quella città ed ac-
correre dove il bisogno li avesse chiamati.

Luigi Stufa commissario ad Arezzo faceva fortificare la
Montanina, castello posto a cavaliere’ tra la Valle del Ne-
storo e la Valle di Castiglionfiorentino, e raccomandava ai
Dieci di munire Montedoglio, castello nelle vicinanze di San-
sepolcro, assicurando che « se i Vitelli, verranno nostri [dei
fiorentini] inimici, ci faranno grandissimo danno, perchè Cam-
millo et li fratelli hanno in quel paese [nella alta valle del
Tevere] di molti partigiani et maxime al Borgo a Sansepolcro
et credo che quando loro habbino a venire a danni nostri,
che non faranno il loro capo altrove che insignorirsi di Mon-
tedoglio, perché, preso Montedoglio, perduto el Borgo ».
(Vs Doc.. 51).

Prima di giungere a Castello i Vitelli avevano spedito
il loro rappresentante Ser Andrea Guillichini al commissario
fiorentino di Arezzo per tastare il terreno sulla probabilità
o no di avere libero il passo a traverso il territorio fioren-
tino con le loro genti per condurle a Pisa, dove doveano
ricongiungersi al Re di Francia; (V. Doc. 51). Giunto poi a

(1) Il Rosso Ridolfi era stato dai Dieci allontanato da Firenze ai primi di giugno
con vari altri ritenuti pericolosi « alla sicurtà dello Stato » e mandato, « sotto specie
di volerlo oprare in cose pubbliche », al Borgo dal Capitano Corbizi, accioché questo
lo intrattenesse « dextramente, ingegnandosi darli qualche exercitio per conto del
Pubblico » ed il Corbizzi lo mandò a spiare i Vitelli. Vedi Arch. di Stato fior.: X di
Bala, Responsiv e, 33, pag. 17.
184 G. NICASI

Castello, Cammillo mandò il suo cancelliere Ser Francesco
Fiorentino in Toscana a Carlo VIII per avere ordini intorno
al cammino che dovevano tenere per raggiungerlo. Quasi
contemporaneamente Cammillo spedi a Firenze il proprio
cognato Pier Gentile Fucci per chiedere a quella Signoria
il permesso di libero passo per le genti vitellesche.

. Il capitano Corbizzi scriveva intanto dal Borgo ai Dieci
in data 22 giugno « Secondo io comprendo, non havendo el
passo [Cammillo] lo piglierà: il perchè, denegandoglielo le
V. S., io dubito che qui non seguirà qualche inconveniente:
qui c'è carestia grandissima di pane, che più di soldi 36 ci
vale lo staio [di grano] al modo nostro, et se qui questa
gente [dei Vitelli] ci venissino et cominciassino a guastare
le raccolte, che ci si apparecchiano bellissime, questa terra si
può dire del tutto si disfatta et costretta, per l' anno advenire,
morire di fame: et loro [i borghesi] per obviare a questo
loro pericolo dubito non facessino qualche movimento et non
piccholo, et maxime che qui c'è una parte che è tutta di
questi Vitelleschi » (1).

Cammillo ed i fratelli avevano vivo desiderio di attra-
versare la Toscana con il beneplacito dei fiorentini; ma, nel
dubbio di potere ottenere il passo, dovendo pure ad ogni
costo raggiungere il re Carlo a Pisa, si preparavano anche
ad usare la forza. Pensarono quindi, in caso di bisogno, di
far nascere una rivolta in Pistoia, per frazionare le forze
dei fiorentini e, fino dal 17 giugno, il Corbizi avvertiva dal
Borgo i Dieci che Niccolò Bracciolini, altro cognato dei Vi-
telli, « huomo non grato allo stato nostro [di Firenze] et di
qualità da generare scandalo », era ripartito da Castello con
gran celerità verso Pistoia (dove egli era uno dei capi della
fazione Panciatica) « con animo di fare in quella terra mo-
vimento ». (V. Doc. 48). Inoltre i Vitelli havevano havuto
un abboccamento in Castello con Giuliano dei Medici e Ber-

(1) A. S. F.: X di Balìa, Responsive, 42, pag. 255.
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 185

nardo fratello di Piero da Bibbiena, loro segretario e si sa-
peva che havevano con essi parlato in favore dei Medici
stessi « et li usarono molte gagliarde parole di speranza
grandissima di tornare costì (in Firenze) ». (V. Doc. 51). Si
erano pure Cammillo ed i fratelli messi in relazione con il
commissario senese di Lucignano delle Chiane per avere il
passo verso il Re di Francia a traverso il territorio senese,
nel caso che avessero dovuto forzare i confini dello stato
di Firenze verso Castiglionfiorentino. (V. Doc. 50 e 59).

Nell'aspettare gli ordini del re Carlo e la risposta della
signoria, i Vitelli fecero passare il Tevere alle loro genti la
mattina del 20 giugno ed una parte, circa 200 cavalli, l'in-
viarono sotto il comando di Giulio Vitelli per Pistrino a
Sorci, in val di Sovara, tra Citerna ed Anghiari (V. Docu-
mento 55) e gli altri li condussero a dare il guasto ai grani
che gli abitanti di Paterna, castello del marchese Pietro del
Monte, avevano in alcune terre da quelli possedute nel ter-
ritorio tifernate: e ció allo scopo di punire quegli abitanti
perché, mentre i Vitelli volevano che i paternesi « haves-
sino a smaltire quei grani » nel Castellano, « quegli huomini
dicono volerli portare dove abitano: et testa é la differentia
che é durata molti anni ». (V. Doc. 53). Il marchese Pietro
del Monte, che con il marchese Carlo trovavasi al soldo dei
fiorentini al campo di Valiano contro i senesi, avvertito da
un Gaspare da Paterna dell'avanzarsi dei Vitelleschi verso
i suoi possessi, (V. Doc. 52) passó la sera del 21 da Casti-
glionfiorentino, con 40 cavalli e 60 provvigionati, per accor-
rere a difesa dei suoi sudditi. (V. Doc. 50). Ma i Vitelli, che
non avevano altro scopo che la vendetta verso i paternesi,
compiuto il guasto, si ritirarono, dirigendosi anche essi a
Sorci in val di Sovara, per riunirsi al resto delle loro genti
che ivi si trovavano. (V. Doc. 56).

Intanto Carlo VIII era entrato in Pisa ed i fiorentini,
ormai liberati dall'incubo che egli volesse rimettere in Fi-
renzi i Medici, non volendo crearsi nuovi imbarazzi e rifug-

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186 G. NICASI

gendo dal dargli altri motivi di dolersi di loro, accordarono
il passo ai Vitelli ed inviarono loro, a Sorci, Giovanni Ala-
manni e Poldo dei Pazzi commissarii — a cui poi si ag-
giunse il Rosso Ridolfi (1) — incaricati di condurlo a traverso
il territorio fiorentino verso Pisa. (V. Doc. 54 e 55). Quindi,
mentre Giulio Vitelli tornava alla custodia di Castello, Cam-
millo, Paolo e Vitellozzo partirono con i detti commissarii
per la Chiassa, dove venne loro incontro Luigi della Stufa,
commissario fiorentino ad Arezzo, per raccomandare ad essi
di fare con le loro genti il meno danno possibile alle popo-
lazioni, (V. Doc. 58) e la mattina del 27 giunsero nel piano
di Quarata.

I fiorentini (sempre diffidando di Carlo VIII che, anche
in quei giorni, in Pisa, mosso più dai doni, che dalle pre-
ghiere dei pisani, aveva promesso a questi la libertà) non
potendo, «come abbiamo veduto, negare il passo ai Vitelli,
cercarono di rirardarne il cammino, accioché a Carlo non
giungesse a tempo il loro aiuto (2). Infatti, fino da quando
mandarono i proprii commissari ai Vitelli, ordinarono a
quelli che, non appena le genti vitellesche fossero state lon-
tane dal territorio tifernate, loro base naturale di operazione,
le avessero divise in due parti, che, per vie diverse, doves-
sero indirizzarsi a Pisa. Per ciò, nel partire da Quarata, i
commissarii proposero ai Vitelli, « con più discreto modo fu
loro possibile », di dividere le loro genti in due parti, addu-
cendo a pretesto, « che con più comodità et abundanza di
viveri s'alloggiariano cosi che andare tutti insieme »: Ma i

(1) Arch. fior.: X di Balìa, Responsive, 42, pag. 290. Filippo Corbizzi ai Dieci,
27 giugno 1495.

(2) Di questo fatto si vantarono i fiorentini, come di un aiuto indiretto dato
alla Lega, ed i Dieci scrivevano il 7 luglio 1495 a Giovanni Battista Ridolfi, loro am- -
basciatore a Milano: « .. Cammillo Vitelli a. questi di passati ci fe richiedere di
passo et vectuaglie per 240 huomini d'arme per andare a attrovare la prefata Maestà
[del Re di Francia]: il che non j ossendo noi denegare de industria differimo più di
potemo acconcederliene: et li facemo fare la più lungha via per mettere più tempo
in mezo ... ». Arch. di Stato fior.: X di Balìa, Missive interne, vol. 15, pag. 3l.
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 187

Vitelli, che in questa voluta divisione delle loro genti teme-
vano qualche malo proposito dei fiorentini vérso di loro,
rifiutarono energicamente di sottoporsi a quella imposizione
e, mentre dichiararonsi rassegnati a sopportare qualunque
privazione se i fiorentini « si contentassino che andassino
tutti insieme », assicurarono essere, in caso contrario, ferma-
mente deliberati « chiamare un commissario dei senesi, che
era a Lucignano, da cui havevano lectere, et farsi condurre
per le terre loro ». I commissari non volendo, per timore
di peggio «lassarli pigliare quella volta », tutto considerato,
restarono contenti « che andassino tutti insieme, ma dalla
via non uscissasi dall'ordine » avuto dai Dieci: e cosi fe-
cero. (V. Doc. 59). Anzi, avendo Cammillo mostrato il desi-
derio di raggiungere il re Carlo, prima dell'arrivo delle
proprie genti, ed avendo a tale scopo richiesto che uno dei
tre commissari lo accompagnasse, fu accontentato. Restarono,
quindi, a capo delle genti vitellesche Paolo e Vitellozzo,
mentre Cammillo. con uno dei commissarii e pochi cavalli
procedette velocemente avanti per Firenze e Pisa; da dove
Carlo VIII era da poco partito alla volta di Sarzana con
l'esercito e con Francesco Secco, che i fiorentini avevano
mandato con la sua compagnia in aiuto dei francesi.

Giunto il re di Francia a Sarzana, volendo togliere Ge-
nova al duca di Milano per farne base di operazione a fu-
ture spedizioni di gente francese nel Reame, mandò alla
espugnazione di Genova Filippo Mons con 120 lancie e con
500 fanti, recentemente arrivati dalla Francia, ai quali si
sarebbero riuniti i partigiani di Luigi Fregoso e di Obietto
di Fiesco ed altri fuorusciti genovesi che si trovavano al
campo francese, e che, insieme al cardinale di S. Pietro in
Vincoli, lo avevano istigato a quella spedizione. Inoltre Carlo
lasciò ordine che, non appena fossero giunti i Vitelli con le
loro genti, dovessero ancora essi andare a quella volta.

. Intanto l'avanguardia di Carlo occupò Pontremoli, pas-
sandone a fil di spada gli abitanti, ed in breve tutto l’eser-

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188 G. NICASI

cito francese fu a Fornovo, dove gli si pararono avanti le
genti della Lega, pronte ad impedirgli il passo. Erano nel
fratempo giunte le genti vitellesche a Sarzana, da dove Cam-
millo Vitelli, in ossequio agli ordini del Re, le mandò dietro
a quelli che erano stati inviati all'impresa di Genova, e,
completamente fiducioso nella perizia e nel valore dei suoi
fratelli Paolo e Vitellozzo, ne lasciò ad essi il comando;
mentre egli con circa 80 cavalli volle raggiungere il Re,
nella speranza di poter prendere parte alla battaglia che si
riteneva imminente.

Il 6 luglio l’esercito francese e quello della Lega ven-
nero alle mani sulle rive del Taro e, dopo lungo, ostinato,
sanguinoso combattimento i Confederati restarono padroni
del campo, ma i francesi riuscirono a passare e, per Pia_
cenza, condursi il 15 luglio a salvamento in Asti. Durante
la battaglia sudetta Virginio Orsini ed il Conte di Pitigliano,
che erano prigioneri nel campo francese, riuscirono a fuggire
ed il Conte andò al campo dei veneziani e Virginio se ne
‘andò a Bracciano. Cammillo Vitelli prese anche egli parte
alla battaglia del Taro e si portò con tanta valentia che
‘Carlo VIII, riconoscendo avere egli, più che ogni altro dei
suoi condottieri, contribuito alla salvezza dei francesi, in
presenza di tutto l’esercito lo proclamò cavaliere e levatosi
la gran collana la pose in segno di riconoscenza al collo di
Cammillo (1).

Nel fratempo la parte dell’ esercito francese spedito alla
espugnazione di Genova aveva occupato Spezia, Rapallo ed

(1) Muzr, Memorie ecc. — Questo glorioso episodio della vita di Cammillo fu il
soggetto di uno dei dipinti eseguiti da Prospero Fontana nel gran salone del Pa-
.lazzo che i Vitelli avevano a Città di Castello presso la porta di Sant'Egidio. « E in
altro [dei quadri di detto salone si vede] effigiato ... quando Carlo VIII re di Francia
dichiara Cammillo ... Duca di Gravina e ... quando lo stesso Re lo proclamò cava-
liero in presenza dell’esercito, dopo la rotta data ai nemici sul Taro, e si cavò la
gran collana e la pose egli stesso al collo di questo eroe ». GIUSEPRE ANDREOCCI,
Breve ragguaglio di ciò che in genere di belle arti si contiene di più prezioso in
Città di Castello, pag. 48.
.

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. "SQ

altre terre della Riviera; ma, usciti i genovesi con l' armata
dal porto, sconfissero ed arsero la flotta nemica, e messe a
terra le fanterie, ritolsero ai francesi Rapallo, facendo pri-
gioniero il loro presidio, e costrinsero gli altri, sbigottiti dalla
perdita delle navi, a ripararsi in Piemonte.

Intanto Paolo e Vitellozzo Vitelli, partiti da Savona
erano giunti a Chiavari, dove, udita la sconfitta e fuga dei
francesi e dei fuorusciti genovesi, si ripiegarono verso Sar-
zana: ma costretti a marciare su terreno montuoso, disadatto
ai cavalli, furono attorniati da quelle alpestri popolazioni,
furibonde contro i francesi ed i loro partigiani; le quali in-
coraggiate dalla recente sconfitta dei loro nemici, e favorite
dall’ asperità del loro territorio, avrebbero certamente ridotto
a mal partito le genti vitellesche, se Paolo e Vitellozzo non
fossero ricorsi ad uno strattagemma. Finsero essi di fuggire
con le loro genti e, mentre i montanari, esaltati dalla cer-
tezza della vittoria ed attratti dalla speranza della preda, si
davano tumultuariamente ad inseguirli, Paolo e Vitellozzo,
colto il momento favorevole, ritornarono con le loro genti
precipitosamente sui loro passi, e, sorpresi quei montanari
alla spicciolata, parte ne misero a fil di spada e gli altri
dispersero (1). Così essi per Sarzana poterono arrivare inco-
lumi in quel di Pisa.

Durante la spedizione dei francesi contro Genova, i fio-
rentini ripresero ai pisani il 1° agosto Ponte di Sacco (2) ed
altre terre ed avevano assediato Vico: ma accorsero a di-
fenderla con le loro genti Paolo e Vitellozzo i quali, giunti
come dicemmo sul territorio di Pisa, ed avuti dai pisani 3
mila ducati, marciarono contro i fiorentini, affermando avere
ordine dal generale francese di Linguadoca di difendere Pisa

(1) « Le bande dei montanari gli furono addosso, ma egli [Paolo], forzato il
passo a Montebracco, guadagnò la pianura, ove, con simulata fuga, addusse il nemico
ad inseguirlo. Fatta allora voltare fronte all’ improvviso alla cavalleria, fece strage
dei montanari e senza essere più inquietati giunsero in Toscana ». LITTA, Op. cit.
(2) Arch. fior: X di Balìa, Legazioni e Commissarie, 15, pag. 48.

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190 G. NICASI

ed il suo contado, fino a nuovo avviso, contro chiunque. In
conseguenza di ciò i fiorentini, abbandonato l’ assedio» di Vico,
si ritirarono ad Albereto; ed avendo saputo che Paolo Vitelli
aveva ordinato a Città di Castello che gli mandassero delle
fanterie, le quali per passare facilmente il territorio fioren-
tino sarebbero venute « alla spicciolata a due o tre per volta
et per diverse vie et maxime per quelle che arrivano a Lucca
et per quello di Siena », mandarono ordini ai capitani e vi-
carii di Pistoia, Pescia, Volterra, Campiglia, Borgosansepolcro
ed Anghiari che mettessero « guardie a tutti li passi dove
è da stimare che verisimilmente tali fanti possino arrivare »
e quanti ne comparissero tanti ne facessero « arrestare et
voltare indietro, facendo torre loro tutte le arme et arnesi,
et le cavalcature quando fussino soldati a cavallo ». (Vedi
Doc. 60). Inoltre, sapendo che molti sudditi fiorentini milita-
vano sotto i Vitelli, per ordine dei Dieci fu pubblicato un
bando; « che tucti li nostri suggetti et subditi che fussino al
soldo dei Pisani nostri rebelli, o di qualunche altro che fus-
sino a soldo de’ decti pisani, si debbano partire sotto pena
di confiscazione de beni etc. ». Di questo bando mosse la-
gnanze il generale di Linguadoca, come lesivo agli interessi
francesi; ma i Dieci gli risposero: « che tal bando non com-
prehende quelli che fussino immediate al soldo della Chri-
stianissima Maestà... et se li Signori Vitelli sono soldati di
epsa Maestà, ordinate che loro non si discoprino contro a
di noi in favore dei pisani et cosi facendo li nostri soggetti
et subditi che sono nella loro condocta... non saranno com-
presi nel bando », altrimenti: « saremo forzati tractarli come
nostri nimici ». (V. Doc. 61 e 62).

Verso la fine di agosto il Re Carlo VIII, che si trovava
a Vercelli nominava Cammillo Vitelli duca di Gravina
(V. Doc. 63) per ricompensarlo dei servizi prestati e per
interessarlo maggiormente a ritornare con i fratelli e le loro
genti nel regno di Napoli, dove aveva deliberato di man-
darlo in soccorso dei soldati francesi lasciati a guardia di
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 191

quel reame, che si trovavano ridotti a mal partito, per il
malcontento di quelle popolazioni contro di essi.

CAPITOLO III.

] Vitelli si uniscono all' esercito fiorentino.

Erano giunte notizie da Napoli che, il 6 luglio 1495,
larmata del re Ferrando, avendo « posto in terra alla Mag-
dalena presso alle mura di Napoli 7 in 8 mila persone col
favore dei gentiluomini et popolo di Napoli, si erano en-
trati in Napoli et con loro Ferrando; et che tucta la terra
unitamente s'era ribellata et data al re Ferrando, et simi-
lemente Capua et Adversa et alcune altre terre » (1). Que-
ste notizie, che facevano temere prossima là fine della oc-
cupazione francese nel regno di Napoli se dalla Francia non
si fossero colà mandati forti soccorsi, obbligarono Carlo VIII
a mantener finalmente la promessa della restituzione delle
loro terre e fortezze ai fiorentini, per potere da questi smun-
gere altri denari per quell’ impresa.

Tra il re Carlo, adunque, e Nerio Capponi e Guidan-
tonio Vespucci, ambasciatori fiorentini, fu stipulata in Torino
una convenzione, per la quale il re di Francia si obbligav:
a restituire senza dilazione ai fiorentini tutte le loro terre
e fortezze, che erano in sua mano, ed i fiorentini avrebbero
sborsati al re Carlo i 30 mila ducati che restavano a dar-
gli, secondo le prime convenzioni e, di più, appena avve-
nuta la restituzione, gli avrebbero prestati 70 mila ducati
per pagare il soldo alle genti francesi del reame. Inoltre i
fiorentini si obbligavano, non avendo guerre in Toscana, a
mandare in aiuto dei francesi nel regno di Napoli duecento

(1) Arch. di Stato fior.: X di Balìa, Missive interne, pag. 99, Lettera ai Com-
missari dell'1l luglio.
9 Ra G. NICASI

uomini d’arme e, se avessero guerra solo con i senesi per
Montepulciano, a fare accompagnare dai loro soldati nel
regno di Napoli i Vitelli e le altre genti francesi che tro-
vavansi attualmente in Toscana (1).

Gli ambasciatori fiorentini spedirono subito a Firenze,
per la ratificazione, la copia dei capitoli della convenzione
ed i documenti relativi, ma Baccio da Sesto che li portava,
fu per ordine del duca di Milano arrestato nel suo passag-
gio per la Lombardia e gli fu sequestrato tutto l'incarto;
come pure fu nel medesimo modo arrestato Guidantonio
Vespucci (V. Doc. 64). Scrissero subito i fiorentini a Torino.
a Nerio Capponi per avere i duplicati di « tutte le lettere
et mandamenti et scripture necessarie » per potere venire
alla riconsegna della loro terre e fortezze e, mentre se ne
attendeva l’arrivo, fu conclusa con monsignor Tentavilla,
capitano francese, una sospensione di ostilità tra le genti
che i francesi avevano in Cascina e Vico, con le quali
erano i Vitelli, e le genti dei fiorentini, finchè monsignor
Tentavilla fosse ritornato da Pisa, dove dovea fare opera
di persuadere Entranghes capitano di quella cittadella a ri-
tirare dentro Pisa i Vitelli e gli altri soldati francesi, rice-
vendo in compenso dai fiorentini tre mila ducati. A solleci-
tare queste pratiche i fiorentini mandarono loro commissario
Antonio Mellini (V. Doc. 65); ma il capitano Entranghes non
volle acconsentire (V. Doc. 66).

Durante queste trattative, monsignor di Lilla commis-
sario francese, che si trovava a Firenze, dichiarò avere
dei dubbi sulla fedeltà dei Vitelli, i quali, per non essere
puntualmente pagati dal Re di Francia, temeva volessero
accostarsi alla Lega, e per ciò, sembrandogli poco prudente
farli ritirare dentro Pisa, propose che i fiorentini pagassero,
detraendoli dal prestito che dovevano fare al Re, gli arre-
trati che dovevano avere i Vitelli del loro soldo dal Re di

(1) GUICCIARDINI, Storia d’Italia.
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 193

Francia, e riunissero così le genti vitellesche al campo fio-
rentino. Piacque la proposta ai fiorentini ed a questo scopo
fecero pratiche con i Vitelli per mezzo di Carlo Albizzino,
che a caso si trovava nelle vicinanze di Vico, e di Bran-
caleone oratore di Città di Castello a Firenze (V. Doc. 67).
Inoltre i fiorentini, per consiglio di Tentavilla ed Antonio
Mellini, dettero due mila ducati al capitano della cittadella
di Pisa per pagare le genti al soldo del Re acciocchè, fino
all'arrivo dei nuovi ordini, potesse « meglio e più sicura-
mente guardare la cittadella et procedere contro i pisani », a
patto però che ritirasse in Pisa, secondo aveva promesso, tutte
le genti che erano al soldo del Re, dai Vitelli in fuori, con i
quali, a mezzo anche del loro cognato Niccolò Bracciolini,
sì proseguivano le trattative (V. Doc. 68, 69, 70, 71, 74, 76).

Giunto finalmente, il 6 settembre, Niccolò Alamanni
« con le scripture et mandamenti tucti » relativi alla con-
venzione tra il re Carlo ed i fiorentini (1), Paolo e Vitel-
lozzo Vitelli avendo ricevuto direttamente dal re di Francia
lettere, e messi dal fratello Cammillo, dopo poche altre trat-
tative (V. Doc. 71, 74) si unirono al campo dei fiorentini,
i quali, per consiglio di monsignor di Lilla e di Tentavilla,
pagarono ai Vitelli 4 mila ducati in conto di quanto resta-
vano questi ad avere per loro soldo dal re di Francia (2).
Contemporaneamente monsignor di Beumont, per mezzo del
capitano Saliant suo luogotenente, consegnò ai fiorentini, se-
condo gli ordini ricevuti dal Re, la città di Livorno con

(1) Arch. fior: X di Balia, Missive interne, vol. 15, pag. 70, lettera a Nerio
Capponi.

(2) Nel volume n. 3 dei Sommari di lettere missive e responsive dei X di Balìa
che sono nell'Archivio di Firenze, si trova questo appunto senza data, ma certo dei
primi di ottobre 1495: « A Pagolo et Vitellozzo fratelli et figli di Messer Nicolo Vi-
telli da Città di Castello nominati per Messer Cammillo loro fratello come suoi pro-
curatori et per se, secondo si contiene nello appuntamento facto col X.mo Re, et
così dixe ricevere et in dicto nomine Messer Cornelio [Galanti] procuratore di Pa-
golo et Vitellozzo, rogato da Ser Philippo Redditi. Et della procura di decto Cam-
millo dixe essere rogata da Ser Caschello di Mattio di Ser Nicolo Fedini, datum in
campo » e questo appunto dovrebbe certo riferirsi al pagamento dei 4 mila ducati
fatto ai Vitelli dai Fiorentini.
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194 G. NICASI

tutte le fortezze di mare e di terra, e i soldati francesi, che
le guernivano, passarono nel campo fiorentino unendosi ai
Vitelli.

Erano certi i fiorentini di potere riavere subito anche
Pisa, ma Entranghes addusse prima pretesti per non resti-
tuirla, e poi, non volendo porsi in aperta opposizione con

gli ordini del Re, invitó i fiorentini a presentarsi con l'eser-
cito alla porta di Pisa, che era a contatto con la cittadella,

per potere, come egli diceva, consegnare quella con piü si-
curezza nelle loro mani. Sperava invece che, dovendo i
fiorentini, per giungere alla porta, espugnare il borgo di
San Marco che metteva a quella, non avrebbero avuto forze
sufficienti per farlo, essendo l'ingresso di detto borgo pro-
tetto da un forte e ben munito bastione, recentemente co-
struito, dal quale i difensori di Pisa avrebbero potuto facil-
mente respingere ogni attacco. Accettarono l'invito i fioren-
tini, i quali, informati da Paolo Vitelli della disposizione del
bastione, usciti dai loro alloggiamenti di San Remedio, si
recarono il 13 settembre al borgo San Marco e ne assalirono
con gran forza il bastione di fronte, mentre Paolo e Vitel-
lozzo Vitelli, guazzato contro ogni aspettativa dei nemici
l’Arno, si lanciarono furiosamente all’assalto dall’altra parte (1).
I pisani soprafatti si dettero alla fuga ed i fiorentini irrup-
pero inresistibili per il Borgo, avventandosi alla porta di
Pisa, dove certamente sarebbero entrati se Entranghes, viste
le sue speranze deluse, non avesse rivolto i cannoni della
cittadella contro i fiorentini che, impreparati a quell’inopinato
attacco, dovettero con gravi perdite ritirarsi. Molti morti
ebbero i fiorentini in quell’ incontro e tra i numerosi feriti
furono pure Paolo Vitelli che, per essere andato all’assalto
senza schinieri, ebbe la gamba destra trapassata da una
lancia, e Vitellozzo colpito non gravemente da un sasso (2)
eV Doc. 42, (3).

(1) e (2) Giovio citato dal Porcacchi nell'op. cit.
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 195

Durante questi avvenimenti il Duca di Milano e gli al-
tri della Lega, indignati contro i fiorentini perchè, mal-
grado ogni loro lusinga e minaccia, non avevano voluto
staccarsi dalla Francia, dopo avere inviato aiuti di ogni ma-
niera ai pisani, eccitarono anche ed aiutarono Piero dei Me-
dici ad assoldare Virginio Orsini (che, come vedemmo, era
fuggito dagli accampamenti francesi durante la battaglia del
Taro) per tentare con l’aiuto dei senesi di ritornare con le
armi in Firenze (V. Doc. 75). Infatti Virginio partì con Piero
dei Medici da Bracciano e per Narni, Todi, giunse a Gualdo
Tadino, allora assediato dai perugini, e si offrì ad essi per
compiere quell’assedio, sperando di averne in contracambio
dai perugini aiuti nella sua impresa contro Firenze.

Non riuscendogli però la presa di Gualdo,-ne abbandonò
l'assedio senza il consenso dei perugini, e per le Tavernelle
e Panicale passò con le sue genti le Chiane ed entrò nel
territorio senese (1). Contro Virginio e Piero dei Medici i
fiorentini mandarono verso il Poggio Imperiale il duca di
Urbino con trecento uomini d’arme e 1500 fanti, e verso
Cortona Rinuccio da Marciano ed il fratello, con 200 uo-
mini d’arme e mille fanti, che staccarono dal campo intorno
a Pisa. Attorniati da queste forze Virginio e Piero dei Me-
dici, troppo debolmente aiutati dalla Lega, sprovvisti ormai
di mezzi e diminuiti di soldati, si trovavano a mal partito.

Intanto il campo che i fiorentini avevano contro i pi-
sani, dopo lo scacco subito al borgo San Marco, si era riti-
rato tra Cascina e Vico e, dopo che ne erano partiti i mar-
cianeschi, mandati, come abbiamo visto, contro Virginio e
Piero dei Medici in Valdichiana, stava per ridursi alle stanze,
essendo impotente a fare fazioni d'importanza contro i pi-
sani. I Vitelli, spiacenti di quella inazione, proposero a
Paol'Antonio Soderini, commissario fiorentino, di fare per
loro conto la impresa di Vico; sembrando loro che quando

(1) GUICCIARDINI, Storia d’Italia.

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l’esercito si fosse ridotto alle stanze per fare solamente la
guardia dei luoghi, fosse per essi molto più conveniente il
tornarsene a Castello a prepararsi all'impresa del reame, alla
quale erano stati destinati dal Re.

A questa proposta fecero buon viso i Dieci e scrissero
a Paolo e Vitellozzo, elogiando il loro buon animo verso la
Repubblica e dichiarando di avere dato ordine ai commis-
sari di campo (V. Doc. 77) di appoggiare l impresa, assi-
curando gli stessi Vitelli che « quella gloria che resultassi
d’una factione tale o a Vico o a Cascina, sarà sempre da
questo popolo attribuita precipue a voi. Di che potete bene
considerare dovere nascere in futuro un vincolo immortale
et una affectione indicibile universalmente et particularmente
da tutta questa città ». (V. Doc. 78).

Ma avendo, poco dopo, Paolo e Vitellozzo Vitelli rice-
vuto dal loro fratello Cammillo (che ancora trovavasi presso
il Re Carlo) altre istruzioni, furono costretti avvertire i Dieci
che fra tre o quattro giorni sarebbero partiti con le loro
genti per Città di Castello, onde potere rifornirsi e prepa-
rarsi alla spedizione nel Regno di Napoli. I Dieci di Balia
di Firenze, dubitando che questa partenza fosse un pretesto
per acquistare la libertà ed andare ad aiutare il loro pa-
rente Piero dei Medici (1), scrissero a Neri Capponi, loro
oratore in Francia, che provocasse dal e rCarlo e da Cam-
millo Vitelli lettere che ordinassero a Paolo e Vitellozzo di
non abbandonare il campo fiorentino, fino a che le genti
dei fiorentini non fossero pronte ad accompagnarli nel Reame
secondo i patti stabiliti (V. Doc. 79).

Il Capponi però rispose che Cammillo Vitelli aveva in-
carico dal re Carlo di trattare con gli Orsini per condurli
seco. nel Regno di Napoli in soccorso dei francesi, e che

(1 Paolo Vitelli ebbe in moglie Girolama Orsini figlia naturale di Roberto Or-
sini e sorella quindi di Alfonsina, moglie di Piero dei Medici, la quale era figlia le-
gittima del detto Roberto Orsini.
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 197

nare per prepararsi a quella spedizione. I Dieci perciò, dopo
di avere raccomandato al Capponi che, qualora il re Carlo
conducesse gli Orsini, imponesse loro espressamente di ab-
bandonare Piero dei Medici, scrissero il 15 ottobre a Paolo
e Vitellozzo essere contenti che partissero, ma li pregavano
di soprastare dieci o quindici giorni, fino al ritorno in campo
dei marcianeschi, e fare intanto l'impresa di Vico; avver-
tendoli inoltre aver ricevuto lettere dal loro fratello Cam-
millo che verso il 24 o il 25 di ottobre giungerebbe dalla
Francia in Firenze (V. Doc. 80). Insistettero però i Vitelli
per l'immediata partenza; sicchè ricevettero il 16 una gra-
tissima lettera di congedo dai Dieci e l'avviso, avere essi
mandato Bernardino Bartoli, commissario, ad accompagnarli
a traverso il territorio della Repubblica (V. Doc. 81).
Giunti Paolo e Vitellozzo a Città di Castello, ricevettero

dai Dieci di Firenze altra lettera, in data XXVI ottobre 1495,

con la quale — dopo aver premesso che i fiorentini per i prov-
vedimenti presi contro Piero dei Medici e gli Orsini si sen-
tivano sicuri di respingerli, ma che volevano abbondare in
cautela per premunirsi contro ogni possibile evento — pre-
gavano i Vitelli acciocchè facessero nel territorio tifernato
< comandare et stare in ordine colle sue arme uno huomo
per casa per conferirsi dove dalle M.tia V. sarà comandato
et dei quali havendo bisogno servirci vi sarà scripto da
noi o da Luca degli Albizi nostro commissario a Cortona » (1).

I Vitelli subito aderirono a questo desiderio dei fiorentini e
Filippo Corbizzi scriveva dal Borgo ai Dieci, in data 9 no-
Vembre, avere avviso « che in quello di Castello sè coman-
dato un huomo per casa et che la nocte veniente, de X, si

ragunino a uno suono di campana et siano in certo luogo
deputato » (2). '

(1) Arch. di Stato di Firenze, X dé Balìa, Missive Registri, vol. 36.

(2) Id., id., Sommari di missive e responsive, vol. 3, lettera di F. Corbizzi 9
novembre.

quindi era necessario che Paolo e Vitellozzo dovessero tor-

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198 G. NICASI

Anche Piero dei Medici chiedeva aiuto, per la sua im-
presa contro Firenze, ai Vitelli e mandava nei primi di no-
vembre Paolo Orsini a Città di Castello (1) a persuadere
Paolo e Vitellozzo a prendere partito per lui; ma essi ri-
fiutarono recisamente (2). Non tralasciarono intanto i Vitelli
di prepararsi alla spedizione nel Reame ed a tale scopo, per
potere più facilmente rifornirsi di soldati, ordinarono per
pubblico bando ai loro sudditi, che si trovavano a militare
fuori del territorio tifernate, che ritornassero in patria, mi-
nacciando gravi pene ai trasgressori. I Dieci di Firenze che
avevano molti tifernati nel campo di Valiano sotto il duce
di Urbino, i Marchesi del Monte e altri condottieri scrissero
ai Vitelli lamentandosi di quel bando (V. Doc. 85).

Nel frattempo i fiorentini fino dall’ 8 ottobre (3) avevano
ricorso per mezzo dei loro ambasciatori al Re di Francia
contro il tradimento di Entranghes ed avevano con forza
insistito acciochè il Re rinnuovasse efficacemente i suoi or-
dini allo stesso Entranghes di restituire immediatamente Pisa.
Il Re mandò, con nuove credenziali ed ordini perentori ad
Entranghes, il capitano Lanciainpugno, il quale giunse a
Firenze il 3 novembre in compagnia di Messer Antonio da
Castello e Cammillo Vitelli. La sera stessa Lanciaimpugno
presentò le sue credenziali ai Dieci, le quali contenevano
solamente avere egli il mandato di fare restituire Pisa ai
fiorentini: ma, a voce, aggiunse che aveva espressa com-
missione dal Re di non recarsi a Pisa ad eseguire il suo
mandato, se prima i fiorentini non avessero pagati a Cam-
millo Vitelli i dieci mila ducati che questo restava ancora
ad avere dal Re per il suo servizio. Risposero i fiorentini
avere speso oramai tanti denari per ricuperare Pisa che
non potevano assolutamente spenderne altri, specialmente

(1) Arch. di Stato di Firenze, X dé Balìa, Sommari di missive e responsive,
vol. 3, lettera di Luca degli Albizi 3 novembre.

(2) Id., id., id., vol. 3, lettera di F. Corbizzi 5 novembre 1495.

(3) Id., id., Missive interne, vol. 15, pag, 86 a Mario Capponi 7 ottobre 1495.
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 199

se prima non avessero nelle mani le cose loro: ma Cam-
millo dichiarò che, a garanzia dei denari che doveva avere,
si era fatto rilasciare in sua mano le lettere contenenti l’or-
«dine ad Entranghes della restituzione di Pisa, e che non le
avrebbe consegnate se prima non gli fossero sborsati i de-
nari; anzi le avrebbe stracciate ed avrebbe scritto al Re
che se egli non era partito con le sue genti verso il regno
di Napoli, come aveva promesso, ciò era avvenuto per non
avere ricevuto i denari che doveva avere (V. Doc. 82).

Udito ciò i fiorentini, allo intento di potere più presto
riavere Pisa, vennero con Cammillo ad un’accomodamento,
ed invece di sborsargli, come egli chiedeva, tutto il resto
del suo soldo che oltrepassava i nove mila ducati, restarono
d’accordo di dargliene al presente quattromila a condizione
che, non rendendosi Pisa, i danari sarebbero stati restituiti,
e che, riavuta Pisa, avrebbero pagato a Cammillo ciò che
restava ad avere dal Re. (V. Doc. 83). Non appena ebbe ri-
cevuto i quattro mila ducati Cammillo partì, il 10 novem-
bre, con Lanciainpugno alla volta di Pisa per intimarne ad
Entranghes la restituzione a nome del Re (V. Doc. 84). Ma
l Entranghes, non solo non obbedì, ma imprigionò Lancia-
inpugno, solo rilasciandolo dopo alcuni giorni.

Di nuovo ricorsero i fiorentini al Re per ottenere da
lui altri inviati che rinnovassero gli ordini ed imponessero
.ad Entranghes la restituzione; e Neri Capponi faceva sa-
pere ai Dieci, avere il Re aderito a questo desiderio e avere

mandato Monsignor di Gemel, il quale, accompagnato da ,

Niccolò Alamanni, sarebbe tra poco giunto a Firenze. I fio-
rentini pregarono allora Cammillo Vitelli — in procinto di
partire per Città di Castello — che volesse trattenersi fino
alla venuta di monsignor di Gemel per coadiuvarlo nel-
l'adempimento della sua missione (V. Doc. 86, 87, 88). Cam-
millo aspettò ; tenendo però nel frattempo continue pratiche
— per mezzo dei suoi fratelli Paolo e Vitellozzo e con let-
tere e messi — per indurre Virginio Orsini ad accettare la

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condotta dal re di Francia e persuadere Piero dei Medici
a lasciarlo partire.

Queste trattative non poterono condursi tanto segreta-
mente che Pietro Vittori, commissario fiorentino ad Arezzo,
non subodorasse qualche cosa, ed avvertì i Dieci dei con-
tinui ‘colloqui che avvenivano in Città di Castello tra il
Frulla, antico servo dei Medici, ed i Vitelli e ser Santi da
Curcumella, facendo inoltre sapere che, per accertarsi di
che si trattava, si era messo d'intesa con il marchese del
Monte per fare arrestare il Frulla « in quel di Perugia in
sui confini del Monte » (V. Doc. 91). Anche Ser Alessandro
Bracci, oratore fiorentino a Perugia, ebbe sentore di qual-
che cosa e temendo che Cammillo mirasse a recare aiuti
al Medici, manifestò in varie lettere i propri dubbi ai Dieci;
ma questi, che erano stati da Cammillo messi a parte delle
pratiche che conduceva, scrissero al Bracci che non avesse
dubbi sui, Vitelli perchè con essi erano « in firmissima
amicitia et intelligentia » (V. Doc. 89).

I Dieci avrebbero desiderato che il Re di Francia
avesse ordinato ai Vitelli di ritardare la loro partenza per
il Regno di Napoli e di tenersi a disposizione dei fioren-
tini (V. Doc. 90) per aiutarli nei loro bisogni; tanto più
che non credevano essi possibile che i Vitelli fossero « in
termine di passare nel Reame per la crudezza del verno »
(V. Doc. 92). Ma Cammillo, che intanto si era portato a Città
di Castello, seguitava le sue pratiche con Virginio, e verso

il 15 dicembre i Vitelli scrissero ai Dieci che, tra quattro

o cinque giorni, sarebbe giunto a Firenze Carlo Orsini con
uno di essi Vitelli; ed i Dieci rispondevano: « Ancorché
qualunque delle vostre Magnificentie ci sarebbe sempre gra-
tissimo, non di meno desidereremo che la sorte ne havesse

mandato la magnificentia di Messer Cammillo, per qualche

buono respecto » (V. Doc. 93).
Il 20 dicembre Cammillo Vitelli era a Montevarchi a
cena col duca di Urbino, che campeggiava contro Virginio
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 201

Orsini, e al Duca notificò recarsi egli, Cammillo, a Firenze
< per pigliare denari per se et per il signor Virginio et al-
tresì per gli altri sua Orsini », avendogli Virginio fatto sa-
pere « al tutto essere disposto essere soldato della Maestà
del Re di Francia » (V. Doc. 94). La sera stessa Cammillo
Vitelli scriveva ai Dieci che si sarebbe recato a Firenze
con i quaranta balestrieri da essi ordinatagli « per intender
quanto sia da far » (V. Doc. 95).
Il 22 Neri Capponi scriveva ai Dieci che la causa della
venuta di Carlo Orsini a Firenze, per recarsi poi da li in
Francia, « è perché il signor Virginio desidera che il Re
conduca a suo soldo oltre a lui et il signor Paulo, tutto il
resto di casa Orsina » (V. Doc. 96). Intanto era giunto, il
19 dicembre, monsignor di Gemel, latore di nuovi e più
precisi ordini del Re di Francia ad Entranghes per la re-
stituzione immediata di Pisa ai fiorentini; ma anche i nuovi
ordini ebbero l'effetto degli altri, perchè il detto capitano
si rifiutò, sempre più ostinatamente, di cedere la cittadella.
Anzi, venuto poco dopo a trattative con i pisani, consegnava,
il primo gennaio 1496, nelle loro mani la cittadella, dopo
avere da loro ricevuto in compenso 20 mila ducati: inoltre
Vendeva poco dopo Pietra Santa a Mutrone per 26 mila du-
cati ai lucchesi, mentre Lignì il 26 febbraio 1496 conse-
gnava Sarzana per 30 mila ducati ai genovesi (1).
Intanto Virginio Orsini, fronteggiato dalle genti del Duca
di Urbino e del conte Rinuccio da Marciano condottieri
fiorentini, trovandosi impossibilitato a procedere con il suo
esercito verso Firenze, per rimettervi al potere Piero dei
Medici, campeggiava impotente tra Rapolano ed Asciano.
monsignor di Gemel, riuscita vana la sua missione di per-
suadere l’ Entranghes a restituire Pisa ai fiorentini, aveva
in Firenze consegnato a Cammillo Vitelli, da parte del Re
Carlo, il denaro necessario per la spedizione delle genti

(1) PoRTOVENERI, I, carte 335, citato dal CIPOLLA, Storia delle Signorie italiane.

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vitellesche nel regno di Napoli in soccorso dei francesi ;
e si era quindi con lo stesso Cammillo recato ad Asciano,
dove concluse, per conto della Francia, anche la condotta
di Virginio, Giulio e Paolo Orsini con 600 uomini d’ arme
per 80 mila ducati.

Monsignor di Gemel aveva avuto dal re Carlo l’ inca-
rico di assoldare solamente Virginio e, quindi, per lui solo
aveva portato i denari, ma insistendo Virginio nel volere
assolutamente inclusi nella condotta anche Giulio e Paolo
Orsini, si dovette, per consiglio di Cammillo Vitelli, man-
dare apposito messo in Francia per avere dal Re la ratifica
anche della condotta degli altri. Virginio, ricevuti intanto,
a conto della sua condotta, 12 mila ducati (1) abbandonó
l'impresa di rimettere in Firenze Piero dei Medici, e si
condusse con le proprie genti in quel di Todi per aspet-
tarvi la ratifica del re di Francia; la quale giunta, Virgi-
nio, onde potere completare il numero dei 600 uomini d'arme,
che aveva assunto obbligo di condurre con se nel Reame,
Si recò a Perugia, dove, abbocatosi con Cammillo Vitelli e
con Guido e Ridolfo Baglioni, prese al suo soldo Adriano
(detto Morgante) Carlo e Simonetto Baglioni (V. Doc. 97,
99,101, 103).

I Vitelli, riassettate e completate in Città di Castello le
loro genti, erano già verso la fine di gennaio 1496 pronti
per la partenza e stabilirono tra loro che, mentre Cammillo
e Paolo, a capo delle loro genti, sarebbero andati nel Reame,
Giulio avrebbe preso la direzione dei loro affari in patria
ed avrebbe provveduto alla difesa di Città di Castello, e
Vitellozzo si sarebbe recato in Francia, come ambasciatore
e curatore degli interessi dei fratelli, presso il re Carlo. Il
25 di gennaio Vitellozzo giunse a Firenze (V. Doc. 102), da
dove parti per la Francia conducendo seco come suo se-

(1) Grovio citato dal Porcacchi nel « Commento al Guicciardini ».
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 203

gretario il tifernate Cornelio Galanti ed ai primi di febbraio
partirono Cammillo e Paolo con le loro genti per il Reame.
I senesi intanto, abbandonata l'alleanza con la Francia,
si erano dichiarati per la Lega. I fiorentini avrebbero vo-
luto che il re Carlo avesse mandato i Vitelli e le genti fran-
cesi di Gemel, prima che partissero per il Reame, contro i
senesi (V. Doc. 106), ma, non avendo ciò potuto ottenere,
cercarono di stringersi maggiormente con i perugini, nel
timore che non dovessero essi pure aderire alla Lega.
Quindi, avendo già da vario tempo condotto Giovampaolo
figlio di Rodolfo Baglioni, accordarono, nel marzo. 1496, una
provvisione annua di 3000 ducati al detto Rodolfo ed al suo
fratello Guido, assoldarono il 3 maggio Astorre Baglioni
figlio di Guido ed aumentarono la condotta di Giovanpaolo;
riuscendo cosi ad avere « questi due giovani, Messer Astore
et Giovanpaolo et li padri loro con tucto lo stato in termine
da poterne disporre absolutamente in ogni loro bisogno et
oGeorrenua » (V. Doc. 98, 113, 122, 125, 128,. 129).

CAPITOLO IV.

Seconda spedizione dei Vitelli nel Reame.

Ferrando d'Aragona procedeva nel frattempo alla ricon-
quista del suo regno e, dopo essere entrato, come vedemmo,
in Napoli ed avere avuto per capitolazione Capua e Caserta,
| gli Si erano anche arrese — con la cooperazione delle mi-
lizie spagnole guidate da Ferdinando di Cordova, detto il
Gran Capitano — le fortezze di Castelnuovo e di Casteldel-
luovo, obbligando Mompensieri, comandante dei francesi, a
ritirarsi verso Salerno. Contemporaneamente i colonnesi ave-
vano abbandonati i francesi e si erano dichiarati per gli

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204 G. NICASI

aragonesi; i veneziani (1) avevano ordinato al marchese di
Mantova, loro condottiero, di passare nel regno di Napoli
in aiuto di Ferrando; Lodovico Sforza ed il Pontefice ave-
vano promesso soccorsi di uomini e denaro agli aragonesi,
in favore dei quali tumultuava l'Abruzzo; e già Teramo e
Chieti si erano ribellate ai francesi ed Aquila sembrava
pronta ad imitarli.
Erano a questo punto le cose del Reame, quando, ai
primi di febbraio del 1496, Cammillo e Paolo Vitelli, con-
giunte le loro genti a quelle di Virginio in Acquasparta,
presso Todi, marciarono insieme con lui verso gli Abruzzi.
Giunti a Monteleone, tra Spoleto e Leonessa, essendogli da
quegli abitanti, per ottemperare agli ordini del Pontefice,
negato il passo e le vettovaglie, Cammillo Vitelli lo sac-
cheggió, mentre Paolo con Virginio procederono per Leo-
nessa, distante 20 miglia da Aquila e Bartolomeo d’Alviano
di Casa Orsini, aspettava ancora ad Acquasparta che Adriano,
Carlo e Simonetto Baglioni terminassero di mettere ad or-
dine le loro genti, per raggiungere, insieme con essi, Vir-
ginio al più presto possibile (V. Doc. 104, 105).
L'approssimarsi di Virginio con i Vitelli frenó la rivolta
in Aquila, nella quale città essi entrarono il 9 febbraio, e,
mentre facevano ivi « gettare una bombarda grossa per
aoprarla in expugnare Populi, XX miglia di là da l'Aquila »,
furono raggiunti il 15 da Bartolomeo d’Alviano e dai Ba-
glioni che si unirono con loro, e insieme procederono al-
l'assedio di Popoli, « perché, non havendo dal canto loro decto
luogo, non possevano passare senza pericolo et difficultà »,
essendo quello « fortissimo et ben munito di tutto a quello
che é necessario alla difesa » e l'espugnarono (V. Doc. 108).
Frattanto il marchese di Mantova aveva approntato il

(1) I Veneziani, il 21 gennaio 1496, fecero una convenzione cogli ambasciatori
di re Ferrando di mandare il Marchese di Mantova nel regno di Napoli a spese del
Re, ricevendo essi per cauzione Brindisi, Otranto e Taranto. (Vedi CIPOLLA, Signorie
Italiane, pag. 730).
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 205

suo esercito e si era avviato verso il Reame. I Dieci di Fi-
renze saputo che alcuni reparti dell’ avanguardia di quelle
genti erano già, il 16 febbraio, giunti verso Foligno, (V.
Doc. 107) temendo che il Marchese con il grosso delle genti
potesse prendere la via dell’alta valle del Tevere, ne avver-
tirono il 21 febbraio Giulio Vitelli (V. Doc. 109) perchè
stasse in guardia; e Giulio, quantunque per altra via avesse
già avuto avviso « della passata del Marchese », ringraziò
vivamente i Dieci del loro interessamento, partecipò loro le
notizie che gli erano pervenute dei progressi della spedi-
zione dei suoi fratelli nel regno di Napoli e concluse :
« quando intenderò cosa importante al vostro et nostro in-
teresse, quale reputo a una sorte, la farò sempre nota a
Vostre Eccellentie » (V. Doc. 110).

Il marchese di Mantova aveva preso la via della Marca;
ma non cessavano per questo le preoccupazioni degli alleati
dei francesi. Infatti: Giulio Vitelli « per sospecto delle genti
d'arme del marchese di Mantova, quali si dicevano passare
di là », fece ai primi di marzo sgombrare il contado di
Città di Castello e riparare in città tutto ció che potesse
essere facile preda al nemico; i fiorentini ordinarono che
« per abbundare in cautela » anche nel capitanato di San
Sepolero e vicariato. di Anghiari si facesse altrettanto, ri-
cordando a quel capitano e vicario di raddoppiare e fornire
di guardie tutte le fortezze « a sufficientia, pendendo piu
tosto in abbondare in maggior sicurtà che in mancho »
(V. Doc. 111); e i Baglioni in Perugia, « havendo qualche
sospecto che il marchese di Mantova nel passare con le sue
genti per li loro luoghi vicini, a istanza dei loro fuoriusciti,
non dessino loro qualche molestia », richiesero i fiorentini
di aiuto in caso di bisogno ed essi lo promisero (V. Doc. 112).
Ma il marchese di Mantova procedette diritto per il suo cam-
mino, giunse il 26 marzo (1) a Roma ed il 29 (V. Doc. 114)

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(1) Vedi EpoAupo ALVISI, Cesare Borgia duca di Romagna, pag. 2A.

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206 G. NICASI

proseguì con il suo esercito per il Reame, dove il principe
di Salerno lo attendeva con le proprie genti nelle vicinanze
di San Germano per impedirgli il passo (V. Doc. 117).

Frattanto i Vitelli con Virginio Orsini ebbero a patti
Teramo e misero a sacco Giulianuova, quietando così gli
Abruzzi e raffermandoli nella devozione francese; mentre
Obigni conservava alla Francia la Calabria, Giovanni della
Rovere, prefetto di Roma, faceva da Monte Casino continue
scorrerie in Terra di Lavoro, e Mompensieri in Puglia ten-
tava impedire a Ferrando la riscossione della dogana delle
pecore che produceva circa 80 mila ducati (1).

Verso la fine di marzo, anche Virginio Orsini, con i Vi-
telli ed i Baglioni, passò con le sue genti in Puglia per
unirsi a Mompensieri e pose gli alloggiamenti presso San
Severo. Ivi, per la vicinanza dei nemici, le condizioni del
campo si fecero così pericolose che Simonetto Baglioni, il
26 marzo, scriveva a monsignor Baglioni suo fratello: « Noi
siamo alloggiati qui in San Severo di Puglia et stamo alle
frontiere dei nemici che sono a Nocera; ... stamo di per dî
per fare facto darme. Vero è che il signor Virginio venne
qui per stare un dì, et semo stati dieci, et venimmo per
assediare li nemici, ma i’ ne dubito saremo noi li assediati ;
et... ne pare esser certo siremo rocti » (V. Doc. 115). Non
era però di questo parere il signor Virginio, il quale assi-
curava che essi non erano « per partirsi un passo indietro »
ne anco se fosse venuto contro di loro « il Marchese di
Mantova et tucte queste gente hanno condocto » e diceva
che « la dogana non mancherà loro » (V. D. 117).

Il fatto è che le tristi previsioni di Simonetto Baglioni
per allora non si avverarono; che anzi, avendo Ferrando
di sorpresa predato dalla regione guardata dai francesi e
loro fautori, circa 60 mila pecore, Monpensieri, per rito-
glierle, riuni le sue forze a quelle degli Orsini e dei Vi-

(1) GUICCIARDINI, Storia d’Italia.
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 207

telli, si avviò verso Foggia ed incontrati, tra Nocera e
Troia, 600 fanti tedeschi e la compagnia di Fabrizio Colonna,
«che andavano a Foggia per riunirsi al re Ferrando, li sba-
ragliò in modo che dei tedeschi pochi poterono salvarsi
(V. Doc. 120). Il merito principale di questa vittoria si do-
vette a Cammillo Vitelli, che in quel giorno, per la prima
volta, si servi degli archibugieri a cavallo, milizia da lui
recentemente istituita (1).

Durando però sempre la ristrettezza delle vettovaglie
nel campo francese, Monpensieri, ai primi di maggio, si
portò con l’esercito a Campobasso ed espugnò la vicina
terra di Coglionese; nella quale entrati gli svizzeri, che
erano nel campo francese, la saccheggiarono e vi commi-
sero crudeltà inaudite. (V. Doc. 126), malgrado l energica
opposizione dei condottieri italiani, tra i quali Paolo Orsino
e Carletto Baglioni che corsero anche pericolo di vita per
avere tentato impedire quegli eccessi.

Queste scelleratezze destarono l'indignazione in tutti
gl’ italiani, che si trovavano al campo francese, alcuni dei
quali, come Troiano Savello, subito partirono, e Simonetto
Baglioni ed altri erano in procinto di seguirne l'esempio ;
tanto più che la deficienza di vettovaglie, il non avvenuto
pagamento degli stipendii e la certezza di non poterli ri-
scuotere neppure prossimamente, rendevano la loro posi-
zione intollerabile (V. Doc. 127).

Durante l’assedio di Coglionese i Dieci di Firenze scris-
sero a Cammillo Vitelli che volesse interporsi, presso le au-
torità francesi del reame per fare restituire a Pierfilippo
Pandolfini, Baldassarre Brunetti ed altri cittadini e commer-
cianti fiorentini, le robe loro sequestrate dalle autorità fran-
cesi (V. Doc. 119). Cammillo subito se ne interessò e, quan-
tunque il Bali de Vieri, vice re in Abruzzo, ed il gover-
natore fossero stati assicurati quelle robe sequestrate ap-

(1) Giovio citato dal Porcaechi nel « Commento al Guicciardini ».

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208 G. NICASI

partenere a mercanti veneziani e ad altri, pure Cammillo
ottenne che fossero restituite, non appena i mercanti fioren-
tini avessero potuto inoppugnabilmente dimostrare di esserne
i veri proprietari (V. Doc. 121).

I Dieci di Firenze ringraziarono i Vitelli dell’opera da
essi spiegata a favore dei fiorentini suddetti, li pregarono
ad insistere per la sistemazione definitiva della vertenza e,
per mezzo di Niccola Alamanni, mandarono alle autorità
francesi in Puglia i documenti comprovanti i diritti di pro-
prietà dei loro concittadini nelle mercanzie sequestrate (V.
Doc. 124).

Durante questi avvenimenti, la Lega studiava ogni mezzo
per danneggiare i fiorentini e gli altri fautori dei francesi
in Italia. Riccardo Becchi, oratore fiorentino a Roma, avver-
tiva, fino dal 2 aprile, i Dieci che i Potentati della Lega
stavano facendo « disegni contro gli Orsini et i Vitelleschi » ;
ma, dovendo prima sbrigare le cose del Reame, si sarebbero
intanto limitati ad « assicurare Pisa et Siena et a tenere i
fiorentini sempre in guerra» perché non potessero offenderli
« ne aiutare o mandare soccorso di gente nel reame ».
Ne Doc. 16).

Il Papa, d'intesa con la Lega, aveva assoldato, per toglierlo
ai fiorentini, Guidubaldo duca di Urbino, il quale, quantunque
non avesse ancora ultimato la sua condotta con la Repub-
blica di Firenze, aveva aderito ai desiderii di Alessandro VI
ed aveva lasciato i fiorentini. L' allestimento peró delle genti
del duca di Urbino, in servizio del Pontefice, procedeva con
lentezza, perché la Lega sborsava i danari « malvolentieri » ;
peró correva voce che, non appena il Duca fosse stato pronto,
verrebbe mandato ai danni dei fiorentini « et de' Vitelleschi
verso il Borgo et Castello o verso Cortona » ovvero contro
eli Orsini. (V. Doc. 118). Ma, uditosi dalla Lega la sconfitta
di Fabrizio Colonna e la presa di Coionese per parte dei
francesi, fu deliberato che il duca di Urbino « andassi alla
P:

| LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 209

volta del Reame » insieme col duca di Candia ed altri con-

- dottieri. (V. Doc. 123).

