Anno XVII. FascicoLo I.

BOLLEETTINO

DELLA REGIA DEPUTAZIONE

STORIA PATRIA

PER .L’UMBRIA



VoLume XVII.

‘Oppprxoì.... c TAV péya te

nai ùpyatov.

DION. D' ALICARN. ANt. Rom. I, 19.

PERUGIA
UNIONE TIPOGRAFICA COOPERATIVA
(PALAZZO PROVINCIALE)

L931.1



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R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA DELL’ UMBRIA



COMMEMORAZIONE

DEL SOCIO ORDINARIO

| Prof. Cav. LUIGI LANZI

defunto in Terni it XXXI Dicembre MOMX, tenuta per incarico della
R. Deputazione dal Socio ordinario Prof. GIUSEPPE BELLUCCI
il giorno XVI Settembre MCOMXI, nella sala maggiore del Convitto comu-

nale « Umberto I° » della stessa Città.







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“Eccellenza, chiarissimi Colleghi della B. Deputazione Umhra di Storia patria,

? Signore e Signori,

Non è senza profonda emozione, che prendo la parola,
per ritrarre dinanzi a Voi la figura simpatica di un uomo,
che la morte volle anzitempo rapito alla nostra amicizia e,
per rilevare le virtù di cui andava insignito, per le quali
e Voi, chiarissimi Colleghi della R. Deputazione e Società
umbra di Storia patria, e tutti Voi, Signori e Signore che
mi ascoltate, lo ritenevate meritevole non solo di affetto,
ma di sincera stima e di grandissima considerazione.

E l'emozione si accresce in me, quando rifletto, ciò che
Voi avrete già riflettuto, che dal posto medesimo da cui oggi
ascoltate la mia parola disadorna, altre volte vibrava la
voce sonora, accetta, persuasiva dell’ Educatore; udivasi l’e-
spressione calma e serena dello storico e del critico d’arte;
ascoltavasi la parola di chi, con animazione patriottica, ri-

,

Presenziarono la mesta e solenne cerimonia, oltre a numerosi in-
vitati, molti soci della R. Deputazione di Storia patria; gli alunni, il
Direttore e gl' insegnanti del Convitto Umberto I; S. E., Cesare Fani; il
Conte Paolano Manassei Senatore del Regno; le rappresentanze della
Provincia dell'Umbria e dei Comuni di ‘Terni, Stroncone e Perugia.
Erano pure rappresentati gli On. Gallenga e Faustini, Deputati al Par-
lamento; il Comm. Corrado Ricci, Direttore generale delle Antichità e
Belle Arti, presso il Ministero della Pubblica Istruzione.





IV

traeva uno fra i tanti episodi del Risorgimento nazionale; di
chi con giusto sdegno colpiva con strali infuocati coloro, che
ntenti a volgere a scopo industriale l’ energie naturali, si
rendono insensibili, dinanzi alle grandiose e pittoresche scene
da Natura composte, anelando di modificarle, distruggerle,
pei loro fini utilitari. i

Per l'emozione che provo e per il sentimento della mia
pochezza, faccio quindi appello alla vostra indulgenza, non
senza nascondervi, che avrei desiderato di ascoltare oggi la
voce di altro Collega della R. Deputazione, il quale, se non
con più amore del mio, certo con maggiore dottrina e di-
scernimento, avrebbe saputo presentarvi a dovere la bella
figura del Collega, che piangiamo estinto.

Luigi Lanzi nacque nel vicino paese di Stroncone il 27
marzo 1858; suo padre Leopoldo e suo nonno Luigi eserci-
tarono entrambi la professione di chimico-farmacista, pur
non trascurando lo studio dei classici latini, per il quale
riscossero dai contemporanei stima e reputazione. La madre,
Adele Contessa, fu donna di casa espertissima, sempre ope-
rosa e tutta intenta alle vigili cure, che dovevano provve-
dere al migliore avvenire dei suoi due figliuoli. :

Luigi Lanzi iniziò a Terni gli studî; compiè il Ginnasio
a Todi, portandosi poi a Roma per seguire il corso liceale,
che non percorse per intiero. Per non essere di soverchio
aggravio alla famiglia si dié all’ arte drammatica e nel pe-
riodo delle vacanze scolastiche si scritturò con una Compa-
gnia di attori teatrali, che terminò per fargli cambiare in-
dirizzo ed abbandonare gli studi. Sarebbe stato un giovane
perduto, un drammatico di più, ma non avrebbe poi rifulso,
come rifulse e quale Educatore e quale studioso, se l’obbligo
del servizio militare non fosse sopraggiunto a venti anni per
sorreggerlo in quel periodo critico della sua vita.





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Durante il servizio militare, a cui attese cou esemplare
disciplina, cominció ad interessarsi dell' avvenire; riprese gli
studi ed ottenne con splendidi risultati la patente di Maestro
normale e quella di Segretario comunale; cosiché, quando
usci dalle file dell'esercito nazionale, col semplice grado di
sergente, Luigi Lanzi aveva dinanzi a sé due possibili vie
da percorrere, o quella del Segretario comunale in qualche
paesello remoto delle campagne, o quella del Maestro in una
scuola primaria.

Ho voluto esporvi tutti questi particolari, relativi al primo
periodo della vita del nostro Luigi, perché Voi stessi giudi-
caste, come modesti fossero i natali, modestissimi gli studi,
più che modeste le aspirazioni possibili per l’ avvenire. Oc-
casionalmente però, in quel momento della vita di Luigi
Lanzi, si presentò un nuovo indirizzo di applicazione delle
sue giovani energie, che decise della sua carriera avvenire
e di tutta la sua vita.

Mancava un Istitutore nel Convitto comunale di Terni
e quest' officio fu assegnato a Luigi Lanzi il primo di ottobre
del 1881; e fu tale l'interessamento che fin dalle prime di-
mostró di prendere nell'adempimento del proprio dovere, che
un mese e mezzo piü tardi fu nominato Censore di disciplina;
e prima che un anno si compiesse, ai 28 settembre 1882, ed
a soli 25 anni di età, fu eletto Rettore.

La vita militare, con l'ordine, con la disciplina, con l'e-
satto adempimento dei doveri, che ad essa si riferiscono,
aveva impresso in Luigi Lanzi orme indelebili, di cui si
giovó grandemente ed efficacemente, quando dovè rispondere
del corretto contegno, morale e civile, della disciplina e dello
studio dei molti giovinetti alle sue cure affidati.

Per divergenze insorte con il Consiglio di Amministra-
zione, Luigi Lanzi si ritirò dall’ Officio di Rettore il 1° Ot-
tobre 1891, ritornando nella calma del suo paese nativo,
ove ricuoprì il posto di Segretario comunale. Col suo allon-
tanamento, il Convitto si rese immediatamente deserto e




VI

quando due anni dopo, il 1° Ottobre 1893, il Consiglio comu-
nale di Terni riconoscendo, che la ragione delle divergenze
insorte si trovava dalla parte del Lanzi, lo richiamò all’ Of-
ficio di Rettore, il Convitto tornò subito a popolarsi e da
allora fino all’epoca della sua morte, unico divieto per re-
spingere annualmente numerose richieste di ammissioni, si
trovò nella limitazione dei locali, che non potevano conte-
nere più di 100-110 giovinetti in educazione.

Chiamato di nuovo alla Direzione del Convitto, il nostro
Lanzi deve aver provato un nuovo validissimo impulso alla
sua operosità. Il sentimento della responsabilità accresciuta,
la retta educazione dei giovanetti affidati alle sue cure, il
pensiero di far sorgere un Convitto, che rispecchiasse le sane
norme educative e fosse ad altri di esempio per gli splendidi
risultati nello studio e nella coltura civile e morale dei gio-
vinetti, condusse ben presto il nostro Lanzi a circondarsi di
un credito, che se da un lato soddisfaceva il suo amor pro-
prio, dall’altro richiamava l' attenzione di tutti coloro, che
anelavano peri loro figli un asilo di educazione, virile e sa-
piente.

Sono tanti i rami, che bisogna correttamente guidare
nelle giovani piante, quando il loro sviluppo si fa sempre
più rigoglioso, che difficilmente si raggiunge quel giusto
equilibrio, che si manifesta dipoi con un’educazione perfetta,
esemplare. Ed il nostro Lanzi, che intravedeva tuttociò, con
criterio equilibratissimo ed accorto, curò sempre di porre
ogni studio, perchè il Convitto di cui era Rettore, fosse ad-
ditato ad esempio ed emergesse sui numerosi Convitti, che si
trovavano in Italia. E questo splendido risultato raggiunse:
con l’ordine interno, derivante da una disciplina non ferrea,
ma ferma e paterna; con l’amore allo studio, consigliato dall'e-
mulazione e dallo esempio de' benefici che ne risultavano;
con l'educazione fisica, amorosamente curata e sapientemente
insegnata; con la formazione del carattere, sollecitata con
parole, con consigli, con esempi, atti a sviluppare nell'animo





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s VII

dei giovani il sentimento di loro stessi, la fiducia nelle pro-
prie forze.

Il nostro Lanzi possedeva l'arte difficilissima dell'educa-
tore; la iunga pratica lo aveva edotto delle risorse infinite,
che possono applicarsi per un savio indirizzo del carattere,
per formare il cuore dei giovanetti; ed a queste risorse ri-
correva di sovente, ottenendo risultati splendidissimi. Aveva
trovato un ausilio potente per assicurare il migliore anda-
mento del Convitto, nella istituzione di un giornaletto mode-
Sto, dal titolo — él Convitto di Terni —, che mensilmente si
redigeva dai Convittori e di cui faceva curare una larghis-
sima diffusione e alle famiglie ed a coloro, che avevano
già ricevuto ammaestramenti salutari in Convitto e ne erano
usciti.

In questo giornaletto i giovani raccontavano la vita in-
terna di Collegio, i progressi che si verificavano nella loro
educazione intellettuale, ossia. nello studio; quelli che si ot-
tenevano nella educazione fisica, ossia nello sviluppo cor-
poreo; raccontavano i particolari dell’ escursioni, che si com-
pievano numerose, sotto la scorta sapiente ed amorosa del
loro Rettore; le visite agli Stabilimenti industriali della Val
Nerina; le gite a scopo artistico e storico, che frequente-
mente avvenivano ai paesi ed alle città dell’ Umbria, dov’ è
tanta dovizia di arte e di storia; ai castelli medioevali, ri-
dotti dal tempo e dagli uomini, cumuli di rovine, dalle quali
però il nostro Lanzi faceva risorgere quei ricordi, che rap-
presentavano la vita vissata in quegli antichi recinti.

Percorrendo le pagine di quel giornaletto si resta me-
ravigliati della somma di cognizioni storiche, che i giovi-
netti sanno insegnare; si resta meravigliati del gusto arti-
stico, che in essi andava di mano in mano svolgendosi ed
in certi casi si prova un'intima commozione, per l'impres-
sione profondamente gradita, che quei giovanetti dicono di
aver riportato o dinanzi ad una grandiosa scena naturale,





VIII

o di fronte ai prodotti sublimi raggiunti dalla mente umana,
sia nelle arti belle, sia nelle arti meccaniche.
E se questa impressione favorevole e lieta si prova da
.chi non conobbe nemmeno il giovane scrittore, puó bene
immaginarsi qual gaudio, qual somma di letizia, quale com-
piacenza intimissima dovesse provarsi dalle mamme dilette,
per le quali appunto il giornaletto era dai figliuoli composto,
con sentimento delicatissimo di riguardo e di affetto filiale.
Mi piace di citare un esempio, fra i tanti che potrei
scegliere, per dimostrarvi come Luigi Lanzi intendesse prov-
vedere all'edueazione del euore. Lo traggo dal racconto di
un giovinetto, inserito nel giornalino — // Convitto di
Terni — (1).

Era il quattordici marzo, la festa del Re, ma non si sentiva nel-
l’aria quel fremito, che è la caratteristica delle feste nazionali. L'atmo-
sfera del collegio pesava invece in quel mattino come una cappa di
piombo, né si sapea veramente il perché. Dopo la colezione, il Sig. Ret-
tore ci raccolse tutti nella sala di scherma, e ci disse: « fra poco, nei
giardini pubblici, le truppe del presidio saranno passate in rivista per
festeggiare il compleanno del Re; voi pure anderete ad assistere a
questa festa militare, ma io non vengo con voi; vado invece al cimi-
tero a portare un fiore sulla tomba di un vostro compagno... chi vo-
lesse accompagnarmi alla mesta visita, faccia un passo avanti ».

Tutti allora come guidati da una sola mente, Spinti dal medesimo
palpito, scattammo innanzi... e partimmo silenziosamente con lui. Giunti
al cemetero, a capo scoperto attraversammo. i deserti viali, e sulla
tomba dell'infelice nostro compagno, deponemmo tra le molte corone
già appassite, un nuovo tributo del nostro memore affetto.

Usciti dal sacro recinto, mentre i compagni si aggruppavano som-
messamente bisbigliando, e il Rettore ci seguiva solo e in silenzio, io
ripensava all'amico perduto, al dolore sofferto da noi tutti, allo strazio
della famiglia desolata.... ripensava agli scettici, che sì poca fede dimo-
strano per la generazione che cresce.... e quale attestato più bello,
diceva fra me, della gentilezza con la quale si va plasmando il cuore
di questo gruppo di giovani, che si allontanano dalla città in un mo-
mento di festa, per recarsi tra i mesti cipressi del cimitero? Molti di

(1) Anno I e II; num. 3, pag. 3.





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IX

essi neppur conobbero l’ infelice compaguo che rimpiangiamo, qd an-
ch'essi rinunciano spontaneamente, ad un'ora di divertimento non
ordinario, per seguire chi l' amó con | affetto di fratello, chi lo pianse

con dolore di padre.
A te sia pace, o diletto nostro compagno! Alla famiglia che la-

sciasti nell' ambaseia, sia di conforto il nostro sincero rimpianto !

Non aggiungo sillaba a questo mesto e pietoso racconto,
persuaso che tutti Voi ne rileverete facilmente l'efficacia
educativa, raggiunta senza la menoma coercizione sull'animo
dei giovanetti, ma col solo appello ai più delicati e riposti
palpiti del cuore.

Ed un altro esempio mi piace pure di riportare a dimo-
strazione ulteriore del modo mirabile ed efficace, con cui
nel cuore dei giovinetti, affidati alle cure educative di Luigi
Lanzi, si sviluppavanò i sentimenti più nobili ed affettuosi.
È un giovinetto, che scrive al Rettore nel suo giorno ono-

mastico (1).

« .. questa mattina ho scritto a mio padre, che porta lo stesso
nome di Lei, inviandogli insieme a mille baci affettuosi, l'augurio spon-
taneo e sincero del cuore. — Iddio ti conceda una vita lunghissima, co-
sparsa di tutte le prosperità più desiderabili. — Con altrettanti baci,
con pari amore filiale, offro a Lei, Sig. Rettore, lo stesso augurio ».

Poteva questo augurio essere espresso con maggiore sin-
cerità e forza di sentimento, con più bella e concisa sem-
plicità di forma ?

E mentre tanta eura si prendeva per l'educazione del
cuore non si trascurava, anzi si teneva in grandissimo conto
l'educazione fisica, persuaso il nostro Lanzi, come siamo per-
suasi tutti noi, che dal sapiente governo di tutte le parti
del nostro corpo derivi la maggiore e più proficua attività
umana. :

? dei progressi che nell’ Educazione fisica i giovinetti

(1) Il Convitto di Terni; Anno III, pag. 35.





X

compievano, si dava accurato ragguaglio ai genitori, non
con una semplice cifra, che rappresentasse codesto lato del-
l'educazione con un 7, un 8 od un 5, ma con cifre eloquenti,
ch’esprimevano l’ altezza, il peso, la circonferenza toracica,
la capacità polmonare misurata allo spirometro, la forza mu-
scolare determinata col dinamometro.

A ciascuna famiglia si partecipavano così mensilmente
insieme ai risultati dello sviluppo intellettuale, dati dalla
Scuola, quelli dello sviluppo fisico, dati dal Collegio, ed i
genitori traevano elementi sufficienti per giudicare il cam-
mino, che i loro figli compievano e nello sviluppo corporeo
e nell’accresciuta capacità intellettuale.

Ecco perchè in un modesto mio studio sull’ Educazione
fisica (1), additai ad esempio da seguirsi, il Convitto di Terni,
retto da Luigi Lanzi; perchè bene esaminando mi parve, che
le più savie e confacenti norme di esercitazioni fisiche, non
andassero a scapito degli studi, ma fortificando i muscoli
provvedessero in giusta misura alla gagliardia dell’ innerva-
zione, rendendo più proclive e proficua la mens sana in corpore
sano.

Ecco perchè da un’altra parte, con voce più autorevole
e considerata, che non fosse quella delle mie povere parole,
uno dei figli della nostra Umbria, Luigi Morandi, che dai
banchi della Scuola normale di Perugia è riuscito a salire
fino a quelli del Senato del Regno; che nato dal nostro
popolo, ha avuto la grande ventura e l’onore di concorrere
all'educazione di S. M. il nostro Re, parlando del Convitto
di Terni, ch'egli conosceva in tutti ‘i suoi particolari, in una
memoranda seduta della Camera dei Deputati (2), si augurava,
che tutti i Convitti nazionali, alla dipendenza del Governo,
dovessero uniformarsi alle sapienti ed efficaci norme diret-

(1) BELLUCCI GIUsEPPE — L'Educazione flsica — Perugia, Bartelli, 1906 pag. 33.
(2) Atti parlamentari; XXI Legislatura, 2* sessione, pag. 2681.













































XI

tive ed amministrative del Convitto comunale di Terni; retto
con tanto amore e con tanta premura da Luigi Lanzi.

A questo punto, Voi mi direte, Uditori ornatissimi, che
io mi sono di soverchio intrattenuto a parlarvi del Lanzi,
come Educatore; Vi prego però di correggere questo pen-
siero, se si fosse presentato alla vostra mente, perchè a bello
studio ho voluto esporvi questo lato luminoso della vita del
nostro Lanzi, anzitutto per talune conclusioni, che più oltre
emergeranno, poi perchè riflettiate un momento su questa
considerazione. Molti di Voi, Uditori ed Uditrici cortesi, siete
padri e madri di figli adorati; sapete per prova quante
cure, quanto studio, quanti pensieri, quante preoccupazioni
importi l'educazione dei figli, il buono indirizzo di quelle te-
nere pianticelle; quanto premuroso interessamento abbisogni,
quando le pianticelle stesse crescono vigorose e si vanno
facendo adulte. Ora questa prova, provata da tutti Voi, sup-
ponete di estenderla per un momento a cento, centodieci
giovinetti ad un tempo e tutti Voi, padri e madri, mi direste
in coro: « ma anche con la maggiore volontà, con la maggior
pazienza, col maggior interessamento, il tempo occorrente
per sopperire alle tante necessità ad ogni momento emer-
genti, dove si trova? » £d è appunto a questa interrogazione
che voleva condurvi, per convertire il quesito in quest'altra
forma.

Ed il tempo occorrente perchè nel Convitto comunale
di Terni il nostro Lanzi potesse far procedere il tutto cor-
rettamente e con soddisfazione propria ed altrui, il tempo
occorrente, dove lo trovava? Certamente Voi dovrete conve-
nire, che le cure dell’ Educatore devono aver richiesto al
nostro Lanzi un'applicazione diuturna costante, indefessa.
Trascurando una piccola cosa oggi, un nonnulla dimani,
egli avrebbe perduto un po' alla volta il frutto delle cure XH

impartite; ma invece, pur non trascurando nulla dei suoi i
doveri di Educatore savio ed accorto, trovava ancor tempo :
per percorrere di propria volontà ed iniziativa la via dello |
studio, via che si svolgeva parallela a quella dell’ Educatore
e che come questa, era lunga, spinosa, e richiedeva tempo

i

ed applieazione grandissima.

Luigi Lanzi appassionato come Educatore, si appassionò
perdutamente per gli studi storici, per gli studi prediletti
dell’ Arte; ed è tanto più notevole codesta passione da cui
fu preso, in quanto che, come Voi rammentate, non ebbe
all'inizio della sua cultura intellettuale, un .indirizzo parti- |
colare per tal sorta di studî, non mostrò alcuna inclinazione |
speciale per le ricerche e le osservazioni, in cui più tardi
si rese esimio cultore, conoscitore profondo. Mentre Egli era
Rettore del Convitto ed attendeva con tanta cura all’educa-
zione dei giovani, dovè farsi la propria educazione lettera-
ria, storica, artistica con notevole fermezza di proposito, con.
forza straordinaria di volontà, con applicazione indefessa. E
siccome la passione, che lo guidava in tutte le sue imprese,
non gli permetteva di far nulla a metà, così Luigi Lanzi si
gettò dentro gli studi storici ed artistici, come un innamo- .
rato ardente, che non vede agli occhi suoi se non l'oggetto
adorato, e tutto appare all’ infuori di esso, meschino, secon





dario, trascurabile. di
Questo amore per gli studi storici, per le concezioni..
geniali dell’Arte nelléè loro varie forme, lo condusse allo ac.
quisto di un criterio così equilibrato nel rilievo delle vicende 3
storiche, lo condusse ad un sentimento cosi fine e corretto »
per le bellezze dell’ arte, che i suoi lavori numerosi, non.
solo emergono per dottrina, ma per acutezza e giustezza di.
osservazioni, per severo apprezzamento di fatti e di cose,
per rimarchevole genialità di riflessioni. Peró mentre il no- di
stro Lanzi percorreva con infinita passione e con crescente
soddisfazione del suo amor proprio le vie dello studio, non

poteva e non doveva trascurare di mantenersi sempre ac- È









XIII



corto e sagace come Educatore di oltre cento giovanetti,
perchè da un abbandono anche momentaneo, da una ‘lieve

trascuranza, ne sarebbe provenuta la perdita dei risultati
splendidi, che si verificavano nell'andamento esemplare del
Convitto. Quindi amantissimo dell'arte, apprese l arte diffi-
cilissima di trarre partito del Convitto a beneficio e pro-
gresso degli studi suoi; di trarre partito degli studi predi-
letti, a beneficio ed incremento dello stesso Convitto. Potrei
citarvi numerosi esempi a conferma di ciò; guardate ad
esempio il piano terreno del Convitto, il vicino giardino, e
li trovate occupati da monumenti storici e perfino preisto-
rici, da epigrafi e da frammenti architettonici; l’arte e la sto-
ria addivengono parte integrante del Convitto ; le escursioni,
le ascensioni montane, le visite numerose alle città ed ai
paesi dell’ Umbria, ch’ Egli faceva seguito dai Convittori non
costituivano semplici esercizi podistici o gite di puro svago,
ma la loro méta precipua era sempre la storia e l'arte, che
dai monumenti, dai luoghi visitati emergevano e di cui quei
baldi giovinetti dovevano tenere stretto conto, per riferirle
poi con accurate relazioni nel giornaletto, per illustrarle con
le vedute fotografiche da essi stessi ritratte, coi disegni dal
vero, che in molti casi essi stessi apprestavano.

Luigi Lanzi studiava; consultava gli antichi Codici; at-
| tendeva agli scavi nella necropoli giacente sotto l'Acciaie-
2 ria; raccoglieva oggetti e monumenti antichi; ma il frutto
delle sue sapienti investigazioni, delle sue proficue raccolte,
le primizie de'suoi studi in una parola, erano sempre peri
giovinetti del Convitto, che chiamava a raccolta familiare
ogni qual volta poteva dividere con essi il frutto sudato del
suo studio e lavoro. E di questa molla nascosta dell' educa-
tore, sapiente ed intelligente, seppe il nostro Lanzi altamente
giovarsi, fino a trasfondere nell'animo dei giovanetti, sempre
‘inclinato ad accoglierlo, quell’ amore grandissimo, ch’ Egli
nutriva per la Storia e per l'Arte, quell’entusiasmo vivissimo,
ch’ Egli provava dinanzi a tutto ciò che di bello e di grande







XIV

avveniva o si presentava nelle scene naturali o nel corso
della vita, civile.

Questi miei rilievi trovano eloquente conferma nel re-
soconto di due premiazioni annuali, inserito nel giornaletto
e composto da due diversi giovinetti, i quali, come udirete, si
esprimoro all'unisono riguardo al metodo educativo seguito
dal loro Rettore, riguardo ai proficui risultamenti, che riu-
sciva ad ottenerne.

Siamo alla premiazione dell' anno 1903 (1);

« Il tema del suo discorso esce quest'anno dall' ambiente rigoro-
samente didattico, e tratta invece di una pagina della Storia dell’ arte.

« Egli mira essenzialmente a dimostrare quanto sia doveroso di
non trascurare più lungamente fra noi questo ramo di civile coltura,
per la natura del nostro carattere, per la gloria delle nostre tradizioni,
per quel sentimento di gentilezza, che solo l’arte può infondere nelle
anime giovinette.

« Enumera i pericoli corsi dal nostro patrimonio storico ed arti-
stico e quelli che ancora possono minaeciarlo, per l'assenza delle co-
scienza artistica nella grande maggioranza di noi. Conclude con nobi-
lissimi incitamenti fra lo scrosciare di fragorosi e caldi applausi ».

Ed ora passiamo alla premiazione del 1906 (2);

« Compiuta la premiazione sorse a parlare il Sig. Rettore.

« Sulla scena artisticamente incorniciata da un bosco di palme si
stendeva il grande diaframma bianco nel quale si succedettero le proie-
zioni luminose, che illustrarono la conferenza di lui sulla Necropoli
preistorica delle Acciaierie.

« La parola facile, chiara ed elegante, con la quale egli rese conto
della interessante scoperta, incatenò l’attenzione dell’ uditorio nel modo
più intenso: vedemmo sfilare avanti ai nostri occhi tumuli, vasi, armi,
scheletri, amuleti, costruzioni remotissime, paesaggi incantevoli, tutto
a colori e tutto tratto da fotografie, eseguite dello stesso nostro Sig. Ret-
tore, che, al terminare della conferenza, fu salutato da applausi pro-
lungati e vivissimi ».

(1) Anno IX, pag. 14.
(2) Anno XI, pag. 3.














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XV

Cosi il nostro Lanzi procedeva educando ed applicando
all'educazione della gioventü il risultato de' suoi studi ge-
niali, delle sue investigazioni, delle sue ricerche concernenti
la Storia e l’ Arte; facendo rivivere pagine luminose del
passato di Terni, di Narni, di Stroncone, di S. Gemini, di
Calvi; illustrando dal punto di vista storico ed artistico, mo-
numenti insigni, come la cappella Paradisi in San Francesco
di Terni, la cripta del Duomo nella stessa città.

E notevole contributo della sua dottrina e del suo amore
per il passato portò all'incremento degli Studi francescani,
che oggi appassionano insigni cultori italiani e stranieri,
prendendo ad illustrare parecchi monumenti e molte me-
morie obliate, intrattenendosi sulle opere e sulle virtù di
alcuni minoriti, che seguirono le orme del poverello di As-
sisi. Esso ci deliziò ancora con un lavoro pregevolissimo,
dal titolo semplice e modesto di — Escursioni francescane —,
in cui descrisse particolareggiatamente alcuni cenobi e r0mi-
tòrî, prediletti da S. Francesco o dai primi seguaci delle sue
dottrine, e che tuttora permangono nei territori di Terni e di
Rieti; ed illustrò quella via pittoresca e bellissima, che da
Stroncone, per Li prati e Ruschio, ridiscende al classico
eremo di Greccio. Oh, se tutti Voi aveste provato il godi-
mento intellettuale, la soddisfazione intimissima, che a me
ed a pochi amici volle procurare il povero Lanzi in una
bella giornata dell’Agosto 1907, facendoci percorrere quella
strada montana, sotto la sua guida sapiente, condividereste
ancora pienamente con me l’entusiasmo ed il gaudio provato,
trascorrendo una regione alpestre incantevole, e tanto poco
conosciuta, della nostra Umbria bellissima.

La strada sale a più di mille metri sul mare, tutta ta-
gliata in una rupe rocciosa e sempre prominente sul ciglio
di burroni profondissimi; nella sua parte più elevata attra-
Versa estese praterie, chiazzate quà e là da gruppi di ca-
stagni secolari, che allietano con la loro verde chioma e con
l'ombra amica che producono, quella regione. Lungo la via,

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3









XVI

l'immaginazione popolare ha creato leggende singolari, là
dove san Francesco di Assisi, e san Bernardino da Siena
s'indugiarono talvolta a percorrerla, quando nelle loro pe-
regrinazioni attraverso le terre dell’ Umbria, risalivano dalla
conca di Terni a quella di Rieti, o da quest’ultima ridiscen-
devano a quella.

Io aveva letto il lavoro dal titolo « Escursioni france
scane » ma l'impressione .che provai, percorrendo quella
regione bellissima, superò enormemente l’aspettativa e fu
profondissima. Quella gita lasciò nella mia mente il ricordo
incancellabile di una bellezza naturale goduta, collegata al-
lora, alle cortesi dimostrazioni di affetto di un amico, oggi,
alla cara memoria dell'amico perduto.

Se poi indipendentemente dalle impressioni piacevoli da
me provate, desideraste su questo lavoro del Lanzi il giu-
dizio di persona concordemente reputata come competentis-
sima nello studio della storia francescana, sentite cosa scrisse
Paul Sabatier, altrettanto entusiasta della vita e delle virtù
del poverello di Assisi, quanto innamorato delle bellezze,
che la nostra Umbria conserva, là dove l’ epopea francescana
principalmente si svolse :

« Comme franciscanissant je Vous suis donc reconnaissant pour
cette publieation et je vous en sais gré aussi comme hóte de cette de-
lieieuse Ombrie, à la quelle m'unit un amour chaque jour plus iutense.

« Bien nombreux seront ceux qui, suivant vos traces, prendront le
biiton de pelerin, s’ en iront dans les tranquilles solitudes franciscai-
nes et comprendront la sérénité, la poèsie, le mysticisme tempéré de
clarté, de gaieté et de bonté, qui sont comme la caractéristique de la

vie de cette region bénie ».

E parlando dell iconografia del poverello, soggiunge:

« Laissez-moi vous dire en passant que, pour la question de l'ico-
nographie, je suis tout à fait d'accord avee Vous; et je Vous suis

d'autant plus reconnaissant d'avoir mis ehaque chose à sa place, que
la question avait été comme embrouillée à plaisir par les critiques de



Derrida

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XVII

. . *fLA . , *
l'étranger. Vos pages fourmillent ainsi de verités, qui s'échappent tout
naturellement de votre trésor pour enrichir vos leeteurs » (1).



Restando sempre sulla chioma del grande albero della
Storia, che come querce annosa, ha mille rami e mille ra-
dici, il nostro Lanzi percorse pure il ramo dell’ Araldica e si
spinse anche ad illustrare una delle punte novelle delle dira-
mazioni infinite, quella che si designa col nome di Storia
del Risorgimento italiano. Di modo che, oltre al raccogliere
con premura € discernimento cimelî e documenti preziosi,
relativi a quel periodo di tempo, fortunoso e fortunato del
nostro riscatto, il nostro Lanzi illustrò con pagine stupende
alcuni episodî, risguardanti specialmente, Terni, Stroncone,
Collescipoli, Gubbio, località tutte dell'Umbria, ove 1’ epiche
lotte si combatterono in prò della libertà, o dove funestis-
simi eventi si svolsero per tentare di reprimerla o di at-
tutirla.

E quasi non bastassero questi studi e ricerche nelle di-
verse diramazioni della storia medievale e nelle ultime, at-
tinenti alla storia contemporanea, Luigi Lanzi ridiscese dalla
chioma al tronco dell'annoso albero della Storia, illustrando
aleuni monumenti dell'epoca romana, di Terni e delle sue
vicinanze, come quelli esistenti tuttora sul terreno della di-
strutta Carsoli; si occupò eziandio di antichità più remote di
quelle dei tempi di Roma, quali si appalesano sulle mura di
Cesi e di Amelia, sulle balze rocciose, che fiancheggiano l'an-
tica via Salaria presso Narni. Ed i suoi studî, le sue osserva-
zioni non si fermarono nemmeno al tronco dell’albero della
Storia, ma profittando delle condizioni propizie, che il suolo
di Terni ebbe a presentargli, si approfondò sotterra, prose-
guendo con cura paziente, le radici vigorose dell’ albero

(1) Il Convitto di Terni, Anno XII, pag. 14.









e

XVIII

della Storia, illuminando di per sè, o concorrendo con altri
ad illuminare di viva luce, quelle antichità preistoriche, che
da parecchi millenni dormivano, nella pace e nell oblio di
un'estesa Necropoli, nel sottosuolo dell’antica Interamna.

La febbrile attività industriale di questi ultimi anni,
sconvolse, rimescolò, disperse le antichissime tombe e gli
avanzi umani, che vi stavano sepolti, ricuoprendo il suolo
dell'odierna Terni, specialmente là, dove oggi ferve il lavoro
di tante officine, di polvere preistorica, per adoperare una
frase, conforme a quella di cui si valse Aleardi, quando rife-
rendosi alla campagna di Roma, di quella famosa terra la-
tina, la disse ricoperta dalla polvere della sua storia antica.

Ma il prodotto degli scavi fortuiti o di quelli scientifi-
camente eseguiti in una necropoli, che noverava original-
mente, più di tremila tombe, non andò totalmente perduto ;
non tutto riuscì a ridursi in polvere, e cimeli preziosi sal-
rati dalla dispersione, anzitutto dai solerti Ingegneri delle
Acciaierie, poi dalle cure pazienti e dallo amore del nostro
Lanzi per le antichità, si ammirano quest’ oggi ordinati in
alcune raccolte pubbliche e private ed in quella interessan-
tissima, che si conserva nel Museo civico di Terni, a cui il
povero Lanzi dedicò cure affettuose, ripromettendosi di co-
stituirne un tutto ordinato a dovere, degno della città, che
ha la fortuna di custodirlo.

L'amore grandissimo che nutriva per la Storia e per
l'Arte; la venerazione che aveva per le reliquie del pas:
sato; i lavori già compiuti nel campo archeologico, storico,
artistico; l’attività sorprendente che possedeva, lo additarono
giustamente a ricoprire il posto di R. Ispettore agli scavi e
monumenti, quando nel 1896 tale officio venne a mancare
del titolare, per la morte di un cittadino ternano, insigne
nell’arte, dell’ Architetto Benedetto Faustini. Ed il nostro
Lanzi accolse di buon grado il nuovo officio, quasi non ba-

stasse la somma di lavoro, che normalmente doveva e vo-
leva disimpegnare; e la compiacenza ch’ Egli provò nel ri-









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XIX

cevere tale nomina si dovè precipuamente a ciò, cli? Egli
pensava di trarre partito del nuovo officio, per favorire i
i studi prediletti, per dar prova sempre più palese dello
che lo infiammava, per tutto ciò che può rispecchiare

suo
amore
un passato più o meno remoto.

Abbiamo prove evidenti di ciò in questa stessa Terni,
nei restauri arrecati al vetusto tempio di San Francesco;
alla cripta del Duomo, ripristinata nelle sue forme primitive;
all'antico tempio pagano detto del Sole, oggi dedicato a S. Sal-
vatore. Ed un'altra dimostrazione l'abbiamo pure nelle pra-
tiche iniziate e favorevolmente condotte a termine, perchè
il tempio di S. Francesco fosse riconosciuto come Monumento
nazionale, a cagione non solo dei caratteri pregevoli, che gli
sono impartiti dalla sua vetusta costruzione, ma riguardo
eziandio a ciò che in esso maggiormente risplende, la deco-
‘azione della cappella Paradisi, dal nostro Lanzi accurata-
mente illustrata, e che tanto interessa la storia dell’arte, la
storia civile medievale, la storia della nostra letteratura.



Innamorato del bello in tutte le. sue splendide forme,
Luigi Lanzi non poteva restare con le mani alla cintola, di-
nanzi al minacciato ed al minacciante pericolo, che per ve-
dute industriali stava per arrecarsi alla grandiosa scena na-
turale, che presenta la Cascata delle Marmore,

bella
di orrenda bellezza
come Diocleziano Mancini ebbe a dire, traducendo il pensiero
originalmente espresso da Byron. j

Quel minacciato pericolo preoccupò talmente l' animo
entusiasta di Luigi Lanzi, che non fidando nelle sole sue
forze, invocó ripetute volte l'aiuto della nostra Deputazione
di Storia patria; reclamó, protestó, gridó per quanto poté; e
tanto ebbe a dire ed operare, che il Governo sollecitato

XX

dai suoi nobilissimi sdegni, riconobbe la giustezza dell’ in-
vocato intervento e si accordó nel pensiero di massima, che
| nei modi migliori possibili fosse tutelata all' Umbria la con-
| servazione della Cascata delle Marmore. Luigi Lanzi fu in
| tale pericolo la sentinella vigile, che dette l'allarme, ma a
| lode del vero bisogna dire, che tutti coloro, i quali nelle alte
il sfere governative sopraintendono alla conservazione del pa-
trimonio storico ed artistico, naturale o prodotto dalla mano
dell'uomo, secondarono del loro meglio l'iniziativa suscitata
dal Lanzi e provvidero alla conservazione della piü fulgida
gemma paesistica dell'Umbria nostra. E fu questo un altro
titolo di benemerenza, che dobbiamo riconoscere dovuto al-
l’efficace ed intelligente operosità di Luigi Lanzi, come Ispet-
tore agli Scavi e Monumenti.



Iw Non m'intratterró ora ad esporvi le molte virtü civili
di cui Luigi Lanzi volle abbellire la vita, perché tutti Voi le
conoscevate appieno e ne facevate, Lui vivente, argomento
sincero di segnalazione e di compiacenza. La Scuola profes-
sionale, il Patronato scolastico, la Sezione locale della Croce
rossa, additano del resto riconoscenti, tutte le benemerenze
|| . che Luigi Lanzi seppe acquistarsi, favorendo codeste Istitu-
zioni cittadine con la sua operosità solerte e sapiente, con
j l’espressione sincera dei sentimenti umanitari, che l’ anima-
Hi vano. Ne credo opportuno parlarvi delle virtù morali e della
i : fede cristiana dal nostro Lanzi sinceramente nutrita, perchè
Ill su tali argomenti ebbe già ad intrattenersi in questa stessa
Terni, con una eletta orazione, l’esimio nostro Collega Mon-
signore Faloci-Pulignani.

Accennerò soltanto brevemente all’ amore vivissimo, che
Luigi Lanzi, umbro di nascita e di sentimenti, costantemente
addimostrò per la nostra regione dell’ Umbria. « Desidero
M vivamente, mi scriveva un giorno, di vedere in ogni occa-
















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XXI
.

sione ed ovunque, sempre ammirato ed invidiato il nome
della nostra Umbria ». E fu appunto per questo nobile sen-
timento che lo animava, che Luigi Lanzi non attese l'opera
altrui per mettere in luce le bellezze, descrivere i monu
menti, illustrare le memorie dell' Umbria, ma come già si é
veduto per lo addietro, s'interessó grandemente e molto si
adoperò .con studî e con ricerche, perchè città, paesi, ca-
stelli, luoghi reconditi e talora oscuri della nostra Umbria
diletta, fossero illustrati e meritamente conosciuti.

E fra tutti i luoghi dell' Umbria predilesse dello amore
più vivo il paesello di Stroncone, e lo amò non di quell'amore
platonico, che talora ci porta a preferire con sentimento no-
stalgico il luogo in cui nascemmo a qualunque altro in cui
possiamo trovarci, ma di quell'amore intenso, che il figlio
nutre per la sua madre; e si fu per questo, che noi vedemmo
Luigi Lanzi prestare aiuto al paesello nativo nelle diverse
occorrenze, illustrarne i cimèli e i documenti, che gelosamente
conserva, farlo rivivere nelle pagine talora gloriose, talora
dolorose della sua storia, porre in evidenza tuttociò, che può
costituire una corona invidiata di gemme per un paese.

Quando, in compagnia del povero amico, visitai nel 1907
il paese di Stroncone, additandomi il non lontano cemetero,
Egli si espresse con una frase, che io non raccolsi in quel
giorno di gaudio sereno, ma che alla mia mente tornò a pre-
sentarsi, quando si conobbero le ultime volontà dello Estinto.
< Vedi laggiù il piccolo cemetero del paese? quando sarò
morto mi dovranno condurre in quel modesto e tranquillo
asilo di morti ». E la tua volontà fu rispettata; ed ora
dormi il sonno eterno in quel luogo solitario e romito, poe-
ticamente più bello delle grandi città dei morti, dove il lusso
dei marmi e lo sfarzo dei monumenti contrastano con la seve-
rità della morte, livellatrice sovrana di tutti; dove le epigrafi
ampollose e menzognere danno la parvenza, che tutte le virtù
sieno esulate dal mondo dei vivi per andarsi a raccogliere
fastose sui marmi, che rammentano coloro che furono.





Ogni vita terrena
Non è, se ben si guardi,
Che un andar lento o rapido alla morte.

E pur troppo dinanzi al bivio inesorabile, che tutti dob-
biamo percorrere, e che la gentile poetessa Umbra, Alinda Bo-
nacci Brunamonti, seppe additarci con tanta serenità di mente
e concisa precisione, nei versi testè ricordati, al nostro Lanzi
toccò in sorte l’ andare più rapido per giungere alla méta del
cammin di nostra vita. Eppure tutti noi, Amici, Colleghi, Am-
miratori avevamo in cuor nostro formulato il desiderio, nutrito
la dolce speranza, che la vita preziosa di Luigi Lanzi fosse
a lungo conservata; i nostri desideri però, le nostre speranze
non furono che illusioni della fantasia, concetti vani, che
s'infransero contro la realtà, come s'infrangono le onde sulla
spiaggia del mare; si perdettero evanendo, come si perdono
e svaniscono, allargandosi sempre più, le onde sonore nel-
l immensità dello spazio!

Ed ora dinanzi alla maestà della Morte, a noi non resta
che chinare il capo in segno di reverenza e di profonda
mestizia; e quando il dolore cagionato dalla perdita irrepa-
rabile dell'amico carissimo, del Collega stimato, permetterà di

restituirci alla tranquillità dei consueti lavori, noi tutti senti-

remo il dovere di proseguire gli studi, ch’Egli lasciò incom-
piuti; di continuare i lavori ispirati dalle sue nobili e geniali
iniziative, di emulare infine gli esempi di virtü e di operosità
instancabile, che formarono tanta parte della sua nobile vita.

Migliore omaggio di questo non potremmo tributare
alla cara memoria di Luigi Lanzi, che noi della R. Deputa-
zione di Storia patria dell'Umbria ascrivevamo ad onore di
avere a Collega, ed oggi ci addoloriamo per averlo irrepa-
rabilmente perduto!





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ELENCO
DELLE PUBBLICAZIONI DEL SOCIO ORDINARIO :

Pror. Cav. LUIGI LANZI

s©-o
A à 1885.
1. — Sull" Abbazia di S. Benedetto in Fundis presso Stroncone — Terni,
Tip. Pacelli Tommassini.
2. — San Gemini e il suo Palazzo Vecchio — Terni, Tip. dell’ « U-
nione Liberale ».
3. — Il Gonfalone della città di Terni, con una tavola — Terni,
Tip. dell’ Umbro Sabino.
x 1886.
à 1. — Prime pagine della Storia di Terni; Conferenza — Tip. del-
} | « Unione Liberale ». : ;
5. — Terni — I primi abitatori della Valle, l’età del Bronzo e la Ne-
cropoli deî Naarti, con 4 tavole — Piediluco con una tavola —
Il ponte di Augusto — Carsulae, con una tavola — Nell’ Album

« Ricord» di Terni » pubblicato in occasione del Congresso della
Società geologica italiana — Terni, Tip. Possenti, e Tip. del-
l’ « Unione Liberale ».
1887.
6. — Il Convento di S. Francesco presso Stroncone — « Miscellanea Fran-
cescana » Vol. II, pag. 15.
1889.
1. — Dell'antico sigillo, di alcune medaglie, e di nove libri corali mem-
branacei, appartenenti al Comune di Stroncone ; note illustrative
— Terni, Tip. Possenti.
1890.
8. — Il. Convento di S. Martino presso Terni — « Miscellanea France-
scana » Vol. V, pag. 54.
9. — Il padre Agostino da Stroncone M. O.— « Miscellanea Francescana »
Vol. V, pag. 84.
1893.
10. — Terni, Stroncone, Sangemini, Calvi — « Umbria descritta ed il-
lustrata » Renzo Floriani Editore; Perugia, Tip. Boncompagni.







XXIV
1894.

11. — San Gemini — « Ricordi d’ Arte e di Storia » Spoleto, Tip.
dell’ Umbria.

1895.

12. — Di un Lodo d’ Innocenzo III ai Narnesi, specialmente per le terre
di Stroncone — « Bollettino della R. Deputazione Umbra di Storia
Patria » Vol. I, pag. 126.

1897.

18. — La Cascata delle Marmore — Terni, Tip. Alterocca.

14. — Sopra un altorilievo esistente nella Basilica di S. Valentino (Terni)
— Per le nozze, Manassei-Tracagni — Tip. Alterocca.

1898.

15. — Spigolature Francescane del Convento di Stroncone — « Miscella-
nea Francescana » Vol. VII, pag. 111.

16. — Sull’antico nome di Terni — « Bollettino della R. Deputazione
Umbra di Storia Patria » Vol. IV, pag. 207.

1899.

17. — Guida di Terni e dintorni, con Indicatore industriale e commer-
ciale Umbro. Con trenta incisioni — Terni, Stab. Tip. Alterocca.
— In collaborazione con Virgilio Alterocca.

18. — Peril Centenario dell’ Assedio di Stroncone — « L’ Umbria », Rivista
d’Arte e Letteratura, Anno II ; Perugia, Tip. Umbra, pag. 25.

1901.

19. — Scoperte varie nell’ Acciaieria, nell'interno della città e nel subur-

bio (di Terni), — « Notizie degli Scavi », pag. 176.
1902.

20. — Antichità scoperte sulla via provinciale da Terni a Rieti — « No-
tizie degli Scavi », pag. 281.

21. — Tombe romane nell’ Area dell’ antica Carsulae — <« Notizie degli

Scavi », pag. 593.
22. — L’Antica Cripta della Cattedrale di Terni — < Bollettino della R.
Deputazione Umbra di Storia Patria » Vol. VIII, pag. 501.

23. — Araldica di Terni — « Bollettino della R. Deputazione Umbra
di Storia Patria » Vol. VIII, pag. 569.
24. — Note e ricordi sulla Chiesa di S. Francesco in Terni — « Mi-

scellanea Francescana » Vol. IX, pag. 3-10.

25. — Pel XXII Centenario della Cascata delle Marmore — Nuove tracce
dell’ uomo preistorico nei dintorni delle Marmore — Di un antico
ponte Umbro nelle vicinanze della Cascata — Una lettera inedita
di Antonio Sangallo — Primo contributo alla Bibliografia ed alla

Iconografia — Terni, Stab. Alterocca.



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á 96. — Rinaldo da Calvi — Milano, Tip. Martinelli. 2

i 97. — « Monita Salutis » — Per le nozze Bellucci - Ragnotti — Peru-
È gia, Unione Tip. Coop.

3 1903.

È 98. — Sulla cappella Paradisi in S. Francesco di Terni — Nota nelle
Î Analecta « Bollettino della R. Deputazione Umbra di Storia Pa-

tria » Vol. IX, pag. 526.

99. — Per un Centenario glorioso —— (Terzo centenario dalla fonda-
zione dell’ Accademia de’ Lincei, per opera del Duca Federico
Cesi, 12 agosto 1603) — Perugia, Tip. Umbra.



30. — Un Centenario glorioso — Commemorazione di Anastasio De Fil-
i lis, Lineeo — Terni « L'Unione liberale » 15-16 Agosto.
1905.
31. — Ancora sull’ antica Cripta della Cattedrale di Terni — « L'Italia
Moderna » Anno III, fasc. 8; Roma, Tip. Centenari.
32. — Di una Pergamena apocrifa sulla Lega del 1215 fra Terni e Fo-
ligno — « Bollettino della R. Deputazione Umbra di Storia Pa-

tria » Vol. X, pag. 373.

33 — SéMloge epigrafica —Terni e suo mandamento (Acquasparta, Ar-
rone, Cesi, Collescipoli, Ferentillo, Sangemini, Stroncone) —
« Archivio storico del Risorgimento Umbro » Anno I, pag. 121.

1906.

34. — Conservazione della Cascata delle Marmore — « Bollettino della

1 R. Deputazione Umbra di Storia Patria » Vol. XII, pag. XII.

35. — Di due antichi ricordi esistenti sotto il Portico della Cattedrale di
Terni — « Bollettino della R. Deputazione Umbra di Storia Pa-
tria » Vol. XII, pag. 127.

36. — Quale posto convenga al dipinto di Stroncone nella serie delle Fonti



1 per l4 iconografia Francescana — « Bollettino della R. Deputa-
zione Umbra di Storia Patria » Vol. XII, pag. 467.

37. — Mostra del Risorgimento nazionale in Milano — Memorie e do:
cumenti esposti dal Cav. L. Lanzi — Boll. Uff. del 1° Congresso
storico italiano n. VII.

38. — Pro defunctis — Terni « L'Unione liberale » 8 e 9 Dicembre.

i Lungo articolo pieno di buon senso e di fine ironia contro il vezzo

» di mutar nomi consacrati dalla Storia, alle vie, alle piazze, agl’ Isti_
tuti delle città. Luigi Lanzi prese in quest'articolo il pseudonimo
di Lodovico Aminale, cittadino ternano, che si coprì di gloria sui
campi di Barletta.

1907.
39. — Scoperte nell’antica Necropoli a Terni presso V’ Acciaieria — « No-



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tizie degli Scavi », pag. 595-645 — In collaborazione col profes-

sore Angelo Pasqui.

40. — Scoperta nel Suburbio (di Terni, relativa ai sepoleri dei Taciti)
— « Notizie degli Scavi », pag. 646-650.

4l. — Escursioni Francescane nei dintorni di Terni — Perugia, Unione

Tip. Cooperativa.



1908.

p 42. — A proposito dei sepolcri e della patria dei Taciti. Cenno biblio-

| grafico — « L'Unione liberale di Terni » 19 Luglio.

43. — Per la conservazione della Cascata delle Marmore — « Bollettino
della R. Députazione Umbra di Storia Patria » Vol. XV,

ur pag. XLVI. :

Till 1909.

| 44. — La spada d’ onore donata dalle donne dell’ Umbria al Principe

ul ereditario il 19 Ottobre 1864 — « Archivio storico del Risorgi-
mento Umbro » Anno V, pag. 3-9.

45. — La Cappella « Paradisi » nella Chiesa di S. Francesco di Terni.
— « Bollettino della R. Deputazione Umbra di Storia Patria »
Vol. XIV, pag. 261.

1910.

46. — Un episodio della reazione sotto il breve Regno di G. Murat, în
i Gubbio — Gio: Battista Locattelli e Luigi Panichi trucidati il 8
| Aprile 1815, con un Appendice di LXXV Documenti, in massima
parte raccolti da Teofilo Pieri — « Archivio storico del Risor-
1 gimeuto Uinbro » Anno VI, pag. 5-92.
i 4T. — L'uomo preistorico nella Conca di Terni — Roma, Tip. Cug-
i giani. — In collaborazione con l'Ing., generale A. Verri.
Iu 48. — Terni « — Monografia con 173 illustrazioni e quattro tavole;
Bergamo, Ist. ital. di arti grafiche. — Fa parte della Collezione di
HM monografie illustrate dell'» Italia Artistica » diretta da Cor rado 1
Ji Ricci. È distinta col n:-D5; |
I 1896 - 1910.
ad 49. — Il Convitto di Terni — Periodico, rappresentato da quindici
FH annate. Dell’annata 152, 1919, si pubblicarono solo tre numeri, re-
lativi ai primi sei mesi. — Questa pubblicazione dovuta all’ ini-
È ziativa ed alla premurosa sollecitudine di Luigi Lanzi, contiene
Hi di sovente scritti suoi, concernenti sia l'andamento del Convitto.
LR sia argomenti d' indole varia.





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MEMORIE E DOCUMENTI













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RICERCHE DI TOPOGRAFIA MEDIOEVALE ED ANTICA

- ' (Continuaz. e fine v. Vol. XVI, fasc. III)

Passiamo ora alla ricerca dell’ antico perimetro nella
zona meridionale che, dal punto in cui il Velino si accosta
allantica porta occidentale, presso l'attuale- Palazzo di Giu:
stizia, segue i limiti dell'abitato verso sud, per raggiungere
il suo confine orientale poco sopra il Monastero di Santa
Chiara, cioé presso l'antica Porta Interocrina. Il limite set-
tentrionale é fornito dai limiti meridionali delle due zone
già studiate: ossia dalla linea Via Cintia (a partire dal Pa-
lazzo di Giustizia) - Piazza Vittorio Emanuele - Via Garibaldi
(fino all'incrocio con Via S. Francesco) Questa zona ha la
forma quasi di un rozzo trapezio, da tre parti limitato dal
fiume e dà un corso derivato da esso, ela cui maggior base
raggiunge i 100 metri, mentre l'altezza puó calcolarsi a circa
450 metri.

L'aspetto del terreno richiama, ad un dipresso, quello
della parte settentrionale: una zona piana, cioé, estesa a pié
dell'altura. Solo che quest'ultima scende a mezzogiorno con
fianchi rocciosi e quasi a picco sulla parte bassa, la quale
a sua volta è conformata a mo' di vallata, nel cui fondo
scorrono le acque del Velino. Tale conformazione topogra-
fica trova la sua evidente espressione nei dati altimetrici: di
fronte alle quote, che già conosciamo, della sommità dell'al
tura centrale, e che ad un dipresso persistono fino al ciglio
roccioso, abbiamo quella di m. 389.34 presso la chiesetta di























4 G. COLASANTI



S. Pietro Martire (poco a S. E. dell’ antica Porta Cintia);
quella di m. 390.78 sull’ incrocio di Via della Pellicceria con
Via di S. Francesco (presso S. Fabiano, quasi alla estremità
orientale della zona); quella di m. 388.39 presso la chiesa
di Santa Lucia (a sud-est di S. Pietro Martire), cui fa riscontro
quella di m. 388.82 a Piazza S. Francesco ; e finalmente quella
di m. 389.80 all'odierno ponte sul Velino. Quest'ultima quota
offre un leggero aumento di fronte alle ultime, che pure si
trovano più a nord di essa: ma se si tien conto che tale
aumento è dovuto unicamente alla costruzione che ha rial-
zato il livello del suolo, non avremo difficoltà a ricostruire
un piano inclinato che dai piedi dell’altura scende verso il
fiume. Quote altimetriche pressochè identiche ed egualmente
distribuite incontriamo sulla sinistra sponda del fiume, il quale
— come altrove già vedemmo — viene così a trovarsi nella
linea di quella angusta valle che si allarga, ad occidente,
nella conca reatina.

I fianchi della valle, costituiti a sud dagli ultimi speroni
delle alture su cui sorgono i conventi di S. Antonio e di
Fonte Colombo, sono formati a nord, come già si disse, da un
ciglio roccioso che sporge e si rivela chiaramente sotto il fab-
bricato; esso segue una linea arcuata la quale, nel punto di
maggiore avanzamento, raggiunge la linea delle due strade
(Via S. Pietro Martire e Via della Pellicceria) che si trovano
ai suoi piedi. Così, nell’ estremità occidentale della nostra
zona, la roccia tocca quasi la Via Cintia, ma già sotto il
Duomo si è allontanata dalla linea di questa strada finchè
— poco dopo — raggiunge la Via di S. Pietro Martire prima
dell’ incrocio con Via Roma. Da questo punto continua, verso
est, sulla stessa linea lungo la Via della Pellicceria, finchè,
fiancheggiando Via di S. Francesco, raggiunge la Porta Inte-
rocrina.

Nel fondo di questa valle noi già conosciamo le varie
diramazioni del Velino. L' odierna distribuzione delle acque
nei principali due bracci, la ritroviamo negli scrittori locali,









REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC.

ali notano la diramazione a valle del ponte (1), mettendo

i qu
in rilievo la povertà del ramo destro di fronte a quello si-
nistro, e la facilità che il primo corso aveva di interrarsi,

cooperando così alla continua diminuzione delle acque che
richiedevano frequenti lavori di spurgo. Anche gli Statuti ci
fanno vedere la Cavatella impoverirsi di acqua, tanto da mi-
nacciare la sicurezza della città cui faceva da fosso: si pre-
scriveva perciò ai magistrati cittadini di provvedere a rein-
tegrare l'antico corso delle acque (2).

Un certo divario — per contro — ci appare tra l'aspetto
odierno e quello anteriore del fosso che circonda il Borgo.
Allorché la necessità della difesa si faceva maggiormente
sentire, questo fosso — scavato, come sembra, à protezione
dell'abitato suburbano — doveva certamente esser tenuto in
condizione da rispondere il meglio possibile al suo scopo.
Più ricco di acque, all'Angelotti ben potè sembrare quasi un
« ramo del Velino » (3); con l'andar del tempo, però, fu sem-
pre più trascurato e poi lasciato in abbandono. Verso la metà
del secolo XVIII il suo alveo — secondo qualche fonte lo-

(1) « Circa cinquanta canne ... sotto al ponte che congiunge il Borgo alla Città,
si divide anche oggi il Velino e forma una bella isoletta ... Il braccio destro del
fiume ... che è più prossimo alla città è assai più anzusto del sinistro; porta un
volume di acqua assai minore ed é facile ad interrarsi per lo che necessita bene

è spesso di espurgarlo ». Così il LariNI (Memorie ecc., fasc. II, cap. XII). Il Picciol-
passo fa notare esplicitamente la inferiorità di questo corso destro (68v).

(2) Ciò si ha nella prescrizione De aqua fluminis mittenda circum civitatem.
La riportiamo per intero: « Quia per aquam fluminis Rheatini quae a Monasterio.
Sanete Luciae versus civitatem fluebat est adeo diminuta quod Rheatina civitas
longe debilior est effecta, et verisimiliter creditur quod ad tempus modicus tota
aqua derivabit ab alio latere, quod est ultra monasterium predictum, propter fer-
ventem cursum quem aqua dicti fluminis cepit a pluribus annis citra, nisi adhi-
beatur in brevi remedium oportunum, volentes fortificationi dicte civitatis inten-
dere ordinamus atque statuimus quod priores, qui erunt de mense Aprilis ..., provi-
deant operentur et efficaciter intendant quod illa pars fluminis, quae a dicto mo-
nasterio citra, versus civitatem fluere hactenus consueverat, et cursum solitum et
antiquum per oportuna magisteria et remedia revertatur ete. » Stat. I, 155. II Mona-
stero di S. Lucia, di cui si fa parola, é quello antico, esistente nell'isola di Voto
di Santo.

(3) < ... passato il ponte del fosso, ch’il Borgo con un ramo del Velino cir-
conda ecc. » Descrittione ecc., pag. 24.










6 G. COLASANTI

cale (1) — si sarebbe interrato; finchè — perduto ormai
l'antico aspetto — sul principio del secolo XIX una parte
del vecchio corso fu ridotto a cultura (2). Lo scopo origi-
nario di questo fosso venne così a perdersi, ed oggi -- come
al tempo del Latini — « il Borgo .. rimane aperto ed indi-
feso » (3), di nessun vero presidio essendogli il fossatello che
gli gira intorno.

Su una parte di questo terreno noi troviamo distribuito
labitato moderno, di cui abbiamo altrove dato un brevissimo

accenno che occorre qui completare con una descrizione
più particolareggiata. Descritto tutto il terreno di questa
terza zona, dovremmo far seguire la rassegna dell’ intero
caseggiato: ma poichè mentre da una parte quest’ ultimo è
naturalmente diviso in più nuclei nettamente distinti fra di
loro, dall'altra la sua estensione é tale che le vicende di un
nucleo sono diverse, quanto alle origini e quanto allo svi-
luppo storico, dalle vicende dell'altro, per maggior chiarezza
noi divideremo l’ abitato della terza zona in due nuclei:
a) nucleo a sinistra del fiume; 5) nucleo ad est e ad ovest
di Via Roma. Seguiremo per ciascuno il solito metodo di ri-
cerca.

Dell’abitato che sorge sulla sinistra sponda del Velino,
abbiamo già veduti i limiti generali nella linea del fiume

ed in quella del fosso che da esso deriva e che in esso ri-
torna. Questo nucleo transfluviale è distribuito — nella sua
parte maggiore — a S-W. ed a S.-E. della Piazza Cavour,

(1) A proposito di questa prima diramazione del Velino, il Latini nota: « Ora
il fiume in questo luogo più non dividesi, ma con tutte le sue acque lambisce il
fabbricato della Città: l'alveo che circonda il Borgo si è interrato dopo la metà del
trascorso secolo (sec. XVIII) » Memorie ecc., fasc. II, cap. XII.

(2) « ... Anzi nell’ ultimo anno 1828 si é incominciato a .coltivare in qualche
parte e precisamente sopra la Porta detta Romana » LATINI, op. cit.. l. c.

(3) LATINI, op. cit., l. c.











REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 7

tra le due vie principali che mettono capo alla Porta 8. An-
‘tonio ed alla Porta Romana. Ai fianchi di queste ultime vie
l'abitato raggiunge la sua maggiore densità, che scema in-
torno alla piazza ;verso i corsi di acqua cominciano gli spazi
messi a coltivazione e che formano la parte maggiore del-
l’intera superficie racchiusa nei noti limiti.

La distribuzione generale dell’abitato richiama, quanto
alla forma, la lettera U, con le due braccia volte a mezzo-
giorno. H ramo orientale, distribuito tra la Piazza Cavour e
la Porta S. Antonio, è noto particolarmente colla denomina-
zione di Borgo S. Antonio. È costituito da un modesto fab-
bricato di nessuna importanza, più povero certamente di
quello distribuito ad occidente tra Piazza Cavour e la Porta
Romana, storicamente anteriore. I fabbricati di questo ramo
occidentale, conosciuto in particolare sotto il nome di Borgo
propriamente detto, senza raggiungere soverchia importanza
appaiono però relativamente notevoli. Negli altri lati della
piazza sorgono oggi poche case di nessuna importanza, tra
le quali però son degne di nota la chiesa di S. Cecilia, nel
lato meridionale, e quella, importantissima, di S. Angelo nel
lato occidentale. Sul limite di questa zona suburbana tro-
viamo oggi tre “porte. La prima che s'incontra verso W., e
che storicamente è la più importante, è la Porta Romana.
Così come oggi ancora si mostra, essa consiste in una costru-
zione rettangolare di un 9,00 metri di altezza, e di circa 6,00
di larghezza: nella fronte esterna, volta a sud, è rivestita di
una costruzione terminante a tetto ed ornata lateralmente
da due mensole. Sull’arco gira una fascia, ove una breve
iscrizione ricorda Sisto V che costrui la porta. Menzionata
'dagli serittori locali a noi piü vicini (1), non fu dimenticata

(1) « Nel Borgo ... esistono tre porte, cioé Porta Romana, Porta S. Antonio e
Porta Aringa » (LATINI, Memorie ecc., fasc. IV, cap. XVIII). LORETO MATTEI, dopo
la e. 94 del suo Erario Reatino ecc., allega, in uno schizzo, la planimetria di ‘Rieti
e tra le porte del Borgo si ha — nel punto ove la conosciamo oggi — la P. Romana.
Di questa lo stesso A. fa altrove esplicita menzione : « Principiando dalla Porta Ro-
mana del Borgo ecc. » (c. 80-82).





ume







8 G. COLASANTI



da Pompeo Angelotti (1) ed è ricordata dagli Statuti della
città, che di una Porta Romana fanno esplicito accenno (2).
La ragione del suo nome fu poi da tutti giustamente veduta
nel fatto che « per essa si va alla Metropoli del Mondo Cat-
tolico » (3), seguendo la via nota col nome di Via Romana (4).

Circa quattrocento metri ad oriente di questa Porta Ro-
mana, seguendo il fosso, si incontra la Porta S. Antonio, nel
limite sudest. Il suo aspetto è assai povero di fronte a quello
della porta dianzi descritta. Mediante un ponte, fatto con mat-
toni messi a coltello ed avente un arco molto incurvato, si
attraversa il fossato e si giunge ad una modesta costruzione
rettangolare, nella cui facciata apresi un arco sotto il quale
passa la strada. Accanto a questa costruzione centrale ne
sorgono due altre, modestissime.

Di questa Porta S. Antonio fanno menzione gli scrittori
locali (5): i documenti peró ci mancano per il tempo ante-
riore al 500, all’epoca cioè a cui — come vedremo — risale
il fabbricato attuale del Borgo. Esisteva essa, al di là delle
nostre documentazioni? Poiché — come concordemente rico-
noscono anche gli autori locali (6) — il suo nome appar le-
gato al convento di S. Antonio del Monte, che sorge ad essa
di fronte e che risale alla seconda metà del” secolo XV (1),
è chiaro che non possiamo andare oltre questo termine cro-
nologico per quanto concerne l’ odierno nome della porta. Che
questa esistesse, sotto altro nome, non pare probabile, come

(1) Descrittione ecc., pag. 22.

(2) I, 67: III, 44 ecc. I passi sono riportati e discussi più avanti.

(3) La prima (porta) chiamasi Romana perché per essa si và ecc. LATINI, Me-
morte ecc. fasc. IV, cap. XVII. È

(4) Gori, apud MICHAELI, I, pag. 123, uot. 2.

(5) Gli stessi che nominano la P. Romana e nei luoghi citati.

(6) Già l'Angelotti aveva rilevato uno stretto nesso tra questa Porta ed il Con-
vento di S. Antonio, allorché scrisse: « l’altra porta conduce a S. Antonio del Monte »
(Descrittione ecc., pag. 22). Più esplicitamente il Latini disse che «la seconda (porta)
ha preso la denominazione del vicino Convento de’ PP. Riformati, a cui conduce »
(Memorie ecc., fasc. IV, cap. XVIII).

(7) Fu « principiato nel 1479 » (DESANCTIS, Notizie ecc., pag. 118).













REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 9

.
a suo luogo vedremo seguendo la storia di questo abitato
orien tale.

Oltre 200 metri a N. della Porta S. Antonio, sempre se.
guendo il fosso, troviamo localizzata — nel punto in cui la
strada attraversa quest'ultimo — il nome di una Porta Ar-
ringo; in questo sito stesso — ove oggi peraltro non esiste
neppure un lontano accenno allo schema di una porta — la
conoscono gli scrittori locali sotto il nome di P. Aringa (1)
o P. Cerringo (2). Par difficile non riconoscere in questo nome
ivi localizzato un’ autorevole tradizione topografica, la quale
— dato l’abitato così come in questo punto ci appare dal
500 in poi, lontano cioè e discosto dalla linea del fosso — po.
trebbe essere giustificata con la esistenza di un’antica porta

vera e propria, posta all'ingresso dell’ abitato che — ante-
riormente all'attuale rifacimento del Borgo — si estendeva

forse sino al fosso. E una ipotesi che, veramente, ha biso-
gno ancora di documentazione. Quanto alla origine del nome,
gli scrittori locali non sanno che dire; « l’ etimologia della
terza (porta) è ignota » scrisse il Latini (3), e neppur noi
— di fronte a questa denominazione che ritorna qua e là in

molte città (4) — sapremmo dircene informati.
La persistenza, che — nel nome e nella ubicazione
delle porte .— troviamo fino dal 1500, ritorna anche per

quanto concerne la distribuzione e l’aspetto dell’abitato. Un
secolo fa — come oggi — il caseggiato formava come due

(1) Così il LATINI nel l. c. (fasc, IV, cap. XVIII).

(2) Loreto MaTTEI nello schizzo accluso dopo il fol. 94 del suo Erario Rea-
tino. Qualche scrittore tace il nome della porta, di cui peraltro ha chiara notizia.
Cosi l'Angelotti dice che verso S. Angelo « sono due Porte. Una di esse guida alla
Badia di S. Salvatore et a’ suoi Castelli ... L'altra conduce a S. Antonio del Monte »
(Descrittione ece., pag. 22). Poiché la seconda è la Porta S. Antonio, la prima —
vicino a S. Angelo — va identificata con la P. Arringo.

(3) Memorie ecc., fasc. VI, cap. XVIII.

(4) Anche a Penne una strada esterna, intorno all'abitato, porta il nome di
< Aringa » « Arringo » ecc. (Cfr. Pinna ecc., ove ho riprodotto questo nome anche
nella pianta). Nomi simili ho incontrati nelle città umbre, nel Lazîo ecc.





10 G. COLASANTI

bracci, nel cui « mezzo giace una ben vasta piazza » (1);
e mentre il braccio orientale non conteneva che « casolari
di contadini », quello occidentale era « formato tutto di of-
ficine di Ferrari, Chiavari, Ramieri e di altri artieri somi-
glianti; e sopra le officine sono le loro povere abitazioni ».
Ai lati della piazza si notavano — tra l’altro fabbricato —
la chiesa di S. Cecilia e quella « prevostale di S. Angelo ».
In complesso, adunque, una cosa ben meschina, tanto che
la popolazione poteva allora calcolarsi a « circa 1100 indi-
vidui » cioè — ad un dipresso — un 200 famiglie.

Uno schema non dissimile da questo tramandatoci dal
Latini, ci è fornito dalla nota. pianta del 1725, ove, sia
nelle arterie principali, sia nelle comunicazioni seconda-
rie, la corrispondenza con l’ odierno schema è tale da far
concludere che innovazioni vere e proprie non siano state
introdotte dai primi decenni del secolo XVIII. Nè alcun di-
vario sostanziale troviamo circa un secolo prima di que-
st ultimo termine cronologico, allorchè Pompeo Angelotti
di questo abitato così scrisse: « Si veggon diverse officine
« d'artisti da una parte, dall'altra per lo più habitationi
« d’agricoltori. Racchiude in se il Borgo la chiesa di S. Ce-
« cilia collegiata, una nuova chiesa del 1634 da’ fondamenti
« jinalzata e dedicata alla Regina de' Cieli sott' il titolo della
« Madonna del Soccorso, e la Prepositura di S. Angelo » (2).

Questo schema dell'abitato transfluviale, che abbiamo
seguito fino al principio del 1600, non rimontava ad età
lontana, ma datava appena dalla metà del precedente se-
colo XVI. Sappiamo, infatti, che durante la lotta scoppiata
tra Paolo IV. e Filippo II dopo il trattato di Vaucelles, il
Duca d'Alba — nel muovere contro lo Stato Pontificio —
minacciò Rieti. Per provvedere alla difesa, fu demolita una

(1) Per tutto cfr. LATINI, Memorie ecc., fasc. II, cap. XIII.
(2) Descrittione ecc., pag. 22.











REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 11

parte del Borgo (1), probabilmente il braccio orientale che
era il più esposto al nemico ed ove infatti troviamo distrutta
la chiesa di S. Angelo (2). Nella ricostruzione, che di que-
sta parte più tardi si fece, non sappiamo se fosse fedelmente
riprodotto l'antico schema: probabilmente furono introdotte
delle modificazioni, come potrebbe indicarlo la località del-
l’antica Porta Arringo che venne a trovarsi discosta dal
nuovo limite del fabbricato.

. Per. quanto riguarda l'aspetto dell'abitato nel tempo an-
teriore, noi possiamo dire che, già nei primi decenni del
trecento, il nucleo tra l’attuale ponte e l'attuale Porta Ro-

mana — cioè il braccio occidentale — appare formato. In
una prescrizione dello Statuto — a proposito di alcuni la-
vori per l'allargamento della piazza del Mercato — ci si

offre modo di risalire ad un abitato extra pontem, cioè fuori
dell’ odierno ponte sul fiume. Detti lavori, infatti, dovevano
essere ultimati expensis hominum portae Romanae ... et super
praedictis eligi debeant tres homines ... unus de ponte et unus
extra pontem (3). Questo abitato viene di nuovo chiaramente
mentovato allorchè si stabilisce che i pubblici banditori de-
beant bandire per loca consueta ; et maxime ... im tribio extra
Pontem et in Porta Pontis et in Porta Romana (4): ove —
qualunque sia per ora la identificazione esatta di questo
trivio (verso S. Angelo ? o proprio di fronte al ponte?) —
sta chiara ed evidente la esistenza del nucleo abitato. Que-
sto nucleo ci appare distribuito lungo una strada in prose-
cuzione del ponte, e chiuso da una specie di porta nella sua
estremità meridionale : la porta era detta — come nei tempi
posteriori — P. Romana, e la strada Via di P. Romana. Se
questo nome della Porta Romana non appare troppo evi-

(1) Cfr. MicHAELI, IV, 107-108. La stessa notizia si ha nel Desanctis (Notizie ecc.
pag. 111) ma con grave errore cronologico, ponendosi le ostilità nel 1574!!

(2) DesANCTIS, Notizie ecc., pag. 111.

(3) Stat. I, 75.

(4) Stat. I, 67.









12 G. COLASANTI

dente nel riferito passo ‘dello Statuto I, 67 (1), e porta e
strada vengono però chiaramente designate — a nostro cre-
dere — in una prescrizione annonaria degli Statuti stessi
(III, 44): Jtem eligantur per. Dominos Priores de dicto tempore
in via portae Romanae et in porta de Arce quatuor custodes ...

vicini procimà dictarum portarum qui etiam. custodiant et curam
habeant ne bladum, legumina vel annonam aut vinum extraha-
tur de aliqua dictarum | portarum extra. civitatem. Una Porta
Romana — come abbiamo già notato — era in tempi ante-
riori esistita sull’alto dell’ odierna Via Roma, lungo. cioè
l’antica linea murale. Ma di essa è dato credere che nes-
sun ricordo — tranne che il nome dei due sestieri cittadini
modellatisi sul vecchio perimetro — restasse vivo omai al
tempo dello Statuto, il quale infatti costantemente chiama
la via, che dall’antica porta scendeva nel basso, Strata Pon-
tis (I, 122; 180 ecc.) e non mai Via Portae Romanae. Se si
considera che il carattere stesso della prescrizione annona-
ria ci riporta necessariamente ai limiti materiali dell'abitato,
ove tale sorveglianza poteva esercitarsi senza danno di co-
loro che abitavano nei sobborghi, fuori cioè di qualche porta,
il non avere lo Statuto scelto come punto di sorveglianza
la porta sul Ponte nella estremità meridionale (come ha scelto
la P. d’Arce nella estremità orientale) ci dimostra che, oltre
il Velino, esisteva un nucleo abitato e che la vecchia linea
cittadina era stata sorpassata. Vien fuori di nuovo — come
si vede — l'abitato extra pontem mentovato dalla prescri-
zione I, 15.

Il nome stesso che questo abitato mostra avere nel
passo III, 44 (in via portae Iomanae), indica che il caseggiato
doveva trovarsi all’ ingrosso lungo la strada (antica Salaria,
detta poi, come oggi, Via Romana) che da sud imboceava il

(1) Poiché un’ antica Porta Romana era anteriormente esistita entro i limiti
della città medioevale, potrebbe il nome dello Statuto esser preso come un ricordo
di essa: e quindi da localizzarsi sulla destra e non sulla sinistra del Velino.

















REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 13

ponte, cioè ad un dipresso secondo l’odierna arteria maggiore
del Borgo. Lungo di questa, infatti, conosciamo un vecchio
abitato, che già agli occhi stessi degli scrittori locali apparve
il più notevole ed il più importante di tutto il Borgo, come
quello che dimostrava avere una più remota tradizione. E
poichè, sempre in questo braccio occidentale, fin da tempi
non recenti troviamo localizzato il nome di P. Romana,
vien fatto di identificare in questo nucleo occidentale l'abi-
tato dagli Statuti indicatoci lungo la Via Portae Romanae,
favvicinando la omonima porta a quella che oggi limita
labitato da questa parte. Raggiungiamo cosi lo schema di
un nucleo abitato di là dal ponte, che fin daltrecento mostra
avere la odierna conformazione.

Esisteva o si formava allora l'altro nucleo ad est, tra la
vetusta chiesa di S. Angelo e la Porta S. Antonio? Se si fa
astrazione dalla chiesa di S. Angelo e di qualche abitato
ehe li presso doveva sorgere, del braccio orientale del-
l'odierno Borgo non'ábbiamo veruna menzione. D'altra parte,
come già dicemmo, il nome stesso di questa porta non si
mostra anteriore al principio del sec. XVI o tutt'al piu alla
fine del XV: e non conoscendo noi una denominazione
anteriore alla odierna, non possiamo perció stesso ritenere
la esistenza della porta in età precedente al termine stabi-
lito, né — di conseguenza — aftermare la presenza di un
veechio nucleo abitato, ai cui limiti la porta si sarebbe do-
vuta trovare. Certo si è che questo abitato orientale, che
nelle fonti ci appare misero e senza notorietà, non mostra
per ciò stesso di avere troppo remota tradizione.

L'abitato suburbano, che abbiamo fino al trecento ac-

certato, risaliva — tra numerose peripezie e catastrofi —
al secolo XII, allorchè — in una rovina ben maggiore di
quella del secolo XVI — il caseggiato fu completamente

distrutto. Ricordano gli storici locali, che nelle guerre, da
Ruggero I di Sicilia sostenute contro la Chiesa, Rieti fu
stretta di durissimo assedio. La città fu presa e — ad esem-







14 G. COLASANTI

plare punizione — il re la volle « distrutta ... facendovi
appiccar fuoco da ogni parte » (1). Nella generale rovina (2)
il Borgo — aperto e relativamente indifeso — fu certamente
il primo ad essere manomesso: neppure la vetusta chiesa
di S. Angelo sarebbe stata risparmiata (3).

Risalendo ora al di là di quest’ultimo termine cronolo-

gico, ed inoltrandoci nel cuore dell’alto medioevo, la docu-
mentazione storica intorno a questo abitato sempre più ci
sfugge: e le poche notizie si raggruppano intorno alla chiesa
di S. Angelo, che ci appare il punto storicamente più im-
portante e forse più antico di tutto questo sobborgo. Piccolo
e senzà importanza, questo edificio religioso è oggi in quasi

completo abbandono, e non richiama in modo alcuno l'at-
tenzione del visitatore. Il Galletti che lo visitó verso il
1165 cosi parla del suo stato e di qualche suo tesoro: « Mi
portai a vedere questa chiesa di S. Angelo, e la ritrovai
tutta rimodernata per opera del presente sig. D. Dome-
nico Ransi che ne è prevosto ... Nelle mura niuna antica
memoria vi è rimasa. Nella sagrestia vi si conserva tut-
tavia una bella croce greca di argento lavorato a basso
rilievo forse ne’ primi anni del secolo XV ... Vi si con-
serva altresì una piside di argento lavorato con somma
finezza, la quale è del secolo stesso » (4). La nessuna im-
portanza architettonica di questo edificio religioso è, senza
dubbio, dovuta alle distruzioni in mezzo a cui l'antica ve-
ste stilistica o quanto di essa ancor restava completamente

(1) MICHAELI, I, 172.

(2) < E la città arse quasi tutta e cadde in tale rovina che la popolazione, scam:
pata all’eccidio colla fuga, dovette per molto tempo andar miseramente raminga
per le vicine contrade » MICHAELI, II, 172. La stessa notizia il Galletti la desume da
‘un’ antica « cronichetta di Rieti: « A. D. MCXLVIII. Reatina civitas destructa a Ro-
gerio Rege Siciliae » (Memorie ecc., pag. 126 132) cfr. M. G. H. SS. XIX, pag. 267-268
ove il documento è edito dal Bethmann.

(8) « Nell’ eccidio di Rieti, avvenuto per opera del più volte nominato Ruggero
di Puglia, restò distrutto anche S. Angelo » (DESANTIS, Notizie ecc., pag. 111).

(4) Memorie ecc. pag. 73-75.

REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA. ECC. 15

scomparve. Seguendo la sorte del caseggiato in mezzo al
quale sorgeva, la vecchia costruzione — dicemmo — fu abbat-
tuta nella catastrofe dell’abitato suburbano sotto Ruggero I:
e la nuova chiesa fu a sua volta « atterrata ... nella guerra
tra Paolo IV e Filippo II » (1) nella metà del sec. XVI.
La odierna costruzione -— tranne parziali restauri (2) — ri-
monta, nel suo schema generale, a quest’ ultima epoca.
Per il tempo anteriore al mille, i particolari documenti
intorno a questa chiesa ci sono in copia forniti dalle carte
farfensi, dalle quali ci è dato raggiungere la conclusione,

per noi importante, che — nelle successive riedificazioni di

S. Angelo — la tradizione topografica del sito dell'antica
chiesa fu sempre rispettata. Già, solo ispirandoci ad un cri-
terio generale, riesciva estremamente difficile ritenere —
senza ragioni esplicite e forti — un cambiamento di sito in
una chiesa antica e cosi notoria: i documenti suffragano
questa intuizione. Poichè in un documento dell’anno 780 si
ha « .. monasterium ‘Sancti Angeli quod est positum inter
duo flumina etc. » (3), il Galletti — dalla indicazione nter
duo flumina — desunse la corrispondenza topografica della
antica chiesa con la moderna « posta tra i due fiumi Velino
e Turano » (4). Però il Turano scorre alquanto lontano, ed
una chiesa potrebbe aver avuta la stessa posizione tra i
due fiumi, pur trovandosi in località diversa: occorre quindi,
per raggiungere il nostro scopo, valerci di altri termini più
ristretti, noti del resto allo stesso Galletti che peraltro non
‘seppe utilizzarli. Il sito dell’attuale chiesa è in piano, sulla
sponda del Velino che sovente la allaga. Allorchè, quindi,
nei documenti anteriori al mille, noi leggiamo che la chiesa
«di S. Angelo è sita in ipso campo ... super fluvium Melli-

(1) DESANCTIS, Notizie ecc., pag. 111-112.

(2) Così quello a cui accenna il GALLETTI nel riferito passo (Memorie ecc.,
pag. 73 75).

(3) Reg. di Farfa, II, 109.

(4) Memorie ecc. pag. 4-5.





16 G. COLASANTI

num (1), il nostro pensiero corre senz’altro al sito moderno,
che richiama perfettamente l’antico. Non basta. Vedremo a
suo tempo che l’attuale ponte reatino continua l’antico e
quello medievale: mentre un pons fractus, sovente menzio-
nato nei documenti medievali (2), va localizzato sotto la
chiesa ed il convento di S. Francesco, nel punto in cui l’ab-
biamo tracciato sulla carta. Ora, se — riguardo al primo —
i documenti medievali ci indicano S. Angelo posto foris
ponte civitatis Reatinae (3), e se — riguardo al secondo — ce
lo dicono posto foris pontem fractum ; super pontem fractum (4);
ad pontem fractum (5); sub pontem fractum (6) ecc. ecc., chi
non vede come il nesso topografico, posto tra questi ponti e
la chiesa nei citati documenti, sia in piena corrispondenza
con quello che intercede tra il sito odierno di S. Angelo ed
i ponti nominati? Finalmente: vedemmo come il limite
della città propriamente detta nel medio evo non abbia ol-
trepassato la destra sponda del Velino: quindi se nei docu-
menti medievali — insieme a tutti gli altri dati topografici
fin qui elencati — la posizione della chiesa di S. Angelo ci
6 detta ante civitatem reatinam o prope civitatem reatinam o
iuxta civitatem reatinam (T) ecc. ecc., non è questa un'altra
valevole prova della nostra identificazione? Pienamente giu-
stificato quindi il parere di coloro che — occupandosi della
storia di questa chiesa — conclusero — quantunque bat-
tendo una via discutibile — che « la chiesa di S. Angelo è

(1) Questa indicazione é data da altri documenti oltre a questo, riportato dal
GALLETTI (Memorie ecc., pag. 62) nell’anno 929. Così in una carta dell’Agosto del 787
si ha: « ecclesiam $8. Archangeli Dei Michahelis cum omni integritate sua que est
constructa super fluvium Mellinüm etc. (GALLETTI, Memorie ecc., pag 50-5").

(2) Reg. di Farfa, II, 116 ecc. Di ciò vedremo più avanti.

(3) Reg. di Farfa II, 9495; GALLETTI, Memorie ecc., pag. 23 58. Il documento é
dell’anno 778.

(4) Reg. di Farfa, II, 116, anno 785.

(5) Reg. di Farfa, II, 109, anno 780; GALLETTI, Memorie ecc., pag. 28.

(6) GALLETTI, Memorie ecc., pag. 48. Tutti questi documenti saranno più avanti
riportati.

(7) GALLETTI, Memorie ecc., pag. 40. Vedi più avanti i documenti.

















REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 17

tuttavia situata in quello stesso luogo che sappiamo essere
stato fino da’ tempi antichissimi ecc. » (1).

Circa le origini di questa chiesa di S. Angelo non regna
molta luce, quantunque i documenti contengano menzione
di essa fin oltre la metà dell'ottavo secolo. Ponendo da parte
le informazioni che qualche scrittore locale registra sulle
condizioni di S. Angelo durante i primi decenni del settimo
secolo (2), la prima notizia che di questa chiesa noi abbiamo
è in una donazione dell’anno 759, anno in cui questa chiesa
già esisteva (3). Menzioni di S. Angelo le abbiamo in carte

farfensi; che richiamano il tempo di Liutprando (4); con-

tinuano numerose negli anni che seguono (5). La chiesa ap-
parteneva, forse dall’ origine, « al diritto e podestà del Pa-
lazzo » (6), cioè era di pertinenza del re, per cui conto l'am-
ministrava il castaldo. Verso l'anno 778 il monastero di
Farfa acquistò l’acqua del Velino in un punto presso la

(1) GALLETTI, Memorie eco., pag. 4-5. Segue la stessa idea il DEsaNcTIS (JNO-
tizie ecc., pag. 110): « La Basilica di S. Angelo esisteva al tempo di Liutprando ...
ed era piantata nel luogo medesimo, ove ora si trova ». La « via discutibile » é
largomentazione del Galletti circa l'indicazione « inter duo flumina » in principio
discussa.

(2 Di S. Angelo e della chiesa di S. Pietro, ad essa congiunta, il DESANCTIS
dice che « prima del 739 erano ambedue chiese secolari amministrate da chierici
con a capo un Rettore ecc. » (Notizie ecc., pag. 110) : però la sua fonte è sufficien-
temente malsicura.

(3) La prima precisa notizia che noi abbiamo ... é dell’anno 739 (GALLETTI, Me-
morie ecc., pag. 5). Il documento, dal Galletti riportato a pag. 7-8, conosce già la
« basilica sancti archangeli michahelis et ... basilica sancti petri etc. » (Reg. di Farfa,
V, pag. 219; II, lit. t), una cui porziuncola faceva parte di una eredità ai donatari
pervenuta da un loro fratello. La cronologia di questo documento, già dal Galletti
fissata in base al numero della Indizione (pag. 9), corrisponde a quella comunemente
adottata, cioé all'anno 739 (Cfr. Reg. di Farfa, V, 210).

(4) E un giudicato di Carlo Magno (anno 781). Tal « paulus filius pandonis de
reate » ricorreva contro la donazione che il duca Ildebrando aveva fatta, della
Chiesa di S. Angelo, al vescovo Guiperto e mostrava una carta con cui il re Liut-
prando confermava questa chiesa ad alcuni suoi antenati (Reg. di Farfa; 11; 113;
GALLETTI, Memorie ecc., pag. 39-43).

(5) Reg. di Farfa, II, 93, ad anno 777; GALLETTI, Memorie ecc., pag. 12. Reg. di
Farfa, II, 109 ecc. ecc. Vedi più avanti.

(6) GALLETTI, Memorie ecc., pag. 12. La decisione fu pronunciata da Ildebrando,
duca di Spoleto (Reg. dî Farfa, II, pag. 93, ad anno 777) contro le pretese di Si-
nualdo vescovo reatino. 18 G. COLASANTI

| I chiesa, ove potesse costruire un. molino: nellaprile dello
TII stesso anno il duca di Spoleto Ildebrando donava la chiesa
di S. Angelo al vescovo reatino Guiperto, con l'obbligo di
traslazione a Farfa dopo morte. Guiperto, prima ancora di
morire, l'anno 180 cedé tutto al Monastero farfense (1).

I registri di questo Monastero continuano a nominare
S. Angelo dopo il mille (2): allorché Farfa decadde, questa




WE antica chiesa continuò ad essere inclusa nella giurisdizione
i hi
I T degli Abati Commendatarii farfensi, e solo nei primi decenni

| : del secolo XIX fu incorporata alla diocesi reatina (3).

(| Annessa alla chiesa di S. Angelo ci è dai nostri docu-
I | menti indicata la « basilica sancti Petri », forse una cap-
(i pella che anch’essa già esisteva l'anno 139 (4) e le cui





menzioni vanno parallele a quelle di S. Angelo: neppur di

py

essa siamo in grado di conoscere esattamente l'origine.

La relazione tra,questo abitato transfluviale — di cui
noi abbiamo seguite le remote tracce fino ai primi decenni
del secolo VIII — ed i limiti della città medievale propria-
mente detta, ci è per molteplici vie dichiarata. Già — per
rifarci da un tempo posteriore — dall’ esame degli scrittori
locali e delle fonti fino al secolo XIV, avemmo modo di







concludere che l’abitato sulla sinistra del fiume, al di là del-



l’attuale ponte, fu sempre considerato fuori dei limiti della città,



la cui estensione era portata fino alla linea naturale del Velino.




(1) Per tutto cfr. GALLETTI, Memorie ecc. pag. 23-26. I documenti sono riportati
| anche nel Reg. di Farfa, II, pag. 94-95.
| | i (2) Secondo il GALLETTI « l’ ultima memoria ... di questa chiesa di S. Angelo
é il seguente placito ... dell'anno 1028 » (Memorie ecc., pag. 68-70) : notizia raecolta

u dal DesANCTIS, (Notizie ecc., pag. 111) con errore cronologico (anno 1088 per 1028).
Però nel Regesto farfense abbiamo delle menzioni posteriori: in un atto di con-
ferma dei beni a Farfa, fatto da Enrico III nel 1050 (Reg. di Farfa. IV, 274-276) ; in
una conferma degli stessi beni allo stesso monastero, fatta da Enrico IV il 1084 (Reg.
di Farfa, V, pag. 97) ecc. ecc.

(3) Per tutto cfr. il DEsANCTIS, Notizie ecc., pag. 112.

(4) Reg. di Farfa, V, 210, e con questo cfr. gli altri documenti già citati per
S. Angelo. Qualche particolare intorno alla sua storia vedilo nel GALLETTI, Memorie
ecc., pag. 46-49. La ricorda, brevemente, anche il DesANCTIS (Notizie ecc., pag. 110).




































REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 19

. H . va: Sa
A questo stesso concetto si riportano altrove — all'infuori
dei passi già riferiti — gli autori locali, in maniera evi-

dentissima e chiara (1). Anteriormenté al trecento, e su su
oltre il mille, i nostri documenti — i quali dapprima ci fan
seguire il vecchio perimetro cittadino non ancora esteso fino
al Velino, ove arrivò solo più tardi — sono concordi nel
dichiarare la riva sinistra del fiume extra. civitatem. Richia-
mando i documenti già dianzi citati, in un giudicato di Il-
debrando duca di Spoleto, sul possesso della chiesa di S. An-
gelo, ci è indicata la sua posizione iuxta muros civitatis rea-
tinae (2); altri documenti pongono la nostra chiesa secus ci-

vitatem nostram reatinam (3); ante civitatem reatinam (4) ; prope
civitatem reatinam (5) ecc. ecc. Poichè S. Angelo era ed è
ancora proprio lungo il fiume, le cui acque quasi la ba-
gnano, le riferite indicazioni topografiche vanno logicamente
estese a tutto l’abitato transfluviale, che nella maggior parte
si trovava in una linea «più discosta dal fiume. Questa rela-
zione che tra la zona sulla sinistra del Velino e l’abitato
cittadino vero e proprio abbiamo assodata dall’ età moderna

(1) La Porta che vedremo sul Ponte era cosi detta « perché posta nel Ponte
del Velino per cui si passa dalla Città nel Borgo » (LATINI, Memorie ecc.. fasc. IV,
cap. XVIII). A proposito del Velino lo stesso autore ci dice che « un ramo del fiume
scorresa per quell'alveo stesso ove scorre oggidì e serviva di muro alla città » (Me-
morie ecc., fasc. II, cap. XII) ecc. ecc. Pompeo ANGELOTTI dice la città « circon-
data da un lato da fortissimi bastioni dill’altro dal fiume Velino, che sicura la ren-
dono ecc. >» (Descrittione ecc., pag. 50). Accenni simili si hanno negli altri scrit-
tori, che tralasciamo per brevità. ca

(2) < ... altercationes habentes ... de aecclesia beati Archangeli michahelis

E quae posita est iuxta muros civitatis reatinae » Reg. di Farfa, II, 93; 236. Cfr. an-
che GALLETTI, Memorie ecc., pag. 11 e segg.

(3) In una donazione dell’anno 778 si ha: « In monasterio beati Archangeli
Michaelis, quod situm est foris ponte, secus civitatem nostram reatinam » Reg. dé
Farfa, II, 94-95. GALLETTI, Memorie ecc., pag. 23.

(4) In una concessione del 780: « Monasterium sancti Angeli quod est positum
inter duo flumina ... ante civitatem reatinam » Reg. di Farfa, II, 109. GALLETTI,
Memorie ecc., pag. 28.

(5) « ... de monasterio sancti Angeli, quod situm est prope civitatem reatinam »
Reg. di Farfa, Il, 113-114. GALLETTI, Memorie ecc., pag. 40: in un giudicato del 781.
Similmente in un documento del 787 (GALLETTI, Memorie ecc., pag. 51) si ha : « prope

ipsam civitatem R atinam » riferito a S. Angelo ecc. ecc,





20 G. COLASANTI

fino all'alto medioevo, la ritroviamo anche nell’ epoca antica
propriamente detta. Già la giusta valutazione che dobbiamo
fare di un centro come Reate; il criterio topografico che
— avvalorato dall'analogia di quanto abbiamo visto nelle
altre due zone — ci indica la continuazione del perimetro
antico lungo i declivi del colle (1); tutto un insieme di con-
siderazioni, in una parola, ci porta verso la nostra tesi. A
conferma della quale interviene il fatto assai sintomatico
che, in questo punto sulla sinistra del fiume, non ci appa-
iono tracce vere e proprie nè di un antico abitato cittadino
nè di un antico nucleo suburbano. Gli scrittori locali parlano
di un tempio di Nettuno, posto presso la chiesa di S. An-
gelo (2) o li presso (3), senza esser di accordo sulla parti-
colare determinazione topografica di esso. La esistenza di
questo tempio — documentata da un esplicito titolo epi-
grafico (4) — evidentemente non puó arrecare alcun pre-
giudizio alla nostra tesi.

Similmente non ci nuoce l’accenno che le carte far-

fensi fanno di una area marmorea, esistente foris pontem, cioè

(1) Occorrerebbe ammettere la necessità che Reate avrebbe sentita di abban-
donare i vecchi limiti sul colle per espandersi oltre il fiume. Un fenomeno, per il
quale occorrono città di una vita e di una importanza economica e commerciale
ben diver-e da quella della nostra Reate, che rimase sempre un centro agricolo.

(2) L' epigrafe Neptundo sacrum etc. (C. I. L., IX, 4676) sarebbe stata rinvenuta
« nel Fiume Velino, vicino alla Chiesa di S. Angelo nel Borgo », ed indicava « ivi
essere stato il Tempio di Nettuno » (AxGELOTTI, Descrittione, pag. 74). Questa idea
fu raccolta dal LATINI, secondo cui « si può quasi con certezza asserire che questo
(tempio) fosse eretto in quel luogo ove oggidì trovasi la Chiesa Prevostale di S. Mi-
chele Arcangelo in Borgo » (Memorie ecc., fasc. III, cap. XVI). Della quale id :ntifi-
cazione topografica il LaTINI trova la ragione nel fatto che « questo sito fra il fiume
Velino ed il fiume Turano .. non poteva essere se non convenientissimo per l'ado-
razione di ui; Nume, che i Gentili dicevano Dio del mare e Regnator delle Onde »
Y 0p. 0551703.

(3) Così il MicHaELI il quale, senza scendere ad una particolare determinazione
topografica, nota: « presso la città, sulla sinistra sponda del Velino, era pure un
tempio consacrato a Nettuno da C. Annio Nettuniale. (Memorie Storiche ecc., I, 54).

(4) C. I. L., IX, 4016. 5









REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 21

fuori del ponte attuale (1): giacchè — oltre alle questioni
sul sito in cui quest'area si sarebbe trovata (nel Borgo
odierno ? o fuori di esso?) e sul suo riferimento all'antico
abitato cittadino — rimane la pregiudiziale se in questo ac-
cenno noi dobbiam vedere realmente qualcosa di antico.

Il Vittori volle considerare il Borgo, qual’ era ai suoi
tempi, come il continuatore di un antico abitato suburbano
allorchè scrisse « quod suburbium, Velini flumine adiacens,
sicut hodie est incolebatur, Romana via aut aquarum propin-
quitate incolis forte oblectatis » (2); ma non ne forni alcuna
documentazione. Forse abbiamo intuita quale poté essere l'o-
rigine di questa idea. Poiché il Vittori riteneva che l'antica
città era circoscritta nell'alto del colle, vien fatto di doman-
dare come mai il nostro autore non ponesse piuttosto un
sobborgo antico ai piedi del colle, immediatamente fuori la
città, in un sito ove pure si trovava la Via Romana e presso
cui era il fiume, ritenuti come coefficienti per l'origine del
sobborgo stesso. È facile capire come la ragione di ciò vada
ricercata in niente altro che nella ignoranza circa la forma-
zione del sobborgo al di la del Velino. Egli lo sapeva esi-
stito da tempi indeterminati; non si domandò neppure se
esso fosse potuto risalire ai primi secoli del medioevo (di
cui non conosceva affatto i documenti) e lo ricollegó senz'altro
all’età classica.

L'abitato, posto a sinistra del Velino, fin dall'alto medio-
evo.ci appare messo in comunicazione con la città mediante
l'attuale ponte, poco a monte del quale i documenti ricordano un
« pons fractus » di cui abbiamo già fatto un fuggevole cenno. Il
ponte, che oggi sorge sul Velino, è una massiccia costruzione
allo sbocco ed ai piedi quasi dell’attuale Via Roma. Esami-
nato di fianco, esso risulta formato di due zone diverse, so-

(1) In un atto dell'anno 811, riferentesi a Rieti, abbiamo: « et vineam nostram
quam habemus foris fontem ad aream marmoream in integrum » (Reg. di Far[fa,
II, 161).

9

(2) Ms. cit, c. 124-125.









22 G. COLASANTI



vrapposte. Quella inferiore, nascosta in gran parte dalle acque
del Velino il cui livello sale continuamente, è a grandi blocchi
parallelepipedi in pietra viva, bene squadrati e ben lavorati.
Essi sono disposti in zone orizzontali, tra cui si apre un
arco centrale appena visibile nella sua sommità, mentre delle
due altre aperture laterali (che ci si dice esistenti) nulla si
vede sulla superficie delle acque. A questa zona, che mostra
evidenti i caratteri di una robusta costruzione antica, si so-
vrappone la costruzione posteriore, in pietre di varie dimen-
sioni, tra le quali peró qua e là appare qualche blocco, le
cui proporzioni e la cui forma si riportano ad un materiale
antico. In capo al ponte, sulla sinistra riva del fiume, si apre
come un piccolo largo, cinto di muro, a forma di un qua-
drato irregolare e che si rivela come il residuo di una co-
struzione scomparsa. L'aspetto odierno di questo ponte, così
come lo abbiamo descritto, rimonta all’ anno 1883, allorché
fu demolito il così detto Cassero, cioè una robusta torre qua-
drata, che ivi in capo al ponte sorgeva a guardarne l’ in-
gresso (1). L'aspetto e la forma di questo Cassero ci appaiono
nelle fonti c negli scrittori locali, che ce lo descrivono come
una « smisurata torre »,0 Come « opra molto antica e mas
siccia di quattro archi » (2). Il Cassero — come si man-

(1) Cfr. Bollettino di Storia” Patria per l’ Umbria, anno II, vol. VII; fasc. III,
1901. Memoria di. A. Bellucci « Sulla Storia dell'Antico Comune di Rieti »; Tavola an-
nessa tra pag. 420 e 421. >

(2) MICHAELI, Memorie Storiche ecc,, III, pag. 104; lo accenna. Il LATINI (Me-
«morie ecc., fasc. IT, cap. X) parlando del « ponte di pietra » aggiunge che su di
esso « sorge un'antica torre quadrata ». Di questa « Torre quadrata » riparla al-
trove (op. cit., fasc. IV, cap. XVII!). Un rozzo schema della Porta col C«ssero lo
abbiamo nella citata Pianta del 1725. LORETO MATTEI nota che il Ponte era munito
« d'altra Torre sopra il corso del fiume, opra molto antica e massiccia di quattro
archi » (Erario Reatino ecc., c. 80-82). POMPEO ANGELOTTI, con più precisione, ci
indica il Cassero posto a difesa della Porta; « ... sopra questa Porta e controporta
s’inalza una smisurata torre per sua difesa » (Descrittione ecc., pag. 23). Il PICCIOL-
PASSO a c. 70, cioé nella pianta prospettica della città di Rieti, ha disegnato il ponte
ed in capo ad esso — sulla sinistra sponda del fiume — la torre di guardia. La sua
forma rettangolare, sormontata da una sporgenza, vi appare chiara. Nella « Croni-
chetta reatina », dal GaLLETTI riportata a proposito della distruzione che del Cas-














i
È
i
1





REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 23

tenne fino ai nostri giorni — risaliva alla prima metà del
secolo XV, quando sulle rovine del « torrione merlato ... an-
tichissimo » (1) che era stato « demolito a furia di popolo
in un tumulto del secolo precedente » (2), esso venne rifab-
bricato (23). Nell'altro capo di questo ponte gli Statuti ci mo-
strano la Porta Pontis (4) che — con la sua torre simile
forse a quella visibile ancora a Porta d'Arce ed a Porta
Conca = costituiva una delle più importanti della città me-
dievale. -Per l’età anteriore a quella in cui gli Statuti furono
redatti, si hanno frequenti menzioni di questo Pons civitatis

reatinae. Così in un documento ricordante i tributi che Rieti

prometteva a papa Innocenzo III nel 1198, si parla tra l’altro
di una « medietatem ... de Ponte Reatinae Civitatis » (5); e
nelle carte farfensi anteriori al mille, fino al secolo VIII,
torna di nuovo l'accenno al ponte della città (6). Oltre questi
termini cronologici, menzioni dirette cessano : il che però non
ci impedisce di riconoscere e di determinare la esistenza di
un remoto passaggio sul Velino, proprio nel punto in cui noi lo
conosciamo. L'attuale ponte si trova ai piedi di Via Roma,
cioè allo sbocco di un terrapieno, costruito per mettere in
comunicazione il basso con l'alto del colle, ov’ era la città,

saro si fece nel 1377, se ne dà una breve descrizione : « In isto tempore fuit defrac-
tata turris de pede pontis in Reate que erat magis alta quam alia pasa plus quam
tres ». Cfr. M. G. H. SS., XIX, pag. 267-268.

(1) Boll. di Storia Patria per U Umbria, fasc. cit. pag. 419.

(2) Boll. di Storia Patria per l’ Umbria, fasc. cit., l. c. La notizia si ha anche
nel MicHaELI (Memorie Storiche ecc., III, pag. 104) ed é riportata all'anno 1377, al-
lorehé su tale distruzione si protestò nel Consiglio di Credenza III, 104, not. 1).

(3) GALLETTI, Memorie ecc., pag. 126-132; notizia passata poi nel MICHAELI
(e. not 2).

(4) Stat. di Rieti, I, 135 ; III, 31; 97 ecc. ecc. I passi li abbiamo già riportati. '

: (5) « ... Promisit de cetero reddere Domino Papae et Ecclesiae Romanae me-
dietatem de Placitis, et Bannis, et Forisfactis, et de Sanguine, et de Plaza, et Scorto,
et Passaggio, et Ponte Reatinae Civitatis » ap. MICHAELI, II, pag. 228.

(6) In una donazione del duca Ildebrando a Farfa, si ha indicata la chiesa di
S. Angelo « foris ponte, secus, civitatem etc. (Reg. di Farfa, II, 94, anno 778). La
Stessa indicazione é ripetuta nel documento di consegna che segue al primo; cfr.
GALLETTI, Memorie ecc., pag. 23. Altra menzione si ha in un documento farfense
dell’anno 873, riportato dal GALLETTI (Memorie ecc., pag. 58) ecc. ecc.













24 G. COLASANTI

allorchè — incanalata l’acqua limacciosa della palude nel
corso dei Velino — si prosciugò il terreno basso ai piedi del
colle. Questo terrapieno, da noi esplorato, risulta formato di
una costruzione a blocchi calcarei, di carattere antico: su
di esso corre oggi la Via Roma.

Se si considera che — una volta fatto questo rialzo di
terreno — non si poteva avere interesse alcuno di costruire
il ponte lontano da esso; ma che anzi — dato il terreno basso
e facilmente inondabile — tutto doveva consigliare a ravvi-
cinare lo sbocco del terrapieno al capo del passaggio. sul
Velino, sarà facile convincersi dello strettissimo nesso che
necessariamente dobbiamo porre tra il sito o la linea del ter-
rapieno ed il sito del ponte. Se, quindi, riusciremo a provare
che il dosso si trova oggi ancora nel suo sito originario, una
conseguenza simile potremo dedurre per il ponte.

Si osservi la estensione che l’antica città aveva da occi-
dente ad oriente: questo terrapieno approdava sul ciglio me-
ridionale, in un punto egualmente distante dalle due estre-
mità, ciascuna delle quali si trovava a circa 340 metri da
esso. Per una città che nei suoi due punii estremi si acco-
stava al fiume fin quasi a toccarlo, mentre se ne allontanava
nei punti mediani del lato volto a sud, l’unico e ragionevole
punto, in cui stabilire un passaggio nel basso e tale che fosse
potuto equamente servire alle due zone laterali, fin dai tempi
primitivi dovè sembrare proprio questo. Non si dimentichi
che — a voler ritenere un terrapieno anteriore in sito di-
verso — oltre a contrastare con tutti quei criteri generali
dianzi esposti, non sapremmo in verità dove cercarlo e so-
prattutto non sapremmo spiegarci come mai — anche abban-
donato per una qualsiasi inesplorata ed inesplicabile ragione
— le sue tracce fossero poi completamente scomparse. Si
ricordi che qui siamo in una zona sempre esposta alle inon-
dazioni, contro le quali in vario tempo si è tentato di rial-
zare qua e là il suolo di qualche fabbricato. Ora, non pare
strano che si sia sentita la necessità di guastare e distrug-

Tav. III. Via della Pescheria.

Torrione della vecchia cinta.



|

Fannie tette tet















REATF, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 25

gere questo ipotetico terrapieno, rinunciando così all’ ine-
stimabile beneficio di sottrarre una parte della zona al
costante pericolo delle inondazioni? Questo dosso avrebbe
resa immune gran parte di questa zona: quindi l'assurdità di
supporlo demolito, se realmente fosse esistito altrove. Queste
considerazioni, insieme a quelle fondate sull’ esame diretto
della costruzione e del materiale, ci spingono a considerare
l'odierno terrapieno come originario. Con la originarietà del
sito del terrapieno va quella del sito del ponte. E ad esso cer-
tamente occorre riferire quella menzione che di un passag-
gio sul Velino potrebbe vedersi nelle parole degli scrittori
classici (1).

Di un altro vetusto ponte, già esistito poco a monte del-
l’attuale ed assai per tempo rovinato, ci informano larga.
mente le nostre fonti. Contrariamente al Michaeli, che ha
un’ idea confusa ed indeterminata di un ponte esistito « su-
periormente all'attuale + (2), il Latini sa che presso S. An-
gelo « esisteva un altro ponte rotto » i cui ruderi ancora si
vedevano al principio del secolo XIX e nel tempo anche
posteriore (3); mentre il Galletti — cui furono noti i docu-
menti farfensi — ha sottomano parecchie notizie, riferentisi
& questo antico passaggio che era nelle « vicinanze » di
S. Angelo (4. La menzione del « ponte rotío » non faceva
allora .per la prima volta la sua apparizione: poichè le carte
farfensi, posteriori ed anteriori al mille, parlano di questo
ponte sito presso S. Angelo (5).

(1) Vedi più avanti.

(2) Memorie Storiche ecc., I. 52; nella nota 1 si ha una eco lontana dei docu-
menti pubblicati dal GALLETTI, ove si menziona il « pons fractus ».

(3) Memorie ecc., fasc. II, cap. X: « i ruderi del ponte rotto ancora si vedono »,
così aggiunge il nostro autore.

(4) « In queste vicinanze (cioè di S. Argeto) fuori di Rieti, passato lo stesso
ponte rotto ecc. » GALLETTI (Memorie ecc., pag. 97). Altri documenti con altre men-
zioni sì hanno altrove (op. cit., pag. 28, 48, 111, 118 ecc. ecc.).

(5) I documenti abbondano. In una donazione del 780, il vescovo Guiberto con-
cede a Farfa « Monasterium Sancti Angeli ... ad pon'em fractum » (Reg. di Farfa,
II, 109. Cfr. GALLETTI, Memorie ecc., pag. 28). In altra carta del 947 si nomina una







G. COLASANTI

Resta a vedere come dobbiamo intendere questa vici-
nanza — da tutti gli scrittori locali ritenuta senza alcuna
discussione — e dove precisamente dobbiamo’ porre questo
ponte rovinato Le fonti, in genere, non ci dicono a questo
riguardo alcunchè di preciso, nè valevoli sono le indicazioni
forniteci da qualche scrittore di cose reatine. Da tempi re-
motissimi Farfa possedeva sotto il ponte rotto un mulino,
che fu il primo possesso del monastero in questa zona (1).
I nostri documenti non ci permettono di esso alcuna esatta
determinazione men che lata e generica, mentre invece il
Latini credè di vederci chiaro fino al punto di dire che
questo antico mulino « esisteva fino agli ultimi anni del de-
corso secolo decim’ottavo. Venne finalmente distrutto dall'im-
peto del fiume, ed il Sig. Marchese Basilio Pontenziani
nel 1824 ne fece scavare persino i fondamenti, le cui pietre
ecc. ecc. » (2). Il suo sito corrisponderebbe quasi al punto
intermedio tra S. Angelo e l’ odierno ponte: e poiché — se
condo i documenti — esso si sarebbe trovato. sotto cioè a
valle del ponte rotto, potremmo avere una prima indica.
zione topografica di quest’ ultimo, da ricercarsi quindi un
po’ più a monte di questo mulino. Ma si noti che — men-
tre la identificazione del mulino, esistente ai tempi del La-

cappella « foris pontem fractum » (GALLETTI, Memorie ecc., pag. 111). « In territorio
reatino foris pontem fractum » abbiamo in un documento del 981 (GALLETTI, Me-
morie ecc., pag. 118). In una carta del 1062 si donano a Farfa « res ... ad civitatem
reatinam foris pontem fractum » (Reg. di Farfa, IV, 322). In un altra, l'abbate far-
fense Guidone e tal Raniero si disputano « unum molinum ... suptus pontem frac-
tum » (Reg. di Farfa, IV, pag. 101; GALLETTI, Memorie ecc. pag. 72). Le menzioni
di questo ponte sono spessissimo legate a quella di S. Angelo. Oltre ai passi già
citati, altri ne abbiamo. Della chiesa di S. Pietro « quae est sita in atrio sancti ar-
changeli michahelis super pontem fractum », parla un documento farfense (Reg. dé
Farfa, II, 116; GALLETTI, Memorie ecc., pag. 46. È una carta del 785). In un atto di
controversia, la stessa chiesa di S. Pietro ha la stessa indicazione (GALLETTI, Op. c.
pag. 48) ecc. ecc.

(1) GALLETTI, Memorie ecc., pag. 23. Il documento é riportato dal Reg. di Farfa,
II, 94 ad anno 778 « Mulinum quod habemus suptus pontem fractum etc. (Reg. di
Farfa, IV, 101) ecc. ecc.

(2) Memorie ecc., fasc. II, cap. X.

















REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 27
è *

tini, con il mulino farfense, resta sempre una cosa pro-
blematica e quanto mai non dimostrata — d’altra parte, alla
espressione suptus in questo caso speciale — come ben presto
vedremo — non è possibile attribuire un determinato valore
di sotto, a valle ecc., ma solo una idea generica di vicinanza.
A rigore, quindi, essa potrebbe indicare un ponte esistente
tanto a valle quanto a monte del mulino citato.

Occorre battere una via diversa. Richiamando alla mente
alcuni passi già citati, vediamo che la chiesa di S. Angelo
è detta ora supra pontem fractum, ora suptus pontem fractum,
ora ad pontem fractum, ora foris pontem fractum (1), con in-
dicazioni, cioè, così svariate e spesso di significato così op-
posto (come supra e suptus) che non è possibile vedere in
esse un grande rigore topografico, ma soltanto l’idea di uno
stretto nesso di vicinanza fra S. Angelo ed il ponte rotto.

Sul finire del secolo XIII la città si ampliava: ed i ma-
gistrati stabilirono di costruire un ponte presso il convento
di S. Francesco, sulla destra del Velino. La nostra fonte ha,
in proposito, queste parole: « statuistis super fluvium Velini
iuxta locum ipsorum (fratrum mm.) de novo construere quen
dam Pontem eíc. » (2); ove la espressione de novo o può in-
dicare una costruzione che allora per la prima volta si in-
traprendeva, oppure puó esser presa nel significato di una
costruzione che si rinnovava; e tutto il passo suonerebbe
così: avete stabilito di ricostruire un vecchio ponte sul Velino
etc. Il testo, a nostro credere, raccomanda quest’ultima inter-
petrazione: ad ogni modo, nasce da sé il sospetto che lo

(1) I passi sono stati già riportati.

(2) Il documento, proveniente dall’antico Archivio di S. Francesco di Rieti,
contiene la lettera che Urbano IV ai 10 di Giugno del 1263 scriveva « dilectis filiis
Nobili Viro ... Potestati et Consilio Reatino » sulla questione del ponte: « Ex parte ...
dilectorum filiorum Guardiani et Fratrum Minorum Reatinorum fuit propositum
coram Nobis quod vos iuramento praestito statuistis super fluvium Velini iuxta lo-
€um ipsorum de novo construere quendam Pontem, ex cujus constructione etc. »
(Bullarium Franciscanum, II, pag. 471, ad anno 1263).











28 G. COLASANTI

schema o, non fosse altro, il sito del nuovo - ponte fosse of-
ferto dai ruderi o dai ricordi dell’antico ponte rotto, che si-
curamente in queste vicinanze si trovava.

