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ANNO XVI. FascicoLo I-II.

BOLLETTINO

DELLA REGIA DEPUTAZIONE

STORIA PATRIA

PER L'UMBRIA

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VoLUME XVI.

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DION. D' ALICARN. Ant. Rom. I,

PERUGIA
UNIONE TIPOGRAFICA COOPERATIVA
(PALAZZO PROVINCIALE)

1910
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ATTI DELLA R. DEPUTAZIONE

———— ——.0

ADUNANZA DI CONSIGLIO
tenuta in Gubbio il dì 19 settembre 1909

in una sala del Palazzo Comunale gentilmente concessa

Ore 18,30.

Presenti i soci ordinari:

Comm. MAGHERINI-GRAZIANI, Presidente — LANZI cav. prof. LUIGI
— Tommasini-MarTIUCCI prof. cav. Pietro — SORDINI cav. GIUSEPPE —
DeeLI Azzi cav. dott. GirustINIANo — TIBERI prof. LEOPOLDO — SCAL-
VANTI prof. cav. OscAR, Segretario.

Il Segretario avverte che alcuni dei soci ordinari a
causa delle mancate coincidenze di treni non sono potuti
intervenire all’ odierna seduta.

La R. Deputazione delibera quindi di riunirsi in seconda
convocazione la mattina del 20 corr. a ore 7,30 ant.

IL PRESIDENTE
G. MAGHERINI- GRAZIANI.

Il Segretario
O. SCALVANTI,
VI

ADUNANZA DI CONSIGLIO
del dì 20 settembre 1909

Ore 7,30 ant.

Presenti i soci ordinari:

MAGHERINI-GRAZIANI, Presidente — Tommasini-MaTTIUCCI — Son-
DINI — TIBERì — DEGLI Azzi — LANZI — BELLUOOI GiUsEPPE — SCAL-
VANTI, Segretario.

Il Segretario dà lettura del verbale della precedente
seduta tenuta in Foligno nel settembre 1908, e resülta ap-
provato.

È scusata l'assenza dei soci ordinari Ansidei Vincenzo,
Vice-Presidente — Fumi Luigi — Tenneroni Annibale — Leto
Alessandri — Guardabassi Francesco — Sensi Filippo —
Faloci-Pulignani Michele — Bellucci Alessandro — Campello
Paolo — Cuturi Torquato — Filippini Enrico.

Prende la parola il Segretario Scalvanti per esporre che
i soci ordinari Tenneroni e Bellucci G. hanno chiesto che il
num. 3 dell’ordine del giorno, ossia la proposta di riforma
dell’art. 2 lett. A dello Statuto circa il numero dei soci
ordinari, venga rinviata ad altra adunanza, giacchè sembra
opportuno che un tale argomento venga esaminato con
molta ponderazione e discusso in una. seduta, in cui sia
maggiore il numero degl'intervenuti. Il Segretario dà lettura
delle lettere inviate dai soci Fumi e Tenneroni e della pro-
posta di rinvio fatta per iscritto dal socio G. Bellucci nel
senso suddetto.

La R. Deputazione approva che il num. 3 dell'ordine
del giorno sia rinviato alla ventura adunanza di Consiglio,
che sarà tenuta in Perugia prima dell'Assemblea Generale
del 1910, che sarà convocata, secondo le proposte già fatte
nel decorso anno, nella Città di Spoleto. cri a

VII

l. — Il Presidente comunica che in seguito alle pre-
mure del Consiglio di Presidenza e per il vivo interessa-
mento delle LL. EE. il Ministro Rava e il Sotto-Segretario
di Stato on. Ciuffelli, il Ministero della P. I. ha concesso per
il corrente anno 1909 un sussidio straordinario di L. 500.
Quindi dà la parola al Segretario affinché informi la R. D.
delle pratiche corse col Ministero a questo proposito. Ed il
Segretario espone che la R. D. nel corrente anno, come negli
anni precedenti, aveva insistito col Governo per l aumento
.dell'assegno ordinario di L. 900. E ciò per la considerazione
dei crescenti bisogni della R. D., della necessità in cui si
trova di intraprendere al più presto la stampa dei Fonti
Storici, e anche per il fatto che queste ragioni legittime
della R. D. trovano in massima consenziente il Ministero
della P. L,il quale da più anni le concede un aumento sotto
forma di sussidio straordinario. Dà lettura quindi di una
comunicazione di S. E. il Ministro Rava, nella quale mentre
si annunzia la concessione del sussidio straordinario in
L. 500, si lascia sperare che nel venturo anno 1910 il Mini-
stero del Tesoro possa aderire alla richiesta già fattagli dal
Ministro della P. I. per un conveniente aumento del sussidio
ordinario. Il Segretario promette che da parte dell’ Ufficio
di Presidenza saranno in tempo debito rivolte le più vive
premure al Governo per ottenere quanto si è più volte do-
mandato.

Il Presidente propone intanto che si mandino all’onore-
vole Ministro Rava e all’ on. Augusto Ciuffelli i più sentiti
ringraziamenti perla concessione del sussidio straordinario
in L. 500.

La R. D. unanime approva. |

Il Segretario comunica quindi agli adunati, che le pra-
tiche col prof. Pietro Sella per la stampa degli Statuti pe-
rugini del 1279 sono rimaste interrotte. Egli partecipò allo
Stesso. prof. Sella le condizioni che la R. D. poneva alla
stampa di quel Codice prezioso, e sembra che tali condizioni
VIII

non sieno state accettate. La R. D. delibera che, dopo la
pubblicazione dei documenti perugini anteriori alla codifica-
zione statutaria, si ponga mano a cure e spese della Depu-
tazione alla stampa del predetto Codice.

_2. — Sui compensi da darsi ai collaboratori del Bollet-
tino. — Il Segretario dopo aver ricordato che la R. D. da
tempo si era trovata unanime nel deliberare che un qualche
tenue compenso fosse dato ai soci, che colla loro collabora-
zione nel Bollettino accrescono lustro e decoro all'Istituto,
prega gli adunati a considerare che trattandosi soltanto di
una deliberazione di massima, l'Ufficio di Presidenza non ha
creduto di porla immediatamente ad effetto, perchè ciò di-
pende dalle condizioni del bilancio, che, per quanto non
disastrose, a suo giudizio non permettono ancora che si
prendano impegni coi soci rispetto al compenso per la loro
collaborazione.

Tuttavia l'Ufficio stesso, secondo le deliberazioni già
adottate dal Consiglio, ha consentito spesso agli autori un
numero maggiore di estratti e ha consentito del pari che in
gran parte a spese della R. D. si facessero le necessarie
illustrazioni in fototipia, e si compensassero i soci per le tra-
scrizioni dei documenti e per il loro riscontro sugli originali.

Quando il bilancio, in seguito agli aumenti dei sussidi
di cui ora la R. D. può disporre, si sia meglio consolidato,
sarà il caso di tradurre in atto la deliberazione di massima
già adottata dal Consiglio.

* La R. D. conviene nelle osservazioni del Segretario, ma
nel tempo stesso si augura che presto si abbia modo di
accordare anche un tenuissimo compenso ai collaboratori del
Bollettino.

3. — Norme per la stampa del Bollettino. — Il Segre-

tario espone che sarebbe opportuno si fissassero queste
norme dirette a non turbare l’ uniformità tipografica, sempre

En. CMM P - IX

osservata nelle pubblicazioni periodiche di carattere scien-
tifico.

Il socio Degli Azzi fa osservare che tali norme vennero
già stabilite in una Circolare inviata, agl'inizi della stampa
del Dollettino, dal Presidente comm. Luigi.Fumi a tutti i
soci. Il Segretario dichiara di avere ignorato una tale cir-
costanza, in quanto non facesse parte a quel tempo del
Consiglio della R. D. e propone quindi, che nel venturo
anno 1910 si comunichino nuovamente ai soci le istruzioni
dettate dal comm. Fumi, e delle quali farà ricerca, in Ar-
chivio.

4. — Provvedimenti intorno alla pubblicazione del Bol-
lettino. — Il Presidente invita il Segretario a riferire intorno

a questo argomento, che riguarda in special modo la dire-
zione del Bollettino. Il Segretario comunica agli adunati le
pratiche fatte dall’ Ufficio di Presidenza al comm. L. Fumi,
affinché non persistesse nelle dimissioni dalla carica di di-
rettore della nostra pubblicazione periodica, impostegli da
motivi di lontananza e dalle gravi cure nell'attuale suo
uffieio. E la R. D. confermando al comm. Fumi la sua pro-
fonda stima, e dichiarando che la direzione del Bollettino
ha bisogno dell'opera sapiente di lui, che fino dagl inizi
della Società di Storia Patria seppe dare alle nostre pubbli-
cazioni un impulso cosi vigoroso e cosi provvido per la
cultura storica dell' Umbria, a voti unanimi delibera di insi-
Stere presso l'illustre uomo affinché non voglia privare la
R. D. del suo efficace contributo come Direttore del Bollet-
tino.

D. — Sul sistema di pubblicazione degli atti sociali. —
Prendono la parola Degli Azzi e Sordini per esporre che,
dovendosi pubblicare gli Atti della R. D.in quella parte che
si riferisce alle Comunicazioni fatte in assemblea generale,
essi sono di avviso, che se tali Comunicazioni rappresentano

D
X

un lavoro degno di stampa, esse vedano la luce nelle varie
Sezioni, in cui è distinta la pubblicazione del Bollettino, e
altrimenti ne sia semplicemente annunziato il titolo negli
Atti.

Il Segretario Scalvanti è lieto che la proposta dell'Ufficio
di Presidenza sia stata benevolmente accolta dai colleghi.
Lo scopo a cui si mirava era quello di dare agli Ati una
forma piü semplice, e ció si ottiene senza dubbio colla pro-
posta concreta, che venne ora avanzata dai soci Degli Azzi
e Sordini. Fa notare peró che egli da qualche anno ha cer-
cato appunto di inserire le Comunicazioni, che più gli sem-
bravano meritevoli di una pubblicazione integrale, nelle varie
Sezioni del Bollettino, ponendo negli Atti un cenno di questa
inserzione.

Si delibera conforme alla proposta Degli Azzi - Sordini,
che delle Comunicazioni si dia negli atti soltanto il titolo,
salvo a pubblicare nel Bollettino quelle che la Direzione del
periodico crederà opportuno fare integralmente di pubblica
ragione.

Il socio Sordini osservando che per rendere più. utile e
feconda di resultati pratici la discussione sui temi svolti dai
soci in Assemblea, è necessario che essi sieno conosciuti per
tempo, propone, che l' Ufficio di Presidenza procuri di rac-
cogliere almeno un mese prima del giorno, in cui l’ Assemblea
avrà luogo, il testo delle Comunicazioni, quando esse rappre-
sentino veri e propri femi di studio.

sul medesimo argomento delle annuali Assemblee parlano
alcuni soci nel senso che si procuri affinchè tali riunioni
non abbiano luogo possibilmente in occasioni di feste citta-
dine; e che, ad ogni modo, si cerchi che le adunanze di
Consiglio si convochino in altre epoche dell'anno in Perugia,
sede della R. Deputazione. Il Segretario Scalvanti è lieto di
queste proposte, che trova giustissime, e il Presidente di-
chiara che dal canto suo farà di tutto perchè le adunanze XI

di Consiglio non cadano negli stessi giorni in cui si tengono
gli annuali Congressi.
La Deputazione approva.

6. — Sulla pubblicazione dell’ Appendice al Bollettino. —
Il Segretario riferisce intorno alla proposta del socio Ten-
neroni circa la stampa in Appendice dei Laudari umbri che
si trovano nel Cod. della Vittorio Emanuele di Roma, e la
R. D. approva in massima di por mano a tale pubblicazione,
- riservandosi di prendere in esame il progetto concreto quando
venga dal socio Tenneroni presentato.

( e 8. — Resoconto finanziario e normale della gestione
1908. — Il Segretario dà lettura della Relazione sul Con-

suntivo 1908, e di quella dei Revisori Tiberi e Degli Azzi.
La R. D. approva i resultati del conto stesso.

Ma poiché da parte dei Revisori del Consuntivo veriva
sollecitata una riforma nel metodo di esazione delle tasse
sociali, per evitare la formazione degli arretrati, il Segretario
Economo espone che l'Ufficio di Presidenza aveva già prov-
veduto allo studio di un metodo di riscossione, che recherà
certo ottimi risultati. Esso consiste nell’ affidare l'incarico
di esigere la tassa a persone di pubblica fiducia e dimoranti
nelle varie città dell’ Umbria. Col sistema attuale il socio
deve sottostare non solo al pagamento della tassa, ma anche
al fastidio di fare per mezzo di posta la spedizione della
somma all’ Economato di Perugia. Tale inconveniente sarebbe
tolto colla riforma che si propone e che la R. D. approva.

Prende la parola il socio Degli Azzi per svolgere a
nome anche dell'altro Revisore prof. Leopoldo Tiberi la
proposta fatta nella loro Relazione circa il compenso da as-
segnarsi al Segretario-Economo per l’opera che egli dedica
a vantaggio della R. D. Ricorda come da qualche anno il
Consiglio abbia stanziato tali compensi, ed è lieto che le
condizioni del bilancio permettano anche in questo esercizio
XII

di fare una consimile proposta. Si dovrebbe assegnare quindi
al Segretario-Economo il tenue avanzo della gestione, atte-
standogli in pari tempo che la R. D. é dolente di non potere
assegnargli una somma maggiore.

Il Segretario prof. Scalvanti ringrazia, ma insieme di-
chiara, che come non ha voluto percepire fino ad ora la
somma stanziata a suo vantaggio dalla R. D. cosi praticherà
anche per quella oggi destinatagli. Riconosce che l’ ufficio di
Segreteria è assai gravoso, e quindi non si oppone alla pro-
posta deliberazione, sebbene egli non intenda di usufruirne.
Essa introduce una lodevole consuetudine, che potrà assicu-
rare alla R. D. l’opera di zelanti segretari anche quando il
lavoro di ufficio sarà considerevolmente aumentato. Il pro-
fessore Leopoldo Tiberi è d’avviso che la R. D. debba prov-
vedere allo stanziamento della somma proposta allogandola
nelle spese straordinarie. Ove poi il Segretario non creda
opportuno di dar corso alla deliberazione in parola, ciò si
risolverà a profitto dell'Istituto e l'atto cortese e disinteres-
sato del prof. Scalvanti costituirà un nuovo titolo di bene-
merenza verso la Regia Deputazione.

Il Consiglio approva lo stanziamento.

9. — Nomina di nuovi soci. — Indi la R. D. provvede
alla designazione dei nuovi soci, secondo le varie Categorie,
da portarsi all'Assemblea generale per la necessaria con-
ferma.

Soci aggregati :

BALDELLI - BoMBELLI DEMETRIO — BaLDACCINI GiULIO — BRI-
GANTI ANTONIO — DeLLA TonRE ENRICO — GiovagnoLI ENRICO — Gur-
DACCI DE PaoLis Ascanio — GnoLI UMBERTO — LEONARDI EVBLINO
— Massixr-NicoLAr Filippo — MANETTI ALFREDO — MATURO ANTONIO
OpoarDo — MontI Luiar — PagLiari VrrTORIO — PiRRI PIETRO —
PoLizzi SALVATORE — Rosst LANCIOTTO — VENANZI Gino — SALVA-

poni PaLEOTTI CARLO — VITELLESCHI GUSTAVO. XIII

Soci corrispondenti:

PERUG: GiusepPE Lopovico — MorIcI MEDARDO — ANNIBALDI
CESARE.

La R. D. delibera poi di proporre all'Assemblea gene-
rale la promozione da Soci aggregati a Soci collaboratori dei
signori: Nicasi dott. Giuseppe — Morini dott. Adolfo — Cenci
don Pio.

Il Segretario osserva, che tra breve sarà pronto il di-
segno del diploma di nomina a socio della R. D., opera affidata
al socio Iraci, esimio pittore, talché ritiene che col venturo
anno 1910 potrà inviarsi a tutti i soci il diploma stesso arti-
sticamente lavorato.

Il socio prof. Giuseppe Bellueci propone che il Consiglio
prima di dar termine alla sua seduta odierna esprima al
benemerito suo antico Presidente conte Campello Della Spina
il più vivo rammarico per la sua assenza dovuta a ragioni
di malattia, e gli invii i più sentiti auguri per un pronto
ristabilimento in salute.

Tutti i soci presenti si uniscono al comm. Bellucci in
questa sua proposta, che è approvata.

Infine il socio Lanzi propone agli adunati di inviare a
nome della R. D. sensi di vivo ringraziamento a S. E. Ciuf-
felli, nostro socio benemerito, per il vivo interessamento di-
mostrato nel proteggere quella incomparabile bellezza della
nostra Umbria, che è la Cascata delle Marmore.

Il Consiglio approva.

Non essendovi altri affari da trattare, l'adunanza è
sciolta.

n

IL PnESIDENTE
G. MAGHERINI- GRAZIANI.
Il Segretario
O. SCALVANTI.
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XIV

ASSEMBLEA GENERALE
tenuta in Gubbio il dà 20 settembre 1909

nella sala del Consiglio Municipale gentilmente concessa

Presiede il comm. Magherini-Graziani. Assiste il Segre-
tario prof. cav. Oscar Scalvanti.

Sono presenti i soci:

Prof. cav. Tommasini-MATTIUCCI — LANZI cav. prof. Luigi —
SORDINI cav. GiUsEPPE — DeGLI Azzi cav. dott. GrUSTINIANO — Tir-
BERI prof. LEoPorLpo — BELLUCCI comm. prof. GrUsEPPE — COLASANTI
prof. Giovanni — SACCHETTI- SASsETTI prof. ANGELO — PERALI dot-
tor PERICLE — ANTONELLI avv. MERCURIO — VIVIANI cav. arch. DANTE
— CeNcI don Pio — PIRRI don Pietro — MORINI avv. ADOLFO —
BRIGANTI dott. FRANCESCO — MorICcI prof. MepARDO — NovELLI SEBA-
STIANO — Nicasi dott. GrusEPPE — PAGLIARI VITTORIO — BRIGANTI
ANTONIO.

Il Sindaco cav. avv. Giuseppe Gatti porta ai congressisti

il saluto di Gubbio gentile, che è onoratissima di ospitarli

per l'opera efficace che la Regia Deputazione di Storia Patria

dedica all'ineremento delle ricerche storiche nella regione
Umbra. Egli desidera che il fiorente istituto, il quale tiene
in quest'anno la sua assemblea in' Gubbio, spenda la sua
autorevole parola affinchè tanti tesori d’arte e di storia che
formano l’orgoglio della città, vengano presi in maggiore
e più sollecita considerazione da parte del Governo. L’ ora-
tore dimostra come i monumenti eugubini, di cui si domanda

‘ la migliore conservazione, si intreccino alla storia di Gubbio,

di cui accenna le principali e gloriose vicende. Si indugia
a rilevare le benemerenze delle antiche Corporazioni, alcune
delle quali esistono anche al presente. La fiducia che gli
eugubini ispirarono nell’età più fulgida dei liberi comuni è
dimostrata dalla partecipazione che essi ebbero al governo
di repubbliche potentissime, come Firenze, Bologna, Genova

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e Siena, dove i principali personaggi di Gubbio ebbero le
alte funzioni di Podestà o di Capitani del Popolo. Parla degli
uomini più illustri che acquistarono gloria e rinomanza alla
vetusta città nelle arti, nelle scienze, nella politica, nella
guerra, e chiude col ricordo della visita di S. M. la Regina
Margherita di Savoja ai monumenti di Gubbio, che ebbero
non solo ammiratori ma anche cooperatori per la loro
conservazione uomini di fama indiscussa nelle lettere e nelle
arti, come il Sacconi, il Panzacchi, il Monteverde e Sua Ec-
cellenza Ciuffelli.

Prende quindi la parola il Presidente della R. Deputa-
zione, ringraziando gl'intervenuti ed il Sindaco in special
modo per le benevole espressioni rivolte all'istituto che egli
è orgoglioso di rappresentare. Ricorda che tra i più bene-
meriti della R. Deputazione Umbra di Storia Patria, fu il
compianto Giuseppe Mazzatinti, al quale Gubbio riconoscente
inaugura oggi un ricordo marmoreo. I meriti dell'amico e
del compagno di lavoro son noti, né importa ricordarli qui.

« Col monumento a Mazzatinti — egli dice — Gubbio
aggiunge una nuova e bella pagina, a quelle che narrano la
sua antichità, le sue glorie, la sua civiltà; pagina che né
tempi, né eventi varranno a cancellare.

E documento di gratitudine, di alto sentire, è constata-
zione dei meriti di un uomo, dell’ affetto e della riconoscenza
di un popolo, è prova indubitata che non morirà giammai chi
della patria seppe, come Giuseppe Mazzatinti, ben meritare.

Consuetudine e dovere d'ufficio, vorrebbe che io pro-
nunciassi un discorso.

E dovere di gratitudine verso il Magistrato Municipale
e verso tutti i cittadini che così benevolmente ci onorarono
con l'invito loro, e cosi benevolmente ci hanno accolto, vor-
rebbe che io esprimessi con degne parole i sensi della rico-
noscenza mia e di tutti gli amati e valorosi. miei colleghi
della Deputazione.

Ma giova meglio tacere, ed uniti in un solo sentimento
XVI

di affetto fraterno muovere di qui riverenti (quasi a mesto
ed amoroso pellegrinaggio) là dove il popolo di Gubbio si
appresta ad inaugurare il monumento destinato ad eternare
le nobili sembianze di G. Mazzatinti, nel nome del quale si
concentrano tante dolei memorie e tanto vivi affetti.

Cosi sodisfacendo ad un piü stretto dovere, piü degna-
mente saranno inaugurati nel nome di Giuseppe Mazzatinti,
quì nella sua patria, i nostri lavori ».

I ‘congressisti, unendosi alle autorità ed alle associazioni
cittadine, si recano quindi ad inaugurare il monumento a
Giuseppe Mazzatinti, e tornati alla sede del Congresso, il
Presidente invita il Segretario a dare comunicazione delle
autorità e dei soci che hanno scusato la loro assenza.

Il Segretario legge le adesioni e i saluti al Congresso
di S. E. Rava, ministro della P. I., di S. E. Ciuffelli e di
S. E. Pompilj, dell' on. Cesare Fani, del Prefetto dell’ Umbria,
del Presidente della Deputazione Provinciale conte commen-
datore Giuseppe Conestabile Della Staffa rappresentato al
Consiglio dal Deputato Provinciale comm. Ferdinando Nanni-
Seta; del comm. Carlo Calisse presidente della Società Ro-
mana di Storia Patria, del Sindaco di Città di Castello rap-
presentato dal prof. cav. Pietro Tommasini-Mattiucci socio
ordinario, del Comune di Terni rappresentato dal socio ordi-
nario cav. prof. Luigi Lanzi, del R. Provveditore agli Studi,
della Direzione dell'Archivio Storico Italiano e dell'Archivio
di Stato a Firenze, rappresentati dal socio ordinario dot-
tore cav. Giustiniano Degli Azzi-Vitelleschi, del Comune di
Foligno, il cui Sindaco conte Frenfanelli-Cibo è rappresentato
dall’on. Fazi e dal dott. Filippo Accorimboni.

È poi scusata l' assenza dei soci conte dott. cav. Vincenzo
Ansidei, Fumi comm. Luigi, Tenneroni cav. prof. Annibale,
Guardabassi prof. cav. Francesco, Cuturi prof. cav. Torquato,
Filippini prof. Enrico, Fani prof. dott. Angelo, Bellucci pro-
fessore Alessandro, Pontani prof. Costantino, Verga dottore
cav. Ettore ecc. i XVII

Indi il Segretario legge la sua Relazione sull'opera della
R. Deputazione durante l’anno 1908.

Sull'opera della R. D. nel 1908.

« Nel rendervi conto dell'opera della R. D. durante il 1908
mi studieró di esser breve, giacché a voi preme sopratutto
di udire dai miei egregi colleghi quelle Comunicazioni di
carattere storico, alle quali si dedicano con cure sapienti
e con incomparabile zelo.

Per ció che si riferisce all'ufficio di Presidenza e a tutto
il Consiglio debbo ricordare prima di ogni altra cosa, la
partecipazione del nostro Istituto al Congresso storico inter-
nazionale di Berlino, nel quale la R. Deputazione Umbra fi-
gurò tra le prime. per copia di saggi inviati all'importante
riunione. Già i nostri soci Dott. Giustiniano Degli Azzi e
Dott. Walter Bombe informarono i soci della R. Deputazione
adunati in Foligno nel decorso anno dell'esito oltremodo lu-
. singhiero della loro missione, ed io, a nome del Consiglio
torno ad esprimere a questi nostri valorosi colleghi i sensi
della più viva gratitudine per aver saputo rappresentare
cosi degnamente l'Umbria e il nostro Istituto storico a quella
solenne assemblea di dotti.

Sempre nell ordine degli studi la R. D. che con ogni
cura ha cercato di comporre un'assai ricca biblioteca parti-
colare di opere storiche e di miscellanee preziose, volle nel
decorso anno acquistare la magnifica ristampa dei Zerwum
italicarum scriptores del Muratori, ai quali aggiungono merito
e valore documenti nuovi dovuti anche alle erudite ricerche
di scrittori umbri.

E poiché nostro principale scopo è quello di concorrere
efficacemente alla cultura storica italiana dando in luce al-
cuni volumi di Fonti, la R. Deputazione avvisò al modo di
concretare, al più presto possibile, l'inizio di quelle pubbli-
«cazioni. Uno dei documenti più importanti e che giace an
XVIII

cora inedito nel ricco Archivio di Perugia, è certo lo Statuto
di quel Comune approvato nel 1276, e non meno pregievoli
sono quelli anteriori a cotesta epoca, e dei quali per opera
del Conte Vincenzo Ansidei e di alcuni valenti suoi colla-
boratori è ormai apparecchiato il Regesto. Se non che, ri-
spetto allo statuto perugino del secolo XIII, fu proposto dal
raccoglitore di tutti gli statuti italiani, di inserire anche il

nostro nella sua ricca collezione. Il Consiglio della R. D.

però: non volle che ciò si verificasse senza le necessarie
guarentigie, atte a tutelare la intrinseca bontà della compi-
lazione e il nome dell'Istituto, che già aveva divisato di
pubblicare l'importante documento.

Quando se ne presentó l'occasione, cercammo di venire
in aiuto di quelle grandiose opere d'arte e di storia, che
debbono essere oggetto di cure assidue e sapienti da parte
dei Comuni, di altri Enti e dello Stato. E perciò solleci-
tammo dal Governo le provvidenze opportune per salvare
dall’ultima rovina il magnifico Palazzo de’ Trinci a Foligno,
e, mercé l'iniziativa, l'ardore e l’infaticabile zelo del socio
Luigi Lanzi, curammo affinchè anche da parte nostra venisse
assicurata all’Umbria la conservazione di quel miracolo di
bellezza che è la Cascata delle Marmore. Le premure della
Deputazione non furono senza frutto, ed io credo che tutti i
miei colleghi ed in specie l'esimio Cav. Lanzi debbano esser
lieti di avere appreso in questi giorni dalla bocca di S. E.
il Sotto-Segretario di Stato alla Pubblica Istruzione, on. Ciuf-
felli, le più esplicite assicurazioni intorno a questo argomento.
Le parole pronunziate dall’ illustre uomo nel Consiglio pro-
vinciale dell'Umbria sono affidamento certo, che le ragioni
dell'industria dovranno conciliarsi con quelle delle naturali
bellezze e del grandioso spettacolo di quella Cascata, cosi
storicamente celebre e superba di bellezza divina.

Nel 1908 la R. D. si occupò di concorrere insieme alla
Società romana di Storia Patria all’opera, da ogni parte in- XIX

vocata, circa il deplorevole e capriccioso mutamento nel
nome delle vie e piazze delle città. i

L'uffieio poi cercó, per quanto gli era possibile, di ri-
cercare documenti, che fossero degni d'illustrazione .o di fa-
cilitarne le indagini, mantenendosi in corrispondenza con
soci o con studiosi estranei al sodalizio, ogni volta che ad
essi piacque di interpellarlo sulle questioni di cui si anda-
vano occupando. E frattanto, insieme al Bollettino, la R. D.
mandava innanzi il 2° Volume dell’ opera sui — Rapporti
fra la Repubblica di Firenze e Perugia — dovuta alle instan-
.eabili ricerche del socio Giustiniano Degli Azzi.

E per dirvi qualche cosa di particolare intorno alla pro-
duzione scientifica dei nostri soci nel 1908, io noteró anzi
tutto, che in questo breve cenno non mi é possibile far men-
Zione di quei libri o di quegli articoli che egregi colleghi
pubblicarono in altre Riviste o in volumi separati. ‘Vi basti
sapere, che sono molti i colleghi egregi, che, oltre a dar
l'opera loro al nostro Bollettino, fregiarono di interessanti
monografie o di pregievoli comunicazioni altre raecolte scien-
tifiche. i

Rispetto all’attività del nostro sodalizio in materia di
studi, parmi sia da rilevare la copia e diligenza delle ri-
cerche riguardanti i codici di leggi o statuti. Alcuni ne fu-
rono già pubblicati, come quello di Gaiche rintracciato dal
D.r Francesco Briganti, e quelli frammentari ma oltre ma-
niera preziosi di Città di Castello del secolo XIII, editi dal
nostro illustre Presidente, ed altri se ne trascrivono e se ne
studiano con animo di pubblicarli o di darne una sufficiente
notizia ai cultori della nostra storia.

Detto di questi documenti statutari, veniamo a quelli in-
teressanti la storia delle politiche vicende dell’ Umbria. In
questo tema del più grande interesse pel maggior numero
degli studiosi, scrisse l’ illustre Comm. Luigi Fumi una Nota
dall'Archivio di Stato a Milano, intitolata « Ragguaglio della
ribellione di Perugia contro Paolo III ». È un documento,

—————— ee nc a
XX

che ci narra in modo, se vuolsi, un po' appassionato, ma
interessante, i tristi casi di quel conflitto tra la Curia romana
e i perugini. Essa ci descrive con ogni cura le fasi della
vertenza, intorno alla quale si adoperó inutilmente il Vice-
Legato pontificio non scegliendo i mezzi migliori e più
adatti a comporla.

Lo stesso Comm. Fumi pubblicó, del pari togliendoli
dall'Archivio milanese, cui è meritamente preposto, alcuni
documenti circa il viaggio di Girolamo Riario Visconti a
Perugia nel 1481. Sulle cause di questa venuta del cognato
di Lodovico il Moro nell'Umbria poco seppero i cronisti di
Perugia, e quel che seppero o scrissero non era tutta la
verità. Orbene le lettere pubblicate dal Fumi rivelano le:
cause vere di quel viaggio, col quale Girolamo Riario, inchi-
nevole ad accostarsi ai Veneziani, voleva: col suo pellegri-
naggio nell’ Umbria stornare i sospetti del Moro, il quale
però, trapelato l'inganno, si diede alla più assidua vigilanza
sulle azioni del malfidato congiunto.

Interessanti gli Episodi della Rivoluzione francese nell’ Um-
bria dell’egregio Sanna, tratti dagli Archivi della cessata
Delegazione pontificia e del Comune di Perugia, nei quali
sì espongono le misure di precauzione, che il governo del
Papa usò tra il 1790 e il 1792 contro la diffusione delle
idee rivoluzionarie nell'Umbria, e lo stato della emigrazione
francese nel nostro suolo.

Per mezzo di inedite deliberazioni di magistrati e di un
carteggio avuto dal Comune con Francesco Sforza, mons.
Giraldini ci ha parlato della dominazione di quel prode con-
dottiero in Amelia, e il prof. Alfieri nei Frammenti Storici
ci informa di uno stemma vescovile nel Polittico dell'Alunno
in Nocera Umbra, di Varino Favorino Camerte e del pas-
saggio di truppe alemanne per lo stato pontificio nel 1707.

Ed alla storia degli istituti giuridici, economici e sociali,
che noi vedremmo volentieri coltivata anche da un maggior.
numero di studiosi, affinchè il passato potesse essere, anche
XXI

in questo ramo dell'attività cittadina, meglio conosciuto che
non sia al presente, appartengono la geniale trattazione del
Fabbri sul Monte di Pietà di Spello, e il lavoro dell' Antonelli
sopra alcune infeudazioni nell' Umbria alla seconda metà del
secolo XIV. La sobrietà dell' esposizione, il valore reale dei
documenti e l'opportunità dei temi raccomandano in modo
speciale queste due pubblicazioni ‘alla ricerca diligente degli

studiosi, che hanno desiderio di apprendere la storia di

\

quelle importanti istituzioni dell'età di mezzo.

Un notevole servigio alla storia della Università di Pe-
rugia e della città di Foligno ha reso Placido Lugano col
suo scritto Gentilis speculator da Foligno e le sue ultime volontà,
egregiamente composto con documenti inediti di pregio sin-
golare. Ed alla parte biografica va riferito del pari il lavoro -
del Filippini, in cui l'esimio nostro collega parla degli scrit-
tori, che per i primi trattarono della vita dell’ architetto
Piermarini di Foligno.

Al ramo delle ricerche genealogiche o storia delle più
illustri famiglie umbre appartiene il lavoro del nostro Vice-
Presidente conte Ansidei sui — Ricordi nuziali di casa Ba-
glioni — che muovono dal secolo XIV, e ci fanno menzione
delle : donne di insigne lignaggio che andarono spose ai
principali personaggi di Casa Baglioni. Queste notizie sono
suftragate da documenti, e hanno termine con un accuratis-
simo albero genealogico parziale della famiglia Baglioni lar-
gamente e opportunamente illustrato con documenti tratti
dai libri catastali, dagli annali decemvirali, dai contratti o
da passi di cronache.

Di storia letteraria ha continuato ad occuparsi il socio
Filippini col suo lavoro « L'Accademia dei Rinvigoriti di
Foligno e l’ VIII edizione del Quadriregio » della quale opera
ebbi occasione di parlare altre volte.

Molti furono i lavori pubblicati in storia dell’arte. Il
Fumi comunicò alcune lettere degli anni 1496, 97 e 99 tratte
dall'Archivio di Stato in Milano, su « Pietro Perugino e il
XXII

quadro della Cappella di S. Michele della Certosa di Pavia »
dalle quali notizie è facile rilevare l'altissimo grado di stima,
in cui Pietro Vannucci fu tenuto da Lodovico il Moro.

Né meno preziosi documenti intorno a Raffaello d' Ur-
bino e alle sue tavole di S. Nicoló da Tolentino e dello Spo-
salizio, ci diede il Presidente Magherini- Graziani. Da quei
documenti risulta il nome del committente di quella prima
tavola e quello di Evangelista da Pian di Mileto, collabora-:
tore del giovine Sanzio. Alcune lettere del 1571 ci informano
dei tentativi fatti da Guidobaldo duca di Urbino per avere

lo Sposalizio della Vergine dell’ Urbinate, e. ci rivelano il

nome della famiglia Albizini, che commise quel dipinto a
Raffaello per dotarne la Chiesa di S. Francesco di Città di
Castello.

Il Conte Campello della Spina, sempre colla scorta di
documenti inediti, i quali dimostrano errate le affermazioni

di alcuni critici d'arte prova che fra Filippo da Campello

fu l'architetto che portò a termine la basilica francescana di
Assisi.

La cappella magnifica dei Paradisi in S. Francesco di
Terni è stata oggetto di una diligente illustrazione dantesca
da parte del socio Luigi Lanzi, il quale con un’indagine ac-
curata ed estesa ha saputo dimostrarci come quei dipinti
siano stati ispirati dalla Divina Commedia, onde felicemente
conclude, che dalle rime del Moscoli e del Frezzi, dalle pit-
ture di Assisi, dalla edizione fulginate della Commedia, dalla
Cappella di Terni, checchè ne dicano i novissimi critici, resta
dimostrato, che, innanzi ad ogni altra terra d'Italia, l'Umbria
fu la prima a sentir l'influenza del poema immortale.

A voi è noto come il nostro Bollettino si sia più volte
occupato dell'ieonografia francescana; sul quale argomento
è tornato nel 1908 con uno squisito lavoro il Lazzareschi, il
quale dopo una minuta rassegna degli antichi dipinti, che
riprodussero le sembianze del Santo di Assisi, conviene col XXIII

nostro Lanzi, che né in Cimabue né in Giotto si puó ricer-
care l'icone di S. Francesco.

Il dott. Adolfo Morini comunicava alcuni documenti ri-
guardanti la Chiesa della Madonna della Stella in Cascia; e
ci dava ragguaglio di alcune opere d’arte che essa contiene.

E notizie preziose di archivistica, e di atti di magistrati
offrivano ai lettori del Bollettino Pio Cenci, parlandoci di
due pergamene del secolo X in Gubbio sino ad ora scono-
sciute, e che potremo vedere esposte nella raccolta dei ci-
meli eugubini e il comm. Fumi collo spoglio dell’ Iter Urbe-
vetanum et perusinum del Garampi, nel quale sono registrati
utilissimi rilievi fatti da quell’ erudito nei vari Archivi del-
l'Umbria durante il suo viaggio del 1752; e colle notizie
tratte dalle più antiche sentenze criminali del Podestà di
Orvieto.

In ultimo i soci Luigi Fumi, Tommasini-Mattiucci, Ma-
naresi, Filippini, Degli Azzi e Bombe dettarono numerose
recensioni bibliografiche e le Analecta del Bollettino.

Questa l'opera, feconda di ottimi resultati, che compi-
rono i nostri Soci nel decorso anno. E così cospicue prove
di senno, di dottrina e di attività hanno richiamato 1’ atten-
zione del Governo il quale, compiacendosi dei servigi resi
dalla R. D. Umbra alla causa dei buoni studi, si degnava
concedere ad essa un sussidio straordinario, che in quest'anno
non solo confermava ma accresceva a dimostrare sempre più
il suo vivo interessamento per la prosperità del nostro Istituto.

Il quale però, ad intraprendere la serie della pubblica-
zione dei Fonti storici, di cui vi ho già parlato, fa appello
a tutti i soci, perchè vogliano continuargli il loro valido
aiuto.

La R. D. deve adempiere a questo suo obbligo, di dare
in luce i monumenti della storia umbra in volumi separati,
e a sostenere la spesa ingente di questa pubblicazione non
ci venga meno la volonterosa cooperazione di tutti. Di che
XXIV

non è a dubitare, sapendo quanto amore voi portiate alla
vostra terra ed ai suoi gloriosi, ricordi ».

Il Segretario comunica al Congresso i resultati della ge-
stione finanziaria 1908 approvati nell'ultima adunanza di
Consiglio e comunica quindi l' elenco dei nuovi soci proposti
dal Consiglio medesimo, e che é approvato. |

Si passa quindi alle comunicazioni di indole storica:

1, — LANZI L. — Baldo di Mastro Giorgio da Gubbio
ed altri mercanti alle fiere di Terni.

2. — Id. — Un episodio della rivoluzione di Gubbio
avvenuta sotto il breve governo di Gioacchino Murat.

39. — PERALI P. — La città, la tribù e le tre razze ma-
ledette nelle Tavole Eugubine.

4.° — Id. — L'etimologia del nome di Orvieto.

5." — COLASANTI G. — La ricerca perimetrale dell’ an-

tica Reate.
6.° — CENCI P. — L'origine dello statuto di Gubbio.
1. — Id. — Una zona archeologica da riconoscere nei
pressi di Gubbio.

Il Cav. Sordini approvando quanto è stato detto dal so-
cio P. Cenci sulla convenienza di riconoscere una zona geo-
logica nei dintorni di Gubbio, rileva che oltre a stabilire
coteste zone é necessario che si proceda a diligenti studi
per mettere in luce il prezioso materiale archeologico. Ora
ciò non gli sembra possibile, se l' Umbria non riesce ad otte-
nere una Sopraintendenza autonoma per gli scavi. Finché essa
dovrà dipendere dalla Sopraintendenza di un'altra Regione,
l’opera degli scavi archeologici nell’ Umbria non potrà pro-
cedere speditamente.

Propone quindi che si facciano premure al Governo in
questo senso, e l'Assemblea approva.

SCALVANTI O. — L'apologia di Marco Antonio Bonciario
diretta al Lombardelli di Siena.

MoRINI A. — GU affreschi nel coro monastico di S. An-
tonio Abbate in Cascia. : XXV

MORINI A. — Di alcuni lavori della bottega di Antonio
Rizzo a Cascia.

Idem — La Chiesa delle Capanne a Collegiacone a Cascia.

SORDINI G. — Due statue di Andrea della Robbia sco-
perte recentemente a Norcia.

RANIERI E. — Sulla cronaca eugubina scritta nei primi
del secolo XIV da Greppolino di Valeriano.

MoRICI M. — Documenti editi ed inediti riguardanti i
Vescovi e la Cattredrale di Nocera.

PENNACCHI F. —' Alcuni documenti ed atti pubblici dei
primi anni del secolo XIII riguardanti il Comune di Assisi.

ZAMPA R. — Contributo alla illustrazione dei castelli

dell'Umbria: « Petroja nell’ Eugubino ».

Il prof. Giuseppe Bellucci comunica di aver pronti per
la stampa uno spoglio della « Cronica » eugubina di Damiano
di Domenico Tondi, la quale comprende il periodo di storia
dal 1560 al 1597, e alcune leggende trasimeniche riferibili
al tragitto sul Lago e permanenza all’ Isola Maggiore di
5. Francesco d’Assisi, alla battaglia di Annibale, alla Torre
di Vernazzano ed alla Torre Fiume.

Quindi prende la parola il prof. Oscar Scalvanti per di-
mostrare, che le pratiche iniziate da tempo tra il Comune
‘di Foligno e il Governo per la tutela e per le opere di re-
Stauro e di ripristino da farsi nello storico Palazzo Trinci di
quella città non hanno per ora sortito effetto pratico e con-
creto. Nel decorso anno la R. D. si interessò col Ministero
della P. I. per una sollecita risoluzione di questa vertenza
e da parte di quel Dicastero si ebbero le più vive assicu-
razioni. Ma sembra che siano sorte difficoltà circa alla per-,
muta proposta tra il Palazzo Trinci che verrebbe ceduto al
Comune e alcuni edifizi che il Comune cederebbe allo Stato
per collocarvi gli uffici che ora si trovano nello storico mo-
numento. Vorrebbe quindi si insistesse per la sollecita appro-
razione di questa permuta.

Il socio. arch. D. Viviani, sopraintendente dell’ Ufficio dei
XXVI

Monumenti, risponde che alcune opere urgentissime sono
state già compiute nello storico Palazzo, e che le difficoltà
sorte per la permuta non sono derivate dal Ministero della
P. I. Certo é che se il monumento non viene liberato del
tutto dagli Uffici, che ora vi si trovano, non si possono inco-
cominciare le opere che il Comune, d'accordo col Governo,
intende condurvi, non solo per impedire la rovina dell’ edi-
fizio, ma anche per restaurarlo convenientemente. Urge quindi
che la permuta sia approvata senz'altro indugio.

L'Assemblea delibera quindi di inviare ai Ministri della
P. I. e delle Finanze, a S. E. Ciuffelli e al Direttore gene-
rale delle B. A. comm. Gorrado Ricci il seguente telegramma :

« XV Congresso Deputazione Umbra di storia patria
udita la Relazione del prof. Oscar Scalvanti e le dichiara-
zioni del sovraintendente dell’ Ufficio Regionale per la con-
servazione dei monumenti sulle pratiche per la permuta dello
storico Palazzo Trinci al Comune di Foligno, mi incaricava
interessare V. E. perché la permuta stessa possa avvenire
il più sollecitamente possibile affinché il Comune sia posto
in grado di iniziare il promesso desiderato restauro impor-
tante monumento umbro.

IL PRESIDENTE DELLA Rh. D.
MAGHERINI- GRAZIANI. i PE
"HE" v
Mubie MEMORIE E DOCUMENTI
L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO
E L'OTTAYA EDIZIONE DEL « QUADRIREGIO »

(Continuaz. e fine v. Vol. XV, fasc. III)

Ora bisognava far arrivare in porto anche le Dichiara-
zioni del Boccolini che eran già pronte da qualche tempo e
le Osservazioni istoriche del Pagliarini che, per quanto fos-
sero state condotte innanzi con istudiata lentezza, dovevano
essere pressoché finite di ricopiare. Noi non sappiamo quando
alle note pagliariniane fosse data l'ultima mano, poichè ci
manca la corrispondenza epistolare del Pagliarini e del Boc-
colini col Canneti dal febbraio al maggio 1724 (1). Ma ab-
biamo ragione di credere che per questo occorresse tutto
il mese di marzo e che.ai primi d'aprile l'uno e l'altro
commento fosse messo a disposizione dei revisori di Foligno
e di Spoleto per le necessarie approvazioni. Infatti il 19 aprile
fu concesso ad entrambi l'Zmprimatur del Vescovo Battistelli,
a cui dovette seguire a breve distanza quello dell’ Inquisi-
tore (2). Dopodichè io credo si desse subito principio alla com-
posizione tipografica delle Osservazioni pagliariniane, che erano
destinate a prender posto dietro alle Ammnotazioni dell’ Arte-
giani (3). Il doppio lavoro da questo momento non subi altre
alterazioni notevoli (4): possiamo quindi giudicarne qui il
valore senza temere di doverci correggere.

(1) Questa lacuna nell'epistolario del Pagliarini va dal 25 febbraio al 1 maggio .

1724: in quello del Boccolini è anche più lunga e va dal 22 novembre 1723 al 22 ago-
sto 1724. :

(2) Cfr. il vol. II del Quadr. del 1725, pag. 360. Ma è strano che I Imprimatur
dell’ Inquisitore non abbia data, pur essendo preceduto dal parere di due revisori.

(3) Cfr. il vol. II del Quadr. del 1725, pag. 127 e segg.

(4) Non così si può dire della Diss., come si vedrà più tardi.
4 E. FILIPPINI

Il Pagliarini intitolava il suo commento: Osservazioni
istoriche ... sopra alcuni passi del Quadriregio e nelle prime
linee chiariva subito il suo pensiero così: « Moltissime istorie
« tocca il Nostro Poeta, e non poche sono le persone antiche
« e moderne, ch’ egli introduce nel suo Poema. Ma perchè
« il voler di tutte anche in succinto recar qui le notizie e
« tutti spiegare i fatti ivi accennati non sarebbe che un
« trattenere con poco profitto e con molta noia il lettore,
« per esser in gran parte le istorie notissime, ci restringe-
« remo ad osservare que’ soli passi, ove opportuna può esser
« l'illustrazione a render più chiaro l'autore e la sua opera,
« non meno che a fermar l epoca del tempo in cui esso
« fiori e può conghietturarsi ch’ ei componesse questo suo
« poema » (1). Per questo senso di discreta e giudiziosa eco-
nomia il commentatore salta a pie’ pari tutti i primi 17
capitoli del primo libro e si ferma a illustrare tutti i nomi
locali e personali che offre il capitolo XVIII, a cui dedica
ben venti pagine di commento storico. Esso è infatti uno dei
capitoli più importanti per l'accertamento della patria dell'au-
tore: si comprende quindi come il Pagliarini abbia ad esso
dedicato una così larga e minuta illustrazione. Con la stessa
larghezza spiega numerose allusioni storiche contenute negli
altri tre libri del poema frezziano, addentrandosi spesso in eru-
diti confronti di testimonianze e in spinose discussioni cri-
tiche. Ma soprattutto egli si diffonde nel mettere in rilievo
l importanza dei luoghi, delle persone e degli avvenimenti
umbri accennati dal poeta, mostrando in ciò tutta la sua
profonda conoscenza della storia e della bibliografia regio-
nale e tutto il suo fine discernimento nell’ uso delle fonti e
nell’ interpretazione dei documenti. Il Pagliarini poi, come

.del resto egli stesso ha già detto, profitta di tutte le occa-

sioni per dedurre dai fatti illustrati indizi sicuri dell’ epoca
in cui visse l'autore del Quadrîregio e in cui fu elaborato

(1) La stessa dichiarazione fa anche in fine alla pag. 220. L'ACCADEMIA DPI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 5

questo poema (1); sicchè il suo ricco commento integra in più
luoghi la Dissertazione cannetiana. Così egli riesce a darci
una spiegazione più o meno ampia e documentata di 71 passi
storici del poema frezziano (di cui 9.del 1. I, 23 del II, 11 del
III, 28 del IV) scrivendo ben 94 pagine di stampa in ottavo
grande. Certo, questo commento, qua un po’ frondoso (2), là
un po' mancante (3) e talvolta anche troppo riservato (4), è
meno completo di quello dell'Artegiani; ma non è perciò
meno esatto, meno accurato e meno utile. Il Pagliarini, che
pure scrisse parecchie cose, come abbiam visto a suo tempo,
ci diede in queste Osservazioni la sua opera più importante
e la prova più evidente della sua larga erudizione e della
sua speciale attitudine all’ indagine storica.

Indole affatto diversa dai due commenti fin qui esami-
nati aveva quello del Boccolini, che perciò procedette anche
con metodo del tutto differente. Egli nelle sue Dichiarazioni
di alcune voci del Quadriregio, abbandonato il sistema del-
l'ordine progressivo e della citazione dei versi frezziani, di-
spose alfabeticamente le parole che egli illustrava seguite
ciascuna dai richiami numerici della pagina e della linea in
cui si trova e dalle relative notizie lessicali, letterarie e bi-
bliografiche. Non premise alcuna avvertenza, ma non tra-
lasciò per questo di far conoscere i criteri da lui seguiti:
infatti nell'ultima pagina del suo commento si legge: « Que-
« sto è quanto ho creduto dover notare in dichiarazione non
« di tutte, ma di alcune voci, meno comuni, che s'incon-

(1) Cfr. quello ehe il P. dice a pagg. 157, 171, 175, 183-184 ecc. e che del resto
aveva già detto in qualcuna delle sue numerose lettere.

(2 Per es., non tutto quello che il P. scrive ad illustrazione di qualche luogo
del cap. XVIII del l. I era assolutamente necessario.

(3) Cfr. specialmente i vv. 19-48 del cap. VI, il v. 80 del cap. VIII, i vv. 5-8 del
eap. X del l. III ed i vv. 145-153 del c. XI e i vv. 109-116 del cap. XX del. l. IV che,
pur contenendo allusioni storiche tutt'altro che chiare, non furono illustrati dal
Pagliarini.

(4) Cfr. quello che il P. dice di Ser Vagnone a pag. 164, di Bencio Benci a
pag. 178 ecc.
we

«

«

E. FILIPPINI

trano nel Quadriregio, per dimostrare che queste non sono
da rigettarsi, nè biasimarsi nel nostro Autore; poichè erano
praticate nel secolo del suo fiorire da altri poeti e prosa-
tori contemporanei, de’ quali si sono riportati gli esempi,
o pure erano proprie del dialetto di Foligno e dell'Umbria,
dal che si accrescono gli argomenti in riprova che l'Au-
tore fu veramente. folignate e non d'altra nazione, che è
stato uno de’ principali motivi di questa mia debole fatica.
Se poi in qualche parte mi sono forse dilatato più di
quello portava la necessità di questa intenzione, mi pro-
testo d'averlo fatto non per dar regole in materia di lin-
gua, lasciandone la giurisdizione e la gloria ai dottissimi
Accademici della Crusca (1), ma per esercizio litterario e
per secondare il buon genio alle lettere, risvegliato da al-
cuni anni in questa città (2), e che si va avanzando in
tre Accademie, cioè in quella degli Agitati, che valorosa-
mente promove anche lo studio de' Sacri Concilj, istituito
per la prima volta dal nostro Monsig. Frezzi ... (3), in una
Colonia Arcadica denominata Fulginia (4) e nella nostra
Accademia de’ Rinvigoriti. — A queste mie debolezze ho
aggiunto alcune Osservazioni etimologiche di poche voci
fatte dal dottissimo: P. Abate D. Pietro Canneti Camaldo-
lese (5), quali ho voluto riportare separatamente qui in
fine, acciò distinto apparisca il pregio delle medesime e
del celebre autore » (6). Con codesti intendimenti che mo-

(1) Il Boccolini si appella più volte al Vocabolario della Crusca, chiamando

« dottissimi » quegli Accademici (Cfr. le pagg. 241, 257, 282, 308).

(2) Dacché, s' intende, fu istituita l’Accademia dei Rinvigoriti.
(3) Di questa Accademia degli Agitati il FRENFANELLI CIBO (studio cit., pag. 14)

non ci dice altro se non che sorse quasi contemporaneamente a questa dei Rinvi-
goriti, ma con l' intento speciale di « promuovere gli studi di sacra erudizione » ed
ebbe per impresa una Nave col motto « Commota resistit ».

(4) Cfr. cio che ho detto nella prima parte del presente lavoro sotto l anno

1717 e nello studio speciale: L'istituzione deW' Arcadia in Foligno, già cit.

(5) Sono tre note sulle parole manza, orca e verrette-verrettone, che erano

state illustrate anche dal Boccolini.

(6) Tutta questa dichiarazione si legge tra le pagg. 333 334 del II vol. del Quadr.
del 1725. :
-1

L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC.

strano chiaramente il legame che le Dichiarazioni boccoli-
niane hanno con la tesi della Dissertazione del Canneti,
l'autore illustra con abbondanza di citazioni (1)e con notevoli
osservazioni filologiche 644 parole e modi di dire adoperati
dal Frezzi, in 112 pagine di stampa. Ció indica l'importanza
generale di questo commento: alla quale peró risponde per-
fettamente anche quella speciale, poiché il B. procede con
metodo più rigoroso e più semplice degli altri illustratori e
ci offre cosi un glossario comparato che ben pochi autori
avevano avuto fino ad allora, e contemporaneamente un pre-
zioso saggio dello stato del dialetto folignate ed umbro ai
tempi del commentatore. Il Boccolini che non era folignate
e che si era messo con grande titubanza all' opera assegna-
tagli, onorò grandemente il Quadriregio e Y Accademia foli-
gnate con queste Dichiarazioni che, esaminate attentamente,
ci dicono quanta pazienza, quanto amore e quanta bontà di
preparazione egli avesse per riuscire nel nobile intento.
Mentre il lavoro tipografico intorno ai due commenti
pagliariniano e boccoliniano procedeva piuttosto lentamente,
la stampa della Dissertazione del Canneti che doveva pubbli
earsi prima, non era spinta oltre con maggiore speditezza.
Alcuni fatti nuovi erano venuti a turbare non poco la vita
già abbastanza agitata dell’Accademia folignate. Intanto il
Canneti, dopo parecchi anni che era stato a Fabriano e
quindi a pochi passi, si può dire, da Foligno, cambiava sede
e andava a reggere il convento di S. Salvatore a Forlì (2).
Questa decisione presa nel Capitolo Generale di Faenza pare
non andasse molto a genio dello stesso abate, che sperava

(1) Basta dire, per rendersi conto di questa copiosa esemplificazione, che il B.
cita ben 157 testi tra stampati e mss., come si apprende da un catalogo che aggiun-
gerà al commento.

(2) Cfr. la lett. del P. al C. in data 19 maggio 1724. In che tempo avvenisse
precisamente il trasferimento del Canneti, io non so precisare per la lacuna sopra
accennata. Noto però che la lett. ora cit. é diretta a Forlì come tutte le altre che
seguiranno. Aggiungo che non é possibile trarre alcun indizio dalla lett. del 1°
maggio, perché essa manca del mezzo foglio su cui doveva essere l’ indirizzo.
8 E. FILIPPINI

un ufficio più importante; ma dispiacque assai di più al Pa-
gliarini, che vedeva allontanarsi un appoggio così valido al-
l'impresa della sua Accademia e non sapeva quando e come
avrebbe potuto rivedere il dotto frate e conferire con lui su
tante cose riguardanti il Quadriregio (1). A consolare in parte
il Pagliarini di questo disappunto venne il P. Giovanni Bat-
tista Cotta, che essendo capitato a Foligno pel Capitolo Pro-
vinciale degli Agostiniani di quell’anno, ebbe modo di vedere,
lodare senza reticenze e presagire molto bene di tutte le
' eure dedicate dall'Accademia al Frezzi, che egli stimava « in
alcune parti superiore a Dante » (2). Ma ecco che anche in
mezzo a queste soddisfazioni egli dovette bere un po’ di
amaro, poichè lo stesso P. Cotta, dopo aver esaminato il largo
commento del poema frezziano preparato dai quattro noti
accademici, vi scoprì delle lacune che egli stesso si esibì di
colmare con delle annotazioni ad alcuni passi di carattere
scritturale, non esaminati dall'Artegiani, e di più osservò che
in nessun luogo si era accennato ai meriti letterari del Mar-
chese Giovanni Giuseppe Orsi di Bologna, che avea per uso
di « parlare con disprezzo di quell'opere moderne nelle quali
egli non fosse nominato » (3). E se il Pagliarini, d’ accordo
col Boccolini e col Canneti, potè facilmente parare questo

(1) Cfr. la lett. ora cit.

(2) Cfr. la stessa lett. Quanto al personaggio, che forse entrò in questa occa-
sione nell'Accademia dei Rinvigoriti, cfr. ciò che ho detto di lui verso la fine della
della prima parte del presente lavoro, sotto l'anno 1725. Di lui parla anche il Boc-
colini nella lett. al Canneti in data 28 settembre 1724.

(3) Cfr. per tutte e due le quistioni la lett. ora cit. Quanto al letterato bolo-
gnese (1652-1733) é noto che egli appartenne all’ Arcadia col nome pastorale di A-
larco Erinnidio, seguì il Duca Rinaldo d’ Este a Roma e a Modena, dove mori dopo
aver pubblicato vari scritti poetici e prosastici, tra cui é celebre quello intitolato
Considerazioni sopra il famoso libro francese: « La maniere de bien penser » etc.
(Bologna, Pisarri, 1703). Di lui parlano il MuraTORI nelle Memorie intorno alla vita
del March. G. G. Orsi che precedono le sue Rime stampate a Modena nel 1735: il
FANTUZZI in op. cit., tomo VI, pagg. 197-209 e il CARINI in op. cit., pag. 359 e segg.
Ma il FANTUZZI che riassume la monografia del Muratori, dice del carattere dell'Orsi
questo: « Nato con temperamento bilioso, era facile a prender foco » (cfr. pag. 204) ;
ma nulla che accenni alla sua ambizione.
L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 9

colpo con brevi citazioni laudative degli scritti del preten-
sioso Marchese inserite qua e là nella Dissertazione e nelle
Dichiarazioni (1), dovette a- malincuore rinunziare al com
mento scritturale del Cotta, che non essendo pronto avrebbe
ritardato di troppo la pubblicazione di tutta l’opera (2).

Ma lavvenimenio che mise in maggiore agitazione i
Rinvigoriti nel bel mezzo del 1724, fu l'elezione del nuovo
Pontefice, che cadde precisamente nella persona del Cardi-
nale Vincenzo Maria Orsini, a cui il Canneti aveva dedicato
la sua monografia e voleva fosse dedicata anche tutta la
nuova edizione del poema frezziano. Anzi il Canneti per ot-
tenere meglio il suo scopo, dopo aver appreso dal Pagliarini
i suoi dubbi sulla impressione che avrebbe prodotto a Spo-
leto e a Roma la dedica del poema al Duca D'Este (3), avea
scritto al Muratori per una dichiarazione più esplicita di
quella fatta nell'agosto dell’anno precedente; e questi l’ 11
maggio gli aveva risposto quasi negli stessi termini: « Fac-
« ciano que’ signori di Foligno quanto loro piace per la de-
« dicazione del Quadriregio, purchè il Quadriregio una volta
« vegga la luce ». Ed aveva aggiunto: « A me dispiace il
« fastidio che ne sarà venuto all’onoratissimo sig. Pagliarini,
« al quale la prego di portare i miei rispetti in prima occa-
« sione » (4): il Muratori con queste parole mostrava d’aver
capito lo stato d’ animo del dotto folignate in tutto quell’af-
fare, in cui il Canneti gli aveva fatto fare una figura non

(1) Cfr. il prg. XXXV della Diss., dove l'Orsi é chiamato « valoroso sostenitore
dell’ italiana letteratura », e le Dichiar. ecc. sotto le parole « dilicanza » e « turba-
tivo », dove é qualificato « dottissimo » e « celebre ».

(2) Cfr. il poscritto alla cit. lett. del 19 maggio 1724. Così noi non sappiamo
neppure quali fossero i passi che Il Cotta voleva illustrare e sebbene il Pagliarini
dica che lo aveva impegnato, in mancanza del commento, di fare qualche lezione
espositiva sullo stesso argomento, dobbiamo ritenere che questo rimanesse un pio
desiderio, perché non si conosce alcuna lezione del Cotta sul Quadr.

(3) Cfr. ciò che ho detto poche pagine indietro, a proposito della lett. del P. in
data 17 dicembre 1223.

(4) Cfr. il cit. Epist. pubbl. dal CAMPORI, vol. VI, pagg. 2381-82, dove é riportata
la lettera del M. al C. in data 11 maggio 1724, diretta non so come a Foligno.
10 E. FILIPPINI

bella e gli avea tolto il coraggio di rivolgersi a lui diretta-
mente. Sicuro quindi il Canneti dell'assenso del Muratori a
veder soppresso del tutto il nome del Duca di Modena dalla:
nuova edizione, si preparava a servirsene quando giunse la
notizia che nel conclave del 29 maggio 1724 il suo dedica-
tario era stato eletto Papa col nome di Benedetto. XIII (1).
Il dotto Cremonese non poteva essere in questo maneggio
più fortunato, come dovette riconoscere anche il Pagliarini (2);
ma mentre egli avrebbe forse desiderato modificare la dedica
della Dissertazione volgendola al Papa anzichè al Cardinale,
dovette rassegnarsi a conservarla tal quale l'avea prima con-
cepita, perchè ne era già stampato il frontespizio con la data
del 1723 (3). Di questo il Canneti non si curò più che tanto ;
ma non rinunziò peraltro al suo disegno di vedere nella
prossima edizione del Quadriregio la stessa dedica del suo
lavoro speciale, tanto più che ora quel dedicatario aveva as-
sunto, salendo all’altissimo onore della tiara, una così grande
importanza e oscurava nella sua mente qualunque altro prin-
cipe della terra. Certo, ci voleva dell’abilità a condurre la
cosa senza far comprendere la riposta intenzione; ma il Can-
neti non era uomo che potesse perdersi per questo.

Io non so se il Fontanini, dopo aver approvato la pro-
posta della doppia dedica, e dopo il fatto nuovo che si era
determinato, gli scrivesse ora direttamente mostrandogli la
inopportunità e la sconvenienza della dedica al Duca di Mo-
dena, o se il Canneti provocasse da lui una lettera in questi
stessi termini: ma ciò che non si può mettere in dubbio è.
che il Canneti entro il giugno 1724, disinteressandosi per ora
della sua Dissertazione, informava il Pagliarini dell'avviso del

(1) Cfr l'opera intitolata Arte di verificare le date dei fatti storici, delle iscri-
zioni, delle cronache ed altri antichi Monumenti innanzi Vera cristiana (V enezia,
1832-45), Parte II, Tomo II, pag. 253.

(2) Cfr. la lett. del P. al C. in data 2 giugno 1724.

(3) Cfr. la stessa lett. ora cit. e la stampa isolata della Diss., di cui riporterò
più oltre il frontespizio.
L'AOCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNÓ, ECC. 11

Fontanini recentemente manifestatogli, gli si mostrava molto
preoccupato delle conseguenze che avrebbe potuto avere la
dedica all'Estense e proponeva quindi di sopprimere questa
come qualunque altra in fronte all opera intera (1) Forse
anche gli spedi in questa stessa occasione la lettera del Mu-
ratori, se già non gliel' avea spedita prima (2). Il Pagliarini,
seccato per tante contrarietà, non volle piü oltre avvelenarsi
il sangue e rinunzió per conto suo a quella dedica che egli
per il primo aveva concepito, riservandosi d' interpellare sul-
l'argomento gli Accademici interessati nella ristampa del
Quadriregio. Ma egli, prima ancora che il Canneti scoprisse
la sua vera intenzione, ebbe l’idea di sostituire in questo
atto il nome del nuovo Pontefice a quello del Duca e la co-
municò al Canneti, ma circondata di non pochi dubbi e dif
ficoltà, poichè egli non voleva offendere in alcun modo per.
sonaggi a cui si sentiva profondamente grato e a cui aveva

(1) Così si desume dalla risposta del P. in data 30 giugno 1724. Dal principio di
questa lettera si trae un altro indizio per credere che « l’amico di Roma » a cui si
rivolgeva il Canneti per consiglio sulla dedica, non era che il Fontanini, poiché al-
legoricamente il P. vi accenna al « fiero turbine che più che mai sentesi fischiare
dal Friuli », cioè dalla regione dove era nato il Fontanini. Del resto, la certezza as-
soluta di questa identità si potrebbe avere soltanto dall'esame del carteggio che il
Canneti ebbe col Fontanini; ma sembra che il Canneti abbia distrutto gran parte
delle lettere avute da questo suo doito amico, poiché la Classense non conserva che
due lettere del Fontanini dirette una del 1717 al Canneti e l' altra del 1730 al P. Fiacchi,
e la prima non parla affatto del Quadriregio. Inoltre per ricerche mie speciali tra le
carte del Fontauini che si conservano a S. Daniele del Friuli, posso dire che non si
trovano le lettere mandategli in questi anni dal Canneti, e nessuna ne fu stampata dal
nipote ab. DOMENICO FONTANINI tra le Lettere scritte a Roma al Sig. ab. Giusto Fon-
tanini intorno a diverse materie spettanti alla storia letteraria ecc. (Venezia, 1762).
E poiché il NARDUCCI in Notizie storiche della biblioteca comunale di Sandaniele del
Friuli (Venezia, Visentini, 1875) e il MAZZATINTI in op. cit., Inventario dei mss. di
S. D. del Friuli, vol. III, pag. 108, dicono che imss. del Fontanini alla sua morte an-
darono dispersi e aleuni capitarono e si conservano ancora nella Capitolare di Udine,
e tra questi molte lettere e risposte sue e di altri personaggi illustri, così io ho
voluto fare le mie indagini anche: in questa biblioteca. Ma siccome al momento di
licenziare alla stampa questa parte del mio lavoro non ho potuto esaurire la lunga
ricerca, sono costretto a rimandare a un’ appendice i risultamenti di essa.

(2) Certo é che il Pagliarini l'ebbe in mano, come dimostra la lett. sua al C. in
data 3 luglio 1724, in cui dice che gliela rimandava.
M

12 EB. FILIPPINI

già fatto il torto di non mantenere un'esplicita promessa.
Si rimetteva insomma al discernimento del suo dotto amico,
al quale chiedeva anche se in qualunque modo egli avrebbe

" dovuto scusarsi per lettera col Muratori dopo un anno e mezzo

che non gli aveva più scritto (1): e cosi facendo non s’accor-
geva di fare il giuoco del Canneti, che non desiderava altro
che questa sua remissività per trascinarlo più facilmente
al suo volere e che di li a poco finse di accogliere il disegno
pagliariniano della dedica al Papa come se egli non ci avesse
mai pensato, togliendo naturalmente ogni incertezza dall a-
nimo del suo amico, affinché questi lo mettesse subito ad ef-
fetto. Lo esortó anche a scrivere al Muratori, di cui chiese in
restituzione l'ultima lettera. Ed il Pagliarini accettó il doppio
consiglio non senza far comprendere che per la dedica avea
ceduto, più che alla volontà del Canneti, a quella del Fon-
tanini; ma egli non ci dice se ebbe bisogno per questo del-
l'approvazione degli altri accademici interessati. Ormai non
era più il caso di frapporre nuovi ostacoli al compimento
dell'opera; né del resto, contento il Pagliarini di quella de-
dica, potevano esserne scontenti gli altri Ainvigoriti. Solo
egli volle che la lettera dedicatoria fosse stesa dal Canneti
e non dall’ « amico di Roma », come forse avrebbe deside-
rato il Canneti stesso, per non dargli troppa soddisfazione (2);
ma il Canneti, abilmente anche questa volta, cercò di esimersi
da tale incarico e indusse il Pagliarini a stenderla lui e man-
dargliela per le opportune aggiunte e correzioni (3). Quanto
poi al Muratori, il Pagliarini che avea promesso di ripren-
dere con lui la corrispondenza interrotta pel doloroso inci-
dente della dedica rientrata (4), mantenne la parola e pro-

(1) Cfr. la Jett. cit. del 30 giugno 1724.

(2) Cfr. la lett. del P. al C. in data 3 luglio 1724. È strano però che il Canneti
abbia potuto credere, come appare da una frase di questa lettera che il P. avesse
sperato qualche favore dalla corte di Modena.

(3) Cfr. la lett. del P. al C. in data 21 luglio 1724.

(4) Cfr. la cit. sua lett. al C. in data 3 luglio 1724.
L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 13

fittò dell'occasione per dare libero sfogo all’ animo suo an-
cora contristato. La lettera di scusa che gli scrisse dopo un
mese, dimostra chiaramente come egli avea cercato di resi-
stere in tutti i modi, anche dopo l’ascensione del Card. Or-
sini al papato, alla pretesa di negare una dedica già concer-
tata, e che avea ceduto a questa, violenza solo quando
aveva visto che il Muratori e il Duca di Modena non con-
sideravano la cosa come un’ offesa alla loro rispettabilità,
e desideravano di veder presto compiuta la ristampa del
poema frezziano tanto aspettata (1). Così avvenne che la
Dissertazione isolata si pubblicò di lì a poco con la dedica
al Cardinale Orsini e il Quadriregio apparve l’anno appresso
dedicato in due modi diversi allo stesso personaggio, poi-
chè mentre il frontespizio del primo volume che si riferisce
a tutta l'opera porta il nome del Papa Benedetto XIII,
quello speciale della Dissertazione posta in fine del secondo
volume conserva ancora il titolo che l’Orsini aveva nel 1723.

Dopo la nomina del nuovo pontefice il Canneti doveva
sentire un interesse maggiore ad affrettare la pubblicazione
della sua monografia frezziana, la quale nel mese di luglio
non era ancora finita di stampare. Ma egli che era sempre
animato dal desiderio di perfezionarla (2), sul più bello avea
ricevuto una lettera che lo obbligava a fare un'appendice
alla sua Dissertazione prima di licenziarla alla crescente cu-
riosità del pubblico erudito. Infatti il Canneti che in essa
avea già parlato dell'illustre umanista folignate Niccolò Ti-
gnosio come di una testimonianza sicura della paternità frez-
ziana del Quadriregio (3), si era affidato per le notizie bio-
grafiche di lui alla nota Biblioteca dell’ Umbria di Lodovico

(1) Cfr. la lett. del P. al Muratori, in data 4 agosto 1724.

(2) Cfr. la lett. cit. del 2 giugno 1724, dove si parla in generale di alcune cor-
rezioni: tra queste forse doveva essere anche quella che riguardava il titolo del-
l’opera frezziana, di cui si parla nell'ultimo prg. della Diss. nonché nella lett. del P.
al C. in data 9 agosto 1724.

(3) Cfr. il prg. XVIII della Diss.
14 EB. FILIPPINI

Iacobilli (1), senza sapere che nel convento francescano di
5. Croce fuori di Pisa esisteva ancora il sepolcro dello stesso
personaggio con un'epigrafe che suonava alquanto diversa
per le date dalle affermazioni iacobilliane. Di questa iscri-
zione gli mandò una copia. il P. Guido Grandi Abate di
5. Michele in Borgo di Pisa e professore di matematica in
quella Università, che, come è noto ai lettori, era già Acca-
demico Rinvigorito fino dal novembre 1719 (2) e che dianzi
aveva fatto nel Capitolo Generale di Faenza una prima co-
municazione della cosa (3). Di questo era stato subito infor-
mato il Pagliarini, il quale consigliò il Canneti a farsi mandare
una copia a penna di quel monumento dal p. Grandi (4).
Ma questa copia accompagnata da una lettera del Grandi
stesso, che si conserva tuttora nella Classense di Ravenna (5),
giunse troppo tardi perchè il Canneti potesse in base ad essa
modificare il testo del cap. XVIII della sua monografia, che
era: già tutto stampato. Quindi dovette rassegnarsi a scrivere
un'Aggiunta e correzione insieme e la mandò entro il giugno
al Pagliarini affinché la facesse stampare in fine della Dis-
sertazione non appena fossero venute alcune risposte che at-
tendeva e che gli avrebbe subito comunicate (6). Una di
queste era del Fontanini, a cui aveva chiesto il suo parere

(1) Cfr. op. cit., pag. 212.

(3) Cfr. la prima parte del presente lavoro, sotto l'anno 1719.

(3) Cfr. la lett. del P. al C. in data 9 agosto 1724, dove si fa la storia di tutta
la pratica. j

(4) Cfr. la cit. lett. del P. al C. in dsta 2 giugno 1724.

(5) Essa però non si trova fra i carteggi del Canneti, ma é aggiunta alla copia
dell'edizione del Quadr. del 1725 posseduta dalla Classense in un solo volume rile-
gato in cartone e cartapecora, con dorature esterne e ben conservate. In fine di
questo volume si trovano attaccati l' autografo del p. Grandi in un foglio ripiegato
e scritto da una sola parte con la data di Pisa 4 Agosto 1724, e il disegno del monu-
mento in un foglio più piccolo, fatto parte a matita e parte a penna da altra mano.
La lettera comincia con le parole: « Eccole il dissegno del monumento consaputo
ecc. », e contiene delle indicazioni ad esso relative e delle avvertenze sul modo di
farlo intagliare e su certi segni poco chiari dell' iscrizione.

(6) Cfr. la lett. del P. al C. in data 3 luglio 1724, e quella or ora cit. del 9 ago-
sto successivo.
L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 15

intorno ad alcune lettere puntate dell'iscrizione, e che gli
rispose prima del 16 luglio, giorno in cui il Canneti tornò a
scrivere al Pagliarini (1). Ma in questa lettera, all’ intenzione
di riferire, come riferì, nell’ appendice l’ intera iscrizione spie-
gata in tutte le sue abbreviazioni, associava l'altra di ripro-
durre il disegno del monumento sepolcrale del Tignosio,
perchè esso ne conteneva anche il ritratto (2). Ed a ciò pare
lo consigliasse il Fontanini medesimo senza pensare alle dif-
ficoltà che la cosa presentava e agl’ indugi che imponeva:
difficoltà ed indugi, di cui però si rese subito conto il Paglia-
rini. Il quale pochi giorni dopo rispondeva al Canneti che
in Foligno il lavoro, per se stesso lungo e richiedente la mano
d’un artista esperto, non si poteva eseguire e che era meglio
rinunziare a quest’ ornamento della Dissertazione: intanto pro-
poneva di acquietare il Fontanini col fargli credere che
l'Aggiunta fosse già stampata secondo il primo getto: ad ogni
modo attendeva ordini precisi prima di consegnare il mano-
scritto allo stampatore (3). Il Canneti, un po’ seccato per
questa contrarietà, non rispose per qualche tempo (4); e poi
un bel giorno uscì dai gangheri e scrisse una lettera - che
dovette dispiacere alquanto al suo amico folignate, il quale in-
tanto si era recato a passare il colmo dell’ estate in Annifo (5).
Egli non rinunziando ancora all'incisione, si meravigliava e
si doleva contemporaneamente della lentezza con cui proce-
deva la stampa della Dissertazione, come se questo non di-
pendesse in gran parte da lui. Il Pagliarini che sapeva di

(1) Ofr. là stessa lett. del 9 agosto 1821. L'altra é la notizia dell'andata di Nic-
colo V a Fabriano nel 1449, di cui v. a pag. 34 e 80 della Diss.

(2) Cfr. le citt. lett. del 21 luglio e 9 agosto 1724.

(3) Cfr. le stesse lett. del 21 luglio e del 9 agosto 1724 in cui si parla chiara-
mente del Fontanini e del ripiego -proposto dal Pagliarini.

(4) Cfr. il principio della lett. del P. al C. in data 4 agosto 1724.

(5) Cfr. la cit. lett. del 9 agosto 1724, dalla quale apprendiamo che il C. scrisse
il 3 dello stesso mese, cioé un giorno avanti a quella ultimamente direttagli dal P.,
e che quindi s' incrociò con essa.
16 E. FILIPPINI

non aver tutta la colpa di questo ritardo, tornó a scrivere
mettendo le cose a posto e cercando di scaricarsi di quella
responsabilità che gli si voleva addossare: del resto, non po-
tendo egli per la sua assenza da Foligno oceuparsi diretta-
mente della cosa, lasciava arbitro di ciò il Boccolini, a cui
spediva immediatamente la lettera del Canneti (1).

Il Boccolini, il quale da qualche tempo non faceva più
parlare di sè, si era appena discretamente rimesso della
lunga e penosa infermità, per cui il Pagliarini non avea po-
tuto valersi per ben otto mesi del suo grande aiuto (2). E
pur trascinandosi a disagio fuori di casa per le esigenze della
scuola, si mise subito all’ opera per definire la questione del
Canneti. Pare che il Pagliarini gli avesse dato l’incarico di
interpellare gli associati alla ristampa del Quadriregio sulla
opportunità dell’ incisione in rame del monumento del Tignosio
e di rispondere direttamente all’ autore della Dissertazione sul
loro avviso. Ma il Boccolini non potè abboccarsi che con
alcuni di quelli, essendo la maggior parte in campagna per
la villeggiatura, e quelli gli si mostrarono poco o punto
propensi ad accettare questo nuovo motivo dilatorio. Tra
essi il Campana e come associato e come stampatore andò
addirittura in bestia, anche perchè il penultimo foglio della
stampa, quello della Aggiunta, già composto (ma non stam-
pato ancora) si sarebbe dovuto modificare per inserirvi
l incisione, mentre sperava di poterlo consegnare fra po-
chissimi giorni insieme con l'ultimo per la necessaria cor-
rezione degli errori tipografici e non pensarci più. Tutta-
via lo stesso Campana proponeva, forse perché così cre-
deva di perder minor tempo e perché egli disponeva d'un
buon intagliatore, di far eseguire l incisione in legno anzichè
in rame. Ed il Boccolini informava minutamente e sollecita-
mente di tuttoció il Canneti rassicurandolo e pregandolo di

(1) È la lettera appunto del 9 agosto, che ho più volte citata.
(2) Cfr. le lett. citt. del P. al C. in date 30 giugno, 3 luglio e 9 agosto 1724.
L'AOCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 17

dare subito anche lui le disposizioni che credeva piü oppor-
tune, ma non senza ricordargli tutta l'odiosità che un'opera
cosi lunga si era acquistata fra. gli interessati (1). E il Can-
neti, non so con quanto piacere, accettò la proposta del
Campana; ma quando si venne a metterla in pratica, sor-
sero nuove difficoltà sicché si dovette abbandonarla: il Boc-
colini non ci dice in che consistessero, ma c'é ragione di
credere che fossero di carattere finanziario e venissero
da altra parte che da quella dell’ editore-associato. (2). Certo
è che non si potè far altro che dar corso all'Aggiunta come
era prima, con di piü l'iserizione, che fu eseguita con ca-
ratteri di legno fatti a posta (3). Ma non per questo si potè
compiere il lavoro della Dissertazione, perchè mancava la li-
cenza dell’ Inquisitore di Spoleto e questa non giunse prima
del 28 settembre (4), quando era già tornato da Annifo il
Pagliarini, il quale diede tosto l'ordine di stampare gli ultimi
due fogli. Così solo nei primi giorni del seguente ottobre la
monografia cannetiana si poteva dire completamente e defi-
nitivamente stampata (5).

- Ora si doveva trattare del numero delle copie da tirarne
e della ‘loro distribuzione: anche di questo si occuparono il
Pagliarini e il Boccolini d’ accordo. col Canneti (6). Il quale
si dimostrò più premuroso di mandarle agli altri, che di a-

(1) Cfr. la lett. del B. al C. in data 22 agosto 1724.

(2) Cfr. la lett. del B. al C. in data 8 settembre 1724, nella quale si allude alla
precedente lettera del C. a lui e si dice che se il Fontanini avesse subito accennato
all'ammontare della spesa dell’ incisione in rame, sarebbe stato più facile indurre
gli associati a sostenerla (?) :

(3) Cfr. la stessa lett. del B. ora cit.

(4) Cfr. la lett. del P. al C. in data 25 settembre 1724 e quella del B. al C. in
data 28 settembre 1724. È strano però che in un’ altra lett. del B. al C. in data 24
settembre 1724 non si accenni a questa pratica e invece si lasci sperare che fra
due o tre giorni si sarebbe compiuta la stampa e se ne sarebbero mandate le
prime copie a Forli.

(5) Cfr. il principio della lett. del P. al C. in data 2 ottobre 1724, donde appare
«che in quel giorno l'ultimo foglio era ancora sotto il torchio.

(6) Cfr. la lett. cit. del 25 settembre e del 3 novembre 1724.
18 EB. FILIPPINI

ver lui quelle che gli spettavano. Della Dissertazione non si
fecero piü di cento copie (1); ma dalla corrispondenza del Pa-
gliarini appare che il Canneti per la distanza e per la diffi-
coltà delle comunicazioni tra Foligno e Forli non ebbe la
soddisfazione di vedere la sua Dissertazione completa che
alla metà di dicembre (2), mentre già si era fatta una larga
distribuzione di copie in tutte le parti d'Italia (3). Anzitutto
si dovette pensare agli amici di Foligno, al Vescovo, al Vi-
cario ed ai revisori (4); poi si spedirono otto esemplari al
P. Lettore Onestini (b) a Roma per la presentazione al Papa
Benedetto XIII (6); quindi se ne mandarono o diedero diret-
tamente due al Fontanini, una al Crescimbeni, una a Mon-
signor Giudice (7), una al Generale dei Domenicani (8), una

(1) Cfr. la lett. del P. al C. in data 20 novembre 1724. Pare che se ne facessero
di due specie: sciolte o legate: cfr. la lett. del 25 settembre 1724.

(2) Cfr. le lett. del P. al C. in data 17 novembre, 4 e 15 dicembre 1724. Ciò é
bene strano se si pensa che il P. avea già preveduto il ritardo fin dalla lett. cit.
del 25 settembre 1724.

(3) Cfr. la lett. del P. al C. in data 3 novembre 1724.

(4) Cfr. la cit. lett. del 3 novembre 1724. Il Vescovo di Foligno era Giosafat
Battistelli, più volte nominato nel corso del presente lavoro: il Vicario non so chi
fosse: dei Revisori conosco soltanto il Can. Giuseppe De Torelli, che firmó col Ve-
scovo gli Imprimatur della Diss.

(5) Questo personaggio che vedremo nominato piü volte nelle lettere del P. al
C. di quest'anno, deve essere il p. Onesto Maria Onestini di Ravenna, dell' Ordine
Camaldolese, di cui si occupa piuttosto largamente il GINANNI nelle sue Memorie
storico-critiche degli scrittori ravennati (Faenza, Archi, 1769), tomo II, pagg. 116-121.
Era nato nel 1686 ed era stato vestito monaco camaldolese dal Canneti in Classe nel
1706. Scrisse poesie accademiche, orazioni e dissertazioni: coltivò, oltre le lettere,
la filosofia e la teologia, di cui fu anche insegnante. Appartenne all’ Arcadia col
nome pastorale di Estenio Clessidrio (cfr. anche in proposito il catalogo cit. del
Crescimbeni). Ebbe molte cariche ecclesiastiche e giunse anche al generalato del
suo ordine. Scrisse due opere registrate dal GINANNI, che del resto rimanda alla
biografia che ne scrisse e stampò D. Girolamo Ferri e agli Annali Camaldolesi.
Mori nel 1753. Il GINANNI non parla della sua dimora a Roma: per questo occorre-
rebbe vedere le fonti da lui accennate, Egli del resto ricorda anche un Don Rinaldo
Onestini, che non ebbe però fuori di Ravenna alcuna importanza, sebbene fosse
contemporaneo.

(6) Cfr. la lett. del P. al C. in data 20 ottobre 1724.

(7) Cfr. la prima parte del presente lavoro, sotto l’anno 1716.

(8) Doveva essere il P. Clemente Reginaldo Archibusieri, che firmò come tale
l'approvazione della Diss. L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 19

al conte Diamante Montemellini (1), una al Card. Cristiani
di Città di Castello (2), una a Mons. Monti di Bologna (3),
una al libraio Pagliarini di Roma (4), una al Salvini, una al
Marmi (5), una al Bianchini (6), una all’ ab. Niccolini di Fi-
renze (7), una al P. Cotta, una al P. Amigoni (8), una al
P. Zuti in Arezzo (9), una al Benvoglienti di Siena (10), una
al Muratori, una al Marchese Orsi, una al P. Artegiani, una

(1) Cfr. la prima parte del presente lavoro, sotto l'anno 1719,

(2) Cfr. la prima parte del presente lavoro, sotto l’anno 1719.

(3) Il P. nella cit. lett. del 3 novembre 1724 dice che questo: letterato si tro-
vava in quei giorni a Foligno e che trattò con lui di alcuni mss. rari e precisa-
mente del cod. boccoliniano del Quadriregio e del cod. dantesco posseduto da lui
stesso. Il FANTUZZI (op. cit., tomo VI, pagg. 89-90) registra un G. B. Monti nato a
Bologna nel 1688 e morto nel 1766, sacerdote, oratore, poeta e autore di parecchie
stampe. In una nota il FANTUZZI che avea detto aver egli appartenuto all’ accade-
mia dei Rinvigoriti di Cento col nome ddi Fluttuante, aggiunge: « Anche inj Foli-
gno havvi un' Accademia de' Rinvigoriti, e potrebbe essere che a quella pure il
nostro Autore fosse stato aggregato ». Ma cio non risulta dai Cataloghi del 1719
e del 1725. i .

(4) Vedremo che si tratta di Lorenzo Pagliarini libraio in Roma : il FUMAGALLI
nel suo Lexion typographicum Italiae non lo nomina, ma ricorda due suoi suc-
cessori Nicola e Marco a pag. 356. Il nostro Pagliarini nella stessa lett. del 3 no-
vembre 1724 dice che questo dono fu un mezzo escogitato per poter lanciare, con
l'influenza di quel libraio, la prossima edizione del Quadriregio sul mercato stra-
niero. E vedremo che egli fu molto utile in questo affare.

(5) Cfr. la prima parte del presente lavoro, sotto l’anno 1719.

(6) Era Giuseppe Bianchini di Prato, Accademico fiorentino, pastore d’Arcadia
(cfr. vol. VII delle Rime degli Arcadi) col nome di Znaste Dindimenio, autore di al-
cune lezioni pubblicate nel 1718, e divenuto poi Rinvigorito col nome di candido,
come appare dal Catalogo del 1719.

(7) Apparteneva alla Crusca e all'Arcadia, dove aveva il nome pastorale di Isarco:
passando per Foligno, ebbe un lungo colloquio col Pagliarini sul Quadriregio, di
cui pare fosse un ammiratore. Il Pagliarini profittò dell’occasione per tastare il ter-
reno e per conoscere come fosse disposta la Crusca verso il Frezzi; ma il Niccolini
pare che gli togliesse ogni speranza di veder considerato questo poeta quale « Au-
tora di lingua »: ciò che fece pensare al Pagliarini che sorgesse un rivendicatore
del Frezzi contro le pretese dell’Accademia fiorentina.

(8) Cfr. la prima parte del presente lavoro, sotto l’anno 1719.

(9) Era monaco e priore Cassinese, di nascita fiorentino, e apparteneva già
all'Accademia folignate col nome di valido: cfr. il catalogo del 1719. Appare anche
uno dei revisori delle Annotazioni dell'Artegiani nell’Imprimatur del vescovo Bat-
tistelli nel 1722 (cfr. il vol. H del Quadr. del 1725, pag. 125).

(10) Cfr. la prima parte del presente lavoro, sotto l'anno 1719.
20 E. FILIPPINI

al Pisani (1), una al « Giornale dei Letterati d’Italia », una
ad Apostolo Zeno, una al P. Collina, una al Martelli, una al
Baruffaldi, qualcuna al S. Uffizio e finalmente diciotto al
Canneti perchè parte ne tenesse per sè e parte le donasse
ai suoi amici (2): in tutto una cinquantina di esemplari (3).
A questo :numero si devono aggiungere le dieci copie che.

gli associati destinavano a ciascuno degli altri tre illustra-

tori del Qwadriregio, cioè al Pagliarini, al Boccolini e all'Ar-
tegiani (4), né le quattro che si dovettero mandare nuova-
mente a Roma per la perdita del primo involto (5). Cosi di
cento esemplari che si trassero della Dissertazione cannetiana,
non rimasero che una quindicina non collocati (6); gli al-
tri furono dati in omaggio a quasi tutti i letterati d'Italia
e andarono ad annunziare il lieto evento della pubblica-
zione (7). Vedremo fra poco come questa fu accolta: intanto
fermiamoci ad esaminarla esternamente ed internamente.

(1) Cfr. la prima parte del presente lavoro, sotto l’anno 1723.

(2) Veramente nella lett. cit. del 25 settembre 1724 il P. aveva pensato di spe-
dirgli 24 copie della Diss.

(3) Tutti codesti letterati, che in gran parte erano già o divennero poco dopo
Rinvigoriti (cfr. 'elenco che porrò in appendice), sono nominati nella cit. lett. del
P. al C. in data 3 novembre 1724. ;

(4) Cfr. la cit. lett. del 3 novembre 1724.

(5) Cfr. le lett, del P. al C. in date 13 e 17 novembre 1724. L'involto era stato
consegnato al vetturale Pezzese di Viterbo prima del 20 ottobre (cfr. la lett. del P.
in questa data); ma il Lettore Onestini appena tornato dopo una breve assenza a
Roma (cfr. la lett. del P. in data 3 novembre), scrivendo al P. prima del 13 novem-
bre gli diceva di non aver ancora ricevuto nulla; quindi il P. angustiato pensò di
fare per altro mezzo una seconda spedizione, riservandosi di aver notizie del primo
vetturale. Infatti le ebbe da un garzone di questo, che s’impegnò diricapitare l’ in-
volto (cfr. la lett. del 4 dicembre 1724).

(6) Cfr. la cit. lett. del 20 novembse 1724. Ma furono mandate più tardi ad altri
personaggi designati dal Canneti, come appare dalla lett. del P. al C. in data 4 di-
cembre 1724, donde appare anche che l'edizione era già esaurita, tantoché il P. non
avea potuto neanche mandarne una copia a un suo carissimo amico di Piacenza.
Così non si poté neanche contentare il Ca"d. Gozzadini, come appare dalla lett. del
P. al C. in data 15 dicembre successivo.

(7) Tutte queste spedizioni furono fatte per mezzo di mercanti o vetturali o
amici che si recavano da Foligno alle diverse città, per evitare le gravi spese po-
stali : cfr. in proposito la lett. del 13 ottobre 1724, dove si accenna a un ripiego
per non pagare il dazio sulla carta che il P. spediva contemporaneamente alle co- L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 21

L'opuscolo composto di 88 pagine in quarto piccolo era

uscito con questo frontespizio: DISSERTAZIONE | APOLOGETICA .

| di D. Pietro Canneti | Abate della Congregazione | Camaldo-
lese | Intorno al Poema de' Quattro Regni, | detto altramente il
Quadriregio, | e al vero Autore di esso | MONSIGNORE | FEDERIGO
FrEZZI | Dell’ Ordine de’ Predicatori, Cittadino | e Vescovo di
Foligno e Uno de | Padri del Concilio di Costanza, | In Foli-
gno, MDCCXXIII | Per Pompeo Campana Stampator Pub-

blico | Con licenza de’ Superiori. — A questo frontespizio se-

guiva Vl Indice de" Paragrafi che erano 45 e che occupavano
le pagine 3-6, e a questo teneva dietro tra le pagine 7-78 il te-
sto della Dissertazione preceduta dal lungo titolo e dalla dedica
seguenti: DEL POEMA | DE' QUATTRO REGNI, | detto altramente
| IL QUADRIREGIO, | e del vero autore di esso, | MONSIGNOR FE-
DERIGO FREZZI. | AU’ Eminentissimo e Reverendissimo | in Cristo
Padre Signore | FRA VINCENZO MARIA ORSINI | Dell’Ordine dei
Predicatori, Vescovo Por

tuense, Cardinale della Santa Romana |
Chiesa, e Arcivescovo di Benevento. — A pagg. 19-80 si trovava
l'AGGIUNTA E CORREZIONE sul Tignosio: a pag. 81 cominciava
l'INDICE | Delle cose più notabili contenute nella | Dissertazione
Apologetica, che andava in due colonne fino alla pag. 86 (1):
a pag. 87 si leggevano le approvazioni ecclesiastiche - e a
pag. 88 un breve errata-corrige (2).

Dopo ciò, vediamo di riassumere in poche e ordinate

)
parole lo svolgimento dell ampio lavoro cannetiano. L'autore
giustifica anzitutto la dedica della Dissertazione al Card. Or-

pie della Diss. al Canneti, e quella del 3 novembre successivo, dove si parla in ge-
nerale. Tuttavia il P. non potè fare a meno della posta, come appare dalla sua lett.
al C. in data 15 dicembre 1724, e forse dovette sostenerne lui la spesa. Certo é che
egli provò un grande disturbo per -*ques:e spedizioni, anche perché procedettero
molto lentamente, come é detto nella lett. ora citata.

(1) Nella lett. del P. al C. in data 9 agosto 1724 é detto che questo Indice, co-
minciato fin dall' anno precedente, secondo gli accordi presi, si era dovuto inter-
rompere per la malattia del Boccolini: forse lo finì il Pagliarini.

(2) Di questa stampa ho visto una copia completa e ben conservata nella. Bi-
blioteca Vittorio Emanuele di Roma.
929 3 E. FILIPPINI

sini, che apparteneva allo stesso Ordine del Frezzi e la nuova
edizione del poema opportunamente stabilita e curata dalla
Accademia di Foligno. Enumera poi ed illustra brevemente
le precedenti edizioni soffermandosi specialmente sulla prima
di Perugia e dimenticando la Milanese del 1488 (1). Riferisce
e commenta il favorevole giudizio pronunziato dal Corbinelli
sul Quadriregio e alcune postille apposte da Lodovico e Orazio
Ariosto sopra un codice di questo poema da loro posseduto.
Questo codice adespoto dà occasione al Canneti di dire che
Orazio Ariosto su di esso ritenne che il poema fosse opera
d’uno scrittore folignate: ciò che non impedì peraltro che
il Quadriregio fosse attribuito a Fazio degli Uberti. E conti-
nuando a parlare dei testi a penna, il critico accenna ai
primi tre che hanno servito a formare la nuova edizione e
poi descrive di su una relazione del Fontanini l'antico co-
dice Stoschiano che attribuisce anch'esso il poema a Fede-
rico Vescovo di Foligno. Quindi passa a fare la biografia
del Frezzi indicando manoscritti da lui già posseduti e ri-
trovati recentemente in Foligno, riferendo il testo della Bolla
pontificia della sua nomina vescovile, correggendo errori
commessi da alcuni suoi biografi, negandogli ogni altro com-
ponimento a lui attribuito all'infuori del Quadriregio e ap-
pellandosi a due testimonianze quattrocentesche della sua
attitudine poetica, cioè Nicola da Montefalco e Niccolò Ti-
gnosio, i quali lo citano nelle loro opere. Qui si apre una
lunga digressione sullo stesso Tignosio, che colpì ingiusta-
mente i Trinci signori di Foligno chiamandoli tiranni (2) e
poi si viene addirittura al nodo principale che aveva dato
al Canneti l'occasione di occuparsi di questo argomento e
che egli si proponeva di sciogliere. L' autore prende in esame
l'opinione del Montalbani che per quanto condivisa da altri

(1) Cfr. il mio studio cit. su Le edizioni del Quadriregio, cap. II, e la Diss.,
prg. V.
(2) Cfr. la Diss., prg. XIX. XD

L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 28

Li

non era stata ancora discussa, e la mostra infondata prima
di tutto perchè l'età del Malpigli non concorda con l’ epoca
in cui sarebbe stato composto il Quadriregio, il quale risale,
secondo lui, al periodo 1380-1400 (e qui segue una seconda
digressione sulla facilità con cui negli antichi manoscritti le
opere d’un autore si trovano attribuite ad un altro) (1) e
poi perchè, conformemente ai dubbi sorti di poi nella mente
di alcuni seguaci del Montalbani stesso, il codice bolognese
su cui si basava quella presunzione, studiato attentamente
presentava le traccie d’una evidente alterazione del testo
commessa dal copista Tommaso Lioni, il quale fu anche fal-
samente creduto autore del Fior di vértà per averne fatta.
una copia. A queste ragioni che il Canneti svolge ampia-
mente e sicuramente, aggiunge quella della tradizionale at-
tribuzione del poema al Frezzi in tanti codici ed edizioni,
quella della citazione in esso di più luoghi e persone del-
l'Umbria, quella della stretta relazione tra le condizioni del
Frezzi e le dottrine svolte dal poeta, quella delle differenze
stilistiche che si riscontrano fra il Quadriregio e le poesie
del Malpigli, (e qui si nota una terza digressione sulle glorie
letterarie di Bologna che non restano punto oscurate dalla
negata paternità malpigliana del Quadriregio) (2) e finalmente
quella dell’ uso fatto dall’ autore di molti vocaboli e modi di
dire propri dell'Umbria in generale e di Foligno in partico-
lare. Ridonato così il poema al suo legittimo ideatore e com-
positore, il Canneti mette in evidenza i meriti poetici del
Frezzi come primo imitatore di Dante, lo difende dall’ aver
trattato di materia amorosa nel primo libro dell’opera sua
pur essendo egli un sacerdote, discute della natura speciale
del suo amore, parla dei nobili suoi intendimenti e traccia
a grandi linee il contenuto morale del quadripartito poema,
del quale in fine illustra la prossima nuova edizione spie-

(1) Cfr. la Dîss., prg. XXV.
(2) Cfr. la Diss., prg. XXXV.
94 E. FILIPPINI

gando i criteri ortografici seguiti dagli editori, ma senza ri-

cordare un severo giudizio di Sperone Speroni sull'autore

del Quadriregio (1); e dopo aver discorso del titolo da essi
prescelto finisce col rivolgere al Frezzi un' ultima lode.
Ora da questo riassunto ognuno può comprendere come
il lavoro del Canneti non sia nè una semplice Prefazione
quale prima s’ era voluto chiamarlo, nè una vera e propria
Dissertazione come la chiamò poi lo stesso autore, ma l'una
e l’altra cosa insieme, sicchè acquista piuttosto il carattere
d'un'ampia Introduzione critica intorno al Quadriregio, al suo
legittimo autore e alla sua prossima ristampa. Dato questo
carattere, sì comprende anche facilmente come non fosse
stata un’idea molto felice quella di distaccare un simile la-

(1) È strano che il Canneti qui o altrove non si occupi affatto di questo
luogo dell’Orazione in morte del Card. Pietro Bembo, scritta dal famoso critico
cinquecentista, in cui parlando dei meriti filologici del grande petrarchista e di
cendo che la lingua italiana non avrebbe alcun lume senza i suoi studi inge-
gnosi, biasimò la sciatteria degli scrittori ed editori precedenti e aggiun-e: « Miri
« chiunque vuol di ciò fede né testimonio, le stampe antiche, guaste e corrotte come
« i giudicii di quella etate; nelle quali senza regola di grammatica e senza legge
« d’ortografia scrittii libri di quegli autori divini vede ancora a dì nostri, chi le
« loro opre meravigliose così mal concie può sofferir di guardare. Dunque allora
« meritamente, quasi loglio, che per lo vizio della stagione vinca il grano che per
« mangiar seminiamo, le cinquanta e le settanta novelle, il Serafino e quegli altri,
« Quadriregio, Dittamundi, e mille mostri cotali usciti fuori di aleune anime disa-
« bitate ebbero ardire di comparere » (Cfr. il tomo III delle Opere eec. stampate a
Venezia nel 1740, pag. 163). Ora il Canneti che avea riferito il giudizio favorevole
del Corbinelli, non doveva trascurare questo dello Speroni, che sonava cosi diversa-
mente. Né poteva riuscirgli difficile discuterlo e respingerlo come non riusci diffi-
cile parecchi anni dopo ad Apostolo Zeno, che vedendolo accennato dal Fontanini
osservava giustamente: « Tutto il male che ne (cioé del Quadr.) dice lo Speroni si
« riduce al comun vizio di quell'età, nella quale si scriveva senza regola di gram-
« matica e senza legge di ortografia ; e però gli mette a canto le cinquanta e le
« settanta Novelle, il Serafino e il Dittamundi. Lo Sperovri non potea dar giudicio
« del Quadriregio, se non sopra le vecchie edizioni, che ne furono fatte verso il
« fine del sec. XV e il cominciare dell'altro, veramente malconcie e sfigurate; ma
« se avesse avuta sott'occhio la presente di Foligno in assai diverso aspetto e ve-
« stito raffazzonata e ripulita, avrebbe forse mutato sentimento e ne avrebbe diver-
« samente giudicato e scritto » (Cfr. La Biblioteca dell’ eloquenza italiana del FoN-
TANINI con annotazioni di Apr. Zeno - Venezia, Pasquali, 1753 - Vol. I, pag. 309, nota).
Senonché mi pare che lo Speroni non parli soltanto della forma sciatta, ma anche
del contenuto mostruoso del poema: e di questo neanche lo Zeno dice nulla. L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 25

voro dall'opera per cui era stato scritto, pubblicandolo prima:
uno studio siffatto non poteva aver luogo più acconcio che
alla testa della nuova edizione del poema. Noi sappiamo per
quale serie di circostanze si venne alla pubblicazione pre-
ventiva della Dissertazione cannetiana, e non ce ne meravi-
gliamo punto; ma non possiamo fare a meno di osservare
che se si voleva darla alle stampe separatamente dal poema,
bisognava toglierle quel carattere d’Introduzione ch'essa ha
e limitarla alla semplice trattazione critica della paternità
del Quadriregio. La quale è naturalmente la parte principale
e più importante di questo lungo lavoro (1).

Il Canneti, che aveva lungamente meditato e studiato il
suo soggetto, ed aveva avuto anche la forza di attendere
che la fortuna gli facesse conoscere le armi dei suoi avver-
sari, non lasciò intentato alcun mezzo per riuscire, con la
facile confutazione’ degli argomenti contrari, ad una esau-
riente dimostrazione del suo assunto. Nè egli poteva trattare
la questione con maggiore senso dell’ordine, con esattezza
più scrupolosa e con più sicura dignità di forma. Profonda
e varia è anche l'erudizione che il critico dimostra nello
svolgimento delle varie parti del tema, senonchè talvolta,
anzi spesso ella diventa ingombrante e appare un inutile
sfoggio di cognizioni bibliografiche, storiche e letterarie. Se
l’autore avesse cercato di evitare le troppo evidenti digres-
sioni che sono ben più di quelle che io non abbia notato
nel riassunto (2), se si fosse proposto una maggiore conci-
sione e avesse profuso minor numero di lodi a personaggi
viventi, l’opera sua potrebbe essere più apprezzata di quel
che realmente non sia. '

(1) Ad essa infatti sono dedicati il maggior numero dl paragrafi e precisamente
tut.i quelli contenuti fra i n. XVII-XXXVII.

(2) Cfr., per es., il prz. IV, dove si parla dell’ introduzione dell'arte della stampa
in Perugia e in Foligno e delle prime opere stampatevi, tra cui la Commedia. di
Dante; il prg. XXIV, dove si parla del Bambagiuoli e del suo poema delle Virtù
morali; e la nota Aggiunta finale sul sepolero del Tignosio.
26 E. FILIPPINI

Codeste lodi non si possono spiegare soltanto cogli usi
del tempo (1): esse dimostrano anche il tatto finissimo del-
l’autore. Infatti una parte di esse vanno all’ Accademia
di Foligno iniziatrice d'una nobile impresa (2) e ai tre

| principali collaboratori del Canneti, cioè il Pagliarini (3), il

Boccolini (4) e l'Artegiani (5), che egli non poteva, anche
o ) o 2

per gratitudine, dimenticare in questo luogo. Un altro buon

numero di lodi è rivolto a quei letterati che avevano

sostenuto pubblicamente l'impresa dell’Accademia, come il

Crescimbeni (6) e gli serittori del « Giornale » veneziano (1), o
che avevano in varie circostanze aiutato il dotto Cremonese
nelle sue ricerche, come il Muratori (8), il Beccari (9), il
Fontanini (10), il Vincioli (11), il Grandi (12), il Baruffaldi (13),
il Collina (14, e Apostolo Zeno (15). Ma il Muratori e il Fon-
tanini dovevano essere lodati anche perché un tempo essi
avevano sostenuto la paternità del Malpigli, e il Canneti
facendo la storia della questione non aveva potuto non no-
minarli tra i seguaci del Montalbani (16): nella stessa condi-
Zione si trovavano anche il Martelli e il Salvini, sebbene il
primo non avesse mai, come gli altri due, rinunziato pub-
blicamente alla sua opinione e il secondo non l'avesse ma-
nifestata che a parole: la lode in questo caso controbilan-

(1) Anche il Pagliarini e il Boccolini furono larghi di lodi ai letterati del tempo.

(2) Cfr. i prgg. I a principio e II. în
(3) Cfr. il prg. V in fine.

(4) Cfr. il prgg. X in fine, XVII in fine e XXXVII in principio.
(5) Cfr. il prg. XXXIV.

(6) Cfr. i prgg. XVI in fine e XXII in mezzo.

(7) Cfr. il prg. XXVI, per non dire di altri.

(8) Cfr. il prg. X.

(9) Cfr. i prgg. XXVII, XXXV e XLV.
(10) Cfr. i prgg. IX, XI, XXI ecc.
(11) Cfr. il prg. XXXIII.

(12) Cfr. la nota Aggiunta in (ine.
(13) Cfr. il prg. VII.

(14) Cfr. il prgg. XXVII e XXXV.
(15) Cfr. il prg. V.

(16) Cfr. i prgg. XXII e XXVI. n2
-

L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC.

ciava la poco piacevole constatazione del loro errore (1).
Altri letterati poi, come l'Orsi, il Manfredi (2), il Bianchini (3),
il Marmi (4), il Bargiacchi (5) ecc. furono nominati e citati
‘in modo molto lusinghiero per semplice desiderio di acqui-
stare il favore di due ambienti difficili com’erano Firenze e
Bologna. Ed è per questa stessa ragione che il Canneti, pur
avendo scudisciato a sangue il copista Tommaso Lioni e giu-
dicato severamente il P. Orlandi suo biografo, lodò il Malpigli
come poeta e non ebbe parole aspre pel Montalbani, ma si
contentò di cogliere questo baldanzosamente in errore (6)
come fece anche con l| Echard (7), con lo Iacobilli (8) e col
Di Gregorio (9). Così la Dissertazione cannetiana se poteva di-
spiacere a qualche letterato vivente come l'Orlandi (10), si as-
sicurava l'applauso della maggioranza. Ben ponderata ed effi-
cace nella parte sostanziale, completa e dotta nella illustra-
zione del Quadriregio e del suo vero autore, vivace ed abile
nella sua condotta, essa era destinata ad un reale successo
nel campo degli studi letterari, ed il successo fu pieno ed
aperto.

Non fa meraviglia che per la lentezza con cui proce-
dette la consegna ai singoli destinatari delle copie spedite,
giungessero anche con un certo ritardo al Pagliarini e al
Canneti le risposte di quelli coi relativi ringraziamenti ed

(1) Cfr. pel primo i prgg. XXXI e XXXV e pel secondo i prgg. VI, XXXIX,
XLII ecc.

(2) Cfr. il prg. XXXV.

(3) Cfr. il prg. XXXVIII della Diss.

(4) Cfr. il prg. XXXII.

(5) Cfr. il prg. XXXII. Il dottore Niccolò Bargiacchi di Firenze era già accade-
mico Rinvigorito col nome di Schietto, come appare dal catalogo del 1719.

(0) Cfr. i prgg. XV, XX, XXI e XLV.

(7) Cfr. il prg. Xv.
8) Cfr. i prgg. XV, XVI e l’Aggiunia.
Cfr. il prg. XVI.
Egli infatti morì nel 1727: cfr. FANTUZZI, Op. cit.
hu

"A 23

mat mm

98 : E. FILIPPINI

elogi. Uno dei primi a compiere per lettera questi atti (1) fu il
Salvini; ma la sua lettera non si comprende se non si premette
che quasi contemporaneamente alla Dissertazione cannetiana
egli avea pubblicato un'esplicita dichiarazione in favore della
paternità frezziana del Quadriregio: la quale è talmente im-
portante dopo quel che avea detto d'una precedente e di-
versa opinione del Salvini sul medesimo argomento, che qui
non si può fare a meno di riferirla per intero. « Che Niccolò
« Malpigli bolognese scrittore Apostolico sia autore d’un
« poema in terza rima a imitazione di Dante, che perchè
« tratta di quattro regni, de’ quali il primo è il regno d'A-
« more, è intitolato Quatriregio (ma ha da dire Quatriregnio,
« come allora scrivevano cioè Quatriregno) (2) e che ne sia
« stato attribuito falsamente l' onore a un altro autore in
« una stampa del 1511, lo dice il Bumaldi nel Vocabolista
« Bolognese, senza addurne pur una pruova; e chiama questo
« un furto solennissimo letterario fatto da uno stampatore.
« Quello che asserisce Antonio Bumaldi, ovvero Ovidio Mon-
« talbani bolognese, lo rapporta sulla semplice parola di lui
« il sig. abate Fontanini a cart. 269 (del suo Aminta difeso)
« con iscoprire di più un'altra edizione fatta in Firenze da
« Pier Pacini da Pescia del 1508, che quella citata dal Mon-
« talbani del 1511 è di Venezia e ha per titolo: Quatriregio
« (leggo Quatriregno) del decorso della vita umana di messer

A

Federico fratre del Ordine di Sancto Domenico, eximio mae-
« stro in Sacra Teologia, et già vescovo della ciptà di Fuligno ;

(1) Il primo fu il p. G. Cotta, che ripeté per lettera quelle espressioni ammi-
rative, che gli erano uscite «di bocca quando avea visto la Diss. in Foligno, Cfr. le-
stratto della sua lettera in data 30 ottobre 1724 che si trova nella Miscellanea XXVI
della Classense, e la lett. del P. al C. in data 20 novembre 1724.

(2) Si accorda con queste parole ciò che anche il Canneti afferma nel prg. XLV
della sua Diss., dove dice che già per lettera il Salvini avea fatto conoscere al Pa-
gliarini questa sua congettura. Parecchi anni più tardi anche GIOVANNI BOTTARI
(Lettere di Fra Gwittone: Roma, De Rossi. 1745: Prefazione, pag. 219) segnalava
« la storpiatura del titolo del poema antico composto da Federico Frezzi intitolato
« Quadriregio per Quadriregno ». L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 29

il quale appella un falso titolo il sig. abate Fontanini, fon-
dato sull' autorità senza prova del Montalbani, la qual
prova era necessaria per levare il vescovo di possesso.
Ora oltre al lodare in esso poema la casa de' Trinci si-
enori di Fuligno, e fargli venire da Troia e lodare la città
di Spello e di Fuligno dicendo che Spello vuol dire Spec-
chio (quasi Speglio), che è curiosa etimologia, quando viene
dal suo.nome antico JAspellum; nel capitolo nono del
quarto e ultimo Regno delle Virtù si scuopre per cittadino
di Fuligno manifestissimamente. Poiché quivi la Prudenzia,
che é come la Beatrice di questo nuovo Dante, lo guida
al monte Elicona, ove vede molti valenti poeti dell'anti-
chità, e poi sale colla scorta della medesima Prudenzia al
monte Parnaso, dove la scuola filosofica era, dic' egli, dicendo
appresso questi versi: « Mentre io sguardava a quelle
erandi Scole .... Ch'io t' ho trovato in questo nobil regno ».
(Sono sette terzine, in parte da noi già conosciute, dove
si parla dell'incontro con maestro Gentile da Foligno).
Questo é quel Gentile Fulginate, medico famoso, che fiori
nel 1310 (1), che scrisse moltissimi libri in medicina, e tra
gli altri, Comentari sopra Avicenna in due tomi stampati
in Pavia (2). Ecco dunque mantenuto il proprio autore in
possesso, il cui poema, secondo il giudizio datone dal Cor-
binelli nella prefazione alla Bella mano di Giusto de' Conti
da Valdimontone, si stima non punto indegno d'ir dietro
a Dante, a imitazione della cui Commedia egli è composto ;
longo sed proximus intervallo. Questo poema pure attribuisce
a lui il nostro Ughelli nell’ Italia Sacra ne’ vescovi di Fu-
ligno; il quale fu del casato de’ Frezzi, casato cred’ io,
venuto da Eric, accorciato dal genitivo latino, che serve
in italiano di patronimico, Fedricî o Federici, e ’1 Ci pro-

(1) Veramente morì in Foligno nel 1348 (cfr. la Diss., prg. XXX).
(2) Su questo illustre me.lico folignate e sulle sue numerose opere cfr. il re-

cente studio del p. P. T. LuGano: Gentilis Fulginas speculator e le sue ultime vo-
lontà ecc. pubblicato nel fasc. II-III dell'anno XIV di questo Bollettino, pagg. 195-210.
30 E. FILIPPINI

« nunziato con Zeta. Del resto Niccolò Malpigli da Bologna,
« investito autore di questo poema dal Montalbani, si trova
« registrato nell'indice dei poeti italiani dall'Allacci » (1).

(1) Cfr. Della perfetta poesia italiana, ecc. di L. A. MURATORI con le annota-
zioni critiche di A. M. SALVINI, (Milano, tip. dei classici italiani), vol. III, pagg. 321-
323. É noto che la prima edizione di quest'opera muratoriana curata dal Salvini
apparve nel 1724 (cfr. la prefazione al primo vol. dell'ediz. milanese qui cit.); ma
essa era stata preparata fino dall'anno precedente, come appare dall: seguenti pa-
role che si leggono in una lettera del Muratori al Salvini in data 26 novembre 1723,
riferita dal CAMpori nel vol. VI dell'op. cit, n. 2216: « A me tocca il rendere vive
« grazie a V. S. illustrissima per l'onore fatto a quel mio libro con riputarlo degno
« delle sue applicazioni, e di esaminarne gl'insegnamenti. Mi avrebbe però fatto
« più servizio il padre Paoli, se avesse un po’ più differito una tale. edizione, per-
« ciocché restandone a me tuttavia molte copie della prima, io non saprò a che va-
« lermene più, se non a difendere il caviale dal freddo. Ma il colpo è andato. Fra
« le opere tutte belle di V. S. illustrissima ho speranza che il pubblico truovi que-
« sta più gustosa dell’altre ». Sebbene però la nuova edizione avesse avuto un così
lontano principio, essa non venne alla luce prima della fine e'ell'anno 1724: infatti
il CAmpORI nella Cronobiografia muratoriana inserita a principio del vol. VI del-
l'epistolario cit. registra dopo il 14 dicembre di quest'anno la pubblicazione in Ve-
nezia della ristampa Della perfetta poesia con le note del Salvini. Del resto va no-
tato anche che né il Salvini cita il Canneti, né il Canneti accenna mai a quest'opera
del Salvini; mentre vi accennerà più tardi il Boccolini nelle sue Dichiarazioni (cfr.
pagg. 292 e 304 del vol. II del Quadr. del 1725). — Ma come si spiega che tanto il
Muratori quanto il Salvini lasciarono passare senza alcun cambiamento in questa
edizione il passo del l. I clie più direttamente si riferiva al Frezzi e che io ho già
riferito nel principio di questa seconda parte del mio lavoro? Come mai né il Mu-
ratori si ricordò, dopo la sua ritrattazione scritta, di rivendicare al Frezzi un poema
che anch'egli seguendo l'opinione del Fontanini avea attribuito al Malpighi, né il
Salvini appose qui una nota che fosse in armonia con quello che diceva poi nel 1. III?
Più facile è spiegare questa seconda questione che la prima: é probabile che la
ristampa dell'opera muratoriana fosse cominciata in tempo in cui il Salvini ere-
deva ancora che il Quadr. appartenesse al Malpigli anziché al Frezzi e che quindi
egli lasciasse senza correzione il luogo del 1. I; ma poi pervenuto all. III quando
avea già cambiato opinione, non potendo più correggere il passo precedente pro-
fittasse d'una occasione qualsiasi per chiarire il suo pensiero. Ma resta sempre un mi-
stero la mancata correzione del Muratori. — Del resto, non senza un piccolo errore
che si spiega con la mancanza del testo, a questa Annotazione del Salvini allude
anche il Pagliarini nella lett. al C. in data 22 dicembre 1724, in cui gli chiede la
trascrizione d’un passo di quella, che egli mostra di aver letto di fresco, ma di non
ricordare esattamente. Io non conosco lo scopo di questo favore che il Pagliarini
chiedeva al Canneti, tantopiù che egli non ha mai nominato l'autore dell’ opera
Della perfetta poesia italiana né quello delle Annotazioni alla medesima. Ma mi
pare che le sue parole dimostrino una volta ci più che la ristampa dell’opera mu-
ratoriana non era avvenuta dopo la pubblicazioue della monografia del Canneti:
ché altrimenti il Pagliirini o non l'avrebbe potuta leggere così presto, o se l'avesse
anche letta, non avrebbe avuto bisogno di rivolgersi al dotto Cremonese per chie-
dergli ciò che poteva facilmente ricordare. ® L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 31

Ora come il Salvini fosse passato da una opinione ad
un'altra diametralmente opposta prima ancora di conoscere
le conclusioni del Canneti, di cui in quella pagina non é
alcuna traccia visibile (1), non è facile stabilire: si può sup-
porre che egli messosi a leggere il poema dopo le uitime
dichiarazioni del Crescimbeni e dopo le obiezioni del P. Ra-
‘vali, venisse pian piano modificando le idee dianzi attinte
dal famoso Vocabolista bolognese fino a convertirsi interamente
a favore del Frezzi (2). Comunque era naturale che in se-
guito a questo cambiamento di giudizio egli leggesse atten-
tamente la Dissertazione cannetiana e trovandovi la conferma
delle sue presenti convinzioni rispondesse coerentemente a
chi gliela aveva donata. E disse franco che il chiaro apolo-
gista del Frezzi avea fatto brillare la verità e trionfare la
buona. critica (3). Questa. lettera però del Salvini non ci è
stata conservata, mentre tante altre pervenute al Pagliarini,
al Boccolini e al Canneti furono affidate in originale, in co-
pia intera, e in estratto ad una preziosa Miscellanea della
Classense (4) e in alcune lettere dello stesso Pagliarini, che
ora andrò sfogliando per spigolarvi le notizie più importanti.

(1) Infatti l'aver citato il passo del Quadr. che riguarda Gentile da Foligno
senza parlare delle alterazioni ivi subite dal codice bolognese e di tutti gli altri
argomenti in favore del Frezzi rac olti dal Canneti, dimostra abbastanza chiara-
mente che il Salvini non avesse potuto ancora trarre profitto dalla Diss. canne-
tiana.

(2) E anche probabile che il Salvini entrato in corrispondenza col Pagliarini
subisse l'influsso delle sue idee in materia frezziana.

(3) Cfr. la sua lett. in data 4 novembre 1724, richiamata nella prefazione al primo
volume del Quadr., ed. nel 1725. :

(4) E la Miscell. ms. XXVI di quella biblioteca, che ho avuto già occasione di
ricordare. Qui giova aggiungere che nel r. del foglio di guardia di questa Miscell.
si leggono scritte di pugno del primo bibliotecario della Classense che era il p. Ma-
riangelo Fiacchi amico personale e ammiratore del Canneti, le seguenti parole: Car-
‘teggio del Sig. Giustiniano Pagliarini ed altri sopra la qui inserta dissertazione
del P. Abate Canneti. Infatti essa fra l’altro contiene anzitutto una copia della Diss,
stampata, poi una bozza di lettera latina del Canneti, e parecchie lettere di vari
riguardanti la stessa Diss. e scritte fra il 1724 e il 1725. Di queste lettere al-
cune sono autografe e dirette al Canneti e sono le. prime 16 scritte dai seguenti
autori nelle epoche rispettivamente segnate in parentesi: L’ arcivescovo di Na-
zianzo (25 novembre e 9 dicembre 1724), il Cardinale Paolucci (19 maggio 1725), . il
ad

yw
P,

39 E, FILIPPINI

Il Martelli nel disobbligarsi col donatore mostrava di non :
avere alcuna voglia di lodare l'erudita monografia, poiché
diceva di non averla ancora letta pel desiderio di darla su-
bito a legare (1). Ma è notevole questa sua dichiarazione
fatta al Pagliarini sulla Dissertazione connetiana: « Tanto
« meno poi io e tutti noi dobbiamo formalizzarci, quanto vi
« si tratta di restituire ad una nobite Città il suo Poeta,
« che gli era stato per cosi dire dalle braecia strappato.
« Ben è vero che chi l' ha creduto Bolognese merita scusa,
« essendo persuaso da un codice egualmante antico che gli
« altri con in fronte il nome ed il ritratto ottimamente mi-

.« niato dello stesso Malpigli. Di più ci sono alcune terzine

« inserte che lo mostrano Bolognese, ma l'impostore non ha
« havuta l'avvertenza, poiché voleva rubare a Foligno, di
« ben rubbare » (2). Del resto egli poco dopo tornava a
scrivere al Pagliarini e ringraziava l’autore della monogra-
fia « prima in nome della patria per aver a questa confer-

Card. Pipia (17 gennaio 1725), il Card. Bentivoglio (3 febbraio 1725), Ruggero Calbi
(9 febbraio 1725), Vincenzo Piazza (28 ottobre 1725), il vescovo di Perugia (16 settem-
bre 1724, 27 gennaio 1725, 3 gennaio 1726), l' Arcivescovo di Traianopoli (25 novem-
bre 1724), il vescovo di Roalling (?) (18 novembre 1724), G. B. Nuccarini (2 gennaio
1725), Girolamo Baruffaldi (20 dicembre 1724 e 8 gennaio 1725), Innocenzo Montini
(senza data). Altre che seguono, sono copie di lettere ricevute dal Pagliarini o dal
Boccolini, mandate poi dal primo al Canneti: eccone i nomi degli autori e le date
secondo l'ordine della Miscellanea: Bartolomeo Casaregi (14 aprile 1725), Pier Fran-
cesco Bottazzoni (15 dicembre 1724, 3 gennaio 1725), Ludovico Antonio Muratori (6
gennaio 1725), F. M. Amigoni (11 gennaio 1725), Lodovico Leonini (6 febbraio 1725),
Giovan Mario Crescimbeni (30 dicembre 1724), A. F. Marmi (novembre 1724). — Se-
guono poi due gruppi di estratti di lettere scritte dai seguenti autori nelle epoche
rispettive, fatti anch’ essi dal Pagliarini e mandati al Canneti; nel primo gruppo
appaiono Mons. G. Fontanini (2 dicembre 1724), Mons. Niccolò Giudice (2 dicembre
1724), il Nuecarini (2 dicembre 1724), il Generale dei Domenicani (9 dicembre 1724 ?),
il p. B. Collina (9 dicembre 1724?), P. I. Martelli (9 dicembre 1724); nel secondo
gruppo, preceduto da una lettera autografa del Pagliarini in data 27 novembre 1724,
si leggono i nomi di G. Cotta (30 ottobre 1724), V. Bianchini (13 novembre 1724), P.
I. Martelli (15 novembre 1724), B. Collina (18 novembre 1724).

(1) Cfr. la lett. del P. al C. in data 20 novembre 1724.

(2) Cfr. l' estratto della lett. sua in data 15 novembre 1724, inserita nella Misc.
XXVI della Classense. à L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 33

« mata la restituzione del Bambagioli (1) e poi in nome suo
« per aver fatta troppo onorevol memoria di luz » (2). Il
p. Collina invece, dopo aver lodato la Dissertazione ed il
Frezzi, che secondo lui « uguaglia Dante » per la sua dot-
trina « siccome lo pareggerebbe ancor nella fama se fosse
nato o prima o in tempi alla Toscana Poesia più favore-
voli », si proponeva di provocare un giudizio del Bottaz-
zoni » che si era messa la lancia in coscia a favore del
Malpigli » (3). E nello stesso giorno in cui il Martelli riscri-
veva al Pagliarini, lo informava anche lui di aver fatto dono
della sua copia della Dissertazione al Bottazzoni, il quale
promettendo di mostrare al più presto la sua gratitudine
agli editori di Foligno, avea intanto dichiarato, come l’unico
impegnato in causa, « che del tutto mantecatto sarebbe chi
« si provasse di opporsi al sentimento del P. Ab. Can-
« neti » (4). E pochi giorni dopo, avvisava di questa dichia-
razione del Bottazzoni anche il Canneti aggiungendo la si-
gnificativa esclamazione : « Veda forza della verità » (5). Ma
già a quell’ora il Bottazzoni, che dopo aver per un momento
‘ messo il mondo a rumore con la strombazzata sua Disser-
tazione sull’ autore di questo poema non avea più fatto par-
lare di sè da lungo tempo, avea mantenuto la sua promessa
e diretto al Pagliarini una lettera, in cui si dava per vinto
e s'inchinava alla verità così efficacemente dimostrata (6).

(1) Cfr. il prg. XXIV della Diss.

(2) Cfr. l'estratto della lett. sua in data 9 dicembre 1724, inserita nella stessa
Misc. della Classense. b

(3) Cfr. l'estratto della sua lett. in data 18 novembre 1724, inserita nella stessa
Misc. della Classense.

(4) Cfr. l'estratto della sua lettera in data 9 dicembre 1724, inserita nella stessa
Misc. della Classense.

(5) Cfr. la lett. del Collina al Canneti in data 20. dicembre 1724 che si trova fra
le sue 12 lettere già ricordate, e che non riferisco in appendice per amore di bre-
vità.