Infatti il 1 giugno Guidubaldo riceveva in Urbino, per
commissione del Pontefice, lo stendardo della Chiesa (1). Poco
dopo giungeva, in aiuto di Ferrando, il Marchese di Mantova,
mandato con le sue genti dai veneziani, ed ai primi di giugno
si univa a Nocera con l’esercito degli aragonesi e, quasi
contemporaneamente, giungevano in soccorso di Mompensieri
li 800 fanti tedeschi ed i numerosi svizzeri e guasconi, che
erano arrivati per mare a Gaeta, spediti da Carlo VIII in
soccorso dei suoi (2). I due eserciti, le cui forze oramai si
bilanciavano, si avvicinarono l'uno all'altro, (V. Doc. 130 e
131) e mentre i francesi assediavano Circelle, nelle vicinanze
di Benevento, gli aragonesi assalivano, espugnavano e sac-
cheggiavano Frangente di Monteforte, distante quattro miglia
dal campo francese. Accorsero i francesi in difesa di Fran-
gente e, saputane l'espugnazione, vollero approfittare della
confusione nella quale si trovavano gli aragonesi, intenti al
saccheggio, per assalirli; e già i cavalli leggeri con le bande

- dei greci si erano azzuffati nella valle con i nemici e Vir-
ginio Orsini era accorso a sostenerli, quando gli svizzeri ed
i tedeschi, che erano tra i francesi, cominciarono a tumul-
tuare rifiutandosi al combattere se non venissero loro subito
date le paghe (3). Questo doloroso incidente costrinse Mom-
pensieri a ripiegarsi su Circelle, alla quale il eiorno dopo,
6 giugno, dette l'assalto per espugnarla; e, mentre Cammillo
Vitelli, alla testa dei suoi, si appressava alle mura, fu col-
pito nel capo da una grossa pietra lanciata dai nemici, che
lo fece cadere a terra come morto (4). (V. Doc. 138): :VISLO

(1) CIPOLLA, op. cit.

(2) GUICCIARDINI, id.

(3) Grovro, citato dal Porcacchi.

(4) Cammillo Vitelli « vedendo i Francesi andar lenti ali" assalto, riprendendo
la loro viltà, scese da cavallo e volle montare per il primo alla scalata, ma rimase
schiacciato da un grosso sasso dirupatogli addosso da una donna ». LITTA, op. cit.

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vivissime condoglianze. (V. Doc. 141 e 142).

A Città di Castello, al dolore della perdita di Cammillo,
si aggiunse la pubblica preoccupazione per il timore che il
Papa volesse approfittare di quella luttuosa circostanza, per
mettere in atto le minaccie che più volte avea fatto verso
quella città; tanto più che il duca di Urbino, recentemente
assoldato dal Papa, come vedemmo, malgrado avesse dovuto
già partire per il Reame, ancora si tratteneva con le sue
genti e non se ne indovinava lo scopo. Sotto il Duca mili-
tavano vari fuorusciti tifernati, tra i quali il figlio di Messer
Corrado Giustini, (2) (V. Doc. 168) e questa circostanza au-
mentava le preoccupazioni. Giulio Vitelli, che fino dalla par-
tenza dei fratelli per il Reame stava. preparato ad ogni
possibile evenienza, si trovava ben fornito di ogni mezzo di
difesa, ma difettava di vettovaglie e, quindi, la Comunità

(1) Cammillo Vitelli lasciò la moglie Lucrezia dei Baglioni e tre figli naturali,
Francesca, Vitello e Niccolò (che morì bambino). LITTA, Op. cit.
(2) Messer Corrado Giustini era il fratello di Messer Lorenzo Giustini ucciso

da Paolo Vitelli.

G.

NICASI

cadere Cammillo, i francesi desistettero dall'attacco e, sopra-
giunti eli aragonesi, abbandonarono Circelle e si ritirarono
verso Ariano. Quantunque gravissimamente ferito, Cammillo
visse ancora « due giorni senza parlare et come alloppiato »
(V. Doc. 136) ed il terzo giorno mori tra il compianto dei
suoi commilitoni, presso i quali, come presso quanti lo co-
nobbero, « havea universalmente buona gratia et favore di
valentuomo quanto pochi altri italiani fussino nel campo
francese ». (V. Doc. 131).

Paolo Vitelli mandó subito un fante a posta a Castello
ed a Perugia a portare la triste notizia della morte di Cam-
millo alla famiglia ed al suocero Ridolfo Baglioni (1) e tutti ne
furono costernati (V. Doc. 135). Anche Giulio Vitelli e la co-
munità tifernate inviarono loro oratore a Firenze Francesco
Feriani, acciochè comunicasse alla Signoria la triste nuova
ed i Signori fiorentini mandarono all'uno e all'altra le loro LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 211

‘ tifernate mandó messer Jeronimo da Castello ambasciatore
a Perugia, dove giunse la mattina del 16 giugno, per chie-
dere ai Baglioni ed alla comunità di Perugia « qual favore
possi da loro sperare » Città di Castello, « quando il prefato
Duca [d' Urbino] si voltasse loro adosso »; affermando che i
tifernati « da ogni altra cosa si confortano di potersi difendere
excepto che delle vectovaglie ». I perugini che conoscevano
benissimo, per le lettere di Pietro Paolo di Spello loro am-
basciatore a Roma, il mal animo del Papa contro coloro che
avevano aiutato i francesi, « et Perugia et Castello in primis »,
ritennero la cosa di grave importanza (anche perchè se il
Papa avesse agito contro Città di Castello, essi pure per la
loro vieinanza avrebbero corso pericolo) e mandarono a
Spello per Guido ed a Cannara per Ridolfo Baglioni, onde
consultarsi con loro intorno alla risposta da darsi ai castel-
lani. (V. Doc. 138). Giunsero i due Baglioni la sera stessa a
Perugia ed, essendo la mattina seguente Rodolfo occüpato in
ricevere le condoglianze dei cittadini per la morte di Cam-
millo Vitelli suo genero, (V. Doc. 139) poterono, solamente
la sera del 17, tenere consiglio sul da farsi. Intanto peró
Guidubaldo era partito con le sue genti per Iesi e, quindi,
per allora il pericolo era scongiurato.

Ad impedire che Guidubaldo potesse riunirsi con il re
Ferrando, era andato Giulio Orsini con le proprie genti, fino
dai primi di giugno, verso Ascoli ed Aquila in favore dei
francesi, proponendosi di impedire, con l'aiuto di quelle po-
polazioni, il passo al duca di Urbino; ed al medesimo scopo
Graziano Guerra, che militava per i francesi, dopo avere
completamente sconfitto nel piano di Sermona il conte di
Pepoli, avea, con l' aiuto delle fanterie aquilane, serrati i
passi nelle vicinanze di Aquila. (V. Doc. 131).

La morte di Cammillo Vitelli, il dualismo tra Persi, altro
condottiero francese, e Mompensieri, la scissione tra gli sviz-
zeri e gl' italiani, (V. Doc. 140) l’indisciplinatezza dei soldati
(specialmente dei tedeschi che avevano dichiarato che sa-

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219 G. NICASI-

rebbero passati al nemico, se non avessero dentro il luglio

ricevuto il loro soldo) la deficienza assoluta di vettovaglie e
denari e le continue diserzioni avevano completamente de-
moralizzato l esercito francese. Il campo aragonese invece
prendeva ogni di maggior animo e il Re Ferrando, quan-
tunque schivasse di proposito la battaglia alloggiando in luoghi
forti e vantaggiosi, cercava, con lo stringere sempre dap-
presso i nemici, rendere anche piü gravi le loro privazioni
e ridurli agli estremi. I francesi con gli Orsini e i Vitelli
erano alloggiati a Montecalvoli e Casalbore (1) e Ferrando,
continuamente molestandoli e tagliando loro ogni via di ri-

fornimento, li ridusse in tali strettezze che furono obbligati

à partirsi segretamente di notte, il 14 giugno, e, dopo avere
incendiato gli alloggiamenti, (V. Doc. 140) ritirarsi, prima a
Riano, poi a Gesualdo e volgersi infine verso Rempsa, mi-
rando a Venosa. Re Ferrando tenendogli sempre dietro con
le sue genti, prese, dopo brevissima resistenza, Gesualdo e la
rocca, luogo fortissimo, (V. Doc. 143) e, saccheggiatolo, se-
guitó i francesi, i quali, sperando che Gesualdo avrebbe re-
sistito, come altra volta, lungamente, avevano intanto preso
Atella e vi si erano trattenuti. Ma sopraggiunte le genti di
Ferrando e, pressati da quelle, non potendo più i francesi
ripararsi senza gravi pericoli a Venosa, si accamparono de-
finitivamente ad Atella, luogo forte « proximo a 6 miglia da
Venosa », per aspettarvi i promessi aiuti dalla Francia. (Vedi
Doc. 144).

Fino da quando, per la mancata restituzione delle for-
tezze ai fiorentini, questi si erano rifiutati sborsare altri denari
e mandare soccorsi alle genti francesi nel Reame, Carlo VIII
aveva fatto proposito scendere di nuovo con potente esercito
in Italia. Ma allorché Ferrando, con l'aiuto della Lega, co-
minció ad avere il sopravvento nel regno di Napoli, Vitel-
lozzo Vitelli, Carlo Orsini, il cardinale della Rovere, gli

(1) GUICCIARDINI, op. cit.
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LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 218

oratori. fiorentini e tutti coloro che alla corte di Francia
rappresentavano gl'interessi degli italiani di parte francese,
fecero continue, insistenti pressioni presso il re Carlo perché
volesse affrettare il suo ritorno in Italia. Carlo VIII, che per
innata sete di gloria era già naturalmente proclive all’ im-
presa, spronato da tanti eccitamenti, convocò un consiglio
dei primati di Francia, nel quale fu stabilito di approntare
al più presto possibile un forte esercito che, sotto il comando
del Triulzio, del duca di Orleans e del Re stesso, dovesse
quanto prima passare in Italia e di allestire contemporanea-
mente una potente flotta atta a trasportare nel reame gran
numero di uomini, vettovaglie ed ogni genere di munizioni.
Verso la fine di maggio il re Carlo scriveva al cardinale
di Gussen essere egli « al tutto disposto a passare in Italia
et non perdonare nè a spese nè a pericoli per recuperare
el Reame di Napoli ‘et per ristorare li amici suoi fedeli in
Italia non obstante le provisioni delli inimici suoi » i quali
non solo non avrebbero potuto impedirgli l'impresa ma
avrebbero avuto da fare « a difendere le cose loro » (1):
ed i Dieci di Firenze scrivevano, l'8 giugno, al loro oratore
a Perugia, aver notizie « come la expeditione del venire in
Italia si affrecta mirabilmente » e che i francesi si prepa-
ravano a fare «uno sforzo si grande che pare chosa stupenda
a udirlo ». (V. Doc. 134).

La notizia dei preparativi francesi per una nuova spe-
dizione in Italia mise in allarme i potentati della Lega e
specialmente il duca di Milano, il quale, per premunirsi contro
tanto pericolo, invitò l’imperatore Massimiliano a venire per
tre mesi con forte esercito in aiuto della Lega, previo com-
penso di ventimila ducati al mese, che gli sarebbero stati
Versati dai confederati (2).

(1) Arch. di Stato fior.: X dé Balìa, Responsive, vol. 47. pag. 222, lettera del

Bracci in data 21 maggio 1496.

(2) GUICCIARDINI, Storia d’Italia.

7
la

3 n as.

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X

-—
G. NICASI

Però l'allestimento dell'esercito e della flotta francese,
ostacolato dal cardinale di San Malò per soverchia ambi-
zione o perchè corrotto dal Papa, procedette con tanta len-

| tezza e tanta contrarietà da non potere effettuarsi che in
minime proporzioni ed il re Carlo VIII, che si era recato a
Lione per essere più pronto alla sua partenza per l’ Italia,
. eon vari pretesti alla fine di maggio volle tornare a Parigi,
rimettendo ad altra epoca la impresa con sommo dolore e
delusione dei suoi fautori italiani (1).

Mompensieri intanto, aspettando i soccorsi di Francia,
si era come vedemmo, fortificato insieme agli Orsini ed al
Vitelli in Atella, giudicandola luogo forte ed opportuno, per
la vicinanza di Venosa, al rifornimento delle vettovaglie. Il
Re Ferrando, sempre fermo nel suo proposito di schivare la
battaglia, aveva occupato vicino ad Atella forti posizioni,
dalle quali, cautamente procedendo, s'impadroniva man mano
dei paesi circonvicini per ostacolare al campo francese il
rifornimento dei viveri. Nel frattempo il duca di Urbino,
fronteggiato, fino dal suo primo entrare in Abruzzo, da nu-
merose forze di parte francese, non potendo recarsi a rag-
giungere il re Ferrando, aveva posto assedio a Campi ed
il duca di Candia, figlio del Papa, aveva mandato dalla
campagna di Roma una parte delle proprie genti a raffor-
zare il campo aragonese. Contemporaneamente Consalvo Fer-
randes, dopo avere in Calabria sconfitti e fatti prigionieri il
conte di Meleto ed altri baroni Napoletani di parte francese,
si era, con sei mila soldati spagnoli, portato vicino ad Atella
e, riunitosi al re Ferrando, aveva occupato cinque dei sette
molini che i francesi avevano in loro potere per i bisogni
del campo. (V. Doc. 145). Stretti così i francesi ed i loro
alleati in un cerchio di ferro si trovarono, non solo sprov-
visti di vettovaglie, ma impossibilitati a provvedersele con i
saccomanni senza l’aiuto di forti reparti di uomini d’arme,

(1) GUICCIARDINI, Storia d Italia.
| LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 215

i quali spesso correvano ancora essi il pericolo di essere
sopraffatti dalle soverchianti forze nemiche. Infatti essendo
Paolo Vitelli e Paolo Orsini usciti di Atella con 100 cavalli
a scortare saccomanni francesi giù nella valle, furono dalla
cima dei poggi visti dai nemici che piombarono improvvi-
samente su essi con forze superiori e li costrinsero a riti-
rarsi con gravissime perdite (1).
; Ridotti per tanto i francesi agli estremi, privi di denari,
di strami, di vettovaglie e di acqua, traditi dai loro compagni
tedeschi che, per non avere ricevuto il soldo, erano passati
al campo aragonese, dovettero finalmente pensare alla resa:
ed essendosi Persi recato a Ferrando a domandare tre giorni
di tregua per trattare gli accordi (2), venne fissato un abboc-
camento per il 19 tra Ferrando ed il Provveditore Veneziano
da una parte e tre rappresentanti del campo francese dal-
l'altra, cioè: Persi per i francesi, Bartolomeo d'Alviano per
gli italiani e Bertano Manglor per gli svizzeri (3): ma, non
essendos: potuto in quel giorno venire a conclusioni defini-
tive, fu stabilito di tornare il di seguente. Ed il 20 giugno
infatti sei rappresentanti dei francesi (i tre del giorno ante-
cedente ed altri tre, tra i quali messer Angiolo da Tivoli
per gl'italiani) si recarono al campo aragonese e fissarono
l'aecordo con queste principali condizioni: Che si dovessero
sospendere le offese dall'una parte e dall'altra per 30 giorni
consecutivi e se, durante questo tempo, i francesi non aves-
Sero ricevuto soccorsi, s'intendessero definitivamente arresi
al re Ferrando, al quale in tal caso avrebbero subito dovuto
consegnare tutte le terre e fortezze che si trovavano in po-
| tere «e sotto il reggimento di Mompensiero », alle cui genti

(1) Così narra questa fazione il G10v10, (citato dal Porcaechi); ma il Guicciardini
invece l'ascrive a merito del Marchese di Mantova che avrebbe tirato in un agguato
il Vitelli.

(2) Grovio, loc. cit.

(3) Il nome del rappresentante degli Svizzeri lo dà il Giovio (citato dal Por-
cacchi) che nomina anche Pietro Erescio, Buzecco e Anzoletto.

Pali a 3 :
REA AIA, mc TUUS
ra ANZIEIII TOVZIEZIZZZIA x M.
- —————— x cz ET
x

216 G. NICASI

sarebbe allora lasciata facoltà di ritornarsene liberamente in

Francia o per mare o per terra, come avessero voluto. (Vedi
Doc. 146). Trascorsi i trenta giorni fissati senza avere avuto
soccorsi, Mompensieri si arrese definitivamente’ con tutto il
suo esercito, che fu condotto a Castellamare di Stabia per
essere imbarcato -sulle navi che avrebbe ivi approntate Re
Ferrando.

Le condizioni della resa dei francesi non piacquero al
duca di Milano e molto meno al Pontefice, il quale, essen-
dosi già proposto di approfittarsi della circostanza per to-
gliere lo stato agli Orsini e darlo al duca di Candia suo
figlio, insistette presso re Ferrando acciochè agli Orsini ed
al Vitelli non fosse data facoltà di tornare liberi alle case loro:
di modo che in tutta Italia già si prevedeva che i patti della
resa non sarebbero stati rispettati (1). Sorse infatti contro-
. versia sull'interpetrazione delle convenzioni stabilite, per le
quali il Mompensieri si riteneva obbligato a riconsegnare
agli aragonesi so'o le terre e fortezze che erano « sotto il
suo potere e sotto il suo reggimento », mentre re Ferrando
e la Lega intendevano doversi riconsegnare tutte indistinta-
mente le terre che i francesi possedevano nel reame. Le
trattative su tale argomento si protrassero per varii giorni,
durante i quali, allo scopo di frazionare l’esercito francese,
si dette facoltà a Giangiordano, figlio -di Virginio Orsini, di
partire dal campo con 200 uomini d’arme e 200 balestrieri,
insieme a Bartolomeo d’Alviano, ai Baglioni e ad un figlio
di Paolo Orsini, per tornarsene ai loro stati. Giunte queste
genti di Giangiordano nelle vicinanze di Pescara ai confini
degli Abruzzi, dove campeggiava il Duca di Urbino, furono
assalite dai lancianesi, i quali tolsero loro alcuni cariaggi e
riuscirono a spogliare delle loro robe cinquanta uomini di

(1) Vedi nell'Arch. fior: X di Balìa, Responsive, vol. 50, le lettere che il Becchi
scrive da Roma ai Dieci (pagg. 132, 145, 152, 153, 154), nelle quali si parla dei propo-
siti del Papa contro gli Orsini e della opinione generale che i patti non sarebbero
stati rispettati e che sarebbero stati imprigionati gli Orsini e svaligiate le loro genti.
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 217

arme dei Baglioni: accorse però il duca di Urbino, il quale
non solo dette il passo a Giangiordano ed alle sue genti, ma
obbligò i lancianesi a restituire loro le robe tolte. Rassicurati
da questo contegno del Duca, gli Orsini ed i Baglioni pro-
cedettero tranquilli nel loro cammino oltre Pescara, oramai
sicuri di non trovare altri ostacoli al loro ritorno: ma, avendo
nel frattempo Re Ferrando scritto al duca di Urbino che
cercasse persuadere Giangiordano a tornarsene da lui a
Napoli nel suo interesse e con la promessa di grandi van-
taggi, Giangiordano, di nulla sospettando, ubbidi a quei con-
sigli e tornossene a Napoli. Appena partito Giangiordano, il
duca di Urbino, per ordine del Papa, sorprese e circondò le
genti di lui, che marciavano senza sospetto, e, ridottele alla
impotenza, le spogliò di ogni loro roba e dei migliori cavalli,
rimandandole alle loro case prive di tutto, avendo solo la-
sciato agli uomini d’arme « un cavallo da saccomanno ed
un paio di speroni ». (V. Doc. 149). Tornato Giangiordano a
Napoli, insieme con Bartolomeo d’ Alviano che intanto lo
avea raggiunto, (1) furono accolti da Ferrando con segni di
onore e di distinzione e, mentre essi con gli altri Orsini ed
il Vitelli s'illudevano di potere presto tornare liberamente
ai loro stati, furono condotti con il resto dell'esercito fran-
cese verso Baia, dove, decimate le loro genti dalle malattie,
furono tutti, ad istanza del Pontefice, fatti prigionieri. Vir-
ginio, Paolo, Giangiordano Orsini e Bartolomeo d’Alviano re-
starono in mano di re Ferrando, Paolo Vitelli invece fu
consegnato al marchese di Mantova (2). Ai primi di settembre
il Marchese suddetto partì con le sue genti alla volta di Man-
tova, conducendo seco prigioniero Paolo Vitelli. Corse allora

(1) Il Guicciardini nella sua storia d’Italia narra che Bartolomeo di Alviano fu
chiamato a Napoli insieme con Giangiordano « prima » dello svaligiamente eseguito
dal Duca di Urbino sulle loro genti, ma io ho seguito il racconto fatto dal Becchi
nella sua lettera del 23 agosto 1496.

(2) Paolo Vitelli « fu consegnato al Marchese di Mantova, che non volendo sa-
grificare un uomo di tanto valore, negò di consegnarlo ad Alessandro VI che voleva
farlo morire ». (LITTA, Famiglie celebri. — I Vitelli).

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918 G. NICASI

voce per l'Italia che, durante quel viaggio, Paolo Vitelli
avesse tentato fuggire; (V. Doc. 155) ma non sappiamo se

un tale tentativo fu vero: in ogni modo, se Paolo Vitelli tentò
fuggire, fu ripreso, perchè il Marchese lo condusse certamente
a Mantova, dove fu imprigionato in aspettativa del riscatto.

Contemporaneamente a questi avvenimenti Giulio Vitelli
che, oltre essere protonotaro apostolico, aveva anche altri
benefici ecclesiastici, ebbe controversia con il conte Berar-
dino da Chitignano e monna Giovanna di Niccolò Rondinelli,
suocera del detto Berardino, per alcuni terreni che il detto
Giulio diceva appartenere alla Chiesa di S. Bartolomeo di
Faeta, suo beneficio, mentre monna Giovanna, sostenuta dal
figlio Bernardo Rondinelli e dal Conte Berardo, suo genero,

‘assicurava appartenere a lei. Giulio Vitelli, non potendo per-

suadere gli avversari, si fece ragione da se e, mandati alcuni
uomini di Città di Castello, di Caprese e di San Luzio nelle
terre contestate, fece loro mieterne i grani, batterli e riporli

. nella sua fattoria di Chitignano.

Il conte Berardo ricorse a Firenze ed i Dieci ordina-
rono al loro vicario di Anghiari di fare comandamento a
quei loro sudditi che avevano preso parte a quella impresa

-« degna di punizione » contro il conte Berardino, di pre-

sentarsi nel termine di tre giorni al loro ufficio, « sotto la
pena di rebellione e confiscatione di tutti li beni loro ».
(V. Doc. 147) e scrissero inoltre a Giulio Vitelli querelandosi
dell'ingiuria da lui fatta al loro protetto conte Berardino.
Rispose Giulio che gli uomini da lui mandati a Chitignano
« non ebbero commissione di fare villania, nè offendere alla
persona di Berardino » perchè, qualora avesse egli avuto

quella intenzione, non gli sarebbero « mancati mezi et luoco

et tempo da posserlo fare », ma solo li aveva mandati per
fare la raccolta nei suoi benefici, « quali Berardino et Ber-
nardo minacciavano ancora di levargli », e quindi, per non
pregiudicare alle sue ragioni, aveva fatto in modo che fosse
« metuto et battuto et reposto » il grano in Chitignano e che,
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. :919

in fine, era contento rimettere la contesa al giudizio o degli
stessi Dieci o dei vescovi di Cortona e di Arezzo o di altri
| prelati. (V. Doc. 98). Fu invece scelto arbitro « di comune
consenso delle parti » Paolo Antonio Soderini capitano per
ifiorentini in Arezzo, sotto la cui giurisdizione si trovavano
« li beni della contesa ». (V. Doc. 150). E perchè il conte
Berardino temeva che Giulio Vitelli volesse vendicarsi del-
lavere egli ricorso ai fiorentini, i Dieci ordinarono al detto
Soderini che facesse ogni opera acciocchè il Conte potesse
« stare et andare sicuramente et senza timore di havere in
parte alehuna ad essere offeso ». (V. Doc. 151). Anche nella
abbadia di Anghiari Giulio Vitelli affacció dei diritti scri-
vendone ai Dieci, i quali, per tenersi amici i Vitelli, ordina-
rono al vicario di Anghiari di favorire il Vitelli e di fare
in modo che gli anghiaresi venissero con Messer Giulio a
«qualche honesta compositione », dichiarando che avrebbero
molto gradito « ogni piacere et commodo » che fosse fatto
ai Vitelli. (V. Doc. 161 e 162). Ma avendo gli anghiaresi,
per bocca dello stesso vicario, recisamente negati i diritti
affacciati da messer Giulio, i Dieci replicarono essere loro
desiderio « che la ragione sia administrata indifferentemente
a chi l'ha, quando la cosa non si possa accettare per via
di compositione intra le parti ». (V. Doc. 164): e così per
allora le contese furono sopite.

(Continua). G. NICASI.

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. G. NICASI

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AVVERTENZA. — Per comodo di coloro che volessero con-
frontare i documenti qui riportati con gli originali dell’ Archivio

di Stato fiorentino, abbiamo rappresentato con le seguenti sigle le

serie dei registri da cui togliemmo i documenti :

S. l. m. corrisponde alla serie Signori Lettere missive.

S. min. pc. » » » Minutarii di missive I can-
celleria.

S. m. 0. > » » Lettere missive originali.

SAI » But» » Lettere responsive.

S. lee. » » » Legazioni e Commissarie.
Elezioni. Istruzioni.

SIG: » » » ^ . Legazioni e Commissarie.
Rapporti e Relazioni.

pe: » » Dieci di Balia. Legazioni e Commissarie.

Desc. » » » Stanziamenti e condotte.

D. lmi. » » > Lettere missive interne.

D. lme. » » » Lettere missive esterne.

Dor » » » Lettere responsive.

OPI » » Otto di Pratica. Responsive.

OP. p. » » » Processi.

OC. r. » » Otto di Custodia. Responsive.

Ep. » » Epistolario dei Vitelli.

U. » » Urbino.

St. » » Strozziano.

Il primo numero arabieo a sinistra del documento indica il
numero d'ordine del documento in questa raccolta.

La sigla, che viene prima di ogni altra indicazione entro la
parentesi quadra, rappresenta la serie dei registri o delle filze del-
l'Arehivio fiorentino, da cui il documento è tolto. Il numero ro-
mano, che segue dopo la sigla, rappresenta il numero d'ordine che
ha il registro o la filza, donde il documento e tolto in quella data
serie. Il numero arabico dopo questo indica la carta del registro

o filza dove trovasi il documento ; la muncanza di questo numero.

indidica che le carte di quel registro o filza non sono numerate.

Il primo numero arabico in neretto, che è sul lato destro della
pagina, indica l’anno, secondo il computo comune. Il secondo nu-
mero romano denota l'indizione quando vi è. Il numero romano,
che segue l’ indicazione del giorno, corrisponde all’ ora, che si
trova talvolta nella datazione del documento.

Tutti i documenti raccolti in questa Appendice fanno parte
dell’Archivio di stato fiorentino. Se, per caso, qualche documento
appartenente ad altro Archivio sarà citato, se ne indicherà, volta
per volta, la provenienza.

I puntini al principio, in fine o nel corpo di un documento
indicano che in quel punto si trovano nell’ originale altre parole
che si sono ommesse per brevità.
"
f
Í
i
|
n
|
I
D.

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.

APPENDICE I

IESU: VITE 16). Urbino, 1475, VIII, Gen. 5.

In dej nomine amen, anno euisdem mccccLxxv indictione viij,
tempore Sanctissimi ni Christo patris et domini domini Sisti pape iiij,
die v®è mensis Januarij, in Civitate Urbini, in domibus Ill.mi et Ex.mi
domini, domini nostri, domini Federici ducis Urbini comitisque Montis
Feretrij, prefati Sanctissimi domini nostri pape confalonerij ac regij
generalis capitanei etc. presentibus Petro Antonio de Paltronibus,
domino Camillo de Barzijs, Comandino et Tansiano et Guidone de
Bonaventuris de Urbino, omnibus testibus ad hec habitis, vocatis et
rogatis. Ill.mus et Ex.mus prefatus dominus ducux (sc) Urbini et in pre-
sentia mei notarij et testium prefatorum volens et intendens adimplere
et executioni mandare commissionem sue Ill.me dominationi factam
et prefatum Sanctissimum dominum nostrum papam in deputando seu
eligendo aliquem jurisconsultum qui omnes et. singulas causas, dif-
ferentias et controversias que verterentur vel verti possent et moveri
per quoscumque super bonis mobilibus et immobilibus et contra
Magn.cum militem dominum Nicolaum Vitellium de Castello, prout et
quem ad modum in brevi apostolico super inde emanato et dominationi
sue presentato continetur et fit mentio, cuiusquidem brevis tenor talis
est, videlicet : In eapite: « Sixtus papa quartus.

« Dilecte fili salutem et apostolieam benedictionem. Ut citius et
clarius intelligi possit quid a camera apostolica solvi debeat dilecto filio
Nicolao Vitellio de Castello pro bonis ad eum legiptime pertinentibus,
eontentamur et ita tuam nobilitatem hortamur ut aliquem iuris con-
sultum deputare debeas qui omnes et singulas causas, differentias seu
controversias, que super dictis bonis, tam mobilibus quam immobilibus,
inter quoscumque verti possint, summarie et extra iudicialiter simpliciter
et de plano, sola facie veritate inspecta, cognoscere debeat easque
unita sententia, a qua nemini partium liceat appellare, decidere possit
et terminare. Super quod tibi et ipsi iuris consulto plenam et liberam
harum serie concedimus facultatem in contrarium facient non obstante
quibus cumque.

« Datum Rome, apud Sanctum Petrum sub annulo Piscatoris die
xviij decembris wcccoLxxiiij, pontificatus nostri anno quarto. In fine:
L. Griffus, a tergo: Dilecto filio nobili viro Federico Duci Urbini
S. R. E. Confalonerio », elegit nominavit et deputavit spectabilem et
229 G. NICASI

eximium l[iterarum] doetorem dominum Guasparrem de Taiaferis de
Parma, Ill.ne dominationis sue vicarium generalem, ad audiendum,
intelligendum, cognoscendum ac terminandum et declarandum super
differentijs et controversijs predictis coram ipso deducendis, tam contra
bona, quam contra prefatum dominum Nicolaum, iuxta formam et aucto-
ritatem et dispositionem prefati sanctissimi domini nostri et prout in
dicto brevi continetur, mandans prefatus Il.mus, dominus dux mihi
nottario ut de dicta electione et deputatione publicum conficiam instru-
mentum in plena et vallida forma.

Ego Andreas quondam Jacobi de Catonibus de Urbino q. p. publica
auctoritate notarius ef iudex ordinarius predictis omnibus et singulis
interfui et ea rogatus scribere scripxi et publicavi signumque meum

apposui consuetum.

2. (St. III. 90). Castiglione Aretino, 1475, Ag. 28.

Nicolaus de Vitellis Laurentio De Medicis.

Ho ricevuta lettera da V. M. responsiva ad una mia per la quale
resto avisato Carlo figlio del Mag.co Marchese del Monte essere stato
li et havere remessa la causa pende intra lui et me liberamente in v.
m. et aducte tutte le scritture sue. Pare a V. M. che io faccia il simile,
et io sono aparechiato de bonissima voglia a farlo. Ma, perché. da me
in fora non é persona alcuna che possa dare megliore notitia dele
ragioni mie in questa causa che ser Thomasso, (1) quale è per me a
Urbino, me contenteria che lui venisse a V. M. cum tucte le scritture
pertenenti a ció (che le ha apresso di se) quam primum el partirà da
Urbino. La partita sua da Urbino non poterà essere prima che a x di
setembre o circa, perchè è necessario remanga per questo tempo a

rispondere a certe altre lite seguitono li. Ho voluto V. M. ne sia

avisata. Se in questo mezo paresse a V. M. se facessi il compromesso
per torre la via di procedere a Urbino, io verró a Firenze o veramente
mandaró come parerà a quella; et si li paresse io habbi a pigliare
altra forma, anche la prego si degni avisarme, ché siró paratissimo a
seguire el suo parere. Raccomandomi a V. M. quam Deus ad votum etc.

3. (S. min. pe. XII. 340). 1482, Giug. 20.

Nicolao de Vitellis.

Saria impossibile che exprimessimo con quanto piacere et contento
nostro habbiamo lecte le vostre lettere con adviso della entrata vostra

(1) Ser Tommaso del Brozzo.

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LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 223

. in Città di Castello con tanta dimostratione damore universalmente di

tucta cotesta Città quanto ne serivete.. Ringratiamone sommamente
Iddio con tucti i cori nostri di tale prospero successo, et speriamo di
questo si grande principio successo tale che sempre et voi et noi

habiamo cagione di esserne ben contenti. Et perchè questo segua noi

non perdiamo una hora di tempo in fare presto tuete le previsioni
necessarie, come particularmente scriviamo al nostro Magnifico Com-
missario, con ordine che tucto communichi colla M.tia V. la quale
confortiamo, benchè sia superfluo, a seguire con virile animo quello
che resta. Certificandola che, come noi stimiamo avere con epsa ogni

sorta comune, così non siamo mai per mancarli se non quando man-.

cheremo a noi medesimi o alla libertà nostra. Le altre cose intenderete
dal Commissario; però saremo brevi con voi.

4. (S. min. pe. XII. 335). 1482, Giug. 20.

Al Signor Octaviano Ubaldini (1).

In questo punto siamo avisati come hieri a hore xxii el Mag.co
Messer Nicoló [Vitelli] da Castello entró in Città di Castello con grande
unione et amore di tutto quello popolo. Et parendone necessario che
sia da fare ogni cosa per conservarvelo dentro et expugnare le rocche
et havere lo intero dominio del tutto, ne è paruto conveniente scrivere
a V. S. quanto ne occorre, perchè una grande parte di questa victoria
consiste ne’ provedimenti di V. S. Et prima a noi occorre che con ogni
possibile celerità si debba expedire per V. S. tutte le genti della ex.tia
dal Duca insino a la somma di 500 huomini d'arme, secondo il ricordo
et volontà de la ex.tia del prefato Duca. Appresso quelle fanterie, che
comodamente puó mandare V. S. a questa impresa, si mandino con
ogni celerità. Et perché potrebbe essere che le bombarde nostre, quali

sono a Cortona et in quelle parti, non sarieno sufficienti a questa im-'

presa, per non essere molto grosse, desiderremo che V. S. servissi di
qualche una delle vostre che sarebbero molto piü comode a questa
impresa per essere quasi in facto: et maxime intendiamo esserne una
a Santo Agnolo (2), che sarebbe apta a questo bisogno .... Benchè
forse, superfluamente pure pel terreno nostro o vostro si levi al tutto
ladito a le genti inimiche che vinissino al soccorso di questa im-
presa ....

(1) Era parente del Duca di Urbino e suo luogotenente in quello stato.
(2) Sant'Angelo in Vado città del Ducato di Urbino.

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5

es
224 G. NICASI

5. (S. min. pe. XII. 343).
Bartholomeo de Puccis.

" Habbiamo inteso con grande contento l’entrata di Messer Nicolò
in Castello et, parendoci de fare ogni cosa per dare perfectione alla
impresa, habbiamo di già ordinato tutte le cose che lasciò per ricordo
la ex.tia del Capitano et hoggi si mette a camino la bombarda grossa,
la Ceccha, Pasquino (1), scarpellini, lance et ogni altra cosa ricordata,
scriviamo al signor Octaviano [Ubaldini] nel modo che vedrai per la
inclusa copia. Conferirai tutto con la ex.tia del Capitano et fa che
intendiamo di per di se occorre alcuna cosa alla Signoria Sua et così
e processi nostri hora per hora et fa che non resti dal canto tuo per
diligentia et sollecitudine questa cosa di tanta importantia, sollecitando
guastatori et munitioni et ogni altra cosa necessaria ot così confortu
Piero Popoleschi ad expedire promptamente i bisogni del campo, le
bombarde etle altre artiglierie; perchè questa impresa come importan-
tissima non ci potrebbe essere più ad cuore. Seriviamo brevemente ri-
fidandoci sulla suficientia tua. Sollecitate sopra tutto quelle cose che
si scrivono al Signor Octaviano et ricorda al Capitano nostro che le

genti si mettino insieme verso Citerna, accioche danneggino più tosto

quello contado che il nostro o quello di Castello.

Habbiamo scripto pel Francione, per Tamagnino corso et Caran-
nivolo (2) et subitamente si manderanno. Habbiamo facto sollecitare
di nuovo le genti che restano ad venire del Capitano et in effecto dal

canto nostro non si lascia cosa alcuna adrieto in beneficio di questa
impresa ....

GODS FE. 407). Città di Castello, 1482, Giug. 93.

Partolomeus de Puccis commiss. floren :

Le S. V. haranno inteso comme il Mag.co Roberto [Malatesta] et
Messer Giovanfrancesco da Tolentino venivano per sochorrere a queste
fortezze; hora in questo puncto, che siamo a hore xir, habbiamo adviso
da nostre spie mandati pel paese comme egli è vero che decte gente
venghano, ma che non sono cosi vicine comme dissi a V. S. Hieri

scripsi al Signor Octaviano [Ubaldini] confortando sua Signoria che

(1) Sono nomi di bombarde.
(2) Sono nomi di guerra di Connestabili.

1482, Giug. 20.

perde 20
emi o
mpm 7

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 225

cum più celerità poteva sollecitasse le genti d’arme, et così lo Ill.mo
Capitano et io lo richiedemmo de balestrieri 400, di che per anchora
non havamo havuto risposta alchuna: cum primum l’haveremo ne darò
adviso ad V. S. | i

Questa nocte è intrato in Citerna il Mancino dal Borgho cum fanti
100 incircha, secondoche in questo punto mi è stato riferito; ho incon-
tinente datone adviso ad Anghiari affinchè sieno provvisti. Qui atten-
diamo a sollecitare e ponti delle bombarde affine che comme sono
giunte non s'habbi a perdere, se è possibile, una unza di tempo: et
così facciamo fare per il campo spianate et ogni altra cosa intendiamo
essere opportuna. Signori mei, stieno V. S. cum l’animo quieto che, di
quello intenderò si possi fare in favore di questa impresa, nulla si las-
sarà adrieto, perchè vegho quelle l'hanno a chuore, come debitamente
debbano havere. Se altro innovarà ne darò particulare adviso a vostre
Signorie, alle quali di continuo mi raccomando.

(OP. r. II. 423). Città di Castello, 1482, Giug. 30.

Bartolomeus de Puccis commissarius floren :

Hieri a pieno scripsi alle S. V. quanto me ochorreva et tucto quanto
che qui era innovato, si del campo inimico comme de ogni et qua-
lunche altra cosa. Di poi hiersera hebbi una delle S. V. per la quale
vidi quanto quellé havevano scripto a Messer Bongiani, et cosi delle
nuove hanno le S. V. da Luigi di Borchaino, le quali tucte cose incon-
tinenti comunichai colla ex.tia del Capitano, benché sua Signoria di
tucto prima havesse havuto aviso, perché il Signor Octaviano [Ubal-
dini] cum diligentia di tucto particularmente da notitia.

Le passavolanti giunseno hiersera, tucte squonquassate et male
à ordine in modo tale non se ne potette per allora operare salvo una,
cum la quale in poco intervallo di tempo trahemmo quattro o cinque
colpi: fece assai honorevolmente ruinando duo merli per terra cum
grande impeto et furia: non è di quelle grosse, getta circha libre X
et l’altra questo medesimo, la quale porremo a ordine presto.

In questo punto che siamo a hore xv è giunta la bombarda da
Cortona cum Piero Popoleschi, Iddio laudato, et cosi Ja. polvere et
altre munitioni mandano le S. Vostre. Hora attenderó, giusta mia possa
che domattina col nome di Dio si cominci a trarre. Spero che la grossa
non se harà a operare; pure bisognando, alla giunta sua, la piante-
remo. — Molte pratiche ho tenuto et tengho col Castellano della rocha
di verso Perugia, delle quali ne ho dato notitia alla V. S. perché po-

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‘bene voleant.

226. G. -NICASI
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trebbono riuscire et no. Tantum est che di et nocte non penso se non

a queste cose che habbino a essere lo honore et utile delle V. S. —
Alla parte di Piero Popoleschi, Giovangualberto et il Vespuecio tucti
saremo uniti al bisogno. Vectuaglia non ci mancherà perchè di tucti
e luoghi cireumstanti ne è venuto et viene in buona quantità in modo
tale non é dubio ce ne manchi. Hiermattina, come haronno veduto le
S. V. vi mandai la nota della gente d'arme, balestrieri, provigionati
et fanteria et in quella non dissi quanti huomini d'arma fusino per
squadra: il perché, comme con li mia proprij ochii ho veduto, sono a
ragione di venti, ventuno e ventidue huomini d'arme per squadra ;
ma la maggior parte ascendono al numero di ventidue, et bene a
ordine. e

Solecitando io questi che sono sopra le genti del Signor Duca di
Urbino mi dichono che io scriva alle S. V. che faccino comandamento

al Soderino, a Orso da Pistoia et a certi altri huomini d'arme, e quali

si trovano in quello di Pisa, comme da Ser Girolamo da Canthiano
V. S. potranno piü pienamente intendere, che venghino. Dissi a quelle
comme il campo nostro mutó luogo, passando piu avanti verso e nimici
mezo miglio: hora si attende con ogni studio et diligentia ad fortifi-
earse edificando bastie e bastioni in forma che per tucti l'intendenti
et pratichi siamo sicuri anco venendo duo tanto genti di noi, maxime
havendo le eastella davanti unite a questa ciptà, le quali tucte sono
appresso alla strada et in luoghi assai forti et sono bene fornite di
fanteria et munitione, le quali tucte ho mandato io di quelle delle S. V.
havute dal Borgho, et cosi acchadendo farò.

Signori mia, le Signorie Vostre possano stare di buona voglia che,
di quanto appartiene a me, et quanto mi serà possibile, non perdo-
nando a fatiche né ad alchuno altro sinistro, tucto si farà, et cum più
prudentia et industria mi sara possibile.
A Messer Niccolò [Vitelli] detti e ducati 200: et cosi a Giunta dal
Borgho a fare [che] con più prestezza facesse la compagnia sua l'ho
servito di fiorini 70, promectendoli, scripta [harà] la compagnia, darli
el resto; Et così farò a tucti li altri, scripto che haranno le loro com-
pagnie, ponendo cura che piglino gente che, achadendo, le S. V. se ne
possino valere. Et similiter priego quelle che accelerino la venuta dei
fanti di Romagna et delli altri luoghi più si può, a fare che, achadendo,
se ne possa| trarre fructo. Scrivendo Giovangualberto Dini mi dicie
non si sentire di buona voglia et che desiderarebbe le S. V. provve-
desseno di un altro in suo luogho ete. Raccomandomi alle S. V. quae

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LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 221

8. (S. min. pe. XII). 1482, Lug. 10.

-Bernardo de Oricellariis (1).

.... Dell'una rocca di Castello, cioè quella di verso Perugia si
chiama di Santa Maria, si è havuta la possessione secondo i pacti, et
noi habiamo pagato al Castellano 3400 ducati, secondo le conventioni
che furono facte. Dell’altra è il termine domattina, et crediamo ne
seguirà il medesimo optato fine, perchè non si vede via di Soccorso ;

e nemici stanno alla Fracta et non paiono sufficienti a poterne dare.

impaccio : costerà ducati 1600, i quali habiamo mandati che vi saranno
a tempo. Nacque al tempo del pigliare la tenuta della prima [roccha]
un pocho di scandalo, perché Messer Nicoló [Vitelli] et quello popolo
voleva decta fortezza nelle mani, naque accordo d'uno mezzo, et pi-
gliolla per la Lega et per noi Ser Lodovico (2) Cancelliere del Duca
di Urbino, che è qui; in modo che cessò lo sandalo per gratia di Dio.
Et ricevuta quest'altra, della quale è domattina il termine, come é
decto, sarà finita quell'impresa .... Pure resterà, havute decte forteze,
qualche altro luogo appartenente a decta Città di Castello, i quali in
pochi di.si doverranno expedire, et ultimare del tutto quell'impresa

0000

9. (S. min. pe. XII. 398). 1482, Luglio 13.

Thomae de Ridolfis.
. Habiamo lettere da BartholomeoPucci dello ad viso della rece-
ptione dell’altra rocca [di Castello] et che erano andati a campo a
Celle et credere fra pochi di quello luogho si vincerebbe. Il campo

inimico si era partito dalla Fracta et venuto a Monte Misano, luogho

assai buono, et havevanlo combattuto gagliardamente et vinetolo per
forza et abruciatolo, benchè alla guardia fusse Giovanni della Vecchia
con 100 fanti, et successe buona difesa in modoche dalla nostra et dalla
loro ne fu morti et feriti assai. Et di poi erano andati a uno altro
luogho che si chiama Monte Castello, del quale si haveva miglior spe-
ranza, perchè lo havevamo meglio fornito. Arguisce [da] questo loro
animo che sono gente più grossa et meglio a ordine che non habiamo

stimato, havendo ordine di campeggiare presso il campo nostro a 6

(1) Oratore fiorentino presso il Duca di Calabria figlio del Re di Napoli e co-
mandante in capo dell' esercito napoletano marciante contro Roma.
(2) Ser Lodovico da Mercatello (confr. Muzi, op. cit. fasc. 25, pag. 02).

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miglia in circa a presso a una Città inimica della qualità che è Ca-
stello. Et non di meno anchora intendiamo che vi viene gente da Roma
et che loro ingrossano piü et fonnosi piü potenti ....

10. (S. min. pe. XII. 395). 1482, Luglio 15

Thomae de Ridolfis.

... Per doppie ti abiamo scripto de dubii nostri che habiamo delle
cose di Castello perché intenda la excellenza di cotesto Ill.mo Signore
[Duca di Urbino] il tucto, et non si metta a pericolo, diminuendo quello
exercito, come intendemo che sua Ex.tia faceva pensiero di diminuirlo,
rivocando ad se le genti sue etc. È successo anchora, di poi che ti
scrivemo l’ultima nostra a 13, che il campo inimico è ingrossato di
3 squadre del Prefecto et di gran quantità di fanti (il numero dicono
essere circa a 4000 fra fanti forestieri et del paese) et erano venuti a
Verna, presso a Celle a miglia cirea a 5. Il che inteso e nostri pru-
dentemente si levarono da Celle, dove erano acampati, et s' eno venuti
a uno aloggiamento securo, dove erano stati anchora prima, fra Città
di Castello et il Borgho. La principale cagione fu che a Celle pocho si
può aoperare cavalli, et il campo nostro, per esservi partiti tucti e
balestrieri di cotesto Ill.mo Signore subito che furono havute le rocche,
et per essere buona parte dei nostri distribuiti, oltre a quelli che sono
in Castello, per quelli luoghi per loro guardia, non haveva molti fanti

a comparatione de nemici et haevano lo impedimento delle bombarde.
Così si vede e nemici essere doventati superiori in campo et puossi

facilmente intendere che, non che si possi levare le genti d'arme, ma
bisogna acerescerle e fortificarle, altrimenti questa impresa di Castello
diventerebbe pericolosa et facilmente si potrà riceverne vergogna et
danno.

11. (S. min. pe. XII. 405). 1482, Lug. 17.

Bernardo Oricellario.

.... Poichè ti serivemo, e nemici hanno havuto per forza Vernia et
bruciatolo et uccisovi dentro Giorgio Schiavo et è dubio della maggior
parte di quelli luoghi di Città di Castello, et per non essere molto forti
et perché gli altri per exemplo di questi perderanno l’animo; et a que-
sto modo, oltre alla vergogna che si riceve grandissima, è pericolo di
non perdere presto ciò che è stato acquistato ....
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 229

12. (S. min. pc. XII. 432). 1482, Luglio 27.

Petro de Capponibus (1).

... La impresa di Città di Castello, cioè della Città et delle rocche,
si terminò honorevolmente. È paruto a Messer Nicolò [Vitelli] et a
quello popolo ruinare quella [roccha] che è dalla parte di Perugia, nè
si è potuto senza scandolo et pericolo, tanto era lo ardore di quello
popolo, dinegarlo. L'altra, che è verso il Borgho, (2) si conserva et
crediamo che, restrecto et satiato in parte questo furore populare, se ne
potrà pigliare più matura deliberatione, di che crediamo poterti scri-
vere più il vero doppo la venuta delli Oratori di Castello, che stasera
o domani debbono essere qui.

Le genti inimiche se ritornarono alla Fracta, doppo la partita del
Signor Roberto [Malatesta] a Roma. E nostri raquistarono subito quelle
bicocche che havevano tolte, excepto Monte Castello. Le genti del Duca
di .Urbino partono con un nostro Commissario che le conduce et cre-
diamo sieno in cammino. Dovrassi dare che pensare a chi ne da a noi
et aiutarsi per questo modo assai la pace ..

13. (S. min. pe. XII. 446). 1482, Luglio 31.

Bernardo Oricellario et Petro de Capponibus.

.... Sono venuti qui due Imbasciatori da Città di Castello hanno
richiesto la protectione et adherentia nostra, come altra volta sono
stati in nostra protectione et adherenti a noi. Poichè crediamo sia cosa
grata a cotesto Ex.mo Signore et alli altri nostri confederati, li ab-
biamo veduti volentieri et prenderemo, come altra volta si fece, la loro
protectione et adherentia. Pregherai la Ex.tia di cotesta Ex.mo Signore
li vogli ricevere fra li altri amici, adherenti et raccomandati nostri et
che possino godere il beneficio della Lega nostra, come li altri che
infra el tempo furono nominati hinc inde; et che la sua Ex.tia ne

(1) Oratore fiorentino presso il Duca di Milano.

(2) Questa fortezza era stata costruita, per ordine del Papa, lateralmente alla
porta di San Giacomo, dopo il celebre assedio di Città di Castello. Si cominciò ad
edificarla il 10 giugno 1475, sotto l' alta direzione di Federico, duca di Urbino ed il
9luglio dello stesso anno si aprì, sulle mura della città, la nuova porta di Sant'Andrea,
non potendosi più passare, a causa dei lavori, per la porta di San Giacomo. (MUZI,
Memorie, ete., fasc. 25, pag. 49).

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mandi o per lettera della Ex.tia sua o altro publico instrumento la sua
acceptatione, quando così li piaccia, come extimiamo per cosa certa
che li piacerà, perchè così più ci accertiamo che quella Città debba
perseverare colla nostra Lega et persistere nella fede et instituto
principiato. Farai d’avere decta lettera o instrumento et di subito lo
manda ....

14. [S. min. pe. XII. 449]. 1482, Ag. 5.

Petro de Capponibus.

.... Messer Niccolò [Vitelli] da Castello era stato ricordato che era

bene tenerlo in reputatione et bene contento per ogni buono respecto,
et noi ce ne siamo accordati non solamente col consenso ma co? facti :
ma havendogli facto intendere per le excessive spese nostre che non
potevamo più, lo fece intendere lui al Duca di Urbino, domandando
la sua Ex.tia di parere circa le cose sue. La quale mostrò essere di
parere che per la Lega gli fussi facto di provisione tre mila ducati
l’anno, che si dovessi pagare per terzo; et noi, benchè siamo gravati
assai et quando anche pure havessimo acconcorrere sare[bbe] più con-
veniente.che concorressimo per la rata che ne toecherebbe, non dimeno
non siamo per deviare dal parere della Ex.tia Sua. Intenderai sopra
acciò quel che ne occorre alla Maestà sua [del Re di Napoli] et da-
ranne adviso.

15. (S. min. p. c. XII. 472). 1482, Ag. 14.

Bernardo de Oricellaris.

« .... Il Signor Messer Constantio [Sforza] con quelle poche genti
nostre che ha, è restato di qua [nel territorio di Città di Castello] per
parere et deliberatione del Duca di Urbino, per favorire le cose si tra-
ctano di Perugia (1), et in questo mezzo, per aleggerire anchora i Ca-
stellani dello stropiccio di quelle poche gente d'arme che ha, s'é ito a
porse presso a Citerna, per vedere di fare qualche danno alli inimici,
mentre che le cose di Perugia sono in pratica .... ».

(1) In Perugia si trattava di rimettere in patria, d'accordo con i Baglioni, tutti
i ribelli e specialmente Carlo ed Agamennone degli Arcipreti che si trovavano a
Gubbio sotto la protezione del Duca di Urbino. (V. Cronaca Perugina di Pietro An-
giolo, loco citato, pag. 208).
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. -

16..(D.l: c. V. 31).

1482, Nov. 22.

Bernardo Oricellario Mediolani.

: Havendo bene examinato li articoli della pace praticati con Messer
Lorenzo [Giustini] da Castello, et venuti nuovamente da Napoli con le
lettere de tre del presente, benché sieno xim giudichiamo non dimeno
che si possino distinguere in tre parti. La prima et più necessaria è
quella parte che tocca il Signore Duca di Ferrara, della salute del

| quale principalmente se agita; un altra parte è che appartiene a col-

legati nostri et una terza che appartiene a noi propri .... Quanto alle
parti che attengono a noi proprii, ne pare da considerare tre cose. La
prima circa le cose che teniamo della chiesa, le quali sono di due
spetie cioè: Città di Castello et Citerna; et benché in Castello non ci
habbiamo altro obbligo che si habbino li altri collegati, pure, per la

vicinità et per essere suta nostra impresa privata, ne pare havervi
qualche altra parte più. Desiderremmo in questa parte che lo stato di
Castello si eonservassi in Messer Nicholò [Vitelli] come è al presente
! et la terra non di meno alla obbedientia di Sancta Chiesa et a la pro-
| tectione della Legha nostra; parendoci questo ragionevole et assai
facile obtenere, perché questa difficultà di Castello non è suta facta in
alchuna pratica, excepto quella di Messer Lorenzo. Oltra di questo da
uno gran tempo in qua sempre é suto conservato in questa forma, et
però la Santità del Papa senza suo incarico lo può consentire. Lo
honore della Lega nostra, per la obligatione che habbiamo con Castello
et per non ci torre in perpetuo il credito con ogni huomo, richiede
che la eonserviamo in questo stato, per non permettere che sotto la
fede nostra quella città sia distructa et quasi desolata, come necessa-
riamente sarebbe pigliandocene altro partito

iE Alla parte di Citerna desideriamo d'essere aiutati che il Papa,
Hm d'acordo o per danari o per qualche altra satisfactione di Sua Santità,
di pacificamente ce la,lasci, perchè è in mezo delle cose nostre et è di
poco fructo alla Chiesa et di grande importantia a noi et è, antica-
mente, contado d'Arezo

IE 717. (D. Imi. XV. 43). 1482, Dic. 99.

Bart.o de Puccis.

« Harai facilmente et più per fama che per nostra lettera inteso
chome a XII del presente a Roma tra la Santità del Papa et la
nostra serenissima Lega fu facta et conclusa pace et unione, per la

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quale intra l’altre cose si dispone che Citerna et la fortezza si habbi,
con le munitioni che vi erano, a depositare nelle mani degli Oratori
del Re et Reina di Spagnia, existenti a Roma, chome in amici et con-
fidenti communi, per seguirne poi quello arbitreranno. Noi perchè siamo
contenti venire alla depositione decta, benchè tucta volta pratichiamo
che, facta la decta depositione per honore et scarico del Papa, cotesta
terra resti a noi, vogliamo nulla di meno, con modo dextro et secreto
et di nocte tempo, cominci a mandare al Borgo o a Monterchio, ove
meglio si gitterà nelle fortezze nostre là, tucte le munizioni et arti-
glieria nostra che di presente si truova costi nella rocca, non movendo
quella vi trovasti quando si vinse la terra et la roccha predecta. Exe-
guirai questa parta sollecitamente con prudentia et prestezza grandis-
sima con quanto più strecto modo si potrà: et spendendo cosa alchuna
nelle vecture ti sarà facto buono: et di quanto ne trarrai et a chi lo
consegnerai ne farai inventario et terrane conto. Quando sarà poi il
tempo del fare la depositione ne sarai da noi particolarmente avisato.
Et però sanza nostra licentia non farai altro, salvo il mandare via
decta nostra munitione nel modo sopradecto

G. NICASI

Et a cotesti huomini
non dirai cosa alchuna sino in tanto non ti scriviamo altro.

Il magnifico oratore di Castello è suto a noi, et per parte di quelli
Magnifici Priori et Messer Niecholo communicatone chome il Patriarca
li ha avisati della pace facta a Roma, chome di sopra si dice, et ri-
chiestogli della observantia di epsa. Richiedendone il sopradecto ora-
tore di parere et aviso di che habbino ad fare, habbiangli risposto che
a noi parrebbe chome i predicti Priori et Messer Niccholo [Vitelli]
rispondessino al decto patriarca in questo modo: Primum si: offerino
prompti all'observatione della triegua facta ad questi di, et promectino,
essendoli restituito quello che fu loro tolto da quelli di Montone, et
ogni altra cosa che fusse suta tolta o predata o presa al terzo di
novembre in qua, che loro faranno il simile et restituiranno prigioni
in modo che hine inde in questa parte le cose siano reciproche et
mutue. Alla parte della pace rispondino che n' hanno consultato i loro
collegati et superiori, sanza consulta de' quali non risponderebbero
precise cirea questa parte: et, havutala, gli risponderanno: et interim
che observeranno la triegua et faranno portamenti da pace et chome
buoni figli di Sancta Chiesa. Questo è occorso a noi che per dicti
Priori si debba rispondere al Patriarca; et cosi habbiamo risposto al
sopradecto oratore. Atendiamo adviso perché anchora tu in nome
nostro, essendo costà, ne conforti li prefati Magnifici Priori et Messer
Niccholò, confortandoli anchora a portarsi dolcemente verso la Santità
del Papa, perchè cosi stimiamo sua Santità si renderà più facile et più
n

LA FAMGLA VITELLI, ECC. 233

placabile al facto loro; et noi anchora ne facciamo ogni opera et in-
‘stantia possibile perchè loro signorie et Magnificentia. habbino a re-
starne più contente et satisfacte. Exeguirai questa nostra commissione
con prudentia, et, di che intenderai ti sarà risposto, ne darai avviso
particularmente.

18. (D. Imi, XV. 53). 1482, Dic. 30.
Bart.o de Puccis.

« Chome per una nostra de xxi del presente intendesti, noi
siamo restati contenti di diporre Citerna et la fortezza nelle mani delli
oratori del Ser.mo Re et Reina di Castilla di presente a Roma existenti ;
et a decti oratori ne offerimo prompti et parati fare decto deposito a ogni
loro requisitione. Al presente noi habiamo da decti oratori ricevuto una
lettera per la quale loro ne ricerchano di tal deposito, nel modo et
forma che tu intenderai per la inclusa copia di tal lettera. Et perché
nostra intentione 6 fare decto deposito secondo che una volta haviamo
promesso, però per questa nostra presente lettera ti comandiamo et
improgniamo che a quello Amelio De Judice da Napoli et Joanni da
Tievas Navarro de Pampalona, in decta lettera di decti oratori nomi-
nati, facci il deposito della terra al prefato Amelio et della roccha al
prefato Giovanni, facte prima et observate le infrascripte cose et solen-

mità: primum tu vedrai riscontrare i nomi, sopranomi et cognomi loro,

poi vedrai il mandato che haranno se sarà legittimo et autentico (per
chiarirtene meglio, standone tu in dubio, manderai al Borgho per qual-
che doetore che lo vegghi, examini et presone consulto) et trovato
tucto riscontrare, servando a te dicto mandato, o uno o dua che si
siano, farai fare a pubblico et autentico et sufficiente notaio, publico,
auctentico instrumento et rogito, modo et forma che tu vedrai per una
ti mandiamo inclusa in questa. Et facto tale instrumento, con le altre
circumstantie et cautele solite et consuete, verrai alla dicta effectuale
et actuale depositione: et il dieto instrumento et le sopradicte firme
et mandati salverai adpresso ad te per consegnarle poi a noi. Et, facto
questo, tu et il Castellano et tucti i nostri vene partirete, venendovene
alla via vostra.