Dove si voleva costruire questo passaggio? I frati di
S. Francesco ricorsero al papa contro il progetto di questo
ponte, adducendo — tra gli altri danni che loro ne sareb-
bero derivati — « discrimina quae ... per inundationes aqua-
rum in loco ipso propter hoc hyemali praesertim tempore
excrescentium imminerent » (1), Se, quindi, il progettato
ponte avrebbe esposto il convento di S. Francesco alle inon-
dazioni, è evidente che poco sotto di esso o per lo meno alla
sua stessa altezza si trovava il sito prescelto: giacchè un

ponte prima del Convento, arginando le acque, sarebbe stato

piuttosto di giovamento ai frati; i quali neppure avrebbero
avuto seri motivi di reclamare qualora il ponte fosse dovuto
sorgere dopo il convento ma alquanto lontano da esso. In questi
pressi di S. Francesco noi saremmo vicinissimi alla chiesa
di S. Angelo: ed —- oltre alla perfetta corrispondenza con le
indicazioni topografiche, che del ponte rotto i nostri docu-
menti ci forniscono — avremmo anche un importante dato
di fatto. Nel punto in cui, sulla carta, abbiamo tracciato il
ponte rotto, fino a tempi non molto lontani si vedevano re-
sidui di antiche costruzioni sulle sponde e nell’alveo stesso
del fiume, ove anzi, in tempo di magra, appariva come un
resto di pilone: tutto mostrava di riferirsi alle rovine di un
ponte. Ed a questi resti intese alludere senza dubbio il La-
tini allorchè a proposito del pons fractus rilevò che i suoi
ruderi ancora esistevano al suo tempo (2).

A quale età rimonta questo passaggio poi rovinato? La
domanda è delle più imbarazzanti. Poichè abbiamo già esposte

(1) Bull. Francisc., l. c.

(2) < I ruderi del ponte rotto ancora si vedono » (Memorie ecc., fasc. II, cap. X).
Questi ruderi sono posti presso la chiesa di S. Angelo (Memorie ecc., l. c.), non
possono quindi riferirsi ad altre rovine.







REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 29



le ragioni per ritenere originario il ponte odierno e con esso
il relativo terrapieno, per questi motivi non è il caso di
pensare che questo ponte rotto si riporti ad un antichis-
simo e primitivo passaggio in seguito caduto, abbandonato e
sostituito dal ponte che ancor oggi rimane. Non resta che
considerarlo contemporaneo o posteriore all’altro. Dell'antica
Reate ci si nominano incidentalmente più ponti (1): ma è
proprio il caso di valersi di fonti così generiche e che, in
fin dei conti, potrebbero avere altri riferimenti, per provare
la esistenza del nostro ponte nell’età antica? Le difficoltà ci
premono da tutte le parti. Lo sviluppo dell'antica città non
era certamente tale, da giustificare ai nostri occhi la neces-
sità di creare un nuovo passaggio sul fiume e per giunta
accanto all’ altro esistente. Tanto più che (se si astrae da
piccoli .ponti levatoi di nessuna importanza per il transito)
un unico passaggio è stato sufficiente per tutto l'evo medio,
in cui pure l'abitato ebbe una maggiore estensione ai piedi
della collina, ed in cui un nucleo di abitazioni si era for-



mato e sviluppato di là dal fiume. Non si dimentichi che
anche dopo il tentativo (presto abbandonato perché di cosa
non indispensabile) di fare un nuovo ponte nel secolo XIII
— l’unico transito sul Velino è ancora sufficiente per un
abitato, che certamente oggi è raddoppiato di fronte a quello
antico. Dobbiamo perciò non considerare questo ponte
rotto come antico nel vero senso della parola, ma ritenerlo
legato a. qualche fabbricato importante, sorto ivi presso
nei bassi tempi o nei secoli oscuri del primo medioevo (per
es. alla fabbrica di S. Angelo)? Allo stato attuale delle no-
stre cognizioni, la questione attende ancora una risoluzione :
solo possiamo dire che, al primo apparire dei nostri più re-
Moti documenti medievali, esso era già rovinato.

Prima di passare, con la nostra ricerca, sulla sponda
destra del Velino, occorre assodare quanto di vero ci sia

(1) Obseq. 59.













30 G. COLASANTI

nella opinione di coloro che sembrano porre un antico nucleo
nella zona, racchiusa tra le due diramazioni del Velino, a
valle del ponte odierno. Tra le epigrafi reatine, si ha la se-
guente: i

Sancte — de . decuma . victor . tibei . Lucius . Mumius .
donum —- moribus . antiqueis . pro . usura . hoc . dare . sese
— visum . animo . suo . perfecit . tua . pace . rogans . te —-
cogendei . dissolvendei . tu . ut . facilia . faxeis — perficias .
decumam . ut faciat . verae . rationis — proque . hoc . atque
alieis . donis . des . digna merenti (1).

Riportata comunemente a Contigliano, piccolo centro

presso Rieti, la sua vera provenienza è tuttora incerta (2):

per cui, allo stato presente delle cose, deve riguardarsi ipo-
tetico ogni altro suo riferimento topografico. Cosicchè quando
il Gori « opina che non fosse scavata a Contigliano, ma piut-
tosto alle porte di Rieti, in quella ubertosa isoletta formata
dal Velino » (3), cioè nella località detta Voto di Santo, egli
non fa che risolvere a suo modo la questione, dandoci, nel
tempo stesso, un'idea adeguata delle ragioni che gli son
servite di base. Egli si fonda primo nel fatto che la detta
epigrafe ha un Sancte, e proprio in quest' isola vive ancore
la denominazione di Votu de Santu: e poi nel fatto che questa
epigrafe, essendo stata « veduta giacere lungamente ante
fores summi templi, cioè nel portico della Cattedrale » (4),
dovè essere trovata in qualche terreno, alla stessa chiesa ap-
partenente: e l'isola di Votu de Santu apparteneva da tempo
remoto alla Cattedrale (5)!! Dobbiamo insistere nel ribattere

(1) C. I. L., IX; 4672; MICHAELI, I, 85.

(2 Per tutto cfr. C I. L., IX, pag. 441. Il VITTORI, che la riportò a Contigliano,
giunse perfino a vedere ivi un tempio di Sanco (ms. cit., c. 14)!

(3) Ap. MICHAELI, I, pag. 90.

(4) C. I. L., IX, 4672. GORI, ap. MICHAELI, I, pag. 85 e segg.

(5) Tutto ciò si ricava chiaramente dal testo in parte già riportato: « ... io
opino che non fosse scavata a Contigliano, ma piuttosto alle porte di Rieti, i': quella
ubertosa isoletta formata dal Velino, che apparteneva al Capitolo Cattedrale ... ed

REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC.

queste conclusioni? La prima argomentazione non è valida

| poichè — quantunque il documento toponomastico esista in

detta località — non sappiamo però quale nesso lo congiunga
(se lo congiunge) al Sancte della epigrafe citata: tanto più
che, anche altrove troviamo simili denominazioni: a Conti-
gliano, per esempio, ove appunto altri perciò riferiscono questo
titolo epigrafico (1). La seconda argomentazione è (come
dirla?) troppo curiosa, perchè occorra qui discuterne il va-
"lore. Non si dimentichi che in questa località non esistono
né residui né tradizione alcuna di resti archeologici, che pos-
sano far pensare. ad un qualsiasi tempio: a meno che non si
voglia vedere nel monastero di Santa Lucia, quivi sorto nel
medio evo ed in seguito abbandonato (2), il succedaneo di un
tempio pagano. Il che non é il caso né di supporre né di
discutere. Anche qui poi — a confermare sempre più la esclu-
sione di questa zona dall'antico abitato cittadino o soltanto
suburbano — giova richiamare alla memoria, oltre a tutte
le diverse ragioni addotte a proposito dell’abitato del Borgo,
la costante tradizione medievale, che ha considerato il limite
S.-W. della città nel corso del Velino, e l'assoluta mancanza
di un qualsiasi nucleo abitato medievale (3), che possa far
pensare alla continuazione di un nucleo antico.

Come per la zona del Borgo, così anche per questa isola
di « Voto dei Santi » la formazione del monastero di Santa
Lucia,e le esigenze della vita quotidiana richiesero e deter-

è appellata Votw de Santo. Ciò spiegherebbe la ragione, onde fu veduto giacere
lungamente ante fores summi templi, cioè nel portico della Cattedrale » (ap. MI-
CHAELI, I, pag. 90).

(1) Così il VrrrorI (ms. cit., c. 14) che si basava sul nome di Colle di Santo vi-
vente nella regione: « locum Collem Saneti regionis incolae ad huc vocant etc. ».
Denominazioni simili (« in contrata voti ») ei appaiono nel territorio reatino (Rege-
sto delle pergamene di Rieti di A. BELLUCCI, pag. 48).

(2) Le religiose, che nel 1556 entrarono in città, abitavano prima l’antico loro
convento di là dal Velino, di fronte alla odierna chiesétta di S. Nicola, che sarebbe
Stato fondato nei 1253 (DESANOTIS, Notizie ece., pag. 120-121).

(3) "Tranne, s' intende, il monastero di S. Lucia.

















gin











32



G. COLASANTI


























minarono delle comunicazioni secondarie tra l'isola e la riva
destra del Velino, ove l'abitato cittadino man mano si esten-
deva. Già in un atto di cessione, che Farfa faceva di alcuni
suoi beni esistenti presso l'antica chiesa di S. Nicola in Acu-
penco, sulla destra del Velino e presso la sua biforcazione,
si nomina un ponte a confine di un pezzo di terra (1): questo
documento é dell'anno 920. Ma poiché la ubicazione di questa
terra non può essere stabilita con precisione, e solo possiamo



dire che essa doveva trovarsi approssimativamente in quella
contrada che mantenne — legato al nome dell'antica chiesa — la
denominazione « Acupenco », non può a rigore escludersi che
il ponte nel documento riferito sia il ponte odierno, di fronte
al Borgo e che allora era notissimo. Il fatto stesso, anzi, che
si nomina il ponte senz’ altra aggiunta, potrebbe indicare
che si tratti del ponte maggiore e non di altro minore, pel
quale difficilmente sarebbe mancata qualche determinazione
come più tardi troviamo.

Negli Statuti, però, si fa esplicita menzione di due ponti,
esistenti nel ramo destro del fiume, a valle del punto di bi-
forcazione. In una prescrizione « De electione debendi reti-
nere claves Portae Sanctae Luciae », si ha: « Item quod Do-
mini Priores teneantur, possint et debeant eligere retinen-
tes claves porte fiendae in Ponte Buti Sancti et pontis le-
vatorii dicti pontis, et clavim sportelli Porti plani, sancti
« Mattei, clavim portae pontis sanctae Luciae, qui sint con-
vicini » (2). Lasciando da parte questo Porto Piano e questo
Porto di S. Matteo — che debbono essere state due di quelle

^

^

A^

^

(1) « Et insuper praestitisti michi ... in ipso suprascripto loco terram per
mensuram, a capite tenente in ponte etc. ». Detta terra si trovava « in loco qui
nominatur Acupencus »: e poiché il titolo dell’antica chiesa di S. Nicola (più in
dentro dell'attuale, verso Santa Lucia) era proprio în Acupentu — come vedremo —
viene da sé il ravvicinare a quest’ ultimo la terra del citato documento farfense.
Quivi del resto conoscono questa denominazione gli scrittori locali. Il documento,
riportato nel Reg. di Farfa, III, 44-45, fu noto anche al GALLETTI (Memorie ecc.,
pag. 92, not. 1 e segg).

(2) Stat., I, 129



REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 33

senature prodotte dalla corrente, ed a molte delle quali oggi
ra si da il nome di porto (1) — i nominati ponti deb-

in
anco
bono anzitutto essere rintracciati lungo i limiti dell’ abitato
quale si estendeva lungo il Velino al tempo dello Statuto :
infatti su detti ponti si trovavano o si dovevano costruire
delle porte. I loro nomi poi (P. di S. Lucia, dal noto mona-
stero, e P. Buti Sancti dall'isola Voto di Santo) ci fanno re-
stare nel ramo destro del Velino, lungo il quale non possiamo
andare — verso W. — al di là di 8. Domenico, noto limite
della cinta cittadina al tempo dello Statuto. E poiché dei due
ponti, quello di S. Lucia si mostra evidentemente legato al-
l'omonimo monastero, sito poco sotto la biforcazione, è chiaro

che dovremo cercare il ponte Buti Sancti tra il punto iniziale
del ramo destro e la cinta ad W. di S. Domenico. Il ponte
di Santa Lucia, sul principio del secolo XIX, ci è descritto
come « un ponte di pietra a due archi » dei quali uno « fu
diroccato nel 1799 dai cittadini, allorchè Rieti era assediata
dalle orde Napoletane. Venne però ricostrutto con mattoni

nel 1811 » (2). Oggi esso conserva il nuovo aspetto, con i
suoi due archi che si alzano poco sopra le acque e con le
sue modeste proporzioni. Si trova quasi all’ imboccatura di
quella specie di porta, a fianco della moderna chiesa di S. Ni-
cola. Trasportate — nel secolo XVI — entro la città le suore
del monastero di Santa Lucia, tenne man mano a mancare la
base per la conservazione della vecchia denominazione del
ponte e della porta. Quando poi, posteriormente all’anno
1725 (3), il titolo dell’antica chiesa di S. Nicola fu assunto
dalla chiesa che oggi ancora lo conserva e che fino allora

(1) Cosi presso l'odierno ponte, ad W., c'è il Porto per antonomasia e la
Via che in esso sbocca — parallela a Via Roma — dicesi Via del Porto. Altrove, ri-
Salendo il fiume, incontriamo ancora il Porto Sacchetti (dal nome della famiglia
che possiede il terreno), Porto S. Chiara (dal nome del Monastero) ecc. ecc.
(2) LaTINI, Memorie ecc., fasc. IV, cap. XVIII.
: (3) In eui la pianta, già nota, di Rieti conosce S. Nicola al suo posto ori-
ginario.



34 G. COLASANTI

s'era detta La Madonna del Pianto, la vicinanza di questa
chiesa accelerò la scomparsa della vecchia denominazione di
« Ponte di Santa Lucia » a beneficio della nuova (« Ponte
di S. Nicola »), che più tardi prevalse. Così il Latini dichiara
che la porta « presso la chiesa parrocchiale di S. Niccolò ...
chiamavasi pel passato anche Porta di S. Lucia » (1); segno
evidente che il nome tradizionale più non viveva. Si ebbero
nel frattempo delle grandi incertezze e delle confusioni, per
cui la Porta di S. Lucia fu creduta tutt’ una cosa con la
Porta detta di Voto di Santi (2), mentre ancora nessuna traccia
appariva della odierna denominazione che — se pure erasi
formata — non doveva però essersi generalizzata.

La Porta ed il Ponte di Voto di Santo? Abbiamo già
determinato — tra la incertezza e la confusione a tal riguardo
introdotta da qualche scrittore locale — il tratto del Velino
in cui questo ponte va ricercato. Occorre scendere a mag-
giore precisione. Poiché questo ponte e questa porta dove-
vano trovarsi sul perimetro dell’ abitato lungo il fiume (3),
vien fatto di pensare ad uno di quei punti in cui l’ abitato
cittadino si avvicinava al Velino: e, considerando il tratto di
corso in questione — in molti punti del quale neppur oggi
l'abitato ha raggiunto la linea delle acque — siamo spinti a
fermarci in quel punto, sotto l’antica Porta Cinzola, ove il
fiume oggi tocca il limite dell’abitato, ed ove la presenza
della vecchia cinta medievale e la formazione di un vetusto

(1) . Memorie eec., fasc. IV, cap. XVIII.

(2) LaTINI, Memorie ecc., fasc. IV, cap. XVIII. È da notarsi la indecisione del
LATINI a tale riguardo. Dopo aver asserito che le due denominazioni dello Statuto
(Porta S. Lucia e Porta Voto di Santo) si riferiscono all’ unica porta presso S. Ni-
cola, aggiunge — infirmando, quantunque in forma dubitativa, l'asserzione prece-
dente: « sembra però che le Porte di S. Lucia e di Voto de' Santi fossero due ben-
ché fra loro vicinissime! » (Memorie ecc., fasc. c. cap. c.). Questa conclusione gli
fu certamente consigliata dal fatto che non sapeva come e dove identificare il
Ponte di Voto de' Santi a lui noto dallo Statuto (I, 129).

(3 Riesce sempre difficile isolare una porta dall'abitato cui é logicamente
connessa.

REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 35

*
i ad essa di fronte ci fan ricostruire, per l'età passata
nucleo ac , I ,

Ja stessa vicinanza tra l'abitato e la linea del Velino. Quivi,
infatti, sotto l'odierno Palazzo di Giustizia e nel punto op-
: posto del fiume si notano, e meglio si notavano fino a tempi
non lontani, i resti di un vecchio passaggio abbattuto.

Esaminando il citato Palazzo, proprio sotto il muro se-
"micircolare che costituisce la sua estremità meridionale sul
fiume, si vedono alcuni residui che potrebbero riportarsi al-
l'antica costruzione di un ponte, quantunque quasi comple-
tamente sopraffatti dall'odierno fabbricato. Piü chiaramente
le vestigia del vecchio ponte si mostrano nel lato opposto,
cioè sulla riva sinistra ove, ricoperta da terriccio e da ve-
getazione, si nota ancora la testata che si avanza alquanto
nelle acque. Quivi, fino a tempo non lontano, i residui della
costruzione erano maggiori e più evidenti; e furono rovinati
dall’ impeto della corrente, come testimoni oculari concorde
mente ci hanno asserito.

Il ponte Buti Sancti — secondo lo Statuto — era un
ponte levatoio (1), quindi poggiato su due piloni, presso uno
dei quali, quello cioè interno, sulla destra riva del fiume, sor-
geva la porta omonima. Dai benchè scarsi residui dianzi de-
scritti, è facile desumere il carattere tutto secondario di
questo passaggio, sotto la vecchia Porta occidentale. Con la
identificazione da noi fatta del ponte Buti Sancti, il passo
dello Statuto si lascia chiaramente spiegare, sotto il lato to-
| pografico: a questo primo ponte sarebbero seguiti — verso
oriente — i due porti, dopo i quali si trovava il ponte di

(1) Il Latini, invece, crede levatoio il ponte di S. Lucia: « questo ponte, ad
eccezion de’ suoi piloni, doveva una volta esser formato di tavole e travi giacché
^ era levatoio » (Memorie ecc., fasc. IV, cap. XVIII). Poiché il passo dello Statuto,
relativo a questi ponti, é assai chiaro, nasce spontaneo il sospetto che il LATINI non
abbia avuta diretta conoscenza della fonte che cita: anche a proposito dei porti
esistenti tra i due ponti, mentre lo Statuto ne registra due, il LATINI dice che fra
i due ponti « esisteva un Porto detto di S. Matteo con uno sportello » (op. cit.,
fasc. cit.. cap. c.).









36 G. COLASANTI
S. Lucia. Nell'intervallo tra i punti estremi, ove abbiamo
identificati i due ponti, c'era spazio per i porti citati.

*
PRES

Di là da questi ponti comincia l'abitato, esteso sulla de-
stra del fiume e diviso — dal terrapieno su cui si trova la
Via Roma — in due parti pressochè eguali, ed aventi la
forma di due rozzi rettangoli limitati in due lati dal Velino.
Quello ad oriente di Via Roma è un caseggiato più denso,
mentre quello ad occidente si presenta assai più rado; man
mano che ci avviciniamo al corso del fiume, verso W., ve-
diamo prevalere gli orti. Nel primo, inoltre, noi siamo di
fronte ad un nucleo storicamente assai più importante del-
l’altro; cosicchè anche in questo lato meridionale si rinnova
la poca vetustà dell'abitato nella zona estesa verso occi-
dente. In tutta questa zona sulla destra del Velino, fino

ai limiti già segnati verso settentrione, una continuità

vera e propria nell’ abitato cittadino la riscontriamo ai
lati della Via Roma fino alla linea del fiume e fino ai piedi
del colle: nel resto, il dislivello altimetrico tra il ciglio della
roccia ed il terreno basso, sotto di essa, crea anche un
distacco evidentissimo tra l’abitato posto nell’ alto e quello
posto nel basso: il quale ultimo, in tutti i punti — tranne
che nella Via Roma, che sale gradatamente — raggiunge
con la sua sommità il ciglio dell’altura su cui sorgono altre
fabbriche.

Ad oriente della Via Roma, la zona abitata può dividersi
nelle due parti chiaramente separate: il nucleo che sorge
sull’altura e quello che si estende ai suoi piedi. Il primo —-
distribuito tutto a nord di Via della Pellicceria — è varia-
mente esteso intorno alla piccola Piazza Centro d'Italia,
presso lantica chiesa di S. Rufo, e dalla quale si partono
due strade principali — Via S. Rufo e Via S. Carlo — che
mettono e si ricongiungono alle principali arterie cittadine.






REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 37

Tranne che nell’ estremo lembo a mezzogiorno — lungo,e
sotto la Via S. Carlo, ove il terreno leggermente declina —
labitato sorge — puó dirsi — su di uno stesso livello. Scen-
dendo al basso, s' incontra un abitato piü povero, limitato in
genere dalla Via di S. Francesco che a sud quasi lo chiude.
Suo centro puó dirsi la Piazza di S. Francesco, a cui fan
capo da ogni lato le diverse vie. Osservando la pianta, è
facile scoprire come il principale schema stradale sia quivi
rappresentato dalla Via della Pellicceria e dalla Via S. Fran-
cescò, le quali — partendo dalla Via Roma — convergono
verso oriente e si confondono in un’unica strada, che man-
tiene l’ ultima denominazione fino a raggiungere la Via Ga-
ribaldi in cui muore. Partendo da Via Roma, lungo Via
S. Francesco incontriamo a destra — dopo un notevole fab-
bricato — la chiesa ed il convento di S. Francesco; poco
oltre sorge l'antico convento di S. Fabiano — oggi sop-
presso — ed il monastero di S. Chiara sulla sinistra della
stessa via; poco dopo la chiesa di S. Francesco, si trova
quella antichissima di S. Giorgio, il cui stato odierno dà
appena una idea dell’ alta sua importanza storica. Lungo
Via della Pellicceria e tra le secondarie comunicazioni che
da essa mettono alla: Via S. Francesco, il fabbricato non
offre nulla di importante, quantunque qua e là perda il ca-
rattere predominante di mediocrità per raggiungere una
certa notorietà nell’aspetto e nella forma.

Seguendone la continuazione ad occidente, la Via Roma
Si presenta come una delle più importanti arterie cittadine,
fiancheggiata da notevolissime’ fabbriche; nella sinistra di
chi discende al fiume, si osserva la vetusta chiesetta di
S. Pietro Apostolo, storicamente importante ed oggi priva
di qualsiasi valore stilistico ed architettonico. Da Via Roma
Si domina il fabbricato che va ad occidente fino al Velino,
e che può anch'esso dirsi contenuto tra due principali ar-
terie le quali, partendo da Via Roma, convergono verso la
estremità occidentale ove formano un’ unica via: esse sono









38 G. COLASANTI

Via della Verdura, che può considerarsi come il prolunga-
mento di Via di S. Francesco, e Via di S. Pietro Martire
che può riguardarsi come il prolungamento di Via della
Pellicceria. Le comunicazioni secondarie, che uniscono que-
ste due principali, sono piccole ed anguste. Seguendo Via
Verdura, a partire da Via Roma, si incontra un fabbricato
in genere buono ma storicamente di poco valore; nel punto
ove la strada forma un gomito, volgendo a N.- W., si trova
la chiesetta di S. Nicola, dopo la quale l'abitato diviene
sempre piü scarso. Finalmente, nel punto estremo della
stessa via, all'incrocio con Via di S. Pietro Martire, si ha
la omonima chiesetta di non remota antichità e — per il
nostro scopo — di veruna importanza. Nessun notevole fab-
bricato si nota lungo la Via di S. Pietro Martire, ai cui
fianchi peraltro sorge un caseggiato importante. Quasi nel
centro di questa zona occidentale, sperso tra vicoli e povere
case, si trova il monastero — ora soppresso — con la chiesa
di S. Lucia.

L’aspetto odierno di questo abitato meridionale, che ab-
biamo sommariamente descritto, non è gran che diverso da
quello dei tempi andati. Nella pianta più volte nominata
del 1725 noi troviamo lo stesso schema stradale, sovente
con gli stessi notevoli fabbricati. Nella zona orientale, lungo
Via S. Francesco e presso l’attuale omonima piazza, tro-
viamo notata una chiesa di S. Antonio, oggi chiusa ma che
si osserva ancora nel punto indicato. Accanto alla chiesa di
S. Francesco, troviamo — lungo la strada — una chiesetta o
cappella di S. Bernardino, le cui traccie sono ancora visi-
bilissime. S. Giorgio, S. Fabiano e Santa Chiara sono notati
ai punti in cui li conosciamo. Quel divario che dalla carta
predetta non ci è offerto per la Via Roma — ove tutto cor-
risponde all'aspetto odierno — lo troviamo peró — quan-
tunque in piccole proporzioni — per quanto concerne la
Zona occidentale, ove al posto dell'attuale chiesa di S. Ni-
cola troviamo la chiesetta della Madonna del Pianto,

REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 39

mentre la prima la troviamo sita nell'interno dell’ abi-
tato, a S.- W. di Santa Lucia; a N.- W. della quale, nel
largo di Via di S. Pietro Martire, e sotto il Duomo, tro-
viamo una chiesa di S. Anna. Finalmente, sempre lungo la
Via Verdura, proprio di fronte alla Madonna del Pianto, ve-

diamo notato un fabbricato detto le Monichelle, residenza di
religiose. La chiesa di S. Pietro Martire è riprodotta nel
sito in cui oggi la conosciamo. :

Piü completa, specialmente nei particolari, è la descri-

zione che di tutta questa zona meridionale sulla destra del
Velino ci ha lasciata Pompeo Angelotti, un secolo prima
della redazione della pianta testè esaminata. La riprodu-
ciamo. Dal ponte, « avanti di salire se ... volgerai alla de-
stra, la via ti condurrà, dopo molte case di particolari,
alla Chiesa di S. Francesco, de’ Minori Conventuali, di
non piccola grandezza e con la croce alla Gotica fabri-
cata (1) .. Poco più avanti si vede la moderna chiesa di
S. Chiara .. Ha questa unito il Monasterio dell’ Ordine
suo riformato ... Confina seco la Chiesa de’ SS. Fabiano
e Sebastiano, Monastero dell’ Ordine medesimo: siegue la
Chiesa di S. Giorgio, Confraternità molto ricca e desti-
nata con particolar privilegio a confortar’ i condannati a
: morte ... » (2). Negli altri punti di questa parte orientale
del fabbricato, l'Angelotti non nota alcun che di importante.
Come oggi, anche al tempo del nostro scrittore Via Roma
appariva fra le più importanti arterie cittadine « d’antiche
e moderne fabriche fornita ... in gran numero » (3). Tra cui
spiccava per vetustà e per importanza <« l’antica Chiesa
Parochiale di S. Pietro Apostolo ». Simile a quanto dalla
pianta del 1725 ci fu offerto, ci appare la distribuzione del-
"l'abitato nell' estremo punto occidentale.

(1) Descrittione ecc., pag. 9:

(2) Descrittione ecc., pag. 50.
(8) Descrittione ecc., pag

40 G. COLASANTI



Dal ponte, l’Angelotti piega a sinistra, ove « oltre gli
edifici de’ particolari Gentil’ huomini e Cittadini, ritroveremo !
la Chiesa di S. Nicoló, Parochia; di S. Lucia, Monastero 3
dell'ordine di S. Chiara, di rara osservanza : poco più in
dentro la Chiesa della Madonna del Pianto, Confraternità
assai nobile: e nello stesso tratto in ispatiosa piazza la
4 | Chiesa della Venerabil Confraternità di S. Pietro Martire,

Mr i ricca e numerosa di Confrati » (1).
I! Avendo ora sott'occhio le parole di Pompeo Angelotti,



UU

iniziamo — secondo il metodo fin qui seguito — la no-
stra ricerca perimetrale, scrutando anzitutto le origini di 1





queste case religiose e di queste chiese. Cominciamo dal-
l'abitato orientale, ove come prima cosa ci appare la chiesa
con il convento di S. Francesco. La chiesa offre lo schema
| orginario a croce latina, orientata da oriente ad occidente,
| con l'ingresso rivolto ad W. A questo primitivo tracciato
È sono state poi fatte delle aggiunte, consistenti in costruzioni



4] addossate alla nave traversale verso oriente e verso nord.
| Internamente, l'aspetto primitivo ha subito qua e là delle
trasformazioni, in mezzo alle quali l’abside centrale è scom-
parso insieme all'abside di sinistra, solo conservandosi quello È «
di destra, con volta a crociera ornata, negli spigoli, da ner-
vature. Similmente un completo rifacimento posteriore ha



cancellato le originarie linee della nave centrale, la quale





oggi posa su un piano diverso dall’antico, che fu rialzato

———_—_—_—_
4

per sottrarre la chiesa tutta alle periodiche inondazioni del i
fiume: cosicchè le antiche cappelle laterali sono oggi sotto
il livello del pavimento quasi per metà della loro altezza.

Sull’ incrocio dell’ala destra con la nave principale sorge il
'ampanile, a pianta quadrangolare, ornato di finestrine di-
sposte in diversi piani. Esternamente, tutta la chiesa offre

I

le pareti ornate superiormente di dentelli e di finestrine
bifore dagli archi leggermente accuminati : le loro aperture



(1) Descrittione ecc., pag. 24.

precari
PADRONE 8 RR re













La Grotta dei Massacci.







bi i i ee alata tenti

"Cn III

PR rr





REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 41

sono trilobe con una rosetta quatrilobata nella parte supe-
riore, e son divise da una colonnina semplice, senza capi-
tello. La facciata presenta le traccie di ampi rifacimenti.
Sotto il tetto corre il solito motivo a dentelli ed ai suoi due
lati scendono due lesene, che limitano ai due fianchi l’ in-
tera facciata. Opera antica e ben conservata è il portale,
racchiuso entro una specie di costruzione a tetto, sostenuta
da due colonnine laterali. Complessivamente, negli smussi
del portale si notano due colonnine ed un pilastro, con va-
ria base, con capitelli a palma o a gemme, e con abaco al-
quanto sviluppato. Sul portale sono oggi incastrati nel muro
alcuni residui dell’antica costruzione (un pezzo ornamentale
a rosa, e l'agnello con il vessillo), poco al di sopra dei
quali si apre una finestra rettangolare dovuta ad età po-
steriore.

Addossato al lato meridionale della chiesa si trova il
fabbricato del convento, già appartenente all’ importante co-
munità religiosa oggi soppressa. È una grande costruzione
rettangolare che si estende verso sud, raggiungendo quasi la
linea del fiume. Ai tempi di Loreto Mattei S. Francesco —
che era stato « rimodernato » — occupava uno dei primi posti
fra gli stabilimenti religiosi della città (1); e non meno impor-
tante appariva agli occhi di Pompeo Angelotti che, di fronte
alla sua venustà, tralascia « di ridire le sacre Reliquie ch'in
questa Chiesa si serbano ... e descrivere l’ampiezza del vasto
secondo questi autori



Convento » (2). La cui prima origine

(1) L’A. pone S. Francesco tra le fabbriche di « Architettura Gotica », secondo
il passo già riferito a proposito di S. Agostino e di S. Domenico (Erario Reatino
ecc., c. 90). Ai lavori di restauro di cui il MaTTEI parla van riferiti anche quelli
per il rialzo del pavimento, dall’AnGELOTrTI menzionati (Descrittione ecc , pag. 23), e
quelli di restauro e di ingrandimento che verso il 1626 sarebbero stati effettuati,
secondo il DesancTIS (Notizie ecc., pag. 118). Menzione di S. Francesco hanno, na-
turalmente, tutte le altre fonti locali (LATINI, Memorie ecc., fasc. II, cap. XV; DE
SANCTIS, Notizie ecc., pag. 118, il quale ultimo determina la grande importanza del
nostro convento).

(3) Descrittione ece., pag. 24.



—— x

ETWTT=-=TZ=z















42 G. COLASANTI



locali — va.ricercata in « un antico Spedale detto di Santa
« Croce, vicino al quale fece S. Francesco nel 1210 fabbri-
care un piccolo Oratorio a bene spirituale dei convale-

^

scenti. Morto il Santo, i Reatini di lui devotissimi eressero

^

^

quivi nel 1246 ... un Tempio ed un Convento » (1). Certo
i è che l’anno 1245 la comunità religiosa francescana, che

n

si era già stabilita in Rieti, aveva cominciato a fabbricare
a Chiesa ed altri edifici annessi (2). Tre anni dopo, lo stesso

seal

papa Innocenzo IV esortava i fedeli a sovvenire i frati mi-
nori per ultimare la fabbrica della chiesa e del convento

9

che andava innanzi penosamente (3) In questi documenti,
in eui van ricercate le origini della odierna fabbrica, nulla
però vi ha che, in qualche maniera, possa servirci di riferi-
mento a quella che allora era la cerchia cittadina (4).

Allo stesso resultato negativo ci conducono le notizie
che possediamo intorno alla formazione degli altri due con-
venti di S. Fabiano e di Santa Chiara. Il primo, nel sito in

(1) DESANCTIS, Notizie ecc., pag. 118. La notizia é nota a tutti gli scrittori lo-
cali: al LATINI (« Esisteva in esso (Convento) una volta un famoso Ospedale sotto il
titolo di S. Croce ; ma poi fu convertito in Convento » Memorie ecc., fasc. II, cap. XV);
al MATTEI (« la chiesa di S. France-co fu dal principio eretta con titolo di Santa
Croce » Erario Reatino ecc., c. 90); al'ANGELOTTI (« questa (chiesa) per avanti si
chiamò S. Croce, Hospitale in que’ tempi molto famoso ; poi fu dedicata al Patriarca
S. Francesco » Descrittione ecc., pag. 23). Nessuno peraltro ne cita la fonte.

(5) In data 19 settembre 1245 Innocenzo IV inviava da Lione, in favore dei
frati minori di Rieti, una bolla: « Cum igitur, sicut accepimus, dilecti Filii Frtres
Minores Reatini Ecclesiam, domos, et aedificia alia ad opus Fratrum inibi existen-
tium incaeperint aedificare, et ad consummationem ecc. ecc, Datum Lugduni XIII
kal. Octobris, Pontificatus Nostri Anno Tertio » Cfr. Bullar. Francisc. I, pag. 381
ad anno 1245. La Bolla proviene dall’archivio del convento di S. Francesco in Rieti.

(3) « Innocentius episcopus, servus servorum Dei etc. Quoniam ut ait Apostolus
ecc. Sane dilecti Filii Minister et Fratres Ordinis Fratrum Minorum de Reate ibidem,
sicut accepimus, Ecclesiam cum aliis aedificiis suis usibus opportunis caeperunt
construere, in qua Divinis possint laudibus deservire. Cum itaque pro hujusmodi
aedificiis consummandis, ac etiam pro sustentatione arctae vi'ae ipsorum, indi-
geant etc. Datum Lugduni XIII kal. Iunii, Pontificatus Nostri anno quinto » Bull.
Francisc., I, pag. 516, ad anno 1248.

(4) Nulla del pari ci offrono i dati intorno alla cappella di S. Bernardino, eretta
« nel 1463 dal Padre Maestro Francesco della Rovere ... poi Pontefice Sommo col
nome di Sisto IV ecc. » DESANCTIS, Notizie ecc., pag. 119.





vcr





REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 48

cui oggi lo conosciamo, rimonta solo agli ultimi decenni del
secolo XVI (1); prima del qual tempo, si trovava fuori della
città (2). La età stessa é relativamente a noi vicina, ed il
ricordo dell'antica cerchia murale doveva già essere tramon-
tato: in ogni caso, non si fa parola alcuna della relazione
tra il sito del nuovo convento ed il vecchio perimetro citta-
dino. Il convento di Santa Chiara sarebbe sorto nel 1289,
accanto ad una antichissima chiesa di S. Stefano Protomar-
tire (8): qualcosa di simile a quanto vedemmo per S. Dome-
nico, formatosi presso la vecchia chiesetta di S. Apostoli.
Solo verso la seconda metà del secolo XVI, fu ampliato l’an-
tico fabbricato e fu costruita la chiesa attuale (4).
Quantunque verun esplicito accenno al perimetro antico
della città noi abbiamo fin qui incontrato, è facile tuttavia,
anche per la nostra zona, impadronirsi di quella prima va-
levole conclusione, derivante dal fatto che, in uno spazio re-
lativamente ristretto (dai piedi dell’altura al corso del Velino;
dalla Piazza S. Francesco al sito dell’ antica Porta Intero-
crina), noi troviamo ben quattro conventi (oltre ai tre già
nominati, S. Giorgio fu ridotto a monastero già prima assai
del mille, come vedremo), sorti in epoche varie ma tutti

(tranne S. Fabiano) relativamente antichi. Il che — dopo
quanto vedemmo per le altre zone studiate — ci porta a

sospettare che quivi non si continuasse la tradizione di un

(1) Propriamente al 1585 (DEsAaNOTIS, Notizie ecc., pag. 122).

(2) Cirea « duo milia ab urbe distantem » (MicHAELI, Memorie ecc., pag. 16), a
« Campo Moro fuori Porta l'Arringo » (DEsANCTIS, Notizie ecc., pag. 122).

(3) Quantunque di una chiesa di S. Chiara si parli già in un atto del 1256 (BEL-
Lucor, Regesto delle pergamene, pag. 4), tuttavia il monastero fu costruito nel 1289,
risiedendo in Rieti Papa Niccoló IV: « Si apri con quattro gentildonne che poi
crebbero sino a 70; era perciò grande il bisogno di ampliarlo ...; si cominciò nel
1570 la nuova chiesa eretta sopra quella di S. Stefano Protomartire ecc. » (DEsANCTIS,
Notizie ecc., pag. 122). La notizia si ha presso gli altri scrittori locali. L'ANGELOTTI
(< A mano sinistra si vede la moderna Chiesa di S. Chiara, ristorata sopra l’anti-
chissima di S. Stefano Martire » Descrittione ecc., pag. 50) ed il MaTTEI, che nomina
S. Chiara tra « i monasteri ... con chiése quasi tutte nobilmente rimodernate con
magnificenza e sontuosità grande » (Erario Reatino ecc., e. 90).

(4) DEsaNCTIS, Notizie ecc., pag. 122.





re E







cerniera MN Ó





44 G. COLASANTI

antico abitato cittadino vero e proprio, ma si stesse fuori
dei limiti della città quale si conservava nell’ alto medioevo.
Alcune preziosissime informazioni, che possediamo intorno a
S. Giorgio, convalidano pienamente queste nostre deduzioni.

La chiesa di S. Giorgio, oggi abbandonata, ha un aspetto
povero: la rozza e semplice costruzione della facciata, le
rovine di costruzioni più antiche che nell’ interno della
strada si osservano, occupano uno spazio quadrangolare che,
dalla Via S. Francesco, si avanza verso i piedi dell’ altura.
Nominata dagli scrittori locali, i quali fan cenno delle sue
ricchezze e degli storici suoi privilegi (1), è altresì nota come
un « monastero ... ampliato e dotato nel 751 ... e fondato per
le donzelle » (2). Ed infatti in una concessione farfense del-
l’anno 751 apprendiamo che tali Lupo ed Ermelinda dona-
vano a Farfa il monastero « Sancti Georgii martyris christi ...
quem, Christo protegente, monasterium puellarum esse con-
stituimus » (3). Questo monastero doveva accogliere pie
donne di ogni nazione, e franche e langobarde (4). Di esso,
come « monasterium puellarum », troviamo menzione in un
documento farfense dell’anno 840 (5); in uno dell’anno 947 (6);
in una donazione del 1036 (7); e finalmente, nell’atto di con-

(1) « ... la Chiesa di S. G'orgio, Confraternità molto ricca e destinata con par-
ticolar privilegio a confortar’i condannati a morte, e per indulto de’ sommi Pon-
tefici ha facoltà di liberar’ ogn’anno un Bandito della vita » (ANGELOTTI, Descrit-
tione ecc., pag. 50).

(2) DESANCTIS, Notizie ecc., pag. 113-114.

(3) Reg. di Farfa, II, 32.

(4) « In eo ordine, ut ibidem congregatio sanctimonialium feminarum esse de-
beat, quas ibi dominus dignatus fuerit aggregare tam in corales, quam de diversis
provinciis undique dominus adauserit. Hoc est langobardas vel francas, ut secun-
dum deum et sanctam regulam, in ipso saneto coenobio vitam suam degere de-
beant, et cottidianis diebus etc. » Reg. di Farfa, II, pag. 32-33.

(5 « Et monasterium puellarum quod nuncupatur sancti Georgii » Reg. dé
Farfa, II, 236. La stessa menzione con le identiche parole si ha in un atto di con-
ferma di Enrico IV, l’anno 1084 (Reg. di Farfa, V, pag. 97).

(6) « ... et pertinet ad sanctum Georgium » secondo il Regesto stesso.

(7) « Res ipsas quas habemus ... in loco qui vocatur ad sanctum georgium »
(Reg. di Farfa, INI, 273)








REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 45



ferma che Enrico III fece a Farfa dei suoi beni, l’anno 1050 (Ì)
abbiamo la semplice menzione del titolo della chiesa. Circa
la ubicazione di questa chiesa e di questo monastero, gli
stessi documenti ci offrono dei dati assai importanti: li di-
cono posti prope muros civitatis nostrae reatinae (2); 0 sub mu-
| ros civitatis reatinae (3); o suptus muros ipsius (civitatis) (4).

Poichè non è il caso di dubitare circa la identità topo-
grafica fra l'antica chiesa e monastero di S. Giorgio e la
chiesetta odierna, occorre cercare l'abitato cittadino, cioe la
cinta murale quale ancora nell'alto medio evo si conservava,
a nord del sito odierno di S. Giorgio; la conformazione del
terreno, nelle altre direzioni piano e solcato dal fiume, non
ci permette di rivolgerci ad altri punti. Il dato topografico
completa ed integra il dato storico: poichè, poco a nord di
S. Giorgio, s'incontra la roccia che, con una linea legger-
mente arcuata da est ad ovest, sporge a picco sul terreno
basso; ed anche verso est (presso S. Chiara), ove la strada
sale gradatamente fino ad incontrare la Via Garibaldi, l'an-
tico aspetto del terreno — modificato da un posteriore la-
voro di rialzamento — è ricordato dal piano della chiesa
di Santa Chiara, più di un metro più basso del livello
odierno della strada. Siamo — come si vede — in un ter-
reno troppo caratteristico perchè proprio in esso non ci
dobbiamo fermare per la ricerca di ciò che le indicazioni
storiche ci fan quivi intuire.

Lungo la Via della Pellicceria, proprio dietro la chie-
setta di S. Giorgio, la roccia si avanza, formando una specie

(l1) « Et ecclesiam ... sancti georgi » (Reg. di Farfa, IV, 274-270) ; cfr. pure la
identica menzione nel già citato atto di conferma di Enrico IV, del 1084 (Reg. di
Farfa, V, 91).

(2) « Monasterio sancti georgii martyris christi, sito prope muros civitatis no-
Strae reatinae etc. » (Reg. di Farfa, II, 32).

(3 « Et monasterium puellarum quod nuncupatur sancti georgii, quod est
construetum sub muros civitatis reatine » (Reg. di Farfa, II, 236).

(4) « Res ipsas quas habemus ... suptus muros ipsius (civitatis) in loco qui vo-
€atur ad sanctum georgium » (Reg. di Farfa, III, 273).











46 G. COLASANTI

di zoccolo di circa m. 7.00 x m. 3.50, recentemente spia-
nato per la comodità del transito nella strada. Su di esso,
per un'altezza di circa m. 3.50, si vede ancora — qua e là
alterato da rifacimento posteriore — un tratto di muro,
costituito di grossi blocchi aventi le dimensioni osser-
vate negli altri punti. Ad oriente di questo tratto, la roccia
appare di nuovo sotto i granai del principe Potenziani, ove
è visibile per un tratto di circa m. 7.00 X m. 5.00: su di
essa si eleva un tratto di muro, composto di grossi blocchi,
per un'altezza di circa m. 2.50. Mentre nel primo tratto die-
tro S. Giorgio la roccia con il tratto perimetrale è lungo la
strada, qui per contrario si interna per circa m. 7.00. Sem-
pre ad est di questo secondo tratto, lungo la Via S. Fran-
cesco, la roccia continua, ma senza conservare i resti mu-
rali, evidentemente travolti e scomparsi nelle costruzioni
posteriori; finchè riappare di nuovo di fronte a S. Fabiano,
come una poderosa parete che sostiene il fabbricato mo-
derno. Dopo questo punto, la roccia continua sotto le case,
sempre allontanandosi dalla linea della strada, fino a rag-
giungere il sito di Porta Accarana. La direzione del tratto
murale, che o in base ai resti tuttora esistenti o in base
alla linea della roccia si lascia chiaramente ricostruire dal
punto dietro S. Giorgio fino a Porta Accarana, si fa seguire
anche dai pressi di S. Giorgio, verso ovest, fino al terra-
pieno in cui si trova la Via Roma. Quivi infatti il terreno
serba lo stesso aspetto e quivi notiamo lo stesso dislivello
tra l’alto ed il basso, già rilevato per il tratto orientale di
Via della Pellicceria; solo che la roccia non si spinge fino
alla linea della strada, ma si interna alquanto ed appare solo
nelle pareti interne dell’abitato posto lungo Via della Pel-
licceria. I suoi dossi ci sono chiaramente indicati dalle nu-
merose scoscese stradicciole, che dall’alto di Via S. Carlo
scendono a Via della Pellicceria. Quantunque verun resi-
duo perimetrale ivi si trovi (tranne pochi blocchi sporadici
spersi nei fabbricati, ma non nel sito originario della cinta),

REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 47
*

tuttavia il tratto delle mura e la sua direzione vengon
fuori logicamente da sé, e dato il terreno, e data la posi-
zione del primo tratto, e dati i nessi con il restante della
cerchia su Via Roma e verso oriente, che ben presto esa-
mineremo e determineremo.

Poichè la determinazione del perimetro sulla Via Roma
scaturisce, in parte, dalla delimitazione dei due tratti ad ovest e
ad est di essa via, dopo aver tracciata la cinta in questa se-
conda direzione dobbiamo rintracciare la sua linea nella prima,
cioè verso occidente. Anzitutto, i conventi e gli edifici reli-
giosi in questa zona occidentale ci offrono qualche dato ri-
feribile al vecchio perimetro ? Si richiamino a mente le
chiese ed il monastero ivi posti. Del monastero di S. Lucia,
che si trova quasi al centro di questo abitato, abbiamo rife-
riti i brevi accenni di Pompeo Angelotti: gli altri scrittori

locali non abbondano neppur essi in particolari (1), tranne
il Desanetis dal quale desumiamo quelle notizie — già in
parte riferite — sulle vicende del monastero. Sappiamo cosi

che, nel punto in cui la conosciamo, la nostra comunità re-
ligiosa rimonta solo alla metà del cinquecento, allorché ab-
bandonó l'antico sito di là dal Velino, nell'isola di Voto di
Santo (2). Ma né da questo nostro informatore né dalla sua
oseura fonte (3) apprendiamo cosa alcuna intorno alla rela-
Zione tra il sito del nuovo monastero e la vecchia linea
murale, indubbiamente anche per il fatto che, all'epoca in
cui esso sorse, il ricordo dell'antico perimetro era definiti-
vamente tramontato dalla coscenza popolare. Similmente,
nulla che accenni alla vecchia cinta cittadina desumiamo
dalle scarse notizie intorno alla chiesa di S. Sebastiano, che

(1) Il MaTTEI pone Santa Lucia tra i sette stabilimenti religiosi « di sacre
Vergini » entro la città, che registra come « ricchi e numerosi di Religiose riguar-
devoli per noblità, esemplarità et osservanza » (Erario Reatino ecc., fol. 96).

(2) Notizie ecc., pag. 120-121.

(3) Cioè « un antico Manoscritto del Monastero » di cui il DESANCTIS dice di es-
Sersi servito, ma che noi non conosciamo affatto (Notizie ecc., pag. 121).





48 G. COLASANTI



avrebbe ivi preceduto la chiesa ed il monastero di S. Lu-
cia. I nostri scrittori si limitano a magri accenni, per noi
di nessuna importanza (1).

Occorre -seguire la nostra solita via per venire a capo di
qualche cosa. Anzitutto : considerando la scarsa densità del-
l’abitato che in questa zona ancor oggi colpisce, si potrebbe
forse pensare che — se nel centro di questa zona, verso la
fine del XVI secolo, fu possibile trovare dello spazio dispo-
nibile per una numerosa comunità religiosa, molto proba-
bilmente ivi non si continuava una troppo antica tradizione
dell’abitato cittadino ? La deduzione forse non sarà, a rigore,
troppo persuasiva. Poichè, se un ragionamento simile regge
trattandosi di conventi sorti intorno all’epoca in cui vedem-
mo la città cercare, fuori della vecchia cinta, nuovo spazio
per i suoi fabbricati e per la sua vita, non altrettanto po-
trebbe dirsi di un convento sorto in età posteriore a questa

crisi edilizia. La quale — con l'aver prodotto un amplia-
mento dell’antico abitato in altre direzioni — avrebbe con

ciò potuto creare uno sfollamento e quindi dello spazio di-
sponibile entro il vecchio perimetro cittadino, ove avrebbe
pur potuto trovar posto una comunità religiosa. Ciò nondi-
meno, ad escludere questa zona nel basso dalla vecchia



cinta, molte ragioni validamente concorrono. Anzitutto il cri-
terio topografico. Se, infatti, la cinta murale verso est è
stata rintracciata sulla roccia sporgente, dovendo noi seguire
anche ad oriente lo stesso terreno non possiamo, per ciò
solo, pensare ad un tracciato perimetrale posto o lungo il
fiume o distribuito in una linea qualsiasi nel basso, ma dob-
biamo cercarlo lungo un terreno il più possibile simile al
primo, cioè lungo la roccia che anche qui sporge sul piano.
Si aggiunga che oggi ancora questa zona abitata, sita ad W.







(1) Questa chiesa, di cui ignoriamo le origini, sarebbe appartenuta ad una 3
« Confraternita della Misericordia », licenziata per dar posto alle suore (DESANCTIS,
Notizie ecc., pag. 121).












REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 49



di Via Roma, è chiamata Le Valli; nome certamente non '
recente e che fu noto — tra gli altri scrittori locali (1) —
anche al Vittori, il quale scriveva come questa contrada
« vallis quaedam erat, hortorum agrorumque cultura amoe-
nissima ; Civitate postea aucta, nomen regioni servatum
est » (2), rilevando — con queste ultime parole — la sua
posizione extra moenia in una età antica (3). Eccederemo,
forse, col ritenere in questo documento toponomastico il ri-
cordo di uno stato di cose, durate fino all’alto medioevo?

La documentazione storica ed archeologica dimostra
che in realtà questa deduzione non è azzardata. In una
carta farfense dell'anno 920, tal Gottifredo riceve in uso-
frutto da Farfa alcuni beni posti « in loco qui nominatur
acupencus » (4), e la cui posizione ci è così determinata :
« posita est ipsa suprascripta terra a capite usque pontem; à
pede terram cuiusdam ursi et zabennonis et suorum haere-
dum; ab uno latere ipsius civitatis "usque viam et terram
suprascripti monasterii vestri et aepiscopii sanctae Marie
de reate; ab alio latere a fluvio terra suprascripti mona-
sterii vestri » (5D). Questo passo va minutamente esaminato.
Anzitutto, poichè — come altrove è detto — per la ubica-
zione dell'antica denominazione Acupenco noi dobbiamo fer-
‘marci presso la chiesa di S. Nicola in Acupenco, ivi accanto
va rintracciata anche la ubicazione di questo pezzo di terra,
ceduto dal monastero. Tenendo conto delle dimensioni che
— seguendo il passo citato — più avanti riferiamo, questo
terreno ci appare in forma di rettangolo irregolare, situato
nel senso della sua lunghezza presso il fiume, in modo da

(1) L’ANGELOTTI, scrisse: « Chiamansi tutte queste contrade con un vecabolo
le Valli » (Descrittione ecc , pag. 24).

IMS. cit., I. c. 124-125.

(3) Il VITTORI infatti si riferisce allo schema antico di Reate (ms. cit., c. 124-125)
che non suppose neppure continuato nel medioevo, per la quale età non conobbe
documentazione alcuna. Vedi più indietro.

(3) Reg. di Farfa, III, 44-45; cfr. GALLETTI, Memorie ecc., pag. 9?, not. l e segg.

(5) Reg. di Farfa, MI, pag. 44-45.









50 i G. COLASANTI

rivolgere a questo uno dei suoi lati maggiori, mentre l'altro
opposto guardava la città (ab alio latere a fluvio etc. ; ab uno
latere ipsius civitatis etc.); il ponte e l’altro appezzamento di
terra, appartenente ad Orso ed a Zabennone, costituivano i
limiti verso i lati minori, che perció appunto nel testo sono
indicati con le frasi capo e piede. Le dimensioni del terreno
erano queste: « A capite tenente in ponte per latitudinem
pedum centum quindecim: a pede pedum quadraginta: ab
uno latere in longitudine pedum ducentorum septuaginta : ab
alio latere pedum ducentorum quinquaginta: et in medio
per latitudinem pedum centum quinquaginta etc » (1). Cioè,
tenendo conto del medio computo del passo medioevale e
guardando l'ordine dei lati secondo il testo, circa m. 34,50
di lato verso il ponte; m. 12.00 di lato nella parte opposta;
m. 81.00 di lunghezza nel lato verso la città, e m. 25.00
nel lato verso il fiume. Se si considera che a fianco dei
suoi lati maggiori, c'erano — prima di arrivare al fiume ed
alla città — altre terre (2), non sarà difficile stabilire che
intorno alla chiesa di S. Nicola si aveva una zona disabitata
per un buon tratto sulla destra del fiume. Ora, se questo
pezzo di terra ceduto da Farfa trovavasi ad ovest di S. Ni-
cola, noi avremmo all'ingrosso uno stato di cose simile a
quello di oggi, cioé spazi liberi e coltivati. Ma se invece
detto terreno trovavasi in altra direzione, noi avremmo
delle terre coltivate là dove, posteriormente, sorse un abitato
che tuttora rimane.

In ogni modo, il riferito documento ci serve a stabilire
qualcosa di sicuro. Una volta escluso che il limite cittadino

fosse rappresentato dalla linea del Velino (e perció basta:

senz'altro il documento riportato) ci pare impossibile pen-
sare ad una linea che non sia quella in cui il terreno —

(1) Reg. di Farfa, III, 44-45.

(2) Beni del monastero e beni della cattedrale erano verso la città, cioè verso
nord, ove pure correva una via; beni del Monast ro erano verso sud, cioé lungo
il fiume. Cf. il passo riferito.



"ev. ty. Via Roma.



Veduta del terrapieno con la chiesa di S. Pietro Apostolo.





lella n








RBATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 51

nel resto basso e pianeggiante — ad un tratto cambia aspetto
ed offre una naturale difesa nella roccia sporgente. Verso
la quale, adunque, in pieno accordo con il terreno esami-
nato e con la linea perimetrale ricostruita nella estremità
orientale di questa zona a mezzogiorno, noi siamo di nuovo
condotti.

Il documento archeologico suggella e conferma tutte
queste deduzioni. A - partire dal punto ove — lungo la
odierna Via Cintia — abbiamo posta la Porta Cinzola, la
roccia si mostra evidentissima sotto le cantine dei signori
conti Vincentini; in essa sono stati in seguito scavati dei

' grandi vani, che con una lunghezza di oltre m. 23.00 rag-

giungono il livello della soprastante Via Cintia con un'altezza
di m. 5.00. Su questo masso calcareo non abbiamo incontrato
resto alcuno dell’antico perimetro, scomparso; solo dei bloc-
chi sporadici si vedono qua e là spersi ig mezzo al fabbri-
cato, ma evidentemente non nel sito orginario. Seguendo la
linea della roccia verso oriente, in fondo all’orto vescovile
sotto il Duomo, entro una cantina addossata al limite del-
l’abitato, abbiamo rinvenuto un bel tratto di mura di cinta
assai ben conservato. Si estende in direzione da W. ad E.
per circa m. 4.00, raggiungendo un’altezza di m. 2.00. I
blocchi, ben conservati, offrono le solite dimensioni: ne ab-
biamo misurato uno di m. 2.00 Xx 0.50. Il tratto murale mo-
stra poche tracce di rifacimento posteriore. Esso poi è per
noi di notevole importanza, poichè ci dà modo di ricostruire
tutto il tracciato murale in questo primo tratto dalla Porta
Cinzola fim sotto il Duomo: dati, infatti, i sicuri resti peri-
metrali accertati alle due estremità (P. Cinzola ed all'orto
del Vescovo), é facile dedurre il tracciato intermedio, se-
guendo la linea della roccia, base naturale di tutta la cer-
chia in questa parte meridionale. La linea della roccia qui
— come in parte nelle altre direzioni — coincide, oggi an-
cora, con la linea dell’ abitato che non si spinge fuori di
essa: il che si spiega con il bisogno, che i costruttori poste-
































e
T

4 G. COLASANTI



riori hanno avuto, di poggiare sul sodo, cioè sullo strato
calcareo, il quale ha impedito così alle fabbriche di spin-
gersi oltre l’ antica linea murale. Seguendo la direzione dei
resti esistenti nel giardino vescovile — che è la direzione
stessa dell’ abitato e della roccia — abbiamo portato il pe-
rimetro fin sotto la casa dei signori marchesi Vincentini : ed
il tracciato resta pienamente giustificato, quantunque re-
sidui murali veri e propri in questo punto non esistano.
Dopo il Palazzo Vincentini, la roccia si spinge innanzi
fino a raggiungere la linea di Via S. Pietro Martire nel
suo estremo tratto verso Via Roma: e con la roccia, an-
che la linea del fabbricato si sposta e si avanza. La con-
tinuazione del perimetro va indubbiamente ricercata nella
nuova linea del masso calcareo: ma dove precisamente
tracciarla ? Studiando bene il terreno, è facile avvedersi
come, lungo Via S. Pietro Martire, la roccia non formi
una parete continua, ma proceda con linea sinuosa, qua e
là avanzando degli speroni intercalati da rientranze. Così,
mentre in alcuni punti la roccia appare lungo la strada, in
altri si trova solo in fondo alle cantine ed alle case. Ora,
che in mezzo a questi speroni si edificassero in parte i fab-
bricati moderni, é spiegabilissimo: ma che su di essi do-
vesse correre la linea perimetrale (la quale, oltre a trovarsi
proprio ai piedi dell'altura, avrebbe dovuto o seguire la
sinuosità della roccia o riposare alternativamente su livelli
diversi) non é facilmente ammissibile. Ecco perché già un
primo sguardo alla struttura del terreno ci persuadeva a
cercare gli eventuali resti dell’antica cerchia più in dentro
dell’attuale Via S. Pietro Martire. Il nostro sospetto divenne
realtà. In una casa di proprietà dei signori marchesi Vin-
centini, circa venti metri prima dell'incrocio di Via S. Pie-
tro Martire con Via Roma, abbiamo osservata una parete
di grossi blocchi, aventi le dimensioni note dei massi peri-
metrali. Alta m. 3.00 e lunga m. 2.00, essa va da W. ad E.,
proprio sulla linea del tratto murale ricostruito fin sotto













REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 58

casa Vincentini, dopo il Duomo. Detta parete, con forti ri-
facimenti posteriori, si trova a circa m. 7.00 entro la linea
della via; e sorregge il terreno su cui trovasi la Via del
Duomo, che da Via Roma porta a Piazza del Duomo: que-
sta linea corrisponde al ciglio della roccia da cui partono
vari speroni. Seguendo ora il corso del masso calcareo ed
unendo con una linea questo ultimo tratto murale a quello
già ricostruito, il tracciato intermedio risulta evidente, in
pieno accordo con il terreno e completamente giustificato.

Giunti così al punto in cui Via S. Pietro Martire finisce
in Via Roma, siamo a breve distanza dal punto fino a cui ab-
biamo ricostruito il tracciato perimetrale dell’abitato ad est
di Via Roma, lungo Via della Pellicceria: in questi pochi
metri, che corrono tra le estremità dei tratti ricostruiti, in
una parola tra I estremità orientate di Via S. Pietro Mar-
tire e l’ estremità occidentale di Via della Pellicceria, pog-
gia —- sul ciglio della roccia — quel terrapieno che mette
in comunicazione l'alto della città con il basso, e che oggi
ancora è chiaramente visibile lungo la Via Roma che su
di esso si trova. Di questo terrapieno abbiamo altrove dato
un cenno, che occorre qui completare con particolari mag-
giori. Le due estremità di esso sono da una parte — nel-
l'alto — presso l'incrocio con Via della Pellicceria; e
dall’ altra — nel basso — presso l incrocio con Via San
Francesco: in tutto, una lunghezza di un 1410.00 metri.
Nel primo punto abbiamo una quota di m. 308.85; nel se-
condo si scende poco al di sotto di m. 389.80 che è la quota
del ponte, il cui livello peraltro é leggermente elevato dalla
costruzione Anche a voler operare su quest’ultimo dato,
noi avremmo una pendenza del 5.3 ?/,. Le sostruzioni. sor-
reggenti la Via Roma furono in genere note agli scrittori
locali, qualcuno dei quali incorse, però, in errori intorno
alla loro esatta ubicazione. Così — quantunque per semplice
congettura — il Michaeli sa che « dalla parte del fiume si
entrava, secondo che si è congetturato, per una strada, sor-





54 G. COLASANTI

retta in parte da archi o muri di sostruzione, poco diver-
gente da quella che attualmente mette al ponte, che pure
si crede di epoca romana » (1). Ove, accanto a dati esatti
(le sostruzioni di Via Roma), abbiamo erronee informazioni
circa la non coincidenza dell’antica strada con l’attuale Via
Roma; il che equivale all'assegnazione delle sostruzioni stesse
su di una linea che non è quella di quest’ultima strada.
Segno manifesto che l’A. non ha assunte dirette notizie in
proposito. Questa inesattezza fu evitata da Loreto Mattei,
il quale cosi parla delle costruzioni in discorso: « Ma il
piü mirabile di questa strada é il sotterraneo, che non si
vede, cioè un lungo e continuato ponte di molti e grandi
archi l’un più sollevato dell'altro, sopra dei quali è portata
in collo e spianata la salita all'alto di detta Piazza (cioè
P. Vittorio Emanuele), per altro ardua e scoscesa per le ta-
gliate rupi delle quali ancora diremo sarebbe rimasta. Strut-
tura magnifica è questa, ma sotto le fabbriche di la e di
qua alzatevi coperta e sepolta, servendo hoggi alle laterali
fabriche sol per cantine » (2). Informazioni, alle quali fan
riscontro le altre — brevissime — di Pompeo Angelotti che,
parlando della strada per cui « insensibilmente s' ascende
alla piazza », la dice « sostenuta da sodissimi Archi » (3).

Prendendo a guida la particolare descrizione lascia-

taci dal Mattei, ed investigando nei sotterranei laterali

alla Via Roma, avemmo modo di farci un concetto esatto
delle sostruzioni e della loro conformazione speciale. Scesi
nelle cantine del palazzo dei signori Colarieti - Tosti, pro-
prio sotto il fianco orientale della soprastante Via Roma,
esaminammo un tratto di muraglione, sostenente il lato
della strada. Si estende per circa m. 8.00 e raggiunge

(1) Memorie Storiche ecc., I, 51 52

(2) Erario Reatino ecc., c. 82.

(3) Descrittione ecc., pag. 23. La piazza è — beninteso — la P. Vittorio Ema»
nuele.

-









REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECO. 55



un'altezza di m. 3.00: è costituito dei soliti blocchi, dalle
comuni dimensioni di m. 1.60 X 0.60, di forma e di qualità 5
in tutto corrispondenti agli altri fin qui osservati in altre
direzioni. Questo tratto murale mostra di continuare verso
nord, per la stessa linea, sotto il palazzo dei marchesi
Vecchiarelli, le cui mura però han distrutta l’ antica co-

struzione, della quale restano — non del. tutto muti ri-
cordi — blocchi sporadici spersi nei sotterranei. Tra i sot-

terranei di casa Vecchiarelli e quelli di casa Colarieti-Tosti
— ove trovasi il tratto di muraglione già descritto — si
apre un passaggio trasversale, a volta, che va da un lato
all’altro della soprastante strada: esso è aperto ancora nel
lato orientale, ma è chiuso da costruzioni posteriori nel lato
opposto. Misurato al livello attuale del suolo, questa specie
di ponticello offre m. 7.00 in lunghezza e m. 5.00 in al
tezza, con una luce di m. 3.00. È costituito di grossi bloc-
chi incastrati a secco, cuneiformi (specialmente quelli for-
manti la volta), ed aventi varie dimensioni (m. 1.40 X 0.45;
m. 2.00 x 0.45 ecc). Pochi metri più su di questa galleria,
un’altra volticella di passaggio si apre sotto casa Parasassi,
nell’ opposto lato di Via Roma, cioè a destra di chi scende
verso il ponte. Anche qui si ha una parete di muraglione
nella direzione della strada, della quale è sostegno; ed è
conservata per circa m. 2.50 Xx 4.00. In questa parete si
apre il ponticello a volta che taglia la strada, attraversan-
dola da un lato all’altro, ed avente le dimensioni di m. 7.00
X 6.00 x 3.00. Sì nel muraglione che nel passaggio a volta,
si hanno blocchi calcarei, parallelepipedi o cuneiformi (nella
volta), di dimensioni comuni agli altri osservati più indietro.
Questa seconda galleria, che viene quasi a trovarsi a metà
della maggiore salita di Via Roma, è seguita immediata-
mente da un’altra, che si osserva nei sotterranei del Palazzo
Napoleoni. Con questi passaggi noi otteniamo di formarci una
idea particolareggiata della sostruzione: nella quale, due pode-
rosi muraglioni laterali erano interrotti da ponticelli a volta,













56 G. COLASANTI

in senso trasversale. I muraglioni, correndo da nord a sud,
cioè dal fiume alla roccia verso l’alto, interrompevano il
terreno basso sulla destra del Velino, dividendolo in due
parti: ed allora — sia per le necessità tecniche della co-
struzione, sia per regolare il passaggio e la circolazione
delle acque durante le alluvioni (le quali oggi ancora co-
prono buon tratto di questa zona bassa, ed anticamente —
prima dei singoli lavori di rialzo — dovevano ricoprirla fin
quasi ai piedi della roccia) — si senti la necessità di pra-
ticare questi passaggi laterali.

Connesso, nel basso, con il ponte sul Velino sito ai suoi
piedi, questo terrapieno ci additava la esistenza di una porta,
da cercarsi nel punto in cui la strada, da esso sorretta,
toccava il ciglio della roccia sostenente le mura. Molti do-
cumenti sono venuti ad indicarcela, suffragando la prima
intuizione desunta da criteri puramente topografici.

Parlammo altrove dei limiti della città medievale, rap-
presentati, a sud, dalla linea del Velino: e dicemmo altresi
che l’ abitato verso questo punto meridionale, nei pressi
della Via Roma odierna, era diviso nei due sestieri di Porta
Romana de super e Porta Romana de suctus (1). Come già si

disse per le denominazioni simili degli altri sestieri citta-

(1) Cfr. i passi, già riportati, nel Boll. di Storia Patria per U' Umbria, anno V,
vol. V ecc., pag. 354, 382, 393, 406. Gli Statuti — tra i boni viri per la riforma delle
consuetudini cittadine (1456) — pongono « Dominicus Colae Schacchi, et Luciolus
Zapparell Por. Ro. desuper: Colantonius Angeli Donati, et Petrus Paulus Francisci
Iannis Zauarellae Por. Ro. de suptus » (Add. I). Essi erano i quattro rappresentanti
dei nostri due sestieri, in ragione di due per ciascun sestiero cittadino. Nel noto
processo contro Paolo Zoppo troviamo il nome di tale « Pauli Piscis de Reate, de
porta Romana de super » (op. cit., pag. 364), e di tale Paolo « Angelicti Venuti de
Reate de porta romana de subtus > (op. cit., pag. 354). Tra i sei priori delle arti
contro cui I Inquisitore scagliò la scomunica — dopo avere spiccato contro loro il
mandato di comparizione — troviamo « Nardus not. Petri de Porta Romana de-
super ... Laurenzictus Berardi Laurentii de porta Romana desuctus ecc. (op. cit.
pag. 393). Abbiamo voluto riprodurre qui il passo per maggiore chiarezza nella di-
scussione. La menzione di questi due sestieri cittadini s' incontra qua e là in
numerosi documenti locali (A. BELLUCCI, Regesto delle pergamene, pag. 30 ad ann.
1363; pag. 26 ad ann. 1338; pag. 31 ad ann. 1379; pag. 42 ad ann. 1457 ecc. ecc.).







o
-1

REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC.

dini, anche per i nostri le due determinazioni de super e de
suctus, riferite all'abitato posto entro i limiti della città estesa
sino al Velino, debbono naturalmente riportarsi ad una linea

di divisione, anticamente esistita entro questi limiti stessi e

poi scomparsa e dimenticata. Cioè — come per le altre
parti dell’ antico abitato già studiato — esse ci riportano

all'antica cinta; già da noi in questo tratto esaminata, e che
sicuramente era in piedi allorchè le denominazioni di questi
sestieri cittadini si andavano formando. Con la cinta, viene
anche l'accertamento di quel che cercavamo : cioè l'esi-
stenza di un’ antica porta, da cui i due sestieri presero e
conservarono il ‘nome, al quale quindi i due sestieri omo-
nimi stanno, come alla Porta Cinzola ed alla Porta Carca-
rana stanno i relativi omonimi sestieri. Nè si dica che i due
sestieri di Porta Romana possano essere riferiti a quella
Porta Romana, che abbiamo vista esistere nel nucleo subur-
bano al di là del ponte fin dal tempo degli Statut! poichè
essa era fuori dei limiti della città propriamente detta, e lontana
dalla zona ove troviamo localizzati i due nostri sestieri.
Altri documenti suffragano la nostra tesi. In una carta far-
- fense, contenente un placito adunato entro la città reatina
l'anno 1000, si ha: « In dei nomine. Scriptum notitiae iudicati
pro futuris temporibus memorandum et in antea recordan-
dum qualiter in comitatu reatino, infra ipsam civitatem. reati-
nam ad portam romanam infra ipsam casam, in placito residen-
tes etc.» (1) Poiché i limiti della città propriamente detta,
fino a tempi a noi vicini, non sorpassavano la linea del Velino,

resta escluso che questa Porta Romana — esistente nel cir-
euito delle mura cittadine — possa riferirsi alla nota porta
omonima del sobborgo, la cui esistenza — del resto — noi

apprendiamo solo qualche secolo dopo l'età a cui il citato
passo si riporta. E poichè la porta esistente sul Velino, cioè
alla periferia della città medievale (dal tempo dello Statuto

(1) Reg. di Farfa, III, pag. 156.
































58 G. COLASANTI

in poi) ha costantemente il nome di Porta Pontis e non mai
quello di Porta Romana (1); poichè, inoltre, all’ epoca del
citato documento farfense altre notizie ci mostrano questa
zona nel basso e lungo il terrapieno, cioè tra il fiume € la
linea della roccia, come posta fuori della cinta cittadina
quale allora era (2), ne viene che la identificazione topografica
del passo « intra civitatem reatinam ad portam romanan »
va cercata lungo l'antico perimetro, da noi già ricostruito.
Accertata così, per vie diverse, la esistenza di un’an-
tica Porta Romana lungo la vecchia cinta a mezzogiorno,
la sua esatta ubicazione (che noi peraltro già abbiamo in-
dicata) scaturisce da una serie. di considerazioni, all'in-
fuori di ogni documentazione storica. Se, infatti, questa porta
si trovava lungo la vecchia cinta a mezzogiorno, per le ra-
gioni dianzi esposte il punto, in cui l’unica comunicazione
con il basso toccava l'alto della città, deve indicarci il
sito della porta stessa. I documenti storici suffragano questa
conclusione. In una bolla dell'anno 1153, con cui Anasta-
sio IV conferma i possessi della chiesa reatina, troviamo
menzionate le seguenti chiese: « Item intra Urbem vel in .
suburbio Reatinae Civitatis Ecclesiam Saneti Iohannis et
Sancti Eleutherii, sancti Ruphi, sancti Iuvenalis, sanctae
Marinae, sancti Petri in Porta Romana, sancti Salvatoris et
sancti Nicolai in Acupentu, sancti Leopardi etc. » (3). La
stessa chiesa, sotto il titolo di S. Pietro in Porta Romana,
va veduta sicuramente in un’altra bolla del 1182, con cui
Lucio III, nel determinare i confini della diocesi reatina, no- .
minava « infra Civitatem in suburbiis eiusdem Civitatis
Ecclesiam S. Ioannis Evangelistae, S. Rufi, S. Iuvenalis,
S. Mariae, S. Petri in. Portu (n Porta), S. Nicolai et S. Sal-














(1) Cfr. i documenti altrove riportati.
(2) 1 documenti riportati altrove per S. Giorgio, e per la località « Acupenco »
lo provano.
(3) Ap. MICHAELI, Memorie Storiche ecc., II, 266.


REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 59

vatoris in Acopinto etc. » (1). Ove, la simiglianza delle frasi
con quelle dell’altro passo riferito, e lo stesso ordine nella :
menzione delle chiese ci rendono agevolissimo l’ emenda-
mento in Porta, ottenendo così il titolo a noi già noto della
chiesa di S. Pietro in Porta (Romana) (2), ed identificando
la chiesa, nominata nel secondo documento, con quella men-
zionata nel primo. Delle chiese, aventi il titolo di S. Pietro
e situate nei pressi della zona in cui ci aggiriamo con que-
sta nostra ricerca, ne conosciamo tre: quella di S. Pietro
Martire, posta sotto il Duomo, nella estremità di Via Ver-
dura, di fronte quasi all’ incrocio di Via S. Pietro Martire ;
la basilica di S. Pietro, nominata ora come chiesa ora come
semplice cappella dalle carte farfensi, e posta entro S. An-
gelo al di là del VÉlino ; e finalmente la vetusta chiesa, già
parrocchiale, di S. Pietro Apostolo, sita nell’alto di Via Roma,
a destra di chi sale. La chiesa di S. Pietro Martire pos-
siamo escluderla con sicurezza dalle riferite menzioni, poi-
chè oltre alle ragioni principalissime, provenienti dalla
sua fondazione, posteriore all’età dei documenti citati — essa
è in un sito troppo lontano dalla linea in cui ad un
dipresso occorre porre la vecchia porta (cioè dalla linea
dell’ odierna Via Roma, sull’antico terrapieno) perchè possa
essere in qualche modo giustificato l'attributo ad Portam fo-
manam, che implica uno stretto nesso di vicinanza. Che poi
possa trattarsi della basilica o cappella di S. Pietro a S. Angelo,
è parimenti da escludersi. Anzitutto, anche a voler ritenere
là esistenza, in quest’ epoca, della Porta Romana di Borgo, a
cui la nostra chiesa sarebbe stata vicina (ad portam Roma-
nam), non possiamo egualmente ritenere che il titolo ad Portam
Romanam fosse portato dalla chiesa di S. Pietro in parola;

per là quale nessuna delle numerose menzioni che posse-

1) Ap. MiCHAELI, Op. cit., II, 271.
2) Il MicnaELI errò sicuramente nel leggere in Portu per i» Porta: a meno
che non si tratti di una variante, nello stesso documento originario accolta.



60 G. COLASANTI

diamo riproduce questo titolo. Si noti, poi, che la nostra
chiesa, insieme a quella di S. Angelo, si trovava sotto la
giurisdizione di Farfa (1): e quindi non può riferirsi ad essa
un atto di conferma di beni e di giurisdizione, fatto in favore
del Vescovo reatino : questo argomento, come si vede, è di
capitale importanza. Che si tratti della terza chiesa, cioè di
San Pietro Apostolo? A noi sembra indiscutibile, sia perchè
non conosciamo altre chiese intitolate a S. Pietro in questa



zona meridionale; sia per l’ antichità e la importanza di
essa, a gli scrittori e alle ‘fonti locali universalmente note.
Questa « antica chiesa Parochiale di S. Pietro Apostolo »,
come l’Angelotti scrisse (2), ha oggi perduta la sua origi-
naria veste architettonica, della quale resta -— eloquente
avanzo — il portale, incastrato nella povera facciata.
Presso il sito di questa antichissima chiesa — secondo
la eloquente indicazione del suo titolo — occorre ricercare
la Porta Romana. Poco più su di essa, il terrapieno si in-
crocia con la linea murale, già da noi ricostruita : nel punto
d’ incontro doveva logicamente aprirsi la vecchia porta. No-
nostante le numerose alterazioni edilizie, le tracce di questa
porta meridionale oggi ancora non sono completamente scom-

wr

parse. Sull’ incrocio di Via Roma con Via S. Rufo, si osser-
vano dei grossi blocchi di costruzione perimetrale, i quali
ci richiamano alla mente quelliv — identici — osservati
a Porta Carana. Su di essi, inoltre, la costruzione moderna



po—— MES

| (una casa di proprietà del sig. Ottavio Festuccia) continua
TAI mirabilmente la tradizione ed il ricordo della vecchia torre,




che ivi doveva sorgere, e le cui sostruzioni han servito di
base alla fabbrica posteriore: qualcosa di simile a quanto
é accaduto negli altri punti dell'antico perimetro, a Porta
IU Carana e nel lato settentrionale.

p
€———





(1 DEsaANCTI!S, Memorie eec., pag. 111 112. Cfr. i documenti farfensi (Reg. di
Farfa, V, 210 e gli altri già citati; cioé R. di F., II, 116 ecc. eco.).
(2) Descrittione ecc. pag. 25.













REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 61



Con la identificazione della Porta Romana, noi abbiamo
completati i particolari della vecchia cinta reatina dell’alto
medioevo. La quale, adunque, si estendeva lungo i dossi di
quell’ altura calcarea, che sporge sulla vallata del Velino :

la cerchia — orientata perfettamente da oriente ad oc-
cidente — aveva una forma ovale allungata; più ampia

nella estremità orientale, essa andava sempre più restrin-
gendosi verso occidente, raggiungendo in tutto una esten-.
sione di circa 1380 metri. La sua larghezza massima, verso
oriente, può computarsi ad un 200 metri, ridotti a m. 160 a
Piazza Vittorio Emanuele, ed a m. 40 poco prima della
estremità occidentale. Le mura, che nella estremità orientale
poggiano sugli speroni rocciosi alquanto elevati, scendono
ad un livello più basso a sud della Piazza del Leone, dopo

la quale risalgono di nuovo e — sempre seguendo i fianchi
dell’altura — raggiungono la estremità occidentale. Quivi il

masso calcareo si alza alquanto sul terreno sottostante e,
girando verso la fronte meridionale, il ciglio roccioso e con
esso le mura soprastano alla via S. Pietro Martire, finchè —
giunta all incrocio di Via Roma — roccia e cinta toccano il
livello superiore del terrapieno. Ad ovest del quale, il muro —
seguendo la roccia — si alza sulla sottostante Via della Pel-
licceria, fino a raggiungerne la estremità orientale. La vec-
chia cerchia era coronata e resa più forte da numerosi tor-
rioni, che nel lato settentrionale ci appaiono distribuiti al-
l intervallo di un 40 metri. Costruzioni simili dovevano es-
sere lungo il lato meridionale, ove ne restano visibilissime
tracce dietro la chiesetta di S. Giorgio. Questa cinta ci si
presenta con tre comunicazioni: ad oriente aprivasi la Porta
Interocrina, da cui partiva la strada per Antrodoco e per
l'Abruzzo ; ad occidente, dalla porta chiamata Cinzola, usciva
la principale via di comunicazione con il nord e con il
nord-ovest; a sud — sull’alto del terrapieno — si apriva
la Porta Romana, che accoglieva l'antica Via Salaria o Ro-
mana. A fianco delle porte, torri di guardia ne rafforza-







62 G. COLASANTI

vano la difesa. Entro questa cinta cominciò il primo sviluppo
della vita comunale, e sul numero delle porte antiche si
fondó il numero dei sestieri (due per porta, uno fuori e l'al-
tro dentro); della vecchia linea murale si mantenne, nel
nome dei sestieri stessi, chiaro ricordo.

Giunti a questo punto, una domanda ci si affaccia alla
mente: questa cinta cittadina in quale relazione si trova

con la cinta classica ? Corrispondono le due, oppure qualche

divario vi ha tra esse? Le ragioni, che già invano tentarono
impedirci di risalire -— dai residui ancor oggi rimasti —
alle mura cittadine quali erano intorno al mille (guasti su-
biti, crolli, incendi ecc.), neppur ora riescono ad impedirci
di raggiungere la identità tra lo schema, da noi ricostruito,
e quello classico. Come per il tempo posteriore al mille,
anche per il tempo anteriore molte e diverse catastrofi, in
una regione tanto esposta a commozioni telluriche, han
potuto certamente rovinare in tutto o in parte la preesi-
stente costruzione murale, in seguito rinnovata. Ma tutto
ció non poté influjre sulla tradizione dello schema peri-
metrale, che, e per la natura del terreno su cui poggiava
(la linea della roccia era la sua naturale base) e per diverse
ragioni, provenienti dalla comodità di riedificare sulle fon-
damenta preesistenti, non subì alterazioni sostanziali. E pro-
prio dello schema perimetrale noi qui facciamo sopratutto
questione.

Alla identità, cui dianzi accennavamo, ci conduce tutta
una serie di altre ragioni. Anzitutto, la estensione del cir-
cuito murale da noi ricostruito (circa m. 1380) concorda per-
fettamente con il concetto che possiamo farci dell’ antica
Reate. In una regione che, avanti la conquista di Roma, fu
molto povera di città ed in genere ebbe pochi centri che
si elevassero al di sopra della mediocrità (NISSEN, Jt. Land.,

REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA. ECC. 63

IL, pag. 26-38), una cinta urbana di poco più di km. 1,3 sta
completamente a posto. Tanto più che Reate non assurse
‘mai a grande notorietà cittadina, ed agli occhi degli antichi
geografi apparve come un modesto centro di assai limitata
importanza. Se si toglie la notorietà di Reate come centro
aborigeno (1), la nostra città trova quasi sempre menzione
presso gli scrittori classici solo in quanto essi parlano del

suo ubertosissimo agro (2); i pochi altri speciali accenni
alla città, non significano nulla per la sua importanza (3).
Chè anzi — tra il silenzio di qualche geografo (4) — Stra-
bone parla di Reate come di un oscuro centro, impoverito
dalle lunghe guerre (5). Siamo dunque di fronte ad una città
di ultimo ordine, incomparabilmente più piccola delle città
italiote e delle etrfische, e perfino delle stesse colonie come

Signia, Cosa, Saepinum, che pure erano di una modesta pe-
riferia murale (6). Inoltre, la documentazione ci fa seguire
questa cerchia fino ai primi secoli del medio evo, alle porte
del mondo classico quando — per un gran numero di città
italiane — il tradizionale schema murale era ancora ben
lungi dall'essere alterato da quel fenomeno di risorgimento
cittadino, che ebbe luogo soltanto parecchi secoli dopo. Del
mondo classico noi troviamo diverse eloquenti tracce lungo

(1) DioNvs. I, 14-16 ; II, 49. — Vann., d. 1. 0, V, 583, ecc.

(2) PLIN., N. H., II, 62; 94, 103; VIII, 42, 43; IX, 50; XXXI, 2 ecc. — Vann., d.
V. C, V, 71; d. v. r., I, 7, 14; II, 1, 6, 8; III, 2 ecc. — SERV., Ad Aen., VII, 517, 657,
712. .— CoLuM. d. r. r., VIII, 16 — FEST. S. V. R0sea. — OBSEQ., 1, 5, 15, 120.

(3) Crc., Ad Attic., IV, 15, 5. — PLIN., N. H., III, 12. -— VARR., d. r. v., III, 1, 2.
— SIL. Ir., VIII, 414 417. — SvkT., Vesp., 2, |. — OBsEQ., 59; Steph. Bys., S. v. "PeXxtov.

(4) Tolomeo, che nei dintorni conosce Spoleto, Mevania, Narni ecc. (III, 1
46-47) e tra i Sabini conosce Novpoia (III. 1, 43), non fa cenno di Reate.

,

(5) Eafivot ... móAsu, 9 Exyoootw diifag xail Tetarewvmpevas dà Toùs cu-
Vexstc moAépouc, ’Apnitepvov xai "Pe&te (V, 3, pag. 228).

(6) Fra le città italiche Posidonia, che era tra le minori, aveva un circuito
di km. 4,9; più a nord, Surrentum raggiungeva i km. 2; tra gli etruschi, Popolunia
misurava km. 2, 5 di perimetro ed era tra le minori città. La stessa Fundi raggiun-
geva km. 1,7, ed i perimetri di Cosa (km. 1,47) di Tarracina (km. 1,5) e di Saepinum
(km. 1,5) che pure son» i più vicini al perimetro reatino, si mostrano tuttavia ad
esso un po’ superiori. (Cfr. NISSEN, Ital. Landesk., II, 1, 36 e segg.)

















64 G. COLASANTI



la cerchia. stessa, nelle denominazioni delle vecchie porte
cittadine; e la possibilità di ritenere la nostra cinta spostata
di fronte alla linea della cinta classica (di cui quella
avrebbe conservate le denominazioni delle porte e le altre
particolarità), ci è contrastata dalla difficoltà di cercare al-
trove la presunta linea di questa antica cerchia. Si abbia
ben presente la configurazione dell’altura, su cui era la città
medievale, con i suoi fianchi più o meno scoscesi e con la
sua limitata larghezza (in media un 150 m.): il ciglio ed i
speroni del masso roccioso dovettero rappresentare l'unica
supponibile linea delle mura in ogni tempo, e fino da
quando la città fu' limitata sulla roccia stessa. Porre una
cinta più in su di quella medioevale, cioé entro l'ambito di
quest’ultima, appare estremamente difficoltoso, poichè restrin-
geremmo di soverchio la superficie dell'urbe e ravvicine-
le due linee laterali



remmo — fin quasi a farle toccare
della cinta. Cercarla più giù, cioè fuori della cerchia ri-
costruita, verso il basso, è pressochè impossibile, data la
conformazione del terreno: sia nel lato meridionale che
in tutti gli altri, scenderemmo completamente a livello del
terreno piano all'intorno. Difficoltà resa ancora piü forte
dal fatto che, nel lato meridionale — ove ai piedi della
roccia giungeva l’allagamento del fiume e, prima del pro-
sciugamento, arrivavano gli impaludamenti — le mura sa-
rebbero dovute sorgere in un terreno occupato dalle acque.
Bene inteso, che di queste ipotetiche linee perimetrali noi
non abbiamo documento alcuno, né traccia di sorta: il che
non é poco. Non resta che scartare ogni idea di sostanziale
divario fra i due schemi perimetrali, e vedere nelle cadenti
mura reatine, allo spirare del primo millennio dell' Era vol-
gare, la continuazione del perimetro classico, rimasto —
fino a tempo inoltrato — come ultimo segnacolo di un
mondo scomparso.

A questi argomenti fa eco la completa mancanza di ac-
certati residui archeologici, che in qualche modo potessero

REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 65

riferirsi ad un antico abitato cittadino nelle zone basse, fuori

della cinta medievale.

Nella prima nostra zona di ricerca, incontriamo — nel
punto estremo, ad est — la Porta d’Arce, che — come ac-
cennammo — continua col suo nome un'antica tradizione
toponomastica. Questo nome lo incontriamo per tutto il me-
dioevo, ed i documenti ad esso relativi — che già abbiamo
riportati — ce lo danno sotto la forma ad Arci (1); ad Arces (2);
Arci (3). La sua dichiarazione? Poichè nel Regesto farfense
simili denominazioni si riferiscono sempre e chiaramente a
rocche o castelli (4), egual riferimento a prima vista noi do-
vremmo dare a questo nome, e cercare, in quei dintorni,
una rócca od un vecchio castello da cui esso possa essere
derivato. »,

La conformazione del terreno, nella zona in eui siamo,
non puó farci pensare che al sito dirimpetto all'attuale Porta,
nella Collina del Principe Potenziani, o al sito entro di essa
sull’alto della città (di rocche, tra la’ Porta d'Arce e la col-
lina, in cui Rieti sorgeva, non è neppure il caso di parlare,
mancando noi di qualsiasi accenno). Nel primo posto e sugli
adiacenti speroni, nessun documento ci indica ròcca alcuna,
e la stessa locale tradizione é al riguardo completamente ne
gativa. E poichè — dato il continuo riferimento delle nostre
varie fonti a questa località — un cenno a questo castello

"

(1) Reg. di Farfa, II, 120 ad ann. 786; Reg. di Farfa, II, 214 ad ann. 824; Cfr.
GALLETTI, Memorie ecc., pag. 85.

(2) Reg. di Farfa, II, 200 ad ann. 820; GALLETTI, Memorie ecc., pag. 80-81.

(3) < Unde in cambio recepi ... terram vestram quam habuistis foris civitatem
reatinam foris portam quae dicitur interocrinam in loco qui dicitur arci » (Reg. di
Farfa, III, 28 ad ann. 878).

(4) « Casales de iohanne de nazano, ubi est castellum quod dicitur arci » cosi in
una carta di donazione del 1059 (Reg. dé Farfa, IV, 296). — « ... praedictus abbas ac-
quisivit locum in quo olim aedificatum fuerat castrum, et nomen loci dicitur arce »
in un atto di investitura di Niccolò IV, del 1060 (Reg. di Farfa, IV, 300). — « Idest
totum castellum quod vocatur arci » in un atto di refutazione a Farfa, dell’anno 1062
(Reg. di Farfa, IV, 209; riportato anche altrove, IV, 295). Tralasciamo per brevità
altri numerosi accenni dello stesso genere, sparsi nel Regesto medesimo.























































66 G. COLASANTI

sarebbe pur giusto attenderselo, non resta che pensare al
secondo sito, cioè all’altura su cui sorgeva il vecchio abitato,
escludendo tutta la zona bassa fino ai piedi della vecchia cinta
reatina. Di ciò meglio parleremo a suo luogo, allorchè espor-
remo la nostra idea sulla origine di questa denominazione.
Gli scrittori locali non si curarono di far tante determina.
Zioni, anche perché non conobbero i relativi documenti: essi
riferirono la denominazione ad wn'antica vrócca, cioó ad una

fortezza situata a Porta d' Arce, ove trovavano — a loro giu-
dizio — il ricordo onomastico della presunta costruzione, ed

ove avevano già estesa l'antica città. Le prove? Ma ció per
i nostri autori era il compito minore: poiché arce viene da
ari, nome classico, questo vocabolo stesso doveva giustifi-
care sufficientemente la ipotesi: tanto più che le costruzioni
medievali della torre sulla porta — erroneamente credute
antiche — avvaloravano sempre piü tali concetti. Ed infatti,
così sembra pensare Pompeo Angelotti, il quale — dopo la
menzione di Porta d'Arce — nota solo che essa é « chia.
mata da una ben munita fortezza ivi anticamente fondata » (1).
Loreto Mattei ha voluto andare piü innanzi. Egli conosce il
seguente titolo epigrafico: T. Fundilio. Gemino | VI. vir. aug.
mag. IIII | augustales | patrono. et. quinq. perpetuo | optime. me-
rito | hic. arcae. augustalium. se. vivo | h.s. XX. dedit. ut. ex.
reditu. eius. summae | die. natali. suo IIII. k. febr | praesentes.
vescerentur | et. ob. dedicationem. statuae | decurionib. et. seviris.
et. iuvenib. sportulas | et. populo. epulum. et oleum | eadem. dic.
dedit. (2), che interpetra in una maniera veramente curiosa.
In esso, arcae gli parla senz'altro dell'antica rocca, cioé della
« corte di residenza dei decurioni e sei viri Augustali » (3);
e poichè la iscrizione parla di sportule, di banchetto e di oglio,
il Mattei trova la documentazione di tutto ciò. Infatti « non

(1) Descrittione ecc., p. 46-49. L'A. non adduce però alcuna prova.
(2) MICHAELI, I, 119; C. I. L., IX, 4691.
(2) Erario Reatino ecc., c. 80-82.

REATE, RICERCHE DI TO OGRAFIA, ECC. 67

« lungi, per un diverticolo a sinistra alquanto declive verso il
« fiume, era un luogo di delizie detto anche hoggi Porto Venere,
« dove anticamente facevasi il detto Convito Popolare chia-
". mato Magnum Epulum come nell’ ultime parole della sud-

« detta iscrittione .... donde resta ancora il nome nel basso

« della contrada, detta il Pozzo di Magno epulo » (1)!!! Tutto
questo gli serve per attestare e confermare che, presso la

« prima Porta verso il Regno (cioè Porta d’ Arce) .... all’ uso
antico era la Rocca e corte di residenza dei Decurioni e sei
viri Augustali » (2). Documentata cosi la sua « rocca », egli
— ne fornisce altre prove ed altri particolari. Questa « rocca »
‘0 « torre » era — presso la località di Magno epulo o Porto

Venere — nel sito che doveva dirsi Porta Arcis: antica de-
mnominazione di efi « resta fino al dì d’ hoggi nella nostra
« locution vernacola intiero e quasi puro il nome Porta

‘« Arce » (3). Di più: la chiesa del Suffragio, addossata alla
Porta d'Arce, appare essere stata fabbricata sopra alcune
rovine, le quali — poichè in detta chiesa si trova « una
cappella dedicata a S. Leonardo, avvocato delle prigioni » (4)
— debbono essere rovine di un antico carcere. La presenza
di questo carcere, viene a confermarci che qui abbiamo a che
fare con un’antica rocca, il cui fondo — come accade — è
riserbato alle prigioni! Ecco le testuali parole del Mattei:
« Il resto maggiormente si conferma dall'esserci state (come

« si usa nel fondo delle Rocche) le pubbliche carcere, le cui

« vestigie si vedono benissimo nella sacrestia della Chiesa

« del Suffragio, novamente in bella forma sopra rifabbrica-

« taci, con cappella dedicata a S. Leonardo avvocato delle

« prigioni » (5)!!
Tutto questo strano miscuglio di falsi apprezzamenti e

(1) Erario Reatino ecc., c. 8l.
(2) Erario Reatino ecc., c. 80-82.
(38) Erario Reatino ecc., c. 80 82.
(4) Erario Reatino acc., c. 81.
(5) Ms. cit., c. cit.















68 G. COLASANTI

di conclusioni sbagliate ha forse -bisogno di essere coufutato?
È evidente che nessun nesso topografico può mai legare la
Porta d’Arce alla riportata epigrafe, la quale sarebbe stata
veduta e copiata « apud Reatem vetustissimam civitatem in
foro, in lapide » (1); che nessun nesso può esistere tra arce,
che viene da arc, come lo stesso Mattei riconosce, e arcae
che viene da arca; che nessun legame intercede tra epulum,
della falsa epigrafe, e Magno epulo, denominazione che sarà
esistita al tempo del Mattei, ma che — allo stato della que-
stione — non ha diritto ad alcuna derivazione storica nel
senso classico della parola, e molto meno alla derivazione
pretesa dal Mattei. Lo stesso dicasi per la denominazione
di Porto Venere. Senonchè, il Mattei parla di resti antichi, da
lui osservati; e di fronte a questo, che potrebbe sembrare
un dato di fatto assai importante, qualcuno potrebbe aprir
l'animo ad un sentimento di credulità. Premettiamo che noi
non possiamo esercitare in proposito alcun controllo di fatto,
poichè nè dentro la sacrestia della chiesa del Suffragio, nè
nelle adiacenze esistono oggi resti o tracce di vecchie co-
struzioni. La sacrestia in parola è una stanza di forma ret
tangolare, dalle pareti ricoperte di intonaco, sotto il quale
coloro, che da tempo praticano per ragioni di servizio tutto
il fabbricato, non ricordano la presenza di vecchie co-
struzioni. D' altra parte, l aspetto delle mura odierne è
tale, che non permette risalire a vecchi residui murali,

addosso a cui potessero essere state costruite le nuove mura.

Non resta, quindi, che fondarsi unicamente sulle parole del
Mattei, tanto più che gli altri scrittori locali, e il Latini
tra essi (2), non conoscono nè parlano affatto di queste anti-
che costruzioni. Ridotta la questione a tal punto, tutta una
serie di considerazioni ci si para innanzi. Anzitutto, la nessuna
conoscenza che noi abbiamo, per fonti sicure, della esistenza

(1) Ap. MICHAELI, I, pag. 120.
(2) Memorie ecc., IV, ec. XVIII, passim.

REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 69

di una torre o di vecchie costruzioni in questo sito; la spiega-
zione diversa che noi adduciamo del nome Arce; ed infine il
poco valore che per noi ha, in genere, Loreto Mattei come
storico e come archeologo. Non possiamo, infatti, dimenticare
che — tra gli scrittori locali — il nostro è quello, che più si
abbandona ai voli di una fantasia sbrigliatissima; egli vede e
sogna ruderi ovunque, anche dove non ce’ è neppur l ombra
della realtà. Tanto che le sue parole, al riguardo, non otten-
gono fede neppure tra gli altri scrittori municipali, qualcuno
dei quali si domanda spesso dove mai il Mattei sia andato a

scavare simili notizie (1). Vogliamo, dopo ciò, continuare a
giurare nel verbo del Mattei? Per lo meno, è imprudente.

Si noti, del resto, che, anche a ritenere la esistenza in questo
sito di ruderi freramente antichi; ed anche quando si fosse
riusciti ad identificarli come residui di una antica torre, tutto
ció non pregiudicherebbe affatto lo scopo cui noi miriamo:
giacché resterebbe sempre a provare che tali ruderi e questa
torre possano essere riportati all'antico abitato cittadino vero
e proprio. Prova non consentita dai numerosi ed espliciti do-
cumenti,che al riguardo noi abbiamo già addotti e discussi.
In tutta la questione sulle riferite parole del Mattei, la no-
stra personale convinzione é che — nei ruderi di cui il pre-
detto scrittore fa parola — vadano vedute vecchie costru-
zioni di età a noi vicina, di cui qualche traccia lì presso
si osserva, e che in migliore stato dovevano trovarsi forse al
tempo del Mattei. Il quale, quindi, vide in sostanza qual-
cosa di vecchio e — caldo di iperbolico amore per l'anti-
chità — non si peritò di elevare qualche pezzo di muro an-
nerito all’onore di un antico rudero perimetrale.

Non sappiamo se queste idee, dal Mattei esposte nel suo
ms., fossero note al Latini; il quale, però, attinse sicuramente
dall'Angelotti la notizia intorno a questa ipotetica antic:
torre. « Porta d'Arci — egli scrive — vien chiamata d'Arci

(1) Il LATINI, ad esempio ; ms. cit., fasc. III, c. XVI.

















70 G. COLASANTI

perchè ivi anticamente era fondata una ben munita Rocca,
detta in latino Arx, arcis » (1); ove la espressione « una ben
munita Rocca », confrontata con l’altra dell’Angelotti « una
ben munita fortezza » (2), fa chiara fede del nesso di dipen-
denza che tra i due autori in questo punto intercede. E poichè
— come altrove abbiamo già accennato — egli aveva, di-
rettamente o indirettamente, una qualche conoscenza di
documenti medievali, e tra questi degli Statuti di Rieti, volle
ritrovare un ricordo di questa antica rocca là dove gli Sta-
tuti parlano della torre cittadina, posta a guardia di Porta
d’Arce. « Dell’antica rocca — dice il Latini — non rimase
che una Torre quadrata. Di essa si fa menzione nello Sta-
tuto Reatino ecc. » (3). Il passo, cui il Latini si riferisce, è
una prescrizione circa la guardia da esercitarsi alle torri di
Ponte e di Porta d'Arce (4) Come si vede, il nostro A.
non conosce neppure lontanamente i resti antichi ed i ru-
deri di cui parla il Mattei; e l'unica conferma della sua
idea la trova in notizie non di carattere archeologico, che
però non sono meno infondate di quelle addotte dal Mat-
tei. Anche a questo riguardo ritorna in vista il solito ab- .
baglio del Latini, il quale — non conoscendo il problema
topografico medievale nè i documenti relativi — non travide
tutto lo spazio che intercedeva tra la città del tempo dello
Statuto e l' antica Reate. Quindi è che ricollegò questi do-
cumenti medievali al mondo antico, ammettendo così una
corrispondenza tra la città del secolo XIV e la città clas-
sica, che in realtà non può ritenersi. Errore, da cui non riuscì
a sottrarsi neppure con l'esame della costruzione: poiché la
sua imperizia archeologica gli fece qui — come altrove per

(1) Memorie ecc , fasc. IV, c. XVIII.
(2) Descrittione ecc., pag. 46-49.

(3) Memorie ecc., fasc. IV, cap. XVIII.
(4) Stat., III, 97. ;
































REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 71

la cerchia cittadina (1) — ritenere antiche delle costruzioni , >
a piccoli blocchi squadrati, così caratteristici delle fabbriche
medievali. Naturalmente — dato anche che il Latini avesse
fondata la sua ipotesi su ragioni più valide, e che inesplica-
bilmente avesse taciute — resterebbe sempre a vedere se la
torre della città medievale, continuante la ipotetica antica
rocca, provi come l’ antico abitato cittadino si fosse esteso
fino a questo punto.

Qualcosa di simile alla congerie di ipotesi create sul nome
di Porta d’Arce, sono le stranezze messe fuori intorno al
nome di Porta Carana. Si ricordi la ubicazione di quest’ ul-
"tima denominazione, presso l'incrocio di Via di Porta Conca
con Via Garibaldi.. Gli scrittori locali, non avendo cogni-
zione esatta dell’ antico schema perimetrale nè della origine
e del susseguirsi delle denominazioni di questa porta, ten-
tarono unà spiegazione con un nome « Hercolana », dato alla
porta e che si fece poi risalire ad un, tempio di Ercole, esi-
stente in questa località. Già Mariano Vittori — ignaro della



. dichiarazione onomastica di Porta Accarana, e conoscendo
da qualche iscrizione un culto di Ercole praticato in Rieti —
affacció l'ipotesi che la Porta orientale fosse stata dedicata
ad Ercole, da eui sarebbe derivata la denominazione popo-
lare: « Extat adhuc Reati vetustissima quaedam Urbis porta,
quam Cives nescio quas interea miscentes fabulas Accaranam
vocant. Nos Hereulanam .. putamus. Hanc nostram senten-
tiam veram esse Herculis cultus, quo illi Reatini impende-
bant, haud parum monstrant. Colebatur enim in Urbe veluti
auctor quidam et conditor ... Cuius rei memoria ad huc extat,
marmore quodam in templo D. Mariae etc. » (2). Ma questa
ipotesi si mostra in se stessa poco salda. In realtà, noi ab-
biamo una iscrizione reatina, in cui si allude ad un culto

(1) Le mura perimetrali di costruzione medievale furono dal LaTINI credute
< preziosi avanzi di muro, costrutto secondo il gusto dei Tempi Romani » Memorie
ecc., fasc. IV, cap. X.

(2) Ms. cit., c. 115.













19 G. COLASANTI

di Ercole (1); ma di essa — nota fin dal secolo XV (2) ed
indicataci in una località, in cui in seguito altri la videro (3)
-- non conosciamo affatto il luogo di origine. Al tempo del
Vittori era in templo D. Mariae; ma era stata raccolta entro
la città o fuori? Ad ogni modo, anche riportando questa epi-
grafe dentro il circuito dell’ antica città, a chi basterebbe
l'animo di stabilire solo in base ad essa — un nesso tra
Ercole ed il nome della porta orientale, pur tacendo i docu-
menti che a suo tempo noi esponemmo e che ci fecero vedere
del nome Accarana una origine tutta medievale e tutta locale,
senza relazione alcuna con il mondo antico? Il Vittori aveva
parlato solo di un ravvicinamento onomastico, in base al culto
del dio: ben presto, però, la sua idea venne modificata. Circa
un secolo dopo, Pompeo Angelotti accettava anch'egli la spie-
gazione onomastica proposta dal Vittori; ma trovava modo di
aggiungere molto del suo. La contrada Acarana sarebbe stata,
così, chiamata anticamente Ercolana « per lo tempio d’Her-
cole ch’ ivi superbamente sorgeva » (4)! Quali fossero queste

rovine, su cui l'ipotesi era basata, l'Angelotti non dice espli-
citamente. Caso mai egli avesse inteso riferirsi ai resti del-

l'antica torre, che sorgeva presso la Porta Interocrina, il suo
apprezzamento sarebbe completamente errato, dopo quanto
abbiamo veduto su questa costruzione, che non ha nulla a
che vedere con un tempio. Quasi sicuramente, però, il riferi-
mento delle parole dell’Angelotti viene fuori da uno scrittore
posteriore, il quale raccolse la determinazione che la eru-
dizione locale faceva di questo tempio di Ercole: « Circa il
tempio di Ercole presso porta Accarana — scrive il Guat-

(1) « Loc | cultorum | herculis. res | sub. quadriga | in. f. p. XXX|in. agr. p.
XXV | huic. loco|q. octavius. Commun |t. fundilius. quartio | in. fr. p. XIIII. in.
agro. p. XXV | donaverunt » C. I. L., IX, 4673; ap. MICHAELI, I, 94.

(2) C. I. L., IX, pag. 442.

(3) Pomponio Leto, a cui rimonta questa epigrafe, insieme ad un'altra della
silloge Vallicelliana (C. I. L, IX, pag. 439), la vide « a;ud aedem primariam virgi- |
nis ». Indicazioni simili si hanno presso gli altri scrittori (C. I. L., p. 442).

(5) Descrittione ecc., pag. 46-49.

REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC.

tani — alla Chiesa di S. Giovanni di Dio rimangono delle
grandi pietre insieme unite, in una delle quali, in caratteri
romani, è scritto C. CATULUS » (1). S. Giovanni di Dio è il
moderno titolo dell'antica chiesa di S. Antonio Abbate; resta
quindi facile identificare i resti — cui allude il Guattani E
nella costruzione a blocchi parallelepipedi, di fronte quasi
alla predetta chiesa. Tale identificazione fu comunicata al
nostro autore da un erudito locale, Luigi Schenardi, il quale
nel suo scritto sulle Antiche Lapidi Reatine, pubblicato a di-
stanza di un anno (1829) dall'opera del Guattani, esponeva
con ogni particolare lo stesso concetto. Dopo aver detto che
‘ la iscrizione IX, 4673 indica il « sepolcreto delle persone
addette al tempio di Ercole in Rieti », egli aggiunge : « Questo
tempio d’Ercole era in Rieti situato nella parte inferiore
della città, che riguarda il Settentrione, nel pendio della
Collina, presso la porta Erculanea, oggi corrottamente chia-
mata Accarana, dove appunto era fama ch’ Ercole entrasse
in Rieti trionfalmente sulla quadriga .. Di questo tempio
anche al presente si osservano i ruderi incontro alla Chiesa
di S. Giovanni di Dio, e dalle pietre d’antica opera Romana;
parte delle quali hanno sofferto l'azione del fuoco, ben si
puó rilevare la magnificenza di quella fabbrica. In una di
queste pietre si legge C. Catulus, il quale per avventura
avrà fatto fabbricare, o almeno ristaurare il tempio » (2).
Senonchè detta costruzione — che, come vedemmo, costi-
tuisce la parte inferiore di un torrione di cinta addossato ai
resti di un tratto delle vecchie mura — non può neppure
lontanamente far pensare a questo ipotetico tempio; del
quale — adunque — non abbiamo documento alcuno. Di
questa idea, del resto, fu anche qualche scrittore locale il

quale, pur concludendo — in base al documento epigrafico
— che Ercole aveva in Rieti « non un solo ma forse più

(1) Monumenti Sabini ecc., II, pag. 285.
(2) Antiche Lapidi ecc., pag. 85.

E

7 rta















44 G. COLASANTI

tempj » (1), dichiarò tuttavia di non poter determinare « in
qual luogo poi esistesse il tempio di Ercole », ritenendo
senz'altro « debole » la congettura di tutti gli scrittori pre-
cedenti (2).

Ma le deduzioni, tirate dalla nostra epigrafe, non finirono
qui. Nella iscrizione si parla di una « quadriga » che —
secondo lo Schenardi — trovavasi sul tempio (3), rispetto
al quale « il campo posto sotto .... », là dove è oggidi
Porta Conca, è ben naturale che si chiamasse sub quadriga.
Quindi il luogo assegnato al sepolcreto delle persone ad-
dette al culto del dio, va ricercato « nel campo inferiore
al colle, ov’ era situato il tempio, sul quale esisteva la qua-
driga, cioè presso Porta Conca » (4). Poichè di tutto ciò lo
Schenardi non adduce prova alcuna; e poichè unica sua
base resta la interpretazione della epigrafe, fondata sulla
falsa identificazione del tempio d’Ercole, ogni suo concetto è
privo di veridicità.

Di altri antichi resti parlano confusamente gli scrittori
locali, nei pressi del supposto tempio d’Ercole. Già lo stesso
Schenardi aveva fatta menzione di qualche rudero murale,
esistente presso la chiesa di S. Agostino — e creduto niente-
meno che residuo dei fienili e delle scuderie di Vespasiano :
«... precisamente dov'è oggidi S. Agostino, v’erano anticamente
i fenili e le scuderie di Vespasiano, come si raccoglie da qual-
che antica scritttura esistente nell'Archivio di quegli ottimi
Religiosi » (5). A parte il riferimento che si fa di simili co-

struzioni, fondandosi unicamente su documenti oscuri, la esi-
stenza di ruderi in questa località ci é attestata anche da

(1) LATINI, Memorte eco., fasc. III, cap. XVI.

(2) Ms. cit., l. c.: « Ognuno vede però quanto sia debole questa congettura ».
Altri, come il Mattei ed il Gori, posero in luoghi diversi questo tempio! Di ciò ve-
dremo a suo tempo.

(3) Antiche lapidi ecc., pag. 85.

(4) Antiche lapidi ecc., pag. 86.

(5) Antiche lapidi ecc., pag. 86, not. 1.







REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 15



testimonianze posteriori, le quali parlano di « mura antiche »
su cui poggerebbe la fabbrica del Convitto Comunale (1).
Altre informi tracce di vecchie costruzioni si osservano an-
cora sotto il Monastero di S. Paolo, ove noi stessi abbiamo
esaminata qualche residuo di reticolato. Similmente, sotto le
case adiacenti a S. Paolo, verso il 1900 vennero scoperte
« varie arcate laterizie con mattoni, messi a coltello, alti
m. 0,60 X 0,60 », ed in esse furono raccolti « molti lumi di
terracotta, monete di bronzo, frammenti di sculture » (2).

Identiche costruzioni ad arco esisterebbero — a quanto si
asserisce — sotto le fabbriche ad oriente di S. Paolo, fin

. presso l'Ospedale e presso la chiesa di S. Giovanni di Dio:
di fronte alla robusta costruzione a blocchi perimetrali sotto
l'Ospedale, fra stata rinvenuta una « piccola statua di marmo
lunense », mentre altre erme si credevano rinvenute tra le
arcate di laterizi, di cui abbiamo parlato (3). Le grandi co-
struzioni sotto l'Ospedale, di cui non si conobbe la vera
essenza di mura perimetrali; le costruzioni a mattoni, le
erme, fa conformazione del terreno, la tradizione locale con-
corsero a far vedere in tutto ciò i residui di un « teatro,
collocato in luogo dove gli spettatori potevano godere un
incantevole panorama di pianure, di colline e di eccelsi
monti » (4). Ma il teatro non segnò l’ultima tappa in questa
via di creazione! C'erano i resti presso la chiesa di S. Ago-
stino: con i quali e con i ruderi nei fianchi della collina di
fronte, si fece un anfiteatro romano che dall'ospedale andava
fino a S. Paolo, e si estendeva di qui fino a S. Agostino. Le
costruzioni sotto S. Paolo non sarebbero che i residui di
« gradinate » ; mentre il vicino nome della Piazza del Leone,
detta così « probabilmente per qualche simulacro di detta

(1) Cfr. La Buona Parola, Giornale di Rieti, anno I, n. 13; 26 sett. 1909.
(2) Gonr, in Vita Sabina ecc., anno II, n. 5, Rieti, giugno 1900.

(3) Vita Sabina ecc., l. c., p. c.
(4) Vita Sabina ecc., l. c., p. c.



















































































76 G. COLASANTI



belva che di preferenza era scolpita negli anfiteatri », sarebbe
il documento toponomastico di questo anfiteatro (1).

Tutto quanto abbiamo riferito si deve al solito ad una
non metodica conclusione, desunta da cose spesso inesistenti o
da falsi apprezzamenti di resti di costruzioni: documenti veri
e propri fan difetto ai formulatori di queste opinioni. I re-
sidui sotto l'Ospedale sono residui perimetrali (materiale an-
tico posteriormente rifatto) e non han nulla a che vedere
con un teatro; quest’ ultimo, quindi, si dovrebbe restringere e
limitare ai residui sotto il monastero di S. Paolo e sotto
le case adiacenti. Sotto S. Paolo, la presenza del tratto di
parete reticolata potrebbe anche far risalire ad una costruzione
antica nel senso vero e proprio della parola; ma nè essa, nè
qualche altro informe tratto di costruzione adiacente parlano
affatto di un teatro, per il quale in verità occorrerebbero
documenti ed indicazioni ben più chiari ed evidenti. Lo stesso
dicasi delle « arcate a mattoni », scavate di fronte a S. Paolo:
per le quali abbiamo anche la maggiore difficoltà di trovarci
in un punto, posto entro la vecchia cerchia da noi già rico-
struita.. Può ben trattarsi di altro edificio, contro il quale in
fin dei conti non stanno neppure le nominate erme, di cui
peraltro il luogo di provenienza non è affatto accertato (2).

Con il teatro, cade anche la ipotesi dell’ anfiteatro, che
— del resto — non verrebbe a contrastare con la linea da noi
assegnata alle mura da questa parte, fuori delle quali l'anfi-
teatro si sarebbe dovuto trovare. Anche qui ricorre — ci.
sembra — il solito affrettato apprezzamento dei ruderi presso
S. Agostino: i quali — anche se riferiti a costruzioni antiche —
non parlano certo di questo anfiteatro, che la stessa storio-
| grafia locale ba situato in altra direzione. Di questi ruderi,
le fonti locali danno — come abbiamo accennato — un di-




(1) Tutto ne La Buona Parola, anno I, n. 13, Rieti 26 sett. 1909.
(2) Il GORI stesso dice « sé credono trovate nei fondamenti ecc. », Vita Sabina,
TIL D.





REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. TI

verso riferimento (i fienili di Vespasiano), ed a suffragio della
ipotesi dell'anfiteatro non è il caso di invocare il nome della
limitrofa piazza. Su questa speciale questione onomastica,
nulla di veramente sicuro noi conosciamo. Da una « mar-
morea figura » di leone, che si trovava nella fontana di detta
piazza ancora al tempo dell'Angelotti (1), noi potremmo pur
ritenere originato il nome alla piazza stessa, che peró é as-
sai antico (2); ma. nulla finora ci autorizza a riportare ad
un anfiteatro il simulacro stesso, che noi non conosciamo e
che potrebbe avere un diverso riferimento.

Ridottici cosi all' accertamento della esistenza di semplici
residui di costruzioni, lungo e fuori la linea perimetrale da
noi ricostruita, anche a considerarli come ruderi antichi
nel senso Aero e proprio della parola, non desumiamo da
essi la prova di un antico abitato cittadino fuori dei limiti
da noi tracciati alla cinta. Riprova, questa, del valore di

quelle indicazioni e di quei documenti di cui, nella ricerca

perimetrale in questo punto, ci siamo serviti.

Di altri antichi resti — meno significanti dei precedenti
nei riguardi dell’ abitato antico — abbiamo notizia presso le
fonti locali.

Dall’ Angelotti sappiamo che « nella Contrada Acca-
rana » (3) « .. in humil base vedesi una statova di marmo,
stimata, peró anticamente eretta al Padre della Romana Elo-
quenza per gratitudine del Patrocinio prestato a’ Reatini
contro Terni, nella causa... delle Marmore avant'il console et
i dieci Legati » (4). Notizia che, con minor fantasia e con
maggiori indicazioni topografiche, abbiamo nel Latini; ai suoi

(1) Descrittione ecc., pag. 46.

(2) Si ricordino i numerosi accenni che se ne hanno negli Statuti della città.

(3) Descrittione ecc., pag. 46-49.

(4) Alla stessa località si riferisce il GUATTANI (Mon. Sabini ecc., II, 285):
« Nella via urbica che conduce a porta Accarana sta ancora in piedi una statua
togata ... Si chiama la statua Marmo Cibocco, perché posta lungo la casa di un’an-
tica famiglia estinta chiamata Cibocchi ».
































































78 G. COLASANTI

tempi questa statua vedevasi « poggiata sulla via detta di
Porta Accarana, addosso ad un accasamento che una volta
fu dei Signori Cibocchi, famiglia estinta, ed ora spetta alla
Chiesa parrocchiale di S. Leopardo. Dal cognome della fa-
miglia Cibocchi, questa statua fu popolarmente ed è chiamata
Marmo Cibocco » (1). Era « una statua togata, mozza nelle
mani ed acefala...; e quel che più importa si è che, mancando
le mani e non le braccia, a bene osservarla sembra in at-
teggio di perorare. Si sa che di notte gli fu rapita la propria
testa... ed ora su quel gran masso di pietra vi è male inne-
stato un piccolo capo di pigmea figura » (2). Questa statua
si trova oggi nell'atrio del Convitto Comunale Maschile (3):




(1) Memorie ecc., fasc. III, cap. XVII.

(2) GUATTANI, op. cit., l. c. ; SCHENARDI, Antiche lapidi ecc., p. 54, not. 1.

(3) La statua é di marmo : alt. m. 0,70 x 0,50 (larghezza misurata alle spalle).
Riposa su di un piedistallo formato di un plinto basso e di una grande scotia. Rap
presenta una figura maschile. Poggia sulla gamba sinistra, con la destra in atto di
riposo, piegata leggermente indietro. Il braccio destro é scostato alquanto dal-
l'ascella, come in atto di gestire: il braccio sinistro, ripiegato, sostiene la toga.
Indossa una tunica con sopra un mantello che passa sotto il braccio destro e riposa
sulla spalla sinistra, ricadendo poi «dietro le spalle. I piedi mancano, come mancano
le mani. È curioso quanto la storiografia locale ha saputo trovare intorno a questo
muto simulacro. Poiché esisteva in Rieti « un piedistallo marmoreo, che fu casual-
mente trovato nel decorso secolo in uno scavo fatto nella via di Ponte » (LATINI,
ms. cit., fasc. III, c. XVII), nel cui « prospetto leggesi la seguente iscrizione intie-
ramente conservata: L. Oranio. L. Fil. » (LATINI, ms. cit , 1. c.) il LATINI credé dap-
prima che « la Statua di L. Oranio che venne sopra di esso collocata possa esser
quella la quale dicesi Marmo Cibocco (ms. cit., 1. c.). Ma in seguito — risaputosi che
con il piedistallo erano stati rinvenuti frammenti di una statua, abbandonò la sua
opinione (ms. cit., l. c.). Nella opinione già espressa dell'ANcELoTTI, che vide in
questo marmo la statua « eretta al Padre della Romana Eloquenza » (Descrittione ecc..
p. 46 49) amó restare il GUATTANI, ofmeglio il suo informatore, secondo il quale que-
Sta statua « per un'antica tradizione, sostenuta dalla piü forte veris. miglianza, viene
tenuta per una statua onoraria all'Orator Romano che patrotinò i Reatini ecc. »
(Monumenii Sabini ecc.. pag. 285). Il motivo di questa identificazione, però, va ri-
conosciuto in niente altro che nei noti passi ciceroniani, ove si fa menzione della
lite tra Terni e Rieti intorno al Velino, patrocinata da Cicerone (Cic., Pro Scauro,
12; ad Att., IV, 15, 5; VaRR., der. r., 2, 3). Ma in qual modo queste notizie possono
bastare per concludere che all’ oratore fu decretata u:Éa statua e soprattutto per
identificare questa ipotetica statua con il marmo Cibocco? Come si vede, il metodo
seguito dai nostri scrittori locali non si smentisce mai! I riferiti passi ciceroniani
sono serviti ad identificare la statua dell' oratore; e la statua — cosi identificata —
é servita a provare che i Reatini furono vincitori! Cosi il GUATTANI: « Ogni appa-

^





REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 79)

ma poichè di essa non conosciamo neppure il luogo ove sa-
rebbe venuta alla luce — essendo solo informati sul posto

in cui posteriormente si trovava — nessuna conseguenza può
derivarne per il nostro argomento: al quale, del resto, poco
o nulla potrebbe importare il fatto del rinvenimento di una
statua.

Le notizie intorno a vecchie costruzioni o a ruderi non
cessano qui. I documenti medievali, anteriori al mille, ci la-
sciano ricordo di antichi resti, esistenti in questa zona nel
piano, ad est ed ai piedi dell’ altura su cui trovasi oggi l’ a-
bitato centrale. In un atto dell’anno 952, Ildeprando e Be-
nedetto, reatini, ricevono con gli altri beni da Farfa una
terra posta in questa zona, in località ubi dicitur Banio ve.
tere, ed avelite a confini « ab uno 1. flumen Mellinum. Ab alio
terra hujus M. A capite terra filiorum Tacheprandi. A pede
haeredes teudemarii et consortum eorum » (1). Questa lo-
calità lungo il Velino ci è, dallo stesso documento, indicata
foris portam Interocrinam ; cioè — ricordando la identificazione
di quest’ultima nel punto di incrocio di Via di Porta Conca
con Via Garibaldi — ad est di questo punto: dal quale, per
tutto il piano, comincia il terreno in cui questo Banio Vetere
va ricercato. Ma all'infuori di queste determinazioni generali
(lungo il Velino, e fuori Porta Interocrina), non abbiamo altri
dati, che ci permettano una speciale identificazione della lo-
calità cercata: così che, questo Banio Vetere sarebbe potuto
trovarsi tanto presso l’altura ove era la porta, quanto lontano
da entrambe e fuori dei limiti dell’abitato odierno, oltre
Porta d’Arce. È chiaro, che in quest’ ultimo caso, ogni dubbio

renza giustifica il marmo per il simulacro di Cicerone ...; una statua onoraria a
quel gran patrocinatore de’ Reatini mi sembra capace o di sciogliere il dubbio sulla
vittoria, o di fare un'ottima scusa a chi crede che Rieti restasse vittoriosa nella
questione » (Monumenti Sabini ecc., vol. II, pag. 285, not. 1). Per il Marmo Cibocco
il GuaTTANI fu informato dallo Schenardi che'— l’anno seguente (1829) — pubbli-
cava gli stessi concetti (Antiche lapidi ecc., pag. 54, not. 1).

È (1) Reg. di Farfa, secondo la citazione del GALLETTI, Memorie ecc., p. 65; MI-

CHAELI, I, pag. 53, not. 2.







80 G. COLASANTI

che questo Banio Vetere potesse, in qualche modo, essere una
traccia dell'antico abitato cittadino esteso fino ad esso, cade
da se stesso; non potendo noi ritenere un abitato antico piü
esteso dell' abitato moderno. Nel primo caso, oceorrerebbe
sempre dimostrare che la esistenza di questo « bagno antico »
sotto la Porta Interocrina, cioè dentro la Porta d’Arce, si ri-
porti ad un antico abitato cittadino vero e proprio: conclusione
non consentitaci dai numerosi documenti che, a questo ri-
guardo, noi possediamo. Non possiamo, adunque, in modo al-
cuno valerci di questo documento, per stabilire una eccezione
alla tesi, che andiamo dimostrando, circa la mancanza di prove
intorno ad un antico abitato cittadino in questa zona bassa,
ad oriente.

Del pari indeterminato — e per il nostro scopo di nes-
sun valore — è l’accenno ad un muro antico, in una carta
farfense del 1073. Nella zona ad est della città medievale: e
sotto la sua cinta, si donava al monastero « terram cum ipso
molino... quod est positum ipsum molinum et ipsa res habens
fines lateribus suis: de uno latere via publica... de iij? latere

ipsum murum antiquum, a iiij? latere ipsum rivum antiquum,
eius vocabulum est Ossianum » (1). La generica indicazione
di questo Ossiano é — nel nostro documento — quella di foris

portam. interocrinam ; e poiché viene menzionata una vía pu-
blica ed un corso di acqua, sul quale detto mulino si trovava,
non potendo pensare al Velino — che il documento avrebbe
certamente menzionato, chiamandolo fiume e non rivo — la
prima e verosimile impressione è che qui si tratti di un
molino lungo il Cantaro e presso.la città: il muro antico era
li vicino. Senonchè, anche dando alla espressione foris por-
tam interocrinam un significato di vicinanza fra I antica porta
e questo mulino, due capitali quesiti resterebbero tuttora
insoluti:

(1) Reg. di Farfa, V, pag. 14.



REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 81

a) Questo muro antico va proprio ritenuto per un ru-
dero nel senso classico della parola?

b) In quest’ultimo caso, si tratta di un residuo del-
l'abitato cittadino vero e proprio, o di una qualsiasi costru-

zione extra-murale?

Le identiche conclusioni negative ci è dato raggiungere
per quanto riguarda la esistenza di resti antichi veri e propri
nella nostra seconda zona occidentale. Qualche scrittore lo-
cale, nello spiegare a suo modo il nome di Porta Cintia,
aveva, tra l’altro, richiamata una leggenda locale più o meno
diffusa intorno ad un tempio di Cibele, che in queste vici-
nanze della Porta sarebbe esistito. Oltre al nome della Porta
— riferito nel modo che sappiamo a questa divinità — ser-
vivano di bfise a tale opinione quei resti murali lungo la
Via Cintia, già da noi descritti, erroneamente creduti avanzi
di un antico tempio. Alludendo al sito di questi ruderi, il
Vittori dice: « Cybelis fanum nostrales inibi ex maiorum
traditione fuisse asserunt ubi nunc Nobilium familia degit;
opinionem sane multa Antiquitatis signa quae inde eruta sunt
confirmare videntur » (1). Ma è chiaro che l' unica ragione
di una simile identificazione vada riconosciuta nel nome
della porta riferito a Cibele. Lo stesso Vittori mostra, in se-
guito, di dare nessun credito a questa opinione, fermandosi
su di un'altra che fece più fortuna: la identificazione, cioè,
dei nominati resti con un antico anfiteatro: « Verum non

| Cybelis fanum — continua il nostro A., dopo le riferite pa-






role — sed Amphiteatrum quoddam ipsa in rupe sedilibus
excavatis ibi fuisse aetate nostra eruderato loco inventum
est » (2). Le peripezie di questa informazione sono degne di
nota. Il Vittori non aveva parlato che vagamente, e senza
| ulteriori determinazioni, di un anfiteatro: ma ecco che Pom-
| peo Angelotti (il quale — poichè di altro non parla — tutto

(1) Ms. cit., c. 116.
(2) Ms. cit., c. 116.







82 G. COLASANTI

al più poteva avere a sua disposizione lo, stesso materiale,
dal Vittori esaminato là dove in seguito rimase) scende a
particolari maggiori, e parla senz'altro di un Anfiteatro e
Palazzo di Vespasiano: « poco piü avanti (del Vescovato) fu
l'Anfiteatro e Palazzo di Vespasiano Flavio Imperatore » (1);
notizia fornita in parte anche all' Ughelli, il quale scrisse che

Pietro, vescovo reatino, « ex ruinis antiqui Vespasiani Imp.
Amphiteatri, anno 1283, Episcopium pene collapsum resti-
tuit » (2); ove, di controllabile non c'é che la notizia sulla
ricostruzione dell' Episcopio (3). Loreto Mattei ritorna al con-
cetto puro e semplice del Vittori, allorché parla del « Teatro,
di cui altro che pochi indizi sotto le fabriche de’ signori
Nobili in alcuni sedili non si scorgono » (4); mentre l'opi-
nione dell'Angelotti fu raccolta da Luigi Schenardi, che si
intrattenne anche lui sull'Anfiteatro e sul palazzo dell' Impe-
ratore Flavio Vespasiano (5) Il Michaeli accoglie — con mo-
dificazioni, con aggiunte, e con qualche riserva — tutte le idee
prima di lui espresse: egli asserisce che « esisteva in Rieti
un anfiteatro o teatro, come nelle altre vicine città Trebula
Mutusca, Amiterno, Interamna ecc., e ritiensi che fosse dei
tempi di Vespasiano. Ne restavano le rovine sul finire del
secolo decimo terzo, presso la contrada ove furono edificati
l’episcopio e la casa dei sigg. Conti Vincentini. Nel secolo
decimo sesto ne furono rinvenute le tracce, come attesta il
Vittori, presso il palazzo dei Nobili Vitelleschi (6). Finalmente
il Desanctis non conosce nulla di tutto ciò, per quanto con-

(1) Descrittione ecc., pag. 45.

(2) Italia Sacra, I, 116.

(3) Notizie Storiche ecc., pag. 43-44.

(4) Erario Reatino ecc., c. 90-91.

(5) La Cattedrale sarebbe stata in parte fabbricata cogli avanzi delle antiche
fabbriche situate ne’ luoghi vicini, fra le quali ... « l'Anfiteatro ed il Palazzo ece. »
(Antiche Lapidi ecc., pag. 68). Lo stesso concetto lo ScHENARDI riprodusse altrove a
pag. 57, ove parla « dell’ imperiale palazzo e dell'Anfiteatro ».

(6) Memorie Storiche ecc., I, 52-53.







REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 83

cerne la riedificazione dell’ Episcopio con le rovine dell’ anfi-
teatro (1).

È facile rilevare il valore di tutta questa tradizione.
Giacché — secondo l'Ughelli e secondo il Michaeli — la
notizia di questo anfiteatro si aveva già « sul finire del se-
colo XIII », mentre — secondo il Vittori — la tradizione
anteriore al secolo XVI (età in cui il nostro A. scriveva)
identificava in questi ruderi il fanum Cybelis — la contrad-
dittoria assegnazione dei resti in parola è già un indice poco
favorevole alle ipotesi stesse. Per quanto, poi, concerne la
parte sostanziale di queste informazioni, noi dobbiamo distin-
güere due cose diverse:

a) Y egistenza di antichi ruderi in questa località;
6) la loro identificazione.

In realtà, nel sito, dalle nostri fonti indicatoci, si os-
servano ancor oggi dei blocchi parallelepipedi, disposti in
ordine sulla roccia che affiora lungo la strada. Ma dei sedili
ricordati dal Vittori non abbiamo traccia alcuna: cosicchè
di fronte a questo materiale che, per forma, per dimen-
sione e per ubicazione, ci fa pensare all'antica linea mu-
rale, in questa parte impostata — come vedemmo — sulla
roccia sporgente, è assolutamente impossibile fermarsi oggi
sull'idea di un anfiteatro, a meno che non ci si voglia ab-
bandonare ai voli di una fantasia senza briglie e senza
fondamento. Né a diverse conclusioni sarebbe dovuto giun-
gere un esatto osservatore ai tempi del Vittori. Anzitutto,
poiché i documenti medioevali quasi costantemente si riferi-
scono ad antichi ruderi nella designazione di qualche loca-
lità, riescirebbe strano questo assoluto silenzio delle fonti
locali intorno ad un particolare cosi importante, in un luogo
che pure nel secolo XIII cominciava ad avere una certa
notorietà. Di più: altri documenti archeologici, intorno a
questo anfiteatro, non sembrano essere stati a disposizione

(1) Notizie Storiche ecc., pag. 43.



































rr.



84 G. COLASANTI

del Vittori, che ha certamente desunta la maggior prova in
« quei sedili scavati nella rupe ». Proprio sedili? O non si
tratta per avventura di incisione ed incavi, praticati nella
roccia, per meglio adattarvi i blocchi delle mura? Lungo
questo lato meridionale si vede qua e là qualcosa di simile,
nella parete calcarea sporgente e dove i residui perimetrali
si conservano. In una parola, da questi residui non è possi.
bile far scaturire l’idea del Vittori. Qualche recente scrit-
tore di cose locali ha preteso addurre altre determinazioni
ed altre prove archeologiche di questo presunto anfiteatro.
Cosi Fabio Gori, dopo aver affermato che « l'Anfiteatro era
posto fuori della triplice porta, difesa da torri, appellata nel
medio evo Porta Zinzula o Cincula, e sostituita dal quadri-
porto od arco del Vescovo » (1) aggiunge che « si possono
rintracciare le rovine di questo monumento negli orti dei
signori Carloni, Vincentini e Marcucci, e nei sotterranei del
palazzo già Vitelleschi oggi Ciaramelletti » (2); località che
corrispondono, ad un di presso, al tratto della Via Cintia, presso
il punto ove questa è tagliata dalla linea dell'antica cinta
(V. tavola). Queste prove non hanno, però, valore alcuno.
Anzitutto, poichè la porta medievale, cioè quella esistente
nell’ antica cinta, non si trovava al punto indicato dal Gori
(all'arco del Vescovo), sibbene alquanto più giù, presso la
casa dei signori Ciaramelletti (ove si trovano i resti ultimi,
topograficamente parlando), occorrerebbe includere questo
anfiteatro dentro l'antica cinta conservata fino al medioevo.
Enorme difficoltà, cui il Gori sfuggi in grazia della erronea
ubicazione dell' antica porta e dell'antica cerchia. I resti poi,
dal nostro autore addotti a maggior conferma della vecchia
ipotesi, sono insufficienti allo scopo. Se, infatti, egli intende
riferirsi ai resti antichi, che oggi ancora si vedono nei sot-
terranei dell'abitato a nord di Via Cintia, nel tratto di cui

(1) Vita Sabina, anno II, n. V, giugno 1900; pag. 58.
(2) Op. eit., 1. c.

REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 85

qui ci occupiamo (di altri resti non abbiamo conoscenza in
questi dintorni, nè dovevano quindi esistere qualche anno fa,
quando il Gori scriveva), questi sono evidenti residui della
vecchia cerchia, e nulla hanno a che vedere con un anfi-
teatro (1)! Tutti questi erronei apprezzamenti archeologici
apparvero, del rimanente, poco credibili perfino a qualche
scrittore locale: così il Latini, pur facendo omaggio alla pos-
sibilità che un anfiteatro fosse esistito in Rieti (2), di esso
però non ne vedeva le tracce, altrimenti che nell’ autorevole
parola del Vittori (3), domandandosi infine come mai si po-
tesse affermare « esser questo l’Anfiteatro Flavio o l'Anfi-
teatro di Vespasiano » (4). Quanto al « Palazzo di Vespa-
siano Flavig Imperatore », dall’Angelotti posto « poco più
avanti » del Vescovato (5), è superfluo aggiungere che nè
la notizia ha alcun serio fondamento, nè tracce o cenni lon-
tani esistono di questa ipotetica fabbrica, a segno che — quasi
scandalizzato da queste continue asserzioni gratuite e senza
criterio — lo stesso Latini si. domanda « con qual fonda-
mento ha egli (cioè l'Angelotti) ció asserito? Io non lo so. So
bene che in que' contorni non si vede alcun vestigio di an-
tichità » (6). Presso I' Episcopio (1), l'anno 1827 « si rinvenne
casualmente un muro, che mostrava col suo colorito di aver
contenute delle pitture, ed -un lastricato di un mosaico di
niun pregio e guasto dalle ingiurie del tempo » (8); ma di

(1) Di questi residui, della loro ubicazione e descrizione vedi oltre.

(2) < Rapporto ... all’Anfiteatro io ben volentieri ammetto che Rieti ne avesse
qualcuno, giacché ogni Città anche meno ragguardevole lo aveva » Memorie ecc.,
fasc. III, cap. XVII.

(3) « Mosso dall’autorità di Monsignor Mariano Vittorio, ammetto ancora che
un anfiteatro esistesse nel sito ove ai suoi tempi abitava la famiglia Nobili ... poichè
egli riferisce di aver co’ propri occhi osservati i sedili scavati nella rupe » Memo-
Bie ecc., fasc. IlI, cap. XVII.

(4) Memorie ecc., fasc. III, cap. XVII.

5) Descrittione ecc., pag. 45.
6) Memorie ecc., fasc. III, cap. XVII.
Î)<... facendosi uno scavo ne’ sotterranei della vicina casa del sig. Conte Aluffi » /
Memorie ecc., fasc. III, cap. XVII.
(8) Memorie ecc., fasc. III, cap. XVII.

(
(
(









86 G. COLASANTI

questi residui — che nella ipotesi migliore saranno state le
ultime tracce di qualche antico edificio dentro la città — il
Latini, con assai giusto criterio, non pensò neppur lontana-
mente di farne i resti dell'ipotetico palazzo dell'imperatore,
in quei dintorni localizzato.

Sempre in questi dipressi, lungo la Via Cintia, Loreto
Mattei pone « il Circo Reatino, cioè dove si facevano gli
spettacoli del corso delle Quadrighe ad honore di Hercole, il
che era nella più piana e dritta via hoggi detta Porta Cinthia,
dove era questa lapide sepolcrale » (1). La lapide in parola (2)
è dal Mattei stesso posta nella chiesa cattedrale (3), presso
cui adunque andrebbe localizzato questo circo « o vero corso
delle carrette, che dagli antichi si facevano in honore di Her-
cole » (4): saremmo quindi nel rione di Porta Cintia, quasi
al cominciare della via omonima. Dell'edificio in parola il
Mattei dà perfino particolari, e sa che una figura leonina, che
al suo tempo era nella Piazza del Leone, costituiva « una
forse delle Mete del Circo » (5). Inutile dire che, poichè la
vera provenienza della epigrafe ci è ignota; poichè la sua
interpetrazione non corrisponde affatto a quella, strana in-
vero, dal Mattei fornita; poichè nessun documento archeolo-
gico noi possediamo che in questo punto ci parli di un circo,
la ipotesi del Mattei cade irrimediabilmente, senza che possa
essere in modo alcuno sostenuta dal riferimento della figura

leonina all'antico circo: riferimento del tutto ipotetico e privo
di valore.

Infine, all'antica città il Mattei riporta « una gran Cloaca
fatta per dar il ritorno alle acque »; essa passava « sotto la
piazza del Leone fino in Porta Cinthia, sboccando nel fiu-

(1) Erario Reatino ecc., c. 67.

(2) C. I. L., 4073: « loc | cultorum | herculis. resp | sub. quadriga | in. f.
p. XXX. | in. agr. p. XXV | huic loco | q. octavius. commun | p. fundilius. quartio | in.
fr. p. XIIIL in agro. p. XXV | donaverunt ».

(3) C. I. L., IX, 4673.

(4) Erario Reatino ecc., c. 82.

(5) Erario Reatino eco., c. 82.

REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 87

me >» (1). Ad essa si riferisce il Latini, il quale ci fa sapere
che nell’anno « 1829 sotto il Monastero di S. Agnese si è
rinvenuta una sotterranea chiavica, larga circa. tre palmi ed
alta sette, che procedendo dalla parte della Piazza del Leone
va a terminare al di là della Casa Sanisi, nella Cavatella.
Questa chiavica è stata, per lo passato, interrotta con delle
fabbriche, che furono sopra di essa inavvedutamente edifi-
ficate > (2). Anche il Michaeli, fondandosi sul fatto che « do-
cumenti del secolo XIII ricordano la Carbonaria Civitatis ed
il cadum SS. Apostolorum » (3), dice: « sembra che poco su
periormente al sito, ove un Annibaldi nel secolo XIII fece
costruire la Chiesa dei SS. Apostoli.., corresse un canale di

acqua o sboccasse una cloaca antica » (4). Secondo informa-
zioni da néi assunte direttamente al locale Ufficio Tecnico,

una chiavica esiste in realtà in questa zona; di essa, però, è
accertato solo il tratto che, dal monastero di S. Scolastica
per quello di S. Agnese e per la estremità occidentale di
Via di S. Agnese, sbocca nel Velino présso il Palazzo di Giu-
stizia. L'altro tratto, da S. Scolastica a Piazza del Leone, non
è stato esplorato, quantunque però la sua esistenza debba,
per diverse ragioni, essere ritenuta. Ma è dessa una costru-
zione antica? Si noti che — mentre il Mattei non adduce al-
cuna prova di ció, ed il Michaeli si vale di constatazioni
completamente insufficienti (quella Carbonaria ed il cadum
SS. Apostolorum han proprio a che fare con questa cloaca?)
— il Latini, che ebbe campo di vedere qualcosa, confessa di
noli aver « potuto osservare se è veramente chiavica ovvero
un acquedotto o se il lavoro è antico oppure moderno » (5).
Nè più conosciamo dalle informazioni di qualche altro scrit-

(1) Erario Reatino ecc., 90-91.

(2) Memorie ecc., fasc. III, cap. XVII. Cavatella è il nome del ramo destro del
Velino.

(3) Memorie Storiche ecc., I, 51, nota 2.

(4) Memorie Storiche ecc., 1, 51.

(5) Memorie ecc., fasc. 1II, cap. XVII.















88 G. COLASANTI

tore, il quale — essendosi scoperta una antica cloaca nell’in-
terno dell'abitato cittadino antico — credè di vederne la
continuazione per S. Agnese, senza peraltro offrire la prova
di tutto ciò (1). In ogni caso — anche a volersi risolvere per
un riferimento classico di questi residui — la determinazione
che abbiamo già fatta dell'antica linea murale ci vieta di
riportare detto materiale ad un antico abitato cittadino, posto
cioè entro la cerchia. Ad una costruzione antica, ma posta
fuori della cerchia tradizionale, vanno infine riferiti quei re-
sidui di muri, rinvenuti sul principio del 1910 lungo la Via
S. Agnese, a circa 60 metri dall'incrocio di Via: Cintia, ed a
circa m. 1.40 di profondità dal suolo della strada. Sotto gli
stessi residui murali, circa m. 0.20 più in basso, vennero
fuori dei frammenti di piancito a mosaico, assai guasto. Ru-
deri murali e resti di mosaico si estendevano per una lun-
ghezza di circa m. 10.00.
Completamente fantastici sono i resti, di cui parla qual-
che scrittore, nella zona meridionale, ad occidente di Via
Roma. Loreto Mattei pone, « tra le pubbliche antichità » di
Rieti, « la Naumachia cioè giochi di combattimento, che si

faceva su l’acqua con navicelli adorni e dipinti, e chiamati,
giochi agonali, che nel più basso della città ne resta solo il
nome nella Chiesa di S. Nicola in Agopinco, quasi in Agone

picto » (2). Dalle riferite parole è facile avvedersi che resti
archeologici il Mattei non ne abbia in realtà visti: e l’unica
base di questo circo rimane il documento toponomastico
(Agopinco) e la sua localizzazione presso il fiume, che sarebbe
servito per la naumachia. Questo nome — che noi già cono-

(1) « Negli stessi scavi de’ fondamenti del palazzo della Cassa di Risparmio, si
è penetrato in una cloaca che passa sotto il demolito palazzo Canali. Ha la volta
in pieno, formata con massi di travertino, le pareti di opera a sacco ed il pavimento
di calcestruzzo. Misura l’altezza di m. 1.50 e la larghezza di m. 0.70. Traversa gli
ex monasteri di S. Paolo e di S. Agnese ecc. » GORI, Vita Sabina, anno II, n. 5,
Rieti, 1 giugno 1900: pag. 57.

(2) Erario Reatino ecc., c. 99-91.



REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECO. 89




sciamo esistito ed esistente ancora nel punto dal Mattei in-
dicato — ci appare sotto forme varie, alcune delle quali ri- 3
producono assai da vicino la forma che il Mattei si è foggiata
per giustificare la sua spiegazione (Agone picto). Così, in un
atto farfense del 920 si ha Acupencus (1); in una carta di
conferma, fatta a Farfa da Enrico IV, si ha Acupicta (2). Le
forme Acupentu ed Acopinto le abbiamo rispettivamente nelle
bolle già riferite di Anastasio IV a favore della Chiesa rea-
tina (3), e diLucio III circa i confini della diocesi reatina (4).
È superfluo aggiungere che a queste forme altre molte ne








andranno aggiunte, sparse in documenti che, per più ragioni,




a noi non sono noti: ed allora, la varietà che abbiamo no-
tata nella fisionomia della voce, valendoci dei passi addotti,
diviene Senza dubbio maggiore. Di queste varie lezioni, quale
conserverà la vera forma del nome? La prima forma (Acu-





pencus), oltre al vantaggio di apparire in documenti assai
remoti, trova perfetto riscontro nell’ uso odierno, che man-




tiene Acupenco: spetta ad essa la preferenza? È evidente che,



per risolvere una questione simile, occorrerebbe avere sotto





mano un materiale assai meno povero di quello di cui siamo
costretti a valerci: nè noi, quindi, nè il Mattei (che in fin dei





conti conosceva assai meno di noi) siamo finora autorizzati
a fermarci su di una lezione piuttosto che su di un'altra,
per distillare da essa una qualsiasi ipotesi. Tutto ciò — è
evidente — all'infuori di tutto quanto potrebbe dirsi intorno
all'asserito e non provato riferimento di questo qualsiasi



nome originario alla Naumachia, ad un antico monumento,



ed intorno aé navicelli adorni e dipinti!
Il Michaeli ha sentore anch'egli di questo circo; già peró
non ne vede più la prova nella denominazione Acupenco:







(1) Reg. di Farfa, III, pag. 44-45. Vedi più indietro.
(2) « Aecclesiam sancti Salvatoris in acu picta » Reg. di Farfa, V, 9 ad

ann. 1084.

(3) Ap. MICHAELI, II, pag. 266.

(4) Ap. MICHAELI, II, pag. 271.










90 G. COLASANTI:

« fu pure asserito che nella città fosse un’ arena o circo,
probabilmente in vicinanza del fiume, nel luogo detto Acu-
penco o Acupentu, presso la contrada ora detta della Ver-
dura » (1). È un continuo vento di probabilità! Su di una
semplice asserzione poggia l’esistenza di questo circo, come
su di una semplice probabilità riposa la sua ubicazione presso
il fiume! Prove vere e proprie mancano. La denominazione
Acupenco è dal Michaeli sfruttata per altro fine. Si ricordi la
iscrizione C. I. L. IX, 4673, dallo Schenardi utilizzata per lo-
calizzare il sepolcreto dei sacerdoti di Ercole sotto il tempio
di questa divinità, presso cioè l’ odierna Porta Conca, e dal
Mattei usata come documento del Circo Reatino lungo la Via
Cintia. Poiché il Michaeli. conosceva « la parola sabina cu-
pencus, che significava sacerdote e più spesso sacerdote di
Ercole » (I, pag. 55), pensò ad un ravvicinamento tra questa
epigrafe e la località detta Acupenco, presso la quale, cioè
presso l'antico circo, trovavasi « una statua in un monu-
mento, sormontato da una quadriga »: non lungi i cultori di

Ercole avevano « un luogo o sepolcro ad essi destinato »
(I, pag. 55). Ponendo da parte ogni allusione alla vicinanza

cou l'antieo circo — del quale abbiamo dianzi dimostrata la
nessuna documentazione — la ubicazione che IA. fa della
epigrafe in parola è fondata unicamente sulla asserita e non
provata origine classica della voce Acupenco. Cosicchè —
per quanto concerne questo sepolcreto dei cultori di Ercole —
la sua opinione non ha più valore dell'altra dello Schenardi,
che pensò ad un diverso punto della città, rigettando quanto
il Mattei aveva prima di lui asserito (Antiche lapidi ecc., pa-
gina 88), o di quella del Gori il quale riferì il documento
epigrafico fuori della città « sotto il monte Lesta, incontro
alla confluenza del Salto nel Velino », dove « si stende una
valle silenziosa e ripiena di ruderi, chiamata Valle Oracula » (2).

(1) Op. cit., I, 53.
(2) Ap. MICHAELI, I, pag. 97-98.

REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC 91

Con la ricostruzione dello schema perimetrale dei tempi
classici, era nostro compito gettare un raggio di luce sulla
distribuzione interna dell’urbe: e quantunque le fonti ed i
documenti, di cui abbiamo potuto valerci in proposito, non
siano così validi e così importanti come per la precedente
ricerca, tuttavia siamo pervenuti ad un qualche risultato.

Anzitutto, primo nostro compito è quello di sgombrare
il terreno da tutte quelle ipotesi, avanzate e messe in circo-
lazione dagli scrittori locali intorno a supposti templi. Di
quegli edificî, che si riferivano in qualche modo alla cinta
murale, abbiamo già in parte tenuta parola: occorre fare qui
un breve cenno degli altri.

Il lato, preso di mira dagli scrittori locali, fu prevalen-
temente fquello ‘occidentale dell'urbe, presso la chiesa cat-
tedrale : forse perchè la presenza del vetusto tempio cri-
stiano fece loro naturalmente pensare ad un precedente
tempio pagano. Di una epigrafe dedicatoria Patri reatino ecc.,
di origine veramente incerta e solo per congettura ri-
portata entro Rieti (1), fu fatto — dai seguaci di quest’ ul-
tima opinione — il riferimento ad un ‘antico tempio di Sanco
entro la città (2). Il Michaeli —- che conosceva un’altra epi-
grafe dedicatoria Sanete (C. I. L., IX, 4672), di provenienza
però quasi sicuramente non cittadina (3) — non curandosi di
ciò, ravvicinò le due iscrizioni e riprodusse l'ipotesi del
tempio, senza aggiungere prove maggiori: « dei templi an-
tichi di Rieti — scrive egli — credesi che fosse il princi-
pale quello del Padre Reatino o di Santo o Sanco, che vuolsi
esistesse presso l'attuale chiesa Cattedrale » (4). Il valore
di queste asserzioni viene fuori da sè, anche se si consideri
che non è possibile invocare l’ausilio di alcun dato di fatto.

C. I. L., 4676; cfr. anche pag. 439.
(GETZ; TX;4676. ;
(3) C. I. .L., IX, pag. 441; pag. 684 passim.
(4) I, pag. 53.







G. COLASANTI

Non tutti gli scrittori sono di accordo intorno a questo
maggior tempio reatino. Accanto al tempio di Priapo, che
l'Angelotti — seguito o criticato da altri autori locali —
pone nel punto ove poi sorse la Cattedrale (1), il nome della
città e l’accenno di Silio Italico (2) fecero pensare ad un
tempio dedicato a Rea. L' Angelotti — il quale aveva rife-
rito il nome della Porta Cintia a Rea, attraverso l'attributo
Berecinthia, e che nel declivo occidentale del colle vedeva,
| indicati dalla tradizione, numerosi edifici antichi (l'Anfitea-
tro ecc.) — pose ivi presso, là dove poi sorse il Vescovato,
« il Tempio della dea Rea, già madre’ dell’ antica gentilità
habitante in questa Città » (3).

La sua ipotesi ottenne un certo credito (4), quando al-
tri fatti intervennero a spostare il sito di questo tempio.
Diamo qui tutti gli elementi che cooperarono alla forma-
zione della nuova ipotesi.

In una leggenda, largamente diffusa tra gli scrittori rea-
tini e che fa capo a fonti agiografiche locali, si fa parola
di una statua di Rea, esistita, nei primi tempi del cristia-
nesimo, nella Piazza V. E.: « Della statua di Rea — dice
il Michaeli — accennata da un'antica leggenda, si sa che

esisteva ancora al principio del secolo decimosettimo nella

piazza comunale, presso la chiesa di S. Giovanni ». (5) E
poiché, nella stessa piazza, la vetusta chiesa di S. Giovanni
reca il titolo în Statuam, si convenne dai più di vedere, nel

il) « Qui (presso la Cattedrale) mentre regnava l'Idolatria fu il Tempio di
Priapo » (Descrittione ecc., pag. 44). Lo SCHENARDI ne dubitò (Antiche Lapidi ecc.,
pag. 68) e con lui il GuarTANI (Monum. Sabini ecc., II, pag. 285) ed il LaTINI (ms.
cit., fasc. III, cap. XVI), i quali dichiararono di non conoscere su quali prove l’AN-
GELOTTI erasi basato.

(2) « magnaeque Reate dicatum - Caelicolum Matri ecc. » VIII 414417.

(3) Descrittione ecc., pag. 45.

(2) Presso lo SCHENARDI (Antiche lapidi ecc., pag. 68) e presso il GUATTANI
(Monumenti Sabini ecc., II, pag. 284) che però ben presto mutò opinione, o per lo
meno dubitó delle parole dell'Angelotti.

(5) I, pag. 55 e not. 1. Cfr. anche GUATTANI, Mon. Sabini, I, pag. 284; LATINI,
ms. cit., fasc. III, cap. XVI. i

REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 93

simulacro che dovette dar luogo al titolo della chiesa, la
statua della surriferita divinità. In tal senso fu informato il
Guattani, che senz'altro registra tale identificazione (1), da al-
tri avanzata solo in forma ipotetica (2).

Questa statua sarebbe antichissima : secondo il Guattani,
essa sarebbe stata posta presso la chiesa di S. Giovanni, e
di poi-« fatta in pezzi dai primitivi Cristiani, negli ultimi
tempi della idolatria » (3). Un suo frammento sarebbe stato
— sempre secondo il Guattani — rinvenuto allorchè si co-
struiva l’ odierno palazzo Blasetti, nel lato sud-ovest della
Piazza: era un « braccio femineo colossale, di greca ma-
.niera, per cui la figura venne supposta il colosso di Rea » (4).
Secondo altri, invece, la statua antica non sarebbe stata in-
franta; mÁ sarebbe restata — chi sa come — sepolta presso
la chiesa di S. Giovanni, ove « sul principio del decimo
settimo secolo, facendosi casualmente uno scavo, fu rinve-
nuta » (5), e poi trasportata — da chi la ebbe in regalo —
fuori di Rieti (6). :

Cosicchè, sulla esistenza di questo simulacro di Rea si
adducono le seguenti prove:

a) la leggenda agiografica ;

b) il titolo della chiesa di S. Giovanni n Statua ;

c) i documenti archeologici, rinvenuti presso quest’ ul-
tima. Delle due prime argomentazioni si valgono indistin-
tamente tutti gli scrittori locali, i quali divergono — come

(1) Monum. Sabini, I, pag. 284.

(2) È il MIcHAELI, il quale dopo aver nominata la chiesa di S. Giovanni in
Statua aggiunge : « detta /orse per ciò in Statua » (I, pag. 55).

(8) Monum. Sabini, I, pag. 284.

(2) Op. cit., 1. c.

(5) DE LINDA. op. cit., da cui attinse il LATINI, ms. cit., fasc. III, cap. XV. Que-
sta versione é seguita anche dal MicuaELI, come appare dal brano dianzi riportato,
in eui peraltro non viene fuori chiaramente l’idea del rinvenimento (I, 55).

(6) Sarebbe stata donata al cardinale Farnese secondo dice il DE LiNDA (op.
cit., pag. 419). Cfr. anche il LatinI (ms. cit., fasc. III, cap. XVI) ed il MICHAELI
(I, pag. 55).








94 G. COLASANTI

si é visto — intorno ai documenti archeologici, fermandosi
| gli uni nel frammento di braccio, gli altri nella statua sca-
Di vata nel sec. XVII.
iii - La leggenda agiografica in parola è riferita dai Bollan-
| disti. A di 18 aprile questi riportano gli atti del martirio di
| S. Eleuterio, desunti a duobus veter. mss. Reatinis, il cui va-
lore storico è, a nostro credere, esaurientemente infirmato
dalle numerosissime leggende di cui la narrazione stessa è
piena. A questi atti fa seguito la Translatio Reliquiarum Reate
in Sabinis, anche essa desunta ex monumentis Ecclesiae Reati-
| nae. In queste ultime carte sarebbe stato conservato il se-
| guente frammento, circa la traslazione del corpo di S. Eleu-
terio e di quello di sua madre Anzia dalla località Urba-
i» niano, presso Rieti (1), nella città :
| « Imbecilles horribilibus aspectibus invadebat (daemon
videlicet),a quo mulieres gravide, prae timoris angustia ple-
rumque patiebantur abortus; viri quoque transitum formi-
dabant: sicque civitas ipsa, nefandi hospitis domicilio fati-
gata, tamquam obsessa periculis, nequibat ab huius hospitis
incursibus respirare. Igitur Episcopus et civis Reatini, confi-
dentes in Domino, qui sperantes in se minime derelinquit,
praedictorum Sanctorum corpora in Ecclesia B. Ioannis Evan-
gelistae, quae cirea praedictam statuam constructa fuerat,
in crypta Sanctae huius eeclesiae subterranea, cum reve-
rentia collocarunt. Volens autem Deus eorumdem Sanctorum
| meritis, civitatem et homines praerogativa prosequi speciali,
| ac Sanctorum cultum dignis ampliare miraculis, daemonem
| effugavit: qui ab eiusmodi collocationis die cum suis versu-

tiis statim evanuit, nullo unquam tempore reversurus » (2).
Quale credito merita tutta questa narrazione? Si noti: il



(1) Act. Sanct. 18 april. Quivi erano stati deposti dal vescovo Prinio in un suo
prediolo, sito « in campo Reatino, in loco qui nominatur urbanianus, qui est ab urbe
Roma milliariis XLI iuxta civitatem Reatinam ».

(2) Act. Sanct., 1. c.
















REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 05

frammento é stato tolto — come gli editori ci informano —
da un veechio codice del sec. XIII, mutilo e senza alcuna
precisa indicazione, esistente nell'archivio della Cattedrale (1).
La narrazione stessa, che in sé e per sé ci si presenta con
una evidentissima veste leggendaria (miracoli ecc.), si rife-

risce ad avvenimenti svoltisi più di mezzo millennio prima,
poichè la traslazione in parola sarebbe avvenuta sul finire
del sec. VI o sul principio del sec. VII (2). Dato ciò, e trat-
tandosi di racconti intorno a santi, in cui non è strano nè
raro che la fantasia popolare crei di sana pianta, noi po-
tremmo anche avanzare dei dubbi radicali sul valore della
intera narrazione.

Ma pojchè questa statua si sarebbe trovata presso la
chiesa di S. Giovanni, ed il titolo di questa ultima e la de-
nominazione medioevale della Piazza V. E. (Platea Statuae,
ad Statuam ecc.) si riferiscono anch’ essi ad un simulacro,
realmente li presso esistito e popolarmente noto, noi siamo
di avviso che il nucleo topografico della leggenda meriti
credito, e che la statua in parola sia quella stessa che diede
il nome alla piazza ed il titolo alla chiesa. Similmente: dato
che da quest’idolo presero nome e piazza e chiesa, noi
possiamo pure localizzarlo nella estremità occidentale del-
l odierna piazza, presso il sito della vecchia chiesa di San
Giovanni, che era un pò più avanti della chiesa odierna.

Ma da tutto ciò vien fuori forse che questo simulacro
era quello di Rea ? Nell’ esposto frammento (il quale, se fa-
cesse una simile identificazione, sarebbe del resto sempre
discutibile) non si fa parola di questa divinità, il cui nome
fu sostituito dai primi editori della narrazione. Essi, infatti,

non trovando, per i fogli mancanti nel codice, alcun parti-



(1) « Habet illa (cioé la Cattedrale) etiam nunc in archivio veterem codicem,
ante annos CCCC et amplius exaratum in quo etc. » (Act. Sanct., l. c.) Le ultime
parole indicano che il codice non aveva alcuna precisa indicazione cronologica.

(2) DESANCTIS, Op. cit., pag. 107.















96 G. .COLASANTI

colare intorno all'idolo, lo battezzarono per la statua di
Rea, sfruttando evidentemente e le comuni credenze su Rea
protettrice di Reate (1) e il contrasto tra la divinità pagana
patrona di Reate ed il nuovo patrono cristiano (2). Dopo ac-
cennato alla mutilazione del codice mss., essi aggiungono:
« proinde quae de occasione et causa translationis diximus
mera nituntur coniectura » (3); e congetturato fu pur» il
nome dell’ idolo, di cui nessuna traccia'si ha nel frammento.

Dopo ció, ricevono un colpo mortale le identificazioni





dei ruderi statuari, rinvenuti presso la chiesa di S. Giovanni

Evangelista; nessuno dei quali può essere riferito ad una 1
statua di Rea, se non nel caso che abbia recati indizi
evidenti e giustificativi. Ma questi indizi mancavano nel
frammento di braccio posto innanzi al Guattani, e che solo
per una supposizione venne riferito ad un'antica statua di
Rea (4); e non ci sono fatti né rilevare nè supporre nella
statua, di cui parlano il Latini ed altri scrittori locali; i
quali mostrano di essere stati spinti verso l'idea di un si-
mulacro di Rea non da altro che dalla comune opinione già
accennata. Ma se un riferimento questi scrittori han voluto
fare indipendentemente dall'opinione corrente, non sapremmo
fino a quanto si potrebbe stare alle loro conclusioni, dal
momento che, mentre non conosciamo in realtà questo ru-



dero statuario, sappiamo per contrario le cervellotiche e
strane interpetrazioni, che la storiografia locale suol dare
in occasioni simili. Tutto, in conclusione, ci persuade a dif-
fidare, dando ai ruderi in parola quella provenienza che ci



pare più logica.





(1) Opinione diffusa in tutti gli scrittori locali, che l’ attinsero dai noti versi
di Silio.

(2) Act. Sanct., l. c.; S. Eleuterio fu, insieme a S. Giovenale, antichissimo pa-
trono di Rieti (GREG. Mac., Dial., IV, 12).

(3) Act. Sanct., l. c.
(4) Monum. Sabini, I, pag. 284.





REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. St

Potrebbe pensarsi che uno dei due possa risalire all’ in-
determinato idolo della leggenda agiografica, da cui si de-
nominarono piazza e chiesa. E, tenuto conto che il sito di
rinvenimento per entrambi è nella periferia dell’ antico foro
reatino, l’altro potrebbe essere riportato ad una delle tante
statue che l'adornavano e di cui più di una, in vario tempo,
é venuta alla luce. Oppure si potrebbe ritenere che quest’ ul-
tima provenienza sia da assegnarsi ad entrambi i ruderi,
senza pensare ad un nesso con l'idolo leggendario, probabil-
mente perduto. Il campo è aperto alle ipotesi le quali —
una volta esclusa la identificazione con una statua di Rea —
hanno per noi una importanza assai relativa.

La tradizione bollandista parlava soltanto di una statua
di Rea, come si è visto, e non faceva parola alcuna di un
tempio; al quale risalirono ben presto gli scrittori locali.
Scrisse il Latini: « sembra quasi certo che tal Tempio (di

Rea) sorgesse vicino alla pubblica piazza, ov’ è presentemente
la Casa religiosa dei PP. Calasanziani, non solo perchè questo

è stato mai sempre il sito più cospicuo e centrale della città,
ma perchè... fu qui rinvenuta l’ antica statua della Diva » (1).
Saremmo, adunque, nel lato occidentale della Piazza V. E.,
quasi all'angolo con il principio di Via Cintia. Ma poichè la
identificazione del. simulacro è completamente ipotetica; e
poichè nessun dato archeologico è mai ivi intervenuto a de-
signarci un tempio, l'ipotesi del Latini sfuma da sè, non sal-
vata neppure dalla conformazione del suolo, che — trà
l’altro — non costituisce il punto altimetricamente maggiore
nè il più cospicuo nè il più centrale dell’ abitato, come più
avanti vedremo.

Più fondata appare l'idea del Guattani. Mentre si co
struiva l’attuale palazzo Blasetti, che nel suo schema odierno
risale al secolo XVIII, « furono tratte di sotterra molte grosse
pietre ed alcuni: pezzi di superbe cornici, specialmente di

(1) Ms. cit., fasc. III, cap. XVI.















98 : G. COLASANTI

marmo rosso, e.. e un braccio femineo, colossale, di greca
maniera ecc. » (1). Questo materiale suggestionó gli scrittori
locali. Si sapeva che Rea era stata la patrona della città; si
sapeva — per la leggenda agiografica — di un'antico simu-
lacro della dea; si sapeva, da Vitruvio, che le divinità pro-
tettrici avevano di solito il loro tempio « nei luoghi emi-
nenti della città » (2); si osservava che, con il palazzo Bla-
setti e con l'adiacente Piazza del Duomo, siamo in uno dei
punti pià elevati dell'abitato, e si vide senz altro nei de-
scritti residui la traccia dell’antico tempio di Rea (3). La
nostra opinione? Al materiale archeologico, dal Guattani de-
scritto, altro se ne puó aggiungere da noi direttamente esa-
minato, come — tra altri pezzi minori — un finissimo ca-
pitello corintio in marmo bianco, proveniente dalla stessa
località e deposto nel cortile del palazzo Blasetti. Testimoni
oculari, poi, ci han parlato di vari blocchi e pezzi di cor-
nici, ivi rinvenuti e poscia dispersi. Questo materiale non parla,
invero, esplicitamente di un tempio piuttosto che di un altro
antico edificio privato: peró, tenendo conto che questa
località è uno dei punti topograficamente notevoli della città
antica, accanto all’ antico foro, nel cui lato opposto un altro
importante tempio noi vedremo; e considerando che ivi presso
noi troviamo stabilito l’ antichissimo centro cultuale cristiano,
di solito sorto accanto ad un centro cultuale pagano, noi po-
tremmo anche fermarci sulla ipotesi di un tempio. Ma a
questo punto cessa ogni possibilità di ulteriori deduzioni. Nè,
fra tanta mancanza di dati storici ed epigrafici (4) — può
bastare, per risalire ad un tempio di Rea, l'accenno di Silio:

(1) Monum. Sabini, I, 284.

(2) MICHAELI, I, pag. 54, not. l.

(3) Il tempio di Rea « credesi aver potuto esistere nella piazza ch’ è dinanzi
al palazzo del sig. Alessandro Vincentini » così il GuATTANI, il quale adduce le prove
già esaminate. La piazza sarebbe l'odierna P. del Duomo.

(4) Non un titolo epigrafico noi possediamo, che direttamente o indirettamente
si riporti a questo tempio di Rea.















REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 99

magnaeque Reate dicatum — Caelicolum matri (VIII, 415-416),
che potrebbe avere un valore semplicemente poetico, fon-
dato più che altro sul nome della città creduto derivato da
quello di Rea. E certo, da questa completa assenza di indi-
‘cazioni, gli editori del Michaeli furono spinti ad esprimersi,
intorno a tale questione, con parole che — oltre la giusta
diffidenza circa la identificazione specifica del tempio —
sembrano, -ingiustificatamente a nostro credere, colpire la
esistenza stessa del tempio (1).

Quanto alla ipotesi, che vede l'antico tempio di Rea
o di altre divinità al posto dell'attuale vescovato, occorre
‘notare come delle notizie intorno a vecchie costruzioni
ivi pressp, ci sono state tramandate dagli scrittori locali. Lo-
reto Mattei, riferendosi all’ odierno palazzo Aluffi, aveva
parlato di antiche costruzioni esistenti sotto di esso, e da
lui identificate per pubbliche Terme. Ecco le sue parole:
« Si veggon sì bene sotterranee le Terme o vogliamo dir
bagni pubblici sotto la casa.., fatte scavare dal terrazzo
di cui eran tutte ripiene, a fin di servirsene per grotta da
conservar li vini. Questa gran fabrica passa anche molto a
dentro sotto altre case, che per tema di danneggiare i fon-
damenti non è scavata; et è tutta di volte ed archi, fatti
di mattoni alti cinque palmi, non di sesto circolare ma di
mezo ottangolo, con di là e di qua molte come cappelle
ben corrispondenti, che dalla strada molto più alta pren-
dono i lumi: e la struttura è tutta di pietre, nella forma che
Vitruvio chiama di ordine Reticulato (2) ».

Si tratterebbe, adunque, di una costruzione, la quale si sa-
rebbe estesa ai lati dell'odierno palazzo Aluffi. Il Mattei non

(1) «È pertanto da supporre che in luogo eminente fosse pure il t-mpio di Rea,
se, come vuolsi, esisteva in Rieti, presso l’attuale chiesa di S. Giovanni » (MICHAELI,
I, 54, not. 1).

(2) Erario Reatino, c. 90-901; efr. anche La patria difesa eec., pag. 26: « Lascio
parimenti le pubbliche Terme, che quantunque sotterra sepolte, non hanno veduta
mai morte per essere fabbricate all’ eternità ».









100 G. COLASANTI

ci specifica la esatta direzione di questa costruzione ottago-

nale, di cui non sappiamo se fosse convessa verso la strada
o rivolgesse ad essa la sua parte concava. Poichè questa
costruzione ci appare addossata quasi alla Via Cintia, da
cui proveniva la luce, essa — tenendo conto della linea
perimetrale da noi ricostruita — doveva trovarsi entro le
mura, oltre le quali probabilmente non si estendeva. Le
esatte e minuziose parole del Mattei non valsero a cal-
mare i dubbi degli scrittori posteriori, fra cui lo Schenardi,
che non riuscì a trovar vestigia di questi ruderi (1), ed il
Latini che senz’ altro negò quanto il Mattei aveva affermato (2).
Ma se si considera: a) che il Latini aveva fondate le sue ne-
gazioni principalmente sulla genericità delle parole del Mattei,
di cui conosceva la « Patria difesa » ecc., ma non l'opera
manoscritta con tutti i particolari che abbiamo riportati sulle
rovine predette (3); 5) che le ricerche negative dello Sche-
nardi e del Latini possono dipendere dalle successive costru-
zioni, che hanno cancellate le tracce di questi ruderi; c) che
in ogni modo, le parole del Mattei sono troppo precise e
specifiche per essere completamente infondate; occorrerà
pur convenire che qualcosa il Mattei abbia in realtà dovuto
Vedere.

Si noti che qualche rudero antico sarebbe stato scoperto
sotto questo stesso palazzo, in età posteriore. Sappiamo, così,
dal Latini che « nel 1827, facendosi uno scavo ne’ sotterra-
nei della... casa del sig. Conte Aluffi, si rinvenne casual
mente un muro, che mostrava col.suo colorito di aver con-
tenute deile pitture, ed un lastricato di un mosaico di niun pre-
gio e guasto dalle ingiurie del tempo » (4). E recentemente,
nel decembre del 1909, in uno sterro sotto il palazzo stesso

(1) Secondo il FERRARI, presso L. MaTTEI La patria difesa ecc., pag. 26 not. 1.

(2) « Né i: Rieti trovasi alcun vestigio di Terme, quantunque L. MATTEI in un
suo discorso ecc. » ms. cit., fasc. III, cap. XVII.

(3) Ms. cit., fasc. III, cap. XVII.

(4) Ms. cit., fasc. III, cap. XVII.

























REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 101

si rinvenne — alla profondità di circa 4 metri, ed a circa 7
metri più addentro della facciata principale del palazzo
— un frammento di colonna (base con un pezzo di fusto).
Con tutti questi indizi, noi crediamo che in realtà del ma-
teriale archeologico vero e proprio qui se ne abbia, senza
peraltro che siamo autorizzati a pensare ad un tempio, e per
giunta ad un tempio o di Rea o di Priapo o di Cibele, se-
condo vuole la tradizione locale. Potrebbe anzi bene darsi
che la presenza di un residuo di una qualsiasi costruzione
antica abbia fatto germogliare la tradizione dei templi in
parola.

Con il tempio di Priapo e di Rea cade anche l'ipotesi
di un tengpio, secondo il Latini dedicato a « Marte >»;
intorno al quale, del resto, l’ A. stesso non mostra di aver
un concetto ben determinato (1).

Astraendo, adunque, da tutto ciò che la storiografia lo-
cale ha senza fondamento alcuno asserito, occorre seguire
una nostra via di ricerca, per vedere se qualcosa è possibile
determinare circa la interna distribuzione dell’ urbe reatina.
A nostro avviso, ogni investigazione in proposito deve muo-
vere dalla ricostruzione del terreno classico entro l’ antica
cinta murale. Ma, poiché non occorre perder di vista il suolo
odierno, si ricordi che — dentro i vecchi limiti perimetrali —
il terreno oggi si eleva alquanto ai due lati, orientale ed oc-
cidentale, della Piazza Vittorio Emanuele: si hanno ivi due
prominenze, i cui culmini si trovano nella Piazza del Duomo
e di fronte al Teatro Comunale (m. 408.50). Tra di esse, il





(1) Dopo aver detto che « in Rieti esisteva il Tempio di Marte » (ms. cit.,



Sia lo stesso che il Tempio di Sango » (ms. cit., fasc. III, cap. XVI) posto presso
Contigliano! (ms. cit , 1. c.). Saremmo, dunque, fuori deila città.

fasc. III, cap. XVI), sospetta poi che « il Tempio di Ercole ed il Tempio di Marte -









102 G. COLASANTI

livello della Piazza V. E. trovasi a m. 406.85. Queste due pro-
minenze scendono poi, con i loro fianchi, verso sud fino ai
limiti delle antiche mura e — con maggiore pendenza —
verso occidente e verso oriente, fino a raggiungere le antiche
porte (Interocrina e Cinzola, rispettivamente a m. 398.74 e
m. 397.06).

Questi diversi livelli e queste quote altimetriche non
corrispondono allo stato di cose dei tempi classici. Nel
lodierno terreno elevato, ad est della Piazza V. E.,la roc-
cia — nel tratto a sud di Via Garibaldi — appare qua e
là, sotto il suolo odierno, presso la Cassa di Risparmio, alla
profondità di circa m. 4 ad est. e di circa m. 6 ad ovest:
lungo Via S. Carlo, a circa m. 0.80 di profondità. Cioè —
calcolando sulle odierne quote altimetriche — il masso roc-
cioso si eleva rispettivamente a meno di m. 404; a m. 402 ;
ed a circa m. 406, in un punto isolato nella Via S. Carlo. A
questi livelli si sono trovati antichi residui di costruzioni, che
attestano del suolo antico. Consistono in tracce di pavimenti
a piccoli mattoni di terracotta, posti a coltello; tubi, pure in
terracotta, di m. 1 X 0.10: tegoloni piani; blocchi di pie-
tra bianca e blocchi di travertino delle cave di Rieti, di
m. 1.20 x 0.60 x 0.40, posati come in un piano a circa
m. 3 di profondità dal suolo attuale. Con questi resti di pa
vimentazione, scendiamo adunque fino alla roccia dianzi se-

guita, e sulla quale essi erano poggiati. Questo suolo si la

scia seguire, sempre allo stesso livello, verso l'angolo nord-
ovest della Cassa di Risparmio, sotto l'attuale Via Garibaldi.
Quivi, infatti, sotto un primo piano stradale a ciottoli, posto
allà profondità di m. 1.50 dall'attuale piano stradale, ne fu
rinvenuto un altro, à lastroni di travertino, a circa m. 1.50
sotto il primo, cioè a m. 3 di profondità dall’ odierno livello.
Intorno a questo suolo — che appare essere il piano antico e
per la qualità del materiale e per il riscontro altimetrico
con il suolo indubbiamente classico, che più ad ovest in-
contreremo — il terreno antico non si lascia bene seguire;






REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECO. 108

solo può dirsi che — verso nord — alcuni speroni di roccia,
più bassi del piano di m. 405, si avanzino intermezzati da
terriccio e da riempiture diverse (soprattutto sotto l’odierno

Teatro Comunale). Nelle altre direzioni -— ad est, verso il
limite murale ove era la Porta Interocrina; e a sud verso
la linea delle mura, lungo la Via S. Carlo — il suolo clas-

sico non doveva avere probabilmente un aspetto troppo dis
simile dall’ odierno; cioè, doveva scendere verso il primo
punto, e mantenersi allo stesso piano dei 405 metri verso
la seconda linea. E ciò per il fatto che, mentre la odierna
grande pendenza nella Via Garibaldi non può non cor-
rispondere in sostanza ad una pendenza antica, il livello
della rogcia lungo la Via S. Carlo ci offre una buona in-
dicazione dell’ antico piano. Concludendo: in questa parte,
ad est dell’ odierna Piazza Vittorio Emanuele, noi ricostrui-
remmo — un tre metri sotto l’attuale livello — un dosso
spianato che dalla Via Garibaldi andava alla Via S. Carlo,
giungendo ad est fino al palazzo della Cassa di Risparmio:
fuori di questi limiti, verso nord-ovest il terreno declinava
più o meno ripidamente, fino a raggiungere la linea murale.
Questo dosso ci appare appoggiato quasi alla linea murale
verso sud.

Procedendo ora verso ovest, incontriamo la Piazza Vit-
torio Emanuele, il cui livello attuale è il resultato di uno
sbassamento, in media di m. 0.50, operato negli anni 1862-
1865; del piano primitivo si hanno evidenti tracce nelle co-
struzioni adiacenti alla piazza stessa, e le cui fondamenta
sono rimaste qua e là scoperte. Durante diversi lavori, ese.
guiti sotto la attuale piazza, non si è incontrata traccia
alcuna di masso roccioso: ma la scoperta della pavimenta-
zione dell’antico foro, a circa m. 3 sotto il piano attuale, ci
indica indubbiamente l’ antico suolo ad una quota di poco
superiore a m. 405; siamo, cioè, sullo stesso piano del ter-
reno ricostruito ad est, intorno alla Cassa di Risparmio. Dati
i limiti, fino ai quali abbiamo seguito, verso ovest, l’ antico






















































































104 G. COLASANTI

piano ad oriente della Piazza Vittorio Emanuele, non si può
tardare a riunire l'antico livello sotto la Cassa di Risparmio e
quello dell’antico foro, mediante un unico piano altimetrico.

Questo piano antico, sotto la Piazza V. Emanuele toc-
cava, al nord, il limite murale (dietro il Palazzo Municipale);
a sud probabilmente declinava (non tanto però quanto il
terreno odierno) prima di raggiungere la Porta Romana;
ciò viene ad esserci sicuramente indicato dai due diversi
livelli, in cui conosciamo il foro ed il sito della Porta
Romana. Ad ovest, continuava sotto l’attuale Piazza del
Duomo, su per giù con la stessa quota di un 405 metri.
Con la Piazza del Duomo e con il tratto di Via Cintia che
la limita nel lato settentrionale, noi abbiamo un altro dosso
spianato, che ci richiama l’altro ad est della Piazza V. E-
manuele e che — come quest’ ultimo — declina verso il
limite occidentale delle antiche mura, ove era la Porta
Cinzola. Le fabbriche medioevali, che lungo questo de-
clivo occidentale si trovano e che — come l’ Episcopio —
risalgono al sec. XIII, ci indicano con la linea delle loro
fondamenta la pendenza della Via Cintia, lungo la quale si
trovavano : pendenza che solo di poco si differenzia dalla
attuale. In che relazione va posto il suolo classico con que-
sto suolo medioevale ? Cominciamo con il dire che, nel punto
ove sorgeva l'antica porta — cioè nella estremità occiden-
tale della vecchia cerchia — la roccia arriva poco sotto i
m. 397.00: e poichè su di essa sono oggi ancora poggiati
dei blocchi perimetrali, noi possiamo senz'altro stabilire, per
questo punto, il livello classico ad una quota non inferiore
a quella attuale. Di fronte all'attuale palazzo Ciaramelletti
e Vincenti, sulla destra di chi scende per la odierna Via
Cintia, il suolo ha un livello più alto di circa un metro in
confronto di quello. della strada: in esso vediamo sorgere
vecchi fabbricati. Similmente, chi osserva le fondamenta dei
palazzi Ciaramelletti e Vincenti non tarderà ad avvedersi
che, lungo la strada, esse sono in alcuni punti scoperte














REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 105
(estremità verso la Porta Cinzola) ed in altri — nel tratto
verso l' Episcopio — sono naseoste affatto dalla linea stra-

dale, che ha occupate perfino delle finestrine che si tro-
vavano a fior di terra. Evidentemente, noi deduciamo un
anteriore livello lungo questo declivo occidentale : questo
livello, verso l’ Episcopio era più basso di quello attuale ;
mentre, verso l’antica porta era più alto: e quivi la sua
elevazione ci è fornita dal rialzo di terreno di fronte ai pa-
lazzi Ciaramelletti e Vincenti. L'attuale strada sotto casa
Ciaramelletti raggiunge una quota di m. 397.06 : il suolo ante-
riore doveva di poco superare i m. 398.00.

Sotto il Palazzo Aluffi, di fronte all’ Episcopio, alla pro-
fondità dî circa m. 4.00 dal suolo attuale, sono stati rinve-
nuti, in passato e di recente, residui di costruzioni (rocchi di
colonne ecc.) che possono fornirci qualche indicazione di un
antico piano, il quale arrivava ad una quota superiore ai
398.00. Se teniamo conto del livello approssimativo, in cui
doveva trovarsi la porta detta poi Cinzola (m. 398.00), si può
benissimo ritenere che il piano antico sotto Palazzo Aluffi
si riporti al piano stradale antico e non sia un pavimento
posto al di sotto del suolo stesso. In tal modo ci faremmo
di questo declivo occidentale la seguente idea: da quella
specie di dosso spianato che, dalla attuale Piazza del Duomo
ed in un livello leggermente più basso dell’odierno, si esten-
deva fino a comprendere il primo tratto della Via Cintia, il
suolo declinava verso ovest, lungo la continuazione di que-
st'ultima strada. All’altezza dell’ Episcopio era già sceso ad
una quota di 398.00 metri, ed a questa altezza. si mante-
neva su per giü fino all'estremo limite murale, ad occidente,
ove — dopo la porta — ad un tratto scendeva con mag-
giore inclinazione, fino a raggiungere il sottostante pido,
posto a m. 394.20 (incrocio di Via di S. Agnese co Via
Cintia) Queste conclusioni van prese, naturalmente, on quel
grado di approssimazione che gli scarsi dati di fatto e là asso-











106 G. COLASANTI

luta mancanza di una sistematica esplorazione archeologica
ci possono fornire. :

Che cosa porre in un terreno così conformato ? Proce-
diamo da ciò che ci sembra maggiormente probabile. ‘Che
Reate avesse avuto un forum, scaturiva già da un criterio









analogico; senonché, una notizia di Giulio Ossequente, in-
torno ad un terremoto che colpi la regione reatina l'anno
618 di Roma, sotto il consolato di Gn. Ottavio e C. Scribo-
nio (1), ce ne dà diretta informazione: « Gn. Octavio C. Scri-
bonio coss. Reate terrae motu aedes sacrae in oppido agri-
sque commotae, saca. quibus forum. stratum erat discussa, pon-
tes interrupti etc. » (2); dal quale passo é possibile avere
altresì qualche particolare sul foro stesso, pavimentato a
lastre o a pietre. La ubicazione di questo foro? Si abbia








| : presente la conformazione perimetrale dell'urbe: dalla sua
| forma allungata noi trarremo l'impressione che lo spazio
{i oggi occupato dalla Piazza Vittorio Emanuele — egualmente
distante dalle estremità occidentale ed orientale delle mura
(circa m. 280, computando dallo schema vecchio della piazza)
e dalla loro linea a nord ed a sud (circa m. 50.00 da ambo
le parti) — sia stato riserbato, fin da antico, al centro della







vita cittadina.

Dell’odierna piazza V. E. noi abbiamo spesso parlato
nel corso di queste nostre ricerche, ed abbiamo veduta la
sua esistenza nell’alto medioevo, allorchè ci appare con il
nome di Platea Statue, ad Statuam ecc. Se si ricorda che, nei
principali schemi stradali cittadini (v. per es. l'arteria che
attraversa da oriente ad occidente l'antico abitato nell'alto),
noi abbiamo riconosciuta la continuazione di. un'antica tra-
| dizione topografica; se tale continuità tra l'antichità e l'alto
Îl medioevo noi l'abbiamo riscontrata e nella linea perimetrale,
| e nel sito e nel nome delle sue porte ecc. ecc., come negare



















(1) C. I. L., I, pag. 538-539.
(2) Obseq. 59.

REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA. ECC. 107

un fenomeno simile per ciò che riguarda la medioevale
Platea Statue, che ci appare come la piazza più notoria della
città intorno al mille? Durante alcuni lavori nella Piazza
Vittorio Emanuele, verso l’anno 1862-1865, a circa 3 metri
di profondità, si trovò un lastricato composto di « grandi
quadrati e rettangoli di travertino regolarissimi » (1). Que-
ste notizie, che noi stessi abbiamo controllate valendoci
di autorevoli testimoni oculari, hanno la loro palpabile
documentazione nei lastroni di pietra, che furono tolti
dal sottosuolo della piazza e collocati nel marciapiede del
lato occidentale della piazza stessa, ed in quello che limita
il giardino in Piazza del Leone. Questi lastroni, ben lavo-
rati e gquadrati, misurano in genere m. 0.90 Xx 0.70; fu-
rono rinvenuti disposti in un piano orizzontale, proprio
sotto la odierna piazza, ove raggiungevano una area tale
da eliminare assolutamente l’idea che si trattasse di una
strada anzichè di una piazza. Esclusa la ipotesi che questa
pavimentazione si riferisca alla piazza odierna o a quella
di tempi a noi prossimi (il cui livello era superiore al mo-
derno, sotto il quale i lastroni erano disposti) noi — risa-
lendo più in su nel corso dei tempi — possiamo pure esclu-
dere che il livello dei lastroni sia quello della Platea Statuae
del sec. XIII. La quale aveva un livello anche più alto
dell’attuale, che è dovuto a vari sbassamenti, operati in va-
rie epoche per le esigenze della viabilità. Dobbiamo evi-
dentemente risalire ancora più in là nel tempo, per la iden-
tificazione cronologica della piazza pavimentata a lastroni.
Si osservi la pianta topografica, e si ricordi la ricostruzione
che della cinta antica abbiamo fatta a sud di Piazza Vitto-

rio Emanuele. Con i quattro metri al disotto del piano di

(1) F. AGAMENNONE, Brevi cenni ecc., pag. 33. L'A. parla di una profondità di
7 metri: ma notizie, da noi attinte da testimoni oculari della massima competenza,
ci parlano della profondità di m. 3.00 rispetto al livello odierno della piazza, o di
m. 3.50 rispetto al livello anteriore al 1862-65 che superava quello attuale in media
di m. 0.50.













108 G. COLASANTI



quest’ultima, cioè con il piano dei lastroni di pietra, noi ci
avviciniamo al livello dell’ antica Porta Romana, con la
quale, cioè con l’antica cinta, noi vediamo così stabilirsi
un nesso topografico, che potrebbe adombrare anche un nesso
di carattere cronologico. Che se si considera la qualità del
materiale usato, il quale — oltre ad avere una impronta
schiettamente antica — al mondo classico si lascia riportare
anche mediante un criterio analogico (il foro di Terracina
richiama perfettamente questo materiale reatino); e se si
tien conto delle parole di Ossequente saxa quibus forum stra-
tum erat, la identificazione cronologica di questa platea in-
feriore non può forse mancare: essa deve rappresentare il

piano dell’ antico forum, su cui — con posteriori rialza-
menti — si trovò la piazza medioevale e si trova quella
odierna.

A questo foro va, con ogni probabilità, riferito anche
qualche caratteristico materiale archeologico.

Sul finire del secolo XVIII, nell’agosto del 1796, « nella
rifazione della cloaca pel più libero scolo delle acque, sul
principio del clivo che dal pubblico Palazzo conduce al
Ponte » (1), cioè sull’ alto della « Via di Ponte » (2) oggi
Via Roma, venne rinvenuto, sepolto nel terreno, un basa-

mento con una epigrafe dedicatoria a tal L. Oranio, benefico
patrono della città che gli aveva dedicata ed eretta la statua.
Di questa, anzi, si trovarono informi frammenti presso il
piedestallo medesimo, come ci è chiaramente indicato dalle
fonti locali. Le quali ci dicono che la pietra rinvenuta era
< molto maltrattata dalle ingiurie del tempo, e logora, al di
dietro, dalle acque che per avventura vi scorsero sopra.
Presso di essa giacevano ancora alcuni avanzi della statua,
a cui serviva da piedistallo; ma così malconci, che non fu

(1) SCHENARDI, Antiche Lapidi ecc., pag. 25. GORI ap. MICHAELI, I, 117.
(2) LATINI, ms. cit, fasc. III, cap. XVII. GORI, l. c.





REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 199

possibile raccozzarli » (1). Notizie che collimano con quelle
tramandateci dal Latini, che le raccolse da « un rispettabil
Personaggio, che fu presente al reperimento della iscrizione
di L. Oranio » (2). Sappiamo inoltre dallo stesso Latini che
questo marmo, dopo essere stato abbandonato « sotto le
arcate del Palazzo municipale », nell' anno 1828 venne de-






centemente collocato in faccia alla gran porta della Sala



Comunale » (3). Oggi esso si trova nell'atrio della residenza
municipale. E un blocco rettangolare alto m. 1.27, dei quali
m. 0.98 sono occupati dalla parte scoperta e m. 0.31 dalla




parte da interrarsi: la larghezza raggiunge i m. 0.78. Lo



‘spessore di tutto il masso è di m. 0.37. Nella fronte anteriore,



incorniggata da una modanatura a gola semplicissima, è in-



cisa una epigrafe dedicatoria, in cui dichiarasi che la plebe
reatina poneva al suo benefattore una statua (4).




Poichè di fronte ad indicazioni di contemporanei — fra



cui il Latini, coscenzioso nella descrizione del materiale che



vedeva — non è il caso di avanzare dubbi sulla veridicità



delle indicazioni stesse, passiamo ad accertare altri dati che



potrebbero interessarci. Tutto questo materiale — e basa-



mento e frammenti — era al suo posto originario oppure fu



trasportato da diversa località nel sito ove poi venne alla




luce? Per molte epigrafi è accaduto — come a suo tempo
vedemmo — precisamente così.



Si noti che, fino allo spostamento di una base rettan-



golare, la quale per la stessa sua forma poteva essere in



molte maniere utilizzata, la ipotesi non apparirebbe del tutto



inverosimile: ma e i frammenti statuarî? Supporre che con



il basamento fosse trasportata anche la statua o i suoi fram-



menti nel posto ove poi sarebbero restati ricoperti dal suolo;



(1) SCHENARDI, Antiche Lapidi, ecc, pag. 31.

(2) Ms. cit., fasc. III, cap. XVII.

3) Ms. cit., 1. c.

(4) Gon1 ap. MicaaELrt, T, pag. 117-118. C. I. L., IX, 4086; dalle in iicazioni sc «l-
pite.al suo fianco si deduce l'anno della dedica della statua, 184 d. C.



















































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110 G. COLASANTI

oppure ritenere che i frammenti statuari non abbiano nulla
a che vedere con il basamento, presso cui fortuitamente si
sarebbero trovati, è cosa difficile ad essere ritenuta e dimo-
strata. Tanto più che questo materiale nè trovavasi a sopra-
suolo, nè era mescolato a costruzioni o mura di tempo po-
steriore; ma fu rinvenuto nel sottosuolo, in un terreno a cui
non eraggiunta la cloaca che allora si ampliava; in condi.
zioni tali, cioè, da fare verosimilmente pensare ad una ori-
ginaria giacitura. Le fonti locali non ci precisano rigoro-
samente il punto esatto dello scavo, nè la profondità a cui
il materiale fu rinvenuto; ma è chiaro tuttavia che, essendo
questo venuto alla luce ‘« sull’ alto » della Via Roma, cioè
poco prima che quest’ ultima giunga nella Piazza V. E.; e
scendendo la cloaca fino a qualche metro di profondità, noi
— anche a voler supporre che i resti in parola siano stati
raccolti a poca profondità dal suolo — ci avviciniamo sen-
sibilmente al livello del foro lastricato, nella cui periferia
questo materiale si trova. Anche qui, allora, il nesso
topografico apre la via a considerazioni di altro genere:
che cioè la statua dedicata ad Oranio —- la quale doveva
trovarsi in uno dei luoghi più frequentati della città — do-
vesse sorgere nel foro reatino, ad un dipresso nel sito ove
ne rimasero i residui anche quando il livello antico venne
poi abbandonato. Abbiamo, adunque, un’altra indicazione di
quanto ricerchiamo. Questa idea del nesso tra i frammenti
della statua di Oranio ed il sito dell’antico foro reatino, fin
dal momento della scoperta del materiale balenò alla mente
di qualche scrittore locale (1), e trovò poi una conferma nella
scoperta dei lastroni di cui abbiamo già parlato. A questo

‘(1) « Questa pietra colla sua statua par che fosse un tempo situato sotto qual-
che portico, esistente nell'antico Foro, che si estendeva forse fino al luogo indicato,
dove fu rinvenuta la predetta pietra; giacché cotali statue soleansi per lo più eri-
gere nel foro, come in un luogo più frequentato » (SCHENARDI, Antiche Lapidi ecc.,
pag. 32 not. 1) Cfr. anche MICHAELI, I, 54, e GorI (ap. MIcHAELI, 117) che esplicita-
mente e questo foro si riferisce. ;




























REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 111



foro potrebbe forse riferirsi un altro torzo di statua, a cui
le fonti locali attribuiscono una provenienza pressochè iden-
tica. Nel « Forno Potenziani », dietro il Palazzo Municipale,
si conserva oggi ancora una statua mutilata: alta m. 1.70
essa raggiunge, nelle spalle, una larghezza di m. 0.60. Man-
cano l'estremità inferiore da mezza tibia in giù, gli avam-
bracci e le mani: la testa appartiene ad altra statua, come
è indicato chiaramente dalle proporzioni. Questa statua fram-
mentaria rappresenta una figura maschile, che riposa sulla
gamba destra ed ha la sinistra leggermente piegata indietro:
l'atteggiamento è tale che l'anca destra è relativamente
assai sporgente in avanti. Indossa ùn imation con sopra
la toga, che gira nel fianco destro e, per il petto, va sulla
spalla sinistra; ricade indietro ed è ripresa dal braccio si-
nistro. Questa statua fu rinvenuta l’anno 1868 « nelle adia-
cenze del palazzo municipale, in una . proprietà del conte
Grabinski-Potenziani » (1); e, quantunque tali indicazioni non
siano molto precise, esse tuttavia ci riportano chiaramente
alla zona in cui il forum si estendeva. Ma le condizioni, in
cui la statua fu rinvenuta, erano tali da far pensare ad un
giacimento originario? Nulla in proposito ci indicano le fonti
locali; ed è perciò che fin da principio noi abbiamo usate
— circa il valore topografico di questa statua — espressioni
condizionate. Con pari riserva ripetiamo il parere che a
questo foro possa riportarsi anche quella statua che, sul
principio del secolo XVII, fu scavata presso la chiesa di
S. Giovanni, e da alcuni fu identificata con il simulacro di Rea.

I limiti areali di questo foro rispetto alla piazza odierna?
Ognun vede la difficoltà di risolvere esattamente una que-
stione, per la quale occorrerebbero dati archeologici precisi,
e quali soltanto una investigazione nel terreno potrebbe for-
nire. Non ci resta, adunque, che darne una soluzione appros-
simativa. Una prima indicazione può esserci offerta dal sito

(1) MICHAELI, I, 54.















112 G. COLASANTI

di rinvenimento di quel materiale, che direttamente e indi-
rettamente ci ha parlato del foro di Reate: i frammenti di
statue, cioè, ed i lastroni di pietra. Dei primi — anche
ritenendo un nesso topografico fra essi ed il foro -— non
conoscendo che approssimativamente il sito di scavo, po-
tremmo valerci unicamente per conclusioni di carattere re-
lativo. Potremmo dire, ad esempio, che l’antico foro doveva
estendersi, verso sud, fino all’alto di Via Roma (luogo di rin-
venimento della statua di Oranio) e, verso nord, fino al Pa-
lazzo Municipale (luogo di rinvenimento della statua che oggi
trovasi nel « Forno Potenziani »).

Similmente, poichè « ov’ è... la casa religiosa dei PP. Ca-
lasanziani » (1) fu, sul principio del seicento, rinvenuta la
statua erroneamente creduta il simulacro di Rea, potremmo
dire che fin presso la linea dell’ odierna chiesa di S. Giovanni,
accanto a cui trovasi la casa dei Calasanziani, doveva ad un
dipresso giungere il foro verso ovest.

Meglio parlano i lastroni di pietra. Quelli, che oggi an-
cora si conservano, sono piuttosto numerosi. Senza tener
conto del materiale sperduto o che ha avuta una destina-
zione a noi ignota, i soli lastroni conservati occupavano —
nel sottosuolo — un’area corrispondente all ingrosso alla
parte centrale dell’ area della piazza odierna. Dal sito di
fronte all’ odierno Palazzo Municipale (ove lo scavo fu ese-
guito) la pavimentazione si estendeva verso sud e. verso
est, fin presso i limiti della piazza attuale; verso ovest, il
materiale fu meno seguito; ma la sua esistenza fu accer-
tata fin quasi alla linea di sbocco della Via Pennina. Rag-
giungiamo, in una parola, i limiti stessi che mostrava a-
vere la piazza, prima degli ultimi decenni del secolo XVIII,
allorchè, demolita la vecchia chiesa di S. Giovanni che si

(1) LATINI, ms. cit., fasc. III, cap. XVI.











REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 113

avanzava fino alla linea di sbocco di Via Pennina,si guada-
gnò tutto lo spazio occupato dall'antica chiesa (1).

Fuori di questi limiti, esistono o esistevano altri lastroni
in continuazione della pavimentazione accertata? Noi l'igno:
riamo e non sappiamo, quindi, se possa o no affermarsi la
possibilità di estendere il foro antico oltre i limiti della
piazza, quale era sul finire del secolo XVIII. Bene è vero
che — dato il nesso di continuità .che in Reate abbiamo
rilevato tra gli schemi delle strade; le porte ecc. anteriori
al mille e gli schemi classici nel significato vero e pro-
prio della parola — potrebbe pensarsi alla possibilità di
desumere lo schema e la estensione dell’ antico foro dal-
l’area e dalla forma della platea cittadina, qual’ era prima
del mille. Ma, a parte la impossibilità di valersi rigorosa-
mente di questo criterio (lo schema di un'antica strada è
in genere mantenuto, ma alcuni suoi particolari, la larghezza
ad esempio, han potuto variare con il tempo: così, la tra-
dizione topografica dell’antico foro è mantenuta dalla piazza,
la quale però può aver alterato i particolari del contorno,
forma, limiti ecc., come ha alterato il livello), noi non cono-
sciamo affatto il primitivo schema medioevale della platea
reatina. In ogni caso, è evidente che i limiti massimi del

(1) La vecchia piazza era circa 1/3 più corta dell’attuale, ed il suo centro era
di fronte allo sbocco di Via Roma, nel punto ove trovavasi una fontana, in seguito al-
l'ampliamento spostata ad ovest nel sito attuale. In uno strumento del 1772 conser-
vato nell'Archivio della Biblioteca Com. di Rieti (Instrumenta 1771-1781 c. 10-13) si
riporta il decreto con cui Clemente XIV fin dal 1770 aveva ordinata la demolizione
della chiesa di S. Giovanni « per ridurre 4l sito (della Piazza) ampliativo e più
commodo ». Segue, nello stesso fascicolo, il contratto concluso da P. Giorgio Si-
billa, Priore della comunità calasanziana di Rieti, in « cui si promette di demolire
e far demolire tutta la vecchia Chiesa, Botteghe, ed altri siti di sagrestie ... con
cederne, conforme cede il sito, o siti a questa med.a Com.tà per ridurli ad uso di
Piazza ecc. ». Il sito doveva essere consegnato libero da ogni ingombro entro il
termine d'anni dodici. Ma già in un atto di perizia, che i capomastri Nicola Berna-

sconi e Giuseppe Carloni presentarono a di 7 maggio 1781, la chiesa appare demo-
lita e la Piazza già portata ai limiti odierni. Dalla pianta, che in questa relazione
peritale é acclusa, appare delineato l’antico limite del fabbricato ed il limite nuovo:
questa tavola planimetrica é a colori nero, giallo, rosa e turchino (Instrumenta,
1781-1797, c. 140-141).











114 G. COLASANTI

foro, a nord ed a sud, siano necessariamente imposti dalla li-
nea murale e dalla Porta Romana sull’ alto di Via Roma. Anzi,
poiché il livello del foro antico era a m. 405 e quello del
l’antica Porta Romana è qualche metro più basso, potremmo
anche non estendere il foro proprio fino alle mura meridio-
nali, ma farlo finire un po’ prima di esse. Nelle due estremità,
orientale ed occidentale, non abbiamo una così chiara indi-
cazione dei limiti massimi, che potrebbero essere assunti.

Accanto a questo foro, sui due dossi spianati e soste-
nuti qua e là dal nucleo roccioso, ci appaiono le tracce del-
l'arz con il maggior tempio cittadino e le tracce di un tem-
pio minore. Di quest’ultimo abbiamo veduta altrove la do-
cumentazione archeologica, nel limite orientale dell’ odierna
Piazza del Duomo, presso l’ angolo sud-ovest della Piazza
Vittorio Emanuele, vicino al Palazzo Blasetti. In questo
punto, all’ incirca, incontriamo il culmine altimetrico del
dosso. Presso questo tempio, la primitiva comunità cristiana
fondò il suo centro religioso lungo la linea murale, nel sito
continuato poi dal Duomo. Ivi le più antiche tradizioni ce
lo mostrano, ed ivi i documenti ce lo indicano poi rinnovato
dopo varie demolizioni (1).

Meno importante e sopraffatto dalla crescente notorietà

della vicina chiesa cristiana, questo tempio pagano non passò

(1) La Chiesa reatina, riportata ad epoche più o meno lontane (DEsANCTIS, No-
tizie ecc., pag. 8) ci appare già costituita sul finire del V secolo con il vescovo
Ursus (GAMS, Series Episcoporum, pag. 270) i cui successori Probo ed Albino (GAMS,
op. c., l. c.) trovano menzione presso Gregorio Magno (De antma Probi Reatinae
urbis episc. Dial. 1V, 12; « bene hanc reverentissimus vir Albinus Reatinae antistes
Ecclesiae cognovit » Dial. I, 4. La chiesa cattedrale ci appare sotto il titolo di
« Basilica beatae Mariae semper Virginis » (DEsANCTIS, pag. 8. Fin dai tempí di Gre-
gorio Magno, la residenza del vescovo era addossata alla chiesa (GREGORIO MaGNO,
Dial. IV, 12) come restò poi nell’ età posteriore. La primitiva chiesa — che sorgeva
all'in .rosso nel sito della odierna (DasancTIS, 0b. cit., p. 9) — fu dalle invasioni
rovinata. La nuova costruzione — alla quale risale la odierna — fu iniziata nei
primi anni del sec. XII (DEsANCTIS, Op. C., pag. 9; ManINI, Memorie di S. Bar-
bara ecc., pag. 212-113). Il fatto che il centro cultuale cristiano si stabilì in un sito
secondario, accanto alle mura, può indicare che molto per tempo la nuova fede
fece proseliti in Reate.









REATB, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 115



nella tradizione posteriore, la quale ne perdette ogni ricor-
danza. Oblio che non colpi il dosso orientale, tra il foro e
l'antica Porta Interocrina, del cui aspetto classico restò
un debole ricordo fino ai primi secoli del medio evo. Si
rammenti la estensione e la forma del dosso orientale e
del masso roccioso, che in gran parte lo costituisce con il
suo nucleo e con le sue diramazioni. Lo spazio, da esso
occupato, è tale che, da Piazza Vittorio Emanuele alla
Porta Interocrina, corrono circa 320 metri; mentre circa
200 metri costituiscono la distanza tra le due linee mu-
rali a sud ed a nord, entro cui la roccia è racchiusa. In
questo masso, dalla forma complessivamente circolare, la
roccia raggiungeva qua e là la sua altezza maggiore (circa
m. 405.00) : sarà facile, considerando tutto ciò, sorprendere
l'importante posto che, nella distribuzione interna dell’ urbe,
doveva avere questa prominenza orientale. Siamo nell'arc?
L'idea che debba trattarsi di qualcosa di simile si affaccia
eon insistenza alla nostra mente, ma per il momento non anti-
cipiamo conclusioni. Questo primo dato di carattere topogra-
fico trova suffragio in documenti di natura diversa. Se qual-
che nome di fisonomia classica — nel medioevo localizzato
in questa estremità orientale della vecchia cinta cittadina (1)
— possa indicarci che qui siamo in uno dei punti più im-
portanti dell’antica urbe, non sapremmo. Sopratutto perchè
il valore di questa parola praetorius — contenuta nel brano in
nota citato — non è ben chiaro nè si presta, senza difficoltà,
alle conclusioni che vorremmo (2). Certo si è che, nella
zona immediatamente sottostante al culmine di cui stiamo

(1) « In una carta farfense dell'anno 962 si ha: « de rebus iuris monasterii ve-
stri quas habetis intus civitatem reatinam, in loco ubi dicitur praetorius, prope
portam interocrinam et iuxta muros ipsius civitatis » (Reg. di Farfa, III, 76).

(2) Du CaNGE, Gloss. V, col. 743 non conosce una simile parola medioevale.
Poiché spesso la voce praetura é « Potestatis dignitas (Gloss., V, ecol. 748. s. v.) si
potrebbe pensare che nel riferito passo il Praetorius sia il luogo ove risiedeva il
potestà: senonché tale magistratura é di non poco posteriore all'anno del riferito
documento.






































116 G. COLASANTI

occupando, nel terreno piano che si estende avanti la Porta
Interocrina, noi troviamo un remotissimo documento topo-
nomastico nella voce ad arcîm, ad arcem, ad arci ecc. che,



fin da’ tempi molto anteriori al mille, ci designa un tratto
di questa zona. Quando ivi sorse la vetusta basilica di »
S. Agata, essa fu detta ad arce; nome che rimase in seguito
alla porta orientale della nuova cinta. Vedemmo altrove la
impossibilità di riferire questa denominazione ad altro punto,
che non sia il lato orientale della vecchia città; vedemmo
la impossibilità di riferire quell' ad arcem alla torre, che guar-
dava la Porta Interocrina ; possiamo escludere assolutamente
che la forma ad arcem possa essere presa per ad urbem, sia
perchè l’uso classico non ci permette un tale scambio, sia
perchè, nella pratica medioevale, quando si vuole dare una
simile indicazione riguardante la città, troviamo ante civita-



tem, ad civitatem ; unte, ad urbem ecc. Non resta che vedere,
nel nome ad arcem, il ricordo dell’antica arx che proprio li di
fronte sorgeva, ed alla quale la zona nel basso, attraversata
dalla Salaria, ebbe il suo naturale riferimento. Su questa
arce, in luogo aperto e donde tutta l'urbe si dominava con
lo sguardo, doveva sorgere il maggior tempio della città,
dedicato alle divinità protettrici di Reate.

Conquistato in tal maniera il concetto di questa arce
nella prominenza orientale dell' urbe, tante questioni, che
prima apparivano assai dubbie, potrebbero avviarsi verso
una soluzione. Cosi la voce praetorius, che le carte medioe-
vali localizzano ivi, potrebbe — dopo ciò — cominciare
ad assumere un valore; e la provenienza della epigrafe de-
dicatoria di un tempio a Giove, Minerva, Fortuna ed Ercole,







potrebbe senza incertezze essere veduta in questo culmine,
ove l’idea di un tempio troverebbe inoltre suffragio negli
importanti resti di costruzioni, già descritti, sotto la Cassa di
Risparmio. La iscrizione in parola (1) sarebbe stata rinve-








(1) C. I. L., IX, 4674: iovi. o. m | minervae | fortunae | herculi | saerum | c. f. f. r.









3

REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 117



nuta — sulla fede dello Schenardi — « inter macerias a centes
in atrio domus Marerianae » (1); palazzo che corrispondeva
al fabbricato che sorge di fronte al Teatro Comunale;
non ci é peró specificato se queste macerie provenivano
dal luogo stesso, presso cui giacevano, oppure se il loro
materiale era stato raccolto altrove. Di modo che, la esatta
provenienza della epigrafe — ir base a queste informazioni
— non ci sarebbe indicata. Senonchè, un contemporaneo
che assisté allo scavo e del quale forni alcuni particolari,
ci dice che questa iscrizione « fu rinvenuta li 17 settembre
1777 nello scavare il fondamento del Palazzo del Conte Ales-
sandro Vincenti di Rieti » (2), rassicurandoci così sulla sua ori-
ginaria provenienza e permettendoci di usufruire del grande
valore topografico, che la iscrizione ha per il nostro scopo.
Poichè le divinità, in essa menzionate, sono quelle alla cui
protezione eran poste di solito le città, e tra esse troviamo
Ercole, il cui culto in tanto onore era nella antica Reate,
viene da sè pensare al massimo tempio cittadino, che doveva
sorgere sulla arx. Accanto a questo tempio, dedicato princi-
palmente a Giove ottimo massimo, noi troviamo, nel lato
settentrionale del masso calcareo e non distante dalla linea
murale, la primitiva chiesa cristiana dedicata a S. Giove-
nale, scelto come protettore della antica comunità cristiana
di Reate (3). Il suo nome richiama tanto da vicino quello
della maggiore divinità pagana li presso venerata, da de-
stare in noi il sospetto che un qualche nesso corra — come
tra il sito dei due culti — anche tra il nome del santo e

(1) C. I. L., 1X, pag. 442; cf. SCHENARDI, Antiche Lapidi ecc., pag. 12: « ritro-
vata fra le macerie esistenti nell'atrio del Palazzo del Nobile sig. Conte D. Giacinto
Vincenti Mareri ».

(2) SCHENARDI, op. c. l. c.

(3) Al tempo di S. Gregorio Magno S. Giovenale, insieme a S. Eleuterio, é alla
protezione di Reate: « Noli timere : quia ad me sanctus Iuvenalis et sanctus Eleu-
therius martyres venerunt etc. » (Dial. IV, 12). Su S. Giovenale brevissime notizie
ha il martirologio romano a di 7 di maggio (pag. 64). Cfr. anche i Bollandisti, Acta
SS., VII maggio.

















118 G. COLASANTI

quello della divinità: a Giove, intorno a cui i pagani si
raccoglievano, i cristiani pensarono di’opporre un loro santo,
che potesse facilmente sostituire, anche nel nome, l’altro.

Con la identificazione dell’ arx, noi ci siamo formata
una idea della distribuzione interna dell’ urbe, così come
doveva essere nel suo ultimo periodo classico, e di cui sen-
tore si ha qua e là nei documenti dei bassi tempi, e nel
materiale epigrafico ed archeologico. Senonchè, lo schema di
questa città, limitata sul colle e posta in comunicazione con
il basso mediante il terrapieno, risale ad uno schema ante-
riore, che ci è dato intravedere da una serie di valevoli
indizi.

Prima della bonifica curiana, l' impaludamento, formato
dalle aeque che da ogni parte confluivano nella conca rea-
tina, arrivava sicuramente ai piedi dell'altura, su cui sor-
geva l’antica città, e si insinuava per la estremità delle
valli per cui sboccano il Turano, il Salto ed il Velino. Si
aveva, cioè, uno stato di cose che si riproduce nel periodo
delle alluvioni, quando le acque, superati gli argini, dila-
gano (e maggiormente dilagavano prima che fossero effet-
tuate le opere di difesa, di rialzamento ecc.) sul terreno
all’ intorno. A testimone di queste antiche condizioni idro-
grafiche, sta l'aspetto della vallata proprio a sud di Rieti e
nella quale le acque, come in un lago, si adagiavano. Ivi,
ai due lati del fiume, tra l'altura di Rieti, l'altura ove sorge
il Convento di S. Antonio ed il Colle dei Cappuccini, il
terreno degrada a mó di doccia, indicandoci l'antico letto
delle aeque. Sia che la bonifica di questa zona, a mezzodi
della vecchia urbe reatina, risalga all'opera cui Dentato
legó il suo nome; sia che gli abitanti di Reate, già prima
di Curio, avessero regolate le acque nella zona sottostante
alla loro città, costruendo il terrapieno di comunicazione
con il basso, a noi pare chiaro che, in ogni caso, la costru-
zione di quest’ultimo sia cronologicamente posteriore alla
formazione dell’abitato e della cinta sull’alto del colle. Di











v

REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. + 119

ciò si potrebbe avere una prova di altro genere. Se si os-
serva- la carta, si vedrà che l’antica città, con le sue due
porte ad oriente e ad occidente, poste tra loro in comuni-
cazione dal decumano, che attraversava l'urbe da est ad
ovest, non mostra tracce dell’arteria trasversale (cardo ma-
ximus), per la quale mancherebbe la porta settentrionale di
cui nessunissima traccia noi abbiamo. Il che potrebbe indi-
care che la porta meridionale dell’antica cinta (P. Romana)
non sia dovuta ad un originario schema della città, sibbene
ad una necessità affacciatasi in tempi posteriori. La costru-
zione stessa del terrapieno, che mostra caratteri relativa-
mente recenti, sarebbe un’altra prova della seriorità di que-
st'opera. La mancanza di aperture nel lato meridionale è
giustificata dalla presenza degli impaludamenti; e nel lato
settentrionale dalla necessità di non rompere, da questa parte,
la linea di difesa con un'altra porta sita in mezzo alle due
altre laterali.

In tal modo, noi intravediamo il primitivo schema del-
l’urbe reatina. Sull’ altura rocciosa essa sorgeva, difesa a
nord da potenti manufatti, ed a sud dagli impaludamenti
delle acque, sboccanti da occidente e da mezzodì. Perfetta-
mente orientata, da ovest ad est, era percorsa in questa di-
rezione dalla maggiore arteria interna, i cui capi mettevano

a due porte. Da queste porte — quasi in prosecuzione della
‘ arteria — partivano le vie di comunicazione con l’este con
il nord. La prima — su un terreno, che raggiunge e su-

pera i 400 m., — seguiva per Interocrio, secondo lo schema
che fu poi quello della Salaria; la seconda, seguiva per il
settentrione.

Il terreno, per largo tratto, era ivi occupato dagli im-
paludamenti: ma ai piedi dei monti che limitano ad est la
conca di Rieti, il terreno, oggi relativamente alto (m. 390),
molto per tempo dové essere liberato dalle acque, merce i
materiali che i corsi, discendendo dai monti, depositavano

ai piedi di questi. Questa zona dovè accogliere la primitiva











120 G. COLASANTI

via di comunicazione con il nord. Si ricordi quanto altrove
abbiamo detto della Via Quintia, che dalla porta occidentale
di Reate andava — nei tempi classici — verso settentrione :
è arrischiato pensare ad un nesso più o meno rigoroso di
continuità tra la direzione delle due strade?

Un ultimo punto ci rimane ad assodare prima di chiu-
dere questa nostra ricerca. Noi abbiamo seguita la linea
della antica cerchia scomparsa, e già conosciamo il nuovo
perimetro più ampio: è possibile stabilire l'epoca, in cui la
vecchia cinta fu abbandonata e fu eretta la nuova? Uno
scrittore di cose locali, il più volte citato van Heteren, ci
fa sapere che « nell'anno 1311, volendosi alzare le mura
della città sopra la porta d’Arci, si fa dal magistrato delle
sette arti con gli operai la convenzione seguente: Die 7.°
sep. 1311 in domo et ... murare supra portam S. Leonardi de
Arce quinque passus altum, et faciendum nurum (murum) gros-
sum de tribus pedibus » (1). Che qui si tratti del grande
muro di cinta presso Porta d'Arce, ove trovavasi la chiesa
di S. Leonardo, non puó essere messo in dubbio per le espres-
sioni stesse del testo; e che questo accenno alla costruzione
di un solo tratto della cerchia possa agevolmente essere rife-
rito alla costruzione della cerchia intera, è logico.

Ma, prima di ogni deduzione, occorrerebbe sincerarsi sul
credito che possa meritare la notizia dal van Heteren ad-
dotta: al qual riguardo, in verità, non sapremmo che dire.
Il trovare — nel testo surriferito — degli errori di lettura
(nurum per murum) accanto a parole interamente tralasciate
con grande discapito del periodo, sta a indicare che il
van Heteren ha avuto innanzi a sè delle carte che non ha
saputo bene interpretare; carte, però, che potrebbero essere
tanto dei documenti originarî, quanto indecifrabili manoscritti
posteriori, del cui valore nulla sappiamo. Certo che — qua-
lunque sia la fonte dal van Heteren messa a profitto — in-

(1) Op. c., p. 80.

















*



REATE, RICERCHE DI TOPOGRAFIA, ECC. 121



torno al tempo dalla sua notizia indicatoci, cioè tra il finire
del secolo XIII ed il principio del XIV, siamo indotti a porre
la formazione dell’ odierna linea perimetrale da tutta una
serie di considerazioni. Le notizie, altrove riportate e conte-
nute sia negli Statuti municipali sia nei noti processi della
Inquisizione, mostrandoci la cerchia attuale già formata ci
offrono un ferminus ante quem nei primi decenni del se-
colo XIV. Più esplicita è la documentazione per fissare il
terminus post. Qualche scrittore locale, nel narrare le vicende
cittadine, ha segnalata la seconda metà del duecento come
l'epoca in cui « della pace e della prosperità profittando, i
Reatini diedero opera a migliorare le condizioni materiali
della città e ad ampliarla » (1). Informazione questa, che
trova pieno riscontro nella costruzione dei sontuosi mona-
steri cittadini, sorti e rifatti in quest'epoca fuori della linea
della vecchia cerchia; e nella necessità che, nel tempo me-
desimo, si fece sentire di gettare un altro ponte sul Velino,
poco a monte dell’odierno (2). Che tutte queste imprese edi-
lizie siano da porsi in relazione con l'abbandono della vec-
chia cinta, entro cui la popolazione non poteva ormai più
contenersi, ci è chiaramente indicato da un documento. Una
carta proveniente dall’Archivio della Cattedrale di Rieti, e

' paecolta nel Bollario Francescano, ci fa conoscere che

l’anno 1252 il Potestà ed il Comune reatino « ad honorem
Sanctae Romanae Ecclesiae Civitatem eandem coeperunt
laudabiliter ampliare »; e poiché « infra hujusmodi amplia-
tionis ambitum, quaedam praedia (Ecclesiae) haberi dicuntur,
sine quibus ampliatio ipsa votiva non potest suscipere incre-
menta », il papa Innocenzo dava liceuza al vescovo reatino
di espropriare detti beni ecclesiastici (3). Abbiamo già visto

* . (I) MICHAEL, I, 36.
(2 Il relativo documento ci è già noto (Bullar. Francisc., II, pag. 471 ad
ann. 1263).
(8) Bull. Franc., I, pag. 627 ad ann. 1252: il documento é in data 28 settem-
bre 1252.













122 G. COLASANTI

come la cattedrale di S. Maria possedesse beni fuori la an-

tica Porta Zinzula, lungo la vecchia carbonaria, a piè della
vetusta cinta murale; e come il monastero di S. Paolo pos-
sedesse anch'esso, nei pressi di Piazza del Leone: altri beni
ecclesiastici stavan fuori del vecchio perimetro e di essi si
aveva assolutamente bisogno per i progettati ampliamenti.
Se questo programma edilizio fu compilato verso il 1252, e
nel 1268 — quando si voleva costruire il nuovo ponte presso
il convento di S. Francesco — era in piena attuazione, vuol
dire che intorno a questo tempo, durante i decenni con cui
il secolo finiva, si pose mano a circoscrivere, con una cinta,
la nuova città. Entro il nuovo perimetro furono, in tal ma-
niera, compresi e monasteri e chiese e case, già poste fuori
del perimetro vecchio; e tra questi nuclei di fabbricato si
formó e crebbe lentamente l'abitato moderno.

G. COLASANTI. :













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123



L IPOGEO

DELLA FAMIGLIA ETRUSCA ‘© RUFIA

»3

EURESSOI PERUGIA

CAPO. I.

Storia della scoperta e descrizione dell'Ipogeo — Pianta e veduta assonometrica —
Materiale rinvenuto — Vicissitudini subìte — Genealogia della famiglia Rufia.

Durante l’ estate del 1887 si effettuarono notevoli lavori
nell'attuale Cimitero di Perugia, allo scopo di estenderne la
cinta, che lo chiudeva, e di abbassare e livellare, almeno
in parte, la superficie nuovamente acquistata.

Nel luogo, ove oggi sorge il monumento ai caduti del
XX Giugno 1859, si trovava originalmente il culmine di una
collina, allineato col crinale del prossimo Monterone, dal
quale il terreno degradava allo intorno, con maggiori pen-
denze verso sud-est. Per la sistemazione generale della
nuova area, che si doveva destinare ad aumento della su-
perficie cimiteriale, quel culmine dové troncarsi per l'al-
tezza di parecchi metri, pur restando, come anche attual-
mente si vede, una superficie eminente sulle altre, da cui
il terreno declina anche oggi all’ intorno, con leggere pen-
denze verso nord - west, maggiormente inclinate invece a
sud-est. Abbassando la cima di quel colle, il 9 agosto 1887,
a metri 3.70 (1) dal livello primitivo del terreno, il piccone
demolitore sfondò la volta di un’ampia cavità sotterranea,

(1) Non a m. 3.40, come trovasi indicato nelle Notizie degli Scavi, 1887, pag. 391.











1



24 G. BELLUCCI

che si riconobbe subito dalla forma e dal contenuto, esser
quella di un Ipogeo antichissimo.

Oltre ventitre secoli addietro, la cima di quel colle era
stata difatti utilizzata con l’intendimento di formarvi una
casa sotterranea per i morti. Fu prescelto quel luogo, si-
tuato in posizione elevata ed isolata, come del resto consi-
mili si preferivano generalmente per la formazione degli
Ipogei, sia per evitare che l’acqua ristagnasse nel piano,
sia per maggior facilità di accesso e di escavazione.

Il terreno era propizio, costituito da un’ arenaria tufa-
cea abbastanza compatta. Formando una grande cavità sot
terranea, si ebbe quindi fiducia,: che la volta si sarebbe
retta di per sè, senza opera alcuna di sostegno. Il lavoro
dev’ essere stato compiuto, come in generale si compie-
vano lavori del genere, da scavini pratici della costitu-
zione dei terreni, della loro solidità e resistenza; ed essi
colsero nel segno, inquantochè ventitre secoli dopo la sua
formazione, quella casa sotterranea fu ritrovata integra,
conservata in tutte le sue parti, come fu lasciata l'ultima
volta che dovè riaprirsi, per introdurvi le ceneri dell'ultimo
defonto della famiglia. ;

La pianta e la disposizione generale interna dell' Ipogeo
é data dalla Tav. 1*; questa dispensa d'intrattenersi in
minuti particolari descrittivi. L' ipogeo era costituito da due
grandi ambienti, presso a poco rettangolari, il primo dei
quali con l'asse maggiore parallelo alla direzione della porta
d’ingresso, il secondo con l’asse maggiore perpendicolare
alla medesima direzione. La superficie del primo ambiente
misurava mq. sessantatre; quella del secondo mq. quaran-
tanove; la superficie totale raggiungeva quindi mq. cento-
dodici. L'altezza, abbastanza regolare, presentava leggere
variazioni, oscillando fra tre metri, e metri tre e venti cen-
timetri.

La porta d'ingresso non era perfettamente centrata con
l'asse longitudinale dell' Ipogeo; essa rimaneva spostata di















L’ IPOGEO DELLA FAMIGLIA « RUFIA » 125
*

cinquanta centimetri verso N-E. Fuori dello ingresso era
una strada inclinata, lunga m. 2.80, larga m. 0.64, ricoperta
nel tratto piü elevato da pietre, con tre cordonate in ri-
lievo; su questa parte più alta poteva accedersi non solo
di fronte, ma anche lateralmente, mercè cinque gradini di
pietre ben disposte e connesse. Le relazioni del tempo non
dicono, se l'apertura di accesso si trovasse o no chiusa da
un solido lastrone di travertino; essendo gli esploratori pe-
netrati per la volta, ed avendo poi sfiancato lateralmente
| Ipogeo, per illuminarlo e per vuotarlo del contenuto, qual-
che particolare andò involontariamente perduto. Credo però,
e non potrebbe esserne a meno, che l'apertura di accesso
fosse chiusa, come del resto si verificava in tutti gl’ Ipogei
consimili, e penso che il lastrone di travertino, che fu tro-
vato poco lungi tra la terra (1), fosse appunto destinato a
chiuder la porta dell’ Ipogeo.

La forma generale dell’ Ipogeo, i numerosi cinerari che
vi si rinvennero, la loro particolare disposizione, la mancanza
quasi totale delle panchine perimetriche, sopraelevate sul
piano per collocarvi i cinerarî; l'esistenza di un piccolo
tratto di panchina in demolizione, lungo la parete sinistra
del primo ambiente e dell'intiera panchina, lungo la parete
destra, residui evidenti delle panchine, che dovevano primiti-
vamente esistere lungo tutte le pareti, fanno ritenere, che
la forma dellIpogeo come si rinvenne e si descrisse nel
momento della sua scoperta, e come trovasi rappresentato
dalla Tav. 1°, non fosse proprio la iniziale, ma risultasse da
escavazioni ed ingrandimenti successivi, richiesti dalla ne-
cessità di collocare là entro, nel percorso del tempo, nuovi
e sempre nuovi cinerarî.

Sembrerebbe difatti inconcepibile, che nel primo mo-
mento della fondazione dell’ Ipogeo si fosse stabilita unà su-

(1) N. 287 del Cat..logo del Museo.









126 G. BELLUCCI

perficie per il collocamento dei cinerarî, quale propriamente
risultò occorrente, oltre due secoli dopo. Accrescimenti con-
simili si verificarono del resto anche in altr’ Ipogei rinvenuti
nel territorio di Perugia, ma in nessuno di essi si trovò una
superficie disponibile così ampia, come quella dell’Ipogeo che
si descrive. Anche indipendentemente da ciò, una conside-
razione, la quale conduce a ritenere, che in tale Ipogeo siensi
verificati accrescimenti, emerge dal fatto, che tutti i cine-
rarî in pietra si trovarono collocati sul suolo e non sulle pan-
chine. Non si costumava difatti di deporli sul piano degl’Ipo-
gei, perchè tale superficie era di necessità calpestata dai
viventi, che all’ occorrenza penetravano negl’Ipogei stessi,
o per collocarvi nuove urne, o per compiervi funzioni ri-
tuali. Si ebbero talora esempi di collocamento sul terreno,
ma i cinerarî si trovarono sempre addossati alle panchine
esistenti, e quindi disposti in modo da non occupare quella
parte di suolo, che poteva esser di accesso o di possibile
frequentazione ai viventi. Tale ipogeo offri quindi un esem-
pio singolare di totale occupazione del suolo praticabile, im-
posta dalla necessità di collocarvi numerosi cinerarî, in os-
sequio al sentimento costantemente nudrito di tener riuniti
gli avanzi cinerei dei componenti di una famiglia, vissuta
durante il percorso di oltre due secoli.

Esaminando i particolari risultanti dalla pianta dell’ Ipo-
geo, qual'é rappresentata dalla Tav. 1", può ritenersi che
l'Ipogeo fosse primitivamente costituito da un solo ambiente,
che addivenne poi l’ambiente anteriore e che in allora, la
parete di fondo e quelle laterali, fossero tutte munite di pan-
chine per collocarvi sopra i cinerari. Quando la necessità
impose di aumentare lo spazio disponibile, si demolirono
quasi completamente, la panchina della parete sinistra, e
tuttà la panchina di fondo, collocando al suolo in linee piü
o meno serrate tutti i cinerari di travertino, che per lo in-
nanzi vi erano stati deposti e cominciando allora a scavare
il secondo ambiente. Piü tardi, quando il bisogno di mag-















127



L’ IPOGEO DELLA FAMIGLIA « RUFIA »

giore spazio disponibile dev’essersi fatto nuovamente sentire,
dovè procedersi ad uno scavo più profondo del secondo am-
biente, tenendone però sempre l’asse longitudinale nel pro-
lungamento di quello dell'ambiente primitivo, ed accrescendo
alla fine, la superficie utilizzabile, di altri quarantanove me-

tri quadrati.

La disposizione e l’ ubicazione dei singoli cinerari in
travertino od in terra cotta, nonchè la disposizione di al-
cuni fittili e di alcuni oggetti in metallo, rinvenuti nello
Ipogeo, risultano dalla Tav. 1°, in cui ciascun cinerario è
controdistinto dallo stesso numero di catalogo, che ha nel
Museo. Dallo esame dell'insieme della figura suddetta ri-
sulta, che l'intiera superficie dell'Ipogeo si trovò occupata
dai cinerari, disposti con sufficiente ordine e simmetria in
file, talora addossati e serrati gli uni: agli altri, senza che
peraltro sia addimostrato, almeno in generale, di aver seguito
un ordine di discendenza nel sepolcro, o una relazione di
appartenenza familiare, tra coloro a cui appartenevano le
ceneri, che si vollero conservate. Quattro soli rilievi po-
trebbero annotarsi, come indicanti collocamenti di cinerari,
aventi carattere intenzionale nella loro contiguità, ma di
questi sarà detto, illustrando ciascun cinerario.

I cinerari in travertino, sotto forma di urne, si trovarono
nel numero di ventinove; uno soltanto (240), si trovò for-
mato di arenaria giallastra, tratta da una delle colline mio-
ceniche presso Perugia. Sulla panchina esistente lungo la
parete laterale destra del primo ambiente dell’ Ipogeo, si
rinvennero quattro cinerari in terra cotta, sotto forma di
olle; due erano stati collocati sul tratto residuo di panchina,
lungo la parete laterale sinistra; uno si trovò disposto en-
tro una nicchia, scavata sulla parete sinistra di fondo del
primo ambiente; e finalmente altri tre si trovarono collocati
in mezzo alle urne di travertino nel secondo ambiente, in










128 : G. BELLUCCI

corrispondenza della linea centrale. Il numero totale dei ci-
nerari ammontó cosi a quaranta; trenta in pietra e dieci
fittili; questi ultimi di due grandezze differenti, cinque per
ciascuna grandezza.