(6) Cfr. la lett. del Bottazzoni al P. in data 15 dicembre 1734 che riferisco in
appendice. Ad essa accenna anche il Pagliarini nella lett. al Canneti in data 22 di-
cembre .1734. :
94 E. FILIPPINI

Di li a poco il Bottazzoni, lodato per questo suo atto dall’ Ac-
cademia di Foligno e designato ad essere nominato Aénvigo-
rito, scriveva una seconda lettera in cui, mentre accettando
ringraziava dell’onore che gli. si voleva conferire dagli Ac-
cademici, prometteva anche che dovendo citare alcun passo
del Quadriregio in certe sue Lettere discorsive intorno agli
abusi della Poesia, avrebbe fatto « secondo la prossima ri-
stampa del poema » (1). Se a tutto questo poi si aggiunge
che il p. Collina nella lettera testè accennata si era reso
interprete presso il Canneti anche della gratitudine del Mar-
chese Orsi (2) e dell'ammirazione del Can. Conti che voleva
occuparsi del Frezzi e del Qwadriregio in una sua Conversa-
zione (3), il successo del Canneti a Bologna non poteva es-
sere maggiore e si comprende come egli, mentre riuniva
tutti i documenti laudativi che riceveva, non sapesse astenersi
dal comunicare la sua soddisfazione agli amici. Così infatti
scriveva.in quel medesimo tempo al Bibliotecario della Clas-
sense :« La mia Dissertazione fa da per tutto un gran fracasso...
« Ciò che più importa si è il darsi per vinto Bottazzoni con
« una lettera scritta al Pagliarini di Foligno e convinto della
« verità. L' Orlandi è un pazzo, e gli stanno bene le sferzate

(1) Cfr la lett. dello stesso Bottazzoni al P. in data 3 gennaio 1725 che riferisco
anche in appendice. Di essa fa. cenno il Pagliarini nella lett. al Canneti in data 15
gennaio 1725, Quanto poi alla promessa accennata in questa lettera, essa non fu man-
tenuta, poiché nella edizione postuma delle Lettere discorsive contro ad alcuni poe-
tici abusi pregiudizievoli sì al decoro della religione cattolica come alla buona mo-
rale cristiana del BorTAZZONI (Napoli, Moscheni 1733) non mi é riuscito di trovare
neppure un accenno al Quadriregio. Ma forse ciò dipese dalla morte che raggiunse
l'autore il 28 ottobre di questo stesso anno 1725, come dice il FaNnTUZZI nell’ op. più
volte cit.

(2) Ma il P. scrivendo al C. la lett. cit. del 29 dicembre' 1724 diceva di non aver
ancora ricevuto alcuna risposta dal march. Orsi. E in un’ altra del 2 marzo 1725 di-
ceva di non volergli più scrivere, perché non avea ancora risposto.

(3) Non so chi sia questo personaggio bolognese. Probabilmente sarà il nobile
Pietro Conti di quella .città, uomo di grande pietà e autore di opere ascetiche,
morto nel 1751, come dice il FANTUZZI (op. cit., tomo III, pagg. 202-203).

\ L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 95

« che ha ricevuto, se pur le sente al vivo, come merita.
« Chi leggerà tutta l'operetta, conoscerà ch'ho letto qualche
« cosa » (1).

Tutti i ietterati infatti facevano plauso all’ erudizione
del Canneti e alla bontà del suo lavoro. Oltre a quelli
già nominati, scrissero lettere di lode il Marmi che dopo
una così dotta apologia accettava senz’ altro la pater-
nità frezziana del Quadriregio (2), il Fontanini per: cui la
Dissertazione cannetiana faceva grande onore alla cospicua
città di Foligno (3), il Crescimbeni che ringraziava il Boc-
colini del prezioso dono (4), l'Amigoni che trovava la mo-
nografia « saporita, graziosa elegante e in forma probante >
e si rallegrava con Foligno e coi Anvigoritài « di un'opera
« così famosa finalmente vendicata alla loro gloria senza
« timore che niuno più ardisca. alzare una voce » (5). Ma
più notevoli ancora erano i giudizi e le dichiarazioni del
Baruffaldi, del Muratori. Il Baruffaldi, dopo aver detto al

Pagliarini che aveva addirittura divorato con infinito pia-

cere lo scritto del Canneti, dove vedeva fatto un così
largo onore al codice ariostesco del Quadriregio da lui pos-
seduto (6) si rivolgeva anche all'autore medesimo e gli ri-
peteva le stesse cose meravigliandosi peró che il Fontanini
avesse giudicato « un inutile scartafaccio » quel documento
.e proponendosi anche lui d'interpellare sul valore della Dis-
sertazione il Bottazzoni, che un giorno gli aveva letto un'apo-

(1) Cfr. nella Classense il vol. XI delle lettere mss. del Canneti a M. Fiacchi,
e precisamente la lett. in data 27 dicembre 1724. Quanto a ciò che dice dell'Orlandi,
cfr. la Déss. nei prgg. XXVIII e XXXII.

(2) Cfr. la copia della sua lett. al Boccolini in data del novembre 1724 da Fi-
renze, inserita nella cit. Misc. della Classense.

(3) Cfr. l'estratto della sua lett. al Pagliarini in data 2 dicembre 1725, inserito
nella cit. Misc. della Classense. :

(4) Cfr. la copia della sua lett. al Boccolini in data 30 dicembre 1724 da Roma,
inserita nella cit. Misc. della Classense.

(5) Cfr. le copia della sua lett. al Pagliarini in data 11 gennaio 1725 da Fa-
briano, inserita nella cit. Misc. della Classense.

(6) Cfr. il brano riportato nella lett. del P. al C. in data 29 dicembre 1724.
36 E. FILIPPINI

logia del Malpigli come autore di quel poema (1). E quando
il Bottazzoni gli ebbe confermato ciò che aveva già detto
al p. Collina e scritto al Pagliarini in omaggio alla verità,
egli si compiacque ancora di informarne il Canneti aggiun-
gendo la sua completa approvazione (2). Il Muratori dovette
essere uno degli ultimi a leggere la Dissertazione, sebbene il
Pagliarini gliene avesse mandata una copia fino dai primi
giorni del novembre 1724 e gli avesse poi anche scritto per
avvisarlo della spedizione (3). A quella lettera egli rispose
molto tardi con questa ancora inedita: « Non prima d’aver
« ricevuto la Dissertazione Apologetica intorno al vero autore
« del Quadriregio ho voluto rispondere al benignissimo foglio
« di V. S. Mi giunse dunque da Bologna e l’ho avidamente
« letta. Le ragioni sono evidenti ed ingegnosamente ed eru-
« ditamente schierate dal valorosissimo P. Ab. Canneti. Il
« processo è finito, la sentenza è data; e certamente niun
« saputello, non che barbassoro, ardirà di venir più a bat-
« taglia in questo stato di cose. Me ne rallegro con cotesta
« Città e col Pubblico, e a V. S. rendo infinite grazie per
« questo carissimo dono. Resta ora che io vegga comparire
« anche il Quadriregio sospirato e mi vo lusingando che non
« abbia a tardar molto.. Avró anche caro di sapere dove
« presentemente si trovi il predetto P. Ab. Canneti perché
« voglio che a lui pure giungano le mie congratulazioni » (4).

(1) Cfr. la lett. originale del Baruffaldi in data 20 dicembre 1724 da Ferrara,
che riferisco intera in appendice. Questa dichiarazione del Baruffaldi é importante
perché proverebbe che realmente il Bottazzoni avesse scritto la Dissertazione mal-
pigliana, di cui del resto avea informato nel 1713 anche lo Zeno, come abbiamo
già visto. Ma perché non Pavrebbe egli pubblicata se realmente l'avesse scritta?

(2) Cfr. la sua lett. originale al Canneti in data 3 gennaio 1725, inserita nella
cit. Misc. della Classense e da me non riferita in appendice per amore di brevità.

(3) Cfr. la lett. del P. al Muratori in data 24 novembre 1724 dell Archivio Soli-
Muratori dell' Estense di Modena. Il Pagliarini era molto impaziente di ricevere la
risposta del Muratori e lo dimostra nelle lettere al Canneti in date 15, 22 e 29 di-
cembre : forse temeva che il ritardo dipendesse dall’incidente della dedica rientrata.

(4) Questa lettera muratoriana che non fu pubblicata, é quella che si trova in
copia e con la data del 6 gennaio 1725 nella Misc. XXVI della Classense. Ad essa
L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 37

Vedremo che il Pagliarini diede subito al Muratori 1’ infor-
mazione che gli chiedeva (1), e questi prima della fine del
gennaio 1725 avea già scritto al Canneti la lettera che si
era proposto di mandargli. Sebbene essa sia già affidata alla
stampa, vale qui la pena di riprodurla. « Non v'ha dubbio
« — diceva l'illustre poligrafo —; tutto il mondo degli eru-
« diti troverà la Dissertazione di V. P. reverendissima stesa
« con tale giudizio e uso di fina critica, con tale erudizione
« e maniera modesta di combattere, che di meglio non si
« potea fare; e questo solo pezzo è bastante a far conoscere
« che il di lei ingegno e valore si dee contare fra i primi.
« L'ho io letta con singolar piacere, e nulla v'ho saputo ritro-
« vare, che non cammini a meraviglia bene. Peró seco lei mi
« congratulo vivamente e l’ assicuro che m'é cresciuta di
« molto la sete d'altre cose; anzi credo ch'ella abbia a
« render conto al pubblico ed anche a Dio, perchè finora
« abbia dato si poco. Ci pensi e le venga scrupolo e poi si
« metta al forte, ché tutto ella può » (2).

Se questi giudizi e dichiarazioni personali dei letterati
italiani non potevano non soddisfare grandemente l’ amor
proprio del Canneti e del Pagliarini (3), dovevano piacere
molto maggiormente le espressioni di coloro che parlavano,
oltre che in nome proprio, in nome di tutti gli spiriti più
intellettuali delle città da cui scrivevano. Sono degne di OS-
servazione per questo due lettere, una di G. B. Nuccarini
di Foligno residente in Roma, l’altra di Bartolomeo Casaregi
professore a Firenze. Il primo che era da poco medico pon-

accenna il Pagliarini in un' altra lettera dell'Archivio Soli-Muratori di Modena che
gli diresse il 22 gennaio 1725, in cui ringraziandolo della sua approvazione. di-
chiara d'informarne il Canneti, e nello stesso tempo gli comunica il grande signi-
ficato delle due lettere del Bottazzoni sopra accennate.‘ La riferirò più innanzi.

(1) La vedremo nella lett. del 22 gennaio 1725 testé accennata.

(2) Cfr. la lettera del Muratori al Canneti in data 31 gennaio 1725, nel vol. VI
dell’Epistolario pubblicato dal CAmPORI, a pagg. 2421-2422.

(3) Del compiacimento del P. sono prova tutte le lettere di questo tempo che
egli scrisse al C. :
38 E. FILIPPINI

tificio e che aveva già scritto fin dal dicembre 1724 al Pa-
gliarini ringraziandolo del dono e annunziandogli l’approva:
zione del Papa per la ristampa della Dissertazione nella pros-
sima edizione del Quadriregio (1), scrisse un mese dopo an-
che al Canneti in risposta ad una sua lettera di congratu-
lazione per l'ottenuto ufficio in Vaticano, lodando l'opera da
lui spesa a vantaggio della natia Foligno e parlando « colla
« voce de’ più distinti letterati di Roma, che hanno avuto il
« piacere di leggerla. ed applaudirla » (2). Così il Casaregi,
che era stato aggregato di fresco all’ Accademia folignate e
che perciò aveva avuto anche lui una copia della Disser-
fazione cannetiana, mentre da una parte dichiarava « che
« non si poteva fare cosa in tutte le sue parti nè più ag-
« giustata nè più dotta nè più pulita » dell’ Apologia frez-
ziana e che egli la stimava uno « de’ bei libri che siano
« usciti fin qui nel nostro tanto purgato e delicato secolo »y
affermava dallaltro che questo era anche il parere « di tutti
quelli che (a Firenze) hanno goduto di cosi bella lettura »
e specialmente dei fratelli Salvini (3).

Poco dopo venne il responso del Papa, al quale il Can-
neti avea diretta una lettera latina in cui chiamava i Foli-
gnati « bonarum artiun cultores » (4) e con questa era
stata presentata la Dissertazione non so in quale momento e
da chi. Ma certo questa presentazione non dovette avvenire
molto presto se il Cardinale Paolucci tardó fino al maggio

(1) Cfr. l'estratto della sua lett. al P. in data 2 dicembre 1724, inserita nella
cit. Misc. della Classense.

(2) Cfr. la sua lett. originale in data 2 gennaio 1725, inserita nella cit. Misc.
della Classense e da me riferita in appendice.

(3) Cfr. la copia della sua lett. al P. in data 14 aprile 1725, inserita nella cit.
Misc. della Classense. Su questo erudito genovese cfr. quel che ho detto nella prima
parte del presente lavoro, sotto l'anno 1725. A lui accenna anche il Boccolini a
pag. 278 delle sue Dichiarazioni.

(4) La lettera, inserita in bozza nella cit. Misc. della Classense e indicata dal
MAZZATINTI al n. 476 del suo Inventario della Classense, vol. IV, pag. 247, porta la
data del 13 dicembre 1724.
L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 39

1725 prima di dirigere al Canneti una lettera ‘anch’ essa la-
tina di congratulazione a nome di Benedetto XIII (1). Con
questa lettera sovrana si puó dire che si chiudesse il ciclo
delle numerose attestazioni di stima raccolte dal dotto Cre-
monese in tutta l'Italia: altre lettere posteriori contenute
nella Miscellanea XXVI della Classense, non hanno piü al-
cuna importanza.

Ma alle attestazioni manoscritte facevano riscontro le
stampate, per quanto in numero minore. E già nella seconda
metà del gennaio di quell' anno era apparso in un giornale
veneziano piü modesto di quello notissimo e autorevole dei
fratelli Zeno: cioè nei /oglietti letterarj di Almorò Albrizzi
che si firmava « libraio e stampatore veneto e compastore
della sceltissimo Accademia dell’Onore l’etterario di Forlì »
e che come diceva il Pagliarini « faceva commercio di li-
bri in Germania e fino in Moscovia » (2). Dopo aver rife-
rito il titolo della Dissertazione cannetiana, il relatore dice:
« Questo dotto, erudito e colto componimento che da’ Si-
« gnori Accademici Rinvigoriti si premette all'edizione già
« ultimata, del Quadriregio .... (3) è stato indiritto (sic) dal
« celebre Autore di esso, all’ Eminentissimo e Reverendis-
« simo Signor Cardinale Fra Vincenzo Maria Orsini, già
« Arcivescovo di Benevento ed ora di tutta la Cattolica
« Chiesa Sommo Pastore. Comprende 43. Paragrafi, nei
« primi 11 de’ quali si discorre delle varie edizioni e di
« molti codici a penna, di quell' insigne Poema; e negli al-
« tri dell' Autore di esso, che molti, seguendo la falsa opi-
« nione di Ovvidio Montal/bani, an potuto credere esser Nic-

(1) La lettera pontificia, contenuta in originale nella cit. Misc. della Classense
e indicata dal MazzaATINT! nello stesso luogo, porta la data del 19 maggio 1725.

(2) Cfr. una lettera del P. al C. in data 27 novembre 1724, che si trova in testa
al 2» gruppo di estratti nella cit. Misc. della Classense e in cui lo scrivente dice che
avrebbe tentato di far annunziare dall'Albrizzi la Diss.

(3) I Foglietti avevano già preannunziato la ristampa dei Quadr. assai breve-
mente a c. 105 del 1723 e a c. 178 del 1724.
M
== =_=

40 E. FILIPPINI

« Colò Malpigli, soggetto che col grado di Abbreviatore Ap-
« postolico vivea già nella Corte Pontificia l’anno 1424, e si
« dimostra co’ caratteri della maggior chiarezza che il vero
« ed indubitato Autore del Quadriregio, egli è Monsignor Fe-
« derico Prezzi Cittadino e Vescovo di Foligno » (1). Que-
sto annunzio, che appare proveniente da Foligno, non puó
avere l'importanza d'una recensione del lavoro cannetiano ;

‘ ma contiene quanto basta per dare pubblicità ad una stampa

venuta a luce in una piccola città. Né il giornale dell’ AI-
brizzi fu l'unico ad annunziare lavvenuta pubblicazione del
Canneti. Nel « Giornale dei letterati d'Italia », il Pagliarini
avrebbe voluto che si pubblicasse un estratto della Disser-
tazione e perciò avea interessato prima il P. Cotta (2) e poi
il P. Artegiani (3). Ma di questa larga recensione il P. Ar-
tegiani come il P. Cotta credette bene di non assumere
l’incarico dimostrando anche a nome dello Zeno l'opportu-
nità che l'articolo partisse dalla Accademia di Foligno, ed
allora il Pagliarini girò l'incarico allo stesso Canneti (4),
che naturalmente non ne fece nulla. Intanto però usciva
il vol. XXXVI del « Giornale » con la data arretrata del
1724, che conteneva la seguente comunicazione da Foligno:
« Mentre alla gagliarda qui si lavora intorno alla nuova
« aspettatissima edizione del poema di Mons. Federigo Frezzi,
« intitolato il Quadriregio, si è fatto alla stessa precorrere

(1) Cfr. Fogl. Lett. ecc., vol. III, fasc. del 22 gennaio 1725, pagg. 40-45. In una
lunga nota di questo annunzio si parla d'un bellissimo codice di Praga sul Concilio
di Costanza, a cui prese parte il Frezzi. Nel seguito dell’ annunzio si parla poi del-
l'Artegiani allora Reggente in S. Stefano di Venezia e dei suoi scritti intitolati Let-
tera d’un Accademico Rinvigorito ecc. e DelU Onestà, d?^Amore, nonché di Benedetto
Pisani e della sua Fulginia. L'annunzio si chiude con le seguenti importanti parole :
« Quest'Accademia trae ben di lontano la sua origine, ma comeché erasene veduta,
« qualche declinazione, fu perciò col nuovo titolo di Rinvigoriti ripristinata dal zelo
« de’ presenti virtuosissimi e illustrissimi per ogni riguardo Signori Accademici,
« che la compongono ».

(2) Cfr. la lett. del P. al C. in data 15 dicembre 1724,

(3) Cfr. la lett. del P. al C. in data 22 dicembre 1724,

(4) Cfr. la lett. del P. al C. in data 16 febbraio 1725. L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 41

« un'assai dotta scrittura del P. Ab. Canneti col titolo che
« siegue: Dissertazione... In questa Dissertazione l’ erudito apo-
« logista primamente annovera alcuni testi antichi a penna
« e a stampa, su’ quali è collazionato il poema per farne
« edizione presente; di poi dà varie notizie intorno a
« Mons. Federigo Frezzi, e varie opere sue, spezialmente
« intorno al poema del Quadriregio, di cui con argomenti
« evidentissimi fa vedere che ne fu autore quel dottissimo
« Prelato. Ma di questa .Dissertazione come pure del poema
« stesso e dell'erudite fatiche fattevi sopra per illustrarlo,
« ne ragioneremo con articolo particolare, in altro tomo » (1).
Purtroppo, questo articolo, come vedremo meglio in seguito,
non fu mai pubblicato e il « Giornale » veneziano che piü
volte avea annunziato i lavori dell’Accademia folignate, si
limitò a dire le poche parole che ho ora riferito in lode
dell’opera cannetiana (2).

Ma torniamo alla ristampa del poema che, secondo lo
stesso. « Giornale », si affrettava ormai verso il suo compi-
mento. Per tutto l’anno 1724, anche durante la stampa della
Dissertazione, non si era mai smesso di condurre innanzi
questo lavoro. Infatti dopo le Annotazioni dell'Artegiani e le
Osservazioni istoriche del Pagliarini si erano prese a stampare
le Dichiarazioni del Boccolini, le quali ai primi d'agosto di
quell’anno erano già per metà fuori dei torchi (3). Ma si
doveva ancora redigere la lettera dedicatoria al Papa, ed

(1) Cfr. vol. indicato, pagg. 347-349. Questo volume dovette uscire nella se-
conda metà del 1725, come si apprende dalla licenza dei Riformatori di Padova in
data 18 maggio 1725 che esso ha nelle prime pagine. Chi compilasse questo e gli
altri annunzi da Foligno pel « Giornale » veneziano, io non so; il PICCIONI in op.
cit., pag. 83 dice che fra i compilatori che lo Zeno avea fuori di Venezia (o cor-
rispondenti) c'era anche G. B. Boccolini, nostra conoscenza; ma a me non é riuscito
di verificare l'esattezza di questa notizia.

(2) Lo stesso dovette avvenire di quelle recensioni che il Pagliarini si lusingava,
secondo la lett. al C. in data 4 dicembre 1724, di poter vedere nei giornali d' oltre-
monti, poiché non se n' ha aleuna notizia.

(3) Cfr. la lett. del P. al C. in data 4 agosto 1724.
49 E. FILIPPINI

il Pagliarini che non vedeva l'ora di liberarsi, come diceva
lui, da questo taccolo, la stese in pochi giorni e poi la sot-
topose al giudizio del Canneti secondo gli accordi presi; se-
nonché restava a stabilire se si dovesse chiedere anticipata-
mente al Pontefice il permesso di questa dedica o se bastasse
quello già avuto per la dedica della Dissertazione. Il Pagliarini,
pur non sapendo quale fosse in proposito il parere del Can-
neti, credeva non fosse necessario un secondo permesso e
perciò pensava piuttosto a trovare persone degne della
presentazione di tutta l'opera, quando fosse finita, a Benedetto

. XIII (1). Erano allora a Roma due Anvigoriti di Foligno, che

potevano adempiere assai bene quest’ ufficio, quali il Mar-
chese Pietro Baldassarre Vitelleschi (2) e il dott. G. B. Nuc-
carini (3): e in mancanza di questi si sarebbero potuti incari-
care della delicata missione un figlio del Vitelleschi ed uno del
conte Domenico Giusti, anche questo Folignate e /invigo-
rito (4), entrambi abati e domiciliati stabilmente a Roma;
naturalmente però in qualunque caso occorreva l'appoggio
d'un personaggio più alto e conosciuto dal Papa, come il
Maggiordomo Mons. Giudice o Mons. Fontanini, che erano
ambedue Anvigoriti, o Mons. Lercari Medico di Camera
di S. S. (5). Ma passarono alcuni mesi senza che la questione
si decidesse da parte del Canneti, e intanto il Qwadriregio
che, secondo il Boccolini, si sarebbe potuto pubblicare entro
il prossimo novembre, (6) subiva un nuovo arresto che addolo-

D

(1) Cfr. la stessa lett. or. cit.

(2) Cfr. la prima parte del presente lavoro, sotto l’anno 1719.

(3) È quello stesso di cui ho parlato poco fa e che avea scritto le lett. del 2
dicembre 1724 al Pagliarini e del 2 gennuio 1725 al Canneti.

(4) Cfr. la prima parte del presente lavoro, sotto l'anno 1719.

(5) Cfr. le lett. citt. del 3 luglio e del 4 agosto 1724. Secondo il Monowt (op. cit.,
pag. 105 e segg.) Nicola Maria Lercari era genovese nativo di Taggia (Albenga) (1675-
1757) e andato a Roma e fatto sacerdote entrò nelle grazie del Vaticano e special-
mente «di Benedetto XIII, da cui ebbe missioni speciali nelle Marche e nell' Umbria
e poi fu nominato maestro di camera, segretario di Stato e cardinale (1720).

(6) Cfr. le due lett. del B. al C. in date 24 e 28 settembre 1724. L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 43

rava non poco il Pagliarini (1). Ai primi di novembre era
terminata soltanto la stampa delle Dichiarazioni boccoliniane
e con esse era pronto, si può dire, tutto il secondo volume
dell’opera: restava a completare il primo con la lettera de-
dicatoria che intanto doveva esser già tornata, e con altre
cose che ora vedremo (2). I

É già noto ai lettori che si era stabilito di aggiungere
in un elenco a parte le lezioni del codice bolognese, che
non si erano potute fondere con le altre messe in calce; ma
queste non erano state ancora stampate (3). Inoltre bisognava
concretare ancora il frontespizio generale dell’opera e una
breve avvertenza al lettore sul modo d’intendere le varie
lezioni marginali : di queste due cose, concertate in un’adu-
nanza degli Accademici, il Pagliarini redasse un abbozzo
che mandò a esaminare immediatamente al Canneti, perchè
senza di esse non si sarebbe potuto cominciare la stampa
della lettera dedicatoria, che doveva entrare nello stesso
foglio (4): così gli mandò anche l’ abbozzo d'un secondo fron-
tespizio, destinato al secondo volume dell’opera, non poten-
dosi di essa fare un unico volume (5). Finalmente era desi-
derio comune dei £invigoriti di aggiungere alla ristampa il
catalogo di tutti i loro nomi e qualità, e questo si sarebbe
dovuto inserire con l'elenco delle varianti bolognesi in un
unico foglio in fine del primo volume, dopo il testo del
poema (6) Forse il Canneti non era troppo favorevole a
questa vanitosa affermazione degli Accademici folignati, ma

(1) Cfr. il principio della lett. del P. al C. in data 3 novembre 1724. Sembra
però che il ritardo dipendesse dal fatto che il Canneti avea mandato a far vedere
la lettera dedicatoria al suo amico di Roma, come appare dalla lett. del P. al C. in
data 20 novembre 1724.

(2) Cfr. le lett. del P. al C. in date 13 e.17 novembre 1724.

(3) Cfr. la cit. lett. del 13 novembre 1724.

(4) Cfr. la stessa lett. del 13 novembre 1724.

(5) Cfr. la cit. lett. del 17 novembre 1724.

(6) Cfr. le due citt. lett. del 13 e 17 novembre 1724.
44 E. FILIPPINI

non osò opporsi recisamente al loro desiderio: e intanto
approvó con lievi modificazioni ed aggiunte tutto il resto (1).
Dopo ciò non mancava che il lavoro del tipografo per ter-:
minare la stampa dei due volumi; ma sul punto di chiudere
la grande e lunga fatica con la stampa del primo foglio
dell’opera, la deficienza di qualche risma di carta venne
ancora a ritardare l’ultima « tiratura » (2). Fortuna però che il
Canneti, non volendo forse che la pubblicazione del Quadri-
regio seguisse troppo vicina a quella della sua Dissertazione
Apologetica non ancora presentata al nuovo Papa perchè
l'averla di poco anticipata poteva dar luogo a qualche cri-
tica, ordinava che si aspettasse per essa ancora un mese,
cioè la fine del 1724 o il principio del 1725 (3).

Anche il Pagliarini, del resto, sperava che il poema
potesse essere presentato al Papa per le prossime feste del
Natale e se non pensava piü ai possibili presentatori nomi-
nati qualche mese prima, forse perché le proposte non eran
piaciute al Canneti, era deciso a servirsi per questo scopo
dell’ unico Mons. Lercari come forse egli voleva (4). Ma la
cosa prese una piega ancora piü lunga di quello che tanto
il Pagliarini quanto il Canneti non avessero preveduto. La
carta che era venuta a mancare e che si era dovuta fab-
bricare apposta, tardò ad essere consegnata al tipografo fino
alla fine del dicembre 1724; sicche il primo foglio dell’ o-
pera non potè esser //rato che nei primi giorni del gennaio
successivo (5) A questo che pareva dovesse essere l'ultimo

(1) Cfr. la cit. lett. del 20 novembre 1724. L'unica modificazione pare fosse quella
derivante dalla soppressione d'una frase del frontespizio che era già apparsa nel
titolo della Diss., e l'unica aggiunta quella di qualche parola rispettosa pel Canneti
stesso nell'avvertenza al benigno lettore.

(2) Cfr. la lett. cit. del 20 novembre 1724.

(3) Cfr. la stessa lett. ora cit.

(4) Cfr. la lett. del P. al C. in data 4 dicembre 1724. .

(5) Cfr. la lett. del P. al C. in data 29 dicembre 1724. Ciò si scorge anche dalla
data del 10 gennaio 1725, che ha la lettera dedicatoria al Papa, collocatà nel primo
libro. Questa lettera comincia col ricordare la dedica della Diss. isolata allo stesso
personaggio quando era ancora Cardinale, e le ragioni per cui il Canneti l’ aveva L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 45

lavoro tipografico, segui immediatamente la stampa e #ra-
tura del secondo frontespizio; e cosi il 15 gennaio 1725 il
Pagliarini scrivendo al Canneti poteva giustamente esclamare:
« Te Deum laudamus » (1). Nessuno in verità doveva sentirsi
più stanco e più soddisfatto di lui nel veder giunta finalmente
in porto una barca sbattuta nel suo lungo viaggio da tante
ondate e urtata contro tanti scogli, o, per continuare un’ imma-
gine già nota al lettore, nel veder finalmente varata una nave
che da tanto tempo si era cominciata a costruire e aspettava
ansiosa nel cantiere di essere liberata di tutti i suoi sostegni
e lanciata nelle libere acque del mare. Senza calcolare il lungo
periodo di preparazione, notiamo qui che il solo lavoro tipo-
grafico intorno al Quadriregio e al suo apparato illustrativo,
incominciato dopo la metà del 1720, era durato ben quattro
anni e mezzo. Meno male che tutto questo tempo richiesto
dalle strane circostanze che ho narrate fin qui, non andò
completamente perduto e servi a rendere sempre migliore
la importante ristampa mercè le cure amorose dei nostri
editori!

Sebbene ora il lettore già conosca il contenuto dei due
volumi, non sarà male che egli riveda qui appresso riunito
come in un grande quadro tutto ció che ha dato argomento
alla seconda parte del presente studio. Questa descrizione,
oltreché come riassunto, varrà anche come mezzo a fare
qualehe nuova osservazione (2).

messa sotto la di lui protezione: poi esalta i meriti dello stesso personaggio che
intanto è stato chiamato a occupare la cattedra di S. Pietro: finalmente dichiara a
nome dell’Accademia di seguire l'esempio dell’ autore della Diss. nel dedicare a lui
anche il « moralissimo poema de' Regni » e implora il suo « clementissimo gradi-
mento ». Il Pagliarini non vi accennó neppur lontanamente allungo contrasto av-

venuto fra lui e il Canneti per questa dedica, e fece bene; ma il suo umore s' in-

travvede nella forma fredda e senza entusiasmo, in cui fu stesa la lettera.
(1) Cfr. la lett. sua al C. avente questa data. Anche in questa lettera si parla
di Mons. Ercolani e della sua prima idea accolta dal Canneti di dividere 1a ristampa
in due volumi, come in quella del 24 maggio 1723, di cui ho parlato a suo luogo.
(2) Riproduco corretta e abbreviata quella già da me inserita nello studio
più volte citato su Le edizioni del Quadriregio, pagg. 25-27. Ripeto qui anche ciò
46: E. FILIPPINI

I due volumi in quarto piccolo, sono quasi di uguale
spessore: il primo è formato di 372 carte numerate, il se-
condo di 349 (1). Nella prima carta di quello si legge il se-
guente lungo titolo: IL QUADRIREGIO | O POEMA DE’ QUATTRO
REGNI | dî monsignore | FEDERICO FREZZI | dell'ordine de’ pre-
dicatori, | cittadino, e vescovo di Foligno (2), | corretto, e coll'aiuto
d’antichi Codici MSS. alla | sua vera lezione ridotto, | con le An-
notazioni del P. M. Angelo Guglielmo Artegiani Agostiniano, |
le Osservazioni Istoriche di Giustiniano Pagliarini, e | le Dichia-
razioni di alcune Voci di Gio: Batista Boccolini. | Aggiuntavi
in fine la Dissertazione Apologetica del P. Don Pietro | Canneti
Abate Camaldolese intorno allo stesso | Poema, e al suo vero Au-
tore. | Con Indici copiosi delle cose notabili e degli Autori | citati
nelle dichiarazioni delle Voci. | Pubblicato | DAGLI ACCADEMICI
RINVIGORITI | d Foligno, | e da essi dedicato | alla Santità di no-
stro Signore | PAPA BENEDETTO XIII. | In Foligno MDCCXXV. |
Per Pompeo Campana Stampator Pubblico. Con licenza de'Su-
periori. | — Segue nella seconda | e nella terza carta la lettera
dedicatoria al Papa portante la data di Foligno 10 Gennaio
1725 e firmata da Gli Accademici Rinvigoriti. Nella carta se-
guente si ha l'avvertenza al benigno lettore sui codici che
servirono alla formazione del testo e sulle note marginali ;

che dissi allora, cioé che é difficile trovare una descrizione accurata di questa ri-
stampa, forse perché é relativamente recente e la più comunemente nota fra le
edizioni del poema frezziano, e che una delle migliori é quella che si legge a
pag. 155 della Bibliografia dei testi di lingua a stampa citati dagli Accademici
della Crusca di L. RAZZOLINI ed A. BaccHI-DELLA LEGA (Bologna, Romagnoli, 1878);
ma non si può dire completa,

(1) A queste si devono aggiungere parecchie carte non numerate e parecchie
altre bianche. In tutto afferma il Pagliarini che s' impiegarono 105 fogli di carta per
copia (cfr. la lett. del 29 dicembre 1724), sebbene in una lettera precedente si fosse
limitato a 104 (cfr. la lett. del 17 novembre 1724). E dire che l’anno precedente lo
stesso Pagliarini avea creduto che si sarebbero dovuti impiegare poco più di 85
fogli per copia! (Cfr. la lett. sua in data 24 maggio 1723 e quel che dissi in proposito).

(2) Qui fu soppressa la frase: Uno dei Padri del Concilio di Costanza, che si
legge nel frontespizio della Diss. cannetiana isolata e che il Pagliarini avea ripe-
tuto nell'abbozzo manoscritto mandato al Canneti (cfr. la lett. cit. del 20 novembre
1724). L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 4T

essa non è firmata (1). Nella quinta carta comincia il poema
eon questa intestazione: IL QUADRIREGIO | DI FEDERIGO
FREZZI | da Foligno | LiBRO PRIMO | del regno d'Amore | CAPI-
TOLO I. | Come all'Autore apparve Cupido; e questi lo condusse
nel Regno di Diana, ove a preghi del medesimo feri la Ninfa
Filena. Segue il testo poetico che in questo e negli altri libri
è disposto in una sola colonna di dodici terzine per ogni pa-
gina intera. Il primo libro contiene 18 canti e si chiude con
le parole: Fine del Libro primo. A pag. 91 comincia il LIBRO
SECONDO del regno di Satanasso in 19 canti e finisce nello
stesso modo a pag. 180. I LIBRO TERZO | del regno de’ vizi
è diviso in 15 canti ed è compreso fra le pagg. 181-251.
Nella pagina seguente ha principio il LIRRO QUARTO | del
regno delle virtà in 22 canti, che si chiude a carte 360 con
le parole: IZ fine del quarto et ultimo Libro. Il testo è stam-
pato in caratteri rotondi comuni. Tutti i canti sono numerati
e rubricati (2). Molte varianti si trovano sparse qua e là
nei margini del volume (3). Alla fine di parecchi canti si
notano piccole silografie allusive, spesso, alla materia del
poema. A pag. 361 si leggono le VARIE LEZIONI del codice
bolognese precedute da un’ avvertenza: le lezioni sono date
in colonna con la rispettiva corrispondenza al testo stam-
pato preceduta dall’ indicazione della relativa pagina e linea :
questo elenco occupa sette pagine intere. Nelle pagg. 368-
371 è riportato il CaTALOGO | Degli Accademici Rinvigoriti di
Foligno secondo l'ordine alfabetico dei nomi (4). Finalmente
la pag. 312 contiene un breve Errata-corrige (5).

(1) Sulla nota che accompagna quest'avvertenza cfr. la stessa lett. ora cit. del
20 novembre 1724.

(2) Come siano queste rubriche ho già detto, sotto l'anno 1723.

(3) I richiami numerici di queste varianti precedono sempre le parole, a cui si
riferiscono. Anche di queste ho parlato sotto l’anno 1723.

(4) Cfr. ciò che ho detto su questo Catalogo nella prima parte del presente
lavoro, sotto l’anno 1725.

(5) Di questa Errata-corrige che non è completo, non è menzione nella corri-
spondenza del Pagliarini e del Boccolini col Canneti.
48 E. FILIPPINI

Il secondo volume si apre col titolo seguente: IL Qua-
DRIREGIO | O POEMA DE’ QUATTRO REGNI | d? Monsignore | FE-
DERIGO FREZZI | dell'ordine de’ Predicatori, | cittadino, e vescovo
di Foligno. | Tomo II | che contiene | Le Annotazioni, le Osser-
vazioni Istoriche, | le Dichiarazioni di alcune Voci, e la | Disser-
tazione Apologetica intorno allo | stesso Poema, e al suo vero
Autore, | E gl Indici delle materie, e degli Autori | citati nelle
Dichiarazioni delle Voci. | In Foligno MDCCXXV | Per Pompeo
Campana Stampator Pubblico. Con licenza de’ Superiori. —
Nel secondo foglio cominciano le ANNOTAZIONI | sopra alcuni
luoghi | del | QUADRIREGIO | di | FEDERIGO FREZZI | dell ordine
de’ Predicatori, | Vescovo di Foligno | fatte dal padre Angelo
Guglielmo Artegiani Reggente | Agostiniano, e Accademico Rin-
vigorito. Esse occupano le prime 124 pagine del volume e sono
divise per libri e per capitoli: ogni annotazione è preceduta
dalla terzina o dal verso relativo e dall' indicazione della pa-
gina e delle linee in cui si trovano. Nelle pagg. 125-126 si
leggono le Approvazioni ecclesiastiche riferentisi alle Annota-
zioni suddette. — A pag. 127 cominciano le OSSERVAZIONI ISTO-
RICHE | DI GIUSTINIANO PAGLIARINI | Accademico Rinvigorito |
Sopra alcuni passi | del Quadriregio, e vanno fino alla pag. 220.
Anche queste Osservazioni sono fatte con lo stesso sistema
‘delle Annotazioni. — Dalla pag. 221 alla pag. 341 seguono
le DICHIARAZIONI di alcune voci del Quadriregio | DI GIO. BAT-
TISTA BOCCOLINI | Accademico Rinvigorito ; esse sono registrate
secondo l'ordine alfabetico delle voci medesime accompa-
gnate dalle solite indicazioni della pagina e della linea rispet-
tive. — Fra le pagg. 342 e 349 si legge un CATALOGO | De' Libri
citati nelle Dichiarazioni | delle voci, e de' loro Autori | distinti
in stampe e manoscritti, i quali, in numero assai minore di
quelle, sono anch'essi divisi secondo il concetto della pro-
prietà. (1). -— Fra le pagg. 350 e 358 abbiamo l’INDICE | Delle

(1) Infatti dieci appartenevano al Boccolini medesimo e gli altri erano di di-
versa prevenienza, cioé tre del Canneti, due della Classense, quattro della Biblio- L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 49

cose più notabili nelle Annotazioni, nelle | Osservazioni Istoriche e

nelle Dichiara | zioni delle Voci in due colonne per pagina e in

ordine alfabetico. — A pag. 359 c'è un elenco di correzioni (1)

e a pag. 360 le Approvazioni ecclesiastiche relative alle Os-
servazioni Istoriche del Pagliarini e alle Dichiarazioni del Boc-
colini (2). — Qui la numerazione incominciata s’ interrompe, e
segue la DISSERTAZIONE | APOLOGETICA | DI D. PIETRO CAN-
NETI ecc. come nella stampa isolata di questa monografia (3).
Dopo questo frontespizio che occupa tutta una pagina,
si trova l’INDICE | DE’ | PARAGRAFI in corsivo, che va fino
alla pagina 6, e nella pagina seguente comincia la mono-
grafia preceduta dal’altra lunga intestazione: DEL POEMA |
DE QuaTTRO REGNI | detto altramente | IL QUADRIREGIO, ecc.
che abbiamo già visto anche nella stampa isolata. La mono-
grafia del Canneti é anche qui divisa in 45 paragrafi distesa
in 78 pagine. Seguono poi /Aggiunta e correzione al para-
grafo XIII in due pagine (79 e 80); l’ INDICE | delle cose più
notabili contenute nella | Dissertazione Apologetica in altre sei
pagine (81-86) e a due colonne per pagina, alfabeticamente
ordinate; le Approvazioni Ecclesiastiche a pag. 81, e a pag. 88
alcune correzioni tipografiche, con le quali si chiude il vo-
lume (4). y

Delle parti principali di questa ristampa e del loro ri-
spettivo valore ho parlato piuttosto lungamente nelle pagine
che precedono. Qui sarebbe da dire alcunchè sul nuovo testo

teca del Seminario di Foligno, uno del marchese P. B. Vitelleschi, uno della Con-
gregazione dell'Oratorio della stessa città e due del nominato G. Pagliarini.

(1 Anche di queste correzioni non si fa menzione nelle numerose lettere esa-
minate.

(2) La cit. Bibliografia ecc. della Crusca avverte esattamente che questa pagina
è segnata per errore col n. 260, ciò che non é avvertito nell’ Errata-corrige; ma
meno esattamente dice che questa è l'ultima pagina del vol. II.

(3) Manca soltanto in fondo |’ indicazione del luogo e dell’anno della pubbli-
cazione, che non si poteva riprodurre qual'era nella prima edizione, e che modifi-
cata era perfettamente inutile.

(4) Anche di queste correzioni non si è mai parlato nelle lettere del P. e del
B. al C.
50 — — E. FILIPPINI

del poema, a cui furono rivolte le cure degli editori prima
ancora di mettersi ad illustrarlo, ma che non fu completo
finchè non si stamparono le varianti bolognesi. Ma anche
del modo in cui esso fu costituito s'é detto abbastanza:
quanto poi al suo valore io dovrei qui ripetere ciò che
scrissi già altrove e perciò mi limiterò a rimandare il let-
tore al mio studio su Le edizioni del Quadriregio (1). Qui ac-
cennerò soltanto ai pregi ed ai difetti generali dell’edizione,
da aggiungersi a quelli speciali che ho indicato qua e là in
questa seconda parte del mio lavoro.

- E comincio dai difetti. La ristampa, per quanto abbia
occupato un tempo lunghissimo e per quanto sia stata rive-
duta e corretta, non uscì senza mende tipografiche, le quali si
sarebbero potute evitare facilmente. Nessuno degli editori ci
parla della struttura generale di quest'opera e della connes-
sione delle diverse parti del viaggio frezziano. Così se uno
di essi cercò di spiegare le allegorie parziali di cui è costi-
tuito il fantastico viaggio frezziano, nessuno s’ è occupato
dell’ allegoria principale e della sua relazione con quella
della Commedia dantesca. Spesso nei commenti si accenna
all’ imitazione del divino poema fatta dal Frezzi, ma in nes-
sun luogo si parla della parte veramente originale del Quadri

regio e specialmente del I libro, che serve come di antefatto

a tutto ciò che dà materia agli altri tre libri (2). In genere
i commentatori preoccupati dal bisogno di rilevare il signi-
ficato e il valore morale e letterario del poema, trascurano
di mettere in evidenza la ricchezza e l'opportunità delle
immagini, la forza descrittiva e rappresentativa, la bellezza

(1) Cfr. questo studio più volte cit., pagg. 30-32. Il FALOCI-PULIGNANI (0p. cit.,
pag. 103, nota) crede che, ristampandosi il poema, poco si potrebbe aggiungere a
questa edizione e che una correzione notevole potrebbe esser quella che, come ve-
dremo fra poco, propose il FONTANINI. Io credo invece che, prima di pronunziarsi
in materia, si debba aspettare una collazione di codici più larga di quella che non
fu fatta nel 700.

(2) Cfr, il mio studio cit. su La materia del Quadriregio. -

L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. i 51

di certe espressioni e l'efficacia di certi versi ‘che si pos- i
sono qua e là notare da chi legga attentamente il poema
frezziano (1). In ultimo gli editori, e specialmente il Can-
neti, avrebbero fatto bene a darci anche un esatto riassunto
di tutta l'opera, che invogliasse i cultori delle lettere ad esa-
minarla e studiarla in tutte le sue parti. Ma essi, che dopo
aver letto e riletto il Quadriregio non fecero neppure un in-
dice generale delle cose notevoli in esso. contenute né dei
luoghi e delle persone ivi nominate, non potevano creder
necessario esporne ordinatamente la materia, credendo di
aver fatto abbastanza per attirare l'attenzione degli studiosi
sul quadripartito poema col presentarlo in forma assai mi-
eliore che nelle precedenti edizioni e col corredarlo di nu-
merose note erudite.

Certo, l'opera dei Anvigoriti non è perfetta, né si poteva
pretendere che fosse. I difetti sono molti, ma anche i pregi
non sono pochi. L'avere studiato il poema su diversi testi
antichi, e l'averne fatto la prima edizione critica per quanto
limitata a troppo pochi codici, l'aver risolto definitivamente
e trionfalmente la famosa controversia sulla sua paternità
con un'ampia discussione sulle varianti sfavorevoli al Frezzi
e con copiose e nuove notizie biografiche su questo poeta
folignate, l'aver cercato d'interpretare il suo pensiero con
tre speciali e ricchi commenti che ben pochi altri autori
possono vantare, e finalmente l'avere stampato il tutto nella
forma piü nitida allora possibile, sono tali titoli di beneme-
renza letteraria, che per essi i quattro editori non potranno
esser mai dimenticati nella storia della coltura umbra. In
questa laboriosa ristampa è quanto di più serio e di più
moderno potevano darci i membri meglio preparati d’un’Ac-
cademia del 700, come quella di Foligno e quanto. pochis-
sime altre Accademie del genere seppero produrre.

(1) Qualche spunto estetico, tuttavia, si osserva qua e là nei commenti dell’Ar-
tegiani e del Pagliarini, come a pagg. 24, 178-179, 209 ecc. del vol. II del Quadr. del

1725; ma sono osservazioni sommarie, fatte solo incidentalmente e non di proposito.
7
TUA AT IIT cere

d en xb o£ Blla2 ERR

59 ^ E. FILIPPINI

Questo è il giudizio che può pronunziare oggi il critico
spassionato d’una pubblicazione così importante di quasi due
secoli addietro. Ora vediamo come fu accolta in quel tempo.
S'intende che il primo pensiero del Pagliarini, appena finita
la stampa e la « tiratura » dei due volumi, fu quello di assicu-
rarsi la vendita delle copie che si sarebbero messe in com-
mercio, e per questo volle lanciare un avviso-réclame a tutti
i Rinvigoriti lontani, alle altre Accademie ed ai librai sul-
l'importanza dell'opera e sulle condizioni d’acquisto (1). Né
egli provvedeva alla vendita in Italia soltanto, ma anche
all’ estero, poichè il libraio Lorenzo Pagliarini già nel di-
cembre precedente, dopo aver ricevuto in dono una copia
della Dissertazione, avea promesso di valersi delle sue buone
relazioni commerciali in tutto il mondo libraio europeo a
favore del poema e si era impegnato per trenta copie
quando fosse uscito, salvo commissioni maggiori se la pub-
blicazione fosse stata bene accolta dai dotti (2). In pari tempo
l’erudito folignate fece allestire le copie da presentarsi al Papa
ed ai Prelati palatini spedendo entro lo stesso mese di gen-
naio a Roma non so quanti esemplari ancora sciolti che là
dovevano essere legati elegantemente dal libraio omo-
nimo, ed intanto preavvisò della spedizione Mons. Lercari ed
un amico che appena fossero pronti li ritirasse e li conse-
gnasse a lui. Contemporaneamente mandó due copie dell’ o-
pera a Venezia per il P. Artegiani e per i direttori del
« Giornale dei letterati d'Italia », e tre al Canneti con la
riserva di mandargliene ancora sette in seguito (3). La pre-

(1) Cfr. la lett. cit. del 15 gennaio I725. Questo avviso però tardò qualche giorno
a pubblicarsi, perché dovette esaminarlo prima il Canneti. (Cfr. la lett. del P. al C.
in data 16 febbraio 1725). Se ne trova la minuta col titolo di Notificazione nella cit.
Misc. XXVI della Classense. .

(2) Cfr. la lett. del P. al C. in data 15 dicembre 1724.

(3) Cfr. la lett. del P. al C. in data 26 gennaio 1725. Le altre, fra cui ne capita-
rono due guaste, furono spedite molto più tardi, come si desume dalle lettere del
P. al C. in date 30 marzo, 23 aprile, 7 maggio, 18 giugno, 15 luglio, 3 agosto e 21
settembre 1725. L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 53

parazione delle copie destinate al Vaticano'si temette che
potesse subire qualche ritardo per l’ inaspettata morte del
libraio Lorenzo Pagliarini, avvenuta nei primi giorni di feb-
braio (1); ma in effetto ritardo non ci fu, poichè la presen-
tazione di esse al Papa avvenne il 16 dello stesso mese nel
modo stabilito, con lettera latina scritta apposta dal Bocco-
lini: così si fece delle altre copie mandate a Roma (2). Alle
quali il Pagliarini ne aggiunse un’altra pel libraio Lodovico
Leonini di Foligno domiciliato a Roma e incaricato di legare
tutte le altre copie del Quadriregio; ma questa andò poi a
finire nelle mani dell’Ab. De Felici segretario di Mons. Giu-
dice e secondo il dotto Folignate « uno dei più eruditi sog-
getti che avesse Roma » (3). E fu appunto il De Felici, al-
lora uno dei 12 custodi d’ Arcadia, che ringraziando il Leo-
nini pronunziò il primo giudizio scritto sulla nuova edizione
del poema frezziano dicendo che mentre lo leggeva si sen-
tiva « impegnato ad esaltare per giustizia un'opera che
« farà onore alla Repubblica letteraria, all'autore dottissimo,
« alla sua patria e al Pagliarini » che avea disseppellito un
così celebre componimento (4). Poco dopo il Papa fece sa-
pere al Pagliarini per mezzo di Mons. Lercari il suo alto
godimento e così i Cardinali Barberini e Pipia e Mons. Giu-
dice, il quale si espresse, pare, in termini più obbliganti e
vantaggiosi degli altri a favore dell’Accademia folignate (5).
Tra le persone credute degne del dono non si era trascurato
il Fontanini (6), del quale conosciamo anche la lettera di

(1) Cfr. la lett. del P. al C. in data 9 febbraio 1725.

(2) Cfr. le lettere del P. al C. in date 16 e 23 febbraio 1725.

(3) Cfr. la lett. cit. del 16 febbraio 1725. Di questo libraio ricordo qui la copia
d'una lett. al Pagliarini in data 6 gennaio 1725, inserita nella cit. Misc. della Clas-
sense.

(4) Cfr. la stessa lett. ora cit. del 16 febbraio 1725.

(5) Cfr. la cit. lett. del 26 febbraio 1725. Del giudizio di Mons. Giudice si parla
anche nella lett. del P. al C. in dat: 2 marzo 1725, ma senza altri dati importanti.

(6) Ho già ricordato nella prima parte del presente lavoro, sotto l'anno 1719 e
precisamente in una nota illustrativa del Fontanini, la lettera accompagnatoria del
dono, che l'Accademia di Foligno scrisse a lui il 13 febbraio 1725 e che dev’ essere
54 E. FILIPPINI

ringraziamento per intero riferita nella sua eloquente bre-
vità dal Pagliarini. Egli chiama nobile il regalo ricevuto,
trova « dalla gran virtü (degli editori) ripulito e accurata:
mente illustrato » il poema giustamente restituito al Frezzi
e applaude a tanta erudizione e a tanto patriottismo (1).
Qualche mese dopo lo stesso Fontanini prometteva al Pa-
gliarini di citare la ristampa folignate in una nuova edizione
della sua Eloquenza italiana, che stava preparando (2). Elogi
ed applausi mandarono da Genova il Casaregi, chiamando
il Frezzi, dopo questa edizione, « glorioso imitatore di
Dante » (3): il Crescimbeni, affermando la sua inesplicabile
soddisfazione nel leggere la ristampa d'un poema « di gran
lunga migliore di quanti altri poemi furono scritti in quei

del Pagliarini, inserita in una biografia dell'erudito friulano. Quella lettera non fu
stampata esattamente, poiché non si può credere che il Pagliarini o chi per lui
scrivesse Frezza invece di Frezzi. È notevole in essa il principio così concepito:
« Siccome il pregio più ragguardevole che illustri la nostra Accademia, é il glorioso
« nome di V. S. Illustrissima e Reverendissima, così il primo nostro più vivo pen-
« siero nella pubblicazione ecc. é stato ed è di umiliarne nn esemplare in tenue
« tributo. della nostra venerazione al suo gran merito ecc. » È anche notevole il
fatto che oltre e più che il gradimento dell’opera lo scrivente spera di avere dal
Fonianini « quel vantaggioso credito che unicamente. può provenire (all'opera) dalla
« sua autorevole approvazione ». Del resto, io ho avuto anche la fortuna di vedere
la copia della ristampa che fu donata a questo erudito : essa si trova nella Biblio-
teca Comunale di S. Daniele del Friuli, patria del Fontanini, a cui furon legati per
testamento tutti i mss. e i libri da lui posseduti: essa è legata in pelle scura con
dorature sul dorso ed é splendidamente conservata.

(1) Cfr. la lett. cit. in data 2 marzo 1725.

(2) Di questa lett. fontaniniana non conosciamo né il testo néla data; ma essa
é ricordata in quella del P. al C. in data 18 giugno 1725. Vedremo poi come il Fon-
tanini mantenne questa promessa: qui dirò soltanto che della sua Eloquenza itu-
liana erano uscite finora le due edizioni di Roma del 1706 (la prima) e di Cesena
del 1724 (la seconda) che conteneva qualche correzione e aggiunta di quelle sugge-
ritegli da Apostolo Zeno, come dice il BaseGGIO nella biografia del F. inserita nella
raccolta del DE TipaLpo (vol. VIII, pagg. 438-450): allora stava preparando la terza
edizione che, contro quello che dice lo stesso BasEGGIO e come del resto vedremo
più oltre, uscì prima della morte del F. — Del resto, il Fontanini dovette esprimere le
stesse idee sul Quadriregio anche in qualche lettera al Canneti comunicata al Pa-
g iarini, come si può desumere da una risposta di questo in data 15 luglio 1725; ma,
come dirò meglio in seguito, la sua approvazione non era completa, né riscuoteva.
molta fiducia.

(3) Cfr. le lett. del P. al C. in date 30 marzo e 23 aprile 1725.

* L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. DD

tempi » e assicurando gli editori d’avere speso il loro tempo
« gloriosissimamente » (1): il Salvini, dichiarando l' edizione
« ricca e magnifica », ma soprattutto « dotte e giudiziose »
le Osservazioni pagliariniane, per quanto accompagnate da
un piccolo appunto (2).

Di alcuni altri a cui fu mandata in omaggio la ristampa
del Quadriregio, come il Beccari e il Bottazzoni che intanto
erano stati aggregati all'Aecademia dei Rinvigoriti (3), e il
Muratori che anche questa volta fu fatalmente uno degli ul-

(1) Cfr. la lett. del P. al C. in data 4 maggio 1725.

(2) Cfr. la stessa lett. ora cit.— Questo appunto riguarda una dichiarazione del
Boccolini, che spiegando la forma « colleggio » adoperata dal Frezzi per « collegio »
richiama il dantesco « imponne » come se questa parola stesse per «impone » (cfr.
Quadr. del 1725, vol. II, pag. 241), mentre il Salvini dice giustamente che sta per
«ne impone ». Ad altri appunti vaghi contro le illustrazioni in genere si accennava
nella lett. del P. al C. in data 23 aprile 1725 e nel principio di questa stessa lettera
del 4 maggio, dove si parla d'una critica fatta al Boccolini dal famoso « amico » di
Roma a proposito dell'autenticità d'una iscrizione gotica della casa Ubaldini di Fi-
renze ricordata in un'altra sua dichiarazione a pag. 328 del Quadr. del 1725; della
quale iscrizione si fa cenno anche nella lett. del P. al C. in data 18 giugno dello
stesso anno. Così alla fine della medesima lettera del 4 maggio si riferiscono due
osservazioni a quello che il Pagliarini dice a pagg. 183-184 del vol. II del Quad».
del 1725 su Uguccione Casali e a pagg. 201-205 dello stesso vol. su Bartolo da Sasso-
ferrato, fatte la prima dall'Arciprete Conte Lodovico Degli Oddi di Perugia, già Rin-
vigorito (cfr. la prima parte del presente lavoro, sotto l'anno 1719), l'altra del p.Fi-
lippo Meniconi, che non so chi fosse ; ma queste due osservazioni fatte privatamente
e garbatamente per lettera non ebb»ro altro seguito che due rispettive giustífica-
zioni, pur esse epistolari, del Pagliarini che ridussero al silenzio tanto l'uno che
l'altro critico, come é detto nella stessa lettera. — Finalmente pare che il Fontanini
non. fosse troppo contento delle Annotazioni dell'Artegiani, mentre approvava i com-
menti del Pagliarini e del Boccolini; ma anche queste osservazioni fatte al Canneti
e dal Canneti comunicate al Pagliarini nella lettera del 15 luglio 1725 pare che fos- .
sero riconosciute giuste da. questo, che tuttavia ricordava d’aver molto tagliato dal -
commento dell'Artegiani prima di darlo alle stampe.

(3) Il dono al Beccari e al Bottazzoni era già stato stabilito prima che la ri-
stampa venisse alla luce, come appare dalla cit. lett. del P. al C. in data 29 dicem-
bre 1724: anzi appare da questa lettera che fin da allora l' Accademia avesse stabi-
lito di nominare entrambi Rinvigoriti. Ma questo non avvenne subito, sicché non
li vediamo ancora comparire nel Catalogo del 1725: avvenne certamente poco dopo
la pubblicazione del Quadr., quando si potè loro offrire anche una copia di questo
e ne abbiamo la prova nel poscritto alla lett. del P. al C. in data 18 giugno 1725 che
ora riferirò. Li aggiungerò nell'elenco degli Accademici in appendice.
56 E. FILIPPINI

timi.a ricevere il desiderato dono (1) non sappiamo come
accogliessero l'opera e quale risposta dessero ai degni edi-

(1) Il Pagliarini nella cit. lett. al Muratori in data 22 gennaio 1725 di.eva fra
l'altro: « Con infinito piacere sento la benigna approvazione con cui si é degnata
« V. S. I. accogliere la Dissertazione apologetica del dottissimo P. Ab. Canneti, e vo-
« glia Dio che incontrino la sorte (non dico eguale, che sarebbe una temeraria
.« pretenzione), ma ristretta ad un cortese compatimento le poche fatiche fatte da
« noi altri Accademici intorno al Poema del Quadriregio che compitamente già re-
« sta fuori della stampa. Io sto in attenzione di spedirne un esemplare a V.S. I.
« con la copia de’ consaputi opuscoli (che il P. avea copiati per lui nella Biblio-
« teca del Seminario) e mi dispiace che la lontananza non mi permette di eseguirlo
« con quella sollecitudine ch'io desidero. Se mi capiterà occasione per Bologna
« l’avanzerò al p. Lettor Collina Camaldolese, a cui spero che sarà poi più facile
« di spinger l’involto costà in Modena. Ho comunicato al P. Ab. Canneti, che tro-
« vasi di stanza in Forlì, le grazie di V. S. I. e son sicuro che le riceverà con di-
« stinto giubilo e con molte obbligazioni ». E in un poscritto a questa lettera ag-
« giunge: « Gran forza della verità. Il S. Dottor Bottazzoni, che avea stesa in Bolo-
« gna una lunga Dissertazione a favore del suo Malpigli, appena letta l’Apologia del
« P. Ab. Canneti, che con cuor generoso e con ingenuità dl onoratissimo litterato
'« cede il campo, abbandona l'impegno e accorda la gloria del Poema al nostro Ve-
« scovo e Cittadino. Eeco (come dice V. S. I. finito il processo e data la sentenza
« anche con l'aecettazione della Parte. Io ho due lettere dello stesso S. Bottazzoni
che conservo come reliquie ». Ho riferito queste due parti della lettera che l'a-
more di brevità non vuole che io riporti intera in appendice, anche per completare
quel che ho detto di sopra. Ma tornando alla spedizione della copia del Quadr. accen-
nata nella prima parte, il Muratori il 24 febbraio successivo scriveva al Canneti : « Non
« ho peranche veduto il Quadriregio e l'aspetto bene con impazienza per vedere il
« buon lavoro fatto ancora da' signori letterati di Foligno. Intanto una bella gioia
« in fronte a quel poema sarà la dissertazione di V. P. reverendissima ecc. » (Cfr.
l’epist. del Muratori ed. dal CAMPURI, vol. VI, pag. 2427). Infatti il P. non gliel' avea
ancora potuta spedire; la spedizione avvenne poco dopo la Pasqua del 1725 per
mezzo d'un monaco che andava in alta Italia, insieme con una lettera d'accompa-
gnamento; ma il Muratori in giugno aspettava ancora i due volumi e se ne lamen-
tava quasi col P., il quale allora pregò il p. Collina di mandargli subito da Bologna .
una di quelle copie che dovea tenere presso di sé e informò di tutto lo stesso Mu-
ratori con la lett. del 22 giugno successivo riportata parzialmente in appendice. Ed
il 6 luglio 1725 tornava a dirgli: « Mi scrive il P. Lettor Collina da Bologna d’ aver
« già consegnata una copia del Quadriregio da avvanzarsi costà in Modena e mi fa
sperare che a quest'ora possa esser alle mani di V. S. I. e goderò di sentirne ef-
fettuato il ricapito; ma molto maggior piacere riceverò a suo tempo del suo pur-
gatissimo giudicio, come accenna di favorirmi, tanto intorno al Poema, che alle
poche fatiche che l'aecompagnano: le mie però che si restringono alle osserva-
zioni istoriche ben comprendo non esser né men degne del suo gentile compati-
« mento ». (Cfr. questa lett. nell'Archivio Soli-Muratori di Modena). Dopodiché pare
che la copia spedita a Bologna giungesse subito al suo destino, e il Muratori ap-
pena avutala ne informò il Pagliarini, ma pare anche che si riservasse a pronun-
ziare il giudizio che questi voleva da lui, a quando l'avrebbe fatta legare e letta:
così si apprende dalla lett. del P. al C. in data 3 agosto 1725. Ma prima di questa

A

^ ^ ^ *

A L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. DT

tori e donatori (1); ma certamente essi non poterono non
riconoscere il grande valore dei due grossi volumi editi a
Foligno, che andavano spontaneamente ad arricchire le loro
biblioteche private (2). Più strano è quello che avvenne in
questa circostanza fra l'Accademia folignate e la redazione
del « Giornale » veneziano, a cui, come ho detto, fino dal
gennaio era stata spedita una copia della nuova edizione.

Allora il « Giornale » non avea ancora annunziato l’avve-
nuta pubblicazione della monografia cannetiana, e il fascicolo
che doveva contenere questo annunzio era già sotto i tor-
chi (3). Ma oltre questo annunzio, il Pagliarini e il Canneti
volevano che il « Giornale » pubblicasse due estese recen-
sioni, una dedicata alla Dissertazione, l'altra alla ristampa del
poema (4): soltanto non sapevano a chi affidarne l’incarico,
e mentre il Canneti pensava di darlo al Fontanini, il Paglia-
rini che si fidava ben poco dello spirito critico dell’erudito
friulano e temeva che potesse censurare in qualche parte il
suo lavoro, propendeva piuttosto verso un altro recensore

lettera egli ne avea scritta un'altra al Muratori, da cui stralcio solo la parte se-
guente: « Godo sommamente del pronto ricapito della copia del Quadriregio fatto
«a V.S.I. dal P. Lettor Collina, e attenderò a suo tempo e con suo commodo il
« favore del suo sincero e purgato giudizio tanto intorno al testo, che intorno alle
« poche fatiche aggiunte se non per illustrarlo, per mostrare almeno il buon genio
« che ha la nostra Accademia di contribuire quanto può all'onore della patria, e
« se fosse possibile dell’Italia istessa e.al vantaggio delle buone lettere » (Cfr. an-
che questa lett. in data 23 luglio 1725 nell'Archivio Soli-Muratori di Modena).

(1) Infatti il P. non riferisce i loro giudizi nelle lettere successive al C., neppur
quello del Muratori che egli avea invocato più volte e che avea anche promesso di
comunicare al suo amico, quando lo avesse ricevuto (Cfr. la lett. cit. del 3 agosto 1725).

(2 Quanto al Muratori però abbiamo una lettera del Pagliarini a lui in data
21 settembre 1725, in cui lo ringrazia della sua approvazione: da questo apprendiamo
che il Muratori gli avea scritto il suo giudizio il 15 agosto precedente. — Da questa
. stessa lett. si apprende che su proposta del Muratori era stato aggiunto all’Acca-
demia di Foligno un altro socio nella persona di D. Ignazio Maria Como, che unisco
all' elenco in appendice, ma che non so-chi sia, avendone invano cercato il nome
nelle opere di consultazione e nell’ Epistolario muratoriano di quest’ anno, più volte
citato.

(3) Cfr. la cit. lett. del P. al C. in data 16 febbraio 1725.

(4) Cfr. la stessa lett. ora cit.
58 E. FILIPPINI

molto piü sicuro (1) Egli meditava e scriveva se

non fosse

più opportuno invitare a redigere gli articoli un altro Ca-
maldolese e precisamente il p. Floriano Maria Amigoni, noto
hk'invigorito (2), che, ammiratore del Frezzi, si era anche im-
pegnato poco prima, passando per Foligno, di fare come il
p. Cotta qualche conferenza sul Quadriregio nel seno dell'Ac-
cademia (3). Ma bisognava che la questione fosse risolta entro
due o tre mesi, prima cioè che un altro fascicolo del « Gior-
nale » seguisse a quello che era in corso di stampa (4).
A queste idee espresse dal Pagliarini il Canneti non si diede
. pensiero di risponder subito (5), ed intanto nella mente
del primo se ne presentava un'altra forse meno pratica, ma
che poteva piacere di più al suo dotto amico. Egli che avea
già aperto un carteggio col Casaregi di cui avea grandis-
sima stima, gli avrebbe scritto o fatto scrivere per la doppia
recensione della Dissertazione e dell'opera donatagli, se il
Canneti lo ‘avesse approvato: che se si fosse osservato che
il Casaregi era professore di filosofia morale a Firenze, am-
biente poco favorevole al Frezzi e all'Accademia, si doveva
anche pensare che non era fiorentino (6). Il Canneti, il quale
intanto era stato malato, rispose consigliando di rivolgersi a
quell'Ab. De Felici di Roma che aveva pronunziato recente-
mente un giudizio così lusinghiero sulla ristampa folignate ;
ma il Pagliarini non ne volle sapere (7) e avendo intanto
ricevuto dal Casaregi l’accennata lettera di ringraziamento
pel dono fattogli, si risolse senz'altro ad interessare il p. Cotta

(1) Cfr. la stessa lett. ora cit.

(2) Cfr..la prima parte del presente lavoro, sotto l' anno 1719. Ricordo qui an-
che la copia della sua lett. al Pagliarini, in data 11 gennaio 1725, inserita nella cit.
Misc. della Classense. ‘

(3) Cfr. la lett. del P. al C. in data 15 gennaio 1725.

(4) Cfr. la lett. cit. del 16 febbraio 1725. Egli non prevedeva che la regolare
pubblicazione del « Giornale » si sarebbe interrotta.

(5) Cfr. le lett. del P. al C. in date 26 febbraio e 2 marzo 1725.

(6) Cfr. la lett. ora cit. del 2 marzo 1725.

(7) Cfr. la lett. del P. al C. in data 5 marzo 1725. L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 59

che lo conosceva meglio di lui, affinché lo inducesse ad ac-
cettare l'incarieo (1). Senonché il p. Cotta, dopo aver tar-
dato parecchio a rispondere, si assunse lui direttamente
l'impegno di scrivere i desiderati articoli pel. « Giornale »
di Venezia, e il Pagliarini non poté far altro che raccoman-
darsi alla sua benevolenza e sollecitudine: intanto promise
al Canneti di sottoporre al suo giudizio le due recensioni
prima di mandarle al loro destino (2). E al Canneti questa
soluzione piacque (3); ma quando meno egli e il Pagliarini
se lo aspettavano, il p. Cotta, dopo un altro lungo indugio e
molte sollecitazioni (4), rispose che non poteva per ora oc-
cuparsi dell impresa che si era addossata (5). Pare infatti
che il p. Cotta fosse stato in questo momento trasferito da
Perugia ad altra sede e che fosse molto occupato per questo
passaggio (6).

Dopo ciò, è facile immaginare la nuova angustia del
Pagliarini, il quale avendo contato sulla parola del dotto
frate ed essendosi compromesso anche colla direzione del
« Giornale », ora vedeva già impossibile che il secondo
fascicolo dell'annata parlasse diffusamente delle due stampe
folignati, come aveva sperato. Gli tornarono a mente
tutti gli altri letterati di cui s'era parlato prima come
di possibili recensori; ma chi per una ragione chi per
un’altra dovette scartarli tutti (7). Pensò al Crescimbeni,
ma riflettè che egli era in troppe faccende affaccendato
per attendere a ciò che egli desiderava: e. del resto men-
tre comprendeva che era umiliante per l'Accademia an-

(1) Cf. la lett. del P. al C. in data 30 marzo 1725.

(2) Cfr. la lett. del P. al C. in data 28 aprile 1725.

(3) Cfr. il principio della lett. del P. al C. in data 7 maggio 1725.

(4) Cfr. il mezzo della lett. del P. al C. in data 4 maggio 1725.

(5) Cfr. il principio della lett. del P. al C. in data 7 maggio 1725.

(6) È detto nella stessa lett. ora cit: La nuova sede, secondo un’ iscrizione fur
nebre riportata nella cit. biografia di G. Della Torre (pag. 44), era Fermo, ciò che
vedremo confermato in una prossima lettera del P.

(7) Ora era lui che trovava poco opportuno rivolgersi al Casaregi, perché egli
stando a Firenze poteva intendersi coi « conceruscanti » e coi « condantisti ».
60 E. FILIPPINI

dare mendicando delle recensioni senza la mediazione di
qualche vera autorità nel campo delle lettere, non si nascon-
deva che esse erano necessarie per affrettare la vendita delle
copie della ristampa messa in commercio e per prevenire
qualunque pubblico attacco che egli non cessava di temere.
Pensò al Boccolini, ma questi era troppo malato per po-
tere non solo rispondere alle esigenze del momento, ma an-
che semplicemente aiutar lui se avesse trovato modo e co-
raggio di mettersi all'opera (1) Quindi non c'erano altre vie
d'uscita che pregare i direttori del « Giornale » di prov-
veder loro come meglio avessero creduto alla doppia rela-
zione, o mandar ora l'articolo sulla Dissertazione da compi-
larsi dal Canneti e riserbare l'altro ad un altro fascicolo, o
rimandar tutto a questo. Perciò chiese, al solito, consiglio
all erudito Cremonese non senza dolersi d'aver mandato
qualche ütile appunto al P. Cotta e di non averne conser-
vato copia per poter preparare in fretta e furia l'articolo
principale (2). E scrisse anche al.P. Artegiani a Venezia
informandolo di tutto e pregandolo di fare le sue scuse presso
lo Zeno per la mancata spedizione dei promessi articoli. Ma
la sua angustia crebbe quando dopo qualche mese vide che
né il Canneti né l’Artegiani gli rispondevano punto, e do-
vette far nuove sollecitazioni al primo (8). Finalmente tornò
a interessare il P. Cotta (4) che gli avea dato a sperare di
scrivere le recensioni a tempo migliore (5); ma questi dopo
ben tre mesi rispose che non godeva di buona salute a

(1) Il Boccolini, dopo quel periodo di tempo in cui si era potuto occupare della
stampa dell’Aggiunta alla Diss. del Canneti, era ricaduto nel suo male con poca
speranza di guarigione. (Cfr. le lett. del P. al C. in data 3 novembre 1724, 15 gen-
naio, 23 aprile, 7 maggio 1725). È notevole anche quello che il Pagliarini dice nella
lettera del 9 febbraio 1725, che ciò per causa della malattia del Boccolini egli do-
veva compiere da solo la fatica della spedizione delle copie della ristampa.

(2) Tuttociò è detto nella importante lett. cit. del 7 maggio 1725.

(3) Cfr. la lett. del P. al C in data 18 giugno 1725.

(4) Cfr. la lett. cit. del 7 maggio 1725.

(5) Cfr. la lett. del P. al C. in data 15 luglio 1725. L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 61

Fermo e che non avrebbe potuto applicarsi al lavoro desi-
derato prima di essersi ritirato definitivamente nella natia
Tenda, come pare avesse chiesto (1) Il Pagliarini ormai ne
aveva abbastanza per non fidar più nel suo aiuto e si di-
spose a scriver lui, appena tornato dai bagni di Nocera, gli
articoli che non poteva avere da altri (2).

Ma intanto usciva in gran ritardo il fasc. XXXVI del
« Giornale » con la promettente comunicazione da Foligno
che io ho sopra riferito, e con una nota concepita in questi
termini: « Di poi s'è anche finalmente pubblicata la nuova
« intera edizione di quest'opera col titolo infrascritto: 7/7
« Quadriregio ecc., in 4. ^ L'edizione s'è divisa in due vo-
« lumi: nel 1° sta il poema, il secondo è compilato delle
« sopraddette fatiche fattevi per illustrarlo » (3). Così i gior-
nalisti rimediavano al ritardo d’un annunzio che doveva
precedere e non seguire la pubblicazione della ristampa. Ma
gli editori di Foligno non potevano appagarsi di questo
semplice accenno, e il Pagliarini, assillato dall'idea che a
quel fascicolo ne sarebbe presto seguito un altro, non avrebbe
perduto tempo nel preparare le due recensioni se non fosse
stato distratto da altre inaspettate occupazioni e circostanze.
Venne infatti a distrarlo la collaborazione alla raccolta poe-
tica in onore dell’accademica affidata Maria Battista Vitelleschi
morta di recente (4), vennero i preparativi per un’adunanza

) Cfr. la lett. del P. al C. in data 3 agosto 1725.
) Cfr. la stessa lett. ora cit.
) Cfr. il tomo cit. del « Giornale », pag. 347.

(4) Cfr. quel che ho detto di lei nella prima parte del presente lavoro, sotto
l’anno 1719, e le lett. del P. al C. in date 1 ottobre 1725 e 8 luglio 1726. Sono lieto
di poter qui dichiarare d'aver visto, per un tratto di grande cortesia del conte Se-
rafino Frenfanelli-Cibo di Foligno che la possiede, una copia di questa importante
raccolta che è divisa in due parti, di cui la prima s’ intitola Sonetti | di donne illu-
stri | în morte | della nobile signora | Maria Batista | Vitelleschi | da Foligno | Acca-
demica Rinvigorita, Insensata | Assordita e Filergita | fra gli Arcadi | Nicori Denia-
tide | — In Foligno, MDCCXXV | Per Pompeo Campana ecc.; e la seconda s’ intitola
Rime | di uomini illustri |in morte ecc. come sopra. Questa raccolta compilata da
G. B. Pierantoni (come si vede dalle due dediche a Maria Orsola Vitelleschi Gabuc-
nd de Uy x T hard
62 E. FILIPPINI

solenne in onore di Mons. Giudice eletto Cardinale (1), venne
la morte della moglie del disgraziatissimo Boccolini (2), venne
un suo viaggio a Roma (3), venne tutto il da fare per la per-
muta d'una rara opera del Vossio posseduta dal Boccolini e
assai danneggiata in seguito al prestito fattone fuori di Fo-
ligno (4) e venne anche una malattia, di cui guarì nell’ ot-
tobre del 1726 (5). Per tutte queste ragioni solo negli ultimi
tre mesi di quest'anno il Pagliarini potè trovarsi in grado

cini sorella della defunta e a Benedetto Pisani, l'autore della Fwlginia in versi) con-
tiene in tutto 46 componimenti, di cui 10 sonetti formano la prima parte, 35 sonetti
e un’ode la seconda. Fra le rimatrici troviamo anche Gaetana ‘Passerini e Teresa
Grillo-Panfili ; tra i rimatori troviamo diversi Rinvigoriti folignati già noti, come
Apollonio Boncompagni autore del sonetto: i
Nel comune dolor di Voi, che tanto:
G. B. Boccolini autore dei tre sonetti:
Ferali Augelli, che fra cupi orrori.
Ma allor che piango, e fra dirupi e grotte.
E più immortal sen vive ora in quel Dio :
Giustiniano Pagliarini, autore dei due sonetti accennati nella sua lett. al Cauneti in
data 1 ottobre 1725 e nella mia biografia inserita nella prima parte del presente la-
voro; D. Marco De angelis, autore del sonetto:
Qualor rammembro il dì funesto e rio;
il p. Gentile Maria Bilieni (Nereo Aperopio), autore del sonetto:
Del basso Mondo Vincitrice al Cielo ;
Piermarino Barnabò, autore del sonetto:
Figlie del mio dolor, lagrime amanti ;
Pietro Baldassarre Vitelleschi, autore del sonetto:
Chi è costei, cui di gramaglia ornato.
Ma tra i rimatori troviamo anche parecchi altri Rinvigoriti d'ogni parte d'Italia già
conosciuti ed alcuni altri che non appaiono nei noti Cataloghi del 1719 e del 1725 e
che quindi devono essere stati nominati dopo la pubblicazione del Quadriregio.
Questi sono Francesco Aurelj da Perugia (autore di tre sonetti), PF. A. Liverani da
Faenza (autore d'un sonetto), Michele Toni da Faenza (autore d'un sonetto), Ales-
sandro Fagnoli da Faenza (autore dell'unica ode). Aggiungerò anche questi nomi
al catalogo generale in appendice.
(1) Cfr. la lett. cit. del 1 ottobre 1725. Mons. Giudice era divenuto Cardinale l'li
giugno 1725 (Cfr. Moroni, op. cit ).
(2) Cfr. la stessa lett. ora cit.
(3) Cfr. la lett. del Boccolini al C. in data 16 novembre 1725, in cui è detto che
il P. era già partito per Roma, e quella del P. stesso al C. in data 14 dicembre 1725,
in cui si legge che era appena tornato da Roma e vi aveva conosciuto il Fon-
tanini.
(4) Cfr. una nota apposta alla biografia del Boccolini nella prima parte del pre-
sente lavoro.
(5) Cfr. la lett. del P. al C. in data 14 ottobre 1726. L'ACCADEMIA DRI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 63

di attendere alle note recensioni (1). Le quali peró, nate sotto
cattiva stella, non apparvero neanche nel XXXVII tomo del
« Giornale » pubblicatosi in quel tempo (2), né eran pronte
alla fine dell’ anno, quando, ignaro per quali accordi, l’ eru-
dito folignate si era in ciò assicurata la collaborazione del
Boccolini divenuto sacerdote (3), dell'Artegiani e di Pier Ca-
terino Zeno (4). Furono esse compiute mai ? Io non so, perchè
non se ne parla più nelle rimanenti lettere del Pagliarini;
ma è da supporre che no, perchè anche i tomi del « Gior-
nale » dal XXXVIII al XL che sono gli ultimi e che usci-

rono à grandi intervalli l'uno dall'altro (5), non le conten- .

gono affatto. Ciò si comprende benissimo se si pensa che
al principio del 1727 il Boccolini era ricaduto nella sua
malattia per non più guarire (6) il Pagliarini poco dopo
avea il dolore di perdere una figlia di sedici anni (7), e lo

(1) Cfr. la lett. del P. al C. in data 8 luglio 1726.

(2) Questo tomo che riguarda le stampe del 1725, fu certamente pubblicato
dopo il 28 agosto del 1726, che é la data della licenza dei riformatori di Padova posta
nelle prime sue pagine: e fu l’unico di quell’anno, come avveniva già dal 1719
(cfr. in proposito il cit. lavoro del BoLoGNINI in « Studi maffeiani », pagg. 557-558.

(3) Cfr. la sua biografia nella prima parte del presente lavoro.

(4) Cfr. la lett. del P. al C. in data 13 dicembre 1726. Il p. P. C. Zeno é ricordato
anche nella lett. del P. al C. in data 6 gennaio 1727, che non metto in appendice per
amore di brevità, limitandomi a riferire qui le parole che ci interessano: « Giacehé
« V. P. Revma non ha carteggio col P. D. Catterino Zeno, farò che il P. Segretario
« Artegiani lo faccia stare in attenzione, che nel Ristretto della Dissertazione Apo-
« logetica, oltre a dar risalto a tutto ciò che in quella vi é di bello e di buono, si
« faccia spiccare (come é) per opera finitissima e decisiva della causa ».

(5) Il tomo XXXVIII fu diviso in due parti, di cui la prima uscì dopo il 18 agosto
1727 che é la data della solita licenza dei riformatori, e la seconda dopo il 2 luglio del
1733. La ragione di questo ritardo, accennata nella prefazione del Seghezzi inserita

in questa seconda parte, fu la malattia e la morte dl Pier Caterino Zeno avvenuta .

il 30 giugno 1732, come appare anche dall’ elogio di lui ivi anche stampato. Il tomo
XXXIX fu stampato dopo il 16 novembre 1739 ed il XL apparve nel 1740. Cfr. anche
su ciò che qui ho detto, il cit. studio del BOLOGNINI, in l. cit. pagg. 561-562. È inutile
poi parlare dei tre Supplementi al « Giornale », di cui il 1II venne alla luce nel 1726,
quando cioé non era ancora stabilito chi dovesse fare le due recensioni.

(6) Cfr. le lett. del P. al C. in date 17 febbraio 1727, 8, 22, 29 marzo, 5, 16 e 26
aprile 1728.
(7) Cfr. la lett. del P. al C. in data 23 maggio 1727.
È. ^ wr d 9 * Ó- j 1 uf pi VI LÀ
= - MENS Pordoi yo >
| 64 E. FILIPPINI
Zeno, anch’ esso ammalato, non potè più occuparsi del « Gior-

nale » dopo il volumetto che contiene la prima parte del tomo
XXXVIII (1). Del resto, sarebbe stato ormai inutile pubbli-
care qualunque recensione sopra una stampa già vecchia
di parecchi anni e dimenticata. Così la promessa fatta nel-
l'annunzio giornalistico del 1725 non ebbe, per forza di tante
circostanze, il suo adempimento, e il Quadriregio ristampato
con tanta cura dai dotti Rinvigoriti di Foligno, rimase senza
la consacrazione del più autorevole giornale letterario d'I-

talia.

La stessa sorte toccò alla ristampa del Quadriregio nelle
Memorie di Trevoux che fino dal 1713, come abbiam visto,
l'avevano annunziato. Il Pagliarini già nel dicembre 1724
pensava di servirsi di quella importante rivista straniera
per far conoscere all’estero l’opera che si stava stampan-
do (2). E con questo intendimento, quando essa venne fuori
dei torchi, non tardó a mandarne per mezzo della libreria
Pagliarini di Roma una copia alla direzione delle Memorie (3).
Cinque mesi dopo egli nutriva fondate speranze che quella
rivista bibliografica si occupasse largamente delle fatiche
sue e dei suoi collaboratori: e mentre stava in vedetta per
osservare l'uscita periodica dei noti volumetti francesi e per
ordinarne subito gli estratti manoscritti, pregava il Canneti
d’informarlo subito nel caso che lo prevenisse (4). Ma passò
tutto quell’ anno, passarono anche gli altri senza che l’attesa
recensione di Trevoux comparisse (5).

Altre copie dell'opera collettiva del Pagliarini, del Canneti,

(1) Cfr. ciò che ho detto in una nota precedente e il cit. studio del BoLOGNINI
in l. cit., pag. 561.

(2) Cfr. la lett. cit. del P. al.C. in data 15 dicembre 1724.

(8) Cfr. il poscritto alla lettera del P. al C. in data 2 marzo 1725.

(4) Cfr. la lett. cit. del P. al C. in data 3 agosto 1725.

(5) Io ho.sfogliato i Memoires de Trevoua fino a tutto il 1730 e non ho trovato
neppure una parola dedicata alla ristampa folignate. Mi duole peró di non aver po-
tuto vedere il Saggio storico. sulle Memorie di Trevoux, del SoMmMEVOGEL (Parigi,
1865).
P —

L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 65

del Boccolini e dell'Artegiani erano andate, pel tramite della
stessa libreria romana, a Parigi, a Londra, ad Amsterdam (1).
Ebbene io non so se nei giornali e riviste letterarie di quelle
città e nazioni del tempo essa avesse maggior fortuna che
in quella dei gesuiti di Trevoux, come si lusingava 1o stesso
erudito folignate (2). Ma temo di no, perché il Pagliarini
che stava all'erta, non parla più di simili relazioni nelle
Sue lettere seguenti.

Forse questa fu una specie di congiura del silenzio
ordita contro gli editori di Foligno, che si estese anche in
Italia. Tuttavia qui non fu silenzio perfetto poiché, come il
P. Collina annunziò al Pagliarini verso la metà del 1725 (3),
della ristampa si era già occupato un giornale veneziano,
che non era quello dei fratelli Zeno, ma che noi già cono-
sciamo: quello di Almorò Albrizzi (4). Nel n. VII dei Fo-
glietti letterarj sì legge appunto questo ampolloso annunzio :
« Come già dissesi a c. 40 si è terminata la nuova edizione
« del Quadriregio, Poema famoso, di profonda dottrina, ma
« egualmente di gran chiarezza e di forte energia poetica,
« composto intorno al 1390 da Monsignor Federigo Frezzi
« dell'Ordine de’ Predicatori, Cittadino e Vescovo di Foligno,
« corretto e ridotto alla sua vera lezione coll'aiuto d'antichi =
« Codici MSS. da i Signori Accademici Rinvigoriti della me-
« desima Città, e da essi pubblicato da' Torchi di Pompeo
« Campana con Annotazioni, Osservazioni Istoriche e Di-
« chiarazioni di voci (5); aggiuntavi la Dissertazione Apo-

(1) Cfr. la lett. ora cit. del 3 agosto 1725.

(2) Cfr. la stessa lett. ora cit. È

(3) Cfr. la stessa lett. ora cit. Il p. Collina gli promise anche di mandargli l’e-
stratto dell'articolo, ma io ignoro se glielo mandasse realmente, poiché non ne ho
trovato traccia nei loro carteggi.

(4) È strano peró'che il P. nella lettera ora cit. sostituisca a questo cognome
quello dell'Erizz0, che costituisce un errore inspiegabile se si pensa che il P. si
era occupato dell'Albrizzi nella cit. lettera del 27 novembre 1724.

(5) Non so perché l’ editore o l'autore dell’ annunzio sopprimesse qui i nomi
dell'Artegiani, del Pagliarini e del Boccolini.
66 E. FILIPPINI

« logetica del chiarissimo P. Abate D. Pietro Canneti Ca-
« maldolese a favore di detto Monsignor Frezzi ivi pure
« riferita, che dà fine alla famosa controversia penduta nella
« Repubblica Letteraria intorno al vero Autore di detto
« Poema, e della quale si parla ne’ Commentari dell'Istoria
« della Volgar Poesia del celebre Signor Arciprete Giovan
« Mario Crescimbeni e nel Giornale de' Letterati d'Italia (1).
« Quest'Opera conferisce molto all'Istoria della Poesia Ita-
« liana, non solo per la detta controversia felicemente già
« terminata, ma perché dopo la morte di Dante Aligieri (sic)
« pel corso di cento cinquanta e più anni nella decadenza
« della Poesia e della Lingua non ha forse avuto l'Italia
« chi meglio e con piü decoro abbia sostenuto con un Poema
« compito il credito della Nazione, di questo Autore, che
« perció vien giudicato da chiarissimi e giudiziosissimi Let-
« terati degno seguace di Dante, più vicino a quel gran
« Poeta, anzi un nuovo Dante » (2). Chiunque sia l'autore
di questo annunzio letterario, è certo che esso contiene una
qualche esagerazione, la quale si spiega con l'aspettazione che
avevano saputo destare gli editori di Foligno e con l’im-
portanza della controversia che si era agitata intorno al
Frezzi e al suo quadripartito poema. Ad ogni modo, dopo
il coro di lodi epistolari di tanti dotti contemporanei, fu que-
sta forse l’unica soddisfazione toccata ai quattro laboriosi
editori nella stampa periodica del tempo.

. Se essi ebbero così poca fortuna nelle riviste letterarie,
non ne ebbero certamente una migliore nelle altre opere di
consultazione che intanto si venivano pubblicando o ristam-
pando. Solo il Fontanini che io mi sappia, ricordò, per l’im-
pegno già preso col Pagliarini, il Quadriregio del 1725 nella
terza e quarta edizione della sua Zloquenza italiana che ap-

(1) Si accenna ai luoghi di queste opere, che io ho già precedentemente rife-
riti e illustrati.
(2) Cfr. Fogl. lett. del 12 febbraio 1725, pagg. 74-75. L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 61

parvero poco dopo e dove chiama « bella » la recente ri-
stampa folignate (1) Ma il ricordo è tale, che non so quanto

potesse piacere al Pagliarini e ai suoi collaboratori, perché

il Fontanini citava la recente ristampa folignate del poema

frezziano non per altro che per proporre la correzione d'un

passo del testo che a lui sembrava addirittura errato (2). Non

aveva quindi il Pagliarini tutti i torti di diffidare, come

abbiam visto, dell' erudito friulano.

Ma se la critica stampata fu cosi avara di parole e cosi
ambigua nel giudicare l'opera faticosa del Canneti, del Pa-
gliarini, del Boccolini e dell'Artegiani, ebbero almeno costoro
il piacere di vedere vendute tutte le copie della ristampa
messe in commercio? Su questo argomento nulla io posso
dire di preciso, perchè non ve n'é traccia nelle lettere del
Pagliarini e del Boccolini al Canneti. In una delle quali,
precedente alla pubblicazione dei due volumi, si domandava
qual prezzo si sarebbe potuto stabilire per essi (3); ma poi

(1) Sebbene il BasEsGio (l. cit.) dica che la terza edizione dell’opera fontani-
niana apparisse quando il Fontanini era già morto, pure quella del 1736 non fu che
la quinta edizione, poiché dopo quelle già da me ricordate del 1706 e del 1724, se-
guirono le ristampe del 1726 (Roma) e del 1727 (Venezia) In questa che io ho
potuto vedere nella Comunale di Udine, si trova ricordato il Quadr. del 1725 a pag. 64.

(2) Ecco infatti le precise parole del Fontanini che, dopo aver citato i luoghi
in cui Dante ricorda il paladino Orlando e il traditore Gano, aggiunge: «Il Vescovo
« Federigo Frezzi nel libro II del suo Quadriregio a cap. XVI. mette pur Gano fra i
« traditori insieme con Giuda ;

« Quanti Gani son qui e quanti Giudi !

« Così credo che debba legg-rsi, e non Giani, come si legge nella bella edi-
« zione, fattane ultimamente in Foligno ». Questa é anche la correzione di cui, come
ho detto a suo tempo, parla anche il FALOCI-PULIGNANI.

Nelle edizioni posteriori poi dell' opera fontaniniana, e specialmente in quella
del 1753 curata da Apostolo Zeno, il Quadr. del 1725 fu ricordato a pag. 309 del vol. I
ira i poemi sacri coll' accenno alle opinioni del Corbinelli e dello Speroni, ma con
titolo incompleto, cioé senza il richiamo della Diss. del Canneti. La quale però giova
dire che è indicata a pag. 139 del vol. II, fra i componimenti storici, cioé poche pa-
gine prima della ritrattazione della paternità del poema, da me riferita in una nota.
di questa seconda parte del mio lavoro, sotto l’anno 1712.

(3) Cfr. la lett. cit. del P. al C. in data 29 dicembre 1724.
68 E. FILIPPINI

non troviamo accenno alcuno alla relativa risposta (1), come
non troviamo mai indicato il numero delle copie stampate
né di quelle vendute (2). Poco dopo avvenuta la pubblica-
zione, il Pagliarini si lamentava ancora delle « tante spese »
sostenute per essa (3); si sarà egli potuto compensare dei
sacrifici fatti? Chissà. Del resto, non si ha notizia di copie

| rimaste invendute a Foligno; ma se n'erano anche rega-

late molte.

I Rinvigoriti, licenziando nel 1725 la famosa ristampa,
avevano chiuso la prefazione a4 benigno lettore con queste
parole: « Se le poche fatiche fatte da alcuni nostri Accade-
« mici intorno a questa edizione incontreranno la sorte di
« un cortese gradimento, si prenderà motivo di proseguire
« altre applicazioni già intraprese ad illustrazione di questo
« Poema, che forse un giorno si pubblicheranno con una
« nuova edizione di tali letture accresciuta » (4). E certa-
mente se avessero mantenuto la modesta promessa avreb-
bero aggiunto nuovo lustro all’amorosa e importante opera
compiuta in quell’anno. Ma purtroppo essi non lo fecero,
non perchè fosse loro mancata l'approvazione generale dei
letterati d’Italia: altre cause dovettero contribuire a far loro

(1) L'avviso-rèetame lanciato dal P. nell'atto della pubblicazione di cui, come
ho già detto, si trova la minuta nella cit. Misc. XXVI della Classense, lascia la cifra
in bianco. Ma per fortuna noi possiamo desumerlo dall'annunzio cit. dell’ Albrizzi,
il quale continua a dire: « Tutta l’opera è distribuita in due Tomi in quarto, di fo-
« gli 104 in tutto, compresivi gl’ Indici, in carta fina mezzana grande. Si vende in
« Foligno dallo stesso Pompeo Campana Stampatore, e per i primi quattro mesi
< cioè a tutto maggio 1725 si ammetteranno i Compratori in forma di associazione
« al vantaggio del prezzo di uno scudo romano per tutto il corpo dei due tomi
« sciolti in Foligno, che non si goderà da chi vorrà farne la compera dopo detto
« tempo » (confr. l. citt., pag. 75) i

(2) Sappiamo soltanto che, oltre le 30 copie già impegnate dal libraio Paglia-
rini prima della sua morte secondo la lettera del P. al C. in data 15 dicembre 1724,
ne furono spedite 20 a Bologna e 30 a Venezia, come si apprende dalla lett. del P.
al C. in data 23 aprile 1725 e altre 20 se ne mandarono a Piacenza secondo la lett.
del P. al C. in data 3 agosto 1725, dove si ripetono anche le precedenti spedizioni.
Ma non credo che tutta la vendita si riducesse a queste sole 100 copie.

(3) Cfr. la lett. del P. al C. in data 9 febbraio 1725.

(4) Cfr. la pref. cit. in vol. I del Quadr. L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 69

dimenticare quelle parole e quel lodevole proposito: non
ultima tra esse la lunga fatica che era costata l'ottava edi-
zione del Quadriregio e che aveva pressochè esaurito le
energie dei due principali editori, il Pagliarini e il Bocco-
lini (1). Essi forse non pensarono mai a narrare le molteplici
e varie vicende del ponderoso lavoro, di cui si può trovare
soltanto qualche pallidissimo accenno nella Dissertazione can-
netiana. Ma se ci avessero pensato e ne. avessero fatto ar-
gomento d’un capitolo a parte della pubblicazione che pro-
mettevano nel 1725, i Rinvigoriti ci avrebbero dato uno dei
documenti più importanti della loro vita accademica, ci
avrebbero illustrato storicamente il periodo di maggiore
attività d'una delle più fiorenti accademie settecentesche
dell’Italia centrale. Forse non avrebbero fatto codesta rico-
struzione con l'esattezza ed imparzialità che sarebbero state
necessarie, ma certo con maggiore sicurezza di quello che
non sia stato possibile oggi dopo quasi due secoli. Ad ogni
modo io spero che anche dal mio lavoro, manchevole in
molte parti, appaia chiaramente quanto fosse utile la cono-
scenza d'un fatto così complesso che si svolge in una pie-
cola città del primo settecento e in cui si muovono tante
personalità di vario valore.

Foligno, in quel lungo periodo in cui l'Aecademia dei
Rinvigoriti aveva lavorato tanto intorno al Quadriregio e ne
aveva preparato la ristampa migliore, doveva sembrare una
piccola metropoli intellettuale. Adunanze accademiche, di-
scussioni storico-letterarie, letture esegetiche, consultazioni
di codici e di libri, prestiti e acquisti di documenti, richieste

(1) Però l'ottava ristampa del Quadr. ebbe l' onore di essere seguita ed imi-
tata dalla nona e dalla decima curate dall'editore Antonelli di Venezia nel 1839.
Cfr. il mio studio cit. sulle Edizioni del Quadr. pag. 32 è seg.
Il 70 E. FILIPPINI

Il : di studiosi, carteggi con tutti i più famosi scrittori d'Italia,
convegni, visite, ricevimenti d'illustri personaggi che passa-
M vano di là e s’interessavano alle sorti della nuova edizione,
trattative con tipografi e librai, impostazioni e ritorni di
manoscritti e di bozze, vendite e acquisti di lavori accade-
| mici, distribuzione di stampati in regalo, spedizioni di grosse
partite dei nuovi volumi per tutte le città d’Italia, per la
Francia, l' Olanda e l’ Inghilterra: tuttociò costituiva un mo-
vimento nuovo per quella cittadina di provincia, intenta più
che ad altro allo sviluppo delle sue industrie e de’ suoi
commerci. *

" | Anima di tutto questo movimento intellettuale fu certa-
| mente Giustiniano Pagliarini, la cui figura noi vediamo cam-
peggiar sempre nella storia dell’Accademia e della ristampa,
con la sua coltura, con la sua attività, con la sua pazienza,
| coi suoi scatti e coi suoi languori, con la sua serietà, coi
| suoi facili passaggi dal pessimismo all’ ottimismo e viceversa,
Il: con la sua onestà e col suo patriottismo. Vicino a lui spicca,
| ma non costantemente, la figura simpatica di Giovanni Bat-
| tista Boccolini, vero tipo di umanista, studiosissimo e pieno
| ; di premure per l'Accademia da lui fondata e di modesti ti-
| . mori per la riuscita dell’ impresa, collaboratore assiduo e
fedele del suo dotto amico finchè la. salute glielo permette.
Ma nessuno dei due, bisogna pur dirlo, nè tutti e due in-
sieme avrebbero saputo condurre la pesante nave in porto
| senza il braccio forte, la mente assennata e il carattere
| energico per quanto angoloso ed astuto di Don Pietro Can-
neti, uomo singolare per dottrina e forza morale, che nei
frequenti contrasti col Pagliarini finì quasi sempre col far
trionfare la sua idea. A lui si deve specialmente se per quasi
un ventennio l’attenzione di tutti gli uomini più eruditi di
Italia fu rivolta e legata a Foligno e se intorno ai lavori
| dell’Accademia folignate si destò una così grande aspetta-
Il: zione: a lui si deve soprattutto se la ristampa, pur avendo
tardato troppo ad uscire, venne finalmente alla luce in modo
L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. T1

da meritarsi il plauso generale dei dotti, superando l’ attesa
comune: a lui infine e al suo umanistico spirito di conser-
vazione si deve quasi esclusivamente se sui numerosi docu-
menti da lui lasciati nella Classense di Ravenna (1) si é
potuto dopo tanto tempo riprendere dal principio la storia
dell'opera più pregevole d'una fiorente Accademia e illu-
strare così il momento più importante della fortuna del
Quadriregio (2).

Intorno a queste figure principali si muovono variamente
parecchie altre di folignati e non folignati, che ebbero una
parte meno notevole nell’ avventurosa storia che ho narrata ;
ma tra essi sono nomi più o meno illustri e famosi, come
quelli del Muratori, del Fontanini, del Crescimbeni, di Apo-
stolo Zeno, del Martelli, del Beccari, del Salvini, del Baruf-
faldi ecc., i quali con la loro non sempre nota presenza ai
lavori dei £nvigoriti ne accrescono certamente il valore.

Di quell’ epoca fortunosa, di quegli uomini e delle loro
fatiche letterarie Foligno si dimenticò troppo presto. Ma
l'ottava edizione del Quadriregio rimase come il ricordo più

(1) Colgo questa occasione per ringraziare qui vivamente il Municipio di Ra-
venna, il Bibliotecario della Classense e più di tutti il Vice-bibliotecario della me-
desima per avermi agevolato in tutti i modi le numerose ricerche da me fatte in
quella biblioteca e per aver messo a mia disposizione tutti i documenti ivi raccolti
che potevano esser necessari al compimento del presente lavoro.

(2) Se anche il Pagliarini e il Boccolini avessero lasciato alla Biblioteca del Se-
minario di Foligno tutte le lettere da essi ricevute dal Canneti, dal Muratori, dal
Fontanini e da tanti altri eruditi Italiani con cui furono in relazione epistolare,
come il Canneti lasciò alla Classense le loro, certamente questi studi sarebbero riu-
sciti meno imperfetti. È doloroso che i due preziosi carteggi pagliariniano e bocco-
liniano, rimasti forse nelle mani di eredi nemici della carta scritta e ignari del
grande valore che possono avere certi documenti personali, siano stati distrutti,
come suppongo dopo la lunga e vana ricerca che io n'ho fatta in Foligno. Anche
recentemente, prima di licenziare alla stampa quest’ultima parte del mio lavoro, feci
inserire nella Gazzetta di Foligno (aprile 1910) un comunicato per tutti coloro che
possedessero ancora i carteggi del Pagliarini e del Boccolini; ma non ho avuto al-
cuna informazione né proposta in materia.
13 : E. FILIPPINI

eloquente dell'attività dell'Aecademia folignate e come il
monumento piü saldo che questa potesse erigere a se stessa:
rimase come il documento più significativo della cultura di
quella città nel primo quarto del sec. XVIII e come l'omaggio
più grande che si sia reso finora a Federico Frezzi poeta (1).

E. FILIPPINI.

(1) Così vorrei che riuscisse degna di lui l'edizione critica del Quadriregio,
che spero di poter condurre sopra i migliori codici oggi esistenti, per la grande
raccolta de Gli scrittori d? Italia. APPENDICI

In tutti i documenti che seguono, registrati secondo l'ordine cronologico e riferiti
ora integralmente ora parzialmente, secondo le esigenze del lavoro, si sono
sciolte tutte le abbreviazioni meno chiare, si sono tolte le maiuscole e le h
non necessarie, si-sono sostituite rispettivamente le v e le z alle u e alle t, si
sono corretti gli errori di ortografia più gravi e si è aggiustata l'interpun-
zione dove pareva o soverchia o difettosa. — Si sono soppressi poi gl’ indi-
rizzi, le intestazioni e le firme, per amore di brevità: le date si sono conser-
vate in fine di ciascun documento: al termine poi di ciascuna appendice di
lettere sarà detto dove esse furono dirette.
L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. . 15

APPENDICE I

Lettere di Giustiniano Pagliarini a don Pietro Canneti

(Dal vol. delle Lettere originali ecc., segnato Lettere mss.,
Busta 36, fasc. 6° della Classense di Ravenna).

Umilio tutto l’ ossequio della mia divozione in
pienezza d’auguri per le felicità di V. P. Rev.ma
nel ricorso del S. Natale, e spero, che la Divina Bene-
ficenza, che ha arricchito di tanti doni, e di mente e di
cuore la bell'anima di V. P. Rev.ma, le farà godere
il compimento delle sue grazie con l’ accrescimento d'o-
gni altra prosperità in pregio del merito, che Ella ha
saputo aequistarsene in grado sublime con una virtuo-
sissima cooperazione. Si degni intanto V. P. Rev.ma
continuarmi l' onore della sua stimatissima protezione,
e favorirmi di suoi spessi comandamenti che costitui-
ranno una.delle piü distinte felicità, che possa ambire
la mia divozione.

Ho finalmente trovato il Quadriregio di monsignor
Frezzi mediante la benignissima attenzione del signor
Conte Monte Mellini, et è di una edizione diversa e più
antica di tutte le altre indicate dal Iacobilli, dal Montal-
bani, e dal P. Fontanini, trovasi nella libreria Augu-
sta di Perugia, di carattere gotico stampato in Perugia
da Stefano Arns Alemano nell’anno 1481, sotto il titolo
di: Quadriregio di Federico Domenicano vescovo di Fo-
ligno. Spero che nella lettura di questa opera si sco-
prirà maggiormente la verità che l'autore di essa sia
detto monsignor Frezzi mentre ho riconosciuto da un
fragmento del capitolo 18 del 2° libro, riportato dal
Dorio nella sua storia di casa 'Trinci a carta 14: la
descrizione esattissima dell'arme di detta famiglia, et
76

E. FILIPPINI

altre particolarità della medesima, che fa molto a pro-
posito alla dedicazione di detto Quadriregio fatta ad
Ugolino Trinci signore di Foligno secondo la copia ma-
noscritta della Biblioteca Estense riferita dal P. Muratori,
carta 23 del libro 1° della perfetta Poesia italiana. Il
quale Ugolino fu contemporaneo di detto monsignor
Frezzi e ne ho in pronto le prove d' istorie, lapidi e brevi
apostolici.

Il S." abate Crescimbeni ha promesso nel nuovo Tomo
dei Commentarii della sua storia poetica di porre in
chiaro la verità di questo fatto. Intanto se V. P. Rev.ma
potesse darmi qualche lume in questo particolare, e se
avesse avuto fortuna di trovare il Vocabolista Bolognese
del Montalbani, accrescerebbe ad un numero infinito le
mie obbligazioni, con che resto facendo a V. P. Rev.ma
profondissima riverenza.

Foligno, 15 dicembre 1710.

Non può credere V. P. reverendissima la conso-
lazione che mi ha recato la sua compitissima con l'av-
viso tanto da me desiderato delle 2 copie, che ha
avuto fortuna di trovare del Quadriregio di M: Federico
Frezzi; ne può ricavare però qualche argomento dalla
premura con cui mi avanzo al godimento delle sue
grazie, mentre in questo stesso ordinario fo scrivere da
questo Mastro di Posta a quello di cotesta Città, che
riceva da V. P. Rev.ma un libro che gli verrà dalla
medesima consignato per trasmetterlo qua con la più
distinta diligenza. Supplico dunque V. P. Rev.ma a de-
gnarsi di sceglier quello dei due esemplari che stimarà
più proprio per la sua libreria; e l’altro farlo consegnare
alla Posta diretto al sig. Gio: Batta Bucciari, maestro
della Posta di Foligno, e col libro si compiaccia avvisarmi
il prezzo, che certamente sarà considerabile, attesa la
rarità del libro, acciò io possa sollecitamente rimbor:
sarla. Negli accidenti occorsi nel viaggio di V. P. Rev.ma L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. Ti

che hanno uniti i due esemplari del Quadriregio, non à
puó negarsi un gran tiro della Provvidenza, che va com-

binando tante ragioni disparate per produrre un effetto

di giustizia nella restituzione di quest’ opera al suo vero

autore; io peró ne ammiro uno sforzo dell' amore tutto

operoso di V. P. Rev.ma, alla quale ne protesto un peso

di infinitissime obbligazioni.

La copia ritrovata in Perugia, come le accennai
con l’altra mia, perchè sta nella Biblioteca Augusta non
può aversi a libera disposizione, onde io andava dispo-
nendo averne una copia manoscritta, che ora l’ ho fatta
sospendere.

Mi rallegra molto il giudicio che da del Quadriregio
il buon gusto di V. P. Rev.ma, ed io me ne saprò va-
lere a suo tempo.

Questo libraro Antonelli si scusa di non avere av-
vertita la mancanza delle 2 carte nell’ Amadigi per es-
sere stato pochissimi giorni in sua bottega, e si augura

. la sorte di poter servire meglio V. P. Rev.ma in occa-
sione che siano per capitargli altri libri buoni, chè sin-
ora non ne ha acquistati degli altri dopo la sua par-
tenza et io starò in prattica con tutta la vigilanza per
trovar manoscritti antichi per la sua libreria.

A questi giorni mi sono stati regalati da un amico
tre libri, dei quali prego V. P. Rev.ma darmi qualche
cenno del loro credito e valore, per corrispondere con
qualche proporzionata gratitudine a chi me ne ha fa-
vorito.

Un Petrarca in quarto con i commenti di Fran-
cesco Filelfo et Antonio da Tempo nel Canzoniero e
di Bernardo Illicinio ne Trionfi, impresso in Venezia da
Bernardino Stagnino 1513.

‘Il Morgante Maggiore di Luigi Pulci in 4 stampato
in Venezia con belle figure per Comin de Trino 1546.
Le trasformazioni di M. Lodovico Dolce in 4 per il Gio-
lito 1556, corretto però dalle censure che gli da Giro-
lamo Ruscelli nei suoi discorsi contro il Dolce stampati
in Venezia per Plinio Pietra Santa 1533.
(aa me "Tr "UN

E. FILIPPINI

Il S." Buccolini et il Priore mio fratello riveriscono
con pienezza d'ossequio V. P. Rev.ma, a cui sempre
più obbligato faccio umilissima riverenza.

Foligno, 19 dicembre 1710.

Un errore da me commesso involontariamente nel-
l| altre due mie lettere, mi obbliga a rinovare a V. P.
Rev.ma l'incommodo della presente per accusarle come
fo la ricevuta della moneta rimessami con troppa pun-
tualità da Perugia.

La contentezza di vedermi assicurata la copia del
Quadriregio mi occupò di maniera che mi scordai di so-
disfar questo debito; godo però in qualche parte del
vantaggio, che mi porta questo accidente, in rinovare
sempre più a V. P. Rev.ma gli attestati sincerissimi
delle mie infinite obbligazioni.

Il sig. abate Fontanini nel Catalogo de’ libri pub-
blicato col discorso intorno alla lingua italiana dà un
cenno di dover ristampare ampliato il suo libro dell’A-
minta Difeso, che è quello in cui toglie a M. Frezzi il
merito d’ essere autore del Quadriregio. Sto in qualche
pensiero di supplicare il signor Fontanini, col quale
ho carteggiato altre volte, a compiacersi d’ indagare
più attentamente il vero intorno all’autore di detta opera,
e communicargli le osservazioni, che si sono fatte e si
andranno facendo a vantaggio del Frezzi, per avere, se
fosse possibile, nella seconda edizione la correzione di
ciò che dice nella prima. Ne supplico de’ suoi pru-
dentissimi sentimenti V. P. Rev.ma, che in esercizio
della propria compitezza si degnarà condonare tanti
incommodi che io giornalmente le porto.

Ieri mi capitò un nuovo libro stampato in Roma
nel corrente anno, presso Francesco Gonzaga intito-
lato « Della scienza chiamata Cavalleresca: Libri tre
del sig. marchese Scipione Maffei », che so che ha avuto
un grande spaccio fra Cavalieri, ma non so quanto tro- L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 19

varà ne’ medesimi di credito con le sue massime, che A
sono distruttive di detta scienza: ho avvertito nel cap. 6
del libro 2, pag. 264, nella relazione degli scrittori ca-
vallereschi, che l’ edizione dell’Ariosto di Venezia 1566
per il Valvassori è stata valutata quattro doppie, per le
annotazioni che in essa si trovano col titolo di Pareri
in duello, ed ho goduto di veder con ciò compensata la
mancanza delle carte dell’Amadigi, senza pregiudicio
dell’obbligo dell’Antonelli a cui tengo nascosta questa
notizia. Il sig. Buccolini et il priore mio fratello con-
fermano i loro ossequii a V. P. Rev.ma ed io le faccio
profondissima riverenza.
Foligno, 22 dicembre 1710.

È capitato puntualissimamente l'involto con la
desiderata copia del Quadriregio, e col Vocabolista
Bolognese incontrato da me con quel giubilo, che può
immaginarsi V. P. Rev.ma, al di cui amore e genti-
lissima attenzione in favorirmi ne rendo umilissime e co-
piosissime grazie, accertando con tutta la più candida
ingenuità il mio riveritissimo P. Ab. Canneti che con-
servarò eternamente la memoria delle mie per questo
capo distintamente, oltre a tanti altri, infinite obbliga-
zioni.

Ho avvertito dalla qualità dell’ edizione fatta vera-
mente con amore (per quanto comportavan quei tempi)
che la copia inviatami è la migliore, che io pur desi-
deravo, e ne pregai V. P. Rev.ma che restasse per la
sua degnissima libreria, onde anche per questo motivo
le ne professo distintissime obbligazioni, che si accre-
scono di più per la bontà che ha avuto in far ricopiare
con tanta maestria la carta mancante che in verità è mi-
rabile per l' imitazione del carattere; in somma è quasi
disperata la mia devozione di poter mai corrispondere
a tante grazie di V. P. Rev.ma.

Ho scorso a precipizio non dico tutto, ma buona
LXNEDSCTMESAEM SEE:

"ese

E. FILIPPINI

parte del Quadriregio e già canto il trionfo contro il
Bumaldi e i di lui troppo creduli seguaci, onde mi ma-
raviglia della gran franchezza (per non dir peggio): con
cui nel Vocabolista Bolognese se ne fa autore il Mal-
pighi sino ad esagerarsi con enfasi a carta 38: ma notisi
una strana curiosità d' un furto solennissimo letterario
fatto da uno stampatore accaduto 100 anni doppo U età
del Malpighi havendo stampato il medesimo Poema sotto
un altro titolo di Quadriregio ed ascrittolo a diverso au-
tore del 1511.

Strana curiosità è quella del Bumaldi, ed egli ha
tentato di rubbare al Frezzi le gloria di quest’opera;
ma lode a Dio, la verità è troppo chiara e sinora ne
ho in pronto quattro riprove evidentissime nello stesso
libro : nel capitolo 18 della prima parte descrivesi l’ori-
gine di Foligno, e della famiglia de’ Trinci, e questi
dall’ autore chiamansi suoi signori, e lo stesso si replica
e conferma nel primo capitolo della seconda parte. Nel
capitolo settimo della quarta parte l'autore trova nel
regno della fortezza fra gli altri eroi Trincia Trinci si-
gnore di Foligno, padre di Ugolino, a cui è dedicata
la copia Estense, che sempre si accenna dall’ autore per
suo signore, descrivesi la morte di detto Trincia (che
fu creato da Gregorio XI General di S. Chiesa e Con-
faloniere del Ducato di Spoleto (Dorio, carta 168) come
capo della fazione Guelfa ucciso per difesa della Chiesa
Panno 1377 dalli Gibellini e dalle genti della Lega
della Libertà, e perciò dice l'autore che lo vide in
tempo che stava per salire al Paradiso, alludendo forse
a quel che scrisse dopo il detto Dorio, carta 171, cioè
che S. Catarina da Siena scrivendo a Giacoma vedova
di detto Trincia, che fu figlia di Niccolò di Obizzone da
Este, signore di Ferrara, la consola per la morte di
detto suo marito, accertandola che Dio l'avea fatto
morire in quel tempo perchè trovò in buona disposizione
l’anima sua per farla salva. Ma più chiaramente e
senza alcun velo nel cap. 9 di detta 4* parte parlando L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 81

di Gentile famoso medico di Foligno Commentator d'Avi-
cenna, mentre gli fu mostrato dalla Prudenza

Allhor Prudentia a me la man distese
Dicendo va, quello é Maestro Gentile
Del luogo onde tu se del tuo paese.

L' experientia, et lo ingegno soctile
Ch' ebbe nell’ arte della medicina

E poco dopo avanzatosi l' autore a parlare a detto
Gentile dice :

O Patriota mio, splendor per cui
Gloria, et fama acquista el mio Fuligno,
Dixi io a lui quando appresso gli fui.

La nuova edizione del Quadriregio spero che si
farà certamente a suo tempo dalla nostra Accademia
con la sua Apologia per istabilirne l'autore, e con la
‘ dedicatoria, che io medesimo voglio supplicarne il P. Mu-
ratori per averla dal manoscritto Estense; ma il punto
sta nelle annotazioni trattandosi di un libro di tutto
fondo di teologia, filosofia e di ogni altra scienza, sic-
chè vi vorrebbe una testa d’ altretanto peso, quale è
quella del P. Abate Canneti; or basta, ne farò sopra di ciò
in altro tempo, più distinto discorso con V. P. Rev.ma.

Io tengo quasi per certo che l'edizione inviatami
sia quella accennata dal Fontanini di Pier Pacini da
Pescia del 1508, poichè trovandomi io alcuni opuscoletti
poetici di Panfilo Sasso, di Niccolò da Correggio, di
Niccolò Liburno, di Bernardo Giambullari con alcuni
pochi sonetti del Benevieni e del Tibaldeo, il tutto in po-
chi fogli stampati da detto Pompeo da Pescia del 1510,
giurarei che sia lo stesso carattere.

Il Morgante Maggiore dell’ edizione di Comin da
Trino (che ho riscontrato nel Crescimbeni esser l’ unica
buona ed intiera) è del P. Canneti ed io trovarò occa-
sione di fargliela capitare e quando giudicasse che le
potessero servire anche i suddetti opuscoli li mandarò
annessi con detto Poema.

Ho scritto a Perugia per accertarmi meglio del ca-
rattere Gotico del Quadriregio dell’anno 1481, ma in-
82.

E. FILIPPINI

tanto ho riconosciuto fra i miei pochi libri una edizione
latina di Giuseppe Ebreo in foglio ben conservata fatta
dell'istesso anno 1481 di carattere tutto gotico, e per-
ché conosco che è una particolare erudizione di V. P.
Rev.ma questa delle stampe e. diversità dei caratteri,
pigliaró ardire d'inviargli anche detto libro per poter
mostrare sin da quell’ anno introdotto l’ uso del Gotico.

Un mio amico si trova un manoscritto antichissimo,
fatto certamente nel secolo 1400 di un copioso canzo-
niero di 500 e piü sonetti e di molte canzoni e sestine.
Il nome dell' autore non vi è scritto, né io ho potuto
ricavare dalla lettura se non che era sanese e vivea
l'anno 1466. La copia 6 fatta di un ben formato carat-
tere, ma con molte scorrezioni e con ortografia ine-
guale con le sue cifre di azzurro e di cremesi in ogni
prima lettera delle composizioni, delle quali le ne mando
un saggio nell' annesso foglio.

Io ho fatto tutto lo sforzo per avere il detto li-
bro, ma senza frutto posso peró averne copia o in tutto
o in parte, onde quando la gradisse V. P. Rev.ma ne
la farei restar servita con qualche poco di tempo, ed
intanto se dalla maniera di poetare e dalla notizia
della Patria e del tempo potesse scoprirne l' autore mi
piacerebbe di saperlo.

Io mi trovo a penna una copia del Poema del Carlo
Quinto del francescano Mario Santinelli, che non so che
sia mai stato dato alle stampe; quando sia vero e che
lo gradisca, le ne manderò una copia. Le mandarei
tutto me stesso, ma già ne ha in pegno il cuore; mio
fratello e il sig. Buccolino la riveriscono et io mi con-
fermo etc.

Foligno, 9 gennaio 1711.

Sono già molti giorni che il P. Segrebondi ha
in mano per trasmetterli a V. P. Rev.ma il Morgante
Maggiore del Pulci, e gli opuscoli di Panfilo Sasso, ed |
i)

L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 83

altro, che le aecennai, et unito a questi in uno stesso
tomo in quarto l’ itinerario di Lodovico di Varthema Bo-
lognese nell' Egitto, India, Etiopia stampato in Roma
del 1510. Per mostrar poi l'introduzione nelle stampe
de’ caratteri Gotici ho stimato che non sia per riuscirle
discaro un altro libro in 4°, che a quello troverà annesso,
della vita di S. Girolamo in lingua toscana, stampato
l’anno 1480, che essendo in carattere tutto gotico fa
credere, che se ne fosse introdotto l’uso anche prima
di quel tempo, ed un altro di carattere tondo intitolato :
Memorabilia gesta virorum illustrium arboris Capitolini
f. Thome Ochsenbrunner, impresso in Roma del 1494,
ove si vede insino a quel tempo continuato il bel ca-
rattere antico romano. Il poco di questi libercoli non
soddisfa al gran desiderio e debito che io ho d'incon-
trare l' erudito genio di V. P. Rev.ma ; spero però che mi
darà campo di meglio servirlo questo libraio Antonelli,
che prima del fine della corrente quaresima vuol met-
tersi in giro per l' Umbria e Marca a pescar libri vec-
chi, dei quali quando gli capiti cosa di proposito ne
haverà per il primo i riscontri e le note V. P. Rev.ma.
Attenderó un cenno per la copia del Canzoniere an-
tico dell' incognito sanese, ed intanto continuerò a mo-
vere ogni pietra per avere se fosse possibile l'originale.
Si farà ancora la copia del Poema del Santinelli, che a
suo tempo farò capitare a V. P. Rev.ma.

All'ultima adunanza dei nostri Rinvigoriti seguita
nel fine di carnevale per l'occasione d'alcuni discorsi
problematici letti con lode dal sig. medico Nuccarini
e dal sig. Buccolini, nacque in tutti un concorde e vivo
desiderio di veder qualificata la nostra Accademia col
degnissimo nome di V. P. Rev.ma, che perciò con giu-
bilo universale e con sentimenti di riverenza e di stima
fu pienamente acclamato per direttore e protettore dei
nostri deboli studii. Io ho voluto prevenire con questa
riverente notizia la lettera del segretario per aggiun-
gervi come fo le mie suppliche acciò V. P. Rev.ma non
isdegni questa risoluzione veramente ardita a riflesso
———— ME

84 E. FILIPPINI

dei demeriti di questa nascente Accademia, ma si con-

tenti che la medesima possa indorare la sua viltà col

glorioso nome di V. P. Rev.ma. Io lo spero e ne attendo

un benigno riscontro dalla sua gentilezza, che imporrà

un carico d'infinite obbligazioni a tutti ed a ciascuno

degli accademici et a me piü d'ogni altro che ho so-

spirato con distinta ambizione il vantaggio di questo

| [Es onore,
| Ma veniamo al Quadriregio. Già si è risolta ferma-
|

| mente la nuova edizione in quarto che si crede una

forma decorosa quando non giudichi diversamente la

prudenza di V. P. Rev.ma, e posso quasi dire assicurato

tutto il capitale per la spesa, ma perle Annotazioni non

possiamo adularci. Non ha la nostra città, e lo dico con

> pena, chi abbia tanto capitale d’ erudizione e di lingua,

che voglia cimentarsi alla condottura di tal lavoro e che

possa ripromettersi di riuscirne con onore in un secolo

tanto oculato e critico e che ha la distinzione del vero

buon gusto nelle lettere. Conosco veramente esser que-

sta una contingenza da desiderarsi da chi ha fior di
senno trattandosi di un poeta non solo profondo ne' sen-

timenti, ma intatto all’altrui osservazioni et esposi-

zioni, che perciò dà un largo campo d' acquistarsi merito

e gloria appo al mondo erudito. Con questa riflessione

più d’ una volta sono stato in punto di farne un invito

alla virtù di V. P. Rev.ma, ma considerando gli im-

pegni che Ella ha di applicazioni più gravi e più pro-

prie alla sublimità dei suoi talenti, sono restato per qual-

che tempo in forse; ma alla fin fine stimolato da questi
signori Accademici ed animato dallo stesso P. Sebre-

gondi a cui ne ho comunicato il pensiero eccomi con
aperta libertà a supplicarla a voler fare godere a que-
sta città, anzi all’ Italia e al mondo il Quadriregio illu-

strato con le sue dottissime annotazioni. Potrebbe Ella
stenderle per divertimento nelle ore che le avanzano
da’ suoi eruditissimi studii e senza pregiudicio delle
altre, che va tessendo con tanto desiderio de’ dotti alle

aspettate Epistole del famoso Ambrogio Camaldolese. Di
L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC, 85

qua se le comunicheranno tutte le notizie, che si po-
tranno avere intorno all'istoria e topografia di queste
parti per le persone e luoghi nominati nel Quadriregio.
Io attendo con batticuore le risoluzioni di V. P. Rev.ma,
et intanto non- manco di supplicarla a condonare il
mio ardire ed a crederlo un puro e giusto zelo per i
vantaggi della mia patria.

Per molti giorni sono restato privo del Quadrire-
gio per essere stato obbligato a comuniearlo ad un si-
gnore erudito mio gran padrone che ha voluto leggerlo,
onde non ho potuto applieare a ritrovare i vocaboli del-
l'Umbria che pur ve ne saranno in quest’ opera come
lo è Zazo in significato di stato vile per esser veramente
il Lazo nell’ Umbria una specie infima di panno da ve-
stire. Cap. 13, lib. 2, vol. 2 dove trattasi della fortuna

E questo é il giuoco mio, il mio solazo

Acterar quel da la parte superna

Et exaltare un vestito di i220.
Voce che non trovo in questo significato nel vocabo-
lario della Crusca e molto meno nel Bolognese. T'ene
e ancora none negativa con l’ aggiunta dell'e è idiotismo
non solo dell'Umbria, ma di Foligno. Tale non è strasci-
collo avvertito nell' ultima sua compitissima, sieché per
questa voce resta migliore la lezione dell'edizione di
Venezia, come lo sono tutte le altre lezioni dottamente
osservate in detto suo eruditissimo foglio.

Ma già manca la carta ed il tempo di più scrivere
stando in punto di partire il bolzettiere. Condoni V. P.
Rev.ma il tedio di questa, mi continui l’onore della sua
stimatissima grazia et unitamente col sig. Buccolini e
col priore mio fratello le faccio umilissima riverenza.

Foligno, 23 febbraio 1711.

6.
Mi avanzai. nell’ ultima mia .a V. P. Rev.ma

ad una supplica troppo ardita intorno all’ annotazioni
del Quadriregio, e veramente confesso che mi lascia
E. FILIPPINI

(sic) trasportare da un zelo forse indiscreto di vedere
illustrata quest'opera dall'erudizione e dottrina di V.
P. Rev.ma a vantaggio dell’ autore, e di questa patria
senza dare tutto il riflesso all'incommodo grande, che
dovrebbe recarle una si fatta applicazione; onde in que-
sta nuovamente pregandola a condonare il mio ardire
dichiaro di avere avuto intenzione, che ciò dovesse
aver luogo quando potesse concorrere in V. P. Rev.ma
un ozio virtuoso da applicarvi per divertimento nelle
ore destinate al sollievo dell’ animo in qualunque corso
di tempo, e quando Ella non isdegnasse abbassar la
sua penna ad un sì fatto lavoro. Per altro sempre più
sono obbligato a confessare il poco capitale, che può
farsi in questa città, mentre oltre al fondo dell’ erudi-
zione, ed alla franchezza della lingua considero che vi
abbisogna un giudizio prattico da ben discernere ciò
che debba porsi e lasciarsi per incontrare il gusto raf-
finato del mondo litterario. Et quis est iste ?

Mi ricordo che V. P. Rev.ma nel discorso che fece
meco l’agosto passato intorno alla traslazione delle Re-
liquie di S. Severo, mostrò genio di vedere la rela-
zione di quella fatta in questa città dell’anno 1673
per le reliquie del nostro protettore S. Feliciano; onde
essendomene capitata una copia mi do l'onore d'in-
viargliela assieme col disegno a bollino d’uno dei
Carri che comparvero in quella sacra funzione, eli ri-
ceverà V. P. Rev.ma in questo stesso ordinario in un
involtino franco per la posta. La relazione è stesa in
un’ aria che ha veramente dell'affettato, ma non per
tanto spero che dalla medesima e dal disegno concepirà
che fusse, come in fatti lo fu, un trionfo di tutta ma-
gnificenza e decoro.

Il sig. Buccolini ed il Priore mio fratello riveriscono
con pienezza di ossequio V. P. Rev.ma, a cui faccio
profondissima riverenza.