Ma non havendo tu tractone tutta la nostra munitione per chome
per duplicate ti habbiamo scripto, cioè la serpentina, spingarde, scop-
pietti, archibusi, balestre, coraze, lancie, polvere, passatoi, piombo,
vino, olio, sale, aceto, grano e biade per farri e ogni altra cosa nostra,
non s’intendendo quello vi trovasti et che vi era quando si vinse la

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234 G. NICASI

terra et la roccha, ne trarrai il tutto, et poi exeguirai quanto di sopra
ti seriviamo, exequendo tutto con prudentia et directione, et ne avi-
serai subito di quanto harai facto et sarà seguito.

A Priori di Citerna, facto tal deposito, per nostra parte amorevol-
mente dirai chome noi siamo condescesi a fare questo deposito per
utilità (?) et bene nostro et loro; ma che per questo non siamo puncto
mutati della buona nostra dispositione verso di loro, chome in ogni
caso advenire potranno cognoscere.
LIS VITE: 301): In arce Cremone, 1483, Marzo 2.

Essendosi tractato ed agitato, depo le altre conclusioni facte in la
dieta, de redurre le cose della Città di Castello ad alcuno meglore ef-

fecto, per satisfactione dell honore et desiderio della S.ta da N. S., se

venne in fino a questo apuntamento: el quale fo primo scripto et poi
lecto dal Ill.mo S. Duca de Calabria in presentia del R.mo Mons. Le-
gato et del Ill.mi et Mag.ci Signori Dietarii. Et lo dieto appuntamento
fo questo, cioè: che la ex.sa S.ria de Fiorenza opereria de continente
che M. Nicolo Vitello senza arme vogla uscire et esca della Città di
Castello, et ad questo effecto faria omne possibile opera. Et quando
ipso M. Nicolo non volesse uscire et usasse renitentia, che in tale casu
la dieta S.ria de Fiorenza, ad omne requisitione della S.ta de N. S.
della M.ta del S. Re et del Ill.mo S. Duca de Milano, rompera et fara
guerra alla dicta Città de Castello et ad Messer Nicolo predicto con le
gente darme et statu suo, et per quella rata de gente che ad epsa
S.ria de Fiorenza allhora toccara, per fare che la S.ta del N. S. habbia
libera la potestà et la possessione della dicta Città de Castello. Con

‘questa conditione et pacto, che la prefata S.ta de N. S. faccia dare sen-

tentia per la rota o per breve, come meglo parera ad sua S.ta, confir-
mando la sententia data per la dicta M.ta del Re delle terre de epsa
Signoria de Fiorenza, le quale de presente se teneno da Senesi (1) et
dela restitutione de quelle; lo qual breve habbia ad stare in mani del
Il.mo Duca de Bari, finché la dieta Città de Castello venga in plena
potesta de sua S.ta. et che, o ipso M. Nicolo come è dicto desopra
esca fora della dieta Città de Castello per sua voluntà, o per forza. Et
quando la S.ta predicta li havesse facte restituire le deete terre, o vero

che per altra via venissero in loro potere, in tale caso dieto breve sia

(1) Tra i Senesi ed i Fiorentini eravi contestazione di possesso sulle terre di
Castellina etc. un tempo poste sotto il reggimento Fiorentino ed ora in mano dei
Senesi.

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LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 235

restituito alla prefata S.ta Lecto che fo lo dicto apuntamento lo Magni-
fico Lorenzo dei Medici oratore della dicta Signoria presente al dicto
appuntamento et audiente: dixe et promisse che ipso arrivato in Fio-
renza procuraria de optenire che la dicta S.ria se obligaria alle cose
predicte et che haveva speranza et se persuadeva che quella S.ria faria
tale obligatione; et quella facta et havuta la mandaria in scriptis.

Io Petrus Arrivabenus,

Iu ponts.

ZUS (D. le. V.. 1061). 1483, Marzo 11.
Petro philippo Pandolfino.

Questa tua ultima, alla quale risponderemo al presente, è de xIII,
per la quale intendiamo con grandissimo piacere la facta dispositione
della S. del Papa a questa comune difesa di Ferrara, et tanto neces-
saria, et habbiamo anchora piacere che la bolla sia approvata dalla sua
Santità et che si solleciti il pubblicarla, perché non è dubio che sarà
di grandissimo momento, et è verissimo quello che dice la Sua Santità,
che farà più fructo se sarà aiutato dalle armi temporali. .... Fra le altre
cose determinate è questo appuntamento circa alle cose di Castello: che
noi ci obblighiamo a fare ogni opera che quella Città sia libra nella
potestà del Papa et che Messer Niccholò escha di quella Città, d’accordo
se si potessi farlo, et, quando bisognassi usare la forza, che noi li rom-
piamo guerra insieme colli altri collegati per la rata nostra, et la Santità
del Papa di presente confermi la sententia segua delle terre che
tengono in mano e senesi et se ne facci (1) uno breve, il quale si de-
pongha in mano dello Ill.mo Signor Duca di Bari sino a tanto che
decto Messer Nicolo sia uscito di Castello o veromeno Fiorentini li hab-
bino ropto guerra, come di sopra. Del quale appuntamento sarà con
questa una breve notula, et la Excellentia del Duca di Calabria farà
fede essere cosi la verità per sue lectere che seriverà costi, perché,
doppo la partita di Lorenzo [de Medici] di là, fu mutata quella serip-
tura et, dove debba « dire sino che Fiorentini habbino ropto la guerra »
dice: « fino che dicta Città vengha in plena potestà del Papa »; come ve-
drai per nota della scriptura faeta sopra di ció, che anchora sarà con
questa. Ma il vero é quello che si contiene nell' altro et che di Sopra

(1) Nella rilegatura di questo documento all'Archivio di Stato di Firenze é stato
per errore rilegato il foglio contenente la parte, che viene dopo questa nota, alla
pagina 138 del medesimo libro.

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236. G. NICASI

habiamo decto, et è quello ad che ci voliamo obbligare alla Santità
sua: et per questa ti diamo commissione che ci obblighi, ogni volta
che piacerà alla S. Santità, et che il breve habbi a venire nelle mani
nostre, ogni volta che Messer Niccolò sarà uscito di Castello, o vero che
noi habiamo ropto la guerra, come di sopra è decto. ....

21; (OPi-$; III; D. Città di Castello, 1483, Ap. 11.
Copia reformationis editae in Comuni Civitatis Castelli die XI aprelis 1483.

Consilio multorum requisitorum civium et religiosorum Civitatis
Castelli, in sala magna palatii solitae residentiae magnificorum domi-
norum Priorum libertatis populi et Comunis Civitatis Castelli, ex eorum
ordinamento et mandato, et factis ibidem propositis impetrare humiliter
veniam et pacem a Sanctitate Domini Nostri Papae, salvis personis et
honore, rebus ac patria, ut omnis civis existens in civitate remaneat
securus in domo et patria: Redditisque consiliis tum religiosorum, tum
aliorum quamplurimorum civium, et tandem dato et victo partito per
206 fabas nigras del sic, et tribus albis del non in contrarium repertis,
non obstantibus:

Providerunt, statuerunt, ordinaverunt: quod mittatur Romam ad
Sanctitatem Domini Nostri Papae ad impetrandam veniam, misericor-
diam et pacem, prestando veram obedientiam, humilitatem et subiec-
tionem Sanetitati suae tamquam subditi, fideles et subiecti pedibus
suae Sanctitatis, salvis tamen semper personis, rebus, honore et patría
omnium eivium in dieta Civitate nuper existentium, menti semper te-
nendo quod ecclesia numquam claudit gremium redeuntibus. Sperando
quod Sua Beatitudo Clementissima et misericordiosa indulgebit huic
populo et ipsum amplectetur in gremio suae Sanctitatis. Et pro hac re
mittantur unus vel plures oratores ad Suam Sanctitatem eligendus, vel
eligendi per Magnificos dominos Priores et Octo Custodiae qui habeant
plenam auctoritatem ipsos velipsum eligendi, et procurandi ut tute
et sicure vadant et reddeant. Et interim, ne hie populus reperiatur in-
cautus, cum previsa minus ledere tela solent, casu quo postremo, quod
deus avertat, talis indulgentia obtineri non possit, quod capiatur tutela
et defensio huius civitatis e& popoli ab omnibus adversis et modo, forma
et ordine quibus prefatis magnifieis dominis Prioribus et Octo melius
videbitur et placebit pro defentione et tutela predieta. Et quod per eos
provisum, ordinatum et factum fuerit, valeat ac teneat, ac si per totum
presentem concilium provisum et ordinatum esset, non obstantibus etc.

—— NANA
SERRE PER III

VOZIISIAIETI RI SREZIIEA: —

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 231

99, (D. le. V. 141). 1483, Aprile 14.

Pierophilippo Pandolfino.

« .... Intendiamo la risposta facta con piacevolezza al mandato di
Messer Niccolò [Vitelli] da Castello dalla Ex.tia del conte [Hieronimo]
et piaceracci che Messer Niccolò intenda il caso suo. Da noi qui è stato
il mandato chiarito del tueto, che non facendo la volontà del Papa, non
solamente non harà da noi alechuno favore, ma li saremo inimici et a
richiesta di Sua Santità li manderemo contro le nostre genti d' arme
et tucto quello che potremo fare. Così potrai chiarire la Sua Ex.tia.
ESO: P. r.i II 9) Città di Castello, 1483, Ap. 95.
Copia licterae per Comunitatem Castelli Sanctissimo domino nostro Pa-

pae trasmissae.

Beatissime pater et clementissime domine, domine noster unice:
post pedum oscula beatorum. Devotissimus hic populus et apostolicae
sedis et tuae Sanctitatis, cum proponeretur ad eam ut ad verum do-
minum et Christi viearium veniri, unanimiter decretum fuit oratores
ad tuam mittere sanctitatem curarique interim illos salvos fieri. Rela-
fum est, medio episcopo nostro, tuam sanctitatem oratores nolle; non
potest opinari hic populus, adeo tuae Sanctitati devotus, veniam apud
eam non consequi: Vicarius Christi es, cui proprium est misereri sem-
per et parcere, et apud quaem misericordia copiosaque redemptio est:
Nee Ecclesiam unquam gremium reddire volentibus clausit; minus eis
quorum animus numquam fuit abeundi. Et si civiles discordiae simulta-
tesque modo illuc modo huc nos impulerunt, non tamen ab ecclesia se-
cessit animus: aufugimus sepe peccati penam, ut filii paternam casti-
gationem evitare solent: vere penitentibus jesus cristus semper fuit gra-
tiarum largitor: non dubitamus tuam Sanctitatem illius dona non parce
distribuere. Potuisset alius pontifex pontificatus jura et instituta preva-
rieare, non Sixtus, cuius scientiae lumen singularisque doctrina mun-
dum inradiat, et cuius virtutibus necesse fuit ad appostolicum
officium assumi, et Christi fidelibus preesse pastorem : non debent apud
tuam Sanctitatem plus valere huis populi peccata quam pontificalis ordo,
dignitas et misericordia tibi a Christo commissa. Vult tua Sanctitas, ad

mostri corporis tutelam, necessariam defentionem sumamus et certam in

moenibus proles (?) antenati et uxores mortem subituri mortemque
morte fugiamus, patriam vitamque pariter relinquamus. Sic cogeat

er
CI
938 . G. NICASI

necessitas non ut in ecclesiam summumque pontificem arma capiamus,
sed eo iure quo omnia animalia perita esse censetur? Parcere velis,
oratoresque audire digneris, beatissime pater, supliciter deprecamur:
quis laudabit ad esequtionem procedi, parte inaudita? Deus Adam ci-
tavit, audivitque, licet illi, quia Deus erat, omnia nota essent: sic
gessit ut nos eius actionibus instrueret commendantes insuper nos et
hune devotissimum populum pedibus vestrae sanctitatis. Ex Civitate
Castelli xxv Aprelis 1483.

Servuli Priores Populi Civitatis Castelli.

24; (I 10 V.: 885). 1483, Maggio 22.

D.no Guidantonio de Vespuciis.

Serivemmovi a 12 quanto ne occorreva insino allhora; habbiamo
di poi spacciato Messer Puccio colle commissioni vedrete per la copia
che sarà in questa, la quale habbiamo faeta secondo i ricordi datone
a Pierfilippo Pandolfini dalla Mag.tia di Messer Lorenzo da Castello per
parte della Santità del Papa et Signoria del Conte, et non di meno
voliamo, come prima potete, facciate intendere alla Santità del Papa
et alla ex.tia del Conte questa copia d'instructione- nostra a Messer
Pucio et, se alla S. Beatitudine et Ex.tia del Conte paressi che
circa a questa parte noi dovessimo fare più una cosa che un altra, ce
ne darete subito adviso perché, non solo in questo, ma in ogni altra
cosa non habbiamo maggior desiderio che obsequire alla S. del Papa
et fare cosa che sia grata alla Ex.tia del Conte.

29. (D. le. V. 386). 1483, Mag. 94.

D.no Guidantonio Vespuccio.

Colla altra nostra vi mandammo copia della instructione di Messer
Puccio. Di poi habbiamo lettere da lui delle quali sarà con questa la
copia; della quale potrete dare notitia alla Santità del Papa et al Conte ;
et noi ve la mandiamo a fine che più a punto intendano le cose dove
sieno ridocte. Noi, intendendo decta risposta, et che non è data alcuna
speranza di potere mutare l’ animo loro, nè fare alcuno fructo gli hab-
biamo rescripto che si ritorni. Di tucto darete notitia alla S. del Papa
et alla Ex.tia del Conte et pregherete che, se pare che habbiamo a fare
altro, che ce ne dieno notitia, perchè siamo in proposito firmissimo di
fare ogni cosa che piacerà S. Santità con veri effecti....

EN
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.

[0 26. (D. Imi. XVI. 61). 1483, Giugno

Jj Capit.o Burgi et Vic.o Anglarii.

239

18.

Chome tu puoi sapere, noi al presente siamo in lega con la Santità
del Papa con quelle obligationi et conditioni che nei capitoli di decta
lega si contengono. Et qui a noi è suto uno mandato del Patriarca,

I governatore di Perugia, richiedendone per quelle cose di Castello aiuto
di gente, vectovaglia et bombarde in beneficio del Papa et contro a
Castellani. Noi gli abbiamo risposto gratamente et secondo è suto

È conveniente; et per satisfare in qualche parte a quello nè suto richie-

[BE sto a noi habiamo promesso da hora vogliamo, et così ti comettiamo,

che tu non lasci andare alchuno di tua iurisdictione in favore di Messer

andare: similemente, se delle decte genti della Chiesa venissero

mandato per il Papa o sopra le genti della Chiesa, di altro aiuto

s

prendere che sia per scrivere a noi, tenendo quanto ti scriviamo
ereto in te solo....

27. (D.Imi. XVIII. 26). 1483, Giu.

Capitano Burgi San Sepoleri.

sendo quella sua domanda cosa di non molta importantia haremo

di vectovaglie, et per questo vedessi di trarne il meno si potessi.
i cirea a ció (che é quello che tu et cotesti conservadori desiderano

vuole portare in campo alchuna generatione di vectuvaglie tu le lasci

Niccolò [Vitelli] o de’ Castellani. Volendo alehuno portare vdetovaglie,
o pane, o vino, o biade in campo alle genti della Chiesa ve gli lascerai

in

nostra iurisdictione per vectovaglie, per i loro denari ne lascerai dare
loro et portarle ove vorranno. Ma essendo richiesto dal predecto Pa-
.triarca, o da Messer Lorenzo [Giustini] da Castello o da chi fusse con

di

gente o di altro, risponderai gratamente, et che da noi hai commis-
sione di fare ogni piacere et comodo loro, nulladimeno non farai altro
se prima non ce ne serivi et da noi hai la risposta, dando qualche
honesta scusa per mettere tempo in mezzo, talehé non possino com-

se-

21.

Per la tua de xvi habiamo inteso la richiesta factane dal Pa-
triarcha et la opinione di cotesti vostri fedeli circa a ciò. E vero che

ha-

vuto caro, per fare dimostratione della nostra buona volontà in verso
il Pontefice, promptamente lo havessi compiaciuto, facendoli da altra
parte intendere dextramente et amorevolmente il mancamento è costi

Ma
in-

tendere) la opinione nostra è questa: Che chi di cotesti vostri fedeli

[mio dad

S 9 È
SPAZIA TOTI, So TA
240 G. NICASI

portare; et chi del campo venissi costi a comprare li lasci comprare
et portare. Ma non voliamo che fu facci alehuna forza a cotesti
nostri ve ne portino, né etiandio alechuna prohibitione non se ne
venda, et cosi che quelli del campo non ne venghino a comprare.
Et cosi farai intendere et in quello modo ti parrà a cotesti conserva-
dori questa nostra intentione in forma che non possino darne notitia
al Patriarcha; chè a noi ci basta lo sappi solo tu acciochè sappi come
tihai a governari. In tucte le altre cose ci rimectiamo in tucto a una
nostra scrivemo a di xvin del presente, la quale non replichiamo in
alchuna parte stimando, havendola mandata per fonte proprio, l’ harai
hauta.

20: COP. III. 9). Borgo San.s., 1488, Giugno 29, XXIV.

Franciscus de Cortigianis. Capitaneus.

Questa mattina sono venute squadre 3 di cavalli del campo della
. Chiesa con circha fanti 200 a Celalba et tre volte si hanno dato la
battaglia questo di, di modo che di quelli di fuori n’ è morti alquanti et

feriti insino in 40, sieché non credo si possa tenere molti di per essere i

debole il luogo et qualehuno de quelli dentro sono usciti fuori et an-
darono in campo a Messer Lorenzo et usato qualche parola di loro
speranze per farsi più gagliardi con qualche caricho delle V. S. et mio
come fanno e francesi qualche volta. Dicesi che domattina tucto
il campo debba venire in decto luogho. Attendo qui a buona guardia
sanza dimostratione di sospecto et raddoppiate le guardie el di et la
nocte. Et da tre di in qua anno usato dire, alcontrario che infino a
hora havevan o, del partire fra pochi di. Ora dicono hanno dal Conte
Girolamo del non partire benché questo non habbia da luogho degno.
Emmi paruto darvi notitia di qnanto è seguito. El Patriarcha stanocte
passata a hore 3 per fonte proprio mi richiese de vectovaglie, ordinai
con dextro modo ne havesse qui non è da poter supplire al campo et
alle loro importunità. Et lopportatore è pieno informato delle occor-
rentie di quà dal quale parendovi potrete havere piena notitia, è di
qualità da prestargli fede. Guido de Urbino passó qui due di sono per
essere costi. Fu veduto volentieri.

29. [D. Imi. XVI. 84]. 1483, Giug. 29.

Patens Rectoribus, Subditus Feudatariis et recomendatis.

x

E suto a noi Virile de Virili da Castello presente ostensore man-
dato dal R.mo Patriarcha Gavernatore di Perugia et expostone chome

2
TE

guerra e non sia preda di loro inimici desiderano poterlo ridurre costi

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 241

per virtù della bolla et censure pontificie fulminate de proximo contro
i Castellani et Messer Niccholo [Vitelli] da Castello, tucti loro beni
ubicumque existenti sono dati in preda et legittima possessione et
usufructo di chi se gli piglia. Per il che ne ha richiesto che quelli
beni che de decti Castellani et Messer Niccholò ‘si trovassino in sul
dominio nostro o dei nostri Feudatarii et Raccomandati, siano conce-
duti achi se gli pigliassi o domandassi chome beni di rebelli di Sancta
Chiesa et dati in preda a ciaschuno, chome per la sudetta bolla et
censure dice disporsi et statuirsi. Vogliamo adunche et a tucti i so-
pradetti imponiamo comandiamo et richiediamo che, inteso il tenore
di decta bolla et censure et quanto per epse circa questa parte si di-
spone, exequendole facciate indifferen tim et summatim quanto porta
e vuole ragione et iustitia.

30. (D. Imi. XVII. 144). 1483, Ottob. 17.

D.no Nicolao Vitellio.

I conservadori della nostra terra del Borgo ne fanno intendere che
a di proximi dalle genti nostre furono tolte a loro huomini certe paia
di buoi da jugo et altre bestie muline et asinine. Et tal preda dicono
fu facta parte in sul territorio del Borgo decto et parte in certi terreni
liberi et indivisi tra i Borghesi et Castellani; et ulterius che haven-
done scripto il Capitano [del Borgo] et loro per la restitutione che
espressamente l'havete dinegata. Della qual cosa (quando così sia) ne
maravigliamo assai; et stimiamo che facilmente sarà di poi suta facta
la restitutione. Tamen, quando pure così non sia, vi confortiamo et
richiediamo che a nostri subditi facciate rendere ogni loro cosa et sa-
tisfare d'ogni danno ricevuto da vostri: ché quando così non si faccia
(benchè non lo crediamo) per il debito et honore nostro saremo con-
strecti procurare con ogni oportuno rimedio la conservatione et inden-
nità et difesa de’ subditi nostri chome ogni legge divina et humana
vuole et consente.

91. (D. Imi. XVIII. 87). 1483, Ott.

Doanerio Anglaris, Doanerio. Cortone et Doanerio Aretii.

« Il Comune et huomini di Citerna per mezzo di un loro mandato
a Voi ci fanno intendere che per levare illoro bestiame dinanzi alla
249 G. NICASI

in cotesto di Anghiari (Cortona, Arezzo) pagando allo entrar la ga-
bella et ogni volta lo vorranno ridurre nel loro, che sarà fra l’anno,
pagando all’uscita la minor gabella. Noi intendendo farne piacere
alla Santità del Papa et anchora perchè volentieri facciamo pia-
cere e comodo a epsi citernesi, voliamo che tu lasci mectere in
cotesto di Anghiari [di Cortona, di Arezzo] quello bestiame vogliono,
che sia non di meno loro, et non d'altri, et quello vi metteranno seri-
| vervi per pili e registri et terraine buono e diligente conto in modo
che, quando lo vorranno poi ridurre nel loro, fraude non si possa com-
mectere cavandone più bestiame non vi haranno messo o d’altra sorte,
ne in nissuno altro modo, et piglierai sufficiente sicurtà e sodamento
che decto bestiame caveranno di certo di Anghiari [di Cortona, di
Arezzo] fra l'anno et che fraude non si commecterà. Et in questo
userai ogni extrema diligentia.

32. (D. Imi. XVIII. 100). 1483, Nov. 17.
Thomae de Minerbettis.

Habiamo le tue delli 11 et 14, tenuta a 15, et con quella delli xi
anchora una di Messer Lorenzo da Castello, et in prima ti commen-
diamo dello havere exequito con prudentia et diligentia le nostre com-
missioni: apresso per torre via quella cagione che di haver dato su-
spicione etc. voliamo facci comandamento per pubblici bandi che
essendo e Castellani rebelli della Santità del Papa col quale noi ha-
biamo lega et intelligentia non voliamo sia alcuno pratichi a Castello
nè ne luoghi si-tengono nel contado di Castello pe’ Castellani. Apresso
voliamo ordini che niuno da Castello et dei luoghi si tengono da Castel-
lani sia ricevuto nè al Borgo ne ad Anchiari, nè a Monterchi et quelli
fussino venuti fa comandamento che per ogni modo partano secondo la
commissione ti danno. Voliamo anchora facci intendere al Marchese
del Monte a Santa Maria che, per satisfare alla Santità del Papa et
alla collegatione nostra con sua Beatitudine, desideriamo lui non lasci
passare alcuno Castellano, nè dei luoghi di Castello che si tengono
per Castellani, per la sua iurisditione pervenuti verso noi et così lo
conforta con ogni efficacia fare, facendoli intendere chome farà gran-
dissimo piacere. Et facto quanto di sopra è scripto, et lasciato ordine
al Capitano del Borgo e Vicario di Anghiari e di Monterchi se tenga
fermo quello ordine hai dato, stimando che la stanza tua costà se sia
superflua voliamo te ne ritorni facendolo asapere a Messer Lorenzo se
vi sarà et pigliando da lui licentia con buon modo come saperrai fare.
VARI

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 248
Per cura del Capitano di Arezzo habiamo che Messer Lorenzo si è
partito e ito verso Roma, se fusse così haremo admiratione non havere
havuto da te notitia.

Siamo richiesti da Roma di lasciare cavare di cotesti luoghi nostri
vectovaglie per cotesti ecclesiastici, habianlo negato expressamente pa-
rendoci che ognuno ci debbi havere per iscusato havendone grande
mancamento nella Città et in ogni luogo nostro. Tu anchora con buono
modo lo dinegherai e farane scusa alla Magnificentia di Messer Lo-

renzo affermandoli che in ogni cosa che sarà in potere nostro in co-

testa impresa di Castello et in ogni altra cosa siamo disposti fare cosa
grata alla Santità del Papa et alla excellentia del Conte (1).

33. (D. Imi. XIX. 29). 1483, Nov. 25.

Tomae de Bettis.

Con la tua de xxr n’ habiamo una di messer Lorenzo e un altra
del Signor Ranuccio del medesimo di. Messer Lorenzo per la sua ne
richiede di cinque cose cioè: Di vectovaglie; biade e strami; che si
faccino venire insino a cento huomini darme di questi Feltreschi; che
a parte di questa nostra gente di arme si dia recepto e stanze nel
Borgo o Monterchi per essere più uniti e più insieme e per consequens
poter obstare che l’inimici non cavalchino la campagna ; la quinta e
ultima del tuo restare costà. A quattro di queste parti gli rispondiamo
nel modo che tu vedrai per la inclusa copia della lettera se gli scrive,
la quali ti si manda per tua informatione et perchè secondo quella ti
governi in rispondere et exeguire. Chome vedrai si obmecte, e con-
sulto, il rispondere alla parte del ricevere al Borgo o a Monterchi il

‘Signor Ranuccio o altra gente di arme; perchè in alchun modo non

vogliamo rompere con lo Stato a Castellani per buoni respecti. Et
stando il Signor Ranuecio o altra gente di arme in sul nostro, et di
quivi partendosi per fare fronte a messer Nicholo, et di poi qui riti-
randosi, saria fare stratio della nostra dispositione; sichè non te ne di-
cendo nulla Messer Lorenzo non ne dirai altro a lui: ma entrandovi lui
gli risponderai chomo da te, qui in questo caso tu vi cognoschi e vedi
dentro manifestissima diffieultà, e non che difficultà, impossibilità :
perchè, rompendo noi con lo stato dal Borgo o da Monterchi, quelli

(1) Girolamo Riario.
944 G. NICASI

nostri subditi non lo possano sopportare e indurrebbonsi ad ogni
ultima conditione prima che a soportarlo, perché nell'uno luogo e
nell'altro non possiamo maxime fare stare tancta gente che potesse
offendere giustamente messer Niccholo, et venendo poi decto Messer
Niecholo e i suoi ad offesa loro, chome è al tutto credibile che ver-
rebbe, potessi stargli a pecto et difendere i subditi nostri, i quali in
tal caso sariano constrecti starsi alle mura et non exercitare a la-
vorare la campagna. Il che saria loro, oltre la penuria instante, gran-
dissimo danno e mecterebbonsi senza alchuno profieto in ruina et
desperatione: la qual cosa non possiamo ne vogliamo fare. Siche,
con queste e altre ragioni che ti occorressino in sul facto come da te,
glie ne denegherai al tutto. Et conforteralo a non ce ne volere gra-
vare e richiedere chome cosa che se gli può e debba facilmente di-
negare. Specificandogli che questo saria farci rompere con lo stato ;
il che, come di sopra è decto, noi non vogliamo fare. Et però solleci-
terai che in su quello della Chiesa dia alloggiamento al Signor Ra-
nuccio e tutti quegli altri nostri huomini di arme, confortandolo tu che
gli mecta in luogo ove siano insieme e più uniti si può ad fine pos-
sino exercitarsi a prohibire il cavalcare della campagna a Messer Nic-
cholo, il che lui monstra desiderare. Et exinde ordinerai costà per
tutto che da coteste circumstantie, non sfornendo i subditi del loro
bisogno, si dia strame a la medesima nostra gente di arme. Et solle-
citerai messer Lorenzo facendogliene istantia oportuna e importuna
che ad ogni modo, volendo che costà sia il Signor Ranuccio et quelli
Feltreschi, gli alloggi in su quello della Chiesa affermandogli che,
havendo a restare in sul nostro, non vi potranno stare e bisognerà riva-
dino con Dio. Et se pure per qualche potente modo o disordine il
Signor Ranuccio (1) o quello cè o parte di quelli homini di arme re-
stassino per qualche dì in sul nostro, ordinerai loro che mentre
stanno in sul nostro (benchè chome di sopra è decto non vogliamo ad
aleun paeto vi stiano) che non offendino Messer Nicholò o Castellani
facendone loro con dextro modo senza dimostratione tale comandamento
che resti leffecto indubiamente.

Il comandamento di che tu scrivi che Messer Lorenzo tanto in-
stantemente ti richiede che tu facci come gli altri a Cortona e Casti-
glione siamo contenti lo facci. Et exeguito tucto con quanta più pre-
stezza et diligentia ti sia possibile, te ne tornerai subito ad pieno in-
formato di ciò che occorrerà o farà bisogno di darne notitia.

(1) Rannuccio Farnese che era con i Feltreschi. Vedi Archivi, lettera 29 id. id.
LA FAMIGLIA VITELLI, ECO. i 245

. 94. (D.Imi. XVIII. 117). 1484, Gennaio 4.

Thomae de Minerbettis.

-. Sai che t'imponemmo che essendo Messer Nicolo a campo a
Celalba, et essendo tu richiesto di nostre genti d'arme per soccorrere
decto luogho o da Messer Lorenzo, o da altri, tu ti sforzassi di man-
*darvene per quattro giorni; et parci buono partito quello che hai preso
delle genti del Signor Carlo dal Monte, essendo vicini et havendo con
loro il capo; ma ricordati tuctavolta che non si partino d'in sul no-
stro a fare guerra a Messer Nicolò, perchè nostra intentione è fare
tucti li appiaceri et comodi che si può alla S.tà del Papa et por-
gergli ogni aiuto che é possibile in questi tempi excepto che muo-
vere guerra collo stato: ma questa parte terrai in te. Attendi che alle
nostre genti andandovi sia ben proveduto et anchora accomoda quelli
della Chiesa di quello che si può, et havendo a dare 4, 0, 5 pagliai ci
pare il meglio donarli che venderli. Farai con Messer Lorenzo et con
qualunque altro commissario che e nostri subditi ingiuriati dalle genti
della Chiesa siano interamente restituiti et li altri sieno riguardati
come amici, sicome sono, et dimostra che essendo loro maltractati ne
nascerebbe prima somma ingiustitia, il che è cosa alienissima dalli
ecclesiastici, di poi si accenderebbeno tanto li animi delli offesi, che
quando noi volessimo, non li potremo raffrenare. Imperoché il di-
fendersi et vendicare le ingiurie è concesso a ogni uomo de jure na-
turae et a noi dorrebbe molto più che le genti della Santità del Papa
fussino in aleuno modo oppresse che non farebbe a Sua Santità, per-
chè desideriamo di compiacerli più che non richiedi...

39. (D.Imi. XIX. 79). 1483, Dec. 98.

Commissione di Thomaso Betti deliberata a di 98 di Dicembre 1483.

Thomaso, la ragione perchè noi ti mandiamo al presente Com-
missario nelle circumstantie nostre finitime a Castello è che Messer
Guidantonio Vespucci nostro oratore a Roma, per una sua de xxv, ne
scrive che quello di l'excellentia del Conte (1) mandó per lui et gli pose
in mano una lettera de Citernesi diritta al loro oratore a Roma de 20,
della quale per tua informazione ti si da copia. Serivendone il prefato
Messer Guido che l'excellentia del prelibato Conte si era turbato et
doluto assai di quanto i decti Citernesi scrivono che è inefecto che,

(1) Il conte Girolamo Riario.

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246 G. NICASI

essendosi Messer Nicholò Vitelli posto a campo a Celalba, da nostri
luoghi quì vicini, et maxime di Monterchi, erano iti nostri subditi in
favore di Messer Nicholo, et che di Monterchi ve n'era iti fanti 60 et che
haveano comandato uno huomo per casa, chome in detta copia inten-
derai. Per il che il predecto Conte ne fa richiedere che a questo si
provegga per observatione di quello habiamo decto et promesso; et
etiam che per levare Messer Nicholò da Cellalba noi mandiamo in là
delle nostre genti darme et ordiniamo che per tre o quattro di, tanto
sequa dicto effecto, siano dati loro li strami di sul nostro. Per la qual
cosa noi primo ci maravigliamo assai che sia vero quanto i decti Ci-
ternesi scrivono, per che è al tutto contro ogni nostra dispositione e
volontà e contro i bandi e comandamenti per noi mandati e facti,
chome tu primo sai che a di proximi vi fusti Commissario, et puoi
molto bene havere a memoria quanto ti comectemo e quanto per no-
stra parte facesti et eseguisti circa questi casi di Castello. Et perché
nostra intentione et fermo et incomutabile proposito è in questi casi
di Castello obsequire et compiacere alla Santità del Papa et l'excel-
lentia del prefato Conte, vogliamo subito ti conferisea ad Anghiari et
Monterchi et giuncto farne intendere a Messer Lorenzo (1), se lui fossi
in là o ehi altri vi fusse in suo luogo et Commissario o Mandato dal
Papa, chome tu se’ qui venuto, primum per prohibire di nuovo che al-
chuno nostro subdito non vada infavore o beneficio di Messer Nicholò ;
secundo per fare cavalcare in là di quelle nostre genti darme per aiu-
tare quelli del Papa a levare messer Nicholo di campo da Cellalba, se
pure è vero che lui vi sia. Et questo per tre o quattro, secondo la ri-
chiesta factane. Però per punire vivamente chi havessi contrafacto a
bandi e comandamenti nostri, se adunque Messer Niecholo sia chome
è decto a campo a Cellalba, comanderai al Signor Ranuccio, se è in
sul nostro, et non essendo a Messer Hercole Bentivogli che con quelli
più possono di loro compagnia et etiam con degli altri nostri huomini
darme alloggiati verso quelle circumstantie quà e là, che con uno o

dua cavalli per huomo darme le gienti chavalchino e vadino a Citerna

o dove ti richiedesse Messer Lorenzo o qualunque altro Commissario
del Papa per stare tre o quattro di in su quello della Chiesa al sopra-
decto efecto di dare aiuto a quelli del Papa a levare Messer Niccholò
da campo da Cellalba, et tu opera (?) ad ogni modo che in sul no-
stro i sudecti nostri homini darme habbino gli strami per il loro bi-
sogno per tre o quattro di presuponendo sempre che, havendo decte

(1) Lorenzo Giustini da Castello.
TIA

c viu Pm

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 247

nostra gente di arme ad aiutare quelli del Papa contro messer Nic-
cholò, stiano allogg

giati in su quello della Chiesa e non in sul nostro,
chè quando stessino in sul nostro non voliamo v
Messer Niccholò chome altra volta intendesti,
giente in casa nostra

adino ad offese di
per non ci tirare la
.... Et quanto di sopra è Scripto circa quelle
genti in armi exeguirai in caso che dicto Messer Nic

cholo sia a campo
a Cellalba et da Messer Lorenzo ò da chi sia in suo luogo ne sia

richiesto. Et sia o non sia Messer Niccholo a c
vogliamo exeguisca con efecto l'altre due p
cioè, che di

ampo, chome è decto,
arti di sopra presuposte
nuovo rinfreschi le prohibitioni comandamenti e
facti per te a di proximi che nessuno
quocumque modo,

bondi
nostro subdito possa andare
directe aut indirecte, palam vel occulte, in favore
di Messer Niecholó. Appresso intenderai

a certificarti molto bene se
è vero quanto scrivono quelli di

Citerna e se alcun nostro subdito
ha contrafacto et trovato alchuno in colpa et che h

abbi contrafacto,
voliamo e così ti

comandiamo che ne punischa qualchuno et proce-
dendo contro lui per insino alla forca. Et se trov

assi numero grande
di quelli havessino contrafacto voliamo con buon

a discretione ti cer-
tifichi di qualchuno che habbi più contrafacto et che si

a di qua-
lità da seguirne manco scandolo et puniralo in exemplo degli altri,

chome di sopra sè detto: perchè intendiamo ad ogni modo,
è che i nostri habbino contrafacto, se ne facci demostr
qualehuno sia punito si per farci ubidire si per fare molto bene
intendere alla Signoria del Papa e al Conte che se loro hanno con-
trafacto è suto contro ogni nostra volontà e intentione.

se vero
atione e che

Da altro conto ti diciamo che noi da molti nostri subditi 1

à cir-
cumstanti habiamo havuto più e molte quer

ele di essere stati dalle
genti che sono a governo di Messer Lorenzo predati spogliati e presi.
Et intra gli altri se nè stato a noi uno Puccio (?) di Pagolo da Trip-
piano (1) contado di Cortona, a dirne che, a di v del presente, da Pietro

Albanese connestabile della Chiesa residente in Ghironzo fu preso lui

et uno suo fratello in casa sua propria et toltogli le infrascritte cose:
2 bovi, 2 vacche, 3 asini, 27 porci, 10 capre. Et votogli la casa di mas-
seritie di panni e finì ciò che vi havea. Dipoi sono stati tenuti sempre
in ferri e ceppi dì e nocte. Preterea a lui e al fratello fu posto di
taglia x ducati de quali volendo uscirne ne hanno pagati 2 (?) e di octo
hanno dato sicurtà. Et sichome questi così vi sono degli altri. Et di-
cono questo pur anco, che quando tu laltra volta fusti là tu ne seri-

vesti a Lorenzo, e Messer Lorenzo al decto Pietro Albanese, e lui ri-

(1) Truppiano, piccola frazione sul confine del comune di Cortona.

—9À cpr
248 G. NICASI

spuose non havere che fare con messer Lorenzo e stare'con la Chiesa,
e sai bene quanto intendi questo e degli altri assai sono casi molto
duri a comportargli. Et non ci paiono convenienti alla unione et amici-
tia che habiamo per la Santità del Papa, ne conrispondono a quanto
messer Lorenzo più volte ci ha scripto. Il perché o con lui, o con chi
altri vi fussi in suo luogo, ne farai cordiale querela adomandando e
procurando la satisfactione de quei due fratelli et cosi di tutti li altri
nostri subditi i quali intendessi fussino suti gravati o danneggiati, de
quali indistinte ti si da larga e libera commissione. Et recordandogli
anchora che per innanzi faccino tali provedimenti ohe in tutto siano
riguardati e tractati chome amici e non chome inimici, chome per
molte volte a di proximi è advenuto, con nostro danno a detrimento
nastro non piccolo e vergogna, confermandoli che quando a questo
non si provegga e che loro habbino a perseverare in simili portamenti
non vediamo più modo alcuno a potere contenere i nostri huomini
che non faccino ciò che potranno per ricuperare le loro cose, chome è
justo e honesto. Et che per insino a hora cè suto non piccola briga
e molestia il contenergli et dubitiamo alfine la passione non gli cacci
e facciagli disobedienti. Il che saria al tutto contro ogni nostra inten-
tione e volontà. Et però ad fine si rimuova questo effecto si vuole che
dal conto loro (chome è più che honesto) si rimuova la cagione. Et
eseguito tucto con discretione e ponderatione e oportuna celerità te
ne tornerai al pieno instructo et informato di quelle cose.

1486, Febb. 28.

36. (D. le. VI. 24).
Iacobo de Guicciardinis [oratore a Milano].

... E sono piü giorni, come debbe esser noto alle loro Ill.me
Signorie [il Duca di Milano e suoi consiglieri] che éssendo il Duca di
Calabria a.Braeciano, per il Signor Virginio con partecipazione del
Duca di Calabria fu tenuto qualche pratica con Ridolfo et Guido Ba-
glioni perché con il loro favore riducessino Perugia in libertà et poi
alla via della nostra Lega; pratica anchora di simil natura fu tenuta
con messer Niccolò Vitelli et, doppo la morte sua, con Giovanni et
Cammillo suoi figliuoli. Dapoi che I' Ex.tia del Duca di Calabria venne
a Montepulciano, parendoli che potendo ridurre Perugia alla divotione
della Lega nostra fussi torre grande reputatione al Pontefice et [dare]
favore alla nostra Lega, ha tenuto varie pratiche per fare simile effecto
et tentatone Filippo delli Oddi, nel quale trovando poco fondamento et
intendendo il parere di cotesti Ill.mi Signori che in simil pratiche non

CITATO

TEES
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 249

fusse da havere molta speranza, volle di nuovo ricercare l’ animo di
decti Baglioni et, trovandoli alquanto sospesi in dichiarare l’ animo
laro, fè intendere quì [a Firenze] che desidererebbe per qualche dextra
via si vedessi di ritrarre il segreto della intentione loro et simile di
Giovanni et Cammillo Vitelli. Et, perchè la intentione nostra è sempre
stata ed è fare ogni cosa che possi cedere a beneficio della Maestà
del Re et della nostra Lega, habbiamo per buona via facto ricercare
la intentione di decti Baglioni et Vitelli et ne è data ferma speranza
che, pigliandosi per la nostra Lega la comunità di Perugia, et in par-
ticulare decti Baglioni in protectione, et dando loro provvisione conve-
niente per potere tenere qualche numero di gente d’arme in beneficio
della Lega (che ne è accennato sarebbe una spesa di vir in x mila
ducati l’anno) che loro volterebbono lo stato, ridurranno. quella Città
in libertà et unirannosi colla nostra Lega. Anchora crediamo che fa-
cendo una spesa di 5 mila ducati incirca in Giovanni Vitelli, et obbli-
gandolo a tenere quello numero di gente d'arme che fusse conveniente
in beneficio della Lega, che lui farebbe quello medesimo. Et peró farai
intendere il tutto alla Excellentia del Signor Lodovico pregandolo vogli
bene considerare la importantia di questa cosa et farne presto quella
resolutione giudicherà meriti il caso et advisarne subito, et governando
questa cosa con secreto acciochè non pervenissi a notitia del Pontefice.
Et quando giudicassi che fusse bene fare questa spesa mandi subito
il mandato et per la protectione et a poterne fare la condocta: et, se
lui volesse intendere quale fussi il nostro parere in questa cosa, li
dirai che, quando questo piacessi alla Ex.tia sua, noi, considerando in
che termini si truovano al presente le cose della nostra Lega, concor-
reremo col parere suo parendoci al presente che non si possino spen-
dere denari più utilmente che in queste due cose, ché si potrebbe dire
che, con circa 15 mila ducati che si pagassino per cotesto Ill.mo Si-
gnore et per noi, si metterebbe il pontefice in grandissime spese et
le cose della Maestà del Re e della nostra Lega in sicurtà et reputa-
tione; maxime che, chi parla per decti Baglioni afferma che, quello
faranno loro, faranno Scesi, Fuligno, Montefalco et Spuleti et di Vi-
terbo danno buona speranza per essere Giovanni Gatto, Capo di quella
Città, parente stretto di quelli Baglioni et sempre costumato sequire
la parte loro. Questa cosa é dell'importantia che le loro Signorie po-
tranno iudieare: però bisogna sia bene examinata et con ogni prestezza
se ne risolvino, et accordandosi fare tale spesa mandino subito la com-
missione a chi li pare et il provvedimento del danaio.... perchè il
tempo porge qualche volta delle occasioni le quali, se non sono prese
subito, passano via et non ritornano...

P

ze

4.

NEC A

re arn i i
250 G. NICASI

915 (OP: 501). Cortona, 1494, Ott. 29.

Dominicus de Bartholis Capitaneus.

Pel médesimo cavallaro di V. S. só seripto el bisognio circa el

facto degli huomini che di qui s'anno a mandare a Pisa.... Occorre al j
presente mandare a V. S. laportatore di questa per dare a quella no- H
titia come la fortezza di Val di Pierle non potrebbe essere peggio a È
ordine chella la si sia, sanza artiglieria, vectovaglia, munitioni e uomini ; i
e niente di mancho | è | di grandissima importantia essendo la chiave i

di questo paese, come sanno le V. S. E. maximamente al presente | è |
d’avervi l’occhio per rispecto si dice che Camillo Vitelli si truova a
Castello insieme con un suo fratello con circa a sedici squadre di ca-
valli e fanti circa a 2500, e qua si dice che è | molto impunto e a
ordine et che lunedì che viene si parte e non si sa dove si vogli an-

dare. Stimasi per qualcuno che non si dirizzi verso Castiglione aretino i
dove | è | molto amato e benevoluto e avvi grandissimo seguito in modo 1

che quando lui colle sue gente v'andassi facilmente gli riuscirebbe el
disegno..Eeci opinione ancora che anderà al Borgo dove similmente
| à| gran parte degli uomini amici. E per tanto io, veduto el pericolo, d
ho mandato uno aposta al Capitano del Borgo e un altro al Podestà
di Castiglione aretino dando loro notitia delle predecte cose e ogli
exortati a fare diligente guardie e tenere gli oechi aperti. E cosi an-
cora ho avertito al Castellano della fortezza di Valdipierle. Ma perché
qua le cose non sono molto a ordine, come di sopra ho detto, le V. S

M.

colla prudentia loro faranno acció e provedimenti oportuni e necessarii.
E priori e gli huomini di qui son molto freddi a fare e fanti, quando
mancano e denari e quando gli humini: pure io uso ogni diligentia e

forza per eseguire quanto le S. V. m'anno commesso. Alle quali mi
raccomando.

38. (OP. r. X. 500). Cortona, 1494, Ott. 29,

Dominicus de Bartholis Capitaneus Cortonae Bartolomeo de Bartholi-
nis potestati Castilionis Florentini.

Questi duo versi solo per significarvi come io ho qui presentito
che Camillo Vitelli forte si^ mette in punto duomini darme et buon
numero de fanteria, et debbe intre o quattro di essere a cavallo et

non si puó stimare dove habbi a essere il viaggio suo. Et perche com-
prendo che lui costi habbí benevolentia assai et il simile si dice | à |
remm

WAlor terna mph di C

p

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.” 251
al Borgho mi pare che il debito mio ricerchi darvi notitia che voi ha-
biate costi lochio a casi nostri, che, per lessere lui assai benivolo costi
et alla terra et al contado, non si mettesse alla volta vostra. El chiaro
è che lui è in punto et ha facto più giorni mostra et rassegna de
suo gente: ma apunto dove sabbi diritto lanimo suo è in dubio. Con-
fortovi a far fare buone guardie sopratucto quando sitiene che più
tosto non pigli la via de costì che de altrove, però per fante proprio
vi mando questa aposta acciò che de dì e di notte stiate in buonissima
guardia. Non dico più per al presente. A voi mi raccomando.

39. (OP. r. X. 497). Castiglionfiorentino, 1494, Ott. 29.

Bartholinus Leonardi de Bartholinis potestas.

Havendo adviso questo punto dal Capitano di Cortona per una
lettera come vedrà la S. V. et per quella, la quale mando interclusa
in questa, ancora che io mi stimi, che quando da queste parti fusse
alchuna suspitione, che tucto son certo è notissimo alle S. V. et ha-
rebbone dato notitia et faetoci provedimento, niente di meno, havendo
Camillo in questo luogo et el fratello grandissima benivolentia et ha-
vendoci loro virt huomini darme, loro soldati tutti di questo Castello
e nomi dequali vi manderó qui sopto scripti, deliberai darne a quelle
notitia senza fare qui alehuna innovatione et perche, quando havessi
innovato qui guardie, non lo poteva fare senza gran dimostratione e
pocho fructuose, quando egli abbi qui tanti de suoi soldati. Le S. V.
vedranno laviso mi da el Capitano, et amme farranno intendere quanto
io habbia aseghuire, ho informatione ch’ egli [Camillo] ha circa de fan-
eti 3000 bene ad ordine della sua iurisdictione et dicesi qui che si è
aconcio col Re di Francia con previgione di fiorini diciotto mila, ben-
che queste cose sieno con ogni certeza alle S. V. E fanti, cioè 50 fanti
ordinati qui per commissione delle V. S. con L. vri per uno, partiranno
hoggi ad ogni modo per andare a Comessari a Pisa secondo lordine
della Commessione di V. S. alle quali mi racomando che laltissimo
quelle felicissime conservi: Mando con la presente et per questa ca-
gione sola Gianino mio famiglio per havere con celerità la risposta
dalle S. V. et lordine di quello | é | affare.

Ex Castilione Florentino die xxvrm mensis octobris 1494 hora xxii.

E nomi de gli huomini darme di qui che sono alloro [dei Vitelli]
soldo sono questi cioè:
Bocco di Ser Michele con due corazze
G. NICASI

Bartolo Corso con due corazze

Bartholo di Giovanni d'Agnolo, corazzine una

Giovanni Palanpa corazza una

Pietraccino di Iacopo corazza una

Barone di Giovanni di Marco corazza una

Renzo d’Andrea grande corazza una

Bastiano da Imola con due corazze

Lucha di Francesco de Ser Castello corazza una

Ghuasparino di Marchionne corazza una

Papa dal Monte corazza una

Bindaccio di Renzo corazza una

Mariocto di Renzo di Marco corazza una.

Et tucti si truovano qui et sono stati a Castello più dì et dicievasi
per denari et fare la mostra et tucti si stanno qui familiarmente et
hannoci donne et figlioli.

40. (S. min. pc. 4. 27). 1494. Nov. 21.

Camillo de Vitellis.

Magnifice d.ne. Le gravissime cure et occupationi nostre, et per
la venuta della Chr.ma M.tà. et per la recuperata Libertà, che Piero
de Medici haveva indubitamente soppressa et conculcata ne hanno in
modo impediti che non habbiamo potuto, come sempre è stato l'animo
nostro, dare notitia alla S.ria V. de progressi delle cose nostre; ma
stimiamo che epsa per la sua prudentia et per lo amore ne porta ne
debbi havere excusati. Non di meno non c’è parso il dovere piü diffe-
rire il signifiearle come le cose nostre qui hanno preso buono [assecto]
et forma colla Chri.ma M.tà et similmente circa il governo della nostra
Repu.ca s'é preso tale in dirizo che speriamo, mediante la divina
gratia, andreno sempre di bene in meglio. Di che siamo certi la S.ria V.
ne harà piacere per lo amore et affection ne porta, colla quale siamo
dispostissimi continuare quella amicitia et benivolentia che questa Città
universalmente ha sempre havuta con la Vostra Magnifica Casa, colla
quale speriamo trovare tale corrispondentia, quale si conviene a co-
niunctissimi et veri amici.

41. (S. min: pe. L. 26). 1494, Nov. 22.
D. Prioribus Civitatis Castelli.

Magnifiei ete. Se habbiamo differito il significare alle V. M. S. el
successo de casi nostri et lo haver noi vendicata la libertà, quale in-
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 258

debitamente era conculeata da Piero de Medici, non é stato per ha-
vere in parte alchuna diminuita la buona opinione et capitale habbiamo
sempre facto della singulare amicitia che è sempre stata intra noi ;
ma è accaduto per le gravissime occupationi che n'an distracto l'animo
in moltissime et diverse cure. Non di meno per le presenti vi signifi-
chiamo che noi siamo d’animo et intentione volere continuare quella
intelligentia con V. S.rie che meritamente intra e buoni amici et vicini
si richiede: sperando trovare in epse quella corrispondentia che si
promette la buona nostra dispositione. Et così offeriamo liberamente
loro ogni nostra opera et facultà in qualunche loro occorrentia : et le
certifichiamo come le cose nostre con questo Chri.mo Re sono assectate
et concluse con grandissimo amore et benivolentia di Sua M.tà verso
di noi et di tucto questo nostro popolo. Di che siamo certi le S. Vostre
haranno piacere per lo amore et affectione ne portano. |

42. (D. r XXXVIII. 86). Arezzo, 1495, Gen. 26.

Aloysius de Stufa Commissarius.

Più di sono per una mia lettera feci intendere alla S. V. che uno
ser Andrea Bilichini di qui, el quale è stato e sta a Cipta di Ca-
stello al servitio di quelli Vitelli circha a anni XXVI, m'aveva chiesto
licenzia di potere usare la casa de Vitelli, dove abita il Cardinale de
Medici, senza suo preiuditio, ne ad altro effecto se non per potere exer-
citare l'uffieio che ha là. Io gli rispuosi che non gli darei per me li-
centia se dalle S. V. non havessi commissione: et cosi lo fe intendere
alle S. V.: hora lui menà sollecitato non glio mai risposto perche
dalle S. V. non ho mai di questo havuto aviso. Ma perche decto Ser
Andrea quando mi parló mi disse che ongni volta che lui intendessi
cosa che potesse dare detrimento al nostro dominio mene avisarebbe.
lo quando fu qui Lucha d'Antonio degli Albizi ne conferi con lui e di
tueto bene lo informai a fine che accadendo cosa alcuna lui per essere
più vicino allui ne possa ritrarne ongni cosa et darne notitia alle S.
V. la qual cosa Luca debbe havere facto perchè io ho inteso si sono
achozati insieme a Monterchi: et per questo io ho facto intendere a
decto Ser Andrea che tucto riferischa con Lucha.

Apresso fo ancora intendere. alle S. V. che messer Vincentio de

Lamberti di qui si trova in Citerna et che lo facino vegliare per ve-

dere se segli poteva fare porre le mani adosso ; hora il mio spione che
lo veglia me fa intendere che mercoldi passato sachozò con decto
messer Vincentio uno frate Alfonso Spagnolo, il quale haveva già qui

rien o dE

»
os.
254 G. NICASI

provigione in citadella per il mezo di Piero de Medici, e quello che si

pratiehino non lo so: ma bene ho saputo che il decto frate Alfonso ‘

va spesso da Città di Castello al Borgo et ancora a Cortona. Io nò
dato notitia a Lucha degli Albizi al Borgo a fine che lo facci vegliare
et ancora per fare mio debito mè paruto darne notitia alle S. V. che
se altro intenderò di per di ne darò notitia a quelle.

Il sopradecto messer Vincentio intendo che vuole andare verso
Urbino: et lamico mio mi dice che dallui ritrahie che da verso Città
di Castello et del Borgo s'abbi a fare qualche movimento : et dicemi
habbiate buona cura al Borgo et alle forteze. Io ho rimandato questa
mia spia a Citerna; et là sta et di quanto sechuirà ne saró avisato:
et come intenderò cosa alcuna che sia degna daviso lo farò intendere
ale S. V. et se vocuressi che io havessi a obxervare in questo o in

altro cosa alcuna le S. V. mello faccino intendere et io come fedele -

servidore di V. S. farò mio debito .... Ne altro di nuovo me occurre.
Alle S. V. sempre mi raccomando.

43. (D. Im. XXXII. 73). 1495, Marzo 14.

Lucae Antonii de Albizzis [Commissario Burgi].

È .... Delle gienti che s' erano comandate a Castello per mandare a
Perugia, secondo dicono, ti commendiamo dello adviso tuo, et da Ca-
stello ne havamo havuto anche adviso nel medesimo modo: di poi
hanno mandato in sino qua Ser Guido Aluccio da Castiglione man-
dato da messer lulio Vitelli per dare notitia questa gente ad che fine
si facea et cosi iustificare qualche altra occorrentia in decto luogho,
che a tucto s

INA

è risposto con nostre lettere et sopra questa parte non
ti se dice altro se non, chome ti s'é decto, procuri in modo che li
huomini nostri non si travaglino in queste cose di Perugini nè per
l| una parte nè per l'altra, et niente di manco usa diligentia in inten-
dere quello che ne, segue et daccene adviso Siamo advisati come
havevi notitia el Cardinale de Medici faceva segni di volere partire
da Castello et cosi, per l'ultima, di essere giunti in decto luogho Giu-
liano de Medici con 6 cavalli, ma hancora non havevi nessuno particu-
lare nè chi fusse in sua ‘compagnia, nè se si volessi fermare in decto
luogho o passare più avanti. Arai usato di poi diligentia di intenderne
quello si può et del Cardinale et di lui et datocene adviso et cosi ci
piacerà facci.

ng

T

È
:
P
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 209

n

NEC E NAS

— 44. (D. Imi. XIV. 104). 1495, Apr. 13.

Pd

Oratoribus apud Christianissimam Maiestatem.

... Et per venire alli effecti, se la Maestà del Re come vi dissono
vuole in queste presenti occorrentie ‘valersi di noi, bisogna ci renda la
reputatione, il credito, et le forze; et in effecto ci tracti da amici:
questo non si può fare se non ci rende Pisa, et le altre cose nostre;
et se non opera rihabbiamo Montepulciano. Il modo ci serivete dise-
gnarsi per loro delle 500 lance non ci dispiace, venendo con noi a
buoui giuochi come presupponiamo. Ma ci cccorre due dubbii: se po-
tranno sole passare, non volendo il Papa; l'altro che intesosi per
Italia la loro venuta, la quale non si potrà tener secreta, che, innanzi
arrivino quà, in Pisa non sia messo tale numero di gente et per la via
di Luceha et per mare, che poi sia difficile lo entrarvi et insignorir-
sene: et maxime havendo li Pisani fortificato il borgo di San Marcho:
et havendo la cittadella vecchia in loro mano. Et per questo quando

L9
rm rar ia i

cosi paressi a sua Maestà crederemo fussi più sicuro che, prima si fa-
cessino tali oppositioni et che e si intendessi la venuta di decte genti,
ci rendessi Pisa con darci lentrata per la cittadella et farlo presto,
acció non fussino piü provisti sieno al presente che ad ogni hora vi
comparisce gente; come per altra vi sé scripto.

Et se dicessino: noi mostreremo a Pisani mandare in loro aiuto,
crediamo sarà diffieile il persuaderlo loro: perche voltandosi di gia al-
trove si vede si diffidono di costà, et la natura linclina alla Lega ri-
specto a Milano et allo Imperadore: et maxima stimando che noi non ci
habbiamo a partire dal X.mo Re. et [se] costi non paressi il darci decta
città prima venissino decte genti: judichiamo sia necessario con piü
presteza si può che di costà si commetta a Giovan Franzè (o) ad chi
altri paressi, che facessi in Pisa tale provisione che e si assicurassi
non venisse in potere daltri | o | con il farne levare Luzio Malvezi et
quelle genti darme vi sono che in ora non henno bisogno, non essendo
da noi molestati, o | con il mettervi dentro gente ad instantia del Re,
a che noi daremo ogni favore che lui ci richiedessi.

Alle parte dite vorrebbono sapere che gente darme vogliamo te-
nere per nostra sicurtà ; et che non vorrebbono passassino 500 huomini
darme. Noi ci troviamo al presente circa 300 huomini darme et siamo
in praticha strecta di condurre il Signore di Piombino con 120 in 140.
Oltre a questo, havendo a essere guerra, siamo obbligati ad crescere il
terzo a quelle habbiamo hora che in tucto, conducendo il Signore di
256 ., G. NICASI

Piombino (1), sarebbono circa 500. Et però non vorremo oltre a sopra-
decti adrecharsi addosso e Vitelli, chè sapete quanto siamo munti per
li denari ricevuti et spese facte: quando bene di loro ce ne potessimo
fidare. Ma, se e sà ad venire a facti, a noi pare che la Maestà del Re
non habbi mancho da pensare a paesi di qua che di costà : et che e
sia necessario, et per potersi meglio valersi di noi et per stringnere
più chi lo volessi offendere, discostare la guerra da noi et ridurlo a
casa d'altri. Per fare questo ci occorrerebbe che e fussi bene che e
conducessi Urbino et li Vitelli et, se li paressi che noi concorressimo
a una rata, lo potremo fare aiutandoci anchora lei alla condocta di
Piombimo : quando si facessi, perchè non potremo altrimenti durare a
tanta spesa: et non si facendo che condocte per più duno anno fermo.
Con questa condocta, con le sue 500 lance et con li nostri 400 homini
darme et le fanterie bisognassino, crederemo che quà fussi facto ri-
paro da non temere: et forse il Bentivoglio et Madonna di Forlì [che
ora propendono per la Lega] farebbono altro pensiero .... Quando le
sopradecte cose si facessino per noi bisognerebbe che sua Maestà non
pensassi. di trarre da noi più danari che li xxxx mila li restiamo ad-
dare perchè haremo che fare assai, et quando li promectessimo non li
potremo poi observare: et questa parte bisognerebbe chiarirla bene:
et maxime perché oltre alla spesa delle genti darme, ci sarà la spesa
delle fanterie et delli extrasordinarii che sapete quanto e gettono : et
non si puó fare di manco.