I cinerari in pietra si trovarono tutti muniti di coper-
chio e ad eccezione di uno, tutti codesti coperchi presenta-
rono la forma di tetto con pioventi laterali, costituenti per-
ciò una forma di timpano nella fronte anteriore e posteriore
delle urne. Questo timpano ha nelle diverse urne una mag-
giore o minore altezza, ed in alcune la fronte anteriore è
più elevata della linea d’incontro delle superfici laterali dei
pioventi. Le olle si trovarono ricoperte da apposite ciotole
ed in qualche caso anche da piatti rovesciati; taluna delle
olle fu trovata in frammenti ed alcuni coperchi si rinven-
nero rotti.

Il cinerario in travertino, che faceva eccezione su tutti
gli altri, per avere il coperchio diversamente conformato
con figura umana scolpita a rilievo, fu trovato nel primo
ambiente dello Ipogeo, sulla linea centrale di fronte allo
ingresso, nella stessa posizione in cui doveva trovarsi per
lo innanzi sulla panchina di fondo, prima che questa fosse
demolita. Per questo fatto, che dava naturalmente ad esso
un risalto manifesto su tutti gli altri cinerarî, per la posi-
zione speciale, che il cinerario stesso occupava, nonchè per
altri particolari, che saranno più oltre indicati, si ritenne
giustamente fin dalle prime, che in esso fossero raccolte le
ceneri del fondatore dello Ipogeo.

Entro ciascun cinerario di pietra o di terra cotta, si
trovarono soltanto ceneri o frammenti ossei carbonizzati,
residui d’ incompleta combustione. Nessuno oggetto metallico
o di altra natura.

Sul terreno, fra i cinerari e precisamente nei punti de-
signati dalle lettere S, si trovarono, senza alcun ordine ma-
nifesto, quattro specchi di bronzo, e nel punto designato
nella pianta con la lettera 0, si rinvenne un gruppo di re-



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G.

BELLUCCI

L'IPOGEO DELLA FAMIGLIA « RUFIA ?

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| Pianta dell’ I-
j pogeo della fa-
miglia RUPIA,
come fu scoperto
nel 1887 presso Perugia,
nell’area dell’attuale Ci-
mitero. — La pianta ed i
cinerarî in pietra sono
alla scala esatta di !/,,.

] numeri, entro ret-
tangoli, indicano cinerari
in pietra; entro circoletti,
olle cinerarie fittili. S, si-
gnifica Specchi: 0, luo-
go ov era un cumulo di
fittili rituali.

Tav. I.













’ Y a ^ Y Tp ra
BELLUCCI L IPOGEO DELLA FAMIGLIA « RUFIA »

G.

Veduta assonometrica libera dell’ Ipogeo della famiglia Ruria, immaginandolo scoperchiato ed

osservato dalla sommità della gradinata di accesso. :











L’ IPOGEO DELLA FAMIGLIA « RUFIA » 129

cipienti in terra: cotta di uso ordinario, ed alcuni altri og-
getti, di cui più oltre sarà data la descrizione.
Sarebbe stato desiderabile, che l'Ipogeo si fosse conser-

vato integro all'ammirazione degli studiosi e di tutti coloro,
che circondano di assidua cura e di sincero affetto gli asili
dei morti, ma dal momento che i lavori di livellazione
rendevano indispensabile la distruzione di quell’ antico
monumento funerario, destinandone la superficie a nuovi
Ipogei, per coloro che oggi vivono e dimani morranno, fu
cosa vantaggiosa di raccogliere e conservare tutto il mate-
riale là entro rinvenuto e di prendere nota di alcune osser-
vazioni e mjsure, relative a quel vetusto Ipogeo, destinato
à scomparire per sempre.

Fin dal primo momento della scoperta, l'Ipogeo ricor-
dato, importantissimo, come vedremo, per la storia di una
delle ultime famiglie patrizie di Perugia etrusca, fu assi-
duamente vigilato e tutelato dall'Ispettore ai Monumenti,
prof. Luigi Carattoli e dal suo aiuto prof. Angelo Lupattelli.
Dobbiamo ad essi, non solo le prime notizie sommarie, che
si comunicarono sullo scoprimento avvenuto, ma anche le
misure relative alle diverse parti dell’ Ipogeo, l' esatta ubi-
cazione dei singoli cinerari e degli oggetti, che vi si rin-
vennero. Sulla base di questi dati, mi fu reso possibile di
far costrurre le due tavole d’insieme 1° e 2°, la prima delle
quali rappresenta in scala determinata, la pianta dello Ipo-
geo, con la relativa strada di accesso, nonchè l’ ubicazione
ed i rapporti, che avevano tra loro i cinerari e gli oggetti
rinvenuti nell'interno dell’Ipogeo medesimo. La seconda ta-
vola rappresenta invece, con veduta assonometrica (1) l'aspetto
complessivo dello Ipogeo, come sarebbe apparso all'osserva-
tore, se lo avesse riguardato dalla strada di accesso, imma-
ginando allontanata la volta, che lo ricopriva.

(1) I rapporti col vero non sono in scàla precisa, come lo sono invece nella

Tav. 1“; il disegnatore ideò una rappresentazione un po’ libera, specialmente ri-
guardo alle misure dei cinerari.





%








































G. BELLUCCI



Dobbiamo pure ai professori Carattoli e Lupattelli le
maggiori premure a tempo esercitate verso il patrio Muni-
cipio, perchè l’intiero materiale rinvenuto fosse subito ac-
colto tra le collezioni del Museo civico, come avvenne difatti.
Ed è perciò che i cinerari, passando direttamente dall’ Ipogeo
alle Gallerie del Museo, conservarono i colori delle iscrizioni,
come quelli delle decorazioni; mantennero parte delle dora-
ture di cui furono originalmente abbelliti; presentarono e
tuttora presentano quell' aspetto esteriore di nuovo, che
l'azione edace del tempo, sussidiata dall'aria umida, dalle
piogge, dal sole, dai licheni, non giunse mai a cambiare. Tutti
i cinerari difatti presentano anche oggi un aspetto tale di
freschezza nei loro particolari, da sembrare che soltanto da
ieri sieno usciti dalle officine del lapicida.

I cinerari in pietra rinvenuti nell’Ipogeo sono nella
maggior parte a superfici grezze, non provvedute cioè di ri-
lievi scolpiti. Dall’ esame anzi delle urne, che presentano
rilievi scolpiti, e di quelle che ne sono mancanti, si deduce,
che sono le urne in cui vennero collocate le ceneri dei de-
fonti di età più remota, che hanno rilievi scolpiti, accennanti
a credenze e leggende della Mitologia greca, le quali forma-
vano, come si conosce, tanta parte del patrimonio intellet-
tuale degli Etruschi. Succedono ad esse, sempre in relazione
col tempo e-con l'influenza crescente della dominazione ro-
mana, urne a superfici grezze o tutt'al più decorate da sem-
plici motivi ornamentali (rosoni, borchie, pelte amazzoniche,
forme di vasi o di piante) e finalmente si presentano i cine-
rari in terra cotta, in forma di semplici olle (1).

Dei quaranta cinerari rinvenuti nello Ipogeo, due soltanto
si trovarono anepigrafi ed uno, sebbene iscritto, si trovò fin dal
primo momento illeggibile. Dalla lettura della generalità delle
iscrizioni epigrafiche si comprese subito, che l'Ipogeo aveva

(1) In tutti gl’ Ipogei del territorio perugino, in cui si trovarono cinerari re-
lativi ad un lungo decorso di tempo, si verificarono fatti consimili a quelli descritti.











L’ IPOGEO DELLA FAMIGLIA « RUFIA >» 131

appartenuto alla famiglia etrusca Rafia (1), che col volger del
tempo addivenne Raufia e quindi Rufia. Si potè pure stabilire,
che il fondatore dello Ipogeo fu Velio Rafi, il quale deve aver
voluto, che fossero raccolte là entro, con pietà ed affetto di
figlio, anche le ceneri de’ suoi antenati. Seguendone poi l' e-
sempio, avvenne, che per la pietà e lo affetto dei discendenti
e dei congiunti, si disponessero col volger del tempo, attorno
al cinerario del fondatore dello Ipogeo, quelli dei fratelli, dei
figli, dei nepoti, dei pronepoti, delle rispettive consorti, ed
alcuni altri difnon sicura determinazione familiare.

Le iscrizioni dei singoli cinerarî furono notificate, ap-
pena avvenuto il rinvenimento, al prof. Gamurrini, allora
R. Commissario agli Scavi e Monumenti per l Umbria, ed
alla Direzione Generale delle Antichità, presso il Ministero
della Pubblica Istruzione. L’ illustre archeologo, prof. Edoardo
Brizio, Direttore del Museo di Bologna, trovandosi in quel
tempo in Perugia ed interessandosi grandemente della sco-
perta, comunicò a sua volta apografi ed osservazioni al Di-
rettore Generale delle Antichità, Senatore Fiorelli, dal quale
furono fatte inserire nelle Notizie degli Scavi (2), unitamente
ad una brevissima notizia sul rinvenimento, redatta dallo
Ispettore locale, prof. Carattoli.

Tutte le iscrizioni epigrafiche esistenti nei cinerarî di
questo Ipogeo furono poi riportate dal Pauli, nel Corpus inscrip-
tionum. etruscarum, ove figurano, talora con qualche osserva-
zione, designate dai numeri 3469 al 3506 compresi (3). Tra

(1) Nel 1822 si scoprì presso Perugia, in luogo non bene determinato, ma sem-
bra a nord della città, un Ipogeo di altra famiglia etrusca Rafia, certamente più
antica, ma legata forse da parentela con quella sepolta nell’Ipogeo, illustrato con la
presente memoria, discoperto sessantacinque anni dopo.
I cinerari in travertino di codesta più antica famiglia Rafia, sono nella maggior
| parte conservati nel Museo civico, Galleria Ovest, designati dai numeri di catalogo
43-50. Furono illustrati da Vermiglioli, da Fabretti e da Conestabile.
(2) 1887, pagg. 391-395.
(8) Corpus inscriptionum etruscarum. — Lipsiae, apud J. A. Barth, MDCCCXCIII,
pagg. 439 a 443. :

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i
|
| |
|
d
|
|

li
IM I





132 . G. BELLUCCI

codeste osservazioni è necessario porne in rilievo due; la
prima concernente le relazioni di parentela tra i discendenti
della famiglia Rufia; la seconda, relativa a certi segni nume-
rici, che il Pauli rilevò sopra alcuni coperchi di cinerarî in
pietra, reputandoli meritevoli di note speciali.

Veniamo alla prima. In molti casi il Pauli, dopo aver
riferito le epigrafi, iscritte nei cinerarî, indicò la relazione
familiare dell'individuo, a cui l'iscrizione si riferiva, con
altro od altri discendenti della famiglia Rufia, le ceneri dei
quali furono egualmente deposte nello Ipogeo. Così si trovano
citate in alcuni casi le madri; in altri i figli; in altri i fra-
telli; ma il nome di nessun padre meritò, a modo di vedere
del Pauli, di essere segnalato, sebbene l’ indicazione di tali
nomi fosse evidentissima. Invero, se da trentasette iscrizioni
rinvenute nello Ipogeo, togliamo quelle di donne, specificate
soltanto col nome della famiglia di origine, ne residuano ven-
tidue, dodici delle quali hanno iscritto il nome del padre e
della madre; sei, quello soltanto della madre; quattro, quello
soltanto del padre.

Ho creduto opportuno rilevar ciò, per attenuare l’impor-
tanza esclusiva, accordata al concetto del matronimico, mentre
lo stato delle cose addimostra, che codesta importanza fu
soverchiamente concessa.

La seconda osservazione, che mi sono tenuto in dovere

di sollevare ad altre indicazioni del Pauli, mira a toglier di

mezzo un errore, in cui involontariamente Egli cadde, quando
esaminò i monumenti rinvenuti nello Ipogeo della famiglia
Rufia.

Per la maggior parte dei cinerarî in pietra, non per
tutti, il Pauli aggiunse, secondo i casi, le seguenti dizioni:
« in lecto est numerus » oppure « in tecto sunt numeri »; ci-
tando poscia il numero od i numeri, che nel coperchio, in
forma di tetto a doppio piovente, trovò segnati. Riferendo
tali numeri, Pauli ebbe quindi il pensiero, che fossero con
temporanei alle iscrizioni epigrafiche, esistenti nei singoli ci-

L’ IPOGEO DELLA FAMIGLIA « RUFIA » 133

nerarî, e concedette quindi ad essi un'importanza, che real
" mente non avevano, e non hanno. Estendendo difatti le os-
servazioni a tutti i cinerari di pietra, Pauli avrebbe trovato,
come io ho potuto verificare, che la serie dei numeri incisi
nel tetto, procede regolarmente dal num. 1 al num. 80,
"quanti furono appunto i cinerarî rinvenuti; avrebbe inoltre
veduto, che codesti numeri, incisi col dorso di una lima sul
tetto, corrispondevano e corrispondono a quelli segnati in
matita azzurra o nera sulla fronte di molte urne; non in
tutte, perch& gli attriti ed il tempo, li hanno cancellati.

A maggior conferma delle precedenti asserzioni posso
‘aggiungere: anzitutto, che possedendo l’abbozzo della pianta
dell’Ipogeo, segnata nel tempo della scoperta, con l’ ubica-
zione dei singoli cinerarî, il numero che distingue ciascuno
di essi nella pianta, corrisponde esattamente a quello inciso
sul coperchio (in tecto) e segnato sull’ urna. In secondo luogo
posso ricordare, che il prof. Lupattelli, il quale penetrò
nello Ipogeo al tempo della scoperta, e rilevandone i parti-
colari, ebbe a registrarli, mi ha assicurato, che i singoli ci-
nerarî furono controdistinti con numeri progressivi e per
fissarne l'ubicazione nello Ipogeo, e per evitare facili con-
fusioni nei trasporti successivi, delle urne e dei loro coperchi.

Conseguentemente a ciò i numeri rilevati dal Pauli sono
da riguardarsi, come semplici segni distintivi, impressi mo-
dernamente e non meritavano certo di esser ricordati e rap-
presentati nel Corpus iscriptionum etruscarum.

*
* *

Fino al 1907, ossia per venti anni, i cinerarî provenienti
dall’ Ipogeo della famiglia Rufia, rimasero mescolati e dispersi
tra i numerosi cinerarî di provenienza diversa, esistenti nel
Museo civico; soltanto uno di essi, il più appariscente, aveva
avuto lonore, se cosi può dirsi, di esser tenuto in maggior
conto, essendo stato collocato tra quei cinerarî, che offrivano

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|



134 G. BELLUCCI

rilievi scolpiti, pregevoli per esecuzione artistica o per il si-
gnificato mitologico o simbolico, che rappresentavano. Ma
ogni relazione dl famiglia era stata troncata; ogni cinerario
rappresentava come una pagina staccata di un libro, senza
nesso con le pagine vicine, ossia con gli altri cinerarî, non
più intelligibile ad alcuno, mentre raccolti insieme, i cine-
rarî avrebbero offerto un interesse grandissimo.

Perfino le ceneri, pur rimaste, nei rispettivi cinerarî, e
nella pace dello indisturbato Ipogeo per oltre venti secoli,
furono da questi asportate e collocate separatamente entro
carte, nei cassetti di una vetrina del Museo! A qual criterio,
a qual sentimento si obbedisse nel far ciò, da chi preceden-
temente a me ordinò il Museo, è impossibile comprendere
e stabilire, tanto più se si considera, che alcuni cinerarî sol-
tanto e non tutti, furono vuotati delle ceneri, che contene-
vano. Noto questo fatto singolare, a dimostrazione ulteriore,
se pur ne fosse duopo, della realtà del pensiero, che l’uomo
non può e non potrà mai confidare di aver pace, nemmeno
quando il suo corpo sarà ridotto ad un pugno di ceneri!

Incaricato nell’anno suddetto del riordinamento del Mu-
seo civico, ritenni mio dovere di raccogliere le sparse ceneri
dei componenti dell’antica famiglia Rufia, ordinando poi
le urne che le contenevano, in apposita parte della Galle-
ria nord del Museo. Durante questo ordinamento ebbi agio
di considerare maggiormente il notevole interesse, che lo
insieme di quei monumenti presentava, e mi parve cosa op-
portuna di redigere un’illustrazione completa dell’ Ipogeo, e
di tutto ciò che da esso provenne, mettendo in luce così i
molti particolari, che scaturivano dai monumenti, singolar-
mente e comparativamente considerati, e che emergevano
da talune relazioni preziose del tempo, rimaste ignorate o
non considerate a dovere.

E mi confermai nel proponimento, riflettendo special-
mente al fatto, che sull’ Ipogeo della famiglia Rufia, erano
state pubblicate soltanto tre note, due delle quali di carattere

L’ IPOGEO DELLA FAMIGLIA « RUFIA » "CO
*

essenzialmente 'epigrafico (Brizio 1887, Pauli 1893), ela terza ^
brevissima (Carattoli 1887), accennante allo scoprimento,
mentre per altri Ipogei, discoperti presso Perugia, ed anche
meno importanti di quello della famiglia Rufia, eransi pubbli-
cate per lo addietro complete illustrazioni.

Seguendo pertanto il concetto prefissomi e riferendomi
ai lavori epigrafici precedentemente indicati, aggiungendoli
o correggendoli all’ occorrenza, in seguito a migliore e più
accurata lettura, volli anzitutto dare forma concreta ad una
idea geniale, che il prof. Gamurrini per primo ebbe ad ini-
ziare in una lettera del tempo (26 agosto 1887), quella cioè
di stabilire la genealogia della famiglia Rufia, per quanto
poteva emergere dai numerosi cinerarî iscritti, raccolti nel
proprio Ipogeo (1). Ne derivò il seguente albero genealogico,
| reso completo per quanto mi fu possibile, col sussidiare la base
epigrafica, di tutti quegli elementi diretti e comparativi, che
parvero opportuni al migliore raggiungimento dello scopo. Il
numero posto a destra dei singoli nomi dei discendenti della
famiglia Rufia, corrisponde a quello di catalogo del Museo,
segnato in rosso su ciascun cinerario, ed a quello iscritto
nel perimetro della base, che li rappresenta nella Tav. 1°.

(1) Deve notarsi che al prof. Gamurrini non furono comunicate tutte le iscri-
zioni epigrafiche, e talune di quelle riferitegli ebbero omissioni ed errori, per cui
la Genealogia, che il prof. Gamurrini ebbe ad iniziare, restò naturalmente incom-
pleta.



GENEALOGIA DELLA FAMIGLIA RUFIA
(Originalmente RAFIA, poi RAUFIA, quindi RUFIA).

I I
Arunte (248) Aulo (254)
sposa
Tana Caia Lezia (262)



| | | I

Arunte (238) VELIO (266) Larte (239) Setrio (255)
sposa sposa sposa sposa

Fastia Tizia (254) Tana Marcia (244) Larzia Larzia Cincunia (246)

| Î I i l i

| | I -

| | Larte (257) Fastia (255) Setrio? Larte (353)
|



I | I I
Arunte (264) Aulo (268.9) Aulo (251) Velio (243) Larte (263) Larte (268.3)

sposa sposa
una Vibia Sutrinia (260)
o Fastia (261) I
o Tana (250) l

I | |
Arunte (268.2) Aulo (265) Larte (241)
sposa sposa

Tana Atinia (268.7) Cotonia

I l
Arunte (Aros) (268.6) Ì |

Sposa Aulo (268.1) Larte (268.5)
Terzia Avilia (249)

I
Arunte (Aros) (247)

Donna della famiglia Rufia, andata a marito in altra famiglia; le sue ceneri
però furono ritrovate nell’ lpogeo paterno; genitori incerti.
Tana Rafi, consorte di Sentinate, 259.

Donna di altra famiglia, entrata a marito nella famiglia Rufia, morta senza
figli e quindi impossibile la identificazione del suo consorte.
Tana Usetinia, consorte di Rafi, 252.

Figlie appartenenti alla famiglia Rufia, morte nubili; genitori incerti.
Velia Raufi, 240 — Tizia Rufi, 242.

Donne, di cui non può determinarsi la relazione con la famiglia Rufia.
Larzia Cecinia, 246. — Fastia Ancaria, 258. — Larzia Ottavia, 268.8.

Cinerari non intelligibili od anepigrafi.
Ignoti — 267 — 268.4 — 268.10.

L' IPOGEO DELLA FAMIGLIA « RUFIA » 137





















La genealogia della famiglia Rufia, comprende un pe-
riodo di tempo di oltre due secoli; dalla prima metà del
terzo secolo alla metà del primo secolo, anteriori all'éra at-
tuale. L'ultima volta che l'Ipogeo si chiuse, dopo aver rac-
colto il cinerario dell'ultimo defonto della famiglia Rufia,
corrispose pertanto a quel periodo di tempo, in cui succe-
dette la guerra sfortunata di Perugia (— 41 e. a.), per la
quale si determinó la caduta definitiva degli Etruschi, come
nazione.

Dallo éSame dell'albero genealogico potrebbero fin d'ora
dedursi aleune conclüsioni, relative sia all’ onomastica, sia
ad alcune costumanze speciali, osservate scrupolosamente
dagli Etruschi, anche sul declinare della loro Egemonia. Mi
sembra opportuno però di esporle più innanzi, per profittare
del valevole aiuto, che all'uopo potrà offrire l’ illustrazione
dei singoli cinerari, la quale procederà ora in correlazione
con l’albero genealogico, e dove questo non potrà esser se-
. guìto, esporrà anzitutto i cinerari, mancanti di riferimenti si-
curi, e da ultimo, s'intratterrà su quelli anepigrafi.



|
|







G. BELLUCCI

CAPO II.

Descrizione dei singoli monumenti, con particolare riguardo alle rappresentazioni
figurate ed ai motivi ornamentali, nonché all’ epigrafi, che vi sono iscritte.

I AJIMRGA . AO. GA (5

‘248 ARunte RAFI figlio di ARZNI

Le due prime parole sono chiarissime e nessuna differenza si é
mai avuta nei diversi lettori. La terza parola invece fu diversamente
decifrata e conseguentemente ebbe differenti interpretazioni.

Carattoli lesse

HIA A dA

errando cosi nelle lettere punteggiate.
Gamurrini, sulla base della lettura precedente, interpetró

Ar. Rafi Arndalisa

soggiungendo, che in altro modo non poteva intendersi; consiglió
peraltro di rileggere meglio la terza parola, perché certamente doveva
essere corretta (26 agosto 1881).

(1) Pauli nel Corpus inscriptionum etruscarum citò normalmente le iscrizioni
come ebbe a rilevarle Danielsson nel 1890, e quando ebbe bisogno di notare qualche
differenza, la segnalò in nome proprio.

Pauli riferì pure per ogn’ iscrizione, la misura delle lettere che la costi-
tuivano, dando le cifre dell’ altezza, nel loro massimo e minimo, com’ ebbe a ri-
levarle Danielsson. A me non ha sembrato utile seguire in questo riferimento i
due eminenti etruscologi, anzitutto perché la sola citazione delle due misure e-

‘streme non rileva gli altri particolari delle lettere ; secondariamente, perché molte

lettere riuscirono malamente, per difetto del travertino, e non per volontà dello
incisore ; in terzo luogo perché molte lettere furono troncate dopo lo scoprimento
dello Ipogeo, e chi sa dirci, se quelle troncate fossero maggiori o minori delle
misure estreme riportate?

Ho preferito quindi attenermi ad un eltro criterio; citando ogn' iscrizione,
quando le sue particolarità interessavano o per la misura, o per la forma delle let-
tere incise, graffite o colorite, o per altre modalità concernenti la tecnica epigrafica.






L’ IPOGEO DELLA FAMIGLIA « RUFIA » 139
Brizio, p. 394, n. 23 (1), lesse:

ASIMIGA



errando nella terza lettera.



Pauli, p. 489, n. 3472 (2), rilevò l’ errore commesso da Brizio,
commettendone altro in sua vece; suddivise poi la parola in due, con




interpunzione e distacco, leggendo :

AY. INNOA



^
Riflettè inoltre, che Brizio aveva omesso il punto interverbale, notando



però che Danielsson lo aveva già dichiarato incerto. Riguardò questo



Arunte, come fratello di Aulo, notato al numero seguente.

Lattes, nel suo recente lavoro « Le formule onomastiche dell’ epi-
grafia etrusca » (3), seguì il Pauli e riportò l'iscrizione suddetta tra
le formule quadrimembri, trascrivendola ed interpetrandola in tal





modo :



Ar. Rafi. Arzni. La (r8al)



Richiamando poi questa formula col numero assegnatole nel CIE
del Pauli, pose 3478, invece di 3479. '

Sulla parola Arznila ho voluto interpellare il prof. G. F. Gamur-
rini, anzitutto perché la lettura, come da me fu rilevata, corrispondeva




esattamente all' originale; poi perché la prima interpretazione da esso
data, era stata differentissima da quella degli altri Etruscologi, che
ne avevano fatto soggetto di studio. Il prof. Gamurrini, cosi mi ri-
spose.







« Mi sorprende, che il Pauli ed il Lattes abbiano commesso l'errore
nella lettura e nella interpretazione. Nella lettura, perché il la finale




dev'essere unita ad Arzni, come voi avete bene scorto ; nell’ interpre-



— —RÓ

tazione, perché Arzni, non é punto un cognome da aggiungersi al
nome familiare di Rafi, e la per Larthia, non ha che far nulla. Arzni
od Arzna, ed anche Arnza (così variamente scritto, e forse anche pro-
nunciato) é un prenome maschile, il quale deriva da Arnth (Aruns),










(1) Le indicazioni, che seguono al nome di Brizio, per questo, come per tutti
gli altfi cinerari che saranno descritti, si riferiscono alle Notizie degli Scavi, 1887. |
(2) Egualmente, le indicazioni che seguono e seguiranno al nome di Pauli, si i
riferiscono al Corpus inscriptionum etruscarum. 7 | |
(3, Mem. R. Ist. Lombardo. Milano, Hoepli, 1910, pagg. 93, 94. |













140 . Gà. BELLUCCI

come ho dimostrato nella mia Appendice al Fabretti. ai num. 205 e
224 (1). Ora Arznila, che correttamente doveva scriversi Arznisla, tiene
quel suffisso di la, cbe indica la derivazione. Pertanto Arzni è un pre-
nome terminato in 2, come Tefri, usato in Perugia (Ipogeo dei Volumni),
derivato da Tefre (Tevere); quindi :

Ar. Rafi. Arznila
deve tradursi
Aruns Rafius Arznae o Arzni filius ».

Attenendomi pertanto alla interpretazione del prof. Gamurrini, e
riflettendo che la parola Arzni, derivando da Arnth, corrisponde alla
voce latina Aruns ed all' italiana Arunte, l' intiera iserizione, che tanti
studi e discussioni ha determinato, deve nella sua forma piü concisa:

interpretarsi :
Arunte Rafio di Arunte.

Cinerario in travertino (0,38 - 0,26 - 0,932) (2). L'iscrizione
è incisa e non dipinta sulla fronte a timpano del coperchio,
fronte che si presenta abbastanza bene conciata; la qualità
peraltro non buona del travertino, offri al lavoro d'’ inci-
sione, cavità e fori molteplici e questi capitarono appunto
colà, ove l'iscrizione doveva svolgersi, rendendo una parte
della terza parola di difficile interpretazione. La difficoltà

si accrebbe a cagione della forma non comune, con cui si
rappresentò la lettera | che fu trascritta con la forma
ordinaria N, da tutti coloro che interpretarono tal lettera,
come una Z. Nella terza parola non esiste interpunzione, nè
distacco alcuno dell'ultima sillaba 1 J, sebbene nella pietra

(1) GAMURRINI G. F. Appendice al Corpus inscriptionum italicarum ed a’ suoi
Supplementi, di Ariodante Fabretti. Firenze, Ricci, 1880.

(2) Le misure da me riferite sono prese allo esterno dei cinerari; la prima
rappresenta la lunghezza della fronte; la seconda, la larghezza laterale, considerate
entrambe codeste misure sulla linea di base ; la terza rappresenta l’ altezza del ci-
nerario, presa sulla fronte anteriore.

Non ho creduto opportuno mettere in rilievo i molti errori e le ripetute tra-
sposizioni, che si verificano nelle cifre corrispondenti date da Brizio, nella sua prima
memoria, e dal Pauli nel Corpus inscriptionum etruscarum. Garantisco soltanto la
esattezza delle cifre da me riportate.

L’ IPOGEO DELLA FAMIGLIA « RUFIA » 141

rimanesse posto per separarla, ove il lapicida avesse dovuto
disgiungerla.

Sulla fronte dell’ urna è un volto di Medusa, semplice-
mente abbozzato; i contorni di esso, distintamente segnati,
limitano la superficie in cui dovevano rappresentarsi i ca-
pelli, le ali, le serpi annodate sotto il mento; nessuna di
queste parti però fu scolpita. S'introdusse quindi nello Ipogeo
un cinerario, in cui fu indicato, ma non espresso, con le ri-
. sorse dell’arte, il concetto della decorazione. Le fasce late-
rali della f»onte dell'urna, più ristretta delle altre quella su-
periore, appariscono trattate a colpi di martellina dentata,
' ma non furono rifinite.

Questo Arunte figlio di Arzni od Arzna (1) deve consi-
derarsi come il capo-stipite della famiglia Rufia, come il
ceppo fondamentale da cui si distaccarono poi le ramificazioni
dei numerosi discendenti. Ebbe quattro figli e dalle iscri-
zioni esistenti nei rispettivi cinerari.deducesi, che la loro
madre, e quindi la consorte di Arunte I, si chiamò Caja, di
cui si parlerà nel seguente numero III.

II IMNGA . 18 Vq . PIVA
256 AULO RUFI figlio di ARZNI

Brizio p. 394, n. 22. Disse, che l’iscerizione, dopo essere stata in-
cisa, venne dipinta in nero.

Pauli, p. 439, n. 3491. Segui Brizio riguardo al color nero delle
lettere; pose un solo punto interverbale e ne collocó poi due nella tra-
scrizione. Lo riguardò fratello di Arunte, notato al numero precedente.
Forse per errore tipografico, la lettera J fu espressa con SE

Cinerario in travertino (0,47 - 0,31 - 0,38). L'iscrizione
è incisa sulla parte superiore dell’urna; allo esame più ac-

(1) Il cinerario di Arzni non si rinvenne nell’ Ipogeo della famiglia Rufia; la
morte di Arzni dev’ essersi verificata, prima che l’Ipogeo fosse scavato, e quindi il
suo cinerario sarà stato deposto altrove.

[|
III
T
|
MH.
|
|
T
MN
HIM |
[| ii
|
|
i
|











142 : G. BELLUCCI

curato non appajono tracce di color nero nelle lettere incise.
In questa iscrizione la lettera Y ha la forma comune e la
parola Arzni manca del suffisso, notato nell’ iscrizione pre-
cedente. Elisioni di tal genere si verificavano del resto di
sovente, specialmente nei prenomi. Sulla fronte dell’ urna è
un rosone, e sulla fronte del timpano del coperchio, tro-
vasi un rosone più piccolo.

Non risulta se Aulo Rufi si ammogliasse ed avesse fi-
gliuoli.

up AIOHIAIAAO
262 TAna CAJA LEZIA

Brizio p. 394, n. 21. Ammise una duplice interpunzione interver-
bale, che non esiste.

Pauli, p. 440, n. 3477. Seguì Brizio nell’ interpunzione ; riguardò
questa donna come madre dei quattro figli, designati ai numeri IV,
XXI, XXVI, XXIX. :

Cinerario in travertino (0,45 - 0,21 - 0,35). L'iscrizione
è incisa senza interpunzioni e senza distacchi interverbali
sull’alto della fronte di un’urna grezza; era colorita in rosso,
ma il colore non è più visibile, che nei tratti più profondi
delle lettere. Sul lato destro del coperchio sono dipinti di-
stintamente in rosso i tre segni + + +.

I cinerari distinti dai numeri progressivi I, II, III, si
trovarono collocati nello Ipogeo, prossimi l'uno all'altro, sul
limitare del secondo ambiente. Quello di Arunte I (248), di-
nanzi a quello di Caja (262), sua consorte; quello di Aulo
(256), disposto accanto a quello del fratello Arunte I, e si-
tuato longitudinalmente nella linea centrale del secondo am-
biente. Queste tre persone, trovandosi alla base della fami-
glia Rufia, devono essere discese nel sepolero prima di tutte
le altre; la disposizione dei loro cinerari, sebbene riveli il
primo caso di collocamento, avente carattere intenzionale,
addimostra contemporaneamente una posizione secondaria di



















L’IPOGEO DELLA FAMIGLIA « RUFIA >» 143

fronte a quella occupata dal cinerario del fondatore dell’ Ipo- :

geo, Velio Rafi (266), e da quello dalla sua consorte Marcia

(244), di cui sj parlerà piü oltre.

Da Arunte I e da Caja Lezia si ebbero quattro figli:

Arunte II, Velio, Larte, Setrio. Quattro rami primari si ori-
; ginarono cosi sul tronco primitivo, e riferendomi ora all’ al-

bero genealogico, diró di ciascuna di queste quattro dira-

mazioni.

t . . .
Ramo primo, primogenito.

IV JAIA) . AA. 8V9 . GA |
238 ARunte RVFI figlio di ARunte e di CAIA à

Brizio, p. 394, n. 29.
Pauli, p. 439, n. 3418. Lo riguardó fratello di Velio (XXI), di Larte |
(XXVI), e di Setrio (XXIX), figlio di Caja (III). |

Cinerario in travertino (0.60 - 0.38 - 0.40). L' iscrizione
é incisa e poi dipinta in rosso sulla fascia di base del co-
perchio, con larga interpunzione. La fronte del coperchio,
E a forma di timpano, ha sopra la fascia predetta uno spec-
X chio incassato, contenuto cioè entro fasce perimetrali spor-
E genti; nel centro di esso un piccolo rosone.




L’urna ha una base grezza alta cm. 12, sporgente sul
piano verticale della fronte cm. 6; questa fronte è decorata
con un rosone centrale avente ai lati due ornati consimili








simmetrici, ciascuno dei quali ha la forma, come di due
ventagli contrapposti per i manici, congiunti da legamenti
intrecciati.

Arunte II ebbe in moglie :

V MI8A9 : Altit : 1t2A8
254 FASTIa TIZIA consorte di RAFI












144 G. BELLUCCI

Brizio, p. 394, n. 24. Errò nella forma dell’ interpunzione e nel
collocamento dell’ iscrizione, ponendola sul coperchio, mentre è sulla
fronte dell’ urna.

Pauli, p. 441, n. 3489. Rilevò l’ errore di Brizio sull’interpunzione
ed errò a sua volta in questa, collocando un solo punto interverbale.
Accennò all’ errore di collocamento dell’iserizione, e lo corresse (1).

Cinerario in travertino (0.50 - 0.32 - 0.45). Coperchio
con la fronte a forma di timpano, con rosone nel mezzo.
L'iscrizione fu semplicemente dipinta sull’alto della fronte
dell’ urna; sotto di essa è scolpita una forma decorativa
stilizzata, costituita da due pelte contrapposte per il dorso,
collegate nel mezzo.

Da Arunte II e da Fastia Tizia provennero tre figli;
Arunte_ III primogenito; Aulo senior, secondogenito; Aulo
junior terzogenito; quindi il ramo primario di Arunte II subi
una suddivisione, dando tre rami secondari.

Ramo secondo, primogenito.

VI OSA . 1849 . df
JAATlT
264 ARunte RAFI figlio di ARunTe e di TIZIA

Brizio, p. 394, n. 20.
Pauli, p. 441, n. 3488. Rilevò, che Brizio aveva omesso il punto
dopo OdAA, e lo collocò ; effettivamente peraltro non esiste.

Cinerario in travertino (0.44 - 0.26 - 0.34). L’ iscrizione
è formata da due linee; la superiore incisa e poi dipinta in
rosso sulla fronte a timpano del coperchio; la seconda for-

(1) Essendosi rinvenuto nello Ipogeo un altro cinerario con il nome di Tizia
(XXXII), Pauli ammise la possibilità, che la consorte di Arunte II potesse essere
stata l'una o l'altra delle due donne, col nome di Tizia. A suo luogo dimostrerò le
ragioni, che fanno ritenere corrispondente al vero, che la consorte di Arunte II fosse
proprio Fastia Tizia.



L'IPOGEO DELLA FAMIGLIA « RUFIA » 145



mata da una sola parola a grandi lettere (7 ad 8 cm.) ), sola-
mente dipinte, trovasi nel centro della fronte dell’urna, che è
priva di ogni decorazione. Non essendo incise, il colore delle
lettere nella seconda linea è in gran parte svanito.

VII JRHItlt . dá .1843 . VH
2689. AUlo RAFI figlio di ARunte e di TIZIA (senior)








Brizio, p. 395, n. 30. Disse, che l’ iscrizione era graffita.
Pauli, p44443, n 3504. Lo riguardò fratello degl’ individui ricor-
dati ai numeri VI ed VIII e relativamente alla madre




; pose la qui-
stione, già citata in nota, nell illustrazione del numero V.










Cinerario in terra cotta, alto cm. 32, con iscrizione sem- 8
plicemente dipinta, resa poco intelligibile. Fu rinvenuto :
con altri cinerari consimili, nella parte centrale del secondo
ambiente, come risulta d




alla relazione contemporanea di Ca-
rattoli e Lupattelli, i quali





però non lessero |’ iscrizione, non
avendone fatto ricordo nelle loro note. Oggi però questo ci-
nerario non esiste altrimenti nel Museo e deve essersi rotto.

Aulo Rafi di Arunte e di Tizia, le di cui ceneri furono
collocate nell’ olla descritta, dev'essere
ché nell'Ipogeo fü trovato un altro cine









morto bambino, per-




rario, col nome stesso
di Aulo, e con indicazioni di genitori assolut





amente corri-
spondenti. E siccome' questo secondo Aulo ebbe moglie e
figli, è




da ritenersi nato dopo la morte del primo e quindi
a pochi anni di distanza. Per la coesistenza di codesti due
individui di nome Aulo, fu designato il primo, c
il secondo, come Junior.

VIII AITIT . QAA . I8A9. VA
251 AUlo RAFI figlio di ARunTe e di TIZIA (junior)




ome senior ;






Brizio, p. 393, n. 14.
Pauli,




p. 441, n. 3487. Lo riguardò fratello dei due individui ci- TM
tati ai numeri precedenti (VI e VII) e relativamente alla madre, rin- Da
nuovò la questione, citata in nota al numero VN.











G. BELLUCCI

Cinerario in travertino (0.44 - 0.27 - 0.36). L’ iscrizione
è incisa e poi dipinta nella parte superiore della fronte del-
l' urna ; nell ultima parola manca la 4 finale. Sotto l' iscri-
zione é scolpito ad altorilievo un rosone fra due pelte amaz-
zoniche, il tutto egregiamente lavorato. Il coperchio dell'urna
ha scolpito nella fronte, a forma di timpano, due pelte ada-
giate sul dorso ed inclinate.

Ramo terzo, primogenito.

Arunte III ebbe a consorte una Vibia; però essendosi

trovati nello Ipogeo due cinerari col gentilizio Vibia, l' uno
col prenome Fastia, l'altro con quello di Tana, non puó as-
sicurarsi quale di codeste due donne della famiglia Vibia,
probabilmente due sorelle, fosse la consorte di Arunte III,
ed a quale altro discendente della famiglia Rufia, l’altra Vi-
bia appartenesse (1). Una maggiore probabilità, per non dire
sicurezza, che Fastia Vibia fosse moglie di Arunte III, sta
nel fatto del collocamento dell’ urna, in cui furono raccolte
le sue ceneri, situata dinanzi a quella in cui si deposero
le ceneri di Arunte III (2). Non potendo però risolversi la
questione con tutta sicurezza, ho collocato nell’ albero ge-
nealogico i nomi delle due donne col gentilizio Vibia, ri-
guardandoli dubitativamente ; da ciò deriva ora la necessità
della descrizione di entrambi i cinerari.

(1) La famiglia Vibia doveva avere nell’ epoca etrusca parecchie diramazioni
nel territorio di Perugia, ed essere anzi una delle più ragguardevoli.

Un Ipogeo contenente cinerari di un ramo di tale famiglia, si rinvenne a Pon-
ticello di Campo (CONESTABILE, Dei Mon. di Perugia etr. e rom., vol. IV, pag. 82. Pe-
rugia, Stab. tip.-lit. Boncompagni e C., 1870), ed un altro a Monte Vile (Notizie Scavi,
1885, pag. 96). Esiste poi tuttora una località nel prossimo comune di Marsciano,
indicata ‘col nome di monte Vibiano, che doveva essere un possesso originario
della famiglia Vibia, dal quale provennero, e sempre provengono, monumenti
etruschi importantissimi.

(2) Nella pianta dell!' Ipogeo, il cinerario di Arunte III é designato col num. 264;
quello di Fastia Vibia, col num. 261. Entrambi sono situati sulla linea sinistra, al
principio del secondo ambiente. Questi due cinerari rappresentano pertanto un altro
dei casi intenzionali di collocamento, che si rivelano, considerando la sistemazione
genérale dei cinerari, come risultò nell’atto dello scoprimento dell’ Ipogeo.

L’IPOGEO DELLA FAMIGLIA « RUFIA »

MI844 . ANA . Ag
FAstia VIBIA consorte di RAFI

Eoo MI8AI riportò, forse per
rrore tipografico, [118 AQ.

Pauli, p. 442, n. 3497. Corresse, senza farne rilievo, l'errore in
ui cadde Brizio.

Cinerario in travertino (0.42 - 0.30 - 0.32). L'iscrizione è
ncisa e poi dipinta in rosso ‘sul coperchio. L’urna è grezza.
Va

x MI1vVAd.n.anao
950 TANA VlIbia consorte di RAVFI

Brizio, p. 394, n. 17.
: Pauli, p. 442, n. 5496. Noto, che - [1 ex A [113 abbreviatum esse,
manifestum est -.

Cinerario in travertino (0.44 - 0.33 - 0.40). L’ iscrizione
è incisa e poi dipinta in rosso sul coperchio. Sulla fronte
dell urna. é rappresentato un largo volto di Medusa, dalle
gote paffute e sporgenti, con ali sulla fronte, dipinte in rosso,
e con serpi annodate sotto il mento.

Da Arunte III e da una Vibia (o Fastia, o Tana) nacque
Arunte IV.

XI 4ARI1I3 - d4 .18443 . d4
268 ?. ARunte RAFI figlio di ARunte e di VIBIA

Brizio, p. 395, n. 33. Il primo Qff fu segnato per errore 5.
Pauli, p. 443, n. 3503. Rilevò anzitutto che Brizio omise il punto
dopo il primo dA. ma non indicò l’ errore. Notò poi che l’ iscrizione
| aveva parecchie lettere incerte; però con attenta osservazione e ba-
gnando la superficie, che ha una leggera incrostazione calcarea, l’ iseri-
one risulta, come fu da me data, evidentissima.
Pauli soggiunse, che questo Arunte fu filius unius duarum mu-
lerum, indicate ai numeri IX e X.

Cinerario rappresentato da una piccola olla in terra

Cotta, di colore grigio, alta cm. 25, munita di due manichi

148 ‘ G6. BELLUCCI

orizzontali a forma di cordone; collocati sulla pancia. Il ci-
nerario manca oggi di coperchio. L'iscrizione dipinta in
rosso sulla superficie esterna dell’ olla, al di sotto della gola
del labbro, non é in buono stato di conservazione. La let-
tera 1 ài .1H[ 1IÀ manifesta una. correzione ed il colore
aggiunto per eseguirla, si diffuse irregolarmente ; dapprima
dovè essere segnata M o 7].
Arunte IV sposó:



XII I884 RI lita Afidt
e
268 7. TANA ATINIA consorte di RAFI

Brizio, p. 395, n. 31. Ammise un'interpunzione interverbale, che
non esiste.

Pauli, p. 442, n. 3499. La rguardó madre dell'individuo, desi-
gnato al numero seguente XIII.

Cinerario in forma di grande olla in terra cotta, alto cm. 33,
munito di coperchio; ha due manichi verticali a forma di na-
stro, cordonato nel mezzo. L/'iscrizione é in due linee ; la supe-
riore a grandi lettere (cm. 5), graffite e poi dipinte in rosso;
la inferiore, costituita dalla sola lettera è, semplicemente 3
dipinta.

Da Arunte IV e da Tana: Atinia nacque Arunte V.

x AROS RVIS ATINTA
NATVS

2686. ARVNTE RUFI NATO da ATINIA

E
3

Brizio, p. 595, n. 31. Riportó le prime due lettere S alla maniera
etrusca, mentre sono incise, come la terza lettera S, da destra a sini-
stra, alla latina.







L’ IPOGRO DELLA FAMIGLIA « RUFIA » 149

Lattes (1) p. 14, n. 38. Riportando questa iscrizione com'esempio
matronimico in xi seguito da natus, lesse

ATINIA, mentre é ATINIIA (Atinea).

Indicò pure che le A avevano un punto centrale invece dell’asticina, e
che due S correvano alla maniera etrusca. Come di sopra fu trascritta,
’ iserizione corrisponde esattamente all’ originale.

Pauli, p. 442, n. 3498. Rilevó che Brizio aveva omesso l’ inter-
punzione, che realmente non esiste. Riguardó questo Arunte, come
figlio della Toong, designata al numero precedente XII.

.Cinerario in terra cotta rossa, a forma di olla, alto
En. 32, con due manici verticali a nastro, coperto da un
piatto rovesciato, che si rinvenne slabbrato in una sua parte.
L'iscrizione, in due linee, fu incisa sotto il collo fra le
anse, e poi dipinta in rosso; il colore però non si è conser-
vato che nelle prime lettere di sinistra. 5

Le parole che formano l'iscrizione sono separate da
spazi ma ogni interpunzione è mancante. L'iscrizione, alla
maniera etrusca, ha lettere latino-arcaiche; le A hanno l'asti-
cina mediana parallela alla sinistra; l'inflessione in EA
della parola ATINIA è retta da NATVS ed accenna all’abla-
tivo. Osservando bene la lettera O di AROS, si vede, che
incisore graffi anzitutto l’ intiera asta sinistra della lettera
V, come se avesse dovuto scrivere in lettere latine, la pa-
rola etrusca ARVN/Z; poi si corresse, e sull'asta incisa adattò
una forma di O ovoidale, con la sezione più ristretta in
basso, rimanendo però visibile un trattino della parte su-
periore dell’asta della V, incisa precedentemente. Rimediò
anche all'errore commesso, non colorando il trattino residuo
dell'asta della V, mentre colori fortemente l'incisione della
ettera O, come tuttora risulta evidente. Pauli aveva già no-
ato, che il trattino residuo della V non era stato colorito.

(1) LATTES Etra, Le iscrizioni latine col matronimico di provenienza etrusca.

Atti della Reale Accad. di Arch. Lett. e Belle Arti di Napoli, Vol. XVIII, 1896-97;
rie D* N.-9.

|
|

G. BELLUCCI

Arunte V sposò:

xv TIIRTIAAVILIA:CERVETVXR
: 3
249 TERZIA AVILIA Figlia di Cajo CONSORTE WR
di RUFI È
Brizio, p. 394, n. 23.
Pauli, p. 442, n. 3494.
Cinerario in travertino (0.44 - 0.32 - 0.35). L'iscrizione,
con lettere prevalentemente latine, ma con dizione etrusca,
é incisa sulla fronte del coperchio a timpano. La sola let-
tera E conserva ancora la forma latino-arcaica || (1).
Sulla fronte dell’ urna è scolpito ad altorilievo un rosone
centrale, fiancheggiato da due pelte amazzoniche, il tutto



con aspetto straordinario di freschezza.
Da Arunte V e da Terzia Avilia nacque Arunte VI.

XV ARRVFIVsARAviliANATVSCEPA
247 ARunte RUFIO CEPA, NATO da ARunte
e.da AviliA

Brizio p. 394, p. 29. Lesse:
ARRVIIVIAN OC NATVS «PA
Lattes, p. 94, n. 96. Fondandosi sulla dizione letta da Brizio, in-
terpretó in tal modo l'iscrizione:
AR RV.) NATUS -O PA
soggiungendo, che in fine poteva leggersi (Agrip)PA, oppure (Pa)PA. 3
Pauli, p. 439, n. 3469. Secondo la doppia autopsia del Danielsson -
e propria, Pauli riportò l'iscrizione precedente nel Corpus inseriptio
num etruscarum in tal guisa:
AR: RVEI: V NATVS . CEPA
annotando, che a Danielsson parve potersi leggere,
NSRC AN... NAFUS:;

(1) È noto che la lettera || (E) si trova nella grafia etrusca, falisca, latino- È
arcaica.







































L’ IPOGEO DELLA FAMIGLIA « RUFIA » 151

così che Pauli propose senz’ altro AN (caria) NATUS e gli sembrò

che questo Arunte avesse il gentilizio Rufi e potesse esser figlio di An-

caria, il cinerario della quale sarà più oltre descritto (XXXVI).

Cinerario in travertino (0.53 - 0.32 - 0.42). L'iscrizione
è incisa sulla fronte del coperchio ed è costituita per in-
tiero da lettere latine. Sulla fronte dell’ urna è scolpito un
rosone fra due pelte amazzoniche, la medesima ornamenta-
zione esistente sull’urna, che contiene le ceneri della madre,
| 'Terzia Avilia. Tali ornamenti sono però policromati, mentre
quelli del 4inerario della madre furono lasciati con l'aspetto
naturale del travertino. Il rosone ha il bottone centrale co-
lorito in giallo ed il margine dei petali in verde; mentre
gli scudi furono coloriti in verde e le costole marginali in
giallo. Fu pur data una tinta di fondo allo specchio in cui
- sono scolpiti a rilievo gli ornati suddetti; attorno al rosone,
| il fondo è giallo filettato in nero; attorno agli scudi, il fondo
è nero filettato in giallo. .

Il coperchio dell’ urna appare formato da una lastra
del cappellaccio del travertino di Ellera presso Perugia (1).
Dai caratteri - esterni, che presenta, risulta anzi evidente,

che il lapicida utilizzò un vecchio coperchio, adibito già
per altro cinerario, e siccome le sue dimensioni in lun-
ghezza risultavano corte, per l’ urna che doveva ricuoprire,
il lapicida ridusse .superiormente i margini esterni laterali
dell'urna con scalpellatura, di guisa che il cinerario, guar-

(1) Col nome di cappellaccio si qualifica comunemente lo strato superficiale di
una cava di pietra. Il giacimento travertinoso di Ellera fu notevolmente usufruito
dagli Etruschi, non solo per formare i cinerari, che per qualche migliaio sono stati
rinvenuti nel territorio, ma anche, e segnatamente, per la costruzione delle mura,
che cingevano, come cingono, a grande altezza, con massi enormi sovrapposti e
senza aiuto di cemento, Perugia etrusca.

L'esistenza dello esteso giacimento di travertino di Ellera dev’ essere stata
anzi una delle ragioni determinanti, e certo non l’ultima, perché le genti etrusche,
nella loro continua espansione nell' interno del continente, prescegliessero la loca-
lità dell'odierna Perugia per fondarvi una nuova residenza, che addivenne poi una
delle dodici città confederate dell’Italia centrale, reputata fin dalle origini, forte e
sicura, e per la sua elevata ubicazione e per le sue altissime mura.

































G. BELLUCCI

dato di fronte, non apparisse ricoperto da un coperchio più
corto. La misura presa sulla verticale delle pareti laterali
dell’ urna è di cm. 55, mentre la lunghezza del coperchio
è di soli cm. 48; quindi il lapicida scalpellò superiormente
le facce laterali dell’urna, riducendole di cm. 3,5 per lato.

‘Il lato anteriore del coperchio su cui trovasi incisa
l'iscrizione, fu ridotto a superficie un pò regolare mediante
martellatura. Le lettere, che costituiscono, l'iscrizione, furono
ottenute mercè una punta seguita da taglio, come potrebbe
essere, un coltello acuminato, incidendo ed abradendo la pie-
tra. L’istrumento incidente sfuggi peraltro più volte dalle
mani del lapicida, tracciando solchi traversi molto evidenti,
singolarmente nelle lettere R ed S. Tutte le lettere rimaste
sono poco profonde, anche perchè la qualità del travertino

non permetteva molta resistenza e facilmente dava, e dà
luogo al sollevamento di piccole schegge. La lunghezza to-
tale della superficie iscritta è di cm. 48; ma proprio nella
parte centrale, per una lunghezza di cm. 14, le lettere in-
cise sono oggi quasi completamente scomparse, e soltanto
con lente d’ingrandimento, se ne ravvisano qua e là pochi
tratti residuali. Le lettere minuscole e punteggiate nell'iscri-
zione surriferita, sono quelle incerte, ovvero mancanti in
tutto od in parte.

L'iscrizione fu originalmente dipinta con una tinta ver-
miglia, ancor essa in gran parte allontanata; quindi per
tal ragione e pel fatto della poca profondità delle incisioni,
la lettura di questa epigrafe si rese, e si rende tuttora, dif-
ficilissima, almeno in alcuni punti; queste diverse cause
spiegano le differenti letture ed interpretazioni.

Contro la maniera di vedere di Danielsson, e contro la
proposta definitiva del Pauli, rilevo anzitutto il significato
derivante da una più accurata lettura; poi il fatto, che la
iscrizione ricordante Fastia Ancaria è, come si vedrà, pret-
tamente etrusca, mentre tutti gli esempi di cinerari di que-
sto Ipogeo, stanno a dimostrare, che dalle iscrizioni etrusche

L’ IPOGEO DELLA FAMIGLIA « RUFIA » 153

si passò alle iscrizioni latino-arcaiche, e da queste alle la-
tine; non vi è esempio in contrario. Da computi facili a

farsi, Fastia Ancaria dev'esser morta almeno un cento anni
prima di Arunte Rufi, figlio di Arunte V e di Avilia.

Con Arunte VI termina la stirpe fondamentale, primo-
; genita degli Arunti, le ceneri dei quali furono collocate nel-

l'Ipogeo della famiglia Rufia.

Ramo terzo, secondogenito.
P d
Come si vide, Aulo senior (VID, figlio di Arunte III e di
‘fizia, morì bambino e da questo ramo secondogenito non si
ebbe perciò prosecuzione ulteriore.

Ramo terzo, terzogenito.

Aulo junior (VII), figlio di Arunte III e di Tizia, sposò:

XVI Mi8VAQ . IdNIOTVeè . ANAO
260 TANA SUTRINIA consorte di RAVFI

Brizio, p. 398, n. 9.
Pauli, p. 441, n. 3486. Pose due punti dopo Tana. La riguardó
madre degl'individui designati ai numeri seguenti XVII e XVIII.

Cinerario in travertino (0.28 - 0.35 - 0.30). L’ iscrizione
è incisa e poi dipinta in rosso sulla parte superiore di
un’urna grezza. La lettera 4 di {IAMIOTV@ ha le aste
orizzontali così poco accentuate, che potrebbe leggersi
IMIOTVe.

Da Aulo junior e da Sutrinia nacquero due figli, Aulo II
e Larte; quindi la diramazione terziaria subi una nuova
suddivisione.













G. BELLUCCI

Ramo quarto, primogenito.

XVII OVE-184T. VA
JAININ
265 AULO RaFI figlio di SUTRINIA

Brizio, p. 392, n. 3. Ammise, che per negligenza dello scrittore,
fosse dimenticata la lettera (1 di [8 1.

Pauli, p. 441, n. 3484. Collocó due punti dopo 189. mentre ve ne
ha uno solo. Lo riguardò figlio della donna notata al numero prece-
dente e fratello di quello, designato al numero seguente XVIII.

Cinerario in travertino (0.38 - 0.31 - 0.31). L/ iscrizione,
in due linee, è profondamente incisa e poi grossolanamente
dipinta sulla fronte di un’ urna grezza. Il gentilizio manca
della lettera fl, o per negligenza del lapicida, o per omis-
sione vocalica, solita a verificarsi nelle parole etrusche. Le
lettere sono irregolari, non uniformi e d’insolita grandezza;
misurano da cm. 5 a cm. 8 di altezza; sono poi più grandi
nella seconda linea, di quello che nella prima, e cosa sin-
golare, vanno gradatamente accrescendosi nelle dimensioni,
dalla prima lettera a destra, all’ ultima a -sinistra di ogni
linea. La tinta rossa data alle lettere incise superò di molto
i margini di ciascuna di esse, risultandone così aste di no-
tevole.larghezza, da 10 a 15 mm. Di tutte le iscrizioni epi-
grafiche, esistenti nei cinerari della famiglia Rufia, questa
di Aulo II, è quella che si distingue per maggiore altezza
di lettere e contemporaneamente per maggiore espressione
lineare delle lettere medesime. Da tuttociò risulta, che il la-
picida era un principiante, seguendo l'abitudine di aumen-
tare le dimensioni delle lettere, di mano in mano che le
incideva, come fanno i bambini, quando scrivono lettere in
una superficie libera e non entro linee parallele, che ne
limitino l'altezza.

L’ IPOGEO DELLA FAMIGLIA « RUFIA »

EVHI .- Aniqove - 1884 - 44.1
241 LARTE RAFI figlio di SUTRINIA
Brizio, p. 393, n. 7.
Pauli, p. 441, n. 3485. Lo riguardó figlio della donna, designata
al numero XVI e fratello dell' individuo indicato al numero XVII. In-
vece dell’ interpunzione lineare fra le parole, collocó un punto. Omise

l’ultima I.

Cinerario in travertino (0,46 - 0,36 - 0,38). L'iscrizione
è incésa e poi dipinta sul coperchio di un’urna semplice; nel-
l'ultima parola manca Ja finale J. L'interpunzione è lineare;
la forma delle lettere è irregolare; la traccia dell’ incisione
fu oltrepassata in modo notevole e non regolare dalla tinta
rossa, data dipoi alle lettere.

Non risulta, se codesto Larte prendesse moglie ed avesse

figli, per cui il ramo secondogenito di Aulo II e di Sutrinia

ha termine con esso.

Il ramo quarto, primogenito prosegui a svilupparsi,
poichè Aulo II sposò Cotonia e da questa ebbe due figli,
«Aulo III e Larte. Il cinerario di Cotonia non fu però rin-

venuto nell Ipogeo della famiglia Rufia; il nome di Cotonia
- risulta chiaramente indicato nei cinerari dei suoi due figli.

XIX AAA V TVDI8AI . dIVA

2681. AULO RAFI figlio di COTONIA

Brizio, p. 395, n. 32.
Pauli, p. 443, n. 3500. Lo riguardò fratello dell’ individuo desi-
gnato al numero XX.

Il cinerario è rappresentato da una piccola olla in terra
cotta grigia, alta cm. 23, avente due manichi orizzontali ed
un coperchio formato da una coppa etrusco-campana.

L'iscrizione è graffita in un lato del cinerario, sotto la
gola dell’olla, in caratteri etruschi e con una sola interpun-









156 G. BELLUCCI

zione. Nella parte opposta trovansi graffite le seguenti let-
tere latine

A:: RV
principio di un’ iscrizione bilingue, o meglio digrafe, come
suggerisce Lattes, che però .non fu proseguita.

Questo cinerario in terra cotta si rinvenne collocato
in una nicchia, scavata nella parete di fondo, alla sinistra
del primo ambiente dell’ Ipogeo, designata nella pianta col
num. J. Nell'atto dello scoprimento si ritenne, che entro il
cinerario si conservassero resti di lenzuola di amianto com-
buste (1). A parte il concetto della combustione di tal sorta
di lenzuola, che se venivano adoperate, s'impiegavano ap-
punto per la loro incombustibilità, ho riconosciuto chimica-

mente, che la sostanza agglomerata, esistente entro il cine-

rario, era semplicemente carbonato di calcio spugnoso, deri-
vante dal lento stillicidio di acque calcaree, cadenti dal ter-
reno soprastante.

xx LRVIUS-COTONIA
NATVS

2685. LARTE RUFI nato da COTONIA

Brizio, p. 395, n. 35. Rappreseutó la prima S, come scritta da si-

nistra a destra alla maniera etrusca, mentre è normale da destra a si-
nistra; collocò poi tre punti dopo il gentilizio, mentre ve n’ ha uno
solo: erró anche nella posizione della punteggiatura.
Lattes, p. 14, n. 39. Riferisce questa iscrizione, com’ esempio di
matronimico in ablativo, seguito da natus. Nella citazione di Lattes si
nota, che le due lettere S corrono da destra all’ etrusca, mentre sono
normali alla latina. Vi è pure indicato, che la lettera L è acutangola,
mentre è rettangola (2).

(1) Questa particolarità trovasi indicata anche nel Catalogo 1886 del Museo, al
num. 1974.
(2) Op. cit., a pag. 149.

L’IPOGEO DELLA FAMIGLIA « RUFIA » 157
;

Pauli, p. 443, n. 2501. Lo riguardó fratello dell'individuo notato»
al numero XIX.

Cinerario rappresentato da un'olla in terra cotta rossa,
alta cm. 30, con due manici a nastro verticali, ricoperto da
un piatto nero rovesciato, rinvenuto rotto in due parti. L'iscri-
zione é graffita a grandi lettere, dipinte poi in rosso; la
punteggiatura trascritta corrisponde all' originale.

^
Ramo primario, secondogenito.

XXI A18» * IA A 18A9 4 49
266 VELIO RAFI figlio di ARunte e di CAJA

Brizio, pag. 392, n. 1.
Pauli, pag. 439, n. 3414. Lo riguardó figlio della donna designata al
numero III e fratello di quelli. indicati ai numeri IV, XXVI, XXIX.

Cinerario in travertino, notevole per le dimensioni (Q5
0,45 - 0,40), e per il fatto, singolare nell' Ipogeo della famiglia
Rufia, di esser l’unico ad avere un coperchio scolpito a ri-
lievo, con la rappresentazione, del resto comune, della figura
di un uomo recumbente, che si fa assistere al convito de-
gl Inferi (Tav. III, fig. A). Codesta forma di uomo poggia
il gomito sinistro sugli origlieri; ha il tronco eretto e con

la mano destra accenna a togliersi dal capo la corona, che
originalmente era dorata. o

Brizio ammise che l'atteggiamento di tale uomo recum-
bente fosse invece quello di collocarsi sul capo la corona;
a me sembra però, che in tal caso l'artista avrebbe rap.
presentato il personaggio con la corona non completamente
e regolarmente cinta sul capo, come invece si verifica. Il
lavoro del lapicida nelle diverse parti del coperchio è però
grossolanamente condotto, quasi semplicemente abbozzato.



















G. BELLUCCI

L’ iscrizione è incisa, con caratteri molto regolari ed
egualmente spaziati, in una fascia rettangolare, che forma
la base del coperchio. Le lettere misurano cinque centimetri
di altezza; dopo l' incisione furono dipinte in rosso, curando
evidentemente, che la tinta non si spandesse all' infuori dei
margini delle incisioni. L' interpunzione è sotto forma di pic-
coli triangoli.

La coltre che ricuopre la parte inferiore del corpo di
Velio Rafi, doveva essere originalmente colorata in rosso.
Questa tinta è oggi quasi completamente scomparsa sulle
parti rilevate; ne restano però segni manifesti sulla super-
ficie orizzontale del letto, ai piedi dell' individuo semigiacente,
ove apparisce eziandio, che la coltre rossa si ripiegava ver-
ticalmente per tutta la larghezza del letto e per un’altezza
di due centimetri.

Il singolare poi si è, che sul principio delle facce late-
rali del letto, in corrispondenza degli angoli ch'esse formano
con la fascia anteriore, in cui é l'iscrizione, il color rosso é
più intenso ed occupa tutta l'altezza della fascia (cm. 7,5),
per un'estensione di centimetri undici a destra, nove a sini-
stra. Dallo insieme risulta quindi, che la coltre, la quale ri-
cuopriva il letto di Velio Rafi, era di color rosso, e che la

fascia anteriore, su cui fu incisa l'iscrizione, doveva figu-

rare come una targa bianca, collocata sopra la coperta rossa,
della quale apparivano i risvolti laterali. E che ció fosse nel-
l'intenzione dell'artefice di rappresentare, lo si deduce anche
dal fatto, che sulla fronte, ove trovasi l'iscrizione, e preci-
samente nellangolo inferiore a destra, essendosi verificata
una rottura del travertino, la sola superficie della scheggia-
tura fu colorita in rosso, come se da codesta irregolarità
della targa, dovesse apparire il color rosso della coltre sot-
tostante

La fronte dell' urna riposa su due piedi laterali; in essa
è rappresentata l’ effigie del defonto dinanzi alla porta del-
l’ Hades. L' arco della porta ha i piedritti sporgenti interna-

L'IPOGEO DELLA FAMIGLIA « RUFIA » 159

nella maniera con cui gli Etruschi solevano costrurre

mente,
i grandi archi, segnatamente delle porte urbiche (1). Consi-

derando la distanza che separa la base dei piedritti e 1)’ al-

tezza dell arco, si deve dire però, che questo risulta nello
insieme sproporzionato; troppo largo alla base in relazione
con l'altezza.
Linee rosse orizzontali e verticali accennavano ai massi
riquadrati dei piedritti e linee oblique segnavano le super-
"fici di combaciamento delle pietre dell'arco; oggi questi par-
" ticolari rilew&ti nel momento della scoperta dell'Ipogeo, sono
in gran parte scomparsi, o non restano di essi che lievi
"tracce. La porta dell Hades é chiusa; sembrava figurata in
legno, dipinto in giallo; i rinforzi e le traverse erano di co-
lore violetto, con fogliette in oro collocate fra loro a distanza,
| per accennare alle borchie ed ai chiodi, che connettevano
le diverse parti della porta, rinforzandole. Anche di questi
| particolari non restano oggi visibili che poche tracce.
; Nei fianchi dell’ arco, nei rincassi, sporgono due protomi
femminili, vestite di tunica, pieghettata sul petto. Il loro
sguardo benevolo è verso la porta ed il profilo del loro volto,
segnatamente della protome sinistra, è propriamente am-
mirevole (Tav. III, fig. B); la protome destra è in parte rovi.
nata da un difetto naturale del travertino, emerso durante il
lavoro ; anche queste due protomi femminili serbano tracce di
| doratura. Esse rappresentano il volto di due Eumenidi, sorta di
geni tutelari, che si collocavano dagli Etruschi a fianco del-
l'arco, anche delle grandi porte urbiche, come distintamente
si osservano tuttora in Perugia, negli avanzi dell'Arco di
porta Marzia (Tav. III, fig. C) (2) e meno distintamente,
per ragione del tempo e della qualità della pietra adoperata

(1) Questo particolare di costruzione é manifestis-imo in Perugia nella Porta
‘urbica etrusca di Piazza Fortebraccio, ed avanzi corrispondenti si osservano puré
nella Porta Eburnea e nell’arco, detto, dei Gigli.

(2) L'architetto Sangallo volle conservarli all'ammirazione dei posteri, collocan-
doli sulla fronte del bastione del forte Paolino, che ricuopre i piedritti dell' antica
porta urbica etrusca (1540). Certamente l’arco manca di un giro interno di pietra.













160 G. BELLUCCI

a rappreSentarle, nell’arco della porta urbica in Piazza For-
tebraccio.

Dinanzi alla porta dell’ Hades vedesi in piedi una figura
virile, rivolta a sinistra, egregiamente modellata e scolpita
ad altorilievo, ricoperta da lunga veste ed avvolta nella toga
bianca con orli di colore azzurro. I piedi sono calzati, e le
scarpe erano originalmente dorate. Il braccio sinistro è am-
mantato dalla toga; il destro è libero e la sua mano stringe
alcune assicelle, che dovevano essere probabilmente di legno,
in cui sono intacche trasverse, a simulare forse le linee

della scrittura in esse incisa; rappresentano forse le tavole
della legge, simbolo dell’officio, che tale personaggio aveva ri-
vestito. La testa di tale uomo è un ritratto personale di sor-
prendente vivezza e di profonda individualità (Tav. III, fig. D).

Per i particolari che presenta, non v’ ha dubbio, che l'artista
intese ritrarre i lineamenti principali, che caratterizzavano in
vita la fisonomia dell’uomo, di cui un sol pugno di ceneri si
trovò raccolto nell’ urna. La testa è calva; la fronte e lo
sguardo rivelano persona molto intelligente; pochi capelli
dipinti in rosso scuro adornano ancora all’occipite e presso
le orecchie quella testa virile; il volto é imberbe. L'indi-
viduo cosi ritratto, addimostra un’età di 60-65 anni (1).
Tale personaggio è Velio Rafi, secondogenito di Arunte I
e di Tana Caja Lezia, il quale, come già si è indicato, dev'es-
sere stato il fondatore dello Ipogeo. Ai particolari già notati,
che condussero a questa conclusione, deve aggiungersi quello
che Velio Rafi ricuopri nella città di Perugia etrusca, un of-
ficio elevato, una carica pubblica, quella di Magistrato elet-
tivo della città, officio che, non essendo stato ricoperto da
altri della famiglia Rufia, costituiva per sè stesso una supe-
riorità sui congiunti, e quindi meritava da questi riguardo e

(1) Da tale figura non rilevasi quella degenerazione fisica, che si manife-
stava con la pinguedine e con l'o'esità (pingues et obesi Etrusci), caratteri che
avrebbero cominciato a palesarsi comunemente nella gente etrusca, fin dal III
secolo (— e. a.).

L’ IPOGEO DELLA FAMIGLIA « RUFIA »

segnalazione (1). Nello insieme pertanto questo cinerario rap-
presenta sulla fronte, la figura del Magistrato vivente, con
il simbolo dell’officio che ricuopriva, nelle sue mani; sul co-
perchio invece raffigurasi lo stesso individuo dopo morte,
facendolo assistere al convito degl’ Inferi, nell’ atto in cui si
toglie quella corona, che in vita, fu simbolo forse dell’ alto
officio di cui era insignito.

Comparando ora l'esecuzione artistica, egregiamente ac-
curata e condotta, della fronte di tale urna, con quella affret-
tatamente Wtascurata della scoltura del coperchio, si può
ritenere, che due furono i tempi in cui l'artista ebbe a
condurre il proprio lavoro; un primo tempo di calma,
quando ancora Velio Rafi era vivente e Je sue fattezze per-
sonali potevano esser ritratte dal vero; un secondo tempo,
affrettato e ristretto, quale quello che dové verificarsi tra
la morte, la cremazione e l'introduzione del cinerario nel-
l Ipogeo. E questo esempio conferma quanto altrove ebbi oc-
casione di asserire, che i coperchi dei cinerari dovevano s0-
litamente apprestarsi, quando l’ urgenza del loro impiego li
rendeva necessari (2). Per tale ragione risultavano meno arti-
sticamente compiuti ed il più delle volte, come nel coperchio

di Yelio Rafi, rimanevano semplicemente abbozzati.

Velio Rafi condusse in moglie :

WXII 218441. DIAM . ANAO
244 TANA MARCIa consorte di RAFI

Brizio; p, 392, n. 4.
Pauli, p. 444, n. 3483. La ritenne madre degl' individui designati
Mai numeri XXIII, XXIV, XXV.

(1) Sebbene si posseggano notizie scarse ed incerte sui singoli Stati della na:
zione etrusca, pure sembra, che ciascheduno di essi fosse originalmente governato
‘da Re. Fino dal V secolo però (— e. a.) erano subentrate alle autorità regali, quelle
dei magistrati elettivi.

(2) BELLUCCI GIUSEPPE, Guida alle collezioni del Museo etrusco-romano in Pe-
| rugia. — Perugia, Un. tip. coop., 1910, pag. 31. >

14















G. BELLUCCI

Cinerario in travertino (0,45 - 0,42 - 0,39). (Tav. III, fig. E).
L’ iscrizione è incisa a lettere piccole, ma molto regolari
sulla fascia di base del coperchio; misurano da mm. 20 a 25
di altezza e dopo l’ incisione furono dipinte in rosso, man-
tenendo la tinta nei limiti dei margini delle lettere. La
fronte del coperchio, in forma di alto timpano, è divisa,
sopra la fascia della base in cui trovasi l'iscrizione, in
due campi eguali; in quello di sinistra è scolpita in alto-
rilievo una figura di donna, che sembra adagiata sulla
kline. Ha il gomito sinistro poggiato su due origlieri, mentre
la mano protende l'indice nella direzione dell'orecchio sini-
stro, in quell’attitudine mimica, che dicesi riflessiva o pen-
sosa. Il braccio destro disteso, sostiene con la mano la pa-
tera propiziatrice, poggiata sul ginocchio, sensibilmente rial-
zato, forzando a pieghe le coltri. Codesta figura di donna.
ha una capigliatura regolarmente acconciata, con discrimina-
tura centrale; i capelli erano stati coloriti in rosso cupo, oggi
però la tinta è molto sbiadita. La donna è vestita di tunica,
allacciata alla vita; le coltri sono abbassate fin quasi a metà
del corpo; la testa di tal figura di donna si erge proprio sul
centro del timpano del coperchio. Nel campo destro di questo,
si osserva presso il dorso ed il capo della figura di donna,
una lunga anfora di tipo romano, posata a terra con la sua
parte inferiore terminata a punta, munita di due manici. A

fianco di quest’ anfora è poi collocata una mensa (tavola),
sorretta da tre piedi, inflessi internamente a metà della loro

lunghezza, sulla quale sono deposti due pani piramidali ed
una focaccia tonda. Nello insieme una scena del convito
degl’ Inferi, a cui si fa assistere anche Tana Marcia.

La fronte dell’ urna ha una base sporgente tre centi-
metri; in essa è rappresentata ad altorilievo l’ uccisione di
Troilo per mano di Achille. Gli artisti usarono sempre gran-
dissima libertà nello svolgere codesto tragico avvenimento,
segnatamente nel campo della vascularia. I bassorilievi etru-
schi, scolpiti nei monumenti venuti in luce dal territorio pe-

L’ IPOGEO DELLA FAMIGLIA « RUFIA » 163

rugino, addimostrano però due concetti principali seguiti dagli"
artisti; o nella scena campeggia Troilo a cavallo, ed Achille
lo raggiunge a piedi; ovvero Achille a cavallo è nel centro
della scena ed insegue Troilo, che gli fugge dinanzi, cor-
rendo (1). L'artista che scolpi l’altorilievo del monumento ci -
nerario di Tana Marcia, informò il suo lavoro al primo con-
‘cetto, che del resto è meno dissonante dalle risultanze delle
notizie classiche, che ci sono pervenute (2).

La scena ha tre soli personaggi; nel centro Troilo, ca-
valcanteeil destriero; Achille a sinistra, Patroclo a destra (3).
Il cavallo di Troilo, abbattuto per opera del guerriero, com-
pagno di Achille, e stramazzato a terra con la parte ante-
riore, poggia la testa al suolo sul lato sinistro, riguardando
con occhio mesto, come di compassione, il proprio cavaliere.
Troilo reggendo ancora le redini, sta per scendere a terra,
quando si sente vigorosamente acciuffare pel crine da A-
chille, che sta per inferirgli il colpo fatale di spada. Invano

(1) Senza notare i molti cinerari, che rappresentano sulla loro fronte il mito
di Troilo e che si trovano dispersi in molte località del territorio di Perugia, ricor-
derò qui per comparazione, quelli conservati nel Museo civico di Perugia. I numeri
di catalogo 54 e 193 rappresentano Troilo a piedi, raggiunto da Achille a cavallo;
i numeri 46, 74, 100, 122, 128 rappresentano invece Troilo a cavallo ed Achille lo
raggiunge a piedi. Il numero 74 presenta poi una scena molto conforme per i suoi
particolari a quella scolpita sul cinerario di Tana Marcia, consorte di Velio Rafi.

(2) Sebbene Troilo fosse stato messo in guardia contro il valore e le insidie di
Achille, pure fu sorpreso da questi, mentre esercitava i suoi destrieri, tenendosi al
sicuro presso il tempio di Apollo, che riguardava come suo Nume tutelare, dinanzi
alla porta Scea della distrutta Troja. La sua morte era del resto considerata come
fatale per la perdita di Troja, se fosse avvenuta, come avvenne difatti, prima del
20° anno di età. Ciò è in sostanza tutto quello che si raccoglie dagli scoliasti e da-
gli scarsi frammenti, che pervennero fino a noi, della perduta tragedia di Sofocle.

(3) Brizio cadde in errore quando ammise (Notizie Scavi, 1887, pag. 393, n. 4)
che il terzo personaggio di questa scena fosse un guerriero in soccorso di Troilo.
Anzitutto questo guerriero é in attitudine di colpire Troilo con un colpo di fen-
dente; in secondo luogo la comparazione della scena scolpita su questo monumento,
con quella esistente su monumenti consimili, rinvenuti nel territorio, assicura er-
rata la maniera di vedere di Brizio. In quei monumenti, in cui una terza persona,
il pedagogo, cerca di soccorrere Troilo, la scena è rappresentata tutta diversamente
da quella esistente nel cinerario di Tana Marcia. Troilo è a piedi e corre verso il
pedagogo, vestito di toga e senza armi; il pedagogo alza le braccia e si attenta di
fermare il cavallo, che Achille spinge a tutta corsa per atterrare Troilo.











164 G. BELLUCCI

Troilo cerca di liberarsi per mezzo dei movimenti della de-
stra, dalla ferrea mano di Achille. Patroclo dall’altra parte,
dopo aver fermato ed abbattuto il cavallo, tenendo sempre
impugnato lo scudo circolare con la sinistra, sta per menare
ancor esso un fendente sul capo del giovinetto Trojano.

La scena resta cosi espressa con molto vigore e movi-
mento e maggiormente risalta per virtü di contrasti. I due
guerrieri a piedi, Troilo a cavallo; i due guerrieri, armati
di spada e di scudo circolare, vestiti di lorica e coperto il
capo di elmo rotondo; Troilo invece col capo scoperto, ha sol-
tanto un leggero mantello gittato sugli omeri, che ricuopre
la nudità della sua persona. Sul fondo del quadro, colorito
in azzurro, e simulante perciò il colore dell’ aria libera, le
figure dei due guerrieri risaltavano per la tinta verde, data
alle loro armature, mentre il cavallo ed il corpo di Troilo
spiccavano sul centro, per la tinta bianca della pietra, la-
sciata con studio nel suo colore naturale, ad eccezione dei
capelli di Troilo, tinti in rosso scuro.

L'artista, se così può dirsi, dimostrò quindi non solo di
saper bene adoperare lo scalpello in un campo così ristretto,
come quello della fronte dell’ urna (0,45 X 0,36), ma di sa-
persi giovare opportunamente degli effetti contrapposti, per
rendere più impressionante ed efficace il soggetto trattato.
Delle tre figure, quella che risultò migliore delle altre, anche
per la posizione più corretta e più rispondente al vero, è la
figura di Patroclo. Certo qualche menda apparisce qua e là
all’osservatore; ad esempio il cavallo di Troilo, stramazzato
in quel modo a terra con la sua parte anteriore, è invero.
simile, che potesse ancora reggersi in piedi sul treno poste-
riore; lo scudo di Achille, collocato sopra la testa di Troilo,
non pare più infilato nel braccio, e non si capisce come
possa reggersi, così campato in aria; la posizione singo-
lare del piede destro di Troilo, che scendendo a terra in.
contra proprio la pianta del piede del cavallo, rivolta in alto,
e sembra posarsi su quella; ma certi effetti, diremo esage-

L' IPOGEO DELLA FAMIGLIA « RUFIA » 165

rati, non dovevano dispiacere in quel tempo; certe difficoltà 2
dell’arte, non si superavano allora così facilmente, ed anche
il sentimento estetico degli osservatori, meno educato del
nostro, non rilevava certe dissonanze e certi particolari,
troppo studiati od apparentemente inverosimili. Comparando
però questo bassorilievo con quelli scolpiti nei cinerarî etru-
schi in generale e specialmente con quelli, che rappresen-
tano lo stesso soggetto, può ben dirsi che quello figurato nel
monumento di Tana Marcia fu espresso con molta cura e
bastante erità e condotto da uno dei migliori, che in quel
tempo esercitavano l’arte di scolpire, in Perugia etrusca.

Tenuto conto poi di certi particolari, come la posizione
sollevata del ginocchio destro di Tana Marcia; la vivezza e-
la forza con cui furono espresse le pieghe delle coltri ed
anche del manto di Troilo; il modo con cui furono rappre-
sentati gli occhi nelle diverse figure, nonchè l’ accentuata
loro obliquità, carattere dominante negli etruschi; e compa-
rando questi particolari con le parti corrispondenti del cine-
rario di Velio I (266), fondatore dello Ipogeo e consorte di
Tana Marcia, può ritenersi che la stessa mano scolpì i mo-
numenti dei due coniugi Rafi, del fondatore dell’ Ipogeo e
della sua consorte.

Si è già detto antecedentemente, che i cinerarî nello
Ipogeo della famiglia Rufia, si trovarono in generale disposti
senza un concetto prestabilito e senza osservare nemmeno
quell’ordine di discendenza, che i singoli individui presenta-
rono, quando colpiti da morte, le loro ceneri furono collo-
cate nello Ipogeo.

Due eccezioni però furono già rilevate per lo innanzi;
una terza deve rilevarsi attualmente; il cinerario di Tana
Marcia (244) si trovò collocato alla destra di quello, che con-
teneva le ceneri di Velio Rafi (266). Cosi il fondatore del-
l'Ipogeo ebbe il posto centrale nel primo ambiente, ed alla
sua destra, nella posizione cioé, che solitamente la donna do-



















166 G. BELLUCCI



veva tenere a fianco del marito, si trovò il cinerario della
consorte.



Da Velio I e da Tana Marcia nacquero tre figli, Velio II,
Larte senior, Larte junior. In tal guisa la diramazione fonda-

mentale del secondogenito, venne a suddividersi in tre nuovi
rami secondari.

XXIII JADWqAITI . 43-1884 . 44
248 VElio RAFI figlio di VElio e di MARCIA
Brizio, p. 292, n. 2.








Pauli, p. 444, n. 3481. Lo riguardò figlio della donna indicata al
numero XXII e fratello degl’ individui, notati ai numeri XXIV e XXV.



Cinerario in travertino (0,51 - 0,51 - 0,43). (Tav. III, fig. F).
L’iscrizione è profondamente incisa sul coperchio, sebbene con
poca regolarità; fu poi dipinta in rosso. È notevole la forma
della lettera 1, perchè l’asta centrale è posta quasi a piedi
dell’asta verticale. La fronte dell'urna ha un largo volto di 3
Medusa fra due pelte, provvisto di quattro ali, due piü grandi 1
alle tempia, due piü piccole sulla fronte. I capelli, dipinti in
rosso scuro, sono scarmigliati ai lati del volto e formano un
ciuffo copioso di forma conica, come una fiamma, sul mezzo
della fronte. Le serpi, che incorniciano il volto di Medusa,
Sono annodate sotto il mento ed hanno code lunghissime, 4
flessuose. Le ali, le serpi e le pelte sono dipinte in verde. 3
Tracce di questa medesima tinta sono palesi sulla fronte del
coperchio a timpano, ma non è più possibile stabilire, cosa
vi fosse rappresentato.

XXIV JADAIAM . 49. I8VAI 1
263 LArte RAUFI figlio di VElio e di MARCIA 3
Brizio, p. 393, n. 6. E
Pauli, p. 444, n. 3482. Lo disse figlio della donna, notata al nu-
mero XXII e fratello degl'individui, ricordati ai numeri XXIII e XXV.


















Cinerario in travertino (0,49 - 0,33 - 0,25). L'iscrizione é
incisa e poi dipinta in rosso sul coperchio di un'urna semplice.



L’ IPOGRO DELLA FAMIGLIA « RUFIA »

XV ‘JADYAM . 18A9. 24
- 968 3. LarS RAFI figlio di MARCIA

Brizio, p. 395, n. 34.

Pauli, p. 443, n. 3502. Lo riguardó fratello di coloro, che sono
indicati ai numeri XXIII e XXIV e figlio della donna notata al nu-
mero XXII. Soggiunse poi, che [8 (q] integrum. exhibit. Brizio, mentre
Egli punteggió, in segno di non evidenza, la metà superiore della let-
tera 8.

s

Cinerario formato da una piccola olla in terra cotta grigia,
alta cm. 25, con manichi a cordone disposti orizzontalmente,
ricoperta da un piatto rovesciato in terra cotta rossa. La
iscrizione era semplicemente dipinta in rosso, sotto la gola
dell’olla; ora è quasi completamente scolorita e di difficile
lettura, anche perché rivestita da un leggero strato calcareo.
Avendo peró lavvertenza di bagnare il velamento esteriore,
le lettere sottostanti appariscono evidentissime e la lettera 8,
che fu scritta in modo molto inclinato, si mostra intiera
come la riportò Brizio.

Quando si penetrò la prima volta nello Ipogeo si trovò
quest’ olla rovesciata, ed il contenuto di essa, residuo della
cremazione, disperso sul suolo.

È da rilevarsi, che due figli di Velio I e di Tana Mar-
cia, il secondogenito ed il terzogenito, ebbero il prenome
Larte. Per interpretare questo fatto, non sembrano possibili
che due ipotesi: o che il prenome esistente nel cinerario
XXIV (263 nell'Ipogeo), si riferisca ad una figlia Larzia (1),
mentre il prenome @J esistente nell’ olla XXV si riferisce
indubbiamente ad un figlio Larte; oppure, ritenendo entrambi
maschi, il primo Larte morisse bambino e lo stesso nome
si assegnasse poi al terzogenito. Si sarebbe verificato cioè,
quanto per lo innanzi ebbe a notarsi, riguardo ai due figli

(1) Larthal e Larthial si adoperarono per il maschile e per il femminile.

























168 G. BELLUCCI

di Arunte III e di Tizia (num. VII e VIII), designati dallo
stesso nome di Aulo. In ogni modo è cosa certa che il pre-
nome 2 ld (XXV) dimostra un’ influenza latihizzarte (Lars
in confronto di Larg o Largi) e deve quindi ritenersi poste.
riore al prenome OIA4 (XXIV), di carattere etrusco. -
Tutti tre i cinerari relativi ai figli di Velio I e di Tana
Marcia si trovarono disposti nel primo ambiente con i cine-
rari dei genitori; quelli peró in cui furono collocate le ce-
neri di Velio II primogenito, e del secondogenito, Larte o
Larzia, si trovarono disposti contiguamente (263, 243). Sarebbe
questo il quarto caso di collocamento intenzionale di cine-
rari nell'Ipogeo, rappresentante una relazione familiare.
Dai tre figli di Velio I e di Tana Marcia non si ebbe
ulteriore discendenza; almeno non risulta. Può credersi, che
si ammogliassero, ma non avendo avuto figli, o se li ebbero,
non risultando dalle iscrizioni dei cinerari, non si può pre-
cisare qual nome avessero le rispettive consorti, pur sce-
gliendole tra i nomi di quelle donne, che sono indicati in
alcuni cinerari, di cui più oltre sarà parlato. Il ramo fonda-
mentale del secondogenito Velio I ha quindi termine.

Ramo primo, terzogenito.

XXVI d29A18 V QAI
239 LArte RUFI figlio di ARunte e di CAja

Brizio, p. 394, n. 26. Lesse soltanto .. (17 ... [8 VQ ... 1.
Ammise poi che la iscrizione fosse semplicemente incisa e non di-
pinta ; ciò che non si verifica.

Pauli, p. 439, n. 3475. Lésse .] . [152 . d . I18VQd . Hd.
Indicò poi che Danielsson congetturò nell’ ultima parola ancarial, ma
a Pauli sembrò più verosimile ar . cajal. Riguardó poi questo Larte,
come figlio della donna citata al numero III e fratello di quelli citati
ai numeri IV, XXI, XXIX.

L’ IPOGEO DELLA FAMIGLIA « RUFIA » 169

Cinerario in travertino (0,41 - 0,88 - 0,43). L' iscrizione fu
‘incisa poco profondamente sul margine superiore dell’ urna
e poi dipinta in rosso. Potè malamente leggersi, quando
| Ipogeo fu scoperto, ed oggi si rileva con estrema difficoltà,
a cagione della debole profondità delle incisioni; della poca
vernice rossa rimasta qua e là aderente; della qualità non
adatta del travertino. Soltanto con lente d’ingrandimento,
i ‘seguendo le poche tracce rimaste, possono ricomporsi le let-
tere; dopo la sillaba {1 ) finale, oggi non esiste alcuna traccia
di lettere, @nche perchè in quella parte della superficie è
manifesta una scheggiatura di carattere recente, che ha tra-
sportato, se vi era, ogni traccia residua dell'iscrizione. In
ogni modo Pauli era nel vero, quando ritenne, che le ultime
due sillabe dicessero «r.ca (jal) e non, come reputò Da-
nielsson, an ca, e quindi ebbe a congetturare an carial. L’iscri-
zione è senza interpunzioni.

La fronte dell'urna ha nel centro un grande rosone a
doppio giro di petali e negli angoli trovansi scolpite quattro
forme di borchie. Il coperchio ha la fronte conformata a
timpano, mediante due pelte inclinate; nel mezzo un piccolo
rosone. Queste diverse decorazioni erano originalmente di-
pinte in rosso; la superficie delle pelte in verde; e la loro
costolatura perimetrica, in rosso.

Larte, terzogenito di Arunte I, deve essersi ammogliato

con una Larzia, di cui però non si rinvenne il cinerario

nell'Ipogeo (1). Da questi coniugi nacquero due figli, un ma-
schio ed una femmina. Al primo si assegnò il nome stesso
del padre, e per distinguerlo, lo dirò Larte II; alla seconda,
fu dato il nome di Fastia.

(1) Nell’ipogeo si rinvenne, come più oltre. sarà indicato, un cinerario in terra
cotta con iscrizione prettamente latina, accennante ad una Lartia Octavia. Ma que-
sta Lartia non può essere stata la madre di Larte II, anzitutto perché il matronimico
sì formava comunemente dal gentilizio e non dal prenome ; in secondo luogo, perché
di molto posteriore.

Ue re ra crei













170 "^ . &. BBLLUCCI
XXVII AMOR : I8H89 : dd.
257 LARte RAFI figlio di LArZIA

Brizio, p. 394, n. 19. Notò che si trovava incisa, ma non dipinta
la lettera | finale, che poi trascrisse con la forma di È

Pauli, p. 440, n. 3418. Indicó, che Danielsson aveva rilevato essere
fortuita la || finale.

Cinerario in travertino (0,49 - 0,32 - 0,34). L'iscrizione e
incisa non molto regolarmente, e poi dipinta, sul coperchio.
Nell'ultimo nome scorgonsi due omissioni del lapicida, do- i
vendosi leggere JAIOGAJ; entrambe però si verificano
spesso in tale nome nelle iscrizioni epigrafiche, la lettera J
finale non esiste effettivamente. L'urna é semplice.

XXVII . eed : L42 © 24 :18A9 : Alt2A4Q0
255 FASTIA RAFI figlia di Larte, consorte di
CASNI

Brizio, p. 393, n. 15. Dopo le due prime parole, conformi alle

precedenti, lesse :

2IVDAD LI A:

Errò nell’ interpunzione ed omise il punto finale.
Pauli, p. 442, n. 3493. Dopo le due prime parole conformi, come

Sopra, lesse :
IWA) : 4I1è - 21:
ed interpetrò :
: ls © sex | cacnis

Errò nell’interpunzione ed omise il punto finale.

L'errore nel gentilizio @[1/A) A) in luogo di 22 f ), iniziato
con Brizio, proseguito dal Pauli, si trova naturalmente ripetuto an-
che dal Lattes, quando nel suo paziente e diligente lavoro « Le for-
mole onomastiche dell’ epigrafia etrusca » (Milano, Hoepli 1910), rife-
risce questa iscrizione tra le formule onomastiche quinarie (n. 148,
pag. 89).

Cinerario in travertino (0,43 - 0,33 - 0,40). L'iscrizione è
incisa e poi dipinta in rosso sulla parte inferiore del co-

L’ IPOGEO DELLA FAMIGLIA « RUFIA »

Brchio. È singolare ‘in questa epigrafe la forma della let-
ra è; la curva superiore, non molto accentuata, occupa
uasi tre quarti della lunghezza, ciò che indusse in errore
rizio, che ebbe a riguardarla come una ). La punteggia-
"tura é, come sopra indicata. Forse alla fine potevan trovarsi
‘originalmente tre punti, ma sia per scheggiatura, sia per
abrasione, oggi non ne rimane che uno evidentissimo. La
lettera J di Lars è pure manifestissima e non può scam-
biarsi con una I, come, forse per errore tipografico, trascrisse
Pauli; tanto pfù verosimile questo errore, se si considera
che nella versione italiana interpetrò L. Nella fronte del-
l'urna è scolpita a basso rilievo una forma di vaso con
doppio manico, decorato longitudinalmente nella parte cen-
rale da una sorta di cordone rilevato, che nel vaso metal-
lieo, che la scultura sembra simulare, sarebbe stato otte-
nuto a sbalzo; ai lati del vaso due pelte. Il coperchio a
forma di tetto, con alto timpano sulla fronte, ha scolpito
nel centro una forma di cipresso.

Ho creduto di attribuire a Larte di Arunte I questa
glia Fastia, perchè tra i discendenti della famiglia Rufia
ol prenome di Larte, è quello a cui meglio che ad altri
oteva esser riferito; anzitutto a cagione della interpunzione,

che nella forma triplice, rappresenta un carattere di mag-
‘giore antichità, in secondo luogo per l'esistenza della voce
Le (figlia), che in tal forma risale ad un’epoca più remota.
Larte I era del resto il discendente della famiglia Rufia,
anteriore a tutti gli altri di tal nome.

Come si é detto, l'urna che raccolse le ceneri di Larzia,

madre di codesti due figli, accennata evidentemente nel ci-

nerario di Larte II, non si rinvenne nello Ipogeo. E questo

n secondo esempio di un fatto consimile, citato per lo in-
nanzi, riguardo al cinerario di Cotonia (XVIII), che sta forse
a dimostrare una costumanza particolare, osservata nel tempo

trusco, di cui piü oltre sarà parlato.

G. BELLUCCI

Ramo primo, quartogenito.

XXIX JALA)

qa .18Vq.de
245 SEtrio RUFI figlio di ARunte e di CAJA

Brizio, p. 394, n. 18. *
Pauli, p. 440, n. 3476. Lo riguardó figlio della donna citata al 3

numero III e fratello di coloro, citati ai numeri IV, XXI, XXVI. E









Cinerario in travertino (0,48-0,42-0,39) (Tav. III, fig. G). '
L'iscrizione è sulla fronte del coperchio, a forma di timpano. |
È in due linee; la superiore costituita da lettere semplicemente
dipinte in rosso; l’inferiore formata da grandi lettere incise
profondamente, non dipinte; queste misurano mm. 57 di al-
tezza; sono molto uniformi e regolarmente eseguite. 1

Sulla fronte dell'urna é a bassorilievo una figura di |
Scilla, che con ambo le mani stringe un Aplustre (1) secondo
Kòrte, non una pelta, come credette Brizio (2), ed è in atto .
di scagliarla.

Molti furono i cinerari rinvenuti negl’Ipogei del territorio
di Perugia, e molti di essi sono conservati nel Museo civico,
nei quali Scilla, la sventurata ninfa di Glauco, è rappresen-
tata in atto di combattere i compagni di Ulisse; in tutte
queste rappresentazioni però, e vi si comprende anche quella
di un cinerario rinvenuto nello stesso Ipogeo della famiglia
Rufia (267), di cui più oltre sarà data l’illustrazione, Scilla
impugna un remo. È perciò di singolare importanza questo ^
cinerario di Setrio, perchè la rappresentazione di Scilla con
l’Aplustre, esistente sulla sua fronte, è finora unica tra i mo-
numenti del territorio di Perugia.

(1) L'aplustre era un ornamento delle navi, costituito da assi di legno contesti .
in guisa da rassomigliare nello insieme ad un'ala di uccello. Tale ornamento eradi
solito collocato in cima alla poppa delle navi. j

. (9) Notizie, 1887, 394, n. 18.







L'IPOGEO DELLA FAMIGLIA « RUFIA » 178

Setrio sposò Larzia Cincunia, le ceneri della quale fu-
no collocate in un'urna, su cui trovasi un coperchio, già
critto in precedenza col nome di altra persona. Per tale
gione questo cinerario ha due iscrizioni; la prima a), sulla

base del coperchio; la seconda 5), sul lato destro dell’ urna.

INDIA . 1IO4A4
NV?UI? . O.
: . 18A9 Ali
2940 a) LARZIa CEICINEI
b) LarZia CINCUNIA consorte di RAFI

Brizio, p. 393, n. 11. Notó che l'iscrizione segnata con la let-
era a, è in rosso sull'orlo di base del coperchio, e quella con la let-
era b, è dipinta sul fianco dell’urna. Non rilevò peraltro, che la prima
linea dell'iscrizione non avesse che fare con le altre due. Errò nel gen-
tiliio [8 4d. :

C deste E * Noto anzitutto che « Larthi Ceicinei cir-

Pauli, p. 443, n. 3505. "
umsceribit et sine puncto medio Brizio » ; pose dipoi in rilievo il con-
eetto, che il coperchio non appartenesse all'urna, dicendo: « Aoc oper-
ulum in Museo munc positum est in ossuario n. 3480, b (246); sed
d id non pertinet ». In seguito di ciò assegnò al coperchio un numero
diverso e lo descrisse al n. 3505, dividendo i due monumenti epigra-
ci. Relativamente all’ iscrizione designata di sopra con la lettera a,
itenne poi che il secondo ) fosse una è. mentre non è. Ammise dopo
a /] una | nella seconda linea, e nella terza lesse :] |. Rilevò però
iustamente che Brizio aveva omesso il punto fra le due parole; e

\soggiunse da ultimo, che l'iscrizione laterale nell’ossuario gli sem-
brava riferirsi alla madre della persona, le ceneri della quale furono
collocate nell’ossuario seguente, numero XXXI.

Cinerario in travertino (0,52 - 0,40 - 0,37). Il coperchio è
tato assottigliato nel suo orlo anteriore, con scheggiature
tregolari, inclinate dallo esterno allo interno e col pensiero
vidente di alterare, se non di cancellare l'iscrizione, che

i era incisa e poi dipinta in rosso; riuscendo così a to-
liere nella iscrizione la parte inferiore delle lettere. Ciò fu











174 G. BELLUCCI

espresso nell’iscrizione trascritta da Brizio, la quale ha let- 1
tere inferiormente troncate, seguendo però nella troncatura |
di esse una curva, che si diparte dalle lettere estreme (cir- —
cumscribit). Questa regolarità di troncatura circolare però, _
realmente non si verifica; le lettere furono più o meno |
troncate nella loro parte inferiore, con lo scopo manifesto, |
che a prima giunta non si rilevasse il significato delle parole,

Sulla fronte del coperchio in forma di timpano è scol- |
pito a bassorilievo un vaso, fiancheggiato da due Eroti.
L’ iscrizione in due linee segnata sul lato destro dell’ urna, 1
fu semplicemente dipinta; le lettere sono molto scolorite -
ed interpretabili soltanto con molta attenzione. Il gen- -
tilizio Rafis è certo; non si discerne bene però, se termi-
nasse con M o con @; il punto finale è rimasto visibilis- 1
simo. Sulla fronte dell'urna é rappresentata a bassorilievo '
una figura di giovane recumbente, poggiata col gomito sini- 3
stro sugli origlieri, con patera nella destra, appoggiata al.
ginocchio, sollevato sotto le coltri. Un lungo manto le ricuo-
pre il capo e discende verticalmente sino agli omeri ; la capi-
gliatura é aeconciata a.riccioli sulla fronte. Il tronco, semi-
eretto, è vestito di una tuuica finissima, aderente alla per-
sona; le coltri sono abbassate fin quasi all'ombelico. A piedi
della kline sta un servo, rozzamente scolpito, anche per la qua- 3
lità disadatta del travertino, che presenta alla giovane semigia-
cente sul letto, la parte di vitto ad essa spettante nel convito
degl’ Inferi; dinanzi a codesto servo è una mensa a tre piedi,
inflessi a metà internamente. La Kline, su cui trovasi la gio- |
vane recumbente, è sorretta da due piedi robusti con modi-
nature, ornata sul davanti da un ampio drappo; a terra, e

sotto la curva di questo è il suppedaneo. La camera è ornata |

in alto da cinque patere allineate, circondate da corone.

Ho reputato opportuno descrivere il cinerario col co- |
perchio, per formulare una conclusione diversa da quella 1
espressa dal Pauli. Anzitutto devo dichiarare, che il coperchio
portante l'iscrizione a, e descritto dal Pauli al n. 3505, fu

L’ IPOGEO DELLA FAMIGLIA « RUFIA »

nell' Ipogeo della famiglia Rufia propriamente rinvenuto sul ci-
nerario, designato dal Pauli col n. 3480, nel quale furono col-
-locate le ceneri di Larzia Cincunia; quindi non é da ora (nunc),
che nel Museo si trova collocato il coperchio sopra un cine-
rario, a cui non apparteneva. Dimostrazioni evidenti di ciò
si hanno nelle relazioni originali del tempo; nei numeri posti
a controdistinguere i cinerariî ed i rispettivi coperchi (1); e final-
mente nell’illustrazione datane da Brizio, contemporanea alla
scoperta, gli elementi della quale si rilevarono quando ancora
il materiale gdell’Ipogeo non era stato trasportato nel Museo.

È a ritenersi pertanto, che l’urna in questione, col co-
perchio che vi fu trovato sovrapposto, fosse preparata in
antecedenza per altra persona e non più utilizzata. Avvenuta
la morte di Larzia Cincunia, il lapicida deve aver sommi-
nistrato alla famiglia Rufia, o questa ebbe a presceglierla,
lurna già preparata per raccogliere le ceneri di Larzia Cei-
cinei, procurando soltanto di alterare o sfigurare l'iscrizione
primitiva, dal momento che per intiero non poteva essere
cancellata. Fu allora notato a fianco, semplicemente con let-
tere dipinte, il nome della donna, le ceneri della quale fu-
rono poi collocate nello interno. Tale particolarità rivela
quindi un semplice adattamento di un cinerario, non utiliz-

zato da chi prima lo aveva commesso, particolarità che do-

Veva esser segnalata, anche perchè può servire di riferimento
nelle circostanze di fatti consimili.

XXXI SAWWMAD- è 18097 83
258 LarS RAFI figlio di SEtrio e di CINCUniA

Brizio, p. 293, n. 5. Disse, che l' iscrizione era dipinta sull' urna,
mentre è nel coperchio. Y

Pauli, p. 440, n. 3419. Notó : sembra (videtur) che questo Lars sia
figlio della donna designata al numero XXX.

(1) Il coperchio ha graffito sulla destra il segno A il e sulla fronte dell’ urna
Notasi in lapis azzurro, il numero VII. Pauli non avvertì tali segni.

i n rca geni















176 . @. BELLUCCI

Cinerario in travertino (0,47 - 0,44 - 0,50). L’ iscrizione
trovasi sul coperchio, incisa malamente a punta per le prime
quattro lettere, semplicemente dipinta per le altre. Nell’ ul-
tima parola verificasi l'elisione della terza sillaba |l]. La so.

| stanza colorante adoperata per le lettere, solamente dipinte,

si è irregolarmente diffusa sulla superficie della pietra.

Sulla fronte dell’ urna, comparativamente molto alta, è
scolpito a bassorilievo una forma di bucranio fra due pelte
amazzoniche. Le narici e gli occhi della testa di bue sono
dipinti in rosso; sulla fronte e dattorno alla base delle corna
passa una vitta di color rosso. L' orlo delle due pelte è egual-
mente dipinto in rosso ed una striscia di tale colore con-
giunge le estremità opposte della parte centrale delle pelte.
La forma del bucranio é abbastanza bene trattata; non cosi
le due pelte, rozzamente rilevate e contornate.

Il travertino da cui risulta formato questo cinerario non
è di provenienza locale e non deriva dal giacimento di El
lera presso Perugia. Il colore dei travertino del cinerario in
discorso è più bianco, la sua struttura è granoso cristallina,
compatta, e mancante di quei fori e di quelle cavità, che
sono comuni in quello di origine locale. Il coperchio del ci-
nerario fu formato invece con un lastrone, irregolarmente
tagliato, del travertino di Ellera.

*
*

La genealogia della famiglia Rufia, quale potè dedursi
con fondamento di positività dai monumenti funerari iscritti,
rinvenuti nello Ipogeo, termina a questo punto. Comprende
trentadue nomi di discendenti della famiglia Rufia e si ri-
ferisce a trentuno cinerari. Ma il numero complessivo di
questi, rinvenuti nello Ipogeo, fu di quaranta; quindi riman-
gono ancora a descriversi nove cinerari, che possono sud-
dividersi in due gruppi, il primo costituito da sette cinerari
iscritti, il secondo da due cinerari anepigrafi.

L’IPOGEO DELLA FAMIGLIA « RUFIA »

.

Cinerari iscritti.

Esaminando l'albero genealogico e leggendo le singole
illustrazioni dei monumenti, il lettore si meraviglierà certa-
| mente, come non s'incontri che una sol volta il nome di una
figlia, nelle diverse diramazioni della famiglia Rufia. Vi sono
ragioni peró per interpretare questa mancanza; anzitutto è
da osservare, che le figlie, andando a marito, s'imparenta-
vano con altre famiglie, ne assumevano il gentilizio e dopo
la loro mofte, le ceneri dovevano ordinariamente deporsi
nell’Ipogeo della famiglia maritale, o talora in Ipogei sepa-
rati (1). Le ceneri delle figlie non potevano quindi esser col-
- locate nello Ipogeo della famiglia paterna, se non quando la
morte le avesse colpite, allorchè permanevano nubili. Ma, si
dirà, qualche caso di tal genere dovrà pure essersi verificato
nel lungo periodo di oltre due secoli, durante il quale la
famiglia Rufia andò di mano in mano popolando il proprio
Ipogeo con le ceneri dei suoi discendenti. Ed infatti qualche
caso ebbe a verificarsi, come ora sarà indicato; ma le iscri-
zioni epigrafiche dei cinerari non prestano elementi sufficienti
per attribuire con certezza, alle figlie ricordate nelle singole
urne, la corrispondente relazione con i nomi dei genitori.
Ecco gli esempi:

XXXII 21849 AITIT
2492 TIZIA RAFI

Brizio, p. 398, n. 129.
Pauli, p. 441, n. 3490. Ammise che questa Tizia potesse essere
stata madre, come Fastia Tizia, (V) dei tre figli, citati ai numeri Ne

(1) Un esempio si trae dal piccolissimo Ipogeo, scoperto nel 1857, presso quello
classico e tuttora esistente a SE di Perugia, della famiglia Volumnia. In esso si rin-
venne una sola urna iscritta

MAVITIHIA34 18 V Aq

la quale rilevò il nome di una donna della famiglia Raufia o Rufia, imparentata con
quella Volumnia. (CONESTABILE G., Monumenti etruschi e romani, Perugia, Stab. tip.
lit. Boncompagni e C., vol. IV, pag. 186).

12













178 G. BELLUCCI

VII, VIII. Congiungendo anzi con un’ osservazione comune la descri-
zione dei due cinerari di Fastia Tizia (V) e di Tizia (XXXII), Pauli
disse: « una harum duarum mulierum n. 3481, n. 3488, n. 3504, mater
erit ». Questi numeri corrispondono rispettivamente a VI, VII ed
VIII della presente memoria.

Cinerario in travertino (0,50 - 0,41 - 0,33). L’ iscrizione
semplicissima è incisa e poi dipinta sul coperchio di un’ urna,
sulla fronte della quale vedesi a bassorilievo un rosone fra
due pelte.

Questa Tizia è sicuramente una discendente della famiglia
Rufia, morta nubile, e mi confermo in questa opinione, non
ostante il valore, che giustamente merita una maniera di
vedere del Pauli, anzitutto per la considerazione, che il ma-
tronimico si traeva normalmente dal gentilizio e non dal
prenome. È logico quindi, dal momento che un’ epigrafe di
altro cinerario rinvenuto nello Ipogeo, si accorda con tale
principic, di non allontanarsi minimamente da esso. In se-
condo luogo è da riflettere alla relazione di affinità della
iscrizione bimembre in discussione, con quella del numero
seguente. Impossibile stabilire i nomi dei genitori di Tizia.

XXXIII MIuUVAGI4A
240 VELia RAUFI

Brizio, p. 994, n. 21. Lésse :

n ...... IOV R.Q.134

errando nella forma della q e nel distacco della ]M finale, che segue

inveceja distanza uniforme la lettera |. Interpetró la parte inferiore
della terzultima lettera come (), mentre doveva essere 8, Danielsson
seguì Brizio in tale lettura.

Pauli, p. 441, n. 3491. Lesse:

testa diPMyVa4t.> 434

Cinerario con coperchio, in arenaria miocenica giallastra,
unico formato in tal sorta di pietra (0,47 Xx 0,36 X 0,38).

L’' IPOGEO DELLA FAMIGLIA « RUFIA »

Ml coperchio è conformato a tetto, con alto timpano sulla
fronte. L'iscrizione fu leggermente graffita con una punta,

ul margine superiore esterno dell’ urna, con lettere, che
vanno declinando dal principio alla fine (da mm. 30 a mm. 20).
Manca di ogni interpunzione e di ogni distacco tra le due

jrole; ba incompleta la lettera 8. che originalmente doveva
"esistere intiera e di cui oggi non resta che la curva infe-
"riore. Dopo la finale [^, non ho potuto scorgere interpunzioni,
né vedere alcuna lettera. È da notarsi, che sulla superficie
dell’ urna, come su quella del coperchio, sono molte impronte,
più o meno profonde, della penna della martellina, adoperata.
per acconciare la pietra; molte di queste impronte simulano
aste di lettere.

J41 fu adoperato tanto per il femminile, quanto per il
maschile, sebbene per questo s’ incontri più comunemente
‘abbreviato in. 4d o . 44 Nel caso del cinerario n. XXXIII,
ritengo che J47 accenni al prenome femminile invece di
V .IdJ-. latinizzato in Velia (1). Tale opinione é confortata
anzitutto dal fatto della mancanza di ogni interpunzione in-

terverbale tra il prenome ed il gentilizio, come netl’ altra
‘epigrafe bimembre precedente; poi, come in questa, dalla

mancanza di ogni derivazione matronimica o patronimica,
quasi non occorresse dare indicazioni di ciò per le figlie,
morte bambine o in giovane età.

L’aspetto, la conformazione ed il lavoro grossolano del
cinerario in arenaria, la forma arcaica di alcune lettere del-
l'iscrizione, fanno semplicemente ritenere, che Velia Raufi
fosse figlia di una delle prime coppie di coniugi della fami-
glia Rufia.

(1) Lattes indica, molti derivati femminili della radicale 4 E tra i quali Vel-
i-cu, Vel-u-sa, Vel-i-zza, Vel-i-za, Vel-i-sa (p. 7, n. 23). E come Vil e-nu si latinizzò in
Helena, da cui l'italiano Elena, così credo possa ritenersi, che Vel-i-za e Vel-i-sa si
latinizzassero in Helisa e quindi si voltassero nell'italiano Elisa.

trito Men ret isti i cine























180 G. BELLUCCI

XXXIV :citAAitnae? ‘18491 : ANAO
259 TANA RAFI consorte di SENTINATE

Brizio, p. 393, n. 8. Colloca erroneamente un solo punto tra le
parole ed alla fine.

Pauli, p. 442, n. 3492. Collocò un solo punto dopo il prenome e
dopo il secondo gentilizio.

Cinerario in travertino (0,36 - 0,31 - 0,35). L’ iscrizione è
incisa e poi dipinta sul coperchio di un’ urna semplice.

Le ceneri di questa donna appartennero certamente ad
una figlia, discendente dalla famiglia Rufia, andata a marito
nella famiglia Sentinate (1). Il gentilizio della famiglia di ori-
gine precede quello della famiglia maritale, come già si ve-
rificò nel cinerario num. XXVIII, precedentemente descritto,
nel quale si accenna, che Fastia di Larte Rafi andò a marito
nella famiglia Casni. Mentre però per questa donna fu pos-
sibile stabilire la paternità, per quella entrata nella famiglia
Sentinate, è assolutamente impossibile di precisarlo. Alcune
particolarità epigrafiche, permettono soltanto di asserire,
che "ana Rafi Sentinate è più tarda di Fastia Rafi Casni.

XXXV 21I8A0IMtR2VO : 10
252 HAstia (Fastia) HUSETNEI consorte di RAFI

Brizio, p. 393, n. 16. Indicò la prima parola, come . ff

Pauli, p. 442, n. 3495. Osservó : « initio (1(7) (ha) et in fine for-
lasse punctum ».

Cinerario in travertino (0,46 - 0,44 - 0,36). L'iscrizione é
incisa sul coperchio e poi dipinta. La correzione di Pauli
alla prima parola è esatta; però il punto, di cui dubita la
esistenza alla fine, non esiste realmente, come non esiste, a
cagione dell’irregolarità della pietra, tra i due gentilizi. Un
rosone fra due pelte è scolpito sulla fronte dell’ urna.

(1) La famiglia Senti.ate in cui sarebbe entrata come consorte Tana Rafi, ebbe
presso Perugia un Ipogeo particolare ; i cinerari, che vi si trovarono, furono raccolti
anzitutto nell'antico Museo Oddi in S. Erminio (BELLUCCI G., Guida cit., pag. 7) di

L’ IPOGBO DELLA FAMIGLIA « RUFIA » 181

Questa donna proveniente dalla famiglia Husetnei (Use-
tinia) fu consorte ad uno dei discendenti della famiglia Rnfia;
nerò non essendosi trovati nello Ipogeo cinerari dei figli e
: non possedendosi alcuna indicazione sicura, sarebbe mal fon-
L lata qualunque attribuzione familiare. E opportuno ricordare

questo punto, che nelle medesime incerte deduzioni, tro-.

asi il nome di una Vibia (o Fastia o Tana, più probabil-
Bionte Fastia), di cui si parlò antecedentemente (IX). Sono
quindi due dgnne, che furono consorti a discendenti della
famiglia Rufia, dei quali però non possono precisarsi i nomi.

IQMMA © Ag
FAstia ANCARIA

Brizio, p. 393, n. 10.
Pauli, p. 439, n. 8470. Collocò un punto entro un triangoletto fra
due parole. Poi soggiunse: « fortasse mater » di Arunte VI (XV).

Cinerario in travertino (0,43 - 0,29 - 0,36). L/ iscrizione é
incisa e poi dipinta sull’ alto della fronte di un'urna sem-
plice. Tra il prenome ed il gentilizio, Pauli ammise come un
punto in mezzo ad un triangoletto. Invece, avendo il lapicida
incontrato una cavità quasi circolare del travertino, avente il
diametro di mm. 18, proprio dove cadeva il punto, esso la
‘contornò con una incisione circolare, separando con tal forma
d'interpunzione le due parole. L/ altezza delle lettere è varia
(da 40 a 60 mm.).

i Riguardo alla duplice supposizione del Danielsson, se-
gulta in parte dal Pauli, che cioé Fastia Anearia potesse
| riguardarsi come madre di Arunte VI, si parlò abbastanza
per lo innanzi (XV), addimostrandone la nessuna attendibilità.