Foligno, 6 marzo 1711. »
E » ——— oz etna

————

L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 87

IT DA

Per godere il continuato beneficio di questi ba-
gni di Nocera io mi lusingo che V. P. Rev.ma anche
quest'anno n'intraprenderà il viaggio nell’ imminente
stagione; e vivo con la speranza di poterla riverire
e servire in questa sua casa, ma non per un lampo
fugace come nell'anno scorso. Con questa misura farò
che per quel tempo sia compita la copia del Poema ma-
noscritto del marchese Santinelli, ed ho anche in pronto
alcuni pochi libri di poesia che mi sono capitati ed ho
creduto che non siano per riuscire discari a V. P. Re-
verendissima almeno per le edizioni che le suppongo
non facili ad incontrarsi. Quando V. P. Rev.ma si porti
a Nocera le ne farò la consegna in persona, altrimenti
troverò modo di farli capitare in Sinigaglia per la pros-
sima fiera e mi piacerà che mi insinui, quando sieno di

‘sua soddisfazione a chi dovranno colà consegnarsi, e
SONO :

— La Theseide di Messer Giovanni Boccaccio da
Messer Tizzone Gaetano diligentemente rivista con gra-
tia e privilegio in Vinegia:per me Girolamo Pentio da
Livio a 7 di marzo 1528, in 4.

— Astolfo Borioso, che segue alla morte di Rugiero
di tante e così varie materie tessuto, e contale magna-
nime prodezze di Cavalieri adornato che non è ad altro
libro di simili materie inferiore, per Messer Marco
Guazzo nuovamente composto e dato in luce con privi-
legio in Venezia a San Luca al segno della Cognitione
1540: per Comin da Trino. È l'istessa stampa e con le
stesse figure del Morgante Maggiore in 4.

— Il Mondo nuovo del S." Giovanni Giorgini da Iesi
all'Invitissimo Principe di Spagna e sue Serenissime
sorelle. In Iesi in 4? app.? Pietro Farri 1596.

— La Canzona d' Amoredi Girolamo Benivieni col
commento dell'Ill.mo Sig. Con. Gio. Pico Mirandolano.
In Venezia per Niccolò Zopino e Vincentio compagno
nel 1522 a 12 aprile in 8.
88 E. FILIPPINI

« Il Re Torrismondo tragedia del Sig. Torquato
Tasso al Serenissimo Sig. D. Vincenzo Gonzaga. In Vi-
terbo 1587, per Comin Ventura e Compagno con la

lettera dedicatoria sottoscritta dall’ istesso Torquato, che

disinganna l’ opinione di alcuni, che questa Tragedia

non fosse terminata dal Tasso.
E se altro mi capitarà, starò in attenzione di assicu-
rarlo per V. P. Rev.ma a cui professo tante obbligazioni.
L’Antonelli libraio non ha potuto fare il giro pre-
meditato onde resta sprovveduto di libri di proposito.

Mi avanzai finalmente a scrivere ai Sigg. Muratori

e Fontanini intorno al Quadriregio . . . (1).

Sicchè si vede contra l'opinione del Montalbani,

che anche prima delle stampe correva questo Poema col
nome del nostro Vescovo, dal cui titolo di Reverendis-
simo può forse congetturarsi che questa copia fosse
scritta in di lui vita.

Se V. P. Rev.ma si porta a Nocera haverò seco

molto da discorrere sopra la ristampa di questa opera,
et intanto rassegnandole il mio obbligatissimo ossequio
col Sig. Buccolini, e col Priore mio fratello, che divo-

tamente la riveriscono, resto facendole umilmente rive-

renza.

Foligno, 29 giugno 1711.

8.

Le gentilissime espressioni delle quali mi favorisce

V. P. Rev.ma, sono a me di rossore, perchè in verità

conosco di servirla debolissimamente sì in riguardo al
suo merito, che alle mie obbligazioni; mi basta però
che Ella creda ch'io conosco tutto il peso del mio de-
bito, e che staró sempre in precisa attenzione di darle
ogni possibile riprova di questa mia conoscenza.

Godo sommamente e me ne rallegro con V. P.

(1) Si omette qui un lungo brano che fu riportato nello studio cit. di E, FILIPPINI
su Alcuni frammenti di lettere del Muratori e di Apostolo Zeno in luogo cit., n.° I.
L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 89

Rev.ma della sua rieuperata salute, e perché la desidero
sempre perfettamente sana, mosso dalla indicatione del
giovamento recatole dall’ uso della tintura di acciaio,
mi avanzo a suggerirle un’ aequa minerale vitriolata
che nasce in distanza di sole sette miglia da questa
città, detta l'Aequa Santa di Giano, di qualità deostru-
ente miracolosa, ed atta a sradicare molto più potente-
mente e con un fluido o veicolo lavorato dalla natura x
tutti quei mali a’ quali conferisce l’ acciaio. Per quanto
ponno giudicare l’occhio, il gusto e l’odorato, ha la stessa
o per dir meglio somigliantissima miniera (sic) dell’ac-
qua famosa di S. Maorizio ne’ confini de’ Svizzeri, e
per tale mi fu confermata anni sono dall’ Eccellenza del
Sig. Cristino Martinelli nobile Veneto che volle farne
il saggio. Io ne ho provato in me stesso effetti mirabili
con la total liberazione di una contumace vertigine, et
in una mia sorella col superare una gravissima infer-
mità di sette anni per affezioni isteriche degenerate in
un abito perfettamente cacetico (sic). Quando da i profes-
sori si giudichi di proposito, se non quest’anno, in altro
successivo (prendendosi come quella di Nocera nel colmo
della stagione più calda) per confermar la salute di V.
P. Rev.ma e premunirla da qualunque recidiva, che Dio
non voglia mai che succeda, io la farò servire in un
buon Convento di Agostiniani vicino al fonte, e quando
volesse trovarei il modo di farla capitare anche costà
in fiaschi ben sigillati ed a questo effetto le accludo
distinte in un foglio le virtù di detta Acqua communi-
catemi da un professore.

Infinita contentezza ha portato a questi signori Ac-
cademici ed a me la risoluzione di V. P. Rev.ma di
stender l’Apologia a stabilire il Frezzi autore del Qua-
driregio, ed inesplicabili obbligazioni le se ne profes-
seranno dalla Città tutta che riconoscerà sempre dalla
gentilezza sua il riacquisto di questo cittadino, e dalla
sua virtù il goderlo più nobilmente illustrato. Non
mancherò di fare ogni più attenta diligenza per le voci

Umbre e Folignate sparse per l' opera e per le notizie
90

tr — T iD T Ls Lec dL.

E. FILIPPINI

concernenti la topografia e le storie di queste parti ad-
ditate nella medesima. Il commento non si è appog-
giato ad altri, poichè niuno si è giudicato che possa
farlo più eruditamente di V. P. Rev.ma e perchè quando
Ella non possa per non cimentarsi al pericolo delle
suei ndisposizioni, non si vuol da noi far passo alcuno
senza le sue prudentissime direzioni. Ho già inviato a
Sinigaglia gli accennati libercoli ed una risma di carta
fina dell’ impronta della Palomba in un fagotto che starà
in mano del cassiere del negozio. del prete Giuseppe
Gregoris e Compagni, mercanti ben cogniti di questa città,
dal quale si compiacerà V. P. Rev.ma dare ordine per
farlo ricuperare. L’ altra carta grande non ho potuto
averla pronta all’ arrivo della sua gentilissima per in-
viarla nella partenza di detti mercanti. Se mi capitarà
altra occasione prima che termini quella fiera, la farò
capitare al medesimo cassiere, altrimente trovarò altro
modo per inviargliela. Si accerti che io pratticarò ogni
diligenza per averla buona, ma in qualche parte biso-
gna rimettersi alla buona fede degli artisti che spesso
è fallace, come con mia pena sento esserle accaduto
nella Carta provvedutale l'anno passato. Del prezzo
della Carta V. P. Rev.ma non s'incommodi a farne
fare il pagamento in Sinigaglia, anzi mi farà favore
quando possa riuscirle facile con quello provvedermi
una copia del famoso libro del Sig. Marchese Orsi delle
osservationi sopra il libro francese della maniera di ben
pensare che ho letto communicatomi da altri, ma non
ho potuto mai averlo in proprietà come ho l’altro delle
lettere del medesimo autore a madame d'Asier. (sic)
In prova che il consaputo Canzoniero sia opera di
un sanese accludo copia d'un capitolo che comincia :
« Con qual mia Musa, o qual faeondo ingenio »
scritto ad un coetaneo, e concittadino poeta chiamato
Giacomo che puol esser che fusse Giacomo Fiorini de'
Buoninsegni sanese che fiorì nel 1468: riportate nell’ I-
storia Poetica dal Sig. Crescimbeni. Per dar lume mag-
giore al Cav. erudito suo amico vi ho aggiunto un al- L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 91

tro capitolo in cui descrivesi il viaggio fatto dal conte
Giacomo l’iccinino a Milano e da Milano a. Napoli
l’anno 1465, dove al giorno di S. Giovanni Battista
fu fatto uccidere a tradimento dal Re Ferdinando di
Arragona re di Napoli. L' autore del Canzoniero serviva
il eonte Giacomo e l'aecompagnó in detto viaggio. Le
circostanze espresse nel Capitolo, V. P. Rev.ma le ri-
scontrerà con gusto nel fine del 30 e nel principio del
31 libro della Sforziade. Voleva aggiungere due altri
Capitoli uno in lode di Girolamo Riario marito, credo
io, di Caterina Sforza, e l’altro in lode di detto Re
Ferdinando, scritto prima della morte del Piccinino, ma
mi è mancato il tempo.

De’ libri accennatimi da V. P. Rev.ma qua non è
capitata che la notizia che ne porta il Giornale de’ Let-
terati, e col Sig. Buccolini e mio fratello resto facendole
umilissima riverenza.

Foligno, 13 luglio 1711.

di

Nello scaduto agosto ho ancor io quest'anno a
‘dispetto delle consuete occupazioni goduta la. villeg-
giatura d'un mezzo mese e perciò non ho potuto prima
rispondere alla compitissima di V. P. Rev.ma in os-
sequio della quale le rendo in primo luogo umilis-
sime grazie del grand’onore che si è compiaciuta
farmi godere nei pochi libri da me trasmessili, e del
prezioso dono che mi esibisce delle considerazioni del
marchese Orsi, del nuovo Petrarca del Muratori, e del
Catullo, Tibullo e Properzio del Volpi; io mi avanzai
a supplicarla del libro del marchese Orsi per darle
campo a favorirmi più spesso dei suoi comandi o in
commissioni di carta, o per qualunque altro impiego di
suo servizio, ma non aspettava mai di vedermi tanto
caricato dalle sue generose grazie ; non mi distendo in
altre espressioni, perchè penso poterli meglio indicare la
mia mortificazione con un riverente silenzio,

Sto in vigilanza di qualche opportuna occasione
92

IDA PILIPPINI

per Fabriano o per Pesaro per inviarle le rismette della
carta maggiore, con le quali riceverà forse aneera ii
Canzoniere ben copioro dell' anonimo senese: dico fors:
per qualche pensiero ehe ho di farne copiare qualche
parte de’ sonetti, chó per altro l' originale è cià venuto
in proprietà di V. P, Rev,ma essendomi già riuscito con
qualche onorato raggiro di farlo suo,

Io non so esprimere con qual sentimento di stima
e di obbligazione si è qua sentito da questi Signori Ae-
cademici Rinvigoriti l'alto onore di eui vuole V.

Rev.ma qualificarli nella lettera Apologetica intorno al

Quadriregio ; io intanto le accludo una nota di voci emule
e folignate, ed in appresso le farò capitare in aliro foglio
alcune osservazioni istoriche, che, se non m'imganmo,
provano concludentemente il tempo in cui l’automne com-
pose quel Poema, che fu intorno al 12900 pee dop

Tutto ciò che ha riportato il Crescimbemi dell Prezzi
nel quarto tomo de' suoi Commentarii l’ha fatto ad imsi-
muazione di questo Sig. Buccolini, suo amico, ma le
notizie mom furono esattamente giuste per esser cute
dal Dorio, © fatte ricalzare da argomentii prima cile si
amesse im mano la copia impressa, che im vini we
(eaQxo della sua generosità.

Circa alla ristampa del Quadiinegio, quando giu
dighi bene V. IP. Rev.ma ehe possa fünsii din allumm die-
gui stanpationi qii questa Gittttà im um huom quante ca-
pace di due colomme come somo Iper lla piùù ii Iuniosii del
Valgszisi la Fuxealha tradotta dall Welenaellü e simili si
fazà indubiamente, considererdola peu allno molbo diif-

ficile, quando debba farsi faex dii patina com l'impnomio
alla mano di tatto, il desazo, penne qui possono aversi
Molti vanfaggi e pex la casta e qom In stampatore,

Quando, dunque. V. Ph Rexma dm qui; dipende. tulilio

LAI TA 11 L]

quasto, infezesso, giudichi; hene di; dnine Il'aeseneo, mi
impegneng, io, pg In & 3pRS8s, Ghé n SALÒ Pere maneanim, aie
Gi i eris OSSIA. passa, continnaro oaaneggii?)

peli commodn, dij Mangsgzitti; della, libreria, Estense.

Quin sommamgnie della, sua, huong, salute, cha seme L'AGGADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, EOOC, 93

pre la desidero in istato perfetto, e rassegnandole le míe
somme obbligazioni le ripresento gli ossequii del sig,
Bueeolini e del Priore mio fratello e le faccio umilissima
riverenza,

Foligno, 4 settembre 1711.

10,

Negli annessi fogli riceverà V. P, Hev.ma diverse
notizie istoriche intorno alla famiglia de' Trinci, alla
città di Foligno et altri luoghi di questa valle spoletana
toccati nel Quadriregio.

Le mie continue occupazioni, la mancanza de' libri
e molto più la povertà de' miei meschini talenti non mi
permettono di far comparire senza rossore queste mie
freddure agli occhi di V. P. Rev.ma, onde la prego a
compatirne i difetti anzi per dir meglio i spropositi,
che mi sono caduti dalla penna.

Tanto della famiglia de’ Trinci, quanto di questa
città di Foligno ho dette forse molte cose più di quello
portava il bisogno non con animo che sieno riferite da
V. P. Rev.ma nella sua dottissima Apologia del Quadri-
regio, ma per mostrare la fatalità che ha avuta sinora
questa mia patria di esser contrariata in qualche suo
pregio più riguardevole. Le citazioni accennate in mar-
gine non ve le ho poste per suggerir motivi alla sua
erudizione, ma per allegirle (sic) l'incommodo di andar
cercando molte notizie particolari di queste parti.

In un altro foglio ho notate alcune istorie che mi
pare che provino concludentemente il tempo in cui fu
composto il Quadriregio, ma non ho avuto tempo di ri-
copiarle per aggiungerle in questo, come farò nel venturo.

Io intanto con l’attestato delle mie infinite obbli-
gazioni a V. P. Rev.ma, col Sig. Buccolini e col Priore
mio fratello, che ossequiosamente -la riveriscono, le
faccio profondissimo inchino.

Foligno, 21 settembre 1711.
—_z

- —— — =
== —TFwx

Leandro Al-
berti nella De-
scrizione d'I-
talia, pag. 16,
Ediz. Venezia
per Lodovico

degli Avanzi,
1563. 3

Alberti c. 16
a tergo Forest.
Mass. lstoriche
Tomo 4, parte
prima, c. 122,
Ediz. di Parma.

Quadr. lib, 2,
cap. 9, col. 4,
vers. 31.

Lib.2,cap. 11,
col. 4, vers. 13.
Lib.2, cap. 13,
col. 3, vers. 40.
mo, adesso,
adesso voce to-
talmente Um-
briotta, sinco-
ata da modo
atino.

E. FILIPPINI

E

Fra l’istorie accennate nel Quadriregio, una delle
più notabili è quella d'Antoniotto Adorno, per giudicare
del tempo in cui fu composto quel Poema dall’ autore
che dice al libro 2, capitolo 13, colonna 4, verso 19 de-
scrivendo la Fortuna

Et quel che sale al sommo, et è si presso
Tre volte ad quella ruota gira intorno
E su e giù tre volte serà messo.

Egli é chiamato Antoniocto Adorno,
Geriova bella nella quale é nato
Metterà ne' malanni, e nel mal giorno

Antoniotto Adorno fu creato la prima volta Doge di
Genova sua patria l'anno 1378, e governó per poche ore,
cioè dall’ ora di nona insino a compieta. Fu richiamato
a quella dignità nel 1384 ; nella quale si portó sei anni

con grandissima lode e poi gli fu surrogato Giacomo

- da Campo Fregoso. La terza volta fu eletto il medesimo

Antoniotto del 1391, ma deposto nell'anno seguente. E
queste sono le tre volte accennate dal nostro autore
ehe l'Adorno fu messo su e giü nella ruota della Fortu-
na. Ma oltre a queste fu richiamato lo stesso Antoniotto
al governo della patria anche la quarta volta dell’anno
1394. Sicchè, non facendo menzione il Frezzi di questa
guarta mutazione, pare che possa argomentarsi che il
Poema, almeno il secondo libro in cui tratta di dette
mutazioni, fosse composto prima di detto anno 1394.

Si. accrescono le conghietture, perchè quasi tutte
le istorie che si toccano nel Quadriregio, sono prima di
detto anno come sono :

Ugoccione della Fagiola tiranno di Pisa e di Lucca
morto del 1320.

Il Forteguerra da Lucca.

Barnabò Visconti e Gio. Galeazzo Visconti suo nepote

Quello è quel Milanese Barnabo,

Ma tosto mostrerà Fortuna il gioco
Come ella vuole e s'apparecchia mò. L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC.

L'altro che sale dietro a lui un poco
È suo nipote; il qual del Reggimento
El.caccerà e sederà in suo loco.

E quanto ad una cifra cresce un cento
Cotanto accrescerà el Biscion Lombardo
E di Toscana fie 'n parte contento.

Se non ch' el giglio rosso ch' ha lo sguardo
Sempre a sua Libertà contra lui opposto,
Farà ch'el suo pensier verrà bugiardo.

Barnabó Visconti fu dal nipote Gian Galeazzo pri-
vato del governo di Milano, preso e messo in prigione,
ove fini miseramente la vita l'anno 1386. Questo Gio.
Galeazzo uomo bellicosissimo accrebbe grandemente lo
stato, come accenna il nostro autore, ed ebbe il titolo
di Principe e duca di Milano dall’ Imperatore Vincislao
per 100 mila ducati l’anno 1380. Aspirò sempre al Re-
gno d'Italia che gli fu impedito dai Fiorentini con una
guerra di dodici anni, nella quale militavano per i
Fiorentini Gio. Aguto famoso capitano inglese e per
Visconti Giovanni d’Azzo nominati per vivi nel Qua-
driregio; anzi essendo morto Gio. Aguto intorno al-
l’anno 1397, secondo accenna il Platina nella vita di Bo-
nifazio 9°, si conferma che l’opera fu composta prima
di detto tempo.

Cola di Rienzo, tribuno di Roma, morto del 1354.

Giovanna prima Regina di Napoli, morta intorno
all'anno 1380.

Giovanni dell'Agnello Duca di Pisa del 1364. AI-
berti, carta 29.

O Cani, e Mastini della Scala

Del sexto Cerchio che tu sapper vuoi
Li sono posti i novelli Caini
Consumatori dei fratelli suoi

Quei dela Scala spietati Mastini
E più crudeli che rabbiosi Cani,
Ma tosto a terra caleranno chini.

Quel terzo n : A : 3

Fu de la Scala e fu crudel mastino
El suo fratel maggiore uccise pria
E poi fu del minore ancor Caino

Tareagn. I-
storie, Par. 4,
C. 211, Edizione
di Venezia, Va-
risco.

Loschi, Comp.
Ist. or., c. 131.

Tarcagn., c.
12.

Lib. 2, cap. 18,
col 4, vers. 4.

Lib. 2, cap. 13,
col. 4, vers. 8.

d.° cap. 13,
col. 4, vers. 38.

Lib. 2, cap. 13,
col. 4, vers. 31.

e cap. 16, col., 4
vers. 19.
96

Loschi, Comp.
Istor., c. 358.

d.» c. 356.

Lib. 2, d.» cap.
i: col.4, vers.
13.

Forest. Map-
pam. Istor., to-
mo 4, parte 2,
c. 547.

Lib. 2, cap. 16,
col. 3, vers. 43.

E. FILIPPINI

E seguita poi per molti versi a descrivere le cru-
deltà praticate dagli Scaligeri insino all’ estinzione
della famiglia:

E della Scala fu l' ultima feccia
Che si fuggì dal Veronese tempio.

La terminazione del dominio Scaligero seguì del
1387. Il crudel Mastino che nomina l’autore fu Cane
Signorio, che uccise Can secondo, fratello maggiore, e
poi per assicurare a i figli illegittimi lo Stato, con somma
fierezza in punto di morte volle che fosse fatto morire
anche il fratello minore Paolo Albino, come evidente-
mente il tutto è descritto dal medesimo autore in detto

capitolo 16.

Il Re Pietro di Cipro ucciso dal fratello del 1377 :

Fu re di Cipro chiamato Giachetto.
Al suo fratel maggior diede la morte
Quando a riposo si stava nel Letto.
Cioè al re Pietro, magnanimo e forte.

Questo Pietro, re di Cipro, dopo aver dilatato glo-
riosamente il suo regno fu chiamato in Roma da Ur-

bano 5 contro Barnabò Visconti e fu fatto
Roma, e Governatore dello Stato Ecclesiastico, ed allora

Senatore di

forse fu conosciuto e trattato dal nostro Autore; ma
poi ritornato in Cipro fu ammazzato dal fratello et al-
tri congiurati del 1377.

Giacomo d'Appiano che dominò Pisa del 1365. Al-
berti, Descrizione d'Italia, c. 29.

Tutte queste Istorie fanno credere che il Poema
fosse lavorato prima del 1394, come s'ó accennato di
sopra. Ben é vero peró che aleune altre mostrano che
arrivò al 1400 e forse 1401, overo due, dicendo :

Sappi che i suoi Pisan son si costrecti

Sotto quel giogo, ch' el denar lor mise,
Che i Gambacorti sono hor benedecti. L'AOCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 97

Poscia che il traditor d'Appiano uccise
Messer Pier Gambacorta e i figliuoli anche
Ad tradimento e piangendo ne rise;

Et uccise anche i primi degli Anfranchi
E gli vendette la città d’Alfea,

Sicché gli suoi Pisani hor non son franchi.

Giacomo Appiano segretario e favorito di Pietro UT invi

Gambacorta, signore di Pisa, tradì il suo signor con la berti, c. 29.
morte del medesimo e de’ suoi figli e si fece tiranno
della città. Dopo la morte di detto Giacomo Gerardo,
suo figlio vendè Pisa a Gio. Galeazzo Visconti duca di
Milano, e fu del 1399: secondo il Tarcagn., carta 215 :
a tergo in fine, sicchè dunque si dice che i Pisani sono
costretti sotto il giogo che loro mise il denaro, era già
seguita la vendita di Pisa, e così dopo il 1399: e lo
stesso conferma detto capitolo 16, colonna 3, verso 43.

Et lasciò dopo se avaro erede,

Colui che fé la bella Pisa schiava
Et per denar la dié che si possiede.

Si aecresce il motivo dall'istoria di Uguccioni ti- Lib. 3, cap. 8,

col. 2, verso 38,
ranno di Cortona mentre avendo trovato il detto Ugoc-
cione nell’ Inferno gli da parte l'Autore che la città
era governata in quel tempo da Francesco di lui suc-
cessore, le di cui armi erano celestine e d'oro come
in detto capitolo 8, colonna 2, verso 38 e seguenti.
Ugoccione o Uguecio Casali fu signore di Cortona l'anno
1386, e mori l'anno 1400, e gli succedè nel governo Fran-
cesco Casali, secondo di questo nome, che morì del 1407.
Sieché dunque se era morto Ugoccione e reggeva France-
sco, evidentemente apparisce che ciò seguì dopo il 1400.
L'arme dei signori Casali era ondeggiato in banda
d’azzurro e d'oro, et oggi la fanno i signori Baldac-
chini per concessione fattane da Uguccio nel maritare
una sua nipote in casa Baldacchini. L'arme e la parti-
cola della dote e di detta concessione la riporta il Ca...
nella, 2% parte delle Famiglie illustri della Toscana, et
98

E. FILIPPINI

Umbria, di cui presentemente non ho commodo di indi-
carne le carte.

Per ribattere poi l'argomento che nasce dall' istoria
di Antoniotto Adorno, accennata di sopra, crederei si
potesse dire che il numero delle tre volte espresso dal-
lAutore non sta ivi tassativamente, ma demostrati-
vamente, come dicono i Legali per indicare un numero
di più atti replicati, tanto più che dicendo nello stesso

luogo che Antoniotto

Metterà ne’ malanni e nel mal giorno

la Patria, sebene in tutte le mutazioni dell'Adorni provò
Genova de gran travagli, nondimeno il vero malanno e
mal giorno che diede Antoniotto alla: Patria fu ciò che
egli operò contra la libertà della medesima, soggettan-
dola al Re di Francia che succedè nel quarto go-
verno.

Compatisca il P. Canneti Rev.mo i miei spropositi
e con umilissima riverenza mi confermo con tutta fretta,
senza rileggere il foglio.

Foligno, 25 Settembre 1711.

12.

Con replicate mie insipidezze ho incommodato
negli ordinarii passati V. P. Rev.ma e pure ho man-
cato nella parte più essenziale, cioè nel confronto
delle voci Folignate et Umbre sparse nel Quadriregio,
con le opere d’altri Autori coetanei del Frezzi. La ve-
rità però è che di Foligno non abbiamo altre poesie di
que’ tempi che le Profezie del B. Tomassuceio, dalle
quali potei solo ricavarne una o due voci già accennate
a V.P. Rev.ma, ed in prosa o non si trovano Autori 0
si trovano in latino. Il B. Iacopone da Todi che pure
è Umbriotto, ha ripieni i suoi cantici di moltissime voci

Umbre ; da pochi giorni in qua mi sono questi capitati L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO,

alle mani dell' Edizione di Venezia in 49 del 1617 con
le annotazioni di fra Francesco Tresatti. In una breve
scorsa che ho data a salti a detti cantici mi è riuscito
di ripescare alcune voci di quelle usate dal Frezzi, che
notarò in piè di questa; molte più se ne troveranno
certamente con piü attenta ricerca, che faró dopo al-
cuni giorni che mi sarò disbrigato da alcuni interessi
sopraggiuntimi di non mediocre importanza.

Dalla nostra Accademia de’ Rinvigoriti si è risoluta
la stampa delle rime di Petronio Barbati altro Poeta
nostro concittadino che fiorì intorno al 1530, i di cui
componimenti trovansi registrati nelle più accreditate
raccolte del Secolo XVI; e con le rime ne saranno an-
nesse una quindicina di lettere scritte al nostro Au-
tore et in di lui lode da i più cospicui soggetti che
fiorirono in que’ tempi come il Varchi, il Tolomei, il
Domenichi, Alessandro Piccolomini, il Ruscelli, Fran-
cesco Torelli, e simili. Riuscirà un Libretto di 15 in 16
fogli in ottavo contenente per la maggior parte Sonetti,
alcune Canzoni, Egloghe e Selve, lavorati con qualche
buon gusto. Serà dedicato all'Adunanza degli Arcadi,
che ha fatto già l’onore di accettare l’offerta, e d’ap-
provare e lodare i Componimenti che tutti sono passati
sotto gli occhi del sig. Canonico Crescimbeni primo cu-
stode, particolarmente i non più stampati estratti dal
manoscritto originale dell’ Autore, che conservasi in
questa Libreria del Seminario. Ne communico questo
cenno alla P. V. Rev.ma che serà come Arcade uno dei
Comprotettori ed averò tutta l’attenzione di farlene ca-
pitare le prime copie anche prima che si facci pubblica
l’ edizione.

Sta a buon termine la copia del Poema del Santi-
nelli, che ha incontrato qualche lunghezza per man-
canza di copista di proposito; fo anche copiare per me
in parte i sonetti dell’ Anonimo Sanese per inviare poi
l'originale a V. P. Rev.ma forse con qualche altro li-
bro se averà avuto fortuna di trovarne di buoni l'An-

tonelli che sta in giro verso Rieti.

ECC.

99
100 E. FILIPPINI

Il sig. Boccolini ed il Prior mio fratello li rasse-

gnano il loro obbligatissimo rispetto etc.
Foligno, 5 ottobre 1711 (1).

13.

Ecco finalmente alla luce le rime del Barbati.
Tutto ciò che possono sperare in questa pubblica

comparsa dal mondo erudito, vengono ad incontrarlo

sotto i purgatissimi sguardi di V. P. Rev.ma, da cui
quando abbino la sorte di riportare se non l’ approva-

zione, il compatimento, si farà gloria, a questo solo

riflesso, la nostra Accademia del pensiero che ha avuto
di farne seguire l’ edizione. Io ho voluto per me solo

l'onore d'avanzarne sollecitamente a V. P. Rev.ma

uno de' primi esemplari, che riceverà franco per posta
in questo stesso ordinario, per dovernela successiva-

mente servire di quante copie ne vorrà per sé o per

suoi amici oltre a quella che le manderà anche a parte
: la nostra Accademia.
Il carattere della stampa ha defraudato il buon ge-

nio di chi desiderava molto migliore questa edizione ;

ma il poco assortimento di questi nostri stampatori ed

un fatale impegno d’alcuni Accademici hanno caegionato
o o

questo disordine. Servirà peró almeno per camminare

con passo piü accertato nella ristampa del Quadriregio,

che o si farà con le riprove anticipate de' caratteri e

carta da passare sotto l'approvazione di V. P. Rev.ma,

o se ne darà la commissione a Roma, a Venezia o dove
Ella giudicherà più di proposito.

: Per la trasmissione della consaputa carta e libri
(a' quali ho aggiunto le Rime del Petrarca con l'an-
notazioni del Brunioli et Poema del Peri) prego V. P.
Rev.ma ad accennarmi se va alcuno di cotesti mercanti

in fiera di Recanati, dove ho sicura occasione di farli

(1) Seguono alcune note di confronto sulle parole creso per creduto, nòne
per n0, DÒ per poscia, nanzi per innanzi, sta per questa, facìano per facevano,
daesse per desse o dasse del Quadriregio.
L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 101

ricapitare; quando no in risposta, l'inviaró subito a Pe- :
saro secondo il cenno altre volte datomi: vi sarà il Can-
zoniere dell'Anonimo senese, ma non già la copia del
Poema del Santinelli, che per esser morto dopo una
lunga infermità di più mesi chi aveva preso l'assunto
di farne copia, sto adesso in diligenza di farla conti-
nuare e compire d'altro carattere, onde si compiacerà
compatirne l'ineidente e credere che questa tardanza
viene di molta mia pena.

Ho sommamente goduto dell'arrivo dei manoscritti
del Quadriregio ed augurando col Prior mio fratello e
col Sig. Buccolini a V. P. Rev.ma felicissime le pros-
sime feste del Santo Natale più col cuore che con la
penna, resto facendole umilissima riverenza.

Foligno, 21 Dicembre 1711.
14.

In sequela della dedica fatta delle Rime del Bar-

bati all’ Adunanza degli Arcadi, si è giudicato bene
da i nostri Coaccademici Rinvigoriti, oltre alle co-
pie regalatine in Roma al pieno Congresso, di man-
darne altre in dono anche alle Colonie, in mano de’
signori Vice-Custodi, da' quali ritornano universalmente
lettere compitissime non meno in lode del nostro Au-
tore, che d' impulso all'Aecademia per la ristampa del
Quadriregio accennata nella Prefazione. Ma perchè io
le temo caricate da una general cortesia, prego il mio
stimatissimo P. Ab. Canneti, a dirmi sopra dette Rime
con libera ingenuità il suo sentimento (prescindendo
sempre dalla Stampa, che non posso vederla senza an-
dare in collera) e distintamente accennarmi gli spropo-
siti della lettera dedicatoria e della prefazione, che è

toccato a me di distenderle e l’accerto che oltre a pro-

fessarlene distintissime obbligazioni, riceverò tutto sotto
i vincoli d'una stretta confidenza e d'un inviolabil si-
lenzio, ed unitamente attenderò il suo giudicio intorno

alle inserizioni antiche di questa città gia inviatele in
102 i .E. FILIPPINI

tempo della villeggiatura, ma con ogni suo maggior
commodo.

Ho detto di sopra che ci vengono impulsi per la
ristampa del Quadriregio, i più efficaci però sono quelli
del Sig. Muratori in una sua a me responsiva, e del
Sig. Apostolo Zeno all’ Accademia, delle lettere de’ quali
voglio qui registrarne le particole.... (1).

Dell’ Edizione di Bologna ne fa menzione il Iaco-
billi in Bibliotheca Umbriae, ma da noi non si è accen-
nata nella prefazione del Barbati, per non essercene
ancora assicurati con qualche copia come nelle altre,
che per altro ben consideriamo quanto possa contri-
buire a vantaggio del nostro Frezzi nella disputa co’
Signori Bolognesi, essendosi fatta questa edizione nella
loro città non molti anni dopo la morte del Malpighi,
non in di lui nome, ma del nostro Vescovo.

Se dopo il confronto delli manoscritti occorresse fare
altro confronto con l’Edizione di Perugia del 1480 che
è la prima, e molto lodata dal Corbinelli, V. P. Rev.ma
l’accenni che troverò modo da farlo o farlo fare atten-
tamente.

Torno a confermarle che la Stampa del Quadrire-
gio per accertarsi di un buon carattere si farà dove e
come comandarà V. P. Rev.ma.

Domani partirà un vetturale verso Pesaro, a cui
ho fatto consegnare un fagotto con gli infradetti libri
e carta: Due rismette di carta fina alla Genovese, l'Or-
rlando del Berni in quarto, il poema del Peri in quarto,
il Petrarca del Brunioli in ottavo, il Montefalchi de co-
gnominibus Deorum in quarto, rappresentazioni antiche
in quarto, il passaggio di D. Maria d'Austria in quarto,
descrizione del Battesimo (ch'é del Vasari) in ottavo,
scritture uscite in Francia in ottavo, tutti comandatimi
da V. P. Rev.ma, e più il manoscritto dell’Anonimo

Sanese, un Orazio in ottavo manoscritto in carta peco-

(1) Queste particole si omettono per amore di brevità, e per esse si rimanda il
lettore allo studio cit., di E. FILIPPINI su Alcuni frammenti]inediti di lettere del Mu-
ratori e di Apostolo Zeno, in luogo cit., n. II.
n L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. ‘103

rina scritto prima del 1428, che quando la puntatura ;
sia contemporanea alla prima scrittura sarebbe consi-
derabile per esservi le virgole e i punti, come, et ogni
altra puntata moderna oltre ad alcune sugose annota-
zioni marginali, et interlineato tutto di ottimo carattere,
la Vita del P. Gio. Batta Vitelli in 4, la Vita della M.are
Paola in 4, di Foligno, che non vanno con le vite de
Santi e Beati del Iacobilli. :

Quanto alli libri comandatimi troverò io il modo
che V. P. Rev.ma non abbia da trattenermi per l'av-
venire l' onore de' suoi stimatissimi cenni.

Serivo in fretta sul partir della posta senza tempo
di rileggere eió che ho seritto, onde pregandola a con-
donarmi gli errori resto facendole umilissima riverenza.

Foligno, 25 Gennaio 1712.

Lo;

Di tutto ciò che si è degnata accennarmi la P.
V. Rev.ma intorno all'impegno de’ Bolognesi per
sostenere il loro Malpighi per Autore del Quadriregio,
io ne avea già piena contezza dallo stesso Sig. Pietro
Iacopo Martelli, che ho avuto fortuna a questi giorni
conoscere e riverire nel suo ritorno a Roma, e già in
questo ordinario, anche senza la sua compitissima, io ne
ragguagliava V. P. Rev.ma. Egli si è trattenuto in Fo-
ligno quasi due giorni intieri, e fingendosi tutt'altro
che Bolognese è andato destramente indagando da que-
sti stampatori e dall’ Antonelli ciò che qua si operava
intorno al Quadriregio e ristampa di esso; sul tardi poi
del secondo giorno si diede a me a conoscere et intro-
dotto appena il discorso con molte lodi sopra le Rime

del Barbati si gettò subito al Quadriregio, ed in so-

stanza mi disse tutto ciò che a V. P. Rev.ma intorno al

Codice del Montalbani, col nome e ritratto del Malpi-
ghi ed alla corrispondenza di questi co’ Trinci, con ag-
giungervi che dalla lettura di detto Codice spera potersi

ricavare qualche argomento in riprova che l'Autore sia
104

E. FILIPPINI 4

Bolognese (che farebbe credere esser opera differente
dal Quadriregio), ma non toccò cosa alcuna del nostro
famoso medico Gentile. Disse bene d’avere ordinato
al Zannotti pittore una Copia di detta miniatura e ri-
tratto del Malpighi e mostrò o finse d’ esser solo nel-
limpegno per particolar attenzione di non comparir
bugiardo appresso al mondo per ciò ch'à detto nelle
sue opere d’aver veduto il Codice del Montalbani ca-
ratterizzato col nome del suo Bolognese. Io però ben
credo ch'abbia degli aderenti dal sentire che in Bologna
conservasi l’accennato manoscritto (non da Monsignor
Monti, che disse essere stato un equivoco, ma da altro
signore cognito al Zannotti) con infinita gelosia, e quasi
con diffidenza di communicarlo allo stesso Martelli che
esagerò, chè potevano pur mostrarglielo perch’ ei non è
Folignate. Considerò però molto bene l'edizione di Bo-
logna del 1494, col nome del nostro Frezzi, in tempo
che poteano esser vivi più conoscenti del Malpighi, di
cui negò d’aver contezza del tempo della morte, non
approvando ciò che ne riferisce il Crescimbeni ne’ Com-
mentarii dell’ Istoria Poetica. Io mi contenni in espres-
sioni di rispetto e di stima, che ha questa nostra città

e l'Accademia verso quella di Bologna, e la persona

‘ di esso sig. Martelli, rimostrandogli che la sua città

fornita di tanti insigni soggetti antichi e moderni po-
teva lasciar goder in pace alla nostra quest’ uno che
può renderle qualche lustro, ma gli confermai costante
la risoluzione di mantenere al mondo la promessa fat-
tagli nella prefazione del Barbati, della ristampa del
Quadriregio, senza stendermi più a lungo ne’ meriti
dell’Apologia.

Ma intanto che si conclude, dirà V. P. Rev.ma, che
si conclude ? Che l’ intendano pure come vogliono i Bo-
lognesi (per servirmi della sua medesima frase): la verità
dee prevalere a tutte le loro passioni; che la stima delle
grazie del Principe ch'ha permessa l'estrazione dei
manoscritti dalla sua Biblioteca ed i favori di chi li ha

procurati non permettono il ritardo dell’ edizione; che
L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. ‘105

l’ impegno presone come ho detto, col mondo letterario ,
nella prefazione del Barbati e gli impulsi che ce ne
giungono ad ogui ora dalle principali Accademie e da
i soggetti più ragguardevoli d'Italia n’accrescono vali-
damente i motivi; che la necessità di non abbandonare
indifesa la Patria in una controversia tanto importante
già fatta pubblica con solletico d’ erudita universale cu-
riosità non lascia più campo a dubitazioni; insomma
che si ristampi il Quadriregio con le correzioni e varie
lezioni da ricavarsi da’ manoscritti Estensi, e con l'Apo-
logia in difesa del Frezzi e di Foligno; il tutto però
nelle maniere più placide e rispettose verso la città di
Bologna non meno che verso il Montalbani e il Martelli
e chiunque altri con loro ha avuto o averà interesse
in questo fatto. Che potrà mai seguirne? con ciò che
sinora ne hanno detto nelle loro opere, oltre agli accen-
nati Montalbani e Martelli, il Fontanini e il Muratori,
già restiamo troppo al disotto ; e poco ci giova il movi-

mento dubbioso che ne ha fatto il Crescimbeni ne’ suoi

Commentari dell’ Istoria Poetica.

Dieasi dunque francamente tutto ciò che si può a
vantaggio del nostro Frezzi, contestino al pubblico le
cinque e forse sei edizioni, i manoscritti Estensi ed un
altro, che ne ha il Baruffaldi, i passi dell’ opera stessa
posti al suo lume e con que’ risalti, che saprà ben dar
loro la virtù e prudenza del dottissimo P. Ab. Canneti,
e poi rispondano quel che vogliono i Bolognesi, restarà
il mondo giudice della contesa. Chi sa che questa (forse
felice) contingenza non sia per rendere un di famoso il
Poema del Quadriregio e per far giungere là 've restano
ancora incogniti, i nomi di Foligno e de’ Rinvigoriti. Non
ha sentimenti d'ambizione questa mia sincera espres-
sione, ma un puro zelo di far giustizia alla verità, verità
da me venerata con tanta fede, che arrivo a vederne quasi
i miracoli: e per lasciar da parte le duplicate copie del
Quadriregio ripescate in tanta loro rarità dalla diligen-
tissima attenzione di V. P. Rev.ma e lo scoprimento di

tante edizioni e manoscritti col nome di mons. Frezzi,
106 E. FILIPPINI

chi non direbbe un miracolo, che invece di perdere il
Quadriregio acquistasse Foligno col suo vescovo un
altro poema forse egualmente insigne ? Tant' è * Cosmo-
grafia in Rima terza di Federico de Foligno con varie
istorie e varii viaggi in diverse provincie » .....(1).
Ma io troppo allungo il tedio a V. P. Rev.ma senza
stringermi ancora al forte dell'ultima sua stimatissima
cioè a quanto pretendono i Bolognesi della confidenza
del Malpighi co’ Trinci chiamati suoi signori e padroni
dall'Autore del Quadriregio. Intorno a che io le dirò
ciò che risposi in due piedi al Martelli, cioè che avendo
noi il possesso per il Frezzi nato e vissuto sotto il do-
minio temporale di detti signori toccherà ai Bolognesi
di provare con documenti incontrastabili nel loro Mal-
pighi la pretesa qualità accidentale di servitù o con-
fidenza e tale che possa uguagliare e vincere il Zus
naturale che assiste al Frezzi. Potranno, non vi ha
dubbio, far dello strepito su la cittadinanza di Bolo-
gna confessata nel medesimo medico Gentile dal Iaco-
billi, ma non mi persuado che possino far credere al
mondo, che dicendo nello stesso luogo l'Autore « che
Gentile suo compatriota dà gloria et honore a Foligno »,
supposto l'Autore Bolognese, e tale anche per finzione
legale con la pretesa cittadinanza Gentile, abbia voluto,
come suol dirsi, lasciare il proprio per l'appellativo, cioè
dare tutto l’ onore a Foligno, e toglierlo a Bologna,
verso cui, come sua vera patria, doveva avere tutti gli
impulsi dall’ affetto e dalla giustizia; ma la pretesa cit-
tadinanza legale che forse potrebbe stirarsi a salvar la
voce di mio Cittadino, non potrà dare alcuna proprietà
all’ altra di Patriotta che non può verificarsi che con la
nascita naturale » e qui serà loro necessario di forzar
ben le carte per far Bolognese, com’ Ella accenna, Gen-
tile. Che altri insigni soggetti in diverse facoltà si sieno
denominati da un luogo benchè nati in un altro, cam-
(1) Si omette tutto ciò che riguarda questa questione, perché fu già ;riportato

e commentato da E. Filippini nel cit. suo studio A proposito d’una sedicente Co-
smografiia medioevale in versi italiani, pagg. 8-9.
L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 107

mina bene quando la denominazione ha potuto recare ;
gloria maggiore al denominato, o che la lunga perma-
nenza o altra contingenza accidentale ne ha dato un
impulso efficace; ma è troppo sproporzionata la diffe-
renza tra Bologna e Foligno, e ben si sa che quell'uomo
famoso, ch' empi sempre le cattedre delle prime Univer-
sità d'Italia, in ogni luogo abitò più che in patria.
Starei per dire che goderei che si gettassero i Bolognesi
a questa pretensione, che quanto mostrerebbe più debole
la loro causa, tanto maggiore campo darebbe a noi di

convincerli della verità con le prove incontrastabili,

che ci assistono; e Quanto diligenti si mostrerebbono
in acquistare un poema ad un Bolognese, tanto si con-
fesserebbono d’ essére stati negligenti per quattro secoli
in lasciare usurpar da altri a Bologna la gloria di un
Autore di tante opere e tali, che sono valevoli ad illu-
strare non una città, ma più Regni. Anzi dirò di più,
che quando ‘anche, per impossibile, si provasse Bolo-
gnese Gentile, non può dedursi che fosse tale 1’ Autore
del Quadriregio, che, parlando come poeta al popolo,
dovea parlare, come ha parlato pur troppo chiaramente
di Gentile con la denominazione commune e popolare di
Folignate, non con la sottointesa o recondita di Bolo-
gnese; ed ecco sempre più confermato il Frezzi per
autore di quest’ opera.

Io troppo tardi mi avvedo d'abusarmi delle grazie
di V. P. Rev.ma e di parlar troppo con le riflessioni di
queste mie freddure a chi ha tutto il lume per distin-
guere il peso delle vere ragioni ed a chi forse più di
ogni altro ha l'attenzione ed il genio da porre in chiaro
la verità di questo fatto: onde non mi resta che sup-
pliearla come faceio riverentissimamente a degnarsi con-
donare il mio ardire, et a significarmi sollecitamente i
sinceri suoi sentimenti per mia quiete e degli altri Coac-
cademici, che tutti sospiriamo con impazienza i momenti
che ci faranno ammirare la desiderata Apologia e ci

daranno la consolazione di vedere ristampato il Quadri-
E. FILIPPINI

regio, per eui sarà pronta ad ogni cenno la moneta ne-
cessaria.

Sed de his hactenus. Godo del pronto ricapito del-
l'involto capitatole per la via di Pesaro e che la carta e
ilibri, che lo componevano, sieno riusciti di sua sod-
disfazione, rendendole ossequiosissime grazie dell' onore
di cui vuol fregiare il mio vil nome nell' Indice di co-
testa sua famosa Libreria pel Codice dell' Orazio in per-
gamena.

Riprotesto a V. P. Rev.ma tutta la mia piü viva
attenzione in ricerca de' libri aecennatimi nella sua
compitissima, e d'altri di qualché rarità che possino
capitarmi o manoscritti o stampati per rimostrarle con
questa benché esterna e debole dimostrazione la somma
stima che faecio dell' amore o padronanza di V. P. Re-
verendissima per cui conservo il tomo benché mancante
del Petrarea e Dante della stampa del vecchio Aldo
insino a tanto che trovi l'opportunità di dargli qualche
buon compagno nel viaggio a codesta volta.

Circa al rimborso che accenna per le due rismette
di carta la prego a ricordarsi che ne fu tra noi stabilito
il compenso col libro delle considerazioni del marchese
Orsi, di cui mi avanzai a supplicarla, onde non voglio
soggiacere allo scrupolo d'averne duplicato il favore.
Avrò bensì tutta la compiacenza di ricevere per la
posta i due tometti del Giornale dei Letterati d' Italia,
ottavo, e nono, a’ quali restringo le suppliche per l’ in-
commodo: di V. P. Rev.ma, mentre gli altri gli ho avuti,
e gli averó, benché un poco tardi, pel canale dell'An-
tonelli.

Il Sig. Buccolini e il Prior mio fratello riveriscono
ossequiosamente la P. V. Rev.ma, a cui faccio umilis-
sima riverenza.

Foligno, 25 Marzo 1712.

P. 8. — Mi é venuto un batticuore che i Bolognesi

ristampino prima di noi il Quadriregio ; la prego a farvi

sopra riflessione per sollecitudine.
L'AOCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC.

16.

Ricevo con infinito contento il tomo ottavo del
Giornale de’ Letterati, ed a suo tempo goderò d' avere
per lo stesso canale anche il nono (quando riporti,
come accennò il sig. Zeno in particolare articolo le
Rime del nostro Barbati) in accrescimento della con-
solazione, che provo ora in veder riferite le medesime
con soprabondanti lodi fra le Novelle Letterarie. Ma oltre

a questi due tomi non intendo di continuarne l’ incom-

modo a V. P. Rev.ma, bastandomi per le altre notizie:

d'avere i Giornali, benchè alquanto più tardi, per le mani
di questo Antonelli libraio. Ne rendo intanto a V. P.
Rev.ma umilissime grazie, e sto in attenzione di ripe-
scare qualche buon libro per compensarnele se non l'in-
commodo almeno la spesa.

L'impegno che con la pubblicazione del Giornale si
stringe sempre piü alla nostra Accademia per la ri-
stampa del Quadriregio, viene da Signori Coaccademici
e da me molto ben considerato, e si procurerà da tutti
certamente mantenerlo senza riguardo ad incommodo o
spesa. Tutto ció che mi avanzai a scrivere a V. P.
Rev.ma nell’ultima forse troppo ardita e mal pen-
sata mia lettera, non lo scrissi per alcun dubio ch’ ella
volesse rimoverci dalla risoluzione di detta ristampa;
ma solo ad effetto di confermarle sempre maggiore la
nostra costanza, anche a fronte delle difficoltà che s'in-
contrano con i signori Bolognesi. Conosco molto bene
l’incommodo grande e la fatica che si prende V. P.
Rev.ma in questo affare; ma può ella credere che
a misura di questa conoscenza le ne professerò con
l'Accademia e con la città tutta inesplicabili obbliga-
zioni. Tutto ciò che si degna communicarmi V. P. Re-
V.ma, si conserverà da me con inviolabile silenzio ;
ma considerando che stante l'impegno dei signori
Bolognesi possa ella avere molti giusti riguardi verso i
medesimi, col cuore aperto e con sincerità candidissima

le protesto che da me si desiderano le sue stimatissime

109
FILIPPINI

E.

grazie ne’ termini più ragionevoli e più discreti, e sic-
come non ho altro sentimento che in questa letteraria
contesa si ponga in salvo l'onore del Frezzi e della
patria, ma con tutte le rimostranze di estimazione verso
la città di Bologna, il Montalbani, ed il gentilissimo
sig. Martelli, così desidero che il tutto siegua con gloria
sì, ma con tutte le convenienze di V. P. Rev.ma.

Mi fanno arrossire le espressioni enfatiche del
sig. Martelli. Fu mia fortuna che non avesse a trattar
meco che per pochi momenti, ne’ quali non potè ravve-
dersi dell’ innocente ingauno che prendea delle mie de-
bolezze. Io procurai di mostrargli tutta l'aria di un
buon cuore, e di un cuore impegnato nella venerazione
del di lui merito, ma non per questo doveva o poteva
io sperare goderne un tanto eccesso di gentilezza.

Ecco le note delle Edizioni del Quadriregio commu-
nicate al sig. Buccolini dall'eruditissimo sig. Apostolo
Zeno:eec.-. i. (1).

Ad ogni suo cenno anderó in Perugia a farla col-
lazionare con l'edizione fatta in quella città del 1481,
non potendosi estrarre il Codice dalla Biblioteca Au-
gusta per farlo qua trasportare. Il sig. Buccolini ed il
Prior mio fratello rassegnano i loro obbligatissimi ri-
spetti a V. P. Rev.ma a cui io faccio umilissima rive-
renza.

Foligno, 18 Aprile 1712.

17.

In occasione che li giorni passati mi portai per
alcuni interessi alla vicina terra di Spello, trovai nella
Libreria del Sig. Francesco Passerini La Bellamano
di Giusto de Conti; e poiché da una stimatissima di
V. P. Rev.ma aveva io risaputo mancare a Lei que-

sto libro, stimai bene prender copia della Prefazione,

(1) Si omette tutto ciò che riguarda questo argomento perché fu già riportato
e commentato nello studio cit. su Alcuni frammenti di lettere ecc., n. III.
che l'aecompagna di Iacopo Corbinelli, in quella
parte ove tratta del nostro Frezzi e di altri autori an-
tichi perduti, o negletti o mal condotti nelle ristampe
delle loro opere; e questa particola la P. V. Rev.ma la
troverà nel foglio annesso, et in esso schierati ancora
tutti gli serittori che, a mia notizia, fanno autore del
Quadriregio il nostro Frezzi, che io aveva notati, con
la memoria di tutte le edizioni di quest’ opera, per mia
sola regola; e li lascio correre non perchè creda che
sieno per giunger nuovi a V. P. Rev.ma, ma perchè si
trovavano così registrati nel medesimo foglio.

È notabile la diversità delle opinioni intorno alla
morte e principio del governo del nostro vescovo. Con
tutte le più distinte diligenze non mi è riuscito di averne
in questa Città documento alcuno accertato, a cagione
che le antiche scritture andarono a male nel dominio
de’ Trinci (che fu tirannico negli ultimi anni) e nella
espulsione del medesimo seguita del 1439. Si è scritto
in Roma al primo Custode della Vaticana da un mio
amico, che ha seco tutta la confidenza per ricavarne
qualche certezza dall'Archivio Vaticano annesso alla Bi-
blioteca, ove credo conservinsi gli atti del Concilio di
Costanza, e che in essi possa essere registrata la morte
del Vescovo Frezzi, e di tutto che mi riuscirà di rile-
varne, ne terrò subito ragguagliata V. P. Rev.ma.

La pretensione de Bolognesi che il famoso medico
Gentile morisse in quella città, io la credo fondata su
l'assertiva di Giorgio Abraham Merchlino nel libro in-
titolato « Lindenius renovatus de scriptis medicis », ove
trattando del nostro Gentile dice che « obit Bonomie
cirea A. 1310, ibidemque apud P.P. Dominicanos sepultus
lacet cetatis sue ferme 80 ». Io ho fatte far diligenze me-
diante il P. Vicario Generale del S. Officio nel Convento
e Chiesa di S. Domenico di Bologna per risapere la ve-
rità di questa assertiva, e di là si accerta che nè in
Chiesa, nè in Convento, nè in Lapidi, nè in Scritture
vi è notizia alcuna di detta morte. Vi è bene in questa

Chiesa di S. Agostino di Foligno (come lo asserisce

L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC.
112

» | era jor. i
d i Papi 3 pà

E. FILIPPINI

anche il Iacobilli nel Catalogo de’ scrittori dell’ Umbria)
e leggesi in una Lapide di marmo antico in terra vi-
cino all’altar maggiore in carattere gotico assai buono
con questa inscrizione: « Sepulerum Egregi Medicine
doctoris Magistri Gentilis de Fulgineo civis Perusinus »,
senza l’ anno, ma vi è l'arme di detto Gentile. Ho con-
frontato la formalità del carattere con diversi caratteri
improntati in aleune Campane della Torre di questo
pubblico, gittate in diversi secoli, del 1300, 1400 e 1500
e lo trovo similissimo a quello di una campana fusa
del 1309 che mi fa credere esser veramente detta la-
pide del sepolero del famoso Gentile morto in detto
secolo, e sepolto in detta Chiesa, secondo il Iacobilli et
il Dorio.

Nella poca Libreria di questo Convento di S. Do-
menico ho trovato alcuni antichi codici in pergamena
comprati dal nostro P. Federico, e nel più antico vi è
notato l'anno MCCCLXXXVII, in uno composto l'anno
1398 vi si legge la qualità di Maestro in Sacra Theo-
logia, cioè: « Hunc librum emi ego fr. Federicus de Ful-
gineo in Sac. Theologia humls. Mag. ». 11 Codice contiene
una raccolta di decreti o Regole Ecclesiastiche d'Ivone
Epi. Canocensis, a similitudine de’ decreti di Graziano.

Questo stampator Campana che è molto più diligente
del Campitelli, ed anche l'Antonelli libraio si sono esi-
biti di far venire un carattere nuovo, e qualche torco-
liere prattico di Venezia per la ristampa del Quadri-
regio, onde prego V. P. Rev.ma a specificarmi la qualità
del carattere e la forma del sesto, che stima di propo-
sito, acciocchè si possa fare la commissione a dovere,
e si possa ordinare a posta anche la fabrica della carta
d’ogni miglior qualità.

Sinora sono cominciate a venire da Bologna a questi
mercanti le commissioni per le copie del Quadriregio,
ma io le credo esplorazioni per risapere ciò che si opera
per la ristampa di quello.

Corre una buona fortuna agli antichi poeti di questa

Patria, mentre a questi giorni fra certe anticaglie di L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC.

libri di una famiglia estinta si é ritrovato un volume
delle poesie del nostro Barbati, in cui oltre a i compo-
nimenti già impressi, che vi si leggono tutti sparsi pel
libro, vi saranno di più quasi 200 altri componimenti
non piü veduti, d' ottimo gusto, e fra questi molti sonetti
pastorali veramente leggiadri, elegie et altri componi-
menti di diverse specie, sicchè si potrà pubblicare il
secondo volume di queste Poesie, come si farà dopo il
Quadriregio, avendo in animo la nostra Accademia, se
non nasce qualche disastro di disunione, quod absit, di
restituire alla patria tutto il maggior lustro che si puó
col ravvivare la memoria degli uomini di qualche vaglia
che ne’ tempi addietro l’ hanno illustrata e fra questi
averà il suo luogo una famosa Istoria Latina di Sigi-
smondo de Comitibus segretario di quattro Pontefici,
che rapporta gli accidenti del mondo, e distintamente
quelli ne’ quali ebbe interesse la Sede Apostolica, con
molte notizie reconditissime dall’anno 1475 al 1510 in
circa, Di quest’ opera dice il nostro Barbati in una sua
lettera al Varchi, che monsignor Giovio la ricercó con
tanto impegno sino a farne pubblicare una scommunica

Pontificia per averla restando allora nascosta, ed oggi

trovasi in questa Libreria del Seminario. Intanto la mia -

Accademia ha risoluto per proprio esercizio nelle lezioni,
o discorsi che si vanno facendo farli tutti intorno alla
spiegazione di qualche passo del Quadriregio, o del Bar-
bati, ed a me, per cominciar dal più debole, toccò il
primo discorso, che lo feci li mesi passati in ispiega-
zione d'un passo del primo capitolo del Quadriregio, e
fra pochi giorni si farà il secondo dal sig. can. Car-
doni. Chi sa forse col tempo potrà uscirvi di ribalzo
qualche discorso che meriti il compatimento. Per in-
fervorar maggiormente tutti a questa plausibile fatica
gioverà molto quando si vedrà sotto gli occhi la stima-
bilissima Apologia di V. P. Rev.ma attesa con ansietà.

Con l'occasione che nell’ ottavo tomo del Giornale
che godo dalle grazie di V. P. Rev.ma ho avvertito nel-
l'articolo terzo, che riferisce il Giovenale del Silvestri si

113
[x u PET. Qm Li EON P T À.. ; "i
DII : E. FILIPPINI

considera con distinzione un basso rilievo di una sola
quadriga col suo carrettiere, ho preso motivo di commu-
nicare a V. P. Rev.ma una famosa tavola di marmo
bianco antichissima, che conservasi in questo Palazzo
Apostolico con un basso rilievo di un pieno giuoco cir-
cense, ove distintamente si vedono le mete, la spina
sopra la quale sono diverse urne, o cose simili, con

robbe sopra che credo fossero i premi per i vincitori ;

vi sono anche vicino alla medesima spina alcune per-

sone con in mano palme, e fiori o siano rami d' alberi.

Le carrette sono otto tutte quadrighe co’ loro carrettieri
che portano in testa berrettoni legati sotto al mento, la
forma della quadriga è simile ad un rostro di nave:
vi si vedono anche due persone a cavallo et altre in
diversi siti e positure. Dalla parte dove si comincia la
corsa vi si vedono diversi archi con i loro cancelli e
sopra gli archi il sito degli spettatori; e perchè questo
sito non ha altro ornamento di architettura, anzi fra gli
spettatori vi se ne vedono alcuni in figura di personaggi
sotto una tenda o padiglione, mi fa credere che questa
tavola rappresenti i giuochi più antichi ; fatti prima che

il circo ricevesse l’accrescimento degli ornamenti de-

scritti dal Panvino. Quando V. P. Rev.ma ne desideri

un diseeno, lo farò fare da qualcuno de’ mediocri pittori
SUO, 1

che qua si trovano. La tavola è di lunghezza palmi

cinque e mezzo romani, di altezza palmi due e mezzo.

Il lavoro per quello spetta al disegno è assai rozzo, con

qualche mancanza di qualche piede di cavallo o altra
parte minuta, ma lo eredo molto apprezzabile per l’ i-
storia dell’ antichità. Vi è nello stesso palazzo un altro
pezzo piccolo di marmo antico col basso rilievo di una
barca a due remiganti, d’ ottimo disegno, che non la credo
inverisimile essere un legno dell’ antiche naumachie.
Condoni V. P. Rev.ma il tedio che mi fo lecito por-
tarle con le mie inezie, e col Prior mio fratello e col
sig. Buccolini resto facendole umilissima riverenza.

Foligno, 30 maggio 1712.
L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC.

18.

Ineontro con i piü vivi sentimenti d' obbligazioni,
e di stima le due compitissime di V. P. Reverendis-
sima degli undici e 14 del corrente, e con esse i tre
primi fogli del Quadriregio ridotti alla vera lezione.

Io ben considero e con me lo comprendono tutti
questi signori Coaccademici quanto d'incommodo porti
a V. P. Rev.ma la collazione di quest’ opera co’ mano-
scritti e coll' antiche edizioni per ridurla alla maestà e
vaghezza con cui brilla ne' fogli trasmessi; non rego-
liamo peró noi il peso e le misure delle nostre obbliga-
zioni da questo incommodo benchè grandissimo ; ma
bensi dal vantaggio, ed onore infinito, che resulterà alla
Aceademia ed alla città dalla pubblicazione non solo
del Poema, ma dalla difesa del suo vero Autore col di
lei dottissimo e venerabile parere molto ben destinato al
nostro nuovo Pastore. La confessione che io le ne fac-
cio anche in nome commune col rendimento d' umilis-
sime grazie, è una riconoscenza del nostro debito e
del mio piü di tutti, che ne soffriró sempre il peso
maggiore; ma ciò che non potrà compensarle la nostr:
debolezza, lo riceverà bene V. P. Rev.ma da tutto il
mondo erudito, che farà giustizia co’ dovuti applausi
alla di lei virtù e zelo pel vantaggio della verità e delle
buone lettere.

Ma che dirò del godimento del sig. Buccolini e
mio nella lettera e confronto dei fogli con l'edizione
che sta in mie mani? Il vederli spogliati non solo dalla
antica barbarie; ma dilucidati ed illustrati in tanti passi
ci ha recato una compiacenza infinita. Alcune minuzie
di difficoltà incontrate in questa collazione averei da
communicarle, ma per essere vicina la partenza della
bolzetta mi rimetto al venturo ordinario, in cui le man-
derò la mostra del carattere e mi stenderò più a lungo
intorno alla stampa, a cui si darà principio ad ogni
cenno di V. P. Rev.ma.

Attenderó dal sig. Canonico Guidarelli il nono Gior-



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116

ep. - à {cm Cai "pne "UM wy

E. FILIPPINI

nale ed a suo tempo per la posta il decimo, in cui cer-
tamente si riferirà l' articolo particolare delle poesie del
Barbati ; ma l’involto con gli altri libri che ella accenna,
non mi é capitato e non so dove volgermi per prati-
carne le diligenze, se non mi da V. P. Rev.ma qualche
cenno del canale per cui veniva.

Ne' primi giorni del vicino settembre anderemo il
sig. Buccolini ed io a riconoscere l'edizione del 1481
nella Libreria Augusta, e di ció che ci riuscirà d' osser-
varci di notabile, ne ragguaglierò subito V. P. Rev.ma.

Si sono avuti i riscontri accertati, che dal Sig. Car-
dinale Gualterio e dall'Abbate Passionei fu scritto a
Parigi per le notizie intorno all' opera esistente in quella
R. Biblioteca di Federico da Foligno, ma ancor non
tornano le risposte.

Quanto alle notizie di Roma fu scritto al P. Ab. Zac-
cagni Bibliotocario di S. Pietro, che per essere intanto
passato a miglior vita, anche queste sono mancate,

Ho pronte alcune copie del Barbati con lo schizzo
del marmo circense, che con prossima opportuna occa-
sione invieró a V. P. Rev.ma con la copia del discorso
da me fatto sopra il Quadriregio per riceverne la cor-
rezione ed in fretta mi confermo con umilissima rive-
renza.

Foligno, 19 Agosto 1712.

19.

Annesso riceverà V. P. Rev.ma un altro foglio delle
particolari osservazioni fatte in Perugia nella colla-
zione dei testi del Quadriregio: doveano esser due,
ma la necessità di ricopiarne uno mi ha ridotto all’ e-
stremo del partir della bolzetta senza averlo potuto
effettuare per le mie continue, ed indispensabili occu-
pazioni; nel venturo ordinario però, piacendo a Dio
averà il compimento di tutto il primo libro.

Da i dottissimi e gentilissimi sigg. Can. Guidarelli
e Conte Monte Mellini ricevemmo il Sig. Buccolini ed
L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC.

io tutti i più distinti favori di cortesia e di assistenza

alla collazione del Quadriregio, col carico d'infinite ob-

bligazioni, e mi dispiacque che le occupazioni del Coro
non permisero al Sig. Canonico tutta la libertà partico-
» larmente nel giorno festivo di trattenersi lungo tempo
in quella Libreria Augusta, per aiutarci maggiormente
con le sue giudiciocissime riflessioni.
Tutto ciò che vien notato ne’ fogli che si trasmet-
tono si segna più per mostrare la varia che la miglior
lezione, perchè. 1’ elezione di questa deve sempre di-
pendere dal buon gusto di V. P. Rev.ma.
Non si lascia intanto dal Sig. Buccolini e da me di
venir confrontando il testo manoscritto che si avanza il
di costà con questa edizione che io ho da Fiorenza e |
di tempo in tempo communicherò a V. P. Rev.ma alcune [
notarelle che si vanno facendo. |
Ho trovato il libro dell' antiche poesie pubblicate
dall’ Allacci ed un esemplare antichissimo del Ditta-

mondo stampato in Vicenza sin dall'anno 1474, in ca-

i rattere tanto poco dissimile da quello ch'oggi chiamano

antico, ma molto scorretto e tutto ripieno di barbarie.

Gran fatalità! ha meritato l’ Uberti « non ostante minor
gentilezza di dire, minor fondo di sentimenti e minor

vaghezza di fantasia poetica d’arrivare all’ onore di

AR

AR

Autor di lingua, ed il povero nostro Frezzi è restato
« sempre sepolto in un angolo incognito o poco meno ». | |

Sentiró volentieri se il riscontro delle voci strane |
debba farsi qua ovvero debbano trasportarsi costà i libri
dell'Allaeei e dell’ Uberti, ché in questo caso bisognerà
che ne abbia licenza da i patroni che non vogliono pri-
varsi della proprietà.

Ho scritto per aver lume de’ due Perusini nominati
nel Quadriregio, e pratticherò ogni altra diligenza per
quanto sarà permesso alle mie debolezze di dilucidare
dè 3 altri passi oscuri. | :
Godo sommamente che l' involto de’ libri de’ quali

mi arriechisce la generosità di V. P. Rev.ma, sia giunto

in Fabriano, di dove spero di averlo sollecitamente, ma
E. FILIPPINI

intanto vado indagando altri libri da rimandarle in com-
penso. Mi é capitato un libro in foglio d'antiche iscri-
zioni raccolte e esposte da Monsignor Fabretti stampato
in Roma ex officina Dominici Antonij Herculis 1699 ;
quando V. P. Rev.ma non l'avesse, me l'accenni, che
gli l'invieró subito, e quando Ella ne fosse provveduta,
lo compreró per me; ma in questo caso la prego di un
cenno del giusto prezzo per non ingannarmi all'oscuro.

Io credo d' aver ritrovato l'Autore del Canzoniere
manoscritto anonimo, che io presi confidenza di trasmet-
terle ; ed è a mio credere Lorenzo Spirito Perugino che
fiori intorno all'anno 1470. I primi lumi li ricavai in
Perugia dal sig. Can. Guidarelli che mi disse ritrovarsi
nella Biblioteca Augusta un poema in terza rima im-
presso di detto Spirito sopra la vita di Niccolò Piccinino,
che poi ho risaputo dallo stesso Sig. Guidarelli che resta
legato in uno stesso volume con un' altra copia del Qua-
driregio dell’ edizione di Venezia del 1511. Ma poscia me
ne sono quasi accertato ne’ Commentarii della Storia della
Poesia Italiana del Crescimbeni, che fra le opere dello
Spirito annovera un Canzoniere col titolo di Fenice, as-
serendo conservarsene un manoscritto di carattere dello
Autore in detta Libreria Augusta. Io mi ricordo che nel
Canzoniere anonimo si dice l'Autore servitore del Pic-
cinino, chiama la sua amata « Fenice », nomina piü
volte la città di Perugia ed il tempo de' suoi amori in-
torno all'anno 1170 in cui fiori lo Spirito. Sottometto
tutto alle prudentissime riflessioni di V. P. Rev.ma
che quando desideri che ne facci fare più distinti ri-:
scontri in Perugia, la serviró subito.

Mi sorprende l'ultimo foglio di V. P. Rev.ma, in
cui mi dice non sentirsi totalmente bene; aspetto con
impazienza l'ordinario venturo, in cui spero sentirla
totalmente in salute che da me le viene sempre augu-
rata perfettamente felice e resto con umilissima rive-
renza.

Foligno, 16 Settembre 1712
EN L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC., 119

20.

Mi consola l’ultima compitissima di V. P. Rev.ma

nel sentire che lo star suo poco bene accennato nell’ al-

——————

» tra sia un solo riscaldamento di testa, e si compirà

ogni mia consolazione quando la sentiró perfettamente

restituita in salute, come desidero e glie l'auguro;

‘anzi la prego a contribuirvi dalla sua parte con mag-
gior attenzione, sospendendo ogni fatica, e particolar-
mente quella che veramente fu troppo grande intorno
al Quadriregio.

Io con questa riflessione sospesi di mandarle alcun
foglio nell’ altro ordinario, ma in questo non ho potuto
resistere alla tentazione di communicarle alcune notizie
circa alle pretensioni degli avversarii che vengono da
un religioso che sta in Bologna e si mostra o per dir
meglio si finge bene affetto a i Folignati. Ma io non me ne
fido e temo chesi faccia ogni arte per iscoprir campagna.

Ne' due fogli annessi troverà V. P. Rev.ma il com-
plemento delle osservazioni fatte sopra l'edizione di
Perugia intorno al primo Libro, per le quali intendo che
sieno sempre replicate le proteste degli altri fogli.

In fine poi troverà le notizie venute di Bologna, | v ser
con in margine alcune considerazioni da me fattevi
sopra debolmente che communico colla solita confidente
libertà a V. P. Rev.ma; ma non già al supposto amico
di Bologna, col quale non si è praticato nè si praticherà
altro. che un nudo ringraziamento.

Che il detto amico sia finto me ne accresce il so-
spetto il sapere che per altro canale « ha fatto ricono-
« scere la sepoltura del famoso medico Gentile in questa
« Chiesa di S. Agostino ed ha fatto prenderne copia
« dell' Iscrizione ».

Foligno, 23 Settembre 1712.

21;

i .
E più che.ragionevole qualche vacanza al copista,

ma non. basta di accordargli la sola vacanza; gli è
0

è » i
Es ni 1

E. FILIPPINI

dovuta per giustizia qualche recognizione alle sue
fatiche; e perchè io non ho notizia della qualità del me-
desimo; e se possa sdegnarsi di averla in denaro, prego
la P. V. Rev.ma a darmene qualche lume, perché altri-
menti troveró modo di fargli avere il compenso coi frutti
di queste cartiere.

Le vacanze autunnali mi privano del necessario
aiuto per la collazione del manoseritto del Quadriregio
col testo stampato, onde non posso aecluderle che un
solo foglio di osservazioni di varie lezioni che compren-
dono 15 capitoli del secondo Libro.

Io non lasciaró diligenza per trovar notizie in dilu-
cidazione de’ passi oscuri del Quadriregio ma Dio sa
ciò che potrà riuscirmi di quelle anticaglie. Si verranno
rincontrando il Dittamundi, il B. Iacopone, la Raccolta
dell’Allacci, la Raccolta de’ Poeti Antichi, stampata del
1532, capitatami a questi giorni per trovare esempi delle
voci strane del Quadriregio.

Il Sig. Canonico Guidarelli si trova in letto con flus-
sione di podagra onde non posso aver per ora la copia
de' primi sonetti del Canzoniero dello Spirito; con che
in fretta faccio alla P. V. Rev.ma umilissima riverenza.

Foligno, 7 Ottobre 1712. 5

DO

N

Nel foglio annesso riceverà V. P. Rev.ma alcune
poche osservazioni di varia lezione che compiscono li
29 fogli del Quadriregio già trasmessimi.

È molto a proposito il passo di Niecola da Monte-
faleo in prosa che il nostro Frezzi fosse poeta famoso,
e quel che più importa beneficato da i Trinci, ma non
può negarsi che non dia fastidio per la. storia e crono-
logia il dirsi che egli fu fatto Vescovo da Corrado e
non da Ugolino, come effettivamente seguì dell’ anno
1403: nel qual tempo viveva e dominava Ugolino.

De’ due ultimi Corradi di Casa Trinci che domina-
rono Foligno, uno cioè l’undecimo governò dal 1377



ua —

L'ACCADEMIA DRI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC.

sino al 1386 e questi potè beneficare il nostro poeta e
forse disporlo al Vescovado, che fu poi effettuato dal
nipote Ugolino; l'altro Corrado, cioè il duodecimo, prese
il governo del 1421 e così alcuni anni dopo la morte
del Frezzi. Queste sono le notizie istoriche che posso
communicare a V. P. Rev.ma, lasciando alla sua pru-
denza il servirsi, o no di questo passo, ed il dedurne
quelle illazioni, e conseguenze che le pareranno piü
proprie.

La ringrazio vivamente de’ passi communicatimi
del Canzoniero ereduto dello Spirito .e per assicurarsi
che sia tale manderó le medesime notizie al sig. Cano-
nieo Guidarelli subito che sarà riavuto dalla flussione
della podagra, per confrontarle con l'originale nella Bi-
blioteca Augusta ed intanto con umilissima riverenza
mi confermo. |

Foligno, 21 Ottobre 1712.

23.

Sono stato alcuni giorni sospeso se io doveva in-
dirizzare a V. P. Rev.ma l' incommodo delle mie lettere
o a Ravenna o a Savignano, perché sentendola ritirata
alla villeggiatura de’. colli riminesi mi persuadeva
a crederla non così presto restituita al Monastero di
Classe; ma riflettendo che nella sua stimatissima del
16 ottobre da Ribano, in cui mi comandava d' indirizzar
le lettere a Savignano, tassativamente diceva nel 19 or-
dinario e vedendo l’altra sua del 20 ottobre segnata da
Ravenna, a questa finalmente ho risoluto d'inviar la
presente, che se non più sollecita almeno, le capitarà
più sicura.

È capitata finalmente la notizia del Codice della Bi-
blioteca Regia di Parigi creduto del nostro Mons. Frezzi
Boo ss (D.

121

(1) Si omette tutto il lungo brano relativo a questo argomento e si rimanda
il lettore al cit. studio A proposito d'una sedicente Cosmografia medievale in versi

italiani, pag. 11-12.
122

E. FILIPPINI

Domenica il nostro mons. vescovo Malvicini fece il
suo pubblico ingresso con solenne cavalcata che in ve-
rità riuscì, ad onta dell'incostanza del tempo e sopra
ogni aspettazione, maestosa non meno che vaga e di
tutta gala.

Mi capita l’ occasione di poter servire V. P. Rev.ma
di alcuni libri, dei quali le accludo nota con pregarla
a specificarmi se alcuno le ne piaccia con segnarmeli
nelle note medesime, chè l' inviaró costà sollecitamente
con alcuni esemplari del Barbati, che tengo già all’ or-
dine col Petrarca e Dante d’Aldo vecchio,

Mi rallegro del bravo legatore della sua Biblioteca
e dove per il passato nell'inviarle qualche libro o
sciolto o mal legato l'ho fatto con rossore, per l'avve-
nire capitandomene l' apertura, lo faró ben di genio per
non guastar il buon ordine della sua libreria con le
stroppiature di questi librari. Il sig. Apostolo Zeno re-
plicatamente avea qua seritto et assicurato, che nel de-
cimo giornale vi sarebbe stato riferito il libro del nostro
Barbati, onde mi fa credere che l’ abbondanza d' opere
più importanti l'averà tenuto a dietro. Veramente ne
dissero tanto bene i nostri giornalisti nelle Novelle Let-
terarie, che non è da curarsi d' altro articolo particolare.

Di Bologna vengono continue ricerche a questi re-
ligiosi per aver notizie del Quadriregio del Frezzi e del
Medico Gentile che sempre più fan credere le premure
di quella Città a favore del Malpighi; ma vantisi pure
quanto vuole il sig. Bottazzoni, certo è che i veri fon-
damenti per il nostro Frezzi qua non si sanno che dal
sig. Buccolini e da me e nè dall’ uno, nè dall'altro sono
stati mai communicati ad alcuno. Saranno sue congiet-
ture, o considerazioni fatte su l’opera del Quadriregio,
quelle ch’egli dice di risapere delli nostri ragionamenti.

È facile che mi capiti occasione di scrivere al Si-
gnor Martelli; non so se venga bene dargli aleun cenno
della vicina stampa del Quadriregio, senza scoprirgli
altro, per mostrargli una tal quale buona corrispondenza,
e mantenerlo bene affetto. i
L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI »*:DI FOLIGNO, ECC. 123

Il sig. Buccolini ed il Prior mio fratello riveriscono
ossequiosamente V. P. Rev.ma, a cui io faccio umilis-
sima riverenza.

Foligno, 4 Novembre 1712.
24.

In plichetto affrancato riceverà V. P. Reverendis-
sima due libretti delle poesie del Barbati, che tenevo
* in ordine con altri libri per inviarli a vettura cor-
rente, ma vedendo prolungarmene l’ occasione del tra-
sporto non ho voluto più trattenerli, acciò Ella possa
servirne il sig. Manfredi ed il P. che l’ assiste all’ opera
de] Quadriregio, verso cui sodisfarò in miglior forma
al mio debito. Annesso vi troverà fra i medesimi libri
copia del discorso da me recitato in questa Accademia
dei Rinvigoriti in ispiegazione d’un passo del Quadri-
regio. Le servirà per fare una risata delle mie freddure
e debolezze ; ma non si scordi d' usar meco liberamente
come la supplico la caritativa correzione de’ principali
difetti avvertendola che mi farà un sommo favore e le
ne professerò infinite obbligazioni.

Ho ricevuto di Perugia dal degnissimo Sig. Canonico
Guidarelli copia de’ primi tre sonetti dello Spirito con
alcune osservazioni del Canzoniere della Fenice, che è
in quella Libreria, come vedrà dal foglio accluso che è
copia della lettera del Sig. Guidarelli, che ritengo per
me troppo cara. Io tengo per indubitato che il mano-
seritto ch’ella ha, sia copia di detto Canzoniere dello Spi-
rito, anzi più copioso e scritto in tempo più antico della
copia che sta in Perugia. La nota de’ passi osservati
dove è nominata la Fenice, la manderò nel venturo.

Ho già comprati quasi tutti i libri delle note tra-
smessile che non sono in cotesta Libreria secondo il
suo cenno, e sono 40 pezzi che le mandarò costà solle-
citamente. In fretta mi confermo.

Foligno, 9 Dicembre 1712.
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E. FILIPPINI

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i Con altra mia inviai a V. P. Rev.ma copia di una
T lettera del dottissimo e gentilissimo Signor Canonico

Guidarelli intorno al Canzoniere dello Spirito ed in

Ii questa le aggiungo copia de’ passi confrontati su la
Él nota da lui tempo fa trasmessami; gli originali però
dii si contenteranno /'uno e l'altro di lasciarli restare in

mie mani facendo io la stima maggiore e possibile de'

loro preziosi caratteri, che conserveró sempre con glo-
ria fra le cose piü care.
Ricercai dallo stesso Sig. Canonieo Guidarelli qual-

ET BEI che notizia de’ due Perugini nominati nel Quadriregio,

LEE ma non ho potuto riportarne lume alcuno di proposito
| al nostro intento. L'una e l’ altra famiglia de’ Sensi e de”

|
| Vincioli sono nobili di Perugia, ma nella prima non si sa

che siavi stato alcun Batista famoso, nè può dirsi, che la-
sciando si estinguesse prima che scrivesse il nostro
Poeta, restando pur oggi vegeta; quando non voglia
dirsi, che qualche ramo, detto forse dall'abitazione di

S. Ercolano, patisse l’accennata estinzione, restando su-

perstite la famiglia nelle altre diramazioni, come è di
sentimento il dottissimo Sig. Abate Giacinto Vincioli,

che suppone restar ben provata con documenti pubblici

e con istorie la continuazione di secolo ‘in secolo prima

e dopo il tempo del Frezzi della sua famiglia, e mostra

un grandissimo desiderio che diasi di ciò qualche cenno
nella ristampa del Quadriregio, quando porti seco le

annotazioni : ed all'Accademia ed a me piacerebbe som-

mamente di secondare questa giusta richiesta, quando
dalla prudenza di V. P. Rev.ma si consideri esservi
luogo opportuno.

Ho risaputo che in alcuni luoghi della marca dove

anche oggi si usano certe balestre per ammazzar gli

uccelli, vi si adattano sopra a questo effetto certi pezzi
di canna bene acuti tagliati a guisa di frezze, che chia-

. x .
mansi comunemente dal volgo polze e polzoni. È veri-

simile che a tempo del Frezzi, che anche nell’ Umbria
cnn

L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO,

si praticavano le balestre, vi fusse commune la voce
di polza perdutasi poscia col disuso di detto istrumento.
Mi consola l’ultima di V. P. Rev.ma con l'avviso

della sua buona salute e della buona grazia che mi

‘conserva, non meno che con la certezza della continua-

zione del lavoro intorno al Quadriregio.

Muove a riso anche me la premura gelosa dei si-
gnori Bolognesi ed il sentire che v' entrin per terzo an-
che i signori Fiorentini. È un riso peró il mio rispet-
toso e di sola compiacenza per veder tant' oltre impe-
gnato l'affare di questa controversia, che Spero in fine
sia per risultare a somma gloria della città di Foligno
mercè delle grazie della P. V. Rev.ma.

Ció che ha scritto ne' suoi Commentarij il sig. Ca-
nonico Crescimbeni l’ ebbe in notizia dal sig. Buccolini
prima che si fusse qua risoluta la ristampa del Qua-
driregio ed in tempo che ne' da lui, né da me si risa-
pevano appieno tutte le nostre ragioni.

Procurerò di ricuperare da Pesaro il X Tomo del
Giornale di cui le ne rendo preventivamente infinite
grazie e le farò capitare sollecitamente la balletta dei
libri già provveduti.

Mi disimpegno da ogni vano complimento per le
prossime feste, perché so quanto sono alieni da simili
ceremonie gli uomini d'alti affari o dediti allo studio
come V. P. Rev.ma e perché so che Ella é ben persuasa
che io la desidero sempre felice senza distinzione di
tempo e di luogo.

Il Sig. Buccolini ed il Prior mio fratello la riveri-
scono ossequiosissimamente ed io mi confermo con umi-
lissima riverenza.

Foligno, 16 Dicembre 1712.

Ricevo con tutta la compiacenza l'undecimo tomo
del Giornale de Letterati d'Italia ed alla gentilissima

bontà che ha avuta di favorirmi V. P. Rev.ma ne
hd

ECC.
E. FILIPPINI

rendo infinite grazie e ne professo innumerabili obliga-
zioni. La relazione che in esso si fa delie poesie del Bar-
bati ha sommamente consolato la nostra Accademia per-
chè non poteva desiderarsi più vantaggiosa per la me-
desima e per l'Autore. Il secolo in cui questi visse e fiori
vien giudicato più communemente il migliore della Poe-
sia d'Italia, se non per altro, almeno per l’ universalità
del buon gusto, che fu commune ai poeti ch' allora vi-
veano, che non meritarono altra censura, che di qualche
seccageine e di troppa religiosa osservanza nel ricalar le
vestigie del famoso Petrarca. Sarà dunque non poca glo-
ria del nostro Barbati l'esser dichiarato immune dall'uno
e dall'altro di detti difetti, e che abbia lavorato del suo
in un'aria spiritosa e brillante con pochi pari in quel
secolo. È stata anche, diró cosi, una gran fortuna l'avere
incontrata una piena approvazione appresso critici tanto
intendenti, ed oculati, quali sono i signori Giornalisti,
di tante cose che si dicono nella prefazione del torto
fatto al Barbati dal Dolci ed ammiro l’ ingenuità di
que’ Signori in confessar francamente l’ errore e mala
volontà d’ un loro concittadino.

Ma che diranno i signori Bolognesi della fran-
chezza con cui vien decisa a favor del Frezzi la contro-
versia del Quadriregio? o qui sì che rinnoverà le risa il
Sie. Muratori. ;

In occasione delle prossime feste io ho scritto a
Mons. Fontanini ed al Sig. Martelli: questi non mi ri-
sponde, suppongo io, per esser fuori di Roma, ma l’ al-
tro sul particolare da me ricercatogli del codice di Fran-
cia creduto del Frezzi mi scrive questa particola.... (1).

Ed in altra parte della lettera dice: Mi sono state
esposte le ragioni dei Signori Bolognesi dalle quali ho com-
preso esservi da dire per entrambe le parti.

Ho sentito con pena l' incommodo sofferto da V. P.

Rev.ma dalla febre catarrale, da cui godo sentirla sol-

(1) Si omette la particola che fu già riportata e illustrata nello studio cit. A

propostto d^wna sedicente Cosmografia medievale in versi italiani, pagg. 13-14.
d
L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC.

levata, e la desidero sempre perfettamente sana ; ancor
io per grazia di Dio sto assai meglio e sono di molto
alleggerito dalla flussione reumatica che per una tal
quale influenza è commune quasi a tutti in questa Città
e luoghi circonvicini, e sento esser lo stesso anche in
Roma. Per i giornali prego la P. V. Rev.ma a non
prendersi altro incommodo per l'avvenire, perché avendo
soddisfatta la euriosità con la relazione del Barbati, gli
altri mi vengono in tempo pel canale dell'Antonelli, e
ringraziandola nuovamente di quelli trasmessimi staró
in attenzione di compensarli con altri libri a V. P.
Rev.ma.

Mi piacerà di sentire se le capitassero franchi per
la posta i due libretti del Barbati è la frascheria del
discorso da me recitato sopra un passo del Quadriregio,
che le inviai settimane sono.

CI Sig. Buccolini ed il Prior mio fratello riveriscono
ossequiosamente V. P. Rev.ma, a cui io faccio umilis-
sima riverenza,

Foligno, 6 del 1713.

Infinitamente mi ha consolato la stimatissima di
V. P. Rev.ma per la continuazione del lavoro intorno
al Quadriregio, ma molto più per l’ avviso della sua
migliorata salute per la quale sono stato veramente
in pena per mancanza de’ suoi stimatissimi caratteri,
ne mi sono arrischiato d'importunarla più co’ miei,
chè gli ho diretti per averne qualche notizia al Padre
Mastri in Bologna. Mi rallegro pertanto seco della re-
cuperata salute, che la desidero in tutti i tempi nello
Stato più perfetto, e la ringrazio dell'avviso che si è
compiaciuta di darmene.

Quanto al Quadriregio certo è che sarebbe sempre
meglio di farne la nuova edizione col commento o al-
«meno con note che dilucidassero i passi oscuri; ma so-

pra ciò e sopra ogni altra cosa spettante a quest'opera

:

7

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L

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E EE S

128

E. FILIPPINI

. . . Li

si compiaccia V. P. Rev.ma prendere assolutamente le
risoluzioni che stimerà piü proprie ed ordinare ció che
debba operarsi da questa parte.

Di notizie concernenti la vita del nostro Frezzi ho

trovati e riconosciuti originalmente due istrumenti in

carta pecora in questo: Monastero di S. Maria in Cam-
pis de Monaci Olivetani, in uno de' quali apparisce che
il detto Vescovo a di 2 Marzo 1404 ammise alla regola

et abito de’ Monaci del Corpo di Cristo (che era una.

Congregazione che allora fioriva in questi contorni) al-
eune pie donne, che si erano ritirate dal secolo e fon-
darono il Monastero detto oggi S. M.a di Bettelem ; nel-
l’altro si legge che il medesimo Federigo Vescovo a di
8 settembre 1409 eol Capitolo della Cattedrale liberarono
il detto Monastero di S. Maria in Campis da ogni giurisdi-
zione episcopale e lo fecero immune da ogni peso o col-
letta col solo pagamento d'una libra di pepe l'anno. Questi
istrumenti sono indicati anche dal Iacobilli nel libretto
intitolato Cronica di S. Maria in Campis, carte 15, 23.

Ma quel che più importa, tanto il detto Iacobilli
nel Catalogo de’ Vescovi di Foligno quanto l’ Abbate
Ughelli assegnano il principio del Vescovato del nostro
Frezzi all’ anno 1403; e pure lo stesso Iacobilli nella
Cronica del Monastero di Sassovivo, carta 152, rapporta
che Papa Bonifacio nono con suo Breve sotto li 8 Aprile
1393 deputó Amministratore, et Abbate Comendatizio di
detto Monastero il Cardinale Pileo Prasa (sic) Arcivescovo
di Ravenna e Camerlengo di S. Chiesa, denominato il Card.
di Ravenna, e che Federico Vescovo di Foligno come suo
Procuratore ne prese il possesso a di 20 di detto mese,
e si indica l’istrumento per mano di Ser Tomaso Va-
gnucci di detto anno 1393, che io sinora non l'ho tro-
vato, ma spero certamente di trovarlo quando non sia
falsa la citazione. Nella Cronologia de’ Vescovi di Fo-
ligno non vi è altro Federico che il Frezzi, sicchè ecco
anticipato a questi il Vescovato almeno per dieci anni,
e molto avvicinato al tempo di Corrado da cui suppone
il Poeta Montefalchese, che gli fusse detta dignità con- L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC.

ferita. Serive il Dorio a carta 179 che del 1386 Ugolino
Trinci succedesse a Corrado per la di lui morte, nel
dominio di Foligno e pure in un antico libro di car-
tapecora de' Statuti dell'Arte delle Funi li vedo intito-
lati unitamente del 1385 a Corrado et Ugolino Trinci
Signori di Foligno. Vi sarebbe molto da pescare, ma ho
poco tempo e minor capacità in queste materie crono-
logiche.

Non so se V. P. Rev.ma abbia avvertito ció che
serive il Mandosio nel Teatro de’ Medici Pontificii, carta
88, di Gentile famoso medico, accertandolo per Foli-
gnate.

Nel voltare il foglio mi si è lacerato, onde la
prego a condonarmi se non lo ricopio, mancandomi il
tempo e resto intanto con umilissima riverenza.

Foligno, 30 Gennaio 1713.

Tutto ciò che dalla superiore prudenza di V. P.
Rev.ma vien giudicato opportuno per la ristampa del
Quadriregio e per la pubblicazione delle ragioni del
Frezzi, si approva ad occhi chiusi da questi signori
Coaccademici e da me ; onde non solo si concorre da noi
col suo sentimento di prevenire con la stampa di qual-
che Apologia o lettura separata dal Quadriregio l’ edi-
zione della dissertazione del Sig. Bottazzoni, ma in
nome di tutti ne porto io le suppliche più riverenti e
più fervorose a V. P. Rev.ma: acciò segua colla mag-
gior sollecitudine possibile: ed a tanti favori che si
degna compartire all’Accademia et alla città tutta si
compiacerà di aggiungere anche questo di comandare
con assoluta libertà il luogo, il testo, il carattere della
stampa e tutt'altro che occorra, e quando la stampa
debba farsi altrove, si farà prontamente la rimessa della
moneta necessaria secondo i cenni di V. P. Rev.ma.

Svanisce a mio credere ciò che le accennai con l'ul-

tima mia intorno al prineipio del vescovado del Frezzi

129


E. FILIPPINI

col motivo del possesso preso dell'Abbate di Sassovivo
da Federico vescovo di Folegno come Procuratore del
Cardinale di Ravenna Comend. alli 20 Aprile 1393 con-
forme accenna il Iacobilli nella cronaca di detto Mo-
nastero. Io ho riscontrato I' Istrumento originale ne’ rogiti
di Tomaso Vagnucci e trovo benissimo sotto l'accen-
nato giorno il possesso in nome del Cardinale preso da

un tal Friderigo di lui Procuratore, ma non so vedere

d'onde cavi e come indovini il Iacobilli che fosse ve-:

scovo di Foligno : le parole dell’ Istrumento sono queste:

« Die Actum Ven.bilis Vir D.nus Fredericus de Fu
Qu pro. ex. . .- . D.ni Cardinalis Ravennae
« Comendatari Abb.ie et Monasterii p,ti acceden. ad
€. e . . Abb.iam et Mon. Saxivivi accepit et
« adprehendidit tenutam et possessionem d.e Abb.ie ».
Dopo la parola Fredericus de Fu resta lo spazio in
bianco, come si vede, senza esser terminata la parola Fu.
Io vado eongietturando che il notaro nello scrivere a
Protocollo questo istrumento in assenza del Priore vo-
lesse scrivere de Fulgineo; ma non sapendone forse ac-
certatamente la Patria la lasciò in bianco, che non si è
mai riempito e da ciò piu tosto può credersi che non fosse
Folignate oltre a che il titolo « Venerabilis vir D.nus » non
par proprio nè da Religioso, nè da Vescovo. Negli istru-
menti accennatigli del Monastero di S. Maria in Campis
silegge: « Reverend. in Xpto Pater, et D.nus D.nus Frede-
ricus Dei gratia Epus Fulgin: ete. ».Dopo la parola Proc.re
ve ne è un'altra che per non l'aver ben intesa l'ho se-
gnata. con una linea, ma piü che altro par che dic:
Economus, ma non l'aecerto, perchè detto notaro in al-
tri luoghi serive yconomus. Comunque siasi ho più a
caro che si conservi la Cronologia dei Vescovi, che col
retrotraere il Vescovado del Frezzi si faccia veridico il
poeta di Montefalco.

Il Sig. Buecolini ed il Priore mio fratello la riveri-
scono ossequiosamente ed io con umilissima riverenzt
mi confermo, i

Foligno, 3 Febbraio 1713.
L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 181

291

Con infinito giubilo dei Signori Accademici e mio
si vanno ricevendo i fogli della copia corretta, e rifor-
mata del Quadriregio e con altrettanto e maggiore si
riceverà il parere di V. P. Rev.ma da pubblicarsi prima
che ci si levi la mano da signori Bolognesi.

Io non lascio d'andare osservando i fogli e notando
le diversità e le difficoltà che s'incontrano, che in ap-
presso manderó sollecitamente a V. P. Rev.ma ; io mi

avvedo che in queste osservazioni mi lascio alle volte

m

uscir dalla penna debolezze e freddure, ma non mi curo

di defettare in queste per non lasciare qualche osserva-

"
Sa —

zione che possa esser giovevole, benchè da me non con-

siderata per tale.

Intanto ammiro la fatica e l’attenzione che si ri-
cerca per stabilire la miglior lezione nel nuovo mano-
scritto del Quadriregio dal foglietto mandato con la
varia lezione de’ due terzetti 36 e 37 del cap. 13. I
terzetti copiati nel foglio trasmesso averanno in qual-
che modo preponderato nella savia mente di V. P.
Rev.ma; onde più che di buona voglia. vengono ap-
provati e preeletti da’ nostri Accademici, che vi rifletton
di più la forza di un sentimento più forte, perchè è più
debole il dire « che è duro guidar la breglia, c' uom non
cada tral quanto el quale nel pasto se molta virti attenta
non ci veglia » che il dire assolutamente: « cA è duro
guidar la breglia tral quanto el quale perchè l’uomo cade
se molta virtà attenta non ci veglia; nel primo modo
dicendo ceh’ è duro, cioè difficile guidar la breglia senza
l’assistenza della virtù, questa difficoltà non induce la
necessità di cadere, potendo l'uomo non cadere anche
senza l'assistenza della virtù, secondo detto sentimento,
ma nel secondo modo dicendosi assolutamente che Z’uomo
cade senza l'assistenza della Virtù e di molta Virtù che
attenta veglia, si rende quasi ragione della difficoltà di
ben guidare la breglia tral quanto el quale nel pasto,

ch'a mio credere è un sentimento più forte e più vero;
— a H—

E. FILIPPINI

ciò supposto ne viene in necessità anche l'accompagna-
mento del secondo terzetto e i verbi grade e bade non
ostante il latinismo e l’alterazione della natural desi-
nenza non disconvengono anzi si accomodano alla ne-
cessità della rima ed all'uso del secolo in cui visse
l'Autore. |

L'ordine dei capitoli stimo migliore quello osser-
vato negli stampati che ne' testi a penna; ció peró non
ostante in questo ed in tutta la libera elezione dipende
dal buon gusto e giudizio di V. P. Rev.ma al quale
inappellabilmente mi rimetto con tutti i Signori Coac-
cademici.

La voce Cambra per Camera non è certamente del-
l'Umbria, né so di qual altro dialetto de’ luoghi vicini
possa essere; è verisimile però che sia voce sincopata
per farla di due sillabe Camra alterata da Stampatori
o da altri con l’aggiunta del B.

La considerazione dei poeti antichi l’aveva io com-
messa ad altri sinora senza profitto, ma ne riassumerò
in me il peso con l'aiuto del sig. Buccolini e sarà il
nostro trattenimento pel vicino Carnovale, per commu-
nicar tutto a V. P. Rev.ma.

Mi piace la determinazione delle note invece del
commento al Quadriregio, che porterebbe troppa lun-
ghezza e fatica.

All’ottima considerazione fatta da V. P. Rev.ma
che il fondo della teologia e dottrina tomistica faccia
presumere l'autore del Quadriregio religioso Domeni-
cano, può aggiungersi l’altra, benchè non di tal peso,
che le molte similitudini pratticate in detta opera dal-
l’Autore d’atti religiosi, come di cantare alternativa-
mente nel Coro, dir le colpe in pubblico, chinarsi al-
l’antifona e simili fanno crederlo religioso piuttostochè
secolare.

Per le due difficoltà in riprova che il nostro Frezzi
fosse Poeta e Folignate di patria, è miracoloso vera-
mente quanto alla prima il passo del Poeta da Monte-

falco, ma credo che possa anche molto giovare il Codice L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECO. 133

di Parigi con l’attergo di Cosmografia di Federigo di
Foligno, perchè Federigo era poeta e chi ha scritta la
nota dal saper ciò e dal sapere che aveva composto
un Poema in terza rima credè facilmente che l'Autore
del Codice fosse lo stesso Federigo e giovarebbe forse
molto il sapere di qual secolo sia il carattere di detta
nota. Quanto poi al provare che fosse Folignate di patria,
quasi tutti gli autori, che di lui parlano, lo affermano,
ma credo che mirabilmente possa stabilirsi con le note
di proprio carattere del nostro Federigo ne’ codici ma-
noscritti in carta pecora della Libraria di questo Con-
vento di S. Domenico come dall'aecluso foglio scritto
in fretta e malamente; nel venturo le inviarò i titoli,
principii e fini di detti Codici, e se giudica bene ch'io
prenda un attestato pubblico dell’esistenza di detti Co-
dici e di dette note per salvarsi da ogni pericolo di
smarrimento, me l’avvisi; e nel venturo le manderò an-
che la succinta notizia dell’opera del P. Abbate Lucenti.

Favorisee V. P. Rev.ma con troppa gentilezza la
mia Lezione; io desideravo correzioni e non lodi; il con-
tinuarle in ispiegazione del Quadriregio è inaccordabile
con le mie molte occupazioni e poco intendimento. Chi
sa che forse col tempo non possa unirsene all'Accade-
mia un numero da far da sè un corpo competente da
potersi con l'approvazione di chi sa pubblicarsi separa-
tamente dal Quadriregio. Io per me meditava in quat-
tro lezioni spiegare i quattro amori del nostro Poeta, ed
in ciò comprendere tutto il primo Libro del Quadrire-
gio, e se Dio mi darà vita ed ozio opportuno non ne
abbandono affatto il pensiero.

Monsignor Fontanini in una lettera che mi scrive
per altri interessi mi persuade a compromettere la dif-
ferenza del Quadriregio con i signori Bolognesi con la
communicazione delle scritture hinc inde per stampare
solamente quella che si stimarà piü veridica. Consideri
V. P. Rev.ma se è partito da abbracciarsi; io gli ho ri-

sposto che essendo. il mondo letterato giudice compe-
134

E. FILIPPINI

tente in queste materie, non può restringersi ad un
giudizio particolare.
Condoni il tedio di questa mia; ringrazio Dio che
mi manca la carta et il lume; se no, Dio sa quando
finiva di tediarla.
Foligno, 16 Febbraio 1713.

D]

oU.

Annessi riceverà V. P. Rev.ma in due fogli la con-
tinuazione delle varie lezioni osservate nel confronto
del Quadriregio insino a tutto il Libro terzo. Seguitaró
a mandare anche quelle del quarto Libro che per quanto
vedo non saran molte, perché le più notabili sono mi-
gliorate in tal forma, che é vergogna di mettergli a
fronte le scorrezioni della stampa.

L'Abbate D. Giulio Ambrogio Lucenti Cisterciense
in un libro in 4 stampato in Roma pel Barnabo, 1703,
col titolo « Fulgor Fulginii in Splendoribus Sanctorum »,
dedicato alla Santità del Regnante Pontefice, porta in elogi
e note le Vite de' Santi e Beati della città di Foligno.
Dice ‘molte cose a vantaggio della città e della sua
antica origine, perlo più cavate dal Iacobilli ; ma sinor:
non ho avuto fortuna d'abbattermi in cosa aleuna di pro-
posito perle nostre differenze. Quando V. P. Rev.ma desi-
deri d'aver detto libro, lo farò venir di Roma e glielo farò
capitare; gli altri sono da molto tempo in ordine, e credo
che al principio di quaresima: s’inviàranno verso Pesaro,

Il Prior mio fratello ed il Sig. Buccolini riverisconó
ossequiosamente V. P. Rev.ma, a cui auguro felicissimo
Carnevale e faccio umilissima riverenza.

Foligno, 24 Febbraio 1713.
3l.

Annessi riceverà V. P. Rev.ma i fogli dell' errata-
corrige della Biblioteca dell'Umbria del Iacobilli et in
altro. foglio la nota distinta de libri inclusi nella cas-

settina mandata in Sinigaglia.

) L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC.

Sono a buon termine le osservazioni del Quadrire-
gio et in due altri giorni festivi penso di disbrigar-
mene per inviarle subito a V. P. R.ma a cui intanto con-
fermo il mio obbligatissimo ossequio, come fanno anche
il Sig. Buccolini ed il Prior mio fratello, o co’ medesimi
le faccio umilissima riverenza.

Foligno, 21 Luglio 1713.
32.

Eeco finalmente a V. P. Rev.ma le osservazioni che
mancavano del quarto libro del Quadriregio rincontrate
con le copie delle edizioni di Fiorenza e di Perugia,
che vengono in tutto e per tutto subordinate al di lei
prudentissimo giudicio.

Una combinazione fatale di moltissime gravi occu-
pazioni, di poca mia salute, d'infermità pericolosa del
mio bambino (superato tutto felicemente per grazia di
Dio) mi ha impedito sino a quest'ora la trasmissione di
questi pochi fogli, che doveano già da molti mesi esser
giunti alle mani di V. P. Rev.ma. Non è però che siasi
per questo raffreddato, o che sia per raffreddarsi ’1 fer-
vore di questi sigg. Accademici e mio per la ristampa
del Quadriregio, chè anzi con maggiore attenzione che
mai si desidera e si promuove. Ben è vero che siccome
il fine principale di questa risoluzione è stato il vendi-
car la patria dal torto fattole da chi ha preteso attribuir
ad altri la gloria dovuta ad un suo cittadino, così non
si vorrebbe deviare da questa direzione, nè separare la
ristampa del Poema da una qualche Apologia, o sia pa-
rere, che distintamente ponga in chiaro la verità e di-
singanni il mondo delle prevenzioni pregiudiciali im-
pressegli dall’autorità de’ moderni scrittori. Il motivo
accennatomi da V. P. Rev.ma d’esser secondo ad entrare
in contesa per aver il vantaggio di scoprir l'armi degli
avversari, è ottimo, non vi è dubbio; ma sarà tale an-
che per i sigg. Bolognesi. Dunque chi si moverà per

il primo? Quanto dovrà aspettarsi per godere di questo

135
136

E] i" di P. M 2

E. FILIPPINI

vantaggio? I sigg. Bolognesi stanno già al disopra per
ciò che ne hanno detto fra gli altri mons. Fontanini ed
il sig. Muratori, nè si cureranno di dare altro stimolo
al can che dorme bastando loro al più le diligenze che
va promuovendo sotto banca co’ letterati d'Italia il si-
gnor Bottazzoni. Ciò supposto, quando e con quale oc-
casione dedurremo noi le nostre ragioni? Certo è che
non vi sarà mai opportunità più propria di quella della
ristampa del Quadriregio. Si aggiungano l’aspettazione
che ne ha la repubblica letteraria, la promessa fat-
tane nell’ edizione delle Rime del Barbati e 1’ impegno
contrattone col sig. Muratori e con i sigg. Giornalisti
di Venezia. Che direbbe il mondo se vedesse uscire il
Quadriregio alla sordina, senza farsi parola della con-
tesa che pende? Che concetto farebbe delle nostre ra-
gioni? Stimerebbe debolezza, non elezione questo inop-
portuno silenzio. Qua si è creduto che la ristampa del
Quadriregio dovesse essere piuttosto accessoria che no
alla difesa del Frezzi, come che le più forti nostre ra-
gioni nascono dalla lettura del Poema, che per la sua
rarità non è alla mano d'ognuno; nè forse tutto l’ ap-
plauso riporterebbe il nudo testo nella nuova edizione,
senza qualche risalto, che lusinghi il genio critico del
gusto moderno.

Questi sono i motivi che fanno credere a i nostri
Accademici necessaria la pubblicazione unita della di-
fesa del Frezzi colla ristampa del Quadriregio, e mi creda
che fanno in loro tanta impressione, che mal si acco-
modano a sentir parlare di separazione. Più di tenere
in apprensione gli avversari stimano di mettere in salvo
se stessi. Finalmente poi, come altre volte ho scritto a
V. P. Rev.ma, non si vuol venire a capelli co’ signori
Bolognesi. Non è questa una contesa che ricerchi la
stretta formalità d’ attore e di reo sul formulario o le-
gale o cavalleresco. O prima o dopo dica ognuno ciò che
può, ciò che vuole, e si lasci all’ universale del mondo
il giudicio del vero.

Ciò premesso, qua si darà principio alla ristampa
L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 137

quando comanderà V. P. Rev.ma, e con le formalità
del testo, della carta et altro che prescriverà il di lei
buon gusto, dal quale attendo anche le note delle varie
lezioni che meritano d’ essere osservate.

Il sig. can. Guidarelli vive in una somma gelosia
della continuazione dell’ affetto di V. P. Rev.ma. La
mancanza, da molti mesi in qua, de’ di lei caratteri lo
tiene in una smania amorosa: non sa concepire se qual-
che suo involontario mancamento sia stato cagione di
questa alienazione.

Io mi son preso arditamente l'impegno d’ entrar
paraninfo a riunire la corrispondenza fra due tanto miei
stimati padroni. Ne porto pertanto le suppliche più ri-
verenti a V. P. Rev.ma, perchè si degni di consolare con
suoi caratteri a dirittura il sig. canonico o dare a me
(quando non sia troppo ardire) un cenno del motivo di
qualche suo dissapore, sapendo io di certo, che il signor
canonico è pronto ad ogni riprova di sincerare la sua
stima e venerazione verso il merito di V. P. Rev.ma, a
cui io intanto faccio umilissima riverenza.

Foligno, 2 ottobre 1713.
33.

Godo sommamente in sentire che V. P. Rev.ma si
vada disimpegnando dalle applicazioni addossatele da
cotesto monsignor Vescovo, e che si rimetta in libertà
dei soliti studii letterarii e geniali, e distintamente della
prosecuzione del lavoro del Quadriregio.

Non so però così in due piedi approvare il motivo
che mi da nella sua compitissima di rimetter qua l’ ul-
tima rivista del testo di detta opera, perchè trattandosi
di dare l’ultima mano al lavoro che non può farsi che
con botte maestre, vi vuole fior d'ingegno, finezza di
giudicio ed un buon fondo di pratica di buona lingua
antica toscana, cose tutte delle quali io per me me ne
confesso totalmente sfornito, nè posso adularmi a credere

(abbia pure il suo luogo la verità) che vi sia nell’ Acca-
138 E. FILIPPINI

demia chi possa vantarsi di tutto il capitale per otte-
nerne l' intento. Comunicheró nondimeno i di lei senti-
menti al sig. Buccolini dopochè sarà rimpatriato ed agli
altri sigg. Accademici, ed a suo tempo ne comunicheró
le risoluzioni a V. P. Rev.ma.

L’ esemplare della vita della B. Angela fu da me

inviato sin da sabato scorso al gentilissimo sig. conte
Monte Mellini, a cui ne scrivo per il recapito credendo
che siasi trattenuto l’involto da Antonio dalla Bastia

vetturale, a cui ne fu fatta da me la consegna.

Dal P. Saruffillo da Loreto mi venne avanti ieri un

libro involto da cartoncino con soprascritto per recapito

a V. P. Rev.ma; mi dispiace che l’accennato solito vet-

turale della Bastia si trattiene da’ soliti viaggi da Pe-

rugia a Foligno per l’occasione della vendemmia; se mi
capitarà altra congiontura, non mancherò d' inviarlo su-
, bito. Questo libraio Antonelli non ha il tomo de heresi
del Farinaccio, nè tomo aleuno spezzato dell'Italia Sagra

dell'Ughelli. Ha bensi un corpo difettoso del Diana in

foglio d'impressione di Venezia. del 1678 a spese della
Società, in quattro.tomi o volumi, cioè tomo primo, che
contiene le parti prima, seconda, terza e quarta con
l'infraseritte mancanze, il foglio 6° dell'Indice dei Trat-
tati e risoluzioni della 2° parte, il foglio 1° dell’Index
rerum notabilium,.il quinternetto R. rr. di>fogli 3 della

4* parte; tomo secondo, che contiene le parti 5, 6, 7 con

la mancanza del foglio K? della parte quinta: manca

il quinterno K e gli altri che seguono sino al fine nella

sesta parte et il foglio Q? della parte 7; tomo terzo, che

contiene le parti 8 e 9, intiero senza mancanza; tomo 49,

che contiene le parti 10, 11, 12, manca il foglio dalla

prima alla parte undecima.

Mi piacerebbe in estremo che si potesse avere il co-

dice manoscritto del Quadriregio del sig. Baruffaldi.

. . . . . . . . H . "

Il prior mio fratello la ringrazia e riverisce con pie-
nezza d'ossequio ed io con umile riverenza mi confermo
Foligno 12 ottobre 1714.

0 ——

94.

Sono verissime le riflessioni che fa V. P. Rev.ma
sopra i caratteri e carta della stampa della vita. della
B. Angela; ma per quel che spetta all' illazione, che
può farsene per a nuova edizione del Quadriregio, deve
sapere che nella stampa del libro della B. Angela, seb-
bene tutte le fatiche si sono fatte dal sig. Buccolini, la
spesa nondimeno.si è fatta da questo Antonelli’ libraio,
che allettato dal maggior lucro o lusingato dal minor
danno si é servito della solita carta comune da stampa
senza la minima attenzione per la scelta, salvi pochi
esemplari trasmessi al sig. Card. Casini; ma non suc-
cederà così pel Quadriregio, accertandola io che. non
solo si averà tutta l’attenzione alla carta, a.i caratteri
ed ad ogni altra parte di quel lavoro, ma non si mo-
Verà passo senza aver prima la piena approvazione di
V. P. Rev.ma; e ratificandole il mio obbligatissimo
ossequio, geloso di conservarmi la sua buona grazia e
l’onore della sua padronanza, mi confermo con umilis-
sima riverenza

Foligno, 15 ottobre 1714.

Meritava veramente le preventive congratulazioni
di V. P. Rev.ma la missione del zelantissimo P. Cri-
velli, che fra gli altri buoni effetti delle sue apostoliche
fatiche ha lasciato qua un buon seme di cristiane virtù
particolarmente nella frequenza dei Santissimi Saera-
menti e nell’ accompagnamento del Venerabile agl'in-
fermi, che. si vede numerosissimo di cere con universale
edificazione.

Dopo terminata la missione sono stato imbarazzato
in molte occupazioni coll’ Eminentissimo Imperiali e
col sig. Tesoriero dell’ Umbria per interesse di questo
publico, e perciò non ho potuto seriver prima a V. P,

Rev.ma.

ECC.

159
140 E. FILIPPINI

Ricevo con mia infinita compiacenza la sua erudi-
tissima esposizione della voce manza ad illustrazione

del passo del Quadriregio, che ho già comunieato al

sig. Boccolini, che concorre con i miei sentimenti nella

piena stima della medesima ; la farò godere anche al

sig. Boncompagni ed al sig. Nuccarini dopo il suo ri-

torno da Roma, dove è stato chiamato per staffetta per

l’ infermità del sig. Principe D. Alessandro di Polonia;

in appresso mi spiegherò più distintamente del mio gu-
sto sopra detta esposizione, non potendo fare adesso per-
chè la posta sta nel partire.

Questa mattina nel rincontrare sul Quadriregio la
voce lazzo ho steso giù all’infretta in due piedi alcune

mie coffissime riflessioni sopra l’orieine della medesima.
D D

V. P. Rev.ma le legea nell’accluso foglio per farvi so-
oo P]
pra una solenne risata.

Una nuova e grande scoperta si è fatta a questi

giorni, che spero sia molto per giovare alla causa del-
l'autore del Quadriregio: un testo a penna molto antico
di quest'opera, trovato in una libreria di Foligno che
ha distintamente dagli altri gli argomenti e rubriche
latine de' capitoli e la denominazione presa dall'autore
e non dalla materia ad uso di Dante, cominciando In-

cipit Federicus e terminando Explicit Federicus Deo gra-

tias; e nell'Introduzione comincia: He incipit Liber

Federici Episcopi Fulginatis qui dividitur in quatuor

regna ecc., come dal foglio annesso ove si sono ricopiate
dal sig. Boccolini le rubriche latine del primo libro.

Nel venturo ordinario spero di mandarle le varie

lezioni almeno del 1° capitolo, ed allora mi spiegherò
intorno allo stabilimento del testo, mentre adesso appena

sono di tempo di sottoscrivermi come fo con profonda

sicurezza.

Foligno, 16 novembre 1714.

36.

Nel foglio annesso degli avvisi del Campana vedr?
V. P. Rev.ma il breve dettaglio della mostra delle carte
L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 141

comandatomi nell' ultima sua stimatissima con quella
maggior espressione, che ha permesso l'angustia di po-
chissime righe accordate dallo stampatore.

Il Campitelli pure aveva promesso o per dir meglio
dato speranza di far lo stesso, ma o sia stata trascu-
raggine de’ lavoranti, o altro, il foglio si è pubblicato
senza detto capitolo: quando si giudichi essere in tempo
anche pel venturo ordinario, si farà e ne attendo un
cenno da V. P. Rev.ma.

Annesse parimente riceverà alcune strofette del
testo di! Dante del sig. Boccolini per la consaputa voce

amanza, intorno alla qual voce posso dirle che marsa

in significato di donna amata o di donna piacevole era

anticamente tanto propria del dialetto di Foligno, che

|
t

passó in nome proprio di donna ed io ho avuto fortuna
di trovarlo in persona di una gentildonna di casa Bo-
lognini, che viveva intorno all'anno 1540, chiamata
Mansa Bolognini, pronipote di Monsignor Antonio Bo-
lognini, che dalla sede Vescovale di Nocera fu trasfe-
rito a quella di questa sua patria da Eugenio Quarto,
«del 1444: so che questa notizia non riuscirà discara a
a V. P. Rev.ma.

Al sig. Boccolini ‘è capitata l’ occasione di alcuni
belli libri da vendersi, ma fuori come egli dice di que-
sta città; ne partecipa per mio mezzo la nota a V. P.
Rev.ma, per sapere se Ella inclini alla di loro compra.
Il padrone vorrebbe esitarli tutti uniti. Si compiaccia
Ella accennarmi i suoi sentimenti e quando non inclini
a tutti, specifichi quali desidera, perchè dovendosi disu-
nire possa Ella restar preferita.

To non so se mi espressi bene con l’altra mia in-
torno alla determinazione del testo del Quadriregio. Io
non intesi di dire che si desiderasse far qua la determi-
nazione delle voci, ma che se bisognava per alleggerire
la fatica a V. P. Rev.ma di andar notando le varie le-
zioni, si sarebbe fatto per lasciar poi lo sceglier le voci
migliori al di lei buon gusto e giudicio. Prima dunque

di mandare qua i suoi testi consideri se ciò sia per al-
149 E. FILIPPINI

leggerirle veramente l'incommodo e la fatica, mentre
sempre l’ultima mano dovrà aspettarsi dalle elezioni di
V. P. Rev.ma e di qua non potrà avere che schierate

le varie lezioni.

Sto in angustie per mandar la carta comandatami

ricusando ognuno portarla pel pericolo del contrabando ;

vado pensando di nasconderne una o due risme per

volta in qualche cassetta con l’apparenza d’essere altra

roba che carta.
Nell’ altre lettere credo d’essermi scordato di ri-

verire V. P. Rev.ma in nome del sig. Boncompagni,

del sig. Boccolini e del Prior mio fratello, l'eseguisco
riverentemente con questa, con protesta che mancando

di farlo in avvenire sia una clausola che sempre vi si

abbia per intesa nelle mie lettere, e con una riverenza
umilissima mi confermo.

Foligno, 30 novembre 1714.

Serivo dal letto, ove mi tien legato da cinque giorni

in qua una esacerbazione de’ vasi emorroidali con non

poco dolore ed incommodo e perciò sarò breve. Ho ri-

cevuto puntualmente da questo P. Cellerario de Cassi-

nensi l'involto dei due codici manoscritti del Quadri-

regio con una somma compiacenza e li conserverò con
quella stima e gelosia che meritano non meno il So-
vrano, dalla cui Libreria sono estratti et il di lui famo-
sissimo bibliotecario, che V. P. Rev.ma, il di cui merito

ha impetrato una grazia si segnalata. Subito che sarò

in libertà d'applieare, si darà principio al confronto
delle varie lezioni con detti codici e con l'altro di Fo-
ligno, che per quauto ho potuto considerare alla prima
veduta non cede forse d'antichità a niuno degli altri '

due, tanto per la formalità del carattere che delle mi-

niature e legatura in tavola mal coperta di pelle an-
tica con una affibbiatura in mezzo d'ottone col nome

Sant.mo di Gesü in un corpo di sole. Da ció si con-
L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO,

vince che questo codice non fu scritto prima della causa
di S. Bernardino da Siena agitata per la venerazione
di detto S. nome sotto Martino quinto, ma forse si puó
conghietturare, che seguisse non molto dopo la deci-
sione di detta causa ex quo tempore Templorum foribus,
Domorum frontibus, et postibus cepit affigi sacratissi-
mum nomen. — Communicherò al sig. Boccolini il de-
siderio di V. P. Rev.ma intorno a’ consaputi libri da
vendersi, e ne sentirò qualche cosa in proposito.

Intanto auguro a V. P. Rev.ma con tutti gli affetti
più sinceri del cuore felicissime le prossime Sante Fe-
ste anche in nome del Priore mio fratello, e col mede-
simo resto facendole umilissima riverenza.

Foligno 17 decembre 1714.

Ho la consolazione di scrivere dal tavolino solle-
vato notabilmente dall’accennato incommodo sofferto
nella salute, che spero andar tuttavia meglio ricuperando
per impiegarla in servizio di V. P. Rev.ma, a cui rendo
umilissime grazie per l’ amorosa passione, che degna
prendersi per la mia conservazione.

Pare a me d'aver accennato alla P. V. Rev.ma che
lo stampatore aveva servito il sig. Conte Ferretti fuori
d'ogni motivo d'interesse, e che perció non doveva dar-
glisi aleuna recognizione; onde mi piacerebbe che il
testone, ehe aecenna, tornasse alla borsa del cavaliere,
quando possa farsi onorevolmente.

Prima che passino l'imminenti feste spero di dar
prineipio al confronto esatto de' testi del Quadriregio,
e si anderanno segnando con attenzione tutti i passi
degni d'illustrazione o per le voci o per l'istoria o per
altro come Ella accenna.

Le parole latine da me accennate intorno alla con-
troversia di S. Bernardo sopra il nome di Gesù, sono
del Waddingo ad. an. 1427 n. 3, ricopiate peró dall'i-

storia dell'eresie del Bernini, che le riporta in fine del
3

ECC.

143
144

è ] : TS
| nf” 2 P. 2 2

E. FILIPPINI

Pontificato di Eugenio quarto, Tomo 4, pag. 158 dell'edi-
zione in 4° del Baglioni, in occasione di riferire diffu-
samente e la prima controversia decisa da Martino V e
la 2^ terminata da detto Eugenio.

Foligno, 24 dicembre 1714.
89.

Ieri sera capitó finalmente il religioso camaldolese,
che da Roma vien costà a servire V. P. Rev.ma ; dal
medesimo riceverà le cinque risme di carta comanda-
temi, cioó una della impronta della palomba, una del-
l'ancora e l'altre tre della stella, incluse in una cassetta,
che per essere stata fatta ad altro uso, ha indotta la
necessità di sciogliere due delle risme della stella per
accomodarvela tutta, che forse porterà qualche piega-
tura a qualche quinternetto. Mi piacerà di sentire che
le sia giunta sana e salva.

Ho seritto in nome dell’Accademia al P.re Generale
de Domenicani per sapere, se si può, in quali anni fosse
provinciale il nostro Frezzi e in quali conventi avesse
o i governi o la stanza per cinque o sei trienni prima
ch e’ fosse assunto al Vescovato, e per aver qualche
lume di Pier d'Arborea. Io ho fatta ricerca nell'Ughelli
fra i Vescovi della Toscana, dell’ Umbria e di Lombar-
dia se vi fosse alcun Pietro sardo traslato a tre Vesco-
vati dal 1350 al 1400, nè ve ne trovo alcuno sardo di
nazione. Fra i vescovi di Populona al n. 29 trovo un
Pietro, che da Civitanova fu traslato a Populona e Massa
del 1380: e da questa chiesa a quella di Fano del 1389 ;
ma era nativo di Fano stesso. Un altro fra Pietro fran-
cescano tra i Vescovi di Novara n. 69 traslato a quella
chiesa dal Vescovato di Vicenza del 1388 e poi del 1402

fatto arcivescovo di Milano e indi Cardinale. Onde sem-

(1) Il resto della lettera tratta di acquisto di libri per la Libreria di Classe.

Questa lettera, nel volume da cui é presa, si trova erroneamente anteposta alla 36 e 37.
L'ACCADEMIA DRI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 145

pre più mi persuado che Pier d'Arborea avesse i suoi
Vescovati nell'isola medesima di Sardegna, ove sono
diverse chiese vescovali suffraganee di tre Arcivescovi
di Cagliari, di Sassari e di Oristagni, e questo an-
ch'oggi si chiama Archiepiscopus Arborensis. Io osservo
che l'Areivescovo di Pisa era Primate sopra la Sarde-
gna con facoltà di visitar quelle chiese, e 1’ Ughelli ne
riporta un breve d'Innocenzo 8° al n. 29 degli Arcive-
scovi Pisani sotto Ubaldo Lanfranco nobile di quella
città. E verisimile pertanto che il nostro autore che sarà
stato piü volte di stanza in Pisa, come mostrano le
molte istorie ch' ei ne riporta, andando o come teologo
o come convisitatore con l’Arcivescovo Pisano in quel-
l isola, potesse trattare con l'accennato Pier di Arbo-
rea e riconoscere i di lui cattivi costumi « che ’n tre
vescovati secco negli anni, nel peccar fu fresco ».

Nei fogli favoritimi da V. P. Rev.ma nella dotta
annotazione sopra Pier Farnese ‘osservo che coll’auto-
rità del Sansovino da il fiorire di Pier Farnese detto il

quarto del 1310: nell'Albero però genealogico di questa

illustre famiglia riportato dal Conte Alfonso Loschi ne’
suoi compendi istorici trovo un Pietro nominato pari-
menti il quarto, Capitano de’ Fiorentini del 1360 nella
guerra contro i Pisani: in una distanza di cinquanta
anni è difficile che il med. soggetto sia quello riportato
dal Sansovino e questo del Loschi: questo veramente
sarebbe assai più vicino e più facile ad essersi cono-
sciuto dal nostro Autore; ma sarà forse autore più ac-
ereditato il Sansovino del Loschi.

Copierò quanto prima e forse per il venturo ordi-

nario ciò che manca . . . . (1).

40.

3,

Non mi è riuscito di stabilire il partito degli ultimi
libri datimi in nota da V. P. Rev.ma con gli altri due

accennati nell’ ultima mia per prezzo in tutto di scudi

(1) La lettera è incompleta e senza data.
ds

ETT

reme TES porrum
———

146

zz zi pU P.

E. FILIPPINI

due conforme ella mi comanda, onde ho assicurata la
compra del solo duello del Fausto, e perché il padrone
non vuol darlo a meno di tre giulii mi ho riservata
l'approvazione di V. P. Rev.ma. Degli altri iibri vedrà
in piè di questi l' ultimo prezzo; se le ne piace alcuno
l'aecenni, perchè non vi è speranza di maggiore abilità.

Sento con sommo mio dispiacere l’ incommodo della
di Lei salute. Io la desidero perfettamente sana in tutti
itempi per suo bene, per consolazione degli amici e
servitori, e per vantaggio del mondo letterario, onde
la prego ad aversi tutti i riguardi ed a consolarmi con
migliori riscontri.

Godo delle sue dotte applicazioni intorno alle fa-
mose Epistole d’ Ambrogio Camaldolese, ma goderò
egualmente quando sentirò ripigliate a suo tempo quelle
intorno al Quadriregio.

Qua si avanza la collazione de’ testi, con le note
delle varie lezioni e de’ passi più osservabili.

Volesse Dio, che capitassero manoscritti dal signor
Boccolini che la riverisce con pieno rispetto, e da me
si sta in attenzione per servirne V. P. Rev.ma, a cui
faccio umilissima riverenza.

Foligno 22 marzo 1715.

4l.

Non risposi l’ordinario passato alla gentilissima di
V. P. Rev.ma, perchè stante l’assenza del sig. Bocco-
lini, che si era trasferito a Camerino, non poteva io as-
sicurarla dello stabimento della compra de’ libri espressi
nell’ultima sua nota, conforme l’assicuro con la pre-
sente avendogli già tutti appresso di me; onde nella
ventura settimana ne farò la spedizione a V. P Rev.ma
assieme con l’ Istoria del Giambullari, chè ha promesso
l'Antonelli darmela rilegata domani a sera.