45. (D. Imi. XIV. 123). 1495, Mag. 3.

Oratoribus opud Christianissimam Maiestatem.

... Trovandoci noi nelli termini siamo per le cose di Pisa e di
Montepulciano che ci honno messi nel travaglio et nella spesa et ne
perieoli che vi sono manifesti; et oltre a ció per essere ridocte le cose
d'Italia ne termini sono ci parve necessario per sicurtà delle cose no-
stre tener praticha di fare qualche condocta: delle quali pratiche fino
ad hora non sé conclusa [che] quella del Duca di Urbino .... et lhab-
biamo condoeto con 200 huomini darme per il tempo di pace e con 300
per il tempo di guerra per tempo di due anni fermi et uno a bene-
placito ....

. Habbiamo adviso da Luecha da Antonio degli Albizi nostro Com-
missario al Borgo a Sansepolero, per una sua facta hieri, come hier

(1) Il signor di Piombino andò poi al soldo del Duca di Milano e dei Senesi.
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 257

mattina di buona hora si parti da Castello il Cardinale de Medici con
tucta la sua famiglia, et arnesi et pare si stimi habbi a pigliare l’an-
data di Bolsena ....

Holtre alla condotta del Duca di Urbino habbiamo aderesciuto a
Messer Francesco Seccho, Conte Rinuccio et Messer Hercule circa 105
huomini darme, secondo li capitoli et conventioni havamo con loro per
tempo di guerra: sicchè in tutto ci potremo valere di circa 700 huo-
‘mini d’arme, et di tanti più quella Maestà si potrà servire.

46. (D. Imi. XIV. 127). 1495, Mag. 6.
Oratoribus apud X.mam M.tem.

.... In questo puneto habbiamo lettere dalla Signoria di Perugia,
per le quali ci advisono come hanno facto lega co Senesi et mandonci
i capitoli, de quali vi mandiamo copia in questa. Et perchè questa cosa
ci pare importante, et che non proceda senza misteri et ordine daltri,
ci pare ne conferiate con la Maestà del Re, et ingegnatevi ritrarne
come la stimino ; perchè quando ne facessino conto, et fussino volti a
favorire li Oddi et li altri fuori usciti, crederemmo fussi facile il ri-
mecterli. Conferitene anchora con il Vincula et diteli al medesimo che
noi crediamo sarebbe facile il rimecterli .... Advisateci quello inten-
dete delle genti de Savelli et Colonnesi et dove si trovano .... Oltre a
questo haremo caro sapere come et dove si trovano Orsini et simile
li Vitelli.

41. (D. r. XLII. 202). 1495, Giug. 15.

Filippo Corbizi Capitano fiorentino al Borgo Sansepolero :

.... A hore vi tornarono le nostre spie mandate in campo di Ca-

millo Vitelli co’ quali sono stati 11 di: et questa nocte partono da Ca-
stello Francho e stamane anona saranno a Città di Castello: sono 200
huomini darme et 150 tra balestrieri a cavallo et stradiotti bene in or-
dine, et hanno havuto paghe dua dal re; con loro è uno mandatario
del re di Francia. Una parte di queste genti vanno alloggiare a Ci-
terna, laltre a Castello, tutte però genti di questi Vitelleschi cioè di
Camillo, Pagholo et Vitellozo, ne altri condoctieri sono con loro ; questo
è quanto ho da dare avixo alle S. V.: hanno havuto nel venire sospecto
grandissimo delle genti dal Papa il perchè alungorono il camino più
assai et da Città di Castello ferono venire 300 fanti in loro favore per-

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58 G. NICASI

che con loro non havevano uno fante solo. Le genti del Papa dicono
sono al Ponte a Sancto Giovanni in sul Tevere et che sono delle per-
sone quindici mila benissimo in ordine sia piè e cavallo : qui sono voce
il Papa partirà da Perugia lunedi per ire a Roma, et alcuni dicono
vuole venire a Città di Castello: dicesi burle assai pure ho voluto di
tutto dar notizia alle S. V. .... ».

48. (D. r. XLII. 147). 1495, Giug. 17.

Filippo de Corbizis Capitano e Commissario al Borgo Sansepolero :

... In questo puncto ho havuto avixo da Città Castello come evè
capitato Nicholaio Bracciolini el quale con gran celerità ne va a Pi-
stoia, et secondo che mè accennato, lui va con animo de fare nella
terra movimento: sapendo io lui essere huomo non grato allo stato no-
stro (1) et di qualità da generare scandolo, nó voluto dare aviso alle
V. S. et maxime essendo costà la Maestà del Re di Francia .... ».

49. (D. r. XLII. 246). Città di Castello, 1495, Giug. 21.

Rosso Ridolfi mandatario dei fiorentini.

Ieri dalborgho vi seripsi et immediate poi mi transferii qui, dove
davantieri erano arrivati Cammillo et Pagholo conpochi cavalli etanno
lassato Vitellozzo insieme con le giente darme lontano de que 8 | o |
10 miglia, et hanno dato loro tempo tre dì utili a remettersi innordine,
che saria per tutto xximnr, et interim aspettano ordine dal Re et lo
cammino channo atenere [per] andare atrovare sua Maestà, verso la.
quale dicono aognimodo avere a andare dovó. Per sapere tale ordine
anno, per quanto abbi possuto intendere, mando uno loro cancelliere
questa mattina. Queste loro giente, secondo da certi loro homini darme
borghesi intendo, sono bellissime et bene innordine di numero xir
squadre, et malcontenti di questi lorpadroni che pare in questa stanza
del reame abino ateso arichirsi in proprietà et maltrattato le gente
darme inmodo che bestemmiano al reame et franzesi. El franzese che

(1) Niccolò Bracciolini aveva in moglie Lisa di Niccolò Vitelli e quindi era co-
gnato dei fratelli Vitelli. In Pistoia la famiglia Brucciolini si scoprì favorevole ai
Medici in occasione della cacciata di Piero dei Medici da Firenze ed apparteneva
alla fazione Panciatica, della quale Niccolò Bracciolini era uno dei capi. Vedi nota.
n. l, pag. 273. ; ; j
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 59

io avevo detto alle S. V. essere con cotestoro è uno araldo dal quale
vedrò se potrò trarre altro, ma quello che costoro habino a fare è in-
neffetto avenire di costà, dove le S. V. possono ordinare allambassa-
dori loro si mettano ainvesticare l’ordine sarà lor dato, perche sono
omini da fare del male assai in essi nostri confini pure che fussino
acciennati.

Omai stimo le S. V. abino inteso messer Iulio et uno cancelliere
furono la septimana passata qui dove non si fermarono che una sera
et andorono verso Urbino.

Iersera daunfaentino, che iermattina parti da Perugia, intesi no-
stro Signore essere iermattina partito di là et andato verso Orvieto
et drieto a lui le xir squadra che erano alla Frata e stima questo faen-
tino che el Signor di Camerino vadi con sua Santità : quel di presso
senè tornato a casa. Questa partita sua ancorche dacomissari di Va-
liano ne dovete avere aviso, pare sia stata cosa subita, che era deli-
berato vi stassi fino a mercoledi, ma venerdi mattina uscirono di con-
cistoro, dove stettero bene 6 hore e pubriearono la partita per iermat-
tina, et e 600 cavalli legieri vidissi dal Borgo erano logiati presso a
Cagli, che andavano al Papa, quiborghesi laveano intesa per contradio
chè non venivano et andavano verso le terre della Signoria. Daltro

aviso non ò per al presente da dare alle S. V. alle quali umilmente
mi raccomando.

90. (D. r. XLII. 241). Castig. fiorentino, 1495, Giug. 91.

Piero degli Albizi potestà e Commissario.

A di xvii giunse Camillo Vitelli colle sue genti a Chastello
et havendo cum lui pareechi huomini darme di qui disse loro che se
volevano andare achasa dava loro licentia et quando si partirebbe fa-

rebbe la via di qui, et dipoi venire alla volta di Pisa et per una mia .

de di xir scripta ad V. S. dissi desideravo da quelle intendere chome
menhavevo agovernare, perche lui ha qui nella Terra casa per suo ha-
bitare, et questa sera intendo che da lui è venuto collegenti sua ad
uno Chastello che si chiama Paterno che è del Signor Piero del
Monte. La cagione per anchora non ho inteso. Ma questa sera el Si-
gnor Piero è passato cum 40 cavagli legieri et circa 60 provigionati.
Intenderà il seguito et di tutto darò notitia ad S. V.

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60 G. NICASI

Dl. (D. r. XLII. 142). Arezzo, 1495, Giug. 17.
Aloysius de Stufa Commissarius.

Questa sera auna hora di nocte incirca mè venuto a trovare Ser
Andrea Velichimi di qui il quale sta con Camillo Vitelli, dicendomi che
viene costà a levare drappi per Camillo et per li fratelli i quali shanno
amettere aordine per fare la mostra alla presentia del Re di Francia.
Et facendomi questo dischorso, mi domandò se io stimavo che di costi
gli fussi lasciato trarre decti drappi respecto allo essere Camillo sol-
dato della M.tà del Re. Io gli risposi credevo disi piutosto per non gli
dare ombra che per credere quello che largamente gli havevo persuaso,
hora lui sarà costì et quanto aquesta parte le S. V. termineranno se
è bene o no.

Apresso domandandolo di Camillo mi disse che l’aspetavano aogni
modo a Castello venerdi che viene con 250 homini darme et 70 bale-
strieri a cavallo, et che questa nocte Messer Giulio loro fratello
andava loro incontro verso la Fracta con 1500 fantiper dubio delle
genti del Papa che sono li vicino dove hanno a passare, et altermi-
nare. di queste parole, disse: di N. Signore non è da dutbiare per-
che domani especta la Madonna di Prefecto et di Rimini et qualche
altra damigella, et attende a darsi buon tempo; et da altro canto
quando il Papa volessi fare resistentia, li Baglioni sono quel me-
desimo che Vitelleschi, et non farebbono cosa che offendessi Camillo
et li fratelli. In summa, secondo decto Ser Andrea, decta gente saranno
venerdi a Castello o li intorno. Domandommi ancora se io credevo
che le S. V. dessino il passo a decti genti per venire alla volta del
Re. Io gli risposi che credevo dino, et che io mi meraviglierei più
quando lo chiedessino, che quando gli fusse denegato. Questa gente
secondo me, se verranno nostri nimici ci faranno grandissimo danno
perche Camillo et li fratelli hanno in quel paese di molti partigiani et
maxime al Borgho a San Sepolero, et credo che quando loro habbino
avenire adanni nostri che non faranno il loro capo et disegno altrove
che insigniorirsi di Montedoglio perchè preso Montedoglio, perduto il
Borgho : et di questo le S. V. mene prestino fede; et non crediate per
niente che la mia proprietà di Montedoglio mi facci dir questo. Io ne
parlo come buono et fedele vostro ciptadino et buon servidore et come
quello che sono pratico del paese, et le S. V., che intendono più assai,
credo ne iudicheranno questo medesimo et ci piglierete quello partito
vi parrà a proposito.

Dicemi ancora che messer Giulio de Medici .... et Bernardo da
Bibbiena fratello di Ser Piero et uno capo di squadra del Conte di
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 261

Pitigliano furono a Castello martedi con circa a x cavalli et li usorono
molte gagliarde parole di speranza grandissima di tornar costi, et dice
che credeva che andassimo alla volta di Bolognia et di Venetia per
levare il figliuolo di Piero per essere i Venetiani contro alla M.tà
del Re ....
Io iudico che, se questo christianissimo Re si dimostra alla sco-
perta nostro inimico, che ci farà battere da questi Vitelli da quella
banda, benche ristringendomi con deeto Ser Andrea a questa particu-
larità mi dice resoluto che non lo farebbono mai. Io per me credo che
chi sta con altri non habbi afare a suo senno
Ricordo di nuovo alle S. V. il far provedimento alla Montanina
perche hora potrebbe venire el tempo sharebbe a far pruova inche
termini si truova. Non altro. Rachomandomi alle S. V.

92. (D. r. XLII. 208). Monte Santa Maria, 1495, Giug. 90.

Gaspar de Paterno Magnifico D.no Carulo Marchioni Montis Sanctae
Mariae (1).

Per questa de nuovo aviso Vostra Signoria come hoggi de certo
Camillo et Paulo erano in Castello, fuorono veduti in piazza et dice
che Vitellozzo et Giulio erano colegenti darme in Val de Sovara et
domane, chi dice che vengono al Ponte del Aggia et voglianse sten-
dere su per l'Aggia in sul nostro, chi dice vanno in Pistrino in qnel
di Citerna et li se hanno a riposare qualche di, siche noi non ne sa-
pemo altramente el certo dove se habbino aposare | pure et farieno
peggio al Ponte del'Aggia et piü siria da sospectarne | Siria buono che
qualeheduno de voi subitamente se ritrovasse qua. Se dice sono sedici
Squadre et con loro ce uno commissario del Re di Francia: havevano
hoggi uno gran cerchio in piazza et non parea che la brigata ne stesse
molto alegra; è venuto stasera quel Ser Piero vicario a Lippiano, la-
vemo mandato là et dictogli solo la cura dela buona guardia.

53. (D. r. XLII. 258). Città di Castello, 1495, Giug. 99.

Rosso Ridolfi mandatario florentino.

Per le mano del cap.no di Cortona vese Scripse iermattina quanto
me occorreva, di poi mi sono alquanto adimisticato con esso araldo che

(1) Pietro e Carlo dal Monte erano a Campo a Valiano per i Fiorentini.

21

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262 __G@. NICASI

anno costoro, et con uno nipote di messer Gianiacomo da Trivulzi et
de Santi cancelliere del Signore Corgnio (?) da quali circa la partita di
costoro di qui nonò inteso altro che ieri nunescrivessi; perche come ve
dissi aspettano lordine dal re, dove fino sabato mattina mandarono

.uno loro cancelliere, chiamato Ser Francesco fiorentino, che debe essere
deritorno mercoledi o giovedi e per quanto io abi possuto intendere del

parlare di Cammillo verso cotesta Sig.ria è condiscrezione che, avendo
si puó dire el principio suo da quella, malvolintieri vi saria sconosciente
et credo abi mando costi uno suo cognato chiamato Piergentile per
intendere el modo de passare in sul vostro. Ilche avendo avenire in-
costà atrovare la Maestà del Re è forza fare, modisiderono sia di

consenso vostro. Se lle Signorie Vostre vorranno che io li conducha

et altro mene daranno adviso. Le gienti darme passorono ieri el Te-
vere et sonsi messe insuconfini tracostoro et el Monte, et dicesi da-
ranno el guasto a cierte terre che subditi di quei Signori dal Monte
anno inlaiurisdizione di costoro, su la quale vorrebbono che avessino
asmaltire quegrani; et quegliuomini dicono volerli portare dove abi-
tano : etesta è la diferenzia che è durata molti anni come le S. V. sanno.
Allequali per alpresente nonnó altro che dire, sinone che umilmente a
quelle mi raecomando pregando Iddio che sufelicie stato li conservi

et di mal ve guardi.

54. (D. Imi. XXXIII. 61). 1495, Giug. 92.

Philippo Corbizzo Cap.o Burgi.

Per questa tua ultima di hieri intendiamo quanto havessi ritracto
dal Rosso Ridolfi, mandato a Città di Castello circa li andamenti di
quelli Vitelli. Qui è venuto uno loro cancelliere et richiestoci del passo
per le genti loro: habbianli risposto che manderemo due nostri Com-
missarii per levarli et condurli per diverse vie, e a parte a parte, ac-
ciochè dieno mancho stropiccio et incommodità a nostri subditi de luo-
ghi donde debbino passare et così si observerà ....

La Maestà del Re sabato sera entró in Pisa : non sappiamo quanto
vi soprasterà: gli oratori nostri si truovano a Lucca.

95. (D. r. XLII. 296). Anghiari, 1495, Giug. 25.

Giovanni di Pitti Vicario e Commissario.

.... Ieri venne sul terreno di Anghiari circa 200 cavalli di Ca-
millo Vitelli, et alloggiorono alla campagna sul fiume della Sovara,
Rea iii T

1

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 263

-

senza fare intendere nulla. Inteso tal cosa vi mandai subito, et da Messer
Giulio Vitelli fu risposto che sua fratelli erano soldati della M.tà del
Re di Francia et andavongli drieto, et in quel luogho aspectavano gli
altri, poi passerebbono verso la Chiassa: et che havevano el passo
dalle V. M. S.; non dimeno non lanno mostro : et perché intendo agli
orzi et biade hanno facto dapno non piecolo, oggi di nuovo vi ho
mandato et facto intendere loro le querele mi sono facete de dapni,
et che questi huomini si risentono, et par loro cosa molta sinistra :
et, se glianno el passo, dovrebbono passare : da loro non se potuto trarre

. altro che parole generali, ne intendere quando vogliono partire et per

dove, se non che vanno drieto al Re ».

96. (D. r. XLII. 290). Borgo San Sepolcro, 1495, Giug. 27.

Filippo de Corbizzis Capitaneo et Commissario.

.... Ho aviso Camillo Vitelli et Paolo essere giunti a Sorci in
sulla Soara con tutto il resto delle genti loro, per andare via, et questa
sera ho avixo dal vicario di Anghiari essere arrivato Poldo de Pazzi
e Giovanni Alamanni commissarii di V, S.e, et appresso quelle havere
dato commissione al Rosso Ridolfi che con loro insieme sia a condurre
decte genti, el quale in questo punto è partito qui di casa per andare
a trovare gli altri sua compagni, che molto. lieto ne era, et col nome
diddio domani si metteranno in camino : addio piaccia conduchi sanza
danno et incomodo della nostro Rep.ca. Quà ci habbiamo havuto so-

.specto grande, quantunque io hohavuto di continuo adviso che dicto

Camillo non si potevano mostrare più affectionati alla nostra Rep.ca ....

Di (D. r. XLII. 25). Arezzo 1495, Giug. 27.

Luigi della Stufa.

.... A hore 4 circa, ho una lettera dal Poldo de Pazzi et Giovanni
Alamanni e quali si trovano in nella Soara, fra Monterchi et Anghiari,
et mi fanne intendere che questa mattina saranno in compagnia di
Camillo con xt squadre alloggiate a Quarata, dove dicono havere or-
dinato il bisogno di dette genti.

98. (D. r. XLII. 312). Arezzo, 1495, Giug. 27.

Aloysius de Stufa Commissarius.

Poi che ebbi scripto alle S. V. stamane intesi le genti di Chamillo
passavano alla Chiassa : et benchè io sapessi che li Vostri Commis-

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264 G. NICASI

sarii fussino in compagnia di quelle, deliberai, perche manco danno
shavesse affare pel paese, transferirmi insin là. Dove mabochai con
Chammillo, et confortatolo quanto seppi al volere fare intendere alle
sue genti che avessino per raccomandato el paese delle S. V. Videmi
molto lietamente, dimostrando riconoscere da nostri Ex.si Si.ri ogni
honore et utile si trovava, et che altro desiderio non haveva in questo
mondo che di poter far cosa fusse grata alle S. V. Et nel dischorso
de ragionamenti che faciemmo benche si dimostrasse vivo et di bona
voglia, niente di meno credo che al proposito si potrebbe allegare una
sententia di Virgilio: Spem vultu simulat, premit altum corde dolorem.

Sono 200 a 150 homini darme, et veramente dimostrano havere
campeggiato verno et state, perche sono male aordine et peggio a Cha-
vallo: et quello che racconcia ogni cosa | e | che non si trovano un
maledetto soldo : et di questo universalmente se dogliono grandemente,
et credo certo, se non sono proveduti, con difficultà si potranno
condurre. 1

Post scripta: .... è stato qui hoggi delli homini della Montanina
et mhanno facto intendere che con diligentia el Podestà di Castiglioni
fa raseptare quella forteza ....

59:-(D.-r. XLII. 313). Quarata (Arezzo), 1495, Giug. 27.

Giovanni Alamanni, Poldo de Pazzi e Rosso Ridolfi Commissari.

Noi conducemmo stamattina questi Signori Vitelleschi colle loro
giente darme qui in el piano di Quarata, conintenzione di dividerle
domattina indue parti, come era l’ordine delle S. V. diche abiamo, con
piu descreto modo ciè parso, trattato diligentemente colle Magnificentie
loro, mostrando che conpiù comodità et abondanza di viveri sallogie-
riano cosi che andare tutti insieme ; et così dibattendo et il dividere
delle gienti et el camino che dell'una et altra cosa per niente si con-
tentavano, utimatamente ristrettisi insieme et con essi laraldo del re,
ne feciono questa una perultima conclusione : che per niente noninte-
devano dividere le gienti, ma che, quando noi cicontentassimo che an-
dassino tutti insieme, che ancorche el camino fussi loro sinistro assai
che a omnicosto sacorderiano di contentare le S. V.; altrimenti erano
deliberati chiamare uno commissario dei Sanesi che era a Lucignano,
da cui aveano lettere, et farsi condurre per le terre loro. Di modo
che, tutto considerato, restammo contenti che andassino tutti insieme,
ma della via non uscissasi dellordine della S. V. C'é parso meglio far
così che lassarle pigliare quella volta. Le loro giente sono discrete et
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 265

ubidientissime. et loro affezionati assai a cotesta ex.sa R.a in modo,
che speriamo condurle senza scandalo alcuno et con poco distrimento
di subditi vostri. Et perche ragionano di volere uno di loro venire
E incostà domani adirittura, per essere davanti le gienti darme incorte, et
anno richiesto che uno di noi li facci compagnia, sene da notizia alle
8. V. che, sendo in ognimodo tre e andando il campo insieme, nese
i possono acomodare. Et cosi faremo et farassi intendere alle S. V. ache
ora arriverà costi. Ne altro occorre. Che Iddio conservi le S. V. felicie.
60. (D. Imi. XXXIV. 93). 1495, Agos. 6.
Pistori, Pisciae, Vulterris, Campiliae, Burgi S.cti Sepulcri: et Anglarii
[Capitaneis et Commissartis].

Noi habbiamo per più riscontri che Paolo Vitelli ha scripto a Ca-
stello per fanterie, per valersene in favore de’ Pisani et che venghono
spicciolate a dua o tre per volta et per diverse vie et maxime per
quelle che arrivano a Lucca et per quello di Siena. Et per tanto vo-
gliamo che alla ricevuta di questa tu facci mectere guardie a tucti li
passi della tua iurisdictione dove è da stimare che verisimilmente tali
fanti possino arrivare, et quanti ne comparisse, tanti farai arrestare
et voltare indietro, faccendo torre loro tucte l'arme et arnesi et le cha-
valeature, quando fussino soldati a Chavallo. Mettendo in ciò una
extrema diligentia et del seguito ci darai adviso.

[Im licteris ad Capitaneum Burgi ad S.tum Sepulcrum addantur
verba infrascripta].

Preterea ti sforserai mettere et spie et tucti li altri mezi possibili
per intendere il vero se a Castello et in quelle cireumstantie si fanno
fanterie, et se si partono o pochi o assai insieme, et dove é fama se
habbino ad transferire, o ad trovare li Vitelli ad Pisa, o andare ad
Lucca, et di quanto ritrarrai ci darai subito notitia.

61. (D. lmi. XXXIV. 94). 1495, Agos. 6.

AL Generale di Lingua Docha.

Magnifiee D.ne n. Char.me Sal. Noi siamo advertiti, per le lettere
di V. S. de 3, di quanto scrivete circa il bando che li nostri Commis-
sarii del Campo hanno facto fare che tucti li nostri suggetti et subditi
che fussino a soldo de Pisani, nostri rebelli o di qualunche altri che
fussino a soldo de decti Pisani, si debbono partire socto pena di con-



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266 i G. NICASI

finatione de beni etc. et, a fine che Vostra Signoria sia bene informata,
tal bando non comprehende quelli che fussino in mediate al soldo della
X.ma Maestà, colla quale noi siamo in coniunctissima confederatione
et optima amicitia : et siamo certissimi che la intentione di sua Maestà
è che le sue genti d’arme et soldati non si dimostrino ne venghino
all'incontro di noi; ma che attendino diligentemente a guardare la
Città di Pisa et di Livorno: et a noi è lecito per li Capitoli habbiamo
con Sua Maestà di ricoverare et racquistare tucto il contado et distrecto
sino alle mura di Pisa: il quale li Pisani contro a ogni termine di
honestà et justitia ne havevano facto rebellare : et cosi la Maestà del
Re, quando fu ultimamenie a Luccha, consentì a nostri ambasciatori,
et questo medesimo ha raffermato di poi la Sua Maestà in Asti alli
nostri Ambasciatori, secondo che per loro lettere ne signifiehano : et
sia certo la S. V. che noi non tenteremone si apertamente di riacqui-
stare il nostro, cioè il contado di Pisa, sanza expresso comandamento
di Sua Maestà, riservando a quella la Città di Pisa, Livorno, Pietra-
santa et Sarzana, secondo le convenctioni habbiamo insieme. Et peró
preghiamo la Vostra Signoria che advertisca le vostre genti d'arme
franzesi, che non eschino della Città di Pisa per venire, ad requisitione
de Pisani, àll'incontro di noi: poiché faranno contro alla volontà et
mandamento della Cristianissima Maestà et noi potremo justificata-
mente procedere contro di loro : et se li Signori Vitelli sono soldati di
epsa Maestà, ordinate che loro non si discuoprino contro a di noi in
favore de Pisani, et così faccendo, li nostri soggetti et subditi che

. sono nella loro condoceta potranno rimanere senza nostra offensione:

et non saranno compresi nel bando sopra citato. Ma se decti S.ri Vi-
telli vorranno favorire li Pisani, et impedire che noi non racquistiamo
il nostro contado di Pisa, saremo forzati di tractarli come nostri ini-
mici, et rivocare li nostri huomini che fussino in loro compagnia, per-
ché non sarebbe honesto et conveniente che li nostri sugg»tti et subditi
intervenissino con chi facesse guerra contro di noi : et insomma, Mon-
signore, non tentiamo cosa nessuna contro la buona volontà della Mae-
stà del Re, colla quale siamo in più strecta amicitia che fussimo mai,
et desideriamo più l'honore et bene suo che alchuno altro potentato
d'Italia: et preghiamo la S. V. che attenda a guardare bene la città
di Pisa, Livorno, Pietrasanta e Sarzaua per la Christianissima Maestà
per quel tempo che piacerà a quella: et, quando ad questo effeeto li
bisognasse aiuto o favore alchuno, lo fareno sempre con quella fede
et integrità che habbiamo verso la Sua Maestà. Circa il racquistare il
nostro contado di Pisa sia contenta la S. V. ad instantia de Pisani
non ci dare impedimento ne molestia alchuna : perchè faresti contro
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. ^ 267

al volere et intentione della Maestà del Re: della quale noi per cosa
del mondo siamo mai per uscire.
Scrivendo habbiamo ricevuto le vostre lettere de v. alle quali non

accade altra risposta, se non che, le vostre lettere a Monsignore di

Lilla se li manderanno subitamente a Siena dove si truova ; et quando
haremo alchuna novella dalla Corte della Christianissima Maestà, che
ogni hora ne attendiamo, subitamente ve se ne darà notitia ....

62. (D. le. XV. 54). | 1495, Agos. 16.
Oratoribus apud X.man M.tem.

« .... Il generale di Lingua Docha a dì passati si dolse che li nostri
Commissarii havessino facto bandire che, qualunche nostro suddito si
trovassi al soldo de Pisani, sotto pena di perdere loro beni, si dovessino
fra certo termine partire. Et perchè li Vitelli nella condocta loro ne

hanno assai del nostro dominio, domandava se tal bando s’ intendeva.

per loro. Rispondemmo che, quando li Vitelli fussino al soldo della X.ma
M.tà et attendessino a guardare Pisa, et le altre terre che sono in mano
di epsa sua Maestà, non che le lasciassimo loro, ma che accomoderemo
delle altre nostre genti per tale effecto. Ma se decti Vitelli si scopris-
sino nostri nimici, et venissino contro a noi per impedirci la recupe-
ratione, et racquisto del contado nostro di Pisa, nel modo ci è lecito
per li capitoli che sua M.tà ci ha più volte consentito, in tal caso,
non ci pareva conveniente che li nostri subditi intervenissino con chi
ci facessi guerra.

Richiesene oltre acciò il decto Generale lo servissimo di Ducati
VI mila per li affari del Re. Rispondemmo esser contenti di accomo-
darlo, anchora che siamo in spesa grandissima per questa maledetta
rebellione de Pisani, ma' che non vorremo che decti danari si dessino
a Vitelli, o altri soldati per farci guerra: ma quando sua Signoria li
convertissi in guardare Pisa, Livorno, Pietrasanta e Sarzana lo servi-
remo volentieri per conservatione della X.ma M.tà et per la fede et
affectione le portiamo et così sequiremo con effecto.
Vitellis.

63£(D. ri XLIII. 103). Vercelli, 1495, Agos. 28.

Camillus de Vitellis, Mag.cis frat. bus honor. dis Paulo et Vitellotio de
Vitellis.

El eristianissimo Re ci ha donato el ducato di Gravina, vorria mo
che mimandassevo la copia del mio privilegio che ne voglio far fare

ture iv

— RI Lens tuoni
268 i G. NICASI

uno qua aquella similitudine per dicto ducato, et vorria che me havis-
sassevo come se ha astendere el privilegio circha el nominare voi in
esso. — Et faretene dare una fede in scriptu dal generale di Lingua-
docha che li sia stato comandato el rompere guerra cum i fiorentini,
innimici a quello tempo del X.mo Re, acio mi serva alla scommessa ho
eum Lorenzino de Pietro Francesco Della Gioia: —

El S. Troiano (1) é stato messo insieme cum voi algoverno de
teste gente darme de là, siche intendeteve bene cum lui et honoratelo
come paíre, perche io lo trovo homo da bene et fedele; et é stimato

assai da questi Signori francesi. Nó altro per questa. A voi mi racco-
mando.

64. (D. le. XV. 61). 1495, Agos. 27.

Oratoribus apud X.mam M.tem.

Essendo stato ritenuto Baccio da Sexto in Lombardia con le lectere
et scripture li havevi date circa lo accordo facto ete., come vi debbe
esser noto; di parere di Monsignor di Lilla, che si truova qui, vi man-
diamo il presente cavallaro franzese, il quale ha promesso essere costi
in rr di acciò li diate li doppi di tucte le lettere et mandamenti et

Scripture necessarie per potere noi di qua consequire la possessione
delle cose nostre.

65. (D. Imi. XXXIII. 190). 1495, Agos. 30.
Commissione a Ant.o Mellini di quello debba operare che exeguisca Mon-

signor di Tentavilla circa le conclusioni facte qui con Monsignor di
Lilla alla presentia loro.

Andrai in compagnia di Monsignor di Tentavilla in Campo, ti ap-
presenterai alli Commissari nostri, et li ragguaglierai de parlamenti,
et conclusioni facte qui con Monsignor di Lilla. Appresso farai ogni
forza che innanzi Monsignor di Tentavilla si parta di Campo facci
pruova che le genti che sono in Cascina et Vico sospendino le offese
fino a tanto che lui torni da Pisa: et li nostri faranno questo mede-
simo: non di meno ne conferirai prima colli Commissari et intorno acciò
farai quello pare loro.

Item che Monsignore di Tentavilla si transferisca a Pisa et sia

(1) Troiano Savello.
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 269

col Capitano della Cittadella, et persuaderli che debbi ritirare tucte le
genti sono a Chascina et a Vico con soldo del Christianissimo Re,
come tu sai s'é parlato et concluso qua, et a rincontro Monsignor di
Tentavilla prometterà al detto Capitano che harà 3 mila ducati in
Campo da nostri Commissari subito che saranno ritirate decte genti,
et colle condictioni da observarsi da lui infrascripte: Che il Capitano
di Cittadella debba obligarsi in forma Camere renderce li 3 mila ducati,
in caso che per lui o per Monsignor di Lilla non si faccino computare
nella somma habbiamo a servire il Re.

Che decto Capitano dia tre o quattro statichi per li Vitelli et
Franzesi et li altri che saranno ritirati in Pisa che non ritorneranno
ad molestare nostre genti o terre alchune del Contado di Pisa, ne ad
impedirci il racquistare tutto quello sia del contado nostro di Pisa: et
a decto effecto piglierai da lui ogni cautione et sicurta si può.

.... Bisognando fare alchuna cautione al decto Capitano di non
molestarsi per noi la Città di Pisa sanza licentia del Christianissimo
Re, sarai colli Commissari che ne faranno ogni cosa.

Farai che Monsignor di Tentavilla seriva al Capitano di Livorno
persuadendoli quanto noi siamo ben disposti a farli sempre ogni bene
et a satisfarlo forse più che lui non pensa, et li darai notitia della
promisione facta del mandarli Bernardo de Bardi, secondo lui ne ha

. richiesto.

66. (D. le. XV. 63). 1495, Sett. 4.

Nerio Caponio.

Noi stimiamo che più dì fa habbi inteso come Baccio da Sexto fu
ritenuto, condocto a Milano et toltoli tuete le lettere et li mandamenti
haveu per il caso nostro: et come di poi fu ritenuto et è Messer Gui-
dantonio. ... Monsignor di Lilla, che sì truova qui, et li Capitani Fran-
zesi, non vogliono venire ad acto alcuno senza Commissione et manda-
menti del Re: et il Capitano di Pisa è in modo duro che non obstante
per diverse vie li sia facto intendere il pericolo porta Pisa per le pro-
visioni si fanno in Lombardia et_a Genova, et per li Pisani expressa-
mente nella persona sua, non vuole consentire di ritirare le genti de
Vitelli et le franzesi dentro in Pisa per sicurtà di quella terra, ne che
le genti nostre vi si appressino.

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270 G. NICASI

67. (D. Imi. XXXIV. 149). 1495, Sett. 4.
Comanissarüs im Castris.

Hiersera vi scrivemmo quello ci occorreva, habbiamo la vostra
questa mactina di hieri, per la quale intendiamo quello scrivete havete
ritratto dal Capitano di Pisa, et come il Tentavilla era andato verso
lui, con le lettere etc. per disporlo meglio etc.: forse che havendo di
poi inteso li advisi. vi mandammo hiarsera, di Monsignor di Lilla, adi-
ritti al Tentavilla, si doverà più facilmente disporre allo honesto. Ri-
cordiamovi, anchora che stimiamo non bisogni, l'usare ogni vostra
industria et arte, et per tutti quelli mezi et vie vi sono possibili, di
disporre il detto Capitano, il più si può a nostro proposito. Et perchè
noi continuamente pensiamo et dì et notte a tutto quello che potessi
in qualche modo giovare alle chose nostre, trovandosi alchuno del nu-
mero nostro con Monsignor de Lilla, per richordarli e disporlo più a
propositi nostri che sia possibile, si dischorse in questo ragionamento
che, intesa qualche male opinione de Vitelli che non si achostino alla
Lega, non pareva a Monsignor di Lilla da ritirarli in Pisa per non se
ne fidare; et examinando che partito più potessi pigliare, fu ragionato
di dargli a ‘fuorusciti Sanesi nel modo si faceva Messer Peratto [corso];
ad che non si achordando Monsignor di Lilla, disse gli pareva più
tosto che noi, come soldati del Re, paghandogli del soldo loro di quello
avessino havere, con metterli al conto di' quanto dobbiamo servire il
Re, li ritirassimo nel campo nostro, il che servirebbe bene a proposito
per lo invilire e Pisani et accrescere le forze nostre del Campo. Alla
qual chosa per noi si è prestato orecchi et, potendo condursi ad effecto,
la giudichiamo molto al proposito nostro. Et però ci pare la dobbiate
bene examinare et, approvandola come noi, usiate tutti e termini pos-
sibili per condurla. Crediamo che a questo sarebbe buono mezo et in-
strumento uno Carlo Albizini, il quale è venuto chosti per certe sue
spetialtà : vedete di rintracciarlo che sarà buono a tractare queste chose
con Pagolo Vitelli. Et perchè qui si truova uno Branchaleone amba-
sciatore di Castello, il quale più volte si è offerto a operarsi per noi
con dicti Vitelli, faremo domattina ultima pruova con lui del mandarlo
chostà. Per questa chagione ancho se fareno che Monsignore di Lilla
scriverà loro confortandoli a questo medesimo. Se questa praticha sa-
tisfarà a voi come a noi, usarete tutta la diligentia et industria vostra
per condurla al più presto potete. Et advisate di quello seguirà o spe-
rate seguire. :

Habiamo seripto oggi a Neri Capponi, alla corte, in buona forma
dandoli notitia de chasi successi et del pericholo di Pisa et delle altre
- — , —
e de PURI T 2. 1. uo SEA tL HERES

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 271

terre nostre, per le provisioni si fanno per la Lega da diverse bande,
et che è necessaeio che il Re scriva subito a Monsignore di Lilla et
alli suoi Capitani che ci ristituischino le chose nostre. Monsignor di
Lilla scrive al Re questo medesimo. Ecci stato promesso che le lettere
andranno et che le risposte torneranno salve. Et per abondare in
maggior cautela, essendo venuto qui oggi Iacopo Ristori, ci siamo ri-
soluti mandare da Livorno uno liuto o barcha armata a Villafrancha o
a Niza et mandarce copia delle dette lettere a Neri Capponi, et Mon-
signor di Lilla di nuovo scrive al Re, et li manda uno grande mazo
di lettere, et li da particolarmente adviso del successo delle chose di
qua. Et noi commettiamo a Neri che oltre a nuove lettere del Re, et
di buono inchiostro, a questi suoi Capitani per la restituzione delle
chose nostre, ci mandi anchora la copia di tutti i mandamenti neces-
sari, come quelli ci sono stati tolti et che subito per il detto liuto o
barcha ce li mandi per persona fidata, non risparmiando a spesa al-
chuna: et con questa commissione habiamo spacciato questa sera Iacopo
Ristori et consegnatogli dette lettere; il quale parte domattina a buon
hora per Livorno et injunto, fra quanto più presto potrà, spaccerà detto
liuto o barcha. Che addio piacia mandarlo et tornarlo a buon salva-
mento, con la risposta di quanto per noi si desidera. Habiamo com-
messo oltre a ciò al detto Iacopo che provegha subito tutte quelle
forteze di Livorno di vectovaglie et di ogni altra chosa necessaria, et
che intrattengha il Capitano di Livorno il più può benissimo disposto
a propositi nostri. Ricordandoli la buona guardia della fortezza et della
terra, offrendoli ogni adiuto intorno a ciò che per noi fussi possibile.
Hiarsera, sub brevità, vi demmo notitia del successo delli Oddi contro a
Ballioni di Perugia. Questa sera habiamo di poi quello intendete per
le intercluse copie vi mandiamo, per le quali intenderete quanto lo
evento et exito delle chose sia qualche volta contrario a quello che
dimostrano dal principio.

Circha mandare dal Borgho Messer Peratto Corso ne seguiremo
quanto ne scrivete.

68. (D. Imi. XXXIV. 153). 1495, Sett. 5.

Commissartis in Castris.

In questo puncto che siamo ad horé 17, habiamo la vostra di hiar-
sera con lettere di Antonio Mellini: et con certe copie et sumpti: et
inteso finalmente il parere di Tentavilla et di Antonio Mellini d' essere = "
di paghare ducati 2 mila al Capitano della Cittadella di Pisa per pa-

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272 G. NICASI

ghare le genti sono al soldo del Re, così franzesi come Alamanni,
acciochè possi meglio e più sicuramente guardare la Cittadella et pro-
cedere contro e Pisani, ci siamo resoluti lo dobbiate fare, presuppo-
nendo che tutte le gente che sono al soldo del Re, da Vitelli in fuori,
si debbano ritirare in Pisa subito come promette il Capitano; che in
questo vogliamo fidarci de conforti del Tentavilla sotto la fede del quale
et di Monsignor di Lilla siamo contenti detti duemila ducati si paghino:
li altri 1000 ducati vorremmo voi medesimi li pagassi a Vitelli, in sulla
praticha vi scrivemmo hiarsera che crediamo vi debba riuscire et questa
sera vi manderemo lettere di Monsignor di Lilla a detti Vitelli per tale
chagione, et faremo forza di mandarvi l’ oratore di Castello, come iar-
sera vi serivemmo.

69. (D. lmi. XXXIV. 154). 1495, Sett. 5.

Commissaris în Castris.

Sarà exibitore della presente Branchalione oratore della Città di
Castello; viene in costà per transferirsi a quelli Vitelli per la cagione
che hiarsera: vi significhammo. Habbiamgli facto tocchare con mano
per più lettere mostregli lo achordo col Re essere fatto, affine che ne
possi fare capaci Pagolo e Vitellozzo: habbiamlo instrueto bene di
quello sarebbe il desiderio nostro et lo troviamo bene disposto a fare
ogni opera possibile per piacerci et chosì crediamo per essere persona
disereta et ragionevole conferirà ogni chosa con voi.

10. (D. Imi. XXXIV. 156). 1495, Sett. 7.

Comanissariis in Castris.

E sono arrivati qui due balestrieri di Camillo Vitelli et venghono
di Campo del Re di Francia et erano in compagnia di messer Guidan-
tonio Vespucci. Et quando lui fu sostenuto et condocto a Milano, gli
detti si partirono et se ne sono venuti qui : et ci hanno riferito alchune
chose successe a Messer Guido et de l'uno Campo et dell’ altro : le
quali medesimamente li habiamo richiesti conferischino con voi; et per
questa chagione ve gli adiriziamo afine li examiniate bene, et acciò
che venghino più volentieri, hábiamo donato loro ducati dua d'oro per
uno. La relatione loro. come vedrete, farà fede assai a Pagolo Vitelli
et dello achordo fatto noi col Re, et di quello che loro, con quelle genti
hanno, debbino seguire. Camillo mandava loro uno suo huomo per ad-

naa E

TOM
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 273

vertirli di tutto a boecha e con sue lettere, per le quali li commetteva
quello haessino a seguire; ma quando Messer Guido fu ritenuto, le
lettere furono abruciate et il suo huomo se ne ritornò in dietro, come

da loro particolarmente intenderete. Habiamgli apresentati a Monsi-

gnore di Lilla al quale hanno riferito tutto.

Mandiamo in loro compagnia Nicholao Bracciolini perchè, havendo
lui mezo assai con Pagolo [Vitelli], aoperi quello può, affine si dispongha
risolversi in quello che come vi è noto si praticha, cioè di ridurli in
campo nostro. Expediti li harete, li adirizate a detti Vitelli et havendo
bisogno di schorta la darete loro. Etil decto Nicholao ci sarà caro in-
tracteniate .... (1) .... per essere buono mezo con dicti Vitelli a proposito
nostro.

71. (D. lmi. XXXVI. 18). 1495, Sett. 13.

Comanissariis in Cartus.

... Piaceci assai lo intendere la buona dispositione di chotesti
Vitelli : et anchora che, per la domanda fattavi et del servito di sei mesi
et di 200 | o | 300 fanti a pie, dimostri che loro stiano alquanto in sul
tirato, et che per voi fusse risposto loro convenientissimamente, non di
meno ci pare dovere rimettere queste chose liberamente in voi, i quali
prudentemente considerando in che conditione ci troviamo, et quello sia

(1) In questo punto nel manoscritto seguivano queste altre parole, state
poi cancellate: « perchè socto questo colore lo habbiamo chavato di Pistoia et il si-
mile habbiamo focto di Chiarito, del quale pigliaremo qualche intractentione da
noi ». Dalle quali parole si rileva che Niccolò Brocciolini era stato mandato ai suoi

cognati, i Vitelli, non tanto per persuaderli a passare nel campo fiorentino, quanto .

perché i Dieci temevano che il Bracciolini, uomo intraprendente, non macchinasse
in Pistoia contro la Repubblica fiorentina. Si rileva infatti da una lettera di Vespucci
scritta l'8 novembre 1495 (della quale trovasi il sunto nei Sommari di lettere Missive
e Responsive dei Dieci vol. 3) che i Bracciolini erano fautori dei Medici. Il detto
sunto é così registrato:

« Piero Vespucci a di VIII [Novembre 1495]. —... e che, intendendo Messer Gio-
vanni Ben[tivogli] porgere favore a Piero [dei Medici], ricorda Pistoia dove, trovan-
dosi [egli Vespucci] capitano quando Piero fu cacciato, vide in quella terra sco-
prire se in suo favore e Rossi e Bracciolini et quelli di Abramo ».

Si noti che le parole soppresse, nella lettera ai Commissarii sopra riportata,
sono nell'originale scritte in carattere più marcato del resto per richiamare più
specialmente su esse l' attenzione dei Commissari; ma che poi i Dieci ritennero più
prudente non metterli a parte di questo loro intendimento e le cassarono.

Chiarito era al servizio di Giovanni Bentivoglio di Bologna. (Vedi X di Balia
Missine interne 30, pag. 42).

e NU

DEE Ov 274 G. NICASI

necessario operare, di chostà potrete farne migliore iuditio di noi.
Anchora che, come per la copia de Capitoli mandatovi potrete vedere
et per le lettere che il Re scrive loro, il Re habbi ordinato apunto come
S'habbi a:procedere con loro, pure egli è prudentia qualche volta a
chiudere li occhi a suo vantaggio. Vuolsi bene vi assechuriate con loro
de questo, et chosi con tutti e Capitani et gente franzesi, et qualunque
altri che fussino al soldo del Re a chi havete a distribuire danari, che
loro vi promettino chiaramente et in buona forma che in chaso che li
Pisani, per qualunque cagione si voglia, fussino pertinaci o obstinati
a non volere consentire nè obbedire a capitoli et mandamenti del Re |
nel quale acto loro si verrebbono a privare di tutte le gratie et benefici
fatti loro [da] il Re | Et faeta di ció per li Capitani franzesi et per chi
altri piacessi qualche debita protestatione, tutte le gente di detti Vitelli
et de franzesi et qualunche altri, come è detto fussino a soldi del Re,
debbino essere in nostro aiuto et favore, contro alli detti Pisani et
contro a qualunche altro che contravenissi alla volontà et intentione
del Re. Usando questo termine non solum in Pisa ma in tutti li altri
luoghi nostri che ci hanno a essere restituiti.

12. (D. Imi. XXXVI. 18). 1495, Sett. 15.

Commissartis in Castris.

.... À Vitelli farete intendere che tutto quello che desiderano da
noi, siamo per compiacerli giustamente, perché ci pare secondo le re-
lationi vostre meritino da noi et ogni satisfactione loro et gloria. Et
ecci doluto incomparabilmente il chaso di Pagolo (1) et stamani vi si
mandó il migliore cerusicho ci sia con intero provedimento di chose a
suo conforto, et scripsesi a Castello secondo l'ordine vostro. ...

18. (D. le. XV. 68). 1495, Sett. 18.

D. Guidant.o Vespucci, Milani.

.. Habbiamo di già cominciato ad rihavere Livorno con tucte le
forteze di Mare et di Terra e ne siamo in libera possessione. Il Campo
nostro, uniti con loro li Vitelli et tucti li Franzesi, da quelli di Pisa in
fuori, sono intorno alle mura di Pisa. Presono il Borgo di San Marcho

(1) Era restato ferito all’ assalto del Borgo San Marco di Pisa, mentre combat-
teva i Pisani in favore dei Fiorentini.

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SESTO am A

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. z

n2

15

tano di Cittadella faceva il debito suo, il di medesimo si rihaveva
Pisa.

74. (D. Imi. XXXIV. 171). 1495, Sett. 20.

Commissariis in castris.

* .... Monsignor di Lilla ci scrive da San Miniato (1) che vorrebbe
sì accordassino e Vitelli di ducati mi mila, voi ci accennate stamani
contentarli con ru mila: portandosi bene vedete contentarli in quello
miglior modo potete. .... ».

PED dc XV. 0): 1495, Ott. 3.
Nerio de Capponibus.

.... Della quale loro [del Capitano di Pisa e del Proposto di Paris
che era con lui] perversa obstinatione, oltre alla incomodità et preindicio
che ne è successo di non havere le genti de Vitelli, colle genti franzesi
che sono di qua, potuto soccorrere il Reame di Napoli, secondo |’ ordine
et volontà del Re, a noi anchora ne resulta et conseguita danno et pe-
ricolo grandissimo oltre alla spesa incomportabile nella quale siamo in-
corsi per questa dilatione di tempo: perche tucta la Lega è in dimo-
stractione et in facto si è scoperta contro di noi [IN CirRA] Come in
parte harai visto la copia del breve mandatoti a di passati, minatorio
ete, et di nuovo ha scripto anchora a Baglioni di Perugia quello vedrai
per la copia del breve ti mandiamo. Zt così il Papa, li Orsini et quelli
Senesi che hoggi tiranneggiano in Siena, ci minacciano di offendere per
diverse vie, et di già hanno adunato buon numero di gente d’arme, a
cavallo, et appié: et in brevi di colla presentia di Piero de Medici pub-
blicamente dicono volersi appresentare a confini nostri. Da altra banda
Messer Giovanni Bentivogli et la Contessa di Forlì intendiamo anchora
preparano le genti per offenderci di verso Romagna et verso Pistoia. A
questa preparatione manifesta si conosce la Lega in generale tener
mano, favoreggiando Piero, existimando che rimettendolo nella Città et
mutando il presente nostro stato, dove siamo volti alla observantia
della confederatione facta colla X.ma Maestà, si persuadano voltarce
alla devotione della Lega. ....

(1) Monsignor di Lilla pregato dai Fiorentini, quantunque malato, volle recarsi
a Pisa per persuadere il Capitano della Cittadella ad ubbidere agli ordini del Re
Carlo; ma, giunto a San Miniato, peggiorò e quindi dovette ivi sostare.

et uno Bastione havevano facto li Pisani in sulla porta: et se il Capi-

REY UH

—À 276 G. NICASI

76. (D. Imi. XV. 96). 1495, Ott. 12.

Nerio Capponibus apud X.man M.tem.

.... Per ordine et commissione di Monsignore di Lilla si pagò al
Capitano di Livorno Saliant tucto quello si doveva per lui et per la d
sua compagnia et oltre a cio al Capitano della Cittadella di Pisa ducati
nu mila doro come ci richiese promectendo obbedire ete. inche cingannó:
et oltre a questi si sono pagati a Vitelli ducati Im mila doro ; et questi

vi mila ducati non eravamo puncto obbligati pagare, se non quando
havessimo interamente riavuto le cose nostre ».

TI. (D. Imi. XVI. 18). 1495, Ott. 14.
Paulantonio Soderino generali Commissario in castris contra Pisanos.

.... Habbiamo la tua de xi et inteso quello scrivi per le presenti
ti rispondereno quello ci occorre, et prima circa il discorso facto techo
[da] Paulo Vitelli ci accade siguificarti che, intra laltre cose ne ha rife-
rito Francesco Valori in questo suo ritorno, sono stati alehuni ragiona-
menti che iui dice havere havuti particolarmente con Vitellozo, intra-
quali se contiene che loro mostravano desiderare quel medesimo che
scrivi tu: non di mancho quando costà si facessi la impresa di qualche
luogho et spetialmente di Vico, la quale loro facevano molto facile et
riuscibile, et la pigliavano sopra di loro et speravano in brevi di expe-
dirla, in questo caso sarebbon contenti soprastare qualche di, per fare |
experienza in beneficio et proposito nostro dellor buono animo et di-
spositione verso di noi: ma quando di costà si determinasse di ridursi
alle stantie, et stare solamente alla guardia delle cose nostre, loro sono
in opinione di partirsi, parendo che il loro soprastare di costi fusse
uno perdimento di tempo, sanza fructo alcuno o nostro o loro. Per
questa cagione noi siamo danimo a ogni modo che la decta impresa di
Vico si facci .... Et ad questa determinatione non.solum ci conduce la
offerta di epsi Vitelli; ma etiam el conoscere noi sequirne reputatione
assai alle cose nostre .... conoscendo che per la diminutione de Marcia-
neschi non resta di costà si piccolo numero che non doversi riuscirvi
l impresa et di Vico et di Cascina .... ».

18. (D. Imi. XVI. 15). 1495, Ott. 14.
Paulo et Vitellozo [de Vitellis).

. Havendo insino a hoggi conosciuto per le opere vostre la fede et
amore vostro verso questa Città, ci pare veramente havere contracta
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 1 277

con voi non mediocre obligatione: et havendo nuovamento inteso una
relatione factaci F. Valori, del discorso factoli da uno di voi nel suo
ritorno, tanto più ci rende prompti ad desiderare di satisfare qualche
volta al buon animo vostro verso questa Repubblica : et perchè non ci
potrebbe più satisfare tutto quello che Francesco ritrasse essere lanimo
vostro quanto alla impresa di Vico, habbiamo scripto ad pieno ad Pau-
lantonio che ne sia con voi, et seguirne quello che ne convegnate in-
sieme di iudicio, et lui costi et noi di qua non siamo per lasciarle in-
dietro alehuna cosa che si convengha per la expeditione, secondo il
desiderio vostro et nostro. Confortanvi al volere fare questa impresa
vivamente, perché di poche cose piu con qualunche potresti havere
gratia, che di questa con questo popolo et tutta questa Città; né vi ri-
tengha da ció la voglia o bisogno di transferirvi in altro luogho o
per più posarvi | o | per fare altre factioni, perchè, secondo che inten-
diamo disegnare voi, tale expeditione non ricercha corso di molti di:
et quella gloria che resaltassi duna factione tale o a Vico o a Ca-
scina, sarà sempre da questo popolo attribuita precipue a voi: Diche
potete bene considerare dovere nascere in futuro un vincolo immortale
et una affectione indicibile, universalmente et particolarmente, da tutta
questa Città. Confortianvene et exortianvene grandemente perchè ciparrà
con il mezo dellopera vostra rinfranchare in parte la necessaria partita
di cotesto campo da Pisa ».

19. (D. Imi. XV. 101). 1495, Ott. 15.

Nerio Capponio.

Scrivemoti lultima a di xir per la via di Milano, e per quella et
per altre prima havrai inteso, che da Livorno infuori siamo in peggior
termini delle altre cose nostre, per la inobbedientia et maligna dureza
di questi capitani, causate pure da malignità dalehuni di costà, come
per altre che ti si è significato. Facciamo questa lettera principal-
mente perché conosciamo, oltre alli altri dispiaceri nostri, che Paulo et
Vitellozzo, infra tre dio 4, si vogliono partire dal campo nostro: a quali
non di meno habbiamo pagati It mila ducati doro in oro ;et hora che
il campo nostro si è levato da Pisa, et trovavasi verso Cascina et
Vico, et che noi desiderremo si facessi qualche factione, veggiamo de-
stituirci et manchare ogni disegno, che per essersi snembrato del campo
200 huomini darme et mandati a Cortona e Valiano, rincontro alli Or-
sini et Piero de Medici che si truovono verso Perugia et Montepulciano,
Imancandoci li Vitelli dal canto di sotto, ci pare restare in mali termini ;

22

ud Seca NERI, De PEA

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ves
278 |. —G. NICASI

*-

et non ne intendiamo chiaramente questa partita loro donde nasca:
perche sappiamo benissimo loro non potere passare sanza le genti no-
stre, le quali non dobbiamo et non possiamo dare, infino che siamo
reintegrati di Pisa et delle altre cose che si tengono per il Re; et benché
a questo loro rispondino che, non potendo passare, se ne andranno a
casa ad riposarsi: noi tanto più dubitiamo che vedendo ritornare il Re
in Francia, presto (?) essere questi (?) Orsini vicini con Piero [de Medici]
non aughurassi loro il gusto, anchora che noi non habbiamo manchato
di nulla dal canto nostro, et per essere huomini del X.mo Re et per
conservargli a noi benevoli. Onde noi vorremo che subito subito, ha-
vuta questa, spacciassi indrieto con una lettera del Re et di messer Cam-
millo Vitelli che per nulla non si levassino fino a che havessino con loro
in eompagnia le genti nostre, secondo li termini dello appuntamento.
Ma bisogna facci con prestezza quanto puoi, perché invero questa loro
partita o stanza ci importa assai et molto.

Post seripta. Habbiamo la tua delli xr .... Noi intendiamo per la
tua quello ci advisi delli Orsini: vorremo che se si conducessino col
X.mo Re facessi che, per expresso, dovessino abbandonare Piero de Me-
diei come nemico nostro, né darli alehun favore contro di noi. ....

80. (D. Imi. XVI. 90). 1495, Ott. 15.

D.nis Paulo et Vitellozio de Vitellis.

Per lectere di Paulo Antonio Soderini, nostro Commissario, inten-
diamo come le V. Magnificentie li havevano resolutamente facto inten-
dere volersi, infra 4 o 5 di, partire per andarsene a casa et riposarsi
et rifarsi ete. Della quale cosa ne habbiamo havuto non meno dispia-
cere che admiratione, per havere facto grandissimo fondamento nella
vostra buona dispositione et opere verso di noi: benchè per questa de-
terminatione non presumiamo esserne diminuita parte alchuna, ma
quando havessimo prima inteso così, per non diminuire il Campo nostro
di costà, non haremo mandati li Marcianeschi verso Valiano: li quali
anchora non haremo rimossi, se prima havessimo inteso delli progressi
delli Orsini quello habbiamo inteso di poi, che sappiendo di costà ne
havete notitia non lo replichiamo altrimenti: ma poi che decti Marcia-
neschi sono in cammino, ci pare con più dignità nostra sia el farli
condurre alluogo et soprastare 3, o, 4 di, et di poi farli ritornare in
costà, o veramente provedere costi per altra via: il che non si può
fare prima che in termine di x in xir giorni. Et però preghiamo la
M.tie V. sien contente per questi pochi di soprastare di costà et in
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 279

questo mezo fare limpresa di Vico, come hiarsera per altre nostre signi-
ficamo loro, et che etiam Francesco Valori in particolare ne scripse alla
M.tia di Vitellozo: il che facendo, lo reputeremo ad singulare commodo
et beneficio da quelle, et ne resteremmo loro obligati.

Post scripta. Habbiamo lettere dalla Corte come il Magnifico Mes-
ser Cammillo Vitelli vostro fratello partiva subito et stimava per tucto
li 23 o 24 del presente mese ritrovarsi di qua al più lungho, come
particolarmente intenderite dal Commissario nostro, al quale mandiamo
la copia della lettera habbiamo dalla Corte. Et per questo le V. M.tie
potranno più liberamente accomodarci di quanto le richieggiamo, et
procedere allimpresa di Vico: la quale, riuscendo per vostra virtù come
stimiamo con grandissima vostra laude et commendatione, in perpetuo
vi obbligherete tucta questa Città et populo.

81. (D. Im. XVI. 24). 1495, Ott. 16.

D.nis Paulo et Vitellozio de Vitellis.