Perugia, poi quando questo Museo andò disperso, furono suddivisi. Parte vennero
trasferiti nella villa dell'odierno Colle Umberto I; parte nella villa Eugeni di Com-
presso; parte andarono perduti. Conestabile, seguendo il parere del Lanzi e di Fa-
bretti, ritenne (Op. cit., pag. 190-192) che il nome della famiglia Seniinate traesse
origine da quello di Sentinum, antico castello dell’ Umbria, oggi Sassoferrato, gli
abitanti del quale dicevansi appunto Sentinatt.













182 G. BELLUCCI

XXXVII LARTIA : OCTAVIA
268 s. LARZIA OTTAVIA

Brizio, p. 395, n. 36.
Pauli, p. 443, n. 3506. Rilevó che Brizio aveva omesso il puuto
interverbale.

Cinerario rappresentato da una grande olla in terra cotta
rossa, alta cm. 30, munita di due manici corti, verticali a
nastro. Il cinerario è ricoperto da un piatto rovesciato. La
iscrizione è graffita a grandi lettere, e poi dipinta in una
delle parti dell' olla, tra i due manici. La grafia dell’ iscri-
zione è prettamente latina, e dimostra che questo cinerario,
fu se non l’ultimo, il penultimo forse ad esser deposto nello
Ipogeo.

Chi fossero queste ultime due donne, designate da sem-
plici iscrizioni bimembri e senza alcuna relazione palese con
la famiglia Rufia, è impossibile precisarlo. Il prof. Elia Lattes,
a cui come a venerato Maestro mi rivolsi, per addimandar-
gli, se queste due donne potevano riguardarsi come Liberte,
ebbe cortesemente a rispondermi: « il confronto d’ infinite

altre epigrafi etrusche, specie di donne, permette sottin- 3
tendere e per Fastia Ancaria e per Larzia Ottavia il gen-
tilizio Rufi; non intendo però con questo escludere, specie
circa quest’ultima, che possa trattarsi di una Liberta;
ipotesi, cui ricorsi anch'io talvolta col pensiero nei nume-
rosi casi simili ».

XXXVIII (268, 10). — Cinerario in terra cotta, alto cm. 22,

| con iscrizione in tinta nera, addivenuta però col tempo e con |. i
l'azione dell’ umidità, assolutamente illeggibile. Fu rinvenuto |
rotto in diversi frammenti, deposto sulla panchina a sini-
stra del primo ambiente, in gran parte demolita. Questo ci-

nerario non esiste attualmente nel Museo e forse non vi fu
portato mai, perchè infranto.




































siti

L’ IPOGEO DELLA FAMIGLIA < RUFIA > 183

. Qinerari anepigrafi.

XXXIX (261) — Cinerario in travertino, il più volu-
minoso di tutti quelli rinvenuti nell’ Ipogeo della famiglia
Rufia (0,60 - 0,59 - 0,43). È in forma di prisma, leggermente
È piramidato, misurando alla base cm. 60 e sulla linea supe-
riore cm. 57. Il coperchio è formato da un masso di tra-
vertino a doppio piovente, con timpano straordinariamente
elevato (cm. 57 di base, cm. 26,9 di altezza). Il cinerario
posa, soltanto anteriormente, su due piedi laterali (Tav. III,
fig. H).

‘ Nella fronte è incavato uno specchio rettangolare (cen-
timetri 48 x 43) decorato nel lato superiore da un fregio
a bassorilievo, formato di ovuli. In tale specchio è scolpita
ad altorilievo, più prominente nella linea centrale verticale,
una figura di Scilla. Il torso della ninfa, vigorosamente
espresso, termina inferiormente con cinque foglie di cardo,
artisticamente disposte, tre delle quali, rivolte in basso, com-
pletamente aperte; due laterali, collocate superiormente,
con l'apice accartocciato. Questo gruppo di foglie nasconde
l'attacco al corpo della ninfa, di due code di delfino, enor-
memente muscolose, che si originano ai lati inferiori del
corpo, formano due giri di spira inversi e simmetrici e rial-
zandosi fino all'altezza delle spalle della ninfa, terminano
con pinne appiattite, a guisa di pala di remo, rivolte en-
trambe a sinistra. Tali pinne sono bifidi, costolate nei mar-
gini esterni e dentate negli orli interni dell’ incisione.

Due grandi ali aperte, simmetricamente collocate ai lati
del dorso della figura, sembrano sostenere nell’aria il corpo
pesante della ninfa, leggermente inclinato a sinistra à ca
gione del modo con cui Scilla impugna e maneggia con

mani rovesce il remo.

Il corpo della ninfa é nudo, soltanto una forque, con
bottone centrale, ne orna il collo. Il seno é diviso da una
leggera soleatura, che percorre la linea centrale del petto




































184 ; G. BELLUCCI »

e del corpo fino all’ ombelico. La testa è ricoperta da una
folta capigliatura, disposta a riccioli. L’attitudine della ninfa
è quello di menare un colpo di remo sui compagni di Ulisse,
con i quali, secondo il mito, Scilla ebbe a combattere; e
siccome in quest’attitudine offensiva, si sostiene a volo nel-
l’aria, così Scilla sta osservando i nemici, dall’alto al basso,
con fiero cipiglio, prima di colpirli giusto.

Nei due fianchi del cinerario, entro rincassi rettango-
lari (cm. 34 X 40), sono racchiusi due grandi mascheroni,
scolpiti con vigore e molto espressivi (Tav. III, fig. I), cir-
condati da riccioli larghi e voluminosi di capelli. Il lato su-
periore dello specchio rettangolare è ornato, come nella
fronte, da un fregio di ovuli; sugli angoli del rincasso sono
quattro borchie.

Questo cinerario così pregevole per le ricche scolture
che lo decorano, così singolare per la grandezza, è anepi-
grafe; e per quanto si pensi, non si giunge a comprenderne
la ragione. Comparando però quest’ urna anepigrafe con
quella di Setrio I (XXIX ; Tav. III, fig. G) si osserva identico
il soggetto della scultura; consimile la conformazione e 1a di-
sposizione delle parti; identico l'aspetto di assoluta freschezza
nelle scolture, come se entrambi i cinerari fossero usciti ieri
dalle mani dell’artefice; identici pure certi particolari di te-
cnica scultoria, che rivelano la stessa mano nella loro ese-
cuzione; di modo che, di fronte à tutte queste identità e
corrispondenze, si desume come un’aria di famiglia fra i
cinerari, da permettere la supposizione, che il cinerario
anepigrafe contenesse le ceneri di Setrio II, figlio di Setrio I
e di Caja, che come si vide, si trovò mancante nell’ Ipogeo
della famiglia Rufia. È una semplice supposizione, certo
però non destituita di ogni fondamento.

XL (268, 4). — Cinerario anepigrafe, rappresentato da
una piccola olla in terra cotta alta cm. 25, verniciata a
fuoco in rosso, nella maniera dei fittili di fabbrica aretina.

L’ IPOGEO DELLA FAMIGJIA « RUFIA » 185

"olla è piriforme, senza manichi; la superficie della parte
‘superiore del vaso è ornata da tre cordoni orizzontali, ot-
tenuti mercè il tornio. Il vaso ha una base, formata da una
fascia bassa scampanata ; il coperchio è costituito da un
piatto capovolto, di carattere etrusco-campano. Può ritenersi
che questo cinerario sia stato, con quello di Larzia Ottavia

: (XXXVII), uno degli ultimi ad essere introdotto nell’ Ipogeo.

*
* *

Oltre ai diuaranta cinerari in pietra e fittili, di cui si è

terminato di parlare, si trovarono nell Ipogeo della fami-

— glia Rufia, pochi oggetti di natura differente, deposti ritual-

mente dalla pietà dei congiunti, oggetti su cui é necessario in-

trattenerci brevemente per completare la descrizione di tutto
] materiale, che si trovó raccolto nello Ipogeo medesimo.

Oggetti metallici.

1.° — Quattro specchi in bronzo, tutti di carattere ro-
p ,

mano, trovati dispersi sul terreno, e precisamente nei punti
| indicati nella pianta dello Ipogeo, dalle lettere $ (1).
È a) Specchio circolare con manico, del diametro di
entimetri dodici, intiero.
b) Specchio circolare con manico, del diametro di
entimetri quattordici; rotto intenzionalmente in varie parti;
dove l’ossido non era giunto ad alterarne la superficie,
si riflettono ancora nettamente le immagini.
E c) Specchio di forma rettangolare (mm. 90 »< 72),
diviso intenzionalmente in due parti.
d) Piccolo specchio di forma rettangolare (mm. 57 x
49), intiero (2).

(1) Brizio riferì (Notizie Scavi, 1887, 395), che nell’Ipogeo erano stati rinvenuti
sei Specchi, tra i quali uno graffito, con figura di una Lasa. I due specchi da esso
cordati in più, provennero dal terreno del Cimitero, ma non si trovarono nell’Ipo-
o della famiglia Rufia.
(2) I due specchi, distinti dalle lettere c e d sono indicati dal n. 1115 di Cata-
£0 del Museo.



















G. BELLUCCI

2. — Anse e cerniere, appartenenti a piccole cisti di
legno e manico di specchio in bronzo, irruginito per con-
tatto col ferro.

3.° — Cinque frammenti di ferro, profondamente ossi-
dati ed idratati, indeterminabili.

Gli oggetti metallici indieati dai numeri 2 e 3 furono
trovati sulla panchina di destra, nel primo ambiente.

Oggetto in osso.

4.° — Ago crinale, lungo quindici centimetri, terminato
superiormente da una figura femminile diademata ed am-
mantata, rotto in tre parti, di cui manca quella corrispon-
dente alla punta. L’ago crinale è quà e là macchiato in
verde per azione. degli oggetti di rame, con cui si trovò a
contatto (1) (Tav. III, fig. L). Si rinvenne unitamente ai fit-
tili seguenti.

Oggetti fittili.

Nel punto designato in pianta dalla lettera O si rinven-
nero, riuniti in gruppo, apparentemente senza ordine, i se-
guenti fittili, intieri o frammentati.

5.° — Cinque recipienti in forma di olle, di diversa
grandezza, non contenenti avanzi di cremazione e privi di
iscrizioni epigrafiche. i

6.° — Dodici recipienti a forma di truffetti con manico

e senza, il maggiore dei quali misurava cm. 20 di altezza,
il minore em. 13.

7.° — Tre bicchieri ed una piccola tazza.

8.° — Orcio con manico rotto; vasetto; frammenti di
balsamari.

(1) È collocato nella vetrina A della Camera 5*, sul piano 4o, ed ha il numero .
di Catalogo 1163.

L’ IPOGHO DELLA FAMIGLIA « RUFIA »

CAPO III.

Osservazioni comparative e conclusioni generali.

Ultimata la parte descrittiva dei cinerari rinvenuti nello
Ipogeo della famiglia Rufia, nonchè dei pochi oggetti, di
natura diversa, ritualmente depostivi, sembra opportuno rac-
cogliere attgalmente sotto forma di conclusioni generali al-
cuni dati, che principalmente emergono dallo esame com-
plessivo delle iscrizioni epigrafiche, sia considerate in rela-
zione tra loro, sia in rapporto con l’ Ipogeo, in cui i cinerari,
che le avevano iscritte, si trovarono collocati. Siffatte dedu-
zioni interessano del resto non solo l’ onomastica e l' epi-
grafia in generale, ma pongono in luce eziandio talune co-
stumanze peculiari, che normalmente dovevano seguirsi da-
gli Etruschi nella loro vita sociale e familiare.

1.° — La prima conclusione riassume alcuni elementi,
esclusivamente statistici. Dei quaranta cinerari rinvenuti
nello Ipogeo, due erano anepigrafi; gli altri iscritti, con tren-
tanove iscrizioni; essendosene trovata una illeggibile, riman-
gono trentotto iscrizioni epigrafiche, delle quali trentatre
con grafia etrusca; due con grafia latino-arcaica; tre con
grafia latina. Nel numero totale di trentotto iscrizioni, una
soltanto fu trovata bilingue o digrafe.

Tenendo conto dipoi del numero dei membri espressi
nelle singole iscrizioni, in relazione con lo studio del pro-
fessor E. Lattes « Le formole onomastiche dell’ epigrafia
etrusca » (1) si rileva, che su trentotto iscrizioni, se ne hanno
due di formula senaria (latine), una di formula quinaria (etru-
sca), tredici quadrimembri (due delle quali in grafia latino-
arcaica), diciassette trimembri ; cinque bimembri (di cui una
latina). Il maggior numero pertanto delle iscrizioni corri-

(1) Mem. d. R. Istit. Lomb. di Sc. e Lett., Milano, Hoepli, 1910.

L2













188 "^ ..&. BELLUCCI

sponde a quello delle tri- e quadrimembri, come si verifica
del resto nel complesso generale delle iscrizioni etrusche
conosciute (1).

Riguardo al sesso degli individui, le ceneri dei quali
furono raccolte nelle urne, si notano ventuna iscrizioni
riferentisi a maschi; diecisette corrispondenti a femmine.

2.° — Dallo esame complessivo delle iscrizioni, e meglio
ancora dall'albero genealogico, risulta poi, che sebbene in
sulle prime si collocassero nello Ipogeo della famiglia Rufia
le ceneri dei genitori e dei discendenti diretti e collaterali
del fondatore Velio Rafi, col volger del tempo l'Ipogeo me-
desimo accolse soltanto le ceneri dei discendenti del ramo
primogenito degli Arunti, il quale è rappresentato da sei
generazioni.

3.° — Emerge pure dal quadro genealogico, che ai pri-
mogeniti si assegnava lo stesso prenome paterno. Una sola
eccezione sarebbesi verificata in proposito, relativa al figlio
di Setrio I (245) e di Cincunia (246), a cui sarebbe stato
posto il nome di Larte (253). Si vide peraltro, che parecchie
riflessioni concordano per ritenere, che le ceneri di Setrio II,
ossia di colui, che sarebbe stato figlio. primogenito dei ge-
nitori suddetti, potessero essere collocate nell’ unico cinera-
rio anepigrafe in travertino, rinvenuto nello Ipogeo (267).

Nessuna deduzione può formularsi sul prenome, che so-
leva attribuirsi alle figlie; dallo insieme delle cose esposte
sembra anzi, che fosse abituale di non significarle, nè col
patronimico, nè col matronimico, specialmente se morte
bambine o nubili, aggiungendosi al loro prenome il solo gen-
tilizio della famiglia. Se poi le figlie andavano altrove a
marito, al gentilizio della famiglia di origine, si aggiungeva
quello della nuova famiglia, collocandolo sempre da ultimo,
dopo quello paterno. E ciò viene addimostrato, sia dall’ epi-
grafi delle figlie, discendenti della famiglia Rufia, entrate a

(1) Mem. d. R. Istit. Lomb. di Sc. e Lett., Milano, Hoepli, 1910, pag. 4.

*

L’ IPOGEO DELLA FAMIGLIA « RUFIA » 189

marito in altre famiglie (255 259), sia dalle donne prove-
nienti da famiglie diverse, entrate a marito nella famiglia
Rufia.

42 — Non può assicurarsi, ma sembra probabile, che
i prenomi per i discendenti successivi al primogenito nelle
diverse diramazioni di una famiglia patrizia etrusca, mante-
nessero un medesimo ordine; e che questo fosse osservato,
si deduce non solo dal considerare la serie dei nomi nei
discendenti delle famiglie successive, ma anche dal fatto,
per cui mprendo un figlio in età bambina, si tornava ad
applicare lo stesso nome, già dato al figlio perduto, a quello
nuovo nato (263=268,3 — 268,9=251).
5.° — Vigendo il costume di applicare ai figli una seria-

zione di nomi prestabiliti, ed assegnando al primogenito di
ogni famiglia il nome stesso del padre, conseguiva la ne:
| cessità dello impiego del matronimico, di sua natura varia:
bile, per distinguere la filiazione di una o più famiglie.
Quindi, anzichè cercare la ragione efficiente del matroni-
mico in altri principî, giungendo fino al punto di esautorare
| diogni autorità morale il padre, e d’ ingenerare sospetti asso-
lutamente infondati, come quello di riguardare nascite spu
rie, quelle indicate dal solo matronimico, potrebbe vedersi
nell’applicazione del nome della madre una semplice neces-
sità, di sua natura logica, conseguente da una costumanza
gentilizia onomastica.

Lo stesso Lattes, nel suo dotto lavoro altre volte ricor-
dato (1) dopo avere rilevato che « la peculiare consuetu-
dine del matronimico dagli Etruschi fu osservata, anche
quando stavano per scomparire confusi nella grande unità
romana », riporta parecchie epigrafi, in cui il prenome del
figlio corrisponde a quello del padre; ed in alcuni casi am-
mette, come ponendo nell’epitaffio il prenome del padre, po-
teva omettersi quello del figlio, che era comune (N. 10, p. 5).

(1) Le iscrizioni latine col matronimico di provenienza etrusca, ecc.

























‘G. BELLUCCI’

In altri casi, riflette « dopo il prenome del padre, eguale
a quello del figlio, si aggiunse la voce pater, o semplicemente
la lettera P, per non ingenerare confusioni ».

Dunque anche Lattes fu impressionato dell’ omonimia
tra padre e figlio, ma non potè risalire ad una deduzione
generica, perchè ebbe dinanzi a sè iscrizioni epigrafiche ri-
ferentisi a famiglie separate, e non quelle appartenenti ad
una serie successiva di generazioni, come si verificò nell’Ipo-
geo della famiglia Rufia.

Nè si dica, che le osservazioni del Lattes si riferiscono
essenzialmente ad un periodo di tempo in cui potrebbe no-
tarsi, che le costumanze etrusche stavano per scomparire ;
perchè, anzitutto alcune iscrizioni epigrafiche rinvenute nello
Ipogeo della famiglia Rufia sono contemporanee a quelle, che
formarono argomento di studio per Lattes, poi perchè il
lavoro di questi mirò precisamente a dimostrare, come nelle
iscrizioni di provenienza etrusca, ma scritte con grafia la-
tino-arcaica, si mantenevano inalterate le formule onomasti-
che del periodo precedente, prettamente etrusco.

Scorrendo del resto le numerose iscrizioni funerarie
etrusche, riportate dal Pauli nel Corpus inscriptionum etru-
scarum, si rimane convinti del fatto, che molte di esse pre-
sentano un’ evidente omonimia tra padre e figlio: natural-
mente bisogna tener conto soltanto dei primogeniti, ciò che
dalla lettura di quegli elenchi, sebbene numerosissimi, non
può facilmente apparire, perchè le iscrizioni non sono or-
dinate secondo ii concetto della filiazione. Il fatto non può
quindi emergere, che limitando le osservazioni a particolari
Ipogei, ove le ceneri dei diversi discendenti di una deter-
minata famiglia furono successivamente deposte.

6. — Una costumanza singolare, emersa dall’ Ipogeo
della famiglia Rufia è quella di veder deposte nello Ipogeo
della famiglia paterna le ceneri delle figlie andate a marito
altrove ed imparentate quindi con altre famiglie. Come già
ebbe a notarsi, tale costumanza fu indicata da due cinerari

L’ IPOGEO DELLA FAMIGLIA « RUFIA »

a discendenti di altre famiglie; ma la costumanza stessa
viene comprovata anche dal considerare questo altro fatto.

ello Ipogeo della famiglia Rufia si trovarono mancanti,
come si vide, i cinerari di Larzia, consorte di Larte I (239)
‘e di Cotonia, moglie di Aulo III (265). Nei cinerari dei figli,
| sono distintamente ricordati i nomi delle rispettive madri,
ma il cinerario di queste non fu trovato nello Ipogeo. Con
tutta probabilità pertanto le ceneri di Larzia e di Cotonia,
richieste fors@ dalle rispettive famiglie, furono collocate ne-
gl Ipogei paterni, come nell’Ipogeo paterno della famiglia
Rufia ritornarono le ceneri di Fastia Rafi, consorte di Casni e
di Tana Rafi, consorte di Sentinate.

7.° — I cinerari degli ultimi discendenti della famiglia
Rnfia addimostrano poi gli enormi progressi, che veniva fa-
cendo sulla lingua e sulla scrittura etrusca, la lingua e la
scrittura latina. .

Quando mori Aulo II, l'iscrizione epigrafica abituale
in lettere etrusche, vedesi accompagnata da un principio
.d' iscrizione latina (268, 1); poi, o fosse quello un tentativo,
‘ovvero si obbedisse ad un pentimento o ad un ordine con-
rario, è certo, che colui, il quale graffiva le lettere latine,
si arrestò e lasciò sospesa l'iscrizione. Alla morte del fra-
tello minore Larte II (268, 5) e quindi dopo pochi anni scom-
pare ogni traccia di carattere etrusco, e la scrittura, e quindi
la lingua, risulta esclusivamente quella dei dominatori ro-
mani.

Eguali considerazioni emergono dalle iscrizioni dei due
cinerarî di Arunte IV (268, 2) e del figlio Arunte V (268, 6).
Le ceneri di ‘entrambi furono collocate in olle di terra

cotta; la iscrizione del primo conserva ancora caratteri
etruschi; quella del secondo è tutta in caratteri latino -
arcaici, benchè la dizione sia alla maniera etrusca. Queste
| considerazioni danno ragione del perchè, pochissime iscri-
zioni bilingui o digrafe furono rinvenute, essendo stato




























192 G. BELLUCCI

brevissimo il tempo del passaggio dall’una all’altra forma di
scrittura. Forse si verificò allora, ciò che si verifica pur
troppo anche oggi nella lotta fra alcuni popoli; potendosi ri-
tenere che l’uso della lingua e della scrittura etrusca fosse
dai dominatori romani, in sulle prime tollerata, poi rigoro-
samente vietata, anzitutto nelle occorrenze di carattere pub-
blico, poi anche in quelle di carattere familiare, che non do-
vevano rimanere nell'ambito esclusivo della casa. Se non
si facesse intervenire questo pensiero, non potrebbe spiegarsi
come in cinquanta o sessant'anni si perdesse l'uso di una
lingua, che durava da secoli, alla quale, coloro che la par-
lavano, dovevano essere tenacemente affezionati e legati.

8. — Come si accennó in precedenza, la disposizione
dei cinerari nello Ipogeo, non riveló in generale un cri-
terio prestabilito di collocamento. Emersero soltanto quattro
gruppi, accennanti ad una disposizione intenzionale, che, e-
spressi dai numeri segnati nei cinerarî, e nel Museo, e nella
pianta (Tav. I), corrispondono ai seguenti: I. 248, 256, 262
— IL 264, 261 — III. 256, 244 — IV. 243, 263.

La disposizione degli oggetti fittili e metallici nel suolo
dell’ Ipogeo non presentò ancor essa alcun criterio di collo-
camento, all'infuori del gruppo di recipienti in terra cotta,
riuniti nel punto designato dalla lettera 0. In questo gruppo
si presentarono meritevoli di nota i dodici truffetti, i tre
bicchieri e la piccola tazza, collocati forse nello Ipogeo,
in corrispondenza del pensiero tradizionale, da me altrove
illustrato, che lo spirito dei morti avesse ed abbia bisogno
di dissetarsi, durante la notte eterna delle tombe (1).

9° — Emerse pure da alcuni oggetti rinvenuti nello
Ipogeo, il concetto della rottura intenzionale, in obbedienza
al pensiero animistico, che lo spirito dell’ oggetto ritualmente
offerto o deposto nello Ipogeo, si liberasse da esso in con-

(1) BELLUCCI G., Sul bisogno di dissetarsi attribuito ai morti ed alloro spirito.
Arch. per l’Antrop. e la Ftnol. Firenze, vol. XXXIX, 1909, pag. 213. L'IPOGEO DELLA FAMIGLIA « RUFIA »

"seguenza della rottura determinata. La rottura intenzionale
ebbe a rilevarsi in tre specchi, nell'ago crinale in osso, nel
‘manico dì alcuni recipienti in terra cotta.

10.° — Merita menzione speciale il fatto verificatosi non
solo nello Ipogeo della famiglia Rufia, ma anche in molti
altri Ipogei discoperti nel territorio di Perugia, che gli spec-
chi, collocati nel loro interno, non si trovarono mai entro i
cinerari, ma sempre allo esterno di essi, collocati al di so-
pra, appoggiati alle loro pareti, o sostenuti da appositi piedi.
E ciò si verificò anche quando, come nei casi di tumula-
zione entro cassoni di pietra, si trovarono deposti con i ca-
daveri, utensili, ornamenti ed oggetti di uso personale. Si
riesce difficilmente ad interpretare il perché dj questa sin-
golare costumanza; ove si consideri però, che il corpo ridotto
ad un pugno di ceneri, non poteva altrimenti dare imma-
gine di sè nello specchio, questo doveva disporsi allo esterno
| dei cinerarî, sempre però nell’Ipogeo, dove continuava ad
aleggiare lo spirito dei morti e dove questo poteva ancora
-rimirarsi nella superficie riflettente.. Un rilievo etnografico
può convalidare questa maniera di vedere; i selvaggi, non
vedono nello specchio l'immagine del corpo, ma quella del
- suo secondo, ossia dello spirito, che se prosegue a presentare
la configurazione, le fattezze del corpo stesso, è ridotto però
ad una forma impalpabile ed ha perduto ogni essenza ma-
- teriale.

La costumanza di tale deposizione degli specchi negli
- Ipogei, fuori dei cinerarî, introdotta nel periodo di tempo in
cui si osservava generalmente il rito della cremazione, a-

| vrebbe poi proseguito tradizionalmente, anche quando fu

introdotto ed osservato il rito dell’ inumazione.
*
LEE

À questo punto le considerazioni, che potevano emer-
gere dalle iscrizioni epigrafiche dei cinerari e dagli oggetti
13

















ne







194 'G. BELLUCCI

rinvenuti nello Ipogeo della famiglia Rufia, giungono al loro
termine. Fu gran ventura, per la storia di codesta famiglia,
se dinanzi alla necessità di far posto ai nuovi morituri,
l’amore purissimo del sapere raccogliesse gli sparsi elementi
di una famiglia di estinti e nella mancanza delle cure pie-
tose ed affettuose dei congiunti, subentrasse a quei sentimenti,
che le credenze religiose di un tempo lontano avevano sa-
puto ispirare.

Oggi la famiglia Rufia trovasi di nuovo riunita e ricom-
posta; dalla casa sotterranea e buia, in cui per quasi ven-
titre secoli rimase, nella tranquilla pace del sepolcro, la
famiglia Rufia è passata in un tempio del sapere, alla viva
luce del giorno, alla libera vista degli studiosi e dei curiosi,
i quali tutti trovano e troveranno per l'avvenire in quella
numerosa raccolta di pietre, che sta a rappresentarla, la.
più eloquente conferma del detto tedesco :

« Wenn Menschen schweigen, werden Steine reden » (1).

E le pietre hanno parlato; hanno riferito la storia di
una famiglia patrizia di Perugia etrusca, che si svolse fio-
rente e potente nei primi tempi della dominazione romana,
e che pur troppo, alla fine della sua individualità, come fa-
miglia etrusca, dopo aver perduto lingua, costumi, abitudini
proprie, restò travolta e confusa nell’onda crescente dei
nuovi dominatori.

GiusEPPE BELLUCCI.

(1) Quando gli uomini taceranno, parleranno le pietre.











E L'OTTAVA EDIZIONE DEL « QUADRIREGIO »

(Continuaz. e fine v. Vol. XVII, fasc. I-II)


Seguito dell” Appendice I.
44.

È un grande onore della nostra Accademia il gra-
dimento che fa V. P. Rev ma della consaputa Raccolta ;
ma quanto più ha avuto fortuna d’ incontrare le di lei
compiacenze il sig. Boccolini con la sua Orazione, tanto
meno l’ incontrerò io in un simile impegno che mi corre

on la stessa sig.ra Principessa Panfili, che certamente mi
tiene in una grande e giusta apprensione. Ha letto
V. P. Rev.ma il sonetto di S. Ecc.za sopra la speranza
riportato nell’ accennata Orazione ; deve dunque sapere
che discorrendo intorno ad esso con molta modestia la
sig.ra Principessa obbligò il sig. Boccolini e me a dirne
il nostro sentimento, nè bastò di celebrarlo con la do-
vuta lode in termini generali, bisognò discendere al-
l’espressione di molte particolari bellezze, che in quello

venivano da noi considerate, e rispondere a diverse ob-
biezioni fatte dall’Ece.za Sua. Insomma la faccenda andò
a terminare, che comandò a me di stendere in carta
quel tanto avea io detto a voce di detto sonetto, con
esprimersi di più che le sarebbe piaciuto che l’ avessi
mandato a Roma al sig. Martetli, che è il suo poeta fa-
vorito della maggiore confidenza. Consideri V. P. Rev.ma
in che bell’ imbroglio io mi trovo. Dover far 1° esposi-
zione di un sonetto di una gran Dama e di una letterata,
senza ingegno, senza giudizio, senza libri e senza tempo.
La sig.ra Principessa è già in Roma da molti giorni
in qua, e se potessi con buona faccia, stante questa as-

— —— - —r——_—_—_—_————_—_—_—_—_T—T____—_——_—_@____—@—_——@—#———@__—@— @— È
- DI ENTRATI IAA EI
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——-@©



E. FILIPPINI

senza, lasciar morir da sè di etisia questo impegno, lo
farei ben volentieri; ma intanto per non trovarmi total-
mente sprovveduto per ogni accidente, sono andato sca-
rabottando alcune bagattelle, che nella quantità della

materia possono andarsi disponendo ad un discorso ac- . |

cademico ; et ho presa questa direzzione (sic) per mo-
strare di ciarlare fra i cancelli domestici della nostra
Accademia per esercizio letterario e fuggir la taccia di
fare il saputo nell'avvanzarmi ad esporre gli altrui com-
ponimenti e di personaggi di tanta alta sfera; non pa-
rendomi nè meno proprio il dire essermi comandato
dalla sig.ra Principessa per non mostrare che io pazza-
mente creda di essere capace di simile comandamento.
Io ho già risoluto con piena confidenza di man-
darne i fogli a V. P. Rev.ma; e lo farò con la prima
occasione fuori di posta quando però preventivamente
s’impegni non solo di parlarmi con tutta tutta la libertà
più sincera, ma di cassare, tagliare e far tutt’ altro di
peggio che meritano le mie freddure. Aspetto dunque
questa promessa, chè poscia io adempirò la mia... (1).
Foligno, 13 Gennaio 1716.

45.

Con piena mia consolazione sento confermarmi nella
stimatissima di V. P. Rev.ma la promessa di voler pra-
ticare tutta la più stretta censura in correzione della mia
cicalata sopra il sonetto della sig.ra Principessa Panfilia
ed io le confermo con ingenuità le più vive proteste,
che con quanta più libertà e rigor maggiore ella mi
dispenserà i suoi stimatissimi ammaestramenti, con tante
maggiori obbligazioni se si incontrerà da me il favore
e per questo solo motivo averò sempre tutto il piacere
d’aver impiegata questa poca applicazione, benchè mi

costi un rossor maggiore di comparire a V. P. Rev.ma

(1) Il resto, che non riguarda l' argomento del presente lavoro, si ommette per
amore di brevità.

sempre più debole e più ignorante. Sono restato in
dubbio d’aggiungere infine in poche righe qualche con-
siderazione sopra le bellezze esterne, toccando le meta-
fore, i traslati, la sceltezza delle voci, il concorso delle
- vocali, il numero, la condottura e cose simili ben cor-
rispondenti alla grandezza dei concetti, che vedo esa-
minarsi dagli spositans di simili componimenti; ché da
una parte io lo giudicava necessario per mostrare nel
sonetto questo pregio di più e per verificare che sia
dettato su l’Idea sublime che da me si asserisce pre-
'suppositivamente senza alcuna prova; ma dall’ altra
parte me ne sono astenuto per non allungarmi di più,
conoscendo bene in me stesso fra gli altri mancamenti
“anche questo di non saper trovare nè modo, nè tempo
per esser più breve e per mostrare ancora di non andar
‘ricalcando le vestigia degli altri; sopra di che imploro
distintamente i sentimenti di V. P. Rev.ma avendo a
| questo effetto lasciato quasi in aria il discorso senza
qualche final terminazione. Attenderò dunque con an-

jetà, ma con suo commodo le grazie di V. P. Rev.ma,

| a cui rinnovano i loro ossequiosi rispetti il sig. Bocco-
ini, il Prior mio fratello e con umilissima riverenza mi
dico ecc.
i Foligno, 24 Gennaro 1716.

46.

Hanno in me combattuto molti giorni il riverente
rispetto di non incommodare V. P. Rev.ma e l’ innato
desiderio ch’ à ogni uomo di sempre imparare, che mi
ha tenuto in sollecita impazienza aspettando le corre-
zioni e i documenti promessimi sopra le baie da me
scritte intorno al consaputo sonetto della sig.ra Princi-
pessa Panfilia. Ma finalmente han rotta la bilancia
gl’ impulsi di questo sig. Nuccarini che essendosi tro-
vato presente a i comandi di S. E. m' importuna tutto

il dì ad obbedirli, né io trovo ormai più scuse da capa-

citarlo della dilazione, tenendolo in concetto di non





198

E. FILIPPINI

aver ancora steso nulla. La prego dunque a favorirmi
quanto più presto può anche per la posta di quelle
grazie, che vorrà dispensarmi, e quando anche, come
ragionevolmente mi persuado, sia la lezione incapace
d’ una competente emenda e che abbia bisogno come
pur troppo l’ ha, d’una pezza da nuovo, stimerò più
grande il favore di questa semplice e libera confessione,
che se non mi darà motivo d' imparare, ch'é quanto io
desidero, mi confermerà almeno in quello che io già

"sapeva, d'esser debolissimo ed ignorante.

Condoni V. P. Rev.ma l'incommodo, mi conservi
la parzialità del suo amore, mi comandi con libertà, ed
augurandole un buon carnevale resto con umilissima
riverenza ecc.

Foligno, 17 Febbraio 1716.

Ricevei sabato della settimana passata e non prima
l’involtino portato dal Merli libraio con i tre Giornali
di Venezia XXI, XXII, XXIII; ma non potei Lunedì
accusarne la ricevuta a V. P. Rev ma perchè alcune
occupazioni mi fecero trapassare l’ ora della posta
inavvedutamente: ne ringrazio ora infinitamente V. P.
Rev.ma del favore e la supplico ad ordinarmi come
debba servirla del denaro per questi tre e per gli altri
due antecedenti, cioè se devo rimetterlo costà in Pe-
rugia, o pure altrimente erogarlo a sua disposizione.

Ho tutta la più efficace volontà di terminare e ri-
durre a suo fine il lavoro per la ristampa del Quadri-
regio, ma non mi dà l’animo di fissarmi in applicazioni,
benchè amene e geniali, nello stato di salute in cui mi
trovo, che da alcuni mesi in qua è incommodata distin-
tamente da afflati ipocondriaci, che mi empiono la
mente di fumi tetri e melanconici direttamente contrarii
all'amenità delle lettere umane. Se con allontanarmi
dagli affari pubblici e con una villeggiatura che penso
fare in tutto il futuro Agosto, si degnerà S. D. M. ri-

L’ ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC.

donarmi la serenità della mente, ripiglierò con più vi-
gore l’interrotte applicazioni sopra i testi del Quadri-
regio. Ma e la critica della mia cicalata sopra il con-
saputo sonetto della sig.ra Principessa? Io interpreto
jl silenzio di V. P. Rev.ma per una finezza della sua
gentilissima modestia per timore di non disgustarmi con
le tante e taMfe cose che dovrebbe dire in correzione
“della medesima, se pur di tanto è capace; ma io le
faccio animo e l’accerto che tutto riceverò non solo per
favore distintissimo, ma con vera compiacenza pel van-
taggio degli ammaestramenti, che spero di ricevere dal
suo gran sapere, e contestandole sempre più le mie
obbligazioni le faccio devotissima riverenza.
Foligno, 15 Maggio 1716.

48.

Mille, e mille grazie rendo a V. P. Rev.ma de’ giu-
diciosissimi avvertimenti e caritative correzioni, de’
quali mi ha favorito intorno alla mia talqualsiasi lezione
sopra il sonetto della sig.ra Principessa Panfili, e le

| protesto ingenuamente, che le ne devo infinite obbliga-
zioni, come le ne rendo umilissime grazie. Io la desi-
derava, e l’aspettava, in questa parte più liberale; ma
Ella ha voluto troppo cortesemente e senza mio merito
diffondersi in lodi ed in attributi, che sono a me di
rossore e mi aggiungono un nuovo e maggior debito
verso la sua gentilezza.

Ho subito corretto nell’ abbozzo che mi resta in
mano di detta lezione, tutti i luoghi avvertiti, e se
V. P. Rev.ma ha altro da suggerirmi, la supplico con-
tinuarmene il favore (che s’ incontrerà sempre da me
con stima e venerazione), perche è inevitabile la recita da
farsene a S. Ecc.za in congresso accademico forse con
l intervento di Mons. del Giudice maggiordomo di
Nostro Signore.

La supplico della continuazione del suo stimatissimo

amore e de suoi comandi e confermandole l'impegno



E. FILIPPINI

di applicare con attenzione e sollecitudine alla sbriga-
zione del Quadriregio mi confermo sempre più con umi-
lissima riverenza ecc. i

Foligno, 21 Settembre 1716.

49.

Ho ricevuto dal sig. Diamanti l’ involtino trasmes-
.somi da V. P. Rev.ma col Giornale 24, Rime scelte degli
Areadi, lezione sopra il sonetto della sig.ra Principessa,
^e due copie della sua preziosa Orazione a S. Francesco
di Paola, già consegnate al sig. Boccolini; e per la
posta godo l'onore d'un suo stimatissimo comanda-
mento per due risme di carta grande alla francese, et
una coll' impronta della Colomba, e per renderla ben-
servita mi resta solo a sapere se la carta grande deve
essere ordinaria francese o pure fina alla genovese da
ridursi in rismette per l’uso di scriver lettere: con
questa notizia ne darò subito la commissione ed averó
l’attenzione più distinta per averla di qualità buona e
per ispedirla sollecitamente anche in una risma per
volta, secondo l’opportunità delle occasioni.

Le gentilissime espressioni delle quali V. P. Rev.ma
favorisce replicatamente con tanta bontà l’ accennata
lezione sopra il sonetto della sig.ra Principessa (per le
quali protesto sempre maggiori le mie obbligazioni e le
rendo sempre più umilissime grazie), mi fan credere per
la grandissima stima che he del suo giudizio che oltre al
mio credere abbia seco qualche parte non affatto di-
sprezzabile, onde con tanto maggior animo ne farò la
recita a S. E. in una adunanza accademica che le è
destinata dal Principe e da altri ufficiali nel ritorno
della medesima, e prenderò impulso per esercizio di
studio d’andar tessendo qualche altra esposizione sul
Quadriregio, ed in primo luogo ho in mente di farlo
con una o due lezioni sopra l’antichità e la denomina-
zione di Foligno accennata dal Frezzi nel cap. 18 del

primo libro e mi caderà in acconcio di esporre la la-

L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC.

pide eretta a Tutilia, altre volte comunicata a V. P.

Rev.ma: D. M. — Tutiliae — Laudicae — Cultrices —
Collegi — Fulginiae.
: Credendo io molto probabilmente che quella voce
— Fniginiae non sia il nome della città, ma di una Dea qui
venerata da un Collegio di donne sacerdotesse, e che
dal concorso singolare di popolo (come in altri luoghi è
succeduto tanto in tempo della gentilità, quanto della
Chiesa nascente) fosse edificata la città col nome della
Dea che si adorava, e perchè non è da supporsi che
fosse una Deità particolare, ma più tosto una delle Dee
maggiori con detto nome di Fulginia, m'ingegneró di
stendere alcune riflessioni che ho in mente, in dimo-
strazione che fosse la Dea Vesta, che darebbe antichità
maggiore a questa patria.

Col beneficio della villeggiatura ho ricuperata per-
fettamente la salute per grazia di Dio che prego con-
servarmela, e rendo infinite grazie a V. P. Rev.ma del
cortese pensiero che ha della medesima e mi confermo
con umile riverenza ecc.

Foligno, 5 Ottobre 1716.

50.

Ho data la commissione per la carta comandatami
da V. P. Rev.ma ed averò l’attenzione per averla buona
e per ispedirla con sollecitudine.

Volesse Iddio che io potessi esser fatto segno del-
l'onore d'aver presente alla recita della consaputa le-
zione V. P. Rev.ma! Le ne umilio le suppliche quando
glielo permettino le sue occupazioni, ed in ogni tempo
tanto per questa occasione quanto per le altre del Qua-
driregio mi faró gloria di servirla con la libertà che de-
Sidera in questa sua casa.

Dai Sig.ri Accademici ho ricevuto molti impulsi per
la stampa dell’accennata Orazione, che mi vengono in
questo ordinario rinovati con gentilissima maniera da
V. P. Rev.ma e dal nostro sig. Conte Montemellini, nè

vorrei che vi fosse sotto qualche cortese intelligenza.



E. FILIPPINI

Le mie ripugnanze non si restringono alla essenza del-
l’Orazione, che tale quale sia non temo di farla vedere
a tutto il mondo dopo ch'è stata al cimento del purga-
tissimo giudizio di V. P. Rev.ma, apprendo solo che
possa esser considerata temerità la mia di comparire
alle stampe con un componimento critico, soggetto da
maneggiarsi solo dagl’ ingegni più elevati e che si ab-
bino già fatto il suo nicchio con la dottrina e col cre-
dito: nondimeno se si considera che possa o debba
stamparsi, fo cedere i propri sentimenti e mi rassegnerò
anche a costo di qualunque rossore all’altrui ubbidienza.
Mi scordai nell'altra mia di ringraziare V. P. Rev.ma
della notizia della ristampa dell'opera dell'Ughelli e dei
due sonetti in lode del sig. Principe Eugenio; adempirò
adesso a questa parte protestandomi molto obbligato del
favore. La notificazione la rimanderò nel venturo ordi
nario. Il sonetto del sig Avv. Zappi l’aveva già goduto
et ammirato per primo : l’altro del P. Amigoni l’ho letto
con molto compiacimento ed ho ammirato 1’ estro del
poeta, i di lui voli ditirambici: ne darò copia al sig. Nuc-
carini, che può farlo passare come da solo sotto gli
occhi della sig.ra Principessa a cui scrive di continuo,
ed intanto con umilissima riverenza mi confermo eee.
Foligno, 9 Ottobre 1716.

51.

Lunedi poi segui la recita della consaputa lezione

accademica alla presenza degli Ecc.mi sig.ri Princi-
pessa e Principe Panfili, di Mons. Ill mo Giudice: Mag-
giordomo di nostro Signore e di numerosa scelta udienza,
e fu gran fortuna che incontrassero le mie debolezze
un benignissimo compatimento .degli accennati Perso-
naggi. Io desiderai doppiamente in tale occasione V. P.
Rev.ma per averla presente al congresso accademico e
all’ erudita conversazione, della quale volle onorare gli
Accademici dopo la recita la sig.ra Principessa insino
alle tre ore di notte nobilitata da copiosi rinfreschi.



La partenza per Roma sollecitata da Mons. Mag-
giordomo fece sollecitare più d’ogni credere la recita
dell’Accademia e perciò non fu potuto stampar prima
la lezione; se si giudicherà che venga bene di farne
ormai l'impressione, io non mancherò di mandarne qual-
che copia a V. P@Rev.ma, dalle cui correzioni riconosco
l’onore che ha incontrato per grazia di Dio questo mio
tal qualsiasi componimento.

Il sig. Boccolini ha fatto gloriosamente distinguere
la sua virtù con una parafrasi poetica del consaputo
sonetto della sig.ra Principessa in quattordici sonetti
legati in corona o catena, servendo ad ognuno di verso
finale uno de’ versi del sonetto di S. Ecc.za, e con una
bellissima selva latina a Mons. Maggiordomo. Questi
che già è nostro coaccademico acclamato, onorò la fun-
zione con una traduzione in versi latini del sonetto
della sig.ra Principessa (che fa invidia alla famosa del-
l’Ab.te Regnier del sonetto del Filicaia all'Italia)legata
in una bellissima elegia, ed in fine della recita per una
soprafinezza di grazia diede a recitare al sig. Boccolini
Segretario un mirabile epigramma in lode della nostra
Accademia.... (1)

Ormai tutta l'applicazione resterà al lavoro del Qua-
driregio, che spero sarà compito per le feste di Natale,
per dar poi mano alla nuova ristampa. Mi continui V.
P. Rev.ma l’onore della sua stimatissima grazia e padro-
nanza, e con umilissimi ringraziamenti mi confermo ece.
Foligno, 30 Ottobre 1716.




Sin dall'ordinario passato era io in debito di noti-
ficare a V. P. Rev.ma la perdita degna veramente di
eterne lagrime che ha fatta questa città ‘colla morte di
Mons. Ill.mo Malvicini degnissimo Vescovo della mede-

(1) Si ommettono alcune righe, che non riguardano il presente argomento.

L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 203








































E. FILIPPINI

sima, che per le tante sue religiose ed esemplarissime

doti lascia una gloriosa memoria ed un perpetuo desiderio
di sé stesso. Dopo l'incommodo d'una febbre periodica in
sistema di terzana doppia, dalla quale si era rimessa, fu
sorpresa Sua Signoria Ill.ma domenica della pass ata 14
del corrente da un accidente apopletico, che nel giro di tre
giorni con replicati insulti lo condusse mercordì passato
verso le 9 ore al possesso, come piamente si spera, del-
l’eterna gloria meritatagli dalla sua somma pietà, in-
corrotta giustizia, integerrima castità e carità ardentis-
sima verso i poveri, oltre tante altre virtù possedute in
grado eroico, che l’ hanno dato e (sic) conoscere per l’e-
semplare d’un vero e tanto prelato apostolico. È inespli-
cabile il dolore universale di questo popolo per la per-
dita di sì degno prelato, ed oltre ogni credere è stato
il concorso dei cittadini, diocesani e forastieri nella
esposizione del di lui sacro cadavere, ch'è bisognato
difendere con guardia d’alabardieri, senza pure che
siasi potuto impedire che da un zelo veemente di divo-
zione non gli sia stata portata via una buona parte
dei vestimenti e de’ capelli, con altre più vive dimo-
strazioni d’infinita stima ed amore.

Molti componimenti italiani e latini furono letti fra
gli ornamenti lugubri del funerale; i più deboli furono
due miei sonetti abbozzati in quelle strettezze, che io
averò tempo ricopiare in questa per impetrarne un
degnissimo compatimento da V. P. Rev.ma.

Oggi si reciterà un’ accademia funebre e si vanno
meditando altre più vive dimostrazioni del commune
dolore.

Averei molte altre cose da soggiungere, ma serivo
mezzo intirizzito dal freddo, onde mi ristringo a con-
fermarmi con umilissima riverenza ecc.

Foligno, 22 Febbraio 1717.

à

Turbe mendiche, se a cibarvi in terra
Stese prodiga man sagro Pastore,
Ora cinto d'eterno almo splendore
I tesori del Cielo a voi disserra.

L'ACCADEMIA DEI <« RINVIGORITI » DI FOLIGNO,

Mentre Parca inclemente il Corpo atterra
Va la sua Carità nel divo amore
A prender tempra d’immortale ardore,
Ove fuor del suo fral l'Alma non erra.
Ei già trionfa a i Serafini accanto;
Cessi dunque quel duol, che grato e pio
Vi stilfa il cuor per le pupille in pianto.
Ché piü vivo di mai nudre il desio
Di sollevar vostre miserie; e oh quanto
Omai farà, che il tutto puote in Dio!

Qual nembo, ohimé !, qual fulmine fatale
D'inclemente destin, di Parca audace
Toglie a Dondatio il respirar vitale,

Sue glorie al Tinna ed al mio cuor la pace!

— Senno, zelo, pietà dunque non vale
Di Cloto a rintuzzar l' ira vorace —

To volea dir, ma di un sospir su l' ale
Incatenò gli accenti il duol tenace.

Pur se mi scuote un pensier saggio e pio,
Alzo i lumi alle sfere e più col cnore
La grand’ alma contemplo in braccio a Dio,

Ma quanto cresce allor stima ed amore
Di sue virtù, tanto più vivo, oh Dio,

Mi cruccia il desider:o et il dolore.

Scrivo con tutta fretta e con sommo freddo senza
tempo di rileggere lo scritto. Condoni ed emendi.

53.

Sono debitore di risposta a due stimatissime di
V. P. Rev.ma, una ricevuta per la posta sino dalla set-
timana passata, l’ altra resami dal gentilissimo P.re
Prior Mastri. La ringrazio in primo luogo infinitamente
del favore dei due tomi 24 e 25 del Giornale di Venezia
ed ho goduto distintamente d’ aver l’ Indice bello e co-
pioso che dà qualche compimento all’ opera insino a
questo termine: ma nello stesso tempo mi pone in ten-
tazione di sospenderne la provisione per l’ avvenire, me-
ditando di convenire fra il sig. Boccolini e me di pren-
dere uno i giornali, l'altro l' opere degli Arcadi; onde

I
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E. FILIPPINI

senza nuove mie suppliche si compiacerà V. P. Rev.ma
di non darne per me altra commissione in Venezia. Ho
però seco il debito di sodisfare il prezzo de’ già prov-
veduti, che pare a me restino a pagarsi in numero di
sette o otto, e forse più, onde la prego ad illuminarmi
ed aiutare la debolezza della mia poca memoria.

Le rendo parimente copiosissime grazie delle cor-
tesi e soprabbondanti lodi delle quali favorisce que'spa-
ruti sonetti da me quasi improvisamente abbozzati per
la morte sempre memorabile per questa città di Mon-
signor Malvicini. Io mi sono protestato altre volte con
V. P. Rev.ma e mi protesto adesso per sempre con ve-
rità e schiettezza di cuore, che quando io comunico a
V. P. Rev.ma qualche mia debolezza, lo faccio per im-
parare e perciò intendo d’ esigerne correzioni e non lodi;
la prego però più fermamente che mai ad usarmi questa
caritativa attenzione in emenda dell’ annesso sonetto per
le nozze del sig. Ambasciatore dell’ Imperatore, che do-
vrebbe andare in una raccolta che deve stamparsi qui
dopo Pasqua di molti cospicui soggetti delle prime città
d’Italia; onde la prego di rigore per farlo comparire
con la maggior riputazione che si può e dirmi anche
francamente di lasciarlo fuori, chè le ne resterò sempre
sommamente obbligato.

Mons. Ferniani Governatore di Narni persiste, per
quanto si sente, nella costanza di recusar questo Vesco-
vato, onde ci resta il desiderio d’impetrare dalla Divina
Beneficenza e dall’attento zelo della Santità di Nostro
Signore un altro Prelato, che sia degno successore del
santo Vescovo defunto.

Mi lasciò il garbatissimo P. Mastri, che riverisco di
tutto cuore, un testo di Dante in cartapecora per man-
darlo a Roma al P.re Abbate Grandi e sto in attenzione
d’ occasione opportuna.

Molti giorni sono mi capitò franco di porto una bal-
letta di libri con soprascritto a me diretto, spedita da

uno spedizioniere di Pesaro in nome di un mercante di

Bologna; e poichè non mi diceva a chi dovessi indiriz-

L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC.

zarla, ho rescritto a dietro per averne qualche notizia,
ma non ne ho ancora risposta. Ho sospettato che po-
tesse venire a V. P. Rev.ma, ma il P.re Mastri mi ha

risposto di no; nondimeno le ne avvanzo questo cenno

per sua e mia regola.
Sin ora E è capitata in mie mani altro che l' Ipe-

rerisi ms.; mi dice però il P. Roncalli che egli ha la
lettera al Valsechi ed ha promesso darmela fra pochi
giorni; subito che l' averó, la farò copiare di mano cor-
retta e farò tutto levare alla genovese; mi disse il P.re
Roncalli che l’Ipererisi era desiderata da un Prelato di
Roma, ma io gli ho detto che non posso rimetterla in
altre mani che in quelle di V. P. Rev.ma, alla quale
faccio umilissima riverenza.
Foligno, 19 Marzo 1717.

Ecco il Lazio, ecco il Tebro, Ernesta, al fine
Meta a tuoi passi, ecco il Tarpeo vetusto,
Ove di Roma il prisco genio augusto
Spira ancor maestà fra le ruine.

Qui sculti in bronzi e in dure pietre e fine
Mira Scipio, Pompeo, Fabio ed Augusto:
In un sen che d’ eroi dee farsi onusto,
Sveglian che belle idee l' ombre latine!

Ma tu non vuoi esterni esempli, e vuoi
Sol contemplando il regio tuo consorte
Unire i di lui merti a i pregi tuoi.

Siegui pur lieta: ed o quai figli in sorte
Daravvi il Ciel!; ché degli antichi eroi
Tu se' piü saggia, e Vincislao piü forte.

La nostra Accademia dovrà mettersi in gala per la
promozione alla sacra porpora di Mons. Giudice nostro
acclamato.

La ringrazio infinitamente dell’ opera insigne di
Mons. Fontanini, che aveva ricevuta dal P.re Mastri ;
l'ho trattenuta troppo per goderla anch’ io dopo l’amico
per cui l’ha (sic) richiesi ed aspettava occasione oppor-

tuna per rimandarla con diligenza.











E. FILIPPINI

54.

Per accertarmi del contenuto nella consaputa bal-
letta de’ libri venuta da Pesaro, l’ ho aperta e vi ho
trovato appunto le copie dell'Arte Oratoria del P.re Pla-
tina e saranno da dieci o dodici che non le ho contate.
Il mandarla costà sollecitamente con nessuna o poca
spesa non sarà così facile, poichè molti ingombri d’ in-
cerate e canavacci fanno crescere la balletta intorno il
peso di una cinquantina di libre, e perciò vi vorrebbe
l'occasione di qualche galesse con poco carico, alla
quale invigilo con precisa attenzione. Se V. P. Rev.ma
gindica che venga bene divider la balletta in diversi
involtini di due o tre copie di detta opera, le potrebbe
forse riuscire d’ averla alle mani più speditamente, sopra
di che la prego d’un cenno de’ suoi sentimenti; chè
per altro la balletta intiera si può mandare mercordì o
giovedì pel solito vetturale della Bastia, col quale trat-
terò per il primo se vuol portarla fuori di dogana con
qualche moderata recognizione; insomma oggi che so
ch’ è roba sua e che desidera d’averla presto, può ac-
certarsi V. P. Rev.ma che non lascierò diligenza per
ben servirla.

La ringrazio vivamente del cortese avvertimento
datomi intorno al consaputo sonetto per le nozze del
sig. Ambasciatore Cesareo, e per prevalermi delle sue
stimatissime grazie ho pensato per togliere ogni diffi-
coltà che possa portare la trasposizione dell’ ottavo verso

che dice:
Sveglian che belle idee l' ombre latine,

mutando (sic):

Svegliano eccelse idee l' ombre latine.

E capitata a questi giorni copia della Raccolta fatta

in Comacchio per la traslazione dell’ossa di S. Cassiano,
che mi dice il sig. Boccolini esser giunta anche a V. P.

Rev.ma. Non ho potuto leggervi senza ribrezzo e senza




























L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 209

‘collera due miei sonettacci strappatimi di mano a posta
corrente dal sig. Boccolini, che ne fu richiesto dal si-
gnor Zappati (sic) in vederli oltre alle mie imperfezioni
caricati di tanti altri difetti e spropositi nella stampa,
che rendono impossibile sino il capirne il sentimento,
particolarmente nel secondo sonetto, e nei due ultimi
terzetti, pag. $9 della seconda edizione, mentre consi-

: ^ cr

————_—________——_—_____ TT Ttt]P}P1HP{t{ttt gq@ouwu e:

derando io che il Santo in vedersi con esecrabile im-
prontitudine trafitto a morte da quegli stessi discepoli,
che, tutto amore, ritoglieva dalle doppie tenebre della
ignoranza e del ‘peccato, spandendo loro aurei celesti
detti d'alto sapere e d’ eterna vita, m’ideai che il
martirio più crudele lo risentisse la pietà nel cuore, non
il senso nel corpo e che il carnefice più spietato fosse
non la crudeltà o la tirannia, ma la stessa ingratitu-

dine, onde esclamai :

Ria tiranna empietà ch' ebbra di sangue
Nutri solo di stragi il tuo furore,
Non trionfar sul sacro corpo esangue :

Più di tua crudeltà, cieco livore

D’' ingrato genio al pio Pastor che langue

Martirizzato ha la Pietà nel cuore.

L'assistente alla stampa non si ha fatto scrupolo



d’intralciar tutto il sentimento, con le mutazioni che si
leggono nella Raccolta, e specialmente con quelle « Il
Trionfar » « 0 ingrato Genio » anzi nel primo sonetto,
pag. 68, fra le altre mi ha mutato intieramente un verso,

mentre avendo io scritto:









Là dove în grembo de l’Adriaca Dori
Piega il padre de’ Vati i crini algosi

alludendo al frontespizio delle Rime de’ Poeti Ferraresi,

ovvero

Piega il Rege dei Fiumi i crini algosi

(Fluviorum rex Eridanus) scaricandosi nelle vicinanze



rr rP—r_—_rrcre e, a: : z

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E. FILIPPINI

di Comacchio alcuni rami del Po, come Po di Volano,
gli è piaciuto di mutare il secondo verso :

Ha d’alto onor Comacchio i crin pomposi,

che non finisce di piacermi nè nel numero, nè nelle voci.
Si degni dunque V. P. Rev.ma esercitar doppiamente la
pazienza in compatimento de’ miei non meno che degli
altrui difetti ed emendare con la penna 1’ esemplare
che ne ha, anche in alcune scorreziani d’ ortografia.

E per finire di romperle la testa con le mie ciancie
trascrivo a tergo di questa un sonetto comandatomi ul-
timamente dal sig. conte Montemellini per una acca-
demia costà celebrata, chè per essere stato abozzato in
fretta non potei digerire alcune difficoltà che mi resta-
vano particolarmente nel primo verso:

Quante alme forti ebbre di gloria, 0 Dio,
Lete varcar senza l’ onor de’ pianti!

ove in quell’ edbre di gloria il mio sentimento è: inva-
ghite della gloria, ebbre del desiderio di conseguir la
gloria; la difficoltà dunque mi nasce che ebbre di gloria
possa intendersi ripiene di gloria, che non è il mio pen-
siero, chè anzi voglio dire che muoiono senza gloria; la
prego dunque a dirmi se tal modo di dire possa soste-
nersi.

In proposito del problema Accademico « Utrum ad
comparandam sapienti gloriam magis fortuna conferat
an virtus ».

Vixere fortes ante Agamennona
Multi ; sed omnes illacrymabiles
Urgentur, ignotique longa
Nocte: carent quia Vate sacro.

(Horat., od. 9, lib. 4).

Quante alme forti ebbre di gloria, o Dio,
Lete varcar senza l' onor de’ pianti,
E restan già nude ombre, ignote, erranti
In lunga notte di profondo oblio!

L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI > DI FOLIGNO, ECC.

Che val d' eterno nome alto desio
Senza il favor d' amica sorte? o quanti
Son di virtude sconosciuti amanti,
Perché fortuna i merti lor coprio !

Bella figlia di Giove, Alma reina
D'ogni piü saggio cuor, dunque n' andrai
Di sorlja e cieca Dea serva meschina.

Ah no — diss' Ella — e mi sveló i suoi rai?
Con la fortuna la virtù cammina

In (*) lega si, ma in servitù non mai.

(*) Virtuti Fortuna Comes.

Condoni il tedio. Il sig. Antonelli ne’ primi giorni
dopo le feste legherà il Dante ms. in pelle cremesi con
ogni diligenza : basta ch'Ella m'accenna (sic) se ne'
fianchi della battice vuole filetti d' oro e se bisognando
e potendosi dar qualche rifilatura alle carte del libro
debba il taglio lasciarsi bianco o con qualche colore.

Il sig. Boccolini ed il Prior mio fratello ossequio-
samente la riveriscono come faccio in: a cotesto garba-
tissimo P. Priore e a V. P. Rev.ma faccio umilissima
riverenza.

Foligno, 29 Marzo 1717.

55.

Mercordì passato consegnai ad Antonio vetturale
dalla Bastia un involtino sigillato da ricapitarsi franco
di porto a V. P. Rev.ma con le varie lezioni osservate
col confronto de’ testi nel primo libro del Quadriregio.
Si sono tralasciate quelle osservazioni, che riguardano
la variazione della pura ortografia, perchè siccome si
renderebbe o non plausibile o di poco uso la ristampa
del Quadriregio, quando si osservasse rigorosamente
l'ortografia che correa nel secolo che fu composto, senza
accorciamenti, senza virgole, senza punti e con tanti
impedimenti della poetica armonia, che credo dovesse

darglisi da’ leggitori, così si è creduto doversi attenere

a quella saviamente stabilita nella copia fatta in Ra-







E. FILIPPINI

venna, tanto più che è impossibile a risapersi l’ orto-
grafia propria dell’Autore non avendosi un testo auto-
grafo e riconoscendosi tanto varia ne’ mss. superstiti,
‘nei quali si vede essersi caminato a genio de’ copisti.

Doveano essere inclusi nel pacchetto altri fogli, ove
restano segnati i passi dei capitoli di detto primo libro,
che meritano qualche osservazione o per istorie o per
favole o per altro, ma mi restarono accidentalmente sul
tavolino, onde li manderó in appresso per lo stesso vet-
turale.

Le supplicai nella lettera di porto di consegnare al
renditore di essa i libri del Papebrochio, aspettandoli
con desiderio l'erudita curiosità di questo Prelato: onde
quando non li abbia consegnati, la supplico a farlo
col ritorno dello stesso vetturale che viene costà due o
tre volte la settimana e vi sarà facilmente domani, ed
io mi faccio mallevadore della di lui fedeltà e diligenza
e con umilissima riverenza mi confermo ecc.

Foligno, 11 Febbraio 1718.

56.

Sono in debito di ringraziare, come faccio con questa,
V. P. Rev.ma della soavissima censura della consaputa
Orazione, che ha dato a me gran lume e resta sepolta
con tutta la confidenza.

De’ libri datimi in nota da V. P. Rev.ma per la
consaputa permuta con questo P.re Gaetano, ei prenderà
il Corriere — Digestum Fidei — Volumi due in foglio
della stampa di Lione e il Porter -- Systema Decretorum
Dogmaticorum — in foglio, de’ quali perciò desidera sa-
pere l’ultimo prezzo, per cui vuol rilasciarli V. P. Rev.ma.

Aveva promesso di dar nota d’ altri libri duplicati,
de’ quali si sarebbe disfatto, ma se non arriviamo il

sig. Boccolini et io a farla da noi, come abbiamo già

destinato, Dio sa quando si averà; intanto se V. P.
Rev.ma favorisce di dare in nota-altri libri da invogliar

L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO,

questo Padre, come m'intenzionó in altra sua, potrà
contribuir molto a far qualche buon partito.

Averà sentito V. P. Rev.ma dal sig. Boccolini la
bella scoperta che si è fatto sul ms. del Quadriregio

| posseduto daj sig. Baruffaldi delle note dei due famosi

Ariosti e ne averà concepito quel giubilo, ch'io mi
persuado, pel buon genio ch'Ella ha per l'avanzamento
delle buone lettere e distintamente per quest'opera, che
finalmente oggi o domani comincierà a stamparsi.

Oltre alle note accennate ha il ms. alcune varie le-
zioni marginali correttive del testo per quanto si scorge
assai difettoso, che averà dato fondamento al noto Si-
gnore di qualificarlo per uno scartafaccio. Di queste
varie lezioni, sì perchè sono pochissime sì per altri ri-
guardi, si è creduto dal sig. Boccolini e da me di non
ne fare altro conto nella ristampa del testo; ma portar
solo le note degli Ariosti; ci piacerà nondimeno sentire
il parere di V. P. Rev.ma. Uno dei motivi anche è che,
parlando con discredito di questo Codice il noto Sig.re,
non vorrei che vedendosi apprezzato da noi con la scelta
delle varie lezioni mettesse in discredito gli altri codici
mss. che sono veramente molto migliori, per quanto
può ricavarsi da: qualche verso ricopiato dal sig. Baruf-
faldi. Credo dire che quello superi tutti gli altri nella
antichità, sentendosi che non ha distinzione di libri e
quella dei capitoli (che é fatta posteriormente) è seguita
sino al numero sopra 70, e con una distintissima rive-
renza mi confermo ete.

(Senza data) (1).

51.

Ecco finalmente fuori del torchio il foglio del Qua-
driregio, di cui ne accludo a V. P. Rev.ma un esem-

(1) Questa lettera nel volume della Classense si trova inserita fra altre due del
4 Ottobre 1720 e 27 Gennaio 1721. Ma poiché il Pagliarini vi si riferisce a una del
Boccolini in data 24 Maggio 1720, io credo che sia di poco posteriore a questa e
perció la pongo qui.











E. FILIPPINI

plare fresco fresco non battuto, non sopresciato, nè aiu-
tato con altra diligenza, come esce dalla stampa; si
compiaccia di considerare la forma, l'ortografia, la cor-
rezione, la vernice e tutto altro che può contribuire alla
buona condotta dell’opera, e dare al sig Boccolini que-
gli avvertimenti che stimerà necessari, ma sollecitamente,
poichè non si tireranno gli altri fogli insino a tanto che
non sarà tornata la risposta di V. P. Rev.ma: ho detto
al sig. Boccolini, poichè io non sarò in Foligno, stando -
in punto di partire con la famiglia per la villeggiatura
di Annifo, ove mi tratterrò tutto il mese di agosto e per
qualche giorno di settembre.

Da una lettera del nostro P.re D. Paolo Antonio
Mastri serittami da Perugia un mese fa in circa mi era
io speranzato di poter riverire e servire qua V. P. Rev.ma
nel passaggio per Perugia; mi dispiace che siasi tanto
prolungata la mossa, per quanto il medesimo mi disse

, ultimamente a voce che non potrà trovarmi in Foligno;
se io potessi sapere il giorno del suo passaggio mi sten- -
derei insino a Colfiorito a baciarle la mano: in tutti i
tempi e in tutti i luoghi mi conservi la sua stimatis-
sima grazia e mi onori di spessi comandamenti per far
conoscere sempre più nell’ ubbidirli che sono e sarò
sempre ecc.

Foligno, 2 Agosto 1720.

Il Padre Gaetano Zoccolante desidera sapere il prezzo
de’ libri accennatili per venire alla conclusione del con-
saputo baratto; si degni anche sopra di ciò scriverne al
sig. Boccolini.

58.

Mi consola sommamente la stimatissima di V. P.-
Rev.ma e per la desiderata notizia della sua buona sa-
lute e col riscontro tanto aspettato della continuazione
del suo amore verso di me, di che potea mettermi in

sospetto un sì lungo silenzio, onde andava io già esa-

minando la coscienza per indagare se avessi mai com-

L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC. 215

| messa colpa alcuna, che potesse tirarmi addosso sì te- 3
muto castigo.
Lusingava anche me la speranza di potermi inchi-
nare a V. P. Rev.ma in occasione della festa di Nocera,
ma me ne tolge il pensiero (a segno che ne’ meno andai
| più alla festa) il sig. Can. Fontana che mi raccontò la
controversia con i Silvestrini, mi disse ch'erasi portato
“in Fabriano a trattarne con V. P. Rev.ma e mi assi-



- —t6
————————— MERERI —

curò ch’ Ella non si sarebbe mossa. Ora questa bella
‘occasione è svanita e Dio sa quando se ne puó ripe-
scare altra simile; e intanto non paò differirsi più lun-
gamente la Prefazione, essendo al fine la stampa delle
“annotazioni. Ho tutta la pena di rendermi in questa
parte importuno con la P. V. Rev.ma, ma che posso
fare? Lo stampatore non vuol tenere in ozio i lavoranti
e i caratteri e ne fa continue proteste. Gli Accademici
si voltano a me con le loro doglianze, Mons. Vescovo,

V— preti

che è partito, ha lasciato per svegliarino il suo vicario

=

generale, che non lascia in pace nè il sig. Boccolini, nè
me.

Ho motivato un’ altra volta ehe, se io potessi dar
mano ad alleggerirle la fatica, lo farei ben volentieri.
Apra dunque la strada come vuol essere servita, anche
in fare una Prefazione più ristretta e compendiata, purchè
non si lasci adietro motivo alcuno che conferisca alla

|
|
|

prova che l’autore dell’ opera è folignate, ben compren-
dendo io che non si farà che questa prima stampa, qua-
lunque cosa rispondino o adduchino i Bolognesi, ed io
medesimo ne fuggirò ogni altro impegno ben sapendo
quante brighe, quanti incommodi e quanti dispendii mi
costa questa sola, facendosi qua dagli Accademici il
giuoco del tiraindietro ... (1).

Foligno, 13 Luglio 1722.
99

... Io considero per una fatalità la combinazione di
tanti accidenti, che hanno ritardata e impedita sin ora



(1) Si ommette una parte della lettera, estranea al presente argomento.











216 E. FILIPPINI

l'estensione della Prefazione; e comprendo l'impossi-
bilità che possa V. P. Rev.ma applicarvi nello stato
della purga e dell’uso dell’ acqua di Nocera, che vo-
gliono una mente disgombrata d’ogni pensiero e un
riposo libero da ogni applicazione anche per molti giorni
dopo che si è finito di bever l' aequa ; che dovrà dunque
farsi per uscire una volta dal gran taccolo di questa
ristampa e per quietare gli Accademici e lo stampatore
che piü di tutti strepita e non senza ragione? Se V. P.
Rev.ma considera veramente di non poter addossarsi
questa fatica da terminarsi in due o tre settimane o al
più dentro il corrente agosto, si degni con tutta libertà
darmene un cenno in risposta ; poichè altrimenti o biso-
gnerà pubblicar l’opera senza prefazione, o bisognerà
abbozzarla qua al meno male che si può. Si degni aprirsi
con tutta sollecitudine e sincerità per mia regola, chè
non ho più maniera di lusingare quelli, che s' interes-
sano in questa pubblicazione ... (1).
Foligno, 3 Agosto 1722.

60.

Eeco il Catalogo degli Autori, de' quali ho potuto
aver io notizia che parlino del Frezzi e del Quadriregio :
li ho copiati alla rinfusa senza ordine alcuno nè alfabe-
tico, nè cronologico: V. P. Rev.ma le assegnerà quell’or-
dine che stimerà migliore (2).

Il parlar del Codice Bolognese come d’un’impostura
è certo che darà un gran vantaggio alla causa del
Frezzi: io ho communicato il pensiero solamente al
sig. Boccolini e a questo Mons. Vescovo impegnatissimi
per Foligno: l’uno e l’altro l’ approvano, ma sono di
sentimento, nè io son lontano da loro, che debba por-
tarsi con qualche dolce maniera da non inasprire i Bolo-
gnesi, che sin ora nella più sana parte si sa che disap-



(1) In principio e in fine di questa lettera mancano alcune parti non necessarie
al presente lavoro.
(2) Questo catalogo si trova inserito hella Misc. XXVI della Classense.

L'ACCADEMIA DEI < RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC.

provano il Bottazzoni, perchè riducendosi la contesa in
picca si prolungarebbe l'occasione di rispondere, e qui
si rende impossibile dopo la prima stampa impegnarsi
ad altra ed ío per me non vi daró mai la mano sapendo
per esperienda quanti disgusti, quante applicazioni e
quanti dispendii questa m'importa, essendo toccato a
me soccumbere in buona parte anche della spesa. Onde
y. P. Rev.ma dica pure tutto ciò che stima necessario
alla difesa, ma sempre con la scelta del suo buon gusto
e secondo il suo metodo.

Ció che io ho cianciato intorno alla prima edizione
del Quadriregio in Foligno certo é che é troppo remoto(?),
ma io me lo lasciai cader dalla penna per fare un ponte
alle erudizioni dell' introduzione della stampa in Foligno
e queste sole, particolarmente l’ edizione di Dante, se vi
avessino luogo proprio, mi piacerebbe che vi restassiuo.

E pronta la copia della stampa del testo e delle
Annotazioni del P. Artegiani: mi sono raccomandato a
questi albergatori d’avvisarmi se capitano mulattieri
per Fabriano. V. P. Rev.ma, se ne partisse alcuno di
costà, gli può dar l’ ordine di farsi vedere.

Non ho avuto ancora la risposta di Roma intorno
alla sottomissione del Frezzi nel Concilio di Costanza.

I ricorsi etimologici di V. P. Rev.ma li inserirà col
di lei nome il sig. Boccolini ove parla delle voci.

Aspetto il ritorno del sig. Maiotti per servire subito
V. P. Rev.ma e con umilissima riverenza mi confermo

ecc.

Foligno, 12 Ottobre 1722.

6f:

All umanissimo ufficio che si degna passar meco
V. P. Rev.ma per la morte del mio amatissimo fratello,
che sia in Cielo, e alla pia commemorazione, che si
compiace di fare per la salute di quell' anima benedetta
ne’ suoi tanti sacrifici io le professo distintissime obbli-.

gazioni col rendimento d’umilissime grazie; nè più mi





E. FILIPPINI

diffondo in questo particolare per non toccare una piaga

per me troppo sensitiva. Sit nomen Domini benedictum.

Ho ricevuto dal gentilissimo P.re Mastri la Diser-
tazione Apologetica di V. P. Rev.ma con sommo mio
piacere e del nostro sig. Boccolini ed egualmente di
questo Mons. Ill.mo Battistelli, a cui ne ho communicata
subito la notizia. Ieri a tutta stesa ma con tutta l’ ap-
plicazione ancora fu letta dal sig. Boccolini e da me la
Dissertazione, non so esprimere con quanto piacere che
giovò molto a dirompere le caligini delle mie melan-
conie.

Per verità che sommamente è migliorato il lavoro
con le ampliazioni e ritocchi di V. P. Rev.ma da quel
che comparve nella lettura de’ primi fogli trasmessi. Un
migliore ordine, una forza più risentita, un’ energia di

. ragioni chiarissime e di argomenti più che convincenti,
un tutto felicemente condotto eon eloquenza maestra e
con qualche lepido tratto di satira sugosa, maneggiata
con giudicioso e sano criterio renderanno sempre desi-
derabile quest'opera e impreziosiscono la nostra edi-
zione del Quadriregio, che per questo solo capo se non
per altro già mi persuado che farà una plausibile com-
parsa nella repubblica letteraria.

Me ne rallegro pertanto col più vivo del cuore con
V. P. Rev.ma, a cui di tante fatiche anche in nome del-
l'Accademia tanto onorata ne’ suoi fogli e della città
tutta rendo umilissime e copiosissime grazie, ma le più
distinte sono per l’ onore fatto a me nelle replicate e
cortesi commemorazioni del mio vil nome.

Rebilissima e maneggiata con proprietà e con grazia
è la dilucidazione degli amori idealmente trattati dal
nostro autore, e sopra tutto ci rapisce il risalto dato
allo scioglimento del poema con affetti sì vivi, teneri ed
infocati dell’ amore di Dio e del desiderio della celeste
patria; e perchè non sarebbe bene di contestar questa
verità con ricopiare quivi i quattro ultimi versi del Qua-
driregio ?

L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO,

Cogli occhi lacrimosi e sospirando
Io mi ricordo di que’ lochi adorni ;
E il volto alzando al Cielo, i’? dico : 0 quando
Sarà, Dio mio, il dì, che a te ritorni?

Ora veniamo ad alcune minute considerazioni da
noi fatte gn questa lettura.

Nel frontespizio della Disertazione, se fosse con pia-
cere di V. P. Rev.ma, ove si dice Federico Frezzi dell’ or-
dine de’ Predicatori Vescovo di Foligno, aggiungeremmo

volentieri Cittadino e Vescovo. E vero che in più luoghi

della Dissertazione si. parla dell’ origine del Frezzi; ma
quanti sono che non leggono più del frontespizio ? È
bene che tutti sappiano che l’autore è folignate.

Alla pag. XI ove si nomina Emiliano Orfini, è ne-
cessario di aggiungere la qualità di Nobile come infatti
era ed è la famiglia, sempre una delle principali in Fo-
ligno, tauto' più che poche linee sotto si dice nobile quella
de’ Gigli congiunta all'altra in strettissima parentela :
e il passo del Patrizi intorno ad Emiliano, se le paresse,
bastarebbe darlo ristretto -— Vir ingenii acutissimi — senza
l' industrius per non fare con questa voce qualche im-
pressione storta nella mente di taluno di corto intendi-
mento o di troppa, altura.

Alla pag. 23 si è fatta riflessione che nel principio
del 8 X ove si dice che non sarebbe fuor di proposito
tessere una serie di Codici mss. del Quadriregio, quel-
l'espressione che froppo indi verrebbe a crescere la dis-
sertazione pare che faccia concepire un gran numero di
codici, quando non sono più delli quattro espressi, onde
consideri se fosse bene qualche modificazione per la-
vorar sempre nel vero: vado riportando queste minuzie
acciò comprenda che si è letto con attenzione non per
dar motivo d’alcuna mutazione.

Alla pag. 74 $ 27 ove si porta la memoria in per-
gamena in fine del Codice Classense: Anno millesimo
quadringentesimo setuagesimo nono indictione septima, mi
fa stupire che in detto anno fosse il libro in possesso

di un Bolognese, quando appena era stato terminato









E. FILIPPINI

dall’ autore ancor vivente, e tanto più mi persuado es-
sere erronea detta nota, quanto che l’ indizione del 1409
(sie) è seconda e non settima.

Alla pag. 87 $ 31. Nelle lodi deila Patria e de’ fiumi
Topino e Tinna che la bagnano. Il fiume Tinna non ba-
gna la città di Foligno, basterà forse che bagni il ter-
ritorio.

Alla pag. CXI $ 43 ove si riporta l’argumento dei libri
del testo di Bologna, non so se sia scorrezione del testo :
Nel quarto tratta delle sette virtù, Cardinali ecc. non so
se debba dire delle sette virtù, quattro Cardinali ecc.
ovvero delle quattro virtù Cardinali, cioè Temperanza ece.
Se può riconoscere il testo, me ne dia qualche cenno.
Se ho da dire oltre a queste minuzie un debolissimo
mio sentimento, nel quale concorre anche il sig. Bocco-
lini, sembra un poco diffuso ciò che si dice in sette pa-
gine intorno al passo del Tignosio, per difenderlo dalla
taccia di adulazione e per provare che nè Trincia nè
Ugolino furono tiranni, tanto più che il più delle cose
si dicono anche nelle osservazioni storiche, dove par
che debbano avere la propria sede; nondimeno mi ri-
metto ed umilio sempre al purgatissimo giudizio di V. P.
Rev.ma.

L’ altra digressione intorno al cambiamento degli
autori nelle opere è ricca di tante erudizioni, che non
potrà non piacere sommamente a chichesia e mostrerà
la fatica e lo studio di V. P. Rev.ma.

La disertazione si legge ora dal Vescovo; se ne

*farà subito la copia con ogni diligenza per non esporre
la trasmessa agli accidenti avvertiti nella sua compitis-
sima, tanto più che per la revisione del S. Off. deve man-
darsi all’ Inquisitore a Spoleti.

Correggerò l’indice dei capitoli secondo la sua sti
matissima, nè si lascierà dal sig. Boccolini e da me d'as-
sistere con tutta la vigilanza alla correzione.

Delle mie ciancie ho finita la prima copia, farò la
seconda per mandare per la correzione a V. P. Rev.ma,

che il sig. Boccolini con riverirla prega favorirne solle-

L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC.

citamente delle sue annotazioni e con umilissima rive-
renza mi confermo ecc.
Foligno, 29 Ottobre 1722.

62.
4

Eccomi fuori de’ taccoli e degli impieci grandiosi,
che a riguardo di Mons. Barni Preside di questa Pro-
vincia mi è convenuto andar soffrendo ne’ giorni e set-
timane passate. Le Maestà Britanniche che coll’ avan-
zarsi ad Assisi hanno onorato per due giorni questa
città, il Card. Imperiali con la permanenza di dodici
giorni, .il Card. Scotti di tre per un accesso d’ acque, la
Principessa Panfili, Mons. Maggiordomo, i Marchesi Pal-
lavicini e Niccolini, sette o otto Prelati in giro e altri

Sig.ri di riguardo avevano costituito Foligno una mezza

metropoli. Ormai potró applicare con piü libertà al car-

teggio geniale con V. P. Rev.ma.

Ho ricevuti tutti i fogli inviatimi concernenti le no-
tizie istoriche di Baldo ed altri legisti, delli quali le
ne rendo copiosissime grazie, che serviranno a farmi
fare onore con le fatiche di V. P. Rev.ma; se altro ha
da comunicarmi, mi accrescerà il favore e le obbliga-
zioni. Io in appresso le communicherò in un foglio i
passi dove incontro le difficoltà maggiori per ricever
lume dalla sua erudizione.

Mi confermo ancor io col sentimento di V. P. Rev.ma
e l'abbraccio con tutto genio con la distinzione de’ i due
Accorsi, che Arnoldo et Angelo da Rieti fossero com-
pagni delle prime scuole basse, con la riflessione saviis-
sima che, andando l’ autore cercando col guardo fisso
di trovar persone da lui conosciute, nei luoghi vicino
al Limbo, avendo veduto Battista Sensi morto giovanetto,
non è verisimile che avesse ricercato da questi di
quegli antichi Baglioni (?) non conosciuti nè dall’ autore
nè dal giovanetto perugino.

Lunedì in mia assenza lasciò il suo religioso in
mia casa l’involto con gli accennati manoscritti, che ho







E. FILIPPINI

consegnati al sig. Boccolini. Dopo ch’ egli se ne sarà
servito, li farò legare dal Merli conforme mi comanda
V. P. Rev.ma, ma non può credere che pena mi è di
trattare con quest'uomo capace a mettere in cimento la
pazienza di un Giobbe.

Con la posta di Domenica ventura scriverà a Ve-
nezia questo S. Maiotti intorno al consaputo affare e ac-
cuserà la ricevuta del denaro, con addebitarne partita a
V. P. Rev.ma con la dilazione richiesta. La lettera del
Coletti la manderò nel venturo.

Il prezzo delle carte cresce a proporzione del dazio
Pp È 1

che per i rigori dei nuovi appaltatori oggi.si rende
quasi inevitabile et è di tre giulii per risma e di baj. 24
per le carte che voltano le spalle a Roma.
Il Mattaire (sic) per la seconda parte col frontespizio
della prima è già in viaggio per la Germania.
E col solito obbligatissimo ossequio mi confermo ece.
Foligno, 30 Ottobre 1722.

63.

Fra tante altre felici contingenze combinate fatal-
mente per avvanzar pregio a questa nuova edizione del
Quadriregio mancava appunto d’ avere in mano il testo
di Bologna, e in mano di un Accademico Rinvigorito
pieno di spirito e colmo d’amore pel nostro Frezzi, quale
è il degnissimo P. Lettor Collina, e quel che più am-
miro è il poter fare il confronto e l'esame non per furto,
ma pglesemente con la permissione del gentilissimo pos-
sessore del Codice, grazie alla Divina Provvidenza.

Seil sig. Mazza partirà dentro questa settimana,
come credo, manderó per lui l'esemplare della nuova
stampa al P. Collina con mia lettera; altrimenti colia
posta di Venerdi lo manderó a Ravenna a Mons. Spi-
nola vicelegato di Romagna, come accenna V. P. Rev.ma.

Ho portate le sue grazie al sig. Boccolini, che di-
votamente la riverisce e prega a compatirlo se non
scrive nè pure in questo ordinario, impedito da una ef-

L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO,



fimera, che l’ ha tenuto in letto due o tre giorni, di cui
per grazia di Dio si trova libero. Egli citerà ove può

Dante, e lo farò ancor io, anzi annesso prendo confi-

denza d’accluderle uno squarcio d’annotazione, ove ho
motivo appunto di nominar Dante. La legga, la cor-

regga e là rimandi, poichè non ne ho copia ed ho sten-
tato molto a leggere gli antichi sonetti ivi copiati.

Mi si accresce la pena intendere che il P. Prior
Mastri soffrisse l’incommodo della podagra in venire in
mia casa, sicchè per lui fu una tragedia di dolore il
mio sciocco divertimento dell’ insipida commedia. Lo
riverisca cordialissimamente in mio nome, come anche
il P. D. Paolo Antonio.

Nel venturo la renderò servita intorno ai Beneficii
di questa Badia di Sassovivo, mancandomi questa ma-
tina il tempo, onde in fretta le faccio umilissima rive-
renza ecc.

Foligno, 23 Novembre 1722.
64.

Voglia Dio e lo desidero ben di cuore che V. P.
Rev.ma risolva d’essere ad onorare il piccolo tugurio di
questa Sua casa, che starà sempre aperta benchè angusta
a servirla, e portarebbe un sommo piacere, egualmente
che a me, al nostro sig. Boccolini; la supplico bensì,
quando si disponga a venire di darmene preventiva-
mente un cenno assicurato.

Finalmente si è stabilito il partito della nuova pit-

tura col sig. Mancini per scudi 550, non senza mio sommo

stento per le spinosissime contingenze insorte d’impegni
di dame, puntigli di riputazione, inflessibilità de’ con-
traenti ed altre zanchere (?), che lungo e tedioso sarebbe
l’esporle. Non ho veduto mai tanto agitato il P. Man-
cini; né l'averei mai creduto tanto forte nell'impegno
delle sue deliberazioni: Grazie a Dio (1).

(1) Si tratta della pittura dell'abside del Duomo di Foligno, di cui si parla an-
- che in altre lettere seguenti.







E. FILIPPINI

Procurerò le due risme di carta, che mi comanda
V. P. Rev.ma e starò in attenzione di consegnarle al

Rev.mo P. Ab. Pagnini.
Ho già in mano il 2° tomo del Mattaire per V. P.

Rev.ma e per me; abbraccia gli Annali Tipografici dal
1500 al 1536 in due parti priori et posteriori, voluminoso
di 860 pagini in tutto senza la dedica e prefazione,
sicchè l’ opera crescerà in una vasta mole. Vi sono i
Ritratti de i cinque principali inventori e opere della
stampa, che servono di antiporta al primo volume e
in corpo vi è anche il ritratto di Roberto Stefano. Fra
oggi e domani ne farò legare uno alla rustica per V.
P. Rev.ma e lo consegnerò al P. Ab. Pagnini per antici-
parlene quanto più si può il godimento della lettura.

Molto m’ha consolato la sua cortese approvazione
dell’ annotazione intorno alla famiglia Vincioli e le ne
rendo vivissime grazie. Il foglio l'ho già mandato a
Genova a P. Giacinto.

In questo ordinario il nostro sig. Boccolini, che rive-
risce ossequiosissimamente V. P. Rev.ma, riceve una let-
tera da Fiorenza da un tal P.re mon. Ravali France-
scano, che ha predicato l’Avvento in questa Cattedrale,
suo grande amico, e uomo molto dotto ; in cui dice che,
in occasione ch’è passato per quella città, ha parlato
lungamente col P. Abb. Antonio Maria Salvini sopra
al Quadriregio e soggiunge: Lo stesso padre Salvini as-
serisce costantemente che U Autore del Quadriregio non è
altrimenti il preteso da V. P., ma bensì un Malpighi da
Bologna. Questa non è preoccupazione fattagli dal P. Bot-
tazzoni di Bologna; ma un impegno di verità per quanto
mi ha detto. Se non è prevenzione del sig. Bottazzoni,
sarà un mistero del P. Salvini per reputazione della
patria; chè dovendo comparire un tal qual sia compe-
titore del divino Dante gradirà forse più che sia un
Bolognese, che un Folignate: ma se vorrà impegnarsi
per la verità, bisognerà che lui e tutti i suoi Fiorentini

facciano giustizia al Frezzi e a Foligno. Ho stimato ne-

L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC.

cessario communicare questa notizia V. P. Rev.ma, a

cui col solito ossequio faccio umilissima riverenza.
Foligno, 25 Gennaio 1723.

» 65.

Io tratteneva di rispondere alla stimatissima di V. P.
Rev.ma con speranza che fosse intanto capitato il vet-
turale coll’accennato involtino de’ libri; ma poiché questo
non comparisce ancora, suppongo per l'altezza delle
nevi, e stravaganza del tempo, non voglio esser più con-
tumace con le grazie di V. P. Rev.ma.

Mi sorprende veramente il gentilissimo regalo, di
cui si degna onorarmi, del libro De claris legum inter-
pretibus, per la rarità sua e per l’ erudizione del celebre
autore sommamente stimabile e da me sempre deside-
rato. Le ne rendo pertanto anticipatamente le grazie mag-
giori che so e posso, protestandole infinitamente acere-
sciute le mie per tanti altri capi innumerabili obbliga-
zioni.

Godo con vera compiacenza che siasi finalmente
risoluta V. P. Rev.ma di consolare la repubblica lette-
raria coll’ edizione sua delle famose Epistole d' Ambrogio
Camaldolese; ma mi fa molto temere che questa sua ne-
cessaria occupazione possa pregiudicare alla prefazione
del Quadriregio, per la quale ho continue premure da
Mons. Vescovo, da tutti gli Accademici e da altri anche
fuori della città. Si degni V. P. Rev.ma, e la supplico
ben di cuore, scrivere con premura al P. Collina che
spedisca il confronto sollecitamente. Il sig. Boccolini ed
io colle mie fanfaluche siamo a tiro. La bolzetta sta per
partire, onde sono obbligato a stringermi col dirmi sem-
pre più ecc. :

Foligno, 15 Febbraio 1723.

66.

Godo sommamente d' aver quietato l'animo genti-
lissimo di V. P. Rev.ma col pagamento, come le scrissi,





E. FILIPPINI

seguito del consaputo denaro in mano di questi signori
Maiotti, i quali, senza che il suo bel cuore si fosse
messo in angustie, avrebbero aspettato cortesemente
con qualunque più lunga dilazione.

Meritava per verità la spedizione d’un espresso il
famoso Codice del Malpiglio, e merita altresì tutta l’in-
dustria di V. P. Rev.ma per farlo suo, poichè sempre
sarà giudicato per una gioia per la singolarità d’aver
cagionato una controversia già resa famosa nell’istoria
poetica intorno al vero autore di questo poema e per
aver tirato ad impegnarsi colle stampe dalla parte del
torto con una troppo facile credenza al Montalbani due
dei più famosi letterati d’Italia Fontanini e Muratori.
Io me ne rallegro quanto so e posso con V. P. Rev.ma,
con me stesso, con l'Accademia e con la città; mentre
col testo alla mano si può sempre convincere l’impo-
stura, e credo terminata la briga. Animo a sollecitar
l'edizione. Se mi capiterà l’involto de’ libri da Roma,
lo riceverò e starò in attenzione di spedirlo sollecita-
mente a V. P. Rev.ma e goderò altresì il cortese arbi-
trio che mi dà dl sodisfare il curioso genio di vedere
detti libri.

Avanti ieri capitò da me e poi dopo fu anche dal
sig. Boccolini un forestiere molto erudito: coll’uno e
coll’ altro fece un discorso di un’ ora e mezza almeno.

Ha qma gran cognizione de’ libri e degli uomini let-

terati viventi d’Italia e di fuori d’Italia, colla mag-
gior parte de’ quali mostra d’aver corrispondenza let-
teraria e fa una distintissima stima di P. V. Rev.ma.
Non riusci nè al sig. Boccolini nè a me, anche con
preghiere importune, d’averne il nome. Si potè solo
imparare che sia piemontese e forse d’ Asti. Egli è d'età
di 55 anni in circa, di statura più tosto alta che me-
diocre, più tosto magro che grasso, di carnagione ten-
. dente al fosco, ben allinguato, officiosissimo, ma altret-
tanto modesto nel parlar di se stesso. Quando si strin-
geva per saper la qualità sua, si scansava con dire

che per se non faceva figura alcuna, ma che è subor-

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dinato a gran personaggio, da cui è mandato in giro
in ricerca de’ libri e codici più rari con istruzioni di-
stinte delle qualità, prezzi e altre circostanze dei me-
desimi; ma in verità che per se stesso, per quanto potè

riconoscprsi in quel breve tempo, ha una gran cogni-

zione particolarmente in materie istoriche e genealogi-
che, e mi recò maraviglia con che franchezza distingueva
il vero carattere del Jacobilli e del Dorio scrittori di
Foligno. Ha detto che facilmente ripasserà per Foligno
fra tre o quattro mesi e gli uscì a mezza bocca che nel
passaggio dei Tedeschi nel 1707 sotto il general Daun
venisse anch’ esso come uno degli ufficiali con quelle
truppe. À prima sospettai che fosse qualcuno che volesse
estorcere qualche recognizione di denari; ma lo trovai
lontanissimo da questa birbanteria e appena gli potei
far prendere due chiechere di cioccolata. Ne ho fatto
questa minuta delazione a V. P. Rev.ma per sapere
s' Ella ne possa aver cognizione, essendomi venuta
una gran curiosità di sapere chi egli sia. Mi parló del
libro del sig. Meniconi e mi disse (lo scrivo con tutta
confidenza) che i rami dei ritratti sono rami vecchi,
che vanno in stampa con sotto altri nomi in altra opera
‘ genealogica e in questa parte diceva ch’ era stata una
facilità troppo grande di quel Cavaliere.

Si degni dare una occhiata a questa annotazione
intorno al Sesto Prete grande, se può caminare, cono-
scendo esser materia troppo gelosa lo scoprire il nome
di un papa: Lib. 3, cap. 3, pag. 190 lin. 27 (sic):

Qui anche sta il Novello Nipote
E il Sesto Prete (grande) (1) a cui del regno
Gonfia anche il vento la testa, e le gote.
In lui apparve ben quanto egli è greve
La Signoria e dispettosa e dura
D’alcun villan che da basso si lieve.

Sotto nome di Prete grande in posto di Regno e
di Signoria non altri verisimilmente può intendersi che

(1) Una nota a margine dice che « questa parola manca ».









E. FILIPPINI

il sommo Pontefice : s’ egli è così, averà voluto proba-
bilmente accennare il nostro autore, con la distinzione
di sesto, Urbano sesto, che regnò in tempo del suo
fiorire. Chi vorrà combinare questo passo con ciò che
di quel Pontefice hanno lasciato scritto gli storici, giu-
dicherà non improbabile questa conghiettura. Nato egli
da buoni natali, sollevato al Pontificato con signoria
dispettosa e dura, reso a tutti grave e insoffribile, fu
cagione dell’orrido Scisma che per quasi cinquant’ anni
agitò con tempestosa procella la nave di S. Chiesa.
Homo (dice il Ciacconio nella di lui vita) sub specie iu-
sti et urbani minus urbanus et nulli gratus, che lo copiò
dal Platina, da cui si aggiunse della di lui morte : pau-
cis admodum eius mortem utpote hominis rustici et ine-
arabilis flentibus ; onde lasció scritto il Card. Egidio
di Viterbo, riferito dal Vittorelli nell'addizioni al Ciac-
conio: ne illaudata interiret rustica inurbanitas epitaphio
commendatus est ineptissimo : e il più moderno amplia-
tore di detta opera Oldoini: Urbanus, cum in honore con-
stitutus, prudentiam qua prius enituerat, visus est omnem
eauisse. Severe illico cepit animadvertere in suae dignitatis
auctores et incenso studio sed intempestivo, eorum mores
increpare. Procura il Vittorelli in dette addizioni al Ciacco-.
nio di provare con lunga apologia la nobiltà di Urbano ;
ma il Ciacconio chiaramente lo dice: Natus Neapoli pa-
tre et maioribus Pisanis matre neapolitana gente igno-
bili; e tanto basta per fondamento di ciò che ne dice
il nostro autore e per far concepire che in quel tempo
questa era voce comune dell’origine di Urbano. In prova
del di lui grave e duro governo basterebbe la morte fatta
dare in Genova a sette (altri dicono cinque) Cardinali
fattigittare barbaramente in mare chiusi ne’sacchi 0, come
altri vogliono, fatti morire in carcere con ogni strazio e
rigore. Il Novello Nipote, cioè il Nipote giuniore, forse
Butillo uno dei nipoti d' Urbano, a cui egli procurò, ma
senza frutto, da Carlo III Re. di Napoli il Principato
di Capua e il Ducato di Durazzo, donde naequero le

strepitose note discordie fra il Re e il Pontefice: Uomo,

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(dice di Butillo il Collenuccio nel compendio dell’ Isto-
rie di Napoli, lib. 5, pag. 202) vilissimo e senza alcuna
virtà, che conferisce a far credere vile l’ origine anche
del Pontefice zio, secondo che dicono il Ciacconio ed il
nostro autore.

Mi &ica liberamente il suo sentimento, cassi, muti
e con umilissimama riverenza mi confermo ecc.

Foligno, 16 Aprile 1723.

67.

Sono debitore di risposta a due stimatissime di V. P.
Rev.ma. Cominciando dunque dall’ ultima, accuso il ri-
torno delle lettere del Sig. Abate Fontanini, che ho
caro abbino incontrato il suo compiacimento. Attenderò
l' esemplare della nuova ristampa del Quadriregio con
le varie lezioni in margine del testo bolognese, che si
caveranno a parte o dal Sig. Boccolini o da me per
aggiungerle in fine del testo; mi piacerebbe però che
il buon gusto di V. P. Rev.ma con. qualche segno con-
tradistinguesse quelle lezioni, che stima buone e neces-
sarie da pubblicarsi per accrescer pregio a questa ri-
stampa. Le due communicatemi coll’antecedente suo fo-
glio suo veramente notabilissime. L’orche d’argento tra le
braccia e il petto della statua di Nabucco mostrano ad
evidenza che questa voce altro non significa che Je
spalle e verifica quanto ne dice nelle sue Osservazioni
il nostro Sig. Boccolini. Ho riveduto per l’altra lezione
il codice Buccoliniano e chiaramente vi si legge Marta
scritto con un a ben distinto, colla r aggiunta di sopra
Ma'ta; non dovrebbe veramente aver luogo questa
Santa tra le vergini martirizzate; ma l'aggiunto freddo
e niente operoso di morta alla sola Agnese mi fa cre-
dere che nemmeno questa sia la vera lezione dell’ au-
tore; nondimeno è necessario di darla e lasciarvi sofi-
sticar sopra a i genii ippocondriaci.

Passiamo ora a gli argomenti; non posso che co-

mendare il premetterli al testo nella ristampa, che in











E. FILIPPINI

questa parte conserverà un’aria delle antiche edizioni ;

e perché sono vari questi argomenti si ne' Codici mss.

che nelle stampe, sarà bene d'attenersi al Codice Bo-
lognese, che V. P. Rev.ma qualifica per il migliore in-
torno alla sostanza di detti Argomenti, e se pare alla
sua prudenza, nella Prefazione al $ 28 ove parlasi della
ristampa, potrebbe darsi un cenno di questa prescelta
e delle varie lezioni date fuori del Testo a cagione della
tardanza, in cui si è avuto sotto l’occhio il Codice di Bo-
logna. Gli argomenti nel Codice Boccoliniano sono latini
in minio, ma non oltrepassano il 3° Libro. In margine
vi sono aggiunti di carattere posteriore gli argomenti
in volgare, ma sono gli stessi della stampa di Perugia.
Sicchè i più antichi, i più continuati e i più copiosi e
sugosi essendo gli argomenti del Codice Bolognese, me-
ritamente devono questi prescegliersi e in questa parte
ci uniformeremo a i sentimenti di Mons. Ercolani.
Quanto agli altri due punti d'aggiunger un indice
copioso e di divider l'opera in due tomi, benché io
veneri con infinita stima l’ ingegno e il giudicio di co-
testo degnissimo Prelato, nondimeno con la libera con-
fidenza che mi permette la gentilezza di V. P. Rev.ma
mi faccio ardito di svelarle sinceramente i miei deboli
sentimenti, a i quali si uniformano quei del Sig. Boc-
colini e sono, quanto all’ Indice, benchè fosse molto
commendabile, non lo stimo tanto necessario, che col-
lI esempio di altre opere consimili non possa uscire
anche questa senza taccia, benchè mancante d'Indice.
Io ne vedo privi i famosi e copiosi commenti del Lan-
dino e del Vellutello sopra Dante, del Beni sopra il
Tasso, le Annotazioni al Furioso, e fin quelle, benché
ampie e sugose, del Tassoni e del Muratori nell’ultima
edizione fatta da questo delle Rime del Petrarca; ma
più di questi esempli, che io non allego per commen-
darli, mi muovono due grandi riflessioni, una politica,
che non so a chi mi dare il carico di fare quest’ indice;
è impossibile che il sig. Boccolini ed io possiamo ap-
plicarvi, ne è di dovere caricarne altri fuori di Foligno,

L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO,

dove per verità non saprei trovare alcuno in cui pos-
sano concorrere genio, abilità e giudicio per un simile
lavoro : l’altra economica e questa più di tutti preme a
| me, ehe sto in disborso di ottanta e più scudi ; e l’opera
per ogni parte è cresciuta tanto, che mi dà da sospi-
rare ; nè io devo chiuder tanto gli occhi, che non dia
un'occhiata allo stato mio e della mia famiglia. Qua
tutti a voce accaloriscono la pubblicazione di questa
ristampa; ma quando si tratta o di fatica o di spesa
ogn’un ritirasi indietro e lo stesso Mons. Battistelli, che
mostrasi tanto infervorato, non si è lasciato persuadere
a contribuire nella spesa una benché minima somma:
sicchè sinora nella fatica siamo soli il Sig. Boccolini
ed io: ed io unico nello spendere: tutto come ho detto
con amichevole confidenza. La divisione in due tomi
liberamente non finisce di piacermi, poichè la materia
non sarà tanto copiosa, che possa dirsi spropositato un

solo volume. I fogli sin ora stampati sono precisa-

mente sessanta; quelli da aggiungersi saranno da ven-

ticinque in circa al più; un libro di 680 pagine non
da ineommodo né discomparisce. Ho appunto sul ta-
volino Giovenale e Persio volgarizzati e commentati
dal Silvestri in un solo tomo di pag. 910: vi ho il Pe-
trarca del Muratori di p. 860 e il primo volume del
Mazzoni della Difesa di Dante di pag. 1063 e niuno di
questi mi spaventa. L’ opera unita, a mio corto inten-
dere, sarà sempre più commoda per confrontare le an-
notazioni e osservazioni col testo e per ciò più gradita
e più sicura a non mutilarsi; con che faccio a V. P,
Rev.ma umil.ma riverenza.
Foligno, 24 Maggio 1723.

Ho comunicato al sig. Boccolini (che divotamente
la riverisce) il di lei desiderio di favorire il Sig. Mu-
ratori.

68.

In due righe, trovandomi molto occupato non ostante
la poco buona salute venendo travagliato da alcuni
giorni in qua da un doloretto di testa.

















- . E. FILIPPINI

Accuso a V. P. Rev.ma la pronta ricevuta della
stampa del Quadriregio colle ‘varie lezioni del Codice
Bolognese, delle opere del Poggio e delli dodici testoni
per saldo delle spese dei bollettini della Com.ne per
l’anno passato e per quest’anno e della stampa del-
l’egloga e sonetto del P. Bellati; potea veramente far
di meno d’incomodarsi, come l’ avea supplicata, di
questa rimessa per i motivi accennati.

Si è cominciata dal sig. Boccolini e da me l’ estra-
zione delle varie lezioni del suddetto Codice, molte delle
quali sono veramente buonissime, ma per la maggior
parte io per me le credo correzioni o saputarie del-
l’amanuense che in molti luoghi ha levato via le mi-
gliori voci antiche, con sostituirne delle più moderne,
nel che non credo che meriti lode.

Quanto agli argomenti dei $ $ della sua Disserta-
zione stimo meglio metterli tutti in principio, come fanno
il Fabricio nelle sue Biblioteche e altri per non ristrin-
gere la colonna della stampa volendoli mettere in mar-
gine.

Al restante delle due ultime sue suppliró nel ven-
turo confermandomi intanto con umilissima riverenza
ecc.

Foligno, 14 Giugno 1723.

69.

Con molto piacere ho veduta la miniatura trasmes-
sami da V. P. Rev.ma del frontispizio del Codice Bo-
lognese ed ho attentamente considerato l'oracolo del
dottissimo sig. Ab.te Fontanini in ispiegazione dei ca-
ratteri della cartella che circonda il tronco della palma.

Io veramente venero come oracolo ogni detto, ogni
pensiero di quell’eruditissimo Signore, ma un genio stitico
che mi predomina e che non sa accomodarsi a quel-
I ipse dicit se non vi ci si quieta l’ intelletto con pace,
mi rende ardito di svelare con libertà amichevole non

critica qualche difficoltà che incontro in quella spiega-

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zione e supplemento : e primo, quando la cartella non
contenga altro che il puro nome del pittore, non mi par
verisimile che in un lavoro così ordinario, per non dirlo
ridicolo, siasi voluto far pompa dell'autore : secondo, per-
ché quella espressione nunc habitans Bononiae mi sembra
molto impropria, mentre o egli era bolognese e non do-
veva dirsi habitans Bononiae, o era forastiere e per iden-
tificare il soggetto dovea piü tosto esprimersi la patria,
che l'abitazione: cosi fra i più famosi pittori Raffaello
d' Urbino, Paolo Veronese, il Guercino da Cento, Pie-
tro Perugino, Pietro da Cortona ecc. ; terzo, perché il fin-

gersi innestata la L alla seconda A per farlo dir Palma

| ho per una sforzatura e dove il pittore ha voluto in-
nestare l’ ha fatto ben chiaramente nell’ AN per A. N,
oltre di che in quella supposta voce Palma la distanza
dalla P all’A par che escluda ogni congettura che ivi
si formi una sola parola; e finalmente il volere che una
K chiarissima diventi un H gotica mi persuado che
non possa farsi senza arbitrio. $

.Io per me credo (e questo è troppo ardire) che vi
sia qualche cosa di più del nome del pittore e stando
nel soggetto della scoperta impostura mi persuado che



il pittore seguendo le vestigie del copista Lioni abbia
anch’ egli voluto entrare a parte dell’ adulazione a Nic-
colò Malpigli, che verisimilmente allora era vivo e così
siccome il Lioni aveva fatto questo messer Niccolò
autore del poema, anche il pittore volle dedicargli co-
lorito il Trionfo d'Amore. Leggerei dunque e supplirei
in questa forma i caratteri della cartella :

MAN aPirA qu NS GUN D.

Marco Antonio Pittore al magnifico Niccolò Cavalier Bolognese



senza entrare a specificare con troppa incertezza il co-
gnome. So che V. P. Rev.ma vi riderà sopra e vi rido an-
cor io in sollievo di qualche afflato ipocondriaco, che
mi travaglia, ma non tanto quanto ne’ giorni passati

essendomisi alleggerito il dolore della testa.








E. FILIPPINI

Ora passando al supplemento di risposta all’ altre
sue stimatissime dico che sebbene io sin ora sono stato



solo nello spendere, non sarò solo nella distribuzione



delle copie della nostra ristampa del Quadriregio, per-



chè infatti vi è il foglio della società fra otto Accade-



mici, ma quando si tratta di spendere ogn’ uno si tira



indietro e gli stampatori e cartari vengono attoriio a



me, che ho con loro contrattato, quando vogliono il



denaro ed io che sono di una stampa antica, con quanta



maggior facilità mi lascio indurre a pagare, con tanta



maggior disattenzione o repugnanza trovo il modo del





rimborso. Faccia Dio, ogni cosa averà il suo termine.



Mi dispiace che V. P. Rev.ma non possa far suo il



Codice, che fu del Montalbani; prima di rimandarlo a



Bologna se non l’ha rimandato si compiaccia di con-



siderar di nuovo la lezione degli infrascritti versi, che



nella stampa stanno a C. 310, lin. 16 e nel Cod. ms.
lib. 4, Cap. XII, terz. 40:









Devoto orando e genuflesso il chiami
Che lui servi, come Padre, onori



Le Chiese e le sue cose, e li dì santi



Vacando a lui per l’anima lavori.



In tutti i Codici confrontati mss. e stampati si
legge, anche nella copia fatta in Ravenna: E che i suoi

servi, lezione che non può dare alcun senso alle parole



antecedenti e susseguenti, che (sic) perciò nella stampa



fu restituita la creduta vera lezione £ che lui servi, cioè



Tu servi a lui; mi ha fatto pertanto stupire che in



questo passo non vi sia diversità di lezione nel Codice



Bolognese e mi muove la curiosità di risapere con più



attento riscontro come stia veramente scritto quel passo



in detto Codice.



Sentii con sommo dispiacere la morte del P. Abate



Pagnini, che sia in Cielo. Dio conservi lungamente e



felicemente V. P. Rev.ma.



A tanti incommodi sofferti da V. P. Rev.ma io vo-



glio aggiungerne un altro. Fra tanti suoi bellissimi pregi













L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC.

che la distinguono con tanta gloria nella repubblica
letteraria, quello di seriver lettere toscane e latine per-
fettissimamente non é fra gli ultimi; per far godere
anche questo vantaggio ala nostra ristampa, la sup-
plico cqp suo commodo a distender la lettera dedicatoria



al Serenissimo di Modena. I motivi essenziali sono che
| Autore stesso dedicò l’opera ad Ugolino Trinci figlio
d’una Estense, cioè Donna Giacoma figlia d' Obizzone
d'Este; secondo perché i primi lumi per la difesa del
Frezzi si sono avuti dal Codice della Biblioteca Estense,
che porta in fronte la dedica a detto Ugolino; 3° per
altri motivi che si consideraranno meglio che da me dalla
prudenza di V. P. Rev.ma Condoni il mio ardire e ac-
cludendo la miniatura trasmessami, resto facendole umi-
lissima riverenza ecc.
Foligno, 18 Giugno 1723.

70.

Non ho potuto veramente leggere senza inquietu-
dine di pensieri e con l'indifferenza e tranquillità d'animo
che mi persuade V. P. Rev.ma, l'ultima sua stimatis-
sima, eonsiderando il duro scoglio che s'incontra e la
borasca che si teme nel prender porto la nuova edizione
del Quadriregio. O fatalità delle cose mondane! Chi mai
avrebbe potuto o pensare o prevedere che dopo una
condotta cosi felice secondata a gonfie vele in tante
belle contingenze dall'aura piü favorevole d'un' amica
fortuna avesse a incontrarsi nel fin del corso un con-

travento d'impegni, una secca d' apprensioni da confon-



dere ogni buona direzione?

L'impegno col soggetto Emin.mo è già corso per
parte di V. P. Rev.ma ; l'altro col personaggio d' Altezza
è corso per parte mia d'ordine dell' Accademia con let-
tera al di lui Bibliotecario, che rispose sin da Dicembre
passato che il Padrone favoriva con gradimento la de-
diea, richiedendo solo che si comunicasse prima della
stampa la lettera. Da Roma non si loda l'unione di











E. FILIPPINI




queste due dediche, sì rispetto al personaggio apostolico,




a cui non deve precedere un secolare, benchè d’alta sfera
p ; ,




Si rispetto a questi, cui si fa poco onore divertendo ad




altri la più bella parte dell'opera, che è il Prologo




Galeato, ed espressamente si disapprova l’elezione di




quest’ultimo per alcuni motivi (direi forse meglio fini)




politici, che non stimo bene di ripetere in carta.




In questo stato di cose suggerisce V. P. Rev.ma




x

che se non è andata altra lettera al personaggio seco-




lare, potrebbe restare în libertà di non farne altro, an-




corchè il pensiero della dedicatoria fosse stato partecipato




per qualche canale : e che ciò andarebbe tanto meglio se non




si facesse altra dedica e quella al Cardinale rimanesse nella




figura in cui trovasi di dedicatoria del Prologo Galeato :




ma senza questo (io intendo senza il Prologo e ciò mi




‘ spaventa) bisognerà ch’ esca il poema, quando la dedi-
g q




catoria non possa tralasciarsi a quel personaggio.




Se io unisco questa particola all'altra venuta di




Roma, ed accennatami da V. P. Rev.ma che Zi poema




senza questo lavoro (del Prologo Galeato) non sarebbe




mai pienamente considerato, ne deduco una legitima




conseguenza che senza il Prologo non sarebbe mai per




piacere l'edizione e quel che è peggio non si avebbe




(sic) mai l'intento per cui si sono fatte tante fatiche, di




vendicar la patria e l'autore dall' ingiustizia d'usurpar




loro questo poema. Piü si ritirarebbe, e con ragione,




ognuno che ha promesso di concorrere von l'associazione




alla spesa, e resterei solo nell'impegno, nel disborso e




in tutti gli aeciaechi che possono giustamente preve-




dersi dallo sconcerto del buon ordine disposti sin ora




per questo affare. Siecbé questa parte della proposi-




zione di V. P. Rev.ma non può aver luogo in conto




alcuno ; e più tosto darei alle fiamme tutti i fogli sin ora




stampati che permettere la pubblicazione del poema




senza la Dissertazione Apologetica.




Consideriamo dunque l’altra parte di ritirar la de-




dica al personaggio. Ciò potrebbe farsi, ma con mio




disonore, chè ne ho corso l’impegno col Bibliotecario

L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC.

e mediante questo col personaggio medesimo: io non
ho l animo tanto ottuso o incallito, che non sia per
risentirsi a questa puntura. Ma pure quando per il ben
pubblico dovessi sacrificarmi a questa sensibilissima
passion®, mi mortificherò col soffrirla, purchè però non
comparisca in modo alcuno il mio nome nella stampa,
che non riceverà alcun pregiudicio dalla mancanza di
questo vile in se stesso, nè dalla deficienza delle mie
fanfaluche delle annotazioni istoriche, le meno neces-
sarie in quest’ opera. Dico ciò in sentimento di verità e
per legitimarmi almeno appresso il sig. Bibliotecario
una debolissima scusa di fingermi disgustato coll’Acca-
demia, mostrando che questa per l'impegno d'altri Ac-
cademiei per qualche altro personaggio ha risoluto di
far uscir l’opera senza dedicatoria.

Così su due piedi e con qualche agitazione e con-
fusione d’animo non posso suggerire altro mezzo ter-
mine meno improprio. Vi farò migliore riflessione di-
simpegnato che mi sarò dalla purga intrapresa per ac-
ciacchi di stomaco e di testa e dopo che averò conferito
l'affare unicamente col sig. Boccolini, a cui per adesso
non voglio parlarne, per essere egli in istato di rimet-
tersi da un pericolo grandissimo di lasciar la vita tra
acerbissimi dolori. per una soppressione d’ urina che lo
sorprese con incredibile violenza Venerdì scorso, della
quale per grazia di Dio si trova libero con migliora-
mento notabile di salute.

Ma intanto confesso ingenuamente a V. P. Rev.ma

che non ben capisco l’implicanza delle due dediche.