Non faecia V. P. Rev.ma espressioni di ceremonie
quando si tratta di comandarmi, perchè io le attesto

con sentimento di candidissima verità che non ho mo-
L'AOCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO,

menti a mio genio meglio impiegati che nell'obbedienza
de' suoi stimatissimi comandamenti e non trovo lettura
più geniale di quella delle sue desideratissime lettere,
onde serva questa sincera espressione a V. P. Rev.ma
per tenermi spesso esercitato con i suoi cenni.

Già sono qua capitati al sig. Boccolini i Giornali
XVIII e XIX, ed ho veduto in essi riferito con lode
nelle Novelle Letterarie il libro della Satira Italiana
del sig. dott. Bianchini, e vi comparisce a buon lume
anche il nostro sig. Boccolini, che va compensando alla
città di Foligno le sferzate che riceve da signori Gior-
nalisti Lodovico Iacobilli. È fuori alle stampe il libro
del P. Orlandi Carmelitano, delle notizie degli scrittori
Bolognesi; ho un gran desiderio di vedere ciò che egli
dice del Quadriregio nel nominare il Malpigli, ma molto
più mi preme di risapere ciò che si dica del nostro
Frezzi nella Biblioteca degli Scrittori Domenicani che
ora si stampa in Parigi dal P. Iacopo Echard. Io non
mancherò di trovar mezzi, per averne di colà la notizia
se sarà possibile anche prima che ne giungano in Roma
gli esemplari.

È inserta nel XIX Giornale una lettera circolare del
Procuratore Generale dell’ordine de’ Predicatori a tutti
i Provinciali e Priori del suo ordine per «aver notizie
e materiali per il lavoro degli Annali della sua Religione
da compilarsi dal Padre Ruviere: anche in quest’ opera
potrà aver luogo il nostro Frezzi, ma suppongo che vi
sarà tempo da consultare il modo più proprio.

Si vanno da noi notando nel confronto de’ testi del
Quadriregio anche i passi che meritano qualche osser-
vazione, et intorno alle varie lezioni si pensa di stam-
parle col testo se non tutte quelle che si vanno segnando,
almeno quelle che si giudicheranno più notabili, quando
non giudichi altrimenti V. P. Rev.ma, da i di cui cenni
dipenderà sempre ogni risoluzione intorno alla stampa
di detta opera.

Il sig. Boccolini ed il Prior mio fratello riveriscono

ECC.

147
148

E. FILIPPINI

ossequiosamente V. P. Rev.ma, et io col cuor sulla
penna le faccio umilissima riverenza.

Foligno, 29 marzo 1115.
42.

In due righe accuso a V. P. Rev.ma la ricevuta dei
dodici primi fogli del Quadriregio, da’ quali sempre più
m'innamoro di quest'opera, ed ammiro come bene si ripo-
lisce dalla barbarie, da cui era stata ingombrata nella
stampa. Fra gli altri infiniti miglioramenti ricavati dal
manoseritto ho avvertito quello del cap. 18 verso 68
« Per V, et Go: e per quel nominollo » che nello stam-
pato dice per B. et Po, che mi cagionava una oscurità
impossibile a rischiararsi dalla mia debolezza, ch’ oggi
credo possa probabilmente intendersi per UGOlino Trinci,
ad esempio ed imitazione di Dante, che nel Canto 7
del Paradiso per B. e per ICE adombrò il nome della
sua Beatrice.

Il titolo riformato è bellissimo. Intorno alla voce
Quadriregio che ha alquanto del barbaro, come dotta-
mente accenna V. P. Rev.ma, il sig. Abate Anton Maria
Salvini, in occasione che gli mandai le rime del Barbati,
e lo ricercai se avea presso di sè alcuna edizione di
questo Poema mi scrisse ch’ egli credea dovesse scri-
versi Quadriregno o Quadriregnio e che per errore degli
stampatori fusse scorso il vocabolo Quadriregio, ma oggi
è bene di seguitar lo stesso, per esser divenuto, come
Ella saviamente dice, più noto e più celebre.

Domani il sig. Boccolini ed io, piacendo a Dio, sa-
remo in Perugia con probabile speranza di disbrigarci
in due giorni dalla collazione del primo libro, Nota-
remo minutamente tutte le varie lezioni che discordano
dal manoscritto venuto di costà e dalla stampa che io
ho di Fiorenza, e tutte le subordinarò alla prudenza di
V. P. Rev.ma, con alcune altre minute riflessioni fatte

col sig. Boccolini nel confronto degli ultimi fogli, ma
L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO,

con patto che V. P. Rev.ma non si rida delle mie insi-
pidezze, nè si sdegni dell’ ardire.

Ho ricevuto da Perugia il Giornale e ne rendo a
V. P. Rev.ma umilissime grazie, aspettando con anzietà
il decimo per leggervi la: relazione delle Rime del Bar-
bati, e mi persuado che i signori Giornalisti diranno
qualche cosa di più della nuova edizione del Quadri-
regio,

Il sig. Boccolini ed il Priore mio fratello divota-
mente la riveriscono ed io coll’ attestarle sempre: più le
mie infinite obbligazioni resto in fretta con una rive-
renza,

Foligno, 2 settembre 1715.
43.

Ecco svelati a V. P. Rev.ma i veri motivi della peraltro
impercettibile tardauza del confronto de’ testi del Quadrire-
gio: viene da me principalmente la cagione, ma senza mia
colpa. Iu tutta la state scorsa e per qualche parte dell' an-
tecedente primavera sono stato oppresso da tante fatiche
di corpo e di mente per interesse del pubblico, di parti-
colari e proprii, e da tali passioni d'animo, che ne con-
trassi una somma debolezza di stomaco e di testa con
una dissipazione e perturbazioue di spiriti in modo che
mi fece più volte credere d'esser vicino all'ultimo ter-
mine del mio vivere, e lo credevano con me molti dei
miei domestici ed amici. Mi convenne pertanto andar so-
spendendo anche le applicazioni più obbligate ed andar
procurando con qualche medicamento lenitivo e col bene-
ficio dell'aria della campagna di riordinare il sistema
della mia vita; e non senza fatica, per grazia specialmente
di Dio benedetto, da poco in qua mi trovo non solo mi-
gliorato, ma quasi totalmente reintegrato alla primiera
salute.

Or considerì V. P. Rev.ma, se io era in istato di pen-
sare al Quadriregio: vi’ pensava pur troppo, ma per ac-

crescermi l'afflizione: in mancanza mia, restava per dir

ECC.

i

149
150

E. FILIPPINI

così solo il sig. Boccolini, perchè il sig. Boncompagni et
il sig. Nuecarini che potevano dar mano al lavoro si sono
trovati in altri gravissimi impegni, cioè il primo di ser-
vire in Napoli da maggio in qua ove peranco si trattiene,
in posto di Mastro di Camera, la sig.ra Principessa Buon-
compagni Ludovisi, o l' altro nel dover servire da gennaio
in qua in propria casa la sig.ra Principessa Grillo Pan-
fili. Questa combinazione fatale d'impedimenti si va ormai
disciogliendo.

Prima di Natale tornerà il sig. Boncompagni, e re-
sterà anche libero dai suoi impegni il sig. Nucearini,
onde si riassumerà con più vigore l’ applicazione alla de-
terminazione del consaputo testo del Quadriregio.

Intanto terminerà le sue annotazioni intorno alle
Epistole del suo Ambrogio Camaldolese V. P. Rev.ma
cou cui vivamente e con cuor sincero mi congratulo che
abbia terminato, conforme si degna accenvarmi, il lavoro
principale della compilazione di dette Epistole.

Rendo poi infinite grazie a V. P. Rev.ma e altret-
tante le ne rende anche il sig. Boccolini del gentilissimo
dono della Filosofia in sonetti del sig. Calbi, che averà
sempre un gran merito con la Poesia Italiana per aver
inventilito con le sue Rime gli spiriti più duri delle
scuole filosofiche, ed ammiro il buon gusto dell’ autore
non solo nella testura dell'opera che nella scelta del
protettore dell’ opera medesima.

Mi conservi V. P. Rev.ma il suo stimatissimo amore,
mi comandi con piena libertà e resto con umilissima ri-
verenza.

Foligno, 22 novembre 1715.

LT o Ei
151

LA FAMIGLIA VITELLI

DI CITTÀ DI CASTELLO
E LA REPUBBLICA FIORENTINA FINO AL 1504

( Vedi continuazione, vol. XV, fasc. III, pag. 518).
CAPITOLO VIII.

Paolo Vitelli assoldato dai fiorentini a metà con il re di Francia.

Dopo la partenza dell'imperatore Massimiliano dall'Italia,
Lodovico Sforza, disperando di potere impadronirsi di Pisa
— che poteva oramai dirsi venuta sotto la dominazione di
Venezia — richiamó le proprie genti dal contado pisano,
lasciando ai veneziani il peso di continuare da soli la difesa
di Pisa contro Firenze. La partenza delle genti sforzesche
dette agio ai fiorentini di poter riprendere ai pisani i ca-
stelli delle colline (1) ed obbligò i veneziani a rafforzare

con altri 500 cavalli il proprio presidio in Pisa. A queste
nuove forze vollero i fiorentini opporre una parte dei bale-
strieri dei Vitelli, ma questi che, prima d'impegnarsi a fondo
nella guerra, volevano forzare Firenze a stringere condotta
con essi, addussero dei pretesti, e fecero « renitentia » a
mandare le proprie genti nel pisano. Tale contegno generó
nei fiorentini il sospetto che i Vitelli fossero in procinto di
passare al servizio di Venezia, e, per nascondere ad essi la
inferiorità del campo fiorentino di fronte ai pisani, scrissero,
il 6 novembre 1497, al commissario Luigi Della Stufa che,
sei i Vitelli non fossero ancora partiti, ne contromandasse
la partenza, perché erano giunti, in rinforzo al campo fioren-

(1) GUIGCIARDINI, Storia d" Italia.
2:08 ^ ts A

152 G. NICASI

tino contro Pisa, 60 balestrieri di Achille Tiberti, 50 del Ban-
dino, e se ne aspettava da Bologna altri 25 di Messer Ales-
sandro; di modo che le genti vitellesche sarebbero state
oramai superflue. A quella lettera i Dieci apposero ad arte

la data del 5 novembre, invece del 6 — che era il giorno
nel quale veramente era stata scritta — per far credere ai

Vitelli che, il contrordine della loro partenza, era stato dato
prima che si fosse potuto aver notizia a Firenze delle diffi-
coltà da essi accampate per l’invio dei propri balestrieri nel
contado pisano (V. Doc. 281).

La improvvisa diffidenza dei Dieci verso i Vitelli non
poteva sfuggire alla vigilanza del fido Cerbone, il quale im-
mediatamente avverti i padroni, come in Firenze correva
voce che essi « cercassero partito »; e Paolo Vitelli, il 25
novembre, in risposta a tali avvisi, ordinava a Cerbone di
far sapere, a chi avesse egli creduto opportuno, che i Vi-
telli, dopo aver preso condotta con il re di Francia, non
solo non avevano « cerco partito con homo del mondo »,
ma non avevano neppure « pensato cercarlo »; e quantunque
non potevano certo impedire che fossero loro fatte proposte
lusinghiere da altri potentati, erano peró deliberati opporre a
quelle un reciso rifiuto, finché non fossero « risoluti delle cose »
loro con i Signori fiorentini: tuttavia, « non resolvendosi
le promesse », avrebbero disdetto la loro condotta con il re
di Francia ed avrebbero preso quel « partito » che avessero
ritenuto più conforme ai loro interessi (V. Doc. 285) A
Paolo Vitelli non erano ignoti i tentativi che faceva la Leg:
per staccare Firenze dalla Francia, ora specialmente che
Carlo VIII si mostrava risoluto a scendere di nuovo in Italia,
e per ciò il Vitelli temeva che i fiorentini, un giorno o
l’altro, « potessero adaptarse cum la Lega », restando così
egli fuori di ogni condotta. Voleva quindi uscire dall’ incer-
tezza ad ogni costo; e, dopo aver fatto ripetute insistenze
presso i Dieci di Firenze per venire ad una qualche con-
clusione (V. Doc. 286, 290, 293, 294), ordinò a Cerbone, con
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 153

lettera del 15 gennaio 1498, che venisse subito « alle prese »
con i Dieci, per obbligarli a fissare la condotta dentro quel
mese, con diffida che, se nel tempo dato non venisse con-
clusa, i Vitelli si sarebbero impegnati con altri (V. Doc. 295).

Nel frattempo i veneziani avevano assoldato, a difesa di
Pisa, Rinieri della Sassetta e gli avevano « dato 50 bale-
strieri a cavallo di condocta ». I Dieci di Firenze, temendo
che Rinieri — non per il numero delle proprie genti, ma per
essere Signore della Sassetta, « luogho forte et in un confine
tra Senesi et Piombino » e Firenze (V. Doc. 306), — avrebbe
potuto, spalleggiato dai veneziani, suscitare qualche pericolo
nelle Maremme fiorentine (V. Doc. 296), pensarono di chia-
mare a Firenze il padre di lui, messer Pierpaolo, che si di
chiarava estraneo alla condotta di Rinieri, per venire con
esso ad un accordo, onde garantirsi contro le mene del
figlio. Nel caso poi che il detto Pierpaolo non si volesse pre-
stare a rimediare « quietamente a ogni cosa », avevano i
detti Dieci stabilito di fare assalire improvvisamente il ca-
stello della Sassetta e farlo distruggere dalle fondamenta,
per spegnere « ogni fomite d’incendio da quella banda ».
Quindi scrissero, il 16 gennaio 1498, a Tommaso Tosinghi,
loro Commissario generale a Valiano, che, avendo essi « col-
lacato ogni » loro « fede et speranza in qualunque, impor-
tante cosa » sui « Magnifici Vitelli, per iudicarli homini di
grandi virtù et affectionatissimi alla Repubblica » fiorentina,
avevano « facto pensiero et ferma resolutione » — se il
detto Messer Pietropaolo « fosse pur renitente al solito
suo » — di affidare « la impresa et expugnatione » della
fortezza della Sassetta a Paolo Vitelli, sicuri che riuscirebbe
« non meno honorevole a lui, che utile » a Firenze. Per
ciò ordinarono al Tosinghi suddetto che si recasse subito da
Paolo Vitelli, e'lo esortasse a « mettersi totalmente in punto »
per potersi, ad ogni loro avviso, « muovere con tutti li suoi
cavalli leggeri, e con quel numero di fanteria che li saria di
presente ordinato » (V. Doc. 296). E siccome lo stesso com-

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154 G. NICASI

missario Tosinghi era stato dai Dieci incaricato, in antece-
denza, di condurre con Paolo Vitelli le trattative per la
condotta di lui, lo avvertivano che, per ora, mettesse in ta-
cere quella pratica, allo scopo di potere prima vedere come
lo stesso Paolo si mostrasse propenso ad assumere l'espu-
gnazione della Sassetta, « per potere da quello fare migliore
giudicio » sopra di lui; raccomandando per altro al Tosinghi
che cercasse intanto con destrezza sapere qual somma il
Vitelli avrebbe richiesto, e quali patti esigerebbe per fissare
la condotta con i fiorentini (V. Doc. 291). Accettó Paolo
Vitelli senza esitazione l'incarico di espugnare la Sassetta,
ed i Dieci, lietissimi « di questa sua prontezza d’ animo »,
gli ordinarono di recarsi subito a Firenze ad abboccarsi con
essi e di lasciare alle sue genti tali ordini che potessero es-
sere pronte a partire a qualunque chiamata (V. Doc. 298).
Paolo Vitelli si era recato intanto a Città di Castello (1) a

(1) Allorché i Vitelli presero parte a respingere da Firenze Piero dei Medici,
i fiorentini, in segno di grato animo, donarono ai Vitelli un leone vivo, che da questi
fn portato a Città di Castello. Cesara Borgia, allora cardinale, s' invogliò di possedere
quel leone e lo richiese ai Vitelli, i quali, non volendo scontentare il Borgia e, dal-
l’altra parte temendo dispiacere ai fiorentini col ‘cedere il leone ad altri, risposero
che sarebbero stati lieti di donare al Borgia il leone. purché ne avessero avuto il
beneplacito da Firenze, dove avrebbero scritto in proposito. Alla lettera di Paolo
Vitelli così rispose la Signoria fiorentina: (Vedi Archivio di Stato: SiaNoRI Missive,
vol. 51, pag. 28):

x

Paulo Vitellio Tifernati

Magnifice vir Amice charissime, intendendo noi la requisitione factavi dal
R.mo cardinale Borgia, et per la lectera di Sua Signoria et per la presente vostra,
et la affectione portate alle cose nostre vehementissima, ne havete ricevuta somma
commendatione da questa Signoria; et in questo rispectivo acto inolto augumentato
l'amore che a V. M.tia già lungo [tempo] quella ha con grande benivolentia por-
tato: et perché desideriamo, per la buona et antica amicitia, quale habbiamo sempre
tenuta con la R.ma S.ria del prefato Cardinale, che sua Signoria consegua in ciò
lo intencto suo, rimettiamo liberamente in Vostra M.tia la alienatione del leone,
che gratiosamente havesti da questa Signoria, la quale in questo caso vi si offerisce,
quando pure per nostro rispecto con qualche difficultà lo facciate, di usarvi di
buona voglia la medesima gratitudine per dimostrarvi quanto, per le virtù vostre
et per lo amore già perpetuato intra noi, siamo apparecchiati a farvi ogni piacere.
Della licentia che Vostra Magnificentia ne richiede per accompagnare la sua Ma-
I
c
[3]!

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.

visitare Vitellozzo ammalato (V. Doc. 291, 292), e a dare
« sexto alle cose della città ». Tornato al campo e ricevuto
l'ordine dei Dieci di recarsi in persona a Firenze, « per
conferire il caso della Sassetta et per lo conto della condotta »,
rifiutò di partire; adducendo per ragione che, se i Dieci, per
la spedizione contro la Sassetta, volevano servirsi dei Vitelli
con tutta o parte della loro compagnia, dovevano prima
mandare ad essi i denari, che ancora dovevano avere per
il loro servizio fino a tutto il dicembre passato: in quanto
poi al parlare della condotta, era inutile la gita a Firenze
perchè, se i Dieci erano disposti a dare ai Vitelli 40 mila
ducati d'oro all'anno di provvisione ed il titolo di Capitano
generale a Paolo, la condotta poteva ritenersi conclusa; ma
in caso contrario, era meglio non parlarne (V. Doc. 299).

A queste dichiarazioni del Vitelli i Dieci risposero che,
quantunque le sue richieste fossero « molto in alto », pure —
ritenendo che egli dovesse « ragionevolmente havere il me-
desimo desiderio », che avevano essi, « di abboccarsi una
volta insieme per intendersi bene », — lo pregavano a « venire
immediate » a Firenze; tanto più che era giunto « Messer
Corrado Tarlatini homo suo, venuto de Francia », ed aveva
recato alcune proposte, intorno alle quali monsignor di
Gemel, mandatario del re di Francia — la cui venuta era
imminente — poteva « essere buono et apto istrumento ad
redurre alle cose honeste qualunque ne fussi in parte alcuna
discosto » (V. Doc. 300). E Paolo Vitelli partì allora subito
per Firenze (V. Doc. 302).

Contemporaneamente Vitellozzo Vitelli — che aveva ap-
preso dalle lettere di Corrado Tarlatini, quanto il re Carlo VIII
di Francia sembrasse infervorato di scendere prossimamente
in Italia — scriveva al proprio fratello Paolo, in data 29 gen-

gnifica Sorella non li rispondiamo altrimenti per essere cosa appartinente a Signori
Dieci, alli quali l' habbiamo facta intendere: che stimiamo che circa ad ciò pruden-
temente adopteranno quanto ne sia expediente. Ex Palatio nostro Die XXX Iannuarii
1497 (1498).
"m af Prose ili ha 2.

156 ; G. NICASI

naio 1498: « Son di parere che vostra magnificenza facci
omni opera che nui, per l'anno advenire, restiamo soldati del
Re, et cusi, come soldati del Re, testi Signori fiorentini se
habbino a servire di noi; peró pigliando essi il carico de li
40 mila ducati ». Inoltre consigliava lo stesso suo fratello
Paolo a suggerire al re di Francia « che mandasse Ubigni
et Ligni, cum duecento lancie et cum doi mila svizzeri, et
che portassino denari per mille cinquecento altri », che sa-
rebbero stati assoldati dai Vitelli; « huomini obedienti, ar-
mati et structi a la foggia di Svizzeri et boni come loro, si
per giornate, si per tutte altre opere belliche; quali siranno
causa che svizzeri staranno a segno e per loro disordini non
sequirà quello sequi l'anno passato ». Lo stesso Vitellozzo
raccomandava che « la maestà del Re per niente non lasci
el Papa, anzi venga seco ad omni cosa per haverlo; perché
el sirà quel mezo che farà fare acquisto de la impresa in
brevissimo tempo: et quando Sua Santità volesse da Sua
Maestà cose inoneste, che el non guardi al promecterle, cum
hoc che el sia obligato tenire, durante l'impresa, 400 homini
d'arme a li serviti soi, cum cautela di uno de suoi figlioli
in Francia ». In fine Vitellozzo proponeva un completo piano
di guerra, nel quale essi Vitelli avrebbero avuto gran parte,
assicurando essere « questa la via da farsi factione del Re-
gno [di Napoli] et de tutta Italia, et presto ». E Vitellozzo
concludeva la sua lettera raccomandando a Paolo che con-
fortasse il re di Francia à « mandare a Roma uno homo de
soi, et non sia preite, anzi homo da bene et di qualche
auctorità, a l' aviso del quale Sua Maestà habia da credere;
et così mandi uno simile a Firenze: che sono quelli homini
che a uno puncto preso aiutano assai »: ed in ultimo ag-
giungeva: « Io ho voluto fare un raguaglio di mio parere;
pure di tutto me rimecto a voi che siete in facto » (Vedi
Doc. 303).

Paolo Vitelli, giunto a Firenze, vi trovò Corrado Tarla-

tini, il quale aveva confermato ai Dieci che il re di Francia
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 151

« era del tutto deliberato di seguire la impresa d'Italia a
ogni modo, et che infallanter la Sua Maestà a tempo nuovo
passerebbe in persona et con grande e potente esercito »;
ed aggiungeva che intanto Carlo VIII aveva inviato ai fio-
rentinij per alcune richieste da parte sua, Monsignor di
Gemel, che doveva da un giorno all'altro arrivare, perché
era « partito di Provenza » già da un mese, « in sulla nave
Maria et in conserva della nave Gabriella », la quale era
già da varii giorni giunta a Livorno (V. Doc. 301). Visto
peró che Monsignor di Gemel tardava ad arrivare, Corrado
Tarlatini, « in nome di Sua Maestà Cristianissima et sotto
sue lettere di credenza », fece intendere ai Dieci, avere egli
lettere del Re Carlo VIII a Gemel, insieme al quale doveva,
per ordine di Sua Maestà, eseguire certa commissione; ma
non essendo ancora detto Gemel comparso e sapendo che
« nella commissione », che aveva Monsignor Gemel per i
fiorentini, « inter cetera », eravi di richiedere ad essi « du-
cati 150 mila per pagare Vitelli et Orsini ete. », richiese
che, se i fiorentini, non avessero potuto « suplire all' entera

somma », «che, almeno », concorressero « a ducati 100 mila,
per intractenere decti Vitelli et Orsini et altri soldati del
Re in Italia ». A queste richieste i Dieci risposero essere
dolentissimi di trovarsi « in termine da non potere satisfare
alla domanda » del re di Francia; ma che se il Re, come
affermava, fosse passato in Italia « in persona», e con « po-
tente exercito », in modo che i fiorentini vi avessero potuto
conoscere « qualche sicurtà dello stato » loro, avrebbero
fatto il possibile per contentarlo: « peró, non havendo fino ad
hora havuto » dalla Francia « altro che parole, et perso,
socto una gran speranza, buona parte dello stato » loro, e
irovandosi « in pericolo del resto », non era possibile per
allora, « stancte li detti termini, potere rispondere altro »
(V. Doc. 304).

Tuttavia i Dieci, preoccupati dei continui armamenti dei
veneziani in difesa di Pisa, sapendo che i Vitelli — la cui
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158 G. NICASI

condotta si approssimava alla scadenza — erano « con
istantia ricerchi dai veneziani per condurli ai soldi loro con
la loro compagnia et con grande partito », credettero oppor-
tuno fare in modo che le genti vitellesche non passassero al
nemico, tanto più che ben conoscevano avere i Vitelli « la
più bella compagnia di gente d'arme et meglio ad ordine
che » si trovasse allora « in Italia ». Stabilirono quindi, i
Dieci, di concludere finalmente la condotta con Paolo e Vi-
tellozzo Vitelli, « a comune con il re di Francia », e « con
200 homini d'arme all'uso italiano, et 40 mila ducati al-
l’anno ». E perché Paolo Vitelli, per non avere ancora po-
tuto riscuotere il soldo della sua condotta dalla Francia,
temeva di essere, anche in avvenire, mal pagato dai francesi,
fu posto per condizione che i fiorentini fossero responsabili
« del pagamento di tutta la somma dei ducati 40 mila »
(V. Doc. 307). Fissati i patti della condotta, e steso il rela-
tivo contratto, vollero i Dieci che la validità del medesimo
sì ritenesse sospesa fino alla fine del prossimo mese di
marzo, per aver tempo di poterlo notificare al re di Francia
ed ottenerne da esso la ratificazione: e così si restò d'ac-
cordo. Paolo Vitelli subito partecipò al fratello le condizioni
della nuova condotta, e Vitellozzo rispose, il 5 febbraio 1498,
approvando quanto Paolo aveva fatto; ma avvertendolo di
stare in guardia acciochè, « sotto quel voler tempo di avi-
sare il Re », non rimanessero poi « in aria » (V. Doc. 305).

I Dieci di Balia fiorentini scrissero, il 14 febbraio, a
Giovacchino Guasconi, loro ambasciatore alla corte di Fran-
cia, che, « essendo stati richiesti dal re di Francia, per
mezzo di Corrado Tarlatini, di ducati 100 mila, per sotisfare
ai Vitelli ed altri soldati di Sua Maestà », non potendo sod-
disfare a quella richiesta, per le tristi condizioni finanziarie
nelle quali versava la Repubblica, avevano: voluto concor-
rere « a qualche parte della richiesta » medesima, con il
condurre i Vitelli a metà con il re di Francia. Per ciò lo
incaricavano di darne subito « notizia alla Cristianissima

ri
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 159

Maestà », accioché, come essi malgrado le gravi spese si
erano sobbarcati, per il comune interesse, a pagare la metà
di quella condotta, ossia ducati 20 mila, cosi, all'altra metà,
dovesse provvedere il re Carlo VIII. E aggiungevano che i Vi-
telli — « conosciute le difficoltà di non potere essere pagati »
dalla Francia « del loro servito » insino al presente — inten-
devano di essere pagati dai fiorentini di tutta la somma dei
40 mila ducati; e per ciò era necessario che Sua Maestà,
« contentandosi di tal condotta », facesse dare « buono et
vivo assegnamento » al loro ambasciatore, per i 20 mila
ducati di sua parte, per tutto il tempo che i Vitelli doves-
sero prestare il loro servizio (V. Doc. 307). Inoltre, il 18 di
febbraio, gli stessi Dieci avvertivano per lettera il medesimo
Guasconi, che i Vitelli, « non volendo stare troppo tempo
sospesi », avrebbero aspettato, solamente « per tutto il mese
proximo de Marzo la ratificazione » della loro condotta, e
che, per ciò, era necessario « che, infra dicto tempo, la Sua
Maestà ratificassi a tale condotta, et provvedessi al paga-
mento » (V. Doc. 308). Il 9 di marzo 1498, avendo i Dieci
saputo che Monsignor di San Malo, d' ordine del re di Francia,
aveva risposto alle insistenze del Guasconi che la condotta
dei Vitelli « si determinerebbe venuti che fussino li perso-
naggi » che il Re avrebbe mandati a Firenze a trattare
anche altre cose, relative alla futura spedizione, scrissero di
nuovo al medesimo Guasconi di essere restati « poco sati-
sfatti » della risposta del San Malò, perché da quella si ve-
deva che il Re teneva poco conto dei « pericoli » nei quali,
per causa sua, si trovavano i fiorentini e gli altri amici suoi
d'Italia; e per ciò ripetevano allo stesso ambasciatore 1’ or-
dine di volere « a ogni modo, per tutte le vie et mezi pos-
sibili, operare si facci tale ratificazione (della condotta), et
con quelle conditioni », che gli erano state comunicate
(V. Doc. 311). Il 18 marzo i Dieci insistevano ancora presso
il Guasconi che, se la condotta dei Vitelli non fosse ratificata
dentro il mese di marzo, « sarebbe uno manifesto argumento
160 G. NICASI

et segno che Sua Maestà non pensa più alle cose d’Italia »
(V. Doc. 315). Altre raccomandazioni fecero il 22 marzo, ed
il 13 aprile (V. Doc. 316 e 322). Ma il 14 aprile giunse a
Firenze la lettera, con la quale il Guasconi notificava ai
Dieci « lo inopinato et admirabile caso dell'accidente sopra-
venuto, a di VII, al Cristianissimo re et di poi, la notte se-
quente, la sua morte » (V. Doc. 323). E quindi tutto restò,
per allora, sospeso.

Perduravano intanto le ristrettezze finanziarie della re-
pubbliea fiorentina, e troppo spesso si faceva mancare il pa-
gamento del soldo ai Vitelli, i quali, « fra i magli paga-
menti » che avevano « hauti dal re Cristianissimo, et li scarsi
pagamenti » che ricevevano dai fiorentini, si trovavano in
tali tristi condizioni economiche, da essere costretti « a votare
le borse a quanti amici » avevano. Per ciò non ristavano dal
tempestare di messi e lettere le autorità fiorentine perché
facessero il proprio dovere. (V. Doc. 309, 312, 313).

La Signoria di Firenze, per dare un sollievo all'esauste
finanze della Repubblica, aveva chiesto al Pontefice il per-
messo di potere applicare la decima anche sui beni eccle-
siastici, ed il Pontefice, non solo si era mostrato disposto a
dare la richiesta autorizzazione, ma prometteva di adope-
rarsi per fare restituire Pisa ai fiorentini, purché peró questi
consegnassero nelle di lui mani fra Girolamo Savonarola,
che, resistendo alle scomuniche lanciategli dal Papa, predi-
cava pubblicamente in Firenze contro le inaudite turpitudini
di papa Alessandro VI, ed invocava la riunione di un con-
cilio, unico mezzo, secondo lui, atto a salvare la Chiesa dalla
ruina. La Signoria, quantunque in maggioranza fosse avversa
al Savonarola, non poteva aderire apertamente alle richieste
del Pontefice, per non urtare la massa del popolo fiorentino,
ancora entusiasta, in gran maggioranza, del frate ribelle. Però
la base della potenza del Savonarola si andava sgretolando;
la lotta col papa gli suscitava sempre nuovi nemici, fra i
quali primeggiavano i Compagnacci, forte nucleo di giovani
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. LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 161

dediti a quei piaceri mondani, cui il Savonarola faceva nelle
sue prediche aspra guerra (1).

Paolo Vitelli certo non amava il Savonarola, che egli
chiamava semplicemente « il frate »; ma, legato da viva ami-
cizia e da riconoscenza al Valori, capo dei Piagnoni, si te-
neva in disparte dalle competizioni cittadine; ne seguiva
però le fasi con interesse, per aver modo di bene governarsi
tra quelle e procurarsene vantaggio. Il 17 marzo 1498, Paolo
Vitelli scriveva a Cerbone: « Harò caro me advertiate, dì
per di, de quello intendete costi (in Firenze) si dica, si
pensi, o stimi del frate, et che fondamento hanno tali cose,
et quello che altri et voi ne iudicate » (V. Doc. 313). Il 21
dello stesso mese replicava: « vorria intendere chi sono
questi della setta, che sono a l'opposito di frate Girollimo, et
quali sono li principali, et quali sono li sequaci; et di tutto
mi darete adviso » (V. Doc. 314). Il 28 insisteva: « avisate -
come stanno le cose in Firenze, et quale sia il iudicio vostro »
(V. Doc. 311). Allorchè poi, il 7 aprile, Paolo Vitelli seppe
da Cerbone l'assalto al convento di San Marco, la carcera-
zione del Savonarola e l'uccisione del Valori — ritenendo che

la propria amicizia verso l’ ucciso potesse essere ritenuta
dalla Signoria come giusto motivo di diffidare di lui — sceri-
veva: « Cerbone, restamo, per le vostre de 9, avisati de la
innovatione successa a Firenze, la quale ad noi non po’ se
non dispiacere et essere molesta, omni volta che la sia mo-
lesta et dispiaccia a cotesta excelsa Signoria. Quando la sia
a niuno suo proposito, o comodo, reputiamo che la sia anche
a nostro. Li farete intendere che, bisognando per interesse
dello stato loro, noi siamo in ordine et parati non solamente
con la compagnia, ma etiam cum li amici, a fare il debito
et l’offitio, et come soldati et come servitori » (V. Doc. 318).

Durante questi avvenimenti, i Conti — una delle prin-
cipali famiglie romane di parte orsina — avevano ripreso

(1) VILLARI, Savonarola ecc., l. c.

14
162 G. NICASI

ai Colonna la fortezza di Torre Mattia, che era stata già

2a posseduta da Iacopo Conti, cui fu tolta dal re di Francia e

donata ai Colonna. La perdita di quella fortezza suscitò le
ire dei Colonna, i quali, per vendicarsi, si unirono ai Sa-
velli, loro partigiani, ed assaltarono le terre dei Conti, alla
cui difesa accorsero gli Orsini e Bartolomeo d’Alviano. Cosi
si riaccese, più fiera che mai, la guerra tra i Colonna e gli
Orsini: il re Federico di Napoli aiutava apertamente i Co-
lonna, suoi soldati; ed il Pontefice — lieto di vedere le due
potenti famiglie, sue rivali, indebolirsi a vicenda — coadiu-
vava sottomano i Colonna e fomentava con grande arte la
discordia.

Altra grave contesa era sorta tra Guidubaldo, duca di

Urbino, e la Comunità di Perugia, per avere i Baglioni oc-

cupata la Torre di Bigazzino (V. Doc. 310), la quale — situata
sul confine dei due territori, perugino e urbinate, e ugual-
mente appetita dai due confinanti (1) — era stata recente-
mente ceduta dal suo. proprietario al duca di Urbino, con
evidente offesa ai diritti su quella accampati dai perugini.
Guidubaldo protestò vivamente contro quella occupazione e,
riuscite inutili le proteste, si apparecchiava alle armi, soste-
nuto dal cognato Giovanni Della Rovere, e coadiuvato dagli
Oddi e da tutti gli altri esuli perugini. ;

Paolo Vitelli vedeva di malocchio tutte queste discordie,
che potevano dar modo al Pontefice di tradurre in atto i
suoi malcelati propositi contro i baroni dello stato ecclesia-

stico; ma la contesa tra i Baglioni ed il duca di Urbino gli

era anche più molesta, perchè egli sapeva di essere, per
virtù di trattati, obbligato a soccorrere in caso di guerra il
duca di Urbino (V. Doc. 327), e perchè, legato da parentela,
interessi e comunanza di propositi a Casa Baglioni, vedeva
con dolore essere la potenza di quella non abbastanza radi-

(1) Vedi in proposito « La pace del 6 luglio 1498 fra Guidobaldo I, duca di Ur-
bino ed il Comune di Perugia » dup da V. ANSIDEI in questo Bollettino,
anno V, fasc. III, pag. 741.
VUL
E:

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. i 163

cata .in Perugia, da potere impunemente resistere alle con-
trarie influenze ed all'armi di tanti nemici (V. Doc. 320):
per ciò Paolo Vitelli, fino dal primo accentuarsi della con-
tesa, si era intromesso come conciliatore tra i due conten-
denti.

Anche i fiorentini — che erano alleati di Perugia ed ave-
vano al proprio soldo i Baglioni — si preoccupavano di questo
stato di cose, perchè, vedendosi oramai ineluttabilmente im-
pegnati in una guerra con Venezia per causa di Pisa, teme-
vano qualunque agitazione che potesse, presso i confini dello
stato di Firenze, suscitare « materia di nuovi scandali ».
Scrissero, quindi, il 6 marzo 1498, a Tommaso Tosinghi, com-
missario fiorentino a Valiana, che cercasse persuadere Astorre
Baglioni ad adoperarsi presso « li magnifici padre e zio »,
acciocché la torre di Bigazzino fosse restituita al duca Gui-
dubaldo, « con qualche condizionato modo, nel quale consista
la dignità, satisfatione et sicurtà dello stato perugino 33240;
se i Baglioni avessero dimostrato buona dispositione « ad
acquiescere a questo consiglio », dovesse, esso Tosinghi, di-
chiarare che i fiorentini erano pronti ad intromettersi come
paceri tra le due parti contendenti, ed a mandare un pro-
prio rappresentato « a tractare lo assecto et la composi-
tione » (V. Doc. 310). Inoltre i Dieci di Firenze, correndo
voce che gli esuli perugini raecoglievano gente contro i Ba-
glioni verso Castello della Pieve, scrissero, il 12 aprile, a
Paolo Vitelli che voltasse le genti sue a favore di Perugia
e dei Baglioni, con i quali Firenze voleva avere « ogni for-
tuna comune » (V. Doc. 320).

In quel medesimo giorno i Colonnesi erano venuti a
battaglia con gli Orsini, « a pié di Monticelli, nel territorio
di Tivoli » e, dopo un combattimento di quattro ore, gli Or-
sini erano stati « ropti et fracassati in tutto » (V. Doc. 321),
e Carlo Orsini era restato prigioniero in mano dei nemici.
Tale sconfitta però non abbattè gli Orsini, i quali, decisi a
fronteggiare con ogni lor possa l'avversa fortuna — mentre
ol. à a 1 eJ n » ON ud FSE TOU3T 2

164 ì G. NICASI

febbrilmente cercavano di raccozzare e riordinare le proprie
genti, e di asserragliarsi nelle più forti posizioni del loro
stato — assillavano, notte e giorno, con lettere e messi, gli
amici, i parenti e quanti aveano seguito la parte francese
in Italia, acciocchè accorressero per la comune salvezza in
loro aiuto.

I Vitelli ed i Baglioni (1), conoscendo chiaramente che,
« disfacti gli Orsini, subsequenter ne consequirebbe la ruina
loro », stabilirono di soccorrerli « con tucta la gente d'arme
et con ogni loro sforzo »: e per ciò, trovandosi, tanto i Vi-
telli quanto i Baglioni, al soldo dei fiorentini, spedirono i
propri rappresentanti a Firenze per chiedere licenza a quella
Signoria di potere tradurre in atto il loro proposito; « su-
biungendo pure ancora con parole modeste », che, se detta
licenza non venisse loro data, se la sarebbero presa ad ogni
modo (V. Doc. 324).

Se gli Orsini studiavano di procurarsi aiuto da ogni
parte, non meno attivi erano i Colonna per impedire che
detti aiuti venissero: non appena infatti appresero i propo-
siti dei Baglioni e dei Vitelli contro di essi, pregarono le
autorità fiorentine a volere negare a quelli la richiesta li-

(1 I Baglioni che, come abbiamo visto, si erano staccati dagli Orsini, durante
la guerra che questi ebbero con il Pontefice nel 1487, erano poi tornati nella loro
amicizia, dopo che Bartolomeo d'Alviano, cui era morta la prima moglie Bartolo-
mea Orsini, avea sposato in seconde nozze Pantasilea, figlia di Rodolfo Baglioni.
Questo matrimonio avvenne ai primi dell'anno 1498, come risulta dalla seguente let-
tera scritta in Perugia da Giovampaolo Baglioni ai Dieci di Firenze il 20 gennaio
1498: « ... Ulterius mandandose mia sorella, donna del Signor Bartolomeo d'Alviano,
a celebrare le nutie el primo giorno del proximo, et non essendo qua altro che io
expedito a cavalcare per tenerli compagnia, essendo Simonetto mio fratello andato
in Milano a visitare la sua sposa, non prehenderia audacia farli compagnia senza
bona licentia et gratia de V. Ex.se Signorie, quali prego et suppiico sieno contente
permettere, in questo caso, possa, cum voluntà de quelle, accompagnare mia so-
rella ... ». (Vedi nell'Arch. di Stato fioren., SIGNORI, Responsive, vol. 10, pag. 12).
Anche i Conti — causa della guerra tra gli Orsini ed i Colonna — erano parenti dei
Baglioni, perché Giovampaolo Baglioni aveva in moglie Ippolita Conti. (Vedi FAB-
BRETTI, Capitani di ventura dell’ Umbria).

_———_—————mT—@mm@__m__@@———cooeo@oaegRaue"r” @rrgggggGgugrrg8tgtguG LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 165 -

cenza, (1) e contemporaneamente eccitavano il Duca di Ur-
bino a non aecordarsi con i Baglioni, acciocché questi, mi-
nacciati nel proprio stato, non potessero accorrere in aiuto
degli altri. Angiolo Leonini da Tivoli, uomo di fiducia degli
Orsini, scriveva, in data 25 aprile 1498, a Paolo Vitelli che
i Colonna avevano offerto al Duca di Urbino — purchè non
si accordasse con i Baglioni — di consegnare nelle sue mani
il prigioniero Carlo Orsini, per la liberazione del quale lo
stesso duca avrebbe potuto riavere dagli Orsini i 40 mila
ducati, che aveva egli dovuto pagare ad essi per il proprio
riscatto dopo la battaglia di Soriano. Inoltre lo stesso An-
giolo da Tivoli notificava al Vitelli, che i Colonna avreb-
bero mandato Antonello Savello con 40 homini d’arme e
100 cavalli leggeri in Foligno, per metterli a disposizione

del duca di Urbino, qualora avesse voluto muovere guerra:

ai Baglioni, promettendo anche, allo stesso duca, di farlo

prendere in condotta dal re Federigo di Napoli, presso il.

quale « speravano farli havere bonissima conditione ». E
— perché i Colonna temevano che Giovanni della Rovere,
Prefetto di Roma e cognato del Duca, volesse, come antico
partigiano dei francesi, aiutare gli Orsini e, quindi, potesse
istigare il cognato ad accordarsi con i Baglioni — racco-
mandavano al duca suddetto di non lasciarsi « governare

né dal Prefetto » né dai Vitelli, « la intelligentia delli

quali » affermavano « essere dispiaciuta a sua maestà » il
re Federigo di Napoli (V. Doc. 325).

Paolo Vitelli era riuscito a persuadere i Baglioni a fare
qualche concessione al duca di Urbino; però Guidubaldo,
imbaldanzito dalle offerte dei Colonna, non solo rifiutò le
concessioni, ma provvide armi, denari, soldati agli esuli pe-
rugini e a quanti erano in fama di essere nemici dei Ba-
glioni, eccitandoli a rompere contro. Perugia (V. Doc. 326).

D

(1) Arch. di Stato flor.: X di Bala — Legazioni e Commissarie. Responsive,
vol. 26, pag. 53. Lettera di Domenico Bonsi da Roma ai Dieci in data 20 aprile 1498*
166 G. NICASI

I Baglioni tuttavia non si perdevano d'animo e si apparec-
chiavano ad ogni evenienza, non rinunziando per questo al
proposito di soccorrere gli Orsini: anzi messer Astorre fa-
ceva sapere, a nome di tutti, a Paolo Vitelli, che essi, o
con, o senza licenza dei fiorentini, si sarebbero uniti a lui
per aiutare gli Orsini, con tutte le proprie forze, se si fosse
potuto fare l’accordo con il duca, e con una parte solamente,
se il detto accordo non fosse avvenuto: per ciò pregava il
detto Vitelli a volere operare che « questa cosa se com-
pona » nel modo che egli avrebbe giudicato più conve-
niente (V. Doc. 327).

Perciò il Vitelli eccitò i fiorentini ad intervenire diret-
tamente come pacieri tra il duca di Urbino ed i Baglioni e
fece il possibile per persuadere i Dieci ad accordare la ri-
chiesta licenza ‘per soccorrere gli Orsini, mandando a tale
uopo agli stessi Dieci le lettere che aveva ricevute da An-

giolo da Tivoli e dai Baglioni, per dimostrare che dai Co-

lonna, dal Pontefice e dal re Federigo si tendeva, « non solo
a la ruina de casa Ursina », ma anche a quella dei Baglioni,
dei Vitelli e di tutti gli altri fautori dei francesi, non esclusi
gli stessi fiorentini (V. Doc. 328).

I Dieci di Firenze erano favorevolissimi a tentare un
accordo tra il Duca Guidubaldo edi Baglioni; erano invece
contrarissimi ad accordare la richiesta licenza a questi ed
ai Vitelli, per non provocare i Colonna ed i loro alleati, e
per impedire che le genti vitellesche e baglionesche — sulle
quali sole potevano al presente fare assegnamento, in caso

di bisogno, contro i veneziani — si allontanassero dalla To-
scana e s'impegnassero in una guerra a favore di quegli
Orsini, che pure recentemente avevano tentato di rimettere
in Firenze Piero dei Medici. Anzi le autorità fiorentine non
videro nella richiesta dei Vitelli e dei Baglioni che un ten-
tativo dei veneziani per togliere a Firenze i suoi alleati: e
per ciò subito notificarono a. Lodovico Sforza, duca di Mi-
lano — le cui intenzioni ostili ai veneziani erano oramai —_————T—————T—rrrrr=="=="="="<=" "=" s“s&===E.FGE=5&5

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LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 161,

manifeste — la richiesta fatta dai Vitelli e dai Baglioni per
andare in soccorso degli Orsini; ed asserendo che tale ri-
chiesta non poteva essere fatta che « ad istantia de’ Vini-
tiani », lo accertavano che, quando questo soccorso. « se-
quissi, manifestamente si tirerebbe drieto la ruina di Italia,
et per consequens lo augumento et grandezza dei vinitiani ».
Ad ovviare « a questo inconveniente » non vedevano i fio-
rentini altro mezzo che la sospensione delle ostilità tra gli
Orsini ed i Colonna; e per ciò pregavano il Duca a volere
adoperare la sua autorità, perchè questo avvenisse (V. Do-
cumento 324). Aderi il Duca.a questo loro desiderio, e per
mezzo di suo fratello Ascanio, cardinale, appoggiò presso il
Papa (V. Doc. 329) Domenico Bonsi, ambasciatore fiorentino,
che, per incarico dei Dieci, chiedeva ad Alessandro VI di
fare cessare la guerra tra i Colonna e gli Orsini. Il Papa
sì mostrò disposto a contentare i fiorentini (V. Doc. 331), e,
non solo promise di fare in modo che tra le due parti bel-
ligeranti si venisse ad un accordo, ma fece sperare che si
sarebbe adoperato a far restituire Pisa a Firenze; il tutto
però con la solita condizione che gli fosse mandato a Roma
il Savonarola, e gli fosse consegnato nelle mani. Dopo varie
trattative, finalmente i Dieci — consigliati dal Bonsi — ac-
consentirono di scrivere una lettera al Papa, nella quale,
premesso che, « sebbene desiderassero in ogni cosa compia-
cere sua Santità », pure, per le ragioni altre volte da essi
espresse, non potevano consegnare il Savonarola al Pontefice, e
dichiaravano che, se sua Santità avesse mandato un suo com-
missario a Firenze ad esaminare fra Girolamo, « essi ne
sarebbero contentissimi; et così poi se ne potrebbe pigliare
ogni deliberazione che fusse iudicata conveniente » (1).
Appena il Papa ricevette, il 7 maggio, questa lettera,
subito comunicò all’ambasciatore fiorentino di avere avuto
(1) La lettera proposta dal Bonsi, d'intesa di Alessandro VI, vedesi nell'Arch.

di Stato flor.: X di Balìa, Legazioni e Commissarie. Missive e Responsive, vol. XXVI,
pag. 49, in data 4 maggio.
Ta lud "YU VOTA «
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168 : G. NICASI

dai Colonna « pieno mandato di poter comporre fra loro et
li Orsini », e che, il giorno seguente, aspettava anche dagli
Orsini ugual mandato; dimodoché sperava « lo accordo se-
guisse » tra pochi giorni. Inoltre ricordò allo stesso amba-
sciatore che raccomandasse ai Dieci di fare al presente
« ogni sforzo contro Pisa, dando per tutto il guasto »; si
mostró dispiacente di avere saputo che i Veneziani avevano
mandato altri 300 cavalli a Pisa, facendoli passare per il
ferrarese; e fece comprendere di essersi risoluto a volere
con le proprie navi impedire ai veneziani di mandare vet-
tovaglie in Pisa (V. Doc. 338). Ma questi suoi entusiasmi per
i fiorentini e.tutte queste promesse non furono che parole.

Contemporaneamente a queste trattative, i fiorentini ave-
vano mandato a Città di Castello per loro commissario Pietro
Corsini, perchè, unitamente ai Vitelli, si recasse dal Duca di
Urbino e dai Baglioni per persuaderli a venire ad un ac-
cordo (V. Doc. 330). Però, dopo varie trattative, l'accordo,
malgrado la buona volontà degli intermediarii, non ebbe
luogo, perchè i Baglioni ritennero troppo per essi onerose
le condizioni proposte (V. Doc. 335).

Non cessava intanto il Vitellî di sollecitare presso i
Dieci il promesso accordo tra i Colonna e gli Orsini (V.
Doc. 333), e, in caso che questo non potesse avere effetto,
insisteva per avere al più presto la licenza di poter partire
al soccorso di casa Orsina. Inoltre, dubitando che i Dieci
fossero riluttanti ad accordare la richiesta licenza per ti-
more che gli Orsini potessero in avvenire, ancora una volta,
aiutare Piero dei Medici nei suoi tentativi di rientrare in
Firenze, Paolo Vitelli assicurava le autorità fiorentine che,
prima di mettere « il piè in staffa », avrebbe fatto in modo
di togliere loro qualunque dubbio in proposito (V. Doc. 334).
i Siccome però nè l’accordo si faceva, nè la licenza ve-
niva, nè i denari del suo servizio gli erano sborsati, Paolo,
anche a nome del fratello Vitellozzo, scriveva, il 6 maggio
1498, a Cerbone: « Bisogna che voi chiarite una volta co-

_—_—______——_T—_—_——T_T—_—_—_—T—rrgrg a cg[]]7]7pg LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 165

testi excelsi signori che cosi non possiamo stare, et che li
pregate che ci diano modo a posser mantener la compagnia,
havendola questa invernata cum tanta spesa nostra substen-
tata. La licentia si dà in più modi: quando il nostro servire
non fosse accepto, meglio sirìia de chiarirci, che lassare con-
sumare et ruinare et noi et la compagnia. Noi siamo al
tempo de l'imprestanza, et anche non havemo li serviti; et
havemo debito la vita, et non sapemo horamai dove ce vol-
tare per havere uno soldo. Pregateli, per dio, che non ci
voglino mancare » (V. Doc. 336).

Il fatto era però che i Dieci, per le gravi strettezze
economiche in cui versava la Repubblica, non solo non pa-
gavano i Vitelli, ma erano costretti a lasciare, spesso, privi
di denari anche gli altri soldati che avevano contro Pisa (1).
Inoltre le autorità fiorentine non erano completamente tran-
quille sulla fedeltà dei Vitelli, perchè questi si erano recen-
temente rifiutati di mandare a Valiano, contro i senesi, al-
cuni loro cavalli che erano stati richiesti da quel Commis-
sario, e anche perchè Pietro Fagioli, capitano fiorentino al
Borgo Sansepolcro, aveva in quei giorni accusato i Vitelli
di fomentare ad arte le discordie civili in quella città per
trovare occasione d'impadronirsene a tradimento.

Ecco di che si trattava: Sansepolcro, malgrado che nel
1440 fosse stata ceduta da papa Eugenio a Firenze, era
sempre restata sottoposta alla giurisdizione ecclesiastica del
vescovo di Città di Castello, dalla quale gli Abbati di San
Sepolcro aspiravano ad emanciparsi, sostenuti in ciò, più o
meno apertamente, dall’autorità fiorentine. I nobili del Borgo
parteggiavano per l'Abbate ed avversavano il vescovo tifer-
nate ed i Vitelli, i popolari, invece, per naturale reazione
contro il prepotere dei nobili, osteggiavano l'Abbate, soste-
nevano il Vescovo di Castello, e simpatizzavano per i Vi-

(1) Arch. di Stato fioren.: X di Balìa, Responsive, vol. 57, pag. 119 lettera del
Commissario Guglielmo dei Pozzi ai Dieci in data 8 maggio 1498.
170 G. NICASI

telli. Era. capo della fazione dei nobili messer Ciriaco Pala- -
midesi, noto capitano di ventura di quella città; capeggiava
i popolari messer Cherubino di Benedetto, dottore in legge
ed, egli pure, capitano di ventura. messer Ciriaco era al
soldo dei fiorentini; messer Cherubino militava sotto i Vi-
telli.

Le discordie si erano acuite anche per le interminabili
controversie che aveva suscitate la divisione del patrimonio
dei due fratelli Giovannibattista e Bernardino Giovagnoli, i
quali erano morti, l’uno laseiando un solo figlio, Filippo, che
divenne poi genero di Messer Ciriaco, l’altro una sola figlia,
Agnese, che fu presa in protezione da Messer Cherubino.
Nella lunga sequela’ di sanguinose lotte avvenute tra le due
fazioni, a Messer Cherubino erano stati. uccisi due dei cinque
fratelli che aveva, ed i superstiti aspettavano con ansia l'oc-
casione di vendicarsi. Nei primi dell’aprile del 1498 scoppiò
una sommossa, provocata dai fautori di messer Cherubino,
durante la quale fu ucciso, dai fratelli di questo, il genero
di messer Ciriaco, i cui partigiani dovettero asserragliarsi
nelle proprie case per difendersi dal furore dei nemici.

Il Capitano fiorentino in Sansepolcro, Pietro Fagioli, che
aveva delle preferenze per messer Ciriaco, dopo aver sedato
la rivolta, scrisse ai Dieci di Firenze che Messer Cherubino
ed i suoi si mostravano molto arditi, perchè avevano il
« caldo dei Vitelli »; aggiungendo che « per molti segni
« tristi » dubitava che « i Vitelli non facessero impeto, et
con l’adiuto di questa parte [messer Cherubino e compagni]
non: facciano qualche novità » (1). Nè di ciò contento, allor-
chè, il seguente 2 maggio, mandava all’autorità fiorentine più
precisi ragguagli sui casi successi al Borgo, lo stesso Fagioli
dava per certo che, « all’uccisione del genero di messer Ci-
riaco, intervennero 5 francesi soldati dei Vitelli », e con-

(1) Archiv. di Stato fior. : SIGNORIA, Responsive, vol. 10, pag. 95. Lettera di Pie-
tro Fagioli, in data 11 aprile 1498.

zz LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. : 171

cludeva: « dispiace questa cosa a questo popolo et pare a
ogni uno che costoro.(messer Cherubino e seguaci) habbino
tanto caldo da questi Vitelli, che universalmente si dubita
questa cosa non tiri dietro altra materia » (V. Doc. 332).
Cerbone, avuto sentore di queste accuse, ne avverti il
Vitelli, il quale rispose qualificando il rapporto del Fagioli
come « ciarlamenti borghesi », e dichiarando che nella loro
compagnia i Vitelli non avevano alcun francese, e, « non se
havendo, non sono potuti andare ad favore de messer Che-
rubino et fare tante cose quante allegano ». In quanto poi
al non avere mandato al commissario fiorentino di Valiana
i cavalli richiesti, scrisse averlo fatto perché, nella speranza

di avere da un giorno all'altro la licenza per recarsi con la

compagnia in terra di Roma, in soccorso degli Orsini, non
aveva voluto « dare quella stracca ai cavalli ». Infine con-
chiuse la sua lettera protestando la fedeltà dei Vitelli alla
Repubblica fiorentina, al cui stato essi « erano stati sempre
la siepe », e dichiarando di volere restare sempre, finché gli

durasse la vita, buono e fedele servitore di Firenze (V. Do-

cumento 3931). Queste assicurazioni calmarono i timori dei
Dieci, ma non valsero a dissipare, in Pietro Fagioli l'avver-
sione, ed in messer Ciriaco l'odio verso i Vitelli.
172 G. NICASI

APPENDICE II

281. (D. Imi. LIV. 191). 1497, Nov. 6.
Aloysio Stufe.

4. Habbiamo la tua de’ 5, data a hore VI di nocte, et inteso .il con-
tenuto et la renitentia che fanno li Magnifici Vitelli del mandarci li
cento balestrieri per le cagioni et ragioni che allegono, ci siamo reso-
luti per qualche buono respecto a rispondere et scriverti nel modo
vedrai per la lettera allighata: la quale sarà datata in hieri per mo-
strare più di havere facta quella resolutione prima, che si sia potuto
havere notitia della renitentia loro. Tu adunque farai intendere loro in
quell’ effecto che la lettera suona, ma con più celerità sia possibile,
affine che e’ siano più capaci si possa, che noi ci eravamo volti resolu-
tione per noi medesimi: et parendoti in modo alchuno di fare. loro
tornare agli orecchi che el cavallaro che porta questa lettera parti hieri
con quella, et ha messo più tempo non doveva nel camino per qualche
impedimento havuto per la via, come con epso cavallaro ti potrai in-
tendere. Tu se’ prudente et però userai in questa cosa tal destreza, che
la vadia necta: perchè a certi propositi è molto necessario il fare così.
Se e’ Vitelli havessero pure mutato pensiero o havessero mossi e’ cavalli
per mandarli, non adoprerai la lettera, alligata ma lasciali venire
avanti, non ostante che in epsa si dica che e’ si faecino revocare, perchè
quello è fatto a cautela, come puoi intendere.

Tenor licterae ad prefatum Aloysium sub data dicta.

Noi ti scrivemmo questa mattina quanto ci occorreva circa le ac-
tioni da coteste bande : et ti recordammo inter cetera il sollicitare li
Mag.ci Vitelli a mandarne con presteza li Cento Cavalli leggeri. Di
poi per qualche buono accidente hebbiamo pensato di mutare sententia
et servircene di costà, havendo maxime havuto Messer Achille Tiberti,
poi che ti serivemmo, con LX balestrieri, et Bandino prima era venuto
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 113
con 50, et aspectandone da Bologna per ordine di Messer Alexan-
dro XXV. Et cosi alchun altro spicciolato, il quale numero ci pare assai
sufficiente per le cose di socto. Et per tanto, quando li cavalli predecti
de Mag.ci Vitelli non siano ancora partiti, vogliamo,che faccia inten-
dere a loro Magni.tie, che non é necessario per hora li mandino, né
che piglino tal sinistro ; et quando pure li havessi facti muovere, si
vuole in ogni modo ringratiare le Magnificentie loro, et ordinare che
quelli li revochino adrieto. Se pure achaderà haverne bisogno, al tempo,
si farà loro intendere con la solita confidentia...

282. (Ep. I. 43). Castiglione Aretino, 1497, Nov. 10.

Paolo Vitelli a Cerbone Cerboni.

Cerbone, noi eredemo che a questa hora li Signori X e voi per
aventura haviate inteso la correria facta in quello. di Torrita per li

nostri, insieme al Conte Giovanni di Carpegna, per ordine del Commis-
sario di Valiano: hano predati circa 70 bestie grosse, forse altretanti
porei et certi pregioni. Noi stiamo ambigui dell' animo delli Signori X
in questo caso: et non sapemo se questo é facto solo per fare resentire
li Senesi senza andare piü oltre, forse per qualche proposito de' loro
Signori, o veramente pervenire totalmente alla guerra con essi. Et
quando questo fusse ci siria caro intenderlo, per fare di quelle provi-
gioni che sirieno expedienti alla impresa, et dolei che al Monte Sansa-
vino é la parte per la quale non ce se po' mandare genti d'armi: et
anche, gli omini di Foiano sono di tale natura che non ci ponno stare
soldati: perche, havendo a venire a roctura, giudicaremmo a proposito che
una delle persone nostre stasse in uno di quelli, essendo luoghi grossi
e capaci di gente e alli confini. Et sirla a proposito, non solo per di- n
fesa delle cose nostre ma etiam per offendere li inimici. Pure in ogni
modo sirà expediente finire bene quelli luoghi che sono piu a li confini
et non guardare alla rata che gli toccasse per l’ordinario delle genti
che se aloggiano, perchè a tempi della guerra bisogna che le genti siano
in quelli luoghi dove più fanno a proposito : et però tanto de fanti quanto
de cavagli, dove bisognasse, giudicaremmo a proposito finirli bene. Voi
intendarete dalli Signori X qual sia el disegno delle loro Signorie in
questo caso e avisaretici quanto più presto si pò, a cio non stiamo so-
spesi con l'animo in questo caso. Se i luoghi dei confini se sopracar-
casseno de gente, se potaria ordinare che i luoghi circumstanti non
concorressero a le spese per rata...
174 G. NICASI
283. (Ep..I. 47). Castiglione Aretino, 1497, Novembre 10.
Vitellozzo Vitelli a Cerbone Cerboni.

Cerbone, voi sapete quanto caldamente ve ne parlai a Montemi-
giano del caso di Santorio : hora, essendo sostenuto (per quanto intendo
dal figliolo, cioè Billo, che sirà aportatore de questa) perchè vogliono gli
Otto che si faccia uno certo compromesso fra noi e Bernardo, vorria
che voi operaste ogni via e diligentia possibile per la sua liberatione.
Et fino da hora noi siamo contenti che el compromesso se facci e voi
costituite li uno procuratore che sia homo da bene, a ciò che li facti
nostri siano nostri et administrati per homini intelligenti, et liberisi
Santorio: et quando pure lo volessino retenire oltre el giusto, accorrite
bisognando ad la Signoria, dove anche ogni homo acorre, et maxima-
mente essendovi Paolo Antonio Confalonieri. Stimo non vi lassate fare
torto. Et insomma in questo caso usate ogni remedio opportuno.

284. (Ep. I. 60). Castiglione Aretino, 1497, Nov. 14.
Paolo Vitelli a Cerbone Cerboni.

Cerbone, el caso de Faeta ci pista [?] grandemente per l’ honore, chè
noi non possiamo in s' piccole conditioni de non aiutare le cose nostre,
et difendere li nostri lavoratori che, contra omni honestà, siano omni di
stratiati per le prigione. Et quello stimavamo se facesse a quelli che
hanno narato, se fa alli nostri lavoratori per essere stati obedienti ali
comandamenti de li Superiori, che da noi fuero confortati da quelli non
deviare; feciaro la tregua per doi anni d'ordine de l'ofitio digli Otto : da
darsi malivatori per una parte e l’altra ; per la parte adversa è stata
rotta secondo la forma del contratto, et abruciati nostri.grani et fieni
‘et orzi che sono stati circa stara 140 intra grano et orzo et non jic-
cola quantità di fieno. La dimostrazione che ci è fatto intendere dali
nostri lavoratori è stata fatta: sia che essi nostri lavoratori sono stati
messi in pregione in Anghiari, et stati quindici di per commissione
dicono di le lettere digli Otto, et per exire de li è bisognato se diino
per mille ducati d'essere dinanzi alle loro Signorie per tutto di 11 del
presente mese: per li quali cose non possemo se non grandemente ma.
ravigliare, et dolire de simile ingiustitia: ma credemo tale volta sia per
Sinistra informatione et disfavore dato a nostri lavoratori : delche nostra
intentione si: ó che siate ad l'offitio de gl'otto: et ad li altri amici nostri :
et in tutti quelli luoghi che vi saranno necessarii et oportuni che ad
noi et a nostri lavoratori non ci sia fatto torto: et si nun fusse per
riguardo et honore che portamo a l'ofitio de li Signori Octo, l'altra parte
non si potaria vantare di averce tolto el nostro, et fare stare li nostri LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 175

lavoratori in prigione, che ci havarimmo proveduto de natura havaria
ricevuto el doppio de quello ci ha fatto a noi: ma, prima che intendemo
a questo adivenire, sarete per parte nostra a li Signori Otto et dove ne
parrà expediente che se habbia a provedere che et ad noi et a nostri
lavoratori non si habbia a comportare simili modi et ingiustitie, comme
sino in hora: et havarimmo da possere dolere grandemente che la fede
nostra et la nostra intentione verso de loro Signorie et verso de tésta
excelsa Repubblica non merita questo: bene che stimamo quando voi
havarete facto bene intendere omni cosa ci habbino a provvedere : et
a le cose nostre, et nostri lavoratori havere li debiti rispecti, che per-
mette la ragione et la giustitia et l'opera nostra verso di loro Signorie,
ale quali de continuo ci ricomanderete. ;

285. (Ep. I. 83). Castiglione Aretino, 1497, Nov. 25.
Paolo Vitelli a Cerbone Cerboni.

Cerbone, io ho una vostra per la quale scrivete l'oratore di Fi-
renze havervi dieto comme ha inteso che noi cercamo partito, comme
hanno cerco degl'altri, et forze preso. Et che così ne aveste qualche
fama lì nella cità: et per questo farete iutendare a chi vi pare la causa
di simili materie, come noi, poichè fermammo con la Xi. M. del re, non
tanto havemo cerco partito con homo del mondo, ma non havemo pen-
sato cercarlo. Non potemo però tenere che non ci capiti a casa homini
che ci proponghino di quelle cose che stimano che siano ad proposito
nostro, ai quali tutti immediate recidiamo ogni ragionamento et pratica.
Et così contiamo di fare per fino che siremo resoluti delle cose nostre
con tésti Signori: faeta la resoluctione con epsi, non resolvendose se-
condo il proposito nostro et le promesse, ci resolvaremo subito col re,
visti anche i termini che usa con noi, et pigliaremo partito secondo giu-
dicaremo che sia a proposito nostro et delle cose nostre: ma prima
a questo tempo non se trovarà mai che cerchiamo nè pensiamo piglare
partito alcuno. Altro non ocorre se non che soleccitate la resolutione
delle cose nostre quanto più se pò, a ciò che sapiamo che sesto havemo
a dare alle cose nostre: et soleccitate li danari della paga di ottobre.
286. (Ep. I. 81). Castiglione Aretino, 1496, Nov. 26.

Paolo Vitelli a Cerbone Cerboni.

Cerbone, io ho le vostre lettere et, alla parte della resolutione vo-
stra, mi piace la diligentia usata per noi et inaxime per mezzo de gl’a-
mici nostri, de intendare l’animo di tèsti Signori, et precipue per Piero
Guicciardini, le parole del quale, benché mostrino bone dispositioni, infe-
riscono tanta larghezza, che a me non piace. Vorria che dextramente,
116 : G. NICASI

non exasperando peró la cosa fora de misura, voi intendessivo, o fa-
ceste diligentia d'intendere, qualche cosa piü dare che dispositione,
perehé io dubbito che qualche volta loro potessono adaptarse cum la
Lega et noi poi potaremmo havere difficultà nelle cose nostre : et però
sirà buono siate con Franc. Valori, et diteli che, quando lo Stato depen-
desse solo da lui, noi staremmo contenti sotto una sua parola, ma essendo
questo stato populare com è, etiam potariali essergli preposto per-
sona della lega che l'aceptarieno et non essendo le cose resolute, se
poteariano havere contrarietà et difficultà. Et per questo non è bene
che ci tenghino sospesi a' questo modo: potariano resolvere darse, et
quando a qualche loro proposito volessoro che stesse secreto dui o tre
mesi, non ne parleremo, pure che sapremo di potere stare con l'animo
queto delle cose nostre. Voi sete infacto et so non mancato nè di pru-
dentia né di fede, governatelo comme vi pare, soleccitando peró piü che
si po la chíarezza. :

Con Messer Guidarello mi pare che doviate parlare spesso et dirli
di quelle cose che non amportano, mostrando conferire con seco, perché
con questo, essendo lui homo che poco tiene et intrinseco del' homo di
Milano, si potarà ritrarre delle cose a proposito.

' Delle cose di Siena intendendo altro ci aviserete.

Cirea el caso de la paga de ottobre, avertite che questi X non vo-
lessono solo fare lo stantiamento et il pagamento se indugiasse a l'altro
officio, che non savariano poi in uno mese fino che gli altri X si fussino
rasectati et però soleccitate che al tempo di questi s'abbia et li stantia-
menti et li danari; che non manchi.

Regratiarete Lorenzo per questa nostra delli 400 ducati prestatici,
dei quali al tempo ne siremo boni renditori. .... :

Pagarete il costo della resa a Gianni, che è la in Firenze, delli 400
ducati delli primi che sanno, et non manchi, secondo l'ordine che haves-
sono contro. ....

287. (Ep. I. 101). Castiglione Aretino, 1497, Dicem. 13.
Paolo Vitelli a Cerbone Cerboni.

Cerbone carissimo. E’ non ce accade per questa ricordarvi cosa
che ce importi più che el retratto de nostri danari. Et però, come quella
cosa che non ce se scorda, la mectaremo in capo, pregandovi veggiate
se l'ingegno vostro fusse apto a fare che noi havessimo argento o oro
da spendere, che per dio non ne possiamo piü etc. Et oltre al starne ad-
mirati, ne habiamo dispiacere et passione grande. LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 171

Cosi etiam vorremo cavasse qualche bona resolutione de casi
nostri, che non habbiamo restare tuctavia in su queste bone opinioni
et speranza ete. ....

288. (Ep. I. 120). Ambois, 1497, Dicem. 23.
Corrado Tarlatini a Cerbone Cerboni.

Cerbone mio, voi vederite per questa inclusa in a che termine se
trovano le cose de qua: expectase cum desiderio la resposta dè Fiorenza
et stasse per alcuni suspeso non pocho per essarse tardata tanto, tuc-
tavia stimano la razone et la sigurezza de le cose loro vogla sia bona
et cusi piacerà a dio che sia.

Se havessaro praticha de asectare le cose loro cum la Lega, ve
piaccia darne qualche lume, a cio de qua possiamo resolvarne a li propo-
siti nostri et cusì ne date aviso se quella Signoria, per la richesta fatta
per questa Maestà, se conduce Signori Vitelli et Ursini; si de li 150
milia scudi in presto hanno voluto intendere da voi vostra intentione
cireha la condutta o pagamenti nostri, et cusì de Ursini; et che men-
tione hanno facta, o che motivi nelle cose nostre se protesta; ché si non
se fa retracto promise, de qua la vigo difficile : piacciave avisare del
tutto.

Apresso a li di passati io scripsi a li patroni nostri de la pretura de
Fiorenza; quando voi habiate comissione da lor Signori de parlare, voi
usarite el solito amore vostro verso a me cum lì amici li et maxime
eum Monsignor Reverendissimo el Vescovo de Volterra, cum lo Magni-
fico Pavoloantonio, et Piero suo fratello, cum Franc. Valori, Piero Guie-
ciardini, et de li altri amici de li patroni nostri: né ancora me extenderó
più oltra, cognoscendo dove site voi, per le cose mie, ve so io proprio.
Ad voi me ricomando.

289. (Ep. I. 105). Castiglione Aretino, 1497, Dicem. 28. VIII.
Paolo Vitelli a Cerbone Cerboni.

Cerbone carissimo. Poi che «eostui viene verso Firenze, non voglio
restare di scrivervi questi versi, per i quali mi occorre dirvi, come in
verità assai mimeraviglia, che essendo passato el p.° 2° et 8° di Pasqua,
non siate adrivato qua, secondo le promesse, nè mandatoce denari, let-
tera, o inbasciata alchuna, et sapete pure che così non possemo più du-
rare per niente. Stimiamo non restiate di sollecitare, et fare ogni possi-

19
178 G. NICASI

bile opera, ma noi vorremo a un tracto non ci mancasse da vivere, che
senza denari non lo possiamo fare. Si che vidite un poco, sapiamo omnino
che pensiri fanno cotesti Signori de fatti nostri, et se ci vogliono mante-
nere effectualmente o non, che invero non è piu possibile reggersi
a parole per niente. Et di cio traete bona conclusione. Racomandateci
a li amici tucti et bene valete.

290. (Ep. II. 19). Castiglione Fiorentino, 1498, Genn. 1. I.
Paolo Vitelli a Cerbone Cerboni.

Cerbone carissimo, hoggi havemo le vostre de heri responsive
alle prime nostre, excepto che non dite niente del panno del S. Bart.
et della berretta franzese et della taliana, nè se mandaste a la Corte
le ultime scerivemo per Bonavia etc. Di che vi preghiamo ce advisiate
‘per il primo et mandiate omnino le cose soprascripte et presto.

Come voi dite si vuole satisfare Giuliano Gondi et il camarlingo
vecchio, di quanto hanno havere et il resto mandate subito et sollici-
tate extremamente el ritratto de’ 4000 ducati della paga passata et,
come ne ritrahete niente, ce li mandate et non vi maravigliate se tanto
ve lo replichiamo che non possemo più indugiare et con tucto sapiamo
non mancate di diligentia, pure vi volemo pregare non restiate puncto
di sollicitare.

Circa i particulari nostri della riferma o condocta, hora che 'l
gonfaloniere é uscito di S.ria, porrete esserli attorno et destramente
sollicitarli et parlarite col Valore et con chi lui vi dicesse parlassi di
questo caso, perchè una volta se ne cavi conclusione et siamo presto
chiari di quello ha ad essere di noi. Et voi non pensate che per hora
vi possiamo removere, che non seria punto secondo el bisogno nostro,
et la stanza non serà lunga, perchè vogliamo vediate cavarne le mani
in xv 0 xx dì senza manco minimo; si chè adaptatevi a sopportare
l’aria questo poco tempo il meglio potete. Et se da noi volete cosa al-
chuna o per: voi, o per la brigata vostra che sta bene, avisatene che
non vi mancheremo di niente etc.

In risposta delle vostre non accade altro che ringraziarvi di tucte
le nuove datene et confortarvi al perseverare come sin qui havete
facto diligentemente et con sollecitudine. Racomando a tucti li amici :
che Christo vi guardi.

291. (Ep. I. 13). Valiana, 1498, Genn. 3.
Bernardo Ridolfi, Commissario, ai Dieci.

.... El Signor Pavolo Vitelli mi ha facto intendere che domactina
gli è necessario conferirsi insino a Castello, per tre o quattro giorni

———MÓ————Ó—M—M— LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 179

al più, per cagione del male francioso che ha Vitellozo suo fratello.
Et in suo piè lascia il Signor Bartolomeo da Ortona, accadendo chosa
alcuna: per adviso. Messer Astorre Baglioni et Giovanpavolo si truo-
vano a Castiglioni del Lago et al Boschetto, et le genti loro in questo
di Cortona, come per altra si dixe ad V.e S.e, et sono per ubidire a
quanto gli sarà ordinato

292. (Ep. I. 33). Valiana, 1498, Genn. 5.
Tommaso Tosinghi, Commissario, ai Dieci.

... Quando io arivai a Castiglione [Aretino], Pavolo Vitelli era
cavaleato a Castello per la malattia di Vitellozo, el quale comprehendo
sia molto agravato del suo male francioso, et fra due dì dovrà essere
di ritorno, et con lui conferirò nella forma rimasi con V.e S.e, et
darò aviso. i

293. (Ep. II. 4). Castiglione Aretino, 1498, Genn. 11. II.
Paolo Vitelli a Cerbone Cerboni.

Cerbone car.mo., risponderemo per questa alla vostra de’ dì vj,
et prima, come semo consueti, vi ricorderemo il mandare danari presta-
mente et non possendo haverli hora et che voi veggiate sieno per tar-
dare ancora qualche dì al darveli, non havendo voi altro modo, togliete
di quelli di messer Antonio Albisini 150 ducati et mandateceli subito
per un fidato battendo, a ciò possiamo vivere, che pure con questi po-
chi ce temporeggeremo almeno 6-0 8 di el meglio potrimo. Et di questo
non manchate per niente, che non seria possibile vivessimo altrimenti,
et a messer Antonio si potranno rimectere come li ritrarrete costì da X.

El ragionamento vostro col Valore et suo con voi è stato buono,
ma e' bisognia un tracto siamo chiari et viviamo resoluti et vogliamo
risolverscene di presente, quia periculum est in mora et non vorremo
andare più in là per niente, che così come a loro S.rie non viene in
taglio et non pare a quelle di risolverci al presente, così ancora non
pare a noi, nè ci viene comodo, a nissun buon proposito, lo stare più
per niente, sì che, se cotesti S.ri sono in proposito di volerci, noi semo
in ferma dispositione di volerli ben servire et fare ciò che per noi si
possa. Ma volemo un tracto vivere chiari et non stare più sospesi etc. ....

Parlate hora voi col Valore, con Paulantonio, Bernardo, Piero et
chi pare ad voi, purchè una volta ne caviate prestissimo bona et certa

E aM UM c E
T ca vr

— eee a
= tua =
180 G. NICASI

conclusione et sapiamo a che termini ci troviamo et non habbiamo a
stare ambigui. Et circa ciò non diremo altro persuadendoce farete pru-
dentemente ogni cosa. Racomandateci a tucti li amici nostri et man-
dateci quel conto in modo lo intenda, che, quello mandaste a Castello,
nè Santi, nè io, lo sapemo mai intendere. Si chè mandatelo in bona
forma ....

Voi harete visto, per quella di messer Corrado, come desidera la
pretura di Firenze, et io li rispondo havere commesso ad voi ve ne
adoperiate dove bisogna perchè la ottenga ; et così farete con ogni in-
dustria. Ma vorrei bene, per non affaticare tanto cotesti S.ri, indusiaste
a domandarla loro, quando harete conclusi et fermi i casi nostri, a ciò
non li dessimo troppa molestia, et di poi la addimanderete in quel
miglior modo che alla prudentia vostra occorrerà, a cagione sia ser-
vito ete.

Scrivete a messer Corrado di quello che costi occorre, et inoltre
li dite come io ve ho seripto caldissimamente di questo caso et. che
voi ne farete ogni opera et sollicitudine et diligentia.

Se a l’hauta di questa non havete i denari in mano, non aspectate
più a torre 150 di messer Antonio, non obstante el modo seripto di
sopra et mandateci volando senza expectare una hora che ne habiamo
bisogno ....

294. (Ep. II. 3). Castiglione Aretino, 1498, Genn. 15.

Paolo Vitelli a Cerbone Cerboni.

Cerbone, con questa sirà una lectera quale voi potarete mostrare
a tésti cittadini per la resolutione de’ casi nostri; factene capo con el
vescovo di Volterra, al quale ancho scrivo una lectera che sirà con
questa e con Francesco Valori, con Pavolo Antonio e Piero Guicciar-
dini e secondo il parere loro governatevene non mancando però di
stare fermo al tempo de la resolutione che ve scrivo nella lectera.
Advertite che, se voi fuste per retrare i denari fra uno o dui dì, retar-
date mostrare la lectera ; da dui di in tre, non retardate più. Doman-
derete per la conditione o vero provisione nostra quaranta milia du-
cati larghi d'oro in oro l’anno, cioè ducati 40000 larghi d'oro in oro,
non obstante che per l’ultima scrivessi d. 40000 v.

Parlarete col M.o degli schioppetti e diteli che quello che man-
daste per mostra haviva certi busgi nel tolare e a uno di quelli pro-
vando, s'é rotto ; che vegga nel tolare che venghino ben saldi a ciò
che restino al trare.
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. ‘181
295. [Ep. II. 25]. Castiglione Aretino, 1498, Genn. 15.
Paolo Vitelli a Cerbone Cerboni.

Cerbone, voi havete più nostri avisi che doviate resolvere le cose
nostre con tésti M.ci cittadini et per ancora, per quanto haviamo da
voi, non havete da loro retracto se non bone parole: et benchè noi
crediamo loro essere benissimo disposti verso noi, pure potaria essere
che el tenerci sospesi fusse a qualche proposito loro et non è ad al-
cuno nostro proposito, perchè a uno medesimo tempo ci potaremmo
trovare vituperati et disfacti. Sirete adonque con loro S. et venite alle
prese et fareteli intendere che noi siamo disposti esserli servitori, nè
per niente mancare, quando loro voglino i servitii nostri con quelle
conditioni che ve havemo avisato et che da loro altre volti c'è stata
data intentione. Et quando se resolvino a questo per tutto questo mese
che siamo, gli serviremo. Nè ce poteria essere più grato che servire le
S. loro, alle quali semo naturalmente inclinati ex corde servire. Quando
al dieto tempo non resolvino a contentarei di quanto è dicto, chiariteli
che, passato questo tempo, noi volemo cominciare a praticare i casi no-
stri et in quelli luoghi dove vedaremo havere recapito. Con questo
proposito, che quando havaremo dato intentione a qualchuno, per ogni
gran partito che ci fessero loro S., non retraetaremo cosa che havremo
promessa, perché, una volta havemo deliberato vivere liberamente, non
volemo fare mercantia di persona, ma solo havere tanto quanto la pro-
pria vertù ce darà. Con tutto questo però non mancaremo servirli con
quella fede et diligentia che havemo usata fino adesso, per lo tempo
che gl'avemo promesso, observandoci i pagamenti secondo ci sono ob-
bligati per li capituli. Verremo con. displicentia nostra a questo acto,
perchè, non tanto operare, non vorremmo pensare cosa che dispiacesse
a tésta Ex.sa S.ria: ma la conditione comme sapete ci costa troppo, ha-
vendoci messo, oltre la robba, tanto sangue sparso et dui fratelli de la
virtù che a tutta Italia è nota, et per questo perderla ci pare troppo
Strano et voleno pure fare ogni altra cosa honorevile che mancarla.
Et però quando veniamo a questo acto ci veniamo constrecti da ne-
cessità. Et così, quando per sorte ci toccasse essere con patroni che
havemmo a dispiacere a tésta S., non gli verremo mai contra di buono
animo, ma solo per lo debito de l’obrigo che noi havremmo con chi noi
| stessimo. Più grato ci sirà che se resolvino a contentarci, a ciò che
potiamo continuatamente mostrare la servitù nostra con loro et quanto
sia l'animo et bona nostra dispositione verso de epsa S. Et quando
altramente succeda, procedarà dal canto loro et noi siremo constrecti
fare comme potaremo. i

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182 G. NICASI

296. (D. Imi. LVII. 46). 1498, Genn. 16.
Thommasio Thosingho.

Noi intendiamo che Rinyeri, figlio di Messer Pietropagholo dalla
Saxetta, se n'é ito in Pisa et perché potaria per adventura disegnare
qualche opera contraria alli propositi nostri in quelle bande delle no-
stre Maremme, noi pensiamo di provvedere con ogni opportuno remedio,
che la sua legereza o malignità non possa sortire effecto contra di
noi: et per questo habbiamo mandato per Messer Pietropaulo suo pa-
dre, il quale monstra che la partita del figlio sia totaliter contra la
voglia sua, et se verrà come si può sperare, si piglierà tal forma con
lui, ehe sarà remediato quietamente a ogni cosa. Non di manco noi

,

pensiamo, quando pure e' non venissi, di volerei in ogni modo assicu-
rare di quella forteza della Saxetta ; perchè, fatto questo, è spento ogni
fomite de incendio da quella banda: et per havere noi collocata ogni
nostra fede et speranza in qualunche importante cosa in cotesti Mag.ci
Vitelli, per iudicarli homini di grande virtù et affezionattissimi alla
Rep.ca nostra, come quelli che per la grandeza del iudicio possono
etiam haber bene compreheso, non solo la nostra correspondentia
optima, ma ancora quanto bene la natura habbia proporzionata le qua-
lità loro et nostre ad andare da buon gambe nella conservatione et
aumento comune seguendo di grado, habbiamo facto pensiero et ferma
rosolutione, in ogni cosa che accader possa, mostrar loro questa no-
stra fermissima fede in loro, et per una arra di ogni cosa futura vo-
gliamo cominciare a darli questa che, se Messer Pietropaulo fussi pure
renitente al debito suo, il che fra due giorni sapremo de certo, noi
vogliamo che la impresa et expugnatione di decta forteza sia data alla
M.tia di Paulo, sperando che la sarà non meno honorevole a lui, che
utile a noi. Et per tancto vogliamo che, alla ricevuta della presente, tu
faccia de ritrovarti con la M.tia sua et li dia alleghata nostra di cere-
denza, et la exhorti a pigliare questa cosa con quella prompteza de
animo che noi indubitatamente speriamo et a mectersi talmente in
puncto, che a ogni altro nostro aviso si possa muovere con tutti li
snoi cavalli leggeri, che speriamo saranno abastanza, con quello nu-
mero di fanteria che li sarìa di presente da noi ordinata ; et speriamo
che in due giorni la S. M.tia ne harà infallanter honore. Gente d'arme
non crediamo siano necessarii che conduca, tanto per non s’ intendere
che de là possino havere gente d'arme a rincontro, quanto per la qua-
lità de tempi, et per penuria delli strami: alli quali strami per quello
numero de cavalli leggieri sarà de là benissimo provisto. Et non di
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. : 183

manco, quando pure la S. M.tia iudicassi menare qualehuno delli suoi
huomini d'arme, noi sempre ce ne rimectereno a quella: et oltre alla
quantità de denari, che di proximo si sono loro dati, si provederanno
de qui l’altri in modo che potaranno restare contenti, perché in ogni
modo, sanza questa impresa, siamo in ferma disposizione di sati-
Bfarlis ad:

297. (D. Imi. LVII. 48). 1498, Genn. 18.
Thommasio Thosingho.

.... Havendo noi inteso il discorso che ha facto teco Paulo Vitelli
sopra la condotta loro etc., quantunque al presente non ci occorra ri-
sponderti altro sopra di ciò, maxime perchè la materia della quale ti
scrivemmo due di fa è di natura che ricerca vedere prima come Paulo
la piglia, che deliberare d’altro, per potere da quella fare miglior iu-
dicio ; non di manco ci pare ancora a proposito che tu in questo mezo,
come da te, faccia d'intendere bene che interpetratione si habbia a
dare alle parole di Paulo, il quale dice, secondo lo scrivere tuo, che
se bene non cercha crescere conditione, non è anche per volerla dimi-
nuire per havervi messo dentro due fratelli ete. Et noi non intendiamo
se lui intende parlare della conditione hanno havuta con el Re Chri-
stianissimo o de quella che hanno con epso noi; et inteso havesti que-
sta parte liquidamente et sanza demonstratione, ce ne darai aviso, et
noi potremo attendere alla resolutione .... ».

298. (D. Imi. LVI. 78). 1498, Genn. 20.
Thommaso Thosingho.

Havendo ‘inteso per la lettera tua de’ 18, ricevuta questa sera,
quanto liberamente et promptamente la Magnificentia de Paulo [Vi-
telli] si mostrassi parata al cavalchare et fare ogni opera nella im-
presa della Saxetta ete., vogliamo che, alla ricevnta della presente, tu
ti ritruovi con la prefata M tia S. et per nostra parte la ringratii quanto
più cordialmente alla tua prudentia occorrerà, facciendoli intendere che
saria difficile a potere exprimere quanto questa sua buona prompteza
de animo ci sia stata aceptissima et grata, et quanto ci paia che in
ogni cosa la S. M.tia corrisponda alla fede, che habbiamo in epsa, la
quale può essere ben certa che, seguendo la qualità della nostra Rep.ca,
non potrà al mondo collocarla in animi meglio riconoscenti et che

rene TI

n
H
|
184 G. NICASI

siano per esserne in ogni tempo piü grati; et dirli che per questo che
noi ci siamo resoluti in questa sententia, che la sua M.tia faccia stare
all’ ordine tutti li suoi cavalli leggieri et quegli altri 30, o 40 huomini
d'arme, che disegna condurre a quella impresa, con due cavalli per
uno, et in oltre dia ordine a Castello di havere là dugento buoni prov-
vigionati et ben per ordine d'arme. Ma nessuno, tanto della parte
cavalli leggere et huomini d'arme, quanto delli decti provigionati, si
muovino dal luogo loro, ma stiano parati di venire subito ogni volta
che bisognassi mandare per loro: et interim la M.tia di Paulo, quanto
piü presto li é possibile, si transferisca personalmente sino da noi:
perché desideriamo di parlare con epsa, tanto per questa materia della
detta impresa, quanto et per ultimare la pratica della conducta sua :
declarandoli che lasci et dia talmente li sopradecti ordini che, de qui,
se el bisognio sarà, le possa mandare et havere subito le decte genti,
sanza havere la persona sua a ritornare costà

... Ricordamoti che ogni provedimento che si fa per il Magnifico
Paulo de fanti o d'altro, sia secreto, et maxime per dove egli habbia a
servire; cosi ricorda a S. M.tia.

299. (Ep. II. 10). Castiglione Aretino, 1498, Genn. 23.

Paolo Vitelli a Cerbone Cerboni.

Cerbone, io domenica passata mi transferii a Castello, sì per lo
caso di Vitellozzo, quale era opressato dalle sue dogle, sì per dare sexto
alle cose della cità, a ciò che, havendomi a operare, quelle fussano or-
dinate per suo tempo ;- sì etiam per rassettare quelle genti d'arme che
sono de le terre di tésti S. Fiorentini et così quelle fantarie che gli bi-
sognasse. Questa nocte passata, essendo lì, hebbi una lectera dal Com-
missario di Valiana, che subito all’auta di quella io per cose importan-
tissime mi transferisse a Castiglone, dove si trovaria anche lui per
parlarme et cosi subito so' venuto et ho parlato con seco. Lui me ha
data una lectera direttami da detti S. X., et lectome una che scrivono a
lui, la quale è di questo tenore: che io metti le genti d'armi a ordine
per poterle operare et io con la persona me ne venghi a Firenze, dove
mi voglono et per conferire il caso della Sassetta et per lo conto della
condotta nostra. Io ho resposto al commissario che per nessuno di
questi capi a me non pare necessaria l’ andata mia, perché per lo capo
della Sassetta io gl’ ó facto intendere quello sia il mio parere, et che
quando ci voglino con tutta la compagnia, che ci dieno il servito no-
stro di tutto dicembre et, dal di della receuta del danaro, otto di ter-
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 185

mine, et noi andaremo. Quando ci voglino con manco gente, senza

tempo nessuno andaremo, pure che ei proveghino di denari, che potiamo
restituire quelli havemo acattati et levare epse genti d'armi. Per lo
capo della condoeta ancho non mi pare necessario venire, perché io
credo che haviate facto intendere a questa hora quale sia la nostra
intentione, et quando non l'aveste facta intendere, fatela intendere et
se non basta agli amici et particulari, fatela intendere al magistrato.
Et questa é, che ancora sia consuetudine de' pari nostri nel eondurse
retrare augumento di conditione, pure per al presente ci resolviamo
con le loro S. non dimandarla fino a tanto che non havemo per quelle
faeto qualche giornata o factione di natura che ai servitii loro, l'aviamo
meritata. Ma eon questo non volemo mancare di quella che fino adesso

havemo hauta, la quale haverno propter virtute, con sparsione di sangue

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i

et morte di dui fratelli, con gran fatiche acquistata. Et questo è che
volemo 40 m ducati d’oro larghi l'anno di provisione, con incarco te-
nere 300 homini d'armi et 200 cavagli leggieri alli servitii loro, con il
titulo del Capitaneato generale nella persona mia, il quale per molte
giornate honorevoli facte ai di miei me pare che rasgionivilmente si
convenga. Quando loro sieno disposti fare tutto questo, lo possono fare,
et non mancando a operare intenditione che per questo havemo a
postponere ogni cosa, sirà più a proposito mi lascino stare di qua, dove
'asettaró cose nostre, che da poi con l'animo più quieto potaró stare alle
expeditioni loro. Quando non se resolvino a fare tutto questo, anche è me-
glo che io non venga, perchè, venendo et partendomi incompleta la partita,
non poterìa essere se non con displicentia et con admiratione di chi
intendesse l'andata mia. Et oltra tutte queste raggioni ce n’è un’ al-
tra, et questo è che, havendose a fare questa condocta unita fra Vitel-
lozzo et me, meglo è che conferischino con voi et voi ce avisiate,
quando qualche sc*opulo nascesse, quale essendo insieme noi risolvaremo,
che quando io fussi là et Vitellozzo qua, non senza larghezza. di tempo
si potarìa fare. Tutto questo ho facto intendere al commissario, quale .
ha spacciato una staffetta: dove ve aviso a ciò che anche voi ne po-
tiate parlare et con gl’amici et bisognando in publico; con li S. X. pure,
quando loro se acontentino, andate per satisfarli, ma il parere mio è

quello che ho facto intendere per le rasgioni asegnate ....
300. (D. Imi. LVI. 82). 1498, Genn. 27.
Thomasio Thosingho.

Noi ricercammo la venuta qui del Mag.co Paulo Vitelli et reite-
ramone per la impresa della Saxetta, come ti serivemmo, et pensavamo
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186 G. NICASI

potere ancora alla presentia sua ragionare qualche cosa della conducta.
Di poi habbiamo visto quello che tu ci scrivi per la tua de XXIII et
circa la opinione de S. M.tia sopra la predetta impresa, et il discorso
ha facto teco per le conditioni della conducta, le quali invero sono
molto in alto: non di manco, perché qui pure si persevera nel propo-
sito del risolversi bene alla impresa, et anche si pensa che la M.tia di
Paulo debba ragionevolmente havere il medesimo desiderio che hab-
biamo noi, et questo è di abocharsi. una volta insieme per intendersi
bene, vogliamo .che tu li dica, per parte nostra, sia contento venire im-
mediate, lassando di costà l'ordine, s'è per altre detto, delli cavalli leg-
geri, homini d'arme et fanterie loro, in modo che a ogni minimo suo
aviso siano mosse: et tanto più è bene che la S. M. vengha, quanto di
nuovo ci accade essere insieme per alchune cose occorrenti al comune
proposito de qualche importantia, che ci ha rechato Messer Currado
Tarlatini, huomo suo venuto di Francia; et si potrà anche parlare della
condocta tanto più commodamente che, alla sua arrivata, qui doverrà
essere comparso Monsignor Gemel, il quale il predetto Messer Corrado si
maraviglia che non sia comparso d'un mese: ei potrà essere buono et
apto instrumento al ridurce alle cose honeste, qualunche ne fussi in
parte alehuna diseosto: siechè per ogni buono respecto ete. è bene che
la M.tia S. sanza altra replica se ne vengha; et cosi tu li dirai, per
nostra parte: et bene vale.

301. (D. le. XXII. 42). 1498, Genn. 27.
D.no Dominico Bonsio Oratori Romae.

.. Qui [a Firenze] é nuovamente venuto di Francia, et con cele-
rità, Messer Currado [Tarlatini] da Castello, stato qualche tempo alla
Corte del X.mo Re per questi Vitelli et per quanto lui ne riferisca et
mostri havere ritracto di là, la X.ma M.ta del tutto era deliberata al
sequire la impresa di Italia a ogni modo; et che infallanter la S. M.ta
a tempo nuovo passerebbe in persona, et con grande et potente exer-
cito; et a questo effecto si facevono tucte le provisioni necessarie et
del danaio et delle altre cose oportune; et che quelli che sino ad hora
sono stati renitenti et freddi ad questa impresa, havendo conosciuta la
firmissima dispositione della X.ma. M.ta in volere ad ogni modo pro-
seguire tale impresa, si sono mutati della opinione loro, et si mostrano
più caldi che li altri alla executione della impresa, et di farla in modo
che sia per riuscire loro il disegno. Lui parti a di .X. da Ambuosa et
dice che il Re partiva per a Torsi et che alla Candelóra sarà omnino
LA FAMIGLIA VITELLI, ECO. 187

ritornato a Molins et di poi per carnevale havea deliberato trovarsi a
Lione. Detto Messer Currado [Tarlatini] stimava trovare qui Mons. di
Giemel, il quale essendo partito di Provenza più d'uno mese fa in su
la nave Maria et in conserva della Nave Gabriella, la quale piü che di.
XX. fa arrivò a Livorno, et non si sapendo cosa alchuna della decta
nave Maria, ne stiamo con qualche amiratione et dispiacere; et ma-
xime, perché referendosi decto Messer Currado alle particularità della
commissione ha dicto Giemel, non intendendo di lui, non ci possiamo
risolvere a cosa nessuna. Et non di meno ci è parso darvi notitia di
quello riferisce dieto Messer Currado perchè siate di tueto informato et
ne possiate dare notizia al Cardinale di San Dionysi et al Procuratore
Regio, ricordando però che non ce ne alleghino auctori ...

302. (D. r. LIII. 120). Valiana, 1498, Genn. 29.
Tomaso Tosinghi ai Dieci.

Hieri a hore 21 per il Patena hebbi una di V. S. de’ 27, con-
tenente el sollecitare et fare opera che Paolo Vitelli si conferisse costi ;
el quale Paolo, pocho avanti al arivare della vostra, mi haveva scripto
che haveva di costi dal suo cancellieri, che le S. V. erano al tutto re-
solute che lui venisse a Firenze: et che era deliberato, come l'aviso ve-
nisse, montare a cavallo, et vistolo io resoluto, non mi parve necessario
andarlo a trovare personalmente: ma subito gli seripsi la intentione di
V. S. et mandaigli la lettera comunicabile, et questa notte ho havuto
risposta da lui, come questa mattina di buonissima hora si partirà scho-
nosciuto et domattina infalanter, che sarà martedi, sarà costi, et sopra
ciò non m'achade dire altro se non pregare l’ altissimo che vi lasci re-
solvere in quello che sia la salute della nostra Republica....

Delle cose di Montepulciano non posso dire altro a V. S. se non
che io tiro drieto a certe buone pratiche .... et peró ho ordinato a Paolo
Vitelli che mi provvegha insino in 50 pezi di schale da conmectere et
che me le mandi quì quam primum et più occultamente che sia pos-
sibile : et così me ha promesso fare ....

303. (Ep. II. 1). Città di Castello, 1498, Genn. 29.
Vitellozzo Vitelli a suo fratello Paolo.

Mag.co maior fr. hon. com. etc., viste le letere di messer Corado
et li riscaldamenti de la impresa, son di parere che V. M. faccia omni
opera che nui per l'anno da venire restiamo soldati del Re, et cusi
188 G. NICASI

como di soldati del Re tésti S.ri F.ni se habine a servir di nui; peró
piglando el eareo de li pagamenti nostri de li 40 milia ducati. Et que-
sto mi pare che sia el facto nostro per tucte le ragioni che so inten-
dete: siria anche di parere che V. M. fusse cum-tésti ciptadini et cum
quelle acomodate raigioni saparite adurre (che c’è el Campo largo) per-
suadarli a l'impresa, che veramente mi par che habino da ringratiar
dio haver questa ocasione di la bona dispoxitio del Re, et pensino molto
bene quanti ritraeti et di onore et di facultà son per ritrar da tale im-
presa; pariami ancora che voi confortassivo tésti S. a solicitare el Re,
che mandasse Monsignor de Ubigni et anche Legni, si come era stato
disegnato per prima, et cusì de li dui milia sovizari.

A presso saria di parer che V., M.tia, quando el sirà cum
Quella R.a M.a, in nome nostro li mostrasse un modo de la impresa,
cioè: che S. M. mandasse Ubigni et Ligni cum 200 lance et cum dui
milia sovizari et che portassaro dinari per mille cinquecento altri, i
quali li faremmo haver nui, homini obedienti armati et structi a la fog-
gia di sovizari et boni como loro, si per giornata, si per tucte altre opere
belliehe; i quali siranno causa che sovizari starano a segno; e per lor
disordini non seguirà quello seguì l'anno passato. A presso che V. M.
é di parer che la Maestà R.® per niente non lasci el papa, anzi venga
seco ad omni eosa per haverlo, perché el sirà quel mezo che farà far
aquisto de l' impresa im brevissimo tempo, et quando la S. S.ta volesse
da S. M.tà cose inoneste, ch'el non guardi al promectarli, cum hoc ch'el
sia obligato tenir durante l’ impresa 400 homini d'arme a li servitii soi
et cum cautela di uno di soi figloli in Francia. Item che S. M. chia-
risca li S. Ursini, che credo che quando li dia fino a 400 homini d'arme,
per amor de’ servitii loro, pur anco de li stati, per la ocasione dil batter
i lor nimici, dovariono star contenti, et che Hi 400 homini d'arme se le
spartischino a lor modo. Item che S. M.ta vega haver el Duca di Fer
rara et el Marchese di Mantoa, etiam che credo che S. M.ta, quando li
faccia qualche oferta di terra o di cità de la S.ria, che li havarà per
quello che voia. Di poi quella se spenga di qua da monti et stiase li,
che sirà cum sigureza di tutti; di poi nui, a la arivata di Ubigni et
Ligui, senza dimora ce unirimo insieme et cum artaglarle che porta-
ranno et cum quelle haranno li S. Fiorentini, ne voltarimo intorno al
contado di Pisa, et non dubito in 15 dì de lì le harin tolto, poi noi aten-
darimo a Pisa ; preso quel resto di contado che la prese, da se medesima
sirà asediata ; poi ce voltarimo a voltar lo Stato di Siena, quale im breve
sortirà. Et in questo medesimo tempo S. M. spenga le gente di asti-
giana in Lombardia; el Duca di Ferrara et Marchese di Mantoa rom:
pino di là et mons. di Ligni cum la gente di fiorentini voltarsi a
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 189

Faentia, e£ nui cum Ubigni, cum le fantarie, cum le genti di la Chiesa,

Ursini, et prefecto, andarcene a la volta dil Regno: et non se cacci S.
M.tà in spesa di mare, che questa é la via da farsi patron dil Regno
et de tucta Italia et presto. Item che confo[rti] el Re mandar a Roma
uno homo di soi et non sia preite, anzi homo da bene, et di qualche
auctorità, a li avisi del quale S. M.tà habia da credare, et cusi mandi
uno simile a Fiorenza; che sono quelli homini che a un ponto preso
aiutano asai, et sforzise Messer Corado far ipso proprio questo ragio-
namento cum lo Re; et quando Messer Corado vega la cosa aviata, or-
dinateli faccia le due petitioni for disegnate per l'andata di Bartolomeo
di Cordone, cioè governo di S. et Stato di P. (1). Io vi ho voluto far un
raguaglo di mio parer; pur di tucto me rimecto a vo' che site in fatto ;
me paria anche che dicessivo et confortassivo tésti S.ri a far pratica
cum lo Duca d'Urbino et cum lo S. Savello, et per nui se faria perchè
siremmo sicuri di qua non haver ad aver in paese alteratione, et es-
sendo el Duca cum testa r. p. ad omni tempo facto, noi sempre hava-
rimo uno di due honorevili lochi et seco sempre convirimo bene: et
parmi debiate omnino disuader l'impresa de la Sassetta et che non
voglino, ad istantia d'una cosa minima, impedir una tanta Impresa.
Havarìa caro facessivo far 100 ferri di lance da sovizari e avisateme
quello s'à a fare di questi ferri piecoli che m'avite mandati ; altro non
me ocurre ; li fanti, li cacce, et tucto el ricordo di Vincentio, summa cum
diligentia spediró et teniteci di per di avisati.

Mando la dagbetta per messer Alberto; mi par che li pomi sieno
tropo picoli. Le scale se mandarano cum soma diligentia.

304. (D. le. XXXII. 44). 1498, Genn. 30.
Iachino de Guasconibus.

... Messer Currado [Tarlatini] da Castello, oltre a quello che ne
ha riferito delle cose di costà, in nome della X.ma Ma.tà et sotto sue
lettere di credenza, come diciamo di sopra, ne ha ancora facto inten-
dere come haveva lettere del Re a Giemel, et che insieme con lui havea
ad exequire certa commissione; ma non essendo ancora dicto Giemel
comparito et sapiendo che, nella commissione ha dicto Giemel a noi,

*

inter coetera è di richiederci di ducati 150 mila per paghare Vitelli et

(1) Probabiimente Vitellozzo intendeva di dire che si dovesse sollecitare
Carlo VIII a dare ai Vitelli il governo di Siena e lo stato di Piombino in compenso
della loro cooperazione alla conquista d' Italia per parte della Francia.
-— YQ I vcr qm

190 G. NICASI

Orsini etc. et non potendo soplire alla intera somma, ne ha richiesti che
almeno concorriamo a ducati 100 mila per intractenere decti Vitelli et
Orsini et altri soldati del Re in Italia. Alla quale requisitione habbiamo
risposto dolerci assai trovarci in termine da non potere satisfare alla
domanda sua et maxime stando le cose in questi termini. Ma che se il
Re passi in persona, come lui afferma, o manda si potente exercito in
Italia (2m cifra) che noi conosciamo qualche sicurtà dello Stato nostro, in
tal caso faremo tucto quello potremo. Ma non havendo fino ad hora ha-
vuto di costà [dalla corte di Franvia] altro che parole, et perso, socto una
gran speranza, buona parte dello stato nostro, et trovandoci in pericolo del
resto, non è possibile per hora, stanti li decti termini, poter rispondere
altro ....

305. (Ep. II. 31). Città di Castello, 1498, Febbr. 5, XVI.
Vitellozzo Vitelli a suo fratello Paolo.

Magnifice maior frater hon. etc., questa matina ho riceputa la vo-
stra a ho. 14 et, visto quanto V. M. scrive, ne piace tucto et maxime
quella risposta che non porìa essere stata più congrua; ben ne pare
che advertiate nel Capitulare che sotto quel voler tempo ad avisare al
Re, non remanessimo in arie; preterea abiate advertentia a quello che
per l'altre ve s’è seripto, cio è a le cose di Francia.

Mariotto et Buccio questa sera se partiranno.

Le cacciaigione serano ordinate, ma per li temporali tristi non s'è
preso nisun caprio ; le starne have anco le feste fatto tirar li scopie-
tieri, che è stato necessario Ciribichi ce se ritrovi, tamen quel che se
porrà non se mancarà.

Altro non ocurre, ad V. M. ne raccomandamo.

306. (D. le. XXII. 52). 1498, Febbr. 8.
D.no Franc.o Pepio Oratori Milani.

.... Intendendo che continuamente li Vinitiani mandano danari et
gran quantità di grani et biade, et per navi che hanno ricepto ne’ porti
di cotesto Principe [il Duca di Milano]; et oltre acciò nuove genti d’arme
a cavallo et a piè a Pisa, dove sono in modo ingrossati che aperta-
mente si conosce loro aspirare più oltre che a Pisa, la quale hanno
liberamente nelle mani, et si vede che continuamente tentano pratiche,
come è sequito a questi dì passati che hanno [cercato] di havere Ri-
LA FAMIGLIA VITELLI. ECC. 191

nieri di Messer Pier Paulo della Sassetta in Pisa et li hanno dato 50
balestrieri a cavallo di condocta et lui ha offerto che il potere et lo
stato loro sarà a ogni obedientia de Vinitiani, e£ benché lo stato loro sia
piccola cosa, non di mancho specto al sito, et essere la Saxetta luogo
forte et in su confini tra noi e Senesi et Piombino, conosciamo molto
bene che, quando quivi si riduchino Rinieri decto con li sua balestrieri
et qualehe numero di provigionati, come intendiamo il Provveditore
vinitiano disegnava mandarvi, potrebbero far danno assai ....

307. (D. le. XXII. 53). 1498, Febb. 14.
Ioacchino Guasconio oratori ad X.mam M.tem.

Sappiendo noi esserti noto, come é già cirea un anno che, trovan-
dosi questi Mag.ci Vitelli malcontenti per non havere potuto ritrarre
danari di eostà [dalla Francia] de' soldi loro, come era stato promesso
et data ferma intentione, -nè havendo modo ad poter mantenere et con-
servare le Compagnie loro, se non pigliassino qualche partito, come era
loro offerto, et cognoscendo noi che, quando cosi sequisser, era fuor
d'ogni proposito della X.ma M.tà, deliberammo di aiutarli et subve-
nirli di qualche somma di danaro in presto, acciocchè loro almeno si
potessino mantenere uno anno. Et essendoci loro debitori di assai buona
somma di danari et appressandoci al fine dell’anno, che ci è mancho
di tre mesi, et non havendo loro il modo nè da satisfarci, nè da con-
servarsi, et havendo loro Mag.tie inteso quello che haveva portato di
costà Messer Currado [Tarlatini] loro huomo, et la inchiesta fattaci che
servissimo almeno cotesta X.ma M.tà di ducati 100 mila, per satisfare
a loro et ad altri soldati di sua Maestà, come per le precedenti nostre
ti significhiamo et con le presenti ne mandiamo la copia, ci hanno
molte volte con grande instantia richiesto dobbiamo satisfare loro, et
accomodarli per la rata li tocchasse di tale richiesta. Ma havendo inteso
la risposta faeta, sopra di ciò, al dicto Messer Currado che per non
essere ancora comparito Gimel, del quale hora mai dubitiamo per tanta
dilatione, et non havendo potuto intendere quel che lui portasse in com-
missione dalla X.ma M.tà, né havendo epsi speranza di haver per hora
altro pagamento di costà, onde si potessino mantenere con le loro com-
pagnie: ritrahemo a questi di passati come, essendo con instantia ri-
cerchi dei Vinitiani per condurli a soldi loro con la loro compagnia et
con gran partito, per potersi, con loro et con li altri si truovano et
hanno nuovamente soldati, assicurare della venuta dei Franzesi in Italia,
quando passassino: et conoscendo che li decti Vitelli, quando non ha-
192 G. NICASI

vessino altra subventione et aiuto di danari, non havendo il modo da
loro medesimi da potersi conservare et mantenere et costrecti condursi
con decti Vinitiani, et con altri; parendoci che la cosa importassi assai
alla dignità et proposito della X.ma M.tà per piü rispetti, passando et
non passando quella [in 1talia], ci parse richiedere il Mag.co Paulo
Vitelli venisse qui et cosi ha facto, et ancora ci si trova. Dal quale
havendo per conclusione ritracto non essere possibile che senza danari
o partito si possi conservare loro et le loro genti; et che, quando final-
mente dalla X.ma M.tà, o da noi non habbi la sua consueta conditione,
è constrecto ad pigliar partito per non si perdere con la sua Compa-
gnia; et che era necessario risolversi presto, perchè, essendo vicino al
termine suo, non poteva nè voleva stare più sospeso, per non si trovare
senza partito et maxime havendo al presente chi lo ricerca assai et
honoratamente; onde conoscendo noi la sufficientia et qualità loro et
havere la più bella et francha compagnia di gente d’arme et meglio
ad ordine che al presente si trovi in Italia, judichiamo la X.ma M.tà
farebbe gran perdita, et maxime conducendosi co’ Vinitiani et che loro
farebbono grande acquisto alla potentia loro. Ci siamo ingegnati, dopo
alehune pratiche tenute con loro, ridurre la condocta loro, a comune
con la X.ma M.tà et noi, nel modo et forma che hanno havuto fino a
qui con sua X.ma M.tà, videlicet con 300 homini d’arme ad uso italiano
et 40 mila ducati l’anno, et per uno anno, o per dua, come paressi a
cotesta X.ma M.tà: ancora che loro desiderassino per più tempo, per
potere una volta posare et socto il nome et ombra di Francia, come è
loro desiderio. Et a questo siamo concorsi a qualche parte della ri-
chiesta factaci [da] Messer Currado, non potendo in alchuno modo
concorrere a maggior somma per le spese incompatibili, nelle quali ci
troviamo. Della. qualcosa è necessario che tu subito dia notitia alla
X.ma M.tà, mostrandole che a questo ci muove l'honore et interesse di
quella, et la comune salute, et che per questo siamo concorsi ad pro-
mettere di paghare la metà che toccha a noi di tal condotta, che sono
ducati XX mila, ancor che siamo soprafatti assai dalla spesa per l’al-
tre gente d’arme et per fanterie è necessario teniamo a nostri soldi,
che sono buon numero, per la defensione delle cose nostre; et che al-
l’altra metà, che sono altri ducati XX mila per anno, è necessario pro-
vegha la S. M.tà. Et perchè loro [i Vitelli], conosciuto la difficultà di
non potere esser di costà pagati dal loro servito insino ad hora, vo-
gliono, circa il paghamento di tutta la somma delli ducati 40 mila, ha-
vere ad far con noi, et non con altri, però è necessario, contentandosi
di tal condocta Sua M.tà nel modo predecto, ordini che a te in nostro
nome farci dare buono et vivo. assegnamento per li ducati XX mila LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 7s 98

tocchono, per quel tempo S. M.tà vorrà duri tal condocta. Et in modo
che, havendone tu li discharichi de Generali in mano per pagharsi
tempo per tempo, come si costuma, possi voltarli a qualche merchante
di costi per farne poi contracto, come ci occorressi. Et così è necessario
che sua M.tà chiarischa se vuole sia per due anni, o per uno, o per
piü, et che il pagamento di XX mila ducati li toccha per la parte sua, per
quello tempo durassi la sua condotta, ne dia lo assegnamento nel modo
predecto ; et in.somma siamo securi potersi valere de’ danari, chè altri-
menti la cosa non harebbe effecto. Et perché loro desiderano presto la.
resolutione di questa cosa, ci 6 parso, perché habbi questo adviso presto,
mandarti la presente lettera per il presente cavallaro a posta, et loro
anchora ne scrivano al loro huomo (1) si trova di costà, et li commet-
tano che, teco insieme, faccia diligentia di condurre la cosa nel modo
et forma vi si commette: allegando quelle ragioni et termini intorno
acciò che alla prudentia di ciascuno di voi occorrerà. Et sopratucto et
con maggior sicurtà del danaio sia possibile, per quel tempo si fermassi
la condocta. Et ingegnatevi expedire la cosa presto, perchè loro non
vogliono in simile pratiche aspectare più tempo che un mese.

.... Questi Mag.ci Vitelli dicono restare creditori di buona somma
di danari per loro servito vecchio, et commectono al loro huomo costi
che facci ogni opera di ritrarli, et se non tueti, almeno qualche parte,
et desiderano per te etiam si facci ogni opera a simile opera et effecto
et così per le presenti nostre ti commettiamo che con la M.tà X.ma et
dove bisognassi, con quelle ragioni che ti occorreranno, aiutarai et fa-
voreggerai questa cosa il più si può ..., havendo non di meno adver-
tentia che tale opera non impedissi la condocta etc. i

308. (D. le. XXII. 59). 1498, Febb. 18.
Ioachino Guasconio oratori ad X.mam M.tem.

Tu harai inteso, per la nostra de XIIII, lo appuntamento facto con
questi Vitelli per la copia de’ Capitoli mandatone: per li quali inten-
derai come il dubio havamo che loro non pigliassino altro partito fuor
d’ogni proposito della M.tà del Re, come erano sollecitati, et non po-
tendo satisfare alla intera somma de’ ducati centomila richiestoci [da]
Messer Currado [Tarlatini], deliberammo, et per lo interesse del Re et
per el nostro, fare la condocta con decti Vitelli a comuno con sua M tà

(1) Cornelio Galanti che, in assenza di Corrado Tarlatini, funzionava da rap-
presentante dei Vitelli alla corte di Francia.
194 G. NICASI

per uno anno o per due, come a quella parrà; et con 300 homini d'arme
et XL mila ducati di sole di soldo l'anno come havevono ultimamente
da sua Maestà. Et perché a loro pare ne' paghamenti passati del ser-
vito loro esser stati male tractati, non volevono consentire a tale con-
docta, se noi non promettessimo tempo per tempo paghare loro la in-
tera somma. Et per questo ti commectemmo che, havuto il consenso
della Sua Maestà a tale condocta a comune, et declarato per che tempo
vuole che tale condocta duri per la rata che li tocha de XX mila du-
cati, che la sua Maestà te-li facessi promectere a Generali di Finanza
in modo, che tu ne havessi le discariche o cedole di loro mano et in
forma che così si trovassi chi servissi sopra tale assegnamento ; et con
facultà di potere voltare tali promesse et obligationi a chi et come, a
qualunque tuo legittimo mandato, paressi. Et acciocchè più facilmente
si trovassi chi servissi sopra tali promesse, ti commectemmo ti inge-
gnassi havere obligationi da Generali in forma camerae apostolicae; ma
pure, quando ne fussi facto resistentia, pigliassi le promesse et dele-
ghationi in migliore et più valida forma potessi, et in modo che, chi
havessi a servire sopra quelle concessioni, poterle fare securamente. Et
perchè decti Vitelli non volevono stare troppo tempo sospesi, rima-
nemmo d’accordo si aspectassi per tucto il mese proximo di Marzo la
ratificatione della X.ma M.tà a tale condocta con le condictioni sopra-
decte. Et peró ti commectemmo dessi presto notitia alla S. Maestà di
quello si era concluso per honore et interesse suo et per la comune
utilità et commodità, e che facessi che, infra decto tempo, la S. M.tà
ratifieassi a tale condocta et provedessi al paghamento nel modo che
si dice. Et anchora che noi stimiamo le lettere et capitoli mandatoti
siano comparsi salvi, non di meno, a maggiore cautela havendo com-
modità del presente cavallaro, ti habbiamo succintamente per questa re-
plicato li effecti, acciocchè non havendo havuto le prime letere, sia per
la presente advisato del bisogno et provegha a quanto di sopra si
dice ....

309. (Ep. II. 68). Castiglione Aretino, 1498, Mar. 2.

Paolo Vitelli a Cerbone Cerboni.

Cerbone, noi havemo expectato, doppo la partita nostra, ogni giorno
che ci mandiate denari et hora intendemo da voi non gl'avere anche
retracti. Et per questo farete intendere a tésti M.ci S.ri che noi cre-
diamo che a questa hora loro sieno chiari che non serviamo loro S. di
liste et quando non fussero bene chiari, che debbono essere, mandino a
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 195

posta loro uno Commissario et noi gli faremo vedere che havemo in
faeto 180 homini d'armi et 200 cavagli leggieri da potere cavalcare
ogni hora. Et essendo cosi loro S. possono costatare che fino adesso
non se sono potuto mantenere con li denari che havemo hauti da loro,
anzi ci è bisognato votare le borse a quanti amici havemo et’ tutti gl'a-
vemo rescossi; hora non sapemo con che modo potere piü sostentare
la compagnia et, fra i mag.ri pagamenti che havemo hauti dal re X.mo
et li scarsi pagamenti loro, vedemo che sirà necessario che la compa-
enia se metta in desordine, il che non sirà a proposito nostro né loro; '
perché, quando ella sirà mancata et loro l'abbino a operare, non gli ba-
starà una prestanza a remetterla, nè se ne potaranno se non con tempo
servire. Et peró pregateli sieno contenti non ritenerce in dozzina con
gl'altri, ma cavarei del generale, comme anche l'animo nostro è, quando
ci abbino a operare, escire del generale, et voglino una volta cavarci
di parole ordinarie et darci i serviti nostri, a ciò che potiamo mante-
nere la compagnia in ordine per modo che, a ogniloro bisogno, se ne
possino senza intermissione di tempo valere et facendolo, oltra ehe fa-
ranno loro debito, faranno a proposito loro; quando faccino altramente,
gli resultarà danno per le casgioni asegnate, et noi non potaremmo ha-
vere maggiore displicentia.

310. (D. Imi. LVIII. 87). 1498, Mar. 6.
Thommasio Thosingho.

Noi intendiamo come havendo preso li Signori Perugini la torre
di Bighazzino, la quale, essendo di un privato perugino, pare che era
venuta con certo titulo in mano del Duca di Urbino, diche sua Excel-
lentia è per doversene molto risentire, il che parendo assai verisimile,
et giudicandola di presente cosa al tutto inpertinente et fuora de
propositi di quelli Signori di Perugia et anche nostri il suscitarsi ma-
teria di nuovi scandali da quella banda, ci pare condecente all’ inte-
ressi, confederatione, amicitia et benevolentia nostra con loro Signorie,
et per tenere anchora buona amicitia col prefato Signore Duca, d'in-
terporre ogni opera nostra per spegnere tutte le cause di tali incendii;
et per questo vogliamo che tu sia con la M.tia di Messer Astorre Ba-
glioni et con quelle pià aceomodate parole, che occorreranno alla pru-
dentia tua, li reduca per nostra parte in memoria quanti mali effecti et
quanti disordini et charichi potriano succedere da questa cosa, non solo
al particulare de’ Signori Perugini, etiam alle cose communi, confor-
tando la M.tà S. a volere, con la solita sua prudentia et maturità, fare
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= »- tra nni pr mey

196 G. NICASI

quella opera che si ricercha appresso li suoi Magnifici padre et Zio,
perchè questa materia si posi; et erederemo fussi buona via a posarla
che la torre si riponessi una volta in mano dal prefato Duca, con qual-
che conditionato modo, nel quale consiste la dignità, satisfactione et si-
curtà dello stato Perugino; il quale modo per certo si doverìa poter
trovare : et noi offeriamo ex nunc affaticharcene volentieri, quando in-
tendamo in quelli Signori Perugini quella buona dispositione di acquie-

-scere a questo consiglio, che l'amor nostro verso di loro ci induce a

‘darli del posare questo fermento di scandali: et per condurli la cosa

eon piü loro honore et satisfactione, quando intendiamo fermamente la
volontà loro, et che si disponghino di venire al decto particulare ef-
fectualmente, non ci parrà grave qualunche opera che si abbia per noi
a usare, etiam se bisognassi che noi mandassimo uno homo nostro a
tractare lo assecto et la compositione: et tucto si farà sempre con
quello affecto et amore, che si userebbe per li nostri proprii interessi,
per non reputare le cose loro altrimenti che nostre; et de quello che

‘succede ne darai aviso particulare: et bene [vale].

SH (D de. XXII. 74). 1498, Mar. 9.

Iohachino Guasconio oratori ad X. mam M.tem.

... Havendo inteso la risposta factati [da] Sua Maestà, haven-
doli tu comunichato quello era sequito della condocta de’ Vitelli, et
come ti havea rimesso a Mons. di San Malò et che Sua Signoria ti
havea decto che, di questa cosa et di molte altre insieme si determine-
rebbe, venuti che fussino li personaggi etc., non restiamo di tal risposta
punto satisfacti, per parerci che così stimino pocho le cose di qua, et
meno considerino a pericoli ne’ quali noi et li altri amici loro si truo-
vino per le loro cagioni. Non possiamo però credere che di poi Sua
Maestà, o con la presentia de’ personaggi o sanza, non habbi ratifi-
chato alla condocta di decti Vitelli nel modo et forma che tu se’ infor-
mato. Pure, quando alla ricevuta della presente non fussi facta tale ra-
tificatione, vedi a ogni modo per tucte le vie et mezi possibili operare
si facci et con quelle conditioni ti commectemmo ....

312. (Ep. II. 44). Castiglione Aretino, 1498, Mar. 16.
Paolo Vitelli a Cerbone Cerboni.

Cerbone, sirà inclusa in questa una a li S. X., quale vi mando
aperta a ciò che la vediate et mostriatela a Frane.o Valori, Pavolo Ant.o,
Giovanni Baptista Ridolfi et a Luiggi della Stufa. Et parendo a loro
che la presentiate all'offitio, o no, ne farete il parere loro. LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 197

.Soleccitate i denari, perchè questi 400 ducati che ci avete mandati
sono una fraga in bocca a l’orso; è bisognato renderne una parte a
quelli da chi s'erono acattati, che hanno più necessità, et del resto suplire
qui et a Castello; si chè pensate come stiamo. Usate adonque ogni dili-
gentia oportuna, che con prestezza ci mandiate denari.

Allo augumento di Giovampavolo Baglioni farete ogni favore pos-
sibile. Et fate intendere al suo cancellieri havere questo ordine di me ....

313. (Ep. II. 64). Castiglione Aretino, 1498, Mar. 17. IV.
Paolo Vitelli a Cerbone Cerboni.

Cerbone car.mo., alle vostre de’ viiij. x. xj et xvj del presente
non ci ricorda accaggia altra risposta. A quelle de’ xvj, ricevute sta-
sera, non risponderemo per hora, se non a la parte del denaro, pregan-
dove, quanto più cordialmente so et posso, lo sollecitiate in forma che lo
possiamo spendere di presente, che per nostro Dio omnipotente non
possemo stare più senza esso, et voi lo potete comprehendere benissimo
etc. Haró caro me advisiate di per di quello intendete costi si dica,
pensi o stimi del frate, et che fondamento hanno tali cose et quello
ch'altri et voi ne iudicate. Et cosi successive ce advisate di quello ere-
dete che piü ci satisfaccia. Bene valete.

314. (Ep. II. 51). Castiglione Aretino, 1498, Mar. 21.
Paolo Vitelli a Cerbone Cerboni.

Cerbone, per un'altra nostra site advisato quanto noi desidera-
remmo fare cosa a questi de Foiano che ie sia im piacere ; pertanto per
questa vi se replica che refacciate omni favore, che havaremmo grande
à piacere che per mezo nostro havessaro el desiderio loro, et in questo
usarite omni opera et faritene omni favore ad voi sia possibile.

A presso vorria intendere chi sono questi de la setta che sono a
l’oposito di frate Girollimo, et quali sono li principali et quali sono li
seguaci, et di tucti mi darete adviso. Non altro.

315. (D. le. XXII. 78). 1498, Mar. 18.
lachino Guasconio oratori ad X.mam M.tem.

.... Aspettiamo tue lettere .... per intendere che il Re habbi di poi
ratificato alla condocta di Vitelli .... Maraviglianci assai che sua Maestà
non consentissi et ratificassi subito a tal condocta, essendone noi ma-
*

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————TTmTT——T666T@T@—P@P———.»i

C RUE ERE SEE

198 .. G. NICASI

xime stati richiesti da Messer Currado |Tarlatini] in nome di quella et
non ne sequendo hora lo effecto infra il termine ...., per tucto il pre-
sente mese ...., sarebbe uno manifesto argumento et segno che sua
Maestà non pensa più alle cose d'Italia, et che de tucto ne habbi ab-
bandonati, che è il contrario di quello che merita la fede et observantia
nostra verso di S. Maestà.

316. (D. le. XXII. 79). 1498, Mar. 22.

loachino Guasconio.

.... Aspeetiamo adviso da te che il X.mo Re habbi ratificato alla
conducta de Vitelli et provisto alla parte sua del soldo nel modo che
per più nostre ti si è commesso

317. (Ep. II. 62). Città di Castello, 1498, Mar. 28.
Paolo Vitelli a Cerbone Cerboni.

Avisate dove se retrova el duca de Milano et come stanno le cose
in Firenze et quale sia el iudicio vostro. Et si nova havete da nisuna
banda, fatecene parte. Li denari non ve dementichino. Bene valete.

318. (Ep. II. 115). : Città di Castello, 1498, Aprile 10.
Paolo Vitelli a C-rbone Cerboni.

Cerbone, restamo per la vostra de’ 3 avisati de la innovatione
successa a Firenze, la quale ad noi non pò si non dispiacere et essere
molesta, omni volta che la sia molesta et despiaccia a .cotesta Ex.ma
S.ria. Quando la sia a nisuno suo proposito o comodo, reputasimo che
la sia anche a nostro. Li farite intendare che, bisognando per interesse
de lo Stato loro, noi simo in ordine et parati, non solum cum la con-
pagnia, ma etiam cum li amici, a fare el debito et l’offitio et come sol-
dati et come servitori et cusì a le S. Loro Ex.e ne offeririte et raco-
mandarite, pregandole non ce lassino mancare denari, a ciò possiamo
senza tempo, per omni bisogno potesse ocorrere, essere col piè in staffa.
Bene valete.