Per questa vostra di questa mattina intendiamo la resolutione che
le V. M.tie hanno facta del doversi partire, come etiam havamo inteso
per il mezo del nostro Commissario, et che per tutto di, domani, sopra-
staresti a Marti: et dipoi ad dirictura piglieresti il camino per condurvi
verso casa vostra. Et benchè desiderassino le M.tie V. a qualche nostro
proposito soprasedessino qualche di, non di meno, intese le ragioni
vostre, per lo amore et affectione sappiamo che quelle ne portono, et
perchè facciamo grandissimo conto et capitale di tucta la vostra Ma-
gnifica Casa, siamo volentieri concorsi ad compiacerle: et per questo
mandiamo per Commissario Bernardino Bartholi nostro Cittadino per
condurre le M.tie V. per quello cammino et via che li habbiamo com-
messo, acciochè, se nel passare potessi sequire alchuno affecto di quelli
che la M.tia di voi Vitellozo ragionasti con Francesco Valori, lo possiate
mettere ed executione. Il che a noi sarebbe oltre a modo charissimo,
come etiam ad boccha vi referirà il presente exhibitore Bernardino
prefato: et quando a questo proposito soprastassi alchuni dì per fare
qualche buono effecto, crediamo sarebbe benissimo ad proposito et vene
sapremo buon grado. Et se per. noi in vostro beneficio si può operare
cosa alchuna, vi accertiamo che per la nostra buona dispositione verso
di voi, sempre ci troverete ad fare ogni opera possibile a honore, com-
modo, beneficio delle V. Magnificentie .... ».

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82. (D. Imi. XV. 123). 1495, Nov. 5.

Nerio Caponio apud C hristianissimam Maiestatem.

... Se habbiamo differito qualche di il risponderti, ne è stato
cagione lo aspectare il Commissario del X.mo Re, mandato per la resti-
tutione delle cose nostre: il quale venne avanthieri et in sua compagnia
Messer Antonio da Castello et Cammillo Vitelli; il quale lo aspectò a
Bologna rnm o v di. La sera medesima si appresenta a nostri Signori
et assegnate le sue lettere di credenza (le quali solamente contengono
essere venuto per restituire Pisa et le altre cose nostre, sanza fare
mentione dalchunaltra partieularità o conditione) decto Commissario
expose havere expressa commissione dal Re richiederci che dovessimo
pagare a Vitelli certa somma di danari, prima che lui andassi a Pisa
per exequire la Commissione sua; et facto tale pagamento lui andrebbe
a fare quanto il Re li havessi imposto. Li nostri excelsi Signori inten-
dendo fuori di loro expectatione questa così strecta conditione, presono
tempo a rispondere per consultarla: et havuto hier mattina il Consiglio
consueto de richiesti con arroto di buon numero di prudenti cittadini,
doppo lunga examina fu consigliato et concluso essere cosa si difficile
che quasi era impossibile il potere trarre più danari dalle borse de
nostri Cittadini, se prima non si vedessi sequire effectualmente la re-
stitutione delle cose nostre: perchè essendo stati molte volte a questi
medesimi termini, et sotto questa speranza di dovere essere reintegrati
delle cose nostre, prima si pagarono li ducati xxxx mila a Monsignore
di San Malò: di poi perchè si pagarono xxx mila e forse qualche mi-
gliaio più, et secondo li Capitoli mandatone dovavamo subitamente
essere reintegrati di Pisa et delle altre cose nostre: et finalmente, sanza
di ciò sequire alchuno effecto, per consiglio et parere di Monsignore di
Lilla, che alhora viveva, et del Tantavilla et del Saliant, si pagarono MI
mila ducati doro a Vitelli et ducati 11 mila al Capitano della Cittadella
di Pisa, li quali non eravamo obligati pagare, se non doppo la rein-
tegratione delle terre nostre: et non di meno si pagarono per fare cosa
grata alla X.ma Maestà. Stimando pure che una volta, sanza sborsare
più somma di danari, dovessimo rihavere le cose nostre; et che pareva
cosa strana che hora di nuovo si havessino a pagare questi danari a
Vitelli sanza alchuna certezza del rihavere le cose nostre: et finalmente
fu facta conclusione di fare la risposta al decto Commissario circa li
decti effecti: .... della quale risposta epso Commissario dimonstrò non
restare satisfacto allegando che, benchè nelle sue lettere di credenza
non si facessi mentione alchuna del caso de Vitelli, che non di meno
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LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 281

il Re più di una volta a parole expressamente gliene haveva imposto :

‘ et che per niente non voleva uscire del Comandamento del Re: ma,

quando havessimo accordati e Vitelli, subitamente anderebbe a seguire
la sua commissione: et non di meno chiese tempo per volere consigliarsi
col Tentavilia et col Saliant, et di nuovo sarebbe colla Signoria. Mes-
ser Cammilio, che era presente, riprese le parole et fece lungo discorso :
ricordando come sempre era stato favorevole alle cose nostre di costà,
et replicò le medesime pratiche havute di costà circa la venuta sua di
qua, et il pagamento se li doveva fare, et come havendo dubbio della
obstinatione del Capitano della Cittadella, per assicurarsi di havere e
sua danari ti era stato lasciato lo specchietto, et che San Malò ti haveva
promesso liberamente in fra ul settimane farti buoni decti danari, in
chaso non rihavessimo le cose nostre: et che a questo tu havevi con-
sentito: et oltre a ciò per maggior sicurtà si haveva facte dare le expe-
ditioni per la restitutione delle cose nostre in sua mano, le quali ha-
veva commissione di stracciare

o | ardere, quando al presente non se
li paghino li danari domanda, et dice sono circa x mila ducati, prima
che si tenti la restitutione di Pisa: et che quando così non segua se
ne andrà dove li parrà et così scriverrà non essere andato colle sue
genti a soccorrere il Reame, come haveva promesso, per non havere
havuti questi danari da noi: rigittando in noi tucta la colpa del suo
non andare nel Reame. Per la Signoria si prese tempo a rispondere al
deeto Messer Cammillo: et non di meno al Commissario del Re fu re-
plicato che, se il Capitano di Cittadella havessi obedito alli Capitoli, Co-
mandamenti, et lettere missive del Re quando li furono presentate, et
che Monsignore di Lilla nel confortare et pregava, si poteva benissimo
et a tempo soccorrere Napoli, mandando le nostre genti in Compagnia
di quelle de Vitelli: perchè in quel tempo ne li Orsini ne li altri, che
si sono scoperti in favore del Re Ferrando, non erano a ordine ne po-
tevano impedire che le genti de Vitelli et le nostre non entrassino
nel Reame; et cosi ogni colpa et cagione del disordine seguito nel
Reame in disfavore del X.mo Re non si poteva inputare ad altri che
alla obstinatione et malignità del decto Capitano, et cosi eravamo cer-
tissimi seguirebbe al presente, quando si paghassino prima li denari a
Vitelli che rihavessimo Pisa et le altre cose nostre : perché intendendo
epso Capitano che li Vitelli fussino iti nel Reame li parrebbe essere
seguito quello effecto che il Re desiderava del soccorrere Napoli, et
non harebbe quello stimolo di restituirci Pisa, perchè il Reame si soc-
corressi. ...

Et per alhora il Capitano Lanciainpugno [era il nome del Commis-
sario del Re] et li decti Vitelli si partirono : et li nostri Signori havendo

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282 G. NICASI
hoggi faeta consultare questa proposta di Messer Cammillo, .... ci siamo
resoluti risponderli .... che, havendo patientia de denari infino habbiamo
rihavuta Pisa et le altre cose nostre, et dandoci la expedictione dicono
havere in mano (che non sappiamo però sieno altro che lettere di Mon-
signore di Ligni et Duca di Orliens, perchè le lettere del Re ce le
mostrò Lanciainpugno) che a tucta questa Città et popolo ne faranno
singularissimo piacere et glie ne resteremo obbligati. La risposta sarà
in questa sententia et faraneli domane. Ma perchè intendiamo che loro
questa sera spacciano alla Corte, et scriveranno con darci charico, in-
ferendo che per noi sia restato di non essere iti colle loro genti nel
Reame come erano obbligati: et per questa cagione ci | e | parso spac-
ciasti questo cavallaro colle presenti lettere a fine intenda, et possi
iustificare come la cosa sia passata ; et Lanciainpugno Tantavilla et il
Saliant ci hanno promesso scrivere in buona forma alla X.ma Maestà
et dar noticia della verità: et ritenendo decto Cammillo le expeditioni
ha in mano, dubitiamo non sia ad qualche proposito per impedirci la
restitutione delle cose nostre ad stantia di qualchuno ete : perchè ha usato
di dire che ha più charo non andare nel Reame che se vi havessi ad
ire, il che fa dubbitare non habbi qualche pensiero di fare quello che
tu ci scrivesti disegnava di fare, et quanto questo fusse approposito
del X.mo Re di costà lo potrete benissimo considerare. Bisogna subito
alla ricevuta della presente facci di havere nuove lettere del Re in bo-
nissima forma et che quelle medesime expeditioni, che hebbe costi
Cammillo Vitelli, le facci di nuovo expedire, | o | sieno di Monsignor di
Ligni | o | di altri, che di costà ti sarà facto noto: et vedi mandarle per
salvo modo et il più presto sia possibile et che il Re commetta a Lan-
ciainpugno che, non obstante li Vitelli, sequa la sua Commissione. ....
Lo aportatore sarà Antonio del Magno, il quale si spaccia a hore

- viii di nocte, et, benchè Cammillo spacciassi uno a xxm, ci ha decto An-

tonio promesso avanzare di Cammino, et essere avanti a lui: et tucto
sl fa perchè tu possi essere e sia alli orecchi de Signori, et poi del Re
se bisogna, che ci pare di sì, perchè ci pare intendere, come vedrai per
la lettera di Lanciainpugno, che Monsignore di Piens della Trimoglia
et il Maricial di Giè sono quelli che dissono a decto Lanciainpugno
che fussi operatore del pagamenlo a Vitelli innanzi alla restitutione
delle cose nostre.

88. (D. Imi. XV. 129). 1495, Nov. 8.
Nerio Capponio oratori apud Cristianissimum Regem.

.... Hoggi, perchè conosciavamo la venuta di questo Lanciainpugno
et gita a Pisa esser per non far fructo, rispecto allo havere le lectere
20471

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LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 283

[di Ligni] Messer Cammillo, ci siamo resoluti con il decto Messer Cam-
millo, dove voleva tucto il resto del suo servito che passa vii mila
ducati, dargliene il terzo | o | in circa hora, acciocchè possi rassettare
et. ricondurre le genti per il X.mo Re, et che a noi sempre si possa
attribuire dalla sua Maesta X.ma essersi facto ogni cosa per la gloria
et honore di quella : .... et il decto Messer Cammillo havuti questi da-
nari ne andrà alla volta di Pisa, dove di già | e | inviato Lanciainpugno,
et habbiamo preso da llui obligatione che, frustandosi la speranza ‘di
Pisa et delle altre cose, e danari ci sieno restituiti. .... Habbiamo,
doppo la riavuta di Pisa et delle altre cose nostre, à paghare lintero
subito al decto Messer Cammillo : il che faremo incontinenti, acciochè
tanto più presto possa expedirsi a servitù del X.mo Re

84. (D. Imi. XVI. 46). 1495, Nov. 9.
Paulantonio Soderino

Volevamo poterti significare di mandarti ducati 11 mila al-
meno, li quali havavamo messi a ordine: ma | e | suto necessario vol-
gergli a Cammillo Vitelli per accordarlo di ducati inr mila (come siamo
convenuti per aiutare con le lettere che ha di Monsignor di Ligni et
colla presentia sua questa benedetta recuperatione delle cose nostre),
il quale domane infallanter ne verrà costà, et in loro compagnia ne
verrà Tentavilla et il Salient, che a tucti addue anchora ci | e | biso-
gnato dare danari. A Dio piaccia cavarci una volta dalle mani di que-
sti bari, che fra pochi di doverreno intendere che frueto faranno ....

85. (D. Imi. XXXV. 109). 1495, Nov. 13.

Paulo et Vitellozzio [Vitelli] de Castello.

Sapendo la fede et amore vostro verso della Città nostra et per
le opere vostre et per quello che continuo opera Messer Cammillo vo-
stro fratello in beneficio di questa Città, non ci pare inconveniente.
replieare per questa lettera a quanto intendiamo essersi da voi per
bando richiamato ogni vostro huomo: che, quando ne segua il gua-
starsi qualehe compagnia delle nostre a Valiano, crediamo sia contro
la volontà vostra: perchè, havendo speranza che fussino per servirci li
homini vostri etiam di costi, ci pare non conveniente el fargli levare
da servigi nostri, maxime che noi presumiamo ogni ordine vostro, che
sentiamo da voi preparato costi né paesi vostri, dovere essere a uno

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ESPANIA, So PIO r
84 G. NICASI

proposito et vostro et nostro; ne altrimenti crediamo, perchè non es-
sendo così ci darebbe dispiacere, havendo già presupposto dovere fare
uno medesimo corso et essere sempre a piaceri vostri.

86. (D. Imi. XVI. 51). 1495, Nov. 23.
Paulantonio Soderino.

.... Circa il desiderio di Messer Cammillo Vitelli, noi haremo de-
siderato che lui fusse soprastato di costà tanto che questi nuovi man-
dati del Re di Francia comparissino, per vedere che fructo ne sequa ;
existimando che la presentia sua, per havere credito et auctorità con
loro, sia per giovare assai: non di meno non vorremmo tenerlo contro a
sua voglia, etiam per non derogare alle obligationi de danari li hab-
biamo pagati: et peró rimettiamo il pigliare questo partito libera-
mente nellalbitrio suo, anchora che il soprastare facci più per noi.

Governala tu come ti pare più aproposito et allui ne rispondiamo bre-
vemente .... ».

81. (D. Imi. XVI. 53). 1495, Nov. 23.
D.no Cammillo de Vitellis.

Se habbiamo qualche poco differito rispondere alla M.tia Vostra
circa il desiderio quella mostrava havere per le sue lettere, ne | e |
stato causa il conoscere noi quella per la prudentia sua havere credito
et auctorità con questi Signori Franzesi : et aspectando ogni hora que-
sti nuovi mandati dalla X.ma M.tà existimavano che la presentia vo-
stra dovesse essere di momento assai circa allo effecto che per noi si
spera et desidera. Non di meno non vorremo havere tanto rispeeto al
commodo nostro che impedissimo alchuno disegno | o | pensiero della
V. M.tia, in albitrio del quale rimettiamo il pigliare quel partito che
epsa iudichi essere più aproposito. Conosciamo bene, per essere la V.
M.tia prudentissima, doverrà examinare et ponderare qual sia di mag-
gior momento et importantia | o | ad epsa il commodo suo |o|anoi il
soprasedere di quella qualche di anchora per il fructo grande che po-
trebbe rechare seco la presentia vostra costà.

88. (D. Imi. XVI. 55). 1495, Nov. 25.
Paulantonio Soderino.

.... Havendo per le lettere di Lanciainpugno et del Salient in-
teso desidererebbono tornarsene quà et similemente Messer Cammillo
. 89. (D. Imi. XVI. 59).

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 285

Vitelli, a noi pare sia necessario che tucti e tre soprastieno costi [nel
campo dei Fiorentini presso Pisa] anchora fino a tanto che Monsignor

di Gemel et Nicholò Alamanni, che Neri [Capponi] scrive che debbono

venire, comparischino di quà ....

1495, Nov. 30.
A Ser Alexandro Braccio.

... Messer Cammillo Vitelli | e | stato qui qualche di, col quale
siamo in qualche buona praticha: et nonche habbiamo dubbio | o | so-
specto di lui et de fratelli, come per qualche vostra lettera si dubitava
di costà (1); ma con loro siamo in firmissima amicitia et intelligentia,
come manifestamente si conoscerà per lopere dì per dì ....

90. (D. Imi. XVII. 7). 1495, Dicem. 6.

Nerio Capponio.

.. Desideriamo assai che Sua Maestà commetta per sue lettere
a messer Cammillo Vitelli et fratelli che, in mentre soprastanno di qua
et non vadino nel Reame, che epsi con tutte le genti loro debbino fare
quello che fussino richiesti da noi ....: ti mandiamo il presente nostro
cavallaro acciochè intendiamo presto la risolutione fanno di costà, della
quale per decto cavallaro ci darai subitamente risposta et manderaici
senza mancho alcuno la lettera richieggiamo dal Re a Messer Cam-
millo, che quando bene volessi andare nel Reame soprasedessi di qua
qualche poco in nostro favore et beneficio ....

91. (D. r. XLIV. 311). Arezzo 1495, Dic. 10. XXIII.

Petrus Victorius Commissarius.

* .... Sono advisato che a Castello venne mercoledì sera il Frulla,
che stette con Lorenzo et poi con Piero de Medici, et subito si richiuse
con Camillo, Paulo et Vitellozzo et Ser Santi da Curcumella, et con-
testarno 2 hore insieme. La cagione non intendo, ne ho mezo alcuno

(1) Abrandro Bracci era oratore Fiorentino a Perugia, dove i Baglioni, avendo
negato qualunque aiuto a Virginio Orsini e Piero de’ Medici, temevano che i Vitelli
invece tenessero da quelli.

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286 G. NICASI

di poterlo sapere. Ho bene ordinato, perchè fa molto spesso quella via,
che sia preso in su quello di Perugia,.in su confini del Monte (1) et
il Marchese mi ha promesso servirmi. Se riuscirà, s’ intenderà quello
chel va faccendo .... ».

92 55 mi X V.HT.-13). 1495, Dic. 14.

Nerio Capponio oratori apud X.mam Ma.tem.

.... Gioverebbeci assai che questa venuta del Capitano di Gemel,
il quale aspectiamo fra due di, operassi si buon frueto che noi riha-
vessimo Pisa et le altre cose nostre, et oltre acciò che la X.ma Maestà
havesse scripto a Messer Cammillo Vitelli, come ti commettemmo ri-
chiedessi, che della persona sua colle sue genti ci potessino aiutare
ne nostri bisogni, non sendo intermine da passare nel Reame per la
crudeltà del verno ....

93 (D. Imi. XVII. 18). 1495, Dic. 19.

‘D.nîs Camillo, Paulo et Vitellotio de Vitellis.

Per queste lettere delle M.tie V. de xvir, intendiamo quelle ha-
vere ricevuto le do lettere mandate loro di Nicholo Bracciolini et di
Monsignore di Gemel, delle quali ne havete mandata con queste vostre
la risposta addirietaci Niccolo Bracciolini: et essendo con epsa una a
Nicholao Alamanno, trovandosi lui qui liene habbiamo facto dare in
manu propria et a N. Bracciolini habbiamo subito mandato la sua. Et
perchè le Vostre Magnificentie danno notitia del passare di Carlo Or-
sino et che tra due o tre dì sarebbe qui uno di voi, et ne significhe-
rebbe quello havessi ritracto del passare depso Carlo Orsino, anchor
che qualunque delle M.tie Vostre ci sarebbe sempre gratissimo, non
di meno desiderremo che la sorte ne havessi mandato la M.tia di Mes-
ser Cammillo per qualche buono rispecto. Et se alla ricevuta delle pre-
senti non fusse partito alchuno, ci sarebbe grato assai che la M.tia di

(1) Dovendo il Frulla recarsi in Valdichiaua, dove in quei giorni si trovava
Piero dei Medici con Virginio Orsini, gli era necessario schivare il territorio fioren-
tino, nel quale poteva essere arrestato e per ciò doveva passare per la Valle di Pierle,
a traverso il territorio Perugino, per portarsi in quel di Siena. Nell' andare da Città
di Castello alla Valle di Pierle, passando vicino al Marchesato del Monte, poteva fa-
cilmente cadere nelle mani di quel Marchese.
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.

Messer Cammillo pigliassi questa cura del venire, et menasse in sua
compagnia circa Lx cavalli leggieri, per la cagione che a boccha le
faremo intendere; et non sarebbe questa sua venuta fuori de propositi
nostri: ne anchora intendiamo sia con alchuna vostra spesa | o | danno.
Et per questa cagione vi mandiamo apposta il presente cavallaro, il
quale ha promesso essere costi domattina a buon hora: per il quale
desideriamo risposta delle presenti lettere.

94. (D. r. XLIV. 275). Montevarchi, 1495, Dic. 20. IX.

Pietro Vespucci Commissario.

.. « Questa sera è arrivato Cammillo Vitelli et dalla ex.tia del
Duca [d'Urbino] fu ritenuto a cena. Et, per quanto si sia ritracto daepso,
lui dice venire di costà per conferire alchune chose a V. S. De inde
per pigliare denari per se et per il S.re Virginio et al[tre]jsì per gli
altri sua Orsini: et questo dice affirmative. Et perchè pochi di fa el
prefato Cammillo mandò ad decto Signore Virginio uno suo cancellieri
per intendere di suo animo, el quale nha riportato etiam questa sera,
che arrivò qui pocho doppo lui: epso Signore Virginio al tutto essere
disposto essere soldato della Maestà del Re di Francia, con quelle
conditioni che dal prefato Cammillo V. S. intenderanno: et tutto la
ex.tia del Duca et io giudichiamo essere al proposito di quelle. Et
tanto più quanto detto Cammillo ci ha affermato: che se il S.re Vir-
ginio sopraterrà di non volere partissi a contemplatione di Piero [de
Medici] per essere a damni nostri, lui con tutte sue genti si offere ve-
nire in favore di V. S.: le quali come prudentissime conosceranno non
esserci di minore favore ordinare che il denaio sia pagato a decti Or-
sini più lontano a confini nostri che sia possibile, che il favore offera
epso Cammillo .... ».

90. (D: r. XLIV. 280). 1495, Decem. 20. XXI.

Camillus Vitellus miles (1) et X.mi Regis armorum dux.

De qua dal ponte a Buriano ho scontrato al presente cavallaro

cum le lectare de V. Ex.se S. et inteso quanto le scrivono so remaso

cum Simone de Vespucci che proveda ali alogiamenti a Quarata

(1) Abbiamo visto già a pag. 52 che Cammillo era stato proclamato cavaliere
(miles) di Francia dal Re Carlo alla battaglia del Tago.
288 G. NICASI

dove, domane asera o passo dimane, infallanter siranno 40 balestrieri
acavallo de li mei che cusì ho ordinato: In questo mezo io sarò da
V..ex.se S. et intendarimo quanto sie da fare; a la quale istantissime
miracomando. In itinere prope Pontem Borianum.

96. (D. Imi. XVII. 91). 1495, Dic. 22.

Nerio Capponio.

... Intendiamo a questi di essere venuto in costà battendo Carlo
Orsino, figliolo naturale del Signor Virginio, et come la cagione della
sua venuta | e | per che il Signor Virginio desidera che il Re conduca
a suo soldo, oltre a lui et il Signor Paulo, tucto il resto di casa Orsina,
et che de denari mandati di qua se ne distribuisca, oltre a quelli hanno
havere loro, una parte anchora nel resto della casa ....

97. (D. Imi, XVII. 35). ‘1496, Gennaio 1.

Nerio Capponio.

A di xxvirti serivemo quello ci occorreva per Gonfiotto Cavallaro
spacciato da Mercanti: non havendo di poi tua lettera ci accade signi-
ficarti come Monsignor di Gemel senza havere facto conclusione al-
chuna con il Capitano di Cittadella delle cose nostre per difetto di
decto Capitano, come dice havere per sue lettere dato notitia, che sa-
ranno colla presente, senè venuto quà, dove si truova Messer Cam-
millo Vitelli. Il quale lo ha aspectato più giorni, et hora che | e | giunto,
sollecitando la expeditione del Siguor Virginio Orsino decto di Gemel
afferma non potere satisfare interamente alla domanda, che fa il Signor
Virginio di volere anchora soldo et danari per il Signor Paulo et Si-
gnor Iulio Orsini, per.non havere portato danari se non per il Signor
Virginio solo et per Messer Cammillo. Onde, havendo examinato che
non havendo il Signor Virginio interamente lo inteneto suo potrebbe
facilmente pigliare la volta della Lega (diché a ogni ora instancte-
mente è stimolato) la qual cosa quando sequissi sarebbe interamente
fuori dogni proposito del X.mo re, hanno risoluto mandare il presente
cavallaro costi, per il quale scrivono al Re essere necessario proveghi
anchora a danari per il decto Signor Paulo et Iulio: sanza li quali il
Signor Virginio dimostra non volersi obligare ne condurre, che dicono
che stimano bisognerà. ducati v mila | o | più ....
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 89

98. (D. le. XVII. 43). 1496, Genn. 5. ;

Ser Alexandro Braccio.

Poi che ultimamente vi serivemo habbiamo tre vostre de 23, 27
et 30 del passato, per le quali intendiamo quel medesimo della buona
dispositione di cotesti Magnifici Signori [Baglioni] che per tutte le vo- I
stre lettere ne havete sempre significato: di che ne habbiamo piacere : |
assai et vogliamo di nuovo, in quel modo vi pare, ne ringrasiate ef-
ficacemente le loro Signorie, offerendo, come altre volte vi sé com-
messo, che noi saremo sempre parati et prompti far tucto quello ci sarà
possibile in benefieio di epse et conservatione dello stato loro. È

Circa la provisione delle Ma.tie di Guido et Ridolfo, havendo in- i i
teso il desiderio loro, anchor che siamo in gravissima spesa, pure per |
l’affectione portiamo loro saremo contenti dar loro la provisione di du- . i

liberamente alle loro M.tie et le obligationi se ne faranno ogni volta
piacerà loro .... ».

99. (D. Imi. XVII. 35). 1496, Genn. 14.

Thomasio Capponio.

... Per quanto intendiamo per mezo di Messer Cammillo Vitelli,
il Signor Virginio haveva acceptata la condocta con il Re di Francia
et era rimasto daecordo con Monsignor di Gemel, Commissarlo del Re
di Franeia mandato per questa cosa, il quale lo andhó a truovare sino
Asciano, che il Re li dava 80 mila ducati con condocta di 600 huomini
darme: nella quale condocta il Signor Virginio vuole intervengha il
Signor Iulio et il Signor Paulo Orsino: diche il Commissario del Re
li ha dato intentione et per questo hanno mandato uno cavallaro alla
- Corte perché il Re ne mandi là la Commissione. Et di già per quanto
intendiamo il Signor Virginio ha toccho qualche migliaio di Ducati e
si è levato dove era colle sue gente, et si riduce verso terre di Roma
et Piero de Medici par sia in sua compagnia. Questa notitia ti diamo
nel modo celà faeta intendere Messer Cammillo.

- 100. (D. le. XVII. 66). 1496, Genn. 19.

Camillo Vitellio.

Havendo ricevuto hiarsera l.re dalla Corte et con epse alligate
alehune l.re di V. M.tia et di Messer Francesco da Castello, stimando

2x X:

cati 3000, come altra volta si è fatto : et noi siamo contenti promettiate cc

4.

MÀ AX ow

P x Wf CASTO PI

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290 G. NICASI

farvi cosa grata vele mandiamo per il p.nte Cavall. apposta : et judi-
cando che la V. M. da Ihuomo suo dalla Corte debba havere buona
notitia de progressi delle cose dilà, per questo non vene replichiamo
altro.

Li Oratori nostri per anchora non erano adrivati: aspectanvoli
fra r1 di: doppo la giunta de quali, come haremo loro l.re et vene sia
alehuna delle v.re, vele manderemo subito et vi daremo notitia se in-

tenderemo alchuna cosa di momento. Di Mons.re di Gemel et di Nic-

colo Alamanni non ci sono state alchune l.re, che le haremo subito
mandate.

Di verso Roma intendiamo esservi adviso certo li Franzesi havere
expugnata et havuta la Roeca di San Severino; con tal victoria ani-
mosamente ne venivono alla volta di Sarni : et che le cose de’ Raonesi
erano pure in assai travaglio, per la penuria grande de danari et
dogni altra cosa necessaria: et che larmata Franzese era stata a Por-
terchole et con buon tempo ne era ita alla volta di Gaeta.

Le nostre l.re dalla Corte sono molto asciutte et, dalle spetialtà
nostre infuori, delli progressi delle cose dilà non contenghono cosa
alehuna, che vene haremo dato adviso.

Lodovieo Luti Cittadino senese ci dice havervi mandate alchune
lre venivono dalla Corte, haremo charo dintendere se havessimo ad
fare alehuna cosa: et cosi anchora, se la M. V. intende alchuna cosa
di nuovo o del Signor Virginio [Orsini] o daltre bande, che quella ce
ne dia adviso.

Desiderremo la M. V. per buon rispecti et cagione facessi richie-
dere il S.r Io.ni Savello che il più presto fussi possibile per le obliga-
tioni etc. si dovessi rappresentare al conspecto nostro: et in ciò la
preghiamo usi buona diligentia.

Mandianvi copia di Lra scripta da Roma [da] uno Sanese a uno
Perugino, a fine siate informati et intendiate che juditio si fa, et vi
servite di decta copia in quello vi viene approposito.

TOISSQD-]e. XVII... 78). 1496, Genn. 23.
lacobo Acciaiuolo.

.... Il Signor Virginio si truova in quello di Thodi dove ragunava
et metteva a ordine la sua gente: et lui et Messer Cammillo Vitelli si
dovevano in quello di Perugia adbocchare insieme per consultare della
andata loro nel Reame, tornato fussi uno cavallaro havevono mandato
al Re di Francia.
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 291

102. (D. le. XVII. 78). 1496, Genn. 26.
Oratoribus ad X.mam Maiestatem.

... Messer Cammillo [Vitelli] ci fa intendere si metteva in ordine
et il simile faceva il Signor Virginio per andare insieme nel Reame
et solo aspectavano certo provvedimento di costà [di Francia]. Il quale
come fusse venuto sarebbono subito a cammino.

.... Hiersera venne quì [a Firenze] Vitellozzo [Vitelli] da Castello,
et questa mattina ne ha referito venire alla X.ma Maestà, per ordine
et parere di Messer Cammillo et di Paulo suo fratello, per alehune oc-
correntie et appartenentie loro di costà: vi doverrà visitare, et voi li
farete buona cera, offrendovi per loro fare ogni cosa possibile, ritraen-
dovi con lui et comunicando quello vi paresse, et servendovi dellopera
sua, che non potrà se non giovare a propositi nostri. Hacci riferito
come Paulo suo fratello si era partito con le genti darme per acozarsi
col Signor Virginio, et messer Camillo hiermattina dovea partirsi da
Castello per abboccarsi col Signor Virginio et sollecitare la partita loro
per il Reame, la quale sequirebbe subito venuto certo provvedimento
di costà

103. (D. le. XVII. 94). 1496, Feb. 3.
Ser Alexandro Braccio.

A li di xxv vi serivemo quello ci occorreva: habbiamo di poi due
vostre, una de xix che sono octo di accondursi, haltra de xxv,-et havendo
per epse inteso quello havevi ritracto del Signor Virginio et della ri-
chiesta faeta a cotesti Magnifici Baglioni (1) et la resposta factali per
loro Magnificentie, ne habbiamo havuto piacere intenderle, et ci è stato
il conoscere il continuarsi costì [in Perugia] in quella buona disposi-
tione che voi sempre ne havete significato ....

104. (D. r. XL. 73). Perugia, 1496, Febb. 5.

Alessandro Bracci oratore notifica ai Dieci di Firenze per lettera
che Virginio Orsini Cammillo e Paolo Vitelli « sono partiti da questi

(1) Virginio Orsini aveva richiesto Guido e Rodolfo Baglioni di esser contenti
che Adriano, Carlo e Simonetto Baglioni, loro figli e nepoti, accettassero il soldo da
lui, per seguirlo nel Reame di Napoli in favore dei Francesi.
299 . G. NICASI

confini, et per quanto habbi ritracto questa mattina, sono arrivati alla
Lionessa vieina all'Aquila xx miglia. Ad Acqua Sparta è restato el
Signor Bartholomeo d’Alviano, dove aspecta questi Baglioni e quali
sollecita molto, cioè Adriano, Carlo e Simonetto, che pure andranno,
ma con pochi huomini d’arme, perchè non trovano da fare pure la
metà della Compagnia: ma il Signor Virginio ha scripto loro che si
levino con quelli possono menare, et credo partiranno per tueto do-
mani ».

105. (D. r. XL. 82). . Perugia, 1496, Febb. 9.

Alessandro Braccio oratore scrive ai Dieci che non si sapeva se il
Signor Virginio Orsini si fosse « condocto ad Aquila » ma che però
si ha « per vero che Messer Cammillo [Vitelli] con le sue genti ha
saccheggiato Monteleone, castello della Chiesa tra Spoleto e la Leo-
nessa, per havere denegato passo et vectovaglia. Il Signor Paulo [Vi-
telli], come seripsi per altra, è col Signor Virginio; et dal canto di qua
è restato solamente Bartholomeo d'Alviano, cioè ad Acqua Sparta,
dove aspecta Carlo Baglioni et Adriano e quali debbono essere con lui
per tucto di xi; et Simonetto è ito via et a quest’ hora si stima sia
col Signor Virginio ».

106. (D. le. XVII. 102). 1496, Febb. 10.
Oratoribus ad X.mam Maiestatem.

... Essendosi portati li Sanesi in modo come vi è noto et decla-
ratisi nimici alla X.ma Maestà et alla natione sua, havendone mandato
loratore et Capitan Franzesi et tucti li altri che loro medesimi haveono
richiesti, unendosi con la Lega et tenendo continue pratiche col Re
dei Romani. Onde stimamo che sua Maestà si movessi a commettere
a Messer Cammillo et a Gemel che colle loro genti favorissino et fa-
cessino ogni opera di rimettere li fuori usciti amici di sua Maestà et
nostri in Stena, perlo interesse di sua Maestà et benefitio nostro. Ci
disponemo, poi che Messer Cammillo et Gemel colle loro genti erano
in proeinto insieme colli Orsini di passare nel Reame, per non diffe-
rire landata loro, intendendo essere cosi la mente di sua Maestà, di
prestare qualche favore a decti fuori usciti, et a molti altri cittadini
che sono in Siena ....
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 293

107. (Ds r. XL. 95). Perugia, 1496, Febb. 16.

Alesandro Bracci.

.... Stasera debbono incominciare a comparire una parte della
gente del Marchese di Mantova a Foligno: perchè hieri alloggiorno nel
piano di Gualdo di Nocera, vicino a Foligno miglia x. Costoro [i Ba-
glioni] hanno facto con i Fulignati nuovamente una trieghua per uno
mese, col mezo del Cardinale Burgense, et comprhendo che senza dubio
in questo tempo faranno lo achordo : et ancho gli vegho in f

antasia
di fare qualche intelligentia con la ex.tia del D. dUrbino pel mezo della
S. V. eome quelli che desiderano pacificharsi con vicini.

108.1 (Dp EXTA. Perugia, 1496, Febb. 19.

Alessandro Bracci scrive :

« ... Havere inteso, questa mattina da chi parti dall'Aquila mar-
tedi, come là sono anchora Virginio et Messer Cammillo [Vitelli]; et
Bartolomeo da Alviano vi arrivò sabato passato con Adriano et Car-
letto Baglioni. Hanno fatto gittare una bombarda grossa per operarla
in expugnare Populi, xx miglia di là da l'Aquilà, perché, non havendo
dal canto loro dicto luogo, non possono passare senza pericolo et dif-
ficultà et intendesi è fortissimo et ben munito di tutto quello che é
necessario alla difesa ».

109. (D. le. XVII. 190). 1496, Febb. 21.

D.no Iulio de Vitellis.

Havendoci la Magnificentia di Messer Cammillo nel partir
inter cetera ricordato et richiesto c

e suo
he, di tucto quello noi intendessimo
che fussi di qualehe momento et potessi in alehun modo accennare le
cose vostre o nostre, ne dovessimo dare notitia alla Paternità Vostra,
questo medesimo ricordò anchora Vitellozo, nel partire suo di qui per
Francia: la qualcosa, iudicando anchora noi essere a comune propo-
sito et beneficio, promettemo liberamente di fare. Per questo vi signi-

fichiamo al presente come, intendendo il Marchese di Mantova dover

| passare verso Roma, o per la via della Marcha o di costà, con buon

numero di huomini darme et di Stradiotti, et ‘examinando che nel pas-

sar suo si potrebbe accostare in costà, ci è parso darvene notitia per

28



S PAN

— ==
i Leni NUN, Se PE EE RR

x Menem EST

P rn ar ina

tedio da
294 : G. NICASI

ogni buon rispecto : et così, come di verso Roma intendiamo sub qua-
dam nube, disegnavano mandar costì certo Governatore con qualche
coda di octanta o cento huomini darme. Essendo cosi la V. Pater-
nità ne dovrebbe havere qualche notitia ; il che preghiamo sia con-
tenta signiflearei per il presente cavallaro : et così, se del passare decto
Marchese di Mantova intendessi cosa alchuna o di altre bande, che
fussino di qualehe momento; et non tanto al presente quanto per lo
advenire, havendo notitia di cosa che fussi di qualche importanza, et
che lo intenderlo fussi ‘approposito et nostro et vostro. Iudieando con-
venirsi cosi alla amicitia et affectione portiamo allo stato vostro: et il
simile faremo noi quando accaggia cosa lo meriti. Quando la V. Pa-
ternità intenda cosa alchuna de’ progressi della Magnificentia di Mes-
ser Cammillo et di Paulo, et così di quelle cose del Reame, la pre-
ghiamo di per di ce ne dia notitia; et ce ne farà singularissimo

CRETA

piacere.
110: (Dr. XLVI. 12). Città di Castello, 1496, Febb. 25.
.Iulius de Vitellis.

Ho questa sera lectere de v. ex.se S. de xxr del presente, per le
quali misignifieano la passata del S. Marchese de Mantua cum buon
numero dexercito, et lo accenno hanno preterea per la. via de Roma
dela venuta del nuovo governatore qua cum qualche coda de gente
darme: che tueto mestato carissimo havere inteso: licet per altra via
havesse aviso dela passata del Marchese di Mantua. Regratio infinite
volte v. ex.e ale quali resto obbligatissimo, parendomi faccino loffitio
inverso di Messer Camillo et de noi altri da buoni et veri protectori et
le prego si degnino, intendendo cosa de momento, fare per lavenire el
simile che lo receveremo in gratia singulare.

Semo, per le lettere di Messer Camillo de XVI del presente, avisati
come, insieme cum el Signor Virginio, Signor Paulo Orsini, et Mar-
chese de Betonta, se ne andavano ala volta de Popoli, al quale erano vicini
a xum miglia, o per campegiarlo o per acordarlo, et de li a Teramo,
non havendo altro in contrario dal Vice Re, dal quale aspectavano re-
sposta adi per di; et sobiunge che per quanto fino alhora intendessino,
haveano delimpresa del reame optima speranza: et che lAquila, Ser-
mona, et tuete quelle terre et luochi cireumstanti, erano benissimo edi-
ficati ala fede et devotione del Re Cristianissimo, al quale et la Matrice
et Lionessa sonno novamente tornate, come debbano V. Ex.e havere
inteso. Di nuovo non ho altro: quando intenderó cosa importante al
Pisis

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 295

vostro et nostro interesse, quale reputo a una sorte, la farò sempre
nota a V. Ex.se S. ale quali de continuo mi racomando. Et li racomando
loro il caso deli homini darme da Terranova, di che Messer
due volte me ha, dopo la partita sua, scricto et solecitato.

Havemo preterea che, sino a questa hora, sono passati Mille stra-

diotti et mille fanti et andati per la via de la Marca ad Roma.

Camillo già

111. (D. Imi. XXXIX. 90). 1496, Mar. 15.

Roberto de Filicaria (1).

Hvendo, per questa tua de XIU, inteso come di costà, pel contado
di Castello, si sgombrava nella Città per sospecto delle genti d'arme
del Marchese di Mantova, quali si dicevano passare di là, ei pare che
anchor tu per abbondare in cautela facci fare alli huomini di costi la
medesima provisione; et così ricordi al Vicario di Anghiari facci fare
alli huomini della valle; et oltre acciò che raddoppi et fornisca di
guardie tucte coteste forteze in quel modo ti parrà a sufficientia, pen-
dendo piu tosto in abbondare in maggior sicurtà che in mancho: et so-
pratueto vedi di torre persone et provixionati fedeli sopratueto, et pra-
tichi, et così universalmente attendi à una diligentissima guardia di
cotesta terra, et con maneho demonstratione ti è possibile, non dimo-
strando diffidentia alchuna; ma che tutto quello si fa .sia per loro
magior sicurtà et conservatione. Vedi oltracciò, subito ricevute le pre-
senti, di mandare spie, et più d’ uno, dove si truovi il Marchese colle
sue genti, in modo che hora per hora intenda de progressi loro, et che
via piglino, et ce ne da notitia et similmente a Arezo ad Antonio Co-
migiani: et in questo usa la consueta tua prudentia et diligentia.

Parci, oltracciò che subito ricevute le presenti nostre, mandi qualche
persona discreta a Città di Castello a Messer Iulio, (2) monstrando che,
havendo inteso lo isgombrare del paese loro, desiderresti intendere se
hanno alchun particulare sospecto per il passare del Marchese et delle
sue genti; et offerirti che, in tucto quello potessi operare a loro propo-
sito et beneficio, et per conservatione dello stato loro, che tu hai ampla
commissione di farlo liberamente, quanto per le cose nostre medesime ;
et che tu desideri ti advisi di per di di quello intende de progressi delle

(1) Roberto Filicaia era per i fiorentini Capitano al Borgo S. Sepolcro.
(2) Messer Giulio Vitelli, che in assenza dei fratelli, impegnati nel regno di Na
poli in favore del Re di Francia, dirigeva Città di Castello.

Li ati Perse, Se PA un pe )

a...

o e
296 G. NICASI

dicte genti, et così se altro intendessi di momento : et di quello ritrarrai

ce ne darai notitia.

112. (D. Imi. XXXIX. 89). 1496, Mar. 15.

Antonius de Canisianis.

Ser Alexandro (1) ci scrive da Perugia come quelli Signori et Ba-

glioni, havendo qualche sospecto che il Marchese di Mantova nel pas-

sare colle sue genti per li loro luoghi vicini, a istanza delli loro fuori

usciti, non dessino loro qualche molestia, lo hanno richiesto dobbiamo
commettere alle nostre genti d’ arme che sono di costà (2) che a ogni
loro richiesta debbino cavalchare in loro favore. Noi, essendo ne’ ter-
mini siamo, et conoscendo essere assai approposito nostro il conservarci
lamieitia di decti Perugini, habbiamo risposto a Ser Alexandro haverti
data liberamente tal Commissione, et che, ogni volta che [con] sue lettere
ti significassi o richiedessi che le dette nostre genti di costà cavalchas-
sino promptamente lo farai, et non ci siamo curati di largheggiare et
offrire cosi liberamente per conservarceli quanto ci sia possibile.

Non di meno voliamo anchora havere consideratione a casi et
pericoli nostri: et per questo ci pare che quando Ser Alexandro ti fa-
cessi tal requisitione prima che intendessi che il Marchese di Mantova
colle sue genti non havessi passato et scapolato (sic) il Borgo (3) et
luoghi nostri vicini, puoi, come da te colla tua consueta prudentia, an-
dare differendo la executione, monstrando di kavere qualche dubbio non
alle cose nostre; et che quando noi defendiamo e luoghi nostri
à delle cose loro : et in somma noi vorremmo satisfare

si voltino

ne seque la sicurt
a loro quando si conosca le cose nostre non rimanere in pericolo al-
chuno ; et però adacta la cosa secondo intendi essere di bisogno. Et noi
habbiamo scripto al Cap.no del Borgho che hora per hora ci advisi de
progresi del decto Marchese et sue genti; et subito che intendessi si
accostassino puncto, o voltassinsi alle cose nostre, te ne dia prestissimo

notitia et che attenda a diligentissima guardia di quella terra.

(1) Ser Alessandro Bracci oratore fiorentino a Perugia.
(2) Ossia: verso Arezzo, dove Antonio Conisiani era Capitano e Commissario.
(3) Il Borgo San Sepolcro, ultima delle terre dei fiorentini che il Marchese di
Mantova avrebbe trovato andando per la Valle del Tevere verso Perugia.
DENKT MIBUNNEE SET

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 1:997

113. (D. le. XVII. 167). 1496, Mar. 26.

Ser Alexandro Braccio.

Le gravi occupationi nostre hanno facto differire il rispondere a
due vostre de xvi et xvi, per le quali havendo inteso come cotesti
Magnifici Baglioni restavano contenti alla provisione di rr mila fiorini
come si era loro promesso, ne habbiamo havuto piacere: et ogni volta
che le loro Magnificentie mandino il mandato si darà expeditione alla
cosa nel modo et forma si è sempre ragionato, et a tutto sè concorre
molto volentieri et promptamente, per fare tucta questa Città et popolo
gran fondamento nelle loro Magnificentiae, havendo conosciuto per la
experientia, lo amore et affectione portano a questa Città: diche vera-
mente sono ben cambiate, perche, in qualunche occorrentia, ne trove-
ranno sempre prompti a fare tucto quello ci sarà possibile a proposito
et beneficio dello stato loro. Et di così le potete liberamente accertare.
Circa el desiderio et richiesta factavi la Mag.tia di Guido per la con-
docta di Messer Astorre suo figliuolo, accade significarvi come, inten-
dendosi più [di] fa chel Duca di Urbino teneva pratica, o vero era
stimolato dalla Lega per condursi con loro etc., fummo richiesti da più
luoghi et da diversi per condursi con noi etc., de quali havendo facto
qualche disegno avanti chel Duca publicassi la condocta sua, et inten-
dendo Messer Astorre essere condocto, o per condotto colla Lega, non
pensammo altrimenti alla spetieltà sua. Et così havendo dato intentione
ad altri, et per maggior numero non ci mancha per la partita del Duca,
non veggiamo anchor modo alcuno poter satisfare alla Magnificentia di
Guido. Non di meno verremo examinando et, se ci sia via alchuna,
salva la fede et dignità nostra, poter satisfarlo, lo faremo così volentieri

‘quanto alchunaltra cosa ci occorressi al presente.

114. (D. r. XLVI. 82). Roma, 1496, Marzo 30.

Riccardo Becchi oratore.

« El Marchese di Mantova parti iermattina con circa 80 huomini
d'arme et circa a 200 cavagli legieri fra balestrieri et stradiotti. Gli altri
sua huomini darme vengono assiduamente, che si dice sono 300, et 100
si ha el Conte Filippo de Rossi, 200 se n’ aspetta dal Duca di Candia,
et 120 del Signor di Pesaro, 100 di un figlio del Signor di Camerino,
300 del vostro Duca d’ Urbino, et 80 messer Annibale Bentivoglio. Et
dicesi e 300 del Duca di Urbino resteranno costà alle frontiere vostre
o andranno a danni di cotesti Vitelleschi o di questi Orsini ».
298 G. NICASI

115. (D. r. XL. 180). Perugia, 1496, Marzo 30.

Alessondro Bracci, mandò ai Dieci di Firenze questa

« Copia di capitolo di una lettera che scrive Simonetto, del Ma.co
Ridolfo Baglioni, da Saneto Severo di Puglia a Mons. de Baglioni suo
fratello, a di 26 di Marzo 1496 ».

« Reverende ete. Noi siamo allogati qui in San Severo di Puglia .
et stamo alle frontiere de nemici che sono a Nocera, ove si ritrova
el S. Prospero Colonna con 260 homini d’arme, 1000 cavalli leggeri et
con 700 fanti, tra quali c' è per conestabile el Mancino da Bologna.
Noi stamo dì per dì per fare facto d’arme. Vero è che el Signor Vir-
ginio Ursino venne qui per stare un dì et semo stati, x et venimmo
per assediare li inimici; ma i' me dubito saremo nui li assediati: et
parmi vedere siranno de quelle de Gualdo (1): et però, Monsignore
mio, tenetemi a ordine qnattro delli nostri migliori cavalli acciò me
possate remettere a chavallo, che me pare essere certo siremo rotti,
si altro non vene; et metto la doana (2) per vinta in beneficio del re
Ferrante. Ma non voglio me alleghate se non al nostro Magnifico pa-
tre, al quale non scrivo per brevità de tempo ete. ».

116. (D. r. XLVI. 86). Roma, 1496, Apr. 2.

Riccardo Becchi scrive a Francesco Bechi in Firenze (3) che i po-
tentati della Lega « fanno anchora disegni contro agli Orsini et Vi-
telleschi, ma per hora credo attenderanno solo a Reame et assicurare
Pisa et Siena et tenervi [voi Fiorentini] in briga [acciocchè] non gli
possiate offendere, nè aiutare, o mandare soccorso di vostre genti ne[1]
Reame : fiutano tutti e vostri condoctieri et tutti notano et dicono te-
ner pratiche et dolersi di voi-non gli pagate et non attendete se non
a prediche et a processioni (4) .... ».

(1) Allorché Virginio, volendo rimettere Pirro dei Medici in Firenze, passò con:
le genti per Gualdo assediato dai Perugini, si offrì di espugnarlo lui, promettendo
mari e monti, ma poi non riuscì.

(2) La dogana delle pecore in Puglia che si disputava con l' armi tra i Francesi
e gli Aragonesi.

(3) Riccardo Becchi, oratore fiorentino a Roma, indirizzava a Francesco Becchi
suo fratello (?) tutte le lettere che egli scriveva ai Dieci.

(4) In quell’ epoca Firenze, trascinata dalle prediche di frate Girolamo Savo-
narola, si era data ad esagerate e continue pratiche religiose.
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 299

llf (Dicmi XELVI:::95), Roma, 1496, Apr. 5.

Riccardo Becchi.

H « ... Sua Maestà [Ferdinando] si truova a Benevento co’ Fran-
È cesi intorno, a cinque miglia, signori della campagnia, et secondo
serive al Signor Virginio [Orsini], che si truova in Poglia a San Se-
vero, etiam vadia el Marchese di Mantova et tutte queste gente hanno
contocto, non sono per partirsi un passo in drieto o manchare dal-
chuno loro disegno, et dice che la dogana non mancherà loro. E Vi-
telleschl sono convicini a Virginio, el Principe di Salerno c’è facto
innanzi al Marchese di Mantova verso San Germano per impedirlo se
potrà .... ».

118. (D. r. XLVI. 107). Roma, 1496, Apr. 11.
Riccardo Becchi.

.... Lhuomo qui [in Roma] del Duca di Urbino non ha ancora
hauto un quatrino, etiam solleciti sera e matina et sia sollecitato dal
Signor Duca, quasi già dolendosi. Et commectegli faccia qui certi ca-
vagli leggieri, subito ha hauto danari; e quali in verità costoro [il
Papa e gli altri potentati della Lega] sborsano molto mal volentieri.
Dandogli danari si stima lo terranno di costà, o a danni vostri et Vi-

quà a danni di qnesti Orsini, che assai ne dubitano.
119. (D. le. XVII. 186). 1496, Apr. 12.
D.no Camillo Vitellio.
Qual sia la fede, observantia et devotione di tucta la nostra Città

ej popolo verso/la X.ma Maestà et tucta la nation Franzese crediamo
essere noto a molti, ma maximamente alla M.tia Vostra, la quale nelle

È pratiche et tractamenti li sono occorsi fare con noi crediamo assai
Bn manifestamente lhabbi conoseiuto. Et per questa cagione et per essere

EM anchor certlssimi che la V. M.tia porta amore et affectione a nostri
Cittadini et Mercanti, confidentemente la ricchieggiamo che vogli efficace-
e: mente raccomandare a Monsignor lo Bagli di Petri, Vice-Re de Abruzi,
E uno caso di questa natura; videlicet : che trovandosi Pierphilippo Pan-
dolfini et Baldassarri Brunetti nostri collegi nel Magistrato, et certi altri

» AE

NECS ME NAS

telleschi verso il Borgo et Castello, o verso Cortona : altri dicono verrà

4. 300 : G. NICASI

nostri Cittadini Fiorentini et Mercanti, più robe ct mercantie in Na-
poli, in mano di Bernardo dAgnolo nostro Fiorentino, ministro et fac-
tore di decti Pierphilippo et Baldassarri; le quali robe et mercantie
epso Bernardo, dubitando che, restando in Napoli, non fussino tolte
ad instantia del Re di Napoli, et per trarle di perieolo et luogho so-
specto, le fe condurre in Sermona, come in luogo sicuro et a devotione
della X.ma Maestà, et consegnarle in mano di Paulo di Sanità et di
Bartholomeo di Gregorio, huomini et mercanti di decto luogho, per se-
guirne lordine et volontà de’ sopradecti Pierphilippo et Baldassarre,
come loro proprie robe et mercantie: indicando che in decto luogho et
in mano de sopradecti fussino più sicure et salve che a Napoli in
mano de Raonesi. Et essendo di poi successo che tucto lo Abruzo è
pervenuto alla devotione del X.mo Re, parse a Pierphilippo et Baldas-
sarri predecti mandare Bernardo, figliolo di epso Baldassarri, a Sor-
mona per condurre diete robe et mercantie allAquila. Le quali es-
sendoli state già consegnate et factale charicare et essendo già fuori
di Sormona alla via dellAquila, furono ritenute, per ordine et in-
stantia di Messer Lione Governatore et Luogotenente di epso Vice
Re, in Sormona ; et le fece condurre a Ricentio, suo Castello 11 miglia
lontano da Sermona. La qual cosa intendeudosi qui ha dato grandis-
sima admiratione, et dispiacere a tucta la Città et popolo, parendo che
a meriti et portamenti nostri si convenga altra ricompensa che di es-
sere tractati li nostri Mercanti nel modo è sequito.

Et perchè sappiamo la V. M. havere buon mezo et credito con il

prefato Vice Re, la preghiamo aoperi strectamenti con la S. S.ria sia

contenta commettere subito al decto M. Lione, che debbi restituire et
liberare le decte robe et lasciarne expeditamente andarle alloro cam-
mino, come robe de nostri cittadini et Mercanti Fiorentini, amicissimi
et devotissimi della X.ma Maestà. In che, oltre al far cosa grata et
conveniente alla X.ma Maestà, a noi ne farà singularissimo piacere :
la intercessione della M. V. ci sarà gratissima, come sono state sempre
tucto le altre vostre opere a: beneficificio nostro.

120. (D. r. XLVI. 167). Perugia, 1496, Apr. 28.

Alessandro Bracci.

-. Vi sono lettere del Reame de xviur che, volendo Fabritio
Colonna unirse col Re con la sua compagnia et con 600 alamanni a
Foggia, le gente di Mompensieri li attraversarono la via et honnogli
dato una rotta, et che degli alamanni sono campati pochi ....

dun
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 301

121: (Diani XLVII. 34). Colonese, 1996, Mag. 3.

Camillus et Paulus Vitelli X.mi Regis Maiestatis armorum duces.

Ricevute subito questa mattina le lettere di V. S. di xir del pas-
sato incomendatione delle robbe di Pierphilippo Pandolfini, Baldassare
Brunecti, et altri cittadini et mercanti, subito, come quelli che semo
desiderosissimi di compiacere in ogni cosa possibile ad le S. V. et
fare cosa che a quelle sia grata, cie ne andama dal Bali de Vieri, Vice
re d'Apruzzo, faciendoli intendere quanto V. S. cie scrivonó, pregan-
dolo con ogni efficacia et con quelle migliori ragioni, et parole ne oc-

corsono, chel fusse contento farle immantinente restituire. Quale cie.

respuose, chel Governatore Messer Leone le haveva prese, perche ha-
veva di buon luogo inteso, et ne era certo, chellerano di huomini et
mercanti venetiani; et il prefato Monsignore Bali ha lettere dalAquila
che sono di citadini Aquilani. Et questa mactina, intendendo lo seri-
vere delle S. V., si maravigliò grandemente di tanta varietà. Risol-
vendosi finalmente con epso noi, che, quando V. S. lo facessino bene
chiaro chelle diete robe fussino di loro mercanti, era contento ad ogni
modo farle restituire senza alchuno danno, et in questo mezo, ordi-
naria, et così ha facto, al dieto Leone, che per niente ne pigli partito

.0 deliberaetione alehuna ; anzi le tenga guardate in modo, non se ne

diminuisca punto. Bisogna hora che le S. V. pensino di farlo intalma-
niera chiaro che non li habbino ad restare alcuno serupolo in la mente,
et sesti vacuo el tucto de questo dubio, et senza manco lefaremo, come
è decto restituire sino a un puntale di stringa: non essendo mancato,
che nol eredemo, de le promesse. ;

Altro al presente non ce occorre che raccomandarce et offererce
sempre ad V. p.te S. Quae diu bene valeant.

Ex felicibus castris cristianissimi Franciae e Siciliarum Regis
prope Colion (1).

122. (D. le. XVII. 217). 1496, Mag. 5.
Ser Alexandro Braccio.

Lo amore et affectione singulare che portiamo a cotesti M.ci Ba-

glioni ha operato tanto in noi, non obstante la spesa grandissima nella

quale ei troviamo, che volentieri siamo concorsi alla condocta di Mes-

(1) Goloniese o Coglionese.

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n odii

zy

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ERI ro geni

delie diari
3 ONERE G. NICASI

ser Astore nel modo che qui siamo stati daccordo con Philippo Cencio
che tre di fa ritornò ; et è la condocta in questa forma: con xxr huo-
mini darme, sanza la persona sua, intra quali possa tenere xx bale-
strieri a cavallo in luogo di x huomini darme, et con 1200 ducati di
provisione, computata la lancia sua, et per uno anno fermo et uno a
beneplacito .... Aspectiamo hora la ratificazione di Messer Astore ; et
che si mecta ad ordine con la sua compagnia il più presto li sia pos-
sibile per seguire quanto li sarà commesso ....

123. (D. r. XLVII. 149). Roma, 1496, Mag. 13.

Riccardus de Becchis.

Venerdì mattina in una praticha che vi si trovò el Papa, Asca-
nio. Perugia e gli Oratori della Lega, essendoci già la nuova come e
Francesi havevono havuto la dogana, l’ oratore di Spagna molto alta-
mente si dolse et. de Vinitiani, et del Duca di Milano che così fredda-
mente si portassino cieca al soccorso de’ Reame, quasi protestando loro
che, se fra tanto tempo non tenevano altri modi in aiutare el Re Fer-
rando, el Re di Spagnia piglerebbe partito. In modo deliberorono che
el Duca d’ Urbino andassi alla volta de Reame; così e 200 homini
d'arme del Duca di Condia che saronno qui fra 8 di, che è toruato
oggi Messer Luigi Becchetti che andò per condurgli; così e cento del
Signor di Pesaro, che partirono più gorni sono et furono cirea a 60
huomini d’ arme, et stamani parti el fratello del Marchese di Man-
tova .... Et ecci lettere del Signor Virginio et di Monsignor di Bom-
pensero fra pochi giorni andronno a vedere Napoli, chè hanno preso
animo et di quella oecisione degli 800 Svizzeri et della Dogana .

124. (D. le. XVII. 227). 1496, Mag. 16.
Camillo et Paulo de Vitellis.