Se fosse comune a queste il termine a quo, ne sarei



capace, benchè se ne possino allegare altri esempi. Ma
facendosi distintamente una dall’ Accademia, l’altra da



V. P. Rev.ma, che quella preceda non pregiudica il Por-
porato, perchè non si premette per ragione di prece-
denza, ma per natura d’ordine, dovendo il tutto consi-
derarsi essenzialmente, e prima d’alcuna delle sue parti,
e che l’altra dedica tolga al personaggio, cui viene di-
retto il poema la parte più bella, che è il Prologo Ga-





E. FILIPPINI

leato, non ha dissonanza, perché l’ Accademia dedica

quel ch'è suo o che sta in suo potere e lascia che

l’autore del prologo ne faccia l’uso che più gli ag-
grada.

Resterebbe l’unica riflessione della poca prudenza
(dice l’amico di Roma) di quelli che vogliono fare la
dedicatoria senza pensare ad essere qua notati. Io non
ardirei dire che non abbia questo un gran peso, con-
siderata massimamente l' origine donde nasce; ma
se non m'inganno, in paragone degli altri mali sarà
forse il minore quello di lasciare al corpo dell' Ac-
cademia in astratto nel concetto di pochi una disatten-
zione di prudenza che addossare in concreto ad aleun
particolare il carico disonorevole di mancare all’impe-
gno contratto e di lasciar comparire il corpo solo del-
l’opera senza l’anima, che può informarlo e renderlo
plausibile ed apprezzabile al buon gusto de’ letterati.

Io, come ho detto, farò migliore riflessione al suo fo-
glio, V. P. Rev.ma la faccia anche al mio, e ci ande-
remo communicando ciò che potranno suggerirci il tempo
e i pensieri più maturi. E intanto, se lo giudica ben
fatto, potrebbe addolcire il genio austero dell'amico, che
a mio corto intendere, non è fuori di presunzioni, con
alcune delle considerazioni da me proposte, nelle parti
però e nel modo che giudicherà più proprio la supe-
riore prudenza di V. P. Rev.ma, alla quale faecio umi-
lissima riverenza.

Conforme al solito sto scrivendo nel partire della
bolzetta senza aver tempo di rileggere ciò che ho scritto ;
onde condoni se vi trova delli spropositi e scorrezioni.

Foligno, 5 Luglio 1723.

Ce

Aspettavamo la risposta del sig. Muratori che prego
V. P. Rev.ma a degnarsi di comunicarmi subito.

Il sig. Boccolini avea proposto di stampare sepa-
ratamente a parte con distinto frontispizio la disserta-

zione di V. P. Rev.ma da potersi aggiungere al libro

L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO, ECC.

quando si lega in fisso, con che si toglierebbe la sup-

posta implicanza delle due dediche. Io però temo che la
passione impegnata dell’ amico non solo per l’ astio al
personaggio, quanto per contragenio al poema e alla
stampa® del testo, delle annotazioni e della disserta-
zione che scopre qualche sua debolezza, anche dopo
sciolto il nodo delle dediche troverà qualche altro un-
cino per tentare se gli fosse possibile d’ impedire la
stampa e la pubblicazione. Ma bisogna assolutamente
farsi animo e sodisfare all’impegno pubblico e il ge-
nio torbido dell’ amico tenti quel che può, che la ve-
rità sempre starà a galla.

Riconoscerò nella libraria di questi P. P. Domenicani
il Codice d’Ivone che fu del Frezzi per osservare quanto
accenna V. P. Rev ma.

I mss. da rilegarsi stanno già sotto alle mani del
Merli obbligato a lavorare in casa di questo sig. Pier-
marino Barnabò, e in questo punto che scrivo viene lo
stesso Merli a mostrarmi alcuni quinternetti del volume
maggiore imbracati in ogni foglio con carte incollate
con colla tedesca, che, quando si lascino stare, faranno
certamente una escrescenza nel dorso troppo sensibile ;



io gli ho dato licenza di andar leccando diligentemente
le carte dell’imbracature e far la legatura con la pos-
sibile perfezione. Non accade dunque di rimandare i
libri sciolti, perchè ora che il Merli si è ridotto a la-
vorare in casa del sig. Barnabò, di cui prende sogge-
zione, non ho timore che non compisca l’opera in
qualche settimana e gli farò legare anche per me il
secondo tomo del Mettaire sotto nome di V. P. Rev.ma.

Il signor Boccolini ha sofferto nuovo insulto del
suo male, benchè non tanto pericoloso, ma molto grave
anche questo ; sta con qualche notabile miglioramento,
ma sotto una esatta cura per liberarsi e preservarsi da
altri recidivi. Egli riverisce con pienezza d’ossequio V.
P. Rev.ma come fa anche il priore mio fratello, e con
umilissima riverenza mi confermo ecc.

Foligno, 12 Luglio 1723.









E. FILIPPINI

Nel sigillar la lettera sopragiunge il sig. Mancini,

che la riverisce col solito infinito ossequio. Egli ha
messo già in colore il nuovo lavoro bellissimo e lo sta

ora ritoccando e perfezionando.
12.

Ciò che accenna l’amico di Roma d’ Ugolino Trinci
che era benemerito della S. Sede ed amato dal Papa,
che lo decorò della Rosa d’oro per avergli recuperata
Perugia e altre città usurpate da Biordo Michelotti, è
stato da me riferito nelle annotazioni istoriche, dove
non motivo cosa alcuna della attinenza con casa Orsini
nè di alcun soggetto di questa famiglia, per la quale
resta il campo a V. P. Rev.ma d’aggiunger quanto
vuole nella sua prefazione e se a me capiterà alcuna
notizia che la creda opportuna nel Dorio o in altri
autori, non lascerò di communicargliela.

Subito passata la funzione del S. Perdono, che mi
tiene ora in diverse occupazioni per servizio di
mons. Barni, mi porterò con la famiglia alla villeg-
giatura d’ Annifo, dove in otto o dieci giorni darò fuori
copiate le mie cicalate senza altra proroga e non lascerò
di farle avere a V. P. Rev.ma acciò gli usi la carità
di correggerle e riformarle vivendone io con infinita
apprensione, perchè so quanto poco capitale possa io
far di me stesso per la debolezza dei miei talenti, per
la mancanza dei libri e per le somme occupazioni che
mi rubano il tempo e mi snervano gli spiriti. Intanto
o capitando il solito vetturale da Cancelli o per altra
occasione invierò a V. P. Rev.ma i suoi libri già legati
col Montefalco e con le annotazioni del sig. Boccolini,
che se la va passando in una mediocrità di salute: ma
mi creda che è troppo necessario che si veda qua ri-
dotta in polito anche la prefazione di V. P. Rev.ma.
Teri tornò mons. Vescovo e nella visita che gli fece il
Prior mio fratello, le prime parole del Vescovo furono
se era mai venuta la prefazione di V. P. Rev.ma; ed

L'ACCADEMIA DEI « RINVIGORITI » DI FOLIGNO,

jo vado pensando cosa possa impicciargli in una si-
mile convenienza che dovró oggi praticargli.

L'esito della strepitosa causa sinodale resta ancora
in molta incertezza decantando ogn'una delle parti per

se laWittoria senza che niuna mostri sinora i positivi

decreti della Congregazione deputata e molti vogliono
che o non compariranno o compariranno ben tardi.
Godo sommamente dell’arrivo del primo tomo del
Tasso. Accanto al libro dell’Orlandi, se V. P. Rev.ma
lo ha ordinato per me, non resta più luogo all’ alterna-
tiva di ritenerlo o rimandarlo. Attendo con impazienza
la risposta di Modena e intanto col solito ossequio
faccio a V. P. Rev.ma, a cui si ricordano servitori il sig.
Boccolini e il Prior mio fratello, umilissima riverenza.
Foligno, 30 Luglio 1723.

(Continua). ; E. FILIPPINI.

ARAS SS







ANASTASIA BAGLIONI SFORZA
»

SECONDO NUOVI DOCUMENTI DEL R. ARCHIVIO DI STATO

DEM :EEAPNO

Il ch.mo prof. Ettore Verga, direttore dell'archivio storico
civico di Milano, ha già pubblicato in questo periodico (1)
parecchi documenti di storia perugina estratti dagli archivi
milanesi: alcuni di questi riguardano il matrimonio di Brac- :
cio Baglioni con Anastasia Sforza e ricevono utile comple-
mento da altri, che ebbimo recentemente la ventura di rin-
venire nell’archivio di Stato di Milano (2) e che ci sembra
possano riuscire di qualche interesse per la storia di Perugia
e per quella della famiglia sforzesca.

sn

È notorio come uno dei segreti della potenza degli Sforza,
assorti in breve tempo al principato dalla modesta e rude
Cotignola, sia stata la grande loro fecondità, che rendeva
possibili frequenti e cospicui parentadi sapientemente predi-
sposti a consolidare la nascente dinastia. Sforza, capo di una
famiglia d’ una ventina di persone tra fratelli e sorelle, non
permise mai che alcuno de’ suoi congiunti contraesse unioni
da lui non approvate (3); Francesco, figlio suo, seguì l’esem-
pio paterno, intento come era a trarre profitto d’ogni cosa,
che servisse a creargli od a consolidargli lo stato. Così nel

AVoL=VI; fai, n l5

(2) Potenze sovrane e Rogiti, Perego G., 1457-65, 2a, n. 528.

(3) BURCKHARDT, La civiltà del secolo del rinascimento in Italia, Firenze, San-
soni, 1876, t. I, p. 32-33.









244 A. GIULINI

febbraio del 1456 egli combinava un parentado fra la nipote
sua Anastasia, figlia del fratellastro Buoso (1), e Braccio Ba-
glioni, capo della potente casata perugina, che, se non aveva
raggiunto il principato, esercitava tuttavia nella città sua una
supremazione basata sulle cospicue ricchezze e sull’ influenza,
che ad essa derivava dall’ esercizio degli uffici più elevati.
Il Baglioni, rimasto vedovo di Teodorina Fieschi (2), aveva

(1) Il LirTA, Famiglie Celebri, Attendolo Sforza, t. 1, il RATTI, Della famiglia
Sforza, Roma, 1794, t. I, p. 198 ed il Giovio, Vita di Sforza Attendolo, Milano, Co-
lombo, 1853, p. 79, lo dicono figlio di Antonia Salimbeni, anzi il secondo lo afferma
il solo figlio di Sforza nato da questa moglie: il Litta vi aggiunge Carlo, che fu ar-
civescovo di Milano dal 1454 al 1457; inesattamente però, giacché la Salimbeni morì
in Milano nel 1411, anno in cui nacque a Montegiove nel Senese il nostro Bosio,
mentre Carlo vide la luce nel 1423. Nell’ ASM, Potenze Sovrane, Bosio Sforza, ab-
biamo trovato una lettera di una Gatozia da Roma diretta il 14 gennaio 1453 a Bosio,
. conte di Cotignola e di S. Fiora, del quale si afferma madre: che Bosio pure si
debba ascrivere alla prole illegittima di Sforza? Nel 1439 menò in moglie Cecilia
Aldobrandeschi (e non Criseide, come dice il Giovio) la quale portò in casa Sforza
la contea di S. Fiora nel Senese: da questa unione, scioltasi nel 1451 per la morte
di Cecilia, nacquero Guido, marito di Francesca Farnese, nipote di papa Paolo III,
ed Anastasia, della quale ci stiamo occupando. Nel 1462 Bosio fece pratiche per un
nuovo matrimonio e la duchessa Bianca Maria propose al cognato (ASM, loc. cit.)
quale noveila sposa una figlia del magnifico Giovanni Corte, chc per altro egli ri-
cusava non trovandola abbastanza avvenente. Sebbene avesse varcato la cinquantina,
Bosio si addimostrava in proposito di difficile acccntentatura, e, fallite le trattative
con una dama fiorentina e colla figlia del marchese di Cotrone, nel 1464 conduceva
in moglie Criseide di C.pua, figlia di Matteo, duca d’Atri, vicere dell'Abruzzo e ca-
pitano generale di re Ferdinando, giovinetta diciottenne ed al dire del RATTI, op.
cit., p. 178, molto bella. Da questo nuovo connubio nacquero tre figli: un maschio,
Francesco, e due femmine, Cassandra e Costanza, moglie quest’ ultima di Filippo
Maria Sforza, figlio del duca Francesco, ed indi del conte Claudio della Palude. Bosio
morì in Parma il 10 marzo 1476, come rilevasi da una lettera di Griseide al duca
Galeazzo Maria, che volle venisse trasportata a Milano la salma dello zio, cui ven-
nero rese solenni onvranze : documenti dell’ASM. descrivono minutamente le esequie
celebrate con molto sfarzo nel duomo, ove il cadavere di Buoso fu inumato con epi-
grafe ricordata dal PUCCINELLI, Memorie antiche di Milano, p. 49-50.

(2) Il FABRETTI, Biografie dei capitani venturieri dell’ Umbria, Montepulciano,
Fumi, 1851, t. III, ed il GRAZIANI, Diari in Archivio storico italiano, s.I, v. 16, p. 631,
‘ascrivono erroneamente Teodorina alla famiglia dei Fregoso e ricordano come ve-
nisse sposa a Braccio con gran seguito nel maggio 1437. Essa morì alla Bastia il 29
aprile 1454: fu madre di Grifone, che divenne consorte della cugina sua Atalanta.
La scomparsa di Teodorina pare non addolorasse soverchiamente il marito, che, al
dir del FABRETTI, Op. e loc. cit., la scordava « nel torneare o nelle giostre o in altri
solazzi cavallereschi », come pure la recentissima morte della madre non gli impe-
diva nel 1454 di convolare a nuove nozze.

ANASTASIA BAGLIONI SFORZA : 245

pensato presto a nuove nozze, e, memore delle cure amo-
revoli prodigategli specialmente dalla duchessa Bianca Maria
nella prigionia sofferta dopo la rotta di Monteloro (1), ve-
niva a cercare la nuova compagna nella casa dell’antico
avvetsario (2). Buoso da parte sua non era rimasto sover-
chiamente soddisfatto delle pratiche matrimoniali condotte
dal fratello duca di Milano, al quale scriveva dichiarando
le ragioni, che lo inducevano a considerare meno benevol-
mente la proposta unione: fra esse la forte differenza d'età,
che esisteva fra i due sposi. Anastasia infatti era « una
.putta de tredeci anni » (3), mentre Braccio ne contava già
trentasette (4); ma altro motivo aveva Bosio per mostrarsi
meno incline ai disegni del potente fratello: la mancanza
di mezzi pecuniarii per collocare degnamente la figliuola in
una casata così cospicua come i Baglioni. Scrivendo al
duca (5) non si peritava di dire: « queste povere terre chio
ò non fruttano tanto che basti alle spese’ di questa casa...
altre entrate non ò » (6). Ed il duca allora interveniva as-
segnando alla nipote una dote di seimila ducati d’oro, come
appare dall istrumento di promessa rogato nella corte ducale
di Milano il 25 aprile 1456 dal notaio Giacomo Perego (7)

alla presenza, fra gli altri, di Cicco Simonetta, segretario

ducale, e dei gentiluomini fiorentini Luigi e Pietro fratelli
Alemanni del fu magnifico Bocazino. Braccio Baglioni era
rappresentato da meser Filippo Bonaccorsi, suo mandatario
per procura del 10 marzo di quell’anno del notaio France-

(1) Questo fatto d’arme sfortunato pei bracceschi, capitanati da Nicolò Piccinino,
ebbe luogo 1’8 novembce 1443. In esso Braccio rimase ferito e prigioniero dello Sforza.
Cf. RUBIERI, Francesco Sforza, v. I, p. 377 e ANSIDEI, Ricordi nuziali di casa Ba-
glioni, in questo periodico, a. 1908.

(2) ANSIDEI, op. cit.

(3) ASM, loc. cit. Lettera di Bosio al duca Francesco del 25 febbr. 1456.

(4) FABRETTI A., loc. cit.

(5) ASM, lett. cit.

(6) Più tardi, scrivendo alla cognata Bianca Maria, Bosio così si esprimeva:
< non è tanto in Lombardia che mi basta pure per le scarpe de famigli ».

(7) ASM, Rogiti, loc. cit.







246 A. GIULINI

sco di Giacomo di Perugia (1); nell’ istrumento si ricorda-
vano gli amichevoli rapporti corsi tra Attendolo Sforza e
Malatesta Baglioni e tra questi ed il duca Francesco (2), rap-
porti che si volevano rendere più intimi col presente paren-
tado. La dote realmente avrebbe dovuto consistere in cinque-
mila ducati d’ oro, da pagarsi parte quando il Bonaccorsi, a
nome di Braccio, avesse dato l'anello alla sposa e parte
quando questa venisse « traducta ad maritum », ma messer
Filippo, per incarico del Baglioni, « instantissime requisive-
rat » che la dote medesima fosse elevata a seimila ducati,
al che il duca aveva annuito riservando la ratifica dell’atto
da parte di Braccio e di Bosio, il quale ultimo in una sua
lettera al fratello, datata da Santa Fiora (3), l’avvertiva di
aver provveduto alla ratifica stessa e gli comunicava come
il 16 maggio il Bonaccorsi avesse sposato, per procura di
Braccio Baglioni, la figlia sua Anastasia (4): « per quindici
giorni continuarono — dice il Fabretti (5) — le allegrezze
e le feste in Perugia a felice augurio del domestico avve
nimento ».

(1) Questo atto é riassunto dall'ANSIDEI, Op. cit.

(3) Braccio era figlio di Malatesta e di Jacoma Fortebracci di Montone: invero
tra lui, che aveva militato sotto le bandiere di Nicolò Piccinino, e Francesco Sforza
non era sempre corsa amicizia.

(3) ASM, loc. cit., lett. 19 maggio 1456.

(4) Il GRAZIANI, Diari in Archivio Storico Italiano, s. I, v. 16, p. 631, pone er-
roneamente gli sponsali ai 4 di giugno e determina la dote in otto mila fiorini, data
e somma accettata pure dal FABRETTI, op. e loc. cit., mentre il PELLINI nella sua
Historia di Perugia, p. II, 784, concordando coi precedenti in quanto all'importo
della dote, pone la celebrazione degli sponsali in maggio. Questa data é confermata
dalla lettera del 2 giugno, scritta dal Bonaccorsi al duca di Milano, nella quale dice
di aver sposato il 16 maggio in Santa Fiora la contessa Anastasia, che « non porria
esser al mondo più bella et più gratiosa ». Il duca, in data del 21, rispondeva com-
piacendosi dell'avvenuto parentado ed avvertendo il Bonaccorsi di aver disposto pel
pagamento a Braccio di 1500 ducati come acconto della dote. Cfr. VERGA, op. e loc.
cit., doc. II e III.

(5) Op. e loc. cit.








ANASTASIA BAGLIONI SFORZA 247



*
Bk




Bosio Sforza, ora che la questione della dote era stata
risol, si mostrava gratissimo verso il fratello e la cognata,
che avevano pensato all'avvenire della figliuola sua e l'an-
davano colmando di cortesie (1). Nel 1458 il Baglioni si re-
cava-alla corte milanese ricevuto con grandissimi onori (2):
in una lettera a Bosio (3) il duca Francesco lo avvertiva
che era stato presso di lui « Brazo da Perosa el quale ha-
vamo veduto molto volentieri et carezato et honorato quanto
più ne stato possibile ». Il Baglioni, durante il suo soggiorno
a Milano, esprimeva il desiderio che Anastasia venisse a
stare presso la duchessa «< perchè quando la vorrà menare
a casa intende levarla da qui et tar qui la festa », per cui
il duca, ben conoscendo come il fratello suo non si mostrasse
troppo largo nello spendere, a mo’ di consiglio chiudeva la
lettera dicendo: « sforzate menarla più honorevolmente che
te sarà possibile per tuo honore et nostro ». Bosio replicava
subito (4) osservando che al genero suo doveva bastare « ha-
vere dalla Ill. S. V. la dota et in questa faccenda non dare
più impazo nè tedio nè spexa alla Ill. S. V. (il duca) », che
egli non si trovava in condizione di condurre alla corte di
Milano la figliuola col dovuto decoro « specialmente de
donne et altre cose bisognevole in la dicta facenda » e che
d'altra, parte aveva già pregato Braccio di « togliere la
figliola in questi suoi loci dal canto di qua ». I documenti
da noi esaminati non ci dicono se il duca Francesco riusci
a persuadere Bosio, addossandosi muove spese pel decoro
del nome e per soddisfare le esigenze dei signore perugino:

(1) ASM, loc. cit., lett. 11 luglio 1456.
2) FABRETTI, Op. e loc. cit.
3

) ASM, loc. cit., lett. 12 dicembre 1458.
4) ASM, loc. cit., lett. 28 dicembre 1458.

(
(
(









248 A. GIULINI

nel 1561 però troviamo Anastasia a Milano, ove il 20 marzo
col consenso di Braccio e coll’ intervento del duca rinuncia,
in vista della dote di sei mila ducati d’oro costituitale dallo
zio, a favore del padre e del fratello Guido la porzione sua
della contea di Santa Fiora di compendio dell’ eredità ma-
terna (1). L’anno seguente il Baglioni si decideva finalmente
a condurre a Perugia la gîovane sposa, che ormai toccava
i dicianove anni.

*
E

Nel marzo del 1462 adunque il Baglioni esternava l'in-
tenzione di mandare a prendere la sposa « ad mezo el mese
de majo in modo che la sia conducta (a Perugia) il di della
solennità del Corpo de Christo » e da una lettera a lui diretta
il 29 marzo da Bianca Maria risulta. come egli stesso si as-
sumesse « el carico de spendere alcuno de li denari de la
dotte in zoie et altre cose » (2), il che vedremo come non
sia avvenuto, mentre il residuo della dote, accennato nella
lettera della duchessa in ducati 4500, si doveva ridurre poi
a ducati 4000, evidentemente per la ragione predetta. L'’ at-
tuazione del proposito del Baglioni subiva qualche ritardo e
ser Filippo Bonaccorsi solo nel giugno riprendeva la strada
di Milano quale procuratore di Braccio coll’incarico di pren-
dere la sposa e di ricevere il residuo della dote (3). L'8 di
quel mese nell’Arengo, presenti quali testimoni i magnifici
Baglioni da Perugia, e Francesco Arese, consigliere ducale,
i militi Francesco Landriani ed Ottone Mandelli, Princivalle
Lampugnani, Stefano Stampa e Giacomo Gallarati, aulici du-
cali, il nobile Francesco de’ Amorosi da Todi, cancelliere di

(1) RATTI, Op. cit., p. 193-04.

(2) VERGA, op. e loc. cit., doc. VII.

(3) ASM, loc. cit, istr. 3 aprile 1462 rog. Giuliano di Piermatteo, notaio di Pe-
rugia. Questo atto é riassunto dall'ANSIDEI, op. cit., p. 114.

ANASTASIA BAGLIONI SFORZA 249

Braccio Baglioni, Lorenzo ed Ambrogio de’ Busti e Cristo-
foro de Prizino, fisico ducale, il notaio Giacomo Perego, più
sopra nominato, stendeva l’ istrumento (1), mediante il quale
ser Kilippo, quale procuratore del Baglioni, dichiarava di
ricevere il corredo assegnato colla dote dal duca di Milano
alla nipote contessa Anastasia degli Attendoli, come all’istru-
mento di promessa in data 25 aprile 1456, e che riportiamo
in appendice. Con atto dello stesso giorno, rogato pure dal
notaio ducale Perego (2), Pigello Portinari, il noto governa-
tore del banco mediceo in Milano (3), si dichiarava pronto
a pagare sino alle calende di gennaio in Firenze sul banco
Medici, ad istanza del duca di Milano e senza alcuna ecce-
zione, al. Bonaccorsi, procuratore di Braccio Baglioni, quat-
tro mila ducati d’ oro, residuo della dote della contessa Ana-
stasia (4). La sposa lasciava subito la corte milanese, poichè
il cronista Pietro Angelo di Giovanni (5) ci avverte che il
20 giugno essa faceva il suo ingresso in Perugia « con gran
trionfo » (6).

(1) ASM, Rogiti, loc. cit.

(2) Ivi. — L'istrumento veniva pure celebrato nell'Arengo e vi assistevano come
testimoni i magnifici Baglione Baglioni di Perugia e Francesco Arezzo, consigliere
ducale, il cancelliere Francesco de'Amorosi, Princivalle Lampugnani e Giovanni di
Lazzaro Bonromeo, fiorentino.

(3) Francesco Sforza nel 1455 aveva donato all'amico suo Cosimo de' Medici un
palazzo, già dei Bossi, posto nella via omonima. Divenne sede di un baneo di cam-
bio ed il Medici lo fece ricostruire sontuosamentc da Michelozzo Michelozzi e di-
pingere all'interno dal Foppa. I danari per la ricostruzione furono versati da Pigello
di Fu!co Portinari, governatore del banco mediceo in Milano ed appartenente col
fratello Azzareto, che gli successe quando egli assunse l'ufficio di questore delle
entrate ordinarie del ducato di Milano, alla potente famiglia ben nota per le case
commerciali aperte in Europa ed in Oriente. Pigello Portinari nel 1462 fece erigere
la monumentale edicola omonima in S. Eustorgio, ove tuttora una tavola recente-
mente restaurata porta l'effigie sua. Cfr. Archivio storico lombardo, a. 1885, p. 584-
85, a. 1896, p. 378, a. 1911, p. 386.

(4) I Medici erano pure in rapporti cordiali coi Baglioni. Cfr. ANSIDEI, op. cit,.
p. 114 n.

(5) La stessa notizia ci vien data dal GRAZIANI, op. cit., p. 637, che dice la no
vella sposa « milanese di gran sangue ».

(6) ANSIDEI, op. e loc. cit.







A. GIULINI

sa

Entrata Anastasia nel vetusto palazzo dei Baglioni ne
usciva qualche anno di poi, dietro invito del duca di Mi-
lano, per accompagnare la cugina ed amica sua Ippolita
nel viaggio, che la còlta principessa doveva intraprendere
nell’ estate del 1465 per recarsi a Napoli sposa al duca di
Calabria (1).*# L'unione di Anastasia col possente gentiluomo
perugino, mecenate di poeti e di artisti, edificatore di una
fra le più splendide dimore signorili del tempo, non doveva,
a quanto ci consta, essere allietata da prole e forse veniva
rattristata dalle soverchie attenzioni, che Braccio prodigava
a quella dama sua concittadina, Margherita Montesperelli,
ad onore della quale egli dava le feste più sontuose (2).
L'8 dicembre 1479 il Baglioni cessava di vivere (3) lasciando
erede l’abbiatico Grifonetto, che il figlio suo Grifone, pre-
morto al padre nel 1477, aveva avuto dalla cugina Atalanta,
e l’anno seguente, ai 13 di novembre, la contessa Angela
d'Aequaviva, ava materna e tutrice del giovane erede, con
istrumento rogato dal notaio Francesco di Giacomo rendeva
alla vedova di Braccio la dote, facendole cessione di un cre-
dito di ducati 5975, che il defunto marito teneva verso Lo-
renzo de’ Medici (4).

Vedova ancora in giovane età, la contessa Anastasia ri-
mase nella patria di adozione, se ne tornò alla corte sfor-
zesca, ovvero trascorse il resto della esistenza sua nell’avito
maniero di Santa Fiora? I documenti milanesi da noi esa-
minati nulla ci dicono al riguardo: solo diligenti ricerche
negli archivi perugini potrebbero fornire elementi per ri-
spondere alle domande, che ci siamo mossi.

A. GiULINI.

(1)* VERGA, op. e loc. cit., doc. VIII.
(2) FABRETTI, Op. e loc. cit.

(3) PELLINI ed ANSIDEI, op. e loc. cit.
(4) ANSIDEI, op. e loc. cit.

ANASTASIA BAGLIONI SFORZA

APPENDICE

(ASM, dall’ istrum. 8 giugno 1462 rog. Giacomo Perego, notaio ducale).

NOTA DEL CORREDO DELLA CONTESSA ANASTASIA.

P.mo Mantellina una de pano doro cremesi in damaschino fodrato de

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sandale videlicet con la bramatura fate de argentaria con veleto
de seta intus.

mantelina una de veluto cremesi fodrata de bombacina con il
pelo rechamato con li fraponi de dredo fulti de cerate de seta e
oro con le bramature de argentaria.

mantelina una de sendale cremixino reforsato con la franza doro
et de seta cremixina.

mantelina una de pano videlicet rechamata ala divisa de larcho
del collo con fornimento de argentaria denanza et de dredo.
mantelina una de saia morella con le franze de seta morella.
vestito uno de veluto verde de zetonino con le maniche strete
con lo colare et bramatura fata a la franzesa.

vestito uno de scarlata con le maniche strete con lo busto et ma-

niche rechamate ala divisa del cane del Signore.
vestito uno de pano morello de grana con le maniche pizinine
ala franzexe con ritorto de seta morella.

vestito uno ... con le maniche strete ala franzexe con lo collare
et bramatura de pano doro damaschino.

corizino rosso de sita fornito de argento sopradorato.

tessuto uno de sita morella senza oro fata ala damaschina con
mazo fibla et sbrange ... sopra dorate de argento fino.

tessuto uno de pano doro morello in pillo con mazo, fibla et
sprange nove de argento fino.

tessuto uno de pano doro turchino ala damaschina con mazo
fibla et sprange nove de argento sopra dorato.

tessuto uno morello de sita solia senza oro con mazo fibla et
sprange nove de argento sopra dorato.

corizino uno de damaschino con la divisa de sempre viva fulto
de argento sopra dorato.

camora una de zetonino velutato videlicet fodrata de tilla.
camora una de sandale cremixi reforsato.

camora una de scarlata.

camore tre de bombaxina.









252

A. GIULINI

P.mo turcha una de scarlata.

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ltem

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Item

paro uno de maniche de damaschino verde et argento con le ma-
zete de argento. :

paro uno de maniche doro eremexi in damaschino con le mazete
de argento.

paro uno de maniche de veluto morelo soyro con le mazete de
argento.

paro uno de maniche de veluto verde soyro con le mazete de
argento.

paro uno de zetonino velutato cremixili con le mazete de ar-
gento.

paro uno de maniche de sandale cremexili reforsato.

foza (?) una da testa fata ala franzexe laborata doro fata a modo
de capuzo.

rete una doro per metere in testa fata a tramina d’oro et de tre-
molanti.

rete una doro fata a franzeta de cordelina doro et de iron AE
una rete fata a gruppi fata doro et de tremolanti.

rete una doro.

rete de sita morella et una de sita biancha.

vello uno frapato doro con tremolanti.

braza trenta de cordelina doro et de tremolanti.

peze sete de bindello de bombaxina subtile.

pecteni dui da orio et schianoni tri da orio.

spezi dui uno con lo pede alto con giande et pere et laltro ro-
tondo con una franza doro de sita cremixina.

capello uno de zetonino cremexili con una franza doro et de sita
eremexilli da solle.

brustie due fate ala guixa de fiorenza.

filza una de ... con botoni de sita et doro.

para quatro de guanti con fornimento de sita et de argento de
diversi collori et uno senza fornimento fodrati de pelle.

borsete quatro doro et de argento de sita non fornite.

capseta una grande de urio da zoglie con diverse borse doro et
dargento et de veluto da donare ... XIIIJ.

borsoli quatro doro.

para zinque de calze da dona et uno paro de scarlata con paro
uno de zibre de veluto morello et para tri de zibre.

sugacapita duodexi larghi subtili et quatro sugacapita groseli et
septe sugac. strecti.

capizii tre de tilla subtille.

ANASTASIA BAGLIONI SFORZA

P.mo peze tri de paneti subtili ... LIJ.

Item camise sedexe da dona nove.

Item fodrete oto de pano subtile laborate a pilastrelli con botonzini et
fiochi de torno.

Item E dui da coppa de tilla de eambra.

Item pani tri da capo de pano subtille nostrano.

Itam gozzarini dexe de pano de reno.

Item velli duo de bombase longo et velli quatro pizinini.
Item didale uno dargento et agugia da cüsire et da pamello.
Item capse sey o sia coffani pincti ala divisa del Signore.
Item fodro uno de pelle fina da dona.

Item majestate una de orio.







VARLE STA:

DI UNO SCONOSCIUTO PITTORE IN VETRO

DEL SECOLO XV

Durante il lavoro di decifrazione ed ordinamento di un blocco
di antiche carte d’archivio comunali e governative, affidatomi dal
nostro Municipio, lavoro di che feci speciale comunicazione alla
R. Deputazione di storia patria nell'adunanza del 29 ottobre 1907,
tenutasi in Perugia, mi è occorso di portare una speciale atten-
zione sovra un documento che mi parve meritevole di essere se-
gnalato agli studiosi della nostra regione.

Si riferisce precisamente a poco oltre la metà del secolo XV,
epoca in cui il nostro benemerito istoriografo comm. Magherini
ebbe spesso a deplorare la maggiore scarsità delle memorie e dei
documenti, massime per quanto si riferisce alle vicende archi-
tettoniche del Palazzo Comunale e alle opere d’arte che lo deco-
rarono.

È l'originale scrittura, in carta bambagina, di un contratto
seguìto tra i Magnifici Signori Priori e un dopno Pierantonio de
Nanni dal Borgo San Sepolcro per fare et componere una fenestra
invetriata de colori a la capella del Palazzo ... dove se dice messa.
Costui, che dovette forse essere un artista sacerdote, come si può
desumere dal titolo applicatogli di dopno e non di maestro, ebbe

prescritto il soggetto delle figure da rappresentarsi, e cioè le im-
magini di San Florido e Santa Maria con l'arme del Comune —
e più doveva la fenestra stessa essere fregiata d’intorno et di sotto

corniciata in buona forma.

Secondo noi, questo documento, che completa anche una la-
cuna cronologica del Magherini, circa il ricordo di opere artistiche
e lavori di costruzione nel Palazzo comunale occorsi fra il 1416







256 V. CORBUCCI

e il 1488, ha una certa importanza sotto due precipui aspetti :
luno, per la storia della pittura in vetri, indicandoci un nuovo
artefice sinora affatto sconosciuto, che potrebbe forse degnamente
aggiungersi ai non molti dedicatisi a questa ben ardua specialità
di arte pittorica, che nella nostra Umbria fin dalla prima metà del
secolo XIV avea fatto capo al famoso maestro Giovanni di Bo-
nino d’ Assisi ; l’altro, perchè può fornire qualche maggior lume
intorno alla primitiva costruzione del nostro Palazzo comunale, e
successivi ampliamenti nelle sue adiacenze sinerone, tuttora non
abbastanza studiati e resi più difficili dallo stato attuale cui fu
ridotto l’edificio, e che forniscono pur troppo larga materia alle
ipotesi più disparate e inconciliabili.

Riferisce sempre il comm. Magherini, che sin dal 22 settembre
1447 (come risulta dai pubblici Annali al volume segnato con let-
tera P., f. 22) il Consiglio dei Trentadue ebbe a decretare l’ ere-
zione di una cappella nel palazzo priorale per comodo dei magi-
strati, ma forse i lavori non furono subito iniziati, e noi abbiamo
anche ragion di credere che cominciassero non prima del 1451,
anno in cui furono eletti appositi deputati « pro edificio capelle
denuo construende in palatio Magnificorum Dominorum Priorum.
(Vedi CERTINI, Chiese e Conventi Tifernati, ms. esistente nell’ ar-
chivio della canonica di S. Florido).

Oggidì non si sa con certezza dove tale cappella costruita di
nuovo esistesse. Però è tradizione riferita anche dal cav. Giacomo
Mancini (Memorie di alcuni artefici del disegno sì antichi che mo-
derni che fiorirono in Città di Castello e Perugia, Baduel, 1832,
vol. II, pag. 121) che la stanza in cui tuttora si vede un mediocre
quadro ad olio del Rinaldi, rappresentante un angelo che sostiene
Gesù Cristo, stanza attualmente adibita all’ ufficio d’igiene, sia
stata appunto la cappella de’ Priori cui si riferisce il nostro
documento: e se ciò è vero e se anche non può dubitarsi che la
parete a destra di chi entra nella grande sala comunale segnava
una delle fiancate esterne del palazzo sulla viuzza ora chiamata
Delle legne, bisogna inferirne indubbiamente che detta cappella tu
costruita sopra il lungo e forte arco, come un piccolo appodiato
al palazzo municipale e vi si dovette accedere dall’interno dello
stesso salone per una non ampia apertura a pochi scalini nella
parete medesima di sopra indicata.

t

DI UNO SCONOSCIUTO PITTORE IN VETRO 257

Comunque, ecco il documento che ci siamo studiati di tra-
scrivere colla maggiore possibile esattezza.
V. CORBUOCI.

.
In nomine Domini, afio MCCCCLIIJ" adi xx de agosto. Sia noto et
mallifesto a chi udirà o viderà legere la presente scripta come dopno

Pierantonio de Nanni dal Borgo promette et convene a li Magnifici Si-
gnori Priori del populo de la Cità de Castello fare per tutto ottobre
proximo che vene una finestra invetriata de colori .... e la capella del
palazzo de’ Magnifici S. Priori dove se dice la messa, cioè in prima che
nella dicta finestra degga fare et componere dal muro da piey d’ essa
finestra uno braccio d’occhi et da quella in su doi figure lavorate cioè
de San Fiordo et de Sancto Amanzio con l’ arme del Comune de Ca-
stello et fregiata de intorno et disotto corniciata in bona forma. La
qual finestra dee lavorare et fare et aconciare ad uso di buono maie-.
stro con questi pacti et muodi ch’ el dicto dom pierantogno degga
avere di sua manifattura et fatiga floreni dieci et mezzo a bolognini xL
per floreno. Et più degga avere ferro et filo di ramo quanto basta a
la decta finestra a spese del Comune però con ferro et filo solamente
et lavoratura d’esso ferro con questo che il detto dom Pierantonio
degga ponere la finestra, ferro et filo di ferro a tutte sue spese et vetro
lavorato excepta gabella si ce occurrisse, che sia tenuto el comune. Et
questo agionto che si el dicto dom pierantogno facesse la dicta finestra più
che con uno braccio d’occhio non si degga sbattere detrarre, dal prezzo
conveuuto diffalcare pro rata parte. Et se lui ce ne facesse meno che de
uno braccio d’occhi non possa domandare piü per sua fatiga et prezzo
che de detti dieci floreni et mezzo. Et la predicta conventione fecero et
dinsieme dicti M. S. Priori dopno Pierantonio con facendo deposito del
decto prezzo a presso de' nieolo di francesco fucci quale presential-
mente si chiama contento et confesso avere ad petitione del dicto dom
pierantognio dieti dieci floreni e mezzo, havendo prima adempiti i paeti
et conditione soprascripte per parte del dicto dom pierantognio. Et le
predicte cose promesero dicti M. S. Prioriet el dieto dom Pierantognio
attendere, adempire, tenere et observare l'uno a l'altro sotto la pena
de xxv floreni, per le quali cose observare dicti M. S. Priori obligano
al dieto dom pierantognio tutti i beni del Comune e el dicto dom
pierantonio. obliga a dicti M. S. Priori receventi per lo comune tutti
i suoi beni presenti et futuri. Et a prieghi et comandamenti de dicte
parti feci et scripsi la dicta scriptura, io Bartolomeo d'antonino notaro
de' M. S. Priori anno domini et mense de' sopra scripti et presenti i
testimoni di sotto scritti ad fede de dicte cose.













258 V. CORBUCCI

Io Berto de Sebastiano de la cità de Castello fuoi presente a la
sopra scripta scrittura et a ciò che in essa se contiene et a prieghi
et volontà de le sopraditte parti me so soscripto de ui.
mano, anno, mense et die soprascripti. :

Io fra Martino da Citerna fra minore fui presente a la sopra dieta
Scripta et in quello che in essa se contene et in fede de cio me so sot-
toscritto de mia propria mano.

Io Mariotto de Piero de Damiano de la detta cità et porta San
Fiordo fui presente a la sopra detta scripta,

Il 20 di settembre 1454.

Io dom pierantonio de’ Nanni dal Borgo sopra decto o receuto
quanto decto di sopra da Nicolo di francesco Fucci depositario del Co-
mune si come apare di sopra fiorini dieci e mezo a bol. xL per fiorino
della quale quantità me confesso essere satesfacto intieramente.









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ANALECTA UMBRA

Il nostro socio M. Antonelli pubblicò, or è qualch’anno, una in-
teressante memoria, nella quale erano narrate le vicende della domina-
zione pontificia nel Patrimonio di S. Pietro in Tuscia dalla traslazione
della Sede alla restaurazione dell’Albornoz. Continuando le sue dotte

‘ ricerche nell’ archivio Vaticano, l'A. ci offre un nuovo lavoro, dal titolo
La dominazione pontificia nel Patrimonio, negli ultimi venti anni del
periodo avignonese (Estratto di pag. 157 dall'Archivio della R. Società
Romana di Storia Patria, vol. XXX e XXXI). È diviso in nove para-
grafi, che hanno rispettivamente i seguenti titoli: Le milizie romane nel
Patrimonio, Le invasioni delle compagnie di ventura, Lo stato e i baroni,
Lo stato e î comuni, Controversie giurisdizionali, Gli abusi degli officiali
papali, Una relazione del vicario Pietro, arcivescovo di Bourges, La ri-
bellione del 1875, Il ritorno della Sede e la restaurazione della pace. Ad
essi segue un’ Appendice, in cui sono pubblicati ventiquattro documenti
Vaticani. E un lavoro, questo dell'Antonelli, che non si riassume: mi
limito a dire che' presenta grande interesse anche per la storia della
nostra regione; vi s'incontrano infatti bene spesso i nomi delle prin-
cipali eittà umbre, i cui eventi ebbero sì grande relazione con quelli
del Patrimonio; come Perugia, Orvieto, Todi, Terni, Narni, Amelia,
Rieti. Inoltre mi piace rilevare che l'A., oltre esporre lucidamente i
fatti, vi ragiona sopra, in modo da darci, con acutezza d’indagatore e
di pensatore, le conseguenze di essi.

Le quali, per il periodo da lui studiato, sono le seguenti: « Co-
stituiscono queste baronali famiglie la nobiltà devota alla Chiesa, la
cui fortuna andó sempre aumentando fino a raggiungere, come i Far-
nese, il massimo della potenza e della gloria; mentre la nobiltà avversa,
che faceva capo ai Di Vico, andò sempre più declinando per non più
risorgere. Pur attraverso infiniti ostacoli, e malgrado l’assenza del







262 5 ANALECTA UMBRA

sovrano e il mal governo de' suoi officiali, che pareano dover creare
per l’autorità della Chiesa una condizione di cose irrimediabile, l’ au-
torità stessa sia invece riuscita a rafforzare potentemente il suo impero.
Egli è che i tempi andavano ormai maturando ovunque per il nuovo
assetto politico degli stati, ed una tale evoluzione, che doveva far capo
nel secolo successivo all’ unità monarchica, non poteva essere arrestata
da circostanze, per quanto avverse ».

+. La Via Salaria nei circondariù di Roma e Rieti è il titolo di
un lavoro che il march. Niccolò Persichetti ha pubblicato nel « Bollet-
tino dell’Imp. Istituto Archeologico Germanico », e che ora ha veduto
la luce anche in volume (Roma, Tip. dell’Acc. dei Lincei, 1910). Ispet-
tore dei monumenti nel circondario di Cittaducale, alcuni anni fa il-
lustrò il tratto della Salaria, che da Rieti si svolge fino ai circondari
di Ascoli e di Teramo, e fino al mare Adriatico.

Il presente volume è complemento di quelli che lo hanno preceduto
e ricerca e illustra quel tratto che da Roma va fino a Rieti. Prendendo
le mosse dalla vetusta Porta Collina, per la quale entrarono i Galli in
Roma, e sostituita poi dalla più ampia Salaria per opera di Aureliano,
LA. segue la via in tutto il suo percorso, illustrandone dottamente i
fasti archeologici e storiei e la messe epigrafica, ricordando poi quelli
agiografici e cimiteriali. ll Persichetti inoltre arricchisce il volume con
la pubblicazione degli Itinerari inediti sulla Salaria, dell’ Holstenius e
del Vettori; e molte e nitide incisioni ci presentano i luoghi e le co-
struzioni più degni di ricordo. Quando si pensi che, per le esigenze
della moderna viabilità, i primi son destinati ad esser trasformati, e le
seconde a sparire in massima parte, dobbiamo esser grati al marchese
Persichetti per la sua dotta opera di illustrazione.

4*4, La Società italiana per la ricerca dei papiri greci in Egitto,
nello scorso aprile offriva, come « omaggio al IV Convegno dei Clas-
sicisti tenuto in Firenze dal XVIII al XX aprile del MCMXI », un fa-
scicolo come saggio del primo volume che la Società stessa pubblicherà

fra poco. Il fascicolo è presentato dal p. E. Pistelli, e il primo papiro
che vi è edito è quello di Oxyrhynchos, Atti del Martirio di S. Cristina,
per opera di Lorenzo Cammelli. Sono incerti il tempo e il luogo in cui
la Santa subi il martirio: in quanto al secondo, si « formò la favola ...
che fosse in una Tiro d' Occidente, in Italia, presso il lago di Bolsena ».
Anche il De Rossi la ritenne una martire occidentale; e per « sostener
la sua tesi notava la mancanza di ogni testo greco del martirio della:

Santa, ignota prima del sec. IX ai Siri, ai Greci, all'Oriente. Questa

ANALECTA UMBRA M 263

affermazione viene ora a cadere dopo la scoperta di questo testo greco
antichissimo, dal quale gli Atti latini appariscono direttamente deri-
vati ». Fra gli Atti latini il Pennazzi, citato dal Cammelli, ricorda gli
Urbevetana, compilati circa il 1200, i Liberiana e i Vallicelliana. Le re-
dazioni latine, secondo il dotto illustratore del papiro, derivano da una
rMazione greca; ed egli, sulla scorta di esso, corregge diversi errori
che si riscontrano negli Urdevetana.

4*4 Il prof. Cesare Annibaldi, alla edizione dell’Agricola di Cor-
nelio Tacito, data di su il ms. latino n. 8 della Biblioteca del conte
G. Balleani in Iesi, fa ora seguire (Leipzig, Harrassowitz, 1910) quella
della Germania, dallo stesso codice. Non ne terrei qui parola, se l’Au-
tore nella dotta /refazione non ci desse notizie pregevoli e interessanti
per la storia delle nostre lettere nel periodo del Rinascimento. Vi tro-
viamo citati i nomi di parecchi umanisti, come quello del Pontano, che
traserisse il ms. della Germania nel 1460, insieme col Dialogo e Sve-
tonio, e Ranieri de’ Maschi, trascrittore del ms. di Rimini. Ranieri fu
al servizio di Sigismondo Malatesta; caduto in disgrazia di questo,
dovette esulare; « ma, perito nelle leggi, destro ed abile nei maneggi
politici e nei governi, non gli mancò la fortuna; Pio II lo creò suo
scudiero e lo mandò capitano a Perugia ove esercitò la podesteria dal
24 novembre 1465 al 20 maggio 1466 », mentre Stefano Guarnieri, pos-
sessore del ms. Esino, « col XIII febr. 1466 veniva imposto ai Priori
come cancelliere di quel Comune ». Non è qui il luogo, e del resto a
noi ne mancherebbe la competenza, di segnalare i meriti insigni delle
due edizioni dell’ Agricola e della Germania, che tanto favore hanno
trovato, e tante discussioni hanno promosse presso i cultori degli studi
classici; e perciò ci limitiamo a darne questo breve annuncio.

x, I lettori di questo Bollettino hanno avuto occasione di apprezzare
la memoria del p. Schuster su l’ Abbate Ugo e la Riforma di Farfa. Il
dotto A., continuando i suoi studi sulla vetusta abbazia, ha pubblicato
il Martyrologium Pharphense ex apographo card. F. Tamburini 0. S. B.
codicis saeculi XI, Maredsous, 1910. (Extrait de la Revue Bénédictine,
1909-1910). Il codice edito dal p. Schuster è un cartaceo del sec. XVII
apparteneute alla Biblioteca di San Paolo di Roma e contiene « textus
liturgieos veteres, commentaria historica, iuridica, sententias Saeris
Rom. Eecl. Congreg. proponendas »; ed era stato già segnalato da
G. B. De Rossi. I1 Martyrologium pharphense vi occupa i fogli 477-562,
e il card. Tamburini nota nel primo foglio : « Codex scriptus circa finem
decimi et initium undecimi saeculi ». Precede il testo una dotta intro-





264 È ANALECTA UMBRA

duzione del p. Schuster, ed esso è molto notevole per gli studi agio-
grafici.

4", Mons. Michele Faloci Pulignani ha pubblicato, per i tipi del
Salvati (Foligno, 1911), una dissertazione su San Feliciano vescovo di
Foligno e il pallio arcivescovile. Scopo di essa, come dichiara il dotto
A., è « il documentare la tradizione, secondo la quale S. Feliciano Ve-
scovo di Foligno, sul principio del terzo secolo o sulla fine del secondo,
avrebbe avuto dal Papa il privilegio del Pallio Arcivescovile, e lo
avrebbe avuto, non come un favore, ma come un segno della missione
datagli di propagare l’ Evangelo nell’ Umbria e nelle vicine regioni ».
In forza di quel privilegio, San Feliciano ebbe ed esercitò la missione
di predicare l’ Evangelo nell’ Umbria, nel Piceno, negli Abruzzi, nella
Sabina; di questo apostolato esistono ricordi e tracce monumentali in
molte parti dell'Italia centrale; molti artisti, dal XV secolo in poi, o
forse prima, rappresentarono San Feliciano con questo distintivo del
- S. Pallio. Secondo e’ informa l’A., il primo ricordo del vescovo foli-
'gnate rimonta al quinto secolo; e in molti luoghi da lui percorsi per
la evangelizzazione rimangono memorie di lui. Il Faloci Pulignani ci
è guida attraverso di essi, come Assisi, Bettona, Cascia, Gubbio, Narni,
Nocera, Perugia, Spello, Spoleto, Terni, Camerino, Fabriano, Osimo,
Pesaro, Tolentino, Urbino, Benevento, Sulmona, Teramo. In tutti i
luoghi o quasi l’A. ha interrogato le tradizioni o frugato gli archivi e
le biblioteche, mettendo insieme una grande quantità di notizie, illu-
strate con numerose incisioni. Cosi abbiamo una memoria che si puó
dire definitiva su San Feliciano, e ad essa dovranno ricorrere quanti
fanno oggetto de' loro studi la propagazione della fede cristiana nelle
regioni dell'Italia centrale e meridionale.

4*, Rendemmo conto nei fase. I-II della scorsa annata di questo
Bollettino (p. 479 e segg.) della memoria del prof. G. Bellueci sulle
Recenti scoperte paletnologiche nell’ antichissima necropoli di Terni. Si
può ripetere, che mentre 2’ una matura l’ altra spunta: infatti il dotto
A. ci viene ora innanzi con una nuova nota, Ornamenti personali in
argento rinvenuti nella necropoli di Norcia (2° periodo dell’ età del ferro),
Roma, Reale Acc. dei Lincei, 1911. In questa ultima sono passati in
rassegna gli oggetti principali rinvenuti in quella necropoli (ne sono
anche date belle illustrazioni), appartenenti quasi tutti all’ ornamento
personale. A proposito dei quali così conclude V’A.: « La forma singo-
lare ... di fibule con pendaglio di utensili del corredo da toeletta ebbe
ad iniziarsi quando i costumi cominciavano ad ingentilirsi negli albòri

ANALECTA UMBRA 265

della civiltà del ferro, e quando dovè parere un innovamento notevole
l’occuparsi della nettezza personale; cosicchè la donna, diciamo evo-.
luta, di quei tempi, prediligendo ad ornamenti quelle stesse forme di
arnesi, che alla propria nettezza convenivano, amò farne sfoggio pa-
lese per distinguersi dalla generalità delle sue compagne, che perma-
nevano in quelle condizioni di poca nettezza personale, caratteristiche
delle genti primitive e di quelle arretrate, che vivono ancora in mezzo
alla società civile ». j

Riferiamo soltanto il titolo di un'altra nota del prof. G. Bellucci,
La placenta nelle tradizioni italiane e nell’ etnografia, Firenze, Ricci, 1910.
In essa è presa in esame una delle più strane ma anche delle più dif-
fuse credenze popolari. In prova di ciò l'A. ricorda molti luoghi, sparsi
nelle varie regioni d’Italia, e cita varie opere da lui consultate. Anche
questa memoria ha un interesse notevole per la conoscenza dei vari
costumi e superstizioni.

4*4, In uno dei nostri annuali convegni l' arch. D. Viviani richiamò

l’attenzione degli studiosi sullo stato di non curanza, se non di abban-
dono, in cui giace la vetusta abbazia di Montelabate, ricca di preziosi
ricordi architettonici e pittorici. Costruita, prima del mille, col nome
di S. M. di Valdiponte in Corbiniano, si eleva a poca distanza, non
lungi dal castello di Ramazzano, dalle due vie provinciali che da Pe-
rugia conducono rispettivamente a Gubbio e a Umbertide. Poco tempo
fa (Tip. Porziuncola, 1908) il prof. Raffaele Zampa ne pubblicò una
Illustrazione storico-artistica. Il titolo bene corrisponde al contenuto, chè
in essa l’A. ricorda i dati più notevoli che si riferiscono alla storia di
Montelabate e ne illustra, anche con numerose e nitide incisioni, le
ricchezze artistiche. Basti ricordare che contiene affreschi di Fiorenzo
di Lorenzo e un bellissimo chiostro; ma ricordiamo anche, ahime! che
l'antica chiesa claustrale è ora adibita a cantina della fattoria. Un
maggiore interesse da parte di coloro che sono preposti alla conserva-
zione dei nostri monumenti, al certo non guasterebbe.

4*4 La Fede e la Scienza di Gentile da Foligno è il titolo di un opuscolo
col quale mons. M. Faloci Pulignani (Spoleto, Tip. dell’ Umbria, 1911)
ricorda Gentile da Foligno, che fu lettore di medicina nello Studio
Perugino, nella prima metà del secolo XIV. Su di lui il p. Lugano
pubblicò una dotta memoria in questo Bollettino (vol. XIV, p. 195-260);
e Perugia, in uno degli scorsi mesi ne ha solennizzato il centenario.
« Stanco, colpito dalla peste, si ritirò nel territorio della sua patria, a
S. Giovanni Profiamma »; di qui si fece portare in Foligno, nella sua













266 : ANALECTA UMRRA

casa, dove spirò il 18 di giugno. Il Faloci-Pulignani pubblica il codi-
.cillo che Gentile fece al suo testamento, pervenuto fino a noi in una
copia del Iacobilli; identifica la casa di Gentile con quella ora appar-
tenente ai sigg. Clarici; si augura che essa sia restituita al suo stato
primiero, e che il Municipio di Foligno vi faccia collocare un marmo,
che ricordi Maestro Gentile, « medico insigne..., martire glorioso della
scienza e del dovere ».

x#x Nel volume miscellaneo, Saggi di Storia antica e di Archeologia
offerti a Giulio Beloch dagli scolari nel suo giubileo professionale, si
legge uno Studio del prof. G. Colasanti, La ricerca del perimetro antico
di Reate (Roma, Loescher, 1910), nel quale il ch. A. espone il metodo
da lui tenuto nello stendere la memoria dallo stesso titolo, che vede
la luce nel nostro Bollettino. Mi astengo pertanto dal dichiararne il
contenuto, che si presenta come sunto del maggior lavoro.



## Il Museo etrusco-romano in Perugia mancava di un catalogo
scientifico. Questo ha ora compiuto il prof. G. Bellucci (Guida alle Col-
lezioni del Museo E.-R. in Perugia, Ivi, Un. Tip. Coop., 1910). Il primo
nucleo fu costituito nel 1790 mercè il dono da parte del patrizio peru-
gino cav. Friggeri, consistente in una pregiata raccolta di « suppel-
lettili archeologiche, di titoli epigrafici e di monete romane, consolari
e imperiali ». Collocata primieramente in una sala del Palazzo dei Priori,
fu nel 1813 trasferita nei locali dell’ Università, « con quei cimelî ar-
cheologici, che nell'intervallo di tempo si erano ad essa riuniti per
doni e per acquisti ». Fu somma ventura che la direzione del Museo
fosse tenuta per quarant'anni dal conte Giov. B. Vermiglioli, « uomo
insigne, che alla profonda coltura della mente univa somma perspi-
cacia, amore intenso per i monumenti dell’ antichità, dottrina ed intel-
ligenza non comuni, per interpretarli a dovere ». Pagato così, e con
altre parole ben meritate, il giusto tributo alla memoria del Vermi-
glioli, il prof. Bellucci ricorda Ariodante Fabretti e il conte G. C. Co-
nestabile, che furono degni allievi di quello, e che gli succedettero nella
direzione del Museo. Morto il secondo, già andato in esilio il primo,
questa passò al conte Rossi Scotti, poi al prof. Carattoli, che la tenne
fino al 1894. Da allora il Museo era rimasto senza direzione, ed ebbe
sorti non liete, finchè fu costituita una Commissione, composta dei pro-
fessori Sogliano, Guardabassi e Bellucci, per un riordinamento razio-
nale di esso. Eseguito quasi esclusivamente dal prof. G. Bellucci, questi
ora ne ha compilata la presente Guida, nella quale sono illustrati con
sicura dottrina gli esemplari più preziosi.







ANALECTA UMBRA 267

4 Il sig. Angelo Marinelli ha pubblicato con una garbata In-
troduzione e 13 facsimili Un libretto di Alchimia inciso su lamine di
piombo nel sec. XIV e conservato nella Biblioteca del fu prof. S. Lapi.
Precede una Prefazione del prof.. Cesare Annibaldi, nella quale egli
dà Mteressanti notizie su quella impostura, così largamente diffusa nei
secoli di mezzo, che ebbe nome di alchimia.

xk È nota agli studiosi la Storia che sulla Perugina Università
vide la luce nei primi anni dello scorso secolo per opera del p. Vincenzo
Bini; come sono noti i copiosi documenti che su di essa pubblicò A. Rossi
nel Giornale di erudizione Artistica. Ora il prof. Oscar Scalvanti aggiunge
alcuni Cenni storici (Perugia, Santucci, 1901), nei quali tratta « con
« maggior diffusione delle vicende dell’ Ateneo », a partire dal sec. XVI,
perchè ad esse non giunse l’opera del Bini, colpito dalla morte. Ma
anche peri primi secoli il dotto A. aggiunge o rettifica notizie e parti-
colari, sulla scorta di documenti da lui « rintracciati nell’ Archivio uni-
versitario e in altri pubblici e privati, di Perugia e di altre città d’ Ita-
lia. In principio della nutrita memoria è data una copiosa e credo com-
pleta Bibliografia sull'argomento; e in sei capitoli 6 tessuta la storia
del vetusto Ateneo, dalle origini (sec. XIII) al regolamento napoleonico
del 1808 e alla riforma del 1886. Nella Università Perugina insegna-
rono nei vari secoli uomini insigni, come il notaro Ranieri, Jacopo Bel-
viso, Cino da Pistoia, Bartolo da Sassoferrato, Gentile da Foligno e
molti altri: su tutti lo Scalvanti ci dà notizie interessanti. Ricorda an-
che come Galileo si recò a Perugia, dove volle conoscere il lettore e
astronomo Giuseppe Neri, al quale comunicò alcuni suoi scritti. A pro-
posito di ciò lo Scalvanti sfata la leggenda che Galileo trovasse critici
acerbi in aleuni dei signori principali in lettere di Perugia, « circa i
quattro pianeti medicei ».

4*4, In un'altra memoria, Lauree in medicina di studenti istraeliti
a Perugia nel secolo XVI (Perugia, Guerra, 1911), lo stesso prof. Oscar

Scalvanti, prendendo occasione da un documento Vaticano riferentesi
all’ Università di Pisa, e pubblicato dal prof. Carlo Fedeli, ricerca « quali
fossero le consuetudini invalse » nell'Ateneo Perugino in quel tempo in
cui Giulio III aveva coucesso all' israelita Simone di Vitale, studente in
quello Pisano, di potersi laureare in artibus et medicina, « e gli si con-
feriseono — postquam ad dictum doctoratus gradum promotus fuerit —
tutti i privilegi, preminenze, prerogative, onori, grazie, concessioni ed
indulti soliti a concedersi » agli altri laureati. Il prof. Scalvanti osserva
giustamente che se per uno israelita studente in Pisa, città non soggetta








268 ANALECTA UMRRA




al dominio della Chiesa, diveniva necessario un breve papale, ciò non
era nei riguardi di Perugia, dove risiedeva un Legato o Governatore pon-
tificio, al quale « spettava di non concedere agli scolari la richiesta gra-
zia quante volte si dovesse andar contro gli statuti del Collegio o le leggi
o consuetudiui della Chiesa ». Lo Scalvauti pubblica in appendice tre
Lauree in medicina concesse ad israeliti : queste confermano che « nelle
Università gli ebrei potevano liberamente dedicarsi agli studi delle arti
e della medicina ».










«5 Il prof. Bartolo Gilardi ha pubblicato un volume di Studi e ri-
cerche intorno al Quadriregio di Federico Prezzi (Torino, Lattes, 1911).
Il Gilardi afferma che il Frezzi fu « quegli che seppe farsi un giusto
concetto del poema [dantesco], e che non solo nella sostanza, ma anche
nella forma, meglio di tutti gli altri l'imitó ». Noi lasciamo all' A. la
responsabilità di questa affermazione, come la lasceremmo intera a chi
si compiacesse di confrontare la luce di un lume a petrolio con quella
del sole. Vedine un cenno bibliografico, dovuto a E. Filippini, nel Giorn.
st. d. Lett. it., LVII, 229 e segg. (vi è giudicato povero di contenenza
e sciatto nella forma). Anche nella Rassegna bibi. d. Lett. it. (XIX, 143-
44) veugono fatti al Gilardi parecchi appunti. Cfr. inoltre Fanfulla d.
domenica, 2 aprile 1911 (favorevole).











&"& La Casa editrice di Nicola Zanichelli, con lodevole pensiero ha
iniziato una Biblioteca di cultura popolare diretta da Guido Biagi. Il
titolo dice abbastanza quale intento essa si proponga. Ne sono stati già





pubblicati diversi volumi, tutti interessanti: tra questi si novera il primo
volume, Perugia, che il prof. Rizzatti dedica a L’ Umbria Verde (1911).
Nel primo capitolo l' A. condensa la storia e la geografia della regione,
per passare poi alle origini e alla storia di Perugia. Nel corso del volume
l'A. passa in rassegna quauto di notevole si conserva nella città, dal
lato storico e artistico; di maniera che esso è, più che una guida, una
piccola monografia. Vi sono ripetute cose e fatti per lo più noti; ma
«sono hene disposti e bene esposti. Il libriccino è arricchito da una co-
piosa bibliografia e da belle, numerose incisioni. Un indice alfabetico dei
nomi e delle cose principali ne rende più facile e più utile l’uso. Que-
sta Biblioteca, pubblicata a modico prezzo e con severa eleganza, tro-

verà certamente favore presso le persone cólte e quelle che desiderano
di divenir tali.















a*« Il cav. prof. Alessandro Alfieri ha pubblicato (Roma, Desclée,
1910), La Cronaca della diocesi Nocerina nell’ Umbria, scritta dal suo Ve-
scovo Alessandro Borgia, tradotta dal codice latino della Biblioteca Vati-

ANALECTA UMBRA 269

cana con prefazione e note. Di essa, che comprende otto anni, dal 1716
al 1725, così rende couto l’ editore nella Prefazione: Mons. Borgia « ci
fa conoscere pontefici, monarchi, cardinali, uomini illustri, ora da lui vi-
sitati, ora ospiti suoi, ora solamente di passaggio per Nocera, quando,
trayersata dalla via Flaminia, era spesso luogo di transito o di fermata
per chi a Roma o da Roma facesse viaggio ; ricorda feste, avvenimenti,
cittadini benemeriti, e talvolta fatti storici di peculiare interesse ».

4*4 Gli Ex-libris si connettono strettamente con le imprese, sulle
quali, com’ è noto, il Giovio scrisse il piacevole « Dialogo dell’ Imprese
militari et amorose ». Su di quelli, messi a riscontro con le seconde,
R. E. Sangermano ha pubblicato una monografia (Torino, 1910), che è
una vera preziosità tipografica. Buono il testo, che ci dà diligente infor-
mazione di questa costumanza, ottime le incisioni di antichi e moderni,
stranieri e nostrani ex libris. In una bella tavola sono riprodotte cinque
imprese tolte dall’ edizione lionese del 1574, del Dialogo di M. Paolo
Giovio, vescovo di Nocera.

4*4, A cura del Comitato per l’ Esposizione internazionale. di Roma
è stata edita la Guida gen rale delle Mostre ttetrospettive in Castel S. An-
gelo (Bergamo, Ist. it. d'Arti Grafiche, 1911). In esse sí ammirano diverse
raccolte preziose appartenenti a collezionisti umbri, e delle quali la Guida
dà una sommaria descrizione « alcune riproduzioni. Cito i Sigilli del
prof. Mariano Rocchi: « notevole quello in cera assai ben conservato,
ancora appeso al diploma originale emanato dall’imp. Federico III a fa-
vore degli eredi di Ludovico de Pellinis conti Palatini di Perugia (7 giu-
gno 1460) ». Notevoli inoltre alcuni piatti di Gubbio, Deruta, Orvieto; una
collezione di fusarole amatorie, del prof. G. Bellucci; e infine i copiosi
esemplari di tessuti perugini, appartenenti al prof. Rocchi, « che servi-
vano ugualmente per usi sacri e profani, per adornar mense d'altare e
tavole domestiche, per servizi divini e per allegri conviti ».

4*4 Il sig. Angelo Marinelli ha pubblicato ne L'arte della stampa,
e poi in estratto (Firenze, Landi, .911) un molto accurato articolo su La
stampa della Divina Commedia nel XV secolo. Le edizioni prese in esame,
e su cui vengono fornite copiose e diligenti notizie, sono quelle di
Foligno (1472), di Iesi e Mantova (1472), e di Napoli (1474 o 75). La
quinta edizione si deve ugualmente, a Napoli, ed è del 1477, la sesta,
coi tipi di Vendelino da Spira, del 1477, a Venezia. Sono poi passate in
rassegna le altre del sec. XV, sino a quella aldina del 1501: di tutte è

ricordato quante copie se ne conservano, e il luogo. Due belle tavole or-










270 ° i ANALECTA. UMBRA




nano l'opuscolo: riproducono la prima pagina della Divina Commedia
nell'edizione di Foligno e nell’ esemplare magliabechiano donato alla $i-
gnoria di Firenze da e Landino.





Lalla scorso settembre l'Unione Arti Grafiche in Città di Ca-
deal, si mezzo di circolare, ha manifestato il disegno di condurre una
nuova edizione delle Memorie Civili ed Ecelesiastiche di Città di Castello,
che mons. Muzi pubblicò nella prima metà del secolo. Non sappiamo tut-
tavia se il disegno stesso sia per essere veramente attuato.







+“ In occasione della Mostra Agricola ed Industriale tenuta a Spo
leto nel decorso anno, la Società Tipografica editrice di Città di Castello
presentò in elegante opuscolo una sua Relazione, nella quale sono date
copiose notizie storiche sull'arte della stampa a Città di Castello.






* Sulla Geschichte der Weltliteratur, vol. VI; Die italienische Li
teratur (Freiburg, 1911) si puó leggere una dotta recensione di F. Fla-
mini nella Rassegna bibl. d. Lett. it. (XIX, 50 e segg.). Vi son detti no-
tevoli due capitoli, « l'uno sulla letteratura religiosa, in ispecie sulla
poesia francescana; l’altro su Iacopone e sulle laudi: vi si riferiscono,
nel testo e in traduzione, il Cantico del Sole e varie poesie dell’asceta
da Todi, vi si utilizzauo libri recenti (p. es. quello del Robison, TAe
writings of St. Fr. d'Assisi), si sente che in questo campo l'autore si
muove più a suo agio ». Vedine anche una sfavorevole recensione di
I. Sanesi, in La Cultura. 11 giugno 1911.












4*4 H. Matrod parla nelle Ztudes franciscaines (ott. 1910) delle Si-
houetts franciscaim s de la Divine Comédie, ossia. Pietro Pettignano e Mar-
zucco degli Scornigiani. (Dalla cit. Rassegna, XIX, p. 69).








+*x Nel fascicolo dello scorso novembre dell’ Archiv fiir das Stu-
dium der Neuren Sprachen und Literaturen Morton H. Benrath ha edito
Eine lauda des 14 Jahrhunderts aus der Bibliothek in Assisi, che comin-
cia: « Assai me sforco ad guadagnare ». (Dalla cit. Rassegna, XIX,
p. 28).











45 Il nome di #. Bertaux è ben noto ai cultori della storia del-
l’arte: di lui, non ostante alcune esagerazioni, è meritamente pregiato
un volume sulle manifestazioni artistiche nella Italia meridionale. Ora ha
pubblicato un volume di Etudes d’ histoire e d? art | Paris, Hachette, 1911),
del quale G. Natali rende conto nell’ ultimo fascicolo de La Cultura (19-

15 agosto), donde traggo queste parole: « . . . egli ritrova nell’ arte ita-



ANALECTA UMBRA DIL

liana, da Giotto e S. Martini al Beato Angelico, al Pinturicchio, al So
doma, a Sebastiano del Piombo, sotto la corona reale e il manto ornato
di fiordalisi, sotto la mitra episcopale e il piviale ricamato, i due san
Luigi, il re di Francia e il vescovo di Tolosa. E ne conclude ... . che,
nel ritrarre san Luigi di Tolosa, i pittori e gli scultori che lavoravano per
le Chiese francescane d’Italia, pagarono, senza saperlo, alla dinastia fran-
cese, che avea saputo per qualche anno accoppiare la disciplina di san
Francesco e le prime aspirazioni della Rinascita, il debito che avevano
contratto con essa i francescani ce gli artisti ».

x*z Chi non ricorda la novella quinta della. seconda giornata del
| Decamerone? quella di Andreuccio da Perugia, che quivi « tornossi,
avendo il suo investito iu uno anello, dove per comperar cavalli era
andato »? C'é in essa la materia per un romanzo, tanto numerose e
varie sono le avventure a cui Andreuccio, « come rozzo e poco cauto »,
andó incontro durante la sua breve dimora in Napoli. Benedetto Croce
fece oggetto di questa novella per una sua lettura alla Società Napole-
tana di Storia Patria, ed ora l'ha pubblicata in opuscolo (Bari, La-
terza). L'A., dopo un vivace riassunto della novella, passa in rassegna
i caratteri dei principali personaggi, Andreuccio, madonna Fiordaliso,
Buttafuoco searabone, i due malandrini, il prete che si reca a manomet-

tere la tomba dell' areiveseovo Minutolo. Ma l’importanza maggiore della
monografia del Croce é data dalla ricostruzione storica dei luoghi e dalla
identificazione delle persone; fornendo cosi un esempio insigne di quello
che dovrebbe esser l'illustrazione di antichi testi: la valutazione dell'e-
lemento artistico e la precisione dei dati storici, convergenti a intendere
l’opera d’ arte.

x*& Nel Correspondant del 95 marzo u. s. si legge un articolo no.
tevole di P. de Quirielle sui Pellegrinaggi francescani del Joergensen.

«x Nel n.° del 15 marzo u. s. della Cultura, Luigi Salvatorelli
rende conto di un volume di Josef Merkt, nel quale « esamina alcuni
casi di stigmatizzazione anteriori o contemporanei a quello dl Francesco
d'Assisi, concludendo che questi non può riguardarsi più come il primo
degli stigmatizzati ». L'A. studia le fonti sull’ argomento, e conclude
che l’unica testimonianza di persona vivente sulle stimmate di san Fran-
cesco è la lettera di frate Elia, che esse dovettero apparire non nel 1224"
alla Verna, ma poco prima della morte, e che si devono attribuire a un
fenomeno di suggest'one. Il vol. del Merkt porta il titolo seguente:
« Die Wundmale des heiligen Franziskus von Assisi, Leipzig, Teubner,








272 ANALECTA UMBRA






1910 ». Sulle stimmate è da ricordare il capitolo che dedicò loro il Della
Torre nella sua edizione dei Fioretti (vedi questo Bolltetino, XVI, p. 471)
e l'articolo bibliografico in Miscellanea Francescana, vol. XII, fase. IV.




«#2 Mi limito al solo annuncio della pubblicazione del settimo vo- 2
lume, parte I, della Storia dell’arte italiana di A. Venturi. Comprende 3
La pittura nel Quattrocento.




x*x Salvatore Satta ha ripreso in esame (Fanfulla d. Domenica, 12
febbraio 1911) Un Carteggio di scrittori italiani con G. B. Vermiglioli.
Si riferisce appunto a quello che il Bartelli pubblicò a Perugia nel 1842,
Il Vermiglioli, come bene ricorda il Sa'ta, fu tenuto in gran conto dai
principali dotti e letterati anche stranieri; ed egli è « degno di occupare,
nella storia della erudizione italiana — quando si sarà messa maggior-
mente iu luce la sua opera, ispirata anche da un profondo sentimento







di patria — uno dei posti migliori ». Convengo pienamente in questo
giudizio, e il nome di lui sarebbe onorato di più se, come quello di
altri, di lui minori, fosse atto a favorire l'ambizione e l'interesse dei
vivi.







x*x Nello stesso periodico (23 ott. 1910), Valentino Leonardi, pren-
dendo occasione dalla mostra dell’ ornamento femminile, scrisse un note- :
vole articolo, Arte e monumenti a Spoleto. Vi illustra con degne paro'e 3d
d'eneomio il Museo Civico, inaugurato nel Palazzo della Signoria, « il
curioso palazzo che ha, si puó dire, scoperto» il nostro socio G. Sordini.
Così egli giudica il Museo, e ci piace riferire le precise parole, che tor-
nano a meritata lode del sapiente creatore e ordinatore di esso: « Il
museo — quel nucleo che dai vasi di buechero e dalla legge fore-
stale spoletina va al prezioso sacrofago cristiano del XII secolo e ai
marmi di Ambrogio da Milano — vi è distribuito con un criterio sapiente,
che ha tenuto conto di ogni contributo della critica moderna, e di quanto
di meglio in tema di ordinamento di musei gli studi e l’esperienza pos-












sono suggerire». L'articolo finisce con queste parole sacrosante, a propo-
sito dell'abside del Duomo e dei freschi di Filippo Lippi: « l' opera
dell'uomo puó, volendo, impedire il crollo, sanare ogni ferita. E ciò
l'Italia deve fare: è un suo obbligo d'onore dinanzi a tutto il mondo
civile ».











&*& La Società Filologica Romana ha iniziato una Nuova Serie del
suo Bollettino, diretta da Francesco Egidi. Contiene una estesa Biblio-
grafia, che non possono fare a meno di consultare quanti professano gli


°

ANALECTA UMBRA 218

studi storici e letterari. Contiene un minuto spoglio delle riviste italiane
e straniere, e rende conto delle più notevoli pubblicazioni che vedono
la luce in Italia e oltralpe.

«5 Per la pietà di una sorella dell’illustre estinto, hanno veduto
la luce in questi giorni due grossi volumi, Discorsi e conferenze di Guido
Pompilj (S. Lapi, 1911). Ci dànno raccolto ciò che di meglio l’uomo po-
litico e veramente còlto scrisse dal 1884 al 1902: molte pagine, le più,
rievocano la sua attività parlamentare. Ma non ne mancano altre, desti-
nate a degnamente tramandare la fama del Pompilj versato negli studi
storici. Devono appunto essere ricordati la Commemorazione di Marco
Minghetti in Padova (1889), Leone Tolstoi (1894), La Repubblica Parte-
nopea (1895), Il lusso (1896). Ma i due volumi, più che testimoniare la.
coltura di una mente, valgono mirabilmente a rivelare un’ anima buona,
retta, nemica di ogni finzione, flagellatrice di tutte le ipocrisie, di ogni
sorta di corruzione. Da vivo, lo dissero un carattere difficile; ed avevano
ragione: sono tanti, i più, nel tempo presente, quelli che non amano di

meglio che esser facili nel transigere con gli altri e con se stessi, con
la propria coscienza, fatta ludibrio di non confessabili appetiti.

&*, A cura di Pier Ludovico Occhini e di Ettore Cozzani, che ne

sono i direttori, la Casa Bemporad ha iniziato una nuova edizione delle
Vite dei più celebri Pittori, Scultori ed Architetti di Giorgio Vasari. Ogni
volumetto, venduto a prezzo mitissimo, conterrà una Vita: alcuni sono
stati già editi. I chiari direttori, il cui nome è arra sicura della. bontà

dell’ edizione, così ne informano sui loro intendimenti: « Precederà la
Vita una rapida ma completa e sicura introduzione, in cui sarà resa in
tratti liberi ed efficaci la figura dell’uomo e dell’artista, quale ci con-
sentono oggi di definirla i risultati degli studi diligenti e sottili di chi
nell'opera del Vasari si è addestrato a sceverare il certo dall’ incerto, il
giusto»dall’ ingiusto. ... Seguiranno ogni Vita due brevi appendici: di
discussio .i, correzioni, schiarimenti del testo, espressi con la massima
semplicità e concisione, l’una; di indicazioni bibliografiche, contributo
quanto «più sarà possibile ampio alla compiuta bibliografia dell’ argo-
mento, l’altra ». Sappiamo che vi collaborano i più noti e valenti cul-
tori della storia dell’arte; oltre i due direttori, il Ricci, il Supino, il
Calzini, il Mason Perkins, il Chiappelli, il Tarchiani, il Poggi, il Lippa-
rini. Il nostro Presidente comm. Magherini Graziani commenta la Vita
di Cristofano Gherardi detto Doceno. Degnissimo modo, cotesto, di cele-
brare il centenario vasariano ; e quanti non possono acquistare le costose
edizioni del Milanesi e del Venturi, ma giustamente nou si contentano

48





274 ANALECTA UMBRA

più delle antiche, saranno grati al Bemporad e ai due Direttori, che per-
mettono loro di avere una edizione critica delle Vite, che sono la fonte
per ogni studio ulteriore sulla storia dell’arte. Sul Vasari, di cui degna-
mente Arezzo solennizò nello scorso mese il centenario, Corrado Ricci ha
pubblicato il Discorso (Nuova Antologia, 1 agosto) che colà pronunziò;
e il Comitato Aretino ha ricordato la gloria dell’antico conterraneo per
mezzo di un buon Numero Unico.

«x, Nella Biblioteca storica della Letteratura italiana diretta da
F. Novati (Bergamo, Ist. it. d’arti graf., 1910; n. X), Giuseppe Galli
ha pubblicato un volume di Laudi inedite dei disciplinati Umbri, scelte
di sui codici più antichi. Questi, com’ è naturale, sono il Vallicelliano A.
26, il Perugino F. Giustizia 6, il Fon. V. Em. n. 478 (già Frondiniano),
l'Assisiano del sig. Illuminati, I' Eugubino del Mazzatinti e un codicetto
Fabrianese. Il testo, di XXXIX laudi, è preceduto da una Introduzione,
da Appunti sul dialetto, da una Tavola delle laudi contenute nei codici, e
seguito da Varianti e da un Glossario. Inoltre tre fac-simili riproducono
una pagina rispettivamente dei codici Vallicelliano, Perugino e Assisiano.
Il Galli si era preparato a questa edizione con la memoria inserita nel
Supplemento n. 9 del Giornale st. d. Lett. it. (19(6), e che porta il titolo,
I disciplinati dell’ Umbria del 1260 e le loro laudi. Non avendo sott' oc-
chio i codici, non ci è possibile di verificare la bontà e la precisione del
testo. Mi limito pertanto a rilevare e a discutere molto brevemente un
concetto dal Galli espresso nella Introduzione. Egli, dopo aver notato che
uno degli argomenti più interessanti ehe si offrano alla ricerca dello stu-
dioso è Za poesia popolare dei primi secoli della mostra letteratura, af-
ferma che « sbocciata tra il popolo e per il popolo, essa differisce quasi
naturalmente da regione a regione, adattandosi all’ indole degli abitanti,
per cui qui si svolge in una fioritura di poesia amorosa o erotica [Italia
meridionale, Toscana e Bologna ?], altrove in una forma narrativa che
più o meno si accosta al tipo dei canti eroici e cavallereschi |Veneto e
Lombardia ?]. Nella verde Umbria, ridente ecc. ecc., l'animo è quasi
spontaneamente portato alla contemplazione mistica. Qui già era sorto
S. Francesco, l’ apostolo della carità e dell’ amore divino; che tanta orma
avea lasciato colla sua parola e coll’ esempio. Era quindi naturale che
la poesia popolare umbra fosse, nella massima sua parte, di carattere
religioso ». A parte che la poesia amorosa non è l’ erotica, si puó con-
tinuare ad affermare con sicurezza che la poesia popolare sbocciò tra il
popolo e per il popolo; o non piuttosto fu il prodotto di rimatori che,
infranti i legami di scuola, diedero libero sfogo al loro sentimento? Si
avrà proprio da credere che tutti i rimatori dei primi due secoli rima-

ANALECTA UMBRA

sero sempre ligi al convenzionalismo, alla tradizione, alla imitazione, e
non sentirono mai, nessuno di essi, il desiderio di accostarsi alla vita e
di essere sinceri nelle proprie manifestazioni artistiche? Non sarà forse fit-
tizia questa grande linea, che lascerebbe al di là i poeti di senno dotati,
wpentre al di qua si rifugerebbe il popolo, divenuto cantore? Allora il
Galli come spiega il fatto che alcuni, tra quelli più noti per le loro biz-
zarrie ma anche per la sincerità grossolana e bruta, si conservano in
alcuni componimenti schiavi del convenzionalismo poetico? E si potrà
affermare che le laudi umbre sbocciarono tra il popolo e per il popolo,
quando osserviamo che il linguaggio in esse adoperato è in massima
parte uguale a quello dei poeti che cantavano l’amore cortese ? Il Galli
mostra di aver dimenticato le osservazioni fatte dal Novati a proposito
appunto di Jacopone da Todi, e le altre del Ferri nella ristampa della
‘edizione bonaecorsiana. Inoltre bisogna ricordare che anche nell’Umbria
fiorì la poesia profana e civile, contemporanea o quasi a quella religiosa.
Del resto il Galli stesso osserva, a proposito della lingua in cui le laudi
sono scritte : « Che siano in dialetto umbro nessun dubbio, sebbene no-
tevoli già si presentino gli influssi della vicina Toscana ». Ora diciamo :
questo fatto era possibile in uomini del popolo, e che in mezzo a questo
vivessero ? 3

Sia comunque, finora mancava una raccolta a stampa di laudi; e
noi facciamo bunn viso al presente volume.

#*x Mons. M. Faloci Pulignani ha pubblicato nella Miscellanea
Francescana (a. XII, fase. IV) il processo del B.: Simone da Collazzone
nel 1252. Indipendentemente dal testo del processo, riprodotto su di una
copia dell'originale perduto, sono notevoli le seguenti considerazioni del

benemerito editore di esso: «considerando che il B. Simone visse in epoca
di lotte, allorchè spirituali e rilassati si disputavano il primato nell’or-

dine, allorchè era di importanza somma l’appartenere ai nemici o agli
amici di Fra Elia, dovrebbe supporsi che egli, essendo stato Ministro
Provinciale, non abbia potuto non prender parte a quelle lotte, che oggi
interessano tanto e tanti. .. Esaminando questo processo, si vede che
tutta. questa lotta era un’esagerazione..... Allorchè si compilava il pro-
cesso del B. Simone, cioè nel 1252, Fra Elia era odiato, ed era facile,
tra le virtù del Beato, far rifulgere la pazienza con la quale egli avrebbe
sofferte le prepotenze e le persecuzioni del Generale scomunicato, delle
quali si fa cenno esplicito dal Clareno nella storia delle tribolazioni del-
l’Ordine. Invece, neppure una parola su questa circostanza così saliente,
e questo silenzio dimostra la facilità con la quale il Clareno accoglieva
voci senza fondamento, seminando il suo passionato discorso con racconti























I
Al
ti
il



276. : ANALECTA UMBRA

non veri ». Gli studiosi del movimento francescano accoglieranno l'opi-
nione del dotto francescanista? Io ne dubito: mi preme tuttavia di notare
che la pubblicazione di lui é ricca di notizie e di dati storiei molto inte-
ressanti.

&*& Dopo averci dato la Leggenda di S. Chiara (cfr. questo Bollet-
tino; XVI, p. 465), il prof. Fraucesco Pennacchi continua a rendersi
vieppiù benemerito degli studi francescani, pubblicando gli Actus s.
Francisci in valle reatina (Foligno, Salvati, 1911). Questa leggenda, che
viene ora edita per la prima volta dal codice 679 della Comunale di
Assisi, fu una delle fonti del Waddingo e fu attribuita al b. Angelo
Tancredi da Rieti. Il Pennacchi non si arrischia ad accogliere questa
attribuzione; tuttavia, sebbene la leggenda sia intessuta in gran parte
di brani tolti da altri scrittori, egli riconosce nell’anonimo Frate il grande
affetto che egli portava alla sua religione e al paese nativo, «che con
sentimento non comune, anzi strano in un frate, e zelante per giunta,
si studiò di illustrare, richiamando i suoi concittadini alla venerazione
del gran santo e all'amore di Dio che per mezzo del suo servo li aveva
tanto privilegiati».

«fx Nel fasc. I-II, a. XVI di questo Bollettino feci cenno dei
dubbi e della nessuna fede che alcuni dànno all’ autorità di Tommaso
da Celano. Ora il Faloci - Pulignani ne pubblica la Vita prima secondo
il testo del codice di Fallerone (Foligno, Salvati, 1910). In una dotta
Prefazione l’ A. intende di rivendicare la fama del frate abruzzese, al-

| quanto scossa dai colpi infertigli dal Sabatier, dal Tamassia, dal p.

Teofilo e dal Fierens. Egli giudica che «le difficoltà che si muovono
oggi alla veracità della sua parola, emanano dalla conoscenza imper-
fetta che noi abbiamo dell'ambiente nel quale visse il C., conoscenza che
allora era completa [nel sec. XIII], e però non dava adito ai dubbi ed
alle riserve che possiamo far noi». Questa forse è una della tante contro-
versie che sono destinate a rimanere insolute, per quanto si deva ammi-
rare l'acume e la dottrina del Faloci, e insieme essergli grati per averci
dato questa nuova edizione del testo del Da Celano. — Cfr. Giornale st.
d. Lett. ît., LVI, p. 403 e seg.

4*4. Meriterebbe che si facesse particolare menzione della materia
contenuta nell’ultimo Bollettino della Società Internazionale di studi Fran-
cescani in Assisi (giugno 1910). Mi limiterò a darne il sommario, molto
più che alcuni di questi scritti sono già molto favorevolmente noti: 1.
Relazione del conte Fiumi Roncalli intorno al movimento degli studi



ANALECTA UMBRA 277

rancescani nel 1909; 2. Conferenza di U. Cosmo, La contradizione Fran-

cescana, 0 Contrasti poetici dell'anima Francescana ; 3. Discorso del Dott.
Walter Goetz, IZ Movimento Francescano e la Civiltà Italiana nel Due-
cento. In fine del volume si legge la nota dei Libri acquistati o donati
alla Società dal Giugno 1908 al Marzo 1910.

xfx T. Nediani, autore di Mistico Oriente - Assisi, (Firenze, Mazzo-
lini, 1910), così esprime lo scopo che egli ha avuto nel comporre il suo
volume: «Non ha il libro nessuna pretesa artistica o critica....., niuna
minuziosa polvere archeologica. È un itinerario mistico per le anime
amanti di Francesco, della solitudine e dell’arte, dove ho notato, via
via che amore spirava, quello che ho sentito dentro all’anima, e che ho
voluto esprimere non solo per la mia gioia interiore, ma perchè spero
che qualche anima sorella ne avrà pace e bene ». L'A. ha scritto in verità
pagine di fede e di arte, che si leggono con int'ma soddisfazione; e
l’ing. Razzolini ha sentito e rappresentato la bellezza incantevole dei
luoghi per mezzo di incisioni finissime.

#52 Ha lo stesso carattere un’altra pubblicazione, Frate Francesco
(Firenze, Razzolini, 1911), di D. Gregorio Frangipani. Splendide xilo-

grafie, dovute al Razzolini stesso, rendono questo opuscolo, che è di
piacevole lettura, un gioiello tipografico.

4*4 Nel fase. I-II della scorsa annata di questo Bollettino diedi
già l'annunzio che presto avrebbe veduto la luce nel Giornale storico della
Letteratura italiana una nuova Rassegna Francescana di Umberto Cosmo.
Si legge infatti a p. 401 - 37 del vol. LVI. È inutile ch'io ne rilevi l'im-
portanza, giacchè non posson? fare a meno di consultarla quanti s’inte-
ressano, e non questi soltanto, di studi francescani. Mi piace soltanto
di notare che il Cosmo, indipendentemente da quanto io ebbi a scriverne
su questo Bollettino, dà della pubblicazione fatta dal Pennacchi della
Legenda s. Clarae un giudizio conforme al mio: « Se non provata credo
però la tesi probabile [che i2 Celano sia l'a. della leggenda ]j e rileg-
geudo la mirabile leggenda nella nitida, correttissima edizione del valente
editore, sentivo in essa come rifluita tutta l’onda e tutta la virtù del
retorico sì ma pur nervoso e muscoloso scrittore francescano».

x*x Santorre Debenedetti, rendendo conto nel Giorn. st. d. Lett. it.
(LVI, p. 185) dell’opera di Robert Davidsohn, Forschungen zur Geschichte
von Florenz, I- IV, dice che in essa abbiamo «perla prima volta nume-
rose notizie» sulle molte società di Laudesi che. possedeva Firenze; e



278 ANALECTA UMBRA

ricorda quella di S. Maria Novella, fondata, pare, nel 1244 da Pietro
Martire, la Società Laudum di SS. Annunziata (1273) e molte altre.

x Corrado Ricci, sempre infaticabile, ha dato inizio a una nuova
collezione, dal titolo, L’opera dei grandi artisti italiani (Roma, Ander-
son). Il primo atlante è dedicato a Piero della Francesca.

x Nel fascicolo I dell'a. XIV del periodico L/ Arte, Adolfo Venturi,
prendendo motivo da alcuni affreschi che si trovano nella chiesa france:
scaua di S. Marco fuori di Iesi, torna a scrivere De/ pittore delle Vele
di Assisi. A questo apparterrebbero appunto i freschi iesini, e già il
Cavalcaselle attribuì coteste insigni pitture alla scuola di Giotto, alla
«quale, aggiunge il Venturi, «appartengono senza dubbio». Esse sono in
gran parte guaste da insani restauri praticati nel 1854; ma, continua il
Venturi, « in tutte le composizioni, la forma e lo spirito delle figure
richiamano il pittore delle Vele d’ Assisi, cioè quel discepolo di Giotto
che amplificò le scene, moltiplicò figure, rendendo complessa di partico-
lari l'invenzione patentemente sintetica di Giotto. Le immagini del disce
polo senza la rapidità concettuale, senza l’eloquenza dell’espressione del
maestro, si moltiplicano per dire qualche cosa e per esercitare una fun-
zione decorativa ». E a proposito degli affreschi di S. Marco, così con-
clude l’eminente storico dell’arte nostra: « Ancora oggi in cui qualche
critico d'arte ritardatario non sa comprendere la usurpazione, il ritrova
mento degli affreschi iesini potrà essere utile, sempre che cerchi con
insistenza la verità ».

La controversia sulle vele è lungi dal posare: in uno degli ultimi
numeri della Rassegna Contemporanea, Giulio Salvadori ne ha preso argo-
mento per un suo scritto.

xfx Di maggiore estensione è l’altra memoria del Venturi stesso,
l’arte giovanile del Perugino, inserita nello stesso fascicolo. Vi è com:
battuta l’opinione che Pietro di Castel della Pieve sentisse l’influenza e
del Bonfi&li e di Nicolò da Foligno e di Fiorenzo di Lorenzo. Il Venturi,
prendendo motivo dalla tavola esistente in San Sepolero, L’ Assunzione,
allogata a Piero della Francesca, ma avente tutta l’ impronta della scuola
peruginesca, dai quadretti della Pinacoteca di Perugia; rappresentanti
la Storia di S. Bernardino, ‘dimostra che il Perugino si addestrò nell’arte
sua su quella di Piero della Francesca. È impossibile riassumere in poche
parole lo scritto dotto e geniale, che contiene fatti e giudizi nuovi in
gran numero. Basti dire che alla gioventù del Perugino ne viene una
luce del tutto nuova. E su di lui così il Venturi conclude il suo magi-

ANALECTA UMBRA 279

Mete studio: « Pittore principe nella sua regione, terrà a Roma il campo
nella pittura, siederà a Firenze tra i maggiori maestri, darà al figlio
della gloria, a Raffaello, le idealità spiranti dai suoi angioli, dalle sue
Madonne, da suoi Santi dipinti nel torpore mattinale, nel silenzio verde
dei piani umbri».

x*. Mentre il Bombe andava ricercando le opere di Federico Ba-
rocci nell’ Umbria, cosi scrive Antonio Munoz in un articolo del Fan-
fulla della Domenica (20 nov. 1910); su quel primo pittore seicentista,
di cui si conserva a Perugia la Deposizione della Croce, è uscito un
ottimo volume di A. Schmarsow, Federigo Barocci, Ein begriinder des
Barockstils in der Malerei. Leipzig, Teubner, 1909.

4", Enrieo Pastore ha pubblicato nel n. 15 agosto 1911 di Ars et
Labor uno scritto intitolato Un cantore delle glorie orvietane. Questo ha
nome Giuseppe Cardarelli, e scrive in poesia dialettale orvietana. Il Pa-
store ne dice un gran bene; e nell’articolo sono belle incisioni, che ri-
producono le maggiori glorie aritistiche della città. Non oso di affer-
mare che tutte le cose ivi esposte rispondano a verità, nè che tutte sian
nuove, ma è scritto con garbo ; e l’accennare alla esistenza di questo
poeta dialettale umbro credo non inutile per chi si occupa di studi lin-
guistici. :

4*4. Nel fase. IV dell'annata 1909 il p. Benvenuto Bughetti rende
conto dell’ opuscolo del can.co D. Fiorenzo Canuti, Antiche Memorie
Francescane in Città della Pieve, Firenze, Tip. Salesiana. Vi è giudi-
cato favorevolmente.

+ Il prof. Gaini Giacomo (Orvieto, Tip. Marsili) ha scritto un
opuscolo sul rimatore trecentista Bartolomeo di Castel della Pieve, rias-
sumendo le notizie date su di lui dal Novati e dal Casini, e ne passa
in rassegna lo scarso patrimonio poetico. Egli crede che patria del ri- '
matore sia non Castel della Pieve, ma il Piegaro; però non ne dà prove

a t
convincenti.

«4*4 Nel vol. XXXII del Repertorium für Kumtiwssenschaft il dot-
tor Bombe ha pubblicato un articolo sulle tavole, i gonfaloni e gli af-
freschi di Benedetto Bonfigli, e nel vol. XXXIII dello stesso Reperto-
rium una raccolta di documenti e regesti per la storia della miniatura
perugina, tratti dagli Archivi delle Confraternite e dagli Archivi Comu-
nale e Notarile di Perugia. Chiudono la raccolta alcuni documenti sulle





280 ANALECTA UMBRA

miniature dei libri corali di S. Pietro in Perugia, che il p. Manari
aveva pubblicati nel periodico 1’ Apologetico.

Il sig. L. Auvray della Nazionale di Parigi nel tomo III dei Rege-
sti di Gregorio IX ha pubblicato, sotto il titolo, Le Registre de Pérouse,
tutte le lettere di questo Pontefice, che sono contenute nel cod. E. 50
della Comunale Perugina. Dalla raccolta di queste lettere, che vanno
dal 1227 al 1234, molte delle quali si riferiscono alla legazione in Ger-
mania del card. Ottone di S. Nicola in carcere tulliano e alle trattative
corse fra Gregorio IX e Federico II per la pace di S. Germano, l'Au-
vray aveva già dato notizia nel tomo LXX della Bibliothèque de 1: RE
cole des chartes.

La sig.na Maria Herzteld di Vienna ha iniziato colla traduzione
della cronaca del Maturanzio una raccolta di traduzioni delle principali
opere storiche, politiche e letterarie di scrittori italiani dei sec. XIII e
XIV ; raccolta che ha per iscopo di dare agli stranieri un concetto pre-
ciso della vita italiana nel Rinascimento. —

[Da comunicazione del sig. conte dott. V. Ansidei].

4", La natura di questo Bollettino non mi consente di intratte-
nermi su quei volumi cui ha dato occasione la celebrazione del cinquan-
tenario della nostra rinascita politica, e che narrano gli ardimenti, i
dolori, le glorie della nostra regione, in quel fortunoso periodo. Ma sa-
rebbe, credo, grave mancauza, e mi sarebbe giustamente imputato a
difetto di sentimento patrio se ne tacessi del tutto, almeno dei princi-
pali. Li cito nell'ordine, se non erro, in eui vennero pubblicati: 1. P.
Tommasini-MaTTIUCCI, Una pagina di patriottismo umbro. G. Balde-
schi e L. Tommasini-Mattiucci nella Campagna Veneta del 1848. Città
di Castello, S. Lapi, 1910; 2. P. CAMPELLO DELLA SPINA, Ricordi di
più che cinquant’anni, dal 1840 al 1890. Roma, E. Loescher, 1910;
3. G. DeGLI Azzi, Per la liberazione di Perugia e dell’ Umbria. Peru-
gia, Bartelli, 1910; 4. La Liberazione d’ Orvieto, XI Settembre 1860.
Orvieto, Marsili, 1910 (opuscolo); 5. S. FRATELLINI, Spoleto nel Risorgi-
mento Nazionale 17 settembre 1860. Spoleto, Tip. dell’ Umbria, 1910;
6. V. CorBucci, Città di Castello nel Risorgimento italiano (1831 10). -
Catalogo della Mostra del Risorgimento tenuta in Città di Castello nel
sett. 1910, compilato da P. Tommasini - MarTIUCOI, Città di Castello,
S. Lapi, 1910; 7. A. SaccHETTI - SASSETTI, Rieti nel Risorgimento ita-
liano. Rieti, Trinchi, 1911.

Potrei render conto di quasi tutti questi volumi, facendo eccezione
cioè per le pagine da me pubblicate ; ma temerei, così facendo, di cadere in
modestia eccessiva, e del resto essi, cioè i volumi, non dico le mie pa-

ANALECTA UMBRA 281



ine, ebbero già il giudizio favorevole dei più versati nella storia del
E oue; né la mia lode aggiungerebbe a quelli ombra di lustro.

Daró soltanto un cenno, non cosi come meriterebbe, del volume
del Sacchetti-Sassetti, che è il più organico e completo di tutti. Per due |
ragioni: perché avendo veduto la luce in questi giorni, è, crediamo,
vergin di encomio, e perché una buona metà del volume é dedicata a un
periodo (1797-1848) su cui meno possono le varie passioni. Ho detto
che il volume del Sacchetti-Sassetti è il più organico e completo di
quelli testè citati ; questo che vuol essere constatazione di fatto, non un
giudizio, non può sonar biasimo verso gli altri. Lo storico reatino non
si è limitato a rievocare singoli anni od episodi, ma in uno sguardo
d’insieme ha abbracciato tutta la storia del risorgimento, sia pure nei
limiti della sua città natale; dall’epopea napoleonica cioè al 1870; dai
prodromi, alla coronazione dell’ edificio.

Rieti, per la sua posizione topografica, come città di confine, si
trovò sempre esposta ai pericoli derivanti dal cozzo tra la rivoluzione e
la reazione, e nel periodo napoleonico e negli anni successivi, fino al
18 settembre 1860, data della sua liberazione. Di maniera che la storia |
particolare, comunale di essa viene ad intrecciarsi quasi sempre con |
quella generale di Italia: da ciò deriva il massimo interesse per il nuovo |
volume del Saechetti-Sassetti. Ed egli, con documenti d'archivio e con
memorie sincrore, pubbliche e private, ha saputo darci un’opera, che
non è cronistoria minuta e arida, ma una monografia notevole, intes-
suta di fatti interessanti e animata da un vivo e schietto senso d’arte.





x Altre pubblicazioni recenti :

1. Luigi ZANONI, Gli Umiliati nei loro rapporti con l'eresia, l° in
dustria della lana ed i Comuni mei secoli XII e XIII. Milano, Hoe-
pli, 1911. |

2. Nino TAMassIA, La famiglia italiana nei secoli decimoquinto e |
decimosesto. Milano-Palermo, Sandron, 1911.

8. G. CRISTOFANI, Appunti critici sulla scuola folignate, in Bollet-
tino d*Arte del Minist. della P. Istruz., a. V, fasc. IILIV.

4. U. GNoni, IZ Gonfalone della Peste di Nicolò Alunno e la più
antica veduta di Assisi, in op. cit, febbr. 1911.

5. C. GuzgRRIERI-CnocETTI, La quistione della povertà nel secolo |
XIV, in Rivista Abruzzese, XXVI. |

6. ANGELI DIieGo, L’ornamento femminile: conferenza tenuta nel-
l'aula magna della pinacoteca di Spoleto il 30 agosto 1910. Spoleto,
Panetto, 1910.

282 ANALECTA UMBRA

1. In., Catalogo della mostra dell'ornamento femminile, 1500-1850,
in Spoleto. Ivi, Panetto, 1910.

8. F. RurriNnI, Perchè Cesare Baronio non fu papa. Perugia, Bar-
telli, 1910.

9. Pirro ALVI, Todi, città illustre nell’ Umbria: cenni storici. Todi,
Tip. Tuderte, 1910.

10. D. DecIA, Francescanismo e giottismo. Firenze, Tip. Galile-
iana, 1910.

Settembre 1911.
P. TOMMASINI MATTIUCCI.



LuiGi Fumi. — L'’Inquisizione Romana e lo Stato di Milano. - Saggio di
ricerche nell’ Archivio di Stato. - Milano, Cogliati, 1910. Vol. in 8°
gr., di pag. 384, estratto dall'Archivio Storico Lombardo.
Chiunque sa di quanta e preziosa dottrina sia ricca la mente del

comm. Luigi Fumi, e conosce la sua instancabile operosità, non si ma-

raviglia che egli nel corso di pochi mesi ci abbia largite ripetute prove

dell' una e dell' altra. Da Una nuova leggenda sulia rosa d' oro pontificia ;
da Francesco Sforza contro Iacopo Piccinino ; da Nuove rivelazioni sulla
congiura di Stefuno Porcari; da Eretici in Boemia e fraticelli in Roma
nel 1466, all’ Annuario del R. Archivio di Stato in Milano, e a questo
volume, che ci accingiamo a prendere in brev'ssimo esame, in noi au-
menta l'ammirazione e prende più salda radice il dovere di: esprimere
a lui la nostra gratitudine di studiosi, perchè ci vengono dischiusi così
ricchi tesori

« Raccogliere quanti più fatti è possibile e presentarli obiettiva-
mente e onestamente intorno ad un soggetto così delicato e spinoso sul
quale è tanto facile che la declamazione prenda il luogo della fredda
indagine delle fonti e della osservazione comparata sullo spirito dei tempi,
è opera tutt'altro che vana ». In queste parole viene tracciato come chi
dicesse, il metodo di storico coscienzioso e sereno, tanto più necessario,
come dice l’ A., in un soggetto così delicato e spinoso; ma l’ opera del
Fumi non è una raccolta di notizie interessanti soltanto per chi ami
conoscere o scrivere la storia del pensiero e delle aberrazioni umane.
Egli dimostra che « preservare la conservazione della fede e rivendicarne
i diritti fu in altri tempi considerato il più alto dovere dello stato non
meno che della chiesa », giacchè « il principio di autorità consacrato
dalla religione era fondamento alla podestà civile e l’unità della fede
costituiva il perno fisso della pace sociale ». Stato e Chiesa si trova-









984 RECENSIONE BIBLINGRAFICA

rono per un certo tempo « insieme associati e quasi affratellati fra loro
a combattere schiere di nemici agguerriti che insidiavano all’ esistenza
dei due massimi istituti medievali ». Pertanto la storia delle eresie e
delle persecuzioni che ne seguirouo non è soltanto rievocazione di fatti
dello spirito, di lotte religiose, ma anche di contingenze politiche e civili,

Il Fumi c'informa che « quasi tutto ... il materiale andò perduto al
tempo della soppressione del Sant'Uffizio ». Ma chi legge questa me-
moria, nutrita di fatti, arricchita da copicsi documenti, è quasi tentato
di gridare al miracolo: per poco non pensa che tutto quel materiale di-
strutto sia riapparso alla luce del mondo come per incanto, e spontanea-
mente siasi offerto all’ esame del ch. A.

L’ Inquisizione in Milano cominciò a fungere fin dai primi del du-
gento; ma il più antico processo risaliva al 13814, l’ultimo portava la
data del 1764. Sulla natura dei processi così ne informa l'A.: « da
tempo più antico fino alla pubblicazione del Concilio di Trento, versa
vano solamente sugli errori che diedero causa alla convocazione del Con-
cilio. Dalla pubblicazione di esso fino ad una parte del secolo successivo,
il maggior numero delle cause consisteva in casi di sortilegio, cioè di
incantesimi, magie, fattuchierie e superstiz'oni. Quindi, il maggior nu-
mero dei giudicati del tempo di poi fu di bestemmiatori, d'imprecatori
e dicenti parole di senso ereticale, ma non di vere e proprie eresie. Per
ultimo, si avevano i processi per delitto di misto foro, ... i processi
contro i poligami, contro gli ebrei ‘e contro religiosi di diversi ordini,
non spettanti al Sant’ Uffizio ». ^

Ministri della Inquisizione furono, fin dalle origini, i domenicani e
i crocesegnati, congregazione di laici, fregiati di una croce di panno
sulle vesti, godenti molti privilegi, uguali a quelli dei crociati di Terra
Santa.

Il volume contiene inoltre copiose notizie sulle diverse colpe, che
ricevevano diversi gradi di pena, non ultima la tortura. Questa fu abo-
lita da Giuseppe II nel 1784: « il braccio di ferro per la corda che era
in piazza Mercanti fu tolto nel 1797: venne cancellata la iscrizione che
vi era sottoposta e dal tribunale criminale fu approvata l’ apposizione di
una nuova iscrizione trascelta dall’ opera del Filangeri ». Ricordate in-
fatti che a quel povero Renzo Tramaglino, sbucato sulla piazza S. Marco,
« la prima cosa che gli diede nell’ occhio, furon due travi ritte, con una
corda e con certe carrucole », e che egli « non tardò a riconoscere (che
era cosa famigliare in quel tempo) l’ abbominevole macchina della tor-
tura »? E tutti ricordiamo del pari che il grande nipote .del Beccaria
osservò : « Era uno di que’ rimedi eccessivi e inefficaci de’ quali, a quel
tempo, e in que’ momenti specialmente, si faceva tanto scialacquio ». Il

RECENSIONE BIBLIOGRAFICA 285

E- a proposito della tortura ci offre particolari che dànno tuttora fre-

iti di sdegno e di ribellione:. « quando si confessava il fatto o l'uso e
i complici, allora la si dava « super intentione ». Confessando solo in
parte, l'amministravano « pro ulteriore veritate habenda ». Tutto ne-
gando, o se gli indizi fossero sufficienti, veniva data « repetita »; e,
cioè, si divideva lo spazio di tempo, ordinariamente in due volte, un
giorno dopo l’altro immediatamente. Con gli inabili alla corda, ... si
usava la stanghetta o il fuoco ben nutrito sotto le piante dei piedi ».

Ma lasciamo di indugiarci su questi particolari, che il Manzoni ha
eternati nella Storia della Colonna Infame, e rileviamo con lui come
questi e mille altri tormenti dovettero essere veramente inefficaci, se il
Fumi può passare in rassegna migliaia di inquisiti e di condannati alla”
tortura, al fuoco per eresia, per profezie, per magia, per negromanzia,
stregoneria, per ricerca di tesori nascosti, vendita di confessionali e per
mille altre diavolerie.

Il Fumi, dopo aver dato copiose notizie sulla Inquisizione in gene-
rale e sul modo come essa svolse la sua triste attività, passa in rassegna
alcune forme di eresia e alcuni gruppi di eretici, come i Patarini, i se-
guaci del novarese Fra Dolcino e gli ultimi Catari.

Il capitolo più notevole per abbondanza di notizie caratteristiche e
che reputeremmo leggendarie se non le sapessimo vere, è il terzo, inti-
tolato Divinazioni e sortilegi. Uno dei particolari su cui l'A. accumula
notizie peregrine è quello dei processi contro le streghe, che abbonda-
vano più specialmente nei coutadi di Como, di Brescia e nei paesi in-
torno al Lago Maggiore. Quanti fatti che sembrerebbero fantastici, se
l’A. non ce li documentasse con le memorie del tempo! Nei secoli XVI
e XVII le streghe vennero imprigionate e arse vive a centinaia; e nei
processi contro di esse e nella escogitazione di rimedi contro tante pazzie
delittuose e brutture lubriche ci incontriamo nei nomi di San Carlo e di
Federigo Borromeo. Pur troppo detti processi dettero luogo col tempo ad
abusi, giacchè « molti giudici erano troppo proclivi e facili a qualificare
per streghe persone che appena ne davano qualche lieve indizio, e cer-
cavano di estorcere confessioni anche con modi illeciti » : intervenne la
Chiesa, che con una instructio condannò la consuetudine usata nel dare
la tortura, quando, « non riuscendo i tormenti ordinari a strappare le
lacrime alle pazienti, si ricorreva al sistema di strappar loro i capelli:
si limitasse, in vece, la tortura alla maniera più semplice, adottandola
solo in casi gravi e, ad ogni modo, per una durata non mai maggiore
di un’ ora ».

Il quarto capitolo ci informa sulle condizioni degli «Ebrei nello
Stato milanese, attraverso i secoli, e sulle pene comminate ai bestem-








286 RECENSIONE BIBLIOGRAFICA

miatori. Nel quinto sono contenute copiose notizie sulla persecuzione
diuturna e a volte feroce contro i Luterani. Nel sesto ed ultimo, Aboli.
zione del Sant’ Uffizio, assistiamo alla lotta tra coloro che lo volevano
abolito e quelli che ancora continuavano a reputarlo salutare e necessario.

L'ultima volta che il governo ebbe ad occuparsi di materia, di-
remo inquisitoriale, fu nel 1828, per un caso di esorcismo; a proposito
cioè di una giovane di porta Ticinese, invasata dal diavolo. Dopo vari
contrasti gli uffiziali di polizia poterono entrare nella casa di lei. Indo-
vinate un po’ che cosa trovarono! Lasciamo narrare al Fumi stesso:
« Trovarono la giovane distesa sopra un lettuccio, circordata da tre
donne e da cinque sacerdoti, fra i quali il parroco in cotta e stola che
stava esorcizzando con parole e con atti. La paziente rispondeva dando
in smanie e maledizioni e tentando divincolarsi dalle donne che la trat-
tenevano. La dicevano ossessionata da non meno di sette diavoli; tre
erano stati scacciati con la prima esorcizzazione, gli altri se ne sareb-
bero andati ripetendosi la cerimonia. Il popolino andava spacciando i
nomi dei diavoli; un Lupetto, contro la Fede, che miagolava come il
gatto; la Faina, contro la carità, che abbaiava come il cane; Zavaul,
contro la speranza, che ragliava come l' asino ; Rindo, contro l’ umiltà,
che muggiva come il bue; Reuve, la superbia, che faceva il verso del-
l’oca; Clust, contro i preti, che faceva il belato dell’agnello. Dell’ultimo,
per quanto facessero, non si potè avere il nome. Vedete ostinazione d’un
diavolo! » Bei nomi, aggiungo, da esserci tramandati con tanta cura,
e che fanno ripensare a quelli dei bravi di don Rodrigo e dell’ Innomi-
nato, che il Manzoni trovò con tanta industria, quando pure non gli
vennero in aiuto i suoi amici.

Leggendo di uu fatto simile, accaduto in Lombardia, nel 1828, po-
tremo maravigliarci se in documento del sec. XV il diavolo era raffi-
gurato, da chi lo aveva visto, come il dominus ludi, « tutto vestito di
nero, con un berretto rosso, ora a passeggiare sopra un prato, campo di
lubrici piaceri, di sfregi alle cose sante e di mostruosi scempi di bam-
biui », e altra volta come « un giovane, vestito di nero, con parrucca
in capo e bacchetta in mano » ?

Piuttosto dovremo concludere con il Fumi, che « ad un secolo di
distanza, uoi non possiamo ridere troppo intorno a fenomeni e fatti qui
raccontati », giacchè « ancora non si sa se spiegarli più con la fisiologia
o con la patologia ».

Ho tentato di render conto di questo volume, senza riuscirci se
non molto imperfettamente. Ma. questa è la sorte riserbata a tutte le
miniere; appena scoperte, hanno bisogno di quelli che ne traggano fuori
il materiale prezioso, per farne godere ai molti che possono e che sanno.










RECENSIONE BIBLIOGRAFICA x 287

Ma non voglio tralasciar di notare un ultimo pregio precipuo del
Mouse. Ho già detto che l’A. nel corso della narrazione ha, ora inter-
calandoli nel testo, ora riferendoli in nota, pubblicato molti documenti,
i più sconosciuti e inediti. Molti altri ne sono dati in Appendice; da
uno del 1233 alia Indicazione di sentenze e processi dal 1564 al 1726.
Uno di questi è per eresia abiurata contro un Clemente Rocchetto, can-
tore perugino (1568); e in uno del 1581 si leggono le seguenti parole:
« Magnifico Nicolò Roscetti. Condannato ad essere perpetualmente mu-
rato nel luogo da noi assignatoli, ove habbi da finire il restante della
sua vita. Chi non ricorda che Lucia Mondella seppe dalla vedova come
Gertrude conduceva la sua vita attuale con « supplizio volontario tale
che, nessuno, a meno di non togliergliela, ne avrebbe potuto trovare
nn più severo »? E chi non sa che appunto anche Maria de Leyva era
stata condannata ad esser murata viva, e che vi rimase parecchi anni?

Ho voluto citare quest’ultimo particolare per aver l'occasione di
dire che il prezioso volume del comm. Fumi porge contributi notevolis-
simi anche per la conoscenza del periodo storico illustrato dal Manzoni
nel suo immortale Romanzo. Mi limito a citare le notizie date a pag. 78
sulla teoria degli astrologi e sull’ influsso dei sette soli; e quello di pag. 90
su Girolamo Cardano, che « meritava d'essere ascoltato, anche quando
spropositava ». Questo è il giudizio che su di lui diede don Ferrante; e
anche la dottrina di questo del matto riceve nuovi lumi dalle preziose
notizie contenute nel volume che abbiamo esaminato.