319. (Ep. II. 117). Città di Castello, 1498, Aprile 13.

Paolo Vitelli a Cerbone Cerboni.

Cerbone, io vi mando qui inclusa la lettera nostra a monS.re
R.mo de Vulterra, legeritela et di poi la segellate et la darite a la

S. Sua .... LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. : 199

Li mille ducati a l'interesse anche trovarite si possibile é, perché
non possiamo fare de manco.

Qui inclusa sirà una lettera di don Biagio circa le cose de Faeta.
Noi per non mostrare de voler conculeare persona nisuna, havemo -
hauta tanta patientia che hora mai non poterimo mancare de non re-
sentirce : e ce togliano le posissioni havemo conperate da veri patroni
et pagate et ce turbano le posessioni de la casa liquide et senza dubio,
e ce hanno ferito il factore. In fine fate intendere a li amici che, si
sentissaro che noi facessimo demostratione de non essere femine ve-
dove, che non se maraviglino, perchè noi non volemo più tollerare. Al-
iro non ocorre. Avisatece de novo.

320. (D. Imi. LVIII). 1498, Aprile 12.
Paulo de Vitellis.

Intendiamo venire gente d'arme verso Castello della Pieve et
stimando noi questa venuta essere per dannificare li amici nostri, com-
mettiamo a V. M.tia che con le gente sue ne dia ogni favore, voltan-
dole in là,a fine che si faccia tale resistentia che e' nemici non pre-
valghino contro gli amici et confederati nostri, co' quali stimiamo ogni
fortuna commune. Ogni favore che vostra M.tia conferirà a Perugini,
amici et confederati nostri, in questo caso, lo stimeremo conferito nella
nostra città, ricevendolo a grande beneficio da V. M.tia.

321. (D. le. XXVI. 40). Roma, 1498, Aprile 12. V.
Domenico Bonsi ai Dieci.

In questo punto, che siamo a hore cinque, il Rev.mo Mons.re di
Colonna, per un suo camerieri, mi ha facto intendere, come lui hora
ha certissimo adviso che hoggi, circa a hore .XX.ti, e' Colonnesi con tueta
la loro gente si afrontorono con le genti Orsine, a piè de Monticelli, nel
territorio di Tibuli, et feciono un facto d'arme che duró hore 4, nelquale
finalmente li Orsini, che erano circa a 800 cavalli et fanti 2000, furono
ropti et fracassati in tueto et preso insino alle bandiere: et che hine
inde v'é morto gente assai, fra quali dice essere Bartholomeo d'Alviano:
et come ha certo essere usciti illesi il S.re Prospero et il S.re Fabritio
Colonna et Antonello Savello : e' quali mirabilmente si sono in eió ado-
200 G. NICASI

perati: di che m' è parso dare adviso a V. ex. S.rie; et intendendo la
cosa più particularmente, di subito ne darò adviso. .

322. (D. le. XXII. 90). 1498, Aprile 13.
Ioachino Guasconio oratori ad X. mam M.tem

.... Ci maravigliamo non havere adviso da te di quello si è re-
soluta la X.ma Maestà, circa la ratificazione della condotta de’ Vitelli,
facta a comune con quella, secondo fummo richiesti: la quale, non
essendo sequita, vedi si faccia ad ogni modo et nella forma si è advi-
sato
3823. (D. le. XXII. 91). 1498, Aprile 16.

Ioachino Guasconio.

.... Due dì fa, per le tue lettere del dì 6, tenute a dì 8, date in
Ambuose, intendiamo /o inopinato et admirabile caso dello accidente so-

pravenuto, a dì VII, al Cristianissimo Re et dipoi, la nocte seguente, della

sua morte ....

324. (D. le. XXII. 97). 1498, Aprile 25.
D.no Fran.co Pepio Milani.

Per le presenti ci accade significarvi come li Magnifici Baglioni
et epsi Vitelli, per loro expressi mandatarii, unitamente ci hanno facto
intendere come, essendo persequitati li Signori Orsini dalli Signori Co-
lonnesi con aiuto et favore del Papa et del Re Federico, et non essendo
epsi Orsini per loro soli bastanti ad resistere alle forze delli inimiei
loro, sono in gravissimo pericolo di perdere lo stato. Per questo epsi
Baglioni et Vitelli, per essere in antiquissima amicitia et confedera-
tione con decti Orsini, et più affinità contracta infra loro, si conoscono
essere necessitati et per honore loro et per conoscere etiam chiara-
mente che, disfacti li Orsini, subsequenter ne conseguirebbe la ruina
loro, sono ad ogni modo disposti di volere in tale loro extremità aiu-
tarli et con le presentie loro et etiam con tucte le genti d'arme et con

.ogni loro sforzo. Et essendo loro a soldi nostri, ci hanno richiesti di

otere esequire questa loro dispositione con buona gratia et licentia
p I ! 8
]

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 201

nostra, subiungendo, pure anchora con parole modeste, che quando
bene non obtenghino tale licentia. da noi, ad ogni modo per loro me-
desimi sono disposti ad non volere manchare alli Orsini dello aiuto et
favore loro. La quale requisitione parendoci di momento assai, per
trovarci ne’ termini siamo et spetialmente delle cose di Pisa, dove con-
tinuamente intendiamo ingrossar gente de’ Viniziani, come per le pre-
cedenti vi significamo, habbiamo preso tempo ad rispondere per con-
sultarla et examinarla bene et principalmente con la Ex.tia di cotesto
Signore per il mezo vostro. Et havendo in fino ad ora discorso et con-

siderato la importanza di tale requisitione et cognoscendo apertamente

che il concedere loro tale licentia offenderebbe principalmente la San-
tità del Papa, alla quale portiamo devotione et reverentia grandissima,
et alli Colonnesi, con i quali riteniamo strettissima amicitia, per questo
non siamo in proposito alehuno di consentirlo loro; et quando loro pi-
glino il partito per loro medesimi, come dicono essere in proposito di
fare, non sappiamo come per lo advenire ci potessino servire di loro.
Onde examinando quali potissimi remedii fussino quelli che piü presto
et meno difficilmente possino risolvere questa cosa con più sicurtà, non
‘solum nostra particulare, ma etiam di tucto il resto d'Italia, a noi
principalmente occorrebbe di procurare et aoparare, per ogni mezo et
via, possibile, che per hora il procedere più oltre contra li Orsini si
posassi, non perchè noi conosciamo la conservatione loro servire ad
alchun proposito della Città nostra, ma perchè manifestamente si vide
che, scoprendosi li Baglioni et Vitelli in loro favore sanza havere ri-
specto nè al Papa, nè al Re Federico, nè a cotesto Ill.mo Principe,
nè a a noi in particulare, essendo nostri soldati, non lo debbino nè
possino fare se non ad istantia de’ Viniziani. La qual cosa, quando
seguissi,manifestamente si tirerebbe drieto la ruina di Italia et per con-
sequens lo augumento et grandezza de’ Viniziani, per arrogarsi alle forze
loro quelle delli Orsini, de’ Baglioni et de’ Vitelli, che si può dire si
truovino hoggi, et marime li Vitelli, una bella compagnia di genti d'arme
et bene ad ordine. Et però concludiamo che, ad obviare a questo in-

conveniente et manifesto pericolo, come è dicto, per al presente a noi:

non occorre el più opportuno remedio che provedere che la persequtione
delli Orsini cessi per hora et se ne facci qualche bona conclusione. Et al
fare questo effecto noi non cognosciamo instrumento nè mezo di maggiore
auctorità et credito, che quello di cotesto ill.mo Principe. Et quando
così paresse alla Ex.tia Sua, potrebbe subito scrivere al. R.mo et Ill.mo
Mons. Aschanio suo fratello, che con la sua auctorità et prudentia
vedessi aoperare con la Santità del Papa che tale effecto sequisse, di

‘ mostrando li pericoli che ne soprastanno, quando così non sequisse e:

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202 G. NICASI

presto. Havendo la Sua Reverendissima et illustrissima Signoria altre
volte maneggiata questa cosa, et credito assai et con Colonnesi et con
Orsini, et auctorità etiam appresso la Santità del Papa, veramente non
li doverrà manchar mezo ad condurre ad qualche buon effecto et com-
positione per qualche tempo intra epsi Colonnesi et Orsini. Ma sa-
rebbe necessario tale opera si facessi sanza alchuna intromissione di
tempo, o almeno che di presente le offese intra loro si sospendessino
per qualche mese: et questo servirebbe assai ad proposito, chè non
essendo oppressati li Orsini, nè li Baglioni [nè li Vitelli] harebbeno
justificata cagione di fare movimento alchuno, et noi etiam più ardi-
tamente negare la requisitoni loro, con ricerchare da epsi la observan-
tia della fede et obligationi hanno con noi, essendo nostri soldati ete.

325. (Ep. II. 87). Perugia, 1498, Aprile 25.
Angelo Leonini da Tivoli a Paolo Vitelli

Illustre S. mio com., questa nocte hò adviso da Roma come li
Colonnesi hanno mandato dal Duca de Urbino con farli instantia vo-
glia intertenere et V. S.ria per quel modo che pote, et ancora questi
S.ri Baglioni, con non fare adcordo aleuuo con essi, solo perchè nè
quella, nè decti S. Baglioni, possano moversi alli favori dell’Ursini; et
in sua satisfactione li offerono el S. Carlo, quale lo S.r Fabritio dice
essere in suo potere rendere indreto lo suo rescatto de 40 milia du-
cati. Et più che fra pochi giorni inviaranno Antonello Savello con
40 homini d’armi et 100 cavalli ligeri in Foligni, dove starrà al ordine
de sua S., per offendere li Baglioni, monstrando, quando soa S. facia
le dui opere, primo retinere Vostre S., et movere guerra alli Ba-
glioni, ne seguiranno cose honorevoli assai per tucti et che, per dare
recapito alle cose soe, haveano pratiche colla M.tà de re Phederico de
condurlo con quella, et che speravano farli havere bonissima conditione ;
et ad questo effecto la prefata M.tà in brevi dì li mandarìa uno suo.
Et piü li reeordano che non se lassi governare né al parere del pre-
fecto né de Vostre S., la intelligentia delli quali dicono essere despia-
ciuta alla Soa M.tà. Questo è quanto io ho pr lli Colonnesi, cioè
[per] S Fabritio, esserli stato significato; le quali soe persuasioni V.
S., che se trovano li presso, possono ben sapere quale effecto habiano
facto. Una volta l'é da dubitare che ad tante offerte quel S. de facili
se possa lassar tirare, maxime che in dicti advisi se contenga tutte
quelle partite siano state conferite collo Ill.mo et R.mo Ascanio. Ad
mi pare ce habia prestato le urechie, havendose distolto dallo accordo LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 208

con questi S.ri peroscini, essendoli stato offerto per Vostra S. quanto
havesse mai desiderato. Per tanto, ancora che sapia quella essere cir-
cumspectissima in tutte cose, pure voglia avertire de che natura seria
quando lo prefato duca [se fusse] lassato tirare in dicta sententia del
S. Fabritio et quello ne portasse lo nocere questo stato, stabilito etiam
colle forze de casa vostra, et più lo comparire delle genti loro de qui;
che, pigliando decto duca la volta de re Federico, vostra S. non porria
aspectarne se no maleficio, non obstante ne sia inteligentia et confe-
deratione fermate fra quello et V. S., attenta la inimicitia che decto re
pretende tenere con quella et con tutti che sonno stati in favore de’
Frangesi.

Suplico adunche V. S. voglia, prevista la importantia de questi
manegi, fare ogne opera interomperli, perché, ultre ne seguirà commodo
ad tueti li nostri, ancora ne seguirà beneficio allo prefato duca, al quale
li saranno promesse de cose assai con nulla o poca ob servantia. Et,
per una delle prime opere, veder assectare questa differentia con questi
S.ri Baglioni, quali in omnibus se sonno remessi in quello V. S. iu-
dicarà, che ad tanto verranno ; non solo per posser essere expediti ad
questi presenti bisogni, quanto che hanno ad caro lo prefato duca et
li altri possano vedere quello V. S. po’ disponere de lor S.

Io heri per una mia scripsi ad V. S. li piacesse scrivere una let-
tera ad questi S.ri, volessero sollieitare la partita con Adriano, quale
ve dissi restarla per queste gelosie, quali tucta volta crescono per
dui advisi ho visto questa matina, siché quella voglia sedare le cose
da questi S., non solo per lla andata de Adriano, quanto perché tutti
lor S. possano venirsen^ con. quello, come hanno deliberato et venire
con tucte le loro forze, si come per uno loro V. S. intenderà. Et per
quello ehe io vedo, eosi sonno studiosi in omnibus obtenperare al pa-
rere et judicio de V. S., come de questi loro patri.

Ho inteso Vincenzo non heri l'altro venne da V. S., e non so con
che apontamento ; haverò caro intenderlo; pure, quando non fosse al
tenore de l'ultimo preso con quella, non se meravigli, perché spero, alla
arrivata che heri fece messer Francesco, quelli R.mi Cr.li responde-
ranno piü particolarmente.

Intendo lo Ves.co de' Pazi deve cavalcare ad Firenze per condure
le S. Prospero Colonna et Antonello Savello per ordine de Ascanio;
questo l'Ó per una lettera de messer Antonio de Spanocchi qui ad un
suo amico. Altro non ocorre ; subito hauta la resposta da Roma, verrò
da V. S., alla quale me recommando.

Li Colonnesi alle Celle hanno facta gran monitione de grani;
credo per desegno de nocere quelli lochi convicini.
-— m 42 VOTI N64

204 È - G. NICASI
326. (Ep. II: 110). |». Perugia, 1498, Aprile 25. XXIII.
Rodolfo Baglioni a Paolo Vitelli.

Magnifice affinis amatissime, comen. etc. Inteso quanto per il
nostro ser Valerio é stato referito circa la resposta della Ex.tia del
S. Duca, ne simo confermati nel primo nostro juditio, cioè che Sua
Ex.tia farà ogni opera per intertenere tucti li favori che potessero
concorrere per la Ill. Casa Ursina. Perché, condesciendo noy ad tucti
quelli mezi che Sua Ex.tia haveva dimandati et che per prima non ce
serriamo mai venuti se non per questo caso de' S.ri Ursini, et non ve-
nendo ad aeceptarli, si puó chiaramente comprendere ad che fine tende.

Le scuse de S. Ex.tia et che qua se parle di ley ete. per mia fe’
sono molto frivole, per le ragione ce dice epso ser Valerio havere assi-
gnate; a la parte del Catalano è proprio un sogno, perchè non è la
verità. che habbiamo may factoli intendere che habbi a essar mezo, ne
venir qua, per questo caso, né per altro, et questa é la verità.

Et per diverse vie comprendemo che questo S.re ha ad fare ogni
cosa per intraronpere che non se vade ad questi favori et già simo cer-
tifieati da Roma che i S.ri Colonnesi han mandato ad Sua Ex.tia ad
fare ogni instantia possibile ad questo effecto, offerendoli molti partiti.
Anco havemo tocho cum mano che quella fa instantia che Ieronimo
habbi a dar fastidio et li ha data polve, sayettime, lance et 300 ducati
et offeriscile fanti.

Havemo etiam adviso che, per conto de Ieronimo, forono levate
da Saxoferrato de questa septimana doy some d'inbracciature, altre-
tante de rotelle et corazine et messe in Civitella.

Item havemo di bon loco che de qui a otto di el conte de Ster-
peto deve intrare per la Rocha de Asese, cum 200 fanti de Sua Ex.tia
et 80 cavalli et devece dar fastidio et già hanno quelli da Valfabrica
cominciato ad rompere, che hiere admazorono a la strada tre nostri
contadini.

Havemo anco et simo certificati ch'e' fulignati, facta la treva, devono
ronperci ad istantia de’ Colondesi. Anco ad Chiusci se fanno ragunate
secretamente. Et ogni eosa cognosciemo farsi ad effecto de guastarci
questo desegno. Pregamo adonche la M. V. che facci ogni cosa per
trovar qualche mezo ch'] S.r Duca ci facci qualche assecuramento et
quando non cognosciamo, et intra Sua Ex.tia et questi, altri mezi et
cum qualche suspecto intestino, non serria securo andare a li favori de’
S.ri Ursini et lassar le cose nostre in tanto pericolo.

Ne la recuperatione che fece questo anno Giovanpaulo de Graffi-
LA FAMIGLIA ViTELLI, ECC... 205

gnano, intra l'altri un S.or de Monte Galvello li vicino, fece ogni de-
mostratione per epso Giovamp. et hora, credo per ordine de’ S.ri Co-
ondesi, quelli S.ri da Sipicciano, cum circa domilia fanti viterbesi et
circa 60 cavalli, sono andati ad ‘ampo a dieto Monte Galvello, loco
picholo et non molto forte; el che essendomi significato, per non lassar
l’amici, mandai subbito Giovanpaulo cum 50 cavalli et certi fanti ad
quella volta, cum ordine levare fanti da Baschye et da Alviano, per
soccorrere el detto S.re. Credo li leverà da canpo et poneralli in qualche
accordo et serà giuoco di pochi di.

Guido era andato a Spello per adviare et spengere inanzi Adriano
cum 50 balestrieri et 20 homini d’arme et subcedendo questi ad visi li
ha ratenuti. Pur mi credo che li balestrieri ogni modo anderanno et
alla M. V. mi racomando, et cusì mi racomandate al m.co Vitellozo et
ad messer Sante nostro.

921. (Ep. II. 76). Perugia, 1498, Aprile 26.
Angiolo Leonini da Tivoli a Paolo Vitelli.

Ill.re S. Mio Com., in questa hora ho receputa una de V. S., dove
diee non haver hauto mio adviso poi arrivai qui, de che molto me doglio
havendo già per dui volte seripto ad V. S. assai longamente, non solo
circa la dispositione de questi S.ri, quanto ancora per la ultima mia
de jeri de alcuni advisi havea hauti da Roma. La prima mia lettera
la portò un ragazo de Theseo de Redolpho della Petra; la seconda la
portò un homo aposta de questi S.ri, che venne da V. S. Me doglio ve
sia facto si malo servitio, potissime della presente.

Circa le dispositione de questi S.ri li replico che loro S.ri sonno
prontissime, non solo de mandarce, de venirce in persona tucte, et già
Adriano era adviato con 151 homini d'arme et 60 balestrieri ad. ca-
vallo: tutte queste provisioni erano alquanto sospese per la resposta,
portó messer Valerio, lo duca de Urbino havea facta alla S. V., che
havendo ancora piü reincontri del malo animo de Sua Signoria verso
questo Stato ed quanto studiosamente solliciti malignare per lo mezo
de Ieroninio della Penna, certo li dà da pensare alle cose loro de qui
dentro, potissimum che dicono parte delle vostre gente, per vigor de'
'apitoli faeti con il S. Duca, in quello caso le aspetariano contra.

Io, per haver vista V. S. studiosissima de ponere assecto ad queste.
loro cose col dicto duca, li ho confortati ne vogliano star de bona voglia
et che, havendo casa vostra facto tanto in beneficio de questo loro stato,
non lassaria procurare la conservatione d'esso, maxime per desiderare
206 G. NICASI

loro S.rie ne, venessero de compagnia in questa inpresa et per questo
volessero inviare Adriano colle gente deputate, quali darriano reinfre-
scamento alle cose nostre de la. Et ad questo effecto di novo questa
mane, havendo hauto Ja lettera de V. S., so stato con messer Hastorre et
de novo voluto intendere l’ animo loro quello erano per fare, me respose
in nome de tueti che io significassi alla S. V. che questi soi patri se
sonno resoluti una eon vostre S.; o venga licentia o no, venirne con
tucte loro forze, dummodo queste cose loro siano composte col duca
de Urbino; che quando decto acordo non sequesse, loro S.rie ceinvia-
riano qualche parte. Et per questo prega V. S., con quella piü instantia
che pote, quella voglia operare questa cosa se compona al modo V. S.
iudicarà, che tueto son per fare per posser essere expediti ad questo
bisogno. Et in questa mane s'é resoluto inviare Adriano colle decte
gente et cosi manda in questa hora li 25 homini d' armi la via de Tode,
et ad sancto Gemino trovaranno Adriano con certi fanti Spoletini, che
la comunità manda ad requesta de Guido, come messer Hastorre, et per
quello che mostra, tucti sonno paratissimi. Per tanto prego V. S. voglia
interponere le parti soe eol decto Signor Duca voglia venire ad questo
acordo, al quale la Excellentia del Duca de Milano intendo ne li ha-
varà scripto, et quando per casu lo prefato duca non volessi venire ad
dicto acordo, per quelle opere li comuni adversarii cercano con soa Signo-
ria, Vostra Signoria voglia pensare de quelli soliti soi modi, sì che questo
stato, formato con tanta gloria de casa soa, partendo quella dal paese,
resti assecurato et fermo, sì che questi Signori possino expeditamente
venirsene colla Signoria Vostra, la quale sia pregata sopra ciò farne
una risposta, in una mia lettera da posserla mostrare a Messer Hastorre.

Questi Signori, subito arrivato qui lo Magnifico Guido, scriveranno
quella lettera alla Signoria Vostra, che me disse procurassi de havere,
quale molto volentieri dicono volerla fare etiam per via di contracto pu-
blieo. Solo resta questo: che Vostra Signoria procuri questo assecto col
deeto Duca et, in evento che non sequisse, pense qualche expedito modo
perla loro secureza et del posserse levare de qui con animo queto : che
tutto lo spero per cognoscere V. Signoria sapientissima et la factura
de casa vostra volerla conservare, et più le antique amicitie ve studiate
mantenerle. Credo alla arrivata de questa V. Signoria haverà hauto
resposta de Firenze, o sia la licentia; et haverò caro intendere qual
chosa.

Heri ebi una lettera de Messer Francesco, data in Nargni alli 24
de questo, dove diceva quella sera seria ad Roma, et che con più cele-
rità possibile tornaria in qua. Subito che haverò adviso alcuno, lo signi-
ficherò per messo a posta ad V. Signoria, alla quale me ricomando. LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 207

328. (Ep. II. 75). Città di Castello, 1498, Aprile 28.
Paolo Vitelli a Cerbone Cerboni.

.... Cum questa siranno tre lectere, doi de messer Agnilo da Tigoli
et de la S.ria de Redolfo, quali vi mando a ciò intendiate, et lo possiate
fare intendere ad chi vi parerà, che '1 iudieio mio che se tenda, non solum
a la ruina de casa Ursina, ma sucessivamente de li Baglioni et nostra,
già comincia a verificarse, come apertamente se vede per la continentia
da diete lettere. Et però è bene che cotesti ex.i S.ri ne satisfaccino, che
ne seguirà etiam la securtà loro. Quando li Ursini, Baglioni et noi
fussimo ruinati, non se posarìa la cosa qui, come possete immaginare.
Bene valete.

829. (D. le. XXVI. 47). Roma, 1498, Aprile 29.

Domenico Bonsi ai Dieci.

Scripsi hieri a V. S.rie, mandate insieme pel fante ordinario con
altre mie sopratenute per non havere latore senza spesa. Dipoi stamani
fui al Rev.mo et Iil.mo Mons re Asch[anio] al quale comuniehai la
copia della vostra allo oratore nostro a Milano de’ 25, et pregailo gli
piacesse favorire il caso di che per la vostra de’ 26 mi commectete ; et
richiesilo di parere, mostrandoli tucta la fede nostra essere nella Ex.tia
del Duca di Milano et in sua Re.ma et Ill.ma S.ria. Monstró la cosa
essere d’importanza et momento grandissimo; commendando la delibe-
ratione et lettere di V. S.rie et domandandomi tempo a rispondere et
risolversi. Di poi hoggi mi fe’ intendere parergli essere optima con-
clusione che fra Colonnesi et Orsini si facesse qualche accordo, come
ne scrivono V. S.rie, et che di questo ne farebbe ogni diligentia: et
exortommi che io ne parlasse con la Santità di Nostro Signore. Onde
subito mi conferi’ a palazo per parlarne al Papa, secondo mi commectete
et come mi ricordò Mons. Asch[anio]. Trovai nella camera del pappagallo
Mons.re di Perugia: al quale conferi’ quello havevono richiesto e’ Vi-
telli et Baglioni, et la risposta di V. S.ria a loro facte. Mostrando aper-
tamente il pericolo, non solo nostro, ma di tucta Italia, ingegnandomi
con ogni mio studio persuadergli, questa essere impresa de’ Veneziani.
Affermò essere caso di momento assai et che di già lo haveva inteso
da varie persone private, che di costà diceva ne havevono havuto adviso,
. et che ne haveva di tucto conferito alla S.tà di n.ro S.re, il quale, se-
condo referi', giudichó essere d'importantia- gravissima et havere biso-
gno di celere remedio : Et da se medesimo mi dixe parer bene a questo
proposito che fra li Orsini et Colonnesi seguissi qualche buono ac-
chordo. Et che a questo effecto li pareva volto et fermo la S.ta di n.ro
————————— MM 7 -: n,

Il
IM
|

208 . G. NICASI

S.re et che non li pareva io altramente gliene dovessi parlare, dicen-
domi ancora che lui ne farebbe ogni diligentia : et nondimeno referi-
rebbe di nuovo a N. S.re tucto quello gliene havevo significato et
persuaso. Andai poi da Mons.re di Colonna et riferiigli tucto quello
che mi commectesti, parvemi rimanessi molto bene chiaro che contro
ogni nostra volontà harebbe ad essere la partita di questi Vitelli et
Baglioni da voi: Et nondimeno subiunse che, quando non si pigliassi
forma di compositione, loro harebbe tanete genti d' armi et fanti, oltre
a quelli che hanno de presente, che non dubitano, non che potersi di-
fendere da questo augumento de' Vitelli et Ballioni, ma poterli vali-
damente offenderli. Stimo doveranno essere, o domani o al più mar-
tedi, insieme il Papa, Mons.re Asch[anio[. Mons.re di Perugia et Colonna
et Savello: et che si farà qualche buona conclusione per levare le

armi fra queste due Chase o almeno per qualche tempo. Solleciterò

a questo effecto quanto potrò questa cosa et vi adviseró del seguito
330. (D. r. LVII. 102).

Pietro Corsini ai Dieci.

Gubbio, 1498, Aprile 30.

Magnifiei domini mei ete. Seripsi a V. S. da Chastello addi XXVI
del presente, et quello di mi transferi' qui et posi la commessione di V. S.
a questo illustrissimo Signore, el quale, per rispecto di quelle, mi vide
volontieri et mi fece grata achoglienza et continuamente mà' molto ho-
norato. Mostró havere molto grato che V. S. confidassino in lui et non
di mancho fece una lungha querela di quegli M.ci Baglioni, allegando
molte ingiurie ricevute da loro, di fatti et di parole, et non mancho di
parole usate in suo dispregio; et pareva al tutto resoluto volersi ven-
dichare hostilmente di tale ingiurie: pure mostrandogli io quello che
importa in questi tempi el muovere arme et che si debbe havere rispecto
ad maiora, tandem si risolvè a dovere aspectaré la venuta di questi
M.ci Vitegli, che già era restato d’achordo con Messer Churrado ci do-
vessin venire jeri, et chosì feciono: et parlando io con Pagholo et Vi-
tellozzo, avanti parlassino col Signore, restamo insieme e’ termini do-
vessino usare, et quello fussi da chonsentire al Signore che per decti
Baglioni si dovesse fare: et la difficultà non é solo della torre; chè do-
mandava cinque chose principali, che di tre ci achordamo che dicti Ba-
glioni le debbino consentire, et chosì di poi oggi tucti insieme ci ab-
biamo quasi ridocto el Signore al chonsentirle, et l’altre dua, che im-
portavano più, posarle. La prima di queste tre, che pare a questi Vitegli
che pe’ Baglioni si debbi consentire, è lo spianarsi la torre, et di questo
diehono sapere non ci sia difficultà : la seconda, che pe’ Baglioni si re-
stituischa tutte le cha stella havessino prese degli Asisani, et questo LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 209

n

illustrissimo Ducha è chontento fare el simile di quelle tiene lui: la
tertia, che Girolamo della Penna torni in Perugia, insieme con uno pa-
rente di questo Signore, quale è di pocho momento, et questi Vitegli
giudichano che il tornare di Girolamo sia molto a proposito de’ Baglioni,
per essere stato sempre della parte loro, et che, havendolo inimico, pos-
sino male tenere loro stato, el quale mostrano giudichare essere molto
deb le per molte cagioni et ragioni n’alleghano, et che se questo Signore
procedesse sechondo quello haveva disegnato, harebbono pocho remedio.
Et per vedere di posare questa chosa, questi Vitegli, et io insieme con
loro, habbiamo deliberato mandare, domattina, a Perugia a fare inten-
dere a decti Baglioni fino a che ci confideremo disporre questo Signore,
confortandogli et persuadendogli, monstrando loro e’ pericholi ete.

Io vi manderò el mio cancelliere bene instructo et con quella co-
missione mi parrà bene a proposito, et decti Vitegli, insieme con decto
cancelliere, rimanderanno un loro huomo praticho con tale Comissione,
che farà largamente loro intendere e' pericoli in che si truovano et qual
sia el bisogno loro. Credo doveranno essere di ritorno mercholedi, o
giovedi, al piu lungho, et allora conoscerò se si può sperare achordo
intra chostoro, et se vedessi la cura disperata, piglierò licentia da questo
Signore et torneromene a V. Signoria, ma, se vedessi fussi per sortire
effecto, staró, flno a tanto vegha di farne conclusione, et perché so la
mia Comissione non debba durare piü che tutto di septe di maggio,
non mi curerò soprastare dua di al giugnere costi, pure che quello ha-
vessi a concludere fussi drento a decto tempo: ma, mi forseró stregnere
con piu velocità mia sia possibile all’effecto.

Questi Magnifici Vitegli partiranno domani di qui per a Chastello :
hannomi preghato gli rachomandassi alle S. V. et maxime che sieno
provisti di qualche soma di danari, che più dì sono se’ nè dato loro inten-
tione. Questo Signore ha fatto loro grande dimostratione d affectione,
et molto honoratogli, et parlano molto honorevole et amorevolmente
luno dell'altro, et dimostrano havere ferma et intrinsecha amicitia infra
loro. Et decti Vitegli m'ànno mosso alchuni ragionamenti, e quali mi ri-
serberó a bocha a riferire a V. S. in gratia delle quali mi rachomando.

331. (D. le. XXVI. 48). - Roma, 1498, Aprile 30.
Domenico Bonsi ai Dieci.

Seripsi l'ultima mia a 29 a V. S.rie. Sono stato di poi hoggi con

la Santità del Papa et con Mons.re di Perugia, dove etiam era pre-

sente uno secretario di Asch[anio], per sollecitare la conclusione sopra

14
910 G. NICASI

questo caso de’ Vitelli et Baglioni, repetendo a sua Beatitudine tucto
quello me commectesti per le vostre de’ 26. Rispose di ‘tueto essere
benissimo informato per quello li haveva hieri referito Mons.re de Pe-
rugia et stamane el R.mo Mons.re Aschanio, il quale dixe non mancho
favorire questa cosa a beneficio comune di Italia et nostro, che se fusse
sua cosa propria: et che così disposto fare ancora è lui: Et poi mi

: dixe che V. S.rie in nessun modo dessino licentia a Vitelli et Baglioni,

ma la denigassino: come era certo haverete facto insino a qui, per
quello gliene havevo significato pel contenuto delle vostre lettere et
mostrò essergli capace le ragioni nostre a credere fussino mossi da-
Vinitiani: et che però tanto più conveniva haversi riguardo a facti no-
stri, dicendo che, se bene il Duca di Milano haveva dinegato el passo
a Vin.ni, stimava lo harebbono dal Duca di Ferrara, per non potere
cosi, resistere la sua Ex.tia: et per remedio dixe comanderebbe di pre-
sente a’ Colonnesi che deponessero l'armi, etil simile farebbe alli Or-
sini: et a Vitelli et Baglioni ancora comanderebbe che non venissino.
Ringratia[i]lo della sua buona dispositione mostrava: ma che era ne-
cessario fare remedii che tenessino, et presto; operando maxima che
per qualche tempo con ogni presteza almeno si suspendessimo le of-
fensioni fra queste due Illustri Case. Da che nascerebbe che a decti Vi-
telli et Baglioni mancherebbe la occasione di lasciarci: ad che con le
parole mostró essere inclinatissimo et che il discorso gli referi, havere
facto V. S.rie gli satisfacesse: vedrò hora di sollecitare che alle parole i

conseguitino e’ facti; che così piacia a dio
092 (Dr. LVII: 115). Borgo Sansepolcro, 1498, Maggio 2, XXIIII.
Pietro Fagioli Capitano e Commissario ai Dieci.

. Da Francesco Nerli haranno inteso Vostre Signorie la treghua
facta intra quelli di Messer Cryaco da una parte et quelli di Benedecto
d'Arezzo da l'altra, la quale sarebbe stata al proposito, quando questi
di Benedecto, che sono quelli hanno offeso, fussino stati et stessino a
termini loro. Ma epsi, non obstante la treghua, al continuo stanno con
l'armáta, et in casa al continuo hanno quanti sbanditi et huomini di
mala fama sono nel paese, et ogni giorno mi sono in sul palazo, che
è cosa invero vituperosa assai per cotesta nostra Repubblica. Et per-
ché V. Signorie habino di tucto notitia, alla morte di quello di Messer
Cryaco intervennero 5 franciosi, soldati de' Vitelli e' quali si ferono
andar via alla venuta di Francesco [Nerli]. Et questo giorno tucti e
cinque e' medesimi sono ritornati armati benissimo di scoppietti et al-
tre arme et passati a canto le case di quelli proprio amazorono, et iti-

EE .iiui— À—ÁÀ————— ——ÓÓÀ—ÀÀÉ € LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 211

sene adirictura a casa di Messer Cherubino. Et di poi montati a ca-
vallo, et corso per la terra da uno a l'altra banda, insieme con uno fra-
tello di Messer Cherubino, et li faciendo sosta. Di poi uno altro suo fra-
tello, che tucti si trovorono alli homicidi, con due francesi et altri ar-
mati, si conferirono qui proprio sotto al palazzo, tirando schoppietti et
facendo cose tucte disoneste. Di che dando notitia ad Messer Cherubino
et comandandoli li mandassi via, mi mandó a dire erano venuti per
fare feste et recrearsi seco, et niente di mancho ancora non sono par-
titi. E m'è parso di tucto dare notitia ad vostre Signorie perchè me-
diante costoro questa terra parà una spiloncha da ladri et dispiace que-
sta cosa a tucto questo popolo et pare a ogniuno che costoro habbino
tanto chaldo da questi Vitelli, che universalmente si dubita questa cosa
non si tiri drieto altra materia ....

333. (Ep. II. 125). Citta di Castello, 1498, Maggio 2.

Paolo e Vitellozzo Vitelli a Cerbone Cerboni.

Cerbone, Io ho la vostra de’ 28 d’aprile per Carlo da Feghine
vecturale et per lui li 36 schiopetti et li doi fardelli de’ stochi et sto-
chetti et ferri; la valige de meser Corado et doi zanetti.

.... De nuovo havemo per la via de Roma che S.ri Colonesi hanno
preso Gavignano et tuctavolta seguitano la victoria et tendano a la
ruina de Casa Ursina. Dopo la quale, come vi ho facto intendere, segue
la nostra et io la vorria obviare et indutiare quanto potesse et per far
questo effecto ho cum tanta istantia insistito a la licentia per andare a
lo socorso de’ S.ri Ursini et reparare a la ruina nostra. Comprehendo
che cotesti ex.si S.si fanno fundamento in le pratiche de l’acordo et
iudicano per testa via habbia a sortire la salveza de casa Ursina; ma
li effecti se vegano in contrario. Donde proceda non so; so bene che
S.ri Ursini cusì non possano durare ad longum. Et in fine per qualun-
che modo se provedesse che casa Ursina non andasse in precipitio, ad
noi non inportaria o per via d’acordo o come se fusse; purchè una
volta la se salvasse, noi non cercarissimo altro; ma, come ho decto,
l'acordo va lento et la victoria se seguita gagliardamente et cum soli-
citudine et periculum est in mora. Solicitate, una cum chi vi parerà ex-
pedienti de cotesti ex.i magistrati, che, si nienti se ha a fare, si faccia
cum presteza, perchè, quando noi potessimo restare de l'andata nostra
in terra de Roma, lo fariamo volentieri per poterce voltare a li prepo-
siti et desegni de cotesta Ex.a S.ria, secondo simo desiderosi et obli-
gati. Bene valete.

!
Pi
LM UR ERGO Gi si PETI AT Gv

Sa < < n -— I 7*— YOUQ Yr.

MM - — x1

919 G. NICASI
334. (Ep. II. 128). Città di Castello, 1498, Maggio 3.

Paolo e Vitellozzo Vitelli a Cerbone Cerboni.

Cerbone, ho la vostra de’ ij del presente et inteso vostro parere et
le ragioni mediante le quali vi movete a confortarne a soprasedere et
temporegiare l’andata nostra al securso de casa Ursina et presertim
iudicando che per opera de cotesti ex.i S.ri possa de facili seguire
qualche acordo. Respondemo che noi non desideramo altro, nisi la pre-
servatione de Casa Ursina et più presto per via d’acordo che andare
cum le genti d’arme a li loro favori, come per altre nostre havete pos-
suto intendare: quando questa abbia luogo, bene erit; quando no, noi
desiderarissimo, con bona licentia et gratia de cotesti Ex. S.ri, fare
questa opera che a iudicio nostro succederìa a comune preposito et
utilità. Et quando se dubitasse che la renatione (sic) de Casa Ursina
havesse a dare, per il mezo de Piero de’ Medici, alteratione a cotesta
Ex.a Repu.ca, ve se responde che, prima che se mecta il piè in staffa,
ce vorrimo molto bene chiarire et pigliare quelle cautele che se poterà
che tale dubitatione se toglia via et legaremo li S.ri Ursini in modo
costi, che non-poteranno per nisuno tempo calcitrare. Et lo apuncta-
mento et conclusione, che se facesse, se poterìa di poi stabilire, loco et
tempore, cum il mezo de la X.ma Regia M.ta. Infine l’ogetto nostro
siria de obviare che, Casa Ursina non precipitasse, per vedere derieto
ad quella la ruina nostra. Si per via de conpositione se possa fare, ne
piacerìa summopere. Quando noi desiderassimo farli favore cum tutte
quelle forze che sonno in noi, possendone cum bona gratia de cotesti
Ex.i S.ri, altramente malvolentieri ce acordaremmo a farlo.

Ce trovamo qua senza uno soldo. Curate per vostra fe’ de man-
dare qualche denaro, o per via de amen, o per conto de’ nostri soldi, o
per via d'interesse, come in fine se potesse, purchè havessimo qualche
subsidio. Et qui usate omni vostra diligentia. Et bene valete.

Post. scrietum. Solecitarite pure la resolutione de la licentia, perchè

‘ periculum est in mora. S.ri Ursini non possono durare in li termini

se retrovano et, chi ha cercato suspendere lo acordo intra li S.ri Ur-
sini et Colonesi, andarà derieto al desegno suo a ciò intravenga ali
S.ri Ursini quello che intraviene a uno corpo febricitante che, quando
el è atenuato et ha persa la virtù, bisogna che se resolva et non li
vale cose restaurative, et cusì intraverà a li S.ri Ursini, che essendo
oppressi, se non se li porge presto la mano, siranno necessitati a suc-
cumbere: ma in omnes eventus l'andata nostra è a proposito; si non’
ci sonno pratiche d’acordo cum animo -et intentione de concludere, noi LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 213

gli ne farimo venire voluntà, et omni volte che noi sirimo in camino
darimo sperone et aiutarimo la materia, et quanto piü presto ne aviamo
meglio e a ciò ; asettate che siranno le differentie de li baroni, possiamo
operarce ali propositi de cotesta Ex.a S.ria, che altro non desideramo,
a ciò cognoschino una volta che differentia sia dal servitio de’ meri
soldati, a quello de soldati, et servitori, come simo noi. A la mag.tia de
Thomaso Caponi ce racomandarite, per nostra parte li presentarite
uno panerello de prugnoli et farite nostra excusa che, si noi simo man-
cati mandare a la quatragesima, li temporali contrari ne sonno stati
causa. Hora che se ne cominciaranno a trovare, curarimo mandare più

spesso.
835. (D. r. LVII. 145). Gubbio, 1498, Maggio 4.

Pietro Corsini ai Dieci,

Magnifici Domini mei ete. L'ultima mia a V. S. fu a di XXX del
passato (aprile) et feci intendere della resolutione facta de mandare
el mio cancelliere, insieme chon uno huomo de’ questi Magnifici Vitelli, a”
Magnifici Baglioni, e quali trovarono molto dischosti a venire a achordo
alehuno, negando quasi tuete le conditione proposte loro, facendo molto
el ghagliardo : pure el 2° di si dimostrarono alquanto più chini et re-
solveronsi mandare'uno loro huomo a’ Vitegli, et jersera ritornò qui Mes-
ser Churrado et riferisce cho m’ e’ saranno chontenti rendere le terre de-
gli Ascesani et la torre et chosì del chaso di girolamo della Penna.non ne
fanno difficultà, parendo sia a loro proposito. Resta solo el chaso di
Bernardino, parente di questo Signore che non consentono per anchora
rimecterlo, del che habbiamo facto instantia deeto Messer Churrado et
io a questo Signore a dovere porre da parte per hora questa chosa di
decto Bernardino et non è suto possibile farglielo consentire et, per
quello ho racholto a questi dì chavalehando chon decto Signore et per
quello ha expresso di presente, si chonosce che decto Bernardino desi-
dererebbe che tale achordo non andasse innanzi et venire a roctura
con loro; pure, per sodisfare a V. S. et a que’ magnifici Vitelli, non è
per tornare indrieto di quello ha promesso. La chagione perchè mi
pare desideri procedere chontro di loro, sono che confida pocho di loro,
et dice che non gli observeranno pacto promectino, chome si veghono
puneto allentare dal pericholo. L'altra che gli pare vedere molto facile
‘a potere mutare quello stato. Et per fare ogni possibile che questo
achordo venga ad effecto, chonfortato da Messer Churrado per parte di
quegli Magnifici Vitegli, mando di nuovo decto mio cancelliere a Pe-
914 G. NICASI

rugia, insieme con uno huomo di loro Magnificentie, per vedere di chon-
cludere, per quanto si possa, per non manchare in questo chaso d'opera
a tale effecto, et più presto sarò chontento potere essere imputato da
V. S. de lo mio soprastare qui, che di manchare di diligentia. Et in chaso
che alla tornata di decto chancelliere questa chosa non sia conclusa,
subito tornerò a V. S. — Io ho atteso continuamente a dissuadere a
questi Magnifici Vitegli lo andare a favore de gli Orsini, chome da Cha-
stello seripsi a V. S. et chosì poi qui è nella venuta loro, et etiam
a messer Churrado, che più volte è ito in giu et in su allegando, tutte
quelle ragioni che largamente si possono alleghare et ho trovato decto
Messer Churrado havere molta consideratione et respecto a questo loro
pensiero. Et, per quanto mi sia paruto comprehendere, giudico gli abbi
sconfortati a tale impresa el simile so ha facto questo Signore. — Parte,
questa mactina, decto Messer Churrado per a Chastello, et per quanto
m'a accennato questo Ill.mo Signore, verra costi a V. S., mandato da’ pre-
fati Magnifici Vitegli. Conforterei V. S. a fargli buona achoglienza :
et satisfargli in ogni altra chosa, salvo el chonsentirgli el separarsi da
V. S., perche ritragho et chon buono fondamento, che infine molto pesa
loro quando pensano doversi o potersi discrepare da V. S.: et è per que-
sta chagione maxime che mé parso dover mandare questo fante a po-
sta a V. S., parendomi importi dare loro tale notitia. Rachomandomi a
V. S. quanto più posso.

336. (Ep- II. 135). Città di Castello, 1498, Maggio 6.
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Cerbone Cerboni.

Cerbone, havemo la v.ra de’ 4 de questo, per laquale restamo
avisati de l'arivata a Firenze de Nicolas Alamanni, cum lettere creden-
tiali de la X.ma M.ta Regia a cotesta ex.a S.ria et ad altri particulari
servitori di quella, et intra li altri, essendose recordata de noi,ne ha-
vemo preso grandissimo conforto Et peró rengratiarite, nomine nostro,
Nicolas de la inbasciata, la quale n’ è stata acepta sopra omui altra
cosa havessimo possuta intendere. Et non obstante che noi respon-
diamo per lettera nostra a prefata M.ta Regia et li faciamo intendere
el bisogno et desiderio n.ro, pur pregarite Nicolas che, tante volte
quante li occorre, ne racomandi a prefata M.ta Regia et a San Maló
et che li recordi la fede et servitù n.ra, da la quale non simo per de-
viare fin tanto ne durerà la vita, dimodo se faccino cum noi porta-
menti che possiamo persistere et continuare in preposito.

L'andata n.ra in terra de Roma, noi simo non tanto per differirla,
ma per removerla totalmente, omni volta che lo acordo segua intra li

- —— -— = — —
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 215

S.ri Ursini et S.ri Colonesi; al che desiderarissimo cotesti Ex.ri S.ri
interponessino l’auctorità loro in modo ne havesse a seguire lo effecto,
a ciò se potessino in loro occurrentie servire de noi, ma dubitamo che
le pratiche de lo acordo, come per altre n.re havete inteso, non sieno
alfine tirate in longum, che li S.ri Ursini, non possendo durare in li
termini se trovano, se habbino a consumare et per consequens sienno
necessitati a succumbere et, vedendo noi la manifesta ruina nostra dopo
la loro, inique ferimus. Et quando la pratica de l’acordo non habbia
luogo, ne sirimo necessitati de nuovo a recercare licentia de possere,
cum bona gratia de cotesta Ex.ta S.ria, andare al socorso loro, che
come per l'altra vi fu sericto, ce acordarissimo mal volentieri a farlo
altramenti.

La solecitudine v.ra circa al retracto del denaro, non seguendone
altro effecto, ad noi é poco proficua. Infine bisogna che voi chiariate
una volta cotesti Ex.ri S.ri che cussi non possemo stare, et che le pre-
gate che ce dieno modo a possere mantener la compania, havendola
questa invernata cum tanta spesa n.ra substentata. La licentia se dà
in piü modi. Quando el n.ro servire non fusse acepto, meglio siria de
chiarirce, che lassarce consumare et ruinare, et noi et la compania. Noi
simo al tempo de l'inprestanza et anche non havemo li serviti et ha-
vemo debito la vita et non sapemo hora mai dove ce voltare piü per
havere uno soldo; pregatele per dio che non ce voglino mancare, per-
chè la siria l'ultima ruina n.ra ; overamente, come è di consueto, quando
el servitio n.ro non sia a loro preposito, non ce tenghino suspesi ; chiari-
schino la mente loro, che, poy che noi fussimo desfacti, ale S.rie loro
non poteria resultare né utile, né honore.

Li 300 ducati devemo a Pavolo Ant.o, sirimo contenti se compu-
tino al pagamento ha a fare et à conto de' n.ri serviti.

Al partito propone Iuliano Gondi, de pigliarce li detti de li con-
donati et de quelli hanno a fare la presta, non è a preposito n.ro;
non ve ne inpacciate.

Cum questa sirà la resposta n.ra a la X.ma Regia Maestà; da-
riteli recapito.

. Circa la causa di Loviggi de la Stufa, el S. Duca li scrive, e io li
mando quanto la Ex.tia me risponde, sirà e l'una et l'altra qui alli-
gata: dariteli la sua, et la mia li mostrarite,

De le cose de li S.ri Ursini non vi posso dare altro particulare
aviso, si non che vi chiarischo per una max.a che, non havendo altro
aiuto, non possano durare a longum. Bene valete.

Darite a Thomaso Caponi certi prugnoli, quali se mandano per lo
'aportatore et farite nostra excusa che questo anno se ne trovano pochi.
916 G. NICASI

337. [Ep. II. 140]. Città di Castello, 1498, Maggio 8.
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Cerbone Cerboni.

Cerbone, veduta et intesa la v.ra de’ vj del presente, risponderò a
le parti. Et prima del carico n’ è dato apresso cotesti Ex.si S.ri per le
controversie del borgo, circa le quali non havemo facti portamenti de
qualità che meritano — si le S.rie loro voranno intendere il vero, et chi
se trova al Borgo per quelle, et non andare derieto a ciarlamenti bor-
ghesi, che altramenti non li saparìa chiamare — una minima reprehen-
. sione. In la compania n.ra noi non havemo, come sapete, francesi; e’ è
solum uno alamanno. Non se havendo, non sonno possuti andare al
favore de m.er Cherubino et fare tante cose, quante se allegano. Pre-
terea per l’afectione et servitù portiamo a cotesta Ex.sa S.ria, non ha-
varissimo altro respecto all’ honore et interesse de quella che al proprio
et li modi tenuti per noi per lo passato, per tucto el camino, ne possano
rendere testimonio. Et si in li altri loro convicini è may cascata ge-
losia, o suspecto nisuno, per nisuno tempo, in noi non may ; simo sempre
stati la siepe da queste bande de lo stato loro et havemo facto sempre
capitale de la protectione de cotesta M.ca Cità, sotto la quale simo
nati et alevati. Et oggi lo facemo più che mai; et, se verrà cercando et
examinando, non trovaranno che servitori habbino al mondo ne passino
d’ afectione o fede, de le quali non mancarimo fin tanto ne durarà la
vita.

Si el s'é facta istantia d'obtenere licentia per andare al socorso
deli S.ri Ursini, onde iudicamo sia generata qualche ombrezza, non è
stato ad altro effecto, che per reparare a la ruina n.ra, la,quale vene in
consequentia dopo quella deli Ursini et parevane etiam ce fusse, come
invero c'é, lo interesse et comune proposito de cotesti Ex.si S.ri, perchè
omne volta che venisse la ruina n.ra, seranno necessitati a darce aiuto
et, dove tolto questo dubio se possano in omni loro abisogno servire de
le persone nostre, de la conpania et de li amici, bisognerà che, essendo
noi molestati, voltino de le genti d'arme loro a la defesa nostra, cum
ispendio et non senza periculo de le cose loro. Vedete mo' quello vene
a dire a conponere le differentie deli S.ri Ursini et quanto inporta. Et,
eome altre volte v'è stato facto intendere, ad noi siria summo a pia-
cere che le pigliassino più presto sexto per via d'acordo, che havere
a cavalcare cum sinistro de la conpania et periculo et afanno n.ro. Et
però, iterum atque iterum, racomandarite a cotesti Ex.i S.ri questo caso
et le pregarite che, cum omni studio et diligentia, usino tucti quelli mezi
pareranno loro expedienti, che questa pratica sortisca effecto, a ciò pos-' LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 217

siamo, come è nostro desiderio, essere a li prepositi loro dove bisognerà,
et demostrare l' animo nostro sincero, exponendo le facultà, lo stato et
la propria vita, al servitio loro et non stieno in dubio, quando mille
volte noy havessimo a cavaleare, che malvolentieri el farissimo, se non
cum bona licentia et gratia loro, may habbiamo a deviare da cotesto

cammino, né mancare de la servitü antiqua et fede havemo continuo:

portata et portamo a cotesta Ex.sa Repub.ca, si da quella non sia già
data urgentissima causa, che quando fusse, non poteria essere si non
cum summa displicentia n.ra et ne doleria per infine al core.

A la parte del Comissario de Valiana, e’ sonno più di che la M. Sua
ne scrisse per Bernardino da Foyano mandassimo x o xij balestrieri
per securtà de quello luoco. Et in ne l’ultimo de la l.ra se remecteva
a prefato Berardino, quale ne fece intendere che haveano desegnata una
cavalcata et che volevano magiore numero de cavalli et, facta la ca-
valcata, se possevano li x o xji balestrieri restare a Foyano, et li altri
tornare a le loro alogiamenti. Noi mandassimo a provedere la caval-
cata et, havendo terminato farla, el Comissario ne scrisse dovessimo
soprasedere, perché ne voleva fare un'altra da la banda de Monte Pul-
eiano de piü inportantia et che non li pareva expediente rompere cum
Senesi. Et havendola noy provista et conclusa, sopravenne la nova de
la rotta de' S.ri Ursini, la'quale essendo de momento grande a le cose
nostre et parendone havessaro bisogno de pronto socorso, mandassimo

subito a Firenza per cercare licentia de cavalcare a li loro favori et, -

sperando obtenerla, respondessimo al Comissario che per alhora non
era tempo de fare scorrarie et che ne ocorriva cavalcare, non li dicendo
altramente dove, et non mandassimo, perchè il tracto era però longo de
40 miglia o piü et non se veniva in taglio, stimando havere licentia de
andare in terra de Roma, de dare quella stracca a cavalli. Di poi la
M.tia del Comissario ne recercó li mandassimo 40 o 50 balestrieri, quali
alogiavano in quelle circunstantie, et questi non andaro, che havendoli
noi già remossi da li alogiamenti, dove non possevano piü stare per
penuria de' strami, et l'herbe non erano anche venute per li temporali
contrarij, et retiratole de qua, non ce pareva a proposito per le ragioni
preallegate mandarle; né anche 1o possevamo levare de qua senza qualche
poco subsidio: et facessimo intendere al Comissario per excusa nostra
che noi non ha. vamo in n.ra balya uno quatrino da poterle aiutare ; fin
tanto che noi havemo tanta comodità de qualche denaro, noy le havemo
aiutate et senza replica mandati dove è stato necessario. Et Thomaso
Thosinghi ce ne po’ fare fede che, al tempo che fu Commissario a. Val-
liana, non ce domandó may xx cavalli, che non ne havesse senza tempo
nisuno quaranta. Quello che se fece fu non per non volere obedire et

15
218 G. NICASI

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mancare del debito nostro, ma per le ragioni havete intese et per im-
possibilità, che gli è buon tempo che noy havemo hauto sì poco subsidio,



che, si non fusse che havemo inpegnato et y stessi amici et parenti, ne

sirissimo morti de fame: horamai non c’è più remedio, non sapemo

dove ce voltare più et maravagliamoce et ce dolemo de li portamenti
se fanno cum noy, che non ce pare la servitù et il servitio fedele ha
da noi hauto cotesta Ex.a S. lo meriti. Et per ciò siate pregato fare
omni conato et usare omni extrema diligentia de recavare denari. Et,

si non si po’ de presente a migliara, dienoce a centinaia, a ciò non
habbiamo a morire de fame cum questa conpanìa, quale havemo cavata
de l’invernata cum tanto despendio et interesse n.ro et conductola qui

STARTER SE PRIEST

in modo a ordine che se ne possano loro S.rie servire et farne omni

desegno, et avisate che speranza se possa havere et cum presteza, perchè
cusì non possemo infine più durare. Et questa è la summa.

Al particulare de la differentia verte intra la Ex.tia del S. Duca
de Urbino et S.ri Baglioni, non acade dire; da m.er Corado nostro in-

tenderite el tucto, chè è apieno informato et seco comunicarite questa,
’ | .
perché non li serivo altramente. Bene valete.

838. (D. lc. XXVI. 52)... Roma, 1498, Maggio 9.

Domenico Bonsi ai Dieci.

.... Stamane, de buona hora, presentai la lettera della Signoria al
Papa et, perchè fu concistorio, non pote’ parlargli et mi fu ordinato
tornassi hoggi a Sua Santità et così feci. Dove, poi che aspettai hore
tre, mi fe' chiamare; et alla presentia era Monsignore Asch[anio] et

Monsignore di Perugia et prima mise fori el tenore della lettera de’
nostri Excel.ri Signori, la quale disse havere comunicata a tutto il
concistorio, subjungendo che, benchè havesse desiderato haver qui [a
Roma] fra Gyrolamo, non di meno, et per le ragioni che in decta lettera
summamente si allegavano, et perche' desiderava assai piacere a' nostri
Ex.si S.ri, era contento che di costà si exequisse quello dicevono voler
fare e' nostri Ex.si S.ri, et per tale effecto manderebbe costi, fra due o
tre di, il Generale dell’ ordine de’ Fra Predicatori, et uno Messer Fran-
cesco Ramosino Ciciliano, auditore del suo ghovernatore, con piena au-
torità, come da loro di costà si intendeva. Ringratiai assai S. S.tà et

dipoi gli fece intendere tucto quello m' advisasti de’ Vitelli et Baglioni,
et de’ 300 cavalli mandati per Vinitiani a Pisa pel Ferrarese, et de’
presti remedi bisognava facessi S. S.tà, inducendo tucte le ragioni che
per le decte vostre mi significate. Risposemi prima che già da’ Colonnesi

rm ————__—r—r——————__—____—
LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 219

haveva havuto pien mandato di potere conporre fra loro et li Orsini:
et che hoggi Mons.r di Sanseverino era stato da lui et li haveva decto
che domani ci sarebbe il mandato dalli Orsini: et quando quello ci
fusse, come sperava, manderebbe per l’una e per l’altra parte et sfor-
zerebbesi che lo accordo seguisse: et nondemeno mi ricordò che ad
ogni modo dovessi scrivere a V. S.rie che conducessino a loro soldo il
Duca di Urbino: et che si facesse al presente ogni sforzo contro a
Pisa, dando per tucto il guasto. Mostrò dispiacergli esservi venute le
gente che advisate : et nondimeno che, quando si tenesse [modo] non
havessino victuaglie, era da spèrare potessi rihavere Pisa: et alla pre-
sentia mia commise si mandasse per Villa Marina per dargli commis-
sione che si rapresentassi a Livorno co’ suoi legni, per impedire Vinitiani
non rimandassino victuaglia in Pisa: et così richiese Mon.r Asch[anio]
che adoperassi con la Ex.tia del Duca di Milano che e’ Genovesi impe-
dissino, et con galee et con navi, non vi si potesse per Vinitiani mandare
victuaglie, nè altro per mare : et molto mi richiese vi scrivessi che vi
facessi ogni sforzo: et che sapeva e’ Vinitiani non restare di cercare
di darvi ogni molestia : et: che lo Oratore Vinetiano qui s’era doluto
molto della denegatione del passo haveva facto il Duca di Milano, et
delle dimostrationi che S. S.tà faceva verso di noi: et che haveva facto
intendere a S. S.tà, come il nuovo Re haveva scripto alla S.ria di Vi-
netia come ad amici, significando loro la morte del poverecto Re et la
sua felicissima successione a quello: et come a Vinetia s'era deliberato
mandarvi tre ambasciatori ...: et come loro s’aiutavano diligentemente
in ogni cosa, così dovavate fare voi et mandare presto e’ nostri oratori
electi alla S. M.tà, et che gli piacerebbe vi fussino prima che cotesti
de' Vinitiani. ....
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4
REA TE

RICERCHE DI TOPOGRAFIA MEDIOEVALE ED ANTICA

« Zapivor 8& ovev]v olmodaL x pay...
mÓAstg è’ Eyovoty diifag al tetanet-
VOnevag dLù Todg coveysig ToXgjovg,
’Apitepvov xal "Pe&ve, d TAiNoateL
*épr 'Ivvepoxpéa «xai tà sv KorwALtatc
Tryp Diata, dop dv xat Tivovor xat
epuaditovieg deparevoviat vócoUg ».

STRAB. V. pag. 228.

CENNO BIBLIOGRAFICO

— Sulle vicende geologiche della regione in cui sorge Rieti, scrisse
ampiamente ANTONIO VERRI: Studi geologici sulle conche di

Terni e di Rieti. — Reale Accad. dei Lincei, 1882-1883, pa-
gine 1-82. — Roma, Salviucci, 1883. Le conclusioni ivi esposte

furono poi raccolte ed emendate dall'A. nel suo seritfo: Un
capitolo della Geografia fisica dell'Umbria, in Atti del IV
Congr. Geogr. Ital. — Milano 1901.

— Prof. FEDERICO Sacco: Gli Abruzzi; schema geologico (con carta
geologica e cartina tettonica). - Roma, Tipografia della Pace
di F. Guggiani, 1907.
L’A. tratta della formazione geologica della valle reatina, of-
frendoci numerose informazioni al riguardo.
Tralasciamo di citare qui le opere di geografia generale, da
cui si hanno altri cenni ed altri particolari sulla regione.

— Il Regesto di Farfa di Gregorio di Catino, pubblicato da I.
GIorGI e U. BALZANI. — Vol. II, III, IV, V. — Biblioteca

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229 G. COLASANTI

della R. Soeietà Romana di Storia Patria; Roma, presso la
Società, 1879-1892.
I documenti dal sec. VIII vanno fin dopo il mille. E poichè

il monastero farfense fin dalla 2* metà del secolo ottavo cominciò

a possedere a Rieti, sulla destra del Velino, numerose sono le re-
lazioni (compre, vendite, permute, donazioni ecc. ecc.) che Farfa
ebbe con la nostra città. Da queste carte diverse si hanno accenni
preziosissimi per la topografia reatina.

Insieme alle carte farfensi, sarebbe per noi di somma impor-
tanza conoscere le carte degli archivi dei singoli conventi, che in-
torno al secolo XIII sorsero nella nostra città: ma esse sono

disgraziatamente perdute. Solo poche — provenienti dall’archivio
del convento di S. Domenico — sono raccolte nella Biblioteca

Comunale reatina.
Qualche altra, proveniente dall’ archivio del convento di
S. Francesco di Rieti, è raccolta nel Bullarium Franciscanum,

. vol. I, pag 381 ad ann. 1245; vol. I, pag. 516 ad ann. 1248; vol. I,

pag. 627 ad ann. 1252; vol II, pag. 471 ad ann. 1263 ecc.

— All’anno 1334 si riferiscono due processi della Inquisizione con-
tro tal Paolo Zoppo e contro il Comune di Rieti: efr. Eretici
e ribelli nell? Umbria dal 1320 al 1330 studiati su documenti
inediti dell’ archivio segreto Vaticano per L. Fumi. — In
Bollett. della R. Deputaz. di Stor. Patr. per l'Umbria, anno V,
vol. V, fasc. II, pag. 349-425. - Perugia, Unione Tipografica
Cooperativa, 1899.

: Trattandosi di processi su fatti svoltisi in Rieti, nelle depo-

sizioni dei testi si hanno importanti accenni di carattere topogra-

fico.

— Alla prima metà del trecento — secondo è chiaramente indi-
cato da alcune disposizioni (I, 129, 133; III, 99 ecc. ecc.) —
rimonta la compilazione degli Statuti di Rieti, di cui si ha
nella Biblioteca Comunale reatina un cod. membranaceo della
metà del sec. XVI (« die XI Julii 1548 » come si legge a piè
del primo foglio). Di questo cod. l'anno 1549 fu fatta una edi-
zione a stampa, che è l’unica che si abbia, dal titolo /Sta-
tuta sive Constitutiones Civitatis Reatae, super civilibus et cri- REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. ! 228

minalibus causis aeditae, nune vero primum typis excussae,
Romae, apud Antonium Bladum Asulanum MDXLIX.

Le disposizioni di questi Statuti ci danno numerosissimi ac-
cenni topografici, e talvolta mantengono il ricordo di antichissime
condizioni di cose, in seguito scomparse.

— Vengono con gli Statuti le Riformanze del Comune di Rieti,
conservate nell’Archivio della Biblioteca. Comunale reatina.
Esse cominciano fin dall'anno 1376 e sono ricche di dati e di
informazioni di carattere topografico.

— Gli Annales Reatini, noti anche sotto il nome di Cronichetta
reatina per opera del Galletti che se ne servì (Memorie di tre
antiche Chiese di Rieti ecc. p. 126-132), furono editi da L. C.
DETMANN in Monum, Germ. Histor. SS. XIX, pag. 267-268.
Il documento fu estratto da un cod. Vaticano (« è in alcuni

fogli di pergamena in fine del codice Vaticano 5994 » GALLETTI,

Op. cit. pagina 126) e — a partire dall’ anno 1148 fino all'anno
1377 — dà brevi ed interessanti notizie sulle vicende principali

dell’ abitato reatino.

— ALFONSO CECCARELLI raccoglieva, nell'anno 1563, alcune Memorie

inedite di Rieti in un volumetto ms. esistente nel fondo Plat- '

neriano della Biblioteca dell’ I. Istituto Archeologico Germa-
nico di Roma,
L’opera è divisa in nove parti, così: « p. I, gli autori che han
« trattato di Rieti; p. II, la storia reatina; p. III, gli uomini il-
« lustri di Rieti; p. IV, iscrizioni reatine; p. V, edifici storici
« p. VI, del Velino e del lago Velino; p. VII, dei pesci del Velino;
« p. VIII, delle famiglie reatine; p. IX, indice e spiegazioni ».
Questa opera non ha importanza alcuna, poichè l'A. anzichè
parlarei della città, come il titolo del lavoro e dei singoli eapitoli
lascerebbe supporre, tratta dei monumenti e delle opere compiute
altrove da personaggi reatini. i
A Rieti, quindi, consacra poco o nulla di tutta la trattazione.
Ed anche in questo magro accenno l’A. non porta alcunchè di
nuovo, ma ci offre le solite notizie leggendarie.
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* A

294 ; G. COLASANTI

: — L’anno 1566 (secondo una notizia di A. Colarieti, Degli uomini
più distinti di Rieti ece., pag. 45-50) fu redatta da MARIANO
VrrTORI la sua opera ms. De Antiquitatibus Italiae et Urbis
Reatis. L'A., il quale morì nel giugno del 1572 all'età di

87 anni, spese intorno a questa opera gli ultimi anni della sua

vita di studioso, impiegata in una continua produzione.

L'opera e in IV libri, di cui il I tratta della primitiva storia
della nostra penisola; il II delle prime invasioni e leggende ita-
liche; il III delle antichità sabine; il IV della storia della re-
gione reatina (gli Aborigeni a Reate; i primitivi abitatori di que-
sta città ecc.) con cenni sul Velino, sulla cascata delle Marmore eee.

Sul finire di questa IV parte, l'A. accenna all’antica città,
alla sua estensione ecc. E quantunque in gran parte indetermi-

nate o errate, le sue conclusioni sono tuttavia giovevoli per il
nostro scopo.

L’opera del Vittori — che sotto il riguardo storico è una
congerie informe di notizie assai spesso inattendibili — non è del

tutto priva di valore sotto il riguardo. topografico, poichè con-

serva notizia di nomi, resti ecc., in seguito scomparsi.

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Essa inoltre esercitò grandissima influenza sugli altri poste-
riori serittori locali, che direttamente o indirettamente le si ri-

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portano.
Dell’opera esistono parecchi esemplari mss., dei quali uno di
124 fogli nella Biblioteca Comunale di Rieti.

— De Quesitis per epistolam libr. III Aldi Manutii, Paulli f.
Aldi n. — Venetiis MDLXXVI.
Nella parte I lA. tratta De Reatina urbe, agroque, Sabinaque
gente ad M. Antonium Amulium Cardinalem (pag. 1-25).

DI

Tutta la trattazione non è che una raccolta di quanto l'A.
ha appreso dagli scrittori classici intorno a leggende, notizie storiche,

racconti meravigliosi ecc. riferentisi all’agro reatino. Par di leg-
gere — in proporzioni ridotte — l’opera del Vittori. Sulle anti-
chità della città, come pure sulla sua topografia antica, l'A. serba
assoluto silenzio.



—- Sessantatre anni dopo la morte del Vittorio, PowPEO ANGE-
LOTTI, nato sul finire del 1590 (COLARIETI, Degli uomini più
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 225

distinti ecc. p. 56-58) pubblicava una breve storia di Rieti
sotto il titolo Descrittione della Città di Rieti del Sig. Pompeo
Angelotti all’ Emin. e Reverendiss. Sig. Card. di Bagno, Ve-
scovo di Rieti. — Roma, appresso Gio: Battista Robletti, 1635.

L'A. stesso dichiara di non voler fare « un'Historia formata,
ma un sonetto con semplice dichiarazione: non essendo stato mio
intendimento di tesser annale Historia ... ma sommarie note, più
esemplari della mia Patria » (pag. 6).

Egli quindi — premesso un sonetto — prende di esso un
verso o un gruppo di versi e ne fa il titolo di ogni capitolo del
suo lavoro, che risulta formato di cap. IX.

Nel I cap. si espone la genealogia dei conti di Bagno: nel
II si fa l’elogio del cardinale Francesco Barberino, nipote di Ur-
bano VIII; nel III si tratta dell’agro reatino; nel IV del sito,
della salubrità-e della popolazione di Rieti; nel V dei conventi
francescani di Rieti; nel VI della dimora di alcuni papi in Rieti;
nel VII dell’origine di Rieti; nell’ VIII degli antichi illustri, na-
tivi di Rieti; nel IX segue la storia di Rieti e dintorni nei pri-
mitivi tempi.

Il lavoro dell’ANGELOTTI, specialmente per quanto riguarda
le notizie storiche ed archeologiche, dipende in gran parte dal
Vittorio, « ingegnosa penna » autrice della « storia manoscritta,
la quale succintamente ... restringerò » come l'ANGELOTTI stesso
senz'altro dichiara (pag. 84 efr. pure pagina 99. ove l'/A. ac-

cenna alla sua fonte). Alle informazioni, in tal maniera desunte:

dal Vittorio, l'ANGELoTTI fa delle aggiunte e delle modificazioni
tutte sue e quasi sempre senza fondamento: stranissime — quindi
— riescono le sue conclusioni su antichi templi, sulla loro ubi-
cazione e sulle divinità cui sarebbero stati consacrati.

La importanza dell’opera dell’ ANGELOTTI sta, adunque, uni-
camente nei particolari topografici ch’egli ci tramanda sulla città
qual’era al suo tempo, e nella descrizione particolare delle vie
principali e dei principali abitati.

— Informazioni su monasteri, chiese ed altri luoghi storici, si
hanno presso Lopovico IAcoBILLI, Vite de^ Santi e beati del-
l'Umbria ecc. — In Foligno, appresso Agostino Alterii 1656;
specialmente nel vol. II, passim.

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: 926 G. COLASANTI

— Notizie su Rieti furono accolte in una guida storica universale,
tradotta ed edita a Bologna per i tipi di Gioseffo Longo, l’anno
1674: Le relationi et descrittioni universali et particolari del
Mondo, di Luca di Linda et dal Marchese Maiolino Bisac-
cioni tradotte, osservate et nuovamente molto accresciute e cor-
rette.

Nel libro sesto, delli Principati, si parla di Rieti, della sua
posizione, della sua conformazione e dei suoi dintorni. Dopo altre
brevi notizie sull’ amministrazione, giurisdizione e storia della
città, si chiude con la lista dei Vescovi e delle nobili famiglie
reatine.

Secondo il carattere dell’opera, le notizie sono brevi e suc-
cinte: però non offrono alcun nuovo contributo e non fan che ri-
petere racconti e leggende sparse negli altri scrittori locali.

— Loreto MATTEI, nato a Rieti l'anno 1622, morto ad 84 anni

nel giugno del 1705, fu scrittore assai fecondo di poesia e di

)

letteratura. Noto nei circoli. arcadi eon il nome di Laurindo
Acidonio si diede, sullo seoreio della sua vita, allo studio della
storia della sua città. Compose un primo lavoretto, La Patria
difesa dalle ingiurie del tempo; discorso accademico istorico
sopra l’antichità di Rieti, pubblicato in Rieti a cura di Fran-
cesco Ferrari, per i tipi di Filippo Faraoni (1890 e 1892).

È in IV capitoli, di cui il primo tratta dell’ Antichità dell’ori-
gine - Fondatori di Rieti; il secondo dell’Amenità e fertilità dei
campi reatini; il terzo della Nobiltà di questa patria; il quarto
Della gloria e valore de’ nostri cittadini.

Il contenuto di questo “fascicolo ritorna in un’opera mano-
scritta, che lo stesso Mattei compose sul medesimo argomento, in-
titolandola Erario Reatino, cioè Historia dell’Antichità, stato pre-
sente e cose notabili della città di Rieti, ed oggi esistente nella Bi-
blioteca Comunale reatina.

È divisa in IV parti, di cui le prime due non fan che ripe-
tere le notizie e, può dirsi anche, i corrispondenti titoli della
prima opera.

Le parti III e IV trattano dello Stato presente della Città
circa il materiale cioè circuito, fortificatione, porte, strade, fiumi e REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 227

ponti (fol. 78 e segg.). Indubbiamente si contengono qui le infor-
mazioni che più ci riguardano.
Tacendo del valore storico delle due opere del Mattei (il

quale è vero figlio del suo tempo, sbrigliato ed immaginoso), dob-.

biamo pure riconoscere l'utilità delle sue notizie di carattere to-
pografico sulla città, su alcuni resti onomastici ece. Tutto ciò però
è confuso a notizie su ipotetici templi e monumenti e circhi, che
IPA. vede e sogna ovunque con una portentosa fertilità di imma-
ginazione.

— Una ricca fonte di notizie topografiche sono i documenti con-
servati nell’Archivio della Cattedrale Reatina. Di essi un
elenco, accompagnato da un breve trasunto, lo abbiamo nel-
l'opera del NAauDARUS Instauratio Tabularii Maioris Templi
Reatini, facta iussw et auspiciis Eminentissimi et Reverendis-
simi Domini Iohannis Francisci Cardinalis a Balneo Episcopi
Reatini. — Anno MDCXXXVIII.

— FAUSTO ANTONIO MARONI, delle Scuole Pie, pubblicava 1’ anno
1763 un Commentario sulla chiesa e sui vescovi reatini, in con-
tinuazione delle notizie raccolte dall'Ughelli. L’opera apparve
sotto questo titolo: Fausti Antonii Maroni ex Cler. Reg. Schol.
Piarum Commentarius De Ecclesia et episcopis reatinis in quo
Ughelliana series emendatur, continuatur, illustratur. — Ro-
mae, MDCCLXIII. In Typographia S. Michaelis ad Ripam
Tyberis.

Quest'opera — come dal titolo stesso è facile dedurre — non
tratta veramente delle questioni che possano direttamente interes-
sarei; ma solo indirettamente ci riguarda, per alcuni dati cronolo-
gici e storici.

— Di notevole importanza è il lavoro di Pier LuIGI GALLETTI
Memorie di tre antiche chiese di Rieti, denominate S. Mi-
chele Arcangelo al Ponte, Sant'Agata alla Rocca e S. Giacomo.
— In Roma, per Generoso Salomoni, MDCCLXV.

Intorno a queste chiese l'A. conosce molti documenti farfensi,

ma l'uso che ne fa è sovente errato; tuttavia, fra le opere di

autori locali, il suo lavoro può dirsi il meglio condotto e quello

che più soddisfa alle prime esigenze della critica.
T D --———- a "COD Wu

228 G. COLASANTI

Il Galletti però non ebbe alcuna conoscenza delle altre fonti
medioevali, e non intuì la questione topografica medioevale per la

quale troppi dati gli mancavano.
La sua opera — per molte questioni — resta ancora la più

autorevole.

— Pressochè' simile all'indole dell'opera del Maroni, è quella
della dissertazione di Mons. SAVERIO MARINI, vescovo di Rieti,
dal titolo: Memorie di S. Barbara Vergine e Martire di Scan-

driglia, detta di Nicomedia, protettrice principale della città e
Diocesi di Rieti etc. — In Fuligno, per Giovanni Tomassini, 1788.

In quest’opera, solo qua e là si incontrano brevi notizie che
b)

possano in qualche modo riguardarei: ma sono scarsissime ed in

genere di valore assai limitato (riguardano specialmente la catte-
drale e la sua storia, pag. 212-213).

— CarLo LATINI, nato a Collalto l'anno 1797, vissuto dal 1809 a
Rieti, ove insegnò diritto ed ove morì nel 1841, raccolse alcune

Memorie per servire alla compilazione della storia di Rieti, che
si conservano manoscritte nella Biblioteca Comunale di Rieti.
In esse l'A. si distingue per una grande cautela nell’ aeco-
gliere le notizie tramandate intorno a residui di mura, di edificii
ecc. ecc.; però la quasi assoluta deficienza di notizie intorno alla
documentazione medioevale gli impedisce di sostituire qualcosa di

proprio e di vero. Abbondano, nel lavoro, menzioni di nomi ed

altre indicazioni topograficamente importanti.

— Per i tipi di Vincenzo Gori si pubblicavano a Camerino, l’anno
1801, le Memorie istorico - diplomatiche riguardanti la serie de?

Duchi e la topografia de’ tempi di mezzo del Ducato di Spo-

leto, opera del Padre D. GrANcoLoMBINO FATTESCHI, cister-

ciense.

Là dove parla di Rieti (pag. 144-148; p. 280 app. XXXIII
ecc. ecc.), l'A. si limita a ricordare pochi documenti farfensi senza

offrire speciali determinazioni topografiche della città.

— Notizie su Rieti e sulle sue antichità sono state raccolte dal

L]
GuATTANI in Monumenti Sabini ecc. T. II. - Roma, Crispino
Puceinelli, 1828.
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. © 229

Prendendo le mosse dal Vittori e dall'Angelotti, l'A. riporta
- informazioni fornitegli da eruditi locali, i quali non han fatto che
ripetere le solite tradizioni, assai spesso prive di fondamento e
quindi inattendibili. Il Guattani stesso cita, quali suoi informatori,
il cav. A. M. Ricci, letterato reatino, e L. Sehenardi che si occupò
piü tardi della sua città natale (II, pag. 277; 283).

— Lurci ScHENARDI dava alla luce per i tipi di Salvatore Trin-
chi, l'anno 1829, un lavoro sulle Antiche Lapidi Reatine di-
lucidate da L. S. professore d'eloquenza nel Reatino Ginnasio.

In esso l’A. tratta dei titoli lapidari della sua città, dandone

— insieme alla interpretazione — notizie circa la provenienza :

eosa per noi di grandissimo giovamento.

Qua e là emenda false conclusioni dalla errata interpreta-
zione delle epigrafi desunte, ma ripete anche dicerie infondate su
antichi edifici ecc.

— Trattando della Dimostrazione del terreno reatino, Amiternino
e Marsico riguardo alle strade antiche negli Annali dell’ Isti-
tuto Archeologico (VI, pag. 102-145), il BUNSEN si occupò di
qualche questione di topografia reatina, riguardante però il
territorio della nostra città.

A pag. 103-118 dà una descrizione dell’agro reatino allo
scopo di determinarne lo schema stradale. Quindi, basandosi sul
noto passo di Dionigi I, 14, cerca di determinare la ubicazione
delle città ivi nominate: segue un capitolo sui confronti storici
intorno a queste città aborigene.

— Degli uomini più distinti di Rieti per Scienze Lettere ed Arti,
cenni biografici dell’ avvocato ANTONIO COLARIETI. - Rieti,
Salvatore Trinchi, 1860.

Quantunque non si riferisca al nostro argomento, questo la-
voro è tuttavia utile per questioni cronologiche e intorno a serit-
tori e intorno ad opere di storia reatina.

— La Provincia dell" Abruzzo Ultra II. Discorso recitato nella Inau-
gurazione degli Studi del Liceo Ginnasiale dell’Aquila, per il
professore ANGELO LEosINI. - Aquila, Grossi, 1867.

Tratta solo per poco della regione reatina, e non ha alcuna
importanza topografica.
iiri — iu ia -—: e dum T XD er Taste TOU te

28000 G. COLASANTI

— Indice-guida dei Monumenti pagani e cristiani riguardanti l’isto-
ria e l’Arte esistenti nella Provincia dell Umbria, per MARIANO
GUARDABASSI. - Perugia, Boncompagni e C., 1872.

A pagina 250 VA. tratta dei monumenti reatini, offrendoei
dei dati utili intorno ad essi.

— In un lavoro, dal titolo Notizie storiche sopra il Tempio Cat-
tedrale, il Capitolo, la serie dei Vescovi, ed i vetusti Mona-
sterì di Iieti raccolte dal Canonico PAorLo DESANTIS. - Rieti,
Stabilimento Tip. Trinchi 1887, abbiamo una raccolta di in-
formazioni interessantissime per il nostro argomento. Special-
mente per quanto concerne i monasteri entro l’attuale cinta
murale e la cui posizione è spesso così intimamente legata
alla linea dell’antico perimetro, è per noi di un inestimabile
valore conoscere dei dati e delle informazioni che — non fosse
altro — ci fanno intravedere la esistenza di queste case reli-
giose in età lontana.

— Brevi cenni sulla Città di Rieti, raccolti dal professore FILIPPO
AGAMENNONE. - II Ed. riveduta dall'Autore - Rieti, Stab. Ti-
pografico Trinchi 1887. (Estratto dall’Enciclopedia Italiana ;
6' Edizione).

L'A. comincia con uno sguardo geografico, facendo qua e là
dei riscontri onomastici con il mondo antico (pag. 5-17).

Fa quindi un rapido cenno della storia antica della re-
gione e dei suoi primi abitatori (pag. 18-20). A pag. 21 comincia
la storia romana di Reate, che va fino a pag. 28.

Segue l’elenco dei vescovi reatini, quindi 1’ estensione della
diocesi reatina con i principali suoi luoghi religiosi, ed infine
l’ elenco degli uomini illustri di Rieti.

In genere l’A. non fa che raccogliere e sunteggiare le so-
lite leggende: qua e là dà tuttavia qualche informazione topogra-
fica, per noi di una certa utilità.

— NIccoLò PERSICHETTI, Viaggio Archeologico sulla via Salaria

; nel circondario di Cittaducale ecc. - Roma, Tipografia della
R. Accademia dei Lincei, 1893. i

Trattando di una strada che attraversava Reate, l'A. ha qual- REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 231

che accenno alla topografia reatina: ma è brevissimo, non en-
trando la nostra città nella sua zona di studio.

— Memorie storiche della città di Rieti e dei paesi circostanti dal-
L'origine all'anno 1560, raccolte da MicHELE MICHAELI. - Rieti,
Stabilimento Tipografico Trinchi, 1898, voll. IV.

Questo voluminoso lavoro, che pubblica moltissimi documenti
sulla storia di Rieti, è di grande aiuto, quantunque per molti par-
ticolari vada compiendosi oggi una più diligente opera di rifaci-
mento.

Il libro I, che va dai tempi più remoti alla caduta dell? im-
pero ‘occidentale, riguarda più da vicino il nostro argomento. L'A.
si rifà dalle antiche leggende e nel cap. IX studia, La città di
Rieti all’epoca romana. L’agro reatino. Il lago Velino ecc. (pagine
(50-66) : il Michaeli non ebbe una vera idea del problema topo-
grafico della sua città, di cui peraltro non intese occuparsi in
questo senso. A questo lib. I, seguono: i documenti relativi, cioè
citazioni e passi di scrittori; una raccolta — dovuta ad uno degli
editori, Fabio Gori — delle Antiche iscrizioni reatine con brevi e
non sempre giusti commenti. Dopo una prima appendice, conte-
nente le iscrizioni antiche del Cicolano e della Sabina — anch'essa
dovuta al Gori — viene una seconda su Tre erme ed una iscri-
zione greca illustrata da Fabio Gori.

— Sopra Due Monasteri Benedettini più volte secolari (Rieti), cioè
sulle case religiose benedettine in Rieti e sulla Badia di
S. Caterina di Città Ducale, pubblicò un breve seritto WILLI-
BRORDO VAN HETEREN nel Bollettino della Regia Deputazione di
Storia Patria per V Umbria, anno XII, vol. XII, fascicolo I,
pag. 51-80. - Perugia, Unione Tipografica Cooperativa, 1906.
Insieme a documenti di valore ed importanti, l'A. mette
notizie e dà apprezzamenti completamente inattendibili ed infondati.

— Informazioni e particolari su scavi entro la città si hanno in
Vita Sabina: Rivista quindicinale di Letteratura Arte ed
Economia, anno II, n. III, Rieti 30 aprile 1900, in un ar-
ticolo di FABIO Gonr: « Delle ultime scoperte di antichità nella
regione Sabina: relazione di Fabio Gori ».
232 G. COLASANTI

— Sulla storia dell’antico Comune di Rieti, memoria di A. BEL-
Lucci, in Boll. della R. Deputazione di Storia Patria per
l'Umbria, anno II, vol. VII, fasc. III, 1901, pag. 389-445.
Oltre a buone notizie di carattere storico, si hanno informa-
zioni di carattere topografico, insieme ad una riproduzione del-
l’aspetto antico del ponte munito del Cassero (Tav. annessa tra
pag. 429 e 421). i

— A. SaccHETTI-SASSETTI, Le scuole pubbliche in Rieti dal XIV
al XIX secolo - Rieti, Tip. Trinchi, 1904.

L’opera, dovuta ad un profondo e coscenzioso conoscitore
della storia locale, si rende utile per accenni e notizie di carat-
tere topografico.

Di essa VA. pubblicò il primo capitolo nel Bollettino della
R. Deputazione di Storia Patria per l'Umbria, anno VII, vol. VII,
fasc. III, 1901, pag. 467-501.

Nello stesso numero del « Bollettino » si hanno altri scritti
di cose reatine, con qualche indiretto accenno di carattere topo-
grafico. Così quello di L. Fumi Cose reatine nell’Archivio segreto e
nella Biblioteca del Vaticano, pag. 503-547; e lo scritto di G. BEL-
LUCCI, Leggende della regione reatina, pag. 603-612.

— Una rassegna delle pergamene reatine fu iniziata da A. BEL-
LUCCI, Regesto delle Pergamene ; è pubblicato solo il I fase. di
pag. 128. - Rieti, Tip. Trinchi.

Altre notizie di minor conto, sparse in fascicoli, periodici, gior-
nali, eec., saranno indicate secondo le loro fonti, man mano che ne
avremo occasione, nel corso della ricerca. Lo stesso dicasi dei nu-
merosi documenti cartografiei, per noi importantissimi, e dei quali
si parlerà a loro volta. Di Reate si occuparono — entro i limiti
delle conoscenze di scrittori di geografia storica generale e quasi
affatto servendosi di fonti locali — il CLuveRIo (Italia Ant. II,
676 e segg.); l'abate CAPMARTIN DE CHAUPY (Decowverte de la Mai-
son de Campagne d’Horace, III, 107 e segg.); il NIssEN (Italische
Landesk. II, 1 passim; pag. 405, 435, 486, 469-470 ecc. ecc.).
Non essendosi però occupati della locale ricerca topografica, que-
sti scrittori non sanno dirci nulla sulla città classica, della quale
solo poche epigrafi e pochi resti essi conoscevano (serva per tutti
ciò che dice il NissEn, Ital. Land. II, 1, 476). REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC, 238

Il territorio, in cui si trova la città di Rieti, ha la forma
di una conca allungata, che si apre ad un tratto allo sguardo

di chi — venendo dalle Marmore attraverso conche minori
ed anguste valli — arriva sotto il Col di Kepasto di fronte

all'altura di Montisola.

Nella corona di monti, che da ogni parte la recingono,
si vedono, a nord, ad est ed a nord-ovest, le ultime dirama-
zioni dellappennino abruzzese; mentre nei rimanenti lati,
volti a mezzogiorno ed a sud-ovest, si avanzano le estremità
settentrionali del subappennino sabino.

Seguendo le prime, dopo l’altura, in cui sorge il piccolo
centro abitato di Colli di Labro (979 abit.), e che solo di
poco supera i 600 metri, cominciano elevazioni maggiori
lungo i contrafforti che si staccano dalla catena principale
dei monti Pozzoni, in cui sorgono il monte Corno (m. 1700)
sopra Morro e Rivodutri, ed il Terminillo (m. 2213), che do-
mina tutto il piano reatino.

Le ultime diramazioni di questi monti scendono lenta-
mente nel terreno attraversato dalla strada che da Vella
Troiana va a Cantalice, oltre la quale il suolo leggermente
si rialza in una serie di colli, che si avanzano verso Rieti.
Circoscritti dalla strada che da Rieti va a Cantalice ritor-
nando al punto di partenza per Villa Troiana, essì sì man-
tengono meno elevati nella parte occidentale (Forte del Gam-
baro m. 590), raggiungendo altezze maggiori verso la estre-
mità orientale (presso Castelfranco m. 664; con media alti-
metrica superiore ai 600 metri).

Prima di arrivare a Rieti, come abbiamo detto, questi
colli finiscono nella pianura, che verso la città forma come

1
ERN NIN

234 G. COLASANTI

un passaggio della larghezza da circa 2 km. a 500 metri,
con una quota altimetrica di oltre 390 metri: dalla conca
reatina propriamente detta (ad ovest di Rieti) si va per esso
in un piano ad est della città, minore della prima e che, nella
sua maggior parte, è noto col nome di Campo Lugnano.

A sud di questo passaggio, ricomincia subito il terreno
elevato.

Così, fino all’estremità orientale della città si avanza,
sulla destra del Velino, il Colle dei Capuccini (m. 500), e
sulla sinistra dello stesso fiume si fanno innanzi le estreme
propagini subappenniniche, che fiancheggiano da questa parte
lo sbocco del Velino.

I monti, in questo lato meridionale, sono divisi da val-
late longitudinali, attraverso cui corrono le principali vie di
comunicazione. Tra la estrema valle del Salto, la valle del
Velino (poco dopo la confluenza con il primo) e la valle del
Turano si avanza, disposto a cuneo, un terreno montuoso che
verso Rieti raggiunge i m. 841 e m. 853 nel Monte Belve-
dere e nel Colle Moro.

Dopo la valle del Turano, in una maggiore sezione di
terreno montuoso, limitato ad ovest dalla Val Canera, si ele-
vano il Monte Serra ed il Monte Itotondo, che raggiungono
891 e 892 metri.

Dopo la Val Canera,i monti divengono ad un tratto più
alti, superando in genere i mille metri; fino a Contigliano,
queste quote non abbondano lungo la periferia della conca.
Ma avvicinandoci a Greccio, i monti si elevano con nume-
rose cime fino oltre i 1200 metri (M. Macchia di Mezzo me-
tri 1215; M. La Cappelletta m. 1205, ad ovest ed a nord-
ovest di Greccio). Dopo di essi, le quote leggermente si ab-
bassano, mantenendosi peró relativamente alte nelle cime
che si innalzano lungo la stretta valle, dal cui lato opposto,
da Repasto cioè, noi abbiamo seguita la corona di monti;
abbiamo ivi il Colle Ciarro con 1053 m.; il Colle Tavola con
1099 m.; La Montagnola con 1060 m. ecc. ecc.
REATE, RICERCHE DI TO' OGRAFIA, ECC. , 235

In mezzo a questi monti si adagia la cosi detta conca
reatina, che da Rieti fino a nord di Montisola misura in linea
retta circa 14 km. di lunghezza; con una media larghezza
di circa 7 km. e con una totale superficie di circa 98 kmq.

Questa conca non é propriamente chiusa in ogni sua
parte all'intorno, ma — come già in parte abbiamo notato
— sboccano in essa delle valli più o meno ampie, recanti
dei corsi di acqua. Così nella estremità di nord-ovest, sotto
Repasto, mette nella conca quell'angusto passaggio che porta
verso Piediluco: considerato nella sua estremità orientale,
esso raggiunge circa 500 metri nei punti più larghi, e si
restringe fino a poco più di 300 metri, lasciando appena lo
spazio per la via carrozzabile, per il fiume e per la strada
ferrata.

Nella sezione settentrionale della periferia della conca
mancano sbocchi di valli di trapasso; si hanno ivi valloni
laterali, adagiati tra gli speroni della catena dei Pozzoni
(valle di Rivodutri ecc.). Ritornano però nella parte orien-
tale e sono notevoli nella sezione periferica meridionale.

Così, tralasciando quella specie di piccolo avvallamento
in cui corre la via di comunicazione tra Cantalice e Villa
Troiana, un passaggio, che ci richiama assai da vicino quello
occidentale sotto Repasto, si ha ad est di Rieti ed ai piedi
delle alture che si avanzano fino a due chilometri a nord
della città; nella sua massima larghezza misura circa 2 km.
e si restringe fino a circa 500 metri.

Per esso arriva a Rieti, dalle sue sorgenti di Sant? Elew-
terio, il fosso Cantaro, di cui avremo più volte occasione di
parlare, e per esso corrono la via ferrata e la via carroz-
zabile.

A sud del corso del Cantaro e dopo il Colle dei Cap-
puccini, sbocca la valle angusta del Velino, che poco a
monte si dirama nell’altra del fiume Salto; mentre, proprio
a mezzogiorno di Rieti, sbocca nella conca la valle del Tu-
rano che anch'essa più a sud si dirama in quella più angusta

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236 G. COLASANTI

percorsa dal fosso Lariana. Dopo di questa, incontriamo la
valle del fosso Canera, sotto Poggio Fidoni, e con essa fini-
scono le aperture e le comunicazioni periferiche della conca
reatina.

Le quote altimetriche dei punti di sbocco delle valli
orientale (percorsa dal Cantaro), meridionale (valle del Ve-
lino e del Turano) e di quella di sud-ovest (val Canera)
sono rispettivamente di m. 402, 390, 390, 392: questi punti
periferici a sud-est ci indicano la sezione più alta di tutta
la conca, la quale lentamente declina in direzione di nord-
ovest. L'altezza di tutta la conca è in media di 380 metri;
ma se tiriamo una linea da Greccio a Castelfranco, sulle
colline orientali, noi divideremo la conca in due sezioni:
quella a sud. della linea immaginaria, ha una media alti-
metrica di un 385 m. e raggiunge le massime quote intorno
all’abitato di Rieti (m. 400; m. 402); quella a nord della
medesima linea, con una media quota altimetrica di 375
metri, avente i punti più bassi verso nord-ovest in dire-
zione delle acque del. Velino. Non si creda tuttavia che
questa specie di piano inclinato sia uniforme: esso presenta,
qua e là, delle depressioni e dei rialzi. Depressioni ne ab-
biamo nella prima sezione, ad est ed a piè dell’altura di
Montecchio, ove in un terreno alto 381 metri si ha una de-
pressione circolare fino a 379 metri. Qualcosa di identico si
riscontra nella seconda sezione, nei punti occupati dai laghi
di Fogliano, Lungo e di AK?pasottile, i quali si trovano ad un
livello di 372 metri, mentre il terreno circostante, quello per
cui corre la strada che va al Ponte Crispolti, e quello in cui
scorrono le acque del Velino, raggiunge la quota di 375
metri.

Questi avvallamenti, già fondi di acque che qua e là
ancora rimangono a formare i laghi, hanno riscontro in al-
cuni rialzi di terreno, che concorrono anch'essi a rompere la
uniformità del piano. Tralasciando le elevazioni minori, ci
fermeremo su quelle più spiccate. REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 237

Ad est di Contigliano e quasi di fronte al paese, sulla
destra sponda del Turano, proprio a cominciare dal punto
della sua confluenza con il torrente Canera, si ha l’ altura
di Montecchio, di forma oblunga, da nord a sud: in un ter-
reno che ha quote altimetriche di m. 380 a sud; m. 379 ad
est; m. 378 a nord; e m. 381 ad ovest, essa si eleva fino
ad un’altezza di 482 metri (C. Montecchio).

A valle di Terria e presso la confluenza del Turano
col Velino, si eleva il Colle di S. Pastore, anch’esso di forma
oblunga, ma in direzione da oriente ad occidente; su un ter-
reno che ha una quota di m. 378, esso si innalza fino a
m. 412.

Sempre procedendo a nord, e quasi sotto la stessa lon-
gitudine delle due alture descritte, poco più di 500 metri
prima del lago di Ripasottile si incontra il Colle S. Balduino,
di forma quasi circolare e che, su una quota di 376 metri
recata dal terreno circostante, si eleva fino a 399 metri.
Meno di un chilometro e mezzo a nord-ovest del Colle S. Bal-
duino, sulla riva sinistra del Velino che la lambe e la limita
da tre parti, a sud, ad est ed a nord, si eleva in forma ge-
nerale oblunga, da nord a sud, l'altura di Montisola: su di
un terreno che ha in genere una quota di 375 metri, essa
sorge fino a m. 439 (Colle Cavaliero a m. 428).

Altre elevazioni interrompono il piano nella parte orien-
tale; ma sono in genere piccole e di nessuna importanza,
più che vere elevazioni potendo esser considerate come ir-
regolarità del terreno; notevole a questo riguardo è il Colle
Torretta, che sorge isolato per circa 14 m. sul terreno cir-
costante, poco più di 2 km. a sud del lago Fogliano.

L'inclinazione generale di questa conca reatina è —
come si disse — da sud-est a nord-ovest, secondo la dire-
zione delle acque che in essa si gettano e scorrono.

Uno sguardo generale alla sua idrografia ci mostra
come nella sua sezione di sud-ovest si trovano i mag-
giori fiumi; mentre nella sezione di nord-est si trovano

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288 G. COLASANTI

aggruppati i laghi, che ricevono le minori acque dei: monti
vicini e che comunicano coni principali corsi di acqua me-
diante emissari.

Il maggiore fiume della regione che descriviamo è il
Velino, che attraversa la conca in direzione da sud-est a
nord-ovest, da Rieti a Repasto.

Nasce presso Città Reale, passa per la forra di Antrodoco,
dopo la quale città percorre la pianura stretta e lunga tra
Borgo Velino e Cittaducale, detta pianura di S. Vittorino.
Dopo Cittaducale esce dalla provincia di Aquila, ed entrando
in quella di Perugia ha già una portata, in magra, di 30 me-
tri cubi al minuto secondo.

Dopo ricevuto il Salto, la sua valle lentamente si allarga
a forma di imbuto, finchè sotto Rieti comincia l'ampia conca
descritta: il Velino lambe l’ abitato di questa città, che in
parte allaga durante le sue alluvioni.

Dopo Rieti, il Velino, attraversata nel senso della lun-
ghezza tutta la conca, passando ad est dell’altura di Mon-
tecchio e di Montisola, ripiega a nord di quest’ultima, a
Repasto imbocca lo stretto passaggio e si avvia verso Pie-
diluco e Marmore. Dalla sua sorgente fino allo sbocco nella
Nera, il Velino raggiunge una lunghezza di 95 km., con una
portata minima di 39 metri cubi; il suo bacino è computato
a circa 2,200 kmq.

I maggiorì affluenti del Velino nella conca reatina
sono quelli di sinistra. Proprio sul confine delle due provin-
cie di Aquila e Perugia, a circa tre chilometri in linea retta
a sud-est di Rieti, esso riceve il fiume Salto, che nasce dalla
sponda occidentale dell’Appennino abruzzese e che nella pro-
vincia di Aquila sviluppa quasi interamente il suo corso.
Esso raggiunge una lunghezza di circa 165 km.; ha una
portata minima estiva, presso lo sbocco, di 800 litri al se-
condo, ed un bacino imbrifero di 800 kmq. Circa 7 km. a
valle di Rieti, poco dopo il ponte di Terria, il Velino riceve il
Turano ai piedi del colle di S. Pastore: esso sorge dal Monte REATE, RICEROHE DI TOPOGRAFIA, ECC. | 239

Tarino nei monti Simbruini del sub appennino romano, ha
un corso diretto da sud-est a nord-ovest e si sviluppa per
una lunghezza di circa 90 km.: la sua portata in magra è
di 700 litri ed il suo bacino imbrifero raggiunge i 650 kmq.
Il Turano segna dapprima — sotto il nome di fosso £iowo —
il confine tra la provincia di Aquila e quella di Roma: si
allontana quindi dalla linea di confine e scorre in provincia
di Aquila e poi in quella di Perugia, ove sviluppa il re-
stante corso di 56 km.

Tra i minori corsi di acqua subaffluenti del Velino, va
notato il torrente Canera, che sbocca nel Turano ai piedi
dell’altura di Montecchio. Esso si forma nei monti a sud di
Cerchiara, passa in una angusta valle sotto Poggio Fidoni,
quindi sbocca nella conca reatina. Dopo l'incrocio con la
linea ferroviaria, piega verso nord e raggiunge il Turano a
sud di Montecchio. Il suo corso è computato a circa 18 km.
e la sua portata minima estiva a litri 590.

Tra gli affluenti di sinistra va menzionato il fosso Can-

taro, che nasce presso Sant’ Eleuterio ad est di Rieti, e, dopo :

un corso diretto da oriente ad occidente e lungo circa 1500
metri, si getta nel Velino sotto l’abitato della città di Rieti:
la sua portata minima è di 350 litri al minuto secondo.

Al termine della conca reatina, nella sua estremità di
nord-ovest, il Velino riceve il fosso PF?wmarone, detto anche
di Santa Susanna.

Esso è formato dalle acque che scendono dai monti che
limitano a nord la conca di Rieti; riceve le acque del lago
Lungo, si getta in quello di Ripasottile, da cui esce dalla
parte di settentrione e quindi, con un corso quasi parallelo
a quello del Velino, si congiunge a quest’ultimo fiume poco
più di un chilometro e mezzo a monte di Repasto: esso ha
una portata costante di 5-300 litri al minuto secondo.

Con il fiumarone, noi siamo nella regione dei laghi che,
come vedemmo, occupano la sezione nord della conca.
Il primo che si incontra è il lago Lungo, che nella sua
240 i G. COLASANTI

parte meridionale dicesi anche lago ogliano: ad esso è
unito il laghetto ‘Sez/lo, a sud. Il lago Lungo ha uno sviluppo
di sponda di circa km. 4.900; è lungo m. 2500 e largo me-
tri 400, con una superficie di ha. 75. In esso si gettano le
acque dei monti vicini, che sono raccolte sopratutto dal
fosso di S. Liberato : il lago Lungo manda le sue acque nel
fosso di S. Susanna mediante il fosso Vargara, e quindi co-

munica con il lago di Ripasottile: a nord-est del lago Lungo

si trova un’altra piccola estensione di acqua, denominata
lago Vwuotone.
Circa un chilometro e mezzo ad ovest del lago Lungo,

si incontra il lago di Zpasottile, che è il più vasto di que-

sta conca: ha una periferia di km. 8; una lunghezza di
m. 2000, una larghezza di m. 500 ed una superficie di ha. 123.
La conca reatina, di cui abbiamo brevemente seguita la

conformazione e la distribuzione orografica; è nella sua quasi

totalità costituita da terreni quaternari olocenici, dovuti al-
l’opera di ricolmamento dei fiumi che hanno agito nell’antica
valle, innalzandone con i loro depositi il livello. Se tiriamo

una linea immaginaria, dal lago di Ripasottile andando ad

un dipresso in direzione di sud, noi otterremo di dividere

la parte orientale della conca reatina, che è di esclusiva
formazione quaternaria, dalla parte occidentale in cui, su di
una base prevalentemente quaternaria, restano qua e là
dei residui di terreni più antichi. Così, nell’altura già no-
minata di Montisola si hanno terreni terziari del pliocene
inferiore; e similmente terreni terziari, ma del periodo eo:
cenico, appaiono ad ovest dell’altura di Montecchio, tra il
Turano ad est e l’attuale via carrozzabile presso Contigliano
ad ovest.

Terreni più antichi si trovano proprio lungo la imma-
ginaria linea di divisione, a cui abbiamo accennato. Al se-
condario cretaceo appartengono le alture di Montecchio e
di S. Pastore, rispettivamente a sud e ad est della con-
fluenza del Velino e del Turano.
RÉATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 241

L'esame di questi terreni ha portato ad un relativo ac-
certamento delle vicende geologiche della conca di Rieti. La
quale, prima dell' interrimento, appariva come una valle la
cui apertura non era verso il nord-ovest, dove oggi i fiumi
hanno praticato un passaggio, ma verso sud ove continuava
con la odierna valle del Farfa. E per questa naturale dire-
zione le acque del Velino, del Salto e del Turano giunge-
vano al mare. Questo aspetto e questa idrografia si avevano
nel periodo pliocenico: durante il quale si svolse costante-
mente l'opera di interrimento da parte dei fiumi.

La valle fu lentamente colmata, e verso il finire dei
tempi pliocenici l'antico aspetto era ormai cambiato: il ma-
teriale trasportato dalle acque correnti aveva colmata la
valle e le sue discontinuità, formando come una superficie
pianeggiante, digradante verso la conca di Terni. Questo
cambiamento di inclinazione è facile ad essere spiegato con
i maggiori corsi di acqua che sboccavano dalla parte di
sud-est (Turano, Salto, Velino), dando maggiore impulso al-
"l interrimento.

Quest'opera continuò durante il periodo quaternario,
nel quale si ebbe l’ abbandono dell originario corso da
parte dei fiumi, due dei quali — il Turano ed il Salto —
prevalsero sul Velino, determinandone la direzione per
la valle di recente colmata. Sul materiale della colmata,
questi fiumi cominciarono allora a scavarsi un alveo, ed un
profondo vallone venne in tal maniera aperto là dove oggi
trovansi le Marmore: davanti a cui le acque della Nera
avevano nel frattempo operato anche esse lo stesso scavo,
sul materiale di ricolmamento della loro vallata. Questi due
valloni, aperti dal Velino e dalla Nera al loro punto di
confluenza, non erano all’attuale livello del letto della Nera,
ma circa un venti metri al di sotto di esso.

A questo punto subentrarono altri fattori, che lentamente
modificarono l’aspetto della regione.

L'attività vulcanica, di cui evidenti tracce restano qua
242 G. COLASANTI

e là nella regione reatina, si cominciò a ‘manifestare. Le
sorgenti, che alimentano il Velino e che oggi ancora sono
ricche di sali minerali, in quel periodo dovevano scaturire
potentemente mineralizzate, sì da lasciare abbondanti depo-
siti venendo all’aperto. Si formarono, adunque, incrostazioni
di piante, virgulti, rami entro e lungo il letto del fiume, le
cui acque, rotte da tanti ostacoli, aumentavano la loro po-
tenza incrostatrice. L’innalzamento stesso del letto del fiume,
dovuto ai depositi, produsse un allargamento delle acque,
che al maggior contatto con l'aria deposero in maggiore
abbondanza i loro sali. Resultato di tutto ciò, fu un energico
processo di incrostazione che ovunque, nella conca, si andava
svolgendo. Alle Marmore, ove il. Velino si era aperta una
gola di passaggio, i depositi delle acque e la petrificazione
di tronchi, rami ecc. costruirono lentamente una barriera,
che produsse un naturale rigurgito delle acque del fiume.
L’opera potente di queste incrostazioni è stampata ancor:
nelle rocce delle Marmore, composte di tronchi e di ogni
genere di materiale petrificato.

La conca reatina fu così invasa dalle acque, dalle quali la
liberò Curio Dentato, operando il taglio della barriera alle
Marmore ed inalveando le acque del Velino. La diminuita
potenza incrostante delle acque, che ai tempi di Plinio era
ancora grande, mentre oggi è percettibile appena, ha assi-
curato per l'avvenire l'opera di Dentato, impedendo nuove
formazioni calcaree che ostacolassero il precipitare del fiume.

Intorno alla conca reatina, messa tutta a grano e — in
proporzioni minori — ad ortaglie, si trovano i centri abitati
di Rieti, Contigliano, Greccio, Labro, Cantalice. Il terreno,
in cui è distribuito l’abitato della città della quale noi do-
vremo occuparci, richiama in parte qualche forma. già os-
servata in altri punti della conca: una leggera elevazione,
cioó, che poggia su di un terreno basso e piano.
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. :

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Sopra ed intorno a questo colle, che sorge alla destra
del Velino, é sita la città odierna.

« La figura et ambito della sua pianta — scriveva un
« narratore di cose municipali sul finire del secolo XVII —
« rappresenta quasi un triangolo bislongo o come dicono i
« Matematici Isoscele, con la punta verso levante e la base
« a Ponente, in sembianza appunto di un Arpicordo; se non
« che da piè diramandosi in fuori con li due Borghi di là
« dal fiume, viene a figurare a chi per di fianco la mira più
« presto un gammaro brancuto o un biforcato scorpione » (1).

Strana similitudine, che trovò fortuna presso gli serit-
tori locali, fra i quali il Latini che, più di un secolo dopo,
parlando dell'aspetto della sua città, non trovava di meglio
che attenersi al vecchio paragone, vivo tuttora nella coscienza
popolare: « La sua forma non é tanto di un gambero
« quanto di uno scorpione, la cui coda è formata dal Rione
« detto di Porta d'Arci: e le cui branche consistono nelle
« due braccia, in cui dividesi il Borgo. Convien però figu-
« rarsi lo Scorpione non in una posizione retta, ma alquanto
« incurvata » (2).

Dallalto del colle ove si puó fissare, per cosi dire, il
centro storico di tutta la città, l'abitato si estende verso
oriente, verso mezzogiorno e verso settentrione e —- in pro-
porzioni minori — verso occidente, fino ai piedi dell'altura.

La maggiore quota altimetrica si raggiunge, lungo la
Via Garibaldi, presso il Teatro Comunale con m. 408,50; di
lisi scende variamente da tutti i lati, fino alla periferia del-
labitato: a Porta d'Arce si hanno m. 401,76; a Porta Cintia
m. 392,08; presso il Convitto Comunale, non lungi dalla sta-

(1) Loreto MATTEI, Erario Reatino ecc., c. 80.
(2) LATINI, Memorie ecc., fasc. II, cap. XIII.

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244. G. COLASANTI

Zione ferroviaria, m. 393,10. Quote piü basse si hanno in
tutto il lato meridionale: al Ponte si hanno m. 289,90, che si
riducono a m. 388,44 a Porta Romana, nella estremità meri-
dionale dell'abitato, al di là del Velino.

La parte alta della città, la « Contrada dell'alto » , come
la chiama qualche scrittore locale (1), planimetricamente ha
la forma di una ovale, ed è intersecata da due arterie prin-
cipali, che si incrociano nella Piazza Vittorio Emanuele.

La prima arteria, da oriente ad occidente, è rappresen-
tata dalla estremità occidentale di Via Garibaldi e dalla
estremità orientale di Via Cintia; la seconda, da N. a S. è
rappresentata da una parte di Via Pennina e dall inizio di
Via Roma. Fuori dei detti limiti, queste arterie continuano su
. per giü per la direzione iniziale, arrivando fino alla periferia
dell’abitato, che — quindi — risulta anch'esso diviso in quat-
tro parti.

L'abitato è oggi racchiuso in parte da una cinta murale,
in parte dal corso del Velino, in parte (quello sulla sini-
stra del fiume) da corsi d’acqua secondarî e derivati dal
fiume principale.

Nella estremità orientale la cerchia comincia dalla riva
destra del Velino e, con leggere: arcuazione, si dirige verso
settentrione. Dopo circa 240 metri, sopra un terreno ineguale
ed accidentato, si apre la Porta d' Arce, una delle più importanti
della città, da cui parte la via che mena, per Città Ducale
ed Antrodoco, ad Aquila. Dopo un 60 metri a N. di detta
porta, la linea perimetrale gira ad un tratto verso ovest
e, quasi in linea retta, arriva fino alla estremità occidentale,
oltre l’antico convento di S. Domenico, con una lunghezza
di circa m. 1300. In questo tratto settentrionale, dopo un
920 metri dall’estremo punto orientale, incontriamo la Porta
Conca; 160 metri dopo la quale, le mura sono interrotte da

(1) L. MATTEI, Erario Reatino ecc., c. 80-82.

ox
^

REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 245

un largo che da accesso alla stazione ferroviaria. Indi la
linea perimetrale ricomincia di nuovo e, dopo 440 metri, si
incontra la Porta Cintia, altra importante e storica porta da
cui esce la via che mena a Terni.

A circa 180 metri dopo Porta Cintia, le mura cambiano
di nuovo direzione: vanno da N.-E. a S.-W. per un tratto di
circa 160 metri, fino ad incontrare di nuovo il corso del Velino.
Complessivamente, la lunghezza di tutto questo tratto murale
moderno può calcolarsi a circa m. 1760.

Nel lato meridionale, in genere, l’ abitato non tocca il
fiume che ad intervalli, scostandosene nel resto del suo corso.
Partendo dal punto occidentale ove abbiamo lasciata la cinta
murale, per circa 680 metri il Velino non ha lungo la sua
destra che terreni messi a coltivazione, e solo in qualche .
breve tratto (sotto il Palazzo di Giustizia) si accosta e tocca
l’abitato.

Finalmente quest’ultimo giunge al fiume, che costeggia
per circa 260 metri fino al Ponte, e per altri 240. metri a
monte di esso fino all'antico convento di S. Francesco, oltre
il quale gli spazi disabitati riappaiono e continuano fino al
limite orientale della cinta.

Di fronte a questo lato meridionale che si estende per
circa tre chilometri e mezzo, computati lungo il corso del
fiume, si trova il Borgo sulla sinistra del Velino. Limitato a
nord dal corso stesso del fiume, questo Borgo non ha negli
altri lati traccia alcuna di cinta murale, ma solo un fosso
in cui corre l’acqua nella cattiva stagione Il circuito, com-
putato lungo il fosso, può dirsi di un chilometro, e comples-

sivamente, computando il lato bagnato dal fiume, di circa

l chilometro e mezzo.

Cosicchè l’intero circuito della città, computando in
esso anche l'abitato al di là del Velino, può ritenersi di poco
piü di 4 km. :

Questo computo, che nel lato meridionale della città é
fatto da noi in base alla linea dei corsi di acqua assunti
246 G. COLASANTI

come confini naturali dell’ abitato, si differenzia notevol-
mente da quello offertoci da qualche scrittore locale. Dal
Mattei, ad esempio, che ritiene che « il ... circuito passerà
delle miglia anco cinque » (1), commettendo una delle sue
solite inesattezze, per la quale non è il caso neppure di cer-
care una attenuante nel fatto che, in tale calcolo, sono stati
compresi « i Borghi con tutto lo spazio di terre coltivate in
« horti, campi e giardini dalla banda verso il fiume che lo
« circonda » (2). Per contrario, con le cifre da noi date
siamo vicinissimi al computo fatto dal Latini, secondo cui « il
giro della Città, compreso il Borgo ... è .. appena di due
miglia e mezzo » (3); ove la differenza non grande si spiega
con il fatto che — non seguendo il Latini i confini naturali,
bensi il limite reale dell'abitato — si doveva necessariamente
riuscire ad un calcolo piü ridotto.

La menzione di questi scrittori locali richiama la ne-

cessità di dare — dopo questo sintetico cenno dell’ abitato
odierno — un brevissimo sguardo intorno allo schema gene-

rale della città nei diversi tempi, per vedere fino a qual'e-
poca ci sia possibile seguire la distribuzione e la forma del
perimetro moderno. A tale uopo abbiamo a nostra disposi-
Zione un buon materiale, rappresentato e da documenti car-
tografici e da notizie desunte da scrittori locali, editi ed ine-
diti: materiale che ci porta fino all'inizio del secolo XIV.

Allanno 1725 appartiene una Pianta della città di Rieti,
compilata e disegnata da Claudio Martigny nei mesi di gen-
naio e febbraio (4).

(1) Erario Reatino ecc., c. 80.

(2) Idem.

(3) Memorie ecc., fasc. II, cap. XIII.

(4) Detta carta, conservata nella residenza municipale ove noi l'abbiamo esa-
minata, reca questo titolo: Altra Pianta Unita per il Condotto Principale, dalla,
Porta d’Arci sin’ alla Fontana di Piazza, con li Bottini, Condotti, particolari,
Fiume, Strade ete, dell’? Ill.ma Città di Rieti. Le dette Piante, operazioni Relazioni
etc. Delineate, operate e scritte in Gen. e Feb.» 1725 da Claudio Martigny Inge-
gnere e Geografo.
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 241

È una carta montata su tela, delle dimensioni comples-
sive di m. 1,15 X m. 1,00: di cui, la parte inferiore (ca.
m. 0,66 di altezza) è riserbata alla ‘appresentazione dell’ a-
bitato, mentre la restante parte superiore (ca. m. 0,34) ri-
produce una zona del territorio reatino.

È disegnata a colori diversi: accanto al verde della cam-
pagna, c'è l'azzurro riserbato ai corsi di acqua, il bianco
usato per le strade ed il rossastro per l’abitato. Ha il N. volto
al lato superiore, reca — nel suo angolo inferiore a sinistra —
la indicazione della scala secondo le canne ed i passi.

In essa l'abitato più importante, cioè quello della città
propriamente detta, è rappresentato sulla destra del Velino.
A partire dal corso di questo fiume nella estremità orientale,
la linea delle mura sale, leggermente girando, ed incontra
la Porta d'Arce, dopo la quale piega ad angolo, va diretta-
mente da oriente ad occidente. In questo lato, che astrono-
micamente è il lato settentrionale, la nostra carta nota due
porte: Porta Conca e Porta Cintia.

Dopo quest’ultima, le mura piegano in direzione da S. N.
raggiungendo di nuovo la linea del Velino, sotto il convento
di S. Domenico. |

Tutto il lato meridionale della città é lambito dal corso
del Velino, che ad un certo punto si biforca. Sul ramo de-
stro, che limita l'abitato nellato di S. W., la nostra carta pone
la Porta del Voto de’ Santi (P. Santa Lucia).

Prima della biforcazione, sul Velino è disegnato il Zonte
con la relativa porta, attraverso cui si va allabitato sulla
sinistra del fiume, cioè al Borgo. Questo nucleo suburbano
è anch’esso rappresentato secondo lo schema odierno. Cir-
condato da un ramo del Velino su cui si trovano tre porte :
ad est (Porta Arringo); a sud-est (Porta S. Antonio); a sud
(Porta Romana), il suo abitato mostra in tutto il resto una
distribuzione che richiama perfettamente quella moderna. Del
pari, simile all'odierna é la distribuzione dell'abitato interno
della città; ove, le due principali arterie (una, da est ad
===

248 G. COLASANTI

ovest, parte da Porta d'Arce e va a Porta Cintia; l'altra, da
nord è sud, parte dal ponte sul Velino e finisce presso la
chiesa di S. Liberatore, nel lato settentrionale delle mura)
si incrociano, incontrandosi, nella attuale Piazza Vittorio Ema-
nuele, posta sull'alto, nel centro dell'abitato. Le minori co-
municazioni con i loro particolari (fabbricati importanti,
chiese, conventi ecc.) corrispondono anch'esse alle odierne,
come meglio vedremo quando parleremo delle singole zone.

Se si toglie qualche divergenza di poco conto (per esem- ‘
pio la interruzione delle mura che oggi si ha. a Piazza Um-
berto I, presso la stazione ferroviaria, manca nella nostra
carta: presso il monastero di S. Paolo, la comunicazione tra
l'alto e la sottostante Piazza del Leone non è riferibile alla
odierna, che si deve ad un rifacimento recente eco.) la
Pianta del 1725 si riporta nel resto alla odierna distribu-
zione dell’ abitato.

Distribuzione odierna, che viene fuori da un altro docu-
mento cartografico, meno dettagliato però e meno chiaro di
quello già descritto. In una pergamena di m. 1,00 X m. 0,65,
è disegnata una Pianta de' confini di Riete con Civita Duc.le
et altri luoghi del Regno di Napoli, oggi conservata nella
Biblioteca Comunale di Rieti (fondo antico, Archivio del Co-
mune).

Su fondo giallastro, rappresentante il piano, il rilievo
reca un colore chiaro, a luce obliqua piovente da S.-E., cioè
dall’angolo superiore destro della carta, la quale ha supe-
riormente rivolto l'est. :

Le acque sono in colore azzurro, l'abitato in rosso. L’a-
bitato cittadino é rappresentato quasi nel mezzo del lato in-
feriore ; tutto il restante della carta, ai lati e nella parte

Superiore, è destinato alla rappresentazione del territorio.

Quasi nel centro della carta, è rappresentata la rosa dei
venti, mentre nella estremità destra (corrispondente al sud)
é riprodotta la scala di riduzione, in passi romani ed in

canne reatine. REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 249

Il margine inferiore della carta è riserbato alle indica-
zioni, le quali occupano una zona larga ca. m. 0,15: in fondo
a tutto si ha la firma dell'autore, Cesare Flachio, il quale
dové compilare la carta verso il principio: del sec. XVIII.

La parte che di questa carta maggiormente ci interessa
è quella rappresentante l'abitato reatino, in un piccolo spazio
rettangolare di circa m. 0,10 X 0,07.

Dato lo scopo della carta, la quale mirava a rappre-
sentare tutto l’agro reatino, l'abitato non ci si presenta na-
turalmente con una riproduzione nè esatta nè curata nei
particolari. Manca l'indicazione di alcune porte; mancano
molti nomi ecc.; tuttavia, le linee che possediamo sono senza
dubbio sufficienti a fornirci l’idea dello schema generale
della città, sia per quanto riguarda il suo perimetro, sia per
quanto concerne le principali arterie interne.

sulla destra del Velino — il cui corso ci appare bifor-
cato verso la estremità occidentale (corrispondente al lato
inferiore della carta) — è distribuita la città propriamente
detta.

Una linea murale — che dalla riva destra del fiume, nel
suo tratto orientale (corrispondente al lato superiore della
Carta), si dirige verso nord e, dopo breve tratto piega, an-
dando da est ad ovest, finchè volge di nuovo da nord a sud,
raggiungendo il Velino — limita l’abitato reatino nei suoi lati
orientale, settentrionale ed occidentale, nella carta corrispon-
denti relativamente al lato superiore, sinistro ed inferiore.

Il lato meridionale dell’abitato (corrispondente al lato
destro della carta) è limitato dal corso del Velino, sul quale

la nostra pianta nota due passaggi: il Ponte, corrispondente
all'attuale, ed il piccolo passaggio presso la odierna chiesa
di S. Nicola in Acupenco, recante all'isola Voto di Santo. Di
là dal ponte maggiore, è rappresentato l’abitato suburbano,
racchiuso entro il fosso diramato dal Velino, ed aperto nelle

sue tre porte, nelle quali ravvisiamo i tre noti ingressi ad
250 G. COLASANTI

est, a sud-est ed a sud. Mancano i nomi e di queste porte
e dei passaggi sul Velino.

Quantunque con poco dettaglio e con poca chiarezza,
l'abitato interno della città propriamente detta ci è indicato
distribuito nelle due arterie principali, che da opposte dire-
zioni muovono dalla periferia verso l'interno, incrociandosi
nel largo centrale, in cui ravvisiamo la odierna P. Vittorio
Emanuele.

Similmente, l'abitato del Borgo ci é indicato intorno alle
principali arterie, che dal ponte sul Velino recano rispetti-
vamente alle tre porte notate.

Intorno a queste due carte, le quali adunque riproducono
sostanzialmente lo schema generale della città quale oggi è
e quale in principio noi l'abbiamo sommariamente descritto,
si aggruppano le informazioni degli scrittori locali, che ci
indicano anch’essi — ora direttamente, ora indirettamente —
questa estensione e questa forma dell’abitato reatino.

I documenti cittadini del settecento ad ogni piè sospinto
ci rivelano la città quale noi la conosciamo, coi suoi limiti,
colle sue porte, e colle sue comunicazioni: e questa di-
stribuzione si manteneva rigorosamente, non molto dopo la
redazione delle due carte citate, allo scorcio del secolo
XVIII ed al principio del XIX, allorchè il Latini ce la de-
scrisse, fornendoci anche altre indicazioni (specialmente alti-
metriche ecc.) che non trovan posto nei due documenti car-
tografici precedenti. ;

Allora, come oggi, l'abitato era posto « parte ... nel
« piano e parte sopra una facilissima collinetta ... formato
« dalla Città propriamente detta e dal Borgo, il quale dalla
« Città è diviso dal bel fiume Velino » (1). Quale fosse il
perimetro della città a destra del fiume, con i suoi bastioni
e con le altre opere di difesa, ci è indicato particolarmente
così: « Lo stesso Velino serve di muro insieme e di fosso

(1) LATINI, Memorie ecc., fasc. II, cap. X.
REATE, RICEROHE DI TOPOGRAFIA, ECC. varo

« alla città dalla parte del sud e del sud-ovest ; verso l' ovest
« poi, il nord e l'est è cinta di muri elevati ad una certa al-
« tezza con merli e con frequenti torri ora quadrate, ora ro-
« tonde. Questi muri par che sieno opera del nono e decimo
« e tredicesimo secolo, fuorchè in alcuni punti ed in ispecie
« vicino alle porte, ove si veggono alcuni preziosi avanzi di
« muro costrutto secondo il gusto de’ tempi Romani. Vi aveva
« ancora lantemurale; ma ora è demolito, e sol ne rimangon
« le vestigia all'altezza di circa una canna da terra. Lo spazio
« che giace fra l'antemurale ed il muro serve oggidi di com-
« modo e tranquillo passeggio ... A piè dell'antemurale apri-
« vasi un ben largo fosso, che ora però vedesi in tutta la
« sua lunghezza ripieno quasi intieramente di terra ridotta
« a coltura » (1).

Lungo questo perimetro il Latini ci addita « cinque Porte:
cioè la Porta d'Arci, Porta Conca, Porta Cintia, Porta Voto
de' Santi, Porta di Ponte » (2) corrispondenti esattamente

alle attuali, di cui le due ultime van poste — come a suo
tempo vedremo — una presso la biforcazione del Velino,

l’altra sul Ponte odierno.

Il Borgo, dal Latini considerato come fuori della città,
Gi appare nelle stesse linee di oggi (3).

Entro questa cinta, il Latini ci descrive l'abitato. Dal
Borgo, per il Ponte, si entra in Via Roma, segnalataci,
come oggi è, per « una ben larga e retta strada, la più
« bella forse e la più popolosa della Città, fiancheggiata da
« buoni fabbricati, ornata in tutta la sua lunghezza di officine
« di artisti e di mercanti, per la quale si ascende alla Pub-
« blica Piazza ». La pubblica piazza (oggi P. V. Emanuele)
ci appare come il centro dell'abitato, in cui si incrociavano
le principali arterie, ornate di importanti fabbricati (4).

(1) Idem, ms. cit., I. c.
2) LATINI, ms. cit., fasc. III, cap. XVIII.
3) Idem, ms. cit., fasc. II, cap. XIII; fasc. IV, cap. XVIII.
4) Idem, ms. cit., fasc. II, cap. XIII e XV.
252 G. COLASANTI

Lontano da essa, verso nord-est, verso est e sud-ovest,
il nostro A. ci addita quel fabbricato in genere meschino
e povero che oggi ancora si osserva da P. Conca a P. d’Arce,
a sud-ovest di quest’ ultima porta, ed intorno alla chiesa di
Santa Lucia, nel Rione Valli (1).

Qualche decennio prima dei riferiti documenti cartogra-
fici, nella seconda metà del seicento. Loreto Mattei ci la-
sció, nel suo Erario Reatino, uno schizzo planimetrico
piuttosto sommario dell’abitato cittadino, quale era al suo
tempo. Lo riporta dopo la c. 94 del suo ms. citato, intito-
landolo « Disegno della Pianta et alzato della Città di Rieti,
in cui questa terza Parte del Mattei in luogo della solita
Poesia si termina con la Pittura ».