Havendo inteso, per le vostre lettere de ri, la opera che le V. M.tie
hanno facto appresso il Vice Re di Abruzi, per la recuperatione delle
robe appartenenti a dua del numero del nostro Magistrato, ve ne rin-
gratiamo maximamente, parendoci habbiate ridocta la cosa in buon
termine. Et perchè, secondo lo scrivere vostro, il Vice Re di Abruzi
predetto vi havea fatta questa conclusione che, provandosi chiaramente
le robe essere de Fiorentini, sarebbono subitamente restituite ; a questo
vi rispondiamo che per via di Sermona et della Aquila si è facto benis-
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 303

simo intendere a Messer Lione, Luogo tenente a Sermona, come dicte
robe sono schiettamente. et interamente de Fiorentini, et appartenenti a
Pierphilippo et Baldassarri Brunetti, nostri collegi, et cosi di nuovo biso-
gnando se li farà manifestamente toechar con mano, anchor che decto
Luogotenente ne sia benissimo informato. Et, aecioché le V. M. diano
intera perfectione a questa cosa, le preghiamo facciate instantia col decto
Vice Re, et maxime trovandosi in Abruzi, come stimiamo, che com-
metta al dicto Luogo tenente che liberamente restituisca tuete le decte
robe al figliuolo di decto Baldassarri Brunetti, o a qualunque suo man-
dato che le domandasse, quando bene le V. M.tie dovessino far fede
et promettere decte robe essere certamente di Fiorentini, come sono ;
chè stimiamo alla relazione et fede vostra epso Vice Re debba rima-
nere contento. Et però vi preghiamo con questo mezo et per ogni altra
via possibile aoperiate che le decte robe sieno restituite. Et, ad maior
cautela et certificatione et verità di questa cosa, si sono facti exami-
nare più testimoni et scripture, et di tucto finalmente il M.co Tex.re
del X.mo Re di Francia, Nicholas Alamanni, et a lui si sono consegnate
decte scripture, le quali manda alla S. del Vice Re con sua lettera, per
le quali testifica la verità che decte robe sono di ehi sopra vi si dice.

195. (D. ri XLVII. 181). Perugia, 1496, Maz. 16. ur.
Alexander Braccius.

Roberto Tei è venuto qui a giornate, di cavallari, mandato da Gio-
vampaolo alla Magnificentia di Ridolfo, per causa di questo suo accresci-
mento del quale quando si faeci perle S.V. qualche buona deliberatione
et che sia con qualche sotisfactione di Giovampaolo, le V. S. possono poi
tenere per cosa certissima che di questo stato [di Perugia] non biso-
gna habbino più da pensare ; perchè, assettato Giovampaolo secondo il
ragionevole, che altrimenti non debbe volere, ogni cosa resta poi ferma
e stabilita : et hanno et questi due giovani Messer Astorre et Giampaolo,
et li padri loro con tucte lo stato,in termini da poterne disporne abso-
lutamente in ogni loro bisogno et occorrentia: né potrebbono haverne
due maggiori pegni ; et credo che delle opere loro le S. V. si terranno
ogni di più satisfatti ....

126. (D. r. XLVII. 170). : Roma, 1496, Mag. 16.
Riccardus de Becchis.

... Haranno inteso V. S. come e Franciosi a questi di presono
Coglionessa che é un castello al' ultimo dell'Abruzo di 600, o, 700 fuo-
904. 13 G. NICASI
chi et di grande importanza che havendovi piantato le artiglierie si
dectono a pacti, et, entrando e Franciosi nel piglare degli allogamenti
quelli della Terra cominciorono affare tumulto et amazorno parechi Fran -
zesi in modo, entrorono e Svizeri et amazorono tutti quelli della Terra.
in sino a uno, et messono tutto a saccho che era richissimo. Dicesi etiam
el Marchese di Mantova haveria preso non so che castella et era a
campo a Castellione: et in somma si conclude et tiensi per certo che e
Ragonesi si mectono insieme per uscire alla compagnia et omnino
faranno facti d'arme. Et dicesi el Procuratore de' Vinitiani n' ha hauto
commissione et che ci acconsentano ; el Re è necessitato per non mo-

‘rire di thisico ....

127. (D. r. XLVII. 208). Perugia, 1496, Mag. 18.

Alexander Braccius.

A di XVI scripsi alle S. V. et mandai copia di una lettera che
serive il Marchese di Bitonto al Car.le Gurgense, acciochè le S. V. inten-
dessino che Franciosi nel Reame haveano qualche difficultà. Hieri sera
arrivorono qui tre Perugini, huomini darme di quelli Baglioni che sono
in campo mandati solo perchè diano particulare raguaglio viva voce a
questi Signori delle cose del campo Frazese. Dicono, intercetera, la inau-
dita erudeltà usata da Svizeri nella presa di Coglionese, dove hanno
morto piü che 1500 persone, etli piecholi fanciulli tucti hanno sgozati
et due, e quali erano fuggiti in su uno altare, ingulorono quivi: uno
de quali, così morto, miracolosamente stiè în piè circa sei hore: et, poi
che hebbono saccheggiata tueta la terra, riservorono solamente le donne
et fanciulli più formose a uso della loro libidine ; et con le mani et
col volto tinte del sangue de poveri christiani si posono a mangiare.
Non fu rimedio potere salvare quella misera terra dal furore di quelli
Barbari, se bene quelli primi capi de Franciosi et Italiani ne feciono
il possibile, non senza loro pericolo, adeo che, se il Signor Paulo Orsino
non si gittaha dalle mura, era tagliato a pezi, come è intervenuto a
uno nipote del Signore Virginio. A Carletto Baglioni fu menato alla
testa con una mannaia et a pena si salvò con destreza. Questa tanta
sceleratezza ha molto inviliti li soldati Italiani che sono con Franceosi,
in modo che di già se è partito el S.re Troiano Savello et sene parte
delli altri, et Simonetto manda a dire a Ridolfo [Baglioni], suo padre
che per niente vi vuole restare più, et che se lo aspecti fra pochi dì.
A questo se adiunge penuria grande della victuaria, et il non havere
mai toeco danari poi furono nel Reame, et lo essere privati di speranza
-

di haverne a questi tempi; perché il Signore Virginio [Orsini] ultima-
mente ha faeto intendere loro che non vede modo possino havere un
grosso a questo pezo, et in su questo ha decto che non é per obstare
a chi vogli pigliare partito; et dicti tre huomini darme non vogliano
più tornarvi.

Della Doana dicono che la migliore et maggior parte, id est li
due terzi, buonamente sono de Raonesi, et che la parte che ne è
torea alli Franzesi é ita quasi tutta per mala via; affermando che per
essere stati una volta circa rr di senza pane hanno facto carnaggio

di cirea xL mila castrati et beuto acqua; et che essendo hora spacciata .

la Doana et, trovandosi in grandissima strecteza del victo et in luoghi
pericolosi, sono constrecti levarsi; et che quelli Capitani Franzesi erano
in proposito andare alla volta di Napoli, o di Capua per la più diricta :
se non che el Signor Virginio ha mostro essere partito pericoloso et
persuade loro sia piü sicuro condursi in Terra di Lavoro, et finalmente
concludono dieti huomini darme el Campo dei Franciosi havere com-
minciato a declinare et diminuire ogni di et non ne fanno molto buono
indicio, se soccorso non viene; maxime perchè li adversari hanno preso
animo sebene insino a hora al Re Ferrando si è contenuto dallo azuf-
farsi. Dicono che lascióro el campo dei Franciosi a Coglionese....

128. (D. ‘le. XVII. 232). 1496, mag. 21.
Ser Alexandro Braccio.

Restaci a far risposta alla vostra de di xvi; et quanto alla parte
dello accrescimento si domanda per Giovampaulo [Baglioni] di che
scrivete caldamente, et ne ha scripto anchora cotesti M.ci S.ri Dieci
[di Perugia] et la M.tia di Ridolfo [Baglioni], et due suoi Cancellieri
ne hanno facto qui [in Firenze] la medesìma requisitione, noi per an-
chora non habbiamo faeta alchuna resdutione: dallun canto ci strigne
di compiacere alle loro M.tie, da altra banda la spesa nella quale ci
troviamo ci necessita andar rattenutamente. Pure vedremo trovare
qualche expediente, se modo alchuno ci sia, anchora. [che] ci ricordi
havervi altre. volte seripto che consentendo alla condocta di Messer
Astore, dubitavamo di non essere richiesti di augumento per Giovan-
paulo, et che havendo noi consentito alla provisione et alle due con-
docte, et promptamente et volentieri, ci pareva per hora haver sati-
sfacto. se non interamente al desiderio nostro, almeno a quella parte
che per hora sopporta le facultà nostre.

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 305
306 i G. NICASI

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129 (D. le. XVII.:236). 1496, Mag. 27.
Ser Alexandro Braccio.

... Per satisfare al desiderio di cotesti Magnifici Signori Dieci
[di Perugia] et Mag.ci Baglioni habbiamo accresciuto alla condocta di
Gio-Paulo [Baglioni] xv huomini darme, et lhabbiamo facto volentieri,
parendoci molto bene collocare ogni piacere alle loro M.tie: il che
siamo danimo fare anchora più cumulatamente, quando le cose nostre
saranno alquanto più respirate etc.

180. (D. r. XLVII. 322). Roma, 1496, Mag. 31, III.
Riccardus de Becchis.

E -Franciosi hanno preso Fenezano apiceno et molte ca-
stelle et truovensi a Ponte Fenochio presso a Benevento a 3 miglia et
non hanno lassato indrieto nulla. E Ragonesi sono proximi a 4.0 5
miglia; et qui si tiene per certo che habbino affare facti darme et non
aspecteranno nè ’1 Duca di Urbino, né la gente del Duca di Candia,
che sono forzati e Ragonesi, e male è havere affare con desperati ; et
poi evenctus belli dubius. Iddio lassi seguire el meglio. Le lettere de
Monsignor di Buon Pensero, di Virginio et Camillo [Vitelli] sono molto
gagliarde. Et in verità intendo sono bella gente, grande obedientia, et
buono ordine et magiore animo che sono cose tutte fanno alla victoria ....

131. (D. r. XLVIII. 154). Roma, 1496, Giug. 6.
Riccardus de Becchis.

... Dicesi che lunedi mattina doveva partire el Duca di Urbino
per passare per lAbruzo nel Reame, che porta pericolo essere svaligiato
[perché] intendo el Signor Julio Orsino è ito con le genti sua verso
Ascoli et lAquila in favore de’ Francesi, per impedire o fare impedire
dagli Ascolani el passo a decto Duca. Et pure passassi si stima non
farà a tempo: in modo son proximi e' campi che si dice el campo
del Re [Ferrando] essere a Padule, et quello dei Francesi proximi a 3
miglia, et ogni hora ci potrebbe essere nuova si fussino apichati ....
Affermasi pure Camillo Vitelli essere morto di quella percossa.
Sa

LA FAMIGLIA: VITELLI, ECC. 307

132. D. le. XVIII. 1). 1406, Giung. 8.

D.no Julio Vitellio.

Questa mattina havemo lettere dalli nostri Oratori dalla Corte
(di Francia]:con le quali erano le alligate a Vostra Signoria, etce le
hanno molto raccomandate che le habbiate bene et presto. Et per es-
sere noi desiderosi gratificarne in ogni cosa, ci è parso, a satisfactione
della S. V. et non mancho nostra, mandarvele per il presente nostro
cavallaro opposta, a fine che, importando espse lettere, nen vorremo
quella ne patissi incommodità : pregandola che, qnando per epse in-
tendessi cosa alehuna di momennto a beneficio nostro, non le paia
grave darcene notitia. Et perchè noi intendiamo chel Duca di Urbino
era per levarsi et andare dove era stato comandato, et cosi alchuni
altri de quali non sappiamo così appunto dove si habbino a voltare,
et desiderremo che la S. V. per il benefltio comune et nostro, quella,
come è solita in tutte le cose, singegni investigare et spiare a che volta
sieno mossi, et così dogni altra che conoscessi fussi approposito lo
haversi a notitia, de tucto non le paia fatica, come confidiamo, darcene
subito adviso et di così la preghiamo strectamente. Et li presenti
tempi ci fanno pigliar sicurtà in la S. V. che, quando la intenda cosa
alchuna a benefitio nostro, desideriamo maximemente intenderlo da
quella.

Scrivendo habbiamo havuto, per mano di Messer Cherubino dal
Borgno, lettere di V. S. a Vitellozo alla Corte, quale omnino mande-
remo domani sotto lettere de nostri Oratori, et così quelle al Signor
Carlo [Orsini].

183. (D. r. XLVIII. 90). Homa, 1946, Giun. 8,

Riccardus de Becchis,

.... I Franciosi erano a campo a Cercelle et volevano dare la bat-
taglia: feronsi innanzi ii Ragonesi et inpedirono in modo se ne sono

levati, et ritiratisi verso Marchi (?) et, nel acostarsi per dare la batta-
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glia a Cercelle, Camillo Vitelli fu ferito nella testa da una pietra in
modo si dice essersi morto, et che le genti sue, o parte, senerano ite nel
campo del Re ....

134. (D. Imi. XLIV. 20). 1496, Giug. 8.

I Dieci scrivono ad Alessandro Bracci, oratore a Perugia.

... avere notizie di Francia « come la expedictione del venire in

Italia si affrecta mirabilmente » e che i francesi si preparavono a fare.

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« uno sforzo si grande che pare chosa stupenda a udirlo et a questa
hora el Duca d'Orleans debbe essere partito con mille lancie per in
Asti, et drieto a lui vengono gente assai a piè et a cavallo con più di
quelli Signori et capi principali. Di danari hanno eumulato quantità
grande et vectuaglie se inviano et l'armata é in proxima expeditione.
Della caldezza del X.mo Re tanto alla impresa, quanto al volere bene-
ficare questa Repubblica sua sorella, non bisogna parlarne, ché pare
non habbi altro nè in pecto nè in boccha .... ».

135. (D. r. XLVIII. 244). Perugia, 1496, Giug. 9.

Alessandro Bracci.

.... Qui è venuto hoggi un fante a posta mandato da Paolo Vi-
telli con lo adviso della morte di Messer Camillo; de che qui hanno
preso dispiacere grandissimo parendo loro, rispecto che era genero a
Rodolfo Baglioni, questo stato habbi facto perdita non pichola ....

136. (D. r. XLVIII. 145). Perugia, 1496, Giug. 11.

Alessandro Bracci.

Hiersera ci furono lettere da Simonetto Baglioni all’ Arci-
prete suo fratello (1) contenente li advisi che vedranno le S. V. per
l’ inclusa copia. Adriano, figliuolo di Guido [Baglioni], scrive al mede-
simo, e più dice che della salute di Messer Camillo Vitelli non fa molto
buono iudicio, et che stiè due giorni senza parlare et come alloppiato,
et che al S. Paulo Orsino da uno passatoie è stata guasta la mano
dirieta et dubitasi non ne resti impedito.

137. (D. r. XLVIII. 262). Roma, 1498, Giug. 14.

Riccardus de Becchis.

Scrissi a V. S. l'ultima agli xr del presente: questa solo per ha-
vere inteso da Monsignor Reverendissimo di Portogallo, el quale è stato
oggi con la Santità di N. S. et hagli mostro una lettera de Re Fer-
rando de x, come el campo de Franciosi s’ era tirato indrieto, e Svizeri

(1) Troilo, figlio di Rodolfo Baglioni e fratello di Simonetto, era arciprete della
Cattedrale di Perugia.

VASI
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. - 309

ritractosi incerte castelle quivi proxime per la fame, et qualche italiano
partitosi per la mala compagnia facevano loro quei Svizeri al dividere
le prede et vectovaglie che monstra habbino grandissima carestia di
vectovaglie, et subiunge el Re: domactina ciacosteremo loro a meno
dun miglio et speriamo riportar la desiderata vittoria... : pare che el
principe di Ricignano si sia ritirato a certe sue terre... : si stima per
mala contentezza co’ Franciosi et maxime con quei Svizeri, et non solo
si dice di lui, ma, di tutti gl’ Italiani che nel dividere le prede et vecto-
vaglie sono soprafacti da dieti Svizzeri, et dicesi che qualche compa-
gnia di fanteria Italiana per questa cagione se ne era ita nel campo
da Ragonesi.... La morte di Camillo Vitelli s' aferma et è vera: haveva
universale buona gratia et fama di valente huomo, quanto pochi altri
Italiani fussino nel Campo dei Franciosi.... Dua giorni sono ci furono
nuove, et questa è la verità, come, tornando per l' Abruzo Gratiano di
Guerra con la dogana, fu assaltato nel piano di Fremona dal Conte di
Celano et dal Conte di Popoli con ben 8000 cerne et qualche 300 ca-
valli, et da decto Gratiano furono rocti et frachassati, et mortone ben
da 500: et trovavansi molte fanterie degli Aquilani in favore del dicto
Gratiano, con le quali uniti insieme, si sono facti forti a certi passi et
con alegreza aspectano el Duca di Urbino, che bisognerà facci pensiero
passare per altra via. El Papa ieri gli scrisse brevi, et potrebbe essere
che per questa rotta l'advisassi venissi di qua, o facessi altra via che
per l'Abruzo. Sonci lettere si truovava [il Duca di Urbino] giovedì a
Iesi, et dicevono le lettere sarebbe quivi intorno qualche dì. Tutto per
adviso. Raccomandovi a voi.

138. (D. r. XLIX. 13. Perugia, 1496, Giug. 16.

Alexander Braccius.

... Qui è venuto stamani Messer Hieromino da Castello, Imbascia-
tore di quella Comunità, et, dopo la doglianza facta della morte di
M. Camillo Vitelli, ha exposto come, essendo Castellani minacciati etiam
prima che succedesse questo accidente di M. Camillo, hora sono mi-
nacciati molto più; et dubitano assai del Duca di Urbino: perchè do-
vendo partirsi del paese et andare alla volta di Ascholi per unirsi con
li Ragonesi che molestano in Abruzi lo Stato del Marchese di Bitonto,
che la sua S.ria ha in decta provincia, et dovendo insino adi xi di

questo retrovarsi con tucta la compagnia nel piano di Iesi, dove di già

era stato provisto per riceverlo, al presente la ex.tia sua non fa alcuna
demonstratione di levarsi; anche ha facto caricare artiglierie grosse in

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310 G. NICASI

su carri et così fa delle altre provisioni di natura da potere ragione-
volmente dubitare che non habbi ordine di voltarsi a quella Città, se
bene per qualchuno si dica che habbi a voltarsi alle cose della S. V.
et per questa cagione dieto Messer Hieromino chiede a costoro parere.
Et ricercha qual favore possi sperare quella Comunità da questo Reg-
gimento, quando el prefato Duca si voltasse loro adosso : tuctavolta
affermando che dognaltra cosa si confortano di potersi difendere excepto
che delle vectuvaglie. Questi Signori hanno mandato per Guido a Spello,
et per Ridolfo a Cannara, perche ci sieno domactina, parendo loro questà
cosa di non pocho momento allo stato loro, quando Castello si rivol-
tasse: et a me hanno facto intendere questa cosa, giudicando che non
importi mancho alle S. V. Preterea hanno lettere da Messer Pietro
Paolo Imb.re loro a Roma de xmn, le quali fanno mentione di questo
umore di Castello, et confortono costoro al dovere stare desti et vigi-
lanti alle cose loro; et intercetera dice dicto Messer Pietro Paolo el Papa
essere da qualche giorno in quà facto molto gagliardo et tumido, et che
gli pare havere in mano la victoria del Re Ferrando contro alli Fran-
zesi, et la aspecta indubitatamente in hora: et ha cominciato a dire che
farà mirabilia et mectarà ghoverno in piu duno luogho, monstrando
epso Messer Pietro Paulo che, in questa generalità di parole, vogli com-
prehendere et Perugia et Castello in primis; subiungendo che contro
alla Città nostra è pessimamente disposto. Queste con danno qualche
perturbatione alli animi di costoro et tanto più per intendere er Re
Ferrando andare ogni giorno acquistando miglior fortuna, et la Legha
mettere innanzi lo Imperadore et molte altre provisioni, che si dicono
per ritenere la passata dei Franciosi. Hannomi decto vogliono aspectare
Guido et Ridolfo et poi, communicato consilio, farmi noto quello che
occorra loro da significarmi. Io in questo mezo ho voluto di tucto dare
notitia alle S. V. Alle quali humilmente mi raccomando.

199: (Drs XDIX. 35). Perugia, 1496, Giug. 17.

Alexander Braccius.

.... Hiersera dapoi a nocte, vennono Guido et Ridolfo, et stamani,
per essere dieto Ridolfo occupato in visitationi, le quali gli sonno facte
da tucta questa Città per la morte di Messer Camillo suo genero, non
possono questi gentilhuomini essere insieme per la cagione scripsi hieri;,
deverranno farlo hoggi: et facendomi intendere altro, ne darò notitia.
allen Vani
. LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 811
140 (Dor. XEIX. 75); Roma, 1496, Giug. 18.
Riccardo Becchi.

* ... El Signor Girolamo Totavilla più giorni venne qui .... et
sollecita al Cappello [da Cardinale] per fratello del Marchese di Mantova,
che non gli mancherebbe quando queste cose del Reame andassino
prospere.

La morte di Camillo Vitelli, et qualche discordia dei Svizzeri con
gli Italiani, ha dato qualche disturbo et fatto pigliare animo a Rago-
nesi in modo .... Re Ferrando scrive al Signor Girolamo Totavilla,
come, volendo a 14 [giugno] andare a trovare e Franciosi, intesono gli
alloggiamenti ardere, et Franciosi essere partiti verso Arrianno, che in-
tendo sia terra grossa et forte et montana .... Ma speravano .... andare
loro dricto et seguitarli, chè fuggivano, et riportare la vittoria .... ».
141. (S. min. pe. XIII. 102). 1496, Giugn. 20.

Reverendo Domino Iulio de Vitellis prothonotario apostolico.

Lo spectabile Messer Francesco Feriani, oratore di cotesta Magni-
fica Comunità, ne ha esposto il mesto et doloroso caso della morte del
quondam Magnifico Messer Cammillo, fratello di V. Paternità, del quale
veramente habbiamo preso tanto dispiacere et molestia, quanto di cosa
che al presente potessi acchadere; perchè, oltre alle egregie virtù, l’o-
ptimo judicio, l’experientia sua et la grandissima expectatione gene-
ralmente si haveva di sua M.tia, lo haver noi in particulare perso quello
in chi havamo grandissima fede et.optima opinione, aggrava assai la
molestia et dispiacere nostro. Nondimeno, poichè cosi è piaciuto allo
Altissimo Iddio, è atto di prudente accordarsi alla volontà sua, et ma-
xime nelle cose dove non è alcuno rimedio.

Per questo confortiamo la Paternita vostra a disporsi di soppor-
tare si acerbo caso prudentemente et patientemente confortandosi, come
etiam ne confortamo noi, che rimanendo la Paternità vostra, Pagolo
et Vitellozo veri successori delle virtù et laude fraterne, si debba spe-
rare che, mediante la prudentia et buone opere vostre et loro, si deb-
bano resarcire et ricompensare la perdita facta, quantunque gravissima.

Et perchè noi abbiamo sempre portato et partiamo singulare amore
et affectione in generale a tucta la Città vostra, et in particulare alla
vostra Mag.ca Casa, offeriamo liberamente et promptamente ogni no-
stra facultà essere sempre disposta et parata a qualunque commodo
312 G. NICASI |

et beneficio concernente la conservatione dello stato vostro, come etiam
a boecha habbiamo facto intendere al prefato Spectabile Messer Fran-
cesco per doverlo riferire alla Paternità vostra.

142. (S. min. pe. XIII. 103). 1496, Giug. 20.
Magnificis Prioribus Populi Civitatis Castelli,

Non sanza gravissimo dispiacere et molestia nostra habbiamo in-
teso quello che lo Spectabile Messer Francesco Feriani, oratore di V. S.,
ne ha exposto, dello acerbissimo et doloroso caso della morte del quon-
dam Magnifico Messer Camillo, il quale universalmente è dispiaciuto
assai ad tueta la Città, nostra per lo amore et affectione singulare li
portavamo mediante le sue egregie virtù et la benevolentia ha sempre
dimostre, insieme con li altri suoi, verso la Città nostra. Et, benchè la
perdita sia gravissima, nondimeno restando di lui lo Reverendo Messer
Iulio et li altri Suoi Mag.ci fratelli, successori non meno delle virtù
fraterne che dei beni temporali, le S. V. debbono comportare patien-
temente tale iactura, et confortarsi sperando il medesimo patrocinio et
favore nella prudentia et buon consiglio de’ predetti. Mag.ci Fratelli.
Et noi, per l’afectione et benivolentia singulare habbiamo sempre ha-
vuto et habbiamo con le S. V. et con la Magnifica Casa de Vitelli, sa-
reno sempre prompti et disposti, in tutte quelle cose che riguardino la
conservatione et bene del vostro Stato, affare quanto faressimo per la
defentione et conservatione della libertà nostra. Et in questa medesima
sententia habbiamo risposto allo Spectabile Messer Francesco predetto
per doverlo a boccha referire alle S. V.

143. (D. r. XLIX. 122). Roma, 1496, Giug. 21.
Riccardo Becchi.

« .... Ci sono lettere de Re Ferranndo come il campo de’ Franzesi
sera portato da Riano verso Giesualdo, et da Giesualdo verso Rempsa;
‘et scrive il Re haver preso Giesualdo, la terra et la rocha, et messo
tueto a saccho, et persequitangli et sperano in pochi dì rompergli et
fracassargli. Et come el Signor Virginio [Orsini], cavalcando in sur una
mula, et dubitando de' inimici, volle smontàre della mula per montare
uno cavallo, caschò et àssi ropto una spalla. Questo caso del Signor Vir-
ginio non é per lettera del Re, ma dicesi vi sono altre lettere ... ».
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.

144. (D. r. XLIX. 252). Roma, 1496, Giug. 28.
Riccardo Becchi.

.... Cisono nuove, et questa è la verità, e’ Franciosi haver messo
a saccho ’na terra che si chiama Atella di più di 800 fuochi et ric-
chissime, che è suto più utile che dare loro una buona prestanza, et
fra gli Italiani et Franciosi pacificamente diviso la preda. Parmi sia
proxima: a 6 miglia a Venosa, dove si riduchino et sono per stare quivi
sicuramente qualche tempo, insino venga soccorso per mare o per terra.

145. (D. r. L. 6). | Roma, 1496, Lug. 6.

Riccardo Becchi scrive correre voce alla corte del Papa « e francesi
essere mezzo assediati in Atella et quel Consalvo Fer.es, che è venuto
di Calavria, havere tolto loro v mulina et non essere restato loro se
non dua

El Duca d’Urbino è anchora al principio dello Abruzo, et truovasi
intorno a Campi; ma stimasi n’ harà poco honore; nè è per potersi
unire col campo del Re Ferrando per tueto questo mese .... ».

146. (D. r. L. 63). Roma, 1496, Lug. 25.
Riccardo Becchi.

« Qui [a Roma] è lettere de 21 del presente, et de Re Ferrando,
et del Procuratore de Vinitiani, d’un tenore. Et perchè, per le loro de
xvni havevono scripto essere stato a parlamento con tre del campo
dei Franciosi, uno pe’ Svizzeri, et uno per questi Italiani, che fu el
Signor Bartolomeo d’Alviano, et havere concluso dovessino tornare el
di sequente con resolutione; et così scrivono e sopradicti tre essere
tornati eon tre altri fra quali v'era Messer Agnolo da Tivoli, et in
somma concluso l'acordo: primo, quod, datis hinc inde obsidibus et
cautionibus, si levino le offese per xxx giorni: et interim e Francesi
possino mandare a advisare el X.mo del successo. Et non venendo
soccorso fra questi xxx di, s'intendino arenduti a Re Ferr.o et siano
obligati restituire tutte le terre et forteze sono in potere et regimento
di Monsignore di Monpensero. Item che possino et debbino tornarsene

in Francia, salvo la roba et le persone, per mare o per terra come.

vorranno. Item che gli Baroni che havevono stato inanzi la venuta de
Re di Fraucia, ritornino a loro stati et in gratia de Re, et sia loro

NE XA

a a PRI,
314 G. NICASI

perdonato. Item che, correndo i dieti xxx giorni, e Franciosi non si
possino partire di Atella; ma che e Re Ferrando sia tenuto dare loro,
di per di, vestovaglie per loro danari. Et dicono le lettere così essersi
concluso per quel di: ma, perchè sopravenne la sera et l’ora era tarda,
non furono per la sera stipulati e capitoli; ma che il di seguente si
seriverebbono et stipulerebbono, et di tucto apieno si darebbe no-
iila svoi (1) ». gi

147. (D. Imi. XLV. 46) 1496, Ag. 4. .. T"

Vicario Anghlaris.

Per essersi ritrovati li infrascritti huomini in compagnia di alehuni
da Città di Castello a danneggiare el Conte Bernardino da Chetignano
et Monna Giovanna di Nicolo Rondinelli con torle grani et altre robe,
et per giudicare noi lo errore loro essere enorme et degno di puni-
tione vogliamo et imponianti, che alla ricevuta di questa, tu facci co-
mandamento a Bernardino et Philippo dal Vina, a Gregorio della
Nanna et a Luca di Cerbino, tucti di Caprese, et ancora a quelli di Ba-
turchio di decto luogo, a Salutio di Sancti di Ghoro da Salutio et a
Berto suo figliuolo, che infra termine di tre dí proximi dal dí del co-
mandamento farai loro, ciaschuno di epsi personalmente debba compa- E
rire dinanzi al nostro officio, sotto la pena di rebellione et confiscatione
di tutti li beni loro. Et perchè il grano che è suto levato alla decta |
Monna Giovana é suto messo in potere di Bernardino di Antonio da
Promanio, factore de Vitelleschi in Chetignano, vogliamo che anchora È
a lui facci fare el soprascripto comandamento et sotto la detta pena,
aggiuntovi che ritenga decto grano ad instantia del nostro Officio et
quello facci conservare. Exequirai con diligentia questa nostra commis-
sione dandoci notitia del seguito.

148. (D. r. 4. 137). Città di Castello, (1496) Ag. 7.

Iulius de Vitellis.
Resto avisato per lettere di v. Ex.e S. de irri del presente de le querele

exposte per el conte Berardino da Chetignano et per Madonna Giovanna,
sua suocera, alle quali farò alcune repliche per iustificazione mia, et

(1) Il medesimo Becchi in altra lettera 7 agosto 1496 (ibidem, pag. 32) conferma
l'accordo tra Francesi ed Aragonesi e le modalità dei capitoli sopra riportati.
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 315

per fare capace V. Ex.tie de la verità, da la quale io non deviarò
come hanno facto loro: che cum loro obietioni cercono indebitamente
darme carico. Li homini quali ho mandati a Chitignano, non hebbero
commissione da me di fare villania, ne offendere ala persona di Berar-
dino, che non hebbi mai tale intentione: si io lhavessi hauta non me-
sirieno mancati mezi et luoco et tempo da posserlo fare: ma li man-
dai solum per fare li recolti de mei benefitii, quali Berardino et Ber-
nardo minacciavano omni di levarme; et cusi hanno metuto et battuto
et reporti li grani in Chitignano. Et a questo partito io sono venuto
cohacto et necessitato per non preiudicare cum mio danno -ale mie ra-
gioni quali mi persuado siano efficacissime, come altre volte ho facto
intendere a cotesta ex.a S.a, a Signori Octo de balia, et a predecessori
de v. ex.tie, et offerto volermi remectere alaragione: et cusi di nuovo
replico et quando le ex.tie V. ne vogliono essere iudici, ex nunc io
sono contentissimo: quando le paresse che se ne facesse remissione
in nel vicario del vescovo, o d'Arezo, o de Cortona o daltri prelati
che in fine io non ho a suspetto nissuno, da hora io restarò contento.

El despiacere che si propone esser facto a vostri huomini a Faeta,
la expulsione del prete, et la candermatione in x ducati contro de
quelli che hauno obedito vostri officiali, quando Vostre Ex.tie verranno
ivestigando, troveranno che le sonno tutte favole. È ben vero che
lofficiale nostro ha condennati alcuni peressere stati inobedienti alui
et questo ha facto ex officio.

Et ha comandato alavoratari che defructi de mei beneficii non
respondino ad altri che ad me; dordine et commissione mia, et non
mi pare per questo meritare reprensione. Io mi posso bene dolere
che Berardino da Promano sia stato da Bernardo Rondinelli et da al-
cuni altri assaltato et ferito malamente; ma se V. Ex.tie intendessino
che per questo caso io me resentisse non si maraveglino. Non mi
acade perquesta dire altro si non racomandarmi a V. Ex.tie et recor-
darli li sono vero servitore.

La M.tia di Pavolantonio Soderini se retrova in Arezo: si a le
ex.tie V. pare che la differentia del beneficio se remecta in la M. Sua,
essendo infacto, so parato a farlo: et non voglio altri iudici che, o
le S. V. o chi pare ad quelle: ale quali iterum mi racomando.

149. (D. r. L. 268).

Riccardus de Becchis. x

Roma, 1496, Ag. 23.

.... Crediatemi questi Orsini e lprefecto portano grandissimo
pericolo, che (il papa) monstra malissimo animo contra di loro, et, se el
Re di Francia non viene, gli spaccerà.
316 G. NICASI

Ancora non sono imbarchati Bompensieri nè Virginio, et per
molti si stima non partiranno. Parmi intendere diano la colpa che Bom-
pensiero non attiene quello haveva promesso di fare rendere a Re molte
terre dicono essere in potere suo, che non sono; et così confortare
gli altri e quali non volendo accordarsi col Re Ferr.o lo imputano a
decto Monsignore di Bonpensiero. Basta che se ne fa mal judictio.

Et, quod peius est, el Sig. Giovanni Giordano essendosi condocto con
circa a 200 huomini darme et 200 balestrieri di qua dalla Pescara quasi
in luogo sicuro, glie bisognato tornare a Re Ferr.o et ha lasciato la sua
gente a discretione della gente del Duca d’Urbino, che si trovare quivi,
et haveagli sicurati et lassati passare et facto rendere loro e cariaggi
gli aveano tolto quegli di Lanciano, et svaligiati ben 50 huomini di
arme di quei Baglioni. Di poi havendo el Duca d’Urbino lettere dal Re
Ferr.o confortassi dicto Giovanni Giordano ritornare a sua Maestà et.
che gli promectessi tornassi liberamente che saria cagione di gran bene
et conseguirebbene utile et honore; decto Giovanni Giordano con 18
cavagli tornò et truovasi in Napoli. El Duca durbino, partito che fu
dicto Giovanni Giordano, svaligió e deeti 200 huomini darme et 100 ba-
lestrieri, che vi si trovava el Signor Bartolomeo dAviano, el figliolo del
Signor Pagolo Orsino. Et scrive qui dieto duca dUrbino havere sva-
ligiato decte genti per commissione di Sua Beatitudine, et dato agli
huomini darme un cavallo da sacchomanni et un paro di speroni et
lassatoli andare.

Decto Bartolomeo da Viano tornava verso Napoli per acconciarsi
con Re volendogli restituire larme e cavagli. Et intendo il Signor Gio-
vanni Giordano scrive qui a’ sua stiano di buona voglia che la Maestà
del Re gli fa honore et vedelo volentieri. Et el Signor suo padre sta
bene et é sicuro partire a suo beneplacito et che le cose loro passe-
ranno meglio molti non stimono. Serive la M.ta del Re havere potuto
havere la forteza di Salerno a pacti et che non là voluta, sperando
haverla a diseretione sua fra pochi giorni .... Non credo cosi de facili
el Signor Virginio si parti a sua posta e ne anche Mon. di Bonpensiero
el Signor Giovanni Giordano, che sono in grandissimo pericolo et non é
verisimile observino cosa abbino loro promesso, che se ne veggono e
saggi, et tristo chi perde o capita male.

150. (D. Imi. XLVI. 106). 1496, Ag. 30.
Paulantonio Soderino Capitaneo Aretiü.

Intra il Reverendo Prothonotaro Messer Julio Vitelli da una parte,
et Monna Giovanna de Rondinelli da l’altra, è certa differentia per ca-
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. SIT

gione di alehuni beni e quali Messer Julio dice appartenersi alla chiesa
di San Bartolomeo di Faeta, suo beneficio come lui afferma, come par-
ticularmente ti sarà facto intendere dalle parte, et per ciaschuna di epse
s'è usato de termini ragionevoli ed ordinarii. Il perchè, desiderando
che alli nostri cittadini non sia usata molestia, et havendo li Magnifici
Vitelli per buoni amici, non vogliamo siano trattati fuora de termini ra-
gionevoli.

Et essendo li beni della contesa nella tua jurisditione et cogno-
scendoti prudentissimo, di comune consenso delle parti, le quali vo-
gliono rimettersi al iudicio tuo, ti commettiamo et confortiemo che tu
facci ogni cosa per posare le decte parte per la via dello aechordo o,
non potendo, per la via della ragione: provedendo che la remissione
si facci per via valida et in modo che bisognandoti giudicare iuridi-
camente, o per via di concordia, el iudicio tuo sia valido. Piaceracci
che tu compongha decta differentia per levare et noi et le parti da tedio
et molestia.

151. (D. Imi. XLVI. 106). 1496, ag. 30.

Pa: Amt.o Soderino.

* . .
E certa differentia infra e Vitelli et il Conte Bernardino da Chi-
tignano, la quale desideriamo molto si compongha .... Et per che il

- Conte Bernardino teme che Messer Gulio Vitelli da certi, quali ti farà

noto, non li facci fare offesa, voliamo, principalmente per le vie et
mezzi ti occorreranno, facci opera decto Conte possa stare et andare
sicuramente et sanza timore di havere in parte alchuna ad essere offeso.
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DELLE AMOROSE POESIE

DI

CAPOLEONE GUELFUCCI

Se l'argomento delle poesie amorose di Capoleone Guelfucci
di Città di Castello, letterato di molto grido nello scorcio del se-
colo decimosesto, per essere del tutto finora ignote, non si atte-
nesse in qualche modo alla storia della cultura dell’ Umbria, non
converrebbe forse di renderne conto in questo Bullettino. Me ne
porge l’occasione, del tutto fortuita, una lettera d’una signorina
di Firenze, la quale intende di studiare la vita e gli seritti di
Francesco Redi, e che sapendo che nella biblioteca di Arezzo esi-
stono varî autografi di lui, e tra questi un codice che contiene
molte poesie amorose, per la massima parte inedite, è venuta in
Arezzo per consultarlo. Ma l’ esame di esse ha insinuato in lei
il dubbio, che non gli spettino, e quindi il sig. Ubaldo Pasqui
abbia commesso un grave errore nel produrre alla luce una scelta
di quei sonetti (circa quaranta) ascrivendoli senza peritanza a
Francesco Redi. (1) Fu egli probabilmente ingannato dalla somi-
glianza della scrittura alla rediana, e non avvertì altri indizi, che
gli potevano dileguare la fallace parvenza. Ora con lettera ella
m' interroga, che cosa ne pensi: ed io che poco innanzi avevo
bene osservato il manoscritto, le ho risposto che i suoi dubbi
erano fondati, per non essere il Redi l'autore delle poesie, ma
uno eh'era morto assai prima ch’ egli nascesse.

Premetto una breve descrizione del codice, segnato di n. 179
nel catalago dei manoscritti della biblioteca d’ Arezzo, e perchè

x

ignoto l’autore reca il titolo di Anonimo: è cartaceo in quarto

(1) Sonetti amorosi di Francesco Redi, editi da UBALDO PasQuI per nozze Fal-
ciai-Dini. Arezzo, 1837, in 89, di pag. 40.

ame ta

—À—— gi oa
G.

F. GAMURRINI
piccolo e legato in pelle: la sua scrittura si può assegnare tra il
cinque e il seicento, ma forse meglio alla prima metà di questo.
Non lo direi autografo, chè non vi si scorgono pentimenti o cor-
rezioni, ma piuttosto una bona copia, forse destinata alla stampa.
Le prime otto carte non furono numerate, ma spettano ad un altro
codice consimile, e contengono sette sonetti amorosi, il primo de’
quali comincia:

Verde tronco arsi, e dall'ardore, ond' io
Sette e sette anni feci stipula al vento,
Serba il cenere ancor tepido e lento
Alte faville dell' incendio mio.

Dopo questi sonetti succede la numerazioue originale delle carte
dall’1 al 184. Quindi si compie coll’indice notando in ordine al-
fabetico il primo verso di ogni poesia, colla quale tutta amorosa
s'immisehia alcuna sacra. Dalla carta 59 alla 92 sono trascritte
68 ottave « sopra il primo Misterio del santissimo Rosario » delle

x

quali questo è il principio :

Quindici rose in triplicato giro
Di color bianche, porporine e gialle
Ho di tessere in rima un tal desiro,
Che ad ogni altro mi fan volger le spalle.

L'ultima carta (184) ha il sonetto che termina colle terzine :

Pioggia d’ occhi non è che purghi e cangi
L'alma, se a piè del tuo celeste Amore
Il erin non spieghi e l'alabastro frangi.

Il pianto al mesto è quale al frutto il fiore,
Nobil Turina, e inutilmente piangi,
S'hai la man parca a così largo umore.

Tale il codice, onde è da scoprire chi sia il poeta e l’ amata
e di che natura l'amore: ma riguardo a questo ben si deduce dal
primo sonetto (a c. 1), che giova riferire per intero :
DELLE AMOROSE POESIE, ECC.

Se queste rime, ond’io piansi e cantai
Per sì bella cagion, ch'il pregio e il vanto
Hebbisd' un casto amor, d'un desir santo,
Ond' alta Donna alteramente amai.

Servi d’onesto amor, voi, se giamai
Saran dei vostri honor degnate tanto,

Del vario stile, in ch'io sospiro e canto,
Rimembrando talor le gioie e i guai,

Dite, questi arse, e se il suo dolce male
Non tacque, fu, perchè ferito core
Piaga non cela di celeste strale.

Fu profonda la piaga, e dell’ ardore
Fu l'incendio infinito, e forse eguale,
Perchè fu santo, arse in due petti amore.

Non è dubbio, che i sonetti, le odi e i madrigali sono dedi-
cati alla nobile Francesca Turina Bufalini. Il nome di lei qua e
là emerge, e facilmente integro si compone e si manifesta. Son.
di; Co 14:

Francesca il tanto affaticar che vale?
Non è vita la vita, è sogno e frale .
Di morte imago.

E nel son. a e. 14:
Nè più saggia di voi, nè più pudica,
Francesca, e di sembiante e di bei lumi,
Di voi, più vaga e di real costumi,
O d'honor degna e di pietade amica.

Son. a c. 42:

« Che non vieni, o Turina, ecco i pastori. »

Che fosse la famiglia di lei la illustre Bufalini di Città di Ca-
stello, si rileva dai seguenti versi. Son. a e. 47:

Buffalina gentil, nel cui splendore
L'alma nudriseo omai per lunga usanza,
Intento solo a procurarti onore.

LN z

Ed
c

E G. F. GAMURRINI

Fu Francesca Turina consorte a Giulio primo Bufalini, e come
nobilissima di prosapia così encomiata per l'ingegno poetico e la
pietà religiosa. « Era figliola di Cammilla dei conti di Carpegna
e di Giovanni da Turino capitano di gran grido. Questa signora
fu donna di gran valore, non solo nel governo e maneggi dome-
stici, ma ancora in poesia, avendo messo alla stampa libri di
qualche considerazione: e di questa n’ ebbe (Giulio) pure due fi-
gliuoli che furono Giulio, Ottavio, e Cammilla maritata a Fabio
figliolo di marchese Carlo del Monte S. Maria » (1). Giulio Bufa-
lini conte di S. Giustino, condottiero assai valoroso, per essere
orbato dei figli delle due prime consorti, sebbene d’assai inol-
trato in età, tolse per terza la Turina, che dopo pochi anni (nel 1583
lasciò vedova. D'allora essa visse nel compianto e desiderio di lui,
che espresse in delicati sonetti, e si dedicò all’ educazione dei figli
ed alla cura della casa e del ricco censo: nè per ciò rifuggì dai
ben condotti studi, anzi come mossa da religiosa’ pietà compose.
delle poesie sopra i misteri del Rosario, le quali furono per sua
‘cura edite in Roma nel 1595 e dedicate al pontefice Clemente ot-
tavo. Restano nel ricco archivio Bufalini altre sue poesie auto-
grafe (2), che per onore di lei, ed aggiungerei della letteratura.
italiana di quel tempo, sarebbe dicevole il non dimenticare. Che
se non perviene all’ elevatezza di Vittoria Colonna, stimo però
‘che sia degna di partecipare al coro delle migliori muse italiane,
come a me pare ne faccia fede questo sonetto:

Ahi! quante volte per temprar mia doglia,
L'ore del dì menava entro al giardino,
A l'ombra d'un abete o pur d' un pino,
Ineidendo il mio duol ne la lor spoglia.

Ed or d'un antro ombroso in su la soglia
Con questo e con quel garrulo augellino
Gareggiava, che udia cantar vicino,

E tenero scherzar tra foglia e foglia.'

(1) GAMURRINI EUG., Istoria genealogica delle famiglie Toscane ed Umbre, vol. II
(1671), pag. 196.

(2) MAZZATINTI, GU archivi della storia d’ Italia, vol. IV, pag. 43, n. 58, 185:
« Poesie di Francesca Turina Bufalini e di varie a lei ».
DELLE AMOROSE POESIA, ECC.

Ed or ne l' acque cristalline e belle
Lavando il volto e il sen prendea diletto,
E poscia specchio mi facea di quelle,

Or mi ornava di fior le chiome e il petto,
E così di fortuna le procelle
Temprai rivolta a più tranquillo affetto.

Lasciò pure inedito un poema intitolato Florio, che lo storico
mons. Muzi dice perduto (1), e fu lodato dai contemporanei così che
se ne attendeva la stampa. Ma invece suppongo fondatamente che
ancora sussista, e sia quel poema in ottava rima d’ argomento epico
che vien designato come autografo e del secolo decimosesto nel
l'eleneo dell’ archivio Bufalini, proprio nella busta, la quale segue
quella delle poesie di Francesca Turina. (2). Oggi il suo libro ad
onore del Rosario è divenuto introvabile, e altrettanto e forse più
l’altro di poesie liriche stampate in Città di Castello nel 1628.
Una pieeola scelta di sue poesie fra edite ed inedite venne fatta e
pubblicata nel 1846 in occassione delle nozze del marchese Filippo
Bufalini, di eui non ho veduto che un solo esemplare (3). Ebbe ella
un earteggio nutrito con i grandi personaggi, che si serba nel detto
archivio, dove si notano ben dodiei lettere a lei del card. Maza-
rino del 1632: da che si rileva la molta estimazione che godeva,
e come le piacesse tenere alto l’ onore della famiglia. La quale
corrispondenza va dal 1570 al 1633 e.deve contenere un materiale
storico di qualche importanza per il suo tempo. Dimorava in Città
di Castello, dove Giulio Bufalini aveva edificato ma non compiuto
un palazzo magnifico, ma sembra più di sovente nella splendida
villa vicino al paese di S. Giustino, la quale si ammira tuttora
nella forma di quell'età classica. Non molto lunge di qui l' amo-
roso poeta aveva pure la sua casa di campagna, se seguiamo quel
che dice nel sonetto a c. 55:

(1) Muz1 GIov., Memorie civili di Città di Castello, vol. II, pag. 188. « Sgrazia-
tamente perduto più non esiste ».

(2) MAZZATINTI, Op. cit., IV, pag. 58, busta 155 b. Poco costerà il verificare.

(3 Saggio di sonetti sacri e profani di Francesca Turina contessa di Stipi-
nigi, offerto. all’illustre suo discendente signor marchese Filippo Bufalini di Città di
Castello nel giorno 29 agosto 1846, in cui si sposa colla signora contessa Virginia
Orlandini da Firenze, già principessa Pallavicini.

M Lh

Aem auem i 326 G. F. GAMURRINI

Da questa humil finestra, onde l’ altero
Vostro di San Giustin superbo tetto
. Scorgo...

Nè più oltre si addice l’ indugiare nel render palese chi egli
fosse, il quale in poesie per stile abbastanza elette va dispiegando
l’ affetto suo verso Francesca Turina e lamenta il suo male, e ta-
lora eon forti immagini solleva i sospiri a Dio, come nel sonetto
per la morte di Cristo:

Tremò la terra e al mar turbati e rossi
Corsero i fiumi, e l’aria orrida e oscura
Divenne, e il foco la sua luce pura
Di vapor tinse nebulosi e grossi.

Tra le nebbie d’averno il sol celossi,
Perdé la luna il moto e la figura,

Negro il manto vesti l' alma natura,
E le stelle cadero e il ciel fermossi.

Muggir gli abissi, urtarsi in ogni canto
Le pietre e i monti, allor ch' el mio Signore
Ne la croce per me salse e morio.

A spettacol si fier morte e dolore
Minacciò l' universo, e tu cor mio
Misero ancor non ti risolvi al pianto?

E ricordando alla donna amata quel triste giorno le scrive:

Bufalina gentil che fai, che pensi,

In questo giorno lacrimoso e santo,
Come il eanto col duol, col duolo il pianto
Ne la morte di Dio tempri e dispensi ?

Fu egli senza fallo Capoleone Guelfucei di Città di Castello,
nato nel 1541 (1), il quale negli ultimi anni di sua vita si diede
à comporre un poema eroieo in onore ed esaltazione dei quindici
Misteri del Rosario con altrettanti canti. Il qual poema, sebbene
non avesse ottenuto dall'autore l'ultima mano, fu dai suoi figli
dato alle stampe in Venezia l'anno 1600, in quarto, pochi mesi

(1) Ne ha tessuto l'elogio il can. Giulio Mancini (1820) rimasto inedito. Lo sto-
rico Muzi ne parla a lungo, Memorie civili di Città di Castello (vol. II, pag. 183-190)
e nota le sue relazioni letterarie con Francesca Turina. -

i
pron

Ici

DELLE AMOROSE POESIE, ECC. 327

dopo la sua morte. Lo si accolse in Italia con grande favore, chè
in brevissimo tempo ne uscirono quattro edizioni in Venezia, e an-
che altre se ne contano dell’ Italia superiore, sebbene divenute assai
rare. L’Iacobilli nell’ annoverare il Guelfucci come poeta eruditis-
simo scrive rispetto al Rosario (1): «Quod ‘opus sublimitate sensuum,
stylo, maiestate et. pietate emicat: inter sui corporis cruciatus, ut
vix se movere possit, seripsit. Edidit hymnos italice in laudem
sanetorum omnium et vitam S. Margaritae Tiphernatis et alia. »
Il Crescimbeni (2) poi riporta la curiosa opinione di Adriano Politi
che nell' ultima delle sue lettere lo preferiva a Dante, e sia detto
con buona pace sua: che se qualche ottava si nuò chiamar bella, il
poema sta ben lunge dalla Divina Commedia, per quel poco che ne
ho letto. Nondimeno questo serve a farei conoscere, quale alta
stima abbia egli goduto presso i contemporanei. Non ho. potuto
vedere gli altri due libri ricordati dall’ Iacobilli, e dubito che non
ne sia rimasto più un solo esemplare. Tocca oggi in specie alle bi-
blioteche locali a provvedere a tale dispersione, ognuna di loro
pensando a raccogliere nel paese suo: e facciano presto, se vo-
gliono salvare le opere minori della letteratura italiana e della
neo-latina, delle quali’ pure si ebbero egregi cultori, chè molti li-
bri oggi più non si trovano. Del poema del Rosario recherò la
prima ottava, che basta a far luce sul nostro argomento :

Quindici rose in triplicato giro
Io ce canterò, che d’ amoroso zelo
Ornar le tempie e nel bel sen fioriro
De la ‘gran madre del Signor del cielo :
Se per gloria di lei, mentr'io vi aspiro,
E di Febo al favor tutto mi celo,
Ella che può col suo favor sovrano
Mova a tanto lavor l’alma e la mano.

Ove si scorge che questa redazione è d' assai migliore e anche
posteriore a quella del codice aretino, di cui ho dato il saggio dei
primi versi. Il quale canto sopra il primo mistero, eccettuato il
primo verso, fu del tutto ripreso, come apparisce dallo stampato:

(1) IACOBILLI, Scriptores Umbriae, Fulginei, 1658, pag. 81.
(2) Commentari della volgar poesia, vol. IV, pag. 114.

ea ^

s
328 G. F. GAMURRINI

anzi aveva egli dedicato l’intero poema alla Francesca Turina,
‘ dedica fatta nella terza ottava, che quindi egli soppresse:

Francesca, voi che a spiritale inchiostro
Svegliaste il senso mio pigro e terreno,
Di sì bei fiori invece d'oro e d' ostro
Lo stile ornando e il bel pudico seno:
Mentre all' ombra colgo io del favor vostro,
Humile agricoltor di campo ameno,
Queste ghirlande. e ne pavento c spero,
Favorite l' ardir del mio pensiero.

E per ciò manifesto che l’idea prima del sacro argomento gli

fu ispirata dalla Bufalini, la quale per prima emetteva alla luce
?
‘le sue rime spirituali, e in specie glorifieando il Rosario: delle
? o

quali e di altre, che per ora non conosciamo, forse rispondenti a
quell’amore che di lei egli sentiva, un sonetto fa alti elogi con
accoglienze festive :

Rime di bianca fe’, rime beate,
Rime di casto e di cortese amore,
Rime degli occhi miei luce e del core,
Che tanto incendio mio refrigerate.

Rime a bearmi eternamente nate,
Di riverenza degne e d’ogni honore,
Ben sarei già di questa vita fuore,

Se non che, rime, voi vita mi date. »

E qua e là ripete le medesime lodi in vario stile. E giacchè
quanto andava componendo faceva rivedere al Guelfucci, questi va
lusingandola onde prosegua il sacro lavoro:

Queste ghirlande quattro,

Che la tua man compose

Di sempiterne rose,

Portano il nome tuo da Tile a Battro :
Ma se il gentil lavoro,

Che face all’ aureo crin pompa e decoro
Della madre di Dio,
Seguir vorrai con puro affetto e pio,
Piccola fia compensa |

Del tuo merto divin la terra immensa.
DELLE AMOROSE POESIE, ECC. 329

Si potrebbe dubitare che la Turina non aspirasse molto al
poetico alloro, a eórre ii quale non bastano la cultura e 1’ ingegno
se non vi si accompagnano la fatica e la volontà costante. Ella si
stancava nel poderoso tema, ed intenta agli interessi della casa
e all’ educazione della famiglia, indugiava nel comporre, onde il
Guelfucci, a cui per il suo affetto parevano quelle rime più belle
di quel che forse non fossero, se ne doleva e convenevolmente la
incitava scrivendo (a c. 31):

Dunque cura mortal d' argento e d'oro
Che il volgo sciocco solo ama ed apprezza,
In voi seppellirá quella ricchezza,

Che vi promette il trionfale alloro?

O grata a Febo, o grata al sacro coro,
Non vi torea dal ver falsa vaghezza,
Donna in Parnaso, tra le Muse avvezza,
Non spregiate dal ciel tanto tesoro.

Le ricchezze e gli agi della famiglia Bufalini e i propri nella
fine del cinquecento, e le parentele cospicue e ancor più le rela-
zioni conducevano Francesca a quella vita signorile, sostenuta
con dignità, e non privata di qualche spasso e di conforto, spe-
cie quando trovavasi in villa: molto più che oltre della poesia si
dilettava di sposare allo strumento (probabilmente il cembalo) la
sua lodata voce, come apprendiamo dai seguenti versi del Guelfucci
(256.53);

Muover sovente il pié soave e lento
Per l'erba del giardin fiorita e cara,
Or la fronte specchiar più che il sol chiara
Della Vertola vostra al puro argento :
E:gli occhi al cielo e il crin spargere al vento,
A cui fatto ho del cor vittima ed ara,
E la voce accordar celeste e rara
Al suon di quello angelico istrumento. »

Da quanto nelle rime si ripete, si deve credere ch’ ella fosse
bella, di chioma bionda, ma alquanto di età matura. Da un abile
artista ne fu fatto il ritratto, che ignoro se in casa Bufalini an-
cora sussista, e del quale si ha questo ricordo (a c. 115):

4

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330 G. F. GAMURRINI

Di dotta mano e in nobil tela impresse
Il più vago, il più vivo e il più bel volto.

Una volta, non si conosce il perchè, la di lei tranquilla vita
fu turbata, ehe nulla meno pare che fosse ferita di stile nella spalla
destra e avvinta con un laccio, se daremo fede a questi versi:

Lo stile e il laccio che vi punse e strinse
L'homero destro, ond’io ricevo vita,
Benchè di leggerissima ferita,
Forse quel vi segnò, questo vi cinse

Di lieve nodo : ahi! che non lieve avvinse
Terror quest’ alma, alla vostr' alma unita,
Che il sangue, onde a versar trovò l’ uscita,
Voi di vermiglio a me di morte tinse.

Era Ottavio il figlio maggiore di Francesca, datogli quel nome

dal padre in ricordo di quell’ Ottavio, avuto dalla prima moglie,

e che molto si distinse in guerra e morì combattendo in Francia
alla testa di una compagnia di lance, condottavi a sue spese nel-
l’anno 1569. La madre vedovata di Giulio poneva in lui tutto
l’ affetto e le speranze, e ne fa testimonianza in un suo sonetto,
che incomincia:
Oggi Ottavio, il mio dolce pargoletto,

Chiude due lustri, onde a ragion degg’io

Grazie di un tanto don rendere a Dio,

Ch’ ei scema il duol del vedovil mio letto.

Ed il Guelfucci ricorda in una breve ode, come il bambino
fosse stato percosso di nascosto nel capo, da che prende motivo
di augurare, che non venga da meno del primo Ottavio (a. e. 57):

Ottavio pargoletto,

Innocente angioletto,

Qual empio cor fu oso,

Che percosse la bella,

Invido e di nascoso,

Tua chioma pargoletta e tenerella?

Ed in altra strofe:

Sarai cortese e savio
. Non men del primo Ottavio.
DELLE AMOROSE POESIE, ECC. 831

x

Ebbe ancora, come di sopra si è accennato, la Turina un al-
tro figlio Giulio, che nacque postumo ritenendo il nome del padre.
Percorre eon molta lode la carriera delle armi nella. prima metà
del seicento, come si legge nell'ab. Gamurrini, che ne nota i so-
stenuti uffici. In un sonetto del Guelfucci, mancante delle terzine,
si lamenta, come da bambino fosse assalito da grave malattia:

Giulio languisce, ohimé! nuovo Narciso......
Quasi un tenero fior di paradiso

Di Sirio al fiato tenebroso e fello

Langue di febbre, e langue ancor con ello
La gioia, il canto, l’allegrezza e il riso.

Il poeta non nasconde alla sua amata l'età provetta, ed il
male che lo andava consumando, onde era costretto di starsene
quasi sempre in letto travagliato dai dolori: male, che gli soprag-
giunse verso il 1570 e non lo lasciò più fino alla sua morte av-
venuta nei primi di febbraio del 1600. Ebbe pèrò delle tregue da
poter varie volte disimpegnare pubblici incarichi, come ragio-
nando di lui fa rilevare il Muzi, correggendo così l’ esagerata as-
serzione del figlio inserita nella prefazione al poema del Rosario.
La eco dolorosa si ripercote in questi suoi versi:

Ardo misero me, misero e sono
Verso il fin di mia età lunge dal mezzo.

E al sonetto (a c. 32) rivolto a Francesca:

Deh! se la spoglia tua non punga o scocchi
Dolor giammai, che mi consuma e fiere,
Ergi al Signor delle celesti sfere,
Bufalina per me la mente e gli occhi,

E prega lui, non che non vibri o fiocchi
Punte in me di dolore acute e fiere,
Ma più quanto il mortale s' ange e pere,
Tanto in me più della sua grazia scocchi.