P. TOMMASINI MATTIUCCI.

MEMORIE E DOCUMENTI



LA FAMIGLIA VITELLI

DI CITTÀ DI CASTELLO







E LA REPUBBLICA FIORENTINA FINO AL 1504

(Vedi contin. vol. XVI, fasc. I-II, pag. 151).




CAPITOLO IX.




Paolo Vitelli capitano generale dell' esercito fiorentino contro Pisa.



Di fronte al continuo aumentarsi delle genti veneziane
nel territorio di Pisa, il conte Rinuccio da Marciano, che




comandava l’esercito fiorentino, si era limitato a ben guar-
nire i castelli delle colline recentemente tolti ai pisani; ma,









il 21 maggio 1498, avendo saputo che circa 100 soldati ve-




neziani avevano fatto una scorreria nelle vicine maremme,




e ritornavano carichi di preda e con molti prigionieri, corse




da San Regolo con le sue genti ad affrontarli e li ruppe;




ma, sopraggiunti ai Veneziani rinforzi di gente d’armi e di
fanti da Pisa, fu in tal modo sconfitto, che le sue genti fu-
rono disperse, ed egli potè a stento con pochi dei suoi ripa-
rarsi in San Regolo (V. Doc. 338). I Dieci di Firenze, appena
ebbero notizia di tale sconfitta, spedirono nel pisano Bene-








detto dei Nerli, che raccozzasse le genti disperse; ordinarono
subito ai Vitelli che con la loro compagnia, e con 1000 dei





loro provvigionati, partissero immediatamente alla volta di




Pisa (V. Doc. 342); e riconoscendo che il conte Rinuccio si




era dimostrato troppo inferiore al posto che occupava, e





292 G. NICASI »

ritenendolo oramai esautorato per la patita sconfitta, nomi-
narono Capitano generale dell’esercito fiorentino Paolo Vitelli,
al quale mandarono Giuliano Gondi, Angiolo Pandolfini e
Tarlatini Corrado, apportatori dei loro ordini e della nuova
nomina (V. Doc. 340).

Paolo Vitelli, quantunque i denari mandatigli per la
circostanza fossero, al solito, insufficienti, avviò subito, fino
dal 23 maggio (V. Doc. 339), le sue genti verso il pisano,
dirizzandole, sotto il comando di Vitellozzo, per il Chianti e
la Valle d’ Elsa, onde evitare di farle passare per Firenze,
infetta allora da peste (V. Doc. 341).

Quindi Paolo Vitelli, consultato l'astrologo sull'epoca
più propizia per portarsi in Firenze a prendere il bastone
del comando (V. Doc. 343), e fissato il 1° Giugno per quella
cerimonia (V. Doc. 344), si recò a Firenze, dove fu ospitato
in casa di Giuliano Gondi, sfarzosamente addobbata per la
circostanza (1).

Contemporaneamente i Dieci, per evitare che il conte
Rinuccio, in conseguenza della subita destituzione, potesse
passare al servizio dei Veneziani, e rendersi pericoloso ai
Fiorentini per le molte amicizie ed estese aderenze che aveva
anche in Firenze, gl'inviarono Pier Soderini a proporgli, od
un aumento di condotta, con obbligo peró di ubbidire al Ca-
pitano generale Paolo Vitelli, o la riconferma della condotta
e del titolo di Governatore avuta fino allora, con la condi-
zione che, — ad evitare che egli si potesse trovare insieme
con Paolo Vitelli — dovesse recarsi con le proprie genti o
in val di Chiana, o in qualunque altro luogo gli venisse
comandato (2). Il conte Rinuccio scelse quest'ultimo modo
e, quindi, fu confermato nella condotta con 200 uomini d'arme

(1) CAPPELLI, Nuovi documenti, ecc.
(2) Arch. di Stato fior.: Signori. Responsive, vol. 10. pag. 99. Instructione a Piero
Soderini mandato al conte Rinuccio. 31 maggio 1498

2

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 293

e titolo di Governatore dell'esercito fiorentino, e fu mandato
a Pescia « a guardia della valle di Nievole » (1).
Credettero i fiorentini di avere in tal modo provveduto
ai propri interessi; ma con questa nomina crearono un pe-
ricoloso dualismo nel comando del loro esercito che, prima
o poi doveva dare, come dette, pessimi risultati. Oltre i
Vitelli e Rinuccio da Marciano, i Fiorentini, il 9 giugno 1498,
presero in condotta, con 125 uomini d’ arme, Ottaviano Riario,
Signore d'Imola, figlio di Caterina Sforza, sorella del Duca
di Milano (2); scrissero al Bentivoglio che mandasse le sue

centi: ed ordinarono nel Pistoiese, in Val d'Arno, ed in altri
B , ? ’

territorii del loro stato, numerosi fanti (3).

A Paolo Vitelli, il 1° giugno 1498, in Firenze, nella rin-
ghiera del palazzo dei Signori, alla presenza di enorme folla
raccolta nella sottostante piazza, mentre Marcello Virgilio,
| primo Cancelliere della Repubblica, recitava in suo onore un
discorso, furono solennemente, tra suoni di trombe ed accla-
mazioni di popolo, consegnate, da Vieri dei Medici gonfalo-
niere di giustizia, le insegne del comando, ad un cenno del-
l'astrologo che, con l'istrumenti della propria arte in mano,
spiava, dal cortile del palazzo, nel cielo il « felice punto »
per la cerimonia (4).

Ricevute le insegne del comando, Paolo Vitelli si trat-
tenne alcuni giorni in. Firenze, per intendersi con i Dieci sul
piano di guerra da svolgersi nel pisano e, quindi, il 6 giugno,
parti, con il resto delle sue genti, alla volta del territorio
di Pisa, al quale, nel frattempo, Vitellozzo con gran parte
delle genti d'arme, dei balestrieri e dei provvigionati, si era
oramai avvicinato (V. Doc. 345).

I Pisani erano andati a campo a Ponte di Sacco; e
Paolo Vitelli, riunitosi con Vitellozzo, marciò con tutte le

(1) MaccurAvELLI, Opere complete, vol. I, pag. 283. Milano, Ernesto Oliva, 1850.
(2) Arch. di Stato fior.: X di Balìa — Stanziamenti e Condotte, vol. 50.

(3) NARDI, Storie fioreritine, vol. I, pag. 143.

(4) Idem.





294 G. .NICASI



| genti contro il nemico; ma, giunto alle Capanne, seppe che
I. i Pisani si erano levati da Ponte di Sacco e ritirati in Ca-
scina, sicchè prosegui per Pontedera (V. Doc. 346), ed occupò
Calcinara, da dove poteva ugualmente volgersi, o verso




Vico, o verso Cascina suddetta.
I Fiorentini avevano sollecitato anche i Baglioni a ve-




nire in loro aiuto; ma, perdurando sempre lo stato di guerra
tra questi ed il duca di Urbino, mandarono il 9 giugno —
anche per contentare Paolo Vitelli che premurosamente rac-
comandava i Baglioni (V. Doc. 339, 344) — Piero Martelli al
duca Guidubaldo, per eccitarlo a venire ad un accordo con i
Perugini, minacciandolo, in caso contrario, di prendere aper-
tamente le difese di questi ultimi (V. Doc. 341). Contempo-
raneamente gli stessi Fiorentini fecero premure presso il
duca di Milano, affinchè unitamente al Pontefice, istigasse
il duca Guidubaldo a venire ad accordi: (V. Doc. 348) ed
infatti, il 6 luglio 1498, per intromissione del cardinale Gio-
|] vanni Borgia, legato pontificio, dopo varie trattative, la pace
| I fu finalmente conclusa (V. Doc. 349, 355) (1).

| Anche la guerra tra i Colonna e gli Orsini proseguiv:
accanita, con la peggio di questi ultimi. I Fiorentini, pressati.
da Paolo Vitelli (V. Doc. 339, 344) avevano, per mezzo di
Francesco Gualterotti, loro nuovo ambasciatore a Roma, in-
sistito presso il Papa perchè astringesse le due parti belli-
geranti a venire alla pace (2); ed il Papa, mostrando di
i aderire a quell’invito, trattava apparentemente la pace, ma,
A appoggiando or questa or quella delle due nemiche famiglie,
e promettendo in isposa la propria figlia Lucrezia, o la
propria nepote, ora ad uno degli Orsini, ora ad uno dei Co-





















(1) Vedi V. ANSIDEI, La pace del 6 Luglio 1498 fra Guidubaldo I Duca di Ur-
bino e il Comune di Perugia nel « Bollettino di Storia patria per l'Umbria », anno V
fasc. III, pag. 741. t :

(2) Arch. di Stato fior.: Signori. Responsive, vol. 10, pag. 103. Commissione a
messer Francesco Gualtirotti eletto oratore alla Santità del Papa, deliberata il 15
maggio 1498.



LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 295

lonna (1), ne acuiva con grand’arte le ire e ne intensificava
le discordie; mentre egli radunava, presso il lago di Vico,
400 uomini d’arme, sotto Ercole Bentivogli ed il Signore di
Piombino (2), per averle pronte a lanciarle, al momento op-
portuno, contro quello dei due contendenti che a lui fosse
apparso più facile preda. Gli Orsini avevano perduto gran
parte dei loro stati e Paolo Orsini, nella seconda quindicina
di maggio, si era recato a Città di Castello, per sollecitare i
Vitelli a partire in loro soccorso: ma, udita la sconfitta dei
Fiorentini a San Regolo, e la conseguente nomina a loro Ca-
pitano generale di Paolo Vitelli (V. Doc. 359), si era conten-
tato di avere da questo un rinforzo di 25 uomini d’arme e
500 fanti (V. Doc. 340), che, sotto la guida di Giulio Vitelli,
avrebbero dovuto recarsi contro i Colonna (3).

Seguitando, per altro, i rovesci militari degli Orsini,
Paolo Vitelli — oramai certo della loro rovina, se con tutte
le proprie forze non fosse accorso a difenderli — mandò un
suo rappresentante a Firenze a chiedere di nuovo ai Dieci
l'autorizzazione di partire con la propria compagnia, in fa-
vore degli Orsini, a queste condizioni:

La spedizione non doveva durare oltre un mese;

Paolo e Giangiordano Orsini avrebbero mandati i pro-
pri figli in ostaggio a Firenze per garantire la Repubblica
che essi non avrebbero mai dato aiuto a Piero dei Medici;

i Fiorentini, ad impresa finita, sarebbero stati gli ar-
bitri delle condizioni di pace da stabilirsi tra i Colonna e gli
Orsini;

i Vitelli acconsentirebbero che, in conto dello stipendio,

(1) Arch. di Stato fior.: X di Balìa — Legazioni e Commissarie, vol. 26. Lettere
del Bonzi del 22, 23, 27 maggio 1498.

(2) Arch. di Stato fior.: X di Balìa — Legazioni e Commissarie, vol. 26, pag. 75.
Lettera Bonzi del 23 giugno 1498.

(3) Arch. di Stato fior.: X di Balìa — Legazioni e Commissarie. Missive e Re-
sponsive, vol. 26, pag. 63. Lettera del Bonzi del 27 maggio, nella quale é scritto:
« ... Intendo che il Protonotaro (Giulio) dei Vitelli viene al subsidio degli Orsini ».



296 G. NICASI

che essi dovevano avere dai Fiorentini, questi potessero as-
soldare fino a due mila fanti da mandarsi contro i Pisani;
i Vitelli avrebbero dato in ostaggio i respettivi figli e
nepoti, per assicurare i Fiorentini del loro ritorno dentro il
tempo stabilito;
finita l'impresa contro i Colonna, gli Orsini avrebbero,
a proprie spese, servito i Fiorentini con 100 e anche 150
uomini d’arme, dovunque fossero stati da quelli richiesti.
In caso poi che queste condizioni non fossero piaciute
ai Fiorentini, i Vitelli avrebbero anche acconsentito a lasciare
definitivamente il servizio della Repubblica, obbligandosi a non
accettare condotta da altro potentato, durante un anno di
tempo, e lasciando nelle mani dei Fiorentini lo stipendio, che
essi, Vitelli, restavano ancora ad avere; dichiarandosi di tutto
regolarmente pagati (V. Doc. 351).
Ma queste trattative non ebbero seguito, perché i Colonna
e gli Orsini, già in procinto di venire tra loro a definitivo
combattimento, accortisi che il Papa nutriva le loro discordie

per eombatterli entrambi, quando per la durata guerra si

fossero trovati esausti di forze, vennero ad un abboccamento
in Tivoli, e conclusero un accordo per il quale, liberato Carlo
Orsini dalla prigionia, ciascuna delle parti contendenti resti-
tuiva all'altra gran parte delle terre tolte, eleggendosi, per.
le restanti, arbitro il re Federico di Napoli (1).

Dopo la rotta di San Regolo, i Fiorentini si erano rivolti
per aiuti a Luigi XII, nuovo re di Francia; al quale chie-
sero l'invio in Toscana di 300 lancie, e la ratifica della con-
dotta dei Vitelli, fatta d'accordo con il suo antecessore (2);
facendogli anche conoscere il pericolo, che soprastava a tutta
Italia, di cadere in servitù dei Veneziani, quando fosse loro
riuscito l’ acquisto di Pisa (3). Ma il Re negò ogni aiuto, per
non inimicarsi i Veneziani, con i quali contava allearsi, per

(1) (2) GUICCIARDINI, Storia d’Italia, lib. IV.
(3) BONACCORSI, Diario.

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 297

essere da essi aiutato alla conquista del ducato di Milano,
che si era prefisso di volere tra poco tentare. Quindi i Fio-
rentini si rivolsero al duca di Milano, il quale, sperando —
per la morte di Savonarola e di Francesco Valori, che gli
erano stati avversi — potere avere nella repubblica fioren-
tina un’alleata potente contro i Veneziani, cui voleva asso-
lutamente impedire d’impadronirsi di Pisa, non solo si di-
chiarò pronto ad aiutarli indirettamente — come fin qui
aveva fatto col negare il passo per il suo stato alle genti
veneziane che andavano a Pisa — ma volle prenderne aper-
tamente le difese con le armi. Per ciò lo Sforza assoldò il
‘marchese di Mantova, al quale, non potendo dare il titolo
di Capitano generale dell’ esercito duchesco, come egli aveva
chiesto — perchè tale titolo lo aveva già dato a Gianga-
leazzo da Sanseverino, detto il Conte di Caiazzo — promise
che gli avrebbe conferito il titolo di Capitano generale delle
genti duchesche e fiorentine; e richiese Firenze di volere
dare il suo assenso a tale titolo. I Fiorentini, per non ur-
tare con tal titolo il re di Francia, e per non destare ge-
losie in Paolo Vitelli — che era favorevole alla condotta
del Marchese, ma voleva salvo il proprio decoro (V. Docu-
mento 354) — se ne schermirono: (V. Doc. 352) ed il Mar-
chese, deluso nella sua ambizione, tornò a servire i Vene-
ziani.

Anche al Papa si rivolsero i Fiorentini e lo esortarono
a mettere in atto le belle promesse, che tante volte aveva
fatto, di aiutarli; ma egli, che oramai era riuscito a sbaraz-
zarsi del Savonarola, e non aveva, quindi, più bisogno di
mantenersi amicii Fiorentini, si ridusse ad accordare ad essi,
per un anno soltanto, la facoltà d’imporre la decima sui
beni ecclesiastici del loro stato (1); e, non solo negò loro ogni

(1) Giulio Vitelli, che aveva vari beneficii ecclesiastici in Toscana, volle sfug-
gire alla decima che avrebbero imposto i Fiorentini e, con |’ appoggio di suo fra-
tello Paolo, chiese i'esonero dalla decima, non solo sui suoi benefici, ma anche in
qnelli di alcuni suol famigliari (V. doc. 368, 377)

































298



G. NICASI



altra forma di aiuto (V. Doc. 348), ma — deliberato oramai
a procurare uno stato temporale al proprio figlio Cesare, che
aveva testè rinunciato al cardinalato — si fece ligio ai Ve-

neziani, per amicarsi il nuovo re di Francia, cui voleva,
dietro compenso di uno stato per il figlio, vendere l'auto-
rizzazione al divorzio con la moglie, che il Re, per interessi
dinastici, voleva ripudiare, onde poter passare à seconde
nozze (1).

Intanto Paolo Vitelli aspettava a Calcinara l'invio di
altri fanti che aveva richiesto a Firenze (V. Doc. 354); ordi-
nava preghiere ed offerte religiose in Città di Castello per
il buon esito della guerra (V. Doc. 350); sollecitava instan-
temente le autorità fiorentine a mandargli i denari che gli
erano continuamente lesinati (V. Doc. 340, 350, 353); ed
avendo notato che, le genti veneziane di presidio a Cascina,
andavano qua e là foraggiando, senza preoccuparsi della vi-
cinanza del nemico, assali improvvisamente, il 27 luglio, un
manipolo di quelli genti, che erano uscite a scortare sacco-
manni. Il presidio di Cascina accorse in difesa della scorta
assalita; ma Paolo Vitelli — che in previsione di questa
mossa dei nemici aveva posto in agguato parte delle sue
genti presso Cascina — prese in mezzo le genti veneziane
e le sconfisse, alcuni uccidendone — tra i quali il loro capo
Giovanni Gradenigo fratello del Provveditore veneziano che
era in Pisa — molti facendone prigionieri, e togliendo loro
circa 100 cavalli e varii carriaggi (V. Doc. 356).

Avute poi le richieste fanterie, Paolo Vitelli, fingendo di
volere assalire Cascina (V. Doc. 350), passò invece l'Arno,
e fatti preventivamente occupare i poggi vicini, dove con
somma abilità ed enormi fatiche aveva saputo condurre, per
vie difficilissime, l'artiglieria, assediò il castello di Buti, ed
il 21 agosto, lo ebbe a discrezione (V. Doc. 361), con soddi-
sfazione grandissima dei Fiorentini, che già cominciavano a



(1) GUICCIARDINI, Storia d’Italia, lib. IV.







LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 299

lamentarsi della lentezza del loro Capitano (V. Doc. 369).
preso Buti, Paolo Vitelli eresse un bastione sui monti sopra
San Giovanni della Vena, ed un altro a Pietradolorosa, sopra
Vico (V. Doc. 364); fortificò San Michele, per potere impa-
dronirsi della vicina fortezza della Veruca (V. Doc. 365, 366);
il 28 agosto, occupò la Valle di Calci (V. Doc. 362); il 29,
piantò le artiglierie contro il bastione di Vico, che prese il
giorno seguente (V. Doc. 370); il 2 settembre assediò Vico,
piazzando le artiglierie vicino alle mura di quella terra,
dalla parte di San Giovanni della Vena; ma, visto che da
quel lato erano troppo esposte ai tiri di una potente passa-
volante e di due falconetti dei nemici (V. Doc. 374), le con-
dusse dal lato opposto, da dove potè abbattere una parte
delle mura di Vico in modo, che il presidio venne a patti,
ed il 5 settembre si arrese (V. Doc. 375). Mentre attendeva
a queste operazioni di guerra, Paolo Vitelli non ristava dal
chiedere. continuamente all’ autorità fiorentine denari, nuove
genti, marraioli e munizioni; cose tutte che gli erano fornite
con soverchia lentezza ed in quantità inadeguata ai bisogni
BV. Doc; 360, 368,;312, 310).

Venezia, oramai decisa a contrastare con ogni sua possa
ai Fiorentini l'impresa di Pisa, aveva preso in condotta il
duca di Urbino (V. Doc. 359), Carlo Orsini, Bartolomeo di
Alviano (V. Doc. 368), Astorre Baglioni (V. Doc. 360), ed
aveva chiesto ai Senesi ed ai Perugini il passo per le sue
genti che si dovevano recare a soccorrere Pisa (V. Docu-
mento 373). I Fiorentini, dall’ altra parte, per consiglio del
duca di Milano (V. Doc. 359) ed a metà con lui, avevano

° . . . . .
condotto, il 24 agosto, Giovampaolo Baglioni, la cui condotta

era stata sempre patrocinata da Paolo Vitelli (V. Doc. 339,
357, 358, 363); ed il 31 agosto, il Signor di Piombino, al quale,
d’accordo con lo stesso Vitelli (V. Doc. 365, 366), dettero il
titolo di Luogotenente generale delle genti fiorentine in To-
scana; avevano mandato, consigliativi dallo Sforza, un loro
rappresentante segretamente a Pandolfo Petrucci — che aspi-




300 G. NICASI






rava a farsi Signore di Siena — per persuaderlo ad indurre
i Senesi a venire ad un accordo con i Fiorentini, ed a vie-
| 'tare il passo al duca di Urbino ed a chiunque altro avessero
mandato i Veneziani in soccorso di Pisa (V. Doc. 359). Inoltre
| i Fiorentini, non avendo potuto assoldare Astorre Baglioni,
d come aveva consigliato Paolo Vitelli (1), perché era stato
preso in condotta dai Veneziani (V. Doc. 386), assoldarono
Simonetto, fratello di Giovampaolo Baglioni (V. Doc. 596), ed
ottennero che i Perugini, malgrado le lusinghe dei Veneziani,
restassero fedeli a Firenze e negassero il passo al duca di












Urbino, che già con le sue genti -— alle quali si erano riu-
| niti Carlo Orsini e Piero dei Medici — era giunto verso la



Fratta (oggi Umbertide) con il proposito di procedere, per
la valle di Pierle, verso la Toscana (V. Doc. 389). La proi-
| bizione del passo per parte dei Perugini dispiaeque forte-
| mente al duca di Urbino, che scrisse a Giovampaolo Baglioni
an una lettera, non priva di minaccie, per tentare di far rece-
d dere i Perugini dalle prese deliberazioni (V. Doc. 367).
Paolo Vitelli seguitava nel frattempo la sua impresa
contro Pisa e sollecitava la levata delle genti dei Baglioni,
del Signor di Piombino e di Giovanni della Vecchia (V. Do-
cumenti 372, 374, 376), mentre i Fiorentini, per consiglio del
duca di Milano, mandavano a Venezia Guidantonio Vespucci
e Bernardo Rucellai a trattare la pace, verso la quale anche
i Veneziani si erano mostrati disposti (2). Le trattative però
non impedirono che la guerra proseguisse ininterrotta; ed i





















(1) Paolo Vitelli aveva consigliato la condotta di Astorre Baglioni (V. do :. 363)
ed aveva dato ordine a Corrado Tarlatini di appoggiarla vivamente presso | Dieci
(V. doc. 374), a condizione però che il detto Astorre ubbidisse ad esso Paolo, perché,
condurre (V. doc. 377). Però è certo che tutte le simpatie di Paolo Vitelli erano per
Giovampaolo Baglioni, tanto che Corrado Tarlatini sapendo di « fare cosa grata al
Capitano » cercava con ogni arte di fare in modo che, qualora messer Astorre fosse
stato condotto dai Fiorentini, non dovesse avere una condotta maggiore di Giovam-
paolo sopradetto (V. doc. 382).

(2) GUICCIARDINI, Storia d’Italia, lib. IV.









LA FAMIGLIA VITELLI, ECO. 301

Veneziani, — che vedevano chiudersi alle proprie genti tutte
le vie per potere entrare in Toscana — tentarono attaccare
lo stato fiorentino dalla parte» della Romagna, servendosi a
tale scopo dei Medici, che in quelle parti avevano molti
‘partigiani. Fu fatta per ciò tra Piero dei Medici ed i Vene-
ziani una convenzione, per la quale Venezia dette le'sue
genti al Medici, perché si procurasse con esse il proprio ri-
torno in patria, prestando al medesimo ventimila ducati, dei
quali, diecimila avrebbe dovuto adoperare per assoldare fan-
teria e diecimila per condurre cavalli; il tutto, peró, a con-
dizione che Piero dei Medici, rientrato in Firenze, dovesse
lasciare ai Veneziani libera Pisa ed il suo contado insieme
con Livorno, dando, intanto, a garanzia dell'osservanza di
tal promessa, il proprio figlio in ostaggio a Venezia (1). Presi
questi accordi, si recò in Romagna Giuliano, fratello di Piero
dei Medici, e per mezzo di Ramazzotto — nemico di Dionigi
di Naldo da Brisighella, venturiero al soldo dei Fiorentini —
e con l’aiuto di altri capi di parte in quella località e nella
‘montagna bolognese, vi raccolse circa quattromila fanti. Co-
nosciuta questa ragunata di genti nemiche, Paolo Vitelli,
d'accordo con i Dieci di Firenze, levò, il 9 settembre, dal
campo intorno a Pisa, Ottaviano Riario e Dionisio da Brisi-
ghella, con le loro genti, e li inviò a guardare i confini dello
Stato fiorentino verso le Romagne (V. Doc. 378), dando in-
tanto all’ autorità fiorentine consigli sul modo di potere esse
far fronte alle genti del duca di Urbino, in caso che — fal-
lito l’accordo tra i Senesi e Fiorentini — si fosse egli spinto
in Toscana per la valle di Pierle verso Cortona, o avesse
fatto irruzione sul territorio di Castello, mirando ad Arezzo,
o avesse risalito la valle del Tevere verso il Casentino, 0,
a traverso lo stato di Urbino, si fosse recato in Romagna
(V. Doc. 378, 387). Inoltre Paolo Vitelli, sempre a corto di

denari, chiedeva con grande insistenza all'autorità fioren-

(1) MACCHIAVELLI, Opere complete. Estratto di lettere ai Dieci di Balia.























302 G. NICASI

tine l'invio dei contanti indispensabili alla prosecuzione del-
l'impresa, notificando che, per gli scarsi pagamenti, i soldati
disertavano; e lamentandosi di dovere continuamente men-
dicare il bisognevole per la guerra (V. Doc. 380). Non tra-
lasciava tuttavia le operazioni militari contro il nemico; ed
il 10 settembre, essendo venuti i Pisani, con oltre mille fanti
e 200 balestrieri a cavallo, a sorprendere il nuovo bastione
di Pietradolorosa, li sconfisse completamente in modo, che
Vitellozzo potè con pochi cavalli correre fin presso le mura
di Pisa (V. Doc. 381).

Dopo questo prospero successo, il Vitelli con più insistenza
del solito, tempestava di lettere i Dieci, sollecitandoli a mandar-
gli nuovi fanti — cui egli avrebbe voluto dare connestabili di
sua fiducia — ed a inviargli Giovampaolo Baglioni ; minac-
ciando che, senza questi rinforzi, non avrebbe piü oltre pro-
seguito l'impresa. Voleva, inoltre, che si chiedessero nuove
genti al duca di Milano; che fossero mandati denari à Ca-
stello a Giulio Vitelli, perchè potesse inviare altre fanterie;
e che fosse pagato il soldo alle proprie genti ed a quelle
degli altri comandanti dell’ esercito fiorentino; ed insisteva
per avere marraioli, scalpellini, maestri d’ascia, per potere
rassettare le mura di Vico e di Buti, e per rafforzare il
bastione della Dolorosa, e la Chiesa della Veruca, senza le
quali opere non poteva assicurare la stabilità delle fatte oc-
cupazioni. In queste ripetute richieste non nascondeva la sua
poca fiducia di essere ascoltato, lamentandosi di essere la-
sciato quasi in abbandono dalle autorità fiorentine e special-
mente dai Commissari, dei quali, molti si erano trovati al
campo, ma pochi alle fatiche (V. Doc. 383, 384, 385).

I Fiorentini, quantunque oramai esausti per tante e si
ingenti spese, avevano con ammirevole slancio patriottico,
stanziato nuovi fondi per la guerra, ed i cittadini incaricati
della riscossione del denaro, eccitavano Paolo Vitelli a pro-
cedere oltre e tentare qualche nuovo acquisto contro Pisa,
per incoraggiare i contribuenti a sobbarcarsi più volentieri

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 303

alle nuove pubbliche gravezze; ma Paolo protestava essergli
prima indispensabili i denari, perchè altrimenti l’esercito si
sarebbe dissoluto, ed invece di fare nuovi acquisti, si sarebbe
perduto l’acquistato (V. Doc. 387). Finalmente i denari, quan-
tunque in scarsissima misura, furono trovati; ma una nuova
difficoltà sorse ad attraversare i progressi del Vitelli.
Allorchè il conte Rinuccio da Marciano si unì a Paolo
Vitelli per marciare con le sue genti contro i Pisani, che
avevano assediato, come dicemmo, Ponte di Sacco, essendosi
« visti insieme molto amorevolmente et honorati l’ un l'altro »,
si sperò dai Fiorentini che il dualismo, creato nel comando
'dell' esercito con il lasciare al conte Rinuccio il titolo di Go-

vernatore — dualismo che aveva dato insino allora « grande
impedimento » al bene svolgersi della campagna di guerra —
si sarebbe attenuato (V. Doc. 348); tanto più che Paolo Vi-
telli, consigliato da Corrado Tarlatini, si era proposto di
« far carezze et honore » al proprio nemico, messer Ciriaco
Palamidesi dal Borgo Sansepolcro, uno dei condottieri in-

fluenti dell’ esercito fiorentino e grande fautore del conte
Rinuccio (V. Doc. 344). Ma, invece, il dissidio tra il conte
Rinuccio e Paolo Vitelli si era andato sempre più accen-
tuando di modo, che degenerò presto in aperta rottura. Paolo
Vitelli, ritenendo, nelle presenti circostanze, Pisa inespugna-
bile, voleva occupare, durante la guerra, tutte quelle località,
dalle quali potesse. venire soccorso ai Pisani in modo, che
non potessero contare per la difesa che nelle proprie forze: per
ciò, in tutta la campagna militare fin qui fatta, aveva mirato
a tale scopo; coerentemente al quale, aveva proposto e con-
cordàto con i Dieci di fare, dopo l'impresa di Vico, quella
di Librafatta. Rinuccio da Marciano, invece, ed i suoi fautori
‘assicuravano essere più utile per Firenze il prendere Ca-
scina, e quindi suggerivano quell’impresa, nella speranza che,
essendo Cascina fortissima, potesse Paolo Vitelli avere contro
quella un insuccesso e vi perdesse la sua fama. A questa
idea aderirono i commissari fiorentini Iacopo Pitti e Fran-













SSA RIE E l———

304 G. NICASI

cesco Pandolfini, i quali — per vendicarsi forse delle critiche
del Vitelli — eccitarono, insieme a messer Ciriaco dal Borgo,
i Dieci ad ordinare a Paolo Vitelli che si rivolgesse ad as-

sediare Cascina piuttostoché Librafatta. Paolo Vitelli si dolse

violentemente di questo cambiamento, protestando che si vo-
leva il suo disonore; e mandò Paolo Fucci e Corrado Tar-
latini a persuadere i Dieci della necessità di fare l'impresa
di Librafatta (V. Doc. 388, 390).

La disputa si fece viva, e tutta Firenze si divise in due
parti, una favorevole alla proposta del Vitelli e l’altra con-
traria. Intanto si perdeva tempo, ed il popolo, temendo che
i Dieci volessero ostacolare la guerra, tumultuó: alla fine si
lasció in libertà il Vitelli di volgersi-dove voleva; ed egli
stabili di recarsi ad assediare Librafatta (1).

Intanto i Senesi, il 14 settembre, dopo lunghe trattative,
fecero tregua con i Fiorentini e negarono il passo alle genti
veneziane (V. Doc. 389 e 391); sicchè il duca di Urbino, vista
l'impossibilità di penetrare in Toscana -— tanto più che il
conte Ranuccio era con le sue genti venuto ad Arezzo, dove
tra poco doveva arrivare il Signor di Piombino; e Giovam-
paolo Baglioni guarniva Cortona; e tutte le terre dell’ Alto
Tevere erano ben guardate (V. Doc. 391) — tornò con le
sue genti verso Gubbio, ed insieme con le genti degli Orsini,
prese la via della Romagna. Paolo Vitelli, conosciuta la par-
tenza del duca di Urbino, subito richiese che gli fossero
mandati i Baglioni e Giovanni della Vecchia, perchè, per an-
dare ad assediar Librafatta, doveva prima espugnare un
bastione che era in luogo forte sul monte, un miglio lontano
da quella terra, e prevedeva che in difesa di quello i Pisani
avrebbero spiegato tutte le loro forze (V. Doc. 393). Il 23
settembre Paolo Vitelli partì con le sue genti da Vico ed
alloggiò a Sampiero, presso Lucca, da dove, ottenute dai Luc-
chesi vettovaglie, voleva proseguire verso Librafatta; ma

(1) MACCHIAVELLI, Opere complete, vol. I, pag. 285. Milano, Ernesto O iva, 1850.

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 305

Bon essendo giunti i buoi, che erano stati ordinati per il tra-
sporto dell'artiglieria;, e mancando muli e carriaggi per le
munizioni, fu costretto ivi trattenersi per qualche giorno, con
| guo erave rammarico (V. Doc. 394). Finalmente parti, ed
aperta con gran numero di guastatori una nuova via all'ar-
tiglieria per i monti, assali il bastione di Montemaggiore,
soprastante a Librafatta, e presolo il 28 (V. Doc. 494), scese,
con relativa sicurezza, verso quella Terra.

Il 30 espugnò le due torri di Petito e di Castelvec-
chio (V. Doc. 395), mentre uua parte delle sue genti avevano
| preso Filettolo, ed il 2 ottobre piantò le artiglierie contro
Librafatta, obbligando il presidio a venire a patti e ad ar-
rendersi il giorno 4 ottobre 1498 (V. Doc. 398). à

| Durante questi avvenimenti, le genti veneziane con Giu-
liano dei Medici presero il Borgo di Marradi, costringendo
il Commissario fiorentino Simone Ridolfi, che con poca gente
lo presidiava, a ripararsi nel soprastante Castiglione di Mar-
'adi, dove poco dopo giunse anche una parte della compagnia
di Dionisio di Naldo da Brisighella che, come vedemmo, era
stato colà mandato da Paolo Vitelli. Preso il Borgo di Mar-
radi, le genti veneziane, alle quali si era unito Bartolomeo
d'Alviano, assediarono il sopradetto Castiglione, con grande
speranza di espugnarlo perché difettava di aequa. Ma essendo
poi piovuto, ed essendo venuti grandi rinforzi in soccorso
degli assediati — perchè i Fiorentini vi avevano mandato il
conte Rinuccio, il Signor di Piombino, Ottaviano Riario, Gio-
vanni della Vecchia, e per conto del duca di Milano, vi
erano accorsi il conte di Caiazzo ed il signor Fracassa —
credèttero bene di ritirarsi e di riunirsi alle genti del duca
di Urbino che — giunte di fresco a Faenza — si erano fatte
avanti fino a Brisighella.

Poco dopo, tutti insieme si ritirarono a Villafranca, tre
miglia presso Forli; sempre seguiti da presso dalle genti
Sforzesche e fiorentine.

Contemporaneamente le trattative di pace intavolate,

20

306 . ' G. NICASI

come dicemmo, a Venezia da Lodovico il Moro, duca di Mi-
| lano e dai Fiorentini erano abortite (V. Doc. 399); tuttavia
ii Ercole d'Este, duca di Ferrara, si era offerto come media-
tore di nuove trattative, dalle quali non si erano mostrati
| alieni né i Veneziani, né il duca di Milano. Intanto Luigi XII,
| T nuovo re di Francia — che persisteva nel suo proposito di
voler conquistare il ducato di Milano — proponeva ai Fio-



rentini di unirsi in confederazione con Venezia, Roma e
| Francia. I Fiorentini — pur dichiarandosi prontissimi ad
BE unirsi in lega con la Francia e con il Papa — affermavano
i che con i Veneziani sarebbero tornati amici se avessero loro
du restituito Pisa, ma confederati con essi non sarebbero stati
ir mai, perchè, viste le mire di Venezia ad impossessarsi di tutta
| Italia, era interesse dei potentati italiani essere con Venezia,
piuttosto in antagonismo, che in confederazione (V. Doc. 408).
[5 Durante questi avvenimenti i Veneziani volevano man-
| dare in soccorso di Pisa il marchese di Mantova, sperando
di ottenere dal Bentivoglio il passo per il territorio di Bo-
logna, e Paolo Vitelli, in previsione di un irruzione del Mar-
chese, chiedeva a Firenze altri fanti e l’invio nel pisano dei
Baglioni — che durante l'assedio del Castiglion di Marradi,



erano stati mandati in val di Bagno —; faceva spiare in
B BI Mantova gli andamenti e le forze del Marchese; sbarrava i
FT passi; fortificava febbrilmente le terre occupate; e sollecitava
ii con grande istanza dai Dieci tutti i provvedimenti necessari
I ; (V. Doc. 400, 401, 405, 406). Ma i denari mancavano ed il
(A E Vitelli, che ancora restava ad ‘avere una parte del soldo
dell’anno passato, si trovava in tali strettezze economiche,







che i suoi creditori disperavano ormai di essere pagati; i
I soldati mancavano di vettovaglie e, non essendo pagati, di-
sertavano. I Dieci avevano promesso, il 16 ottobre, di man-
dare, fra tre di, al campo 12 mila ducati, ma il Vitelli, abi-



tuato a non vedere mai realizzate tali promesse, non ci
m credeva: persuaso .oramai che i Fiorentini non avrebbero
B. potuto sostenere le spese di una doppia campagna di guerra



LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.

nel pisano e nel Casentino, proponeva — fin da quando si
trovava all'assedio di Librafatta — di sospendere l'impresa
contro Pisa e convergere contro i nemici in Romagna una
| parte delle genti che erano attualmente nel pisano (V. Do-
"eumenti 397, 399, 400, 403).

I Veneziani, non essendo. potuti entrare in Toscana, nè
per la valle del Lamone, nè per la via di Galeata e di val
di Bagno, tennero segretamente — per mezzo di ser Pietro
Dovizi da Bibbiena, che era segretario dei Medici — una
pratica, con alcune famiglie di quella Terra, per darla in mano
a Bartolomeo d’Alviano, che, con circa 500 cavalli leggeri
ed 800 fanti, superando il giogo dell’ Appennino e facendo
vie inusitate, si era nascostamente appressato a Bibbiena. La
mattina del 24 ottobre 1498, si presentò al potestà di Bib-
biena un cavallaro, con le insegne del comune di Firenze,
che lo richiese di preparare da colazione a circa 30 cavalli
leggeri ed alcuni fanti di Giulio Vitelli, che sarebbero tra
poco giunti, diretti in Romagna, in favore dei Fiorentini: e,
poco dopo, comparvero infatti circa 50 cavalli e pochi fanti,
che erano, invece, dell'Alviano; i quali, ricevuti senza so-
spetto nella Terra, s'impadronirono della porta e del piccolo
palazzo che la sovrastava, dando agio al resto dalle genti
alvianesche — che subito accorsero da ogni parte alla porta —
d’insignorirsi di Bibbiena, senza alcuna resistenza (1). Giunta

tale notizia, la sera stessa, a Firenze, i Dieci mandarono im-
mediatamente Corrado Tarlatini ad avvertirne Paolo Vitelli;
a richiederlo dei suoi consigli in proposito; a pregarlo di
volere « concedere Vitellozzo per capo e governo di quella
gente », che i fiorentini avrebbero mandato in Casentino

contro l'Alviano; ed a sollecitarlo acciocche, insieme a Vitel-
lozzo, mandasse piü gente gli fosse possibile, di quelle che
erano al campo contro Pisa; e inviasse anche aleuni dei

(1) Arch. di Stato fior.: X di Balìa — Legazioni e Commissarie, vol. 21, pag. 897.
Lettera a Francesco Papi del 27 ottobre.









308 G. NICASI

suoi commnestabili atti a guidare quei fanti, che si andavano
intanto raccogliendo nel Casentino ed altrove. Ingiunsero
inoltre allo stesso Tarlatini che cercasse di persuadere il
Vitelli di scrivere a Città di Castello a Giovanni del Roscetto,
che conducesse nel Casentino 500 provvigionati (V. Docu-
menti 402, 407). Paolo Vitelli rifiutò di concedere Vitellozzo,
non solo perchè in quei giorni era ammalato, ma anche
perchè, qualora Vitellozzo avesse tolto dal campo di Pisa
una grossa compagnia, il resto delle genti, che già erano
mal disposte per non avere ancora ricevuto la loro paga,
sarebbero state facilmente battute dai Pisani; e se Vitellozzo
non avesse condotto seco molti dei@ropri soldati, non avrebbe
potuto riuscire con onore nell’ impresa contro l’ Alviano,
perchè « alle genti che l’uomo non conosce, et non sì pò
comandare, et, quando le si comanda, non se ne pò l’omo
confidare ». Per ciò consigliava: che le genti raccolte dal
duca Sforza nel parmigiano fossero fatte venire verso Lucca
e Pietrasanta, per tenere a freno i Lucchesi che non dessero
aiuto ai Pisani, e per impedire il passo al marchese di Man-
tova; che si raccogliesse gran numero di marraioli per po-
tere, in 7 od 8 giorni, terminare di fortificare le terre occu-
pate e munire le posizioni più importanti; che intanto si
mandasse il Signor di Piombino, Giovampaolo e Simonetto
Baglioni a munire e ben guardare i luoghi circostanti a Bib-
biena, cercando di guastare i molini, bruciare gli strami,
guastare le vie sull'Appennino e sbarrarne i passi, per im-
pedire che potessero venire soccorsi ai nemici chiusi in
Bibbiena; che si inviasse — qualora nel frattempo il mar-
chese di Mantova avesse desistito dal venire verso Pisa —
il Signor di Piombino a guardare i luoghi occupati nel ter-
ritorio pisano, dal quale si richiamassero i Vitelli per man-
darli con tutte le loro genti nel Casentino. Ma, per far questo
ammoniva il Vitelli che bisognavano molti denari; ed egli
si doleva amaramente che, mentre i Fiorentini avevano speso
in larga misura denari sia in Romagna, sia nel Casentino, a



















"^ LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 309

lui si erano sempre fatte promesse, che poi non si erano
"realizzate. Per ciò, benchè egli sapeva bene, « che, di tutte
Je licentie che si danno, la più disonesta » fosse quella « del
‘non pagare >», pure, non essendo abituato a « partirsi da
nessuno senza licenza », incaricava il Tarlatini di avvertire
^i Dieci che, se non lo avessero pagato, sarebbe ritornato
con le sue genti a Città di Castello, perchè gli era impos-
sibile di poter durare così, senza denari e senza credito,
« havendo quattromila bocche alle spalle », che pure richie-
devano grande spesa per mantenerle (V. Doc. 409).

1 Fiorentini accolsero i consigli del Vitelli, per ciò che
si riferiva al piano di guerra — e mandarono subito commis-
sarii verso Poppi a levare fanterie; ordinarono a Simonetto
Baglioni che si recasse in Casentino; e inviarono verso Arezzo
80 uomini d’arme del Signor di Piombino, che erano in
procinto di andare a raggiungere il loro Comandante in Ro-
magna —: ma, in quanto ai denari, oppressi da tante spese,
non poterono contentare il Vitelli, il quale con reiterate let-
tere insisteva nel descrivere « la estrema necessità e mi-
seria », nella quale si trovavano egli ed i suoi soldati. La
Compagnia era scalza e nuda; si pativa la fame; i cavalli
erano estenuati per la mancanza dei foraggi; i Vitelli ave-
vano speso del proprio per mantenerli; avevano impegnato
gli argenti per procurarsi denari; avevano vuotato le proprie
borse e quelle degli amici, alcuni dei quali erano per loro
causa falliti; per ciò i Vitelli, non avendo oramai più cre-
dito, nè altre risorse, erano costretti, sia pure « con le la-
grime agli occhi », tornare a Castello, se non si fossero prov-
visti‘di denaro e non fosse loro data l'autorizzazione di
condurre le genti d’arme in val di Nievole, a rinfrescare i
cavalli, e allogare i soldati nei luoghi più adatti per il ri-
fornimento dei viveri (V. Doc. 410, 412). Il 2 novembre i
Pisani minacciarono di assalire Calci, ma poi desistettero da
quel proposito, ed il Vitelli — che aveva già precedente-
mente avvertito i Dieci che il Connestabile di guardia a









310 G. NICASI

Calci era mal pagato; e tuttavia non era stato provveduto —
prevedeva qualche grosso guaio, se non fosse soddisfatto; e
ne declinava ogni responsabilità (V. Doc. 413).

Fu facile profeta, perchè l'11 novembre i Pisani sorpre-
sero Calci e se ne impadronirono (V. Doc. 418). Il 6 novembre
Paolo Vitelli, con altra lettera, si risentiva fieramente di
essere cullato dai Commissari. fiorentini con buone parole
relativamente al denaro e costatava con amarezza che non
solo, malgrado le promesse, non gli erano stati sborsati i
20 mila ducati, che ancora restava ad avere del suo servizio,
ma non si erano neppure rimborsati ad un suo creditore 150
ducati, che egli Paolo aveva rigevuto in prestito da quello;
e per ciò minacciava che, se per il 15 novembre non gli
fossero stati pagati gli arretrati del suo soldo, se ne sarebbe
tornato a casa il giorno seguente (V. Doc. 415). Di questa
sua deliberazione ne rendeva edotto il duca di Milano, ai
cui richiami in proposito, i Fiorentini rispondevano negando
che il Vitelli dovesse ancora avere tutta quella somma
(V. Doc. 416).

L’Alviano aveva intanto occupato alcuni villaggi intorno
a Bibbiena, ed aveva invano tentato di sorprendere Poppi:
ma, intendendo i preparativi che i Fiorentini facevano per
scacciarlo dal Casentino, mandò messi in Romagna a Carlo
Orsini ed al duca di Urbino, perchè si affrettassero a venire
in suo aiuto: e già Carlo Orsini con 800 cavalli era riuscito
a valicare l'Appennino ed a scendere verso Bibbiena. Anche
il duca di Urbino lasciò il 1 ottobre Villafranca e con tutte
le sue genti si avviò alla medesima via. I Fiorentini, preve-
dendo che forse sarebbe anche egli riuscito a penetrare in
Toscana, ordinarono che tutte le genti d’arme che il duca
di Milano aveva in Romagna, con 1000 provvigionati, venis-
sero verso il Casentino; ed a Città di Castello, Arezzo, Borgo
Sansepolcro, Anghiari, comandarono buon numero di fanti,
che si recassero alla volta di Poppi, dove già era giunto il
Signor di Piombino e Giovampaolo Baglioni con le loro com-




LA FAMIGLIA VITELLI, BCC. 311 ; d




pagnie; e verso Arezzo era imminente l'arrivo di Simonetto
Baglioni. Contemporaneamente il conte Rinuccio aveva la-
sciato la Romagna e si era portato con le sue genti alle
Balze, presso le sorgenti del Tevere, con 150 uomini d' arme,
100 eavalli leggeri e 1500 provvigionati, ad occupare tutti
i passi tra val di Bagno e Pieve Santo Stefano, per impe- p |
dire la venuta del duca di Urbino; ed il Fracassa con le |
genti sforzesche, prese, al medesimo scopo, la via dei monti, |
mentre il conte di Caiazzo, malato, restava in Romagna.

Peró il duea di Urbino, eludendo abilmente i nemici,
potè giungere alle Balze, ed occupare i passi senza resistenza,
da dove si distese con le sue genti in aleuni luoghi presso
alla Verna, e vicini ai confini del suo stato, sia per mante-













nersi aperta la via ad unà ritirata in caso d'insuccesso, sia
per potere scendere, a sua scelta, o verso Bibbiena ed il
Casentino, o verso Pieve Santo Stefano e l'alta valle del
Tevere. Il conte Rinuccio intanto, per ‘il monte Verde, si ri-
piegava verso la Pieve Santo Stefano, dove era giunto, man-
dato dei Fiorentini, il conte di Carpegna; da Arezzo Simonetto
Baglioni marciava a cuoprire Anghiari; Montedoglio veniva
| presidiato con numerosi fanti; il Fracassa, per l'Alpe di
San Benedetto e Dicomano, scendeva a Pontassieve, da dove
accorreva ad Arezzo minacciante rivolta; ed il Signor di
Piombino, Giovampaolo Baglioni, messer Ciriaco dal Borgo,
il conte Checco da Montedoglio ed il signor Ottaviano da
Forlì guarnivano Poppi e dintorni.

L'Alviano, volendo rompere il cerchio di ferro che gli
si stringeva intorno, assali il 5 novembre, furiosamente Ras-
sina; luogo forte tra Arezzo e Dibbiena, ma fu respinto (1):
il 15 novembre poi, essendosi riunito alle genti del duca di
Urbino, si recò, con quasi tutto l’esercito, ad espugnare




















(1) Arch. di Stato fior.: X di Balìa — Legazioni e Commissarie, vol.21, pag 114.
Lettera ad Antonio Strozzi del 18 novembre 1498. È









312 G. NICASI

Poppi, ma non riusci nell' impresa (1). I Fiorentini, risoluti
oramai — dopo qualche indecisione (V. Doc. 415) — a ri-
chiamare Paolo Vitelli con tutte le sue genti dal territorio
pisano, per affidargli l'impresa di cacciare i nemici da Dib-
biena, gli ordinarono che facesse mettere al piü presto pos-
sibile in ordine le sue genti per inviarle in Casentino, e che
intanto egli, con pochi dei suoi, si recasse a Firenze per
intendersi con i Dieci sul da fare (V. Doc. 411). Paolo Vi-
telli parti, il 18 novembre, alla volta di Prato per recarsi a
Firenze (V. Doc. 419), dove i Dieci, quello stesso giorno, su
relazione del Commissario Piero Vespucci, sottoposero alla
sua approvazione il piano di guerra che avevano proposto
il signor Fracassa ed il conte Rinuccio, in una loro adunanza,
tenuta il giorno prima in Arezzo, con i Commissari di campo
Piero Vespucci e Lucantonio degli Albizzi insieme al capi-
tano ed al podestà di Arezzo (V. Doc. 420).

Il piano proposto dal signor Fracassa e compagni con-
sisteva nel recarsi a sloggiare i nemici dalla parte della
Pieve Santo Stefano e della Verna (V. Doc. 420); ma Paolo
Vitelli ritenne quella impresa troppo pericolosa, ed elaborò
un contro progetto di accerchiamento ed isolamento. del ne-
mico, con l'esecuzione del quale assicurava potersi ottenere
certa e sicura vittoria, senza esporre il proprio esercito ad
alcun pericolo (2). Non essendosi in quel giorno ultimata la
discussione, fu rimessa al giorno seguente: nel quale, rite-
nendosi dai Dieci necessario che, per meglio concertarsi sul
da fare, Paolo Vitelli dovesse recarsi ad Arezzo a consultarsi
insieme con il Fracassa, con il conte Rinuccio e con i Commis-
sari, e che si facesse ivi seguire da una parte delle proprie genti,
lasciando l’altra parte sotto. il comando di Vitellozzo alla
guardia delle terre occupate nel pisano, Paolo Vitelli risolu-

(1) Arch. di Stato fior.: X di Balìà — Legazioni e Commissarie, vol. 21, pag. 121.
Lettera a Francesco Gualterotti del 17 novembre 1498. ;

(2) Arch. di Stato fior.: X di Balia — Legazioni e Commissarie, vol. 21, pag. 118.
Lettera a Francesco Papi 13 novembre 1498.

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 313

tamente si rifiutò di separarsi dal fratello, dichiarando di
volere con se Vitellozzo e tutta la propria compagnia, perchè
senza di essi non avrebbe potuto fare imprese d’importanza;
proponendo invece che a guardia dei bastioni fatti e delle
fortezza acquistate in quel di Pisa, vi si mandasse, o il Si-
gnor di Piombino, o il conte Rinuccio, con i cento uomini
d'arme della condotta di Giovanni Bentivoglio: e si dovette
contentarlo. Fu quindi stabilito che Paolo Vitelli si sarebbe
recato, con la piccola scorta che aveva seco, verso il Ca-
sentino per consultarsi con il signor Fracassa, con il conte
Rinuccio e con i Commissari; che intanto Vitellozzo sarebbe
venuto con il resto della compagnia a raggiungerlo; e che
il conte Rinuccio con le sue genti d’arme ed i cavalli leg-
geri si sarebbe recato a presidiare il Pisano (V. Doc. 421):
ma, poi, invece del conte Rinuccio, si mandò il Signor di
Piombino. Paolo Vitelli il 18 novembre partì da Firenze alla
volta del Casentino, mentre alla stessa via marciava in fa-
vore dei Fiorentini, con 100 balestrieri a cavallo e 500 prov-
vigionati, messer Filippino dal Fiesco, primo cameriere e
capitano delle fanterie del duca di Milano.

CAPITOLO X.

Campagna di guerra dei Vitelli nel Casentino.

Mentre Paolo Vitelli si recava con la sua piccola scorta
ad Arezzo, Vitellozzo, per ordine dei Dieci (V. Doc. 422) rac-
coglièva tutte le genti vitellesche che si trovavano nel Pi-
sano e, per Cerreto Guidi e Poggio a Caiano, le conduceva
nel Casentino. Intanto le genti dell'Alviano e del duca di
Urbino avevano espugnato Rassina ed avevano inutilmente
assaliti i Camandoli, strenuamente difesi da Basilio Nardi,
abbate camaldolense, che si era posto alla testa di quei ter-
razzani. Paolo Vitelli, dopo abboccatosi in Arezzo con il

I
I









314 G. NICASI

Fracassa, il conte Rinuccio ed i commissarii fiorentini per
intendersi sul da fare, temendo che i nemici potessero sor-
prendere Pratovecchio, che era privo di valide difese, lasciò
il Fracassa ed il conte Rinuccio in Arezzo, si riunì a Vitel-
lozzo, e con tutte le sue genti si recó a Pratovecchio, dove
giunse quando appunto sui monti vicini si scoprivano le genti
dell Alviano, che si recavano ad assalire quella Terra (1).
L'Alviano, vistosi prevenuto, si ripiegó verso Bibbiena e,
cominciandosi a patire nel suo campo penuria « di ogni
cosa necessaria », rimandò in Romagna buona parte dei ca-
riaggi e le artiglierie minute per avere meno bocche da
provvedere (V. Doc. 426).

Pietro dei Medici, che si trovava al campo dell'Alviano,
ed era alloggiato alla Mausolea, mando, il due dicembre, un
suo trombetto a chiedere un abboccamento con Paolo Vitelli
ed i commissari fiorentini Angiolo del Caccia e Jacopo Nerli,
in quel qualunque luogo, che essi avessero creduto piü oppor-
tuno. Paolo Vitelli non riteneva conveniente l'abboceamento,
ma, essendo quello stato accordato dai commissari suddetti,
non vi si oppose (V. Doc. 423); ed, il giorno seguente,
l’abboccamento ebbe luogo in Prato Vecchio, con grande
disappunto dei Dieci, i quali, non solo vivamente disappro-
varono che i loro Commissari avessero trattato con i ribelli, e li
richiamarono (2), ma incaricarono anche Luca degli Albizi, che
era stato a quelli sostituito, di « investigare le origini » del-
l’abboccamento e di accertarsi « qual commissione ebbero,
e perchè soprastettero al tornare », i quattro uomini man-
dati in quella circostanza a Bibbiena da Paolo Vitelli (V.
Doc. 424) Luca degli Albizi si informò minutamente, e riferì
« tutti li andamenti » di quell’abboccamento, non che « le
pratiche » e « le parole usate venendo ad consulta di simile

(1) MACCHIAVELLI, Opere, pag. 297.
(2) Arch. di Stato fior.: X di Balìa — Missive, vol. 63, pag. 8, Lettera a Iacopo
Nerli 6 dicembre 1498.











LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 315

cosa ». I Dieci, avendo avuto la notizia di quest’ abbocca-
mento « a odio, quanto alcuna altra cosa che fusse potuto
succedere », e desiderando « uscissi dalla memoria degli
uomini essersi tenute tali pratiche », pregarono il sopradetto
Luca ad adoperarsi 4 « sopire » la cosa in modo, che « nes-
suno ne dovesse più ragionare » (V. Doc. 425); e siccome era
giunto alle loro orecchie che, « a favorire l’abboccamento, si
era adoperato anche Paolo Semenza, rappresentante a Firenze
di Lodovico il Moro, così scrissero al loro ambasciatore a
Milano, perchè si querelasse di questo fatto con il Duca e
procurasse di ottenere da lui il richiamo da Firenze del Se-
menza suddetto (V. Doc. 426).

Oramai tutto il Casentino, ed eccezione di Poppi, Ro-
mena, Prato Vecchio, ed i Camaldoli, era venuto in mano
dell’ Alviano e del duca di Urbino, i quali, ben forniti di
fanti, e padroni delle più vantaggiose posizioni di quella
regione montuosa, dove i cavalli non potevano essere ado-
perati con efficacia, attendevano a fortificarsi, in previsione
di un prossimo attacco dei Fiorentini. Ma Paolo Vitelli, esperi-
mentato e prudente capitano, ritenendo troppo pericoloso
assalire direttamente i nemici nelle loro formidabili posizioni,
pensò invece di sloggiarli da Monte Cornaro, Montalone e
la Verna, per girarli alle spalle, togliere loro le comunica-
‘zioni con la Romagna ed il ducato di Urbino, basi del loro
rifornimento, è racchiuderli in Bibbiena, dove l'impossibilità
di trovar vettovaglie li avrebbe costretti alla resa. Per rag-
giungere quest’ intento però occorrevano molte artiglierie e
gran quantità di fanti; e per* ciò Paolo Vitelli, fino dall'inizio
dell' impresa, aveva chiesto ai Dieci l'invio di artiglierie e
dei connestabili capitan Guerriero, Mario Salviati e Gnagni
di Picone, con le loro compagnie di fanti (1). Ma il piano di
guerra del Vitelli trovava un ostacolo quasi insormontabile

(1) Arch. di Stato fior.: X di Balia: Missive, vol.8. Lettera al capiiano Vitelli
del 5 dicembre.





316 : ; G. NICASI

nella terribile erisi economica, da cui era travagliata la Re-
pubblica fiorentina. I Dieci, ultimamente eletti, avevano, fino
dalla loro entrata in ufficio, trovato « ogni cosa oxausta e
vuota di denaro »; i cittadini, dissanguati dalle tasse, si ri-
fiutavano di sottoporsi a nuove imposizioni; l’esercito che
Firenze aveva nel Pisano non si era potuto pagare; Vico,
Librafatta ed il bastione della Ventura erano privi di difensori,
perchè mancavano denari ad assoldarli; Livorno correva pe-
ricolo di essere consegnato ai nemici dal presidio, che aveva
. per lungo tempo atteso indarno il pagamento del proprio
soldo, e se si erano mandate le artiglierie ed i quattro con-
nestabili, richiesti dal Vitelli, in Casentino, ció era avvenuto
‘perchè i Dieci, con nobile slancio di patriottismo, si erano
personalmente quotati, onde raccogliere i sei mila ducati ne-
cessari per quell’ invio. Da ciò nasceva che i Dieci avreb-
bero voluto spingere Paolo Vitelli a prendere risolutamente
i nemici di fronte, per cacciarli dal Casentino, prima che
sopravvenissero le nuove paghe dei fanti, perchè in caso
contrario, essendo impossibile racimolare i denari necessari
per la nuova paga dei fanti, « ogni cosa ruinerebbe » (V.
Doc. 424). Così, due opposte tendenze si delineavano nella di-
rezione di quella campagna di guerra, e mentre i Dieci vo-
levano tutto arrischiare per tentare di porre fine in pochi
giorni all’ occupazione del Casentino da parte dei nemici,
Paolo Vitelli, invece, attendendo-dal temporeggiare una certa
e sicura vittoria, rifuggiva di compromettere con una im.
prudenza la riuscita dell'impresa.

Il Vitelli, fino dal primo suo giungere in Casentino, avea
mandato Jacopo del Roscetto con buon numero di fanti a
fare una correria sui monti, per dare animo a quelle popo-
lazioni; le quali, vistesi così aiutate, si organizzarono, sotto
la guida dell’abbate Basilio, e cominciarono a tener testa al
nemico. Per trarre buon partito dalla buona disposizione di
quei montanari, Paolo Vitelli mandò Vitellozzo con 1500 uo-
mini contro Montefatucchio, « loco forte e dei più importanti >»;

LA FAMIGLIA VITETLI, ECC. 317

che era occupato dal nemico, e lo prese, catturando, con l'a-
juto dei paesani, il connestabile Baldassare Scipioni, senese,
che con 80 fanti era venuto in soccorso dei difensori di quel
castello. Si ebbero poi dai Vitelleschi, parte per forza, e
parte per spontanea dedizione degli abitanti, Franzola, Ban-
zena (1), Corezzo, Gresse, Serravalle, la Mausolea (V. Doc.
427); Castelfocognano, nelle cui vicinanze furono svaligiati
150 fanti nemici; Lierna (V. Doc. 428) e Marciano, dove fu
fatto prigioniero un nipote di Bartolomeo di Alviano ed altri
capi squadra con 80 uomini d'arme (V. Doc. 429). Paolo Vi-
telli passó quindi nella valle del Tevere, verso Pieve Santo
Stefano, ed il 20 dicembre giunse a Caprese con 1500 fanti,
50 uomini d'arme e 350 cavalli leggeri, dopo avere, il giorno
prima, fatti prigionieri venti balestrieri di Carlo Baglioni (V.
Doc. 430). Il giorno seguente lo stesso Paolo minacció Mon-
talone, luogo forte, dove era alloggiato Carlo Orsini con 50 uo-
mini d'arme, qualche cavallo leggero e'150 fanti; ma, avendo
veduto venire dalla parte della Verna, in soccorso di Mon-
talone gran numero di fanti e cavalli, Paolo Vitelli giudicó
opportuno rimetterne ad altra volta l'espugnazione, scrivendo
intanto al Fracassa che gl'inviasse altre genti, ordinando a
Città di Castello altre artiglierie, e facendo pratiche verso i
Dieci perché pagassero il Fantagiero (V. Doc. 451); non la-
sciassero partire il marchese del Monte, che, per non avere
ricevuto il soldo che gli spettava voleva andarsene con la
compagnia; e mandassero al campo il Fregoso (V. Doc. 432).
Quindi Paolo Vitelli si volse con le sue genti verso Ruoti,
e lo prese; s’ impossessò, poi, di Valsavignone, Bulzano, Ca-
solare, luoghi tutti della valle del Tevere, di qua e di là dal
fiume; giunse indisturbato fino a Monte Coronaro (V. Doc. 433),
che ispezionó, e guarni di valide difese contro i nemici
(V. Doc. 437).

(1) Arch. di Stato fior.: Signori. Responsive, vol. 10, pag. 310. Lettera da Poj pi
dell'Abbate Basilio.







G. NICASI

In tal modo Paolo Vitelli cominciava a colorire il suo

disegno di volere tagliare ai nemici le retrovie. L’ Alviano,
intanto, ed il duca di Urbino, che si vedevano seriamente
minacciati da questo movimento avvolgente del Vitelli —
per il quale già soffrivano grave carestia di vettovaglie,
quantunque ogni giorno cercassero di mandar via soldati
per alleggerire le privazioni di quelli, che erano strettamente
indispensabili alla difesa dei luoghi da essi occupati (1) —
chiedevano insistentemente nuovi aiuti a Venezia: e già si
raccoglievano per essi nuovi fanti nell’ Urbinate, dove si era
comandato un uomo per casa, ed a Perugia, ed in altri
luoghi; facendo anche gran provvista di vettovaglie, per po-
terle mandare a rifornire Bibbiena, la Verna e Montalone,
che oramai pativano estrema penuria del necessario.
Contro questi provvedimenti dei nemici, Paolo Vitelli chie-
deva ai Dieci che mandasseno in campo, al più presto possi-
bile, 10 o 12 mila ducati, per potere fare altri fanti, con i quali
avrebbe chiuso completamente il passo ai nemici, ed avrebbe
espugnato Montalone, e la Verna, levando così a Bibbiena
ogni speranza di soccorso (V. Doc. 433); voleva, inoltre, che
gli fossero mandati immediatamente tanti denari da poter
dare almeno una paga alle sue fanterie, che gli erano venute
da Castello, e agli altri fanti del campo fiorentino; tanto più
che si sapeva che i nemici avevano già raccolti a Castel-
delci 2000 fanti, per inviarli in Casentino (V. Doc. 435); e
lamentandosi che fino a qui egli non aveva ricevuto « altro
che lettere et parole », invece dei denari richiesti, affer-
mava che, se non fosse data ai fanti, almeno una, delle due
paghe che restavano ancora ad avere, non si poteva, in caso
di bisogno, fare assegnamento su essi, e dichiarava quindi
di declinare ogni responsabilità, per ciò che sarebbe potuto

(1) Arch. di Stato fior.: X di Balìa. — Responsive, vol. 58, pag. 276. Lettera da
Caprese dei Commissari di campo Luigi della Stufa e Antonio Giacomini, 20 dicem-
bre 1498.







LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 319





succedere. Nè a ciò solo si limitavano le sue richieste, perchè
occorrevano anche altri denari per i 500 fanti, che già aveva
ordinato a Perugia Giampaolo Baglioni, sulla promessa dei
Commissari, che sarebbero stati subito pagati; e altri denari
occorrevano anche per nuovi fanti, che, di fronte all’ ingros-
sare dei nemici, era necessario assoldare (V. Doc. 435).
Voleva inoltre che il conte Rinuccio fosse mandato verso il
Casentino, fermandosi con il grosso delle sue genti a Sub-
biano, spingendo le altre a Rassina, ed i cavalli leggeri a
Sarnia, per impedir le comunicazioni tra Bibbiena e la Verna,
e anche per cuoprire Poppi ed altre località minacciate, in.
caso che i nemici, da Casteldelci, avessero fatto improvvisa
irruzione in Casentino (V. Doc. 436). Il 3 gennaio Paolo Vi-














telli ebbe a patti Mignano, dove erano 19 uomini d’arme e
150 fanti, e ne fu distrutto il castello (V. Doc. 436); e, do-
vunque passavano le genti fiorentine, distruggevano molini,





tagliavano strade, sbarravano passi, scoperchiavano case,
bruciavano strami, ed asportavano vettovaglie, e mettevano
a fuoco tuttociò, che avrebbe potuto dare o ricovero 0 so-
stentamento ai nemici (V. Doc. 439).

Intanto i Dieci, con un miracolo di abnegazione e di
attività, poterono racimolare 6000 ducati, che, mandati al








campo, fermarono la diserzione delle fanterie fiorentine,
già cominciata (V. Doc. 437): ma oramai la Repubblica
era assolutamente impotente a sostenere altre spese; ed i
Dieci scongiuravano il Vitelli a limitarsi nello spendere e
ad affrettare l'impresa, espugnando Montalone. Però Paolo







protestava che il denaro inviato non bastava, perchè le



fanterie erano ridotte ad un numero troppo esiguo da po-
ter fare fazioni, tanto che, avendo egli voluto occupare




Prateghi, che. gli era stato riferito esser luogo debole,



dovette poi abbandonare quell'impresa, perché il luogo era
forte, ed i nemici avevano nelle vicinanze un numero di
genti troppo rilevante; molto meno, quindi, si poteva, con
le poche fanterie che egli aveva, tentare l'impresa di Mon-









320 : G. NICASI

talone, luogo forte, ben fornito di difensori, e situato in lo-
calità, dove i nemici potevano, ad un bisogno, mettere in-
sieme duemila uomini, ed altri duemila avrebbero potuto
farli venire, senza gravi ostacoli, da Casteldelci: chiedeva
perciò, almeno, che egli potesse avere a sua disposizione
3000 fanti, coi quali sperava di riuscire ad espugnare anche
Montalone (V. Doc. 428).

Intanto l'Alviano, volendo aver libere le comunicazioni
tra Bibbiena e la Verna, sorprese, tra l' 8 ed il 9 gennaio
1499, Sarnia, che era stata, come vedemmo, ripresa dai
Fiorentini, e ne cavò « non piccola quantità di grano e di
vino », che i Fiorentini stessi vi avevano depositato. Paolo
Vitelli, che già in precedenza, come dicemmo, aveva indi-
cato ai Dieci quel luogo come importante, ed aveva consi-
gliato di mandare il conte Rinuccio a presidiarlo — senza peró
che questo suo avviso fosse stato dai Dieci seguito, perché
Rinuceio non voleva sottomettersi all'autorità del Vitelli —
si dolse amaramente che non si tenesse conto delle sue pro-
poste, avvalorate anche dal parere favorevole del Fracassa,
e che si lasciasse tanta facilità ai nemici di rifornirsi di
vettovaglie, mentre egli, da parte sua, tanto si adoperava per
ridurli in strettezze (V. Doc. 439). E, non solo insisteva per-
ché il conte Ranuccio fosse mandato a proteggere Poppi (V.
Doc. 440) e fossero inviati al campo i 3000 fanti richiesti,
ma esprimeva il proposito di volere costruire un bastione
al Calle del Villano, per potere impedire completamente il
passo anche ai molti nemici, che, sebbene alla spicciolata,
pure riuscivano, di tanto in tanto, a portare provvigioni alle
genti dell'Alviano.

Queste richieste mettevano in grave imbarazzo i Dieci,
che non volevano contrariare il conte Rinuccio, e si trova-
vano impossibilitati a sostenere sì ingenti spese, tanto più
che i Pisani avevano ripreso Montopoli, e minacciavano le
altre recenti conquiste fatte dai Fiorentini nel territorio di





LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 321

Pisa (1). Il popolo fiorentino era ormai stanco per la durata
della guerra, e cominciava a tumultuare per le soverchie
gravezze che gli erano imposte. I fautori del conte Rinuc-
cio, approfittando della mala disposizione del popolo, si da-
vano moto per criticare le operazioni guerresche del Vitelli,
ed a lui cercavano di far risalire la, responsabilità di non
essere ancora riuscito a cacciare dal Casentino i nemici, mal-
grado lo sperpero, dicevano essi, di tanti denari, ai quali
ora si voleva aggiungere anche la grave spesa di un inutile
nuovo bastione: e queste dicerie fecero breccia anche nel-
l'animo dei Dieci che, impressionati dal malumore del po-
polo, e consigliati anche dai Commissari di campo, negarono
al Vitelli la facoltà di erigere il richiesto bastione. Paolo
Vitelli, pur dolendosi amaramente delle ingiuste critiche dei
suoi avversari, sprezzava le accuse, perchè era sicuro che













l'immancabile buon esito della campagna guerresca avrebbe
dimostrato quanto fossero infondate: e sapendo che a Fer-




rara erano state riprese le trattative di pace tra Firenze e



Venezia, consigliava i Dieci, per mezzo del suo rappresen-
tante Tarlatini, di mantener viva la pratica con i Veneziani,
| per rattenerli, colla speranza della pace, dal mandare nuovi
soccorsi a Bibbiena; ma che non si venisse alla conclusione
dell'accordo, perché la vittoria definitiva nella guerra l'avreb-
bero immancabilmente avuta i Fiorentini, purché i Dieci
avessero fatto i richiesti necessari provvedimenti; avessero
approvato la spesa per il nuovo bastione; edi Commissarii
di campo fiorentini si fossero finalmente astenuti dal voler
fare l'ufficio di capitano, e dal pretendere « d' intendersi di
quelle non é sua professione né suo mestiero » (V. Doc. 441).
Ed avendo potuto sapere, che l' erezione del nuovo bastione
non era stata approvata dai Dieci, più specialmente per con-
siglio del commissario di campo Antonio Giacomini — che
aveva fatto intendere essere quel bastione giudicato poco


















(1) Arch. dt Stato fior.: X di Balìa. — Missive, vol. 64, pag. 55. Lettera a Luigi
della Stufa ed Antonio Giacomini, 30 dicembre 1498.



2














322 G. NICASI

‘utile anche dal Fracassa — Paolo Vitelli scriveva al Tarla-
tini, che il Giacomini faceva tutto l'opposto di ciò che ri-
chiedeva l’ ufficio suo, perchè, invece di fare il possibile per
mantenere buon aecordo tra esso Vitelli ed il Fracassa, —
accordo assolutamente indispensabile al buon andamento
della guerra — cercava di metterli in sospetto l’ uno del
l’altro, frustrando così gli sforzi del Vitelli, che si adoperava
con ogni sua possa a dimostrare al Fracassa « quella de-
bita reverentia merita sua excelsa Signoria », ad a tenerlo
« in luogo de optimo patre ».

Per ció il Vitelli chiedeva, che il Giacomini fosse richia-
mato, lasciando al campo il solo Luigi della Stufa, altro
commissario, o sostituendo il Giacomini con Luca degli Al
bizi, nel quale aveva sempre riscontrato « iudicio et aucto-
rità » (V. Doc. 442).

Quando poi il Vitelli seppe, che il Tarlatini aveva co-
minciato a trattare con i Dieci per ottenere l’allontanamento
dal campo del Giacomini, avverti il Tarlatini medesimo che,
« essendo oramai la cosa mossa », era bene lasciarla cor-
rere da se; ed insisteva perchè egli sollecitasse dai Dieci
l invio dei denari per i mille fanti recentemente condotti, e
per quelli vecchi, onde potere avere pronti i tremila fanti
necessari per ultimare l'impresa; ed inoltre ottenesse dai
Dieci il più volte invano, richiesto invio del conte Rinuccio
di Marciano a Poppi; invio che egli diceva non chiedere per
seconde mire, ma solamente perchè riteneva la persona di
lui con la sua compagnia necessaria per ben guardare la
importantissima posizione di Poppi (V. Doc. 443). La verità
però era che, tra il Vitelli e Rinuccio di Marciano, esisteva
sempre il vecchio insanabile dualismo, ed il Vitelli non vo:
leva vicino un avversario, che si mostrava ricalcitrante à

sottomettersi alla sua autorità, ed invidioso dei suoi suc-

cessi (1) tanto, da suscitargli diffidenze ed avversioni nella

(1) GHICCIARDINI, Stor2a d’ Italia.






































LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 323

| stessa Firenze, i cui abitanti erano, ormai apertamente, di-
visi in due partiti, l'uno favorevole ai Vitelli, l’altro fautore
dei Marcianeschi (1).

E Intanto il campo dei Veneziani aveva cercato di sfug-
-gire all'accerchiamento tesogli dal Vitelli; e, sia da Monta-
lone, dove si trovava Paolo Orsini, sia dalla Verna, dove
era alloggiato l'Alviano, si faceva il possibile per tenere
aperte, malgrado le gravi difficoltà, le comunicazioni con la
Romagna e con lo stato d’ Urbino, da dove era stato spedito
in loro soccorso il segretario del provveditore veneziano
Marcello, con molti denari, duemila duecento stradiotti (2),
e 400 fanti, portanti ciascuno sulle spalle un sacchetto con-
tenente 50 libre di farina (3), ed altre provvisioni, che do-
vevano servire al rifornimento del campo. Ma Paolo Vitelli
stava all’ erta e, mentre le genti spedite dai Veneziani, ap-
profittandosi della nebbia, avevano già guadagnato la cima
dei monti, ed avevano fatto prigioniero Olivierotto da Fermo,
connestabile del Vitelli, che con alcuni suoi soldati si era
troppo imprudentemente avanzato in mezzo ai nemici, ac-
corse in rinforzo dei suoi, e fatta occupare una vicina
prominenza, scese da cavallo, ordinando ai suoi di fare al-
trettanto, e si gittó sul nemico, sbaragliandolo e facendo
prigionieri il segretario veneziano, con la sua cassa di due-
mila duecento ducati, 400 fanti, 200 stradiotti (4) e una gran
carovana di farine (5) (V. anche Doc. 444, 445).

Paolo Vitelli consegnò la preda fatta ai Fiorentini; ma
non volle però ad essi consegnare il segretario veneziano,
il quale fu, invece, da lui mandato prigione a Città di Ca-
i

(1) MACCHIAVELLI, Opere complete. Estratto di lettere ai X di Balìa.

(2 PogRcaccur, nel suo Commento alla « Storia d'Italia » del Guicciardini.

(3 Arch. di Stato fior.: X di Balia — Responsive. Registro 57. Lettera di An-
tonio Guidotti 8 Gennaio 1498 (n. s. 1499): « Nelle bande di Urbino erano state co-
mandate gran numero di cerne, alle quali, in saechetti lezati dietro alle spalle, si
dava 50 libre di farina per ciascuno, che la conducessino alla Verna et a Bibbiena ».

(4) PoRCACCHI, loc. cit.

(5) MACCUIAVELLI, loc. cit.



















324 En G. NICASI

stello, dietro istigazione del Fracassa, per potere avere la
taglia, che i Veneziani avrebbero sborsato, per la sua libe-
razione (V. Doc. 448). Anzi, essendo state mandate a Firenze
tutte le carte, che furono trovate in dosso al segretario sud-
detto, tra le quali anche la nota dei pagamenti da lui fatti
ai propri soldati, Paolo Vitelli chiese che fosse restituita allo
stesso segretario, per il quale quella nota era di somma im
portanza, mentre non aveva alcun valore per le autorità
fiorentine (V. Doc. 445). Inoltre lo stesso Vitelli domandò ai
Dieci che gli fosse inviato Scipioni Baldassare, connestabile
Veneziano, che, come narrammo, era stato fatto prigioniero
dai Vitelleschi alla presa di Montefatucchio, per poterlo cam-
biare con il proprio connestabile Olivierotto da Fermo, fatto
prigioniero dai Veneziani (V. Doc. 441). Ed infine lo stesso
Vitelli consiglió anche i Dieci a voler rilasciare il nipote di
Bartolomeo di Alviano, la cui liberazione, ad istanza dello
stesso Alviano, era stata richiesta dal Fracassa; ammonendo
che il Fracassa, per essere ormai vicino alla scadenza della
sua condotta con il duca di Milano, era prudenza non con-
trariarlo, perchè poteva diventare nemico pericoloso ; e per
ciò egli stesso aveva sempre cercato di mantenerlo ben di.
sposto verso la Repubblica fiorentina, e vi era riuscito (V.
Doc. 448).

Il tentativo di soccorrere Bibbiena fatto dai nemici per-
suase, ancora di più, il Vitelli ad affrettare la costruzione
del bastione al Calle del Villano, e lo spinse anche a fare
una grande tagliata di alberi, intorno a quel passo, per ren
derlo assolutamente impraticabile ai nemici. Ma per fare
ciò mancavano sempre denari, che, malgrado le insistenti
richieste, i Fiorentini non provvedevano che in quantità as-
solutamente inadeguata ai bisogni. Anche le genti disponi-
bili nel campo fiorentino erano in numero troppo insufficiente
all importanza delle fazioni da farsi, e Paolo Vitelli non ri-
stava un momento dal richiedere nuove fanterie: anzi av-
vertiva i Dieci che non stessero con la speranza dí avere



LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 325

dal duca di Milano i duemila fanti che gli avevano richiesti,
perchè sarebbe stato già molto se avesse potuto mandarne
cinquecento; e perciò li consigliava ad. assoldarli essi, senza
® attenderli inutilmente da altri (V. Doc. 446, 447, 450). E

| siccome in Firenze si cercava, dai nemici del Vitelli, di me-

-nomare l'importanza dell'ultimo successo da lui ottenuto
«sui nemici al Calle del Villano, attribuendone il merito in
gran parte al Fracassa e aggravando la perdita di Olivie-
rotto ed altri pochi soldati vitelleschi avuta in quello scon-
tro, il Vitelli scrisse il 23 gennaio 1499 al Tarlatini ristabi-
lendo la verità dei fatti, sia in quanto si riferiva all'impor-
tanza della preda, che aveva impedito il rifornimento del
nemico, sia per ciò che concerneva la prigionia di Oliverotto,
avvenuta, non per virtù dei Veneziani, ma per causa della
nebbia, che aveva impedito il vederli, sia in fine, per quanto
spettava di merito in quell'impresa al Fracassa, che si era
mantenuto a rispettosa distanza dalla ‘mischia. Però racco-
mandava al Tarlatini che del contegno del Fracassa in
quello scontro non tenesse parola con alcuno, e che lasciasse
a piacere cianciare i nemici, in quantochè a lui « bastava
dl fare, chè il dire lo lasciava al costume loro »: anzi vo-
leva che il Tarlatini sfuggisse di parlare con Bernardino
Tondinelli, segretario del conte Rinuccio — sempre pronto
a magnificare i meriti del proprio padrone ed a deprimere
quelli del Vitelli —; e lo consigliava ad astenersi di par-
lare. « di queste cose cum lui » e « cum gli altri » (V.
Doc. 448).

I provvedimenti del Vitelli contro i nemici mettevano
il cainpo veneziano del Casentino in sempre maggiori stret-
tezze, tanto che Paolo Orsini, di notte tempo, con circa 660
cavalli, abbandonó Montalone e, sfuggendo all'aecerchiamento
nemico, giunse, a traverso enormi difficoltà, in vicinanza di
Verghereto; ma, raggiunto ed attorniato da quelle popola-
zioni, ebbe molti dei suoi soldati uccisi e fatti prigionieri,
prima di potere riunirsi alle genti del Ramazzotto, manda-





































326 G. NICASI

togli incontro dai Veneziani per fare spianate, onde facili.
tare loro il cammino (V. Doc. 449). Questo fatto riaccese
più vive le critiche dei nemici del Vitelli, i quali, non ai
provvedimenti di lui, ma al patriottismo di quella popola:
lazione facevano risalire il merito dello scacco dato ai ne
mici: ed il Vitelli ne era irritatissimo.

Abbiamo visto, nel capitolo antecedente, che Luigi XII,

nuovo re dei Francesi -—— ormai deciso a tentare la conqui-
sta del ducato di Milano — cercava di avere suoi alleati in

Italia il Pontefice, i Veneziani ed i Fiorentini. Il Papa, per
dare uno stato temporale al proprio figlio Cesare, aveva
aderito a quell’ alleanza; anche i Veneziani si mostravano
disposti ad entrarvi; ma i Fiorentini, pur dichiarandosi
pronti ad unirsi in lega con la Francia ed il Pontefice, si
erano rifiutati, non solo di confederarsi, ma di far pace con
i Veneziani, se prima questi non avessero loro restituito
Pisa. In verità i Fiorentini avevano sempre veduto nella
repubblica di Venezia la più temibile competitrice della loro
repubblica, e per ciò non volevano confederarsi con i Ve-
neziani; ma anche verso la Francia ed il Pontefice erano
molto diffidenti, sia perchè quella, sotto Carlo VIII, li aveva
ingannati nelle loro speranze di riavere Pisa, sia perchè
l’altro, il Pontefice, aveva negato a Firenze quei soccorsi
tante volte e così largamente promessi. Perciò i Fiorentini
si sentivano mal disposti a prendere partito per il nuovo re
di Francia contro quel duca di Milano, che, solo tra i poten-
tati d’Italia, aveva preso apertamente ed efficacemente le
loro difese nella presente gnerra contro Venezia: anzi una
buona parte dei cittadini di Firenze avrebbero desiderato
di schierarsi risolutamente con Milano contro la Francia. Non
si arrese però Luigi XII alle prime difficoltà incontrate; ma,
volendo ad ogni costo riuscire a riunire seco Firenze e Venezia,
da una parte insistette vivamente presso i Veneziani perchè
sospendessero le armi contro i Fiorentini e deponessero Pisa
‘nelle sue mani, dall’ altra parte assicurava i Fiorentini che, LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 327

‘ge avessero essi pure acconsentito alla sospensione delle
ostilità, avrebbe loro riconsegnato Pisa poco dopo (1). Anche
il Papa si sforzava persuadere i Veneziani a voler desistere
dalla guerra contro Firenze; però voleva che consegnassero
Pisa, non nelle mani del re, ma nelle sue (2). Si aprirono
trattative in proposito, mai Fiorentini, diffidenti del Re e del
Papa, imposero ai loro ambasciatori che, quando i Veneziani
avessero accettato di depositare Pisa, usassero diligenza per-
chè fosse depositata in mano di Paolo Vitelli — che, per
essere soldato della Repubblica e ligio alla Francia, aveva
la fiducia dell una e dell'altra — ovvero fosse consegnata
Pisa al collegio dei Cardinali, che la dovesse restituire den-
tro il tempo stabilito a Firenze, senza esservi bisogno dell'as-
senso del Papa (3).

Il duca di Milano — che, per sturbare gli accordi di
Venezia con il Re, aveva suggerito ai Fiorentini di chie-
dere che i Veneziani dovessero restituire Pisa — ora che ve-
deva la pratica avviata, faceva il possibile perché non si
conducesse a buon termine; in quanto che — sebbene desi-
derasse, che, per togliere Pisa ai Veneziani, fosse quella ri-
consegnata ai Fiorentini — pure non voleva che questi la
riavessero per quella via, che conduceva Firenze ad allearsi
con Venezia e con il re di Francia, contro di lui. Per ciò,
allo scopo di rompere ed intralciare le dette trattative, si
dette a favorire la nuova pratica di pace fra Firenze e Ve-
nezia, promossa, come dicemmo, dal duca Ercole di Ferrara.
I Fiorentini, sempre più legati al duca di Milano, aderirono
‘a queste nuove trattative, ed essendo essi oramai « in fer-
missimo proposito » di avere con lo stesso duca di Milano
« ogni fortuna comune » (4), mandarono, fino dal 24 dicem-

(1) GUICCIARDINI, Storia d’ Italia.

(2) MAccHIAVELLI, Estratto di lettere ai X di Balìa.

(3) BilonaccoRsI, Citato dal Porcacchi nel Commento al Guicciardini.

(4) Arch. di Stato ficr.: X di Balìa — Legazioni e Commissarie, vol. 24 pag. 50.
Lettera a Francesco Pepi oratore fiorentino a Milano dell’ 8 gennaio 1499.

328 . G. NICASI

bre 1498, il vescovo di Volterra — uno dei fautori dell’ al-
leanza con lo Sforza (1) — a Milano, con l’incarico di prender
parte alle trattative di pace, che si conducevano a Ferrara.
E queste trattative procedettero così attivamente, che i Ve-
neziani, sperando di potere lasciare l' impresa di Pisa a molto
migliori condizioni di quelle a loro offerte da Luigi XII, e
senza obbligo di sobbarcarsi alla futura guerra da quello
meditata contro Milano, si rifiutarono di consegnare Pisa
nelle mani del re di Francia (2), e dichiararono che sarebbero
stati pronti a stringere alleanza con lui, purchè non si fosse
parlato di Pisa. Spiacque questo proposito dei Veneziani al
Re, tanto più che li sapeva disposti a ritirarsi per accordo
da Pisa, e conoscendo le trattative di Ferrara, temette di
‘ perdere l’ alleanza di Venezia e di Firenze ad un tempo;

sicchè pensò di collegarsi con l’imperatore Massimiliano,

nemico dei Veneziani, e ruppe con questi le trattative.
Questa decisione di Luigi XII spiacque al Pontefice, ed

a tutti i vecchi partigiani dei Francesi in Italia, i quali te-

‘mevano una possibile riconciliazione tra il duca di Milano
ed i Veneziani, che avrebbe compromesso quella sperata fu-
tura preponderanza dei Francesi in Italia, dalla quale atten-
devano tanti vantaggi ai loro privati interessi. Ed il figlio
del Pontefice, ed il cardinale della Rovere, ed il Triulzio, e
quanti altri italiani si trovavano alla corte di Francia, cerca-
vano di far recedere il Re dai suoi propositi, consigliandolo
a voler trattare con i Veneziani, senza far parola di Pisa (3).
Ma la rottura tra Luigi XII e Venezia spiacque in modo spe-
ciale ai Vitelli, dei quali, fino da quando si credeva immi-
nente una nuova discesa di Carlo VIII in Italia, abbiamo cono-

(1) MACCHIAVELLI, Opere complete. Estratto di lettere dei Dieci « In questi
tempi si mandò a Milano il Vescovo di Volterra (Soderini) procurato da questi (fio-
rentini) che pensavano alla conservazione di Milano ».

(2) Arch. di Stato fior.: X di Balia — Responsive, vol. 57, pag. 14. Lettera di
Francesco Gualterotti, oratore a Roma, 8 Gennaio 1499. :

(3) GUICCIARDINI, Storia d’Italia. :

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.

sciuti gli ambiziosi propositi e le grandi speranze; propositi e
| speranze rinnovatesi, non appena si seppero i progetti del
‘nuovo re di Francia contro il ducato di Milano.

Paolo Vitelli temeva egli pure una possibile alleanza tra
Venezia e Milano, che avrebbe potuto tenere in iscacco le forze
francesi, tanto più che non gli era ignoto come una buona parte

"dei Fiorentini fosse disposta ad unirsi con Milano contro la
— Francia. Egli non solo volle che Cornelio Galanti, suo rappre-
sentante alla corte di Francia, unisse la sua voce a quella de-
gli altri italiani per sconsigliare il Re dal rompersi con Venezia,
«ma — capitano di ventura, e per ciò uomo di pochi scrupoli —
pensò d’intervenire direttamente nel dibattito. Sapeva il Vitelli
- ehe, con il prossimo mese di maggio 1499, scadeva la sua con-
dotta con la Repubblica Fiorentina, e temeva che le influenze
dei potenti partigiani del suo competitore Rinuccio da Marciano,
il risentimento di molti commissari di campo da lui contra-
| riati, il malcontento dei contribuenti fiorentini per le enormi
spese della guerra, che a lui venivano imputate, e la diffi-
denza che il suo passato di soldato francese generava nei fau-
tori dell’alleanza con Milano — i quali erano oramai in gran
prevalenza nella città — avrebbero potuto causare la sua non
riconferma nel grado di Capitano generale dei Fiorentini
per il nuovo anno; e anche se fosse stato rieletto, avrebbe
corso pericolo di dovere sostenere il duca di Milano contro
l’esercito francese. Erano note al Vitelli le tristi condizioni fi-
nanziarie della Repubblica fiorentina, l'impossibilità nella quale
si trovava di sostenere più a lungo la guerra, l’ineluttabilità
per lei di una prossima pace, e forse di un alleanza con Vene-
zia: sapeva anche il Vitelli che alcuni, e non degli ultimi,
cittadini di Firenze non sarebbero stati alieni di trattare
anche con i Medici (1); e volle approfittare di queste a lui
favorevoli circostanze per impedire ad ogni costo la temuta
alleanza di Firenze, Milano e Venezia contro la Francia. Per

(1) CiPoLLA, Preponderanze straniere, pag.













330 G. NICASI

ció Paolo Vitelli, segretissimamente, fece sapere al Provve-
ditore veneziano, che si trovava a Castel d' Elci, essere egli
pronto a rimettere i Medici in Firenze, purché Venezia
avesse contribuito, a metà con Piero dei Medici, a pagare
la sua nuova condotta, alle medesime condizioni di quella
che aveva attualmente con i Fiorentini. Aderirono i Vene-
Ziani, a patto che i Medici, ritornati in patria, venissero ad
un componimento con i Pisani (V. Doc. 454); e siccome pre-
meva a Venezia di stringere la nuova condotta del Vitelli
prima di prendere una definitiva deliberazione intorno alle
trattative di pace in corso, così mandava istruzioni detta-
gliate in Castel d’ Elci al proprio Provveditore ser Jacopo
Venerio, acciocchè, con quanta prontezza gli fosse possibile,
fissasse tutte le modalità della nuova condotta (V. Doc. 455).
Ma intanto Luigi XII, mosso dai consigli del Pontefice e de-
gli altri italiani, residenti alla Corte, propose ai Veneziani
di stringere insieme alleanza, senza tener parola di Pisa; ed
essi accettarono: di modo che il 9 Febbraio 1499, fu in An-
gers concluso l'aecordo tra Venezia e la Francia (1).
Quest'aecordo non interruppe le segrete trattative tra i
Veneziani ed il Vitelli, le quali si protrassero anche durante
il marzo (2), tra Messer Cherubino di Benedetto, abitante al
Borgo Sansepolcro e connestabile del Vitelli, che per co-
mando di questi si recò a Castel d’Elci, ed il Provveditore
veneziano ivi dimorante. Però, in conseguenza dell’accordo
tra Venezia e la Francia, il Vitelli aveva oramai raggiunto
eran parte dello scopo prefissosi nell'offrire la sua spada a
Venezia; e questa, con le trattative di pace tra lei, Milano,
e Firenze — che dopo il sopradetto accordo si erano fatte
molto più attive, per essere andato, il 17 marzo, a Venezia

(1) MACCHIAVELLI, Opere complete. Estratto di lettere ai X di Balìa, vol. I,
pag. 299.

(2) Arch. dl Stato fior.: Deliberazioni. Signori e Collegi. Registro 101, pag. 94.
Sentenza contro messer Cherubino, in data 19 ottobre 1499.





LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 331

] duca Ercole di Ferrara per affrettarne la conclusione (1) —
era ormai certa di potere levarsi di dosso l' impresa di Pisa
^a buoni patti: sicchè la pratica tra il Vitelli e Venezia co-
minciò ad intiepidirsi, e quantunque tra essi si fosse già in
massima d’accordo, fu sospesa e non ebbe altro seguito (2).
Intanto le operazioni di guerra erano proseguite ed i
Fiorentini, che ben conoscevano quanto il Vitelli fosse indi-
gnato per le critiche, che si facevano pubblicamente in Fi-
renze, contro il suo modo di condurre la guerra nel Casen-
tino, gl indirizzarono, il 28. gennaio 1499, una lettera apo-
-.]ogetica, nella quale enfaticamente si numeravano e si ma-
gnificavano eli splendidi successi da lui ottenuti contro il
nemico, e lo eccitavano a condurre presto a termine la glo-
riosa impresa (V. Doc. 451). E Paolo Vitelli, ringraziando,
si dichiarava pronto a far da sua parte il possibile per dar
l’ultimo colpo al nemico, purchè gli si mandassero i denari
necessari per il soldo suo e degli altri connestabili, e gli si
inviassero i nuovi soldati richiesti, tanto più urgenti in quanto,
per i preparativi che facevano i nemici a Castel d’ Elci, era
ormai da ritenersi certo un ultimo loro tentativo per soccor-
rere Bibbiena (V. Doc. 453). Nel frattempo si era arreso ai
Vitelleschi Chiusi, e l' Alviano era stato costretto ad eva-
cuare l'Émportante posizione della Verna; di modo che ai
Veneziani non restava che Bibbiena, ed alcune forti località
vicine, dove si erano agglomerate le genti del duca di Ur-
bino, di Astorre Baglioni, dell’Alviano; e dove si trovavano,
con essi, assediati Giuliano dei Medici e Pietro Marcello prov-
veditore veneziano.

(1) CipoLLA, Preponderanze straniere, pag. 767.

(2) Arch. di Stato fior.: Lettere ad ambasciatori della Repubblica 1499. Clas. X,
Dist. I, n. 103. Lettera diretta agli Ambasciatori fiorentini a Parigi. in data 10 otto-
bre 1499. « Messer Cherubino, ,... al tempo che lui era l' anno passato alla Pieve a
Santo Stefano, havea ad Caste’delci .... praticato et ferma condocta nova (per il Vi-
telli) con soldo di 50 mila ducati et titolo di Governatore, durante ancora la con-
dotta nostra: la quals (nuova condotta) non ebbe effetto per la introduzione dell’ac-
cordo fatto di poi a Venezia ».

G. NICASI

Paolo Vitelli avrebbe voluto sloggiare il nemico anche
da Bibbiena, ma, sapendo che il conte di Pitigliano avea
raccolto a Castel d’ Elci un forte esercito e minacciava di
passare l'Appennino, fece rassettare le mura di Montefatuc-
chio (V. Doc. 459), e fortificare le più adatte posizioni intorno
a Bibbiena, e lasciati in quelle convenienti presidii, per
impedire un possibile tentativo all’ Alviano di sfuggire al-
l’assedio, si portò con il grosso delle sue genti a Pieve Santo
Stefano, da dove avrebbe potuto facilmente accorrere a sbar-
rare il passo al conte di Pitigliano. Però, per le tarde prov-
visioni dei Dieci, l’esercito fiorentino si trovava in cattive
condizioni: difettavano le vettovaglie; mancavano gli strami
per i cavalli; non si dava il soldo alle truppe; ed i Com-
missari erano assillati dai connestabili, che chiedevano i
denari per le loro compagnie. Paolo Vitelli, il Fracassa, Vi-
tellozzo, Giampaolo e Simonetto Baglioni, il conte Checco da
Montedoglio, e tutti i principali comandanti dell’esercito fio-
rentino, tennero una riunione, nella quale esposero ai Com-
missari l’ impossibilità di continuare l'impresa in tali condi-
zioni, assicurando che, se dai Dieci non si facessero subito
i richiesti provvedimenti, non solo non si sarebbe ripresa
‘Bibbiena, ma si sarebbe perduto il territorio ricuperato (V.
Doc. 456). Paolo Vitelli, inoltre, con ripetute lettere al Tar-

latini, protestava energicamente contro questo stato di cose,

e declinava ogni responsabilità per il futuro, tanto più che
egli, chiedendo i denari, non chiedeva che il suo, perchè
era in credito di grossa somma dalla Repubblica, per ser-
vizi suoi e delle sue genti non ancora pagatigli; e minac-
ciava che, se non gli si spedivano subito i denari e non si
fossero fatti dai Dieci i richiesti provvedimenti, sarebbe con
tutte le sue genti tornato a Città di Castello, e avrebbe là
cercato di provvedersi come meglio avrebbe potuto (V.
Doc. 451, 458).

Questo risoluto linguaggio scosse i Dieci, i quali promi-
sero di fare il possibile per contentarlo; ed il Vitelli, rabbo-

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 335

ito, prometteva che, « quando dal canto loro » i. signori
jorentini facessero « le provvisioni ragionatamente richie-
steli », e lo avessero posto in grado di potere « sfamare »
i suoi « poveri soldati », avrebbero costatato essere egli
pronto à fare il possibile per condurre a termine l'impresa;
ma non dovevano peró pensare che l'espugnazione di Bib-
biena si potesse fare con pochi fanti, sostenuti dalle bande
organizzate dall' abate Basilio, come i Dieci suggerivano, per-
ché, invece, sarebbero occorse molte genti per stringere
l'assedio di Bibbiena ed impedire, al tempo stesso, l' invio

dei soccorsi agli assediati (V. Doc. 460).

Se poco favorevoli erano le condizioni dell'esercito fio-
rentino, addirittura disastrose erano quelle delle genti del-
lAlviano, e degli altri capitani assediati in Bibbiena. Il duca
di Urbino ammalato, vedendo impossibile poter più oltre
provvedere al sostentamento di tanta gente, quanta ne era
convenuta in quella Terra, chiese al Vitelli ed ai Commis-
sari fiorentini un salvocondotto per potere uscire da Bib-
biena con le sue genti. Il Vitelli ed i Commissari, di comune
accordo con gli altri principali comandanti, ritenendo che la
partenza delle genti del duca di Urbino, se pure poteva
rendere meno grave la mancanza di vettovaglie agli altri
assediati è Bibbiena, avrebbe però tolto a questi un largo
numero di coadiutori nella difesa di quella Terra, lo conces-
sero. I Dieci si dolsero con i Commissari che quella delibe-
razione fosse stata presa, senza prima averli consultati, ed
ordinarono ai medesimi, che, se le modalità del salvocon-
dotto non fossero ancora state formulate, vi si dovesse in-
cludere queste condizioni: « Che il duca debba trarre da
Bibbiena tutte le sue genti comandate, et altre se ne avesse
al soldo: et che prometta in questa guerra » non offendere
più la Repubblica « a nessun modo con lo stato suo ». Impo-
sero inoltre ai Commissari che dovessero sorvegliare accio-
chè, « nel numero delle sue genti, non fusse nè Giuliano
dei Medici, nè il Provveditore veneziano », perchè non vo-

384. G. NICASI

levano fosse dato ad essi alcun salvocondotto, per essere,
luno « rebelle » alla Repubblica, e l’altro « non potersi
comprendere sotto il nome di gente del duca di Urbino »
(V. Doc. 461). Però, avendo poi saputo che il Duca, in con-
seguenza del ricevuto salvocondotto senza le desiderate con-
dizioni, era partito con gran parte delle sue genti, mentre
Giuliano dei Medici ed il Provveditore veneziano erano re-
stati in Bibbiena, scrissero ai Commissari che non parteci-
passero ad alcuno quali sarebbero state le condizioni, che
avrebbero essi desiderato incluse nel salvocondotto suddetto,



sia per non fare vedere che essi avevano disapprovato quanto
i Commissari, per consiglio del Vitelli e degli altri capitani,
avevano deliberato; sia anche perchè desideravano che. il
Duca di Urbino, ritenendosi beneficato dalla Repubblica,
fosse « contento portarsi, nelle imminenti occorrentie, con
quella modestia che sarebbe conveniente ad la qualità sua
et dello stato suo » (V. Doc. 462). 1

Intanto i Fiorentini avevano riconfermato, con l’ in-
tervento del duca di Milano, la condotta al conte Rinuc-
cio di Marciano, che era scaduta, assicurando il Vitelli,



per mezzo di Tommaso Tosinghi, che il conte sarebbe stato
obbediente agli ordini di lui (V. Doc. 463); ed avevano
richiesto al duca suddetto tre mila fanti, o almeno i denari



per poterne essi condurre duemila (V. Doc. 460). Il Duca,
che cominciava oramai a sentirsi stanco di questa guerra,
mandò al campo fiorentino Messer Galeazzo Visconti, accio-
chè de visu si rendesse certo della necessità, o no, di que-
sta spesa. Nel frattempo il conte di Pitigliano mosse a Ca-
steldelci le sue genti, facendo dimostrazione di volere final
mente tentare davvero il passaggio dell'Appennino per soc-
correre Bibbiena; ed il Vitelli, che da Pieve Santo Stefano
stava pronto a contrastargli il passo, ritenendo imminente
una grossa battaglia, volle attorniarsi, in quel decisivo ci-
mento, dei suoi migliori soldati; ed avendo ricevuto da
Firenze un qualche rinfrancamento di denari, scrisse a Jacopo










































LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.

el Rossetto a Castello, che approntasse i 500 fanti che
veva prima richiesti; e che, insieme a quelli, conducesse
con se il fratello Giovanni, Cesarino Tarlatini, Pietro Paolo
Fucci e Michelangiolo Cordoni, uomini tutti nei quali egli
veva la più completa fiducia (V. Doc. 464). Ma il conte di
‘Pitigliano, saputi i preparativi del Vitelli, e avendo innanzi
a se l'Appennino, che era carico di neve, non si senti da

nto di poter giungere al soccorso di Bibbiena, e quantun-
tal 5 ’
que fosse stato provvisto da Veneziani di un forte esercito,

non ebbe il coraggio di tentare l'impresa.
Era giunto in quei giorni al campo fiorentino messer
Galeazzo Visconti; ed i Dieci, nel presentarlo con lettera a
Paolo Vitelli, eccitarono nuovamente questo ad espugnare
Bibbiena, ora che, se non in tutto, almeno in parte, avevano
fatto i provvedimenti richiesti. Ma il Vitelli, con un ela-
borato piano di guerra, che sottopose all'esame di Messer Ga-
eazzo, dimostró che, per impadronirsi di Bibbiena, e guar-
darsi, al tempo stesso, da un possibile tentativo di soccor-
rerla da parte del conte di Pitigliano, occorrevano 5000
fanti (V. Doc. 465 e 466); e che, se in Bibbiena fossero re-
stati viveri solamente per dieci o quindici giorni, non si
doveva tentare di espugnarla, perchè, a suo credere, sa-
rebbe stajp soltanto necessario il fare ciò, quando gli asse-
| diati avessero avuto viveri sufficienti ancora per qualche
mese. E consigliava di accordare salvocondotto, per l' uscita
da Bibbiena, a qualche donna, od uomo, di quella Terra, per
potere essere bene informati da quelli sulla quantità dei
viveri ivi rimasti (V. Doc. 467); e che, intanto, si doves-
sero provvedere le necessarie munizioni, e specialmente i
denari per i fanti, acciocchè « non disertassino e passassino

al nemico » (V. Doc. 468).

Messer Galeazzo condivise completamente il parere del:
Vitelli, e giudicò che, per ora, non fosse assolutamente da
tentarsi l'espugnazione di Bibbiena, tanto più che si era
















G. NICASI



336

saputo essere restati pochi viveri in quella Terra (V.
Doc. 469).

Più forti che mai risorsero allora in Firenze i clamori
del popolo contro il Vitelli, dalla cui bravura si attendeva
più che da qualunque altro capitano. Le critiche al proprio
operato urtavano terribilmente il Vitelli; ed Antonio Cani-
sani, commissario al campo fiorentino, avvertiva i Dieci,
essere necessario « obviare al dir male del capitano »: ed
essi, in data 16 marzo 1499, rispondevano, che erano dispia-
centi « di tale licentia in modi disonesti di lingua » del
popolo fiorentino, ma che non sapevano come ripararvi,
quantunque fossero disposti a contentare in tutto il Vitelli ;
e che speravano che lo stesso Vitelli si dovesse convincere,
< che queste calunnie nascono da huomini otiosi, ignari et
plebei, a quali, poichè la natura ha tolto el potere et saper
fare, volliono dire almancho, et dire male »; mentre i mi-
gliori tra i fiorentini lo amavano e tenevano in gran consi-
derazione (V. Doc. 470).

I denari intanto scarseggiavano sempre più nel campo
fiorentino, ed i Dieci erano impotenti a provvederne degli
altri. Le fanterie, sprovviste del soldo, chiedevano che, al-
meno, si fornissero ad esse i viveri necessari. I Commis-
sari, per non vedere abbandonare il nuovo bastione dai sol-
dati, che lo avevano in custodia, si erano ridotti a mandarvi
ogni giorno il pane necessario ed il vino, che si facevano
dare a credenza da quelle popolazioni ; il medesimo si dovè
fare per i soldati che erano a guardia di Scintigliano, per
i 200 fanti recentemente venuti da Perugia, e per le genti
ducali, che si trovavano a guarnire Gello, Frassineto, Cor-
rezzo e Montefatucchio; e scarseggiavano i muli e le altre
bestie necessarie per queste vetture; e le popolazioni erano
stanche e recalcitranti alla somministrazione delle vettova-
glie, senza essere pagate. Il Vitelli, e Messer Galeazzo Vi-
sconti protestavano vivamente (V. Doc. 471): anzi il Vitelli
dichiarò risolutamente che, se fra tre o quattro giorni non LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 391

li fosse mandata qualche provvigione di denaro, non vo-
endo perdere la compagnia, che oramai era in dissoluzione,
"avrebbe abbandonato l'impresa (V. Doc. 472).

Per altro anche i nemici si trovavano agli estremi: ed
jl 27 marzo, durante la notte, circa 400 fanti abbandonarono
Bibbiena, e approfittandosi che le genti duchesche di Filip-
pino del Fiesco, poste alla guardia di Gello, stavano rinchiuse
nelle case e trascuravano le scolte, riuscirono a passare inos-
servati vicino ad esse, ed a trarsi in salvo per il giogo del-
l'Appennino, con gran disappunto del Vitelli, che sperava
averli in breve fra mano (V. Doc. 473). I Dieci vollero ap-
profittare di questo nuovo assottigliamento dei difensori di
Bibbiena, per istigare ancora una volta il Vitelli a tentare
d'impadronirsi di quella Terra; ed egli, in una lettera del
:3 aprile 1499, si dichiarò pronto a tentarne l’ espugnazione,
o per scalata, o per qualunque altro modo, che fosse rite-
nuto opportuno da messer Galeazzo Visconti, e dal Com-
missario di campo fiorentino, che, a tale scopo, si erano
recati ad ispezionare quelle località; ma chiedeva che gli
‘fossero date le forze necessarie per fare tale impresa, e
specialmente i denari, la cui mancanza era tale che, se,
dentro la settimana, non gli fossero stati spediti, il campo si
| sarebbe ibvitabilmente disciolto, inquantoché erano tutti
mancanti del più stretto necessario per vivere, ed egli
stesso aveva dovuto impegnare tutte le sue personali ar-
genterie per sopperire ai più urgenti bisogni (V. Doc. 475,
476, 477).

Il Duca di Milano, intanto, allarmato dell’ accordo in-
tervenuto, come dicemmo, tra Francia e Venezia, volle —
per potersi più liberamente preparare alla guerra che
Luigi XII gli minacciava — togliersi di dosso l'impresa
| del Casentino e, per ciò, si mise ad affrettare con ogni suo
potere le trattative di pace, che si discutevano a Ferrara,
obbligando, con lusinghe e minaccie, i Fiorentini a fare al-
Fettanto. Ma i Veneziani, vista la fretta del duca nel vo:

22













338 G. NICASI

lere la pace, si facevano ogni di più esigenti sulle condi-
zioni di quella, sicchè le trattative suddette procedevano in
mezzo a tante difficoltà, che il Vitelli, temendo che non si
potesse per allora venire alla conclusione della pace, fa-
ceva più vive istanze che mai per avere denari, perchè nel
campo fiorentino era, per mancanza di quelli, cominciata
una sì larga diserzione, che, a guardia dei recuperati ca-.
stelli, non restavano ormai « che le muraglie » (V. Doc. 478).

L’andata però a Venezia del duca Ercole di Ferrara
affrettò talmente la conclusione delle trattative di pace, che
Piero dei Medici, disperando omai di potere con l’aiuto dei
Veneziani rientrare in Firenze, cercò, per mezzo del suo
fautore Pandolfo Petrucci, Signore di Siena, riallacciare con
il Vitelli la sopita pratica, per essere da lui rimesso in npa-
tria con le armi. Ma Paolo Vitelli, avendo appreso che il
Petrucci aveva a tal scopo invitato il Tarlatini ad un se-
greto abboccamento fuori di Firenze, gli proibì di recarvisi,
dandogli solo facoltà di ascoltare un qualunque messo che
Pandolfo gli avesse potuto inviare a Firenze a questo scopo;
e prescrivendogli queste precise istruzioni: « Attenderete a
retrarre il più che possete, et dire come da voi; ma non

toccate, nè mettete inante per modo viruno parentela alcuna,
et non venite a particolare nissuno; anzi atendete, come è
detto, a retrarre:'et de tucto ne darete pieno adviso » (V.
Doc. 413). Evidentemente il Vitelli non era piü disposto a
correre l'alea di una restaurazione forzata dei Medici, ora

che egli vedeva assicurata la tanto da lui desiderata unione
di Venezia con la Francia, e notava un certo raffredda-
mento nei Fiorentini verso il duca di Milano, da cui essi
si ritenevano poco tutelati nelle trattative in corso con Ve-
nezia (1). Il Vitelli aveva saputo subito approfittare con
molta abilità di questo cambiamento dell’ opinione pubblica

(1) GUICCIARDINI, pag. 115: « Presse i fiorentini cominciava già ad essere so-
specta la interposizione del Duca ».

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.

a

iorentina, che aveva fatto riprendere il sopravvento in Fi-

: nze ai fautori della Francia, i quali, per il suo passato di
Jdato francese, vedevano di buon occhio il Vitelli (1); ed

iveva cominciato, per mezzo del Tarlatini, a fare riservate

rattative con i cittadini più influenti, per ottenere la ricon-
erma della sua condotta con la Repubblica, non solo col
rado «attuale, ma con quell'aumento di soldo, che i pre-
stati servigi gli davano, secondo la consuetudine allora vi-
rente, diritto di chiedere. Ed in ciò era coadiuvato da
Messer Galeazzo Visconti che, soddisfatto della deferenza

‘usata sempre dal Vitelli, durante tutta la campagna di guerra,
«verso i comandanti delle genti duchesche, che si trovavano
nell’ esercito fiorentino, credeva di avere in Paolo un fu-
turo appoggio per il duca di Milano. Ma il Vitelli accettava
la efficace cooperazione del Visconti presso le Autorità fio-

entine, non voleva, però, legarsi affatto col duca di Mi-
«lano, per non compromettere la « buona conditione », che
perava « dare ai casi » suoi, presso i Francesi, qualora la
guerra progettata da Luigi XII contro quel duca, avesse
avuto effetto (V. Doc. 482). Per ciò nelle istruzioni, che
«dava al Tarlatini per trattare la riconferma della condotta

on la Signoria di Firenze, gli raccomandava di non fidarsi
Ee di moltf persone, ma solum cum uno o doi », del cui at-
"taccamento ai Vitelli non si potesse dubitare; e facesse in
modo che la ricondotta fosse conclusa dai soli Fiorentini, senza
il concorso del duca di Milano, perché esso, Paolo, voleva
‘essere « obbligato » solo a quelli, e non « a doi »; però
usasse la massima prudenza, acciocché « a nissuno modo
‘venisse a li orecchi del Duca » che i Vitelli fuggissero e

ifiutassero « stare a li serviti soi »; se poi il Duca avesse

(1) Si noti nel documento 482 la fiase: « Si el numero de li amici moltiplicare,
ome Scrivete, ci doverà giovare ecc. » da cui si vede che, appunto le mutate con-
izioni dell'apinione pubblica fiorentina, portavano di conseguenza l' aumento degli

amici del Vitelli.















340 + NICASI

voluto contribuire, lui pure, all'aumento del soldo dei Vi-
telli, questi lo avrebbero accettato, purchè, possibilmente,
non fosse fatto ad essi obbligo di servigi’ verso il Duca me-
desimo. Tutto ciò però doveva essere trattato « cum dex-
trezza et modo secreto, et con demostratione sempre con
Messer Galeazzo che » i Vitelli erano <« dispostissimi verso
la excellentia del Duca etc. » (V. Doc. 479).

Il Vitelli richiedeva per nuova condotta, 150 uomini
d'arme di aumento dallattuale, intendendosi compreso in
essa anche Vitellozzo, il quale, diceva Paolo, per i suoi me-
riti, avrebbe dovuto avere per se solo una condotta di 150
uomini d'arme, perché la Republica ne aveva assegnati 250
al conte Rinuccio, del quale Vitellozzo non era punto infe-
riore per doti militari; e qualunque altro potentato eli
avrebbe dati anche 200 uomini d'arme; come avrebbe po-
tuto, col fatto, far vedere, se i Fiorentini gli avessero dato
facoltà di assumere condotta presso altri; cosa peró che
egli, Paolo, per il bene della Repubblica, non si augurava
(V. Doc. 480).

Ma intanto, essendosi venuti, tra i rappresentanti dei P
Fiorentini, del duca di Milano e dei Veneziani, ad un com-
promesso in Venezia, in forza del quale si rimetteva al-
larbitrato del duca Ercole di Ferrara lo stabilire le condi-

zioni di pace, questo, il 6 di aprile 1499, emise il lodo, nel

quale si stabiliva :

che, dentro otto giorni, si dovessero sospendere le
ostilità ;

che, dentro il 25 dello stesso mese di Aprile, le genti
di ciascuna delle parti belligeranti dovessero lasciare Bib-
biena e gli altri luoghi occupati, e ritirarsi nei propri stati;

che i Veneziani dovessero in quel medesimo giorno
uscire con le loro genti da Pisa e dal suo territorio, rice-
vendo in compenso dai Fiorentini 180 mila ducati, pagabili
in 12 anni;

e che Pisa dovesse ritornare all'obbedienza di Fi-

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.

‘enze, con prestabilite modalità, tendenti a mitigare nei Pi-
ini gli oneri della sudditanza ai Fiorentini.