Lo schizzo — fatto a penna su di un foglio allegato —
occupa un campo rettangolare dis; ca: cm li Rai 12.
Senza riprodurre affatto la distribuzione interna dell’abitato
e lo schema delle vie, il Mattei si limita a delineare, per
altro esattamente, il tracciato perimetrale. La carta, con
il N. volto al lato superiore non reca indicazioni della scala.

Sulla destra del fiume Velino, il cui corso appare bi-
forcato nella metà occidentale, appare la città propriamente
detta, dal Mattei indicata col nome di Città di feti.

Il tracciato murale, che la racchiude ad oriente, a set-
tentrione e ad occidente, segue la linea a noi nota, ma delle
ire porte ne reca solamente due (P. d'Arce e P. Cintia) tra-
lasciando — sicuramente per dimenticanza -— la Porta
Conca (2).

Lungo il limite meridionale della città notiamo la Porta
Voto de’ Santi, sita sul principio del ramo destro del fiume;
ed a monte di essa, prima della biforcazione, la Porta di

(1) Idem, ms. cit., fasc. II, cap. XIII.

(2) Altrove, infatti, (ms. cit., carta 81) parla di cinque porte esistenti lungo il
perimetro cittadino. E poiché quelle segnate nello schizzo sono quattro, la quinta
sarebbe P. Conca, REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 258

Ponte, chiaramente indicataci — quantunque non registrata —
sull’ omonimo passaggio del fiume.

Sulla sinistra riva del Velino, di fronte quasi al ponte
maggiore, vediamo estendersi l’abitato suburbano, indica-
toci dal Mattei con il nome di Borgo. Circondato da una
diramazione del fiume, esso ci si mostra nello schema che
noi conosciamo, e con le tre note porte (P. Cerringo, P.
S. Antonio, P. Romana) nei punti in cui oggi ancora si man-
tengono o sono ricordate.

Questo schema grafico è dallo stesso Mattei — in altre
parti del suo manoscritto — integrato con chiari ed evidenti

accenni all’abitato della sua città. Lungo il cui perimetro
erano « lunghe et alte mura merlate e guernite di spessi
« torrioni, antemurali, terrapieni e fossa inondabile per tutto ;
« la qual munitione dal lato di Tramontana verso il Regno
« si stende in lunghezza molto più d'un miglio : il versante
« della città dalla parte di Mezzodì.... è tutto a bastanza
« circonvallato e munito dall'ampio letto e rapido corso del
« nostro Velino » (1).

Di là da questo limite si diramavano le abitazioni del
Borgo (2) e lungo l'intero circuito dell'abitato ci sono in-
dicate « otto Porte, tre nei Borghi e cinque nel suo. re-
cinto » (3).

L'abitato interno del Borgo, diviso nelle sue due parti
verso P. Romana e verso le altre due porte orientali dalla
largura centrale, corrispondente alla odierna P. Cavour, è al-
trove indicato come racchiuso da un braccio del fiume e dal prin-
cipale corso del Velino stesso (4). L'abitato interno della città

(1) Erario Reatino ecc , cart. 81. Questo limite della città fino al corso del Ve-
lino appare anche da alcune strofette, in cui del fiume si dice che Zi da’ muri. |
escluso ondeggia (ms. cit., cart. 92).

(2) Op. cit., cart. 80.

(3) Idem, cart. 81.

(4) Della via che entra per Porta Romana, il Mattei dice: « ... entra per la Porta
Romana in Rieti passandosi un braccio del fiume nel borgo di essa e poi per altro.
ponte munito d'un alta torre si passa il grosso di tutto il fiume ecc. (ms. cit. cart.
64-65).
04 G. COLASANTI

propriamente detta, sulla destra del fiume, è ,« tutto listato
« di strade per lo più piane, drittissime e capaci di tre car-
« rozze » (1), e il suo centro va ricercato nella « Piazza con
sua bella fontana » (2), cioè nella odierna Piazza Vittorio
Emanuele. La prima grande arteria, da oriente ad occi-
dente, era costituita dalla « Strada dritta » (Via Garibaldi),
che partiva « dalla prima Porta verso il Regno » (3), ossia

dalla Porta d'Arce. Essa « con un breve agevolissimo e

« quasi insensibil rialto si porta alla contrada dell'alto e pas-
« sando per la publica Piazza e quella del Duomo sino al-
« l'altra Porta della Città detta Porta Cinthia ecc. ». (4).
La seconda grande arteria cittadina partiva da Porta
Romana nel Borgo: indi « inoltrandosi ... per entro la città,
« con agevolisssima e quasi insensibile montata ... va a far
« capo su la Piazza in faccia al Palazzo del Magistrato » (5).

Di li, attraverso « una discesa di non molto declivio, detta

la Pennina » (6), raggiungeva le mura, terminando « su la
facciata della Chiesa di S. Liberatore » (7).

Tra queste arterie e lungo le loro diramazioni secon-
darie, l'A. ci indica fabbriche e chiese che richiamano quelle
attuali.

Questa città, così come la troviamo nelle sue linee
generali presso il Mattei, ci viene descritta circa un secolo
prima da Pompeo Angelotti. Sulla destra del fiume sorgeva
« la moderna città ... parte in valle, parte in bel rialto si-
« tuata, circondata da un lato da fortissimi bastioni, dall’ al-
« tro dal fiume Velino che sicura la rendono » (8). Di fronte
ad essa sorgeva « il Borgo ... circondato da un raro del

(1) Erario Reatino, cart. 80-82.
(2) Idem, l. c.; cfr. cart. 83, con la speciale descrizione della piazza stessa.
(3) Idem, et 80-82.
(4) Idem, cart. 80-82.
(5) L. MATTEI, mS. cit., l. c
(6)
(7) io I (oy

(8) P. ANGELOTTI, Descrittione eco, pag. 50.
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 255 .

Velino » (1). Tutto questo abitato raggiungeva i limiti.a noi
già noti: andava cioè fino a Porta Cintia (2), « fin’ a Porta

Conca » (3) a settentrione e — attraverso il « venerabil
Monastero di S. Benedetto » che « confina con le pubbliche
mura » (4) — arrivava alla « chiesa di S. Leonardo », a

cui « è congiunta la Porta d'Arci » (5) nella estremità orien-
tale. Anche il Borgo aveva allora, nelle porte e nella esten-
sione, l'aspetto che già conosciamo (6). Centro dell'abitato
appare la odierna P. Vittorio Emanuele, « nel cui mezzo ...
in questi ultim’anni, per opera de’ Cittadini sorge un limpido
fonte » (7). Da questa Piazza diramano le strade a noi già
note: cioè « la diritta strada di Ponte ... (V. Roma) d'an-
« tiche e moderne fabriche fornita » (8); la strada che attra-
versa la « ben' habitata contrada fin'a Porta Cinthia » (9),
cioè Via Cintia; la via « che dalla porta (Porta d' Arce)
« alla Piazza et al Palazzo del Magistrato conduce » (10),
cioè la Via Garibaldi.

Un terzo gruppo di documenti cartografici ci indica la
estensione perimetrale e la distribuzione interna dell'abitato
reatino, verso la metà del cinquecento, e richiama anch'esso
intorno ai propri schemi le parole di qualche scrittore con-
temporaneo, che si occupò di Rieti.

In un codice cartaceo della seconda metà del secolo
NL in f grande (c. 42 x 28), già esistente alla Libre-
ria dei Duchi d'Urbino ed oggi conservato nella Biblio-
teca Nazionale Centrale di Roma (mss. 550), si contengono

(1) Idem, ibidem, pag. 22.
(2) Idem, ibidem, pag. 45.
(3) Idem, ibidem, pag. 46.
(4) Idem, ibidem, l. c.

(5) Idem, ibidem, pag. 46-49.
(6) Idem, ibidem, pag. 22.
(7) Idem, ibidem, pag. 25.

(8 Idem.

(9) P. ANGELOTTI, Descrittione ecc., pag. 45.
(10) Idem, ibidem, pag. 48 49.
256 G. COLASANTI

« Le Piante et i ritratti delle Città e terre dell' Umbria
« sottoposte al Governo di Perugia ». Le piante, accompa-
gnate da brevi ragguagli in genere sulle distanze, sono —
e nei disegni e nella scrittura — in bistro; furono levate
in gran parte col bussolo, sono prospettiche e geometriche
per ciascun luogo ed occupano due intere facce delle carte.

L'autore si firma, a carta 96v ed a carta 148 v, Ci-
priano Picciolpasso e dichiara (c. 2-6) che questo difficile la-
voro fu a lui affidato da « Jacopo Annibale Altemps, Generale
« di S. Chiesa negli anni 1559-1510 », offrendoci cosi i limiti

cronologici entro cui riportare questi documenti (1).

A c. 67-10 si hanno due piante di Rieti, una geome-
trica ed una prospettica.

A c. 67, sotto il titolo Confini di Rieti e sue vedute, Y A.
riporta alcune brevi indicazioni intorno ai centri abitati che
— rispetto a Rieti — si trovavano a « Tramontana, Po-
nente » (tra cui nomina Zi d' Utri, S. Susanna, Morro ecc.);
a « Ponente, a Mezzogiorno » (Contigliano, Poggio Fidone
ecc.); ed intorno ai centri « posti tra Mezzogiorno e Levante
« e tra Levante e Tramontana » (Civitaducale, S. Ruffina del
Regno; Cantalizio del Regno ecc.) Tutto ciò, in mezzo a
brevi notizie di altro genere (« questa città — eti — dicono
essere il mezzo d’Italia ») e tra nomi leggermente alterati (« il
fiume detto il Mellino »; « il lago di Piè di lupo » per Velino
e Piè di luco ecc.). Tralasciando per ora di occuparci di al-
cune altre annotazioni, che l'A. pone in calce alla stessa
c. 67 sotto le indicazioni riferite, diamo uno sguardo alla
pianta planimetrica di Rieti, contenuta nel verso della carta
stessa e nella faccia seguente.

Il disegno, che occupa una lunghezza di c. 55 ed un'al-
tezza di c. 26, riproduce solamente l'abitato sulla destra
del Velino, tralasciando del tutto il nucleo suburbano.

(1) Per tutto cfr. Catalogo ragionato dei manoscritti appartenenti al fu conte
Giacomo Manzoni redatto da ANNIBALE TENNERONI (Quarta parte) Città di Castello,
Lapi, 1894, pag. 124-125.
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. \ 257

L'orientamento della pianta, indicatoci dai punti cardi-
nali scritti in carattere stampato grande, non corrisponde
rigorosamente alla realtà : specialmente nel lato meridionale,
verso il ponte maggiore, tanto la linea del Velino quanto
la linea dell'abitato seguono — nel Picciolpasso — un trac-
ciato leggermente diverso da quello offertoci da una levata
più esatta, essendo fatte quasi convergenti presso il Ponte, -
dove invece vanno in direzione parrallela da occidente ad
oriente.

I gomiti, poi, che il fiume forma a monte e — col suo
ramo destro — a valle del ponte, nella carta del Picciol-
passo non sono che accennati leggermente e non come do-
vrebbero essere; mentre, della diramazione del Velino intorno
al Borgo non è fatto cenno veruno.

Di più: il tratto dal ponte fin sotto Porta d’Arce, presso
il punto ove la linea delle mura tocca il fiume, è tirata

occhio — come l’A. dichiara —; sulla diramazione destra
del Velino — La Cavadella, come registra il Picciolpasso

— non è segnato alcun passaggio, che pure a quest’ epoca
esisteva (Ponte di S. Lucia); dell'abitato suburbano a sini-
stra del fiume
modo alcuno. Tutte queste inesattezze

come già dicemmo — non si fa cenno in
che, per quanto

concerne l’errato orientamento del lato meridionale, vanno
spiegate con la difficoltà incontrata dall'A. nella misurazione,
mancando ivi mura e strada (cfr. c. 68v: come più avanti
Vedremo) — ci richiamano insistentemente al pensiero la
fretta con cui queste carte furono eseguite dal nostro A.,
che in soli quattro mesi dovè compiere l'oneroso lavoro
(e. 2-6). Scaturisce da ciò il relativo apprezzamento, che di
questi documenti cartografici noi possiamo fare.

Dell'abitato cittadino — limitato esplicitamente sulla de-
stra del Velino, sotto il nome. Zeti — il Picciolpasso ripro-

duce, con lo schema periferico, qualche insignificante par-
ticolare interno. A partire dal tratto orientale del Velino,
le mura — interrotte da bastioni — seguono la direzione
258 G. COLASANTI

da S.-N. arrivando a P. d'Arce Dopo la quale, piegano in
direzione da oriente ad occidente, esponendo a tramontana
un lunghissimo tratto, in cui sono poste la 7. Conca e la
P. Cencia (P. Cintia). Ad ovest della quale, le mura piegano
di nuovo verso mezzogiorno e raggiungono il Velino nel
suo tratto occidentale. Seguendo, quindi, la riva del Velino,

-]a linea murale si estende per tutto il lato meridionale fino

alla estremità orientale.

Le mura — che, nelle carte di molto o di poco poste-
riori a questa che esaminiamo, non esistono lungo il lato
meridionale guardato dal fiume — sono in questo punto de-
lineate e chiaramente indicate dal Picciolpasso: il quale
nota che, per un buon tratto a sud-est, poco a monte del
ponte maggiore, erano al suo tempo rovinate.

Queste mura lungo il fiume — quantunque tracciate
con una linea doppia come nelle altre direzioni — appaiono

però senza quei bastioni o contrafforti che sono, invece, di-
segnati in quasi tutto l’altro tratto : il che potrebbe indicare

come, più che mura di cinta — nel senso vero e proprio
della parola — si tratti qui di una linea rappresentata o

dal fabbricato o da muri di unione tra una fabbrica e l'al-
tra o da recinti di terreni, come oggi ancora in qualche
tratto (specialmente a S.-W. ed a S.-E.) si vede.

Lungo il tratto meridionale è notata la P. de’ Ponti con
il Cassero. i

Nel lato orientale, settentrionale, occidentale, e per buon
tratto di quello meridionale è tracciato il terrapieno che —
con il fossato — guardava e rendeva più forti le mura.
L’A. le chiama fortificazioni di terra.

Gli accenni all’interno dell’abitato, racchiuso da questo
giro di mura, si limitano alla menzione di un piccolo
corso di acqua, o fogna, o conduttura (lA. non lo speci-

fica), che dal lato orientale, a sud di. Porta d'Arce, attra-

versa tutto il lembo meridionale dell abitato entro la cer-
chia, toccando di nuovo il Velino nella sua diramazione de-

Wt UETEEEEATTTTE —

I RTL ETSREETTT

REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 259

stra, poco a valle del punto di biforcazione. Altro accenno

è costituito da una linea che — sempre ‘entro le mura —
indica qualcuno dei punti raggiunti dal caseggiato. Questa
linea è un arco di circolo, che da un punto presso la Porta
de' Ponti va al limite meridionale del tratto murale sotto
Porta d'Arce. Il terreno a sud di essa (corrispondente alla
zona che da S. Francesco va fin presso Porta d'Arce) é nella
nostra carta occupato da ortami; ad un dipresso come oggi.

Fuori dell'abitato e sulla sinistra del fiume Velino (Zl
Mellino fiume, ha il Picciolpasso), troviamo indicati i due
conventi di S. Fabiano e S. Antonio. Il primo, che ci for-
nisce con questa sua posizione un certo dato cronologico,
essendosi la sua comunità religiosa trasferita dentro la città
l’anno 1585 (1), è al suo posto giusto. Ma il secondo è rav-
vicinato troppo al primo, mentre è troppo allontanato dalla
zona in cui l'A. doveva mettere l’ abitato suburbano del
Borgo, di fronte al cui lato S.-E. oggi ancora il convento si
trova.

Una integrazione di questo schizzo planimetrico, som-
mario ed affrettato, il Picciolpasso ce la offre con la tavola
prospettica della città e del territorio all’ intorno, riportata

‘a carta 70. Essa è disegnata nelle due facce interne, è in

bistro e l’abitato occupa, nel centro del lato inferiore, un
campo di cm. 32 di lunghezza per cm. 8 di larghezza. Il
terreno è rappresentato con curve prospettiche, a luce obli-
qua piovente dall’ est, che corrisponde al lato destro della
earta. Tutta la tavola è orientata da nord a sud; ma vi sono
introdotti errori ed inesattezze nella riproduzione di qualche
parte dell'abitato reatino, cui è assegnata .una falsa orien-
tazione. Anche qui, la rilevata difficoltà della misurazione
fece sì che, nel lato meridionale, la linea dell’abitato e quella

(1) Cfr. DesanOTIS, Notizie Storiche ecc., pag. 122. La nostra carta, quindi, è an-
teriore a questo anno, come del resto le notizie altrove riferite ci avevano di già
indicato.
260 G. COLASANTI

del fiume. presso il ponte maggiore sia resultata sover-
chiamente ristretta e limitata all’ estremità sud - ovest, men-
tre in realtà essa si estende in pieno mezzogiorno. Questo
errore ne portò con sé un altro: la zona, racchiusa dalle due
diramazioni del Velino, e l’ abitato ad essa zona adiacente
sono stati spinti e disegnati ad ovest ed a nord-ovest, mentre
in realtà si trovano a sud-ovest. Con che si è ottenuto dal
Picciolpasso una estensione della linea cittadina occidentale,
che nel fatto è sproporzionata. La linea periferica a tramon-
tana e quella a levante sono più fedelmente riprodotte.

Cominciando da quest’ ultima, le mura si allontanano
dal corso del Velino e si dirigono verso nord, aprendosi
nella Porta d’Arce, indicata ma non registrata col nome, e
rese più forti dal terrapieno chiaramente disegnato. In tutto
il lato settentrionale, che comincia poco a nord della Porta
d’Arce, non troviamo notata porta alcuna tra i bastioni in
esso disegnati.

Il lato occidentale delle mura si vede chiaramente con
tutte le sue opere di fortificazione. Dopo di esso, è facile
seguire il limite del fabbricato (non racchiuso da una cinta
Vera e propria, come già dicemmo), che si estende per tutto
il lato meridionale, ora raggiungendo il fiume (a S. ed a
S.-W.) ora (a S.-E.) allontanandosene.

L'unica porta, in questo ultimo lato meridionale, è da
cercarsi sul ponte maggiore, rappresentato con i suoi due
archi e con il Cassero che ne guardava la testata sulla si-
nistra del fiume. Entro questi limiti, resi forti dal terrapieno
e dal fosso (entrambi qua e là indicati), si estende la città
propriamente detta, limitata cioè sulla destra riva del fiume
Mellino, secondo il nome dal Picciolpasso riprodotto.

In questa carta troviamo accenni alla distribuzione interna
dell’abitato. Il Picciolpasso non riprodusse lo schema delle
arterie cittadine, ma ci lasciò unicamente un rozzo trac-
ciato della estensione del fabbricato, in cui riconosciamo
subito alcuni edifici storicamente importanti (chiese e con-
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. m: 201

venti). Esteso ad occidente fin presso il fiume, l'abitato non
tocca costantemente a nord il limite murale già descritto :
ma se ne allontana presso un fabbricato, che noi riconosciamo
per il convento di S. Benedetto; ad oriente del quale notiamo
uno spazio libero, ad un dipresso come oggi. Similmente, un
terreno messo ad orti e qua e là scabroso è notato nel lato
sud-est, sotto Porta d'Arce. Sono gli ortami,indicati nella ta-
vola planimetrica, e che oggi ancora trovano riscontro nel
terreno basso e coltivato, che dal monastero di S. Chiara
va al limite orientale delle mura. Nel tratto a sud, la-
bitato mostra seguire più da vicino e più costantemente
il fiume.

In mezzo a questo caseggiato noi riconosciamo altresi
il convento di S. Agostino e quello di S. Domenico. Del
nucleo suburbano sulla sinistra del fiume, questa nostra carta
non fa alcuna menzione, tranne il disegno di un fabbricato
sito presso il ponte, e che non sapremmo se indichi o una
qualsiasi casa nel tratto occidentale del Borgo, oppure (leg-
germente ravvicinato al ponte) il fabbricato della vetusta
Chiesa di S. Angelo.

‘ Fuori della città, nella destra del Velino, sono posti i
due conventi di S. Mauro e S. Fabiano: sulla sinistra dello
stesso fiume — alquanto discosto dalla sua posizione esatta
— vediamo il convento di S. Antonio.

L'ultimo documento cartografico di questo terzo gruppo
ci è offerto da una pianta della città, contenuta in una ri-
produzione di Rieti e del suo territorio, esistente nella Bi-
blioteca Comunale di Rieti (fondo dell’antico Archivio Comu-
nale). Questa pianta, disegnata su tela verniciata ad olio,
misura m. 1,35 di lunghezza per m. 0,80 di larghezza. La
riproduzione è policromica: su fondo verdastro, il rilievo è
a colore più chiaro tendente al giallo; i corsi di acqua sono
in colore scuro, mentre le strade sono in rosso, ed in bianco
e rosso è riprodotto il fabbricato.

Tutta la pianta è orientata in modo che l'est corri
262 (778. COLASANTI

sponde al lato superiore, ed in relazione ad esso sono di-
stribuiti gli altri punti cardinali (l'ovest nel basso; il sud
a destra; il nord a sinistra). L'abitato della città si trova
quasi nel mezzo del lato inferiore di tutta la pianta, avendo
accanto a sé, a sinistra, l'indicazione della scala, che pe-
raltro non è leggibile.

La parte che maggiormente qui ci interessa — la ri-
produzione dell’abitato cittadino — occupa uno spazio ret-
tangolare di circa cm. 15 Xx em. 10; è disposto secondo l'orien-
tamento generale della pianta, quindi in modo da volgere.
verso il lato superiore la estremità orientale dell’ abitato
medesimo.

Il Velino — che segue un tracciato corrispondente,
nelle sue sinuosità, a quello reale — ci appare con le sue
due diramazioni: una, a monte dell’attuale ponte maggiore,
che circonda l'odierno Borgo; l'altra — a valle del ponte
che limita l'isola Voto de’ Santi, esplicitamente indicataci dalla

nostra pianta. In quest'ultima biforcazione, la pianta ci fa
distinguere eziandio il ramo maggiore (quello a sinistra) dal
ramo minore (quello a destra, detta « La Cavatella »), rap-
presentato più piccolo e più povero di acque.

Sulla destra riva del Velino e della Cavatella vediamo

. estendersi la città propriamente detta, indicataci dalla pianta
«con il nome di « RIETE », scritto in lettere stampate su linea

orizzontale. 1

Partendo dalla estremità : orientale del fiume (nel lato
superiore, secondo la pianta), le mura vanno da sud a nord
con bastioni e contrafforti, aprendosi nella Porta d’Arce,
dalla pianta registrata.

A nord di essa le mura piegano da est ad ovest, e per-
corrono una lunga linea esposta a tramontana, aprendosi
nella P. Conca e nella P. Cintia, esplicitamente notate. Dopo
quest'ultima, piegano da nord a sud fino a raggiungere, di
nuovo la riva destra del fiume.

In tutto questo lato — rivolto ad est, a nord e ad ovest — REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 263

la linea murale é costantemente seguita dal terrapieno, dise-

. gnato con tutte quelle sporgenze a semicerchio che ancor oggi

si vedono nella via esterna delle mura reatine. Verso il fiume,
la linea dell'abitato é disegnata in rosso — come la prece-
dente linea delle mura; ma l'assenza dei torrioni e dei ba-
luardi ci dimostra — come già dichiarammo — che in questa

direzione non si doveva avere un muro di cinta vero e pro-
prio. La linea del fabbricato si avvicina al fiume solo nel lato
presso il ponte; allontanandosene nel lato sud-ovest e nel
lato sud-est. Ció che corrisponde esattamente alle odierne

condizioni di cose, e che ci dimostra il valore e la esattezza

del documento che abbiamo tra mano.

Nell'interno dell'abitato, la pianta non rileva aleun parti-

colare: tralascia completamente la distribuzione dello schema

stradale e solo delinea il corso del Cantaro, rappresentato

secondo la sua vera direzione entro le mura.

Da questo abitato cittadino, mediante il ponte sul Ve-

lino (è quello corrispondente all’attuale passaggio maggiore;

poichè di altri la pianta non fa cenno) si comunica con il

nucleo suburbano, sulla sinistra del fiume.
Il Ponte — così è indicato — non reca la riproduzione

della sua porta nè quella del Cassero. :
L’abitato suburbano è distribuito fra le tre arterie prin-

cipali che fan capo alle tre porte, site nei punti in cui noi .

le conosciamo sul fosso, ma i cui nomi non abbiamo letti

nella pianta.

L'abitato verso oriente è indicato con il nome di Borgo

S. Antonio;

quello occidentale non reca denominazione.

Altri particolari sull'abitato mancano. Presso la porta S.-E.
del Borgo, vediamo rappresentato il convento di S. Antonio;

li presso è rappresentato quello di S. Fabiano; e final
mente, nell'isola Voto de Santi, presso il punto di biforca-
zione del Velino, vediamo un fabbricato, il quale non può

che riportarsi al vecchio monastero di Santa Lucia.
ager

264 G. COLASANTI

Tutto ciò offre, a chi ben consideri, dei dati cronologici
per l'assegnazione di questa pianta.

Già un primo ferminus ante quem ci era fornito dal fatto
che — poichè il corso del Cantaro entro la città è rappre-
sentato tutto scoperto —- non si poteva scendere dopo l'anno
1836, in cui detto corso venne in gran parte coperto (1). Ma
possiamo spostare di molto i nostri computi. Poiché il con-
vento di S. Fabiano ed il monastero di Santa Lucia sono posti
fuori della città, la nostra pianta va riportata prima del 1585
e prima del 24 febbraio 1566, allorché la prima e la seconda
comunità religiosa entrarono nella cerchia cittadina, sulla
destra del Velino (2).

Ci avviciniamo — come si vede — alla cronologia delle
altre due piante del Pieciolpasso: solo che per la nostra
ignoriamo il preciso terminus post quem ; il quale però in ogni
modo non può risalire oltre gli ultimi decenni del sec. XV,
poichè il convento di S. Antonio — dalla pianta menzio-
nato — fu cominciato a costruire nel 1479 (3). »

Un primo riferimento a questo schema di Rieti, quale
possiamo desumerlo dai tre descritti documenti cartografici,
lo troviamo nelle annotazioni stesse che il Picciolpasso fa
alle sue carte.

Dopo un accenno generico sull’amenità del sito di Rieti (4),
egli passa a darci qualche particolare ragguaglio dell’ abi-
tato stesso. ; i

Nota che «la Città vien offesa dalli doi colli detto l'uno
« san Fabiano et l’altro S.to Ant.o ... che l'uno batte per
« fianco et l’altro per cortina » (5), e che l’intero abitato cit-

(1) Vedi più avanti la fonte di questa notizia.

(2) DESANCTIS, Notizie storiche ecc., pag. 122, 121.

(3) Idem, ibidem, pag. 118.

(4) « Questo luogo ha si bello et cossì ameno sito e tenitorio quant'altro fin
d'hora ne abbiamo veduto ; ha la più frutifera e vaga campagna di tutta |’ Umbria
quivi abondantissimamente vi fanno tutti i frutti della Terra ecc. » (Cart. 67, in

‘calce alle indicazioni sui paesi e sui « Confini di Rieti e sue vedute »).

(5) Carta 67, l. c. La stessa indicazione vale per il passo che segue. REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 265

tadino « ha verso il mezzogiorno il Mellino fiume quale per
« aleun tempo non si puó guazzare ».

Verso questo medesimo tratto meridionale, non vi sono
« ne muraglia ne strada » (1), manca cioè una cinta vera e
propria: mentre una linea di difesa ci è indicata nella Ca-
vadella, cioè nella diramazione destra del Velino, che « fo
fatta per metar l’acqua d’intorno » (2). Nel restante tratto
ad ovest, a nord e ad est « le mura della Città non sonno
« molto buone, ha dintorno alla parte verso Tramontana
« alcuni forti di terra ma tutti ruvinati et altre parti ove
« non pass’ il fiume ». Entro l'abitato la città non possiede
« ne Rocca ne luogo forte da salvamento particulare ».

A questo stesso abitato si riferisce, qua e là nel suo
lavoro De Antiquitatibus Reatis, Mariano Vittorio, che scri-
veva contemporaneamente alla redazione delle carte del
Picciolpasso, ed ai cui tempi la terza delle carte dianzi de-
Scritte veniva composta.

Dal colle, posto alla destra del fiume e che dal nostro
autore é considerato come il centro storico di tutto l'abi-
tato (2), la città si estendeva fino ai limiti a noi già noti.
Così il Vittorio conosce una Porta Cintia (4), in cui va na-
turalmente veduta la nota porta della città e quindi la nota
linea perimetrale da questa parte. Che se, a proposito del
corso del Cantaro, che oggi scorre in parte entro l'abitato
orientale della città, il Vittorio ha: Canthari amnis qui
Reatinae urbis partem interluit, (D) non conoscendo noi una linea
perimetrale diversa dalla odierna che in età passate abbia
chiuso entro l'abitato un tratto di questo corso, dobbiamo

(1) « Alla parte verso il fiume non si opera bossolo né si misura per non vi
essar né muraglia né strada ». Cart. 68 v.

(2) Cart. 68 v. Ad essa si riportano anche i passi che seguono.

(3)«... Vero haud simile est Collem illum habitationi quam maxime como-
dum ... fuisse absque incolis » ms cit., c. 115.

(4) « Quod autem Urbis Portam, Cynthiam vulgo appellatam etc.» ms. cit.,
GX1165: cfr: c...100.

(9) Ms. cit., c. 100.
266 G. COLASANTI

concludere che le parole del Vittorio si riportano ad una
condizione di cose egualeall'attuale: in altri termini, esse ci
richiamano ad est una cinta murale sulla linea stessa di oggi.

Similmente : verso il lato meridionale, a proposito del
rione Valli, ad W. di Via Roma, il Vittorio nota che val-
lis quaedam erat, hortorum agrorumque cultura amoenissima ;
Civitate postea aucta nomen regioni portaeque servatum (1). Vuol
dire che l’abitato di questa città, ai suoi tempi, occupava

tutta la regione bassa fino a S. Nicola, in cui questo nome

Valli si trova localizzato : e poichè anche qui noi non cono-
sciamo altra linea. perimetrale che sia succeduta all’antica,

all infuori di quella stabilita, nel tratto presso il Ponte, dal

corso del Velino, ne viene che lungo questo fiume vada ri-
cercato il limite cittadino, cui il Vittorio si riferisce : siamo
cioè, di fronte ai limiti a noi già noti. La Porta di Valli si

"trovava a valle del Ponte odierno (Porta S. Lucia). Da que-

ste menzioni, con l' estensione dell'abitato vien fuori anche
il concetto della città propriamente detta, estesa e limitata,
anche al tempo del Vittorio, sulla destra del fiume: alla cui
sinistra si trovava il suburbium Velini flumini adiacens (2)
cioè il Borgo.

Per l'età anteriore a questi documenti ed a questi scrit-
tori locali, noi dobbiamo valerci di fonti indirette per rintrac-
ciare, fin dove ci sarà possibile, lo schema cittadino che fin
qui abbiamo seguito.

La prima fonte ci é data dai due noti processi della
Inquisizione contro fra’ Paolo Zoppo e contro il Comune di
Rieti, dell’anno 1334. Gli accenni topografici, di cui noi pos-
siamo far tesoro, sono parecchi in ambedue i processi;
ma poichè quelli contenuti nel primo si riferiscono in ge-
nere a località entro l’ abitato, spesso senza esatte deter-
minazioni topografiche, la importanza maggiore risiede nelle

(1) Idem, c. 124-125.
(2) Idem, c. 124-125. REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 261

menzioni contenute nel secondo processo, che sono veramente
preziose.

Occorre premettere che — in seguito ad un conflitto
scoppiato tra l'Inquisitore ed il Comune di Rieti — que-

st'ultimo prese severe disposizioni contro il primo, per cui
fu scomunicato, ed i suoi magistrati furon sottoposti a rego-
lare processo in contumacia. Il di 10 agosto 1334 il nunzio
dell'Inquisitore di Leonessa, tal Petrono loannicti, ch'era stato
inviato a recare un mandato di comparizione ad un testimone
entro Rieti (1) depone quanto gli era occorso alle porte
della città: Sed perveniens ad Portam Conche Civitatis Reatine,
ibi invenit custodes per officiales dicte Civitatis specialiter assi-
gnatos ad hoc quod non permitterent intrare aliquam. personam
cum aliqua lictera vel citatione ex parte ipsius Inquisitoris con-
tra personas speciales seu Comune Reatinum (2).

Di questa Porta Conca noi abbiamo negli stessi docu-
menti frequenti menzioni (3); e poichè di una Porta Conca

in posizione diversa dall’ attuale — e, per conseguenza, di
una linea perimetrale diversa da quella in cui detta porta
conosciamo — nè abbiamo notizie, nè siamo autorizzati a

supporne, ne viene che l’accenno dei riferiti documenti debba
essere riportato alla porta ed alla linea murale di oggi. Della
corrispondenza fra l'odierna linea murale a nord e quella
che doveva aversi nel 1334, abbiamo altre documentazioni
sempre della stessa provenienza.

Nello stesso processo, tal fr. Stefanus Petroni de Reate,
ord. Heremitarum S. Augustini (4) depone: Quod ipse te-
stis et alii fratres sui ordinis et Prior dictorum fratrum, per

(1) In Bollettino della R. Deputazione di Storia Patria per l'Umbria, anno V,
vol. V, fasc. II, pag. 384.

(2) Op. cit., pag. 384. :

(3) Si menziona altrove un Domp. Iohannes Archipresbiter S. Xpofori de Porta
Conche. Bollett. cit., pag. 389; « In presentia dompni Iohannis Petri Archipresbiteri
de la porta. de Concha. » .Bollett. cit., pag. 385.

(4) Bollett. cit., pag. 396.
268 G. COLASANTI

officiales Comunis Reat. et alios Reatinos sunt vetiti ei. prohibiti
quod non facerent aliquam ambasciatam, nec alicui dicerent vel
portarent verbo vel in scriptis în Civitate predicta. ex parte In-
quisitoris predicti etc. (1). Soltanto con un convento posto den-
tro le mura, ed il quale aveva quindi con il pubblico un
contatto così continuo che sarebbe stato difficile e quasi im-
possibile sottoporlo ad una rigorosa vigilanza, noi ci spie-
ghiamo questi avvertimenti. Giacchè per frati, che avessero
dimorato fuori della cerchia, bastavano la comune perquisi-
zione alle porte della città e la vigilanza durante il tempo
che fossero rimasti entro l’abitato: così era stato fatto per
il nunzio dell’ Inquisitore, e così si fece poi per altri. Queste
nostre osservazioni trovano conferma nella restante deposi-
zione di frate Agostino.

Il quale continua dicendo Quod dum ipse testis iret per
Civitatem predictam hostiatim pro elemosinis acquirendis, homines
Civitatis eiusdem comuniter eidem fratribus illud iddem dicebant,
et quod dum ipse testis rediret a Lama, districtus. Civitatis pre-
dicte, ad quam iverat pro elemosina canipe, ut sunt consueti, fuit
cercatus ad portam. dicte Civitatis, ne portaret dicti Inquisitoris
licteras pluribus vicibus etc. (2). Questa località Lama, men-
zionataci anche da documenti dell'archivio della Cattedrale
reatina (3), è nota agli Statuti (4), i quali anzi ce la indicano
come il sito stabilito per la macerazione del lino e della ca-
napa, in pieno accordo con le parole di frate Agostino.

(1) Idem.

(2) Idem.

(3) « ... totum id quod ... habuerunt in Lama aqua et Canucetis ac Pratis, iuxta
dictam Lamam » Naudaeus, Instawratio etc., pag. 34; il documento, che è un atto
di donazione, rimonta all'anno 1401.

(4) Già a proposito della corsa del pallio è fatto cenno di questa Lama (Zt atio
anno ponatur ad Leonem et curratur a Trigio Lamae I, 63), di cuisi ha ampia
menzione al cap. 30 del lib. IV, ove, tra le altre prescrizioni intorno alla Lama, si
ha: « quod quilibet habeat habilitatem ibi curandi canapam et linum ... et quilibet
possit ibi habere et spangere dictum linum et canapam ... in campis positis iuxta
. dictam Lamam etc. ». REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 269

Essa. va identificata a nord di Porta Cintia, lungo la via
che esce da questa e si dirige verso settentrione, presso il
casino di campagna dei sigg. Olivetti: qui oggi ancora vive
questa denominazione. Ora, se provenendo dalla località Lama
per toccare il convento di S. Agostino si incontrava una linea
murale, entro questa il convento si doveva trovare. Data la
lotta che ardeva, e poichè la perquisizione era stata operata
pluribus vicibus, è da ritenere che, se ci fosse stato il mezzo
di arrivare al convento ed evitare l’odiosa visita, cioè senza
passare per le porte della città, il frate lo avrebbe fatto.

Adunque, anche presso il convento di Sant'Agostino noi .
possiamo ricostruire il tratto murale sulla linea attuale. Degli
altri punti di questo lato nord — quantunque non abbiamo
nella fonte speciali accenni — non può esser messa in dub-
bio la corrispondenza con la odierna linea murale, dopo
quanto abbiamo visto per il tratto precedente.

Per il lato meridionale, il limite della città ci è comu-
nemente indicato nel fiume Velino.

Il nunzio Petrono Ioannicti depone che, dopo essere stato
perquisito alla Porta Conca, giunse al convento di S. Fran-
cesco (1) d'onde poco dopo dovè fuggire di nascosto, per
sottrarsi alle ricerche dei magistrati del Comune, che avevano
saputo come egli avesse portate lettere dell’ Inquisitoré : Ef
dixit, quod recessit non per portam Civitatis sed per flumen,
sotiatus per duos homines extra Civitatem predictam. forte spatio
unius miliaris ecc. (2). Si ponga mente alla posizione di
S. Francesco (V. Tavola): se il nunzio, per uscire dalla città
senza passar per le porte ove erano le guardie, dovè attra-
versare il fiume, vuol dire che fino a quest’ ultimo era di
già arrivato l’abitato cittadino.

(1) « Et post hee ipse vadens ad locum fratrum. mm. » Bollett. cit., pag. 385.
Quivi risiedeva l'Inquisitore: « Actum in loco ffr. mm. de Reate in cammera ipsius
Inquisitoris ». Bollett. cit., pag. 362; cfr. pag. 349-420 passim.

(2) Bollett. cit., pag. 385.
"CU We

270 G. COLASANTI

Similmente : il : guardiano del convento di Monteleone
depone che, essendosi egli recato per alcuni affari a Rieti, e
trovandosi a pranzo nel convento dei frati minori, venit ...

notarius Reformationum ... et dixit eis ...: Statim eatis extra .

Civitatem ...; et contra eorum voluntatem duxit eos ad portam
Civitatis etc. (1). Quindi, il convento di S. Francesco doveva
già considerarsi come incluso entro i limiti della città, che
per conseguenza s? estendeva fino al Velino.

Questi brevi riferimenti alla cerchia cittadina sono suf-
fragati ed integrati da altri, contenuti in una fonte contempo-
ranea della massima importanza, cioé negli Statuti reatini.
Nei quali, aecanto alla menzione del convento di S. Fran-
cesco, del convento di S. Agostino e della P. Conca, altre
ne troviamo riferentisi agli altri punti del perimetro reatino,
in tutte le direzioni.

Nel lato meridionale, sull'odierno ponte, gli Statuti co-
noscono una Torre di Ponte, posta a guardia dell'ingresso
della città da questa parte e custodita severamente come
uno dei punti più importanti. Torre e Porta, di cui la nostra
fonte fa esplicita menzione a parecchie riprese (2).

È chiaro che questa Porta di Ponte doveva allora rap-
presentare l'estremo limite dell'abitato cittadino a sud, che
quindi in questo punto — proprio come già conosciamo —
arrivava fino al corso del Velino.

Se l'antiea cinta era stata violata in questo tratto, ove

come nuovo limite naturale dell'abitato era stato assunto il

corso del fiume, il medesimo corso possiam ritenere che li-
mitasse ormai l'abitato cittadino negli altri punti a mezzo-

(1) Bollett. cit., pag. 308 399.

(2) « Item nullus ingomboret portam pontis ... etc. » Stat. III, 31. A questa
Porta di Ponte troviamo assegnati due portonarii stipendiati: « et sint dicti Porto-
narii duo ad Portam Pontis cum salario unius floreni quolibet mense » Stat. I, 135.

Sulla Torre di Ponte abbiamo: « Item statuimus et ordinamus quod custodes
Turrium Arcis et Pontis non audeant nec praesumant in dictis Turribus de die vel
de nocte aliquem alium immittere absque expressa licentia et mandato Guardiani

"Turrium ». Stat. III, 97. REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA. ECC. 271

giorno: deduzione logica e spontanea, convalidata del resto
da documenti. I magistrati reatini — preoccupati che il con-
tinuo impoverimento del ramo destro del Velino, a valle del
ponte, nuoceva alla sicurezza della città — decisero di man-
dare in esso un maggior volume di acqua: nella prescri-
zione relativa si parla di questo corso del Velino, che versus

civitatem fluebat, della minacciata sicurezza della città ecc.

facendo chiaramente intendere che il naturale limite dell'a-
bitato da questa parte era il fiume: Quia per aquam. flu-
minis Rheatini quae a Monasterio Sancte Luciae versus civitatem
fluebat est adeo diminuta, quod Rheatina Civitas longe debilior
est effecta etc. (1). Il monastero di S. Lucia si trovava allora
— come a suo tempo vedremo — sulla sinistra sponda della
diramazione destra del Velino; diramazione che si sarebbe
trovata tra detto monastero e la città, estesa quindi fino alla
sponda opposta.

Nè vale obiettare che, nelle parole della prescrizione
testè citata, il corso del Velino potrebbe essere stato consi-
derato non come il limite e quindi l’unica difesa dell’abitato,
ma come una prima linea di difesa, come una specie di grande
fosso naturale, oltre il quale sarebbe stata la cinta murale.
Poichè di questa ipotetica linea perimetrale — pur mettendo
da parte tutte le altre difficoltà di carattere pratico, che do-
vevano fare apparire come superflua una cinta in uno spazio
brevissimo, ove a poca distanza si aveva il fiume — noi non
abbiamo traccia o menzione di sorta.

La riprova di queste nostre osservazioni si ha nel fatto
che proprio su questo ramo destro del Velino troviamo men-
zionati altri piccoli ponti con le relative porte: evidente sin-
tomo, che essi dovevano trovarsi alla periferia della città.
Questi ponti — come meglio a suo tempo vedremo — erano:
uno presso il punto di biforcazione a valle del ponte mag-
giore, e recava il nome di Ponte di Santa Lucia; l’altro, più

(1) Stat., I, 155.
272 G. COLASANTI

a valle, dicevasi Ponte di Voto di Santi. Erano divisi da ap-
prodi o piccoli porti, distribuiti lungo questa diramazione (1).

Per il tratto del Velino a monte del ponte maggiore,
lo Statuto conferma quanto abbiamo desunto dalle fonti già
esaminate.

Tra i conventi reatini esso conosce la comunità di San
Francesco (2), la cui sede presso il fiume (Stat. III 65) ci
è chiaramente indicata dentro la città, sia allorchè prescrive
che i due bussoli, contenenti le sei schede per la nomina
del Priore, siano conservati n quodam scrinio in loco fratrum
minorum sancti Francisci de Reatae (3), sia allorchè stabilisce
che lo scrigno del Comune debba essere conservato nella
sacristia sancti Francisci (4).

Tutte incombenze, per le quali difficilmente si sarebbe
potuto scegliere una località fuori della città.

Verso occidente, il convento di S. Domenico — men-
zionato tra i conventi reatini (5) — ci appare incluso entro

la cerchia. Già da una prescrizione che nullus debeat fa-
cere aliquam sozuram vel stercora a porta veteris sanctae Agnetis,
citra versus Ecclesiam sancti Dominici (6), si desume la posi-
zione di S. Domenico al di qua, cioè dentro una porta, la
quale — come più avanti vedremo —. doveva trovarsi ad
ovest di Porta Cintia e di fronte all' antico monastero di
5. Agnese presso l'attuale ponte ferroviario.

(1) Idem, I, 129.

(2 Numerosi sono i passi. Così nel capitolo De Caereis Ecclesia wm (I, 81); nel
capitolo De favore prestando fratribus sancti Francisci (I, 100); nell'altro De sure
fiendo fratribus sancti Francisci (I, 131) ecc. Tra i ministri del culto che, in giorni
determinati, dovevano celebrare nel palazzo del Potestà, troviamo i fratres ... sancti
Francisci (I, 29) ecc.

(3) I, 24. La cassetta, che conteneva tutto ciò, doveva avere quattro serrature
con quattro chiavi. Delle quali una sit et esse debeat penes Guardianum Ecclesiae
sancti Francisci ecc., I, 33. Cfr. gli stessi Statuti, IV, 64.

(4) I, 62.

(5) I, 209 .. Fratres sancti Dominici. Altra menzione se ne ha altrove, I, 81; IV,
21 ecc.

(6) IV, 21.

o
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 218

Uma porta, e quindi una linea murale a nord e ad ovest
di S. Domenico, non puó farci pensare che ad una cerchia
la quale corresse sulla linea stessa del perimetro odierno.
A questo muro, infatti, gli Statuti si riferiscono esplicitamente
allorchè prescrivono alle autorità comunali di restaurare la
cerchia et maaime murum Sancti Apostoli usque ad flumen (1),
ed allorchè fanno stretto divieto di condurre imbarcazioni
sul fiume oltre l’altezza di questo muro (2), il quale rappre-
sentava l'estremo limite della città.

La sua continuazione — sempre secondo la linea odierna
— ci è, fino a S. Benedetto, indicata attraverso la Porta Cin-
tia e la Porta Conca, tra le quali altre minori aperture un
di si trovavano, e che furono in seguito abbandonate e
chiuse (3).

Dopo il monastero di S. Benedetto, le mura tagliavano
il Cantaro — proprio come oggi — nella estremità nord-
est, ove si apriva una portella in seguito murata (4); quindi,
attraverso la Porta d’Arce ed un’altra apertura di minore
importanza posta più a sud dell’altra, raggiungevano — sem-
pre secondo la odierna linea — il fiume Velino (5).

Questa linea murale, come si è detto, era tagliata a
nord-est dal basso corso del Cantaro che entrava nell’abitato
nel punto preciso in cui oggi ancora tocca la cinta (6), e
che alimentava entro la città alcune macine, in seguito an-
ch’esse mantenute (7). i

(1) I, 59. L’ antica chiesa di Ss. Apostoli era addossata a quella di S. Domenico.

(2) « Item quod nulla persona ... praesumant .. per ipsum flumen discurrere
quoeumque modo a muro sancti Apostoli etc. » I, 126.

(3) III, 31. Il passo sarà riportato ed esaminato a suo tempo.

(4) La Portella Sancti Leonardi, IV, 38. Circa la sua identificazione nel punto
in cui la poniamo, vedi più avanti. i

(5) « Et etiam a porta Sancti Benedicti usque ad portam Arcis et abinde usque
ad portam Cordalis et abinde usque ad flumen » III, 31. Vedi più avanti.

(5) Questa indicazione — fornitaci dal passo dello Statuto IV, 38 — sarà meglio
a suo tempo discussa.

(7) Lo indica espressamente il passo III, 57, che parla. di molendinis qui sunt
in Cwitate eic. Lo stesso valore occorre dare forse agli altri passi da riferirsi al
corso interno (entro cioè l'abitato) del Cantaro (Stat. III, 32; 60; IV, 34; 61 eec. ecc,).
274 G. COLASANTI.

Essa poi era rafforzata da fortilizi, da torricelle e da
steccati, che ne aumentavano la robustezza e la inaccessi-
bilità. Gli Statuti impongono al Notaro, preposto alla difesa
della città, qualibet ebdomada semel requirere omnia stecchata
circum Civitatem. ... et turricella posit. et ponendas in muris ci-
vitatis praedictae (1).

Entro questi limiti le nostre vetuste fonti ci mostrano
l'abitato, distribuito in genere secondo l'odierno schema a
noi noto.

Sull'alto, nel nucleo centrale, si apriva la Platea Statue
o Sancti lo. de Statua (P. Vittorio Emanuele); il cui nome
va riportato alla omonima chiesa adiacente all'attuale piazza (2).
Accanto ad essa e presso il Duomo, si aveva la Platea maio-
ris Ecclesiae, indicataci come uno dei luoghi piü frequentati,
ove dovevano gridare i pubblici banditori (3).

Da queste due platee irradiavano le quattro principali
arterie cittadine a sud, ad est, a nord e ad ovest, seguendo
il tracciato a noi già noto.

Presso la chiesa cattedrale scendeva, per i fianchi del-
l'altura fino a Porta Cintia, la odierna strada fiancheggiata
da vetuste fabbriche.

Dalla Platea S. Iohannis de Statua scendeva la Strata
Pontis ben mattonata e ben tenuta, adorna di fondachi e po-
polosa (4). Verso est, arrivava e passava per Porta Carceraria
(P. Carana) l'arteria orientale, che giungeva fino alla Porta
Arcis. Porta Carceraria — sull'incrocio dell'odierna Via Ga-

(1) I, 141. Una disposizione simile si ha altrove (I, 13).

(2) Stat., II, 31; III, 46 ecc.

(3) Stat., I, 67 ecc. Boll. Umbro di Stor. Patr., anno V, vol. V, fasc. II, pag. 355
e 369 ecc.

(1) Cfr. la prescrizione De strata pontis mactonanda, 1, 122, e l’altra circa Aa-
bentes domos vel apotecas in strata pontis ete., I, 130. Ad esse fa riscontro la pre-
scrizione quod nullus ingomboret portam pontis nec viam dicte porte usque ad pla
team Statue ete., II, 31; la quale ci fa dedurre come questa via andasse dal ponte
alla piazza soprastante, secondo il tracciato dell'odierna Via Roma. y

REATE, RICERCHE DI TOPOSRAFIA, ECC. ; 279

ribaldi con Via di Porta Conca — era uno dei punti più fre-
quentati, destinati al pubblico bando (1).

Verso il lato settentrionale si apriva la Platea Leonis,
con la sua fontana, destinata al pubblico mercato (2).

Nello stesso lato settentrionale, più scabrosa e più ri-
pida che non è oggi, la Via Pennina partiva dall’alto e po-
neva in comunicazione la piazza n Statua con la Porta
S. Giovanni o di S. Liberatore, che aprivasi lungo il tratto
murale a nord presso quest'ultima chiesa (3).

Tra questi schemi di vie e di piazze, incontriamo i con-
venti noti di S. Francesco, S. Domenico, S. Agostino (4): la
chiesa di S. Giovanni Battista (5), quella di S. Leopardo (6),
il monastero di S. Scolastica (() il Palazzo del Potestà (8),
la chiesa di S. Paolo (9) ecc. ecc. con cui si integra e si
completa la visione della città medievale.

Dalla quale, mediante il Ponte, guardato da una porta
e dal Cassero (10), si accedeva al nucleo suburbano al di là
del Velino, in cui l'abitato occidentale, intorno alla Via £o-
mana ed alla omonima porta, ci appare già formato e non
del tutto privo di importanza (11). L'abitato orientale si ridu-

(1) Stat., I. 67 ecc.

(2) Le menzioni sono numerosissime : efr. I, 47; 56; 99; III 44; 45: IV, 6; 67
ecc. Ad ogni pié sospinto incontriamo la menzione di questa piazza nelle Riformanze
più antiche dal 1376 al 1379 (I, cart. CLVI; c. CLXVII; c. CLXXVII; c. CLXXVIII;
c. CCXXIII ecc.) e per gli anni seguenti.

(3) Stat., I, 99. Altrove nello stesso Statuto (III, 31) é chiamata con nome di-
verso. Di. ciò e di altre questioni inerenti vedremo trattando della relativa zona.

(4) Stat., I, 67: 81 ecc.

(5) Bollettino Umbro di Storia Patria, anno V, vol. V, fasc. II, pag. 355.

(60) « Item dixit quod aliquando etiam existens ad carceres S. Leopardi etc. »
Bollett. cit., pag. 372.

(7) Bollettino Umbro di Storia Patria, pag. 350; 353; 364.

(8) Stat., I, 29 ecc. Riform. dal 1376 al 1379 (I, cart. CLVI ; c. £CLVII ; c. CLXX VII
ecc.) e quelle degli anni seguenti (II, c. XVIII; c. XLVII ecc.).

(9) Ad ogni pie’ sospinto se ne incontra menzione nelle più antiche Riformanze,
vol. cit., l. c. :

(10) V. gli accenni riferiti e quelli addotti nel punto, ove di detto ponte special-
mente si tratta.
(11) Stat., I, 67; III, 60; IIII, 19 ecc. Vedi più avanti.
276 G. COLASANTI

ceva probabilmente al fabbricato intorno alla celebre chiesa
di S. Angelo.

Un altro nucleo suburbano minore esisteva a S.-E. di
Porta. d'Arce, lungo il Velino ed a piè del Colle dei Cap-
puccini : dicevasi il Cordale (1).

Con questi ultimi documenti noi ci siamo spinti fino alla
prima metà del trecento; e fino a questo tempo noi possiamo
stabilire che:

a) salvo alterazioni di nessun conto, lo schema gene-
rale della città è nei nostri documenti pressochè identico al-
l’attuale, ed in tutti l’abitato cittadino è limitato sulla de-
stra sponda del Velino;

b) l abitato sulla sinistra del fiume è costantemente
considerato come un nucleo suburbano, fuori cioè dei limiti
della città propriamente detta.

Una domanda a questo punto ci si fa innanzi: anterior-
mente alla prima metà del trecento, la cinta reatina aveva
la stessa estensione di questa che abbiamo esaminata, oppure
esisteva uno schema perimetrale diverso, in seguito abban-
donato e sostituito da quello che conosciamo ?

Per meglio procedere nella nostra ricerca intorno al-
lantico perimetro reatino, divideremo in tre zone l'abitato
odierno.

La prima zona comprende la parte orientale dell’ abi-
tato ed ha per limiti: il Velino presso Santa Chiara; una
linea che da questo punto raggiunga l'incrocio di Via Ga-
ribaldi con Via di S. Francesco; indi il tratto di Via Gari-
baldi fino all'altezza del Teatro Comunale; da qui, una linea
che scenda direttamente alla stazione ferroviaria tagliando

(1) Stat., I, 67; III 31 ecc. Questo sobborgo era antichissimo, come meglio ve-
dremo. ; REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 277

la Piazza del Leone e Piazza Umberto I; indi la linea odierna
delle mura sino al fiume, il cui corso costituisce il limite
meridionale, fino al punto da cui siamo partiti.

Per le esigenze stesse della trattazione, occorre dare qui
una descrizione particolareggiata di questa zona, nella quale
dovremo in seguito aggirarci con la nostra ricerca. Essa può
dirsi costituita quasi da un rozzo rettangolo di circa 700 me-
tri di lunghezza e di 250 metri di lato. Dall’alto del colle,
presso il Teatro Comunale, ove abbiamo vista la maggior
quota altimetrica di tutto l’abitato odierno, si scende quasi
rapidamente nel basso.

Seguendo la Via Garibaldi, a destra, lungo il fiume, si
vede il terreno ad un tratto abbassarsi, formando la valle
in cui scorre il Velino. A sinistra, il terreno è in genere
piano; solo qua e: là offre qualche leggerissimo avvallamento
(presso la Porta Conca, ed immediatamente ai piedi dell’ al-
tura lungo la Via Garibaldi). In quest’ ultimo punto, ad
esempio, si ha una quota di 398,74 m., che a Porta d'Arce
sale a m. 401,76. ;

L'abitato — solo in piccolissime proporzioni distribuito
a sud della Via Garibaldi, ove predominano spazî messi ad

orti lungo il fiume — si estende nella massima parte nel

lato opposto, verso la cinta, dapprima irregolarmente e poi
disposto con regolarità maggiore. La più importante arteria
è la Via Garibaldi, che attraversa l'abitato da oriente ad
occidente, cominciando da Porta d'Arce: lungo di essa no-
tiamo dei fabbricati, che sono in parte tra i più cospicui
della città. Presso la Porta d’Arce, a destra di chi entra, si

vede la chiesetta del Suffragio e — dopo altri fabbricati —
si incontra la vecchia chiesa — abbandonata — di Santo

Spirito, di fronte al palazzo della Sottoprefettura. Sempre nel
lato stesso, segue una costruzione a portico, volgarmente
nota col nome di Volte di Mosca, dopo le quali si ha la
chiesa di Santa Caterina. Indi la strada sale e lungo essa
si notano la chiesa di S. Vincenzo ed il Teatro Comunale.
278 G. COLASANTI

Nel lato sinistro della stessa via, si comincia con un ca-
seggtato di poca importanza verso la Porta d'Arce: di rim-
petto alle Volte di Mosca si vede la chiesa abbandonata di
S. Lorenzo, dopo la quale viene la chiesa di S. Giuseppe.

L'abitato, tra Via Garibaldi ed il fiume, raggiunge la
maggiore estensione nella sua estremità orientale, ove di
notevole non si hanno che la chiesa di S. Eusanio, chiamata
oggi anche Madonna delle Stelle, ed una chiesetta abban-
donata, addossata alle mura, già nota col nome di 5. Barnaba
ed oggi detta // Cemeterio : intorno ad esse sono povere case
di agricoltori, con vie brevi, tortuose ed anguste.

Quasi tutti i fabbricati descritti e non descritti lungo il

lato destro di Via Garibaldi mettono — con il loro lato po-
steriore — sulla Via della Ripresa, parallela alla prima, la

quale comincia quasi dietro la chiesa di S. Spirito e finisce
poco dopo aver incontrata la Via di Porta Conca: è fian-
cheggiata da vn abitato povero o di poca importanza.

Ancor più modesta ci si presenta la Via Nuova — l’ul-
tima strada sotto le mura — che da Porta d’Arce, seguendo
il corso del Cantaro, che poi abbandona presso S. Bene-
detto, va parallela a Via della Ripresa. Dopo l’incrocio con
la Via di Porta Conca, arriva fino a Sant'Agostino, ove ha
termine, raggiungendo così uno sviluppo di circa 680 metri,
di fronte a circa 320 metri, che costituiscono la lunghezza
di Via della Ripresa ed a circa 900 metri, che costituiscono
la lunghezza di Via Garibaldi da Porta d’Arce a P. Vittorio
Emanuele. Nulla di notevole si ha lungo la Via Nuova, se si
eccettuano il vetusto monastero di S. Benedetto e la chiesa
di S. Agostino con l’ adiacente Convitto Comunale Umberto I
(V. Tavola).

Queste tre strade, nella loro parte occidentale sono riu-
nite dalla Via di Porta Conca, che comincia da Via Garibaldi
nel dosso dell’altura, e dalla Via di Sant Antonio Abbate, che
continua nella stessa direzione del tronco iniziale della prima
strada, la quale — ad un certo punto — piega quasi ad REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 219

angolo retto raggiungendo Porta Conca. Lungo queste estreme
arterie nulla di notevole si ha, se si eccettua la vecchia
chiesa di S. Antonio Abbate, lungo la via omonima ed a si-
nistra di chi va verso Piazza Umberto I.

Tra questo abitato scorre un piccolo corso di acqua, il
Cantaro. Esso entra nella città sotto il tratto murale a N. di
Porta d’Arce, dopo aver percorso non lungo tratto dal punto
della sua sorgente in una località detta la JBollica presso
S. Eleuterio, nella contrada di Campoloniano.

In città fiancheggia la Via Nuova fino al monastero
di S. Benedetto ove, dopo una leggera diversione, si na-
sconde: scorre indi coperto, dirigendosi verso Via Garibaldi,
che raggiunge presso l'antica chiesa di S. Spirito. Sempre
coperto, corre lungo il lato destro di Via Garibaldi, alimenta
con un ramo un mulino nel lato opposto della strada stessa,
con l'altro continua nella prima direzione, passando sotto
labitato della località Porta Carana, là dove comincia il
fianco del colle; indi si getta nel Velino, presso il monastero
di Santa Chiara. La lunghezza del suo corso, entro l'abitato,
può calcolarsi ad un di presso a 500 metri.

La cinta, che racchiude questo abitato — di cui più
avanti vedremo l'aspetto e la distribuzione nelle età pas-
sate — fin da tempi non recenti ci si presenta, come si

disse, secondo la linea attuale: qua e là è poi conservato
anche qualche tratto della vecchia costruzione — cioè della
costruzione medievale — in mezzo al prevalente rifacimento
posteriore.

Le vere e sostanziali differenze tra la moderna cinta e
quella medievale riguardano, in genere, qualche porta secon-
daria oggi chiusa. Se si astrae dalle porte principali, su
cui non può cadere incertezza alcuna per una serie di ra-
gioni connesse alla loro importanza, la conoscenza di tutte e
singole le porte minori, di secondo e terzo ordine, che ad
ogni tratto si aprivano lungo le mura, costituisce una que-

stione assai complicata per molte città ed in ispecie per
980 i G. COLASANTI

Rieti, per cui occorrerebbe compulsare i numerosi docu-
menti, in gran parte non ancora pubblicati e di difficile ac-
cesso. Per questo, ed anche perchè la questione nè ci ri-
guarda direttamente, nè costituisce un punto essenziale della
nostra ricerca, non abbiamo inteso affatto di affrontarla e
di risolverla: solo daremo al riguardo le notizie in cui ci
siamo imbattuti.

Per il tratto murale di questa prima zona, abbiamo no-
tizia di tre altre porte medievali, oltre le due tuttora esi-
stenti: in tutte cinque.

. A partire dalla stazione ferroviaria, la prima è la Porta
Conca, all'imbocco della via omonima. Essa mantiene an-
cora la sua impronta medievale. Risulta formata» di due
archi, di cui l’ esterno è il più basso e l'interno più alto e
più ampio, in modo da formare nella estremità superiore
come una lunetta, adorna di affreschi. Questo schema lo
ritroveremo nelle altre porte principali della città. Interna-
mente, nei due lati superiori, si scorgono ancora due grossi
e rozzi cardini di pietra, in cui giravano le pesanti porte :
nello spessore del muro si vede il solco, in cui scorreva la
saracinesca. Nel margine dell’arco esterno e nella grossezza
sì è mantenuta la costruzione medievale, scomparsa negli
altri punti.

Parlando di questa porta, gli scrittori locali la dicono
così chiamata dall’avvallamento che ivi mostra il terreno,
a mo' di piccolo bacino. « Chiamasi Conca dalla concavità »,
dice il Latini (1), riproducendo le parole stesse di Pompeo
Angelotti, che aveva scritto: « ... verso tramontana s’ apre
la Porta, dalla concavità del sito detta Conca » (2).

Gli Statuti di Rieti nominano una Porta Conche, mo-
strandocela come una delle più importanti della città e per

(1) Memorie ecc., fasc. IV, cap. XVIII.
(2) Descrittione ecc., pag. 46-49. A Loreto Mattei questa porta apparve situata
nel mezzo del lato settentrionale: « ... la Porta di mezzo della Città, detta Porta

Conca » Erario Reatino ecc., c. 80 82, REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 281

la quale passava una delle vie d'ingresso piu frequentate (1):
alla sua custodia eran preposti degli ufficiali, nominati dai
priori della città (2). La Porta Conca appare strettamente
sorvegliata nel documento riferentesi al processo dell’ Inqui-
sitore contro il Comune di Rieti; ove, il carattere stesso
della sorveglianza depone per l'importanza della porta (3)
della quale, sempre negli stessi documenti, si hanno qua e
là menzioni frequenti (4).

. Dopo la Porta Conca, gli scrittori locali non né ricor-
dano altra fino alla Porta d’Arce: ma in una prescrizione
degli Statuti, riguardante la viabilità lungo il tratto interno
delle mura cittadine, si nomina una Porta Sancti Benedicti.
Riferiamo per intero il passo, importantissimo :

Item omnes viae undique iuxta muros intra Civitatem. vide-
licet a porta Sancti Benedicti usque ad portam Conche et deinde
usque ad portam Leporariae et abinde usque ad portam Domini
Tomassi Celani et abinde usque ad portam Cinaculam et usque
ad portam Sancti Apostoli et deinde usque ad flumen. Et etiam
a porta Sancti Benedicti usque ad portam. Arcis et abinde usque
ad portam Cordalis et abinde usque ad flumen, sint et esse de-
beant libere et expedite etc. etc. (5).

Laseiando, per ora, da parte tutte quelle menzioni che
in questo passo non si riferiscono alla zona di cui qui ci

(1) Cfr. la prescrizione T, 135: « Quod Custos Portae Conchae non permittat ali-
quem intrare per ipsam. portam cum aliqua mercantia ». E

(2) « Ad Portam vero Conchae deputentur (Portonarii duo) per dominos Prio-
res » I, 135.

(3) Il messo dell'Inquisizione, arrivato a Porta Conca, vi trovo una rigorosa sor-
veglianza « ... sed perveniens ad portam Conche Civitatis Reatinae, ibi invenit cu-
stodes per officiales dicte Civitatis specialiter assignatos etc. » Bollett. di Storia
Patria per V Umbria, pag. 385.

(4) Così si. menziona un tal « dompni Iohannis Petri Archipresbiteri de la Porta
de Concha » BoUett. cit., pag. 385. Cfr. anche « Domp. Iohannes Archipresbiter
S. Xpofori de Porta Conche dioc. Reatine ecc. », Bollett. cit., pag. 389.

— (5) Stat., III, 31. Di questa porta ebbe notizia anche il Latini, Memorie ecc.,
fasc. IV, cap. XVIII, che però non insisté molto su di essa né si curò menoma-
mente di indagarne la ubicazione.

19
282 G. COLASANTI

occupiamo, è facile, valendoci del testo, stabilire la ubicazione
della porta in discussione.
La quale doveva trovarsi tra la Porta Conca — di cui

conosciamo la posizione — la Porta Arcis (Porta d’Arce) nei

pressi del monastero di S. Benedetto, con cui la comunanza
di nome ci fa stabilire un evidente nesso di vicinanza.

Lungo le mura, nel tratto esterno dopo Porta Conca, si
osservano le tracce di una porta murata, di dimensioni piut-
tosto piccole (circa m. 3,50 X m. 3,00); la nostra impres-
sione fu che non si avesse qui a che fare con la porta del do-
cumento riferito. Ed infatti, continuando l'esame delle mura,
poco oltre il punto citato, ci imbattemmo in un'altra porta
anch’essa murata, di proporzioni maggiori (m. 4,50 X_ 3,00),
con arco a pieno centro, e praticata in un bastione rettan-
golare,- che sporge per circa m. 3,00 dalla linea murale, e
che conserva in gran parte la vecchia costruzione a piccoli
blocchi di pietra viva, squadrati. Recatici nella parte interna
delle mura, in un sotterraneo del fabbricato del monastero
di S. Benedetto (la porta è congiunta a questo edificio),
potemmo constatare che all’ arco esterno un altro interno
era addossato, pià ampio e piü alto, che richiama in mente
lo schema già notato a Porta Conca: anche qui la costru-
zione medievale è abbastanza bene mantenuta.

La posizione e l'aspetto fan sì che la identificazione
di questa porta ‘con -la Porta Sancti Benedicti si imponga
da sé. i

Dopo di essa, nel citato passo dello Statuto nessuna
altra se ne menziona fino a Porta d’ Arce; ma altrove,
gli Statuti stessi fanno cenno di una Portella Sancti Leo-
nardi: Item statuimus et ordinamus quod via Cantari posita
iuxta Cantarum a Portella Sancti Leonardi usque etc. (1). Poi-
chè il nome di questa portella richiama il titolo della vi-

(1) Stat., IIII, 38. Ne ebbe sentore anche il Latini, Memorie ecc., fasc. IV,
cap. XVIII. © «lii

REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 283

cina chiesa di S. Leonardo, oggi chiesa del Suffragio (1); e
poichè nel menzionare la via lungo il corso del Cantaro, gli
Statuti dicono « a partire dalla portella di S. Leonardo », noi
dobbiamo cercare la ubicazione di questa porta presso la
chiesa del Suffragio, e più precisamente verso il punto ove il
Cantaro tocca, entrando, le mura cittadine (2).

Quivi infatti, nella estremità nord-est del perimetro e
poco prima che la sua linea cambi direzione volgendosi da
est ad ovest, si vede una piccola porta murata, a fianco di
un bastione. È alta m. 3,00 X 2,00; e tanto essa, quanto il
tratto murale che la circonda, si riportano alla vecchia co-
struzione a piccoli blocchi squadrati. Internamente, nel giar-
dino annesso al monastero di S. Benedetto, questa porta non
è visibile, mascherata come è da una nicchietta.

Dopo la Portella S. Leonardi, viene una delle più im-
portanti e storiche porte cittadine: la Porta d’ Arce, posta
in capo alla grande via di comunicazione con l'Abruzzo. I
due archi a pieno centro, addossati l'uno all'altro, e di cui
l’esterno è il minore (circa m. 5,50 X 4,50); il solco per la
saracinesca, tracciato nella grossezza; gli antichi e pesanti
cardini di pietra; gli affreschi, di soggetto sacro, nella lunetta
dell'arco interno, ci richiamano il noto schema già altrove
osservato. Tutta la porta è praticata in un bastione massic-
eio, che mantiene in gran parte la vecchia costruzione, tranne
che nella parte superiore, ove è stata introdotta una costru-
zione recente.

Situata in un punto ove l’ abitato cittadino ha una storia
importantissima e remota, la Porta d'Arce partecipa anch'essa

a tale notorietà: alla sua torre di guardia eran preposti cu-

(1) Questo nome si conservava ancora al tempo di P. Angelotti che ha: « Ar-
rivasi per le Rive del Cantaro alla Chiesa di S. Leonardo... Alla medesima é con-
giunta la Porta d’Arci » Descrittione ecc., pag. 46-49.

(2) Occorre notare che — mentre la linea murale oggi é tale quale al tempo
degli Statuti — d’altra parte non abbiamo motivo per ritenere che il corso del Can-
taro abbia sofferti spcstamenti, né dal trecento in poi né per il tempo anteriore.
984 G. COLASANTI

stodi, con severissime prescrizioni: indice sicuro della im-
portanza di questa entrata (1) La storiografia locale, poi,
fece — come vedremo — una larga trattazione ed una in-
terminabile discussione intorno a questa porta, per scoprirne
l'etimo e l'origine del nome (2).

Dopo la Porta d'Arce, nel tratto- murale che va sino
al fiume, lo Statuto pone una Porta Cordalis (3). Il nome
Cordale è oggi dato ad una località, di fronte alla estre-
mità orientale dell’odierno abitato cittadino, a piè del Colle
dei Cappuccini e lungo la riva destra del Velino. Anche il
Latini, al suo tempo, notava che « alle falde ... di questo
colle (cioè dei Cappuccini) verso sud, è una via ed una pic-
cola valle terminata dal Velino, che chiamasi Cordale » (4):
questo nome non è recente. Già gli Statuti, tra le località
destinate per il pubblico bando, pongono è? triviî del Cor-
dario (D, ove il facile emendamento della forma alterata,
oltre a rimetterci di nuovo sotto gli occhi la denominazione
Cordale — nota del resto altrove allo Statuto — ci fa in-
tuire la esistenza di un nucleo abitato in detta località.
Nucleo abitato, al quale esplicitamente si riferiscono docu-
menti farfensi della metà del IX secolo (6) e della metà del
secolo VIII (7).

(1) « Item statuimus et ordinamus quod custodes Turrium Arcis... non audeant
nec praesumant in dictis Turribus de die vel de nocte aliquem alium immittere ab-
sque expressa licentia et mandato Guardiani Turrium ». Stat., III, 97.

(2) Di ciò vedremo particolarmente a suo luogo.

(3) Oltre all'aecenno citato, una Porta Cordalis è menzionata altrove dallo Sta-
tuto, III, 31.

(4) Memorie ecc., fasc. IV, cap. XX.

(5) « Et praedicti Praecones debeant bandire per loca consueta, et maxime in
Triviis Cordarii quo itur ad Sanctum Baronem » I, 67. La località S. Marone, sopra-
stante al sito del Cordale, trova menzione nei citati processi della Inquisizione, Bol-
lett. di Storia Patria per V Umbria, anno V, vol. V, fasc. II, pag. 359: « ... et scivit
a fratre Raymondo fraticello de Spoleto, qui fuit moratus in loco foreste de Reate
et loci S. Maronis vel Mari prope Reate ».

(6) Tale Audolfo cede a Farfa « ... terras et vineas nostras, seu casam quas
habemus in loco ubi dicitur Cordale etc. » apud GALLETTI, Memorie ecc., pag. 80.

(7) Il documento é del 764. Tacone riceve in permuta da Farfa « portionem in
. Casale qui dicitur Cordale in civitate reatina, a latere fluminis Mellini, una cum
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. . .985

Data la remota esistenza di questo documento toponoma-
stico in questa località, è logico che una prima indicazione

del sito della Porta Cordalis ci debba essere data dalla lo- ‘

calità ove troviamo 2/ nome ed il sobborgo del Cordale: la
porta omonima doveva prospettare questo punto.

Investigando il tratto murale, che dopo Porta d’Arce non
mostra che scarsissime tracce della vecchia costruzione,
presso il fabbricato della signora vedova Di Guido, ove le
mura formano due angoli, potemmo osservare una: porta,
murata, di vecchia costruzione. Essa è addossata alla chiesa
del Cemeterio, è ad arco a pieno centro e misura circa
m. 5,00 X m. 2,50. All’intorno, la parete murale serba qua
e là la costruzione a blocchi squadrati.

Siamo di fronte al Cordale, e la identificazione di que-
sta porta con quella menzionata dallo Statuto si impone da
sé, anche perché — mentre la esistenza della Porta d'Arce
non ci permette di porne un'altra ad essa troppo vicina
— d'altra parte gli avvallamenti del terreno, verso il fiume,
non ci permettono di spostare verso quest'ultimo una porta
che, per di più, sarebbe rimasta staccata ed allontanata dal-
l’abitato interno che neppure oggi arriva fino al basso.
| Dell'abitato interno e della sua distribuzione, nei tempi
passati, una esatta documentazione ci é fornita dalla citata
Pianta del 1725. In essa, la arteria principale corrisponde
alla odierna via Garibaldi, e le arterie secondarie corrispon-
dono, quanto ai loro schemi, all'odierno stato di cose. Cor-
rispondenti al moderno sono pure il limite e la estensione del-
l’abitato tra la cerchia ed il fiume.

Tutte queste indicazioni si riportano alla descrizione par-
ticolareggiata, che di questa zona ci lasciò Pompeo Angelotti.

Egli comincia da Piazza del Leone: « Quì vicino scor-
« gesi il Tempio del Gran Dottore e Prencipe de’ Teologi

casis, aedificiis, curtibus, hortis, vineis, territoriis, cultis et incultis etc. » Reg. di.
Farfa, II, pag. 83.

sca
e
t

Et
jJ
sl

—— HÓA

286 2:95 G: COLASANTI

« S. Agostino co’ 1 suo Convento fabricato alla forma di quelli
« de’ SS. Francesco e Domenico... Alla mano destra s' erge
« la Porta, dalla concavità del sito detta Conca: dalla quale
s | « Sin'a Porta d'Arci si estendono due vie nuove da’ Cittadini
« nuovamente di case abbellite ... Più avanti verdeggiano di-
« versi giardini, da' Ruscelli che fuggono dal fiume Cantaro
« inaffiati. Confina quivi con le pubbliche mura della Città il
« Venerabil Monastero di S. Benedetto, che in sito spatioso
« quasi in terrestre Paradiso racchiude devote verginelle: ar-
« rivasi per la riva del Cantaro alla Chiesa di S. Leonardo ...
« Alla medesima è congiunta la Porta d’Arci ... Lungo la via
« di Porta d'Arci ergesi ... la Chiesa al Spirito Santo dedicata,
« unita all'Hospitale Romano: nella cui piazza, il Fiume Can-
« taro: col suo corso divide per mezzo la strada, sin tanto che

« passata la Chiesa Parochiale di S. Lorenzo e S. Caterina,
« antico Monastero di Monache Benedettine, in due rivi si
« Sparte. Segue la chiesa di S. Bartholomeo nella contrada
« chiamata Acarana ... Di contro è la Chiesa di S. Leopardo,
« Parochiale. Quindi la strada cominciando a salire, in più
« parti si dirama. A mano sinistra si vede la moderna Chiesa
« di S. Chiara ... Alla destra compare la Chiesa di S. Basilio ...
« e di S. Vincenzo ... dietr' alla quale, dopo alcune case, è la
« Chiesa Parochiale di S. Giovenale » (1).

Del povero abitato, distribuito tra la Via Garibaldi ed
il corso del Velino, l' Angelotti dice: « questi contorni ser-
vono per habitatione à commodi Agricoltori, che per lo piü
attendono all'arte de' Guadi » (2); ed in esso nota « la Chiese
Parochiale di S. Eusanio » e quella di S. Barnaba (3).

Dopo quanto abbiamo detto sulla distribuzione dell’ abi-

> (1) Descrittione ecc., pag. 46-49.

(2) Idem, pag. 48.

(3) Descrittione ecc., pag. 48. Questo punto dell'abitato fu descritto anche dal
Latini come povero e senza importanza: la Contrada detta de’ Pozzi vicino a
Porta Arci ha la figura di un povero e quasi deserto villaggio. Ms. cit., fasc. II,
cap XIII. ;
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 281

tato, è facile identificare le singole località dall’ Angelotti
menzionate. E, solo per un desiderio di maggior chiarezza,
avvertiamo che le due vie nuove da’ cittadini nuovamente
di case abbellite corrispondono a Via Nuova e Via della Ri-
presa; che la Via di Porta d’Arci corrisponde alla Via Ga-
ribaldi; S. Leonardo alla Chiesa del Suffragio; la chiesa di
S. Bartolomeo all'odierna chiesa di S. Giuseppe lungo Via Ga-
ribaldi, quasi di fronte a S. Caterina. Finalmente, la Com-
trada chiamata Acarana corrisponde, all'ingrosso, al punto
ove il terreno comincia a salire, intorno all'incrocio di Via
Garibaldi con Via di Porta Conca.

Cosi chiarite, le parole dell'Angelotti ci serviranno di base,
quasi di punto di appoggio per risalire alle origini dei fab-
bricati più importanti sotto il lato storico e topografico, cioè
delle chiese e dei conventi, e veder quindi se fosse possibile
imbatterci in qualche notizia che, in una maniera o nell' altra,
ci scoprisse qualche lembo della quistione topografica.

Il convento di S. Agostino, posto nel lato orientale della
Piazza Umberto I, dopo la sua soppressione « fu destinato in
parte per le Scuole Elementari, in parte pel Convitto Nazio-
nale, aperto nel novembre 1865 » (1). Poichè una porzione del
vecchio fabbricato crollò e fu riedificata (2), l edificio perdè
il suo antico aspetto, mirabilmente conservato dall’ esterno
della magnifica chiesa romanica. Loreto Mattei pone questo
convento tra i principali e più ‘importanti fabbricati della
città, insieme al convento di S. Domenico ed a quello di
5. Francesco. Con un linguaggio pieno di improprietà, egli
così ne parla: « Dell’ istessa architettura Gotica come il Ve-
« scovato... sono anco tutte le altre fabriche antiche di case
«nobili e di Chiese, specialmente le tre principali di S. Ago-
« stino, S. Domenico e S. Francesco con i loro conventi molto
« grandi e claustri tutti rimodernati, massimamente quello

(1) DESANCTIS, Notizie Storiche ecc., pag. 119-120.
(2) Idem, pag. 120.
utu

288 G. COLASANTI

« degli Agostiniani, con colonne di bellissimo ordine Dorico
« tutte d'un pezzo: dilatando tutti le lor clausure, altro col
« fiume altro con le mura della città, et insomma di tanta ca-
« pacità e commodo, che soglion servire più volte per alloggio
« di Porporati et altri gran personaggi... Le loro Chiese poi
« sono vasi molto grandi » (1). Risalendo i numerosissimi
documenti locali, in eui si fa continua menzione di S. Ago-
stino, noi troviamo cenno di questo convento negli Statuti
che stabiliscono « quod fratres et Conventus ... sancti Au-
gustini ... habeant et habere debeant totam gabellam » (2);
al nostro convento apparteneva quel fr. Stefanus Petronis de
Reate ord. Heremitarum S. Augustini, citato come teste nel
riferito processo della Inquisizione contro il Comune di
Rieti; e li visse il beato Giovanni d' Amelia, spentosi nel-
l'agosto del 1343 (3). Sulla precedente storia di questo fab-
bricato religioso, che esisteva già l'anno 1334, cioé nei primi
decenni del XIV secolo e forse sullo scorcio del sec. XIII, e
nel cui portale maggiore troviamo, a pennello, la firma di
chi, verso la metà del trecento, dipinse la lunetta soprastante
all’ architrave (4) non si hanno informazioni ben precise.

Le notizie ed i documenti si fanno sempre meno certi e de-

terminati. La tradizione locale tace completamente intorno
‘al convento (5), mentre il rifacimento, che questo fabbricato

(1) Erario Reatino, c. 90% Cfr. anche c. 96: Le Religioni nella Città sono
sette ... Cioè Agostiniani, Domenicani ecc.

(2) Stat. di Rieti, I, 67.

(3) 1ACOBILLI, Vite de’ Santi ecc., II, pag. 70.

(4) La lunetta contiene un affresco riproducente « Maria col divin figlio ed ai
lati S. Agostino e S. Nicola: opera recante la data del MCCCLIIII » GUARDABASSI?
Indice-Guida ecc., pag. 251. La iscrizione si lascia mal decifrare: ma fondandosi sulle
lettere CRX, che in essa si leggerebbero, c'é chi interpetra construrit e riferisce
così la iscrizione non all'affresco della lunetta bensì alla costruzione del portale.
V. Bosco, La chiesa di S. Agostino, in La Buona Parola, Rieti, 10 ottobre 1909,
anno I, n. 14. A parte ogni altra questione di interpetrazione, di lettura ecc., rimane
sempre difficile riferire ad un portale una iscrizione fatta a pennello; l'idea del
Guardabassi ci pare, quindi, più accettabile.

(5) « Non si conosce il tempo preciso della costruzione del Convento » Dr-
SANCTIS, Memorie storiche ecc., pag. 119.
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 289

subi in tempi posteriori (sec. XVI, XVII ecc.) ci toglie la
possibilità di servirci del documento architettonico.

Qualeosa, invece, ci dice lo stile esterno della chiesa al
convento annessa, restaurata oggi e purgata di molte mo-
dificazioni in essa perpetrate in età posteriori.

Diciamo, anzitutto, che a tal riguardo gli scrittori locali,
o che si siano valsi dell'argomento stilistico puro e sem-
plice, o che si siano usati della simiglianza fra lo stile di
S. Agostino e quello della facciata della chiesa di S. Fran-
cesco, intorno alla cui fabbrica era facile conoscere qualche
documento della metà del dugento (1), generalmente parlando
non si sono allontanati troppo dal vero ponendo nella fine del
secolo XIII e nel principio del XIV la costruzione di questa
chiesa.

La chiesa di S. Agostino — internamente alterata nei
rifacimenti posteriori — conserva — qua e là restaurato —
il suo schema romanico a croce latina, orientato da est ad
ovest: é ad una sola navata centrale, con una nave trasver-
sale, e terminata da un abside ottagonale, accanto al quale
due altri più piccoli se ne vedono, della stessa forma: in tutti
e tre, poi, gli spigoli hanno delle costolature. La facciata è
rettangolare, con leggera gola nella parte superiore, a mò di
cornice, sotto la quale si trova la solita finestra a ruota, di
rifacimento posteriore. Il portale, a smussi, ha colonne e pi-
lastrini intercalati (3 e 3), ed in due ordini sovrapposti. Le
colonnine ed i pilastrini inferiori hanno un plinto quadran-
golare, con base attica munita della foglia protezionale; e con
il fusto non rastremato. Il capitello ha un collarino assai spor-

gente, dal quale nascono delle foglie di acanto a basso rilievo,

Dalla linea di questi capitelli è sorretto l'ordine superiore,
che comincia con plinti circolari per le colonnine, e quadran-
golari per i pilastrini: le une e gli altri hanno base attica,

(1) Il documento, contenuto nel Boll. Franc., I, p. 381, sarà altrove riportato e
discusso.

m

(eee
290 G. COLASANTI

fusto non rastremato. I capitelli consistono in un collarino
sporgente con su un ricco fogliame disposto in due ordini.
Una mensola, che sporge su questo secondo ordine di colon-
nine, sorregge l'arco del portale: essa è ornata con fogliame
‘e con dentelli. L'areo, a pieno centro, è formato di nervature
concentriche, continuanti le colonnine ed i pilastri inferiori,
e variamente ornate: esso poi è racchiuso da una sporgenza
terminante a tetto, e poggiata nel punto stesso ove riposa
l’arco: la cornice di questo tetto è variamente adorna con
motivi romanici. Nel timpano, sotto le due falde e sopra l' arco,
c'è — in rilievo — l'agnello col vessillo, e sul culmine sorge
una piccola croce tozza, con le estremità lobate. L/archi-
trave del portale é sorretto lateralmente da due mensole a
fogliame, e reca superiormente una cornice simile a quella
posta sul secondo ordine di colonnine. II fianco destro o me-
ridionale di questa chiesa è, superiormente, ornato con motivi
ad archetti da cui, ad intervalli, scendono 11 lesene che di-
vidono la parete in campi rettangolari: in questi campi si
aprono due finestrine allungate, bifore, con aperture trilobate.

Questo fianco meridionale reca un avancorpo, di costru-
zione posteriore, in cui apresi un portale a smussi, con due
«colonnine e pilastrini alternati. Sul plinto, quadrangolare, si
ha una base attica e poscia il fusto non rastremato. Il ca:
pitello ha un collarino sporgente, con foglie allungate, di-
sposte in due ordini e con ornamenti a motivi circolari: esso
sorregge una cornice, formata da una sagoma terminata da
un listello, ed ornata anch'essa con motivi circolari. Que-
sta cornice gira anche sull'architrave sostenuto lateralmente
da due mensole, ornate con fogliame a rilievo assai basso.
L'arco è semplice e racchiuso da una specie di tetto, che
poggia sulle colonnine del portale: nel timpano si vede —
in rilievo — l'agnello con il vessillo. Nella seconda fac-
ciata di questa ala destra della nave trasversale si apre una
finestrina simile alle altre descritte. Dei tre absidi, quello
centrale è completo: dei laterali (che peraltro non erano

-
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 291

interamente sviluppati) si mantiene quello a destra: l'altro
è quasi del tutto scomparso. Nelle facce esterne dell'abside
centrale si hanno finestrine, che si aprono nel secondo, quarto
e sesto lato: di esse, le due laterali sono bifore e la cen-
trale è trifora, tutte secondo lo schema già descritto. L'abside
laterale mantenuto ha solo quattro lati interi ed.uno per
metà, dei sette risultanti dal suo schema. Nel quarto lato si
apre una finestrina semplice, allungata. Il campanile, rettan-
solare, con due ordini di finestrine bifore, è ‘posto .sull'in-
crocio dellala sinistra. o settentrionale con la nave cen-
trale.

Le particolarità stilistiche di questa chiesa sono —- senza
dubbio — cronologicamente assai ben determinate. Quella
ricerca di nuove forme, che nel complesso qui noi osser.
viamo; gli schemi poligonali degli absidi; la porta nell ala
laterale (1) oltrechè nella facciata principale; l' arco acuto,
che appare nelle aperture delle finestrine; le aperture lobate
di queste ultime e il fusto non rastremato; i due ordini di
colonnine e di pilastri; la esuberante e ricca ornamentazione
del portale, tutto, in una parola, ci fa pensare ad uno stile di

nsizione. In genere,i solo X è) — per alia — :
tra In genere,il secolo XIII é per l'Itali le
poca in cui questo stile fiori e noi crediamo che — quan-

tunque, spesso, per certe assegnazioni cronologiche occorre
servirsi di dati locali — questa data generale serva, tut-
tavia, per questa e per altre costruzioni reatine. Lo stile
della descritta porta laterale, ci richiama il portale della
chiesa di S. Francesco, la quale ci appare in costruzione
verso lanno 1245, e durante la seconda metà del secolo
XIII dové essere ultimata. Ora, trattandosi di due vecchie
chiese che si trovano nella stessa città, non urteremo certo
contro aleuna verosimiglianza se stabiliremo un ravvici-
namento cronologico tra la chiesa di S. Francesco e la porta -

(1) Questo portale trovasi oggi alquanto spostato dal sito originario, clie però
era sempre in quest’ala destra «ella nave trasversale.
299 G. COLASANTI

laterale di Sant'Agostino, la quale andrà riportata, ad un di-
presso, alla stessa età. Accanto alla porta laterale, il portale
principale di Sant' Agostino mostra delle forme stilistiche piü
elaborate, le quali — rivelando un’ arte più progredita — po-
trebbero farci discendere fino ai primi anni del trecento, pro-
prio quando il convento di Sant'Agostino comincia ad apparirci
già costituito ed importante. Questo termine cronologico —
racchiuso tra la seconda metà del dugento ed i primi de-
cenni del secolo XIV — noi stimiamo potersi fermare per
la costruzione della chiesa in parola.

. Con queste nostre conclusioni si accordano alcune no-
tizie, che troviamo sparse qua e là negli scrittori locali, i
quali però non ce ne indicano la fonte. Loreto Mattei — dopo
aver menzionato San Domenico, San Francesco e Sant’ Agostino,
dice che « furono da’ fondamenti rifabricate le dette Chiese e
Conventi nel medesimo tempo dopo la ... desolazione della
Città » (1); e poichè i disastri, che le guerre avrebbero
apportati a Rieti così di frequente dal finire del secolo XII al
principio del XIII (2), non trovarono termine che con la
morte di Federico II (3), alla metà di quest’ultimo secolo
daterebbero queste chiese e quindi anche quella di San-
t Agostino, per lo meno nella veste in cui noi la conosciamo.

Questa notizia la troviamo riprodotta nel Michaeli, il
quale — notando come dopo la morte di Federico II « ces-
sarono le apprensioni di nuove guerre » (4) — continua dicendo
che « si intrapresero allora nuovi edificii e si compierono
altri già prima iniziati; tra i quali le principali chiese e
conventi, che ancora si vedono » (5). Proprio in quest' anni,
infatti, noi assistiamo — come meglio vedremo, nel corso di

(1) Erario Reatino, e. 90.

(2) GALLETTI, Memorie di tre antiche chiese ecc., pag. 126; DESANCTIS, Notizie
ecc., pag. 12 e segg.

(3) MICHAELI, II], 36; DESANCTIS, Op. cit., l. c,

(4) MICHAELI, III, 36.

(5) Idem.
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 293

questa trattazione — ad una vera rifioritura dell’ abitato cit-
tadino: il che viene a confermare il contenuto di queste
informazioni. Più indeterminatamente si riferisce allo stesso
dato cronologico il Desanctis, il quale mostra di aver tratto
profitto dalla comparazione stilistica con la chiesa di S. Fran-
cesco (1): più in giù scese, rimanendo però sempre in una
età vicina, il Guardabassi, che al principio del sec. XIV ri-
portò la origine della nostra chiesa (2).

Se noi fossimo storicamente sicuri che la chiesa di S. Ago-
stino sorse con questo nome, e fu fondata all’epoca cui lo
stile la fa riportare — lo stesso termine cronologico potrebbe
essere esteso al convento, che già ci appare fondato nei primi
decenni del trecento. Ma nulla di tutto ciò sappiamo: e,
d’altra parte, la tradizione è a tal riguardo incerta e con-
tradittoria. Così, accanto a coloro che più o meno espli-
citamente mostrano crederla sorta nel tempo già veduto (3),
il Michaeli pone S. Agostino tra gli edifici che furono com-
piuti nel detto tempo e la cui fabbrica — quindi — sarebbe
cominciata già prima; mentre, dalle riferite parole del Mat-
tei (« furono dai fondamenti rifabricate le dette chiese e con-
venti ecc. »), parrebbe di dover risalire molto più in su con
la origine di queste costruzioni. Con che mostra convenire
la strana opinione di coloro, che in questa chiesa vedono un'an-
tica chiesa de’ Templari (4).

Degli altri conventi, esistenti in questa zona orientale,
sappiamo ancor meno. Loreto Mattei pone S. Benedetto e

(1) Non si conosce il tempo preciso della costruzione del convento. La chiesa
è anch’essa, come quelle di S. Francesco e S. Domenico, lavoro del secolo decimo-
terzo. Notizie storiche ecc., pag. 119.

(2) « Conserva quasi per intiero la primitiva costruzione del XIV secolo » In-
dice-Guida ecc., pag. 251.

(3) DESANCTIS, Notizie storiche ecc., pag. 119. GUARDABASSI, Indice-Guida ecc.
pag. 251, ; $

(4) È riportata e notata dal DESANCTIS, Notizie storiche ecc., l. c.: « Da una Croce
emblematica infissa in un lato esterno taluni congetturano che essa in origine ap=
partenesse all'Ordine dei Templari ecc. ».
294 . . G. COLASANTI

S. Caterina tra i monasteri « ricchi e numerosi di Religiose
riguardevoli per nobiltà, esemplarità ed osservanza » (1),
senza peró darci ceuno alcuno intorno alla loro origine. Del
monastero di S. Caterina aggiunge solo, in altra parte del
suo lavoro, che la sua chiesa è tra quelle che — ai suoi
tempi — erano state « nobilmente rimodernate con magni-
ficenza e sontuosità grande massime si dentro come nelle
facciate » (2). Il Desanctis, dopo aver detto — a proposito
di questi monasteri — che « di nessuno restano memorie an-

tiche » (3), aggiunge sapersi solo che essi « furono rinnovati

nei luoghi medesimi, ove erano stati piantati in origine » (4).
Poiché il nostro A. confessa e dimostra di non conoscere
documento alcuno sulla storia di questi monasteri, vien
fatto di escludere che questo rinnovamento possa riferirsi ad
epoche lontane: quasi sicuramente il Desanctis intende allu-
dere ai restauri completi di cui fa parola il Mattei, e che do-
vettero estendersi anche al resto del fabbricato del convento.
Qualunque riferimento ad età diversa ha bisogno di essere
documentato.

Il van Heteren, che si è recentemente occupato di alcuni
di questi monasteri reatini (5), conosce S. Caterina fra i « tre
grandi monasteri di Benedettine » (6); riferisce delle piccole
tradizioni al riguardo (7), ma in sostanza neppur egli conosce
alcunchè di preciso e di veramente storico. Solo può asse-
rire che dei tre monasteri. di S. Caterina, S. Scolastica e
S. Benedetto, quello di S. Caterina « fu il primo a scompa-

(1) Erario Reatino, c. 96.

(2) Idem, c. 90.

(3) Notizie ecc., pag. 114,

(4) Idem.

(5 Due Monasteri Benedettini più volte secolari (Rieti) in Bollett. della R. De-
putas. di St. Patr. per V Umbria, Perugia, Unione Tip. Coop., anvo XII, vol. XII,
fasc. I, 1906, pag. 51-73.

(6) Op. cit., pag. 51-52.

(7) Così la leggenda intorno alla visita che S. Benedetto Labre avrebbe fatta a
Rieti e alle sue parole circa i conventi benedettini Op. cit., pag. 52.
RÉATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 295

rire » (1), e «divenne monastero di Francescane assai prima
dell'invasione francese » (2). |

Il restauro completo, che già al tempo del Mattei era
stato fatto di questi fabbricati e che oggi ancora si vede e
si conserva, fece loro perdere certamente l'antico aspetto
architettonico, che nessun autore e nessun documento ci han
tramandato. Non possiamo, quindi, neppure servirci del cri.
terio stilistico — come per la chiesa di S. Agostino — per
colmare in qualche modo tanto vuoto. Questo criterio, pe-
raltro, non risolverebbe sostanzialmente la questione: giacchè
occorrerebbe poi assodare se queste chiese e questi mona-
steri fossero sorti proprio al tempo, cui lo stile ci riporte-
rebbe, o esistessero già prima.

Il già citato van Heteren parla di documenti, intorno al
monastero di S. Benedetto, che risalirebbero all'anno 1309 ed
al 1308 (3). Ma egli si riferisce ad una fonte oscurissima (4),
astenendosi da qualsiasi altra indicazione. Non resterebbe che
fermarci ad una menzione degli Statuti reatini, ove troviamo
registrato un antico patto concluso con il monastero di S. Be-
nedetto, che qui riportiamo:

« Statutum in favorem sancti Benedicti.

(1) Op. cit., pag. 52. 5

(2) Op. cit., pag. 52. Questo monastero « fu soppresso sul principio del secolo
decimonono, con breve di Pio VII ». Così il LATINI, ms. cit., fasc. II, cap. XV.

(3) « Ma possiamo risalire fino al 1309. Il loagosto di quell’anno, un certo Obla-
tus Monasterti SS. Benedicti acquisto per esso la 16* parte «vel mulino delle cataste,
d'onde risulta che questo monastero esisteva già nel 1309 » op. cit., pag. 59-60. Più
importante sarebbe « il breve del 17 agosto 1308, col quale il Vescovo di Rieti Gio-
vanni Muti de’ Papazzurri concede 40 giorni d’ indulgenza a coloro che in qualsiasi
maniera contribuissero al compimento della fabbrica del monastero di S. Bene-
detto » op. cit., pag. 60.

(4) Del documento del 1309 il van HETEREN riporta un brano, senza però citarne
la fonte (op. cit., pag. 60. not. 1): « In praesentia ete. ... vendit religioso viro, Paulo
domini Petri, oblati Monasterii Saneti Benedicti de Reate, Ordinis S. Benedicti, sex-
tam decimam parte molendini Castasta positi in Populario S. Làurentii in Cantaro
ete. ». Qui neppur l'anno é riportato! Come possiamo tenerne conto? Il documento
del 13)8 lo ha desunto da un ms. dell’Agostiniano Orsini!, op. cit., pag. 60: come si
vede siamo di fronte ad una incognita maggiore.
——
—————

296 G. COLASANTI

« Petitionem quandam pro parte Ven. Domine Abbatissa
« et Conventus Mon. Sancti Benedicti de Reatae coram nobis
exibitam. Coram vobis providis et discretis viris statutariis
positis ad renovandum et faciendum statuta Communis ‘et
« Populi Reatae, supplicat exponit, et cum reverentia petit
« Abbatissa, et Conventus sancti Benedicti de Reatae quod
vigore Statut. per vos fiend. det. et concedatur intuitu dei Mo-
nasterio praedicto via iuxta portam post domum Ciminorum
et iuxta praedictum Mon. Et ipsa Abbatissa et Conventus
« Mon. praedicti det pro necessitate hominum inde transire
« volentium tantum de Territorio Ipsius Mon. quod sufficiat ad
« viam faciendam post ipsas domos iuxta Cantarum secundum
« quod videbitur sensalibus Communis largam cum ipsa via
« fienda sit Palchrior, et habilior et utilior hominibus. Et hoc
« petunt pro Deo; et quod de his per vos fiat statutum ad
« cautelam dicti Mon. Dei, et Pii Patris Beati Benedicti con-
« templatione et reverentia: ut iacet admittimus et praesens
« statutum firmamus etc. » (1).

Senza star qui ad occuparci delle strane conclusioni ti-
rate, intorno alla cronologia di questo passo, da autori di
nessunissima attendibilità (2), la domanda, avanzata dall Ab-

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(1) Stat. di Rieti, I, 135.

(2) Il vaN HETEREN pretende che negli Statuti reatini « i capitoli non sono di-
sposti secondo l'ordine delle materie, ma secondo l'ordine cronologico délla loro
apparizione » op. cit., pag. 58. Stabilito cio, egli fissa l' età del passo riportato, in
questa maniera: « Ora, il cap. 137, che precede immediatamente il nostro, contiene
una disposizione dell'anno 1329, ed il cap. 139 che lo segue ha un provvedimento
prese in favore de' ghibellini nel 1344; il nostro capitolo dunque deve esser posto
tra l’anno 1329 e 1344 ecc. » op. cit. pag. 58-59. Questa ipotesi sulla compilazione
degli Statuti é ben curiosa e non si accorda con quanto noi sappiamo, facendoci
assolutamente rigettare questa determinazione cronologica cosi particolare e pre-
cisa. Secondo il testo originario-degli Statuti, fornitoci da un ms. della Biblioteca
Comunale reatina, la disposizione in favore dei ghibellini à posta nel lib. I, cap. 129.
La disposizione dell’anno 1329 (una conferma di patti con tal Rainaldo di Magliano)
si trova nel lib.I, cap. 133. Il patto col Monastero di S. Benedetto si trova nel lib. I,
cap. 134! Cosicché tutta la teoria cronologica del v. Heteren va a gambe all’ aria,
poiché l'ordine di disposizione non corrisponde all'ordine cronologico! È, inoltre,
provato che il nostro A. non ha conosciuto direttamente lo Statuto ms., cioé l'unica
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 291

batessa di S. Benedetto, ai providis et discretis viris statu-
tariis, positis ad renovandum. et faciendum statuta. Communis,
si riporta all' epoca in cui le antiche usanze cittadine erano
raccolte, all'alba dell’incipiente vita della nuova città, cioè
nella prima metà del trecento, data già da noi fissata ed
accettata; oppure si riferisce ad un tempo posteriore? A
parer nostro non abbiamo dati per giudicare. Ma anche a
riportarci al primo termine cronologico, possiamo noi — dal
contenuto di questa petizione — desumere qualche conclu.
sione per la origine del convento stesso? Dal fatto che
l’Abbatessa chiedeva l'antica « via iuxta portam post do-
mum Ciminorum », è parso a taluno di poter concludere
che ciò si chiedesse per avere lo spazio necessario alle fab-
briche e, quindi, « che il nuovo fabbricato non era ancora
intieramente compiuto » (1). Ma — mentre i nostri docu-
menti non ci dicono nulla di tutto ciò — è facile capire
come la richiesta potesse anche essere consigliata da neces-
sità di carattere diverso: in tutti i modi ,6 sempre arbitra.
rio risalire, dalla notizia dello Statuto, all'idea dal van He-
teren adottata!

Concludendo: di queste importanti case religiose, che tro-
viamo distribuite in questa zona orientale da noi presa ad
investigare, nulla di preciso noi conosciamo circa il modo ed
il tempo di origine. Solo possiamo dire che già per tempo (al-
cune nel sec. XIV) le troviamo formate e sviluppate.

Con la impossibilità di conoscere la primitiva storia e

ed autorevole fonte, la quale ha per di più una numerazione che non corrisponde
a quella adottata — per citare i vari capitoli — dal v. Heteren. Il quale scrittore
mostra nienteme o di non essersi servito nemmeno di un qualche esemplare a
stampa che dello Statuto si fece nel 1549. In questa edizione (I' unica che abbiamo)
la disposizione intorno ai ghibellini, dell'anno 1344, si trova nel lib. I, cap. 133: quella
circa i patti con Rainaldo di Magliano si trova nel lib. I, cap. 137: il patto con S. Be-
nedetto si trova nel lib. I, cap. 138. La numerazione di qualche prescrizione non
corrisponde a quella seguita dal v. Heteren, mentre neppur qui l'ordine di disposi-
zione segue l’ordine cronologico. Così ha lavorato il v. Heteren!
(1) VAN HETEREN, op. cit., pag. 59.

^
298 G. COLASANTI

la origine di questi conventi, dobbiamo rinunciare altresi alla
probabilità di rilevare — attraverso i documenti, gli atti di
compra e vendita; le carte di cessione ecc. ecc. — tutta una
serie di particolarità topografiche (intorno alla posizione dei
conventi rispetto all'abitato; sull'aspetto dei dintorni; sulla
estensione dei fabbricati ecc. ecc.) che ci avrebbero po-
tuto rivelare la relazione in, cui essi si trovavano con l’ abi-
tato cittadino vero e proprio. Tuttavia, una prima conclu-
sione si lascia fin da ora travedere. Poiché in limiti non

molto ampli noi troviamo — circondati da chiese, di cui
qualcuna antichissima — tre importanti conventi, è facile
pensare — anzitutto — come, all'epoca in cui essi sorsero, in

questa parte si avesse dello spazio disponibile per le esigenze della
vita monastica. Come per Pinna (1) e per molte altre città
— anche per Rieti l'abitato cittadino, verso il mille, a stento
trattenuto entro la vecchia cerchia, era divenuto angusto
ed insufficiente al nuovo sviluppo; non era quindi possibile
trovar posto in esso per conventi e monasteri, i quali dove-
vano sorgere necessariamente fuori del perimetro cittadino. Ed
il loro sito ci offre, quindi, un primo generico dato per sospet-
tare che noi siamo tuori dell’ abitato tradizionale della città.

Questa, prima intuizione è suffragata da tutta una serie
di documenti. Si ricordi anzitutto l'importanza ed il valore
che attribuiamo — nei riguardi topografici — ai documenti
anteriori al mille, i quali rispecchiano assai spesso l’ antico
stato di cose, in seguito modificato e scomparso.

Di una antica località ad arces, menzionata da molte fonti
reatine (2), non ci è tramandata la esatta determinazione
topografica: ma, poichè in questi luoghi ad oriente, dai do-
cumenti stessi indicatici, noi conosciamo una denominazione

(1) Anche in questa città, i numerosi conventi sorsero intorno all'antico nucleo
cittadino e solo in seguito furono inclusi nella nuova cinta, in parte; in parte de-
caddero.

(2) I documenti sono altrove riportati.
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 299

n2

che da tempi remoti vive e si mantiene nella coscienza po-

polare sotto una forma che richiama la prima (Porta d' Arce),
stabilire un nesso topografico tra i due nomi è quanto di più
logico e metodico si possa fare. Cosicchè, anche a prescin-
dere da altre indicazioni, secondo cui la località ad arci era
fuori la Porta Interocrina cioè ad est del declivio dell'altura (1),
in base al solo ravvicinamento onomastico noi possiam dire
che l'antica località ad arci doveva ad un dipresso trovarsi
presso il sito, in cui vediamo continuata la denominazione di
Porta d' Arce.

Quivi presso, del pari, doveva pure sorgere l' antichissima

basilica di S. Agata ad arces, senza però che neppur di essa

possa determinarsi il sito preciso (2).

(1) Dovendo ancora arrivare alla identificazione topografica della Porta Inte-
rocrina, è buon metodo non partire da un dato non ancora accertato, al punto in
cui siamo.

(2) In cambio di alcune terre date a Farfa, Ilderico, azionario, riceve « basilicam
beatae Christi martyris Agates, foris muros civitatis reatinae, una cum casella prope
ipsa basilica, cum curticella, et horto, vel aliquanta vinea, quae ad ipsam pertinet
basilicam » Reg. di Farfa, II, 54 ad ann. 761; cfr. GALLETTI, Memorie ecc, pag. 461.

— Ilderico chierico dona i suoi beni a.Farfa: « Reliqua vero mea portiuncula
idest aecclesiam Sanctae Agathes sitam prope civitatem reatinam locum qui dicitur
ad arci, cum casis, curtibus, et hortis et vineis qui prope ipsam aecclesiam ‘sunt »
Reg. di Farfa, II, 120, ad ann. 786. L'abate Ingoaldo concede l'usofrutto della chiesa
di S. Agata, e dichiara che « quidam hildericus de civitate reatina ... fecit cartulam
in monasterio Sanctae dei Genitricis Mariae pro anima sua de aecclesia Sanctae
Agathes quae posita est ad arces » Reg. di Farfa, II, 200, ad ann. 820: cfr. GAL-
LETTI, Memorie ecc., pag. 80-81. Farfa cede l' usofrutto « de aecclesia sanctae Aga-
thes, quae sita est ad arci iuxta civitatem reatinam cum omni pertinentia sua ».
Reg. di Farfa, II, 214, ad ann. 824. Numerosi continuano gli accenni e le men-
zioni di questa basilica nel Regesto farfense, ad alcuni scrittori locali noti fino al-
l'anno 982 (« l'ultima menzione... é dell’ anno 982 » GALLETTI, pag. 97: da cui il De-
sanetis « l’ultima menzione di S. Agata é del 982 in un placito » Notizie storiche
ece., pag. 113); noi però ne abbiam trovata menzione in un documento del 1084, con
cui Enrico IV conferma a Farfa — tra gli altri beni — « et aecclesiam Sancti Leo-
pardi. Et Sancti Gregorii. Et sanctae Agathae » Reg. di Farfa, V, 97, ed in un
elenco dei beni del monastero farfense compilato verso l'anno 1116: « In territorio
reatino... S. Agathes » Reg. di Farfa, V, pag. 301.

Dai documenti S. Agata é detta « basilica » o semplicemento « aecclesia » ;
e nulla in essi é riferito, che possa far pensare ad un « monastero ». Il Galletti però,
attratto probabilmente da un atto farfense, in cui si parla della donazione che di
questa « chiesa di S. Agata » (« ipsam Ecclesiam S. Agathes », così ha il documento)
A

G. COLASANTI

Della località ad arces, sappiamo che era posta fuori la
Porta Interocrina e fuori la città. Così in un atto di permuta,
contenuto in una carta farfense dell'anno 878, si ha « Unde
« in cambio recepi ... terram vestram quam habuistis foris
« civitatem. reatinam foris portam quae dicitur interocrinam,

faceva a Farfa una tale Guisperga « sanctimonialis foemina » (Memorie ecc., pag. 81),
concluse che « era senza dubbio questa Guisperga una di quelle monache che in
questi tempi vivevano fuori del chiostro » Memorte ecc., pag. 84. Tirare in ballo
il chiostro, era sbagliato poiché nell'uso più comune la parola « sanctimonialis »
escludeva ogni idea di voti monastici o di vita monacale, e soloindicava-wna donna
di santi costumi (Du CANGE, Glossarium etc., T. VI, col. 110 s. v. «Sanctimoniales »;

'« Sanctimonia »; « Sanctimonium » T. VI, col. 111). Ma l'idea, una volta adombrata,

fece fortuna. Così il Desanctis trovò che S Agata fosse un « monistero » ove « co-
minciarono... ad adunarsi alcune di quelle Monache, che a quei tempi vivevano
ritirate nella propria casa » Notizie ecc., pag. 112-113. Il vAN HETEREN, nel citato
suo lavoro su Due Monasteri Benedettini (Bollett. di St. Patria per V Umbria,
anno XII, fase. I, vol. XII), quantunque sappia che « in nessun luogo ... vien rife-
rito che S. Agata fosse in quel tempo un monastero di religiose » (op. cit., pag. 57),
conelude tuttavia « che oltre alla chiesa vi fosse pure veramente un monastero »
(op. cit., l. c.). Ma la difficoltà fu nel provare queste asserzioni. Difficoltà insupe-
rata: poiché delle prove addotte, due documenti — dal van Heteren riportati a
pag. 56, not. 2 ed a pag. 58, not. 1 — non parlano affatto di « monastero », ma
semplicemente di una « basilica di S. Agata » o di una « chiesa di S. Agata » ;
la espressione « sanctimonialis foemina », contenuta nel documento noto al Gal-
letti da cui lo apprese il van Heteren (pag. 58), non conclude nulla per il nostro
argomento ; finalmente, l'ultima prova desunta « dal fatto che l'altar maggiore della
chiesa di S. Benedetto é dedicato insieme a S. Benedetto ed alla celebre eroina
cristiana S. Agata » (op. cit., pag. 58), e che dovrebbe dimostrare che il monastero
di S. Agata sarebbe stata la prima sede di quelle benedettine che poi passarono
entro la città, nel convento di S. Benedetto (op. cit. pag. 57-58), potrebbe avere un
qualche valore; ma nuda e semplice come é, non puó aver diritto ad una seria
considerazione. Per questa identificazione tra l'antico monastero di S. Benedetto e
la basilica di S. Agata, abbiamo sospetto che siano servite alcune erronee interpre-
tazioni di fonti medievali. S. Agata é detta dai documenti «d arces: e poiché la
fonte del v. Heteren non conosceva un perimetro cittadino piü angusto dell'attuale,
concluse — dando a quell’ ad il significato di extra — che questa basilica st tro.
vava fuori di Porta d’Arce, cioè fuori del punto in cui vedeva il nome arce.
Primo errore, poiché mentre è indubitato che al tempo della Basilica di S. Agata il
perimetro della città non arrivava fino a Porta d’Arce, d' altra parte non è questa
la interpretazione da darsi a quell'ad Arces. Di più: da qualche documento essa aveva
saputo che S. Benedetto si trovava fuori Porta Carceraria, cioé fuori della vecchia
cinta che « correva lungo il dosso del colle ». Di questo perimetro la fonte nulla
conosceva: e poiché il quartiere, posto tra la linea della vecchia cinta e la Porta
d'Arce, portava un nome che ricordava la Porta Carceraria (rione di Porta Carce-
raria di fuori), essa identificò questa Porta Carceraria con la Porta d'Arce. Di questa
pi

REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. " 801

« in loco qui dieitur arci » (1). E della basilica di S. Agata
sappiamo, similmente, che era foris muros civitatis reatinae,
iuxta civitatem. reatinam, prope civitatem reatinam ecc., in loca-
lità che dicitur ad arci (2), avendo cosi una conferma della
notizia topografica del documento dell'anno 878.

Di fronte a questi documenti parrebbe — a prima im-
pressione — di poter correre ad un sillogismo: la località

ad arces era apud civitatem, dunque l'estremità orientale dell'a-
bitato odierno, ove vive ancora l' antica denominazione, era fuori
del perimetro medievale. Eppure occorre esser cauti. Poiché,
‘infatti, dell'antichissima località ad arces e della basilica
di Sant'Agata noi non conosciamo la esatta ubicazione, ma
solo possiam dire che esse dovevano trovarsi presso l'at-
tuale Porta d'Arce dentro o fuori di essa, è chiaro che, uni-
camente nel caso che dette località si fossero trovate den-
tro Y attuale Porta d' Arce oppure avessero coinciso con il
sito di questa porta, noi, a rigore, potremmo escludere un
tratto più o meno grande dell’ estremo abitato odierno, ad
est, dalla città qual’ era al tempo dei documenti citati. Ma
nel caso che dette località si fossero trovate presso l’attuale
Porta d’Arce ma fuori di essa, allora i nostri documenti non
servirebbero a nulla, poichè quell’extra civitatem sarebbe. per-
fettamente giusto anche riferito ad una città, estesa fino ai
limiti moderni.

In quest’ultima maniera ha mostrato di interpetrare
| questa indicazione qualcuno che — non avendo cognizione
del problema topografico medievale, e credendo senz'altro la

porta si conoscevano altri nomi (P. S. Leonardo, degli Abbruzzi ecc.) eduno di più
non guastava. La conclusione fu che anche S. Benedetto sarebbe stato — come S. A-
- gata — fuori di Porta d’Arce. E poiché la fonte conosceva da tempo S. Benedetto
entro la città, occorreva creare un ipotetico antico monastero in seguito abbando-
nato. Arrivata a questo punto, dai documenti di S. Agata e dalla esistenza del fa-
moso altare, la fonte fu spinta a decidersi per la identificazione in parola.

(1) Reg. di Farfa, MI, 228. :
(2) Idem, II, 120. Cfr. gli altri passi già riportati.
309 G.': COLASANTI

cinta odierna eguale all'antica — di fronte all’ espressione
ad arcem non aveva che un’unica conclusione da tirare. Par-
lando di S. Benedetto, la fonte oscura, di cui il van Heteren si è
servito, dopo aver detto che, prima della sua edificazione nel
punto in eui lo conosciamo (1) questo monastero « in ori-
gine non era altro che l'antica cella o chiesa di S. Agata
ad Arcem» (2), passa alla identificazione topografica di que-
Sta chiesa. Quantunque di essa « difficilmente si ritrovereb-
bero oggidi le fondamenta » (3) la fonte ritiene — ed il van
Heteren accetta — che la basilica « si trovava fuori di porta
d'Arci, o ad Arcem »!! (4). Le prove di questa erronea interpre-
tazione della espressione ad arcem, la fonte del van Heteren
naturalmente non le adduce. Eppure, già altri scrittori lo-
cali avevano per lo meno evitate queste conclusioni, allor-
ché dichiararono come dell'antica basilica altro non poteva
sapersi, che « nell'ottavo secolo già era posseduta da' monaci
di Farfa > (5).

La indicazione topografica, relativa alla vecchia cerchia,
che non ci è stato possibile desumere dagli esposti docu-
menti, in sè troppo indeterminati, ci viene da un bellissimo
accenno contenuto negli Statuti di Rieti e riguardante una
prescrizione sul mantenimento del corso del Cantaro.

Noi abbiamo già visto questo rivo; entro il perimetro
dell’odierna città, nella parte piana ad oriente. Il tratto del
sno corso, che è lungo la Via Garibaldi e che oggi è co-
perto, per il tempo anteriore all’anno 1836 era invece sco-

(1) Cioé presso e dentro « le mura della Città » lungo « l’antica via che la ra-
sentava da porta d'Arce fino a porta Conca ». Bollett. cit., pag. 59.

(2) Op. cit., pag. 56.

(3) Op. cit., l. c.

(4) Idem.

(9) GALLETTI, Memorie ecc., pag. 77. Il DESANCTIS, Notizie ecc., pag. 112-113, ha:
« Questo Monistero (S. Agata) pare che stesse poco discosto da Porta -d'Arci ». mo-
strando anch'egli di cadere nel concetto stesse adottato dal van Heteren.
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 305

perto (1) Mariano Vittori aveva così parlato di questo rivo:
« In ipsa autem agri Reatini planitie a dextra Aquilanae
« viae, Canthari amnis, qui Reatinae Urbis partem interluit,
« fons per subterraneos meatus a montibus vicinis eo perve-
niens emergit: aqua ita cruda ac frigida est, ut nec solis
« prospectu sub quo conspicua semper delabitur ... conca-
« lescit » (2. E del nome Cantaro volle cercare la spie-
gazione con ipotesi stranissime desunte dal mondo classico:
al qual fatto si deve, senza dubbio, la grafia Cantharus dal
Vittori accettata: « Nomen praeciosi vasculi quo Liberum
« patrem primum, mox C. Marium post victoriam Cim-

A

^« bricam eius exemplo potasse legimus, impositum illi fuit.
« Ratio qua hoc factum fuerit, nulla nisi laudi et victoria ali-
« cuius, occurrit. Non ignoro tamen navis genus, et muliebris
« euiusdam ornatus nomen apud Athenaeum Cantarum et
‘. dici » (3). Queste notizie — al solito — sono passate piü o
meno integralmente negli altri scrittori locali posteriori. Cosi,
Pompeo Angelotti non fa che aggiungere, alle informazioni
del Vittori, qualche particolare sul corso del Cantaro, che
« raggira una mola di grano, e poi fuori e dentro la Città,
« per lo cui mezo trascorre, fa girar’altre sei: negli estivi ar-
« dori innaffia con somma utilità degl’agricoltori li sogetti po-
« deri » (4). Anche Loreto Mattei dichiara di non dover « la-

(1) Questa data ci è offerta da una epigrafe, murata nelle così dette « Volte di
Mosca », una specie di rozzo porticato lungo Via Garibaldi, poco p ima di Santa Ca
terina: Comiti Hyacinthi . Vincenti . Mareri — Urbis . praef . A. MDCCCXXXVI
— quod — domui . viaeque . proaimam — frumentariam . pistrinam . solo . aequa-
rit — et — aquae . alveum . per . CCC . pedes . obtexerit — Francisca . Mosca . De
Nobilibus . Eusebi — cum . viro . Caesare . Viscardi . reat — regionis . voto . La .
Dp. —.

(2) Ms. cit., c. 100.

(3) Idem.

(4) Descrittione ecc., pag. 104. L'Angelotti desunse dal Vittori la notizia che
«in amena valle, tra ... due colli discendendo da’ vicini monti, per sotterranei meati
sgorga il Fiume (perciò da’ Greci detto Cantaro) oltre modo gelato », op. cit., pag. 104;
ove le stesse frasi rivelano chiaramente la dipendenza dal passo già riferito del

(Vittori.

^
804 'G. COLASANTI

« sciar in silenzio le pubbliche e private commodità che porta
« nella città un Rivo corrente, non men delizioso per la fre-
« schezza e chiarezza che utile e necessario » (1).

E ci descrive il Cantaro con parole che, per i loro nu-
merosi accenni di indole topografica, meritano qui di essere
per intero riportate. L'aequa del Cantaro « corre ... scoperta
« per tutta la strada di S. Benedetto per servizio del cui mo-
« nastero alquanta se ne divertisce: l'altra, tutta passando sotto
« à due mole, scorre lungo la strada detta le Volte di S.ta Ca-
« terina e, spartitone un ramo per commodo di un lungo e
« pubblico lavatore e d'indi ad un altra doppia mola detta le
« Canali, con tutto il resto del Corso giunta sotto la mia casa
« Si nasconde e coperta per tutta la strada di Porta Carana
« riesce a S.ta Chiara, dove voltando l' ultima mola .. se ne
« Scorre ad unirsi finalmente col fiume » (2). Tenendo a mente
che la casa del Mattei sorgeva proprio al cominciare del-
l’altura, noi abbiamo — da questa descrizione — un con-
cetto assai chiaro dell’antico aspetto del Cantaro, il quale —
sempre scoperto nel tratto dentro l’abitato — si nascondeva
solo nella sua estremità, là dove — prima di gettarsi nel Ve-
lino — scorreva sotto il leggero rialzo che oggi continua il
dorso orientale dell'altura. Il Mattei, poi, come l'Angelotti,

ritiene la derivazione greca del nome Cantaro da « Kùvapog,

Cantaro, che significa acqua coperta o pur d'occulta scaturi-
gine » (3): Spiegazioni che non parvero serie al Latini (4),

il quale altre sue proprie ne avanza, non meno ridicole e
strane (5).

(1) Erario Reatino ecc., c. 91.

(2) Idem.

(3) Idem.

(4) « Ma di grazia, qual relazione può aver questo ruscello colla tazza di Bacco?
Qual relazione colla gloria, colla vittoria di qualche eroe? » Memorie ecc., fasc. V,
cap. XXI.

(5) Egli cerca spiegare il nome dal costume che i cittadini avevano « di
gittare in esso tutte le immondezze delle loro case e vuotarvi i cantari, avanti che
ciò venisse dallo Statuto municipale espressamente proibito ». Ms. cit., l. c.; oppure
con il ravvicinamento di detto nome con il Mons Canterius di Varrone. Ms. cit., l. c.
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 305

Di questo Cantaro — il cui nome non si lascia in modo

aleuno spiegare, nonostante le elucubrazioni degli scrittori
municipali — parlano piu volte gli Statuti reatini prescri-
vendo agli abitanti di tenerne pulite le aeque (1); dando
ordini per il mantenimento dei pubblici abbeveratoi (2);
provvedendo alla conservazione del suo corso ordinario, mi-
nacciato dalle continue derivazioni di acqua ecc. ecc. (3).
Una di queste prescrizioni ci offre un primo dato, importan-
tissimo per il nostro argomento.
i Ordinando «quod nullus faciat nec proiiciat sozuram ali-
quam in aqua Cantari », lo Statuto — dopo aver sancita una
pena viginti soll. per i trasgressori — continua: « Et quod
« omnes habitantes iuxta dictam aquam dictus notarius de-.
« beat iurare facere quod in dicta aqua nullam faciant pu-
« tredinem nec permittant facere. Sufficiat autem iuramen-
« tum domini et domine dicte domus vel saltem domine et
« familie ». Chiude determinando cosi la zona di sorveglianza
affidata al Notaro cittadino: Zt hoc locum habeat in burgo
arcis inclusive, usque ad pedem. dicte aque ubi asconditur (4).

Tutto il valore topografico del documento, in relazione
alla nostra ricerca, consiste in quest'ultimo passo e special
mente nella espressione in durgo arcis della quale oc-
corre — quindi — accertare la esatta interpretazione. SÌ
ricordi, anzitutto, che la città, al tempo degli Statuti, offriva
già la estensione perimetrale odierna; e che il corso del
Cantaro attraversava l’abitato nei punti stessi di oggi, solo

(1) « Et nullus aquam putredinem vel immunditiam proiciat vel faciat in aqua
Cantari, sed custodiatur et conservetur pura et nicta ». Stat. di Rieti, III, 32; una
prescrizione simile si ha altrove, III, 60.

I (2) « Item statuimus et ordinamus quod Notarius super viis debeat facere reac-
tare et vemondare abeveratoria Cantari ete. ». Stat. dé Rieti, INI, 34.

(3) « Item statuimus et ordinamus quod nullus audeat nec presumat aquam
derivare nec extrahere de cursu debito Cantari etc. » Stat. di Rieti, INI, 61.

(4) Per tutti i passi, vedi Stat. di Rieti, IIII, 18.
- 306

G. COLASANTI

che era tutto ‘scoperto lungo Via Garibaldi, tranne che nella
sua estremità.

Ciò premesso, che la zona di sorveglianza affidata al No-
taro, cioè il Borgo d'Arce, sia da cercarsi nei pressi della lo-
calità ove l’antica denominazione oggi ancora si conserva
(Porta d'Arce) ci pare indiscutibile dopo quanto sappiamo
ed abbiamo detto di questa denominazione stessa. Dobbiamo
porre il Borgo d'Arce fuori del perimetro odierno, ad est di
Porta d’Arce? Ciò è inammissibile per varie ragioni. Anzi-
tutto, della esistenza di un nucleo abitato, detto Borgo d’Arce,

, fuori dell’attuale Porta d'Arce, non abbiamo accenno alcuno

nei nostri documenti: accenno che pure non dovrebbe in alcun
modo mancarci, trattandosi di una zona a cui si riferiscono,
ad ogni piè sospinto, le nostre fonti. Di più: se questo pre-
teso nucleo di abitato suburbano costituiva la zona di ispe-
zione, affidata al Notaro cittadino, dove rintracceremo il punto
in cui il Cantaro absconditur? Non verso le sue sorgenti, ove
l’acqua — come dice il Vittori — « per subterraneos mea-
tus .. emergit », sia perché dovremmo estendere troppo in-
verosimilmente l'abitato di questo sobborgo fino alle sor-
genti del Cantaro, sia perché il nostro documento dice:
usque ad pedem dicte aque, facendoci pensare allo sbocco del
ruscello e non alle sue sorgenti, per le quali quando mai
avrebbe usata un’altra espressione:- « usque ad caput dicte
aque:» ad esempio (1). Verso la città? Ma dove, dal mo-
mento che il Cantaro, fuori e presso le mura, non corre mai
in condizioni tali da giustificare una simile frase? A meno
che non si voglia o pensare a qualche breve tratto, in cui
le acque fossero state incanalate sotto qualche tronco di strada

(1) La parola ges indica sempre la idea di estremità nel senso di « tratto in-
feriore », con tutte le sue accezioni. Cosi Pes montis, ima et inferior pars ecc. Cfr.
DU CANGE, Glossariwm ete., T. V, col. 397, s. v. Pes. L'idea di « principio » nel
senso di « parte superiore », « parte iniziale » ecc. nel frasario medievale è costan-
temente resa con la parola « Cano M efr. DU CANGE, Glossarium, ete , T. II, col. 270
e seg. s. v. Caput.
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 301

(come oggi sotto la via posta fuori Porta d'Arce), o ammet-
tere delle ipotetiche divergenze fra il corso antico e quello
attuale, ed immaginare così una probabile spiegazione del
passo. Ma si pensi che — oltre all'obbligo di provare e ren-
dere in qualche modo credibile tutto ció — si dovrebbe poi
spiegare un'altra cosa. Se il tratto del ruscello, affidato alla
sorveglianza del Notaro cittadino, era fuori del perimetro
della città, il restante tratto del Cantaro, dentro questo perime-
tro, a chi mai era affidato? Lo Statuto non ne parlerebbe: e
sarebbe strano che mentré si darebbero delle disposizioni
per un tratto del ruscello fuori della città, non si facesse
affatto menzione del tratto del ruscello entro l'abitato, che
pure era il più esposto ad essere insudiciato. Si pensi che
il magistrato, incaricato della sorveglianza, è un magistrato
cittadino, la cui sfera di azione dobbiam porre, quindi, prin-
cipalmente entro la città. Tutto, in una parola, ci porta a
scartare l’idea di questo riferimento del passo citato ad
un ipotetico sobborgo fuori la cinta attuale, ed a pensare
piuttosto all'abitato posto entro l'attuale Porta d'Arce, lungo le
rive del Cantaro, che ivi scorre nel piano fino ai piedi dell'al-
tura. In una località, cioè, in cui — oltre alla completa spie-
gazione del nome Arcis — troveremmo anche la dichiarazione
delle altre particolarità topografiche; poichè, proprio sotto il
dosso dell'altura, il Cantaro — dopo un corso scoperto — si

nascondeva nella sua estremità inferiore (« ad pedem dicte :

aque ubi asconditur » ).