In quella deplorevole condizione il poeta disfogava nel canto
l’amor suo, che era corrisposto e vivo per la reciproca stima e
e per quei sentimenti religiosi profondamente da ambedue profes-

Met SA

7 E
ot 339 '"G. F. GAMURRINI

sati. In alcune terzine egli descrisse alla Turina il tenore della
sua vita, dal eui capitolo, ora ignorato, ne trasse alcune il Muzi
per illustrare quelle loro amichevoli relazioni e le scambievoli vi-
site. Quando ella veniva da lui, era per il Guelfucci una vera
gioia, cara sorpresa e sommo conforto: specie se la visita fosse
inaspettata (Son. a e. 24):

L'orme quel di che taciturna e snella
Portaste, ov'io sedea solo e smarrito,
Pure in pensar di voi tutto rapito....
Sognar credetti, e che non fosse d’ ella.

E pur fia ver, che in dir, pace sia teco,
Udii nel dolce mansueto accento,
E la man vidi e il crin dorato e vago.

Anche il Guelfucci andava a trovarla nella villa di S. Giu-
stino, e l’avvisava in tal guisa, come si-ha dal Muzi (1. c.):

E penna e carta e calamaio e lume
Fate ch’ abbia la notte in mia balia,
Che a levarmi a quell’ora ho per costume. »

Abbiamo accennato che la Turina aveva intrapreso a scrivere
un poema eroico, Florio, forse rimasto oggi fra le carte Bufalini.
Ella come per le altre poesie, lo faceva rivedere al Guelfueci,
dove qualche cosa di proprio vi poneva, e ce lo fanno intendere
questi suoi versi:

Florio, io mi stillo ognor teco il cervello
Su queste carte.

Tutto questo poi viene dichiarato da lui abbastanza bene dalla.
terzina (Muzi, II, pag. 88):

Voi murerete, io colla squadra e il sesto
Le basi appresteró, gli angoli, il tetto,
Metope, piedistali, ovoli e il resto.

Rispetto al grado anche il Guelfucci poteva vantare una no-
bile stirpe, la quale nell'età di mezzo fu distinta fra i magnati

pc COENA

4^
Ire RIZZI

cm

DELLE AMOROSE POESIE, ECC. 338

di Città di Castello. Le sue memorie familiari sussistono in un
fascio nell’ archivio Magherini - Graziani, che non so a quale tempo
con i documenti rimontino. Nel museo di Arezzo si conserva
un sigillo magnifico di bronzo in forma rotonda, che appartenne ad
un signor Capoleone Guelfucci, certamente antenato (forse bisa-
volo) del poeta, indicato appunto con quel nome, derivando i
Guelfueei dai Capoleoni. L'arte ed il carattere lo palesano essere
stato inciso fra il secolo decimoquarto e decimoquinto.

S(igilum) D(omini) CAPOLEO-
NIS D(omi)NI GVIDONIS - DE -
GVELFVTIIS CIVIT(atis) | CA-
STELLI. Nel mezzo sta fortemente
impressa l'arme consistente in un
leone rampante a sinistra, contor-
nata ad archetti. Il sigillo è certa-
mente anteriore all’ anno . 1428,
nel quale furono obbligati i Guel-
fucci ad aggiungere una sbarra

a traverso al leone del loro stemma,
come narra il Muzi (II, pag. 3). Uno di loro fondò il convento di
Buonriposo presso Città di Castello

Ne la falda più bassa in seno al monte.

Per la qual cosa non si conosce la ragione perchè i figli di
Capoleone, nel dare alla stampa il poema del Rosario, pongano
il nome di Ghelfucci invece del vero e proprio Guelfueei come
chiaramente dal sigillo viene dimostrato.

G. F. GAMURRINI.


UN DOCUMENTO INEDITO:
DEL I° DECEMBRE MCCCLXXXXIIIJ

SU

BRACCIO FORTEBRACCIO

ED ALTRI FUORUSCITI PERUGINI

Il documento che pubblico è tratto da una copia di mano dei
primi anni del secolo XVI, che mi fu dato acquistare per l’ an-
tico Archivio del Comune di Perugia nel decorso mese d' aprile.

Nella copia il documento porta la data del 1° decembre 1344,
ma per molte considerazioni è certo a ritenersi che la enuncia-
zione dell’ anno sia errata, e che il 1344 debba correggersi, come
ho fatto, nel 1394.

Fra i sottoscritti alle convenzioni figura Braccio di Messer
Oddo, cioè quel Braccio Fortebraccio, che doveva poi essere il
capo temuto dei fuorusciti e ricondurli in patria dopo 23 anni di
doloroso esilio.

Il prode condottiero nacque il 1° luglio 1368, e questa cir-
costanza basterebbe ad escludere che i patti giurati dagli esuli fo-
sero del 1344; a dimostrare però che bisogna sostituire al detto
anno il 1394 soecorrono non pochi argomenti.

Narra il Fabretti nelle sue Biografie dei Capitani venturieri
dell’ Umbria che dopo la terribile catastrofe del 30, luglio 1393
molti nobili, fuggendo l'ira del popolo, trassero a Montone, che
quivi i Fortebracci si fortificarono e che Biordo Michelotti, il quale
celermente ritornava a Perugia, pose campo vicino a Montone,
ebbe il castello, e Braccio fè libero.

Per le riformagioni, che si conservano nell’ antico Archivio
del Comune, è noto che dal novembre 1393 i Fortebracci tennero
il cassero di Montone « ad instantiam Comunis Perusij », e che
336 V. ANSIDEI

Biordo, provvedendo il 6 maggio 1394 sui fatti de' Montonesi tor-
nati all’ obbedienza di Perugia, ordinò che a Podestà della terra
e Castellano del cassero dovesse eleggersi dal Comune, d'intesa
eon Carlo, Braccio e Giovanni figliuoli d' Oddo Fortebraccio, un
perugino « fidus et amator presentis status »; che ai tre figli d' Oddo

si facesse dono di taluni beni già spettanti ai ribelli, cioè di una

casa in città e di un podere nel contado di Perugia; che loro
fosse concessa licenza di portare le armi per difendersi « contra
ineursus quorumlibet, qui niterentur Karolum, Braccium et Johan-

nem domini Oddonis quomodolibet offendere »; che infine fossero

essi esonerati da ogni data, colletta e prestanza, siccome quelli
che in modo speciale ed efficacissimo avevano contribuito a far
tornare Montone « ad paternam gratiam et obedientiam magnifici
eorum patris Comunis et populi perusini » (Rif. n.° 92, ce. 42* e
segg.).

Trascorso però poco più d'un anno, un'altra riforma del 25
maggio 1395 sta a provare che la fiducia del Michelotti e del Co-
mune di Perugia nei Fortebraeei andava declinando a motivo di
una « novità », che si era poco prima verificata a Montone e che
aveva fatto comprendere ai reggitori del Comune quanto fosse
necessario provvedere « ne castrum ipsum ad manus rebellium et
proditorum Comunis id occupare querentium valeat pervenire ».
Così i Priori delle Arti insieme con Biordo tolsero ai Fortebracci
ogni ingerenza nella nomina del Castellano, vietarono ad essi il
porto delle armi e ordinarono che sotto pena degli averi e delle
persone, Braccio di Oddo e Giovanni fratello di lui dovessero « pro
tranquillitate universitatis et hominum dieti eastri Montonis et pro
seandalorum cessatione » recarsi, quasi come statici, entro Peru-
gia ad ogni ordine dei Priori, e non partirne senza un permesso
decretato dai Priori stessi e dai Camerlenghi.

Quanto alla ricompensa da darsi ai figli di Oddo e per le loro
immunità, furon lasciati a Biordo Michelotti i poteri più ampli, e
Biordo il giorno appresso, cioè il 26 maggio, « existens in clau-
stro inferiori domorum suarum,in monte Porte Solis », stabilì che
fossero concessi a Carlo e Giovanni Fortebracci alcuni beni con-
fiseati ai ribelli, e specialmente la tenuta di Colle Alduccio posta
nel distretto di Castelgrifone, la quale aveva appartenuto a Pel-

ul

II x

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— dm
UN DOCUMENTO INEDITO, ECC.

lino di Cucco Baglioni di dannata memoria (Rif. n. 92, ce. 79" e
segg.).

Si pongano a raffronto le deliberazioni del 6 maggio 1394
tanto favorevoli a Braccio con queste del 25 e 26 maggio 1395 a
lui così ostili, si consideri la esclusione di Braccio dal munifico
dono fatto agli altri due fratelli, e non potrà aversi alcun dubbio
ch’ egli appunto fra il 1394 e il 1395 passasse del tutto alla parte
dei nobili fuoruseiti: del che viene ad offrire una testimonianza
il documento che ora si dà alle stampe.

E di tale atteggiamento di Braccio forse fu non ultima cagione
un nobile senso di gratitudine verso Felcino di Bartolomeo degli
Armanni, che in seguito agli avvenimenti del luglio 1393 fu con-
dannato come ribelle e che, quando era stato pochi anni prima
« commissarius, reformator, reconciliator et ordinator Comunis et
hominum castri Montonis », incaricato a ciò dai Priori e dai cin-
que Conservatori della pace e della libertà della città di Perugia,
aveva il 15 giugno 1390 dichiarato a sua volta ribelli taluni Mon-
tonesi che avevano cospirato per togliere il castello alla sogge-
zione del Comune di Perugia, e i beni loro aveva concesso ai figli
di Oddo Fortebraccio iniquamente privato d’ ogni suo avere dai
ribelli medesimi. Nè bisogna dimenticare, che Braccio era stret-
tamente congiunto agli Armanni o della Staffa, avendo nel 1392
condotto in moglie Elisabetta di questa casata (Cf. A. Rossi, AL-
bero genealogico della famiglia Fortebracci).

Ho accennato alla condanna di Feleino di Bartolomeo, il nome
del quale trovasi anch’ esso fra quelli dei sottoscrittori delle con-
venzioni ora edite.

E qui cade in acconcio di affermare che altro argomento, e
di tutti il più sicuro, ad attribuire all’ atto la data del 1394 e a
riferire l' atto stesso a quei perugini, che presero la via dell’ esilio
dopo che i raspanti guidati da Biordo Michelotti ebbero ricon-
‘quistato nel luglio 1393 il governo della città, lo si rileva dal-
l’elenco dei condannati e proseritti, che dai Priori e dai venti
cittadini all’ uopo delegati fu compilato dopo i sanguinosi eventi
del 30 luglio e che trovasi negli Annali Decemvirali del nostro
antico Archivio Comunale sotto la data del 17 giugno 1594.

In quell’ elenco leggonsi molti di quei medesimi nomi, che
figurano nel documento che adesso si stampa. In vero, dei fir-

M d ra "H. n
SFP IA, Pa THEM, ue
338 V. ANSIDEI

mati nei patti, furono, al pari di Felcino, proclamati ribelli e
soggiacquero alla confisca di tutti i loro beni Antonio dei Ba-
glioni (cf. la bellissima opera del conte de Baglion de la Dufferie,
Les Baglioni de Pérouse, pagg. 25, nota 1 e 379, nota 26), Lo-
renzo dei Vincioli e Simone del Tofano; ebbero luogo tra i con-
finati di primo grado « in loeis assignandis », l'obbligo di dar fi-
deiussione per l’ osservanza dell imposto confine e, qualora non
ottemperassero a tali ordini, la condanna ad. esser dichiarati ri-
belli e a subire la confisca dei beni Giapoco de Pignattella, Gua-
sparre e Raynieri de’ Coppoli, Guido proposto de saneta Mustiola,
Nicolò de Galiotto e Pietro, tutti e tre de’ Baglioni, Berardello da
Corgne e Rugieri de Antognolla; furono poi confinati in paesi da
destinarsi, obbligati a dar cauzione « infra unum mensem a die
assignationis confinium » e condannati, in caso d’inosservanza,
alle forche e alla confisca degli averi Giacoppo de Coppolino e
Semone de mastro Bartholo; a Fabrizio e a Giulio di Tiberiueeio
de’ Signorelli fu concesso di andare a confine ove loro piacesse,

sempre però oltre le 40 miglia, e con l'obbligo della fideiussione

e con la minaccia della condanna come ribelli e della conseguente
confisca; a Ottaviano di Neri de’ Ranieri fu inflitta la pena del
confine in luogo da assegnarsi, qualora non riuscisse a provare 0
di non aver lasciato mai il contado di Perugia nel mese sueces-
sivo alla novità occorsa il 30 luglio 1393, o di essersene allontanato
soltanto colla licenza dei Priori.

Il trovar sotto i patti molti degli stessi nomi, che si leggono
nelle condanne registrate negli Annali del giugno 1394, dà la cer-
tezza che i principali fuorusciti perugini abbiano precisamente
in quell’anno assunto i reciproci impegni.

Pur mi piace osservare che anche altri dei firmati nelle conven-
zioni potrebbero con ogni probabilità identificarsi con alcuni, che si

' veggono notati nell’ elenco degli Annali; così Bartholomeo de Ceccho,

Christofano de Pauluccio, Giapoco de Lippo forse altri non sono
che un « Bartholomeus Ceccharelli », un « Christoforus Paulutij
Ritij », e uno « Jaeobus Philippi Pelloli » in quella lista segnati.

Ne bisogna tacere che alcuni, ancorchè non colpiti da con-

danna, avranno partecipato agli accordi per i vincoli di amicizia

e di parentela eoi ribelli e coi confinati. Tale forse sarà stato il
caso di Nicolò di Messer Francesco dei Coppoli; di Jotto o Ghiotto

CI
UN DOCUMENTO INEDITO, ECC. 339

de Nicolò dei Ranieri, che, oltre al congiunto Taviano de Nere
già menzionato, aveva a lamentarsi che fra i puniti dalla popolare
vendetta fosse anche il suo fratello Borgarueeio; di Guido di Te-
veruccio dei Signorelli; di Guido da Monte Sperello, che doveva
deplorare la morte e la postuma condanna di un Cinolo della sua
casa; di Guieeione del Boecio de messer Rigo degli Armanni, che
fra gli appartenenti alla sua famiglia sapeva designati come ribelli,

non solo Feleino, del quale si è fatto ricordo, ma eziandio il padre

e il fratello di lui, Bartolomeo e Cherubino; di Fustino figlio a
quel Pietro de Mastro Paulo, di cui dirò appresso; ed infine di
Francesco de Vignatolo, che verosimilmente sarà stato il figlio o
di un « Vegnatolus magistri Angeli » o di un Ser Vegnatolus
Johannis », l'uno e l'altro nella lista del giugno 1394.

Basta poi seorrere le pagine delle cronache perugine e del
nostro maggiore storico, il Pellini, per sapere quale predominante
influenza avessero fra i nobili Gentilhomo de Messer Francesco
degli Areipreti e Rigo di Ghino marchese : e fra i più influenti
di quelle fazioni era certo a noverarsi Pietro de Paulo, anch" egli
fra i sottoscrittori dei patti, se, come ritengo, questo Pietro altri
non è se non il « Petrus magistri Pauli », che il 9 aprile 1393,
cioè quando i nobili avevano in mano tutta la cosa pubblica,
« eonsideratis novitatibus faetis contra statum Domini nostri et
Ecelesie et dietam civitatem et comitatum Perusij », fu dai consigli
del Comune delegato, insieme ad altri quattro cittadini e a due
Priori, ad esercitare tutti i poteri prima spettanti ai Priori e ai
Camerlenghi. Ad avvalorare la opinione espressa aggiungerò che
i consiglieri del Comune prescelsero. i cinque a così grave officio,
« de fide et prudentia et operosa sollicitudine prefatorum civium
spem gerentes indubiam »; e a conferma dei vineoli, che l'uno
all'altro avvineevano i fuorusciti, dei quali m' intrattengo, noterò
che fra i cinque eletti erano, oltre Pietro di Paolo, Feleino di
Bartolomeo degli Armanni e Niccolò di Galeotto Baglioni (Annali
Deeemvirali ad an., e. 10).

Fu Niccolò di Galeotto fra i cittadini che il 25 luglio 1393,
pochi dì prima che il fiero conflitto civile funestasse la città nostra
giurarono nel monastero di San Pietro, nelle mani di Bonifacio IX,
di mantenere ed accrescere con ogni lor possa la concordia testè
sunti col conte Antonio.

340 V. ANSIDEI
conelusa, colla mediazione del pontefice, fra gl’intrinseci e gli
estrinseci di Perugia. :

A] Baglioni si associarono nel solenne impegno Raniero de’ Cop-
poli, il cui nome trovasi in questo documento del 1° decembre 1394,
nonchè Ugolino e Giacomo degli Arcipreti, Baldassarre di Cecco
degli Armanni, Raniero e Bartolomeo dei Ranieri, Francesco di
Berardello e Monaldo della Corgna, tutti delle famiglie, le quali
appariscono nel documento stesso. (Rif. n.° 95, ce. 68" e segg.).

A noi è d’uopo rievocare inhanzi al nostro pensiero tutta la
intima essenza della vita medievale perchè ci sia dato intendere
i veri motivi di tanta e così frequente mutevolezza di propositi,
e il ricordo della sanguinosa giornata del 30 luglio e delle con-
danne che i raspanti vincitori decretarono contro i Baglioni e i
loro amici e seguaci varrà.a spiegarci come gli stessi uomini, che
avevano prestato quel giuramento di pace, ne potessero, trascorso
poco più d’un anno, pronunciare un altro, che sottoponeva la vo-
lontà loro a quella d'un comitato dittatoriale e li impegnava a non
cercare, senza l'unanime consenso di questo, « niun patto o con-
cordia cum li raspanti da Peroscia ».

È inoltre doveroso l’ osservare (non dico a giustificazione, ma a
qualche scusa di quegli uomini d’ arme e di parte) che le condanne
allora in uso colpivano intere famiglie, le cacciavano in bando,
le gittavano nella miseria e rafforzavano così il più delle volte,
nella comunanza della sorte infelice e dei sentimenti d'odio e di
vendetta, i vincoli del sangue, che la identità degl’ interessi e degli
affetti rendeva ognora più forti per maritaggi fra le famiglie d' una
stessa fazione: del che posso, in riguardo alle due case dei Ba-
glioni e dei Signorelli, addurre una prova, ricordando che Niccolò
di Galeotto, del quale è sopra menzione, aveva in moglie donna
Francesca di Teveruccio ed era quindi cognato di Fabrizio, di
Giulio e di Guido dei Signorelli, anch’ essi firmati tutti e tre nei
patti del 1394 (Rog. del notaro Cola di Bartolino del 1398).

Chiuderà questi cenni un ultimo appunto relativo alla condi-
zione, cui l’ultimo dei sottoscritti in quei patti, cioè Ranaldo dei
Ranaldi, ne volle per suo conto subordinata la osservanza: Ranaldo
nel giurare dichiarò espressamente che non s’ intendeva vincolato
a far cosa, che fosse comunque contraria agli obblighi da lui as-

|
UN DOCUMENTO INEDITO, ECC.

E questi il Conte Antonio da Montefeltro, che dopo avere
nel 1377 rieonquistato Urbino tolta dieiassette anni prima a Nolfo
dal Cardinale Albornoz, aveva grado a grado sempre più accre-
sciuto la potenza della sua casa, fino a portarne il dominio nella
nostra Umbria per la volontaria dedizione a lui fatta dagli Eugu-
bini della loro eittà nel 1384.

Da quest'anno i rapporti fra il Montefeltro e il Comune di
Perugia si fecero ognora più continui; non è qui opportuno il
rammentare anche brevemente tali relazioni, ma pur mi piace
dire una parola della parte che il conte Antonio, venuto a Perugia
sulla fine del 1392 per tributarvi omaggio a Bonifacio IX, ebbe
nei tentativi che miravano a pacificare i cittadini e a far rien-
trare i fuorusciti.

I nobili sforzi fallirono e della vanità loro è prova dolorosa
il documento, che vede ora la luce, ma nelle pagine della storia
perugina essi restano collegati al ricordo gradito del Signore di
Montefeltro.

V. ANSIDEI.

Del millecce?Ixxxxiiij, di primo de Decembre

A laude e reverentia del onnipotente Dio, Padre, Figliolo e Spiritus
Saneto e de la sua madre Madonna Sancta Maria amen, et exaltatione
e quiete del buono e pacifico stato de la Ciptà de Perugia: Infrascripti
sonno patti, conventione, compagnia e lega facta e contracta de loro
spontanea e mera voluntà, fra l'infraseripti providi e discreti homini gen-
tilibomini e populari de la ditta città de Perugia, obligando se e tutti lor
beni presenti e che dovessero venire astringendo la lor propria fede per
observatione dele infrascritte cose, le quale l'uno a l'altro e l'altro a
l'uno promettono attendere, observare e per veruna cagione non contra-
venire sotto pena de tradimento e de poco leale homo. volendo che ad

"ogni homo sia licito chi contravenisse appellarlo traditore e cativo e non
‘leale, arnonzando ex certa scientia e non per errore a qualunche cosa

per qualunche modo o per qualunche forma o per qualunche protesto
che havesse qualunche de li infrascritti excusare.

In prima:

Che ciaschuno deli infrascritti sula obligatione ditta de sopra pro-

26

941

án Berni

turae c 342 V. ANSIDEI

mettono obedire e stare contenti a tutte quille cose che fussero deliberate
per bene e stato deli infraseritti per potere rentrare in casa loro per sei
anteposti o vero quattro de essi quali sonno quisti per tempo de sei mesi
comenzando ditto di primo de decembre : Messer lo proposto deli Baglioni :
Gentilhomo de messer Francesco de li Arcepreti: Jotto de Nicolò dei
Rainieri: Messer Simone de Tofano: Giapoco de Pignattella: e Fustino

‘de Pietro de mastro Paulo, cum quisto che finiti i ditti sei mesi, comen-

zaudo commo ditto è de sopra e da finire comme sequita, i ditti sei o
veramente quattro de essi degano e siano tenuti sulla pena ditta de sopra
per vigore de quista scritta eleggere sei altri buoni atti a quisto mistieri,
quali degano essere del ditto numero usciti de Peroscia, e cusì i ditti sei
eleeti dai ditti sei degano elegere altri sei o meno numero, in quil modo,
forma o conditione ehe a loro paresse del numero preditto per lo pre-
ditto tempo de sei mesi, e cosi comme mette de tempo in tempo, quiglie
che seronno al tempo sieno tenuti de fare, ai quali, secondo che 1netterà
eiaschuno de l’infrascritti sia tenuto de obedire commo ditto è de sopre.

Item che i ditti sei o quattro d'essi secondo che serà al tempo ha-
bino arbitrio pienissimo, licentia e balia obligare persone bieni mobili e
non mobili, presenti e che dovessero venire e generalmente ogn' altra cosa
quale l'infraseritti potessero fornire, per potere rentrare in casa loro, a
Signori, Comuno, homini d'arme o qualunche altra persona in quella
forma, modo o conditione parerà a ditti sei o quattro de essi, o agli altri
sei, o quattro d'essi che seronao per tempo commo ditto é de sopra. Et si
acadesse per qualche cagione i ditti sei o quattro d'essi non potessero
essere insieme per exequtione de le preditti cose, possano e a lor sia li-
cito far chiaro l'un l’altro de lor intentione per lor propria lettera scritta
de lor propria mano a la qual se dega stare commo se fussero presente
personalmente.

Item che a niuno deli infrascritti sia leceto per verun modo o veruna
cagione per verun tempo tornare nela città de Peroscia, nè cercare niuu
patto o concordia cum li raspanti da Peroscia i quali honno al presente
el regimento de la ditta città senza expresso consentimento, voluntà e li-
centia dei sopra ditti sei o veramente de li altri che fussero per lo tempo
tutti a sei nemine discrepaute.-

Io Feleino de Messer Bartholomeo de li Armanni prometto le so-
prascritte cose osservare, non derogando dal contratto fatto a Roma per
mano de Ser Giapoco deli Oddi da Peroscia, e a più cautela me sotto-
serivo de mia propria mano.

——*.——- UN DOCUMENTO INEDITO, ECC. 343

To Raynieri de Coppogli prometto de osservare tutte le sopraditte cose à
et in fede de ció me so' sottoscritto de mia mano.

Io Braccio de messer Oddo prometto de osservare le sopraditte cose e a
più cautela me sottoscrivo de mia propria mano.

Io Ghiotto de Nicolò di Rainieri prometto de osservare tutte le sopra-

ditte cose, e a più cauteta me sottoscrivo de mia propria mano.
To Bartholomeo de Angelo prometto de osservare tutte le sopraditte cose.
Io Gulino de Baglioni de Monte Ubiano prometto le sopraditte cose os-

servare, non deviando dal contratto fatto a Roma per mano de
Ser Giapoco deli Oddi da Peroscia, e a più cautela me scrivo de mia

P Y
na Mgr o

propria mano.

Io Guiccione del Boccio de messer Rigo deli Armanni prometto de osser-
vare le sopraditte cose, e a più cautela me so’ scritto de mia pro-
pria mano.

P, gr
—Ó— pe Mon E

Io Vico de Pietro de Pellino prometto osservare le sopraditte cose e a
più cautela me so’ scritto de mia propria mano.

Io Giacoppo de Coppolino prometto de osservare le sopraditte cose.

Io Antonio dei Baglioni prometto tutte le sopraditte cose e per più chia-
rezza me so’ scritto de mia propria mano.

Io Guasparre de Coppoli prometto de osservare tutte le sopraditte cose
e per più chiarezza me scrivo de mia mano.

pt ouem oet Resi, ms EE — MÀ €À

Io Nicolò de Giovagne prometto tutte le sopraditte cose e per più chia-
rezza me scrivo de mia mano propria.

Io Rugieri d'Antognolla da Peroscia prometto e obligome a le sopraditte
cose, salvo non fusse contra al Comune de Fiorenza.

Io Rigo de Ghino marchese me soscrivo commo soprascritto è de sopre.

Io Paulo de Ser Nicolò da Peroscia prometto de osservare tutte le so-
praditte cose.

ee Y. ——
=—-==

E o
ili sulla

344 V. ANSIDEI

Io Nicolò de Galiotto de Baglioni da Peroscia prometto de osservare tutte
le sopraditte cose e a fede de ció me so' soscritto de mia mano.

Io Taviano de Nere de Raynieri da Peroscia prometto de osservare tuttc
le sopraditte cose e a fede de ció me so' soscritto de propria mano.

Io Guido da Monte Sperello prometto tutte le sopraditte cose et in fede
de ció me scrivo de mia propria mano.

Io Semone de mastro Bartholo prometto tutte le sopraditte cose e per
piü fede me so' scritto de mia propria mano.

Io Menecuccio de Angelo prometto tutte le sopraditte cose osservare e
de mia mano me so’ soscritto.

Io Guido de Baglioni proposto de Saneta Mastiola prometto de osservare
le sopraditte cose e a fede me so’ scritto de mia mano.

Io Pietro dei Baglioni prometto de osservare le sopraditte cose et in fede
de ciò me so’ scritto de mia propria mano. '

Io Nicolò de messer Francesco dei Coppogli prometto le sopraditte cose
et in fede de ciò me so’ soscritto de mia propria mano.

Io Guido de Teveruccio de Signorelli prometto le sopraditte cose et in
fede de ciò me so’ soscritto de mia propria mano.

Io Fabritio de Segnorelli prometto le sopraditte cose et in fede de ciò
"me so’ soscritto de mia propria mano.

Io Berardello da Corgne prometto le sopraditte cose e per più chiarezza
me so’ soscritto de mia propria mano.

Io Francesco de Vignatolo prometto tutte le sopraditte cose e in fede
de ciò me so’ soscritto de mia propria mano.

Io Christofano de Paoluccio prometto le sopraditte cose e a fede de ciò
me so’ soscritto de mia propria mano.

Io Bartholomeo de Ceccho prometto le sopraditte cose e in fede de ciò
me so’ soscritto de mia propria mano.

— +4
>

UN DOCUMENTO INEDITO, ECC. 345

Io Pietro de Paulo prometto le sopraditte cose e in fede de ciò me so’
soscritto de mia propria mano.

Io Lorenzo de Vencioglie prometto le sopraditte cose e in fede de ciò
me so’ soscritto de mia propria mano

Io Lodovico de Giovagne prometto le sopraditte cose et in fede de ciò
me so’ soscritto de mia propria mano.

To Giovagnie de Ser Cola prometto le sopraditte cose e in fede de ciò
me so’ soscritto de mia propria mano.

Io Giulio de Teveruccio prometto le sopraditte cose e in fede ‘me so’ so-
scritto de mia propria mano.

Io Guasparre de Vannucciolo prometto le sopraditte cose e in fede de
ciò me so’ soscritto de mia propria mano.

Io Giapoco de Lippo prometto osservare commo de sopra apare et a
fede de ciò me. so’ soscritto de mia propria mano.

To Antonio de Nicolò prometto osservare commo de sopra apare e a fede
de ciò me so’ soscritto de mia propria mano.

Io Ranaldo de Ranaldi prometto de osservare le sopradette cose dum-
modo che non sia contra la obligatione ch'io ó col conte Antonio.
GIUSEPPE BELFORTI
— $-————

GIUSEPPE BELFORTI
ERUDITO PERUGINO DEL SECOLO XVIII

CENNI BIO-BIBLIOGRAFICI

Il 14 ottobre del 1907 compievasi il primo centenario dalla
morte d'uno dei più benemeriti cultori di studi storici che abbia
avuto l’ Umbria, del perugino Giuseppe Belforti. Molto oppor-
tunamente il dottor Francesco Briganti aveva già proposto ai
Soci della R. Deputazione Umbra di Storia Patria, riuniti a
Congresso nel Settembre del 1906 in Assisi, di commemorar quel
valoroso erudito; ma poichè una pericolosa malattia impedì al
chiaro Collega di attuar 1’ egregio proposito, di cui egli aveva
assunto l'iniziativa e che meglio d'ogni altro avrebbe potuto
condurre a perfezione, così accettai in sua vece il carico di fare
— senza pretesa di tesserne una propria e completa biografia,
e un adeguato studio critico dell’opera — brevemente parola del-
l’insigne studioso, perchè sembravami dovere di gratitudine re-
verente verso chi avea cosi ben meritato de' patri studi non la-
sciar passare sotto silenzio fra noi, che l'opera di lui intendiamo
proseguire, la centenaria ricorrenza del cessar di sue dotte fa-
tiehe (1).

"cow

Naeque il Belforti il 26 settembre 1731 in Perugia di fami-
glia a cui era nobile tradizione domestica l' amor degli studi. Suo

(1) Furono i prese.ti cenni commemorativi letti nell'assemblea generale dei
Soci della R. Deputazione, tenutasi il giorno 30 ottobre 1907 nella gran Sala del Pa-
lazzo Comunale in Perugia. Cfr. Bollettino della R. Deputazione, vol. XIV, Atti,
pag. XXXIII.
348 G. DEGLI AZZI

padre, Filippo Belforti; aveva tenuto con molto onore nel patrio
Ateneo l'una dopo l’altra le cattedre di Logica, di Medicina pra-
tica, di quella teorica e di Botanica; aveva avuto parte attivis-
sima nell’andamento dello Studio, avendone anche in una difficile
missione presso la Sede apostolica sostenuti con vigore gl’ inte-
ressi e le prerogative di fronte al cardinal Prospero Lambertini,
che fu poi papa Benedetto XIV ; lasciandoci pure, inediti, parecchi
scritti di medicina, che si conservano nella nostra Comunale (1).
Uno zio paterno, don Carlo Belforti, era pure Lettore di scienze
teologiche e filosofiche all’ Università (2); e un altro, don Miche-
langelo, salito alla dignità di Abbate degli Olivetani, lasciava
buon nome di sè per non dispregevoli studi di cose sacre e di
storica erudizione (3).

Il Nostro però, sebbene nutrito sin da’ primi anni di buona
istruzione nelle lettere, in cui ebbe a maestro il valentissimo
Carlo Bruschi, dovè occuparsi nella sua gioventù in ben altre
faccende e funzioni: lo troviamo ufficiale nelle milizie urbane
col grado di Capitano d’ Infanteria (4); e ad altre onorevoli attri-
buzioni fu pure chiamato dalla fiducia del Governo e de’ suoi
concittadini. Ma le indagini e gli studi delle antiche memorie più
fortemente allettavano l’animo di lui che, amantissimo del proprio
paese, vivo nutriva il desiderio di ricercarne ed illustrarne il glo-
rioso passato : onde appena gli potè esser consentito, si diè tutto
con entusiasmo a’ lavori d'erudizione, gettandosi arditamente ad
impresa che avrebbe scorato altri ben più esperti e più dotti
di lui.

Il riordinamento de’ patri archivi costituisce uno de’ prin-
cipali titoli di benemerenza del Belforti; ed è l'attività veramente
prodigiosa con cui egli attese a tale lavoro, per natura sua estre-

(1) Cf. SCALVANTI, Inv.-Reg. dell’Arch. Univ. di Perugia pagg. 25, 55 e segg.;
VERMIGLIOLI, Biografie degli Scritt. Per.: s i Commentarii eccellentissimorum DD. Au-
gusti, Collegii Philosophiae et Medicinae Doctorum mss. del MARIOTTI, e i cenni bio-
grafici che di suo padre dà G. Belforti nelle sue Notizie necrologiche de’ Perugini
illustri (ms. in Bi' l. Com.).

(2) di SCALVANTI, Inv.-Reg. ecc. pag. 95, e i citati Commentarit del MARIOTTI,

(3) Cfr. VERMIGLIOLI, Biografie ecc. e il Dizionario biografico dell AGOSTINI, ms.
nell'Archivio di S. Pietro di Perugia.

. (4) Cfr. Diario Perugino per l'anno 1772 (Perugia, 1771, M. Riginaldi).
ene *.7

GIUSEPPE BELFORTI, ECC. : 349

mamente faticoso, difficile ed aridissimo, che forma la caratteristica
particolare della sua simpatica e veneranda figura. Erano invero
allorquando egli cominciò a spendervi attorno le sue fatiche, nel
più miserevole stato di confusione e disordine gli archivi pubblici
e privati della città nostra: ammassati per lo più alla rinfusa in
ambienti disadatti e spesso malsani, non erano che polverosi
acervi di disprezzate cartacce, rudes indigestaeque moles, da sfi-
duciare ogni più fermo proposito di ordinamento o ricerca. Nè al
Nostro soeeorrevano, per avventura, adeguato corredo di cogni-
zioni tecniche, nè sufficiente preparazione di studi speciali, nè
l’abitudine di lavori siffatti. Ma simili deficienze non valsero ad
allontanarlo dal « labor quamvis praeposterus ac sero inchoatus »
che vagheggiava: e animato da quel fervore d'affetto che spesso
supplisce sì bene ne’ valorosi al difetto di tecnicismo, affrontò
coraggiosamente ogni più ardua difficoltà, sorretto solo dai con-
sigli e dall’ esempio d’ un altro grandissimo nostro, Annibale Ma-
riotti, che nella enciclopedica comprensività del suo alto intelletto
possedeva pur cognizioni — per quei tempi non comuni — di dot-
trine storiche, paleografiche e diplomatiche.

Il più vasto fondo archivistico che il Belforti imprendesse
ad esplorare e ordinare, e a cui dedicò anni e anni di opera in-
tensa ed assidua, fu quello degli atti delle Magistrature Giudiziarie
civili, che, ricevuti in custodia dal Collegio dei Notari, si eran
venuti caoticamente agglomerando pel volger di più secoli, prima
nella loro antica Udienza, e poi nella nuova, situata nella gran
sala del pubblico Palagio (1). Della ricchezza di quel materiale,
che comprendeva più di 80.000 processi e qualche centinaio di

(1) Dalle pratiche relative al riordinamento di questo archivio, si rileva che ad
un tal provvedimento le Autorità si determinarono in seguito a ripetuti privati re-
clami; e in quello scorcio del settecento, che, insieme a tante vane cose, segnò pure
un ridestarsi di ricerche storiche e di studi eruditi, doveva certo esser lamentata
dagli studiosi la confusione che rendeva inutilizzabile una fonte così ricca ed inte-
ressante della storia cittadina. Il MARIOTTI nelle sue Lettere pittoriche, che dettava
appunto allora che si era posto mano al riordinamento, fa espressa menzione che
tutti quegli atti giacenti nella antica Udienza del Collegio dei Notari « presentemente
« per provvida deliberazione della S. Congregazione del Buon Governo si vanno con

^« gran fatica e pazienza riordinando dal sig. Giuseppe Belforti » (pag. 200).

Parimenti dové esser sentita la necessità di ridare ordine a tutti gli altri archivi
cittadini.

cuv

— ===
350 G. DEGLI AZZI .
migliaia d’altre carte disparatissime; dell’ illuminato criterio con
cui il Nostro le distribuì e classificò (sì da meritarsi, tra le altre,
l'approvazione d' un competente giudice quale Gaetano Marini) ;
infine delle strazianti vicende che, con guasti e dispersioni assai
gravi, reser poi quasi inutili le premure del riordinatore sapiente,
diedi già conto nelle sedute del nostro Istituto (1), e più ampia-
mente (offrendone anche un succinto inventario) nel volume V
degli Archivi per la Storia d'Italia, alla cui pubblicazione prima
e meglio di me attendeva il più caro de’ nostri, che ognor pian-
giamo perduto, Giuseppe Mazzatinti.

Oltre quel primo vastissimo nucleo, altri minori, se di mole
non d’ importanza, egli s' accinse e pervenne a ordinare, d’alcuni
de’ quali abbiamo certa memoria, come di quelli della Cancelleria
e Computisteria Decemvirale, del Capitolo, dell’ Ospedale, dei Con-
venti di S. Domenico e di Monte l’Abbate delle famiglie Antinori
e Montesperelli: ma d’altri, che non son forse i meno, per la so-
lita barbara incuria, pe’ continui mutamenti di sedi, per le-di-
spersioni e sottrazioni infinite cui furon soggetti, andò smarrita
quasi del tutto la traccia dell’amorosa operosità del Belforti, non
tanto però che al sagace indagatore essa tratto tratto non appa-
risca in segnature, intestazioni, appunti, schede e ricordi di sua
mano, si da poter fondatamente concludere che, o per riordina-
menti generali o per lavori parziali, egli abbia lasciato l'impronta
della sua meravigliosa instancabilità in tutti i depositi archivistici
che al tempo suo eran nella città nostra accessibili.

Ma non la molteplieità, bensi la qualità dell'opera del Bel-
forti interessa a me rilevare: poiché o per intuito proprio o pe’
consigli del dotto amico surrieordato, ma più — cred’io — per
quella scienza che deriva solo da lunghissimo e intenso studio
d'antiehe carte, ei fu nella pratica e nella dottrina archivistica
— non è iperbolico il dirlo — un precursore. Mentre infatti

‘circa a quel tempo anche nella dotta e culta Toscana, ov'erà an-

tica e nobile tradizione di popolo e principi l’amore delle vetuste
memorie, uomini esperti come il celebrato Brunetti spezzavano
con cervellotiche partizioni per ragion di materia, o geografica, o
talvolta eziandio per piaggiatrice adulazione di potenti o di ricche

(1) Cfr. Bollettino della R. Deputazione, vol. XII, pag. 500.
-—

GIUSEPPE BELFORTI, £CC. 351

famiglie, la mirabile unità organica de’ nuclei documentari deri-
vatici da’ maggiori, il Belforti fu tra’ primi, tra i nostri l’unico,
a concepire e attuare la regola che non è lecito a’ riordinatori
d'arehivi alterare, sconvolgere o in tutto o in parte distruggere
l'ordine che a quelli ab initio fu dato dagli uffici, da’ corpi o dalle
magistrature ereanti. Egli con felice intuizione comprese che niun
giudice per la razionale e adeguata distribuzione e disposizione
degli atti potea esservi migliore di chi quelli ebbe tra mani nel
momento di loro ereazione o di loro funzione pratica; e li vide —
direi quasi — agire e palpitare con efficacia ne’ rapporti sociali,

economici, amministrativi o giudiziari onde naequero ed ebber

sostanza e vigore.

Ne’ suoi riordinamenti perciò — almeno in que’ pochi che
non andarono malauguratamente scomposti o che ci fu dato rico-
struire — osserviamo religiosamente rispettate le serie e le parti-
zioni archivistiche stabilite già dalla loro stessa origine e costitu-
zione, temperandole solo, ov’ era indispensabile, con sani criteri
correttivi cronologici o storici, talehè dalle sue ricostruzioni ar-
chivistiche balzan fuori all’ occhio del sagace osservatore quai
furono nella loro vitalità e nella loro funzione effettiva que’ morti
organismi. Invece, prima e dopo di lui, furon molti e dottissimi,
e del nostro assai più celebrati, che lasciandosi illudere dalla
qualità della materia, dall’ importanza degli argomenti, da una
tal qual rovinosa vaghezza di simmetria e quasi direi d' euritmia
archivistica, spezzarono colle artificiosità d' un ordine solo appa-
rente e formale e frantumarono miseramente gli archivi piü belli,
come, per citare un solo classico esempio dolorosamente famoso,
fece il sommo Cantù di quel di Milano.

Altro pregio de’ lavori archivistici del Belforti si è quello di
aver trattato tutti i documenti alla medesima stregua, senza la-
seiarsi cioè lusingare da fallaci e spesso tutt’ affatto personali e
unilaterali criteri di maggiore o minore importanza, com’ era la
moda d’allora, che indusse anche ingegni preclari, degni di ben
migliori prodotti, a sciupar tempo e fatiche in quei centoni o spi-
cilegi di « cose notabili » che per lo più non servono se non a
fuorviare le indagini sistematiche de’ veri studiosi. E pur note-
vole è la sagacia con cui egli seppe alternare, a seconda delle
occorrenze, l’uso del metodo cronologico a quello del sistematico,
352 G. DEGLI AZZI

adottando di preferenza questo per le grandi distinzioni di specie
e l’altro pel disciplinamento razionale delle serie e divisioni mi-
nori, con riguardo non a’ vieti termini tradizionali di grandi fatti
storici estrinseci, ma a quelli più particolarmente interessanti le
istituzioni, le magistrature, gli offici degli archivi de’ quali si
stava occupando.

D'ogni specie poi di lavoro archivistico egli lasciò egregi
modelli, che per bontà di metodo reggerebber con pochi ritocchi
anche alle esigenze odierne degli studi ; così in fatto d’ inventari
riassuntivi e di consistenza sobri e schematicamente precisi, d'in-
dici particolari, di repertori alfabetici e di regesti, delle quali
due ultime specie son esempi eccellenti, per rigore di metodo e
per monumentale ampiezza di proporzione, il Repertorio de’ pro-
cessi civili e il Transunto delle pergamene del Decemvirale (155

Da questi rapidi cenni dell’ operosità archivistica del Belforti
è facile comprendere qual tesoro di erudizione e di notizie sulla
storia cittadina egli si fosse venuto formando, talchè dopo un così
colossale e diuturno lavoro d’analisi agevole dovesse esser per lui il
risalire alla sintesi. E numerosi infatti ne sono i saggi da lui
compiuti, come la Storia de’ Legati, Vice-legati e Governatori del-
l'Umbria, in ben 11 volumi, le Memorie storiche della Fonte di
Piazza, quelle della Sapienza Vecchia in due volumi (2), la Serie

(1) Il Belforti aveva fatto il regesto anche di quelle dell'Archivio Capitolare:
nella Storia di Perugia del BARTOLI, a pag. 202, si legge citato: « Indice delle per-
gamene che si conservano nella Cancelleria del Capitolo di S. Lorenzo formato da
Giuseppe Belforti sul fine del secolo XVIII ». In quel programma di una « Biblio-
teca storica, perugina, ossia Raccolta di opere inedite antiche e moderne risguar-
danti la storia ecclesiastica, civile, artistica e letteraria di Perugia e suo contado »
della cui pubblicazione si erano fatti iniziatori, nel 1858, G. C. Conestabile, R. Mar-
chesi, A. Rossi ed A. Ansidei, e che purtroppo non ebbe attuazione, tra le opere
designate a formar la raccolta si vede l'Indice delle pergamene dell'Archivio De-
cemvirale e Capitolare del Belforti.

Ora peró quest' indice piü non si ritrova.

(2) Anche quest' altro lavoro del B. sembra sia andato perduto. Registra queste
Memorie il VERMIGLIOLI nella sua Bíbliogra/ia storico-perugina, aggiungendo « esi-
stono presso di noi »; il SIEPI (Descrizione di Perugia, vol. Il, pag. 737) le cita come
esistenti nell'Archivio della Sapienza medesima ; ma ora non si ritrovano in nessuna
Biblioteca della città. Ad esse si riferisce il MARIOTTI, parlando della Sapienza Vecchia
nelle sue Memorie de? Perug. Audit. della S. R. R. (pag. 120): « L' instancabile si-
« gnor Giuseppe Belforti ne ha compilata una esattissima Storia tratta da^ pubblici
« Archivi, e da quelli di Montemorcino e del Collegio medesimo ».

—————mÀ9À——

sur
GIUSEPPE BELFORTI, ECC. 358

de^ Vescovi di Perugia, le Notizie necrologiche de’ Perugini illustri
(in 82 fascicoletti, lavoro incompiuto) e finalmente l'opera con-
dotta in collaborazione del Mariotti, in 11 volumi, sulle Memorie
ecclesiastiche e civili della città e del territorio di Perugia (1).

Lavori tutti che il Nostro con quella generosa modestia che
contraddistingue i veri eruditi di passione dai mestieranti d’ eru-.
dizione e dalla ancor peggiore genìa de’ dilettanti, lasciò affatto
inediti, appagandosi di quell’ intima soddisfazione che sa dare la
scienza quand’ è fine a sè stessa (2). Nè sarebbe compito indegno
della Deputazione nostra, quando le fosse possibile, riportar alla
luce e colle opportune correzioni ed aggiunte offrir a’ vantaggi
degli studiosi quelle ricche .miniere d’ erudizione patria, che fin
qui solo da alcuni furono talor saccheggiate senza che il più delle
volte fosse neppur ricordato il nome modesto, ma grande, dell’in-
signe studioso alle cui spese s'andavano allegramente compiendo
quelle — dirò così — storiche piraterie.

Ma se il Belforti fu infaticabile nel rintracciare e raccogliere
i documenti e le carte negli archivi, anche gli altri monumenti
e le altre varie antiche memorie cittadine formò oggetto del suo
interesse e del suo studio, adoprandosi con particolare intelletto
d’amore a ricercare e studiare tutto quanto poteva riflettere la sto-

ria della sua città. « Investigatore e illustratore indefesso de’ patri

« storici monumenti » lo chiama il Mariotti (3); il chiarissimo ar-
eheologo d’allora, G. B. Passeri, in una sua memoria illustrativa di

(1) Questo lavoro, prezioso in specie per le notizie che raccoglie sui castelli
del nostro contado, é stato più spesso ricordato col nome del solo Mariotti; ma
dall esame del ms. risulta evidente la collaborazione prestatavi dal Belforti. Il VER-
MIGLIOLI che appunto lo registra sotto il nome del M., segna poi sotto quello del B.
Memorie della Città e Territorio di Perugia estratte dagli Annali Decemvirali e
dalle Storie di Pompeo Pellini: ma tali estratti (che si conservano in Bibl. Com.) non
sono che un preliminare spoglio del Pellini e degli Annali fatto per il lavoro in
parola, nel quale poi sono sfruttate molte altre fonti edite ed inedite.

Oltre i lavori originali sopra ricordati, numerose sono poi le trascrizioni, i
sunti, gli estratti di mss., di documenti ecc. che il B. nella sua continua laboriosità
ci ha lasciato. =

(2) La sola cosa sua che il B. si accingesse a pubblicare erano le Note alla
Guida di Perugia del Morelli, per una 2a ediz. della medesima da farsi dal Baduel,
che però non fu fatta. Queste note sono state poi pubblicate da Adamo Rossi nel
Giorn. di Erud. Art. (vol. IV, pag. 211).

(3) Lettere Pittoriche, pag. 31.

no B "m

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n RNOSEEM,. Se PA visa

7

TR a 7

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€.
954 i G. DEGLI AZZI

quella bella statuetta d’argilla raffigurante una Divinità, che si
conserva nel nostro Museo antico, racconta come dopo rinvenuta
essa passasse « nelle mani dell’ ornatissimo ed illustre cittadino
« perugino il sig. Capitano Belforti diligentissimo ricercatore ed
« estimatore di ogni genere di antichità » (1). E il Vermiglioli par-
lando della medesima nelle sue Iscrizioni Perugine, scrive: « Esi-
« ste tuttora nel Museo Pubblico e prima fu del cultissimo si-
« gnor Giuseppe Belforti a cui molto debbono le antichità patrie
« di ogni genere » (2).

Poichè il Belforti fu un erudito nel largo senso della parola,
ed oltre gli studi della Diplomatica e dell’ Archivistica coltivò an-
che gli altri rami delle discipline storiche ; afferma il Vermiglioli
(Biografie ecc.) come egli attendesse anche agli studi della Numi-
smatica e della Lapidaria, e, per quanto non ci abbia lasciato
nulla di suo in questo campo, abbiamo tuttavia dei buoni motivi
per ritenere che egli non fosse privo di competenza anche nelle
materie archeologiche propriamente dette. Negli Annali Decemvi-
rali, in data 15 novembre 1792, si trova, ad esempio, che il
Magistrato lo deputó a stimare delle medaglie e degli altri mo-
numenti antichi offerti dall’ Auditore. Francesco Friggeri per il
pubblico Museo; ma l’indice più significativo resta il fatto del-
lavere avuto il Belforti relazione con eruditi ed archeologi il-
lustri del suo tempo e di essere stato anzi dai medesimi ono-
revolmente menzionato nei loro scritti. Vera amicizia egli strinse
con il già ricordato Passeri che lo ebbe in sincera stima, e
antiquitatum. solertissimus cultor lo chiama in un altro suo la-
voro (3); fu in corrispondenza con G. C. Amaduzi, altro chiaris-
simo; il celebre Lanzi lo rammenta con lode nelle sue Disserta-
zioni sui vasi dipinti volgarmente detti etruschi. Purtroppo le
carte e le memorie personali del Belforti sono andate disperse, e
in esse forse avrebbero potuto trovarsi maggiori documenti delle
sue relazioni con questi dotti.

(1) G. B. PASSERI, Illustrazione di un simulacro argillaceo scoperto nella Cam-
pagna di Perugia nell’ anno 1773 e posseduto dal Capitano Giuseppe Belforti, Pe-
rugia, 1774, pag. XIII.

(2) Edizione la, vol. II, pag. 466.
(3) PASSERI, Linguae Oscae specimem singulare, (Romae, 1774), pag. 50.
Y —————

GIUSEPPE BELFORTI, ECC. 955

Se pertanto egli fu conosciuto ed apprezzato fuori della sua
città nativa, in essa ebbe cordialissimo rapporto e comunanza in-
tellettuale con tutti i più colti e intelligenti concittadini; la sua
relazione più stretta fu appunto col più bell’ ingegno che allor:
vantasse e forse possa vantare nella sua storia letteraria Perugia
— già più volte l'ho rammentato — Annibale Mariotti.

Per parte del Belforti verso il Mariotti il legame fu quello,
oltre che di amicizia, di una sincera e profonda venerazione, la
quale originata, pare, dall’animo grato per dei favori che il Ma-
riotti deve avere avuto occasione di prestare al Belforti, fu accre-
sciuta dalla circostanza che risulterebbe essere stato il Mariotti
a indirizzare il Belforti negli speciali studi della paleografia (1).
Serive difatti il Nostro nella dedica al Mariotti di una copia del
suo Transunto delle Pergamene della Cancelleria Decemvirale, per
lui espressamente trascritta : « Questa qualunque siasi poco im-
« portante o mal eseguita fatica riconosce da voi i suoi primi

A

auspicî, come quello che per un eccesso di quella bontà che

A

avete sempre usata verso di me, siete stato l' unica mia guida
« e scorta per introdurmi in quella tenue cognizione che, merce
« vostra, ho acquistato di quei caratteri, che solamente presso gli
« infingardi passano oscuri e inintelligibili ». E le lettere del
Belforti al Mariotti che ei rimangono, e soprattuto le dediche al
medesimo, oltre che questa menzionata, degli altri suoi lavori
sulla Fonte di Piazza e sui Vescovi Perugini, mettono in luce la
reverenza da lui nutrita pel grande letterato, insieme, d'altro
canto, a tutta la grandissima modestia che contraddistinse e fu
virtù precipua del Belforti. Il Mariotti da parte sua insieme al-
l'amieizia lo ricambiò di verace stima per la vasta erudizione e
l'operosità sua feconda; bastano a farne fede le espressioni di
eneomio che pubblicamente rivolge al Belforti, quando ha occa-
sione di menzionarlo, nelle sue opere a stampa.

Ed invero, seil Nostro si professa quale un discepolo del Ma-
riotti, da lui ripetendo l'impulso e l'indirizzo nella via di tali studi,
si han le migliori ragioni di credere che d'altra parte anche a

(1) Se si pensa che il Belforti era di circa 10 anni maggiore del Mariotti, si
deve arguire che egli non doveva essere più giovanissimo quando quest’ ultimo lo
indirizzava in tale particolare ramo di studi.

Ae Ecrit att
356 .G. DEGLI AZZI

questi riuscisse utile e preziosa la intimità con un uomo erudito
com'era il Belforti il quale, per avervi trascorsa in mezzo la vita,
conosceva così a fondo gli archivi, al pari di tutte le altre fonti
della storia cittadina (1). Senza che con questo si voglia e si
possa toglier nulla ai meriti e al valor del Mariotti, è certo però
che per la sua opera storico-letteraria così vasta e molteplice,
molti dati e notizie glel' ha trovati, molte ricerche gliel’ ha fatte
il Belforti. « Se voi avete perduta affatto la memoria di me,
« non ho io perduta quella delle mie obbligazioni, del mio ri-
« spetto ed amicizia per voi, e non lascerò mai occasione veruna
« per contestarvelo e per contribuire al possibile alle vostre
« erudite ricerche ». Così in una lettera che il Belforti gli serive
da Spoleto, in data 23 marzo 1783; e nel seguito della lettera,
parimenti che in altre sue, si vede come il Belforti informasse
il Mariotti di cose che ritrovava anche in luoghi fuori di Perugia
e che a lui potevano interessare per i suoi lavori. Fra le carte
infatti del Mariotti si rinvengono frequentissimi frammenti, appunti
e schede di mano del Nostro: per qualche lavoro poi quegli lo
ebbe indubbiamente vero e proprio collaboratore (2).

Oltre questa intimità col Mariotti — su cui mi è piaciuto di
insistere, perchè esempio non frequente di come possa tra due
dotti stringersi il più saldo legame, senza rivalità nè invidia, ma

x

con feconda reciprocanza di servigi, da cui in fine è la scienza che

(1) Questa sua grande pratica de’ patri archivi procurò al B. anche dalle Au-
torità Governative incarichi di compiervi indagini per conto delle medesime. Nello
Spoglio dei Registri della Tesor. Ap. del Umbria dell’ illustre FumI, trovo nota d' un
pagamento fatto al B. per « alcune lunghe e laboriose ricerche utilmente fatte agli
archivi di Perugia d'ordine di quel Mons. Governatore, per servizio della Segreteria
di Stato ».

(2) Pare che il B. abbia sempre avuto il desiderio e la mira di prestare ed
unire l’opera sua a quella del M. Nell’ offrirgli il suo lavoro sulla Fonte di Piazza
così si esprime: « Ora però che vi siete con ben ponderato riflesso determinato di
« pubblicare a comun vantaggio una storia perugina ragionata e completa, non
« fondata sulle assertive, come taluna di quelle stampate ne’ scorsi secoli, ma bensì
« corredata co’ pubblici documenti, mi lusingo che anche queste memorie da me
« compilate, potranno avervi un qualche luogo ».

Aveva difatti il Mariotti progettato di scrivere un’ampia ed elaborata storia
di Perugia, ma le vicende degli ultimi suoi anni e la sua immatura fine non glielo
consentirono, con perdita irreparabile della nostra storica letteratura. Cfr. l Iatro-
duzione del VERMIGLIOLI al Saggio di Memorie storiche della Città di Perugia e suo
contado ; opera postuma di A. Mariotti, (Perugia, Baduel, 1806).
2o

GIUSEPPE BELFORTI, ECC. 951

S'avvantaggia — amicizia grande ebbe il Belforti coll’ erudito
Benedettino padre Galassi (1), coll’ Uditore Francesco Friggeri, il
eolto patrizio alla eui illuminata liberalità si deve l'inizio del no-
stro museo archeologieo (2); e, per dirla in breve, familiarità di
studioso, egli ebbe eon quanti anche in Perugia, aecanto alle fri-
vole vanità dell'Arcadia, coltivavano invece severe ed utili di-
scipline. E seppero costoro, come tutti senza distinzione i suoi
concittadini, stimare del Nostro la larga erudizione, apprezzare il
valore dell’opera da lui compiuta, ammirare la attività instanca-
bile con la quale egli portò a termine assunti sì vasti, per le pro-
porzioni loro e pel metodo stesso con cui li condusse, da stancare
e vincere le più gagliarde energie.

(1) Francesco Maria Galassi, autore del Codex Diplomaticus Perusinus (v. TEN-
NERONI nel Boll. della R. Dep. di St. Patria per VUmbria, e G. DEGLI AZZI negli
Archivi del Mazzatinti, vol. II, pag. 253), nacque a Bologna ma visse e morì a Perugia
occupandosi e scrivendo di storia e d'arte perugina. (Cfr. ANSIDEI REGINALDO, Delle
lodi del M. R. P. D. F. M. Galassi Cassinese Priore della Parrocchiale di S. Co-
stanso di Perugia, Perugia; 1792, e VERMIGLIOLI, Bibliogr. Stor. Perugina, pag. 73
e Biografie ecc., vol. I, pag. 56 in nota, e vol. II, pag. 244).

Nelle carte del Galassi, che si conservano nell'Archivio di S. Pietro, si trova
anche la scrittura del Belforti frammista con la sua in una Raccolta di tutte le iscri-
zioni che esistono nella città di Perugia,

(2) In una lettera del famoso Tenente Maresciallo Giovanni Maria Narboni a
Luigi Belforti (Lemberg 22 luglio 1844) leggo: «... Io ho tanto conosciuto Giuseppe
« Belforti suo nonno, antiquario, erudito e ordinatore accurato e intelligente dei
« patri archivi, assiduo alla conversazione di casa Narboni, coll’ auditore Friggeri
« fondatore del pubblico Museo, e con Annibale Mariotti che aveva messo insieme
« tanti materiali per la storia di Perugia. Che ne avvenne di quei materiali? Credo
« che passassero in mano di Vermiglioli ... ». I mss. del Mariotti, miniera a cui
hanno attinto ampiamente tutti gli illustratori di cose perugine, dal Vermiglioli al
Rossi, passarono per eredità alla famiglia Vitiani che li cedé al patrio Municipio
in seguito a premure del medesimo Rossi.

In una biografia inedita di A. Mariotti stesane da ENRICO AGOSTINI (modestis-
simo e laborioso raccoglitore di memorie cittadine), che esiste nell'Archivio di
S. Pietro, si legge che, dopo la morte del M., « la nota di tutto il di lui operato e
< scritto speravasi vederla alle stampe avendone l’antiquario sig. Giuseppe Belforti
« fatte le più diligenti perquisizioni nella doviziosa libreria del detto defunto per
« istigazione dei virtuosi ... ». Che dal B. sia stata fatta una tale nota non risulta,
ma che egli imprendesse a riordinare le carte del M. — ultimo tributo alla vene-
rata memoria dell’ amico illustre che, benché più giovane, l'aveva preceduto nel
sepolero — parrebbe da alcune buste e cartelle con indicazioni di suo pugno. Però,
come ho detto, i mss. del M. sono stati poi frugati e rimescolati da tanti, che se
anche il B. vi aveva dato un ordine, questo dové necessariamente andar guastato e
scomposto.

27
G. DEGLI AZZI

Di questa operosità infaticabile specialmente, egli impresse
vivo ricordo in quanti che, anche più giovani di lui, lo videro
lavoratore assiduo sino agli ultimi anni della sua vita, così nobil-
mente a profitto degli studi e ad onor della patria impiegata (1);
ed è essa, in particolare, che a noi resta d’ ammonimento e di

esempio.

Ma — come dissi — non son questi che fugacissimi tóechi,
quali si convengono al modesto compito assuntomi di un sommario
ricordo del benemerito studioso, del laborioso erudito, la cui quasi
dimenticata e pur nobilissima figura sarebbe prezzo dell’opera più
degnamente e ampiamente rivendicar dall’ oblio.

G. DEGLI AZZI.

(1) « L'indefessa vigilanza del sig. Giuseppe Belforti » menziona il VERMIGLIOLI,
(Della Tip. Perug. del sec. XV, Lettera a L. Canali, Perugia, 1806, pag. XXXII); «l' in-
« faticabile ed erudito Giuseppe Belforti » lo chiama il SIEPI (Descrizione di Perugia,
vol. I, pag. 781); e similmente altri.

Merita di esser riportato l'atto di morte (L. dei morti della P. di S. Agata)
stesone dall’abate EGIDIO STEFANO PETRONI, buon letterato perugino di quell’epoca,
poiché contiene forse il più compendioso e giusto elogio dell'uomo e dell’ opera
sua:

« Nel di 14 ottobre 1807 circa alle ore 13 fu trovato morto nel suo letto il si-
« gnor Giuseppe Belforti, avendo l'età di anni 77, mesi uno e giorni 15. Uomo di
« sommo criterio, di somma erudizione specialmente patria, e di somma intelligenza
« e perizia in ogni genere di antiquaria, e d’inusitati vecchi caratteri, é uomo stato
« sempre utile alla città per le sue indefesse fatiche in riordinare i pubblici archivi,
« e in iscoprire e mettere insieme le antiche memorie a comodo dei novelli patri
« Istoriografi. j

« Il suo cadavere venne nel di dopo tumulato nella Chiesa dei PP. Filippini
« perché ivi sepoltuario.

« In fede ecc. « Stefano Petroni ».

GIUSEPPE FABRETTI cronista cittadino, scrupoloso e sincero, così registra nei
suoi Ricordi di Perugia, inediti: « 1807. Il 14 ottobre cessò di vivere di anni 77 Giu-
« seppe Belforti, uomo di sommo merito e di utile alla patria ».
I PIÙ ANTICHI DOCUMENTI
suli maioliche di Deruta e sui tessuti detti ^ perugini ,,

nell’ Archivio Francescano di Assisi

Ebbi assai di recente occasione di fare ricerche nell’ Archivio
della Basilica Francescana di Assisi per uno studio su le marávi-
gliose vetrate dipinte del 200 e del 300, le più belle che esistano
in Italia, studio da me intrapreso e che spero di poter pubblicare

nell’anno venturo. Se da una parte le mie speranze furono deluse,

| perchè le vetrate sono quasi tutte anteriori al 1352, anno dal quale
incomincia la serie, pur troppo spesso interrotta, dei libri di spese

e di fabbrica, ebbi per altro la fortuna di rintracciare importanti

notizie che sfuggirono anche al diligentissimo Thode, il quale nel

suo Franz von Assisi ha largamente sfruttato tutto il campo della

storia dell'Arte italiana che si riconnette al Serafico Poverello.

Così nel libro di spese dal 1352 al 1364 lessi il ricordo di Bene-

detto da Bettona, il quale ‘nel novembre del 1356 riceve 15 fiorini

per scodelle e taglieri (incisoriis). Più interessanti le notizie del-

l'agosto 1358 riguardanti Cecca di Alessandro vasaio che vende
per la grossa somma di 73 fiorini, 5 soldi e 10 denari ai frati del
S. Convento parecchie centinaia di vas croce? e bianchi, anfore
verdi, broccole bianche, tutto portato da Deruta, e nell’ anno se-
guente nel mese di ottobre riceve 13 fiorini per simili terraglie e
di più per salette, blancati e gavatelli, sempre portati da Deruta.
Nell’ ottobre dello stesso anno 1359 Benedetto da Bettona è pagato
con 8 fiorini e 28 soldi per mille scodelle. Nell’ altro libro di spese
che registra gli esiti dal 1376 all’ 88 (poichè manca quello dal 64.
al 76) non trovai altri ricordi concernenti vasai e maioliche che
due pagamenti fatti nel luglio del 1378 per vasi ed anfore,
senza che vi sia notato il nome del vasaio, indicato soltanto in
margine con l'appellativo comune di figulus. Fino ad ora non si
360 G. CRISTOFANI

conoscevano delle maioliche di Deruta documenti anteriori a quello
pubblicato dal Rossi (1), del 19 marzo 1387 col quale Giovanni di
Andrea Venturella, vice-massaio dell’Arte dei Vasai di Perugia,
fa quietanza di libre sei ai fabbricanti di vasi, brocche ed anfore
del Castello di Deruta, alla quale somma erano questi obbligati
annualmente per le luminare o processioni di S. Ercolano. Vero
è che lo stesso Rossi (2) pubblicò altro documento del 20 novem-
bre 1349 col quale si dava facoltà a Luccolus Ioannelli Andreuc-
coli de Eugubio... vasarius vasorum pictorum — di fare

vasa
terre vitriata... sicut fiunt Perusii et in pluribus aliis civitatibus
et terris (3). Ma, come ognun vede, qui non è fatto esplicito ac-
cenno alle fornaci Derutesi. I documenti dell'Arehivio di Assisi
sono perciò a più ragioni preziosi, sia perchè fanno risalire di un
trentennio la certa esistenza delle fabbriche di Deruta, sia perchè
ci indicano i colori più usati in quelle fabbriche alla metà del
trecento, il bianco, il verde ed il croceo, e di più col nome te-
cnico degli oggetti smerciati in quei tempi, ci danno anche il nome
del vasaio (4). Il Venturi ha il merito di aver additato, come esem-
plare delle più antiche maioliche italiane, i rombi con busti di

‘santi a rilievo smaltati posti a decorare l'ambone in fondo alla

nave della Basilica inferiore di Assisi; io non so se quei pezzi
ornamentali possano credersi delle fornaci di Deruta, ma son certo

. che a queste appartengono le mattonelle le quali girano attorno ai

gradini dell’ altar maggiore nella Basilica superiore, ricche di sva-
riati motivi geometrici condotti con le tinte ricordate dai docu-
menti assisani; l’ epoca non è facilmente determinabile, ma può
risalire alla fine del XIII secolo. In ogni modo il sapere che alla
metà del 300 i frati di Assisi si fornivano di stoviglie maiolicate
a Deruta, può farci supporre che i vasai di Deruta abbiano anche

(1) Giornale di Erudizione artistica; Perugia, 1872. Vol. I, pag. 142.

(2) Ibid. pag. 213.

(3) Riportato anche da A. VENTURI, La Pittura Italiana del 300; Milano, Hoepli
1906. Pag. 1091.

(4) Né il GENOLINI (Maioliche Italiane; Milano, Dumolard, 1881), né il FoRTNUM
(Descriptive Catalogue of! Maiolica in the Ashmolean- Museum, Oxford, 1897, pa-
gine 26-27) hanno potuto fornire delle maioliche derutesi notizie più antiche di quelle
pubblicate dal Rossi, come anche il Venturi, il quale, citando il documento di Andrea
Venturella, lo riporta inesattemente al 1375, tratto in inganno dallo IANNICKE (Ge-
schichte der Keramik; Leipzig, 1900, pag. 382), dal quale desume la notizia.
I PIÙ ANTICHI DOCUMENTI, ECC 361

ricevuto le commissioni dei lavori decorativi in terra cotta smal-
tata posti in opera nella maravigliosa Basilica; così anche per
questa gloriosa industria umbra, Assisi fu il primo e nobile campo
aperto fin dagl'inizi di quella alle sue prime espressioni, ai primi
tentativi.

Nello stesso libro di fabbrica, al marzo 1363, sono notate spese
per donne che tessono tovaglie da altari, per lavatura e dipana-
tura dell’ accia adoperata in quelle tovaglie; nel novembre del-

l’anno stesso nn tale Marino carpentiere riceve un ultimo paga-

mento per la tessitura di dette tovaglie, che un’ altra nota di detto
mese ci dice essere state in numero di tredici, come ricorda la
spesa occorsa per il bombigio o cotone impiegatovi.

Alessandro Bellucci (1) parlando dei tessuti ad occhiello, ehe
oramai tutti convengono nel chiamare perugini, scrive: la materia
è puro lino torto a mano, la tessitura è ad occhio di pernice, il
turchino è cotone;... la bombagia fornisce il cotone turchino all’or-
nato. Non vi può essere dubbio che le tovaglie tessute in Assisi,
data l' identità della materia tessile adoperatavi con quella delle
Stoffe perugine, non fossero del tipo perugino; il vedere i pittori
trecenteschi che lavorarono nella Basilica, tra i quali Giotto e Si-
mone Martini, coprire nei loro affreschi con tali tovaglie gli altari
e le mense, mentre sappiamo dal documento che le tovaglie del
1363 dovevano appunto servire per altari, toglie ogni dubbio.
Così l'Archivio di Assisi ci fornisce le più antiche memorie sin
qui note sulla gentile industria che l'Ars Umbra ha il merito di
aver risuscitata e rimessa in onore. Però fin dal 1359 sappiamo
che i frati facevano uso di tovaglie operate nel loro refettorio, tro-
vandosi notata nel settembre di quell’anno la spesa di fiorini 17
per una tobalea magna pro refettorio; il danaro è consegnato a tal
Pietro di Ceccarello, del quale non trovando altrimenti indicata la
patria, è a credere sia stato assisano; l'alto valore del tessuto
esclude si tratti di una tovaglia semplice e disadorna. Oltre a
questa, altre memorie fornisce Assisi sulle tovaglie perugine: il
Codice 337 della Comunale, il quale contiene diversi inventari
della ricchissima sacrestia della Basilica a cominciare dal più antico

(1) Un’antica industria tessile perugina (L'Arte; 1905, pagg. 113-118).
362 G. CRISTOFANI

del 1338 Op cita spesso le £obalee communes magne et parve in
gran numero, fino di ottanta. L'appellativo di comune è giusta-
mente dato ad un prodotto dell'industria loeale, dimostrata dai
doeumenti; eoneludendo, possono ben dirsi perugini tessuti che
fin dal 1359 si fabbrieavano in Assisi e probabilmente a Perugia
e in altre terre dell' Umbria.

DOCUMENTI.

Archivio di S. Francesco, ora alla Comunale di Assisi. Libro
di spese dal 1352 al 1364.

I (fol. 27 recto).
1356 novembris.

It. die xii? septembris [expendit procurator] Benedicto de Bictonio
pro seutellis et incisoriis / xv flor.
II (fol. 51 tergo).

1358 aug.

Item die xviiije aug. ' Cecce Allexandri vasario pro ix centis liiij.
vasis cloceis et ij centis vasis albis et xij anforis viridis et xvjjj? broc-
colis albis et pro anforis et broccolis et gavatellis apportatis de Diruto
et pro portatura istarum rerum

III (fol. 69 recto).

Ixxij Hor. ;v/ S x d.

1359 octob.
Item Benedicto de Bictonio pro x centinariis scudellarum viij flor.
et xxviij sol.
IV.
1359 octubris.

Item Cecce Allexandri vasario pro trecentis (iii^")Ixx'^*xj vasis cloceis
et pro clxx vasis albis et pro viij amphoris coloris viridis et pro xij
brocculis albis et pro ij*'l salectis et ij^" blancatis et c gavatellis et iiij
amphoris apportatis de Diruto et pro paleis emptis ab eo tempore in-
dulgentie xiii flor.

(1) Il dotto bibliotecario prof. Leto Alessandri ne prepara la pubblicazione, che
sarà accolta con entusiasmo da tutti gli studiosi dell'Arte ; all’insigne cittadino
esprimo i miei vivi ringraziamenti per la squisita cortesia con la quale accolse me
ed accoglie quanti si recano in Assisi a compiere studi e ricerche; l'Alessandri non
appartiene certo alla categoria dei gelosi custodi, dei quali ebbe con ragione a do-
lersi l’amico Perali.

TI
I PIÙ ANTICHI DOCUMENTI, ECC.

Libro di spese dal 1376 al 1388.

V (fol. 17 recto).
1378 iulii.
Item in vasis et amforis pro festo indulgentie figulus ii flor.
VI (fol. 18 recto).
1378 iulii.
die xxviij dicti mensis
Item habuit figulus pro vasis j flor.
VII (fol. 68 tergo).
1359 septem.
Item petro Ceccarelli pro j tobalea magna pro refetorio xvij flor.
VIII (fol. 147 tergo).
1363 martii.

It. pro illis quae texunt toaleas pro altaribus xxxx sol.
(fol. 148 recto).

It. pro illis quae texunt toaleas xl sol.

It. pro lotura depanatura aecie pro toaleis l sol.

IX (fol. 202).
1363 novembris die x.®

It. Marino Carpentario pro complemento testure tobalearum i fior.
It. in bombigio posito in dictis xiij thobaleis lv sol.

G. CRISTOFANI.
UN IGNORATO DIPINTO

DI « MARIANO DI SER AUSTERIO »

La vita e le opere di Mariano di ser Austerio sono quasi del
tutto sconosciute. Egli dipingeva nel 1512 il paleotto dell’ altare
per la Cappella di S. Giovanni al Cambio ; questa sua opera, com-
piuta nel santuario della pittura perugina, mantiene viva la sua

memoria, e il suo nome è ripetuto accanto a quello del Perugino -

e di Giannicola forse più per avere insieme ad essi così tenue-
mente concorso alle decorazioni delle Sale del Cambio, che per
virtù propria. E già sarebbe dimenticato, poichè, dopo il paleotto,
di lui in Perugia rimane solo un altro lavoro: nella sala XIV
(seconda degli stacchi) della nostra Pinacoteca, prima del 1907 si
trovava un suo affresco distaccato e firmato, diviso in 2 fram-
menti, formanti i lati di una Crocifissione, proveniente dal Con-
vento di S. Girolamo in Porta S. Pietro. Ma dopo il riordinamento,
che si fece in occasione della Mostra d’Antica Arte Umbra, l'af-
fresco fu trasferito nei magazzini, dove si potrà vedere ancora
per pochissimi anni, perchè il distacco mal riuscito non si regge
più sulla tela e se ne va a brani ignominiosamente : così già è
caduto il nome che il pittore vi scriveva a perpetua sua memoria,

così per male inteso spirito di conservazione sparirà un’altra :

opera d’arte !

Tanto rimane del nostro in Perugia: si sa però dal Mariotti
nell’ ottava lettera. pittorica, a p. 200, che nella Chiesa di S. Do-
menico e precisamente nella Cappella della famiglia Belli (1) esi-

(1) Questa Cappella è la quarta a destra : cioè, quella dedicata già a S. Lorenzo,
oggi detta del Rosario; quella, dove Agostino di Duccio nel 1459 vi compiva la bella
ornamentazione dell'altare, sacro alla Madonna. Il MaRrIOTTI (Let. VIII, p. 200, nu-
mero 1) crede che Mariano di Ser Austerio eseguisse la tavola, di cui ora parlo, per
l’altare di Agostino; ma che mai fosse stata posta in mezzo a quell’ ornato. Il Siepi

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366 A. BRIGANTI

steva un quadro dipinto da Mariano: « la Madonna con S. Lo-
renzo ed altri Santi eome tuttora si vede collo stemma (1) della
suddetta famiglia nel basamento dei pilastri della medesima ta-
vola (2) », così è descritto dal Mariotti, il quale aggiunge che
tal pittura può riferirsi al 1503. Ma questa data sarebbe certa-
mente errata, se fu il quadro in parola quello che i Francesi tra-
sportarono a Parigi nel 1812, come si legge in un’ordinanza, da
loro emessa, pubblicata dal Rossi (3); e se è vero che in esso,
così elencato « La Vergine con diversi santi nella Chiesa di San
Domenico », si leggesse il nome di Mariano di Eusterio (4) e la
data 1493: ma è difficile fissare la verità, perchè il quadro andò
perduto in chi sa quale Galleria di Francia e le descrizioni da-
teci non offrono elementi bastanti per stabilire se i due dipinti
in parola siano la stessa cosa.

Ho voluto fare questo lungo discorso per stabilire, più pre-
cisamente possibile, 1’ epoca in cui visse il nostro artista : poichè
il Pascoli lo fa vivere dal 1500 al 1570, e il Mariotti (5), tenendo
conto delle asserzioni del Morelli fissa un’età anteriore ; quindi
se è vero quanto il Rossi riferisce, bisognerebbe far risalire l’anno
della sua nascita poco dopo il 1460 o circa. La sua vita del resto
passa quasi oscura, nè alcuno pensò mai ad illustrarla ; rare date
abbiamo: nel 1510 stipula l'atto da me rinvenuto; nel 1516 (31
ottobre) insieme a suo fratello Bartolomeo sostiene una lite con

però (Descr: di Perugia vol. II, p. 497) parla di un altare di S. Lorenzo, che era a
sinistra della Cappella, mentre l' altro é a destra, « con una bellatavola di Mariano
di Ser Eusterio », rapita nel 1797.

Questa Cappella fu fondata da Lorenzo Belli nel gennaio del 1484, come leg-
gesi « in un ricordo nell'Archivio di S. Domenico; e fu lo stesso Lorenzo che com-
mise il quadro a Mariano (MARIOTTI, Op. cit., p. 198).

(1) Detto stemma consiste « in un Capriolo accompagnato da tre rose » (Ma-
RIOTTI, Op. cit., p. 198).

(2) Il SIEPI così descrive il quadro: « la Madonna sedente col Bambino, S. Lo-
renzo e S. Giovanni Battista, oltre la predella col Martirio di S. Lorenzo, la Depo-
sizione di Gesù dalla Croce, la Annunciazione » (op. cit., p. 497).

(3) Giornale di Erudizione Artistica, vol. V, p. 288: « A dì 12 febbraro 1812 il
Sotto-Prefetto del Circondario di Perugia scriveva al Maire di detta città :

« Il Governo ha deciso che siano trasportati al Museo Napoleone di Parigi i
Quadri di cui accludo la nota, etc. ».

(4) È più naturale questa data che l'altra « 1508 », se il quadro fu commesso
nel 1484.

(5) Op. cit., p. 200.
UN IGNORATO DIPINTO, ECC. 367

le monache della B. Colomba in Porta 5. Pietro per il possesso

d'una casa (1); nel 1526 si obbliga pure insieme al’ fratello di

far portare in Perugia tutto il grano da essi raccolto nel Chiugi (2).
Il Vasari ci fa sapere (3), là dove parla di Lorenzo Lotto, pittore
bergamasco, che nel 1530 circa Mariano si trovava in Ancona,
poichè egli serive che il Lotto si portò precisamente in questa
città « quando a punto Mariano aveva fatto in S. Agostino la ta-
vola dell’altar maggiore con un ornamento grande, la quale non
soddisfece molto » : questa è l ultima notizia certa ehe abbiamo
del nostro pittore, il quale nel 1547 era già morto (4). Per queste
poche notizie sulla vita e sulle opere di lui si sarebbe portati a
credere che i contemporanei tenessero Mariano in poca conside-
razione, se il suo nome non figurasse accanto a quello del Peru-
gino nelle sale del Cambio, dove egli compì un’opera di delicata
fattura, e se il Mariotti nella lettera sopra citata non gli dedicasse
parole di lode per il quadro di S. Domenico. L’ operosità però
del nostro artista fuori di Perugia cessò appena cominciata :
dopo la notizia, dataci dal Vasari non sappiamo se lavorasse al-
trove: l’arte sua pare che non fosse bene accolta fuori della
patria. |

Mariano di ser Austerio fu uno dei primi seguaci del Van-
nucci; lavorò forse a lungo nella bottega del maestro che ampia-
mente imitò, come ne fa fede il lavoro del Cambio; e fors’anco

collaborò insieme allo Spagna come ce’ induce a supporlo il docu- :

mento che vengo ad illustrare: ma fu tra i meno fecondi scolari
del Perugino, così poco visse e poco operò. Il documento da me
rinvenuto tuttavia nuova vita e nuova operosità verrebbe a por-
tare al nome di questo artista perugino, la eui memoria va scom-
parendo.

(1) (Archivio Giudiziario: Procesus, an. 1516. Le monache intimano con un Pre-
cetto di consegnare fra 2 giorni vacua e libera la detta casa da essi venduta.

(2) Ann: Xvir. 1526 die 13 Augusti, fol. 274 t. (MARIOTTI, Op. Cit., pag. 203).

(3) Vite e6c., pag. 147, T. X. Ed. Le Monnier.

(4) Ebbe una sola figlia, erede universale, maritata a Porfirio Lucidi de’ Ba-
stanii/di Assisi, che nel 1547 ha una lite con Girolamo figlio del fu Bartolomee fra-
tello del detto Mariano, riguardo ai beni ereditati da suo padre.

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RPS, fas E A. BRIGANTI

Al nome de Dio Amen. A di 19 de novembre M.D.X.
Sia noto et manifesto a qualunque persona odira leggere questa
presenta scripta comme Mariano de ser Austerio de Peroscia Porta
Sancto Pietro promecte a domino Paulo de mastro Antonio de Peroscia
rectore al presente de Saneto Antonio de Porta Sole de Peroscia : et
a donna Berardina de Teseo de Tei, la Suriana de Angelo de Foede-
rigo, la Madalena de Pietro Angelo: l'Angelica in nome loro: et de
tucte le donne de la Compania de la nostra donna,de Sancto Antonio
de Porta Sole finire una tavola già comenzata per Spagna pentore dove
sta penta una Natività de Cristo, ed altre figure et nel mezo tondo
pengnere uno Dio pedre: et nella predella immezzo pengnere una no-
stra donna de la Misericordia colle donne socto el manto: et da luno
de Capi sancto Antonio et de laltro sancto Leonardo, o altre figure
che piacesse a la supradicta Compania de le dicte donne: et dove se
recerca oro ponere oro de ducato: et altrovo mectere buoni colori et
fini et finirla de paesi, et fogliami a judicio de doi maestri de tale arte .
in termene de dieci mesi et mezo per prezo de fiorini quarantacinque
a moneta peruscina de' quali el dicto Mariano se chiama confesso et
contento havere hauti, et recevuti fiorini trenta: et soldi octanta in fra
denarj et grano a moneta peroscina: et del resto la dieta Compania
promecte darli questa state che verà septe some de grano a mesura
communa : et de quello restarà de suoi dicto Mariano promette aspec-
tarle fin tanto che la dieta Compania havarà commodità a pagarlo.
Et io Lorenzo de Mutii de Cità de Castello feci la presente scripta
de prieghi et voluntà de le parte de mia propria mano di anno et mese

dieto de sopra.

Questo doeumento fu da me ritrovato, mentre compivo ri-
cerche, nell’Archivio Giudiziario di Perugia, riordinato or son
pochi anni dal cav. Giustiniano Degli Azzi ed ora aggiunto al-
l’archivio Comunale. Fa parte della Serie III « Iura diversa »,
filza 1509-1510, la quale contiene i piü svariati documenti giudi-
ziali e stragiudiziali in originali e copie.

Il documento, era forse un allegato a qualche processo, di-
seusso innanzi al magistrato per controversie sorte riguardo al
quadro o al lavoro nominato : l’atto quindi può essere anche una

copia.
PRATI

UN IGNORATO DIPINTO, ECC. 369

Da esso risulta che lo Spagna aveva cominciata una tavola,
commessagli poco tempo prima, e che questa era già compiuta
nella parte centrale, se bene s’ interpretano le parole « dove sta
penta una Natività de Cristo et altre figure »: la predella e il mezo
tondo attendevano d’esser terminati, e di ciò fu incaricato Mariano
di ser Austerio. Lo Spagna forse non volle o non potè per altri
lavori condurre a termine l'opera incominciata ; lo troviamo in
quest'anno 1510 a Macerata, nell'anno seguente (1511) a Todi.
Non so, ma l’aver egli proposto alle donne della Compagnia di
S. Antonio un suo condiscepolo, o averlo le dette donne per loro
spontanea elezione scelto tra gli artisti viventi allora in Perugia,
fa credere che reputazione di artista eletto abbia avuto tra i suoi
il nostro pittore, per poter compiere opera da completare quella
già cominciata dallo Spagna: così leggendosi il nome di Mariano
di Austerio accanto a quello di Giovanni Spagna, si è indotti a
credere che i due pittori altra volta insieme lavorassero.

Ho voluto ricercare nella nostra Pinacoteca, poichè altrove
m’ era impossibile, se vi fossero state traccie dei dipinti menzio-
nati nel documento: dopo lunga e paziente indagine ho ereduto
di rinvenire la sola predella, divisa, perchè segata, in 3 qua-
dretti.. Questi si trovano nella Sala XX, quella di Domenico AI-
fani, segnati coi numeri 10, 11 e 12, portanti i numeri d'inventario
335, 336, 337. Sono collegati tra loro da una sbarra di ferro; e
nel nuovo e nel vecchio inventario sono annoverati uno appresso
dell’altro come si trovano ora collocati. Che queste tre piccole
tavole formassero un tempo una predella si può arguire dalle al-
tezze pressochè identiche, dalle nette somiglianze che nella tecnica,
nel disegno tra essi ricorrono, dai segni evidenti che vi ha la-
sciato il passaggio della sega, dalla collocazione negli inventari
uno appresso dell’altro, che fanno supporre siano stati così rinve-
nuti, dalla loro provenienza dall’ Accademia di Belle Arti.

La tavoletta segnata col n. 10 rappresenta un S. Antonio Ab-
bate in due terzi di figura; è alta m. 0,23 larga 0,17, non com-
presi il riporto e la cornice.

La tavoletta segnata col n. 11 reca la Nostra Donna che ri-
eovera sotto il suo manto molte pie donne genuflesse, che dalle
loro vesti sembrano tutte far parte di una stessa confraternita ;
ai lati stanno una Santa, che nell’ inventario fu creduta erronea-

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mente S. Anna, e S. Leonardo ; in alto sono due serafini: misura
in altezza m. 0,22 non compresi il riporto o la cornice.

La terza tavoletta segnata col n. 12 ha un S. Leonardo in
due terzi di figura: è alta m. 0,23 e larga m. 0,17.

La 11 formava la parte centrale della predella la 10 e la 12
le parti laterali. Hanno tutte e tre un riporto, che nella centrale
(la 11) è più grande, tanto da raggiungere la larghezza di m. 0,52

e l'altezza di m. 0,28, mentre la tavoletta, che porta le suddette

figure, è un quadrato il quale misura m. 0,22 in circa per tutti
i lati. Il riporto di quest’ ultima ha un ornato a fiori del XVII o
XVIII secolo; forse in quest’ epoca fu divisa la predella, e si è
indotti a credere che essa mai avesse fatto parte della Natività
dello Spagna, perchè non si può supporre che in quel tempo ne
fosse stata divisa, e perchè non fu mai condotta a termine. La
figura infatti del S. Leonardo ha una mano, quella che tiene il
libro, appena abbozzata, e il viso manca di esser completato; così
pure nel quadretto centrale sarebbe occorso ancora qualche ritocco.

La descrizione dei tre quadretti da me fatta, per poco diffe-

risce da quella che della commessa predella si legge nel docu-

mento: diverge solo quando si parla della Donna de la Miseri-
cordia, la quale non dovrebbe avere ai lati le due figure di Santi,
ma nel documento è scritto o altre figure piacesse a la supradicta
compania: nè troviamo le tre pitture finite de paesi et fogliami,
ma non si accenna espressamente che tal rifinitura dovesse com-
prendere la predella puranco ; di più il lavoro è incompleto e i
fondi dei tre quadretti furono riverniciati, come evidentemente si
vede, quando fu aggiunto il riporto.

. Uno stesso artista poi indubbiamente dipinse i tre quadri. Il
S. Leonardo del n. 10 sembra una copia un po’ ingradita del santo
che sta al lato sinistro della Vergine, tante sono le somiglianze
in tutti i particolari ; il roseo del volto della Vergine, il rosso del
libro tenuto dai. due S. Leonardi, il colorito dei visi non fanno
sorgere nessun dubbio che siamo dinnanzi a quadri dello stesso
pittore. Potrebbe un dubbio sorgere, quando si passa ad osser-
vare la tavoletta n. 12: quel S. Antonio è una figura meglio di-
segnata, più fine, più completa, più espressiva delle altre; ma se
bene viene esaminato appaiono subito i segni evidenti della stessa
mano, il colorito delle carni, le linee della faccia, del naso, del-
UN IGNORATO DIPINTO, ECC. 371 i i

l'orecchio, lo sguardo, la posizione reclinata un po’ a sinistra, che
tanto ricorda il S. Leonardo della tavola centrale. Che se ancora
rimanesse qualehe dubbio, dobbiamo ricordarci che il lavoro era il |

già stato cominciato dallo Spagna, e si può anche supporre che i
egli avesse abbozzato il S. Antonio. SITA |
Cosi.ho rigostruito la predella da me rinvenuta, che trovo Wl

: identica a quella commessa nel documento. Questa non fu mai |
finita, come già dissi, da ciò forse le controversie che determi- |

narono il processo a cui aecennavo. ili |
| Ma il trovare le tre tavolette quasi completamente identiche -IIIMIEIRINT
| ; E |

| alla predella descritta nel documento, non proverebbe tuttavia che |

esse fossero veramente opere di Mariano di ser Austerio. Queste ap- ill

partengono alla scuola del Perugino e sono dei primi del sec. XVI.
| Confrontandole col paleotto del Cambio troviamo delle differenze:

manca ad esse quella vivacità e chiarezza di colori quale è per | ili

poco accennata nelle figure della Madonna, del S. Leonardo, delle
devote genuflesse ; delicate però sono quelle figure, specie la Ma-

donna e il S. Antonio, ed espressive tanto da potere figurare ac-
canto a quelle del paleotto : del resto mi sembra riscontrare altri
punti di contatto nelle piccole figure dei tondi. La più volte note-

vole differenza tecnica consiste nelle ombre delle carni, che sono | il
d’un verde cinereo nelle tavolette della Pinacoteca, calde invece |
e rosee nel paleotto del Cambio. Bisogna poi ricordare ehe Ma-
riano dipingeva la sua predella due anni prima, e forse tanta
vivacità di colori non s’ addiceva a penitenti. Punti di somi-
glianza riscontro pure in quel frammento d’ affresco, che trovasi
nei magazzini della Pinacoteca, benchè di proporzioni molto
maggiori: alcuni caratteri, certe linee mi paiono ingrandimenti

del dipinto da me illustrato.

Ma se avrò anche errato nel credere queste tre tavolette opere |
di Mariano di ser Austerio ; pure il documento da me pubblicato
riuscirà sempre interessante, perchè viene ad aggiungere una
nuova notizia sulla vita e sulle opere di Giovanni Spagna ; per-

chè viene ad illustrare la vita e le opere di uno dei primi disce-

poli che il Vannucci ebbe tra i cittadini di Perugia, suo seguace
e imitatore, celebrato dal Mariotti per la tavola di S. Domenico,
rimasta chi sa in quale Galleria di Francia, caduto oggi quasi

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' nell’ oblio, da cui lo ha salvato la pittura per l’altare del Cambio,
A. BRIGANTI

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nata alla deportazione nei magazzini della Pinacoteca, vi attende

la morte, che avverrà certo fra pochissimi anni.

BRIGANTI.

A.
| DELLA CHIESA DI ASSISI
DOVE VERAMENTE SI TROVAVA LA PIETÀ DI NICCOLÒ DA FOLIGNO

lodata da Giorgio Vasari

Di Fra Lodovico da Città di Castello, Minore Conventuale,
poche e scarse notizie sono giunte sino a noi (1); due suoi ma-
noseritti autografi conserva la Francescana, ora Comunale, di As-
sisi, segnati coi numeri 53 e 148, ambedue cartacei. Il primo è
un curioso zibaldone che contiene un po’ di tutto: disquisizioni
teologiche, aneddoti agiografici, indirizzi di cardinali, di frati e
di monache dimoranti in Roma verso la metà del 500, itinerari
dell’ Umbria, delle Marche e del Lazio, appunti di storia d’arte
etc.; vi è apposto esternamente il titolo « Memoriale del Filosofo »
per mano di qualche contemporaneo del Frate, il quale, come at-
testa il Papini in una sua nota al Codice 148, ebbe appunto per
soprannome « 2L Filosofo » e mori nel 1580.

Il Memoriale ha qualche valore per parecchie curiose notizie,
mentre il 148 va considerato come opera preziosissima, conte-
nendo la più antica e minuta descrizione della Basilica France-
seana e dei più importanti monumenti di Assisi. Disgraziatamente
è acefalo ed apodo, alcune pagine furono stracciate, i margini
consumati impediscono la completa lettura di gran parte del testo ;
il trovarvi intercalati alcuni fogli quasi in bianco ed interpolate,
di mano però dell’autore, alcune notizie estranee al soggetto, fa
subito accorto il lettore che il Frate compose un semplice abbozzo

(1) Mons. FALOCI-PULIGNANI (Miscellanea francescana, vol. X, fase. IV, pagg. 104,
106) ricorda di lui un’opera: Compendio dell’ Indulgenza degli Angeli e dei suoi mi-
‘racoti, pubblicata a Perugia nel 1570, della quale fu fatta una seconda edizione
nella stessa città dal Petrucci nel 1583.

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314 G. CRISTOFANI

di guida per chi si recasse a visitare i santuari di Assisi: tanto
è vero che all'autografo del Filosofo è unito un sunto dell’ opera
sua, trascritto da un ignoto seicentista, al quale hanno attinto il
Sacconi (1), il Thode (2) ed il Fumi (3), i due primi citando come
opera di Lodovico la libera copia del più tardo compilatore.
Stralcio dal prezioso autografo alcune notizie riguardanti Ni-
colò di Liberatore, delle quali una è per tutti i cultori della storia
della pittura umbra di non poco interesse. A pag. 5 recto si legge :
Nell’altare della capella di S. ludovico sopraditto gli è una tavo-
letta cioè un confalone, opera di nicolò da folignio, qual è stato
homo notabile al suo tempo et qui ha facte molte opere overo asai,
et ancora parono belle ; qual fu prima del peruscino ; al suo tempo
non se usava depengere ad olio, ma con tempera. S& come al dì
de hoggi se vede, quel confalone de ditta capella per principale gli
è un Cristo, col braccio in alto et spalla ingniuda in aere, dando
la maleditione, circondato da serafini, et doi angeli per banda, li
più presso, tengono dardi melli sua bracci; allato de Cristo gli è
la madonna alquanto più basso, vestita de bianco, co la corona în
testa, la quale pare che raccomandi la cità de assisi, la quale è
ritratta de naturale con la fabrica di san francesco ; poi dal lato
dextro gli è un s.? Francesco et s.* chiara, s. bastiano ; al lato si-
nistro gli è s. vetturino vescovo et martire, s. rufino vescovo et
martire et san rocco... il ditto micoló in depingere questi do vescovi
ha facto una cosa assai de admiratione et ancor bella, la quale si
è che san francesco sta a l'inconfronto de uno de quei vescovi, li
quali sonno vestiti con veste sacerdotale, la pianeta de s. vettorino
[pag. 5 tergo] cioè questo drappo roscio reverbera nella tonica de
san francesco, il che ha pento così bene che par verisimile. Credo

che questo confalone la cità il portavano in processione nel tempo

della peste et altre tribulatione, come guerre, caristie et altri simili.
Ancora nel domo della cità vi è una tavola assai grande con

(1) Relazione a S. E. il M. della P. I. per il ricollocamento del Coro di M. Do-
menico da San Severino nella Basilica superiore di Assisi (Bollettino del M. della
P. I., 1898, fasc. IV).

(2) H. THODE, Franz von Assisi und die Renaissance in Italien, Berlin, 1904,
pagg. 621-23.

(3) Spigolature dall Archivio della Basilica di S. Francesco di Assisi (Bollet-
tino della R. Deputazione di Storia Patria per Umbria, vol, XIII, pagg. 586-90.
375

DELLA CHIESA DI ASSISI, ECC.

molte figure, et da piedi nella predola della tavola gli sonno al-
cune istorie de santo rufino, assai belle, istoriate. Ancora gli è
nella fraternita di S. Gregorio un confalone per portar in proces-
stone molto bello; in tra li altri, gli è un Cristo alla collonna et
quattro lo flagellono, [dei quali] gli ne sonno doi che se posano et
doi lo battono; ma però li doi che se posano, stanno con belli ge-
sti; a qual proposito et fra li altri, ha pento uno con la bocca
aperta in modo. de pansciare (1), che fa bellissimo effecto.

Ancora depinse nella chiesa ditta santa maria de augusto, cioè
la asumpta, una pietà in una cappelletta, con doi angeli che ten-
gano le torce accese in mano [e] piangano tanto bene che paiono
vivi; et quel piangere mai non ho visto fingere meglio che a custui.
Ancora in mnocera nel domo gli è un’altra bella opera in una ta-
vola di altare. Ancora in Folignio sonno molte opere delle sue ;
infra le altre gli è in sancto nicolò una tavola, che a piedi vi è
una predola con molte istoriette belle ; i fuligniati le mostrano et
tengono per la più bella cosa che habbiano mella cità, per essere
opera del ditto nicolò fulignato.

Comincio con il far rilevare che il Frate, il quale nell’ opera
sua non dimentica mai di chiamare gli artisti con il loro sopran-
nome, quando lo avevano, non serive mai Alunno e questo con
forta validamente quanto ebbe a serivere Adamo Rossi spiegando
l errore del Vasari nel leggere, senza intenderne il vero senso,
i versi della predella gia in S. Nicolò di Fuligno, ora al Museo
del Louvre; oramai sarebbe tempo di abbandonare il battesimo
vasariano, basato sopra una falsa interpretazione e restituire al
grande pittore il suo vero e semplice nome, col quale egli si
firmò costantemente : Nicolò da Foligno.

Dei dipinti ricordati da Fra Lodovico, giova dir qualche cosa.
Il gonfalone, chiamato della peste, da lui descritto sull'altare della
Cappella di S. Ludovico, ora di S. Stefano, nella Basilica Infe-
riore di Assisi, fu scioccamente venduto dai Frati al signor I. A.
Ramboux di Colonia, venuto in Assisi, come egli stesso notò in
un graffito, nel 1820 e nel 1835; della Collezione Ramboux fece
parte per molti anni e come ivi esistente la descrissero il Caval-

(1) Nel vernacolo assisano è voce ancor viva e significa ansare, respirare af-
- fannosamente.

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caselle (1), il Rossi (2) ed il Frenfanelli (3); dispersa quella gal-
leria, ignoriamo dove oggi giorno si trovi. La minuta iconografia
datacene da Fra Ludovico ci dimostra come Nicolò si allontanasse
dallo sehema tradizionale dei gonfaloni umbri, ponendo Cristo a
lanciare la maledizione, gli angeli, e non l' Eterno Padre, a sca-
gliare i fulmini, la Vergine genuflessa, non ritta, a scongiurare
l’ ira divina, sopprimendo finalmente i devoti.

Il polittico del Duomo di Assisi è ancora in essere, mancante
però di parte della predella e dei santi delle lesene ; l’altro gon-
falone di San Gregorio, con la firma del maestro e la data 1468,
si ammira nella Galleria Granducale di Carlsruhe, e la Flagella-
zione della cimasa ricorda quella dello stendardo di Deruta. No-
cera conserva ancora nella sacrestia della sua Cattedrale il grande
polittico del 1483, come la Chiesa di S. Nicolò di Foligno il suo
del 1492, tranne la predella, della quale, a testimonianza del
Frate, andavano così superbi i Folignati e che, come abbian detto,
rimase al Louvre. Insomma, i dipinti di Nicolò ricordati dal Z-
losofo tutti esistono ancora, o nelle chiese per le quali furono ese-
guiti, o in Musei stranieri dove li hanno confinati le vicende po-
litiche o l' ingordigia ignorante dei loro vecchi proprietari, tutti,
tranne uno ed il più bello, quello appunto di cui il Vasari scrisse:
Ma la miglior pittura che mai lavorasse Nicolò, fu una cappella
nel.Duomo [di Assisi] dove fra le altre cose, vi è una Pietà e due
Angeli che tenendo due torce piangono tanto vivamente che io giu-
dico che ogni altro pittore, quanto si voglia eccellente, avrebbe po-
tuto far poco meglio.

Durante Dorio ricordò anche lui la Pietà con gli angeli pian-
genti, notando in più un S. Girolamo penitente, precisando inoltre
che questi dipinti erano a fresco nella. Cappella del Vescovo (4).
Tutti gli scrittori i quali ebbero a parlare del maestro folignate,
piansero come irreparabilmente perduto il suo capolavoro, ben
sapendo a quale deturpazione fu sottoposto nel 1570 per opera di
Galeazzo Alessi 1’ interno della Basilica, cominciata nel 1140 da

(1) Storia della Pittura, vol. VIII, pag. 102.

(2) Giornale di erudizione Storico-artistica, anno II, pag. 259.
(3) Nicolo Alunno e la: Scuola Umbra, pagg. 83, 116.

(4) FRENFANELLI, Op. cit., pagg. 91-92.
DELLA CHIESA DI ASSISI, ECC. 371

Giovanni da Gubbio, il più grande architetto romanico che vanti
l Umbria nostra. Quest'anno Umberto Gnoli (1) credette di aver
rintracciato il prezioso dipinto in una tavola della Collezione von
Miller zu Aieholz di Vienna, che per altro va identificata con quel
paliotto d’altare ricordato dal Dorio come esistente nella Chiesa
di S. Agostino di Foligno e che passato in proprietà di Luigi Ca-
rattoli, emigrò all’ estero. Frate Ludovico da Castello ci rivela
dove veramente si trovasse la Pietà, nella Chiesa di S. Maria
d'Agosto o dell'Assunta, comunemente detta del Vescovo.

L'equivoeo del Vasari è facilmente spiegato dal fatto che
questo tempio fu antico Duomo di Assisi fino alla consacrazione
della nuova Basilica di S. Rufino, fatta da Gregorio IX; alla
Chiesa di S. Maria era ed è attiguo il Palazzo dei vescovi assi-
sani, dove Francesco giovinetto, alla presenza di Guido vescovo
et coram patre si fece unito alla sua sposa diletta, la Povertà.
Sarebbe bastato al biografo Aretino aggiungere vecchio alla parola
duomo per essere più esatto e non indurre in errore gli scrittori
che lo'seguirono. Pur troppo, della Pietà di Nicolò in: S. Maria
del Vescovado non v° è traccia ai giorni nostri, ma l’ indicazione
di Fra Lodovico unita a quella del Dorio lascia adito a qualche
speranza di scoprire il capolavoro del maestro folignate.

L’ edificio ha conservato ancora intatta la sua pianta, le mura
perimetrali e gli irregolari piloni che ne dividono le tre navate;
sulla fronte, nella rota è la forma di Giovannf lapicida che la
seolpi nel 1166 ; sull’ esterno dell’abside semicircolare si legge la
ben nota epigrafe che ricorda i restauri fattivi al tempo di Guido
vescovo e di Frate Francesco; soltanto all’antica copertura a ca-
priate furono sostituite, forse nel 400, le attuali volte a botte; il
tutto presenta i caratteri dell’architettura romanica umbra, sobria
ed organica. Cappelle aggiunte alla primitiva costruzione non ve
ne sono, nè ve ne furono mai; non è quindi difficile identificare
quella ehe Fra Ludovico chiama cappelletta, il Vasari cappella e

3.

il Dorio cappella del Vescovo: il palazzo vescovile è attiguo alla

nave destra del tempio, che comunicava col palazzo stesso per

una porta interna, ora murata ; nel fondo appunto di questa nave,
dove ora si eleva un meschino altare di S. Giuseppe, io credo

(1) Emporium, 1908, fasc. VII.
378 G. CRISTOFANI

debba riconoscersi il sacello, sulle cui pareti Nicolò dipinse la
‘celebre Pietà ed il S. Girolamo penitente.

Nei terremoti del 1831 la Chiesa soffrì non poco ; restaurata
con barbaro criterio, furono completamente scialbati gli affreschi
che tutta la coprivano e dei quali parecchi sono tornati in luee,
mediocri dipinti del 300 e del seguente secolo. Con poca spesa si
possono tentare dei saggi di scoprimento nella Cappella di S. Giu-
seppe, dove forse sotto qualche strato di calce, si trova ancora
il mirabile dipinto che destò nel Vasari tanta ammirazione; mi
auguro che senza indugio 1’ Ufficio Regionale ordini tali ricerche
le quali, se coronate da successo, ci restituirebbero il più prezioso
affresco della scuola folignate ed uno dei capolavori dell’Arte
Umbra.

G. CRISTOFANI.

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RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE

\« Annales forolivienses ab origine urbis usque ad annum MCCCCLXXIII,
a cura di Grusnappe MAZZATINTI »., — Parte 2.2, in*« Rerum It.
Ser. ». Città di Castello, Lapi, 1909.

Nel 1903 il compianto Mazzatinti pubblicò, nella nuova Raccolta
muratoriana, traendole da un codice dei Conti Brandolini dall’Aste di

È Forlì, le Cronache forlivesi, che erano state già edite dal Muratori nella

seconda parte del tomo ventiduesimo. Il testo di esse trovò suo posto
nel fascicolo ventesimo della nuova Raccolta, mentre la Prefazione, se-
guita da un copiosissimo Indice, è stata edita in questi giorni nel fa-
scicolo settantaduesimo. Il Mazzatinti pubblicò già nella stessa colle-
zione la « Cronaca di Ser Guerriero da Gubbio, dall’ anno 1350 al
1472 », cui fece seguire le altre cronache di Gubbio, di modo che in
quel fascicolo 6-7 (del 1902) si trova. raccolto tutto il materiale croni-
stico della detta città.
: Teniamo qui parola di queste Cronache forlivesi, appunto perchè la
edizione é dedicata da Vittorio Fiorini alla « memoria di Giuseppe Maz-
zatinti morto il XV aprile 1906 », e perché in essa si legge la Prefa-
zione, lasciata scritta dal nostro diletto amico.

Questa edizione, come scrive il Fiorini con parole che commuovono,
« fu una delle ultime sue cure di erudito dotto e diligente, ... e non
gli fu concesso di vederne compiuta la pubblicazione ». Il Mazzatinti,
« pochi mesi prima di morire, quando l’ inesorabile morbo, che doveva
toglierlo all’ affetto e all'ammirazione » degli studiosi, « già si era im-
padronito del suo misero corpo e ne faceva strazio e lo distruggeva »,
mandò al Fiorini la Prefazione, accompagnandola con parole che dolo-
rosamente rivelano lo stato triste di salute in cui egli sentiva di essere e
l ansia che indocile in lui ferveva, pensando a quanto avrebbe voluto e
potuto compiere, se le forze non gli fossero mancate. « Questa volta (così
scriveva al Fiorini) tu devi compatirmi : ho forte paura di non averti
contentato. Nella Prefazionea gli ‘Annales’ non so che altro dire: o non
so, 0 la testa stanca non mi regge più. Son qui ridotto un cencio, per
pochi giorni. Nell'agosto sarò a Bellaria. Che il mare mi rafforzi! »-
382 . RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE

Povero amico nostro! nè il mare, nè la virtù medica, nè il de-
siderio di noi, suoi compagni modestì di lavoro, che appunto col desi-
derio sincero e vivo sembravamo volergli costituire una difesa contro il
fato incalzante e inesorabile, potevano ridonargli la salute, omai per-
duta per sempre! E l’ ultima espressione dell’ animo suo buono e can-
dido di fanciulla fu di rammarico : che le forze affralite non gli con-
sentissero di fare più e meglio.

Egli fu un erudito, e come tale sarà ricordato nella storia della
coltura. Ma noi che lo conoscenimo intimamente, sappiamo quanta ge-
nialità rimase in lui nascosta, quasi timida di rivelarsi, quanta forza
di espressione, quanto calore di vita fossero nel suo intelletto. Egli
visse sempre di entusiasmi: educato in un tempo in cui più special-
mente si sentiva il bisogno di rinnovare, sulla scorta severa dei fatti,
la storia civile, letteraria e artistica d’Italia, diede tutto sè stesso, con
invidiabile ardore giovanile, che mai s'affievoli, a questa triplice opera
di ricostruzione. E in ognuna di esse lasciò traccie non dubbie del suo
ardore e della sua valentia. Dal Catalogo dei manoscritti di Francia
all’ Archivio Storico umbro del Risorgimento, unica è la visione che per-
cosse e si stampò nella sua mente: contribuire a rendere all’ Italia la
sostanza del suo essere nel passato.

Non ultima manifestazione della tenace e infaticabile volontà di
lui fu l’aver collaborato fra è primissimi, pronto ed attivo, all’ audace
intrapresa della nuova « Raccolta muratoriana ». E anche questo vo-
lume postumo dimostra quanto grande fosse nel Mazzatinti l'amore
per le discipline storiche, e quante altre orme vi avrebbe lasciate, se la
morte precoce non avesse spento tanta forza di pensiero, tanto tenace
volontà.

Non ci indugieremo a rilevare l'importanza storica che si deve
riconoscere a queste Cronache edite dal Mazzatinti, né tenteremo di as-
segnare ad esse il posto che loro spetta nella produzione storica o cro-
nistica del secolo XV in Italia. Soltanto vogliamo accennare che sono
utili a consultare anche per la storia della nostra regione: invero, pur
limitandoci a scorrere il copiosissimo Indice, vi troviamo segnati As-
sisi, Città di Castello, i Fortebracci, Gubbio, i Monaldeschi e Orvieto,
Perugia, Spoleto, Todi ecc.

E non voglio tacere in ultimo che il Mazzatinti non ha trascurato
di indagare le probabili fonti della Cronaca, le quali egli ritrova più
specialmente nel .Cantinelli, già edito dal Torraca, e di cui riscontra
col testo da lui edito parecchi brani; e che degli Annales, mentre il
Muratori aveva scritto « auctorem istorum Annalium nemo a me petat,
quando is dedita opera se occultasse videtur, ejusque nomen ulla libri
RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE 383

pagina habet », il Mazzatinti fa autore Giovanni di Lodovico « de Mo-
ratinis de Forlivio imperiali auetoritate notarius ac iudex ordinarius »,
il quale fu nel 1456 cancelliere del comune di Sanseverino.

P. TOMMASINI-MATTIUCCI.

« Inizii di antiche poesie italiane religiose e morali con prospetto dei
codici che le contengono e introduzione alle Laudi spirituali, a cura
di ANNIBALE TENNERONI ». — Firenze, Leo S. Olschki, 1909.

Dopo la copiosa scelta degli Inni medioevali pubblicata a Lipsia
nel 1886 dal Blume e dal Dreves, e dopo l'elenco di laudi italiane edito
dal Feist nel 1889 ad Halle, sia il benvenuto questo grosso volume del
Tenneroni, differente dalla prima per il materiale diverso, e ben più
completo del secondo. L/' elenco del Feist invero era stato desunto da
soli quarantasette manoscritti del secolo XV e da alcune stampe, men-
tre nel volume del Tenneroni sono messi a profitto, oltre varie edizioni,
più di duecento manoscritti, dalla fine del secolo XIII al principio del
XVI.

Il volume, come chiaramente dice il titolo stesso, è un repertorio
delle nostre antiche laudi spirituali; e sarà un aiuto indispensabile a
quanti si occupano di questa antica forma letteraria, dai primi saggi
con versi assonanti, o versi monorimi, alle lirico-drammatiche .o dialo-
giche dell' Umbria, alle aquilane, su cui notiamo intessute « le prime
fila del drama storico italiano », e alle fiorentine e senesi del secolo XV.

Il volume é formato da una Introduzione, sintetica ed elegante, da
un quadro dei manoscritti contenenti laudi spirituali ed altre poesie
religiose italiane nel medioevo, quadro diviso in tre parti, alla prima
delle quali appartengono i mss. dei secoli XIII e XIV, alla seconda

. quelli dei secoli XV e XVI incipiente, e alla terza i manoscritti minori.

Ad esso ‘seguono alcune pagine in cui sono spiegate le abbreviature
delle edizioni citate nel Repertorio : la bresciana del 1495, la veneziana
del 1514, le quattro del Galletti, la Giuntina del 1578, la edizione prZn-
cipe di Tacopone da Todi (Firenze, Bonaccorsi, 1490), con le derivate
romana del Salviano (1588) e napoletana dello Scoriggio (1615), quella
veneta del Missirini, condotta dal Tresatti (1617), « la più arbitraria,
copiosa e infarcita d’ errori, sebbene citata dalla Crusca », e quella ve-
ronese del Sorio, per Iacopone. In ultimo sono citate le opere del Be-
nivieni, edite a Venezia nel 1522 dal Zopino.

Chiunque, rinvenuta una laude o un qualsiasi componimento reli-
384 x RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE

gioso nella guardia di un libriecino notarile o in uno dei tanti co-
dici contenenti gli statuti dei Disciplinati, dei Flagellanti, dei Battuti,
si è arrestato di fronte alla difficoltà di decidere se aveva dinanzi ma-
teriale edito o no, sarà grato al Tenneroni, che con questa opera gli
agevola grandemente le ricerche.

E dico agevola, perchè non sempre il capoverso e neppure i primi
due (il Tenneroni, per giusto scrupolo, fa talvolta anche questo) sono
sufficienti a dileguare ogni dubbio in proposito. Spesso la materia delle
laudi è stata rimaneggiata e fusa secondo le circostanze di luogo e di
tempo e secondo le occasioni: di maniera che alcune, le quali nei primi
versi sembrano differire pienamente da altre, note, nel seguito ripro-
ducono di queste non solo le idee ma anche la parte formale.

Nella Introduzione, che abbiamo già citata, il Tenneroni, con toc-
chi rapidi e sicuri, traecia la storia della laude in Italia, dalle origini
ai primi anni del secolo decimosesto.

Le prime che siano a noi pervenute appartengono agli anni 1225,
1233 e 1248, quindi sembrano essere sbocciate assai più tardi che in
Francia, dove ne troviamo qualche esempio fin dal secolo IX. Nondi-
meno, nota giustamente il Tenneroni, « l'origine di esse, tenuto conto
delle tanto fervorose e molteplici ispirazioni in quei tempi del senti-
mento religioso, deesi certo risospinger ben piü indietro della nostra
lirica profana, la quale dovett'esser già in fiore di arte alla prim' alba
del secolo XIII ». Le più antiche surrogarono, col prevalere dei dia-
letti nel popolo, le orationes, le laudes e le sequentiae dei Salterii e delle
Ore, condotte in principio « sulle melodie delle latine, o su vetuste
monofonie e cantilene, sino a che per mantenersi in diletto uso del
popolo sposaronsi, circa le ultime decadi del dugento, alle arie più in
voga di canzonette italiane e francesi e specialmente della nostra bal-
lata seguendone la struttura metrica con la ripresa corale o ritornello
per il popolo ». Che i Laudesi costituiti in Compagnia siano esistiti in
Italia molto prima degli anni a cui risalgono le laudi con data certa,
il Tenneroni deduce da antichissimi scrittori, che ce ne hanno lasciato
ricordo per Firenze e Bologna.

Le laudi ebbero svolgimento e sviluppo diversi a seconda dei luoghi :
« riuscirono felicemente nell’ Umbria, piena allora ed ansiosa delle re-
centi memorie di san Francesco, che aveale dato la rappresentazione
muta del presepe, ad un nuovo genere per le nascenti lettere italiane,
trasformandosi con diretto svolgimento dagli uffizi liturgici in espositiva
a dialogo e lirico - drammatiche... » A questo proposito il Tenneroni
ricorda le scoperte del Monaci e gli studi del d’ Ancona ; così 1’ Um-
bria nostra è a ragione riconosciuta come la culla del dramma sacro
ZONE

RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE 385

volgare, che per opera dei Disciplinati dell’ Aquila acquistò più tardi
« varii elementi realistici » ; e più tardi ancora, per mezzo di Feo Bel-
eari, divenne vera e propria rappresentazione.

Mentre però la laude si svolgeva e piegava a forma drammatica,
aveva raggiunto il massimo splendore nella lirica, per virtù e opera
di Iacopone da Todi. « Interpreti fedeli i suoi cantici dell’ antica Re-
gola e del testamento del suo patriarca, pieni di mistico fuoco e di
un’ ascetica rigida, impetuosa quanto viva d'imagini, sì da ispirarne

l’arte del suo tempo, animati dalle idee sulla povertà e contro l’eresia .

simoniaca, le quali insieme' con il culto della letteratura ‘profetica de-
rivarono al francescanesimo dall’ abate Giovacchino, dramaticamente
insistenti sul disprezzo del mondo, vibranti talora contro Bonifacio VIII
quella indignazione, ond'arse poi l’ animo di Dante, e pur sovente a
luoghi diversi, rudi e scheggiati nel forte dettato, per esser tutti di
primo getto e aborrenti dalla lima oraziana dei poeti aulici e del dolce
sti novo, dispiegarono, efficacissimi al cuore del popolo e alle menti
spirituali, il volo lungo e sicuro in ogni paese d'Italia, ed oltre i con-
fini, in Spagna e in Portogallo, sul tramite francescano variamente tra-
sformandosi sotto altri climi dialettali e fecondandovi altri germogli
che su di essi adattaronsi e foggiaronsi per secoli : »

I componimenti poetici del tuderte trovarono grande diffusione in
Toscana, dove per alquanto tempo la laude mantenne il carattere rigido
di poesia religiosa ; finchè, con Feo Belcari, rispeechia « il tramonto
del candore ingenuo e della devozione ardente », e con Lorenzo ilMa-
gnifico diviene semi popolare.

Ma i carmi di Iacopone da Todi, ehe non si trovano in aleun co-
dice sincrono, subirono, fin dai più antichi tempi, tali alterazioni da
parte di copisti e di rimaneggiatori della materia poetico-religiosa, che
è pienamente giustificato il desiderio, dal Tenneroni ripetutamente ma-
nifestato, di darne una edizione critica. Egli ci ha di già offerto sul-
l'argomento «alcuni dotti e graditi saggi de’ suoi lunghi studi severi,
tra i quali può essere ‘anche annoverato questo volume; ma forse egli
si arretra dinanzi alla difficoltà dell'impresa, derivante appunto dallo
stato di lenta e graduale trasformazione subìta dai carmi iacoponiei.
Noi tuttavia ripetiamo ancora l'augurio, che il Tenneroni ci dia la
desiderata edizione: nessuno è meglio di lui preparato per condurla
a termine.

P. ToMMASINI-MATTIUCCI.
386 RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE

O. SCALVANTI. — Il disegno raffaellesco dei conti Baldeschi di