Fatta la identificazione del passo degli Statuti, non c'é
chi non ne veda la importante conseguenza. Se gli Statuti,
per menzionare l'abitato cittadino ai piedi della collina fin
verso la Porta d'Arce, usano la denominazione n burgo arcis,
come non riconoscere in ció un importante ricordo dell' an-
tico stato di cose, un ricordo della vera origine di questo
abitato, sorto fuori del perimetro della città, quale si conservava
fin dopo il mille, quando le costumanze — poi raccolte in un
.codice di Statuti — si andavano formando? Al tempo, in cui
308 G. COLASANTI

questi Statuti furono compilati, non era — adunque — tra-

scorso tanto da cancellare il ricordo dell’ antico schema topo-
grafico della città, di cui fu raccolta questa piccola ma pure
importante eco. Si rammenti che nella coscienza popolare —
tanto tenace nel conservare ricordi e nomi — vivono ancora,
dopo più di 8 secoli, tracce assai importanti dell’antico peri-
metro cittadino. La conclusione di tutta questa discussione è
che — secondo il passo riferito degli Statuti — l'antica città,
quale ancora si ricordava dopo il mille, va ricercata ad W. del
punto in cui il Cantaro si nascondeva, cioè alquanto ad occidente
della chiesa di Santa Caterina, poco prima della quale comin-
ciava il così detto sobborgo d' Arce.

Ciò vien confermato da documenti di altro genere.

In molte carte farfensi, dal secolo VIII fino al secolo XI,
si fa cenno di mulini esistenti presso le mura, fuori della città,
e sotto una /’orta Interocrina (1). I passi, riferiti in nota, ci
dan modo di fare una prima identificazione generale del sito
di questi mulini, anche a prescindere della ubicazione della
Porta Interocrina, che noi abbiamo già ritenuta e stabilita,
riserbandoci di provarlo quando sarà tempo. Poichè, infatti,
una Porta Interocrina ci fa pensare ad Interocrium (Antro-
doco), noi potremmo dire, prima di tutto, che la ubicazione
di questi mulini va cercata nel lato orientale della città,
che guarda Antrodoco. Tanto più che, se la località ad arci,
di cui abbiamo già -parlato, era « foris civitatem reatinam,

(1) « dono, trado atque concedo de rebus meis... res quas habeo a civitate
reatina, foris portam interocrinam ... terram cum ipso molino etc. ». Reg. di Farfa,
V, pag. 14, ad ann. 1073. « Excepto ipso molino, quod est suptus ipsa porta intero-
crina » Reg. di Farfa, III, 186; cfr. GALLETTI, Notizie ecc., pag. 120 e segg. ad
ann. 1008. « Et molinum suptus muros ipsius civitatis et suptus portam Interocri-
nam etc. » Reg. di Farfa, ad ann. 947. « Notitia brevis memoratorii facta qualiter
direx t Guinichis dux missum suum ... in reatem ut retraderet molinum suptus
portam interocrinam etc. » Reg. di Farfa, II, 170, ad ann. 802.805. « Seu et molinum
nostrum ante portam interocrinam etc. » Reg. di Farfa, II, 128-129, ad ann. 792.
«Seu molinum unum ante portam interocrinam etc. » Reg. di Farfa, pag. 215, ad
ann. 79] ecc. ecc.
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 309

foris portam quae dicitur interocrinam » (1), questi mulini,
di cui abbiamo le stesse indicazioni e rispetto alla città, e
rispetto alla Porta Interocrina, debbono essersi trovati ad
un dipresso nella zona in cui abbiamo localizzata la denomi-
nazione ad arci, cioè ai piedi dell’ altura verso oriente.

In questa zona noi troviamo due corsi di acqua: il Ve-
lino ed il Cantaro. Porre sul Velino questi mulini — oltre
alla difficoltà proveniente dal corso d'acqua poco: adatto, a
"eausa delle inondazioni, allimpianto di stabili macine —
in alcuni casi non potremmo, perchè, essendoci indicati al-
cuni mulini davanti la Porta Interocrina, il finme sarebbe
troppo discosto per giustificare una simile espressione. E
poichè — a conferma di queste nostre osservazioni — qualche
documento farfense, quando ha voluto dare maggiori partico-
lari intorno a qualche mulino, ha espressamente nominato
il Cantaro in cui si trovava (2), vien fatto di concludere
che il riferimento topografico di questi mulini, o per lo
meno della maggior parte di essi, va inteso al corso del
Cantaro.

Noi già conosciamo l'aspetto di questo corso nel tempo
passato, prima della sistemazione che ne ha coperte le ac-
que in un gran tratto entro la città. Essendo difficile pen-
sare alla formazione naturale dell’antico tratto sotterraneo
del corso, noi crediamo che la copertura del ruscello, in
questo punto, sia da considerarsi piuttosto come il risultato
della formazione dell’ abitato e della conseguente necessità
di eliminare alla meglio possibile il dislivello del terreno,
in modo che dal basso si fosse andato all’alto gradatamente.

(1) Reg. di Farfa, lI, pag. 28.

(2) « Et in comitatu reatino iuxta ipsam civitatem ante portam intedocrina mo-
lendinum unum quod est de Cantaro etc. » Reg. di Farfa, V, 21, ad ann. 1011, A
questi mulini-sul Cantaro si riportano gli Statuti: « Item statuimus et ordinamus quod
nullus audeat nec presumat aquam derivare nec extrahere de cursu debito Can-
tari ... in preiudicium alicuius molendini ». IIIT, 61. Cfr. anche gli stessi Statuti, IIT,
57. Anche oggi, lungo il Cantaro entro la città, continuano a stare, nei posti tradi-
zionali, aleuni mulini.
310 G. COLASANTI

Necessità, la quale dovette già affacciarsi fin da tempo re-
moto, poichè o nell’antichità la esistenza in questo punto di
una delle principali porte dovè consigliare una conveniente si-
stemazione del terreno, o nell’alto medioevo la formazione di
un nucleo suburbano dovè apportare le modificazioni in parola.
Si noti, infatti, che i nostri più antichi documenti locali non
ci permettono di formarci un concetto diverso in proposito.

Ora, se il corso estremo di questo ruscello ci appare,
fin da età lontana, coperto, è chiaro che il tratto del Can-
taro, in cui possono essere localizzati i mulini citati, và fino
al punto in cui le acque si nascondevano, cioè fino ad W.
della chiesa di S. Caterina. E se si tien conto che questi
mulini si trovavano presso la città, sotto le sue mura — come
i documenti stessi chiaramente ci indicano con le loro espres-
sioni di suptus, ante portam interocrinam ecc., e come ci è
possibile desumere dalla continuazione di questo antico
stato di cose all'epoca degli Statuti, i quali menzionano al-
cuni mulini « qui sunt in Civitate », ed oggi ancora esi-
stenti (1) — non sarà difficile servirsi dei passi riportati per
una conclusione di carattere più particolare: che cioè la Porta
Interocrina, e quindi la cerchia della città medievale era di fronte
all’ estremo corso scoperto del Cantaro, cioè ad ovest di Santa Ca-
terina, presso cui i molini arrivano.

Ma occorre guadagnare ancora terreno in questa direzione
occidentale. A_ciò servono delle preziosissime indicazioni, ri-
guardanti la chiesa di S. Leopardo, della cui posizione lungo
la Via di Porta Conca, nel sito in cui l'abbiamo segnata nella
pianta, si è già fatta parola. Di questa « Chiesa di S. Leopardo,
Parochiale », come scrive l' Angelotti, abbiamo continue men-

: zioni nelle fonti locali (2). Scomparsa come parrocchia e come

(1) « Et hoc de ligando cum catena coppas ... dicitur habeat loeum in Molen-
dinis qui sunt.in Civitate etc. » Stat. di Rieti, III, 57. Lo Statuto continua distin-
guendo i « Molendina Civitat. » ed i « Molendina district. ». V. nota precedente.

(2) ANGELOTTI, Descrittione ecc., pag. 49; LATINI, Memorie ecc., fasc. IV, capi-
tolo XVIII, Menzioni del sec. XV le abbiamo nei documenti dell'Archivio della Cat-
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 811

chiesa, della sua costruzione altro non rimane che un misero
avanzo, addossato a fabbricati posteriori e con essi confuso.

In un atto di donazione al monastero di Farfa, dell anno
813, si nomina un Aortum suptus muros civitatis, qui est po-
situs iwxta aecclesiam sancti Leopardi (1); notizia che col-
lima —.quanto al suo valore topografico — con l’altra,
proveniente pure da una carta farfense, con cui tal Luci-
perto cede a Farfa una casa in Rieti: vi si menziona una
lerram nostram quam habemus suptus muros civitatis reatinae
iurta ecclesiam Sancti Leopardi (2).

La prima interpretazione che ci si presenta è senza

dubbio questa: che, cioè, questa terra e questo orto, insieme.

alla vicina chiesa di S. Leopardo, stessero sotto le mura della
città e fuori di essa. Ma poichè si tratta di una conclusione

per noi di grande importanza, occorre vedere — prima di
fermarci in essa — se altre per avventura non fossero pos-

sibili ed accettabili. ‘Anzitutto, l' espressione suptus muros ci-
vitalis va presa nel senso di fuori le mura, oppure dentro le
mura ed a piè di esse? La espressione suptus nei documenti
farfensi s'incontra — come è facile capire — assai di fre-
quente; e, senza pretendere di fare qui un elenco preciso
di tutti i passi in cui l'abbiamo, certo si è che nei docu-
menti riguardanti Rieti, il suo valore è quello di fwori le
mura della città.

Così, parlando dei mulini posti sul Cantaro, che in questa

zona occidentale era fuori la linea murale — come a suo .
tempo più dettagliatamente vedremo — i nostri documenti

hanno « suptus muros ipsius civitatis et suptus portam inte-

tedrale (NAUDAEUS, Tabularium ecc., pag. 46): « Venditio unius iunctae terrae cleri-
catus Matthaei Bucotii de Reate, clerici et beneficiati Ecclesiae S. Leopardi » ad
ann. 1449; nel noto processo della Inquisizione contro Paolo Zoppo si fa cenno della
chiesa di S. Leopardo e delle carceri ad essa vicine: « Item dixit quod aliquando.
etiam existens ad carceres S. Leopardi etc. » Bollet. cit., pag. 372.

(1) Reg. di Farfa, II, pag. 164.
(2) Reg. di Farfa, M, pag. 191-192, ad ann, 817.
312 G. COLASANTI

rocrinam » ecc. (1). Egual valore mostra avere questa espres-
sione, allorchè si tratta di case con orti, con spazi di terreno
libero, posti evidentemente fuori dell'abitato (2). Valore che
appare evidente in tutto il Regesto, il quale — quando ha
voluto stabilire una distinzione tra due località, poste l'una
dentro, l’altra fuori le mura — si è valso relativamente delle
espressioni intro civitatem e suptus muros civitatis ; oppure,

in luogo del primo modo di dire — e come piü preciso
contrapposto del secondo — si è valso della frase super

muros civitatis per indicare un sito entro la città (3). E fa-
cile comprenderne la ragione. Data la cinta murale me-
dievale, la quale girava. lungo i declivi del colle, le case
ed i fabbricati, racchiusi nel perimetro e distribuiti su di un
terreno che continuamente saliva fino alla sommità del colle,
potevano ben dirsi sopra le mura; mentre sotto le mura ap-
parivano gli altri, posti fuori della cerchia, in un terreno che
ovunque scendeva verso il piano.

Accertato così il valore della espressione suptus muros
civitatis, dai due documenti riportati in principio possiamo
concludere soltanto che questa terra e quest'orto erano fuori le
mura della città: ad essi, infatti, è principalmente connesso il
riferimento topografico del suptus.

Poichè non conosciamo il sito di questi terreni, è evi

(1) Reg. di Farfa, anno 937; III, 170, ad ann. 802-805, ecc.

i (2) « casas ... suptus muros civitatis reatinae ... et casam ... quae est posita ante
ipsam portam. Ipsas;casas cum hortalibus et curtibus etc. » Reg. di Farfa, II, 118-
119, ad ann. 786. — « Idest in primis portionem meam de casa ante portas civitatis
reatinae suptus muros » Reg. di Farfa, II, 139, ad ann. 801. — « ... terram suptus
muros civitatis reatinae quam habuimus suptus prata ». Reg. di Farfa, II, 148, ad
ann. 806. Cfr. pure Reg. di Farfa, II, 126-127; 131-132; 161; 164 ecc.

(3) « Et casam nostram intra civitatem. Seu terram suptus muros civitatis rea-
tinae quam habuimus suptus prata». Reg. di Farfa, II, 148, ove l'accenno ai prata
‘ci porta evidentemente fuori della cerchia. — « Et casam intro civitatem reatinam
cum terra vacua suptus muros civitatis etc. ». Questa notizia é contenuta nel do-

cumento stesso precedente e si riferisce. alla stessa donazione di beni: quel cum

quindi non va inteso nel senso di vicinanza, ma solo nel significato di insieme, cioè
di una semplice concomitanza. — « Unde ... recepimus in cambio ... casam infra ci-
vitatem ete.» Reg. di Farfa, II, 107. — « Casam nostram quam habemus super mu-
ros civitatis et turrem cum casa vetere ecc. » Reg. di Farfa, II, 190.
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. . 313

dente che, per servirci dei riferiti passi, occorre vedere se
il valore topografico del « suptus » va esteso anche alla chiesa |
dài S. Leopardo, di cui noi conosciamo la posizione. In una pa- : il
rola, S. Leopardo — come le terre lì presso — era anch’ esso : |
fuori delle mura? Anche qui — quantunque la interpreta- |
zione prima e più spontanea dei documenti ci porti a con-
cludere, come si disse che jS. Leopardo eU orto, vicini tra loro,
fossero entrambi fuori le mura — occorre, di fronte alla impor- |
tanza della deduzione, vagliare tutte le possibili interpreta- |
zioni. Potrebbe credersi, ad esempio, che soltanto l’orto e la
terra in parola si trovassero fuori le mura, e che la chiesa di
5. Leopardo stesse o dentro o presso le mura o sopra di
esse, ma sempre vicino alla terra ed all'orto. Nel primo
caso le inura cittadine andrebbero rintracciate ad est del
sito in cui conosciamo la chiesa predetta; nel secondo caso,
nel punto stesso in cui si trova S. Leopardo. Avremmo sem-
pre un certo dato topografico. Il guaio si è, però, che queste i
interpretazioni non sono in troppo buon accordo con l’aspetto
del terreno.

S. Leopardo sorge nel piano, a piè della collina; e, far
passare per esso o ad est di esso la cinta della vecchia
‘città medievale, non si può senza contravvenire ad un cri-
terio topografico generale e di gran valore. Ad W. di S. Leo- Wu
pardo il terreno comincia a salire, formando i declivi del il |
colle: é impossibile resistere alla eloquenza di questo fatto,
e tenerci più oltre lontani dalla prima interpretazione dei
passi citati, che sempre piü ci appare come la giusta e la
vera. Siamo in pieno accordo con un altro documento far- ill
fense dell'anno 1084, in cui l’imperatore Enrico IV giudi- i
cava di aleuni beni in favore del monastero di Farfa, se-
dendo nella chiesa di S. Leopardo, éuata civitatem reati-
nam. (1).

» (1) « Dum in Dei nomine iuxta civitatem reatinam prope aecclesiam sancti he-
leopardi in iudicio resideret etc.» Reg. di Farfa, V, pag. 83: Cfr. GALLETTI, Op.
cit., pag. 140 e segg.

94
314 G. COLASANTI

Con questa nostra graduale ricerca nella zona posta nel
piano, a’ piè dell'altura, noi abbiamo — avanzandoci len-
tamente verso quest’ultima — guadagnato un definitivo dato
topografico: che, cioè, la cinta murale della città, qual'era an-
« cora intorno al mille, va rintracciata ad W. della chiesa di
« S. Leopardo.

Siamo noi in grado di stabilire ad est di quale punto vada
rintracciata questa stessa cerchia perimetrale? Se ci riuscisse
determinarlo, noi potremmo fermare i limiti della zona entro
cui dobbiamo cercare le mura.

Evidentemente, se per stabilire il primo limite, ci siamo
valsi di località indicateci suptus muros civitatis reatinae,
per fermare il secondo dobbiamo valerci di località poste
intro civitatem, e possibilmente vicine alle prime. Di indica-
zioni topografiche, che si riportino a luoghi entro la città,
ne abbiamo parecchie e svariatissime in tutti i documenti :
in gran copia ne troviamo nelle carte anteriori al mille, che
per noi rappresentano lo strato storico-topografico più impor-
tante e prezioso (1). Si tratta, in genere, di acquisti o ces-
sioni di ease ed altri fabbricati da parte del monastero far-
fense. Ma poiché, nella determinazione dei confini, si adottano
termini topografici per noi incomprensibili, e quindi di nes-
sun valore, non siamo al caso di valercene per determinare
la esatta ubicazione di questi fabbricati o la relazione con
Ja cerchia murale entro la quale si trovavano (2). Cosicchè,

(1) Reg. di Furra, II, 90; 107; 190; 243; 244. III, 17; 53; 156; 186; 189 ecc. ecc.

(2) Ne diamo qualche esempio: « Casam nostram quam habemus super muros
civitatis et turrem cum casa vetere ». Reg. di Farfa, II, 190. — « Unde recepi a vo-
bis ... de rebus iuris monasterii vestri quas habetis intus civitatem reatinam, in
loco ubi dicitur praetorius etc. » Reg. di Farfa, III, 76. — « Unde recepi ego ... res
iuris monasterii vestri quae sunt intra ipsam civitatem vel de foris ... Hoc est
ipsum casalicium ... positum de uno latere iuxta muros civitatis, de alio latere
iuxta terram quae fuit cujusdam Trasonis. In uno capite terra quae fuit cujusdam
Formosae et in alio capite iuxta plateas civitatis ». Reg. di Farfa, III, 53. In que-
st'ultimo passo nulla noi eomprendiamo della vera posizione di questo casalicio,
nonostante i numerosi dati topografici.
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 315

la soluzione del problema avremmo potuto intravederla solo

incontrandoci nella menzione di qualche antico fabbricato,

che avesse conservata la sua ubicazione fino ai tempi sto-

rici: di qualche chiesa, ad esempio.

Orbene, in un atto di donazione dell'anno 192, con cui

tal Goderisio e tale Alda, di Rieti, offrono i loro beni a

Farfa, si ha menzione della chiesa di S. Giovenale: « Et

« portionem meam de aecclesia Sancti Iuvenalis intro Civi-

« latem cum dote sua de mea portione in integrum » (1).

Oggi, il titolo di S. Giovenale e S. Vincenzo, insieme, è
portato da una chiesa posta lungo Via Garibaldi, a destra di
chi viene da Porta d'Arce, sull'incrocio di detta strada con
Via S. Carlo. Però, la riunione dei due titoli è relativamente

recente, poichè risale alla metà del secolo XVIII: in tempi
anteriori questa chiesa ci appare sotto il solo titolo di S. Vin-
cenzo, come si desume dalla nota pianta del 1725 e dagli
scrittori locali, che di questa chiesa fanno menzione (2). Ed
il titolo di S. Giovenale, da quale chiesa era mai portato? La
citata pianta del 1725 — nel delineare l'isola del fabbricato,
in eui mette la chiesa di S. Vincenzo — pone, alla estremità
N.- W. della stessa isola, una chiesa di S. Giovenale. E poiché
le arterie stradali, grandi e piccole, di detta pianta corri-
spondono qui, come in genere altrove, alla distribuzione
odierna, il posto, assegnato a questa chiesa, corrisponderebbe
‘alla parte interna dell'angolo formato dalla Via dell’ Ospedale
e dalla Via Centuroni. Tale identificazione trova conferma e
nelle parole degli scrittori locali, anteriori al secolo XVIII,
| quali ci dicono che dietro la chiesa di S. Vincenzo, « dopo
alcune case è la Chiesa Parochiale di S. Giovenale, molto
divota e frequentata » (3); e nella persistenza del nome della

(1) Reg. di Farra, II, pag. 129.
(2) POMPEO ANGELOTTI così ne parla: « Alla destra (dell’attuale Via Garibaldi)
compare la Chiesa di S. Basilio della Religione di Malta e di S. Vincenzo ». Deserit-
tione ecc., pag. 50.
(3) P. ANGELOTTI, Descrittione ecc., pag. 50.
316 G. COLASANTI :

vecchia chiesa, nel punto in cui l' abbiamo detta situata. Non
può essere, adunque, dubbio alcuno su questo accertamento
topografico. Similmente, non è il caso di dubitare che la
chiesa di cui parliamo sia l'antichissima, dai nostri docu-
menti medievali continuamente citata (1). Orbene, se questa
chiesa di S. Giovenale dal riferito documento dell’anno 792
è detta « intro civitatem », vuol dire che la linea delle mura,
all’epoca del documento, va ricercata a settentrione e ad
oriente del sito di essa. E-poichè poco lontano da s. Giove-
nale, ad est, si trovava la chiesa di 5. Leopardo, che abbiamo
vista essere situata fuori della linea murale dell’ alto medievo,

cioè del tempo cui si riporta il documento riguardante S. Gio-

venale, è chiaro che noi abbiamo definiti i limiti entro i quali
occorre ricercare la linea del vecchio: perimetro. Il dato sto-
rico è quì in pieno accordo con il dato topografico poichè,
dopo il sito di S. Giovenale, il terreno lentamente declina:
comincia, cioè, il fianco dell'altura che a 5. Leopardo rag-
giunge il piano. Siamo in un terreno assai sintomatico e ca-
ratteristico per una linea murale, la quale — in quasi tutte
le città distribuite su di un’altura — tagliava di solito la di-
rezione più o meno scoscesa del pendio.

Tra la chiesa di S. Giovenale e quella di S. Leopardo,
in linea retta corrono un 80 metri: una maggior distanza con-
viene computare se si segue l'accidentalità del terreno. De
la chiesa di S. Leopardo, che era nel piano, si trovava fuori
della cerchia, non abbiamo ragione per ritenere che gli altri
punti li vicino, e posti anch'essi in un terreno eguale, aves-
sero una posizione diversa rispetto alle mura. Similmente :

(1) Tra le chiese urbane, elencate in una bolla di papa Anastasio IV a favore
della chiesa reatina, dell’anno 1153, si ha menzionata quella di S. Giovenale : « Ec-
clesiam sancti Iohannis ..., sancti Ruphi, sancti Iuvenalis ete. » ap. MICHAELI, Me-
morie Storiche ecc., II, pag. 206. Simile menzione incontriamo in una bolla di papa
Lucio II circa i confini della diocesi reatina, dell'anno 1182: tra le chiese urbane é
notata S. Giovenale: «... Ecclesiam S. Ioannis Evangelistae, S. Rufi, S. Iuvenalis,
S. Mariae etc. » ap. MIcHAELI, Memorie Storiche ecc., IT, pag. 271. REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 311

se la chiesa di S. Giovenale, posta su nell'alto poco prima
del declinare del colle, era dentro le mura, non abbiamo
ragione di dare una diversa assegnazione topografica agli
altri punti vicini, e posti anch'essi in un eguale terreno.
Quindi è che le conclusioni, raggiunte a proposito del terreno
posto tra S. Leopardo e S. Giovenale, possono estendersi an-
‘che ai punti vicini; e noi abbiamo così una zona larga un
80 metri (la distanza tra le due chiese riferite), la quale gira
per il fianco orientale del colle, e dentro i cui limiti va rin-
tracciata la linea perimetrale. Se noi non avessimo la pos-
sibilità di raggiungere qualcosa di più particolareggiato,
queste conclusioni ci offrirebbero certamente un dato per se
Stesso soddisfacente, e tale da ricompensare il nostro lavoro
di ricerca. Ma noi siamo in grado di fare ancora qualche
passo più avanti, e di giungere alla determinazione della
stessa linea perimetrale entro la zona stabilita.

In una estremità di quest'ultima, intorno al punto d’in-

erocio di Via Garibaldi con Via di Porta Conca — la tra-
dizione popolare ci conserva un nome di Porta Accarana
0 Carana, il quale — dato ad una località inclusa entro l'at-
tuale perimetro — non può assolutamente spiegarsi con le

odierne condizioni dell’ abitato, né con la linea della odierna
cerchia che si trova, lontano, verso oriente. L'idea di que-
Sta porta — contenuta nel citato documento toponomastico
— vien fuori da un altro documento dello stesso genere.
L'abitato, posto tra il sito in cui si localizza la Porta Ca-
rana e la Porta d'Arce, é detto dal popolo rione di Porta
Carana di fuori, cioè posto fuori Porta Carana; quello po-
Sto ad occidente del sito di Porta Carana, cioè da detto
punto nell'interno, verso l'alto, è detto rione di Porta Ca-
rana dentro, ossia dentro Porta Carana. Accanto a queste de-
nominazioni, esistono quelle — assolutamente identiche e pa-
rallele — di Porta Carceraria; Porta Accarana; Porta Car-
ceraria di fuori: Porta Accarana di fuori; Porta Carceraria
dentro; Porta Accarana dentro.

WT A in i AE n = E ni

Te
G. COLASANTI

Questi gruppi toponomastici tradizionali non sfuggirono
agli scrittori locali, i quali tuttavia. incorsero spesso in er
rori diversi quanto alla dichiarazione topografica ed etimo-
logica di essi. |

Prima dell aecenno datone dal Michaeli, il quale proba-
bilmente si era fondato su questo documento toponomastico
allorché parló di un' antica porta esistente in questo punto (1),
il Latini ne aveva così rilevata la esistenza: « Anche oggidi
« esiste la Contrada di Porta Carceraria dentro e Porta Car-
« Geraria fuori: ed è quel tratto di strada che giace fra
« la contrada di Porta Accarana e la Contrada di Porta
« d'Arci » (2). Ove, messo da parte l'errore di una iden-
tificazione della Porta Carceraria dentro nel punto in cui il
Latini malamente l’ha posta, facendola coincidere con la con-
trada di P. Carceraria fuori, la esistenza dei nomi (Porta
Accarana; Porta Carceraria fuori; Porta Carceraria dentro)
chiaramente appare. Senza qui fermarci agli scrittori che
non erano del posto, e probabilmente non dedussero da pro-
pria scienza ciò che registrarono (3) — Loreto Mattei co-
nosce anch'egli, nel sito a noi già noto, la orta Carana,

(1) « Da altro ponte nel tratto superiore del fiume si andava alla città pel sito,
ove in tempi posteriori fu la porta detta Interocrina ». MICHAELI, I, pag. 52.

(2) Memorie ecc., fasc. IV, cap. XVIII. SCHENARDI, Antiche Lapidiveatine ecc.,
pag. 84-85. )

(3) Il, VAN HETEREN rileva incidentalmente la « Porta Carceraria », ma aggiunge
xche essa era « detta pure porta Ss. Leonardi, porta d'Arci o degli Abbruzzi »! Bol-
let. cit., pag. 55. Per l'origine di questo errore vedi indietro, a proposito della 2«-
silica di S. Agata: — Il GUATTANI, Monumenti Sabini ecc., II, pay. 279, nota 4, conosce
una porta antica « d'onde é fama ch'entrasse (Ercole) trionfatore ed amplificatore delle
mura della Città e perciò detta anticamente Herculana, che oggi corrottamente chia-
masi Accarana ». Era « sotto la torre di S Basilio », op. cit., l. c., la quale chitsa si
trova presso il punto ove abbiamo identificato il nome di Porta Accarana. Altrove, il
Guattani nomina questa stessa porta; ci dice che « nella via urbica che conduce a
porta Accarana sta ancora in piedi una statua togata ecc. » op. cit., l.c. : è il Marmo-
Cibocco (una antica statua) che si trovava quasi ai piedi dell’ altura, lungo la Via
Garibaldi, cioé lungo la « via urbica » del Guattani. Porta Accarana stava quindi
più su; torniamo di nuovo nel sito solito. Le notizie del Guattani dipendono dallo
Schenardi, Antiche lapidi reatine ecc., pag. 84-86. REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA. ECC. 319

ove pone il primo ingresso della sua ipotetica cittadella (1), e
sotto la quale ci dice correre, nella sua estremità, ‘il Can-
taro, prima di gettarsi nel Velino (2). Pompeo Angelotti, nel
descrivere la via corrispondente all'attuale Via Garibaldi,
dopo menzionata la chiesa corrispondente alla odierna di
S. Giuseppe, salendo verso l'alto nota la contrada chiamata
Acarana, ove era situata una vecchia statua, detta Marmo-
Cibocco (3). La menzione di questa porta appare, infine, più che
mai esplicita nel Vittori, il quale parla senz’altro di una
Porta Accarana che si vedeva ancora ai suoi tempi (4).
Questa tradizione toponomastica, e sotto la forma Ca-

rana, Accarana, e sotto quella di Carceraria, risale — al di
là degli scrittori municipali — a tempi remoti. Un’antica

prescrizione, raccolta negli Statuti, ordina che uno dei luoghi
per il pubblico bando dovesse essere anche la Porta Carcera-
ria (D. Da un altro passo abbiamo cenno dell’abitato di
Porta Carceraria dentro e di Porta Carceraria fuori: tra i
buoni uomini, da scegliersi per Priores Civitat. Heat. ... de
qualibet porta, e due per porta cioè due per sestiere, allo
scopo di introdurre alcuni emendamenti nello Statuto, tro-
viamo « Ser Matteus Ludovici et Mannus Iacobi Liberati
« Por.Car. de intus : Antonius Iozi, et Matteus Martellonis Por.
« Car. foris » (6). E questa Porta Carceraria noi la seguiamo

(1) « Era il primo ingresso di questo recinto nella Torre ... detta Porta Carana
corrottamente, cioé Porta Hercolana ». Erario Reatino ecc., c. 85 e segg.

(2) « ... Si nasconde e coperto per tutta la strada di Porta Carana riesce a
S. Chiara dove ... se ne scorre ad unirsi finalmente col fiume Velino ». Erario Rea-
lino ecc., c. 91. Noi già conosciamo — ripensando all'antico aspetto del Cantaro —
quale era il suo corso coperto: corrispondeva precisamente al sito sotto il dosso
orientale dell'altura, dove abbiamo posta la Porta Accarana a cui il Mattei intende
riferirsi.

(3) Descrittione ecc., pag. 49.

(4) « Extat adhue Reati vetustissima Urbis porta quam Cives ... Accaranam
vocant » ms. cit., c. 115.

(5) « Et praedicti Praecones debeant bandire per loca consueta et. maxime ...
in Porta Carceraria etc. » Stat. di Rieti, I, 07.
(0) Stat. di Rieti, Additio I.
320 G. COLASANTI

su su attraverso i documenti della cattedrale reatina, fin verso
la metà del secolo XII (1). :

Mentre lo Statuto ed i documenti della cattedrale ac-
coglievano la forma dotta Carceraria, in documenti ad essi
contemporanei lo stesso nome entrava sotto una forma
che fin da ora noi possiam dire popolare e che, men-
tre da un lato richiama quella nota di Carceraria, si
mostra dall’ altro come l’ antecedente onomastico della
forma Carana, Accarana. Nel tante volte citato processo
della Inquisizione contro il Comune di Rieti, l' Inquisitore

— scomunicata la città — ordina il procedimento contro
i suoi magistrati. Tra i sei priori delle arti — corrispon-
denti ai sestieri della città (due per porta) — sono men-

zionati: « Angelutius Cistella de Porta Carcarana de foris,

Silvester d. Iannis de porta Carcarana intus ecc. » (2). Poi-

ché i rioni della città a quest' epoca erano sei, e degli altri
quattro noi. conosciamo sicuramente la posizione approssi-
mativa (3) a S., ad W. ed a N.-W. dell’abitato odierno (4), per
i due sestieri denominati dalla Porta Carcarana non resta
che l’abitato ad oriente ed a N.-E., ove proprio si estende la

‘zona che noi studiamo. E poichè, inoltre, la città allora —

(1) « Domus in Porta Carceraria » NAUDAEUS, Instauratio Tabularii etc., pa-
gina 34. « De uno casalitio, posito in porta Carceraria » ad ann. 1226, NAUDAEUS,

' pag. 13-14. « Instrumentum ... cujusdam domus, sitae in Porta Carceraria » ad ann.

1185, NAUDAEUS, pag. 3l. — « Casalicium unum, extra Portam Carcerariam » ad
ann. 1168, NAUDAEUS, pag. 33, ecc.

(2) Riportiamo il passo che serve nella discussione: « Sex Priores artium quo-
rum nomina sunt hec. Nardus not. Petri de Porta Romana desuper, Angelutius Ci-

‘stella de porta Carcarana de foris, Silvester d. Iannis de Porta Carcarana intus, Lau-

renzictus Berardi Laurentii de porta Romana desuctus, Ceo Stephani de porta Cenciola
de super » Bollett. cit., pag. 393; cfr. anche pag. 406, in cui l' Inquisitore pronuncia
Ia sentenza in contumacia contro gli stessi magistrati.

(3) Cioé di quelli di « Porta Romana desuper » e « desuctus »; « Porta Cezola
desuper » e « desuctus ».

(4) La esatta estensione delle denominazioni di questi rioni è quanto di più
complicato si possa immaginare. Però certi possiamo essere sulla loro determina-
zione topografica generale e — più che mai — sul loro riferimento originario alla
linea della antica cerchia, ove si aprivano le tre porte. Ma di ciò a suo tempo.
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 321

come oggi — si estendeva fino alla Porta d'Arce, questi due
sestieri erano contenuti entro i limiti della cerchia odierna,
cioè entro i limiti orientali, meridionali e settentrionali della
nostra zona. Entro questi stessi limiti, noi conosciamo già i
due altri gruppi di denominazioni — Porta Accarana, Porta
Carana ; Porta Carceraria de foris, intus — indicanti un’ unica
cosa: e dei quali, anzi, quello di Porta Carana ci richiama
perfettamente il gruppo onomastico di Carcarana, con le sue
speciali determinazioni di fuori e dentro, di cui sembra quasi
la traduzione volgare. Data questa coincidenza; data la sin-
tomatica somiglianza fonetica che intercede tra Carana e
Carcarana; data soprattutto la impossibilità di pensare a
due diversi riferimenti topografici per questi gruppi di de-
nominazioni (1), la prima e logica conseguenza è che il
gruppo onomastico Carcarana, con le sue speciali determi-
nazioni di fuorî e dentro, debba coincidere con quello di
Porta Carana con le sue due speciali determinazioni di fuor
e dentro. La comune origine dei due nomi avvalora maggior-
mente questa coincidenza topografica.

Di questa comunanza etimologica nessuno aveva fino ad
ora sospettato o, per lo meno, nessuno ne aveva date tutte le
ragioni e le spiegazioni. Gli scrittori locali, i quali non eb-
bero una conoscenza esatta del problema topografico reatino,
di fronte alle varie denominazioni Carana, Accarana, Carce-

raria, non seppero come regolarsi, ed in genere si perdettero,

nelle solite elucubrazioni per cercarne l’ etimo. Il nome
Carceraria non poteva essere di dubbia origine, ed il suo
riferimento a delle carceri, esistenti in questa località, ap-
parve assai probabile a qualche autore municipale (2). Ma

(1) Non si dimentichi che siamo sempre sulla stessa zona.

(2) Dopo aver rilevato questo nome di « Porta Carceraria » con quegli errori
altrove notati, il Latini aggiunge : « sarà stata poi chiamata Carceraria dalle pub-
bliche Carceri che forse un dì esistevano in queste vicinanze » "Memorie ece., fa-
seicolo IV, cap. XVIII. Egli però non ebbe sentore di documento alcuno, riferentesi
à queste carceri.
322 G. COLASANTI

Carana ed Accarana ? Ci furono coloro che tentarono spiegare
queste voci risalendo ad un Herculana e pensando al culto del
dio Ercole, cui la porta sarebbe stata dedicata (1). Altri si
rifecero da un nome Interocreana, che in realtà noi troviamo
— in epoche antichissime — in questa località (2), ma che
non ha nulla a che vedere con Carana (3). Chi avanzò questa
ipotesi fu il Vittori (4), seguito al solito da altri scrittori locali.
Ed anche quando si incominciò ad esporre dei dubbi intorno
a queste strane asserzioni, si misero fuori però altre ipotesi
non meno inaccettabili e strane. Cosi il Latini — scartata come
inverosimile la derivazione da Herculana, e più credibile
ritenendo esser questo nome un termine corrotto d' Intero-
creana (5), si domanda se questa porta non potesse essere stata
così chiamata « dal Palazzo di qualche ragguardevole fa-
miglia posto nelle sue vicinanze » (6). E poichè in una
bolla di scomunica di Papa Urbano IV contro Manfredi
(bolla esistente nell'Archivio della Cattedrale) e contro al-
cuni signori suoi partigiani, si nominano i’ Dominos Roc-
cae Acarine (T), il Latini penserebbe ad un ravvicinamento
tra questi due nomi. Si affretta però a dichiarare che il suo
è un semplice sospetto, poichè occorrerebbe dimostrare che
« la famiglia Acarini non solo era della Diocesi di Rieti,
« ma che di più aveva il suo Palazzo in questa città nelle

(1) Di ciò meglio parleremo a proposito dei supposti resti di questo tempio

di Ercole.

(2) Vedi più avanti questi numerosi documenti.

(3) Anche di ciò vedi più avanti.

(4) Nel riferito passo, in cui parla di Porta Accarana, aggiunge la possibilità
di una derivazione di questo nome da Interocreana: « nos Herculanam aut Intero-
creanam putamus », ms. cit., c. 115.

(5) Memorie ecc., fasc. IV, cap. XVIII.

(6) Memorie ecc., fasc. cit., l. c.

(7) Il documento, cui il LarINI allude (Memorie ecc., fasc. IV, Cap. XVIII) é se-
gnalato dal NAUDAEUS (Instavratio etc., pag. 11) : « Bulla. Urbani IV qua Ioa'nem de
Marerio, Pandulphum de Alabro nec non Dominos Roccae Acarini, sententiae ex-
communicationis latae contra Manfredum ... et complices subiacere denuntiat ».
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 323

« vicinanze di S. Leopardo » (1). E si potrebbero aggiungere
altre difficoltà: come quella di far derivare il nome di una
porta da quello di un casato, quantunque nobile; e l’altra,
derivante dall’ assoluto silenzio, che tutte le fonti locali ser-
berebbero intorno a questa illustre famiglia.

Al di là di tutti questi ipotetici ravvicinamenti onoma-
stici, noi abbiamo dei documenti abbastanza chiari per la
esatta risoluzione del problema. Accertata, infatti, la con-
temporanea esistenza in una stessa località dei tre nomi di
Porta Carceraria, Porta Carcarana e Porta Carana o Accarana,
non è difficile andare, con un trapasso fonetico, dalla prima
forma all’ultima, attraverso la seconda. Le carceri, che do-
cumenti medievali ci dicono esistite presso la chiesa di
S. Leopardo (2), diedero il nome alla porta che era 1i presso.

Questo nome, mantenuto nella sua forma dotta presso lo Sta-

tuto ed altri documenti, sulla bocca popolare divenne, da
Carceraria, Carcerana, ridotta a Carcarana, per assimilazione
fonetica della e atona all'a tonica, che per di più costituisce
il suono predominante nella parola. L'aplologia produsse Ca-
rana da Carcarana, mentre le quotidiane alterazioni nella pro-

nuncia e nel dialetto diedero luogo alla forma — legger-
mente alterata — di Accarana (Porta Accarana da Porta a

Carana?; a dalla forma Porta Carana, pronunciata unita,
si generò Portaccarana indi Porta Accarana?). In tal modo,
come della forma Carceraria noi abbiamo seguito il filone
fin nel lontano medioevo, anche della forma Carana, Acca-
rana, rintracciamo le vestigia nel secolo XIV allorchè essa
era viva nell’ uso popolare.

Resta, inoltre, stabilito che questo gruppo onomastico,

(1 Memorie ecc., fasc. cit., l. c. ;
(2) Nel citato processo di Paolo Zoppo si ha « quod aliquando etiam existens
ad carceres S. Leopardi, accepit unam canem etc. » Bollett. cit., pag. 372. Il ricordo
di queste carceri perdurò anche nei tempi posteriori. Lo SCHENARDI, Antiche la-
pidi reatine ecc., pag. 18, parlando della epigrafe C. l. L. IX, 4077, nota che essa
« giacea fra le macerie presso le antiche carceri del Comune ».
324 G. COLASANTI

nelle sue varie forme (Carceraria, Carcarana, Carana, Acca-
rana) trae origine da circostanze del tutto locali, si riporta
cioè alla vita popolare della nostra città.

Per l'età anteriore, i documenti di Farfa ci parlano di
una Porta Interocrina, importantissima: menzioni numerosis-
sime, le quali dal tempo in cui già si mostrano formate le
denominazioni volgari precitate, risalgono su su fino al se-
colo VIII, nel cuore dell’ alto medioevo. In una carta del
finire del secolo XI, Enrico IV riconosceva, tra l'altro, a
Farfa « aliud molendinum in fundo intedocrino, quod mala
fide possident filii Burrelli suptus porta intedocrina » (1): e
da allora in dietro si incontrano, ad ogni piè sospinto, dei
riferimenti a questa porta reatina (2).

Di questa Porta Interocrina gli scrittori locali ebbero
una idea indeterminata o inesatta. Dopo il Vittori —- che,
pur spiegando il nome Accarana. con un antico Intero-
creana, (3) parve risalire alla primitiva denominazione, senza
peraltro aver conosciuti i relativi documenti, ma solo lavo-
rando sul nome esistente ancora al suo tempo — coloro che
seguirono, e che ebbero in qualche modo sentore del nome
medioevale (4), non seppero se rimanere nella identificazione
del Vittori, oppure porre questa porta lungo il fiume, a monte
dell'odierno passaggio, sopra un diruto ponte. Così, il Latini
fa buon viso alle parole del Vittori, che gli sembrano più

(1) Reg. di Farfa, V, pag. 83, ad ann. 1084; Cfr. GALLETTI, [Memorie ecc., pa-
gine 146 e segg.

(2) I passi del Reg. di Farfa, V, pag. 14, ad ann. 1073; IV, pag. 27, ad ann 1011;
III, pag. 186, ad ann. 1008; III, pag. 28, ad ann. 878; II, pag. 170, ad ann. 802-805 ;
II, pag. 128-129, ad ann. 792; V, pag. 215, ad ann. 791 ecc. li abbiamo già altrove ri-
portati. Altre menzioni, riferite però a località entro la cerchia ma sempre presso
la porta suddetta, abbiamo qua e là: « Intra civitatem reatinam ad portam inte-
rocrinam ». Reg. di Farfa, III, pag. 186-189, ad ann. 1008. — « Intus civitatem rea-
tinam prope portam Interocrinam ». Reg. di Farfa, III, 70, ad ann. 962, ecc. ecc.

(8) Cfr. ms cit., c. 115: il passo lo abbiamo già riportato.

(4) Per opera sopratutto del GatLETTI, Memorie di Tre chiese ecc., pag. 65;
146 e segg. TUE
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 925

credibili (1); e con lui è il Michaeli, pur nella sua indeter-
minatezza (2); mentre qualche altro non sa totalmente esclu-
dere la possibilità della seconda ubicazione (3).

Si tengano bene presenti i documenti altrove riferiti.
Il nome stesso Interocrina (da Interocrium); la località ad Arci,
che sarebbe stata fuori di questa porta; la posizione del Can-
taro, il quale dal documento farfense IV, pag. 27 ann. 1011
«si desume che scorreva fuori di questa porta, ci fan conclu-
dere anzitutto che la Porta Interocrina si trovava nella estre-
mità orientale dell'abitato cittadino vero e proprio.

Riflettendo ai passi riferentisi a’ mulini posti nel corso
del Cantaro, e richiamando alla memoria quanto in riguardo
abbiamo altrove detto, è facile dedurre che il nesso topo-
grafico, dai nostri documenti posto tra i mulini e la Porta
Interocrina, si risolve in sostanza in un nesso topografico tra
questa porta ed il corso del Cantaro: come in parte ab-
biamo già accennato. Se, allorchè questi documenti hanno
foris portam interocrinam, non è possibile farsi un concetto
sulla posizione di quest’ultima, poichè i mulini ed il Can-
taro sarebbero stati sempre fuori la porta, tanto supponendo
quest’ ultima li vicino, tanto supponendola più lontana; per
contrario, allorchè — sempre intorno ai mulini — si hanno

(1) L'A, propende a credere Accarana « piuttosto un termine corrotto d' Inte-
Tocreana », ms. cit., IV, XVIII.

(2) Il MicHaELI sa che da un ponte a monte dell'odierno si « andava alla città
pel sito, ove in tempi posteriori fu la porta detta Interocrina ». Memorie Storiche
‘ecc., I, 52: ma non aggiunge altro sul sito di essa.

(8) Richiesto da Niccolò Persichetti, il prof. F. Agamennone (autore di alcuni
« Brevi cenni sulla città di Rieti ecc. » già menzionati) rispondeva, sul sito della
P. Interocrina, così: « La Salaria usciva da Rieti dalla porta Interocrina, che era
sulla destra del fiume e che non era al certo l’ odierna porta d’ Arci. Alcuni vo-
gliono che la porta Interocrina fosse quasi testa del ponte sul Velino, che ora piü
non esiste ma che era parecchi metri sopra al ponte odierno.... Altri vogliono che
la Salaria percorresse nel bel mezzo della città e che la porta Interocrina fosse po-
sta nel punto stesso dove poi la si disse, nel medio evo, porta Carceraria; cioè al
declivio della Piazza Comunale al borgo Erculana corrotto poi in Accarana », ap. N.
PERSICHETTI, Viaggio Archeologico sulla Via Salaria nel Circondario di Cittaducale,
ecc., pag. 34, nota 1.
26 G. COLASANTI

dI

indicazioni di questo genere suptus portam interocrinam (R.
di F. II, 170; III, 186 ecc.) o ante portam interocrinam (R. di
PF. II, 128-129; IV, 121; V, 215 ecc. ecc), noi abbiamo de-
terminazioni sempre meno generiche e topograficamente piü

ristrette. La prima indicazione — poichè già conosciamo
il valore del suptus — ci fa rintracciare detta porta sopra

l'estremo corso del Cantaro; la seconda ce la indica di rim-
petto a quest ultimo. |

Dobbiamo più oltre tenerci lontano dall’ unica e lampante
conclusione, cioè dalla identificazione topografica di questa
Porta Interocrina nell’ unica grande porta ivi additataci da’
documenti medievali (P. Carceraria)? Non è neppure il
caso di esitare, anche perchè non è possibile ritenere la esi-
stenza di più porte in questa località. I documenti, che ci men-
zionano la Porta Interocrina, sono le carte farfensi, le quali
non fan mostra di conoscere altra denominazione: essi inoltre
risalgono fino all’ VIII secolo, allorquando la tradizione to-
ponomastica classica (che del resto visse ancora per molto)
era ancor verde nell'animo e nella mente di tutti. Noi cre-
diamo quindi — riconfermando, anche per questo caso, il va-
lore in cui teniamo i documenti toponomastici anteriori al
mille — di aver rintracciato per il nome della porta orien-
tale il filone classico, e di avere nel tempo stesso assolto il
primo nostro compito, che era quello di assodare la persi-
stenza e l'antichità della tradizione toponomastica intorno a
questa porta Carana. La sostituzione della primissima deno-
minazione, mediante il secondo gruppo onomastico protrat-
tosi fino ad oggi, è un fenomeno che si ricollega ad un altro
piü vasto e generale. |

Il.nome di Porta Interocrina, di fisonomia e di sapore
cosi classico, lo troviamo tra tutta una serie di altre denomi-
nazioni locali, le quali ci appaiono come il residuo di un. vec-
chio mondo che lentamente scompariva: gli è che, man mano
che noi ci avviciniamo al mille, la veste classica della no-
stra Italia sensibilmente e. completamente si cambia. Gli ele-
Rae

abi

REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 327

menti della nuova vita, della nuova società e della nuova
cultura germogliano su di un terreno, che non è più il
sacro suolo calpestato e ricoperto dal turbinio delle inva-
sioni e dalla violenta convivenza di stirpi barbare e di-
verse. Dopo il mille, quando la fusione di questi elementi
fino allora cozzanti può dirsi compiuta, entro le vecchie città
murate cominciano gli albori della nuova vita cittadina: e,
con la vita borghese, si delineano nuove denominazioni, che
fan dimenticare quelle preesistenti. Tutto un complesso di
nomi, sbocciati daile consuetudini della vita locale.

Nel Comune reatino, che all'incirca verso questo tempo
si andava formando (1) vediamo apparire le prime iurande,
costituite tra gli abitanti intorno alle porte. A questi artieri
e piccoli commercianti, la porta orientale, intorno a cui abi-
tavano, più che nella forma classica, era nota nella volgare
denominazione, legata alla esistenza delle carceri: i loro se-
stieri presero anzi da essa il loro nome, e si dissero di
Porta Carcerana di fuori e di Porta Carcerana di dentro. En-
trati a far parte della vita politica del Comune, i sestieri
della città mantennero inalterati i loro nomi originari anche

quando ampliato l'abitato e scomparsa la vecchia cerchia
e, con essa, le vecchie porte — le antiche denominazioni

non avevano più alcuna ragione topografica di essere. Ri-
mase così annidato in questi residui onomastici il loro signi-
ficato originario, sussidio preziosissimo per risalire all’ antico
Stato di cose.

Nelle vicende del fabbricato, lo schema architettonico
della porta doveva certamente scomparire, e scomparve: ma
non siamo tuttavia al punto, che non si possa rilevare qual-
che sicuro documento del sito preciso ove essa si apriva.

Poichè abbiamo messa. in rilievo. la tenacia dei docu-
menti toponomastici riferentisi a questa porta, è naturale

(1) Bollett. di St. Patr. per UV. Umbria, anno VII, fasc. IIT, vol. VII: A. BELLUCCI,
Sulla Storia dell'antico Comune di Rieti, pag. 391 e segg.
in ipsa turre etc. » si ha nel Reg. di Farfa, III, pag. 189.

398 G. COLASANTI

che un primo dato sul sito di questa dovremmo averlo
nel punto ove le due denominazioni di Porta Carana fuori e
Porta Carana dentro si incontrano. Ma ognun vede quanto
dubbio affilamento possa dare da sola una simile prova, de-
sunta da nomi, i quali, se conservano la sostanza, non pos-
sono a rigore testimoniare esaurientemente per questioni
così particolari. Onde la necessità di provvederci di altre
documentazioni.

Gli scrittori locali parlano qua e là di una vecchia co-
struzione a mo’ di torre, esistente nel sito di Porta Carana.

Già il Guattani aveva fatto cenno di una forre di S. Ba-
silio (1) nella contrada Accarana (2) in pieno accordo con
il Mattei, che ai suoi tempi potè parlare della « Torre già
fortissima, hoggi smantellata, detta Porta Carana » (3). In
questo sito una torre ci è indicata da un remoto documento
farfense dell’anno 1008, in cui si accenna ad un placito te-
nuto « intra civitatem reatinam ad portam interocrinam in
ipsa turre (4) » e da qualche altro documento dello stesso
genere (5).

Il dato archeologico integra perfettamente questi docu-
menti di carattere storico.

Nel sito, a cui ad un dipresso accenna riferirsi il dato
toponomastico con il punto di divisione dei nomi dei due
sestieri cittadini, poco sopra l'incrocio di Via Garibaldi con
Via di Porta Conca, già una prima ispezione esterna ci aveva
mostrati dei grossi blocchi parallelepipedi, non sopraffatti
completamente dal fabbricato moderno. Spronati da legit-
timo sospetto, proseguimmo la indagine e, nella corrispon-

(1) Monumenti Sabini ecc. II, 279 nota 4. La Chiesa di S. Basilio si trovava li
presso. Vedi indietro.

(2) Idem.

(3) Erario Reatino ecc., c. 85 e segg. ì

(4) Reg. di Farfa, III, pag. 186. Cfr. GALLETTI, Memorie ecc. pag. 120 e segg.

(5) La stessa indicazione « intra civitatem reatinam ad portam interocrinam

I IAT PITT 0
. dente parte interna dello stabile, di proprietà della signora

RÉATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 329

fossi, verificammo la esistenza di una costruzione quadran-
golare di circa metri 8,00 di lato, formata di blocchi aventi
le dimensioni degli altri già altrove notati. Non ostante qual-
che insignificante rifacimento posteriore, fu facile persua-
derci di aver che fare con la parte inferiore di una torre
di cinta. Lo schema architettonico della base è stato sinto-
maticamente mantenuto anche nel rifacimento posteriore:
la nuova costruzione, dovendo sovrapporsi a quella demo-

lita, ne segui necessariamente la linea delle fondamenta e.

dei ruderi non del tutto caduti, e ne risultò un fabbricato a
torre quadrata. La posizione topografica e l'aspetto di que-
sto materiale architettonico non permettono di esitare circa
la identificazione di questi residui con la vecchia torre di
Porta Carana, dai documenti locali largamente citata. Di
simili torri di difesa sulle porte, noi ne incontreremo lungo
l’antica cinta, come ne incontriamo lungo la cinta che venne
a sostituire l’altra: gli è che erano consigliate da una im-

pellente necessità.

Dopo ció, e dopo la identificazione di questi residui ar-
chitettonici, noi abbiamo, si puó dire, raggiunta anche la
identificazione topografica della Porta Carana o Interocrina,
alla cui guardia si ergeva il torrione. Ma in qual punto pre-
cisamente la porta si trovava? A nord o a sud del torrione?
Se abbiamo bene interpretate le parole del Vittori, tracce
di essa dovevano vedersi nel secolo XVI (1); ma il nostro
autore non si dilunga troppo in particolari topografici. Ri-
spetto alla posizione de la vecchia torre, la distribuzione del-
l'abitato oggi è tale, che a sud di essa sale, rasentando i
residui della costruzione, la Via Garibaldi; mentre nell’ op-
posto lato settentrionale della torre stessa l'abitato, più o
meno interrotto da spazi messi a giardino, non ha però alcuna

(1) È il noto passo: « extat ad huc Reati vetustissima Urbis porta quam Ci-:

Ves ... ACcaranam vocant » ms. cit., c. 115.

22
330 * G. COLASANTI

via di comunicazione tra il basso e l'alto, né serba tracce di
comunicazioni scomparse, per buon tratto fino alla chiesa di
S. Giovanni di Dio. :

Se si considera che lo stato attuale,in questo punto, ri-
sale ad epoche lontane, non conoscendo noi uno schema
stradale che inverta o che in qualche modo alteri quello
odierno, non si stenterà a concludere che il posto della porta
debba esser ricercato lungo la Via Garibaldi, che fin nel
medioevo ci appare come la importante arteria di comuni-
cazione lungo il dosso orientale dell'altura.

Con la determinazione topografica della Porta Accarana
o Interocrina, noi abbiamo anche accertata la linea murale,
in cui questa porta si apriva: la vecchia cerchia in questo
tratto si stendeva, adunque, lungo i fianchi del colle, se-
guendoli naturalmente anche verso nord e nord-ovest. Im-
mediatamente vicino alla torre non ci è stato dato di rin-
venire delle tracce perimetrali, che però sono evidenti più
su, di fronte quasi alla chiesa di S. Giovanni di Dio: consi-
stono in un tratto murale, a cui è addossata una costruzione
a forma di torre. Il tratto murale, distribuito lungo i dossi
dell'altura da S.-E. verso N.-W., offre circa m. 2,830 di lun-
ghezza per circa m. 3,50 di altezza, e nel suo mezzo è pra-
ticata una porta di costruzione posteriore. La costruzione a
forma di torrione appare con materiale antico soltanto nella
sua parte inferiore, ed è visibile solo nel suo lato occiden-
tale, negli altri punti essendo coperta da fabbricati recenti.
Il lato visibile mostra una lunghezza di circa metri 6,00 e
mantiene il materiale antico per circa metri 3,50 di altezza:
nel suo mezzo si nota una porta rettangolare. Internamente,
si conserva la forma quadrangolare con residui di vecchio
materiale, che appaiono qua e là Tutto Il fabbricato è di
proprietà della famiglia del fu Luigi Olivetti. Sempre sulla
stessa linea di questi ultimi residui architettonici, ma più
verso occidente, sotto le cantine dell’ Ospedale cittadino,
e nel punto in cui l’abbiamo delineato sulla pianta, si osserva
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 931

un tratto murale, di grossi blocchi parallelepipedi. Misura
metri 12,00 di lunghezza per circa metri 450 di altezza;
è disposto da oriente ad occidente e mostra qua e là dei
piccoli rifacimenti posteriori. Dietro questo primo tratto,
circa metri 5,00 più dentro, ed al livello di circa mezza al-
tezza del tratto descritto, abbiamo osservati alcuni blocchi
antichi, spersi e sopraffatti dalla costruzione posteriore, ma |
che van forse considerati come miseri avanzi di un tratto | |
murale scomparso. Tanto più che sulla loro continuazione,
più verso ovest e sempre nei sotterranei dell’ Ospedale, si

osserva un altro tratto di forte costruzione, della lunghezza “nl

di metri 3,40 per metri 3,00 di altezza: esso mostra tracce i di

di rifacimento posteriore.

Osservando bene la distribuzione planimetrica di questi
tratti murali, vien fatto di vedere le tracce di uno schema
di costruzione che richiama quella di fronte alla chiesa di
5. Giovanni di Dio. La linea posteriore ci si mostra per la
linea murale, a cui era forse appoggiato un torrione del quale
non resta che il lato anteriore: i m. 5,00 di distanza tra
i due tratti non differiscono molto dallo spessore dell’ altro
torrione già esaminato. Questa nostra intuizione, oltre che
da tali riscontri, può essere suffragata anche dal criterio i dual:

{
analogico: poichè, di quando in quando, lungo l'antica cer- | il
. Ghia, noi incontreremo costruzioni simili, in parte mantenute | I!
ed in parte scomparse. LM

Tutte le costruzioni fin qui notate (la torre di Porta. Ca-
rana; il tratto avanti la chiesa di S. Giovanni di Dio; i
tratti sotto l'Ospedale) risultano di un materiale identico

per qualità, per forma e per dimensioni: sono cioè blocchi i
in calcare vivo, parallelepipedi e squadrati, di lunghezza li

varia (m. 0.90, 1.20, 1.30, nei tratti sotto l' Ospedale fino a
m. 1.90) ma di altezza quasi costante (m. 0.60).

Questo materiale, cosi caratteristico per le mura di cinta
delle nostre città, in quale precisarelazione topografica si trova
con la linea delle mura reatine dell'alto medioevo? Coinci-
399 G. COLASANTI

dono esattamente le due linee? O qualche piccolo divario
esiste ? A prima vista, una risposta affermativa alla prima
domanda ci sarebbe poco consigliata, e dalle notizie che ab-
biamo intorno alle continue peripezie, tra cui l’abitato cit-
tadino fu più di una volta pressochè distrutto (1); e dalla
mancanza di peculiari documenti sulle vicende della vec-
chia cinta, nella cui parte presumibilmente conservata —
anzi — tutta una serie di indizi manifesta rifacimenti po-
steriori (porte aperte nelle pareti murali; blocchi aventi
qualche breve iscrizione capoversa, come nella torre, avanti
la chiesa di S. Giovanni di Dio, ove si legge, rovesciato,
€. CALVIVS (2) ecc.).

Ma se si considera, tra l’altro, che senza ritenere una vera
e propria coincidenza tra i resti rilevati e la vecchia cerchia,
il mantenimento, entro l’abitato odierno, delle costruzioni a
torri (che evidentemente furono riedificate sui tradizionali
schemi preesistenti) difficilmente si spiegherebbe, tale coin-
cidenza finisce con il raccomandarsi, direi quasi con l’ im-
porsi da sè. Coincidenza, beninteso, topografica, e che esclude,
a nostro credere, la continuità della vecchia costruzione. In
ogni modo, poichè — accertata la ubicazione della Porta
Interocrina — la linea murale deve esser condotta presumi-
bilmente per un terreno sempre adatto, cioè lungo i fianchi
del colle ed entro la zona fin da principio determinata, il
divario, se lo si vuole ammettere, non può essere che di
qualche metro.

(1) Le relative notizie sono raccolte presso il GALLETTI, Memorie ecc., pag. 126;
e si riferiscono a vari anni, 1148; 1201; 1227; 1356 ecc. Il MicHAELI, II, 172 racconta
che Ruggero I, presa Rieti, « volle distrutta la città, facendovi appiccar fuoco da
ogni parte »; cfr. DESANCTIS, pag. 111. Un altro documento, dal Michaeli raccolto,
parlando del terremoto del 1298 dice: « In eodem tempore fuerunt terraemotus per-
maximi apud Reatem ... et multas turres Civitatis ruere fecit » III, pag. 60, nota 2,
ove si direbbe proprio della rovina delle vecchie mura di cinta. Cfr. anche Mon.
Germ. Hist., SS. XIX, pag. 267-268.
(2) C. I. L. IX, 4710.
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC.

5tabiliti ed accertati così i vari residui dell'antica linea pe-
rimetrale, un tratto di penna, che dal punto della Porta In-
terocrina vada — sempre seguendo il fianco del colle —
per i resti esaminati avanti la chiesa di S. Giovanni di Dio
e sotto l'Ospedale, dovrà darci ad un dipresso la linea pe-
rimetrale quale essa era poco dopo il mille. Oltre l’ Ospedale,
cioè verso ovest, resti perimetrali veri e propri non esi-
stono, tranne blocchi sporadici dispersi per i giardini fuori

del loro posto originario. Ma una costruzione moderna a mo’

di torre, che appare nel fabbricato del palazzo dei signori
Stoli, e che la costruzione posteriore non è riuscita comple-
tamente a cancellare, ci indica la continuazione della linea
murale da questa parte: tanto più che, oltre ad essere sem-
pre nel fianco del colle, ci troviamo sulla continuazione oc-
eidentale della linea perimetrale già determinata fino al-
l’ Ospedale.

L'areo di circolo, che in tal maniera la vecchia linea
murale descriveva dalla. Via Garibaldi all’ angolo S.- E. di
Piazza del Leone, presso il monastero di S. Paolo, trova una

eorrispondenza nella antica strada interna — cioè l'attuale
Via Centuroni — che, seguendo la linea murale, ne ripro-

duce l'andamento in questo tratto.

999
G. COLASANTI

afo ate


Avanzandoci ora verso occidente, passiamo a rintrac-
ciare l'antica linea perimetrale nella seconda zona in cui
| abbiamo diviso l'abitato; limitata cioè a settentrione e ad
ili W. dalla odierna cerchia, a partire dalla stazione ferroviaria
2M Si fino al corso del Velino, sotto S. Domenico; a sud, dalla
| | linea di questo fiume fino al Palazzo di Giustizia, indi dalla
Il i Via Cintia fino alla Piazza Vittorio Emanuele; ad est, dal
i limite occidentale della prima zona già studiata.
| | | : In questo spazio, di forma rozzamente rettangolare, lungo

| circa m. 680 per m. 250 di larghezza, la configurazione del ter-
28 reno — che si lascia facilmente rilevare facendo astrazione
JI dall'abitato — richiama l'aspetto topografico della prima
Il : zona, salvo, beninteso, alcuni divari altimetrici. Dall'alto di
i| il Piazza Vittorio Emanuele si scende, piuttosto ripidamente,
| verso Piazza del Leone e lungo la Via Pennina, ove l'abi-

——— -——-

tato non é riuscito a dissimulare la natura scoscesa del ter-
reno; più dolcemente si procede verso la estremità occiden-

ill tale, lungo la Via Cintia, ove l'antica scabrosità, del colle
MI il fu eliminata per le esigenze della viabilità. Seguendo il pro-

| | filo di quest'ultima via, la quota altimetrica, che a Piazza
IE Vittorio Emanuele è di m. 406,85, scende a m. 401,25 sotto
ul . l Arco del Vescovo; a m. 397,06 sotto casa Ciaramelletti ed a
| m. 392,08 a Porta Cintia, estremo limite dell'abitato.

Salvo piccoli divari, quasi allo stesso livello della Porta
| Cintia si trova tutta la zona posta ai piedi dell'altura cen-
il trale, tra questa e le mura. Così, dalla porta suddetta si va
l- ii nel punto in cui Via S. Agnese s'incrocia con Via Cintia, ove
| | Si ha una quota di m. 394,20, e di li a Piazza del Leone
——

REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 335

ove si ha una quota di m. 394,61. Questo aspetto del ter-
reno — se si eccettuano piccole modificazioni qua e là intro-
dotte (lungo Via Cintia, per esempio) — corrisponde in ge-
nere à quello dei tempi anteriori.

In questa zona l'abitato è oggi variamente distribuito.
Il suo maggior nucleo si trova nell'alto, lungo cioè la Via
Cintia; lungo questa stessa strada fino alla porta omonima;
e finalmente nel basso quasi presso la cinta murale. Per
contrario, lungo il fianco dell’ altura, e quasi ovunque ai
piedi delle mura prevalgono spazi disabitati, la cui esten-
sione — nelle altre parti limitata — diviene maggiore nella
estremità occidentale, intorno a S. Domenico.

Le arterie stradali, in cui è distribuito l’ abitato di que-
sta zona, richiamano — nella loro linea generale — lo schema
stradale della prima. Anche qui, infatti, a nord dell’ arteria
principale (rappresentata dalla Via Cintia) si aprono, in tre
lunghe linee rette, le arterie secondarie, unite — nella loro
estremità occidentale — dalla continuazione della Via Cintia.

Nella Piazza Vittorio Emanuele e lungo Via Cintia si tro-
vano i più importanti fabbricati, tra cui spiccano per impor-
tanza storica — il Palazzo Municipale, lY antica chiesa di
S. Giovanni in Statua, il Duomo con l’ Episcopio, la chiesa di
S. Giovanni Battista. Verso Porta Cintia, a destra, si nota la vec-
chia chiesa di S. Donato; a sinistra, l'antico convento — oggi
abbandonato — di S. Domenico: tutta la strada raggiunge
uno sviluppo di circa m. 500.

Ai piedi dell’ altura, a nord del primo tratto di Via Cintia,
si trova Via di S. Agnese che dall'incrocio con la Via Cintia
va ad oriente fino al Seminario, presso Piazza del Leone, per
una lunghezza di circa 360 metri. Lungo essa, quasi a metà,
si trova la chiesa di Sant'Agnese con il suo storico monastero.

Oltre questa strada, verso settentrione, si apre la via
Terenzio Varrone, che può dirsi la migliore strada dell abitato
posto nel piano e tra le più cospicve della città. Note-

voli sono i fabbricati che la fiancheggiano, tra cui merita

E AEREA


336 i G. COLASANTI

menzione l'antica chiesa di S. Scolastica, con l annesso mo-
nastero, oggi abbandonato, a destra di chi va verso Piazza
del Leone, ove la detta strada ha termine dopo aver per-
corso circa 400 metri dal punto d'inerocio con la Via
Cintia. Questa Piazza del Leone costituisce la più grande
largura entro l’abitato, dopo la Piazza Cavour nel Borgo: è
un grande spazio quadrilatero di 80 metri di lato, ridotto in
gran parte a pubblico giardino, e fiancheggiato da fabbri-
cati assai importanti, come il Seminario ad W. e il mona-
stero di S. Paolo nell'angolo S.-E. Nel lato meridionale la
piazza comunica, per due vie, con l'alto: mediante una strada
con forte pendenza, lungo la quale si osserva più di un re-
sto delle antiche costruzioni a blocchi parallelepipedi (Via
della Pescheria) e mediante una strada sostenuta da una
specie di rampa, di recente costruita a S.-E.

A settentrione della linea Via Terenzio Varrone-Piazza
del Leone, l'abitato si fa ad un tratto assai povero, conti-
nuando così una condizione di cose dal Latini rilevata circ:
un secolo fa (1): esso è distribuito lungo le due vie, di
Mezzo e di S. Liberatore, senza offrire nulla di molto notevole.
Lo sviluppo di queste due vie parallele — che, dall' incontro
con Via Cintia ad W., arrivano a Piazza Umberto I, che
le limita ad E. — è di circa metri 460, La via di S. Libe-
ratore, lungo e presso le mura, non ha quasi abitato: da que-
sto lato è notevole solo la chiesa di S. Liberatore, da cui la
strada derivò il nome.

Proprio di fronte a questa chiesa termina la Via Pen-
nina che, dalla Piazza Vittorio Emanuele, per i declivi ripidi
del colle giunge al piano, ove taglia Via S. Agnese, Via Te-
renzio Varrone e Via di Mezzo, sboccando in Via S. Libera-
tore. La sua linea é parallela a quella della estremità infe-
riore della Via Cintia e raggiunge circa i 250 metri.

(1) « Il fabbricato ... della via di Mezzo e di S. Liberatore da Porta Cintia a
Porta Conca, è assai meschino ece. » Memorie ecc., fasc. II, cap. XIII.
MÀ pure cm]

REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 991

Lungo la linea murale, che limita questo moderno abi-
tato e che solo qua e là mantiene misere tracce della vec-
chia costruzione, si ha una sola porta, la Porta Cintia,
accanto alla quale nei tempi passati altre minori ne esiste-
yano, oggi chiuse o completamenle scomparse.

— Porta Cintia si apre all'estremità della via omonima e
— a differenza delle altre porte già descritte — ha perduto
il suo vecchio aspetto; poichè nel rifacimento odierno, di-
visa in due l’antica apertura, è risultato un ingresso fian-
cheggiato da costruzioni a torre. Questa porta ha notevole
importanza nei documenti medievali. Menzionata in non
poche carte segnalateci nell’ Archivio della Cattedrale rea-
tina (1), essa ci appare, negli Statuti, vigilata da portonar?i eletti
dai Priori della città (2). Indicataci nel sito stesso dai nostri
documenti cartografici del cinquecento, del seicento e del
settecento (3), ad ogni piè sospinto essa trova menzione presso
gli scrittori locali, che a lungo disputarono circa la origine

(1) In documenti del secolo XIV si parla di domos positas in Civitate Reatina,
in Contrada Pontis, seu Portae Zinzulae. NAUDAEUS, Instauratio etc., pag. 63. Altre
menzioni si riferiscono ad un tempo posteriore (sec. XV): « emptio domus sitae in
Porta Cinthia etc. » NAUDAEUS, Istauratio etc., pag. 58.

(2) « Ad Portam vero .. Cinzolae deputentur (Portonarii) per dominos Priores
ete. » Stat. di Rieti, I, 135. Altrove (IIII, 33) si ha: « Item faciat reparare viam a
Porta Giunciula etc. ». — Circa la identità topografica della porta odierna con quella
menzionata da questi documenti non è neppure il caso di dubitare. Il nome della
Porta ci appare, nei documenti, sotto forme diverse (Zinzula, Cinciula, Cinthia ecc.) s
ciò fece sì che qualche scrittore locale — pur sospettando che in fondo si dovesse
trattare di un'unica porta — credesse tuttavia alla possibilità di riferire queste de-
nominazioni a porte diverse: « Sarei di opinione — scrive il Latini — che la Porta
Cinzola fosse lo stesso che Porta Cinthia, chiamata Cinzola con termine corrotto. ...
Ma io non azzardo come certa questa mia congettura perché nello stesso Municipale
Statuto (I, 75) si nomina espressamente Porta Cintia, Portae Cintiae de suptus: lo
che impedisce di confondere Porta Cintia con Porta Zinzola ». Memorie eco., fasc. IV,
eap. XVIII. Ma, all'infuori di questa ipotetica prova — fondata sulla ignoranza dei
documenti, che ci offrono le varie forme del nome in questione — il nostro autore,
non adduce altra documentazione di quanto dice.

(3) Nella tela della prima metà del sec. XVI é indicata — nel sito odierno —
P. Cintia. Il Piccolpasso, nella pianta planimetrica, ha P. Cencia : e P. Cintia tro-
viamo di nuovo sia nello schizzo planimetrico del Mattei, che nella Pianta del 1725.
338 G. COLASANTI

del suo nome (1), e che ne posero in rilievo la notorietà e
l’importanza.

Accanto alla Porta Cintia, tra essa ed il fiume, il rife-
rito passo dello Statuto (III 31) pone una porta Sancti Apo-
stoli (2), la cui denominazione va evidentemente congiunta
alla chiesa di S. Apostoli, sita presso S. Domenico. Data la
scarsezza del caseggiato in questa estremità occidentale, e
data la mancanza di un nucleo abitato fuori. le mura da
questa parte, una porta sola, nel tratto da Porta Cintia al
fiume, appare più che sufficiente alle esigenze del transito.
Quindi nella menzione, che altrove lo Statuto fa di una
Porta veteris sanctae Agnetis (3) — la quale si trovava nel
tratto murale al di l@ di S. Domenico, ed era così detta
perchè guardava l'antico monastero di S. Agnese, li di fronte,
presso l'odierno ponte ferroviario — noi siamo inclini a
vedere la stessa porta Sancti Apostoli, sotto nome diverso.

Il sito di questa porta?

Notiamo, anzitutto, che da nessuno dei passi citati è pos-
sibile tirar fuori.una qualsiasi indicazione men che generica.
Se, infatti, una porta poteva prender nome dalla chiesa di
5. Apostoli pur trovandosi in un punto qualsiasi del tratto
murale che lì presso era, d’altra parte il trovarsi la chiese
di S. Domenico cra, cioè al di qua, cioè dentro questa
porta, non costituisce una indicazione più esatta e meno in-
determinata della prima. Nè più ci lascia desumere il nome

(1) VITTORI, ms. cit., c. 100; 116; 121 ece.; ANGELOTTI, Descrittione ecc., pag. 45;
90 ecc.; MATTEI, Erario ecc., c. 64; 80-82 ecc.; LATINI, Memorie ecc., IV, XVIII ecc. ;
GUATTANI, Monumenti Sabini ecc., II, pag. 279 e segg.

(2) —« ... et abinde usque ad portam Cyn: et usque ad portam Sancti A postoli
‘et deinde usque ad flumen » (III, 31).

(3) —« Et nullus debeat facere aliquam sozuram vel stercora a Porta veteris
Sanctae Agnetis citra versus Ecclesiam saneti Dominici (IIIIT, 21). S. Domenico era
citra, cioè a sud o ad est di essa, considerando la linea del tratto murale. Questa
porta fu nota anche al Latini (Memorie ecc. fasc. IV, cap. XVIII e XX).
TTT t emm mn renes m

REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 339

dela porta, riferito all'antico convento di S. Agnese: poiché
esso è egualmente spiegato sia ponendo la prima proprio di
fronte al sito del convento, sia ponendola in un punto qual-
siasi di questo tratto murale che prospettava il monastero in
parola. La ispezione delle mura, dal canto suo, non ci fa
uscire da questa indeterminatezza, poiché, in questo tratto,
si conserva solo qualche misera traccia della costruzione
medioevale nel torrione d'angolo a nord-ovest, ed in quello
presso il fiume. È superfluo aggiungere che i nostri docu-
menti cartografici, anche i più antichi, né negli schemi pla-
nimetrici né nei disegni prospettici ci han lasciata indica-
zione veruna di questa porta.

Ad est di Porta Cintia, tra essa e Porta Conca, lo Sta-
tuto pone una porta Domini Tomassii Celani ed una porta

Leporaria.
Cominciamo da questa seconda, la quale — seguendo
l'ordine dello Statuto — doveva trovarsi ad est della prima

e tra essa e P. Conca. Con il nome di Leporara oggi si indica
volgarmente una zona, indeterminatamente posta fuori del
tratto murale a nord, nei pressi della stazione ferroviaria.
Conosce questa denominazione anche il Latini che, dopo aver
rilevato come « il terreno che giace presso le mura della
città da Porta d’ Arci a Porta' Conca e Porta Cintia è tutto
irrigabile e perciò ubertosissimo », aggiunge che « un buon
tratto di questa fortunata contrada chiamasi popolarmente
Le Poraria » (1). Questo nome vien fuori, in età remote, da
aleune carte segnalateci nell' Archivio della Cattedrale rea-
tina, ove abbiamo menzione di una contrada detta Leporaria
o Pararia, sita proprio in questo punto settentrionale (2).
(1) Memorie ecc., fasc.. IV, cap. XX: La notizia si ha anche presso lo SCHENARDI,
Antiche lapidi ecc., pag. 86, not. 1.

(2) « Tres donationes anni 1159, in Quarum prima Berardus concedit Episcopo
possessiones quas habebat in Leporaria » NaAUDAEUS, Mmstauratio etc., pag. 99. —
« Tertia est trium iunctarum terrae ad Parariam iuxta Cantarum etc. » NAUDAEUS,

Instawratio etc., pag. 39. La indicazione ivata Cantarum ci riporta allo stesso rife-
rimento topografico che del nome Leporara il Latini faceva al suo tempo.
G. COLASANTI

Seguendo tali indicazioni onomastiche, ed investigando
il tratto murale restato ancora ad W. di Porta Conca, si
nota — nel limite N.- W. della Piazza Umberto I, proprio
dove la cerchia ricomincia, dopo la interruzione — una vec-
chia porta murata. I suoi contorni e la parete in cui essa
si apre appartengono alla costruzione medioevale : le sue di-
mensioni sono di circa m. 2.50 per 3.00. La località, in cui
questa porta si trova; il non avere oggi alcun’ altra traccia
di una porta nei pressi di Porta Conca, e la distanza quasi
eguale di questo punto dalla Porta Conca e da un'altra porta,
che presto vedremo ad occidente verso la Porta Cintia, ci
raccomandano la identificazione della Porta Leporaria dello
Statuto: le sue modeste dimensioni corrispondono, in tutto,
al carattere secondario che i nostri documenti le danno.

Piü intrieato — non peró tale da impedire di arrivare
ad una soluzione soddisfacente — è il problema intorno al

sito della porta Domini Tomassii Celani, dallo Statuto .po-
sta tra la Porta Leporaria e la Porta Cintia: qui la natura
della denominazione, che ron ha lasciata di sé traccia al-
cuna nella tradizione locale, non offre veruna indicazione.
Poiché la riferita prescrizione dello Statuto menziona anche
le porte di pochissima entità (la /ortella S. Leonardi;
la Porta Cordalis e la Porta Leporaria), noi — facendo anche
conto della natura stessa della prescrizione — possiamo ri-
tenere che nel citato passo abbiano trovato posto tutte e sin-
gole le porte della cerchia cittadina: e che, quindi, tra la Porta
Leporaria e la Porta Cintia non doveva esistere, al tempo
dello Statuto, che la sola porta di cui si fa menzione. Ora,
se in questo tratto noi troviamo le tracce visibilissime di
una porta, in seguito — come le altre secondarie — murata;
che, come queste ultime, mostra evidenti vestigia della co-
struzione medievale; che offre ad un dipresso le dimensioni
stesse delle altre porte secondarie e che, infine, si trova ad
una certa distanza dalle due altre laterali, possiamo facil-
mente sottrarci ad un ravvicinamento tra questa porta e
|
|
|
È
[
|
i

REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 941

quella dallo Statuto indicataci? La nostra idea si è che tale
ravvicinamento si imponga. Dalla parte esterna delle mura,
dietro la chiesa di ,S. Liberatore, a circa 260 metri da Porta
Cintia e a metri 180 da Porta Leporaria, si vede una vecchia
porta murata, delle dimensioni di circa m. 2.50 per m. 3.00: si
apre in un torrione, che mostra evidenti residui dell'antica
costruzione.

Entro questo perimetro, la distribuzione dell'abitato nei

tempi andati non offre divario notevole di fronte allo stato

presente. Come oggi, nella Pianta topografica del 1125 l'ar-
teria principale ci è mostrata nella Via Cintia, accanto alla
quale si notano le piazze corrispondenti alle attuali Piazza
Vittorio Emanuele e Piazza del Duomo. Ai loro fianchi sono
aggruppati e distribuiti i fabbricati più notevoli: la chiesa
di San Giovanni in Statua ; una chiesa della Trinità, ove oggi
trovasi l’ edificio del Ginnasio - liceo M. 7. Varrone; il Duomo,
con l'annessa chiesa di S. Giovanni Battista' e col vescovato.
Dopo il quale, sempre a sinistra, andando per la Via Cintia
verso la porta omonima, non son notati che due fabbricati
privati, mentre nel lato destro — dopo alcuni palazzi — ve-
diamo menzionata la chiesa di S. Donato.

Dall’ alto. scendono, lungo i declivi del colle, le comuni-
cazioni con il basso, in tutto corrispondenti alle odierne
(Via della Pescheria; Via Pennina; Vicolo Severi): lungo Via
Pennina, nel punto d'incrocio con Via dei Macelli Vecchi, è

notata una chiesa — oggi abbandonata — di S. Giacomo ;
ed un’altra chiesa, pure scomparsa — La Confraternità —

è posta a lato della stessa via, sull’incrocio con Via Terenzio
Varrone.

Le tre vie poste nel basso corrispondono, in tutto, a
quelle odierne già menzionate, e lungo esse si notano gli
stessi fabbricati già altrove descritti, salvo quelli che — come
dianzi si è detto — sono oggi scomparsi.

Circa un secolo prima, Pompeo Angelotti ci lasciava una
particolareggiata descrizione di questo abitato: noi, seguendo
342 G. COLASANTI.

il consueto metodo, la riporteremo per intero, prendendola

come base della nostra ricerca.

«

«

«

«

«

«

Nel mezzo della odierna Piazza Vittorio Emanuele « scor-
gesi un'antica colonna, vicin'alla quale... sorge un lim-
pido fonte, che indi in varie case...si dirama. S'erge con
egual magnificenza e vaghezza il Palazzo, parte da Mon-
signor Illustrissimo Governatore, parte dall Illustrissimo
Gonfaloniere e Magistrato habitato... Seguono due riguar-
devoli spalliere di ben intese fabriche, dopo le quali apresi
una nuova Piazza proporzionata all' Augusto Tempio, che
il Gloriosissimo San, Prosdocimo, discepolo di S. Pietro,
riconosce per fondatore... Questa è l'antica Cathedrale di
Rieti ». (Descrittione ecc., pagine 25-26). Dopo aver de-

scritto il palazzo episcopale, ed aver ricordate le antiche
fabbriche che ivi presso sorgevano (Descrittione ecc., pagina
44-45), l'Angelotti continua per la « ben habitata contrada
fina Porta Cinthia », presso cui scorge il convento con la
chiesa di S. Domenico (op., c. I, 45). Giunto cosi all'estremo
limite occidentale dell'abitato, egli si volge verso est: « Ri-

«

volgendosi hora da Ponente a Levante, scorgesi la chiesa
Parochiale del Santo Vescovo Donato: dopo la quale sie-
gue S. Agnese, Monasterio di Religiose dell'Ordine di
5. Catarina da Siena: piü avanti, la Chiesa e Monasterio
di S. Seolastica, dell' Ordine del Padre S. Benedetto. Dal-
l’altra banda si vede il Palazzo del Podestà, congiunto
con la Chiesa della Confraternità di S. Maria.... Di
rimpetto è il Colleggio nuovamente eretto dalla Città...
alle Muse, et all'ingegni Reatini.... Sotto questo, in un'
ampia sala dedicata a' spettacoli di tragedie, e Comedie,
eressero i nostri maggiori palco e scena stabili... per
honorato trattenimento, e ricreatione del Popolo. All’ 0p-
posto é la Chiesa di S. Liberatore, contro la quale in bel
rialto è una Chiesa de’ Santi Filippo e Giacomo.

« Passate queste strade, per lo piü da commodi artisti
habitate, avanti d'entrar nella gran Piazza del Leone, è

———
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA. ECC. 343

il Seminario... La Piazza, che qui vedesi, è campo aperto
per gl’ Esercitii Militari: detta del Leone dalla marmorea
E « figura di esso, che nel fonte si vede (Descrittione ecc.,
pag. 45-46). .

Non sarà difficile seguire, sulla pianta allegata, tutte le
località menzionate dall' Angelotti: per maggior chiarezza, ri-
cordiamo qui che «il Palazzo del Podestà congiunto con la
chiesa della Confraternità » corrisponde al punto che im-
mediatamente segue la località dell’ antica chiesa: fu. la re-
sidenza del magistrato dopo che l'antica sede, a Piazza del
| Leone, fu occupata dal Seminario diocesano. Similmente, il
Collegio, dal nostro A. ricordato, corrisponde al fabbri-
cato oggi detto él liceo vecchio, lungo la Via Pennina, circa
sull'incrocio con Via Terenzio Varrone: è noto anche ad al-

A

A

! tri scrittori locali (1). La chiesa dei SS. Filippo e Giacomo
| era lungo la Via Pennina, dietro quasi il Palazzo Municipale :
| oggi é scomparsa e solo se ne vede — in uno sterrato — la
| 2 traecia. Di questa chiesa si e fatto già cenno.

E 0 I fabbricati, storicamente e topograficamente importanti,
e tali che potrebbero fornire un primo dato per la soluzione
5 del problema perimetrale da questa parte, sono anche qui
| i monasteri: dei quali però non conosciamo esattamente i
documenti di origine. Il primo che incontriamo, verso l'estre-
mità orientale della nostra zona, è il monastero di Santa Sco-
lastica.

Questo fabbricato, oggi adibito in parte a carcere, è di co-
struzione recente : la sua chiesa « a forma di croce greca » (2),
rimonta al principio del secolo XVIII (3), allorchè fu sosti

(1) LonETO MaTTEI nota che la via Pennina, « giunta al piano passando avanti
al Collegio Reatino, intersega le tre già dette strade ecc. » Erario Reatino ecc.,
c. 80-82. ;

(2) Così il van HETEREN nel Bollett. cit., pag. 63.

(3) « Questo superbo edificio ... fu benedetto nel 1707 da mons. Bonaventura Mar-
tinelli vicario apostolico, e consacrato solennemente il 1^ maggio 1717 da mons. Gui-
nigi vescovo reatino ecc. » VAN HETEREN, Op. cit., pag. 63.

III TTI TTI
944. G. COLASANTI

tuita ad un' altra rimaneggiata già verso il cinquecento (3D).
Il suo abbandono parziale cominció con la soppressione del
1809, e divenne definitivo nell'agosto del 1860 (2). Ascritto
da Loreto Mattei fra i sette « Monasteri di sacre vergini
ricchi e numerosi di Religiose riguardevoli per nobiltà esem-
plarità et osservanza » (3), da qualche scrittore locale esso
ci è indicato come sorto allorchè — verso la metà del se-
colo XV — l'antico monastero di S. Margherita « già si
tuato in un predio dello stesso nome fuori di Porta Cintia,
fu eangiato in quello di S. Scolastica in città » (4); ciò sa-
rebbe avvenuto l'anno 1450 (5). Il Desanctis peró ci da
queste indicazioni in forma assai spiccia e senza additarne
le fonti: riesce quindi difficile sottrarsi all'impressione che
si abbia a che fare con notizie assai vaghe e di dubbio va-
lore. Ed, infatti, una prima loro rettifica noi possiamo averla
in aleuni documenti originali riportati dal van Heteren, ed il
cui valore — in questo caso speciale — deve essere rite-
nuto. Da uno di essi — conservato « nell' Archivio delle
Monache di S. Benedetto di Rieti », e datato « sub anno
Domini 1453, prima indictione, die penultima novembris,
pontificatus SS.mi domini nostri Nicolai divina providentia
Pape V, anno octavo» — abbiamo quanto segue : « Attentis
« igitur... Monasterii ... Sancte Margarite inopiam et pau-
« pertatem, et inde dicti Monasterii Sancte Scolastice desti-
« tutionem, monialiumque parvitatem, dictum monasterium
« et ecclesiam Sancte Scolastice... ac etiam dictum mona-
« sterium Sancte Margarite... ad invicem perpetuo et irre-
« vocabiliter unimus, annectimus et incorporamus, ita quod
« de cetero unum tantum monasterium atque Abbatia una

(1) VAN HETEREN, Op. cit., pag. 63.

(2) VAN HETEREN, Op. Cit., pag. 64.

(3) Erario Reatino ecc., c. 96.

(4) DEsANCTIS, Notizie Storiche ecc., pag. 114.
(5) DESANOTIS, op. cit., l. c.
Sepbecncciue eiiis nc

re

REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 945

« dumtaxat censeatur, ad quod eo facilius libentiusque incli-
« navimus, quo honestius vos, abbatissa et moniales ante-
« dicte, que eandem regulam ordinemque, videlicet, Sancti
« Benedicti, cum dicta ecclesia et monasterio Sancte Scola-
« Stice servatis, dictum monasterium gubernabitis; ac de red-
« ditibus suis adjute, quietius et divinis officiis vacabitis et
« in Dei servitio persistetis ecc. » (1). Cosicchè, il monastero
di S. Scolastica preesisteva alla soppressione di' quello di
9. Margherita, avvenuta nel 1453 e non nel 1450. Di piü:
poiché, nel già noto processo della Inquisizione contro Paolo
Zoppo, si fa più volte menzione del monastero di « S. Sco-
lastica de Reate » (2), noi arriviamo alla prima metà del tre-
cento, in cui questo edificio religioso ci appare già formato.
Della sua storia anteriore, peró, e della sua origine nulla ci
è noto.

Del monastero di S. Agnese, dal Mattei ascritto tra le sette
importanti case religiose dentro la città (3), abbiamo informa-
zioni meno monche. L’ antica comunità si trovava « fuori di
Porta Cintia, poco lungi dalla Città, in un predio detto Fons
lani,oggi Fontiano » (4). Ad esso si riferiscono vari accenni,
che incontriamo qua e là nei nostri documenti: in alcune
carte segnalateci nell’ Archivio della Cattedrale reatina, del-

l’anno 1303 (5); nel processo contro Paolo Zoppo (6). e nello
6 b) /3

Statuto della città (7). Questo convento rimase fino allo

(1) VAN HETEREN, op. cit., pag. 54-55.

(2) Tra i testi, troviamo « Soror Ceccharella Tohannis Retinecte de Reate, mo-
nialis monasterii Sancte Scolastice de Reate » Bollett. cit., pag. 350; ofr. op. cit.
pag. 353: « in ecclesia monasterii Sancte Scolastice de Reate »; la stessa indicazione
si ha a pag. 864.

(3) Erario Reatino ecc., c. 96.

(4 DEsANCTIS, Notizie Storiche ecc., pag. 122.

(5) « Obligatio in forma depositi pro Monasterio S. Agnetis: de Reate facta sub
anno Domini 1303. Die ultima octobris ». NAUDAEUS, Instauratio etc., pag. 44.

(6) « Interr. de loco, R. quod fuit post sanctam Agnetem, in loco qui dicitur
Fonzianum ». Bollett. cit., pag. 373.

(7) È l'accenno contenuto nel lib. IIIT, 21 intorno alla « porta veteris sanctae
Agnetis », di cui abbiamo già parlato.

23
346 ; G. COLASANTI

scorcio del secolo XV, quando — distrutto l'edificio dal fuoco
e perita quasi tutta la comunità — per le superstiti suore
« i buoni Reatini vollero riedificato ...il Monastero in Città
nella stanza nativa, già cangiata in Santuario, della Beata

Colomba » (1) Il nuovo monastero sarebbe stato. « condotto

a termine nel 1545 » (2): abbiamo così i termini cronologici,

entro i quali porre l’origine dell’attuale monastero di Santa.

Agnese.

Queste conclusioni, forniteci dalla storiografia locale, po-

trebbero incontrare delle difficoltà (apparenti più che reali)
provenienti da un documento di carattere architettonico. Nella
brutta linea della odierna facciata della chiesa di S. Agnese
spicca un portale romanico. Negli smussi presenta due co-
lonnine e due pilastri alternati, poggianti su di una base di
cui oggi non si vede — sopra il suolo — che il toro supe-
riore: il fusto delle colonnine non appare affatto rastremato.
Le due colonnine, con il primo pilastrino che le divide, hanno
un capitello poggiato su di un collarino e formato da foglie
semplici, strette e lunghe, disposte in due ordini; su di esse,
nel mezzo ed agli angoli dell’abaco, sporgono dei bottoni
terminali. Questi capitelli sorreggono un abaco semplicissimo,
formato da una modanatura ovale, convessa, terminata da
un listello: l’abaco è tutto coperto con rosette circolari, e su
di esso poggiano l'arco del portale e quella specie di mo-
tivo a tetto che inquadra l' areo. La modanatura dell' arco
continua le due colonnine ed i due pilastrini laterali : è sem-
plice e senza decorazione. Il motivo a tetto è anch’ esso sem-
plice; solo nella cornice superiore, alquanto sporgente, offre
due ordini di ornamenti, a dadi ed a rette incrociate: sopra

(1) DESANCTIS, Notizie Storiche ecc., pag. 123. Trai monasteri cittadini il Mattei
ne conosce « uno di Domenicane che é S. Agnese la cui chiesa é fabbricata nel sito
dove fu la casa nativa della B. Colomba », Erario Reatino ecc., c. 96.

(2) DESANCTIS, Notizie Storiche ecc., pag. 123.
REATE, RICERCHE DI TOPOSRAFIA, ECC. 941

l'arco del portale, in una specie di piccolo scudo semi-ovale,
è rilevata una colomba, emblema della Santa.

Richiamando alla memoria il portale laterale della chiesa
di S. Agostino, è spontaneo un ravvicinamento stilistico tra.
esso e questo di S. Agnese. Ora, quest'ultimo è contempo-
raneo del primo, o é soltanto una sua imitazione posteriore?

Poiché di una chiesa preesistente all'attuale e rimon-
tante al principio del sec. XIII-XIV (termine ultimo per il
riferimento cronologico di questo stile in Rieti) né noi né la
tradizione abbiamo in aleun modo notizie, mentre anzi — rite-
nendo il moderno convento sorto nella « stanza nativa della
beata Colomba » (1) che viveva nel sec. XV-XVI — la sto-
riografia locale esclude ogni dubbio in proposito; poichè il
piccolo emblema che si vede nella parte superiore del por-
tale, riportandosi alla B. Colomba, non può farci risalire ol-
tre l'età in cui essa visse, non resterebbe che considerare
questo portale come appartenente ad un'altra chiesa e tra-
sportato in seguito in questo sito ove, nel suo frontone, fu
incastrato lo stemma della B. Colomba: oppure ritenere che
esso sia una imitazione, fatta nel quattrocento, dell'antico
stile Chi volesse rimanere nella prima ipotesi, potrebbe an-
che pensare che il portale appartenesse all' antico monastero
a Pontiano, la cui origine, ad un dipresso, risale alla fine
del secolo XIII ed al principio del XIV (2): ma siamo sem-
pre nel campo delle ipotesi. L'unica conclusione, per noi

di un qualche valore, è che — allo stato attuale delle no-
Stre conoscenze — noi non possiamo valerci di questo do-

cumento architettonico per risalire ad un’antica chiesa in
questo luogo, e molto meno ad un antico convento che ivi
avrebbe preceduto l'attuale: dato il valore topografico che

(1) DESANCTIS, Notizie Storiche ecc., pag. 123. Cfr. anche le parole già riferite
. di Loreto Mattei (Erario Reatino ecc., c. 96).
(2) DESANCTIS, Notizie Storiche ecc., pag. 122-123.
348 G. COLASANTI

il sito degli antichi conventi ha per la nostra ricerca, que-
sta conclusione non è del tutto priva di importanza.

Nella estremità occidentale sorge il maggiore e più
importante convento di tutta questa zona: il convento di
san Domenico, di recente soppresso (1). Esso occupa, con
la sua mole quadrangolare, lo spazio ad W. di Via Cintia:
al suo fianco è addossata la chiesa, ad una nave centrale
con una nave trasversale, orientata da N. a S.: sull'incro-
cio delle due navate, a sinistra, sorge il campanile. Ester-
namente, la facciata a tetto è mal ridotta, senza rosone
e senza portale evidentemente avulsi. Il fianco orientale
richiama la chiesa di S. Agostino: dai motivi ad archetti,
che corrono sotto il tetto, scendono sette lesene, tra alcune
delle quali (tra la quinta e sesta; e dopo la settima) si
aprono delle finestrine, in gran parte rovinate, dai contorni
trilobati. La sola nave centrale ha l’ abside quadrangolare,
sulla cui parete di mezzo, tra un arco, si apre una finestrina
allungata, fiancheggiata da due altre trilobe: ivi si nota pure
un’apertura a mostacciolo tra due aperture circolari. Inter-
namente la chiesa non offre nulla di speciale, poichè allo
stile originario troviamo sovrapposto un restauro assai po-
steriore. Le volte dell'abside e della nave trasversale sono
a crociera, con nervature poggianti su capitelli a foglie sem-
plici, allungate.

Allo stato attuale, non è possibile fare alcun confronto
tra lo stile di questa chiesa (evidentemente romanico, però)
e quello delle altre chiese reatine, per desumerne un qual-
che particolare dato cronologico. Per il quale scopo, tuttavia,.
ci soccorrono alcuni documenti.

Menzionato dagli scrittori locali tra le più notevoli case
religiose della città (2), già al tempo dello Statuto questo

(1) DESANCTIS, Notizie Storiche ecc., pag. 119.
(2) 11 MarTEI ne parla nel già riportato passo (Erario Reatino ecc., c. 90 e 96).
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC.

949

convento aveva grande importanza (1). Per il tempo ante-
riore al secolo XIV, aleune pergamene del vecchio archivio
di S. Domenico, ora nella Biblioteca Comunale di Rieti, ci
dànno modo di seguirne, pur lontanamente, la storia. Ai 24
di ottobre dell'anno 1295; il vescovo reatino Niecoló concede
indulgenze « omnibus... qui benefecerint sive pro opere
« hedeficiorum conventus sive pro necessitatibus quibuscum-
« que fratrum loci eiusdem ete » (2); segno non dubbio
che questo fabbricato religioso non si era ancora defini-
tivamente formato. Nel 1270 la chiesa ed il convento di
5. Domenico esistevano, poichè si fa parola esplicita dell una
e dell'altro presso un atto in quell’anno conchiuso e riguar-
dante la nostra comunità religiosa (3). Cinque anni prima,
con Bolla del 4 ottobre 1265, Papa Clemente IV dava per-
messo al Capitolo reatino di vendere alcuni beni ai frati di
5. Domenico, che ne avevano bisogno per costruire « domos
et officinas suis oportunas usibus » (4). Fin qui, adunque, la
comunità domenicana di Rieti ci appare già stabilita, ma
probabilmente (come lo indicano le continue costruzioni) da
tempo non lontano.

(1) Tra i conventi, a cui eran dovute dirette elargizioni, troviamo « fratres et
conventus ... Sancti Dominici », Stat. di Rieti, I, 67. Della chiesa del convento ab-
biamo notizia in un'altra prescrizione dello Statuto: « Et nullus debeat facere ali-
quam sozuram ... a Porta veteris Sanctae Agnetis citra versus Ecclesiam sancti
Dominici ecc. » IIII. 21. Passo che — per altri intenti — abbiamo altrove riportato.

(2) Pergamena dell'Archivio Comunale segnata col N. 47.

(3) È un atto di permuta tra « dominus Bartholomeus de Castilionibus » e « fratri
Bonifacio priori et Conventui loci fratrum praedicatorum de Reate etc. », datato
« Anno domini millesimo, ducentesimo, septuagesimo. Indic. XIII Ecclesiae romanae
pastore vacante, mense martii, die ultima ». L'atto fu concluso « Reate in Ecclesia
sancti Dominici ».

(4) « Sane dilecti filii fratres ordinis praedicatorum sicut accepimus in Civitate
Reatina domos et officinas suis oportunas usibus de novo inceperunt construere ut
ibidem cibum operari valeant qui non potest casu aliquo deperire. Verum cum
eisdem fratribus ad perfectionem domorum et officinarum hujusmodi aliquid de pos-
sessionibus ad vos filii Capitulum pertinentibus ibidem proximis sit ut asserunt plu-
rimum oportunum, super quo ipsi etc. » (Pergamena dell’Archivio Comunale nella.
Biblioteca reatina, segnata col N. 42).
G. COLASANTI

Infatti, a tergo di un documento datato « anno domini
MCCLIV, Ind. XII, Tempore Domini Innocentii papae IV,
mense aprilis die XVIII », e contenente un contratto fra tale
Giacomo Johannis Oddoline de Reate ed alcuni costruttori, per
una fabbrica da farsi in questi pressi, sotto un'antica chiesa
di 5. Apostoli, troviamo scritto: « Vide numeros I et 52 ubi
« de anno 1263 Riccardus Petri Anibaldi donavit nobis eccle-
« siam S. Apostoli cum hortis et sibi pertinentibus ex suc-
« cessione Dni Ioannis Oddoline » (1). Le carte, cui qui si
‘allude, non le conosciamo; ma è chiaro che l annotatore di
questa pergamena ci viene a dare una informazione sullo
stabilirsi della comunità domenicana in questo punto. I reli-
giosi occuparono, infatti, metà della chiesa di S. Apostoli,
una casa, il chiostro, il casolare con l'orto e con la vigna,
consegnati a frate Paolo, priore del convento domenicano di
S. Sisto in Roma: ciò risulta da documenti provenienti dallo
stesso archivio di S. Domenico di Rieti (2), e la notizia fu
riprodotta, durante il secolo XVIII, in una epigrafe che i
religiosi di S. Domenico di Rieti apposero internamente sulla
porta della loro chiesa (3).

(1) Perg. della Bibliot. Com. di Rieti, N. 142.

(2) I1 documento é riprodotto da V. Boscui nel suo lavoro sulla Chiesa e sul
Convento di S. Domenico (pag. 1), le cui bozze ci furono gentilmente comunicate
dall’ autore: al quale rendiamo qui sentiti ringraziamenti.

(3) « Aedes. ab. initio. SS. Apostolis sacra — A. Rom. Cons. Riccardo. Petri. An-
nibaldi. Maed. saec. XIII — Ordini. Praedicat. attributa — Tum. Amplificuta. ac.

D. Dominico. saec. XVI. dicata — Elegantius. instauratur. augetur. ornatur — -

ann. MDCCLXXXIV ». Questi documenti non furono noti agli scrittori locali. Il
DESANCTIS (Notizie Storiche ecc., pag. 119), in mezzo ad informazioni assai vaghe in-
torno a questa comunità religiosa, dice che il convento fu principiato nel 1242 e
la chiesa é « opera del secolo XIII » senza addurre, naturalmente, verun documento
al riguardo e senza parlar mai di S. Apostoli. La data 1242 dal Michaeli è invece
ritenuta per la fabbricazione della chiesa di S. Apostoli, poi dedicata a S. Domenico:
« La chiesa ... dei SS. Apostoli, ora di S. Domenico, fabbricata da un Annibaldi Ro-
mano e principiata verso il 1242» (Memorie Storiche ecc., III, pag. 36, not. 2). Neppur
qui, però, documento alcuno é addotto a suffragio di queste parole, che han tutta
l'aria di una cattiva interpretazione della epigrafe riportata. Quale sia la fonte di
questo dato cronologico del 1242, che ritroviamo presso entrambi i nostri scrittori,
non sapremmo.

EUM
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 351

Avendo presente la posizione della chiesa di S. Dome-
nico, quella più antica di S. Apostoli sarebbe sorta proprio
accanto alla prima; mentre sempre li presso si sarebbe
trovata quella casa donata, come prima residenza, alla co-
munità domenicana (1). Li vicino sorgevano i casali.

Dell’ antica chiesa di S. Apostoli, che non tardò ad es-
sere di completa proprietà dei Domenicani (2), abbiamo no-
tizie — ‘oltrechè nella citata pergamena del 1263 — nell’at-
to del 1254, ove leggiamo che il contratto per la fabbrica
in parola è concluso zn praesentia domini mathaei... praesby-
teri Sancti Apostoli, mentre il sito in cui si doveva fabbricare
era in orto subtus ecclesiam. sancti Apostoli (3). Per Y età ante-
riore, questa chiesa trova um cenno in una Bolla di Ana:
stasio IV dell'anno 1153 (4):
notizie.

oltre questo tempo mancano

Questi documenti, che noi possediamo intorno alla storia
dei descritti edifici religiosi, fino a qual punto possono illu-
minare il nostro problema topografico ?

Anzitutto, alcune valevoli deduzioni di carattere gene-

rale scaturiscono da quanto finora abbiamo esposto. L'abi-
tato occidentale della città, contenuto entro gli odierni limiti,
lo troviamo distribuito nel medio evo in due sestieri, di
Porta Cintia desuper e di Porta Cintia desuctus (5). Queste de-

(1) Il Boscur pone la chiesa dei SS. Apostoli presso l’ odierno campanile di
S. Domenico, che verso il secolo XVIII sorse « presso l'area dell'anti a Chiesa dei
Santi Apostoli » (op. cit., pag. 7). — La espressione stessa « subtus ecclesiam sancti
Apostoli » dei documenti citati indica il nesso di vicinanza tra la casa e la chiesa
(cfr. Boscm, op. cit. pag. 11).

(27 Quantunque i documenti che il Boscni adduce al riguardo (op. cit. pag. 13)
non siano persuasivi, é certo che i religiosi non dovettero tarda: e a rendersi esclu-
sivi proprietari della chiesa. ;

(3) Pergam. cit., N. 142. Cfr. pure V. BoscHI, op. cit., pag. 8, not. 5.

(4) V. BoscHI, op. cit., pag. 8.

(5) Nel processo contro il Comune di Rieti, l'Inquisitore procede — tra gli
altri — contro « Ceo Stefani de porta Cezola desuctus, Petrutius Iener magistri
Claudii de porta Cenciola desuper etc.» (Bollett. cit., pag. 393), nomi che altrove (op.
352 G. COLASANTI

nominazioni oggi sono completamente tramontate dalla co.
scienza popolare, e non sapremmo quindi determinare la loro
estensione topografica approssimativa. Tuttavia, qualunque
sia la ragione per cui, invece dei determinativi de foris e de
intus, riscontrati nella zona orientale per i due sestieri di
Porta Accarana, si siano qui adoperati quelli di desupra e
desuctus (1) certo si è che le denominazioni di questi due
sestieri si riferiscono alla porta ed alla vecchia cerchia,

cioè ad una linea di divisione posta entro i limiti odierni.

Di più: poichè l'aspetto del terreno, in questa zona occi-
dentale, in sostanza è eguale a quello della zona orientale ;
e poichè in quest'ultima abbiamo rintracciata la vecchia
cerchia lungo i declivi del colle, la prima idea che si affac-
cia alla mente si è che, nello stesso terreno ad occidente
e sulla continuazione della linea murale ricostruita nella
zona orientale, noi dobbiamo rintracciare il tratto murale.
Cosicchè — qualunque sia la determinazione esatta e par-
ticolare di questo vecchio perimetro lungo i dossi del colle
— fin da ora la relazione topografica dell'abitato posto
nel basso, rispetto alla vecchia cinta reatina, si lascia gene-
ralmente intuire. Tanto maggiormente valevole, adunque,

é — in questo caso — il criterio analogico, desunto dal sito
di questi conventi che — formatisi quasi tutti prima del

cit.,,pag. 406) troviamo sotto la forma di porta Cinciola desuctus e porta Cinciola
desuper. Nello Statuto di Rieti, tra 4 boni viri, scelti allo scopo di introdurre
alcune riforme, troviamo « Egregius Iuris Doctor Dominus Petrus Santes de Severis
et Stefanus Saxi Por. Cinthiae de super; Cola Sanctes Capellectae et Christophorus
Colae Mancini Por. Cinthia de suptus ». (Additio I).

(1) Si potrebbe pensare ad una ragione tutta topografica. Mentre il piecolo
dislivello o il graduale scendere del terreno nella zona orientale fecero sì che l'abi-
tato dalla cerchia diviso fosse indicato con i determinativi di fuori e dentro la Porta?
un dislivello maggiore in questa zona occidentale potrebbe aver fatto si che l'abi-
tato fuori la Porta apparisse piuttosto sotto la cerchia che fuori di essa: qualcosa
di simile sarebbe avvenuto per i sestieri di Porta Romana che — come vedremo —
hanno la stessa determinazione. Inutile dire che — in tanta oscurità — il campo
delle ipotesi e delle spiegazioni é tutt'altro che limitato. Del resto, ciò costituisce
un accessorio che non intacca affatto il significato originario della duplice denomi-
nazione di questi sestieri; e questo é per noi l' argomento sostanziale ed importante.
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. . 358

trecento .— ci indicano come — nei luoghi in cui essi sor-
sero — non doveva estendersi il vecchio abitato della città

propriamente detta. Possiamo ben dire che la densità del-
l’abitato odierno, in questa zona, sia la massima raggiunta
di fronte al tempo passato; in cui i nuclei dovevano essere
assai più radi, dandoci l'aspetto di una vera e propria esten-
sione extra urbem. Con ciò concordano i nostri documenti
riferentisi ad alcuni punti, per esempio al terreno in cui
sorge S. Domenico.

Se — nella citata carta del 1295, con cui il vescovo
Niecoló concede indulgenze ai benefattori dei frati domeni-
cani — si parla « della chiesa e dei non pochi edifici an-
nessi al convento dei religiosi », noi pensiamo senz’ altro
alle esigenze della vita monastica, per la quale era impos-
sibile trovare spazio entro la cerchia cittadina, già angusta
di fronte al crescente sviluppo della vita. La stessa idea ci è
richiamata alla mente allorchè — nella citata bolla di Cle-
mente IV del 1270 — leggiamo che questi frati domos et offi-
cinas suis oportunas usibus de novo inceperunt construere; per
le quali avevano bisogno di occupare dei possessi del Capi-
tolo reatino.

Che se — risalendo ancora più in su — sappiamo. che
la donazione, fatta da Riccardo Annibaldi ai frati di S. Dome-
nico nel 1263, consisteva nella « ecclesiam S. Apostoli cum
hortis et sibi pertinentibus » — orti e spazi disabitati, che
ci appaiono nel riferito contratto del 1254 (1) — noi avremo,
da tutto ciò, una prova evidente dell'aspetto di questa loca-
lità nell'alto medioevo: qualche fabbricato, sperso tra spazi
messi ad orti o altrimenti coltivati. Simili dovevano essere
le condizioni degli altri punti intorno ai due conventi, posti
più ad oriente.

A queste documentazioni di carattere generale fanno

(1) Pergamena citata.
354 G. COLASANTI

riscontro alcuni specifici accenni — assai indiretti però —
alla linea delle vecchie mura cittadine.

Cominciamo da S. Scolastica.

Poichè le condizioni economiche di questo monastero
verso il 1500 erano tali che — come ha un documento del
tempo — « dieti monasterii fructus redditus et proven-
tus... ad monialium substentationem minime suppetunt » (1)
— con atto, in data del 28 Marzo 1500, il vescovo di Rieti
annetteva a Santa Scolastica la chiesa « S. Andree extra et
prope muros Reatinos nune vacante per obitum domini
Mariani Petroni presbyteri Reatini etc » (2); e stabiliva che,
per questa unione, il monastero non cambiasse peró il suo
vecchio titolo (3). Nella carta non esiste alcuno accenno,
che possa farci identificare il sito di questa chiesa di S. An-
drea. Però il van Heteren afferma che in un Pro memoria —
compilato intorno al principio del secolo XIX da una ba-
dessa, dopo la soppressione del monastero in parola, e da
lui esaminato — si dice che « questa chiesa si trovava in
un vicolo dietro il palazzo del marchese Vincentini » (4);
cioè, interpretando quel dietro nel senso di sotto, lungo il
primo tratto di Via di S. Agnese, dietro il monastero di
5. Scolastica: li di fronte, sul ciglio dell’altura, sorge il pa-
lazzo citato.

Dato il titolo della chiesa, extra et prope muros Reatinos,
questa identificazione ha per noi un valore inestimabile:
ma è attendibile?

Anzitutto, che il van Heteren non se la sia creata da sè,
ma che in realtà l'abbia attinta da questo Pro memoria, si
desume non fosse altro dal fatto che — se la identificazione

(1) Il documento, anche in seguito citato, è detto esistere in originale « nel-
l'Archivio delle Monache di S. Benedetto di Rieti », e fu pubblicato dal van HETEREN
nel Bollett. di Storia Patria per l'Umbria, anno XII, fasc. I, vol. XII, pag. 61-63.

(2) VAN HETEREN, Op. cit. l. c.

(3) «.dictum monasterium per hoc titulum S. Scolastice non mutet » OD: 0: 160.

(4) Op. cit. l. c. ;
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 900

fosse opera del nostro A., non conoscendo egli una linea mu-
rale reatina diversa dall’ attuale, con ogni certezza — dando
a « quell' extra et prope muros Heatinos » la interpetrazione
piü evidente — avrebbe posta o ricercata questa chiesa
fuori dell'odierna cerchia. Si ricordi che qualcosa di simile
è accaduto al nostro scrittore per la interpetrazione topo-
grafica del titolo ad arcem, portato dalla basilica di S. Agata.
Per lo stesso motivo, il titolo extra et prope muros Leatinos
‘ — accessibile, per molteplici ragioni, anche ad uno non.
esperto del latino — era tale che avrebbe persuaso chi com-
pilò il Pro memoria a pensare ad un sito fuori della cerchia
odierna: neppure questo nostro redattore, o redattrice, infatti,
poteva essere informato sull’ antica topografia reatina. Quindi
se — contrariamente al primo e più evidente significato delle
parole — il Pro memoria si ostina a riportare la chiesa in
un punto dentro la città quale era al suo tempo, vuol dire
che questa identificazione non è arbitraria, ma ha tutta
l’aria di continuare una tradizione locale. La chiesa di S. An-
drea sarebbe scomparsa in tempi recenti, quando fu costruita
la chiesa nuova che ancora rimane (1): chi conosce quanto
persistenti siano simili ricordi topografici, specialmente se
legati a chiese o ad edifici religiosi, non tarderà ad attribuire
una tal quale autorità alla identificazione tramandataci di
questa chiesa di S. Andrea.

S. Scolastica, presso cui quest'ultima chiesa si trovava,
sorge ai piedi dell'altura, lungo i cui dossi ci è stata già
lontanamente segnalata la continuazione della vecchia cinta
ricostruita ad oriente, e dove ci riporterebbe esplicitamente
questo documento di carattere storico: data, infatti, la con-
formazione del terreno, non è il caso di pensare ad altro

(1) H nuovo edificio rimonta alla fine del sec. XVII ed al principio del sec. XVIII.
La chiesa fu benedetta nel 1707 e consacrata nel 1717. (VAN HETEREN, Bollett. cit.,
pag. 63).
356 G. COLASANTI

punto intorno a Santa Scolastica, ove tutto il terreno è piano
ed eguale.

Sempre ai dossi dell'altura centrale ci mena un'altra
specie di indicazioni, ehe si riferiscono ad un punto posto ad
E. di Santa Scolastica. i

All'angolo N-W. della Piazza del Leone, all'imbocco di
Via Terenzio Varrone, si vedono ancora le tracce del Pa-
lazzo del Podestà, in seguito occupato dal Seminario dioce-
sano: all'angolo diametralmente opposto sorge ancora l' antico
monastero di S. Paolo, noto ai documenti medievali. Del Pa-
lazzo del Podestà abbiamo continue menzioni nelle Riformanze
del Comune, che ce lo indicano confinante con la Piazza del
Leone, con i beni di S. Paolo e con la carbonaria civita-

tis (1): questo terzo termine di riferimento — importante
per noi — ci è spesso meglio determinato per « l'antica

carbonaria della città » (2). Con il nome Carbonaria, il les-
sico medioevale intende delle fosse per fortificazioni esistenti
sempre lungo la/cinta murale (3); ed in questo senso tale espres-
sione è usata negli Statuti reatini, i quali parlano della Car-

(1) Nel vol. I delle Riformanze, dal 1376 al 1379, un atto in data 1377, ind. XV, ha
questa indicazione: « Actum fuit hoc Reate in dicto palatio (del Podestà) posito iuxta
plateam leonis, rem ecclesie sancti pauli, carbonariam civitatis », I, fol. XLVIIII: cfr.
vol. I, LXX ; CI1 con la stessa indicazione. In altre si hanno i termini di riferimento
invertiti, come in questa del 1378: « Actum fuit hoc Reate in dicto palatio posito
iuxta rem ecclesie sancti pauli, carbonariam civitatis, plateam leonis etc. », vol. I,
€. CXXXV; c. XLII; vol. II, XVIII; CLXVI con la omissione di qualche ter-
mine ecc. ecc.

(2) « Actum fuit hoc Reate in supradicto palatio posito iuxta plateam Leonis;
antiquam carbonariam civitatis, rem ecclesie sancti pauli », Riform.I, CCXXX Coni
termini di riferimento nell'ordine citato abbia0 altre indicazioni in Riform. I,
CCXLV: con termini invertiti in Pform. vol. I, CLVI ; CCXXIII ; II, XLVII, dall'an-
no 1379 al 1380. Con la omissione di qualche termine (la Platea Leonis) in Riform.
I, CLXXVII ; CLXXVIII ecc. ecc.

(3) Cosi il DU CANGE, secondo cui « Carbonarias ad urbium moenia extitisse non
semel produnt scriptores ... Charta Comitissae Mathildis an. 1072: una cum Ec-
clesia illa .. ibi consistente, una cum omnibus fossis, et Carbonareis, et muris et
turre ete. s. — Glossarium etc. T. II, colonn. 287, s. v. Carbonaria. Egual senso si
ricava dagli Statuti di Rieti, III; 49. .
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 351

bonaria civitatis sita lungo la cinta cittadina (1). Ora, la car-
bonaria limitrofa del Palazzo del Podestà non può riferirsi
alla cinta cittadina del tempo dello Statuto (che è eguale alla
odierna), poichè questo Palazzo dista troppo dall’ attuale

linea murale; non resta che — proprio secondo il suo attri-
buto di antiqua — riferirla all’antica cinta, lungo la quale

era stata già praticata, nel punto in cui era ancora ricor-
data. Il sito preciso di questa « antiqua Carbonaria » non
ci è determinato: ma poichè essa confinava con il Palazzo
del Podestà, possiamo estendere a quest’ultimo la relazione
topografica esistente tra la carbonaria e la vecchia cinta,
presso la quale, adunque, detto Palazzo si trovava. Poichè la
residenza del magistrato reatino è ai piedi della collina,
i cui fianchi cominciano poco a sud di esso, è più che evi-
dente come presso questo punto debba rintracciarsi il vecchio
perimetro. Quanto abbiamo detto in principio sulla linea-ge-
nerale seguita dall'antica cinta, e quanto abbiamo stabilito
per il sito del tratto murale sopra Santa Scolastica suffra-
gano queste nostre conclusjoni.

Senza dubbio a questo fossato (2), che aveva difesa la
vecchia linea perimetrale, si riferiscono gli Statuti, i quali
— nel dare prescrizioni al Notaro cittadino « contra omnes
et singulos proicientes aquas putredines et munditias in viis
vicinalibus stratis publ. ecc. » — fanno menzione dell’ antica
Carbonaria (3), distinguendola così dall’altra che girava intor-
no alla nuova cinta cittadina (4). Seguendo i piedi del colle,
la vecchia carbonaria, cioè l'antico fossato, doveva passare

(1) Nella prescrizione I, 146 « De fortificatione carbonariae civitatis », si ha:
« Pro maiori fortitudine civitatis Reath. provisum et statutum est quod Carbonaria

civitatis remondetur aptetur et fiat et fieri debeant barbacana circum circa muros
civitatis Reath. ».

(2) AI cap. 42 del libr. IIII, per regolare un corso di acqua, si parla di scavare
uma carbonaria seu fossatus : proprio secondo il concetto esposto dal Du Cange
nel passo riferito.

(3) Stat. IIII, 17.

(4) Lo Statuto ne parla qua e là: ma specialmente nel lib. IIT, 31 ove si danno
alcune preserizioni in proposito.
358 G. COLASANTI

tra laltura da una parte ed il convento di S. Scolastica,
quello di S. Agnese e quello di S. Domenico dall'altra. Un
accenno a ció va indubbiamente veduto in quel ferreno della
carbonaria, che i religiosi di S. Domenico ottennero in per-
muta dal Comune di Rieti l'anno 1297 (1), e che definitiva-
mente occuparono. Anche qui non può evidentemente trattarsi
della carbonaria nuova, cioé del fossato avanti le nuove mura
(quindi ad ovest o a nord del convento), perché esso faceva
parte della difesa della città e, come tale, era rigorosamente
guardato e custodito dal Comune; ma deve trattarsi del
vecchio fossato che, divenuto ormai inservibile per l' abban-
dono della vecchia cerchia e per l'ampliamento che allora
proprio si effettuava della cinta cittadina, fu concesso in
proprietà ai frati (2). Con la linea di questa carbonaria,
abbiamo la indicazione del punto in cui ricercare la vecchia
linea murale anche in questa estremità occidentale: ove, il
convento di S. Domenico era fuori del vecchio fossato, cioè
. fuori delle mura medievali.

Ripensando alla qualità ed alla quantità dei documenti
storici addotti per la zona orientale, noi non esageriamo
il valore e l’importanza di questi pochi qui raccolti, i quali,
in fin dei conti, han dovuto essere sottoposti ad una faticosa
critica perchè ci fornissero qualche lume per la nostra ri-
cerca. Ma che, tuttavia, le conclusioni, a cui per una via o
per l’altra, essi ci han fatti pervenire, siano esatte, ci è am-

(1) « Cambium cum communitate reatina quo cedit Conventui terrenum carbo-
narie ... et conventus cedit communitati terram quam habuit ab Ecclesia Catte-
drali » Perg. della Bibliot. Com. presso V. BoscHI, op. cit., pag. 16, nota 3.

(2) Ad essa carbonaria si riporta, con ogni probabilità, la Carbonaria civitatis
che il Michaeli (I pag. 51 not. 2) dice di attingere da documenti del sec. XIII, che
peraltro non nomina. E forse la linea di questo vecchio fossato fu continuata da
quella specie di cloaca, che le fonti locali ci indicano a pié del colle e di cui a suo
tempo faremo parola. — La vera linea di questa carbonaria antica, verso S. Dome- :
nico, fu sconosciuta a coloro (BoscHI, op. cit., pag. 16) che non ebbero una idea del- È
l'antica cinta cittadina e che si fermarono in sito diverso da quello da noi indicato. i
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 359

piamente provato dal documento archeologico, che compensa
qui la penuria della documentazione storica.

Lungo il dosso dell'altura occorreva, adunque, proce-
dere al rinvenimento del dato di fatto: ‘si ricordi frattanto,
che l’antica cerchia, nella zona orientale, è stata da noi
direttamente o indirettamente seguita fino alla casa ed al
giardino dei signori Stoli (presso l'angolo S.-E. di P. del
Leone).

; Come é facile vedere dalla pianta topografica, il declivo
del colle che, nella zona già studiata, si avanza verso nord,
ad un tratto — con Piazza del Leone

indietreggia, la-
sciando lo spazio che dà luogo a questa piazza; il lato me-
ridionale della quale costituisce la nuova linea di falda del-
l’altura, sotto la casa dei sigg. Marinelli. La differenza tra
le due linee può calcolarsi ad un 80 metri.

L'aspetto generale del terreno e del fabbricato, tra la
Piazza del Leone e S. Paolo, offre oggi qualche divario di
fronte a quello dei tempi andati. Prima che si costruisse
l’attuale rampa, che nell'angolo S.- E. di Piazza del Leone
sorregge la strada di comunicazione tra l'alto ed il basso,
esisteva ivi una via stretta e ripida, addossata al fianco
occidentale del fabbricato di S. Paolo, e limitata, nel lato op-
posto, da un muro. Essa scendeva, per buon tratto, fin quasi
al termine della sottostante piazza, ove toccava il basso. In
capo a questa strada — quasi in linea con l'attuale Palazzo
Marinelli — c'era un veechio fabbricato ora scomparso; era
« il Monte della Pietà, che a’ poveri pietosamente impresta
fromento » (1); l'imboecatura della strada, tra questo fab-
bricato e quello di S. Paolo, formava una stretta apertura,
ritenuta per una porta (2). Il sostegno di questa angusta
via era tutto artificiale; infatti, risultò formato di terriccio
ammassato e tenuto fermo dal muro, mentre la roccia è molto

(1) ANGELOTTI, Descríttione ecc., pag. 50.
(2) Tutto ciò appare evidente anche rella carta del 1725.
360 G. COLASANTI

più in dentro. Cosieché, l'aspetto topografico odierno, in
questo punto, meglio corrisponde al primitivo.

Dove le tracce della vecchia cinta si rilevano evidenti
è sotto la casa dei sigg. Marinelli, attigua alla rampa che
mena giù a Piazza del Leone e poco discosta dal punto
dianzi esaminato. Nelle cantine del fabbricato, a livello della
piazza summentovata, e nella parete meridionale della casa,
Si osservano importanti residui di costruzioni, formate di
blocchi calcarei, parallelepipedi, delle dimensioni a noi già note
(lunghezza varia di m. 1,00; 1,30 etc. per l’altezza quasi
costante di m. 0,60). Questo muro, che offre. qua e là tracce
di rifacimento posteriore, si estende da oriente ad occidente
per circa 35,00 metri, raggiungendo un'altezza di circa
1:23:00:

Innanzi a questa costruzione, esistono ancora pochi
avanzi di altre simili, pure a blocchi, ma isolate e che
— secondo i testimoni oculari — per il passato sarebbero
state addossate alla parete di fronte a mò di contrafforti.
Questi avanzi si trovano a circa m. 5,50 dal muro princi-
pale; sarebbero stati in numero di tre, di cui peró uno solo
oggi si mantiene, che ha uno spessore di m. 1,00 per
metri 2,00 di altezza. Sono i residui di qualche torrione ivi
addossato? Non é possibile, allo stato attuale, avere di ció
conferma alcuna (1). Superiormente alla parete murale dispo-
sta nel fondo, la costruzione continua e raggiunge il livello
della strada, con un'altezza media di circa m. 5,00: il suo
tratto visibile, nel fondo dei granai che sono soprapposti alle
cantine del pianterreno, si estende per circa 12,00 metri:
altrettanti ne andrebbero ricostruiti dietro una parete mu-
rata, ove ci si asserisce continuare la costruzione a blocchi.
Noi non l'abbiamo però vista.

(1) La distanza di queste due linee di costruzioni corrisponde, ad un dipresso,
allo spessore dei torrioni ricostruiti o supposti nella zona orientale e che incontre-
remo in questa zona occidentale: ma tale coincidenza non può da sola decidere,
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 361

Abbiamo testé accennato alla probabile identificazione
di un antico torrione in quei resti perimetrali che si trovano
di fronte alla parete posteriore. La ipotesi troverebbe forse
un suffragio in quanto sappiamo dell'aspetto di questi
stessi residui, prima che le opere di costruzione moderna
vi apportassero delle alterazioni. Allorché, nel giugno del-
l’anno 1854, si scavavano le fondamenta del lato setten-
trionale del Teatro Comunale (in un sito, quindi, solo qual-
che metro discosto dalla vecchia linea perimetrale), « alla
« profondità di circa undici buoni metri si rinvennero dei
« grandi massi di pietra informe, amontinati li uni sulli al-
« tri a guisa di muro, lavorato nell'istessa maniera, che
« S'internava nel terreno verso Demarco e lasciano cono-
« Scere essere stato un recinto di quattro ambienti quelli
« che apparivano aventi ciascuno circa tre metri di lar-
« ghezza. Rimosse queste pietre, che eran slegate e prive
« di calce, e proseguito lo scavo per circa un metro, fui
« avvisato dalli operai essersi trovata la terra vergine, ed
« avendone misurato la totale profondità, la trovai essere
« di metri quattordici » (1).

La casa Demarco, nominata in questo rapporto, corri-
sponde ad un dipresso all'attuale palazzo dei sigg. Marinelli:
non sarà quindi difficile ricostruire, con il muro e con gli
spigoli che si internavano verso di essa, una linea murale
(corrispondente alla parete di fondo) a cui era addossato un
torrione (da vedersi negli angoli del muro normale al primo).
Tanto più che la misura complessiva di questo torrione (di-
viso internamente in quattro ambienti di m. 3,00 di lar-
ghezza) corrisponderebbe, in sostanza, a quella delle. altre
opere simili che vedremo lungo la cinta (m. 3,00 x 3,00 ci

(1) Vita Sabina ecc , anno II, n. III, Rieti, aprile 1900, pag. 33-34: « Delle ultime
scoperte di antlchità nella Regione Sabina, Relazione di Fabio Gori ». Il rapporto,
ivi incluso, si deve a testimoni oculari. Le identificazioni topografiche (casa De-
marco ecc.) le abbiamo attinte da testimonianze locali.

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362 G. COLASANTI

danno una fronte di m. 6,00 misurata internamente, come dal
rapporto appare. Gli altri torrioni hanno, esternamente, una
fronte di circa m..8,00: ove, i due metri in più si spiegano
con la misurazione esterna. Un torrione, ancora esistente a
Piazza del Leone, offre — misurato internamente — dimen-
sioni pressochè simili a quelle del rapporto citato).
Continuando sempre verso ovest, dove comincia a salire :
la Via della Pescheria, lungo la linea del fabbricato odierno
si nota una costruzione rettangolare a grossi blocchi calcarei
parallelepipedi, delle dimensioni ormai note (m. 1,60; 1,20,
1,00 x 0,60). Questa parete, larga m. 8,00, raggiunge un'al-
tezza di circa m. 15,00, oltre cui comincia il fabbricato di
età posteriore. Essa mostra qua e là segni evidenti di rifa-
cimento, sia in alcune aperture (porta e finestre) praticate
tra i blocchi, sia negli interstizi dei blocchi medesimi.
Osservando i lati di questa parete, è facile notare come
essi siano formati da una linea quasi verticale, che li separa
e distingue nettamente dalle costruzioni e dai fabbricati
adiacenti: in modo tale, che la prima nostra impressione fu
che si trattasse di spigoli. Ed infatti, entrando nel terraneo,
che si apre nel bel mezzo della parete, ed ove si trova l'of-

-ficina di un fabbro, avemmo la prova che il muro esterno

faceva parte di una costruzione rettangolare, la cui pa-
rete interna (circa m. 7,00 distante dalla esterna, cui è pa-
rallela) si conserva per un tratto di circa m. 1,20 X 3,00,
e quelle laterali si conservano per un tratto di circa

m. 7,00 X m. 3,00: in ünaà di queste ultime — in quella a
destra di chi entra — ci si dice che fosse praticata un'aper-

tura, oggi scomparsa. Con la parete interna, noi siamo sulla
linea del tratto murale già descritto sotto casa Marinelli e
pochi metri distante dal punto in cui si trova questa costru-
zione, la quale evidentemente è un torrione — sul tipo di quelli
osservati o ricostruiti nella zona orientale — addossato alla
cerchia, e nel cui interno erano state probabilmente praticate
varie divisioni ed aperture.
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 363

Sempre verso occidente, salendo per la Via della Pe-
scheria, la continuazione dell’antica cinta si nota sotto la
casa dei signori Ciancarelli, ove per altro i blocchi, aventi
le medesime dimensioni di quelli fin qui osservati, non
sembrano trovarsi nella loro posizione originaria: le vicende
del fabbricato hanno certamente causata simile alterazione,
la quale, tuttavia, non è tale da infirmare lo stretto nesso di
vicinanza tra questo antico materiale e la linea murale in
cui si trovava già composto.

Di fianco alla casa Ciancarelli, ad ovest. e nell’altro lato
della Via della Pescheria, là dove oggi si vede uno sterrato
di forma quadrangolare, esisteva fino a tempi non lontani
una costruzione rettangolare, di proprietà del Municipio. Era
costituita di blocchi parallelepipedi, delle solite dimensioni,
molti dei quali mostravano evidentissimo il rifacimento po-
steriore negli interstizi colmati di calce, e nelle aperture pra-
ticate per porte e finestre. L'aspetto di questa costruzione ci
è stato conservato in una riproduzione fotografica, che il locale
ispettore degli scavi e monumenti, prof. A. Sacchetti-Sas-
setti, si affrettò a fare eseguire. Il lato orientale — quello
cioè rivolto verso casa Ciancarelli — era il più manomesso;
poichè — scomparsi i blocchi — risultava formato quasi
completamente da mattoni, i quali solo verso lo spigolo an-
teriore davano luogo ai massi calcarei parallelepipedi. In

questo lato descritto — tra piccole aperture nella parte su-
periore — si aveva, nella parte inferiore, una porta rettan-

golare, tutta a mattoni. Il lato anteriore del torrione, quello
cioè volto a settentrione, ci appare il più ricco di vecchio
materiale; il quale anzi copre l’intera parete, ed è sostituito da
mattoni solo nella parte mediana della estremità superiore.
Questo lato nord recava tre aperture: due porte rettan-
golari, presso i due spigoli laterali, ed una finestra, posta
quasi superiormente alla porta occidentale. Il lato, volto ad
occidente, non ci è conservato dalla fotografia.
Le dimensioni e le relative misure di questa costruzione,
364 G. COLASANTI ©

delle sue aperture ecc. non ci sono conservate; non è tut-

tavia difficile ricostruirle. Il sito, in cui questo torrione
sorgeva, è oggi ancora visibilissimo: poichè è indicato

da un suolo sterrato, circondato in due parti — sud ed
ovest — da fabbricati; ed in due altre — est e nord —

dalla selciatura della strada. Seguendo tali linee, i lati
orientale ed occidentale e quelli settentrionale e meridio-
nale risultano di una lunghezza rispettivamente di m. 9,00
e di metri 8,00. Come si vede, ritornano ad un dipresso
le dimensioni altrove osservate per costruzioni simili. Le altre
misure si riferiscono a cose di minore importanza. Quanto
fosse alto originariamente questo torrione, non sappiamo: pri-
ma della sua demolizione, e nei punti più conservati, la vec-
chia costruzione raggiungeva circa m. 6,60. Infatti, lo spigolo
nord-est e quello nord-ovest ci appaiono formati da undici massi;
e questi blocchi — che ancora giacciono abbandonati lì presso
— mostrano la comune media altezza di m. 0,60 (0,60 Xx 11 =
m. 6,60). Delle aperture già descritte, la porta nel lato orientale
e la finestra nel lato settentrionale si trovavano in mezzo
ad una costruzione posteriore a mattoni, e quindi non sono
importanti. Le due porte nel lato settentrionale erano, invece,
praticate tra blocchi calcarei; valendoci dei blocchi, che in nu
mero di quattro ne costituivano i fianchi, mentre uno ne forma-
va l'architrave, può dirsi che queste porte raggiungevano
circa m. 2,40 di altezza, per un metro o poco più di larghezza.
La distanza tra porta e porta non è possibile calcolarla dai
massi, che ci appaiono di lunghezza varia: però, conside-
rando che tutto il fronte settentrionale raggiungeva gli otto

metri; considerando che queste due porte —- larghe poco
più di 1 metro — erano presso gli spigoli, da cui la ripro-

duzione ce le mostra distanti non più di un sessanta centi-
metri, la distanza tra le due aperture doveva essere ad un
dipresso di m. 4,40 (larghezza media di ciascuna porta
m. 1,20 = 2,40 per entrambe; 0,60 x 0,60 = 1,20 tra le
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC.

porte: e gli spigoli; complessivamente m. 3,60; m. 8,00 —
3,60 — 4,40).

Immediatamente dopo questo tratto, tracce perimetrali
. vere e proprie oggi non esistono; ma che il vecchio peri-
metro dovesse seguire la linea da noi tracciata, è con suffi-
cienza dimostrato e dalla natura del terreno (simile a quello
in cui fin qui constatammo i residui murali), e dal fatto che
la linea, ricostruita sino alla Via della Pescheria, ci addita la
direzione per cui dobbiamo continuare.

Ed infatti su questa linea, poco sotto il Vicolo Alemanni,

nella casa dei signori Battisti, si ricordano grossi massi, delie -

dimensioni a noi note, disposti in una costruzione rettango-
lare, sotto l' odierno fabbricato che si sarebbe sovrapposto
a quest’ultima. L'attendibilità delle informazioni forniteci
dagli abitatori dello stabile; le dimensioni indicateci di que-
sta antica costruzione, che corrisponderebbero a quelle ap-
prossimative dei torrioni a noi noti;le dimensioni dei blocchi
ecc. ci rendono piuttosto inclini a vedere in questo punto
un’altra delle costruzioni di difesa, addossata alla cerchia.
Con il gomito, formato ad W. dal Vicolo Alemanni, noi rag-
giungiamo un terreno chiaro ed evidente per la localizza-
zione della vecchia linea murale: i declivi del colle — che,
fino al limite raggiunto dal caseggiato, si mantengono più o
meno dolci — al di sotto di esso scendono scabrosi, e sono
formati da un terreno incoerente, sorretto da muri e messo
a giardini. Se si pensa che la linea del fabbricato, lungo il
ciglio di questa pendenza, faceva a prima vista intuire sotto
di questo o un terreno consistente (cioè la roccia, che costitui.
sce il nucleo dell’ altura, e su cui in gran parte vedremo
posta l'antica cerchia), o addirittura delle poderose costru-
zioni antiche, sopra le quali fossero state poggiate le fabbri.
che moderne, si comprenderà come tutto ci portasse a ve-
dere, nella linea dell’ odierno caseggiato, la probabilissima con-
tinuazione dell’antico perimetro. Il dato di fatto venne a cor-
roborare questa ipotesi. Riescita infruttuosa una prima ricerca.
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366 G. COLASANTI

sotto i fabbricati immediatamente a fianco del Vicolo Se-
veri, esaminammo un sotterraneo della casa di proprietà
dei sigg. conti Vincentini, rivolto verso Santa ‘Agnese: i
blocchi parallelepipedi, che sporadicamente vedevamo inca-
strati nelle fabbriche adiacenti, ci avevano dato motivo a
bene sperare. Ed infatti, nella parte interna del sotterraneo,
a livello del terreno con cui comincia l' orto, rinvenimmo
un tratto del vecchio muro di cinta, su cui è stato pog-
giato il fabbricato moderno: la sua lunghezza raggiunge
complessivamente i 15,00 metri e la sua altezza varia dai
m. 1,90 ai m. 1,10; è costituito di blocchi, aventi le solite
dimensioni (lunghezza varia: m. 1,20: 1,30: 1,60 X 0,60).
Questo tratto, assai bene conservato, mentre è in linea con
1 residui perimetrali osservati fino a Via della Pescheria,
giustificando così la delimitazione della cerchia da noi trac-
ciata sulla carta -— ci indica, con la sua direzione, quale do-
veva essere la sua continuazione verso occidente.

Poco oltre, sempre procedendo ad ovest, il ciglio del
terreno gira verso sud, formando l'esiremità dell altura da
questa parte. Le attuali condizioni topografiche rivelano
ancora la pendenza del dosso della collina, ma non danno
che approssimativamente un concetto dell’antico stato di
cose. Per averne una idea, si osservi che ai due lati della
Via Cintia, a partire dall arco del Vescovo fino al Palazzo
Ciaramelletti, le fondamenta dei fabbricati sono state messe

allo scoperto, e — a destra di chi va a Porta Cintia — si nota

ancora l antico livello del suolo al di sopra dell'attuale li-
vello della strada: il che, mentre indica chiaramente — come
già in principio dicemmo — che l'antica pendenza della
strada è stata corretta per le esigenze di una più comoda
viabilità. Il vecchio stato di cose, del resto, è ancor oggi ri-
cordato. Su questo terreno, o sui punti in cui esso si lascia
ricostruire, andavano ricercate adunque le eventuali tracce
murali. In fondo al giardino, annesso alla casa della signora Ma-
dricardi, sulla linea degli ultimi residui murali dianzi esa-
m

REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. | 361

minati, esistono ancora pochi avanzi perimetrali i quali, pie-
gando ad angolo retto, abbandonano la primitiva direzione da
oriente ad occidente e corrono in senso normale alla Via Cin-
tia. Il tratto osservato occupa uno spazio di circa m. 3,00 X 3,00,
éd è costituito dei soliti blocchi, di forma e dimensioni a
noi già note (m. 1.60: 1,30 ecc. x 0,60).

Questi residui sono a destra di Via Cintia, andando verso
la porta omonima. Sulla sinistra della stessa strada, e sulla
continuazione dei resti descritti, la roccia affiora sotto il Pa-
lazzo Ciaramelletti e continua poi, lungo il lato sud, sotto le
cantine dei sigg. conti Vincentini. Poggiati su di essa si osser-
vano — sotto la casa Ciaramelletti — dei residui evidenti della
vecchia cinta, incastrati nella costruzione: sono disposti per un
tratto di qualche metro, e sono costituiti da blocchi aventi la
solita forma e le solite dimensioni (1,50 ecc. >< 0,60). Riunendo
con una linea questi ultimi residui — disposti in modo che
rivelano la loro continuazione da ovest verso est, prospet-
tando verso sud — e gli altri sul fianco opposto della strada,
noi veniamo a ricostruire un tratto murale che tagliava la Via
Cintia, e formava l'estremo limite perimetrale verso occidente.

Con quest'ultimo tratto, noi abbiamo ricostruita la vec-
chia linea murale a partire dal monastero di 5. Paolo fino
alla sua estremità occidentale. Alla poderosa parete noi ve-
diamo addossati — sopratutto nella prima sezione, da S. Paolo
à Via della Pescheria — ben tre torrioni, di cui si hanno
variamente residui o indiscutibili ricordi: essi ci appaiono
alla distanza di circa 40,00 m. fra di loro. Dopo Via della
Pescheria, i documenti e le tracce di questi contrafforti
si dileguano o divengono sempre piü incerti: e solo le no-
tizie, raccolte sulla esistenza di una costruzione quadrango-
lare sotto il fabbricato di Vicolo Alemanni, ci autorizzerebbero

a porre torrioni simili nel restante tratto murale e — pro-
babilmente — secondo il medesimo intervallo tra di loro.

In questo tratto di perimetro esistevano porte?
Poichè noi abbiamo visto essersi formato assai per tempo,
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368 G. COLASANTI

a nord di esso, quell'abitato che fin dal principio del se-
colo XIV fu racchiuso dalla odierna linea perimetrale, é
facile pensare come si imponesse allora la necessità di co-
municazioni tra il nuovo abitato nel basso ed il vecchio nel-
l'alto; comunicazioni, che dovevano quindi aprirsi lungo la
vecchia linea murale che andava in disuso. Si ebbero in tal
modo il varco dell'attuale Via Pennina, quello di Via della
Pescheria e quello aecanto al monastero di S. Paolo, che fu-
rono le principali comunicazioni, notate anche dai nostri
documenti cartografici e. che oggi ancora, con piccole va-
rianti, rimangono.

Gli scrittori locali, peró, in queste interruzioni delle vec-
chie mura vollero vedere delle porte vere e proprie, riferen-
.dole persino a porte antiche. L'ideadi due antiche porte ba-
lenó già nella mente del Vittori, il quale suppose la città
circondata da una cinta lungo il dorso del colle, con cinque
porte (1). Egli conosce bene il sito della porta orientale o Porta
Accarana (2); conosce — quantunque approssimativamente
— una antica porta occidentale (3); e nel lato sud — poichè
non conosceva altra comunicazione che quella costituita dal-
l'odierna Via Roma — su quest’ ultima dovè indubbiamente
pensare a porre una delle cinque porte. Le altre due? Poichè
verun’ altra interruzione notevole esisteva od esiste nell’abi-
tato in altre direzioni, convien credere che le tre inter-
ruzioni della vecchia cinta, a nord, richiamassero l’atten-
zione del nostro autore. Quali però di queste tre comunica-
zioni fossero ritenute come le rimanenti due porte delle an-
tiche cinque predette, il Vittori non lo dice nel suo laconico
‘accenno, che — anche perciò — si mostra basato su criteri

(1) « Portas non minus quam quinque habebat etc. » (ms. cit., c. 124).

(2) Ms. cit., c. 115.

(3) Ciò si ricava dall’ accenno che fa all' antica Porta Quintia (ms. cit., c. 100),
che doveva trovarsi lungo la cerchia, così come l’A. l' ha approssimativamente de-
lineata intorno al colle.

—:
L4

REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 369

sufficientemente indeterminati. Gli scrittori posteriori giunsero
a maggiori specificazioni.

Il torrione, che si trovava sull'alto di Via della Pescheria,
fu erroneamente considerato come il forte laterale di una
porta; e questa credenza, elaboratasi nella erudizione locale,
fu resa nota al Guattani, il quale scrisse come una porta
era « nel fine della Via detta de’ Macelli, che conduce al
Seminario, ove ne restano ancora alcune antiche pietre » (1):
concetto accolto in seguito dal Michaeli, il quale parlò anch'egli
di una porta che « era superiormente all'attuale piazza del
Leone » (I, 25), presso « un avanzo di antiche mura » (I, 52, not.
2). È superfluo aggiungere come nè la interruzione murale, ne
la presidenza del torrione accanto all'apertura possono qui ri-
ferirsi alla esistenza di una porta vera e propria: si richiami
alla mente quanto sappiamo sulla natura di simili costru-
zioni.

Della seconda porta — che qualche fonte locale conosce,
e pone indistintamente presso quella supposta su Via della
Pescheria, senza maggiori indicazioni (2) — c'è chi, impron-
tando le proprie asserzioni ad una opinione alquanto divul-
gata nella erudizione locale, dà una più esatta determina-
zione, ponendola nel « clivo che dalla piazza del Leone con-
duce alla piccola Chiesa di S. Paolo » (3), cioè a fianco di
quest'ultimo monastero, tra esso ela vecchia costruzione scom-
parsa, nel punto ove poi fu costruita la odierna rampa. An-
che qui, però, è giocoforza riconoscere che nessun documento
valevole e buono è addotto. Tutto, anzi, ci induce a ne-
gare la esistenza di una porta cittadina, nel senso vero ed

(1) Mon. Sab., II, pag. 279, nota 4.

(2) Così il Michaeli, dopo menzionata la porta su Via della Pescheria, ag-
giunge : « Probabilmente a sinistra di questa porta erane un’altra, di cui ora è
difficile precisare il luogo » (Mem. storic. ecc., I, pag. 52). Forse da questa porta il
nostro A. faceva uscire l'ipotetica Via Reatina (op. cit., I, 61), nel lato nord dell’abi-
tato : via, la cui esistenza è basata su di una epigrafe falsificata (C. I. L. IX, 428).
(3) GuATTANI, Monumenti Sabini ecc., II, 279, nota 4.
rai erezonazio - Wee herr get vp oct "

——————O M ÓÓÓ

370 G. COLASANTI

ufficiale della parola, in questo lato settentrionale. Anzi-
tutto, la tradizione storica e toponomastica — che negli altri
punti della città ci ha mirabilmente conservati ricordi piü
o meno chiari dell'antica cerchia e delle antiche porte in
essa aperte — per questo lato settentrionale tace completa-
mente, mentre pure saremmo in diritto di avere un lontano
sentore di questo antico stato di cose, al modo stesso che ci é
stato serbato ricordo della linea della vecchia cinta murale. Di
piü: in quasi tutte le città antiche conservate nel medioevo,
ed in Rieti in specie, con lo svilupparsi dell'abitato si an-
darono formando, davanti alle principali porte e lungo le vie
che per esse entravano, dei nuclei abitati già prima del mille;
nuclei che sono un indice sicuro per risalire all'esistenza
e dell'antica porta e dell'antica via in quei punti determi-

nati. Per Rieti — ove questo fenomeno é confermato negli
altri lati e per le altre porte — veruna notizia abbiamo di

un nucleo abitato vero e proprio, formatosi di fronte ad un
qualsiasi punto del lato nord della vecchia cerchia, ove pure
il terreno era favorevolissimo. Di più, in Rieti le porte della
vecchia cerchia, con il loro abitato dentro e fuori di esse,
furono la base di formazione dei sestieri cittadini, rimasti
poi come la partizione ufficiale del Comune che da essi
prendeva alcuni magistrati: cosi i sestieri di P. Carana
dentro e funri; di P. Cintia dentro e fuori ; di P. Romana den-
tro e fuori. Tre questi nomi di sestieri, che ci conservano l'an-
tico ricordo topografico delle porte, non troviamo affatto quelli
riferentisi al lato settentrionale delle mura, riportandosi i
primi rispettivamente ai tre lati occidentale, orientale e meri-
dionale della vecchia cinta.

Riassumendo: se, alla completa mancanza dei documenti
storici e toponomastici, fanno degno riscontro tutte queste
conclusioni negative intorno all'accertamento di un nucleo
suburbano e dei sestieri medievali in questo tratto setten-
trionale, noi abbiamo già tanto da potere evitare l'ipotesi di

una porta lungo la veechia cinta murale da questo lato.
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 971 RH

Tutte queste considerazioni ci conducono — al contra-
rio — ad accertare la presenza di una porta nell'estremo limite ;

della cinta, verso occidente. Di essa solo qualche scrittore
locale ebbe una vaghissima idea, tanto più indeterminata e
debole in quanto che ogni ricordo toponomastico era tra-
montato da questa parte. Il Vittori, che e dai resti architet- tel
tonici e dalla persistenza del nome aveva potuto riconoscere
il sito della P. Accarana, si trova bene impacciato per questa
porta occidentale. Di una antica porta in questa direzione i"
egli ha notizia, come si è visto. Quantunque egli dichiari che |
da una antica Via Quintia si denominó « feat? portam unam ...
quam hodie Cyntiam vocant » (ms. cit. c. 100; la idea e altrove
ripetuta c. 116 ecc.), le sue parole non debbono tuttavia far
credere che egli identifichi, topograficamente parlando, il sito
dell'antiea porta. con la omonima porta moderna. Giacchè
dal concetto generale, che altrove egli mostra di essersi fatto
dell’ antica Reate (« Urbis moenia Collem undique cingebant
ecc.» c. 124), scaturisce che anche l'antica porta doveva tro-
varsi nella linea murale /ungo il dosso del colle. Il suo sito però
— come il tracciato delle antiche mura da questa parte —
non é dal Vittori in modo alcuno determinato. Né una de-
terminazione parve possibile al Latini, il quale, da un passo
dello Statuto in cui si nomina la Porta Cintia di sotto, de-
sunse « che le Porte Cintie fossero due; una di sotto, ed una
« di sopra, ossia una nel luogo ov'é presentemente; e l'altra
« nell'interno della città, lungo la medesima strada dove
« forse anticamente terminava la Città stessa » (ms. cit. f.
IV c. XVIIT).

Qui, in sostanza, vediamo ripetuto il concetto del Vit-
tori, suffragato però da un'altra prova dal Latini desunta
da un accenno dello Statuto, e maggiormente determinato
con la indicazione della Via Cintia, lungo la quale tale porta
si sarebbe trovata. Manca però la determinazione del punto
preciso ove fermarci Determinazione, che parve opportuno
fare al Gori il quale, non conoscendo la vecchia linea murale
oi G. COLASANTI

nella sua estremità occidentale, cosi come noi l'abbiamo trac-
ciata; scambiando, anzi, i resti perimetrali ivi esistenti con re-
sti di un ipotetico anfiteatro, ed arbitrariamente interpetrando
quella costruzione ad arco detta Arco del Vescovo, credè che
quest'ultima avesse sostituita la triplice porta, difesa da Torri,
appellata nel medio evo Porta Zinzula o Cinciula, e sostituita
dal Quadriportico od Arco del Vescovo (Vita Sabina ecc. Anno II
n. V pag. 58).

Accanto a costoro, altri non ebbero neppure l’idea di
una diversità topografica tra le due porte — antica e mo-
derna — e quindi della diversa linea delle due cinte. Così,
fra gli altri, il Guattani al quale la moderna porta venne
indicata come la continuatrice di quella antica, con parole
che riproducono solo in parte il concetto del Vittori (1).

Seguiamo per nostro conto la ricerca.

Anzitutto — data la mancanza di una apertura in tutto
il lato settentrionale e nella metà occidentale di quello volto
a sud, verso il fiume — la necessità di una comunicazione in
questo punto, ac ovest, salta fuori da sè. Il terreno, che ivi —
pur essendo nel passato più ripido che non oggi — si mo-
stra tuttavia più agevole e più atto ad un transito, suffraga
la nostra ipotesi; si aggiunga la remota tradizione topogra-
fica di un’antica comunicazione (la V. Cintia) lungo il dosso
del colle, e si comprenderà come tutto ciò doveva farci in-
tuire che — al modo stesso che la Porta d’ Arce e la Porta
Conca sono la traslazione dell'antica Porta Carceraria; e l'o-
dierna Porta Romana è la traslazione della medievale Porta
di Ponte sul Velino, la, quale — a sua volta — è la trasla-
zione dell'antichissima Porta Romana sul ciglio meridionale
del colle — la odierna Porta Cintia corrispondesse a qualche
antica porta della vecchia cinta interna. Della cui esistenza,
un valevolissimo documento ci è altresì conservato nel

(1) « Molti sono di parere che la porta Cintia di Rieti sia corrotto vocabolo di
Quintia » (Monwm. Sab. I, 31, nota 1; ofr. pure II, pag, 379; 379, nota 3 ecc.).
REA'TE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA,. ECC. | 3753

nome-dei due sestieri occidentali dell’antico Comune: l'abi-
tato, esteso entro la cerchia comunale verso il limite occi-
dentale, poco dopo il mille costituì i due sestieri di orta
Cintia desupra e Porta Cintia desuctus, originatisi ai due lati
dell’antichissima porta, in seguito scomparsa.

Sulla esatta ubicazione di questa porta occidentale tac-
ciono i documenti medievali, e tace anche il ricordo topono-
mastico: persino i^nomi dei due predetti sestieri — come
già si è visto — sono oggi completamente tramontati dalla
coscienza popolare, togliendoci cosi anche la possibilità di
un qualsiasi orientamento al riguardo. Ma non tutte le vie
ci sono precluse per raggiungere l'intento. Si tenga ben pre-

sente il tracciato perimetrale, quale — in base ai resti ar-
cheologici — l'abbiamo delineato in questa estremità occi-

dentale; il terreno, lungo cui questo tratto di cerchia si
trova, oggi ancora si mostra tale che nè a nord nè a sud di
esso è possibile far passare una via principale e porre, di
consegyenza, una porta. Non a nord, ove — pur sotto il fabbri-
cato moderno — il terreno si rivela ripido e scosceso; non
a sud, ove la roccia sporge quasi a picco sul sottostante suolo.
Queste condizioni topografiche delle località in parola cor.
rispondono a quelle tramandateci per il tempo passato. In-
fatti, mentre verso sud e verso nord nè si hanno tracce
di vecchie comunicazioni stradali, praticate nel terreno e
nella roccia e poscia scomparse, nè conosciamo documenti
che ci autorizzino a ritenerle — d’altra parte è sempre dif-
ficile ammettere che un cambiamento simile possa essere av-
venuto, senza lasciare alcun sentore di sé. Si ricordi che gli
scrittori locali, quando parlano di « questa ben habitata
contrada fin'a Porta Cinthia » (1), ne riconoscono la. vetu-
stà (2), e mostrano di non avere affatto notizia di uno schema

(1) Così P. ANGELOTTI, Descrittione ecc., pag. 45. Qui, Contrada = Via.
(2) Il Mattei ci descrive questa contrada (= strada) « sempre ornata di nobili
habitationi e per lo più d’antica architettura » Erario Reatino ecc., c. 80-82.
374 G. COLASANTI

o di un tracciato stradale diverso dall’odierno. Con ciò con-

corda il fatto che, lungo questa Via Cintia — specialmenté
nel tratto posto nel declivo dell’altura — troviamo antichi

edifizi, che ci fan risalire fino a tempi non certamente molto
vicini (1). Per tutte queste ragioni, e considerando anche la
forma del tracciato perimetrale da noi ricostruito, che rende
più che mai logica la ricerca di una porta nel tratto verticale
che riunisce le due linee murali di nord e di sud, la ubica-
zione della vecchia porta perimetrale, lungo la Via Cintia e
nel punto in cui questa era tagliata dalla cinta, è completa-
mente giustificata. Nella estremità occidentale dell’ antichis-
sima arteria (V. Garibaldi — V. Cintia) che — andava da
un punto all’altro della cinta murale, la Porta Cintia guar-
dava verso occidente, nel sito diametralmente opposto a quello
della Porta Carcarana. Il caseggiato moderno, che quantun-
que appartenente ad un'età recente non ha potuto fare a
meno di seguire, in questo punto, le tradizionali tracce dei
fabbricati anteriori, mantiene, con la sua linea che si avanza
a mò di strozzatura lungo la via, visibile indizio della porta
antica (Palazzo Ciaramelletti).

Il nome di questa vecchia porta ci appare — nei do-
cumenti medievali — sotto due forme, la cui affinità per al-

tro si rileva a prima vista. Sotto la forma di Porta Cinthia, lo
incontriamo negli Statuti della città (2), nei documenti segna-
latici nell'Archivio della Cattedrale (3) ed in tutti gli scrittori
locali (4); scomparsa la À .— dovuta probabilmente ad una

(1) Così il vescovato, la cui costruzione, nella veste odierna, risale al sec. XIII
(DesaNOTIS, Notizie storiche ecc., pag. 43). Il MATTEI, col suo solito linguaggio, ne
ammira le ornamentazioni « alla Gotica » (Erario Reatino ecc., c. 88); P. ANGE-
LOTTI ne riconosce anch'egli l'antichità (Descrittione ecc., pag 45), come pure il Mr-
CHAELI (Memorie Storiche ecc., IIT, 49). Altri edifici rimontano al cinquecento.

(2) I, 75, Additio I ecc.

(3) NAUDAEUS, Instauratio etc., pag, 39, 58: questi documenti, altrove riportati,
sono del sec. XIII e degli ultimi decenni del sec. XV.

(4) Cosi il Vittori (ms. cit., c. 116; 100 ecc.), e così tutti gli altri autori a noi
già noti. i
REATE, RICEROHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 919

formazione posteriore — la grafia corrente di questo nome
(dato anche a tutto un rione) oggi è Cintia. Nei ricordati pro-
cessi della Inquisizione, in carte dell'Archivio della Cattedrale
ed altrove incontriamo la seconda forma, rappresentata da
un gruppo onomastico unico, con leggerissimi divari: Porta
Cenciola (1); Cinciola (2); Gingiula (3); Cinzola (4); Cezola (5);
Zinzula (6); Cencia (1). |

Il ritrovare questa seconda forma nei processi della
Inquisizione, ove anche a proposito di Porta Carana in-
contriamo riprodotta la dizione popolare Carcarana; ed il
fatto che in essa si ha il suono fonetico dialettale, variamente
reso con c o con z, fan credere che questo secondo eruppo
onomastico costituisca la forma popolare. Deriva esso da
un Cintia (Cintiola, Cinzula, ecc.) oppure (ipotesi assai più
difficile) il nome Cintia o Cinthia è una derivazione poste-
riore classicheggiante della forma popolare? L'ipotesi più
probabile (si noti che noi parliamo unicamente di potest,
poiché altro non ci é permesso asserire dato il materiale
di cui disponiamo) a noi pare la prima. Le domande ed i

quesiti non finiscono a questo punto. Il nome Cintia — pre-
sunta formazione anteriore — si riporta al filone classico

(come quello di Porta Interocrina, già discusso; e come
l’altro — che presto esamineremo — di Porta Fomana, a
sud), oppure (come il nome di P. Carana, Carcarana ecc.)
ha una origine tutta volgare, da porsi in età posteriore ?

Quest’ ultima cosa — senza tuttavia far questioni cro-
nologiche — sospettò il Latini. Il quale — avendo trovato,

1) Bollett. cit., pag. 393.
2) Idem, pag. 406.
3) Stat. di Rieti, VII, 33.
(4) Idem, I, 135.
(5) Bollett. cit., pag. 393.
(6) NAUDAEUS, Instauratio ecc., pag. 63 (anno 1317-1320). Nello Statuto abbia-
mo anche una strana alterazione « Cinacula » (III, 31) dovuta forse all’ amanuense..
(7) Così nella Carta planimetrica del Picciolpasso.

(
(
(
316 G. COLASANTI

in un eleneo dei documenti dell' Archivio della Cattedrale
reatina, una donatio facia Ecclesiae Reatine per Reatinum
Cinthii de bonis omnibus quae habet etc. (Naudaeus, Instauratio
ecc. pag. 34) — avanza l idea secondo cui « aleuni potreb-
bero credere che Cintia sia stata detta dalla casa Cinti »
(ms. cit., fasc. IV, cap. XVIII) Come si vede, sarebbe una
spiegazione simile a quella dall'A. avanzata a proposito di
Porta Accarana; e come questa non ha valore alcuno. Oltre
che i Cinti non appaiono — per quanto sappiamo — come
una famiglia nobile ed importante nella storia della città,
riesce sempre difficile, nel caso nostro speciale, riportare ad
una famiglia la denominazione di una porta. Vedremo presto
come, e da una serie di documenti appartenenti ad epoche
più remote e dall’analogia di quanto vediamo nelle altre
porte della vecchia cerchia, siamo spinti a scartare senz'altro
supposizioni simili a quella del Latini, per fermarci in altre
più verosimili e più fondate. L'autore stesso, del resto, non
si illuse molto intorno alla sua idea, allorchè aggiunse : « af-
« finchè ... questa congettura avesse qualche fondamento,
« converrebbe mostrare che la casa Cinti fosse ‘contigua o
« almeno vicina a questa porta » (ms. cit., fasc. IV, cap. XVIII).

In favore della origine volgare della denominazione sta-
rebbe pure la notizia contenuta in un documento dell’Archivio
della Cattedrale reatina. L’anno 1075 Crescenzio figlio di Asone
donava, con pubblico strumento, al vescovo reatino Rainerio
i beni « quae habebat in territorio S. Ioannis, in ipsa Civi-
tate Reatina et in campo item Reatino, foris, iuxta Portam
Spoletinam ete. » (1). Poichè il nome di campo reatino oggi
ancora indica la zona a N.-W. ed W. della città, nel punto
volto verso Spoleto, la determinazione topografica di questo
passo non incontra difficoltà: la Porta Spoletina — di
fronte a cuì si estendeva il campo reatino — si trovava

(1) NAUDAEUS, Instauratio ete., paz. 32.
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 577

(come del resto era facile desumere dal nome della città
verso cui guardava) ad occidente. Se si tien conto che il
riferimento del citato passo è alla vecchia cerchia (della nuova
non é neppure il caso di parlare, in quest’ epoca), nel cui
tratto settentrioniale ed occidentale non abbiamo vista che
un’ unica porta, quella ad occidente, vien fatto di assimilare
a quest’ultima, che conosciamo, la porta del documento del
1015: la quale adunque — accanto al nome di Cinzia, che
ci appare assai dopo il mille — avrebbe avuto l'altro di
Spoletina, ancor vivo verso la metà del secolo XI. Le porte
reatine hanno talvolta più di un nome, dovuto in genere a
ragioni del tutto locali, senza alcun riferimento ad una tra-
dizione passata (1); ma l'età in cui troviamo — quantunque
in debolissime tracce — questa denominazione; 1’ analogia
con ciò che è accaduto nella porta orientale, ove il nome
volgare si è sovrapposto a quello classico, verso il mille (2);
l'analogia con i nomi delle altre porte reatine, desunti tutti
dalle denominazioni delle città verso cui guardavano, par-
rebbero conferire a questa nostra denominazione del 1075 un
grande valore tradizionale, mostrandocela forse come l'ul-

(1) Così per la Porta d'Arce abbiamo vedute parecchie denominazioni non
aventi alcun carattere storico vero e proprio. Simile a queste potrebbe ritenersi
l'appellativo di Porta sancti Dominici, contenuto in un atto di permuta tra il con-
vento di S. Domenico e tal Bartolomeo de Castilionibus, al quale i frati davano
« unam iunetam de terra dieti loci posita extra portam sancti Dominici de Reate
iuxta rem sancte Marie et viam publicam et rem dieti loci prout terminatum est
cum introitibus etc. ». — L'atto — proveniente dall’ Archivio di S. Domenico ed
ora conservato nella Biblioteca Comunale reatina — reca questa data: « anno do-
mini millesimo, ducentesimo septuagesimo. Indic. XIII Ecclesiae romane pastore
vacante, mense martii, die ultima ». Se nel 1270 la nuova cinta era formata, il rife-
rimento di questo passo è ad essa, quindi alla sua porta maggiore (P. Cintia) o a
qualeuna delle secondarie vicine al convento (P. Sancti Apostoli), le quali da que-
st'ultimo avrebbero preso il nome. Se il vecchio perimetro, però, ancora viveva,
noi possiamo pensare alla maggiore porta, che era di fronte a S.'Domenico (P. Zin-
zola). B

(2) La menzione di Porta Spoletina scende fino all' anno 1075: quella di Porta
Interocrina si mantiene viva nelle carte farfensi fin verso la stessa età, poiché an-
cora nel 1084 i documenti ne fanno un raro accenno (Reg. di Farfa, V, pag. 83 ecc.,
secondo il passo già riportato a suo tempo).

25
3978 . G. COLASANTI

tima e debolissima vestigia del nome classico. Peró, nono-
stante questi riscontri che potrebbero certamente allettare,
occorre esser cauti. Non si dimentichi infatti che, per con-
clusioni simili, fan d'uopo assai più documenti e prove mag-
giormente dettagliate di quell’ unica che noi possediamo. I
diversi nomi, che vediamo dati alle singole porte (per quella
orientale ne abbiamo visto più di uno; questa occidentale
vien chiamata P. Cintia; P. Sancti Dominici; P. Spoletina ecc.
ecc.), indicano che non a tutti va attribuita una origine che
vada oltre tempi a noi relativamente vicini: e quello di
P. Spoletina potrebbe essere tra questi. Di più: una volta
assimilata — quanto all’ origine — la denominazione Cintia
con quella di P. Accarana (origine volgare), non riuscirebbe
strano che della prima denominazione non si sia — contra-
riamente a quanto è accaduto per la seconda — conservato
neppure un documento o un lontano accenno storico o topo-
grafico, che ne indicassero l’ etimo? Eppure questa denomi-

nazione ba ed ebbe un estesissimo e quotidiano uso. La ipotesi
circa l'origine volgare e posteriore del nome Cintia si imbatte,
adunque, in tante difficoltà di vario genere: perchè non ci
fermiamo per un momento sull’altra, con cui si verrebbe a

riconoscere a questa denominazione una origine classica ?
Come presto vedremo, nel lato sud della vecchia cerchia il
‘ nome veramente antico della porta non è stato soppiantato da
alcuna denominazione posteriore, e su di esso si sono formate
le denominazioni dei sestieri cittadini. Non potrebbe essere
avvenuto qualcosa di simile per questa porta occidentale ?
Al mondo classico molti scrittori ricorsero, e cercarono la
spiegazione del nome Cintia negli attributi di qualche divinità.
Poichè il nome della città faceva pensare a Rea, si rico-
nobbe in questa divinità la protettrice di Reate, confortati in
ciò dal noto accenno di Silio Italico :

« magnaeque Reate dicatum
Caelicolum Matri » (1).

(1) Pun. VIII, 414-417.
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 919

Data la identificazione di Rea con Cibele (1) quest'ultima
fu ritenuta la protettrice della città sabina (2); ed allora, il
nome Cintia fu creduto come una forma parallela di Cibe-
leia, attributo da riportarsi a Rea: cosi opinó il Vittori (3).
Questa spiegazione, che incontrava forti difficoltà, sopratutto
perchè l'attributo Cintia appartiene a Diana e non a Ci-
bele (4), fu accolta da Pompeo Angelotti il quale la rifini,
eliminando ogni intoppo. Poichè nel lessico mitologico egli
conosceva un attributo Berecintia dato a Cibele (5), gli fu
agevole passare da questo al nome della porta, che sa-
rebbe stata < così detta da Rea, madre di Sabo, che ancor
Berecinthia fu chiamata » (6). Questa spiegazione parve appa-
gare le esigenze della piccola erudizione locale, nella cui tra-
dizione continuò a vivere indisturbata. E fu posta innanzi
al Guattani, il quale anch’egli sa che « da una illustre donna,
dalla favola trasformata in Rea (Divinità confusa di poi con
... Berecintia, Cibele, Opi, Matuta), sia derivato il nome
di Rieti », come « bastantemente è provato .... da una porta
della città che di Cinthia ancor porta il nome » (7). Solo il
Latini osò dubitare di questa opinione, che non gli parve
« bastantemente solida », poichè, « sebbene Rea venga dagli
antichi sovente confusa con Berecintia, in Rieti però non mai

(1) DAREMBERG ET SagLIO, Diction. des Antiq. Grecq. et rom. s. v. Cybéle.

(2) « Cybelem Magnam Deorum parentem Reatinae Urbis patronam esse »
(VrrTORI, ms. cit., c. 121); ove, appare evidente il nesso con i riportati versi di Silio.
— « Nomen suum Reatina urbs videtur sumpsisse a Rhea Dea, idest Cybele ; cui etiam
dicatam fuisse ostendit Silius etc. », così A. MANUZIO (De Quaesitis etc., pag. 10) che
riproduce esplicitamente la notizia di Silio.

(3 « Urbis Portam Cynthiam vulgo appellatam, a Cybele Cybeleiam dictam
quidam existimant » (VITTORI, ms. cit., c. 116); « portam unam ... quam hodie Cynthiam
vocant ... alii Veluti Cybeleiam a Cybele Urbis quondam patrona vocatam esse ma-
liut » (VrrTORI, ms. cit., c. 100).

(4 DAREMBERG et SacGLIO, Dict. des antiq. grecq. et rom. s. v. Diana.

(5) RoscHER, Griech. und Ròm. Mythologie s. v. Berecyntia.

(6) Descrittione ecc., pag. 90; cfr. anche pag. 45: « Porta Cinthia, nome heredi-
tato da Rea, ancor Barecinthia chiamata ».

(7) Monum. Sabini ece., I, II, pag. 279.
-— - Tot acne Wo

380 * G. COLASANTI

col nome di Berecintia, ma col nome di Rea venne adorata ».
Ciononostante, fra le tante che giravano, questa ipotesi
parve al nostro A. la « meno inverisimile » (per tutto cfr.
ms. cit, fasc. IV, cap. XVIII.

Forse non sarà neppure il caso di dilungarci a mostrare
come le opinioni, testé esposte, non abbiamo fondamento in
alcuna vera ragione di carattere storico, ma siano dovute
alla necessità di trovare comechessia una spiegazione del
nome in discorso. Per il nome Accarana la storiografia lo-
cale amò ricorrere ad un antico tempio di Ercole, che sa-
rebbe sorto lì presso: questo motivo ritorna per il nome
della porta occidentale. Da qual documento mai si desume che
la porta occidentale fosse dedicata a questa Rea o Berecintia?
Qualche scrittore raccolse l’antica ipotesi di un tempio dedi-
cato a Cibele, il quale sarebbe esistito lungo i dossi occidentali
del colle, quindi presso il sito di questa porta (Cybelis fanum
nostrates inibi ex maiorum traditione fuisse asserunt ubi nunc
Nobilium familia degit etc., Vittori, ms. cit, c. 116). Ma ve-
dremo come tale tempio non sia esistito affatto, mancandoci
così ogni base di fatto desunta dal dato archeologico: ciò
che fu noto, del resto, allo stesso Vittori il quale, peraltro,
persisté nella probabile spiegazione del nome della porta
con quello della menzionata divinità (1). .

Peró, in genere, questi scrittori non si erano male ap-
posti allorehé nel mondo classico cercavano la soluzione
del problema: taluno, anzi, confusamente intravide quella
che a noi sembra la spiegazione più attendibile. Tra le vie
che mettevano a Reate, il Vittori pone una Via Nomentana,
che giungeva a Rieti dalla parte di sud, per l’attuale Porta
Romana, e ne usciva dall’ estremità occidentale dell’ antico

(1) L'A. riconosce nei resti non « Cybelis fanum sed Amphitheatrum quoddam »
(m.cit.; Ce 116). i t


REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA. ECC. 381

abitato, dirigendosi verso Spoleto (1): assegna cioé a questa
Via Nomentana, nel tratto prima di Reate, il tracciato che è
della Salaria. Poichè, inoltre, conosceva la notizia di Dionigi,
I, 14-16, su una Via Quintia che usciva da Reate, non tardò
ad identificare con questa la sua Via Nomentana (2): presso
il punto in cui questa via usciva da Rieti (lato occidentale
dell'abitato) si trovava il nome di Portia Cintia; veniva
da sè un ravvicinamento tra questo nome e l’ antica via
tramandata da Dionigi. Al nostro autore, che su tale argo-
mento aveva ventilata più di una ipotesi, questa parve
l’idea più verosimile allorchè scrisse: ab hac via (cioè Quin-
tia) Reati portam unam Quintiam, quam hodie Cynthiam vo-
cant, appellatam esse ego pro compertissimo habeo etc. (3).
Il Vittori non potè addurre altre prove per questa sua
ipotesi preferita: ed in seguito accadde qui quel che era
accaduto per la Porta Accarana. Per la quale, avendo il
Vittori accennato tanto ad una spiegazione erronea (Acca-
carana da Hercolana, con il relativo tempio di Ercole),
tanto ad una desunta da più veraci criteri — la storiografia
posteriore lasciò cadere questa seconda, dando sviluppo e
credito alla prima, come quella che appariva incomparabil-
mente più grandiosa e più estetica dal punto di vista
della retorica. Altri rigettarono la felice intuizione del Vittori
per falsi apprezzamenti di notizie monche. Così il Latini —
che non doveva conoscere se non in parte e confusamente
il passo di Dionigi, di cui sapeva solo il nome della Via
Curia emendato in Giunia (4) — scrisse che «l'opinione del

(1) « ... per Vallem Reatinam Reate perveniebat : ibique Salariae rursus incidens
per campum, qui septem Pontium nunc appellatur, sub Lucum primum, postremo e
Sabinis egressa Spolentinos Umbriae populos Flaminiae ibi admissa petebat » (ms:

""elt., c. 78).

(2) « Nomentanam viam Dionysius Halicarnasseus ex Varrone ... Quinctiam
vocat ... Ex eo co'stat quod ete » (ms. cit., c. 78).
(3) Ms. cit., c. 100; cfr. pure c. 116, ove rigetta definitivamente la derivazione

. dal nome di Cibele.

(4) Simile emendazione é — fra le altre molte della lezione originaria — nel
Cluverio, Ital. Antig., p. 682.
382 G. COLASANTI

Vittori non puó in verun conto sostenersi; mentre, secondo
Dionigi d’Alicarnasso, da questa parte non passava la Via
Quinzia ma bensì la Via Giunia » (1). Più cauto fu il Guat-
tani, il quale ben conobbe. le due strade nella menzione di
Dionigi (2), pur restando in una grande indeterminatezza )
circa la identificazione avanzata dal Vittori. Si limitò, infatti,
a notare che « molti sono di parere che la Porta Cintia di
Rieti sia corrotto vocabolo di Quintia » (3), altrove espri-
mendo un giudizio ancora più riserbato (4). Il Michaeli — che
quanto agli schemi stradali segue in genere il Vittori (5) —
conosce la Via Quinzia, che — secondo la sua fonte — fa
giungere a Rieti dalla parte di mezzodi (6), ma che non dice
uscire da Reate per la parte di ovest, ove, anzi,. propende
a porre la Via Curia (I, 60) dal Vittori taciuta. Quindi, non
fa parola del ravvicinamento del nome della via con quello
della porta occidentale della città. Ed in ciò fu seguito da
altri, i quali — continuando a vedere il tracciato della Quinzia
a mezzogiorno di Rieti « nell'attuale Strada Romana » (7), ma
non facendo (secondo l'idea del Vittori) proseguire questa è
via verso ovest, e conoscendo il più antico nome della porta |
occidentale sotto la forma di Zinzula o Cincula (8), — non

videro la opportunità del ravvicinamento onomastico accen-
nato dal Vittori.

Tale è la questione nella sua origine e nel suo sviluppo
presso la storiografia locale: noi ripetiamo che l'orientamento
del Vittori, verso il nome dell’ antica Via Quinzia, possa of-

(1) Ms. cit., fasc. IV, cap. XVIII.

(2) Monum. Sabini ecc., I, 29-31.

(3) Monum. Sabini ecc., I, pag. 31, not. 1.

(4) Monum. Sabini ecc., II, pag. 279, not. 3.

(5 Memorie Storiche ecc., I, 56-58.

(6) Op. cit., I, pag. 58. D

(7) F. GORI ap. Michaeli, I, 123 e not. 2. L'A. dice nel testo: « Questa via (Quinzia)
traversava al Ponte del Monumento il fiume Torano ecc. », specificando sempre
meglio la sua idea nelle note 2 e 3.

(8 In Vita Sabina ecc., anno II, N. V, pag. 58.
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 389

frire la soluzione più attendibile, qualora si approfondisca
largomento valendosi di quella documentazione che al Vit-

tori — per ragioni diverse — non fu nota.
Il primo punto importante della questione — come si
vede — consiste nella identificazione della Via Quinzia.

Dionigi di Alicarnasso, sulla fede di Varrone (1) ci lasciò
memoria di tre principali strade che portavano a Reate:
di una Via Quinzia, di un'altra il eui nome fu emendato in
Curia, e di una Via Latina: $5«v div ©

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“‘Pedtov .... Kowvtiag 69800 TANSIOY (I, 14). Seguivano, presso la stessa
via, Tribola, Suesbola, Suna, Mefula, Orvinium. Ad 80 stadi
da Reate or ioo. &ix v Kovpias 8206 Sl incontravano Corsula, V'i-
sola di Issa, Marruvio e Septem Aquae (I, 14-16). Da Reate,
sulla Via Latina, («jw émi vii Awztve» &2óv) Sono menzionate al-
tre città come Batia, Tiora, Lista, Cotilia (I, 14-16).
Per tacere di emendazioni minori proposte alle parole
di Dionigi (2), la più notevole, per il nostro argomento, è
senza dubbio questa sul nome della seconda via da Dionigi
menzionata. Il testo recava Iovpiag; e già il Cluverio registró e
raccolse tutte le emendazioni proposte sulla strana lezione:
"Io)vixe ; ZaXuplac; Obarepiac ECC. (3), finchè lo Chaupy — tenendo
conto di particolari accenni topografici intorno alla direzione
di questa strada, che raggiungeva Septem Aquae attraver-
sando la vallata reatina, guadagnata all'agricoltura da Curio
Dentato — vide l’emendazione in Kovpiag, in ciò seguito giusta-
«mente da tutti gli altri (4).

(1) óc Oddppwy Tepévctog Ev dpyatoroyiars ypdpst (I, 14-16).

(2) BunsEN, Annali dell’Inst. Arch., VI, pag. 129.

(3) Ital. Antiq., pag. 682. Cfr. anche BUNSEN, Ann. dell’Inst. Arch., VI, pag. 130,
nota 3.

(4) «I' observerai dabord touchant cette voie ecc.» (Maison d? Horace, III,
pag. 117). BUNSEN, A7. dell’Inst. Arch., VI, pag. 130, not. 3; pag. 135 136. NISSEN,
Italisch. Landesk., Il, 1, pag. 475, nota 1: doch scheint die Verbesserung sicher u. s. W.
Il GUATTANI rimase fermo alla lezione Giuria, e rigettò l' opinione avanzata « dallo
antiquario francese » (Monwm. Sabini ecc., I, pag. 20-30).

n ini api p
4
384 G. COLASANTI

Di queste antiche vie, contenute nel riferito passo di
Dionigi, la storiografia locale aveva fatta una sua speciale
identificazione topografica.

Tale questione noi l'abbiamo in parte accennata dianzi,
& proposito della denominazione di Porta Cintia: qui occorre
esporla nei suoi termini più chiari e precisi. Mariano Vittori
si era formato, del tracciato stradale antico intorno a Reate,
il seguente concetto:

a) egli aveva riconosciuto che a Reate giungeva, dalla
parte S.-W_ cioè dalla Val Canera, la Via Salaria che — at-
traversata la città — si inoltrava subito verso oriente per
lagro vestino (1);

b) dalla parte di sud, cioè per la valle del fosso La-
riana, faceva giungere a Reate la Via Nomentana che —
dopo Reate — 2n internas Sabinorum oras tendebat (2). E poichè
le città, che Dionigi nomina presso la Via Quinzia, erano
« in agro Reatino », vien da sé — concluse l'A. — che, in
mancanza di altre strade, questa V. Quinzia debba corrispon-
dere alla Via Nomentana e non alla Salaria, che per poco
solo attraversava il territorio reatino (3).

Questa identificazione del tracciato della Quinzia passò
negli scrittori posteriori con qualche divario: essi infatti la
ritennero per il tratto a mezzogiorno di Rieti (4), identificando
il tratto a nord-ovest di Rieti o con una Via Giunia (5) o con
una Via Curia (6). Il primo tratto stradale — cioè quello rite-
nuto per Quinzia — fu con questo nome accolto dai compi-
latori della Carta Topografica dell'Istituto Geografico Militare,
nelle varie levate a 25,000 ed a 50,000, e quindi divulgato.

(1) Ms. cit., c. 78 ed 86.

(2) Ms. cit., c. 78 ed 86.

(3) Ms. cit., c. 78.

(4) MICHAELI, I, 56-58. Gori apud Michaeli, I, pag. 123, note 2 e 3: « dai topografi
Si ritiene comunemente che (la via Quinzia) sia l' attuale strada Romana ».
(5) LATINI, ms. cit., fasc. IV, cap. XVIII.
(6) MICHAELI, I, 60.

t-
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 385

Ciò che era il prodotto di una speculazione di eruditi recenti

(Vittori ed altri) passó come un vecchio ricordo toponomastico;

e come tale appunto dové essere accolto dal Nissen (1).
Per cominciare con ció che fu comunemente ritenuto

da tutti questi scrittori, diciamo che la identificazione della -

Via Quinzia con il primo tratto stradale, che per il fosso
Lariana giunge a Rieti, è errata. Si osservi il territorio intorno
a Rieti. A mezzogiorno della città, ove si riuniscono prima di
toccare l'abitato, oggi fanno capo due strade: quella che pro-
viene da sud, per l'angusta valle del fosso Lariana e per la
valle del Turano, imbocca in linea retta la Porta Romana.
L'altra, per la valle del fosso Canera, passa sotto Cerchiara
e Poggio Fidoni, sbocca nella valle reatina, ove piega a de-
stra e, risalendo per la estrema valle del Turano, si ricon-
giunge alla prima strada avanti alla Porta Romana. Lo sba-
glio fondamentale del Vittori sta nell’ aver commesso un
primo errore sulla identificazione del tracciato della Salaria,
che gli era noto passare per Reate: essa però correva se-
condo il tracciato della ipotetica Via Quinzia e non per la
Valle Canera, a S.-W. di Reate, come credè il Vittori. Il quale,
dopo questa prima identificazione, di fronte alla necessità di
procedere ad una. identificazione della vecchia strada che
conosceva per il fosso Lariana, protrasse arbitrariamente per
Reate la Via Nomentana, facendola tutt’ una con la Quinzia.

I nostri documenti dimostrano la erroneità della ipotesi
del Vittori. L’ Itinerario (2), seguendo la Salaria, pone tra
Roma e Reate complessivamente 48 miglia, pari a 72 km.:
la Peutingeriana pone, tra le due città, poco più di 45 miglia:
nelle quali peró é omessa la distanza tra Roma e Fidene.
Colmando tale distanza, i due schemi sono — quanto alle
misure — pressoché simili, poiché non divergono che per un

(1) Italisch. Landesk., II, l, pag. 475: si ricava dalle parole « die süd-strasse
heisst Via Quintia ».
(2) Ediz. PARTHEI-PINDER, pag. 145 146.
386 G. COLASANTI

miglio in più, che la Peutingeriana pone tra Ereto e ad Novas

(ove si hanno 15 miglia in luogo delle 14 dell Itinerario). -

Se si considera che tra Roma e Reate, in linea retta, pos-
sono computarsi 60 km., e che la differenza (12-60 — 12 km.)
trova plena giustificazione nella accidentalità del terreno e
nella linea, non sempre retta certamente, seguita dal tracciato
stradale, il valore dell'Itinerario non tarderà ad essere in
sostanza riconosciuto. Secondo esso, adunque, questa Salaria
giungeva a Reate per la via più breve, attraverso cioè il fosso
Lariana ela valle del Turano, per dove troviamo ancora una
vecchia via di comunicazione. Chi volesse far seguire alla
Salaria una direzione diversa — facendola girare, ad esempio,
per la. Valle Canera — dovrebbe certamente assegnare alla
strada una lunghezza assai maggiore, che mal si accorderebbe
con le indicazioni che possediamo: difficoltà questa, che fu
nota anche a qualche scrittore locale (1). Chela Via Quinzia
vada riconosciuta nel tracciato stradale per la Val Canera?
Ma si noti che; mentre una ipotesi simile non balenó neppure
alla mente degli scrittori locali, noi d' altra parte non abbiamo
ragione o documento alcuno per formularla o sostenerla.
E non essendo il caso di trarre in questione il lato sud-
est della città, sia per le ragioni dianzi esposte a proposito
della via di Val Canera, sia perché il terreno non permette

(1.« Il giro che il Vittori ... ed il Michaeli ... fanno fare per ... Valcanera alla
Via Salaria, è troppo lungo » così il GoRI (apud Michaeli, I, pag. 123, not. 2). L' er-
rore fu evitato dallo CHAUPY (Maison d’ Horace, III, pag. 106 e 114); dal BUNSEN (A7-
nali dell'Inst. Arch., VI, pag. 132-133); dal GUATTANI (Monum. Sabini ecc., T, pag. 29-31,
passim). Cfr. anche C. I.L., IX, pag. 582-584; X, pag. 438, e le carte storiche del SIEGLIN,
KiePERT ecc. Il PERSICHETTI (Viaggio Archeologico ecc., par. 34, nota 1) scrisse che
« la Salaria ... dopo essere passata per Fidene, Eretum e Vicus Novus, incontrava
una prima città, Reate. Entratavi dalla porta Romana ed uscitane ecc. ecc. ». E
questo concetto fu seguito anche dagli scrittori minori: così l'Agamennone (apud
PERSICHETTI, l. cit.) insiste particolarmente contro il tradizionale errore allorché
scrive che « la Salaria venendo da Roma penetrava a Rieti nelle adiacenze di porta
Romana e non già dalla parte destra del Velino dove si troverebbe oggi porta
Cintia »; ove, si suppone che la Salaria, secondo l'erroneo schema, dalla Val Canera
andasse diritta verso Reate.
RÉATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 1 2984

lo sbocco di una strada proveniente dal sud, noi siamo ri-
chiamati verso le altre direzioni del territorio reatino, e pre-
Cisamente verso ovest, verso settentrione e verso oriente
della città, ove si estende l'ampia conca: è qui che dob-
biamo ricercare — tra gli schemi stradali tramandatici da
Varrone — l’identificazione della Via Quinzia.

Come abbiamo già brevemente accennato, un primo dato
per la soluzione del problema fu offerto dal felice emenda:

mento che lo Chaupy propose della lezione è 76 ‘Tovpias 6200

in è 9g Kovpiag 8309, ponendo in bell’ accordo la ragione
storica del nome della via con le indicazioni topografiche
che, nel passo di Dionigi, ci additano il punto verso cui
la Via Curia andava. Attraverso un pais découvert par M.
Curius (1), cioè lungo la valle reatina, si dirigeva verso
ovest-nord-ovest partendo da Reate; ad ottanta stadii dalla
quale, cioè a più di 14 km., ricadono le prime indicazioni di
centri abitati (2).

Si ricordi la conformazione della conca reatina: trac-
ciata la Via Curia nella sezione nord-ovest, ci par difficile
portare per la stessa parte un'altra importante strada, quando
a nord e ad est abbiamo un esteso territorio a nostra disposi:
zione. Da alcune indicazioni topografiche (la vicinanza ad Ami-
terno di Lista, posta sulla così detta via Latina), è facile de
sumere come Dionigi, per la estrema sezione orientale di
questa pianura, conduca la terza delle vie nominate, quella
ch'egli chiama Latina (amò de '"Pedvou mai tiv eTi Aativnv ddòv
ioda).. Di maniera che per la prima via, cioè per la Quinzia,
non resterebbe che il territorio intermedio tra le due, che si
estende cioè a nord di Rieti. A questo territorio aveva con-

(1) Maison d’ Horace, III, pag. 117.
(2) BUNSEN (Annali dell’Inst. Arch., VI, pag. 180, nota 3, pag. 135-186): « Questa
via Curia ... andava alla regione de’ laghi dove oggi trovasi il lago di Piediluco e
Ripasottile ». Questa strada andava — adunque — verso nord-nord-ovest e non verso
le Nord de Reate, come scrisse lo CHauPyY (op. cit., l. c.), e come fu ripetuto dal
NisseN il quale parla di una Nord-strasse (Ital. Landesk., II, 1, pag. 475).
388 j G. COLASANTI

fusamente pensato il Vittori, allorché protrasse per questa
direzione la Via Nomentana o Quinzia. Egli peró, non avendo
notizia né concetto della Curia, assegnò alla Quinzia un
tracciato che corrisponde veramente alla prima. Essa an-
dava da Reate per campum qui septem pontium nunc appellatur,
sub Lucum primum, postremo a Sabinis egressa, Spolentinos
Umbriae populos Flaminiae ibi admissa petebat (ms. cit. c. 18).
Con maggiore precisione ne scrisse il Bunsen il quale, pur
nella difficoltà di offrire una sicura soluzione dell'im-
portante questione (Annali dell’Instit. VI, 133), intuì tuttavia
che la Via Quinzia doveva avere « una direzione settentrio-
nale verso Cantalice e Leonessa » (1); e fu seguito in ciò dal-
Guattani, che determinò meglio la idea del Bunsen indicando il
tracciato della via in quello che, su per giù, oggi è seguito
dalla principale comunicazione verso il nord (2).

Dalla Porta Cintia esce questa via che — con un retti-
filo di circa tre chilometri — raggiunge il punto detto le T're
strade: qui, un ramo continua a settentrione, per piegare poi
verso Cantalice e Villa Troiana, ritornando sulla strada che
entra a Rieti per la Porta d'Arce. L'altro ramo, a sinistra,
segue in direzione di nord-ovest e, passando tra il lago
Lungo e quello di Ripasottile, raggiunge il fosso di S. Susanna
e prosegue per i monti.

Il rettifilo, con la conseguente biforcazione, è però il ri-
sultato di un recente rimaneggiamento dello schema stra-
dale: la vecchia via andava più ad occidente, indi seguiva
verso il fosso di S. Susanna più o meno secondo il tracciato
odierno. Questa linea di comunicazione, in tale direzione, ci
appare fin da tempi non recenti. Le fonti locali (3) cono-

(1) Annali delU Inst. Arch., VI, pag. 138.

(2) « la Quinzia ... sembra esser ... una via che si staccava dalla Salaria per
servire nel territorio Reatino alla volta di Norcia, coincidente presso a poco a quella
che vi é presentemente » (Monum. Sabini ecc., I, pag. 31).

(3) GUATTANI, Monum. Sabini ecc., I, pag. 31. Da lui attinge il MrcHaELI che
però pone presso questo Monte del Gambaro la Via Curia (I, pag. 60). Nella pianta
planimetrica del Picciolpasso è tracciata con una linea questa strada, nota anche
al Vittori.
REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 171989

scono una nota via che passava presso il così detto Forte
del Gambaro (una prominenza a circa due chilometri in linea
retta a nord-est delle Tre strade); ivi pure gli Statuti cono-
scono una via di transito (1), indicataci altresì come una im-
portante arteria verso il nord dai documenti del principio del
trecento (2). Chi conosce la grande persistenza che, attra-
verso i tempi, hanno in genere gli schemi delle strade, non
troverà difficoltà a vedere, in questa nota via medioevale,
la continuazione di una vecchia tradizione stradale, tanto
più che siamo in un territorio ove, in ogni tempo, è stata
necessaria una comunicazione con l’alto paese del nord.

Orbene, data la direzione che doveva seguire la Via Quin-
zia per questo medesimo territorio, chi troverà eccessivo stabi-
lire — se non la piena corrispondenza — lo stretto nesso topo-
grafico tra questo vecchio schema stradale e la strada an-
tica nel vero senso della parola?

In capo a questa vecchia via — nella estremità occi-
dentale del vecchio perimetro reatino — noi troviamo un’ an-
tica porta, il cui nome di P. Cinzola è — foneticamente par-
lando — troppo simile al nome dell'antica via (Cinzola da
Quintiula), perché non si possa in esso vedere ancora una
prova della esistenza della strada che per essa usciva.
Con che noi abbiamo innanzi un'altra importante con-
clusione, a cui fin da principio miravamo: cioè la dichiara-
zione etimologica del nome della vecchia porta con quello
dell'antica strada, mantenutosi attraverso le età posteriori.
E tutto suffraga questa ipotesi. Si noti che i nomi di al
tre due antiche porte reatine trassero origine anch'essi da

(1) Il Monte Gambaro è menzionato al c. 52 del libro IIIT. A proposito delle vie,
che partivano « porta Giungiula, si prescrive altrove di « reparare pontem. vie in
pede montis gambari » (IIII, 33). i

(2) Nei citati processi della Inquisizione contro il Comune di Rieti, il messo
dell’ Inquisitore di Leonessa giunge a Rieti per la Porta Conca, mostrando così di
aver seguita questa strada settentrionale (Bollett. di Storia Patria per Umbria,
anno VI, vol. V, fasc. II, pag. 383-384).
I.

" bo rw A
w ^ —— -
Ta = A — UTE - =

T

Son G. COLASANTI

ragioni di carattere topografico: la Porta Interocrina da In-
terocrium, verso cui guardava, ela P. Romana, da Roma. Di
essi, quello della porta orientale fu dimenticato, sopratutto per-
ché — mentre l'antica denominazione, legata al nome di un

| oscuro oppido, facilmente tramontò dalla coscienza popolare con

il decadimento della notorietà di Interocrio, nei nuovi tempi
dopo il mille — lo sviluppo dell’ abitato, avanti alla vecchia
cerchia ed alla porta, aveva ivi creato un noto sito di rife-
rimento — le pubbliche carceri — che in breve sopraffece
ogni altro preesistente. Il nome della Via Quinzia, invece,
era — grazie alla persistenza ed alla notorietà dell antica
via — radicato nella coscienza popolare, che ne mantenne
il ricordo nel nome della porta da cui usciva la strada.
Qualcosa di simile — come vedremo — accadde per l’antico
nome della porta meridionale — P. Romana — rimasto
inalterato, o per la non mai affievolita notorietà di Roma
durante l' evo medio, o perchè la via, officialmente detta Sa-
laria e fino ad oggi in gran parte mantenuta, fosse dal po-
polo indicata con la denominazione di Romana.

Con tale nostra dichiarazione — alla quale peraltro non

intendiamo attribuire niente altro che una forte probabilità

ed un certo grado di verosimiglianza — il passo di Dionigi
ci apparirebbe chiaro sotto un altro riguardo. Una volta fatta
uscire la Via Quinzia dalla omonima porta occidentale, la
Via Curia — che la assenza di un'altra porta lungo il vec-
chio perimetro ci vieta di fare entrare direttamente nella
città — ci appare come una diramazione occidentale o sini-
stra della via principale (Quinzia) diretta a nord: qualcosa,
cioè, che richiama assai da vicino l'odierna distribuzione
stradale in questa regione. Ci spiegheremmo con ció come
Dionigi avesse menzionata prima la Via Quinzia, partendo da
Rieti, e poi la Curia.
(Continua). G. COLASANTI.

N. B. — La pianta topografica di Reate sarà pubblicata con la seconda parte del
lavoro.
———

391

DI UNA FALSIFICAZIONE CONTENUTA NELL'ANTICO “Regestum,,

DELLA CHIESA DI ORVIETO

1. — L'Archivio vescovile di Orvieto possiede un grosso
codice membranaceo che è il più antico dei Regesti dell’ e-
piscopio. Contiene atti che dal 1024 vanno fino al 1388.
È contrassegnato con la lettera B. Risulta di più quaderni
o registri che in origine separati fra loro, poi riuniti e cu-
citi insieme senza seguire l'ordine dei tempi, ebbero una
legatura moderna in cartone col dorso in pelle verde. Dà la
prova dei diritti delia mensa, riproducendo in copia auten-
tica atti rogati da molti notari.

I più antichi regesti e i più interessanti istrumenti, con
alcune note marginali contenenti notizie del vescovado rac.
colte e scritte dal vescovo Ranieri, sono stati pubblicati già
da molti anni sol per quel tanto che poteva entrare nello
scopo dell’ editore (1). Ora qui si vuol portare l'attenzione
sopra un atto che per i suoi rapporti storico-critici è il più
interessante di tutto il codice, sebbene a nessuno abbia mai
dato nell'occhio. Non è altro che un apocrifo, ma un apo-
crifo sul quale si riconnettono questioni storiche di alta im-
portanza agiografica.

Il notaio, per autorità imperiale, Guido Bruni, l' anno
1231 roga un istrumento di recognizione, sulle attestazioni
dei terrazzani di Bolsena, in diocesi di Orvieto, per i diritti
che in quella terra reclamava il vescovo. Era vescovo
quello stesso Ranieri di cui il marchese Marabottini, insigne
erudito orvietano del secoto XVII, così scrive: « Praeclarus

(1) FUMI, Cod. dipl. della città di Orvieto, Firenze, 1884.

cn nce -@@@@P@@@—@P@P@qrnnt
er ponga VOiQ Rt

392 L. FUMI

« hic Episcopus... inter coetera memorata digna episcopalia
«monumenta tabellionibus custodienda tradidit » (1). Vescovo
dallanno 1228 all'anno 1248, il suo pontificato si distinse
per zelo di religione, per risolutezza e vigoria di carattere,
come era proprio delle grandi anime di quel tempo che fu
testimone della mirabile vita di S. Francesco e della vigoria
di azione di S. Domenico, «l'un... tutto serafico in ardore »,
« l’altro... di cherubica luce uno splendore ». Dell’uno e
dell altro il vescovo Ranieri accolse « gli agni della santa
greggia » nella sua diocesi, fondandone i conventi che sono
dei primi d' Italia.

Consapevole della sua forza, contrastó nel foro ecclesia-
stico, fece la ricognizione dei censi, percosse la feudalità in-
vadente, fulminò l' eresia audace, contenne il clero corrotto,
rivendicò i diritti della sua mensa depauperata e languente.
Questa percepiva anche fuori della città proventi e rendite :
li percepiva da più luoghi. Erano le cosidette « domnicarie »
dovute da varî castelli: dal castello di S. Vito, dal castello
di Parrano, dal castello di S. Lorenzo, da Bolsena, da Santa
Cristina, da Sant’ Ippolito, dall’ Isola Bisenzina, da Bisenzo,
da Gradoli, dalle Grotte, da Acquapendente, dalla pieve di
San Giovanni di Montepagliano, da Ficulle, da San Donato,
da Morrano, da Silvola, da San Felice, da Santa Maria in Sil-
va, da Rasa, da Miniano, da Stiolo, da San Fortunato, da Porano
e Montelungo. Oltre alle rendite di tutti questi luoghi, erano
dovute prestazioni dagli uomini di Caio e di Appona. Con-
tuttoció, le entrate erano così assottigliate, che dalle rendite
delle stesse terre appena si ricavava tanto da vivere in epi-
scopio per tre mesi dell’anno, con la grossa famiglia che un
vescovo di quei tempi era obbligato a tenere e con gli ospiti
e pellegrini che facevano capo. al palazzo. Due erano le
cause di tanto impoverimento; la dispersione dei beni per

(1) MARABOTTINI, Catalogus Episcoporum Urbisveteris, Orvieto, 1667, pag. 14.
"=

DI UNA FALSIFICAZIONE, ECC. 393

essere stati alcuni dissipati (1) e donati ad altre chiese, e il
decadimento delle popolazioni: « cum paulatim ipsa loca

habitatoribus deserantur ». Tuttavia, il vescovo intese a ri-

vendicare i suoi diritti e, sebbene convinto di doversi poi
ritrovare ad un disinganno, ordinò la recognizione di tutte
le ragioni episcopali: « licet dictorum locorum fructus, red-
ditus et decimationes potius minui expectatur, quam augeri ».
Per tal modo, abbiamo una serie di atti dall'anno 1229 in

. poi, dove gli allodî sono recensiti, i canoni rinnovati sulle

attestazioni di uomini degni di fede, autenticate legalmente,
non perdonando a spese e a sacrifizi per questo. Arrivò ad
impegnare libri e suppellettili per trarne denari da avere
alla mano giorno per giorno. Come. per i luoghi ricordati più
sopra, così fece redigere istrumenti per gli allodî di Bolsena,
dove le case del castello di Ritopo, la parte alta che sopra-
stava al borgo, lungo il castello e la chiesa monumentale,
erano di suo diritto dominicale. Molte delle case intorno al
castello (« appenditie ») erano di suo allodio. Si procedette
alla legale recognizione, constatando, anzitutto, i diritti con-
suetudinarî mediante l esame testimoniale.

Il rettore o console del comune di Bolsena faceva ban-
dire a suon di corno che chiunque credesse aver diritti sul
castello di Ritopo si dovesse trovare l'indomani in confronto
coi testimoni che il vescovo avrebbe introdotti per la prova.
Venuto il giorno dell’ audizione, si presentò per il primo il
preposto della chiesa di Santa Cristina. Egli disse di ricor-
darsi bene che fino da quaranta anni indietro e più i pro-
curatori o agenti del vescovo (« nuntii ») venivano a ri-
scuotere le pensioni di tutte le case e dei casalini di Ritopo,
raccogliendo due denari per ogni casalino. Così disse delle
« appenditie ». Concordemente testimoniarono Marco Bufi,

(1) Il vescovo Rustico « fautoribus suis multa donavit bona episcopalia in .

Mealla, Vulsinis, Sancto Habundio, vallé Urbevetana et aliis locis » (Cod. dipl. Cil.;
pag. 27, doc. XXXIX, in nota).

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394 L. FUMI

prete Isolano e Bartolomeo Regis, quantunque non mancasse
chi dicesse di non esser tenuto a dar nulla per conto proprio.
Delle testimonianze fu redatto istrumento pubblico per mano
di un notaro che aveva nome Servusdei, nome che si ritrova
in un elenco di persone già condannate dal vescovo stesso e
poi assolute. L'istrumento ha la data del 16 marzo 1229. Con
altro istrumento, moltissime altre persone dichiararono te-
nere, in varie altre parti del castello e del distretto, case,
capanne, terre, orti, a titolo di fitto dalla amministrazione
vescovile, usando le espressioni « pro lare suo, pro foculare
suo, pro domo sua, pro casa, pro casalino ». Donde provenis-
sero questi diritti non è accennato. Facilmente potevano ri-
salire alla donazione che il conte orvietano Bernardo fece al
vescovo Guglielmo l’anno 1115 della chiesa di Santa Cri-
stina (1). à

Potevano bastare le attestazioni degli uomini piü autore-
voli e stimati: poteva bastare la dichiarazione raccolta da
un numero considerevole di altre persone. Se ne contano
oltre a centosettanta negli istrumenti pubblici del Servusdei.
Non parrebbe quindi dovesse esservi stato bisogno di un
nuovo atto testimoniale. Invece, di li a breve distanza, ap-

‘pena due anni dopo, si doveva tornare a sentire daccapo
?

dalle stesse persone la stessa cosa. Il medesimo proposto,
il medesimo prete Isolano, quelli stessi Marco Bufi e Bar-
tolomeo Regis, tutti testimoni escussi nel 1229, balzano
fuori di bel nuovo nel 1231 a contare la identica storia.
Un nuovo atto si redasse in questo anno così vicino all’ al-
tro, non più però a rogito del Servusdei, ma a rogito del
notaro Guido Bruni suddetto, per aggiungere anche le di-
chiarazioni del Console e di altri.

2. — Ponendo a fronte luno con l'altro atto (che in-
dichiamo con le lettere A e B) se. ne scorge la generica so-
miglianza tanto nel suo intrinseco, quanto nella forma. :

(1) Cod. dipl. cit., pag. 9, doc. XIV.

v
DI UNA FALSIFICAZIONE, ECC. 395

Archivio Vescovile di Orvieto - Co-

dice B, c. 64t.
Documento A.

In nomine domini Amen. Anno
eius Millesimo Ducentesimo vice-
simo nono. Die secundo mensis
Martii exeuntis. Indictione secun-
‘da. Testes producti a domino Ra-
nerio Vrbevetano episcopo super
allodio et proprietate Castri ritopii
et eiudem appendiciorum, contra
quemlibet possidentem et contra-
dicentem ex ipsis rebus.

Presbyter Tholomeus prepositus
eeclesie sancte xpine iuramento
dixit quod bene recordatur tem-
pore quadragintaquinque annorum
et plus quo tempore vidit assidue
annuatim nuntios episcopatus ur-
bisveteris colligere pensiones de
omnibus et singulis casis et casa-
linis positis in castro ritopii, et
colligebantur duo denarii de quo-
libet casalino ipsius castri quia
allodium est episcopatus urbisve-
teris. Item dixit quod omnes ap-
pendicie specialiter ex parte fossati
corvelli sunt de allodio episcopa-

tus, et filii pepucii publice dice-

Archivio Vescovile di Orvieto - Co-
dice B, c. 118t.

Documento E.

In christi nomine Amen Anno
eius nativitatis Millesimo ducente-
simo tricessimo primo die quarto
mensis iulii exeuntis. Domino Gre-
gorio papa nono residente Domino
etiam Frederico secundo Romano-
rum imperatore Regnante Indic-
tione quarta. Testibus productis
a domino Rainerio urbevetano Epi-
Scopo super decimis sulcatico col-
ligendis pro episcopatu urbevetano
et super allodio et proprietate burgi
saneti Iohannis de bulseno intus
et extra usque ad portam maio-
rem et eorumdem appendiciarum
contra quemlibet posidentem et
contradicentem ex ipsis rebus et
domibus.

Presbiter Tholomeus prepositus
ecelesie sanete Christine Juramen-
to suo dixit quod bene recordatur
a tempore .L. annorum et plus
quo tempore vidit asidue annua-
tim procuratores et nuncios epi-
scopatus urbevetani colligere de-
cimas sulcaticum de omnibus col-
lectis et fructibus tempore messis
et vindemie et sulcaticum tempore
nundinarum, et colligere pensio -
nes de omnibus et singulis Casis
domibus caselinis et ortis positis
in supradieto burgo incipiendo a
porta versus Sanctum Laurentium
usque ad portam maiorem ab utra-
que parte vie, et ab appendieiis
montium, videlicet, castri sancte
marie, podii fratrum et castri Ri-
topi usque ad muros antiquos.
Excepto quod a saneta maria us-
que ad plateam .sanete Christine
omnes domos casas et casalina

LL

Saar

lu mS ——

EDT WIL x

— (

el
396 T

bant quod ab episcopatu ipsas
habebant, et pensionem reddebant.
Item dixit quod pauci sunt qui
habeant aliquod in alis appendi-
ciis predieti castri de possessione
quos ipse testis non viderit inde
reddere pensionem nuntiis episco-
patus. quia sunt de allodio episco-
patus, non doctus, nec pretio du-
etus, nec odio vel amore, nec cum

aliquo sie dicere concordavit, et
aliud nescit.

Marcus bufi iuramento dixit
quod bene recordatur tempore XL,
annorum, quo tempore assidue
vidit nuntios episcopatus urbisve-
teris colligere pensiones ab omni-
bus hominibus qui aliquod habent
de possessionibus positis in castro
ritopii, et colligebant duos dena-
rios de quolibet casalino quia al-
lodium totius castri predicti est
episcopatus, Item dixit quod frater
eius Iacobus qui antiquior eo fuit
dicebat ei quod a domo bone bi-
fulei sursum sicut mittit via que
venit a porta erat allodium epi-
stops set nescit aliud, non doc-
tus, vel pretio ductus.

Presbyter Insulanus prédicte ec-

FUMI

sunt et, respondent ecclesie sancte
Christine, non dact: nec precio
ductus nec odio vel amore. nec
cum aliquo sic dicere concordavit
et aliud nescit.

Frederieus tholonarii rector et
consul comunitatis de Bulseno Ju-
ramento suo dixit quod bene re-
cordatur .XLv. annorum, quo tem-
pore assidue vidit nuncios urbe-
vetani episcopatus colligere pen-
siones ab omnibus hominibus qui
posidebant domos Casalena casas
et ortalia in burgo sancti Johan-
nis intus et extra et in eius per-
tinentiis quod est allodium urbe-
vetani episcopatus, a porta que
est apud ecclesiam sancti Johan-
nis et pro qua itur ad sanctum
laurentium usque ad portam ma-
iorem que est apud planitias ca-
stri Ritopii, et appendiciis castri
sancte marie podii fratrum et Ca-
stri Ritopii usque ad fossas ma-
gnas civitatis seu muros antiquos,
et similiter dixit continue vidisse
prefaetos procuratores et nuncios
colligere decimas integras tempore
mesis et vindemie et suleaticum
tempore nundinarum sanete Chri-
stine, et dixit quod à sancta ma-
ria usque ad plateam saneti glorii
saeu sanete Christine omnes do-
mus case et casalina respondent
eeclesie sancte Christine, non doct:
nec precio ductus nec odio vel
amore dixit nec cum aliquo sic
dicere concordavit et aliud nescit.

Iudex albertucii suo juramento
dixit quod bene recordatur tem-
pore .Lx. annorum quo tempore
continue et singulis annis vidit
nuncios episcopatus urbevetani col-
ligere decimas ab omnibus habi-
tantibus in Bu[l]seno et in burgo

*. a
clesie iuramento dixit, quod bene
recordatur tempore quinquaginta
annorum, quo tempore assidue vi-
dit nuntios episcopatus sine lite
aliqua colligere duos denarios de
quolibet casalino existente in ca-
Stro ritopia pro pensione allodii
episcopatus quia ipsum castrum
est de allodio episcopatus. Item
dixit suo iuramento, quod firmiter
credit quod omnes apendicie pre-
dieti castri sint de allodio episco-
patus Urbisveteris licet nicola pe-
tri boni, et filii pepucii et ecclesia
sancte xpine dicant se pensionem
non debere reddere, non doctus
nee pretio ductus.

Bartholomeus regis iuramento
dixit, quod bene recordatur tem-
pore XL, annorum, quo tempore
anuatim vidit nuntios episcopatus
Urbisveteris, colligere pensiones
nomine ipsius episcopatus de ca-
stro ritopia et colligebant .II. de-
narios de quolibet casalino, quia
allodium ipsius castri est episco-
patus, non doctus nec pretio du-
etus, non odio vel amore nec cum

aliquo sie dicere concordavit.

DI UNA.FALSIFICAZIONE, ECC.

991

et quod ipse et sui precedessores
semper solverunt decimam inte-
gralem episcopis vel nuncius suis
de omnibus fructibus suis et quod
similiter vidit ipsos nuncios col-
ligere pensiones et fictus domo-
rum casalenorum casarum et or-
torum, burgi sancti Johannis intus
et extra incipiendo a porta versus
tirum usque ad portam maiorem
versus Romam, quia omnes domus
possessiones ortalicia molendina
et ductus aque, que sunt infra has
duas portas, et apendicias castri
sancte marie podii fratrum et ca-
stri Ritopii, et muros veteres civi-
tatis sunt episcopatus et ecclesie
urbevetane, et de eius allodio Sed
est verum quod ab ecelesia sancte
marie versus viam de directo us-
que ad plateam sanctorum Chri-
stine et glorii omnes case casalena
et domus sunt de allodio sancte
christine non doct: nec precio duc-
tus nec odio vel amore sed pro
veritate dicenda. nec cum aliquo
sic dicere concordavit, et aliud
nescit.

Mareus bufi juramento suo di-
xit quod bene recordatur tempore
octuaginta annorum quo tempore
assidue vidit procuratores et nun-
eios urbevetani episcopatus colli-
gere colleetas decimas sulcaticum
et pensiones sicut dixerunt supra-
dieti testes examinati excepto .
quando bulsenenses habebant guer -
ram urbevetanis, non doct: nec
duetus precio etc.

Presbiter insulanus in sancta
christina Juramento suo dixit quod
bene recordatur tempore .xL. an-

.norum quod semper et singulis
.annis vidit colligere pro ut dixe-

runt prenominati testes.

Iacobus bufi dixit. suo jura-
398 L.

Ego servusdei imperiali aucto-
ritate notarius constitutus hos te-
stes recepi et eorum dicta ut supra
legitur ad memoriam perpetuam
conservandam scripsi et subscripsi.

Signum dicti servidei (segno)

Notarii.

FUMI

mento quod bene recordatur tem-
pore nonaginta annorum et quod
semper vidit colligere prout dixe-
runt allii testes suprascripti ex-
cepto quando bulsenenses facie-
bant guerram cum urbevetanis. »
Bartholomeus regis iurameuto |
suo dixit quod bene recordatur |
tempore .LxnH. annorum, quod |
similiter semper vidit colligere de- |
cimas pensiones et sulcaticum si- |
|

cut dixerunt supradicti testes.

Angellus aldromanducii Jura-
mento suo dixit quod bene recor-
datur tempore quinquaginta an-
norum, et quod semper et assidue
vidit nuncios episcopatus urbeve-
tani, colligere sicut dixerunt su-
pradieti testes.

Glorius lucii suo Juramento di-
xit quod bene recordatur tempore
.LX. annorum et semper' vidit col- |
ligere decimas collectas pensiones j
et suleatieum pro ut supra dixe- 5
runt, et quod multociens adiuvit
nuneios episcopatus colligere ipsas
decimas non doct: nec precio due-
tus etc.

Aetum apud Sanctum Glorium
in domibus episcopatus que dicun-
tur de la thure super allodiam in
qua comedit dominus Episcopus
presentibus Glorio Johannis cano-
nico sancte Christine. Orlando do-
mini Iohannis de Castelunchio Et
Salvatico fanii de Ritopio et plu-
ribus aliis testibus ad hee specia-
liter vocatis et rogatis.

Ego Guido brunonis auctoritate 1
imperiali Noctarius et in bulseno
Cancellarius constitutus hiis omni- »
bus interfui supradictis et de man-
dato domini episcopi Rogatus seri-
bere scripsi et subscripsi.

Signum dicti (segno manuale)
Guidonis Noctarii.
Uro fer ^ Ax 3$

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WALT

DI UNA FALSIFICAZIONE, ECC. 399

La somiglianza generica fra i due atti appare evidente;
ma pure è diversità specifica di redazione. I testimoni in A
dichiarano allodî del vescovo a) le cose di Ritopo, 5) le perti-
nenza di detto castello di Ritopo. I testi in B, invece, dichia-
rano che al vescovo sono dovute a) « decimas » e « sul-
caticum de omnibus collectis. et fructibus tempore messis et
vindemie; et sulcaticum tempore nundinarum », nonché le
« pensiones de omnibus et singulis casis, domibus, casalinis
et ortis »; b) che si devono da tutti, « ab omnibus abitantibus
in Bulseno et in burgo... et appendiciis montium castri
Sancte Marie, Podii fratrum et castri Ritopii ». Dal 5, quindi,
appare una assai maggiore estensione nella qualità del diritto
e una assai maggiore estensione nel fondamento topico del di-
ritto, cioè nel territorio dove il diritto si pretende. Non è il
solo castello di Ritopo, non sono le sue sole « appenditie »,
ma una zona assai piü distesa. Se ne precisano singolarmente
i confini: è tutto il distretto di Bolsena, salvo qualche pic-
cola parte, proprietà della chiesa di Santa Cristina. I tre
testimoni, i quali due anni avanti avevano dichiarato di ri-
cordarsi di quaranta anni addietro e dicevano in modo pre-
ciso che i diritti del vescovo si riducevano a: riscuotere due
denari per casa dagli abitanti del solo castello di Ritopo e
delle sole sue « appenditie », due anni dopo, chiamati a ri-
petere la testimonianza, ricordarono, invece, cose di ben
cinquanta anni addietro: riconobbero i diritti estesi anche
su tutte le case di Bolsena e del borgo, aggiungendo, oltre
alle. « pensiones », anche le « decimas » e il « sulcaticum »
su tutto il territorio distrettuale.

Se di tanta latitudine di territorio esaminiamo le deter-
minazioni di confini e certe denominazioni topografiche, può
sorgere il dubbio di un qualche artifizio impiegato nel desi-
gnarli. Sopratutto questo dubbio ci viene dal vedere indicata
una parte del castello con la designazione di « versus Ty-
rum ».

3. — La indicazione di questa località farebbe ritenere che

ee a meis ii as Án
400 L. FUMI

fuori di Bolsena siavi un luogo, o siavi stato un luogo appellato
Tyrum. Ma lYorigine di questo Tiro, città ideata presso al
lago dalla fantasia e dall’inganno, viene dalla confusione
degli antichi martirologi, dove si legge la menzione di Santa
Cristina martire. Nel martirologio di Adone e di altri si ha:
In Tyro, civitate apud lacum Volsinium, natalis Sanctae Chri-
stinae virginis et martyris. Si suppose il « Vulsinium » di
Zonara, di Plinio, di Vitruvio, di Frontino, di Valerio Mas-
simo, di Livio, di Dionigi d’Alicarnasso e di Procopio scam-
biasse il suo originario appellativo con quello di « Tyrum »,
«e ciò per fare omaggio alla martire del III secolo di G. C. E
come no? Non si poteva anche pensare che la verginella
Cristina si chiamasse, avanti il suo battesimo, per l'appunto
col nome pagano « Tyria »?... Ingegnosa supposizione messa
fuori per troncar di netto tutte le questioni critiche sul du-
plice ricordo di una Cristina nella Fenicia e di una Cristina
in Italia; poichè il martirologio più antico e autorevole,
quale è il Geronimiano, ponendo al 24 luglio la festa di Santa
Cristina segna così e non altrimenti: In Tyro civitate, natalis
S. Cristinae V. et M. Nulla dice il venerabile Beda, scrivendo
della Martire, in rapporto alla patria: il che nota sincera-
mente il grande fondatore della scienza archeologica cri-
stiana, G. B. De Rossi, è forte indizio che le incertezze di-
scusse dai moderni critici, erano già nate, verso la fine del
secolo VII, anche nella mente dell’ agiografo inglese. Nel
tempo stesso c' incontriamo nel Martirologio Romano piccolo.
Questo, che è il primo di quanti oggi ne conosciamo, scrive :
Circa lacum Vulsinium, in Italia, natalis Sanctae Cristinae
V. et M. Nel secolo IX Adone per il primo congiunse in una
le due note geografiche e ne fece la pretesa Tiro d'Italia
presso il lago di Bolsena: Apud Italiam, in Turo, quae est

circa lacum Vulsinium, natalis Sanctae Christinae, quae in,

Christo credens etc. Anche Adelmo, contemporaneo di Beda,
nel suo libro De laudibus virginitatis, dove fa Y elogio della
martire, tace, come il Beda, il luogo. Solamente. negli atti,

Vue Emm

-
DI UNA FALSIFICAZIONE, ECC. 401

in qualche codice, il titoletto accenna: Passio Sanctae Chri-
stinae V. et m., quae passa est in provincia Tyro. Nota mons.
Briganti che « la illegittima formula — n provincia Tyro —
rivela abbastanza la incertezza del luogo preciso e ci addita
la fonte di quella indicazione — de Tyro — scritta in prin-
cipio degli atti ». In altri codici l’autore del titolo, meno
attento e più franco, ha scritto: Passa est im civitate Tyro. Il
Pennazzi, volsiniese, nella Vita di Santa Cristina (cap. III,
n. 4) presta fede alla diceria della città di Tiro precipitata
nel fondo del lago... e dà tutto per certo quanto si favoleggiò
sulla vita della santa e sulle vicende dei suoi resti mortali.
Più avveduto l altro scrittore volsiniese, il canonico Adami,
nella Storia di Bolsena (Roma, 1737), fa le sue riserve pub-
blicando un marmo dove si leggeva in caratteri millenari:
F4 HIC REQE CORPUS SCE XPINE V. G. M. FILIA. URBANI DE
CIVITATE TrRI. E il marmo sarebbe scomparso! Vedasi caso
strano! Un marmo cosi interessante per la popolazione cri-
stiana di Bolsena, al quale fanno capo le prime tradizioni
della fede di essa, l'urna, cioè, del corpo di santa Cristina,
patrona del luogo, scompare senza il corpo di lei! E non si
pensó ad una mistificazione coll'annunzio di tale scomparsa.
Eppure, l'Adami quando riprodusse una iscrizione soprapposta
da Alessandro Donzellini alla porta della città di Bolsena,
senti per entro quelle frasi l'eco della voce di un celebre
falsario, del padre Annio da Viterbo (1434-1502). L'iscrizione
posta quasi un secolo dopo la morte del p. Annio, è la seguente:
AEDIFICIORUM QUAE TIRI PRISCAE
URBIS ANTIQUITUS ORNAMENTA
FUERE VOLS. MEMORES PORTAM IN HANC
AMPLITUDINEM CONSTRUXERUNT
A. D. MD.XCVIII.

L'erudito Adami doveva avere ragione. Non altri che
Annio aveva avuto l' audacia di venir fuori per il primo a
parlare di una città di Tiro in questi luoghi quando die la de-
signazione di (acus T'irensis per ricordare il lago di Bolsena,
S80 33 vor .4,,

409 L. FUMI

ossia quando manipolò il suo « decretum Desiderii ». L' Adami
non volle tacere quello che la tradizione aveva tramandato
fino a lui, dopo lo studiato rinvenimento del marmo di Viterbo,
e riferì alle trovate di quellinventore la espressione Tr?
priscae Urbis. Ma poteva a miglior ragione riferire totalmente
alle invenzioni del p. Annio anche la pretesa iscrizione del.
lI urna scomparsa, riportando la quale, avvedutamente faceva
le sue riserve.

Di certo il p. Annio conobbe, o anche vide, l'iscrizione
vera della piccola urna marmorea che chiude il corpo di
santa Cristina, conservato sotto l’altare della santa stessa.
Urna e iscrizione furono conosciute in occasione dei lavori
di restauro della chiesa che si fecero sotto l'episcopato di
mons. Briganti ed io ebbi la ventura di assistere con quel
pio e zelante vescovo alla effossione del tumulo; ne lessi per
il primo la iscrizione, la cui interpretazione fu poi approvata
e spiegata con largo commento dall’ illustre Giambattista De
Rossi. Quell’ urna gelosamente nascosta e murata sotto la
cripta era rimasta perfettamente ignorata fino allora : apparve
come una vera e propria scoperta. Ma il testo che si aveva
di essa dapprima mostra un raffazzonamento sulla vera; un
raffazzonamento fatto da chi solamente poteva avere inte-
resse ad accreditare il « decretum Desiderii ». La designa-
zione di santa Cristina con le espressioni « filia Urbani de
civitate Tiri » pare fatta apposta per risolvere.tutte le que-
stioni intorno all'origine di santa Cristinà. La vera iscrizione
da: me letta é la seguente:

Ossia: IC REQUIESCIT CORPUS BEATE XPINE MART. Dove
è la filia. Urbani? Dov’ è qui la de civitate Tiri?

Xi S eani CIT

DI UNA FALSIFICAZIONE, ECC. 403

Il naturale compiacimento municipale potè essere facil-
mente ridestato dalla rievocazione di un artifizioso ricordo.
Gli avanzi delle antiche costruzioni del Volsinio romano
provavano che una città vi aveva fiorito e accreditarono la
ipotetica esistenza di Tiro, la cui denominazione si prestava
ad assodare l' origine della santa patrona. Quanto la leggenda

di Cristina fenicia, della famosa Tiro, superba della sua por-

pora, possa conciliarsi colla tradizione volsiniese sarà sempre
una questione, e la questione torturò il forte ingegno del De
Rossi, non lasciandolo intieramente tranquillo della sua ar-
guta ipotesi, per la quale pensava che la designazione di
Tiro nel martirologio Geronimiano non fosse che l’effetto di
erronee interpretazioni operate nel secolo VIII (1).

5. — Ma come mai poteva un interpretatore qualunque
indicare una città di Tiro sulle rive del lago volsiniense, se
egli non si fosse trovato davanti una qualche memoria, anche
leggendaria, di una vera martire Cristina tirense? La igno-
ranza di cognizioni geografiche potè facilmente ingenerare
nel IX secolo il supposto che presso il lago di Bolsena fosse
esistita una città col nome di Tiro e, in tal modo, si dovet-
tero affacciare quelle incertezze che pur troppo appariscono
dal silenzio del ven. Beda. Insorte fin dal VII secolo, si fusero
in una le tradizioni, fissando nella diocesi orvietana tutti i
particolari attribuiti alla vita della eroica figlia del pretore
romano Urbano in Fenicia, Perchè avesse l'approvazione
della critica una tradizione sulla « Tiro » in Tuscia, biso-
gnerebbe che pur qualche traccia ne fosse rimasta in me-
morie del medio evo. Ma per quanto noi compulsassimo au-
tori medievali e carte di archivi, non troveremmo mai ri-
cordato quel luogo.

. Di Bolsena abbiamo frequenti accenni nelle carte del
vescovado. L'anno 1115 il conte Bernardo figlio del conte
Ranieri donava al vescovo Guglielmo la chiesa che era nel

(1) Roma Sotterranea, II, pag. XVIII).
s. T" , T27^T5 PIT

404 L. FUMI .

borgo, la chiesa dedicata a Santa Cristina con tutti i suoi
diritti. L'atto è stipulato « apud Vulsinium in ecclesia Sancti
Georii » (Arch. Vesc. Cod. B. c. 103 t). Con un altro atto
un tal Dono, il 1183, dava a livello un orto situato nel
borgo (ivi, c. 111 t.). Del lago il più antico ricordo che si
ha non é per attribuirgli il nome datogli dal marmo di Vi-
terbo, ma per dirci che si chiamava « lacu bisuntino », da,
Bisenzo, antico luogo di cui rimane ancor viva la memoria
anche per l'isola Bisenzina, la minore, ma la più prossima
alle rive. L'atto è del 11983 (ivi, c. 85). Ad una civitas si fa
puré aecenno nelle carte. Se questa generica indicazione di
civitas, anziché additare la vecchia Volsinio, avesse dovuto
rappresentare un'altra città diversa da quella, mezzo etrusca
e mezzo romana, secondo una felice espressione dell’ on. se-
natore Faina, che diede luogo a tante investigazioni dei dotti
anche moderni, non si sarebbe omesso di specificarne l' ap:
pellativo. La civitas. nel medioevo è la designazione del
nucleo più antico e più originario dell’ abitato, per distin-
guerlo dalle borgate. Vicina al distretto volsinese è la citta-
dina di Bagnorea, l'antica « Balneumregium », che nel medio
evo si distingueva in due centri, la Civitas (Civita detta anche
oggi) nucleo primitivo e più illustre, e la ota, che è la
parte aggiunta, oggi la Bagnorea vera e propria, ma che
non ha perduto la sua caratteristica di borgata, come la « Bor
ghiglia » o « Borgariglia » rispetto al centro della città nella
antica Montefiascone. Della primitiva « Civita» di Bolsena sono
rimaste traccie non dubbie presso all’ attuale cittadina ; traccie
di terme, di palazzi, di mausolei, delle quali fino al secolo
XIII è frequente la menzione. Abbiamo contrade distinte su
carte medievali in palazzolo, in palazolis, in moseo, museis,
musuleis, musucie (« in contrata que musucie nominatur de
districtu Bulseni ». Cod. B. cit., c. 63 t.). Altre contrade che
formarono il districtus Bulseni sono Abrella, Aquaperforte e
Acquaforte (e Laperforte) Bagaria, Bigaria, Bugaria (e Bau-
garia), Broilum, Canale, Cappanecto, Citerno, Coricolo, Corcel- DI UNA FALSIFICAZIONE, ECC. ! 405

lum, Mercatello, Kucello (Petrato Nucelle), Petronila, Podium
Ceppi, Pontenesa, Piazzano, Ponte roccolo, Ponte retto, Quercia
rotunda, Renario, Sepio, Valle anziarii, Vivarium. Mai una
espressione che possa avvicinarsi, anche per corruzione di
suono, al T'yrus. Altre contrade in prossimità del castello
sono indicate nella cronaca del trecentista Pietro Cornadi:
il Corniglio, la Rigutella, la Torricella, Ripaldana (?), Arbuglie,
Nochelli (le Nocelle di sopra), Poggio della Sala (1).

6. — Secondo il documento A, e il Giudice Albertucci, che
ricordava cose di sessant'anni indietro, i nunzi del vescovo usa-
vano raccogliere pensioni e affittanze di case e orti del borgo
cominciando « a porta versus T'yrum usque ad portam maiorem
versus Romam ». Non è propria delle carte del secolo XIII
una designazione di confini in questi termini. La terra me-
dievale era costruita sul poggio con la rocca in alto e sotto
di essa rocca il castello di Ritopo con la chiesa di S. Gio-
vanni. Si andó costruendo, ampliandolo via via, il borgo che,
muovendo dalle pendici del colle, veniva a far capo alle
chiese di S. Giorgio e di Santa Cristina. Le case addossate
alle pendici del castello erano cinte da un muro che fu detto
muro mediano. Questo muro mediano oppose resistenza agli
orvietani che a mano armata vennero a rivendicare i loro
diritti e lo vollero demolito nel 1295.

Dalle carte episcopali non abbiamo indizio che di due
porte, porta di Ritopo e porta di S. Giovanni. Due ne ricorda
pure il nostro doc. A., porta Maggiore (verso Roma) e porta
S. Giovanni (verso il castello di S. Lorenzo) e la dice verso
Tiro.

La cronaca succitata (che è del 1328) ricorda tutte le
porte di Bolsena in occasione di descrivere l’ assedio della
terra fatto dall'imperatore Ludovico il Bavaro e dall’ anti-
papa Niccolò V, e ce ne dà la topografia. L'antipapa era
davanti allo sportiglio, nell'orto dell’ Ospedale di S. Maria.

(1) FUMI, in R. I. S. ediz. Lapi, tomo XV, parte V, pag. 189-190, nota 2.
p g
406 L. FUMI

La battaglia si svolse dallo sportiglio fino alla porta del fos-
sato (Ritopo) alla porticciola. Altra battaglia sul poggio, alla
porta S. Giovanni e alla porta dello Scanceto. Dunque, due

porte al poggio e due altre alle pendici, note abbastanza .

coi loro nomi, senza bisogno di altri aggiunti per renderle
più note.

1. — Se nel 1328 il cronista locale non trovó necessario,
per farsi bene intendere, l'indicare la porta di S. Giovanni
con la espressione di porta versus Tyrum, non ere stato ne-
cessario nemmeno ai nostri che redigevano istrumenti anche
anteriormente. Noi troviamo quella espressione solamente in
un atto del 12931. È lecito pensare che la espressione conte-
nuta in questo atto non fosse la piü propria.e comune del
tempo. Da tale riflessione puó sorgere il sospetto che l'atto
del 1231 non sia intieramente genuino e che sia stato inter-
polato per somministrare la prova di un diritto che fosse
diritto più esteso di quello risultante dalle testimonianze date
poco prima in un altro atto. E allora ad eliminare contro-
versie, si dovettero. determinare, senza alcuna menzione o
riferenza all’ atto anteriore, confini di maggior latitudine,
adoperando designazioni di supposte località antiche. Se
quella ideale città di Tiro rimane sconosciuta affatto in tutto
il medio-evo, se non viene risuscitata che nel secolo XV, cioè
dal p. Annio, noi possiamo supporre che, in seguito ai mira-
coli del taumaturgo Annio da Viterbo, venisse in mente ad
un arguto interpolatore del tempo medesimo di Annio, di
poco posteriore, di segnalare la porta a Tiro in un atto che
avrebbe dato così tutta la parvenza di legittimità alla sua
sostanza e alla sua forma intrinseca. Le forme intrinseche
hanno veramente tutta questa parvenza. È incontrastato che
dalle carte del secolo XIII resultano a favore del vescovo
diritti di solcatico, diritti di decime e di pensioni di case;
che il vescovo Ranieri nel 1229 e nel 1230 si adoperò a ri-
vendicarli; che tutte le persone nominate nell'atto erano
conosciute e che lo stesso notaro che originalmente redasse >

DI UNA FALSIFICAZIONE, ECC. 407

e firmò l'atto, servi il vescovo medesimo di altri rogiti.
Quindi non parrebbe facile bollare di interpolazione un istru-
mento dove la sostanza si presenta vera nel suo intrinseco.
Senonché, quello che a prima vista si presenta come sem-
plice sospetto, acquista poi, con l'attenta osservazione sulle
forme estrinseche, una certezza assoluta.

8. — Sia pure evidente dal confronto dei due atti la so-
miglianza di forma fra loro. Nel documento 5 è uno stile del-
tutto improprio al secolo XIII. V'é l'abito alle copulative, lo
spostamento del pronome possessivo non accettato nella pratica
legale e la dimenticanza della forma forense dell’ interrogatus
che si usava premettere al dict, nella audizione dei testi-
moni. Nella sintassi grammaticale violazioni che sanno di ar-
tifizio studiato (testibus per testes, respondat per respondent);
arcaismi di parole, come sceu per seu; anacronismi di qua-
lificativi, come cancellarius aggiunto a motarius, Y ortografia,
allora impropria, di Christine per Xptine, di prefactos per pre-
fatos, alliis per aliis. Riscontrasi a colpo d'occhio l'anacro-
nismo evidentissimo nella grafia e nel sistema brachigra-
fico medievale, con frequente arbitrio. La forma del carat-
tere é una stentata imitazione della cosidetta gotica corsiva
notarile. Non mantiene quella uniformità di tendenze ver-
ticali che è prerogativa delle scritture del secolo XIII. Vi
sì scorge la spontaneità dell'inclinazione che è più propria
del ‘cancelleresco del secolo XV e dell’ aldino. La mano si
piega ad una imitazione che è più osservata nelle prime
parole e nelle prime righe, e poi, successivamente, sempre.
più stancandosi, si trasforma, per il crescente oblio d' imi-
tazione, fino a tradirsi, nel modo più evidente, nelle. forme
naturali della cancelleresca lettera ecclesiastica della fine
del quattrocento. Nelle abbreviature, osservando le contra-
zioni e i troncamenti si scorge 1.° l'uso non costante ma
saltuario, 2.° anomalia e varietà di forme. Ad esempio scdo
compendio di secundo senza il segno che è invece in Roano
per Romano, eordem per eo4d., così il segno del pro servito
408 DE L. FUMI

indifferentemente anche nel per. Le abbreviazioni per so-
vrapposizione come Jjur.fo per jur., M.a per Maria, man.to per
mandato. Improprî e non costanti i troncamenti delle desi-
nenze in us e degli infiniti dei verbi.

Confrontando il doc. B con l'altro doc. A scritto dal no-
taro Guido Bruni, le differenze di mano sono enormi, dal pa-
ragraphus alla croce del tabellionato, dalle prime alle ultime
parole.

Ma chi può essere l'autore di tale goffaggine?

Non altri che un cancelliere vescovile. Fu lo stesso can-
celliere che fra la fine del secolo XV e il principio del secolo
XVI si fece a ricomporre in un corpo solo i vari quaderni del
Cod. B. Cotesto codice ha nella prima carta, sul margine in
alto, a caratteri minuscoli romani, la seguente leggenda: SI QUIS
VULT HABERE NOTITIAM INSTRUMENTORUM HVIUS LIBRI SIGNATI
B. REQUIRAT PRINCIPIUM TABULE NOTATE AD CARTAS CENTUM-
TRIGINTA UNAS. Appunto ivi si trova la tabula omnium instru-
mentorum quae continentur in hoc volumine, scritta in caratteri
minuscoli cancellereschi della fine del secolo XV, si vede su-
bito a prima vista che sono uguali a quelli usati da chi scrisse
l atto B. Un'altra osservazione si deve fare, il codice B è
acarnario. La tabula comprende i fogli 130 t., 131r., 132 t.,
133 r., 134 t., 135 r., 136 t. Per l'appunto tutti questi fogli
nel registro, come carnarî, furono in origine lasciati in bianco.
E precisamente in un foglio, che è il 142, lasciato in bianco
perché carnario, fu interpolato il documento del 1231.

A dare alle persone pratiche la facilitazione maggiore
per giudicare l'atto A. paleograficamente, riproduciamo ac-
canto ad esso, per il confronto, anche l'atto C., uno dei molti
istrumenti autentici di Guido Bruni, contenuti nello stesso
codice, perchè se ne vedano le differenze e ci facciamo per-
suasi della infelice imitazione della mano di esso.

Milano, giugno 1910.
L. Fuwr.
L'UMBRIA NEI " LIBRI TAXARUM ,,

DI TUTTE LE CHIESE E MONASTERI

La pubblicazione degli antichi documenti finanziarii, fi-
scali, non curata certo abbastanza per il passato, sovviene
di dati positivi il nuovo orientamento economico degli studi
storici, illuminando ad un tempo le molteplici ricerche di topo-
nomastica e filologia. Larga messe di notizie topografiche e
di monete in allora correnti ci è stata offerta dal Liber censuum
della Chiesa Romana (Paris, 1905-1910), scritto il 1192 dal ca-
merario Cencio Savelli — che fu poi Onorio III (1216-1227) —
e proseguito da altri addetti fiscali alla fine del secolo XIII.
L'edizione, procuratane secondo i testi che meglio valsero a
ricostituirlo, e fornita all'uopo di dichiarazioni erudite da
Paul Fabre e da mons. Duchesne, il neo-accademico immor-
tale di Francia, mette ancor meglio in evidenza la singolare
importanza di coteste fonti storiche medioevali.

Agli antichi Libri censuum della Chiesa si presentano
collaterali e come in grado di continuità quelli delle tasse;
sì gli uni che gli altri danno campo a considerazioni diverse
e ad induzioni comparative, sulla ricchezza e potenza di
molte chiese e monasteri, sulla penetrazione e prevalenza
numerica di alcuni Ordini religiosi in date diocesi come pur
sui luoghi omessivi, siccome esenti per privilegio, diritto, o
povertà. A differenza dei luoghi censiti, fu adottata per i
tassati la riduzione e il ragguaglio delle monete locali, ad
una moneta unica, ai fiorini d’oro, i quali così poteronsi an-
che propagare per il tramite fiscale, sin dal principio del
secolo XIV, in tutto il mondo cattolico.
TCU du

- === 1 mel

410 -. A .TENNERONI

Dal Liber tararum contenuto nel cod. Sessoriano 1471 (46)

della « Vittorio Emanuele » (1), ho creduto non inutile ai

nostri lettori estrarre quanto vi si riferisce all'Umbria. Ap-
pare esso trascritto, e diligentissime emendato, non però
sempre nei nomi, secondo l'esemplare del Sacro Collegio, e
della Camera Apostolica, in sulla fine del secolo XV, o forse
anche ai primi anni del successivo, nonchè munito di ag-
giunte e postille per altre due mani diverse, ma di poco
posteriori.

L’esemplare del Sacro Collegio, derivato a sua volta dai
registri precedenti, era il testo fiscale delle tasse recante le
nuove giunte e modificazioni. V'hanno compresi nel suo or-
dine alfabetico alcuni maestri degli Ordini (Cruciferorum .de
Bononia, Humiliatorum, S. Mariae Mercedis captivorum Barcino:
nensis etc.) e, come tassabili, ancora i cardinali suburbicarii
(Ostiensis, Sabinensis, Portuensis, S. Rufinae, Albanensis) ma
in questi le cifre rimasero in bianco.

A meglio intendere con qualche raffronto le singole cifre
di tassazione nel seguente estratto dell' Umbria, si premettono
alcune delle maggiori tasse imposte dalla Chiesa romana a
principali chiese e monasteri dell'Italia e dell'estero.

a) Chiese e Monasteri d' Italia.

TERGESTINENSIS (Trieste) in Hystria, fiorini 300 — Tau-
RINENSIS (Torino) é# provincia Mediolanensi, fior. 466 2/3 —
ARETINENSIS (Arezzo) fior. 600 — BOoNONIENSIS (Bologna) fio-
rini 1000 — JANUENSIS (Genova) fior. 1000 — MESSSANENSIS
(Messina) Im Sicilia Metropolis, fior. 1000 (2) — CATHANIENSIS

(1) Membran. in fol., sec. XV ex XVI inc. di cc. 117. Scrittura cancelleresca
semiangolosa ed umanistica. Dal fregio miniato a c. 3r con appié un tondino
per lo stemma rimastovi vuoto, parrebbe il cod. trascritto per uso di qualche di-
gnitario ecclesiastico, lasciandolo anche supporre la legatura del tempo in pelle
rossa con fregi a secco, borchie e taglio dorato.

(2) È la diocesi che presenta il maggior numero di luoghi tassati, 26.

——— L’ UMBRIA, ECC. 411

(Catania) fior. 1200 -— PANORMITANENSIS, im Insula Siciliae
Metropolis, id. — BARENSIS (Bari) fior. 1500 — FLORENTINEN-

SIS (Firenze) fior. 1500. — VENETIARUM Ecclesia Patriarchalis,

fior. 1400 — PADUANENSIS (Padova) in Provincia Aquilegiensi,
fior. 2000 — NEAPOLITANENSIS (Napoli) Metropolis, fior. 2000
— MEDIOLANENSIS (Milano) Metropolis, fior. 3000 — TRIDEN-

TINENSIS (Trento) in provincia Aquilegiensi, fior. 3000 — Ra-
VENNATENSIS (Ravenna) In Romandiola Metropolis, fior. 4000.
Monasteri. — S. LAURENTII EXTRA MUROS (Roma) Ord.

S. Beuedicti, fior. 300 — CRIPTE FERRATE (Grottaferrata) fio-
rini 400 — S. SALVATORIS DE SEPTIMO, (nel Vald'Arno sotto
Firenze) Ord. Cistercensium, fior. 600 — S. APOLLINARIS DE
CLASSE (Ravenna) Ord. Camaldulensium, fior. 600 — CAYENSE
(Cava dei Tirreni) Ord. S. Bened., fior. 1000 — S. PAULI DE
URBE (Roma) Ord. S. Benedicti, fior. 1000 — S. MARIAE FAR-
FENSIS (Abbazia di Farfa) Ord. S. Bened., fior. 1000 — S. BE-
NEDICTI (Subiaco) Sabinensis diocesis, fior. 1000 — S. MARIAE
DE MORIMONDO Ord. Cistercensium, fior. 1000 — CLAREVALLIS
(presso Milano) Ord. Cistercensium, flor. 2000 — S. JUSTINAE
DE PADUA (Padova) Ord. S. Bened., fior. 2000 — VALLISUM-
BROSE (Vallombrosa) i» diocesi fesulana, fior. 9000.

b) Chiese e Monasteri dell’ estero,

ULIXBONENSIS (Lisbona) fior. 2000 — LONDONIENSIS
(Londra) fior. 3000 — AGRIENSIS (Erlau) im Ungaria et prov.
Strigoniensis, fior. 3000 ,— PARISIENSIS (Paris) im provincia
Senonensi, fior. 3500 — COMPOSTELLANENSIS (Compostella)
in Regno Castelle (Castiglia) Metropolis, fiorini 4000 — ALEXAN-

DRINENSIS (Alessandria) ultima mare Patriarchalis, fior. 5000

— CAMERACENSIS (Cambresis) în Francia prov. Remensi, fior.
6000 — LEODIENSIS (Liége) fior. 1200 — CANTUARIENSIS (Can-
terbury) im Anglia Metropolis, fior. 10,000 — AUXITANENSIS
(Auxonne) im Wasconia Metropolis, fior. 10,000 — SALZEBUR-
GENSIS (Salzbourg) in Alamania Metropolis, fior. 10,000.
412 A. TENNERONI

Monasteri. — S. RICHARH (S. Riquier) in pontino, Ord.
8. Bened. in episcopatu Ambianensi (Amiens), fior. 4000 — Con-
BIENSE (Corbie) Ord. S. Bened. in episcopatu Ambianensi. fio-
rini 6000 — MaroRrIS MONASTERI in episcopatu Tur onensi
(Tours) fior. 7000 — S. GERMANI IN PRATIS (Saint Germain
de Prés) Ord. S. Bened., fior. 8000 (1).

«In nomine Sancte Trinitatis Incipit Liber Ta-
carum omnium Ecclesiarum et Monasterio-
rum diligentissime emendatus ad exemplar
libri sacri Collegii et Camere Apostolice ».

AMELIENSIS [Ecclesia] in Ducatu Spoletano . flor. LXXX
Aucta est taxa dicte Eeclesie in florenos xx

propter unionem Monasterii Valliscanalis,

dicte diocesis.
Item in florenos octo propter unionem: ecclesie

S. Concordij (2).

AssiSSINATENSIS in Ducatu Spoletano . i ae CC
[S] Benedicti [Monasterium] de monte Subaxio,

Ordinis S. Benedicti . . : : E pgs qusc (oy
Unitum fuit mense episcopali et taxa debet au-

geri. ;
Trispoliti de plano butrini. Ord. 8. Benedicti . » LXXX
Nicolai de campolongo. Ord. s. Ben. . : £d T,
Mu ANHO Ord. is. Ben. (S. . -. |... CCXX
CIVITATIS CASTELLI ; Ra o» SECEM

Salvatoris et Bartholomaei. Ord. dir eRcioi » LXVJ *

(1) « Reducium fuit ad 113 m ger dominum Urbanum Y ».

(2) Nei Libri censuum degli anni 1192-s. XIII ex., Amelia è compresa in gatríi-
monio Tuscie e vi è censita per xv bras [cerae?].

(3) Alla diocesi di Assisi, negli antichi cit. Libri censuum, sono iscritti il mo-
nastero di S. Damiano, la chiesa di S. Francesco ciascuno per una libra di cera, la
chiesa di S. Umberto, il monastero di S. Paolo. La libra di cera ragguagliavasi al-
lora a 64 denari cortonesi, moneta molto usata nell'Umbria.

Liam ——— 1

N
L' UMBRIA, ECC.

Angeli de castro Zedaldi [Tedaldi]. Ord. S. Au-

gustini . j ; i ; ^ : È
Ioannis in burgo S. Sepulchri. Ord. Camaldulen-
sium

Marie de pretorio | Petrojo, Petroja]. Ord. S. Bened.
Scolacio (Scalocchio). Ord. S. Bened. :
Joannis de marsano (Marzano). Ord. S. Benedi-
eti (1) : : : - : i :
Unita fuit ecclesia parochie S. Martini de la vena
iuxta Lacum perusinum, valorum XXIIJ
Item eeclesia S. Marie ... (2).

EvavBINENSIS (Gubbio) in Ducatu Spoletano

Unita est ecclesia parochialis Sancti Erasmi va-
loris .c. augetur taxa in florenos xxxri !/,.

Item unitum est Monasterium Beate Marie d’ al-
fiolo 'Tax. cc.

Petri de Eugubio, ordin. S. Bened.

Bartholomei et Donati, Ord. S. Benedicti

Benedicti de Eugubio. Ord. S. Bened.

Unita fuit eeclesia sante Anastasie de Clasterna
valoris xii. augetur taxa in flor. 1n.

Verecundi, Ord. S. Bened. ; 5

Angeli de Ceserna [Chiasserna], Ord. S. Ben

Fontis auelane |Fonte Avellana] (3), Ord. S. Bened.

Bartholomei de Campugio, Ord. S. Bened. .

Emiliani, Ord. S. Benedicti .

Marie de Alfiolo, Ord. S. Ben.

Unitum fuit dictum Monasterium Mense Episco-
pali Eugubinensi.

Augetur taxa Ecclesie in florenos cc.

Bartholomei de petrolio, Ord. S. Bened.

flor. XXXIIJ !/,

flor.

LXXXIIJ
XXXIII 1/,
XE

L

CCCC

CLX

XLVIIJ
LX
M

LX

L

413

(1) Sotto la rubrica 4n Episcopatu Castelle, nei cit. Libri cens. figurano la chiesa
della Trinità censita per 1I) solidos lucensiwm, « Civitas Castelli » per rn tiras pi-

«Ssanorum, e un monastero di s. Maria in borgo, scomparso sin dalla fine del sec. XIII.

(2) Colmiamo la lacuna valendoci d'altro ms. posteriore conservato anch'esso
nella Vittorio Emanuele, il Gesuitico 1938, Magdalene et Sancte Crucis de Casti-
leno perusino, dicti valoris xVIIJ. Augetur taxa in florenos ximJ.

(3) Ove Dante ebbe asilo.
414 A. TENNERONI

Pulpiano de petrono. Ord. S. Bened. . 2flor uc
Benedicti de montepolio, Ord. S. Bened. (1). s res T

FuLGINATENSIS (Foligno) in Ducatu Spoletano . » C
Crucis Sacxivivi, Ord. S. Bened. à ; A MEC RS TOISIB
Fuit separata mensa Abbatialis a conventuali (2).

INTERAMNENSIS (Terni) in Ducatu Spoletano (3) . CXVIIJ

NARNIENSIS (Narni) in Ducatu Spoletano . s er»x OG
« Benedicti in fundis de Stronconio, Ord. S. Be- È

ned. » (4) : : E 3 : : odis ROOT
Angeli de Massa, Ord. S. Bened. à : pu E lE
Cassiani. prope Narniam, Ord. S. Bened. . LR
Unite sunt dieto Monasterio Ruralis Ecclesia

saneti Proculi terre Saneti Gemini, valo-

ris x. Et parochialis ecclesia Sanctorum

Thome et Ursi archipresbiteratus nuncupa-

tus ac s. Stephani de urbe in vicem pro-

pinquorum valorum cr. Augetur taxa in

florenos LIIJ !/,.
Nicolai de Sancto Gemino, Ord. S. Bened. . pes» de oxi
Gemini de Sancto Gemino, Ord. S. Bened. (5) . » L

v

NVCERINENSIS (Nocera) in Ducatu Spoletano. . » CCCXXX
Blasii de Crapulis, Ord. S. Bened.

Unitum est mense Episcopali Nucerinensi.
Marie de Cistria, Ord. S. Bened. : : sas 0G

(1) Nei eit. Libri censuwm, il monastero di S. Emiliano per ur solidos lucen-
stum, la Chiesa di s. Angelo di Chiasserna per id., il monastero di S. Ambrogio per
II soldos, di S. Donato per II solidos lucensium.

(2) I cit Libri Censuum attribuiscono al monastero di S. Maria in Valle Gaudio
1 libram, e a quello di S. Croce di Sassovivo, dal bel chiostro cosmatesco, 1 awrewm.

(3) Non figura l' Episcopatus Interamnensis nei predetti Libri Cens.: si sa che
dal 742 al 1218 restò vacante, propter inopiam pastoris. Dal cit. ms. Gesuitico 1938
della Vitt. Emanuele si aggiunge che il Monastero di S. Paolo dell' Ordine di S. Chiara
vi era tassato per 50 fiorini.

(4 Aggiuntovi per mano diversa e posteriore.

(5) All'unico monastero censito ncl vasto Vescovato Narniense, quello di S. Ni-
cola per una libra di cera, succedono nei pred. Libri censuum 18 paesi della diocesi
obbligati a un censo variánte dai 18 ai 100 soldi, dalle 6 alle 9 libre di cera, Baldoino
per 20 soldi, Collescipoli e Stroncone per 100 soldi, San Gemini e Calvi per 6 libre
4di cera etc.

Rt

c^

A —
rr Ry

L' UMBRIA, ECC.

Marie de Apperino, Ord. S. Ben. : ; HOT
Benedicti de galdo (Gualdo), Ord. S. Ben. . RENDERE E
Stephani de parano, Ord. S. Ben. ; : Vos uut
Pancratij, Ord. S. Bened. . : : : agio, woe
Angeli de monte Camiglano. Ord. S. Bened. (1). » XXXIII /j,

i Sere i . e[entum)
PERVSINENSIS (Perugia) In districtu Vrbis (2) . flor. VJ

Unita est parochialis ecclesia sancti Ch