Il lodo fu respinto dai Pisani; ma, sebbene a malin-

ore, fu accettato dai Veneziani, dal duca di Milano e dai
riorentini. Anzi, questi ultimi, per affrettare il giorno del-
imposta sospensione delle armi, scrissero, l’11 aprile, ai
ropri Commissari di campo che facessero intendere ai Prov-
editori veneziani di Casteldelci e di Bibbiena, essere essi
disposti a « cessare dalle armi », anche immediatamente,
purché loro pure avessero fatto altrettanto; ed ingiunsero,
inoltre, agli stessi Commissari, qualora la proposta fosse
Hi ccolta, di offrire al Provveditore veneziano, assediato in
Bibbiena, « tutti quelli commodi che fussero possibili per
"mostrare la « buona dispositione » dei Signori Fiorentini
verso la Signoria di Venezia. La proposta fu accolta; le
ostilità furono sospese; e Giuliano dei Medici se ne appro-
ttó per uscire indisturbato da Bibbiena.

I nemici del Vitelli addebitarono a lui la liberazione di
Giuliano; ma egli, con sua lettera del 14 aprile diretta al
Tarlatini, ristabili la verità dei fatti, narrando come, il Prov-
veditore veneziano ed il conte di Pitigliano, avessero fatto
sapere, ai Commissari di campo fiorentino ed a Messer Ga-
leazzo, g che, non ostante ne la triegua se contenisse che

oro potessino andare et retornare securi », pure, « prega-

ano loro Signori che lassassino passare Giuliano » dei Me-
"dici. Il Visconti ed i Commissari tennero consiglio intorno
al concedere, o no, il permesso a Giuliano di uscire da Bib-
biena e risolsero di accordarlo, « per non dare alteratione
ai capitoli » della tregua: anzi, nel timore che il detto Giu-
liano potesse essere nel cammino offeso dagli uomini del
5 - paese, gl’ inviarono per scorta l'abbate Basilio Nardi, al
quale, dietro loro richiesta, il Vitelli aggiunse sei dei suoi
cavalli: nessuna responsabilità quindi spettava a lui di que-
sto fatto (V. Doc. 485).
1 Ormai la guerra era ultimata ed il Vitelli chiedeva in-

















342 . G. NICASI

sistentemente alle Autorità fiorentine le stanze per i suoi
soldati, dicendo di non potere più oltre trattenerli in quelle
località, disertate dalla guerra, dove « era stato tutto con-
ssumato » (V. Doc. 483), e dove non si trovavano più nè
strami, nè « sarmenti », né cosa alcuna per i cavalli (V.
Doc. 484); e siccome i Fiorentini volevano liquidargli il suo
soldo, non in tanto oro, come era stato pattuito, ma in
grossi, con grave suo scapito, scriveva al Tarlatini che as-
solutamente rifiutasse qualunque pagamento che non fosse
in oro (V. Doc. 474). Non poteva, difatti, il Vitelli accettare
anche la più piccola riduzione del suo stipendio, perchè, in
quei giorni, si trovava in tali strettezze finanziarie, che, non
solo aveva dovuto farsi prestare i denari necessari per ot-
tenere in Roma la elezione di suo fratello Giulio a vescovo
di Città di Castello, ma dovette fino prendere a credito le
stoffe occorrenti per il nuovo abito vescovile di messer
Giulio (1).

(1) Paolo Vitelli aveva, da vario tempo, mandato il tifernate Francesco Fe-
riani suo rappresentante a Roma, per mettere in moto tutte le possibili influenze
onde ottenere al proprio fratello Giulio, protonotaro apostolico, il vascovato dl Città
di Cast Illo, in sostituzione di monsignor Ventura Bufalini, vescovo allora di quella
Città. I maneggi del Vitelli non furono infruttuosi, perché, nel marzo 1499, ebbe la
promessa che, nel futuro Concistoro, che doveva tenersi verso la fine del prossimo
aprile, messer Giulio Vitelli sarebbe stato promosso vescovo, purché . per quell’ e-
poea si trovassero a disposizione del Feriani suddetto ducati 3000, per le spese oc-
correnti a quella promozione. Paolo Vitelli, che si trovava a corto di denari, scrisse
subito al Tarlatini, perché gli trovasse in Firenze, chi mandasse per lui a Roma
« unà promessa di banco di 3000 ducati » (V. Doc. 474). Sembra che Giuliano Gondi
gli procurasse, anche questa volta, i denari richiesti (V. Doc. 482): ma non essendo
Stati questi sufficienti a cuoprire tutte le spese necessarie per quella circostanza,
ebbe altri 400 ducati in prestito, per pochi giorni, dal Cardinale Orsini. Sicché Vitel-
lozzo, per incarico del fratello Paolo, ordinò al Tarletini di fare provvisione in Fi-
renze di altri 600 ducati, dei quali. 400 dovevano restituirsi a » Monsignore Ursino »,
ed il resto doveva servire « per lo spacciamento delle bolle et anche per il panno,
cappelli e rocchetto per Messer Giulio » (V. Doc. 4860). Ma poi si pensó che, per
facilitare la ricerca del denaro, fosse meglio comprare a credito dai negozianti di
Firenze le stoffe necessarie per il nuovo abito da vescovo di messer Giulio, e cer-
care in prestito solamente la somma strettamente necessaria per tutte le altre
spese: e così si fece per non ritardare la spedizione delle bolle per il nuovo ve-
scovo (V. Doc. 487). In tal modo si poté finalmente ottenere che nel Concistoro dei
17 aprile 1499 Giulio Vitelli fosse eletto vescovo di Città di Castello e monsignor
Ventura Bufalini venisse traslocato al vescovato di Terni.

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 343

Giunse finalmente a Paolo Vitelli l’ ordine di condurre
le sue genti alle stanze; ed egli, lasciata Pieve Santo Ste-
fano, distribuì le sue genti, parte sul territorio di Foiano,
parte in quello di Arezzo, e parte nelle vicinanze di An-
ghiari: dopo di che se ne ritornò a Città di Castello.

















G. NICASI

APPENDICE II

338."* (D. le. XXII. 116). Firenze, 1498, Maggio 91.

D.no Guidantonio [Vespuccio] et d.no Francisco Pepio oratoribus apud
Ducem Mediolani.

Per le presenti ci accade significare come questa mactina hab-
biamo adviso dal Commissario nostro di Ponte di Saccho che, intendendo
li nostri inimici, in numero di circa 100 tra stradiotti et cavalli leggeri,
essere cavaleati verso la maremma et tornarsene indrieto con una
grossa preda, parse a decti nostri d'afrontarsi con loro, et lo feciono
eon tale animo et ordine che ruppero la maggior parte di loro et ha-
»vevano recuperato buona parte della preda. Ma I' inimici, havendo soc-
corso da Pisa di cirea 150 huomini d'arme, vi si trovavano, li quali
per fianco assaltarono e nostri, et trovandoli stanchi et non molto ad
ordine per il conflicto dato a’ nemici, furono buona parte di decti
nostri constrecti, non potendo resistere, mectersi in fuga, et persequi-
tati dall' inimici, ne furono presi alchuni, et di huomini di capo, per
quanto intendiamo sino ad hora, solamente Giovanni della Vecchia, el
Capitano Guerrieri franzese et alchuni feriti et morti dall'una parte et
dall'altra. Il Commissario nostro generale et il conte Renuccio si erano
riducti in Sancto Regolo etc.

339. (Ep. II. 150). Città di Castello, 1498, Maggio 22.

Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatinia.

Meser Corado, noy questa matina per questo cavalaro havessimo la
vostra de’ xxj a hore xv, per la quale vi raportavate ad un’ altra vostra
mandata per fante proprio. Et poco distante ne recevessimo una de’ xx
et de’ hore 3 de nocte. Et licet non ce paresse che la fusse conrespon-
dente a quella de hore xv, tamen, per qualche retracto se era facto dal
primo cavallaro a bocca, benchè non li prestassimo molta fede, pur

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.

resolvessimo a fare comandare le genti d'arme et fanti et dare princi-
pio a mecterle in ordine, per aviarle, presuponendo el bisogno. Venne
di poi el secondo cavallaro cum la lettera de la resolutione ; et poco
poy arivò il fante cum l’altra de lo aviso de la rotta, a la quale voy
ve reportevate. Et infine, essendo noy già resoluti non mancare a uno
simili bisogno, dovete credere che dopo lo aviso del beneficio ricevuto
"nessimo molto piü aeesi in la dispositione nr.a. Et in effecto; ficti li
debiti regratiamenti cum tucti cotesti Ex.i Magistrati de l'honoranza

ad noy concessa, li farite intendere che, per quanto le forze et inge-
gno nostro se destenderanno, ne sforzarimo rendere gratitudine cum
una sincera fede et perfecto animo, le quali suppliranno dove per im-
| possibilità mancassino l'opere. Et domatina, cum el nome de dio, co-

minciarimo ad aviare le fantarie, cavalli legierj et le genti d’arme. Vor-
rasse che voy solecitate la expedietione del denaro a ciò le possiamo
in camino per avanzare tempo spacciare. Et che, a ciò noy habbiamo
da stare contenti a tucto, racomandate a cotesti Ex.si S.ri lo interesse
de li S.ri Balioni, quali noy desideramo che sienno, non tanto preser-
vati in le conditioni loro, ma augmentati, perchè è a comuni proposito.
Similmente le pregarite tenghino de mano a li S.ri Ursini che non
habbino a precipitare, che ce doleria a core, et non ce prodegiaria la
grandezza n.ra, quando le vedessimo ruinare et non le potessimo aiu-
tare. Non mancarà a cotesti ex.i S.ri trovare di mezi de conservarle
in stato et in dignità, et quando per altro respecto non si movessino,
faccino per la servitù li portamo, che merita omni cosa dale S.rie loro
Ex.e, a le quali istantissime ne racomandarite. Et li farite intendere
che questo luoco non ce faria come è dieto prode, et non starissimo
contenti, sigli S.ri Baglioni non fussero preservati in le condictioni loro,
ymo havarissimo gran piacere che, dato tempore, le fussino augmentate.
_ El S. Pavolo Ursino, a la giunta del secondo cavallaro, quale
arivó eum lo aviso del titulo, et cusi a l'arivata del fante che portò la
lra de lo aviso de la rotta del Conte Ranuccio, se trovava qua, et in-
teso el bisogno de cotesti S.ri, se resolvè molto amorevolmente, contor-
tandone a li loro favori, et dolendose apresso non se trovare a ter-
mine, «et havere le genti d’arme sue in luoco che anche lui se potesse
operare in benefitio de cotesta Ex.a Repu ca. A la quale come è dicto
lo raccomandarite cum tucta la casa et la pregarite che non voglino
mancare d’aiutare le cose loro, per tucti li versi cognosceranno expe-
dienti, a ciò non habbino a ruinare, che non ce comportaria l’animo de
patirlo et de non far omni demostratione per preservarle in dignità et
Stato. Et anche quando le S.rie Loro descuriranno, poteranno de facili
iudicare che siria alieno dal proposito loro. Bene valete.











346 G. NICASI

340. (Ep. II. 136). Città di Castello, 1498, Maggio 24.

Paolo Vitelli a Cerbone Cerboni.

Cerbone, e sonno arivati qui fine a heri sera Giuliano Gondi,
Agnilo Pandolfini et M.er Corado et portati duc. 5.mila de’ grossi, che
sonno una fraga in bocca a l’orso. Et per Dio, si non fusse che noy
vedemo testi Ex.si S.ri in extremo abisogno, non ce sirissimo mossi
cum sì poco denaro; ma non havemo voluto guardare a nissuno n.ro
interesse, et fare più presto l’offitio de’ servitori che de’ soldati; et cusi,
non senza sinistro de la conpania et n.ro, havemo a questa hora in-
viata parte de la gente d’arme et fantarie, et conducerimone le nostre
persone cum mille o mille doicento fauti, 200 cavalli legieri et 140
homini d'arme. Trenta.ne havimo promissi al S.r Pavolo Ursino; in
luoco quelli, infra 20 di o un mese, ne conducerimo altratanti; et lo
havemo apresso servito de 500 fanti, non ce parendo posserli mancare.
La partita n.ra dequa cum el resto de le genti d'arme sirà, d.no con-
cedente, dopo dimane, et verrimo a la via de Monte varchi per voltare
a la via de Pisa. Voi hora atendarite a sollecitare el denaro, et fate
omni extremo conato de cavare el servito et l'inprestanza, che sapete
ne trovamo a termine et in modo indebitati et agoluppati che non pos-
semo fare senza; pensate che per levare le gente d’ arme, quali se
erano indebitati a le stanze, siemo stati necessitati in molti luoghi dare
cautione a creditori de la conpagnia, che altramente non se possa-
vano levare senza alteratione. Iterum vi prego solecitate il danaro et
portatecelo incontro cum omni possibile celerità. Et recercate testi
Ex.mi S.ri che ci voglino acomodare, che cedarà a beneficio loro, de
cento archibugi, et havendoli li manderite a la volta n.ra in su muli.
Solecitate, solecitate de provedere al denaro. Bene valete.

341. (D. Imi. LVIII. 129). 1498, Maggio 96.

Iuliano de Gondis.

Per le tue de 24 restiamo bene satisfacti di quanto ne scrivi delle
gente d'arme et fanterie di cotesti M.ci Vitelli, et noi dal canto nostro
sollecitiamo la provisione del danaro et faremo in modo che circa questa
parte haranno lo intento loro. Per hora ci accade dirti che solleciti la
venuta loro et perchè, essendo come sai la Città nostra infecta di pe-
ste, non ci pare approposito che la venuta di coteste gente sia a dirittura
inverso la Città, dove venendo et alquanto soggiornando, non si sap-

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 941

iendo simili gente contenere ne stare a riguardo, potrebbono causare
qualche contagione, il che non sarebbe punto approposito delle cose

ostre : et però le addirigerai pel Chianti et per la Valdelsa, per quelle
‘vie che dieno mancho sinistro si può a nostri cittadini et subditi, et
così procurerai che li Capi, che le condurranno, che nel passare si por-
tino costumatamente in modo, che in questa parte anchora ne restiamo
da loro benissimo satisfacti. I xxv muli per levare le artiglierie si
mandano da qui et sono inviati.

B49. (D. le. XXII. 190). 1498, Maggio 96.

D.nis Guidantonio Vespuccio et Francisco Pepio oratoribus Mediolani.

.... Noi, oltre al havere con celerità provisto le terre et luoghi
delle colline et di quelle circumstantie, et allo havere mandato in campo
Benedecto de Nerli nostro collegha con somma di danari, per il mezzo
dei quali intendiamo già essersi messi ad ordine buona parte de nostri
che furono fugati et presi, vi mandammo di Pistoia et delle montagne
buon numero di fanti. Et oltre ad ciò commectemmo a Vitelli che man-
dassino subito li 200 balestrieri a cavallo, et conducessino 1000 provi-
gionati de’ loro, che sono experti et bene armati, et con celerità l’ in-
viassero in quel di Pisa, et appresso le loro Magnificentie con li loro
huomini d’arme ne venissino quanto più presto potessino. Et acciocchè
lo facessino più pronptamente, et che le genti d’arme ci troviamo si
potessino adoperare con più ordine et obedientia che non s’è facto fino
ad hora, Wèr le cagione che vi sono note, habbiamo concesso al Mag.co

. Paulo Vitelli titolo di Capitano generale sopra le nostre genti d’arme.
La qual cosa intendiamo esserli stata gratissima et per questo essere
| promptamente disposto ad far, con tucta la gente ci è obligato et con
ogni suo sforzo, amplamente el debito suo; et di già ha cominciato
ad inviare de' sua cavalli leggeri in quel di Pisa, et continuamente
sequita di mandare li provvigionati insino al numero di 1000, come di
sopra [è decto]. Et la persona sua fra 4 di si debbe trovare qui con
quelli huomini d’ arme fussino restati della condocta sua, et facto la
cerimonia di darli il segno del capitanato, ne andrà subito verso il
Ponte ad hera, dove anchora si doverà trovare qualche numero di bale-
| Strieri a cavallo, che speriamo trarre di Romagna, in modo che in bre-
| vissimo le cose nostre in quel di Pisa saranno totalmente riordinate,
che non dubitiamo di essere in alchun modo soprafacti.









348 G. NICASI

343: (Ep. IL. 178); Urbino, 1498, Maggio 28.
Giacobbe Spirensi. [astrologo| a Paolo Vitelli.

Mag.ce Domine sui post recognitionem debitam etc. Recepute lit-
tere de v.a Magnifica S. réspondo ehe non posso trovare per brevità
de tempo più comodi del partire di vo. S. de casa da Castello che
mercordì proximo che viene, a hore dodice de horilogio, et così par-
tirvi et recevere el bastone de li S. Fiorentini in Kalende de Giugno,

a hore dodice ; et questo cum diligenza omnino è da observare. De
l’altre cose ne scrivo a pieno a ser Paulo, che, se si porà seguire
quello lì serivo, vederà Vo. S. che ne sequirà asa' optimo proficto.
Recomandomi sempre a Vo M.a S. parato sempre a li suoi comandi.

344. (Ep. II. 131). Quarata (Arezzo), 1498, Maggio 30.
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Mag.ce vir Eques deaurate ete., bavemo ricevuta v.na vra de dì
28 del presente, a la quale imprima rispondemo circa la parte princi-
pale del di per lo pigliare del bastone, per venerdi mattina, che, secondo
m.o Antonio nostro, in tal di se ricercaria essere in facto ad hore xv
in eirea et per questo, veduto el brieve termine, pensamo per tal di
questo essere impossibili, per dieta hora in spetie; et fora del termine
non è bene. E quando li S.ri X si contentino de la n.ra venuta, ad ef-
fecto per conferire per le facende di loro S.ri, poterimo pigliare partito
al venire et conferire, perchè dal venerdì impoi m.o Antonio ne fa in-
tendere non ce essere cosa a proposito fine a domenica ad otto se-
quenti. Quando loro S. si contentino, inteso che haverimo le voluntà
loro et facto apunctamento, ce ne possemo andare a la via n.ra a le
genti d’arme et fanterie, quali indirizamo a la via verso Pontedera,
dove per uno di determinato et hora congrua, per Commissari adció
deputati con debita commissione et mand.to, poteranno loro S.ri man-
dare in nello exercito el bastone; che non seria però manco de autorità
darlo in campo che altramente: pure quando questo non si contentino,
o non li paia di potere per quello dì, che sia oportuno venire in Fio-
renza et satisfare a loro S.ri, che l’ uno e l’ altro di questi modi qual
più li sia grato satisfarà a noi benissimo, et de tucto darite aviso.

Ala parte de li Ursini renderite gratie a loro S.ri de la licentia
gratissima de l'andare, et de poi farite intendere a quelle che 'l sia
necessario, non solum oportuno, che loro S.ri se risentino per quelle

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.

vie più ydonee et possibile, come per più volte havemo facto intendere
quelle, de dare via che la Casa Ursina non vada in questa disfac-
tione, come la va, perchè per nesuno modo noi poterissimo mai restare
quieti nè di bona voglia, quando tal caso occorresse et nè mai poteris-
"simo servire loro S.ri di buona voglia nè contenti, se non si desse
omni opera che la Casa Ursina non vada in questo basso, come. per
effecto si vede dato principio: et a questa dechiaratione vi mandamo la
| pre.te lectera che noi havemo dal S.r Paulo Ursino, a ciò possiate an-
che voi comprendere; el che ne fa stare asai di mala voglia, atenta la
parentela et amicitia n.ra con Casa Ursina et patire di vederla ruinare.
Crediate, et similmente loro S.ri credino, che ripensando molto bene, nè
a loro S.ri nè a noi ne porria seguire se non dampno et interesse
grandissimo ; però darite omni diligente cura a fare che tale effecto si
‘faccia con le ragioni in mano, come saperite fare.

Item farite intendere a Cerbone che li m.e ducati hauti le mandi

prestamente per modi fidati et al resto solécitate di haverli ; et de tanto
quanto farite darite aviso. Et cosi, facte le mostre et havute le vere
quantità de le genti a cavallo et piedi, de tucto darite aviso et presto.

A la parte de miser Chriaco non mancharimo per modo alcuno
de farli careze et honore, per quanto specti ad noi, et dal canto nostro
simo disposti a questo effecto, et piacene l'ordine vostro a fare careze
et servitio a tucti li homini da bene.

Insuper mandarite tucte l’ arme et quelli archibusi che sono da
mandare, et cavalli, se ce ne sono da vendere, quelli che si possa de
omni sorte, nè altro per questa.

Iterum solicitarite quanto più presto si possa di maudare li ar-
ehibusi, egnon falli.

345. (D. le. XXIII. 3). 1498, Giugno 6.

D.no Guidantonio Vespu^cio et F. Pepin (oratoribus Mediolani).

... Il Magnifico capitano è soprastato quì qualche di et hoggi si
è paxtito col resto delle sue genti si truovava qui; et interim non si è
perso tempo, perchè, oltre allo essersi adviato in quel di Pisa buona
parte delle sue genti d' arme, balestrieri et provigionati, si sono facti
con lui molti discorsi et ragionamenti circa il modo di procedere in
quel di Pisa, o del dare il guasto, o di fare impresa di Cascina, o di
Vico e di molte altre cose che occorrerebbono di farsi, et in effecto,
havendo ben discusso et esaminato tucto, si è judicato potersi male ri-
Solvere se prima epso Capitano personalmente non si truovi in quel di





350 G. NICASI

Pisa, dove, oculata fide, trovandosi in sul facto, col parere et consiglio
de nostri Commissarii et de Condoctieri, Connestabili, et altri capi et
persone experte et pratiche vi si truovano delle nostre, faccino quella
resolutione, la qnale sarà indicata proficua, riuscibile, et con più nostra
sicurtà sarà possibile ....

346. (D. r. LVII. 291). Capanne, 1498, Giugno 8.
Il Commisario generale Benedetto Nerli ai Dieci.

Magnifici Domini observandissimi ete. Siamo ad hore dodici et
troviamoci alle Capanne con tutto il campo, el Signor Capitano, el Si-
gnor Governatore, el Signor Ottaviano, el Signor Carlo dal Monte, le
gente Bentivogli et con tutte le forze nostre; andando in battaglia verso
l’inimici, habbiamo per doppi messi da Monte Castelli et da Lerone, et
per segni visti dal Pontedera d’ allegrezza, che li inimici sono levati
da Ponte di Sacho et vannosene alla via di Cascina. Seguitaremo no-
stro camino et alogiereno al Pontedera.

341. (D. le. XXIII. 11). 1498, Giugno 9.

Instructione a Piero Martelli mandato allo Ill.mo Duca di Urbino. De-
liberata die VIIII ut supra.

Andrai a trovare la Excellentia del Duca di Urbino ad Urbino o
a Gubbio o dove intenderai quella essere, et tranferitoti al cospecto
suo et presentatoli le lettere nostre credititie in te, dopo le salutationi
et cerimonie convenienti, exporrai alla Sua Ex.tia essere mandato da
noi per la medesima causa che a di passati mandammo Pietro Corsini,
della quale non intendendo esser seguito alehuna buona compositione
: 0 assecto, anzi, secondo intendiamo, ogni di farsi nuove provisioni et
apparati per venire ad qualche disordine, ne habbiamo dispiacere et

molestia non piccola; parendoci che le cose d'Italia siano al presente

in tanta alteratione et travaglio da dovere piü tosto porgere acqua per
spegnere il fuoco acceso, che legne per nutrirlo et ampliarlo. Nella
qual eosa non possiamo credere, essendo la Sua Ex.tia prudentissima,
che epsa non debbi assai ben considerare che, quanto piü li travagli
et perturbationi di Italia diventano maggiori, tanto più epsa etiam ha
da pensare per lo interesse suo et ragguardare che il fine di simili
actioni bene spesso è contrario o non corrispondente a quel disegno
che in principio li huomini per qualche loro spetiltà fanno. Subgiu-

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.

enendole che il desiderio habbiamo di supprimere et sopire tali scandali
: et. alterationi, et l'affeetione habbiamo alla S. Ex.tia, fa le facciamo lar-
vamente intendere quel che conosciamo appartenersi et esser necessario
alla conservatione di Italia. Et se quella allegassi esser rimasto per li
Signori Perugini che la compositione non habbi sortito effecto, per non
-havere epsi acceptato il partito del concedere et depositare le tre for-
tezze per sicurtà de fuori usciti Perugini, come erano stati richiesti,
potrai rispondere che tali conditioni non si richiederebbono altrimenti
quando decti Signori Perugini fussino del tueto desperati dello stato
loro: ma, se per la S. Ex.tia s'introdurrà qualche modo o conditione
honesta, epsi Perugini non saranno per discostarsene. Et quando la
cosa così di presente non si potessi interamente effectuare o comporre,
conforterai la S. Ex.tia a operare che per qualche mese si facci su-
‘spensione delle offese, o triegua in fra loro; in che userai ogni dex-
*reza et diligentia possibile. Et quando a questo etiam non si consen-
tisse, finalmente, et pure con accomodate parole, le farai intendere che,
essendo noi in confederatione et buona amicitia con decti Signori Pe-.
rugini, quando non si cessi dal molestarli et offenderli, non siamo per
manchare dal debito offitio di buoni amici et collegati, per le obbliga-
tioni nostre et fede data loro, della quale secondo il nostro nationale
instituto et costume sempre siamo stati observantissimi, et cosi siamo
in fermo proposito di perseverare. Et questo 6 in sententia quel che
| hai a operare, nomine pubblico, colla Sua Ex.tia in una volta o in più
| come ti accadrà; cet di quello ritrarrai ci darai particulare notitia, et
È noi ti riscriveremo indreto quello ci accadrà debbi più oltre seguire.
Nel ritorno tuo ti transferirai insino a Perugia et referirai, in quel modo
ti parrà a proposito, a quelli Signori et Magnifici Baglioni quello harai
ritracto dal Duca: di Urbino.

948. (D. le. XXIII. 12). 1498, Giugno 11.
Oratoribus Mediolani

. Il Capitano [Paolo Vitelli] ne andò in campo et accelerò il

^
_ chavalchar suo et delle sue genti d’arme, intendendo per cammino come

le genti d'arme inimiche, à cavallo et appié quante se ne truovavano,
erano ite a campo a Ponte di Saccho, non stimando che il Capitano
andassi con tal seguito di gente che potessi offendere et impedire il

- disegno loro, et per questo stringevano assai la terra. Onde il Capitano,
con consultatione de Commissarii et condoctieri, trovandosi cirea 300
huomini d’arme et altrettanti balestrieri a cavallo et circa 1500 fanti













352 G. NICASI

assai bene ad ordine, anchora che la maggior parte, per havere solle-
citato il camminare, si trovassino alquanto stracchi, pure deliberarono
andare a trovarli per essere alle mani con loro, con speranza di torre
loro le artiglierie o di romperli aspectandoli: et così animosamente et
con grande ordine si adviorono verso Ponte di Saecho. Di ehe havendo:
notitia l'inimiei si levorono subito da campo, rimandando le artiglierie
havevano condocte verso Cascina; et con poco loro honore et quasi in
fuga furono costrecti levarsi dalla obsidione di decto luogho et ritor-
narsi verso Cascina et Pisa: et il Capitano si ridusse al Ponte ad Hera
con le nostre genti et quivi et ne’ luoghi circustanti si sono commo-
damente alloggiati. Non voliamo obmettere significarvi che in questo
acto si è trovato il Conte Rinuccio insieme al Capitano et molto amo-
revolmente si sono visti insieme et honorati l'un l'altro: della qual cosa
habbiamo havuto singularissimo piacere, parendoci essersi rimediato ad
un grande disordine, che ha dato impedimento grande insino ad hora

alle cose nostre.

.... Per quanto di nuovo intendiamo, il Duca di Urbino con le sue
genti et del Prefecto et di altri loro collegati si preparano a favorire
li fuoriusciti Perugini et stringere questi Baglioni, a quali intendiamo
hanno di già tolto alehun castello. Noi habbiamo rimandato al Duca di

Urbino uno nostro oratore a confortare et preghare sua Ex.tia che, per
obviare allo scandalo che potrebbe riuscire di questa impresa, sia con-
tento pensarla bene et farci qualche provisione et, quando altrimenti
non si possa, suspendere le offese per qualche mese. Dubitiamo non
facci molto fructo, perchè procedono a questa impresa molto gagliarda-
mente : et benchè la Santità del Papa habbi mandato per questa ca-
gione il Cardinale Borges suo legato con qualche compagnia di gente
d’arme, et che intendiamo metta in ordine il resto delle sue genti, di-
mostrando farlo [in favore] di questi Baglioni, non di meno, non sap-
piendo noi il vero fondamento di questa cosa, non possiamo farne al-
chuno vero judicio. Sforzerenci bene aiutare decti Baglioni secondo
potremo, anchor ci troviamo nei termini siamo, per la amicitia et con-
federatione habbiamo con loro. Et voi ricorderete et pregherete la Ex.tia
del Duca che scriva et conforti el Papa et il Duca di Urbino a fare
qualche buona compositione intra deeti Perugini, acciochè questo in-
cendio non trascorra più oltre.

Scrivendo habbiamo lettere di Roma al iuditio nostro alquanto
fredde; perchè il Papa, dopo tanta instantia facta delle Decime, si ri-
solve al concederle per un anno solamente; che non satisfa puncto al
bisogno nostro trovandoci in questi termini. Del mandare le galee del
Villamarina ad Livorno, come la sua Santità ne offerse sponte, et dello

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 353

comodarci il Signore di Piombino con le sue genti, dice volersene

rima intendere con cotesto Ill.mo Principe, per non essere il primo a

oprirsi contro a Viniziani. Et così la speranza havamo in Sua San-
‘tità comincia in buona parte a cominciar (sic) vana: restaci solamente

er nostro principal fondamento et refugio che cotesto ill.mo Principe

e subvengha et aiuti con li effecti et presto, secondo che voi scrivete
per questa vostra ultima de X havervi liberamente promesso ....

1349. (D. le. XXIII. 35). 1498, Giugno 25.

Oratoribus ad. Ill.um Ducem Mediolani

... Dall'oratore nostro mandato al Duca d'Urbino siamo advisati
che, el principal motivo del deeto Duca di havere ordinate le genti che
‘ha, è suto per volere mettere ad ordine le sue genti d’arme per trovare
miglior partito intendendosi essere colle decte genti presto et ad ordine

* (le quali intendiamo essere 200 huomini d'arme); et per dare loro la
prestanza ha isborsati circa ducati viii mila: et si risolve non potere
ridursi a compositione alehuna, senon in uno di questi tre modi : o di
rimettere li fuori usciti di Perugia, da’ quali l'a promesse grandissime;

0 di fare tal danno nel contado di Perugia, e pigliare tali castelli de

- loro che della recuperatione di epsi ne tragha la spesa ha faeta; o del
‘venire ad tale accordo nel quale si rienda satisfactione de’ denari sbor-
sati. Li quali modi haveva facto intendere al Cardinale di Boorges,
legato a Perugia, per uno vescovo che il decto legato li mandò: et
questo ultimo modo pare si tracti ‘per il decto legato, et presto se ne
doverrà intdàdere la conclusione.

1350. (Ep. II. 166). Calcinara, 1498, Giugno 29.
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Cerbone Cerboni.

i Cerbone, per più nostre vi s’è facto intendere in nel grande di-
Sordine nui ci retrovamo del dinaro, et si altre volte simo stati quieti,
simo stati in luogho dove havemo possuto gravare l’amico nostro, et
in questo modo temporegiare; hora simo qua et non avemo chi rechie-
dere d'uno soldo, si noi non richiedemo questi Casalini, et si pure aleuno
ce, è in bisogno più che noi : et etiam si altre volte senza dinari havemo

— haute queste gente d'arme a le spalle, hora havemo cum esse la com-
pania de li fanti; pertanto non mancarite de sollicitare et fare omni
opera noi haviamo qualche dinaro, quanto piü presto si po’.



3594 G. NICASI

Apresso vedarite d’havere cento ducati d’oro et distribuiretele in
questo modo, cioè : duc. 60 ne darite là a le murate, et a tueti queli
altri luoghi pii pararà ad voi, per elemosina, che preghino dio ci con-
servi le persone et honore n.ro, et ducati 40 mandarite a madonna (1)
a Castello et scrivetele le distribuisca al monasterio de S.ta Cicilia et
del Paradiso et dove altro parerà ad S. M. per ditto effetto ; et de quello
fate non manchi niente.

Apresso, non havendo dati voi li 100 ducati per le muragle de
S.ta Maria magiore (2), operarite se dieno non manchi.

Sollicitarite et metterite in ordine li conti nostri, se possino vedere
cum diligentia. Et vedarite si voi ci possete mandare 15 o 20 para de
barde, et mandatene qualche paio uno pocho giuste. Et posendosi ha-
vere 20 o 25 para de fiancali, etiam le manderite. Et mandaritece qual-
che giubone, et qualche paro de Calze, et non ne posendo havere in
grosso, mandatele a pocho a pocho, mentre si fanno; et similiter man-
darite de mano in mano qualche giornea, secondo le si fanno, per li
homini d’arme nostri ; et iterum vi pregamo sollicitate el dinaro, perchè

















simo assai magri d’un soldo. Altro non ocorre.



351. (Ep. II. 172). 1498 (3).



Instructione per Fiorenza.

Imprimis far intendere a li S. X. la venuta del S. Paulo Ursino :
et qualmente S. S. ce fa chiaramente intendare la Casa Ursina et tueta
parte Ghelfa se trovano a termine che, si se manea di subeurrerla di |




presente, nulla est redentio.

Item oferirli lo asicurarli per conto di P. dei Medici d’andare stagii
li proprii figloli et del S. Paulo et del S. Io. Iordano,

Item obferirli che re se adimanda licentia solum per un mese e
di poi tornarimo ad omni lor chiamata et richesta.

Item offerir ad lor S. che lor saranno quelli che haranno ad far











(1) Madonna Pantasilca Vitelli, madre di Paolo e di Vitelozzo.

(2) In quel tempo si costruiva in Città di Castelio la chiesa di Santa Maria
Maggiore, e Paolo Vitelli mandava 100 ducati per concorrere all’erezione delle mura
di quella chiesa.

(8) Mancano il mese ed il giorno, ma certamente questo documento fu scritto
verso la fine di giugno, o i primi di luglio del 1498. Non risulta neppure dal testo
a chi fossero inviate e da chi fossero scritte queste istruzioni: però il carattere col
quale è disteso il documento è quello del solito amanuense del Vitelli e le istruzioni
furono certo mandate o a Cerbone, o a Corrado Tarlatini.




































LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.

nni asetto et acordo, cum tucte qualità et conditione che a lor S. parrà,

Do preservato lo honor et Stato di Casa Ursa.
Item che li Vitelli, ad ciò per la absentia loro le cose di Pisa non
ssaro danno, son contenti che le S. loro a quello obstaculo mectino
mille, millecinquecento e fino in duimil.a fanti, a spese et su li propri
| conti de dicti S. Vitelli, et son contenti per dicto mese non re curga
soldo alcuno ; et ad ciò che le S. loro siano chiari del ritorno ad omni
lor chiamata, li obferiscono darli in le mani lor figloli e nipoti, et, si di
paltro di de la andata loro si trovasse acordo onorevili, oferiscano

tornare.

Item che, al tornare, obferiscono, quando piacesse ad lor S., menare
uno o dui di la Casa Ursina cum cento o centocinquanta homini d'arme,
b spese et soldo di dicti S. Ursini, per uno o dui mesi, dirizandosi in-
sieme dove a lor Ex.e piacerà.

Item quando lor Ex.e non volessaro, non obstante che non habino
justa causa di dubitare, ateso che, a cautela di la observantia di le cose
sopradicte, re se obferisce li figloli di dieti S. Ursini et n.ri, preporrite
ad lor S. un altro partito: che si lor Ex. ci vogliano dar licentia a tucto,

- repromeetarimo star un anno sorte che non ci mectarimo cum altro
potentato, et a lor sia licito far nove conducte a lor piacere; obferendoli
al che laxarli, eioé farli pari di tueto, el servito che havemo ad haver
da lor Ex : ad le quale strectamente ce recomandarite, obferendoli per
sopradicte cose observare tucte cautele saparanno adimandare, che a

— mui siano possibili.

B52. (D. 1e. XXIII. 47). 1498, Luglio 5.
Oratoribus Mediolani [Guidantonio Vespuccio e F. Pepio].

Havendo, per questa vostra de 28 del passato, inteso quel che la
Ex.tia del Duca prudentemente havesse discorso con voi, di qualche
difficultà che restava nella condocta dello Ill.mo Marchese di Mantova,

‘| et presertim circa il titolo che quel Signore ricerchava per non dimi-
nuire della dignità et honor suo essendo stato capitano de’ Vinitiani ete.
et etiam quello che la prefata Ex.tia havesse disegnato per satisfarli,
che noi insieme con quella contribuissimo solamente al titolo: et an-
chorche noi habbiamo per costantissimo che la Sua Ex.tia habbi ma-
turamente a tucto considerato, come fa universalmente in tuete le sue
actioni, et che noi siamo disposti in qualunque occorrentia adherire a
Sua sapientissimi ricordi, et presertim dove non s'incorra in alchuno
manifesto pericolo |a che siamo certi epsa harà sempre ogni conve-









356 È G. NICASI

niente respecto] non di meno a noi sono occorse le medesime conside-
rationi che scrivete havere ricordate voi, videlicet d non dare per questo
acto occasione alchuna al Re di Francia di aombrare con noi, et di non
mectere il Capitano nostro in alchuna gelosia. Et se bene voi havete
assai bene justificata la prima parte, secondo la notula mandatane, et
etiam alla seconda per via della protestatione, come significate, pure,
havendo noi examinato bene l'una e l'altra parte, ci è occorso questo
in consideratione: che noi habbiamo per molte experientie conosciuto
che le cose in Francia non si misurano nè governano nel modo et forma
che facciamo di qua moi italiani : et di quì è nato che delle cose di là
rare volte ci siamo apposti. Et già la declaratione, che nella notula man-
dataci si contiene, di non intervenire in alcun modo contro a Franzesi,
doverebbe bastare, se la intendessino et judichassino a nostro modo:
ma noi dubitiamo che, come tal cosa s’intenda di là, della quale subito
li Viniziani daranno notitia alla S. Maestà per il mezo del Secretario
loro appresso di quella, et poi per li loro oratori mandati, et la expor-
ranno et aggraveranno altrimenti per darci carico che non è la verità,
per questo che la S_ Maestà non restringhi più la intelligentia con decti
Vinitiani, et maxime non manchando loro alla Corte amici et fautori
di auctorità; chè intendiamo nuovamente lo Arcivescovo di Roana, che
è de’ primi et di grandissima auctorità appresso di S. Maestà, è inchi-
nato assai alla volta loro. Et perchè noi conosciamo importare maxi-
mamente colla conservatione di Italia, et spetialmente di cotesto Ill.mo
Principe et nostra, et quando quella Maestà si restringessi troppo con
Vinitiani, per questo judichiamo, non solo essere necessario di obviare
ad ogni oecasione che producessi tal coniunetione di amicitia, ma di
usare ogni arte et industria per cansare contrario effecto. Et a tal pro-
posito non mancheranno efficacie et potente ragione, per le quale si
facci intendere alla S. Maestà Za natura et ambitione de Viniziani, lo
inordinato appetito di dominare, cercando non solum di subjugare Italia,
ma di ampliare per ogni via lo Stato loro, aspirando alla monarchia per
lo exemplo dei Romani, et etiam qual sieno state le opere et portamenti
loro verso la natione franzese, et quel che temptorrono pubblicamente
contro al Re defunto nel suo ritorno di Italia in Franza, che sono molte
ragioni et termini di natura da impedire ogni intelligentia et praticha
intrinseca che loro cerchassino tenere con Sua: Maestà. Noi non hab-
biamo a cominciare hora ad lastrichare la via a tal proposito, et non
siamo fuor d’opinione che, quando le cose fussino maneggiate per per-
sone prudenti et dextre, non si potessi introdurre qualche modo di as-
sicurare cotesto Ill.mo Principe delle cose di Francia; in-che veramente

consiste la conservatione et salute comune di Sua Ex.tia et nostra e -



LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.

i tucto il resto di Italia. Et essendo noi intentissimi a questa opera,
ssiderremo conservarci il più ci fusse possibile quel tanto di pratica
eredito habbiamo con S. Maestà, non perchè ci confidiamo essere di
anta auctorità da potere noi medesimi condurre tale opera, ma perchè
conosciamo le ragioni essere si valide et efficaci a persuadere la cosa a
quella Maestà, che, desiderando epsa il bene universale, non si debbi

‘potere sperare doverne consequire se non qualche buon fructo : il quale

n vorremo impedire con fare una demostratione, la quale non

moi no
E. in tucto necessaria, o di grandissimo momento: et maxime po-
'tendosi provedere per altra via, come saprà la Sua Ex.tia facilmente
rovedere. Et non di meno, havuto lo adviso vostro sopra tal materia,
andamo Piero Guicciardini in campo al Capitano nostro principalmente
er intendere quelle particularità che voi desiderate, circa il pensiero
t disegno suo delle imprese che si possino fare di là, et se le genti
‘arme a cavallo et a piè si truovano lì, bastano per sequire il disegno
suo; et quando havesse commodità di fare qualche tracto rilevato che
'advisi quello li manchasse di gente o di altro. Et inteso distintamente
uesta particolarità li habbiamo commisso, dia dextramente notitia al
lieto Capitano del caso del titolo, nel modo et forma che da te a noi;
t s' ingegni d’intendere bene l’ animo suo intorno a ciò et che, iu-
| structo bene appieno d’ogni cosa, se ne ritorni.

‘353. (Ep. II. 183). Calcinara, 1498, Luglio 7.
Puolo e Vitellozzo Vitelli ad Antonio Albizzini e Cerbone Cerboni.

Amici &.r.mi com. Vene là Benedetto de Tanai de’ Nerli, nostro
‘comissario ; la causa et el perchè non haviemo possuto retrare : sti-
mamo sia per cosa importantissima. Hacci promesso fare favore noi

abbiamo dinari; pertanto sarite cum lui et sollicetaritelo cum omni
diligentia noi habbiamo qualche dinaro, quanto più presto è possibile,
perchè simo al verde; advisando voi miser Ant.o che de li mille dui-
ento ducati noi havemo hauti dal Comissario per conto de li fanti,
oi havemo dato uno ducato d’oro per fante, doi per caporale et tre
er Conestavile; et questi più hahemo dato a Conestavili et a caporali
ci manca per fenire de spacciare tucto el numero di fanti ; et in effetto,
dati tucti li 1200, restano a spacciare anchora più de cento fanti; sichè
i provedarite habbiamo qualche dinaro che, oltra che noi habbiamo
| havere de la paga de prima, havemo servito de questa, cum questi di-
mari, 15 dì. Pertanto farite omni opera da havere, a l’ hauta de questa,
almancho 200 ducati et mandarceli volando, per uno aposta, che ci sieno











358 G. NICASI

domenica sera, perchè qui sino adesso non havemo uno quatrino; et in-
fra tre o 4 giorni sollecitarite retrare qualche somma de dinari, et voi
messer Ant.o ve ne verrite eum essi; et de questo farite non manchi
per niente, perchè simo in grandissimo bisogno et necessità. Sollecitate
l’artiglaria minuta de bronzo et la caretta et li cavalli da tirarla. Et
sollicitarite tucta quelle cose vi s'é seripto; et mandarite presto li stu-
pini per li schiopetti. Apresso mandateci 100 para de calze de lino per
‘questi nostri fanti et fate sieno chiuse et non sieno calzoni; et manda-
tecela quante più presto possete.

Vi si manda uno pollitio qui intereluso, trovarite quello tale dice
detto bullettino, et pagatele quella quantità, et rescotete dette armi ci
si contengano, et de queste non mancarite, perchè questo fante è homo
da bene. Altro non ocorre.

354. (D. le. XXIII. 55). 1498, Luglio 10.
Oratoribus apud Mediolani Ducem.

... Pietro Guieciardini, il quale noi mandamo in campo al Capi-
tano, come vi significamo, tornó et ne ha referito una modesta et pru-
dente risposta factali il Capitano, circa alla parte del titolo, in questa
sententia: che, essendo una volta lui et li sua disposto "ad servire con
ogni amore et integrità di fede questa Repubblica, è costrecto, non so-
lum consentire, ma desiderare tutte quelle provisioni che porghino re-
putatione et aiuto alle cose nostre, come conoscie essere veramente in
facto quelle, che si fanno promptamente et si pensano di fare savia-
mente per la Ex.tia del Duca di Milano, iudicando che, quanto maggior
favore et migliore condictione haremo, tanto parrà a lui haver meglio
collocato il servitio suo. Et non di meno ricordava che ad 1’ honore
suo si havessi quella consideratione qual merita la fede et sua buona
dispositione verso di noi: la qual risposta habbiamo judicato essere
conveniente et degna alle singulari virtù di epso Capitano. Et perchè
più ci oblighi havere quache respecto a casi sua, hacci oltreacciò refe-
rito come, avendo epso Capitano bene examinati et considerati li pro-
gressi delle genti inimiche che sono in Pisa, ancorchè sieno di buon
numero a cavallo et a pie’, secondo la nota vi mandamo ultimamente,
non di meno non si diffida, anzi spera certamente poter fare qualche ri-
levato tracto; et ad potere mecterlo ad executione li pare havere huo-
mini d'arme et balestrieri a cavallo ad bastantia; vorrebbe solamente
poter valersi per due mesi di 4 mila buoni fanti vivi: et benché noi ne
habbiamo più che 8 mila a condocta, non di meno non stima potersi

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 359

: ere di pià che di 2 mila; che li mancherebbono 2 mila buoni provi-
nati, che metterebbe la spesa loro in due mesi 12 mila ducati; et spese
di artiglierie et di carri, et altre cose necessarie per condurle, circa a 12
ila ducati; et molte altre spese. Alla qual somma conosciamo difficil-
inte poter provvedere a tempo che basti per tale effecto, per essere
borse de’ nostri cittadini affaticate assai, et per havere a supplire a
pagamenti ordinari de’ nostri huomini d’ arme et balestrieri a cavallo
et fanti che montano il mese a ducati XXII mila, pure faremo ogni
diligentia ci sarà possibile. Ma, quando di decta somma fussimo ser-
iti per qualche mese, sian certi ne sequirebbe qualche buono effecto,
| rispecto allo animo et dispositione buona del Capitano, et al muoversi
con gran fondamento et consideratione a fare li disegni che lui pro-
pone. Parendovi da riferire alchuna cosa alla Ex.tia del Duca ce ne
rimettiamo liberamente a voi.

-355. (D. le. XXIII. 60). 1498, Luglio 12.’
Oratoribus Mediolani.

Hiersera vi scrivemo a lungho quello ci occorreva; per le pre-
senti solo ci accade advisarvi come lo accordo del Duca di Urbino
colli Perugini per mezo di Mon.s lo Legato ha havuto conclusione et
pare che Bernardino di Ruggieri possa ghodere tucti li beni et sub-
stantie sua, et habitare dove li pare, excepto che havere rieepto alehuno
con Signori Orsini; et Girolamo della Penna è restituito in posses-
sione di tutti li suo beni et può habitare in Perugia et dove li pare:
et al Ducaggli Urbino, in satisfactione delle spese ha facte, si paghano
ducati cinque mila, la metà al presente et l'altra metà in termine de
uno anno. Et il dicto accordo fu concluso il di medesimo et quasi nella
medesima hora, che fu quello in tra Colonnesi et Orsini, di che iersera
vi demo notizia. Per sicurtà della parte dei Perugini siamo offerti noi
et li Mag.ci Baglioni. Et altro al presente non ci accade significarvi.

356. (D. le. XXIII. 78). 1498, Luglio 28.

D.no Francisco de Gualterottis [Romae].

... Per vostro conforto ci aceade significarvi come, essendosi ac-
corto il Capitano nostro che le genti nimiche che sono in Cascina et
in Vico andavano qualche volta svolazando, hieri mattina, havendo
messe parte delle genti sue ad ordine, fece che una parte di loro as-









360 G. NICASI

saltò la scorta, quando li loro andavano al saccomanno, et furono alle
mani insieme in modo, che uscendo di quelli di Cascina per soccorso
delli loro, furono assaltati da altra banda dalli nostri, et finalmente rotti
et fracassati, et fuvi morto alchuni delli loro di conditione, in fra quali
fu uno messer Giovanni Gradanigo, gentiluomo viniziano et condoctiere
et fratello del Provveditore veneto che ultimamente partì da Pisa; et
presi alchuni huomini d’arme et balestrieri et molti fanti et più che
cento cavalli et assai muli da carriaggi. Et in conclusione è questo
stato il ricompenso del disordine che riceverono li nostri più di uno
mese fa, di chè si fe’ tanto rumore: et da questo principio speriamo
che le cose nostre sieno per procedere di bene in meglio.

357. (Ep. II. 259). Marsciano, 1498, Ago. 14.
Giovampaolo Baglioni a Paolo e Vitellozzo Vitelli.

Il.mi Domini Affines honorandi. Per havere reportato ad questi
di Ser Valerio, da li homini de le S. V. che io tenesse la mia condocta
cum testi Signori se farria intra pochi di, et anche per la ferma spe-
ranza che continuo le S. V. mi hanno data del medesimo, me ne sono
stato eum l'animo posato, ne’ ho cercato ne’ cerco altro; pure, ve-
dendo aproximare l'inverno et havendo la compagnia a le spalle, che
tueta volta mi consuma, et non vedendo altra mentione, qualehe volta
sto di malavoglia.

Le S. V. vederanno l'alligata lettera, la quale hebbi hiersera da un
che fo mio capo di squadra, al tempo che foi cum Venitiani; et io
eredo che sia la verità, perché el trovo per piü riscontri, et maxime
che tuetavolta piglia homini d'arme, et insino in hora se ne trova 117,
et tuttavia ne ferma assai, et anco ad questi di fo ad Perugia secreto
un figliolo de l’inbasciator venitiano che sta a Roma, et parlorono
insieme; et perchè so che Venitiani volevano di noi o tutti, o nisuno,
havendo hora preso lui solo, dubito che non habbi promesse molte
cose, che forse quando non siamo tutti ad quella volta, non le poterà
observare ; et questo il credo, perchè mi fa cum una grande instantia
pregare che voglie ancora io pigliar quella via ; et solo credo si facci
ad ciò, che, essendo insieme, porriamo fare de questo stato tucto quel
che ci piacasse, et altrimenti no ; io continuamente mi so excusato che
le cose mieie sono tanto inante cum Signor Fiorentini, che non le
posso ritrare, si che m’è parso per questo apposta sollecitare le Si-
gnorie Vostre che sieno contente e in questo senso l'ultimo re-
tracto; et caso mi conducessero, desidereria che la mia condocta di-

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 361

se incominciata in kalende d’agosto, per bon respetto per che ad
serria grande scarico per quel che ho detto. Et quando io sia ad
ti stipendij (ad parlare libbero et confidente cum le S. V.) vede-
anno che non poderò manco io disponere di questo stato in benefitio.
pg" Signori Fiorentini, che possa fare quell' altro in benefitio de' Si-
mori Venetiani (1) pur le prego che si sforzino farne resolution presto,
erchè quando testi Signori ci pasciessero di parole, et per questo
| passasse questa commodità del tempo, come le Signorie Vostre son
"state causa retenerme ad testo camino (havendo una volta li Signori
Dieci excluso l' homo mio), cusi harria iuxta causa dolerme di loro ; et
| serria una cosa che me doleria tanto, quanto potesse exprimere.
Io ho desiderato et desidero ultramodo servire testa Excelsa Re-
jubliea per molti respecti: l' uno per la naturale affectione et servitü
j havemo, havendola pur servita qualche anno; l' altra per trovarme
resso alle Signorie Vostre, cum le quale essendo io congionto de af-
finità et di tanta benevolentia crederia portarme in modo che ogni di
crescieria più l'amore; et anco me seria caro prendere quella strada
che han presa le S. V. Pure quando ció a testi Signori lo paresse che
Ja spesa di noy fosse inutile, desidereria el dechiarassero ad tenpo,
he non me fosse preiudicio, perché altramente serria un darme causa
—mi havesse a desperare. Non di meno son certo le S. V. faranno el
besogno secondo la mia speranza, et presto. Et ad quelle continuo mi
raccomando.

8. (Ep. II. 250). Calcinara, 1498, Agosto 14.
E a Si
Paolo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifico Currado: Noi havemo più et diverse volte facto inten-
ere a li Signori Dieci essere a gram proposito di quella Republica lo
avere Giovanpavolo a li servitj loro et mantenirse quello stato di Pe-

rusia amorevoli, et se mai fu tempo è oggi, per cose potteriano di novo
emergere, quale dio cessi; noviter le pregherite faccino tale opera et a
tempo non sia tarda, perchè chi ha a fare non dorme et quia semper
nocuit differre paratis; solecitate etiam cotesti fanti avenirsene presto ;

(1) Allude a suo cugino Astorre Baglioni che era in procinto di prendere con-
otta con i Veneziani e voleva persuadere Giovampaolo a fare altrettanto, per poter
Sieme, spinger Perugia ad unirsi con i Veneziani contro i Fiorentini.



























































362 G. NICASI

E

359. (D. loc. XXI. 168). 1498, agos. 16, XVI.
D.no F. Pepio.

Magnifice ete. Havendoci questa mattina in uno medesimo tempo — -
comunieato il M.co Ducale Oratore alchune lettere le serive la Ex.tia 3
del Duca et rendute le vostre lettere del xir del presente, contenenti li 3
medesimi effetti, della condocta conclusa a Vinezia del Duca d’Urbino ete.
et quello ne richorda et conforta la sua excellentia cirea al condurre il
Signor di Piombino et qualchuno di questi Ballioni a comune con quelle:
il che giudicando poi non solum a proposito, ma necessario, oltre
allo huomo mandato a dì passati a Piombino, vi habiamo mandato un
altro nostro cittadino experto, con commissione di conchiudere tale con-
doeta nel miglior modo et forma et con più vantaggio comune si potrà ;
.... così si è commesso la condocta di Giampagholo Ballioni nel mede-





simo modo.

A Siena, n dì fa, per li richordi della prefata Ex.tia, mandammo
uno nostro secretamente a Pandolfo Petrucci. .... Hoggi habiamo scripto
di nuovo al decto mandatario, che stringha con Pandolfo di fare a ogni
modo qualche conclusione et che aoperi che omnino sia vietato il passo
alle genti del Duca di Urbino et qualunque altra gente dei Veniziani
lo recercassino per passare in favore dei Pisani contro a noi. ....



360. (D. le. XXI. 182). 1498, Agosto 21.
Braccio de Martellis oratori Jenue.

« .... Da Roma s'intende che, oltre lo havere Viniziani condocto
il Duca di Urbino, come ti significamo, havevono anchor per condocto
Messer Astorre Baglioni con 150 huomini d’arme. .... Il campo nostro
uscì domenica alla campagna et benchè, per le spianate faete il dì da-
vanti, monstrassi volere andare alla volta di Cascina, nè ito alla volta
di Vico, con tucto lo exercito ordinariamente, colle artiglierie et altri 5
ministri bellici et s'é posto in mezo tra Vico, il Bastione, et Buti, per
battere in uno medesimo tempo in più di uno luogho: havendo man- i
dati, la sera davanti, circa 3 mila fanti per ‘insignorirsi di quelli poggi 3
et così feciono, rebuttando alchune genti de nimici che cercarono impe-
dire il disegno loro. .... Truovansi in campo nostro circa 750 huomini
d'arme et circa 950 tra cavalli leggeri et Balestrieri a cavallo et circa
5500 fanti vivi, et circa 3 mila persone o più vi sono trapelate da luoghi








circostanti ». .... LA FAMIGLIA VITELLI, BCC. 363

|. (D. le. XXII. 123). 1498, Agosto 21.
Guido de Manuellis | Commissario Plumbini].

.. Il Campo nostro si adpresentó avanti hieri a Buti, et non si
olendo adrendere, subito cominciorono ad trarre; et questa mattina si
sono dati ad hore 15 a diseretione de' Commissarii et del Capitano.
rocedono alla expugnatione del Bastione et di Vico et per farlo con
jù sicurtà, fanno uno bastione sopra Vico et uno a Sancto Giovanni
"della Vena, ben fossato: et per questo sperono in brevi di obtenere il
‘bastione et Vico; poi procederanno in un medesimo tempo all’ impresa
della Verrucola et di Libra facta per tagliare il passo, chè genti ini-
amiche non accedino a Pisa per via di Luccha o di Lunigiana.

369. (D. lc. XXI. 202). 1498, Agosto 28.
D.no Francisco de Pepis.

. Di campo abbiamo questa sera adviso, come questa mattina

il Capitano mandò circa 300 fanti in Val di Calci, i quali si sono insi-

gnoriti di tucta quella valle et preso et fornito il castello di Calci; et

expugnavono il bastione di Vico et speravano haverli in poche hore,
et Vico apresso in buon tempo speravono obtenere ». .

CL) (Bi Vo Buti, 1498, Agosto 26.
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

.Misser Curado, havemo una vostra de’ 22 del presente et visto
quanto ne scrivete: circa el caso de misser Astorre, ad noi pare voi
faciate intendere a testi signori che cum effetto faccino a quelli s. Ba-
gloni vechi, et etiam a missere Astorre, che per niente non voglino
obligare lo Stato a nisuno altro: che sanno la obligatione hanno cum

P

(1) Con la lettera B indicheremo tutti quei documenti che nell'archivio di Stato
orentino sono compresi tra le carte deil'aequisto Alberti-Bagni, fatto recentemente
al Governo. Tra queste carte si trovano varie lettere che i Vitelli ed altri scrive-

Vano a Corrado Tarlatini nel 1498 e 1499, e che lo stesso Tarlatini portó seco nella
a fuga da Firenze, dopo l’arresto di Paolo Vitelli. Così queste carte, dopo più di
Uattro secoli, sono state riunite all’altre che i Vitelli, nei due anni soprodetti,
rivevano allo stesso Tarlatini ed a Cerbone Cerboni, e che furono, come dicemmo,
uestrate a quest'ultimo nell'arresto da lui subito, dopo la morte di Paolo Vitelli.








































964 . G. NICASI

quella excelsa Repubblica : et etíam quando misser Astorre non fusse
in tueto fermo, lo faceino recercare ali servitii loro: che non saria se
non a grandissimo proposito de la impresa, et etiam per avere quello
Stato tucto libero et senza alcuna contrarietà: et in questo ce parria
loro signorie ci usassero omni bona diligentia :
n Circa Giohan Pavolo ci piace de quanto havete facto : sollicitarite
la sua expeditione quanto ve sarà possibile.

A la parte de li 365 milia ducati si sono venti, questo a noi non







basta: perchè c'é necessario venghino qui: et maxime che ci sono pa-
rechi conestabili quali non sono per ancho spaciati et li s'ó facta
eerta retentione impertinente et anchora sono ‘assai male contenti de
la provisione: el che ci pare sia alieno et fora di proposito a la im-
presa detenire lo exercito malcontento et disposto: et de havere, non
solum a cambattere et de atendere col nimico, ma etiam de havere a
veghiare, et guardare li suoi medesmi: siche operarite, iusta possa ve-
stram, che noi habbiamo dinari, a cagione possiamo evitare li sopra-





detti inconvenienti.

De la risposta voi dimandate ad certe vostre: noi ci maraviglamo
non habbiate haute le nostre responsive: quando non le habbiate haute 3
replicarite et noi di nuovo vi responderimo. A presso, perché noiscri- -
vemo a messer Iulio nostro che, a di per di, ci advisi de quanto si fa 3
dal eanto di la et che derizi le lectare ad voi, pertanto, venendo, le
apririte et, secundo li advisi el darà, le farite intendare a testi signori:
a cagione anche loro possino fare provisione al incontro, et di puoi per
una stafetta le mandarite a la volta nostra subito.

Apresso sollicitarite la expeditione de Joan-Pavolo et farite intendare





a testi signori che simo de parere, secondo si mova el duca d’ Urbino, :
faeeino movere Giohan Pavolo et che sollicitino la ferma del Signore
de Piombino, quale é a gran proposito, et non dubitamo, fermandosi, le
cose non vadino secondo el desiderio nostro : et de le cose che ocorgano
li importante ne farite partecipe l’imbasciatore de Milano, chè lui possa
advisare la excellentia del duca: che veramente cognoscemo sua excel-
lentia anderà di bone gambe et desiderare veramente che testi Signori
tirino ad effetto questa impresa: et a la ocurentia de essa non pota-









ORO

ressimo havere migliore mezo: nec alia.



364. (Ep. II. 247). : Città di Castello, 1498, Agosto 27.



Giulio Vitelli a. Cerbone Cerboni.



Maguifice vir comen. &c.: Per questa non me achade altro si non
che, come vedarite, ve mando la lista de' miei benefitij che ò nel do-



SSOSjSj],; 1: EEG LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.

nio florentino, come ve scriveste che ve mandasse; operate mo come
re a voi pur che siamo serviti. In decta lista, come vedarite, siranno

benefieioli di doi miei familiari; operate che similmente se inclu-
E in la patente cum i miei, perché quello è de’ miei familiari me
puto sia mio. Non aliud. A voi me ricomando.

65. (Ep. II. 256). Buti, 1498, Agosto 28.
Paolo e Vitellozzo Vitelli a .... (1).

... Nui simo qui in Buti, et atendemo a fortificare la Petra dolo-

| rosa et questi altri monti, et disegnamo fortificare uno certo loco è a

l’oposito de la Veruca, et quando la impresa di detta Veruca ci parà

sia da vincerla infra 3 o 4 dì et da riescirne cum honore, la piglaremo,

quando no, noi ce ne andarimo al bastione et ad Vico, di quali spe-
ramo imbrevi haverne honore.

Apresso sollicitarite el servito nostro quanto poterite, et sollicita-
rite Cerbone al venirsene, et spacciarite uno a posta a sollicitare li

| nostri fanti et nostri falconetti.

Circa el Signor di Pionbino, per niente asentirete ch’ el habbia ad
ocupare el loco nostro, che intendemo el loco et titulo dato ad noj
nisuno ce lo habbia ad impedire. Postposto questo caso, farite omni
cosa per Sua Signoria, che non dubitamo, conduciendosi, le cose nostre
andaranno bene.

A la parte de Iohan Pavolo [Baglioni], ci piace de ogni suo augu-

— mento, et in questo, et a la speditione del dinaro, farite omni opera et
sollicitarite quito poterite, et farite intendere a Misser Alberto suo
cancelieri, che voi havete tal comissione da noi.

Cirea le masaritie et letto per voi, ad noi ci piace de quanto ha-
vete facto. Et iterum sollecitarite la expeditione del dinaro de Iohan

i Pavolo, et che, quanto piü presto sia possibile, el se ne vengha et che,
per stare sopra la praticha del erescere, non si metta tempo et indu-
gisi la venuta sua, che non saria a proposito; et anche farite omni

| opera cum testi Signori ch’el venga, et quando dicessaro haverlo a
doperar altrove, et non poser fare de mancho, refarite intendere che ce
mandino Iohan Pavolo ad noi, et nui remandarimo de quelli che sono

Qua, che si poteria mandare il Marchese dal Monte et el Signor de

- Faentia. Non vi maraviglate si in principio scrivemo togliate le masa-

(1) Manca l’ indirizzo, ma senza dubbio era diretta a Corrado Tarlatini.



























366 : G. NICASI

ritie a piscione, perché la vostra ultima gionse quando la presente era
quasi scripta tucta.

366. (B. VI. 6). Vico pisano, 1498, Agosto 29,
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Meser Corado, nui havemo riceute le vostre de’ 24, 26, 27 et in-
teso quanto ne scriviete circa al Signore de Piumbino. Ad nui ci piace
Sua S. sia ferma et restata satisfatta; che invero è a grandissimo pro-
posito de l'impresa et potaria essere quella cosa che divertaria la cosa
de Siena. Circa el titulo non farimo altra risposta se non che voi vi
site governato prudentemente et secendo la opinione nostra. Le arti-
glarie, polve et palotte, et palotte et polve, le sollicitarite, chè noi ne
habbiamo grande quantità che non manchi, et sollicitarite de mandarci
de le lance et de le scale per posere dare batagle manuale. Et opera-
rite cum testi S.ri che ci mandino de li guastatori, et buono numero;
de quelli erano qua sine sono quasi tucti andati con Dio; sichè di
nuovo ne faccino comandare de li altri, perchè senza non possemo fare
niente; sollicitàrite anche venghino li scarpelini et arlogio, quali si sono
scripti.

Sollicitarite al ritrare dinari quanto possete, perché noi habbiamo
già eominciato a serivere la quarta pagha, et non havemo uno qua-
trino, et anche sollicitarite i serviti nostri.

Advisamovi comme nui simo qui apresso Vico a dui balestrate; et
tuctavolta atendemo a lavorare; et si paresse a testi Sig.ri che si per-
desse tempo, refarite intendere che non si ne perde oncia, che tucta
volta se atende a fenire el bastione de la Petra Dolorosa et fortifi-
care Sancto Michele, quali sono a gran proposito et bisogna lassarli
muniti et fortificati. Et anche qua nui havemo hauti circa tre dì de
uno maletempo, quale ci ha impedito assai et al fenire del bastione et
anche al fare la strada et tirare le artiglerie, a le quale havemo durata
una fatigha inmensa; tuctavolta speramo la cosa de Vico riescirà, fa-
cendo el desiderio nostro et omni volta noi habbiamo condotta l’ arti-
gleria lij per essere quello loco solato, quando fussi di meza inver-
nata noi non desisteremmo. Apresso, sperando li nimici noi andassimo
a la volta di Calci. lo hanno sfenito et abandonato, quale inteso, subito
lo havemo mandato a piglare, per essere quello loco de grande impor-
tantia a la impresa, et cusì el farimo gnardare. Nui vi mandamo la
interelusa de meser Alberto Paltone, cancilieri de Io. Pavolo, per la
quale intenderite el desiderio suo: farite cum testi Sig.ri omni opera









LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 367

resti satisfacto, et ch'el habbia per la persona sua tale piatto el
i satisfacto et ch’ el ci possi stare; et in ciò usarite omni diligentia.

alia.

367. (Misc. 6). Gubbio, 1498, Agosto 29. XXIV.
Guidubaldo duca di Urbino a Giovampaolo Baglioni.

Magnifice Vir, affinis et amice carissime: Havendo io conferito col
— Magn.co Messer Pietro Mareello, proveditore de la Ill.ma Signoria di
Venetia, quanto me scrivete, sua Magn.tia et io ne havemo preso admi-
ratione et dispiacere, perchè, quando mai non li fusse stato lo interesse
mio, havendo la Serenissima Signoria di Vinetia la vostra magnifica
ciptà et in spetie la casa vostra per boni amici, sempre ne seriano per-
suasi, non solo ci fusse denegato uno simplice passo, ma dato ogni
opportuno favore ad questo effecto: et come voi cum mecho havete par-
ato confidentemente, anchora io debbo ricordarvi che voi pigliate una
dura et difficile impresa et ad omni tempo mi pare cerchiate aquistare
| pocha gratia cum la Serenissima Signoria di Venetia, il che di quanto
momento sia lo lasso imaginare ad voi, maxime che, come voi medesmo
dite, atenta la potentia de la prefata Signoria et quello poterò fare io
in questo caso, el nostro passo non lo reputo inpossibile etiam contra
- vostra voluntà. Son constrecto adunque, per la affinità ho cum voi e cum
‘tucta casa vostra, a ricordarve vogliate molto bene pensare la impor-
tantia di questo caso, et risolvervi in modo che non ve ne habbia a
suceder danno et manchamento. De la conducta vostra cum Signori
fiorentini, et C altro vostro commodo et honore, ne ho riceuto et
-riceveró continuo consolatione grandissima. Bene valete.

-368. (Ep. II. 246). Vico pisano, 1498, Agosto 30.

Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifice Vir et amice carissime com. &e.: havemo ricevute le
vostre de’ 28 del presente, per le quale ne advisate el Signor Carlo et
el Signor Bartolomeo d’Alviano essersi condotti con venetiani ; io 1’ ho
facto intendere a questi comissarij che sono qui; et similmente voi
farite intendere a testi Signori, che noi simo di parere che cum pre-

teza spaccino uno al Signor Duca de Milano et faccino intendere et
-preghino Sua Exceellentia che, per salveza de la terra loro et de’ con-
fini, mandasse sino in 150 o 200 homini d’arme et altratanti balestrieri









368 G. NICASI

o vero cavalli legieri : et quando loro Signorie a questo disegnassero
mandare el Signor de Pionbino, faritece intendere per parte nostra che
Sua Signoria non po’ essere a tempo ne’ a bisogno a questo, per non
havere lui fenita la compania, ne’ anche è in loco dove el possa tro.
vare homini d'arme et fenirla, che vengha a proposito, et maxime per
havere questa cosa bisogno di gente prontissima et in ordine: et non
solum valeranno questi del Signor Duca a fare questo effetto, quanto
che la fama et la reputatione de la Sua Excellentia; si che per tucti
capi simo de parere loro Signorie faccino questo effetto, a cagione, si
ni la terra fosse alcuno che havesse qualche mala fantasia, questa cosa
saria causa de removarglila. Nec alia.

369. (Ep. II. 282). Firenze, 1498, Agosto 30.
Alberto Paltone, Cancelliere di Giovan Paolo Baglioni, a Paolo Vitelli.

Illustre et Excellentissimo Capitano: in questa hora ho hauto ha-
viso dal Siguor Iohan Paulo, come per le copie se mandano a Vostra
S.ria quella vederà, che lo Ill.mo Signor Duca de Orbino vole passo
per el nostro territorio, el quale credo non li si darà per modo alcuno,
si non se lo piglia per forza. Questi Signori me danno milli ducati per
a Giovampaulo a ció che renfresca uno poco la compagnia; demani
me andarò cum epsi et haveremo hauti 2000 de grossi; pensa come è
possibile se possa cavalcare cum così pochi dinari; me sforzarò de fare
omne dimostratione per dimostrare la servitù sua, et verrà cum quello
porrà a Castiglione del Laco et lì se farà forte et provederà a Castello
dela Pieve et a la torre et Valliana, et per quanto ce porranno sten-

dere le forze suoi, mostrerà la sincerità del suo servire, et non man-

cherà di cosa alcuna.

Suplico la Signoria Vostra li piaccia exortare questi Illustri Si-
gnori li mandino el resto de la presta, come pare honesto, et habiano
avertentia che, conducendose Messer Astore, come questi Illustri Signori
cercano, se salvi lo honore del Signor Iohanpaulo, el quale sempre è
stato a questa volta sensa cercare altro partito, che so ne à trovati.

Cirea a lo interesse de la provisioni, dicono questi Illustri Signori
Dieci provederanno in modo Sua Signoria remanrà satisfacta &e.

Non possemo havere tante ragioni ne’ tanta lengua che possiamo
respondere a molti che se dolgono de la tardità de Vostra Signoria in
havere messo campo et l’artigliarie al bastione; et perbenché aheri 23
fosse qui nova che V. S. haveono messo el campo et l'artigliarie a
hore 17 et che fra doi hore comenzará a lavorare, pure, per el disiderio

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.

à, pareria a molti se solicitasse et havessesi in breve tempo. Ricor-
à V. S. fare quello, che sempre è stato de suo costume, de invigilare
fare omne opera per acontentare questo populazo, et sopratucto de
‘a in ora se die haviso de quello se fa, che qua se mormora assai
e la tardità de lo scrivere. Valeat Ill. V. S. cui me semper comendo.

"910. (Ep. II. 255). Vico pisano, 1498, Agosto 31.
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifico Messer Corado nostro: Heri col nome di Dio ci condu-
ssimo cum l’artiglierie al bastione de Vico al quale si tirette pochi
olpi per attendere ad alogiare. La notte passata si tirò l’ artiglierie
ppresso el bastione, et quello gagliardamente bonbardato, questa hora
5 quelli di dentro per lavoro dell’ artiglierie hanno habandonato el
ecto bastione et riductosi in Vico. Speramo cum l’adiutorio de Messer
omenedio di corto haremo vietoria d'epso Vico; perhó non mancarite
olicitare cotesti Signori a le provisione dimandate, maxime denari et
olvere, et iterum denari, che’ havendo denari non dubitamo tucto
questo exercito voluntieri morirà per quella Excelsa Signoria, a la quale
me ricomandarite.

1. (Ep. II. 288). Vico pisano, 1498, Settembre 1. -
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnificd®Miser. Curado : Voi intenderite per una de miser Iulio
direttiva a Cerbone ; farite omni opera si potete fare li benefitij de la
sta se manda se potessaro levar da le imposte, et in eió farite omni

perà. Nec alia.

1912. (Ep. II. 251). Dal campo, 1498, Settembre 1.
á Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrodo Tarlatini.

Messer Corado : noi havemo doi vostre, a le quale per hora non
rimo altra risposta si non che noi desideraremmo per al presente
gni concordia fra testi Excelsi Signori et e’ senesi, per chè, quando e’
ssino d'una medesima voluntà, si potrebbe sperare molto migliore
ne de l'impresa di qua, che quando le loro Signorie non s' intendes-
ero insieme ; pure in omnem eventum noi operarimo in modo che

94







370 x G. NICASI

sempre ce sirà 1’ honore nostro. Preterea ce pare che con ogni diligentia
voi v’ingegniate de resettare con testi Signori e facti de' Signori Ba-
glioni, tanto de’ gioveni come de’ vechi, perchè tutto giudicamo a
profitto et utilità de testa Excelsa Republica et maxime a’ tempi che
semo oggi, si che non mancate de farne ogni opera, et di quanto se-
guirà, di questo et d’ogni altra occorrentia, di per di ce ne tenete
bene avisati.

Parce ancora che voi sollecitiate la venuta qua del Signor di
Piombino et degli altri stipendiati de testi Signori con ogni instantia
ragionevole, a fine che le loro Signorie se ne possino servire a’ bisogni
loro, et noi potiamo operare le forze loro in facto, secondo le occor-
rentie che accadranno. Altro per hora non vi ricorderemo che ci priemi
et che c’importi assai, si non che voi operiate ogni rimedio oportuno
et importuno per farci condurre qui polvere, pallotte et marraiuoli in
buono numero. Et questo non mancate per cosa nissuna, perché senza
queste provisione non si puó tirare ad ultimo nissuno buono disegno.

De nuovo ve recordamo marraiuoli in buono numero et polvere
et pallotte assai.



318. (D. lc. XXI. 220). 1498, Settembre 1.



D.vo Fran.co Pepio Milani.



... Per la presente [lettera] achade significarvi, come da Roma
intendiamo che Carlo Orsino et B.o d'Alviano fra pochi giorni sareb-
bono ad ordine per cavalchare con cc huomini d’arme et qualche fan-
taria, et ne verrebbono verso Siena, per congiungnersi col Duca di Ur- |
bino, il quale a di 30 del passato si trovava a Gobio con cc huomini
d’arme, c Balestrieri a cavallo et mille fanti: et il Proveditore Vini-
ziano, che è appresso di lui, ha ora mandato ad chiedere alli Perugini il
passo, li quali haveano preso tempo ad rispondere; ma stimiamo liene
concederanno, mostrando essere forzati etc. Noi, per provvedere verso
Cortona et Valdichiana et altri luoghi circostanti, vi mandiamo Gu-
glielmo de Pazi Commissario, et a Giovampaolo Baglioni babbiamo 1nan-
dato la parte nostra della prestanza, et commessoli si transferisca appiè
di Cortona il più presto li sia possibile con il più può delle genti sua,
promettendoli che in brevissimi dì si li manderebbe il resto della pre-
stanza che toecherebbe a cotesto Ill.mo Principe. .... Ci siamo risoluti
mandarvi [a Siena] Ser Antonio de Colle, con commissione che usi ogni
termine per contenerli nella fede, et quando loro sieno disposti con
effecto venire a qualche conclusione, .... siamo per consentirvi. .... Co-
testo Ill.mo Principe .... è necessario scriva a Messer Antonio Maria,

















LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. ‘371

quando Senesi piglino la volta de Viniziani, mostri di esser soldato
Ja sua Ex.tia e non dei Senesi. ....

4. (Ep. II. 292). Vico pisano, 1498, Settembre 2.

Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Messer Corado, Noi vorremo che, per lo primo, ci avisassivo quello
che è seguito delle cose de Siena, et circa l’acordo loro et questi Si-
onori fesseno ogni opera possibile, perchè è a proposito. :

Solicitate ancora il resto della prestanza del Signor Giovanpavolo
t fate ogni favore possibile per la condocta del Signor Messer Astorre,

et solicitate la venuta del Signore de Piombino, et così di tucti questi
altri decti, quanto più si pò. ;

L'aportatore di questa sirà uno mandato del Signore di Piombino,
uale 6 corso, et diee de havere ben 1300 corsi insiemi, che sono ve-
uti di terra di Roma, et vorria condurse con questi Signori, et noi ve

recomandamo a ciò che non vada con li inimici. Et anche intendo
che di terra di Roma viene gente ai danni di questi Signori; credo che
bisognarà che conduchino altri fanti et però ve lo recomandamo.

Noi havevamo piantate l' artiglarie nostre d' una banda della terra,
dove fanno poca fazzione, perchè loro hanno una passa volante molto

agliarda, a la quale reparo che noi havevamo facto, ancora che fusse
rosso, non reggeva ; hacci morti due homini et tre carri d’ artiglarie a
no a uno tutti gli guastava. Et per questi capi noi havemo deliberato
iutare l'artiglarie et metterle da l’ altra parte della terra, dove è anche
il muro più me Siranno coperte dalle artiglarie loro che non po-
iaranno essere offese, per modo stimamo fare qualche buono fructo.
- Noi stimavamo, per essere l'artiglarie dove erono piu e molto sotto la
‘terra, che l’ artiglarie loro non ci potessono battere, ma per essere quella
Ip assa volante loro molto gaglarda, et così dui falconetti che hanno oltre
altre artiglarie, come è decto, ci facevono molto danno, per modo

e jeri ie artiglarie nostre ferono poca fatione per questa casgione,
gionta a uno tempo stranissimo che havemmo hieri, che tucto di et
juesta nocte piobbe. Dianvene particulare aviso a ció che potiate refe-

5. (Ep. II. 286). Vico pisano, 1498, Settembre 6.

Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifice Vir, questo. dì 5 del presente, havemo hauto Vico Pisano
questo modo: cioè, havendole noi redotti a male porto con l’ arti-



312 G. NICASI

glarie, speravamo la sera circa 21 0 22 hore dar la batagla, et essendosi
loro scomentati, non volsaro aspettare, in modo da loro venne farci
dimandare a parlamento ; et in effecto fu concluso che ci dessaro la
terra et l'artigleria c'era dentro, salvo le robbe et le persone, che c' e-
rano dentro 700 fanti furistieri et quattro boche de artiglarie grosse, et
assai altre minute, et in effetto tucti sono andati salvi, chi a Pisa et
chi a Cascina, et la terra et la rocha è rimasa ad noi. Ci è parso
darne adviso a cagione ne sappiate anche voi ragionare.

L'artiglaria ipso jure come sapete è nostra; cusì speramo portarla

















quando tornarimo in patria.







376. (Ep. II. 811). Vico pisano, 1498, Settem. 7. V noctis.



Paolo Vitelli a Corrado Tarlatini.









Magnifice Domine Comm. : Questa per darvi adviso recordiate a
testi Signori che sollicitino Giohanpavolo al venersene qua, quanto più
presto sia possibile, per essere la venuta sua a proposito et necessaria;
et che sollicitino etiam li fanti de terra di Roma che venghino cum
più presteza si po': et sollicitarite loro Signorie a spacciare Giohanni
de la Vechia et resolvarlo piü presto sia possibile. Apresso, farite adver-
tite lor Signorie, che intendemo li nimici fare qualche disegno in Pizd
stoia, che simo de parere ci advertischino et faccino tale provixione,
che habbia a divertere omni pensiero ci facessero. Ulterius farite in-
tendere ai testi Signori che noi stamo in nel fuoco, perché cognoscemo
che omni di ce rileva uno mese, et perdemo tempo, et tucto questo è
per mala provixione loro. Et primo, circa el dinaro, questi de Messer
Alexandro Bentivoglo dicano che è assai tempo che non hebbaro di-
nari, che non le havendo non se possano levare; et anche questi ba-
lestrieri del duca de Milano dicano essere passato el tempo che dove-
vano havere dinari, che medesimamente non se poterieno levare si non
li toceassaro ; bene è vero che ’1 Signor de la Mirandola dice havere
lettare de Milano che ’1 dinaro se dicieva partirà a li 16 del presente,
che ci debbano essere o domani o l’altro, et cum questo si sono
stati. Confortaritile, mandando el resto de’ dinari per le fanterie, man-
dino anchora dinari per le gente d’arme et cavalli ligieri, che è neces-
sario per esserne manchati assai, chi per essere morto et chi per essere
amalato, come intervene ne li exerciti grossi ; si che li sollicitarite a
mandare dinari quanto più presto sia possibile, perchè questi non sono
tempi da perdere, ne’ da stare più socto.

Apresso sollicitarite el caso de’ maraiuoli quanto sia possibile, et


















































LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. . 918

mandino a li lochi, dove più volte se 6 scripto, et che se condu-
no qui et faccinosi pagare, che sopra ció havemo diputato Pavolo
ccij et Lorenzo Larioni et in tucto usarite diligentia.

371. (B. VI. 19). Vico pisano, 1498, Sett. 7.

Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

E Magnifico messer Corado nostro Com: etc. Habiamo havuto tutte
le vostre et l’ ultime questa matina. Comendiamo quanto havete (facto).
Vi notificamo che li mille ducati ne scrivete mandati, a nostra instantia,
a Benedecto Nerli, ce fa intendere che li ha spesi et mostralo molto bene,
jn modo non ce ne possemo valere de niente; perhó é necessario ope-
rate siamo provisti, perchè tutti li fanti ci sono adosso per la paga
loro, et si dicessaro fussimo pagati, diteli, et mostrateli questa lettera,
che non è nulla. Et operarite che in effecto nui siamo pagati a oro,
perchè ci pare siano chiari ch’ el deveno fare, perchè quando li nostri
havessaro qualche cosa più che gli altri, ci pare sia ben dato, perchè
li nostri fanno e opera per soldati et per maraiuoli, come possono in-
tendere; operate habiamo denari, ché per tutto hoggi ne habiamo et
non più.

Solicitate la venuta di Jo. Paulo Baglioni, che non voressimo man-

cassi el fusse qua avanti intrassimo in nova impresa, perchè, essendoci
—mui contentati che ci togliano el conte Rinuecio, non vorressimo man-
eare de Jo. Paylo per niente.
La condottà de messer Astorre ci piace, quando el non vada su per
le cime degli alberi; et quando gl’ intrassi in frenetichi de non voler
obedire, fate omni opera ch’el non si conduca; quando el voglia stare
al quia, fate omni cosa per la sua condotta.

Solicitate quelli S.ri a la expeditione perchè et è tempo bello et,
quando le S. loro indutiassero, si potria rompere li tempi de natura,
che non si potria fare niente et nui, quando vedessimo li tempi nol
concedessi, non vorressimo farli fare spesa inutile; et in questo parlate
gagliardamente, sì per solicitarli, sì anco per nostra excusatione, dovun-
que vi trovate.

Questo punto finchè si scriveva la presente, harivò la vostra con-
nente de le parole de Alfonso (1), de che ci maravigliamo ch'egli usi
tale parole, perchè non deve dire quello non è, pregate cotesti S.ri a

(1) Alfonzo Strozzi Commissario fiorentino.

374 ; G. NICASI

mandare quà uno homo che ci rivegha ; ma lui che è stato a Bientina
sempre non ne po' rendare buon conto, né credevamo essere contra
omni honestà banchettati a questa foggia, perché l'opere et l'amore
portamo a quella repubblica nol merita, et in fine ve ne rensentite ho-
nestamente et insistite mandino a vedere, che simo ben contenti. Altro
non habiamo a dirvi. Solicitate la expeditione del denaro et de l'im-
presa. ;

> ; 218: (B. VI: 8). Vico pisano, 1498, Sett. 9, IV noctis.

Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.



Magnifice Domine, Questa sera al tardi, tornando dal bastione da
la Dolorosa, havemo riceute dui vostre, et visto quanto ne scrivete de
la inovatione facta per Giuliano di Medici in Romagna; et cognosciuto
la importantia et necessità, simo stati contenti che domatina avanti
giorno partino el S. da Faentia (1) co’ suoi cavalli legieri et Dionisio
da Brisighella con;la sua Compagnia, per metterla subito a le confine
di testi S.ri, ad ciò li nimici trovino resistentia et non possino passare.
Saremmo anche de parere se scrivesse al S. Fracassa (2) che spegnesse
verso costoro una parte de li suoi cavalli ligieri cum qualche homo
d’arme, ad ciò che a priucipio per qualche giorno si possa resistere et
dare tempo al S. Duca (3) possa fare remedio oportuno.

Circa la parte di Toscana, saremmo de parere che se scrivessi ad
Joan Pavolo (4) se ne venisse a Cortona et darli 400 provisionati, et
il conte Ranuccio se ne andassi ad Arezzo, et menasse seco Jo. de la
Vechia et Mangiares cum 400 altri provixionati, et cum essi se ne an-
dasse di puoi ad Anghiari et lì facesse provedere el Borgo et la Pieve
di Sa’ Stefano, et le forteze munire, li homini paesani, sentendo altro,
se reducessaro a le terre et a le forteze, maxime sentendo venire el
Duca (5) per Valle di Tevere; il che inteso, el S. Conte pigli la via
del Monte sopra Anghiari et vada sempre per la scrima del monte, et
Joan Pavolo, inteso el Duca haverà presa tale via, se parta subito da
Cortona a la via del Casentino, verso Bibiena et Poppi, per asecurare

(1) Ottaviano Riario che si trovava al soldo dei Fiorentini.

(2) Gaspare da San Severino, detto il Fracassa, comandava insieme al fratello
Conte di Coiazzo, le genti del Duca di Milano in Romagna.

(3) Il duca di Milano, alleato dei Fiorentini.

(4) Grovampaolo Gaglioni -

(5) Guidobaldo Duca di Urbino, soldato dei Veneziani



_—————————T—t222———

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.

uelii lochi cum favore de li homini del paese et comandati, sino
anto che comodamente si possa coniungere col Conte per resistere
neglio al S. Duca.

Et si el S. Duca piglasse la via de Valle de Chiana, Jo. Pavolo
ia adviso al S. Conte che se ne venga ad Arezo, a ció che de l'uno
Joco et l’altro testi S.ri sieno sicuri. Di puoi veghino de coniungersi
insieme et vadino costegiando li nimici in modo non possino fare nè
‘danno nè nido in alcuno loco ; et se ’1 duca piglasse la via di Roma-
gna, andando per lo Stato suo, Jo. Pavolo si ne po’ venire da la
‘banda di qua. Et per al presente, in loco del S. Octaviano de Faentia,
vedete si seriva a Simonetto (1) che ne venga in campo con li suoi, et
jn logo de Dionisio, si faranno le condotte secondo lo adiuto datoci da
loro Sig.rie, perché li 700 di Roma non verranno a tempo. Nec alia.

^
DA

379. (Ep. II. 308). Vico pisano, 1498, Settem. 9.

Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifico Messer Corado comend. &c.: Habiamo nui per altra no-
stra fatto intendere che siate cum quelli Excelsi Signori et dirli che
li piaccia acelerare la expeditione fino hanno li tempi prosperi, perchè,
come se incominciano a rompere, non siria possibile a fare niente, et
nui non vorrimo mettere quelli Signori in spese senza fructo, et nui
in vergogna. Per la presente vi dicemo che di nuovo ne siate cum la
Signoria, cum li Signori Dieci, et cum quelli citadini del governo, et
«cum chi altri pi pare, et dovunque vi trovate, et chiariteli che nui

siamo prompti et di bono animo a proseguire l'impresa, dummodo le
-Signorie loro ci expedischino a tempo che li tempi ci servino, perchè

sapemo, e anche le Signorie loro sanno la conditione del paese di qua,
che, come piove, non ci si po’ più stare; et che nui ci cacciassimo in
campagna a fare spendere le loro Signorie inutilmente et cum carico
et vergogna nostra, chiariteli che nol vogliamo fare, perchè non si fa-
ria né per loro Signorie né per noi. Quando habbino capo che l'im-
presa si segua, expedischinse de le provisione che se l'é facto inten-
dere, et maxime el denaro, perchè è necessario le Signorie loro, per
essere vicino a la paga de’ fanti, li rifreschino de la nova paga, aciò
che non sfilino, perchè el si sente pure che li nimici danno grosso de-
naro, et e non guardano per subtile, in modo che assai se ne vanno

(1) Simonetto Baglioni.







376 G. NICASI

di Iha : et si non pigliano questo partito, qualche volta nui erederimo,
a un aponto preso, havere 5000 fanti et non haverimo 2000. Simil-
mente é necessario anche rifrescare le gente d'arme, a ció anche loro
possino meglio servire, maxime stando in su la spesa grossa, chó di
niente si vagliono si non per ponte del denaro. Sichè chiaritele che
havendo intentione si vada avanti solicitino la expeditione.

Similmente farite intendere tutto questo a l'oratore de Milano che
é li; et nui ancora qua l'habiamo facto intendere qui a l’ homo suo,’
che ce ne scusamo ; che lo scriva al Signor Duca che per noi non re-
sta; che se questi Signori ci daranno el modo, nui speramo fare cosa
che satisfarà a la Excellentia Sua. -

Farite intendere al prefato oratore che siria bene scrivessi a la
Exeellentia del Signore Duca che siria bene inpedisse la passata de
Messer Haniballe Bentivoglio, perché, quando el passasse, siria rinfre-
scamento assai a li nimici, et siria molto a proposito se operassi non
passasse.

Havendosi a fare connestabili li, vedete che possiamo dare o tre
o quattro homini da bene che habiamo, che promettemo nui le Signo-
rie loro ne siranno ben servite, et in questo fate omni opera.

Solicitate tutte le provisioni per l'impresa; maxime advertite ha-
biamo polvere, et palotte, et maravioli a pagamento.

Altro non occurre; havisateci particularmente de la conclusione
cum Siena, et se altro sentite de verso Roma.

Et a’ piaceri vostri.

Come vi si disse, di li mille ducati mandati a Benedecto Nerli,
non habiamo havuto uno soldo. Bisogna che vui operate che subito,
per uno cavallaro a posta, ce mandate ad minus mille ducati, et ope-
rate Alfonso in uno grosso le «drizi a nui, et non a’ commissarij, no-
tificandovi che in nostra casa non è uno ducato, et questo è perchè
habiamo cominciato a pagare la paga de’ fanti, et bisognaci seguire
et non staccare fino havemo denari ; et li forestieri (1) sfilano per darsi
grosso denaro a Pisa. Perhò solicitate.

380. (Ep. II. 296). Vico pisano, 1498, Settembre 10.

Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifico Messer Corado comendevolissimo : Nui stamo molto
admirati, che tutte le cose ne bisognano, sempre l'habiamo a mendicare

(1) Cioé: i fanti che non erano né toscani, né tifernaii.

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 377

^

anuo inanti et anco non li possiamo havere, et non è questa la
havere honore, et se gli anno a servare questi modi, nui non
mo già per torre a suscitare morti: habiamo dimandati questi be-
etti maraiuoli et per anco non ne siamo a nulla; qua compariscano
tre assai et numero poco; perhó non mancate operare venghino pre-
» a eió possiamo fortificare el bastione de la Dolorosa, et anco que-
o de Vico, che siamo chiari non ci possa essere tolto per uno subito;
tificandovi che questa matina andamo a soccurrere la Pietra dolorosa
ve questa notte sono venuti l’inimici, che quando sirà fortificato
some si pò non ne potremo essere de facili sforzati. Similmente ope-
Bue che, subito a l'havuta di questa, habiamo 25 o 30 scarpellini, che
o havemo necessità per dicta causa, per fortificare et l’uno et l’altro
li dicti bastioni.
‘ El ve s’è dicto che li nimici pagano grosso et fanno fantarie as-
i, et già di qua se ne vanno assai. Et se non si provede presto al
paro se n’andaranno molti più, perchè l’inimici non guardano in
cia a nisuno, che li danno cinque et sej ducati el mese. Se quelli
agnifiei Signori vogliono che nui andiamo inanti, bisogna faccino
rovisione che dinari siano in campo per rifrescare le fantarie et gente '

.

d’arme, et cusì tucte l’altre cose adimandate.
- Nui non havemo uno sol ducato, et omni giorno se aspectano.
Siate contento pregare cotesti Signori non ci voglino sempre tenere
sparvieri (1), che crederessimo pure una volta ci cavassero del ge-
ale. In effecto nui ci trovamo senza un soldo; ordinate che li de-
ri nostri Alfonso ce li mandi per uno cavallaro a posta, perchè non
binmo andare (utto di de Herode a Pilato, et fate non manchi li
biamo subito; et resolvete la paga de l'oro a grossi, che voliamo oro,
eusi le venti paghe per tempo, et li serviti nostri ; che fino havemo
l nostro ce ne volemo aiutare senza dare inpaccio a le Signorie
loro ; et non tenghino più in mano; per vostre s° è solicitato. À vui
recomandamo. :

? (Ep. II. 301). Vico pisano, 1498, Settembre 10.

V

Cerbone Cerboni a Corrado Tarlatini.

Magnifice Domine: Questa matina a l'alba del dì l’ inimici cum
rca mille fanti o più, cum scale et qualche pezo d’artigleria minuta

(1) Gti Sparvieri che si adibivono per la caccia, si tenevano a corto di cibo,
hé fossero pià avidi di ghernire la preda.




378 G. NICASI

asaltaro el bastion de la Pietra dolorosa, et li nostri facendo gaglarda
resistentia feciano cenno, et imediate el Signor Capitano cum molte
fanterie, calvaligieri et gente d'arme andó al socorso suo et arivarono
che già l'inimici havevano stacchata la battagla et retiratisi in verso
Calci, et là vieini se afrontarono et rupparli in modo che, de 1000 fanti
et 200 balestrieri a cavallo erano, intendemo non ne sono campati 200
fanti et 25 cavalli. Capo. era Jacopo de Tursia et Gurlino, el quale
Gurlino intendemo essere ferito di doi bone ferite, et eraci Ranieri de
Sasetta, quale hanco lui hebbe strette assai, in modo li fu tolto el ga-
bano. Lassarno ne la partita del bastione le scale, balestre et saettime
assai, morti circa sei de loro et feriti assaissimi; dentro nel bastione
feriti circa trenta, che ci ne sono dui o tre di pericolo; et tucto questo
per causa si se fusse hauto li maraiuoli da posser fortificare el ba-
stione, li nostri non sarieno stati feriti. Sono stati presi infra questi
sei conestabili di loro; el nostro Magnifico Vitellozo cum 12 o 15 ca-
i valli ha corso sino in su le porte di Pisa. Iudicamo, se cotesti Excelsi
Signori fanno el debito loro de le provixione, farassi tale opera a pro-
fitto loro che se ne maraviglaranno, ma si saranno lenti et tardi como



















hanno incominciato, el tempo se passarà senza fructo: et toccate cum
mano che per lo Signor Capitano non mancha, et non solum a testi
Excelsi Signori, ma dove vi trovate farite queste parolle per excusa-
tione del Signor Capitanio; et non mancate de mandarci dinari subito








a l’ hauta de questa, che, si le meritamo o no, lassamo giudicare a




l’opere che a dì per dì sentite.

Solicitate li scarpelini che se ne venghino subito et li maraiuoli

in nome di dio ; polvere et palotte et pure denari; ad voi ne recoman-
damo questo punto. Sino che questa si scrive, è nova che li nimici |

sono in campagna per la via de Cascina de qua d’Arno. El Signor

Capitanio fa colatione et montarà a cavallo a la via loro, che già s'é

adviata la banda sua a la via loro; speramo faranno un altro cozo a
la foggia del primo. Ad voi iterum ne recomandamo. -













382. (B. VIII. 6). Firenze, 1498, Sett. 10.



Corrado Tarlatini a Giovampaolo Baglioni.








Magnifico Signore Johanpaulo, per honore de la Signoria vostra,
adcioche Messer Astorre [Baglioni] non habia piu conducta che la Si-
gnoria vostra, so’ stato cum questi Signori [Dieci] et pregatoli vo- -
glino dare trenta balestrieri a cavallo a Simonetto [Baglioni], quali di-
chino in la conducta vostra che faranno fare in 100 homini darme,



LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 379

| come costoro offerischano a Messer Astorre de conducta : de 100
ini darme et non piü. Et quando vogliate questo, bisogna tacere
‘non dimostrarse niente et guardarsi che Messer Astorre non intenda
Jla, fintanto non ratificasse a la sua conducta. Io fo tueto per ho-
sore de la Signoria vostra et so fare cosa grata al Signor Capitano,
ale è tucto vostro et omnino vole la Signoria vostra apresso depso
"senza mancho nissuno. A questa ora credo per fermo Senesi siano
acordo cum questa Signoria. A la Signoria vostra me racomando

Vico pisano, 1498, Settem. 10. VI noctis.

Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifico Messer Corado nostro: Perché noi sapemo che heri vi
fu scripto de quanto era occurso de li nimiei, et benché lui vi dicesse
'essere 1000 fanti, sapiate che de fuori de Pisa erano fuori 1500 fanti

t 300 cavalli; egli è vero che chi pigliò una via et chi un'altra. Sonsi
yresi assai et curso fino appresso Pisa, et veramente li nimici hanno.
Phavuto una grande sbaffata, in modo a li nimici parrà strano. Et sa-
iate che in Pisa si truovava, in anti fussaro svalisati questi, più che
1000 fanti et non cessavano ne’ cessano tutto dì dare denari et grosso
enaro. Hora lasso iudicare a vui se spenderanno molto piü largo che
on hanno faeto fino in hora, in modo, se testi Magnifici Signori non
olieitano el denaro, omni giorno ne perdarimo piü. Et perhó non
nancate solicitar@che subito mandino denari, che altrimenti perdarimo
la magior parte de questi fanti, che si partiranno.
Quando cotesti Signori deliberano l'impresa sequiti, diteli per
arte nostra che solicitino tutte le provisioni dimandatele et maxime
de denari per rifrescare le gente d'arme et le fantarie, che, senza, non
ensino: che si possino levare.

Fariteli intendere che, attento che li nimici ingrossano de fanta-
rie, bisognano anco le Signorie loro ingrossino, et se più ingrossa-
‘ranno, più bisognarà anco che le Signorie loro ingrossino. Et per
questo volimo a omni modo che le Signorie loro ci faccino mille fanti
più, et a questi fanti gli volimo dare nui 40 5 comestabili, homini da
bene et valenthomini, che ci pare honesto posserli adimandare, perché
i homini da bene et capi li darimo nui, siranno homini che per virtü
lo meritaranno, et non per amicitia o particularità ; chè come possono
vedere nui non facemo la guerra come loro soldati, ma come proprii
orentini; et l’intento nostro non è ad altro segno che restituirli le








































380 G. NICASI

cose loro, et acquistarli de l'altre cose; et non perdonamo a cosa ni-
suna, ne’ a fatica, ne' periculo alcuno &. El servitio che gli anno da
nui, l'hanno eum tutto il core, ne' de li loro denari possono dire ne
faciamo mercantia; perhò siano anco contenti che possiamo darli de li
homini a’ soldi loro, perchè trovaranno non li darimo homini a pas-
sione, ma homini che varranno nella guerra per omni conto ; et cre-
dinci, chè nui ne sappiamo rendere miglior conto de la guerra che le
Signorie loro. Et si parlamo gagliardo, ormai ci pare possere parlare,
et credemo le Signorie loro hormai ci debbino credere. Et infine li
concludete per expresso volemo ancora mille fanti, et darli 4 o © capi
a nostro modo, che li havemo qui appresso de nui, che li havemo in-
tertenuti a questo aspecto.

Fariteli ancho intendere che subito, per cavallaro a posta, col
resto del suo denaro mandino per Johan Paulo (1), che cavalchi subito,
perchè el volemo appresso de nui per posserci valere, et de la persona
sua, et de la compagnia; et sturateli l’orechio che, non venendo Jo-
hanpaulo, et fino non vene, ymmo ch’ el sia gionto qua, nui non par-
tirimo di qua, ne' pigliarimo altra impresa; ne' se ce facci piü re-
plica, perchè questa è l'ultima voluntà nostra; et questo è perché .
havemo carestia de homini da commettere, et havendoci lui, sirà uno |
de nui medesimi, si che operate questo essere subito che se ne venga
volando, ne’ da nui aspettate altra determinatione in questo.

Solieitate li maraiuoli che venghino a pagamento, et operate si -
dia omni 50 maraiuoli uno capo, et sforzinsi haverne de Casentino, o
Lombardi o de Lunisana, perchè sono molto meglio che li paesani,
che in vero non vagliano niente; et sopra tucto presto.

Circa li nostri particulari vui sapite el nostro bisogno : li fanti e
oro ; li serviti nostri, et il resto del quartarone; et subito denari; et
solieitate 95 o 30 scapelliui, polve et palotte et altri necessarij.

Nui habiamo heri, infra gli altri, presi undici fra Pisani et Ca-
scinesi, li quali mandamo Iha, in siemi col Bianchino, che li conduce.
Ordinarite che quelli Signori, prima faccino careze al Bianchino et
veghinlo voluntieri. Deinde li notificarite a quelli Signori che, non
obstante che, sicondo la ragione del mestieri, questi tali non siano ben
presi, pure, atento la importantia de lo stato, el c* è parso dirizarli à -
quella via, perché potria essere un giorno serviriano a gran proposito
per le Signorie loro. Diriteli ehe non li tenghino in Stinche, o ]uogo
de prigionia, ma in una easa, comodamente, cum bone guardie, non



(1) Giovanpalo Baglioni. LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.

assando mancare niente, ne' per vivere, ne’ dormire, ne’ comoda-
nte stare, e£ non guardino a una minima spesa quale questa, per-
potria occurrere che omni soldo spenderanno in questi li potria
gliorare il ducato. Et quando facessino altrimenti chiariteli ce ne
ariano dispiacere, et in modo tale che ci farieno pensare vive a un'al-
foggia. Sì che fate omni opera che segue questo effecto, et vui
teci advertito, perchè cusì li havemo promesso, et siria contra l’ho-
ore nostro; et non mancate per niente; et a vui me ricomando.

i384. (B. VI. 10). Vico pisano, 1498, Sett. 12.
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifico meser Corado. Havessimo heri tre vostre, doi de’ 9 et

una de' X. Comendamo quanto havete facto et dicto, sì cum l’oratore

e Milano, sì cum la S.ria, et S.ri X, et gli altri, et cusì cum el pro-
thonotario Stanza: et a li particulari ve rispondemo come appresso

parola.

Cirea la rottura de verso Pistoia. A questo iudicamo, andando a

buon camino meser Jo. Bentivogli, come ve dice el prothonotario

tanza, non bisogna dirvi altro, nè farci altro pensieri, perché pen-
samo la ex.tia del S. Duca se ne sia ben chiarito ; et perhò non di-
rimo altro. j

De le cose de Siena non ne possemo dirne altro, si non confron-
arci col parere vostro ; tuttavolta é ben stringere la pratica et venire
al resoluto, ch@potria essere ancora se ne pentiriano, quando non
convenghino cum cotesti S.ri; sebbene credemo siano parole per tem-
"poreggiare, come dite vui.

| Solicitarite cotesti S.ri a solicitare la Ex.tia del Duca a mandare
li 200 homini d'arme, 300 cavalli legeri et 1000 fanti; et non li faecia
fare la via de Pontremoli per niente, perché, venendo da quella banda,
li nimici gli possono andare incontro et nui non li possemo soecur-
rere; ma faccili fare o la via de Pistoia, o verso Luca, perché quella
de Pistoia è sicura, quella de Lucca li potressimo andarli incontro in
modo che li rendaressimo sicuri. Et confortate per parte nostra cotesti
ex.si S.ri a non dubitare per niente, et che stiano di bona voglia che
a omni modo li renderimo sicuri de le cose loro, dummodo è faccino
quelle provisione che possono fare, e£ maxime operare che la Ex.tia

el duca soliciti queste gente d'arme sopradicte, et le S.rie loro atten-
dino a fare il denaro, et faccino in modo che ogni volta che gli è de
‘bisogno non habbino a dire: el si fa la pratica, o gli Ottanta, o si





































882. ' G. NICASI

farà, o si dirà, perché el denaro è el verbo principale; et a questo
per l'amor di Dio teniteli solicitati : et omni volta che fanno questo,

5 et la Ex.tia del Duca venghi gagliardo come credemo, stiano di bona
voglia che li mostraremo quello che di core siamo per fare in ser.
vitio loro.

Solicitate anco le S.rie loro che ’1 S. de Piombino habbi omni
suo resto del denaro, se havere deve, et che soliciti el mettersi in or-
dine cum più celerità sia possibile; et cusi anco a l’ homo suo che e
li, sequirite come havete incominciato, et lo pregarite per parte no-
stra che scriva al suo S.re che ’l soliciti el rassettarsi, a ciò ce pos-
siamo ritrovare insiemi a fare qualche bona opera per questi Ex.si
S.ri, et per honore nostro. Come per altra ve s'é dicto, nui volemo
Jo. Paulo a omni modo ; solicitate el suo restante de la inprestantia,
et che gli sia mandata, et vengasine subito ; et vui, per parte nostra,
gli ne scrivete ch’ el se ne venga subito, et operate che el sia di lì
expedito del suo resto, et che li S.ri X mandino uno loro homo col
resto a ciò che lo soliciti, et venghisene via.

Del titulo per il marchese de Mantua, domandato da Milano, ha-
biamo dicto el parere nostro a li commissarii: di lhà intendrite : da
nui son ben chiari de nostra voglia; non occurre dire altro.

Parci omninamente le S.rie loro diano ordine che si faccino mille
fanti; et che nui habiamo loco per 4 o 5 conestabili, et siano contenti
a crederci ; et de le cose de la guerra, et de li homini che s’anno da
pigliare, lassino la cura a nui, perchè invero che el’ hè più nostra
arte; et toccaranno cum mano che nui facemo non cum altra fede che
si ci facesse le S.rie Loro : attendino a le provisioni, et del resto las-
sino la cura a nui.

Nui ve habiamo dimandati 25 o 30 scarpellini, che a quest’ hora cre-
devamo fussaro qua. Ci maravigliamo non siano venuti. Credemo non
resti per vostro ricordare; ma gli è pure mancamento che loro siano
sì lenti; et si sapessino de che importantia sono, et quanto siano ne-
cessarii, per Dio, li fariano volare. Solicitateli, et pregatele per l’amor
di Dio sian contenti non ci fare dimandare la cosa tante volte. Et fate
che venghino subito, subito, subito, et non manchi per niente.

Nui ve le habiamo anco seripto de’ maraiuoli. Egli è una gran
cosa che degli ordinarii de la guerra le S. loro ci tenghino sì magri.
Nui vi pregamo li solicitate in modo, che ne vediamo altro che parole,

a ciò possiamo fortificare la chiesa de la Verucula, Preta dolorosa, et
questo bastione de Vico, che loro medesimi possono comprendere de
che importantia siano li monti; et è bene per omni cosa che occur- LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.

se che li siano ben fortificati ; si che fate a omni modo venghino,.et
‘quello ordine, cum li capi, che vi si seripse.

Parci a omni modo che subito operate per cavallaro a posta si

i 500 ducati d’oro a messer Julio (1), che possa cominciare a met-
; a ordine 500 fanti che siranno a gran proposito, et scrivete a messer
io che li tenga in ordine da possere subito farli movere, et in ciò
te omni diligentia possibile.
| Heri, per Bernardo Rondinelli de lì, vi si mandò uno carcatoio
archibusi, del quale, come vedrite, ne volemo 400, che tenghino al-
ante quanto quello, et siano a quel modo apunto; ma volemo ne
liate carico vui, facendo spendere a loro, come é honesto; ma fate
habiamo prestissimo, per tutti li casi bisognano, et non mancate,

vostra fè, solicitarli, perchè ce importano assai.

*. Denari non habiamo anco havuti, et siamo senza uno quatrino ;
pregateli non ci tenghino tanto in lunga.

Altro non habiamo che dirvi, solicitate quanto è dicto, maxima
gente de Lombardia, Jo. Paulo e el S. de Piombino, scarpellini,
araiuoli et carcatoi, et denari; non manchi. A piaceri vostri.

Post seripta. Circa la parte ne scrivete havete parlato cum S.ri X,
son le parole facte per la mostra a’ S.ri X, non nominando alcuno,
e dicemo : Volemo che trovate Alfonso (2) et li dicite che ci maravi-
liamo fortemente de le parole ch’ egli à usate, che nui non havemo
ù che 150 homini d’arme; che nui siamo per usarli una gentileza,

e omni volta che lui vene quà, gli mostrarimo tutti li homini d'arme
he havemo, et mostraremoli in campagna, et in alogiamenti, et come
vol lui. Et s' ec avesse a stare qualche di in lungo a venire quà,
mandi uno suo particulare, che siamo anco per chiarire la mente sua,
t ch'egli é usanza, avanti che l' homo parli, pensare como parla, et
maxime de’ pari nostri, che siamo per rendere bono conto de nui ad

tri homini che lui.

985. (Ep. II. 302). Vico pisano, 1498, Settem. 13.

Paolo Vitellà a Corrado Tarlatini.
Magnifico Messer Corado nostro: Per piü nostre ve s'6 scripto
e li abisogni nostri per li necessarij de questi luoghi, et benché nui

(1) Messer Giulio Vitelli che, in assenza dei fratelli, li rappresentava in Città
Castelto.
(2) Alfonso Strozzi.






384 G. NICASI



crediamo che non manchi per vostro solicitare, tuttavolta, non ne ve.
dendo altro che parole, al tutto restamo mal satisfacti, et vedendo an.
dare queste cose a le lente, non sapemo d’onde proceda, judicamo sia.
per una grande negligentia et transcuratagine. Et restamo molto di
malavoglia che, per tutte le parole che scrivete, et anche da loro
s’ intende essere disposti a l’ impresa, nui vedemo tutto l'opposito cum 3
li facti, nó vedemo principio nisuno che nui possiamo, non tanto an.
dare avanti, ma mantenire quanto havemo acquistato. Et perché vui
intendiate molto meglio: quando nui intrassimo in Vico, non ce ri.
mase uno solo de maraiuoli. Di poi, per inportunità che nui usassimo,
ne vennero cento, de li quali cento simo rimasti in 13, et questi cre-
demo per tutto hoggi se siranno andati cum dio: questo procede per-
chè qua non è homo che pigli pensieri di loro, chè li poveri homini
non possono havere nè denari, nè pane, in modo che, non havendo
né l'uno né l'altro, per non se morire di fame, e' sono necessitati a. —
vende et impegnare loro zappe, et altre artigliarie da maraiuoli, et
andarsene. Vedete quello possemo: fino a hora ci sono stati commis-
sarij assai, ma credetemi che, a le fatiche et a l'usare diligentie a le
cose necessarie, non se ne sono trovati troppi; et credete che, quello
S' 6 fatto, è seguito per opera et solicitudine de li nostri, ché, havendo
aspectato havessero facto loro, nui sirissimo a niente. E non ci dole
el faticare et nui et gli homini nostri, ma ci dole fino al core che de
quelle provisioni che nui ricercamo cotesti Excelsi Signori, le tenghino
in longo, et poi non se ne facci niente. Nui ve havemo dieto che
Siamo necessitati per utile, honore, et reputatione de l'impresa, et de
lo stato, et mantenimento de Vico, a fortificare le Dolorose, la chiesa |
de la Verucula et el bastiene de Vico, et la ruina de le mura de Vico
rassettarla et de Buti.

Et per quanto adimandatovi li maraiuoli, et 25 o 30 scarpellini,
et di l'uno et di l'altro quella terra ha muodo haverne quanto ne vole,
maxime de scarpellini, che sapemo ne ha piü copia che terra de Ita-
lia, et ancora non habiamo possuto havere nisuno ; in modo restamo
al tutto confusi né sapemo quello ci possiamo dissegnare; né ci pare
la via questa andare avanti, perché dato casu che le Signorie loro
volessino, nui, mentre non vedemo fortificato li lochi dicti et rasset-
tati li mura de Vico e Buti, non partiressimo per niente; perché sa-
pemo che, partiti nui, questi lochi porteriano pericolo. Nui sapemo che
gli hanno muratori assai, et hanno modo per Arno a mandare calcina,
che a un tratto li mura se assettarieno. Nui ve dicemo veramente che,
se del nostro havessimo el modo, gli demostraressimo non aspectares-















































LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 385

o importonarli tanto, benchè egli è pure loro utile et Hone. ci
overiano pensare et provederci altro che cum parole.
Ve havemo anco dicto che gli è necessario rifrescare queste fan-
rie, perché l'inimiei dànno denaro, et grosso denaro, et di qua se
fugano assai, et quando credemo habbino mandato tanto denaro
he si possa rifrescare tutte le fantarie, non ce ne sono venuti tanti
He basti per uno ottavo.
i Cusì anco si non fusse la grande inportunità et extrema solici-
dine che per nui et per li nostri se usa a rassettare l’artigliarie, se
pui aspectassimo le provisione de loro, non se ne acconciaria mai pezo.
Messer Corado, nui ve havemo più volte dicto che l’animo nostro
.è d’andare avanti et sequitare U impresa, et cognioscemo el nimico
essere tanto invilito che faressimo factione grandissima, ma vedemo,
per li effecti che ne mostrano cotesti Signori, che non si curano o non
vogliano; omni giorno che si perde adesso è un anno; fatene nostre
excuse, primum cum la Signoria, secondo cum li Signori Dieci, in
nudientia et a parte, et deinde cum l’ oratore de Milano, et cum qua-
nque altro citadini vi trovate, dechiarandoli che per noi non resta,
ymmo siamo desiderosi sequire gagliardamente l’ impresa, ma, non ci
dando altrimenti le previsione adimandate, nui non siamo per moverci
er vituperare et loro et nui.
Et chiariteli molto bene che, fino non vedemo che el bastione de
Dolorosa, la chiesa et el bastione de Vico, et le mura della Terra
non sono rassettate, nui non ce moveremo, perchè sapemo de che im-
portantia sono lf»monti, et le Signorie loro hanno possuto intendere a
"ehe periculo è stato a li dì passati el bastione de la Dolorosa, che se
mon fusse stato la virtù de quelli homini che ce erano dentro, che non
eurarono a la scoperta combattere cum li nimici, era preso ; et se si
fusse perduto, le Signorie loro hariano visto de che importantia egli è.
Si che non mancate de farne nostre excuse, ne alentate ‘el solicitarli
ce mandino questi benedecti maraiuoli, et li scarpellini ; et provedino
‘che venghino 40 o 50 muratori, et cum scaffe et navigiuoli mandino
nta calcina che a un tratto rassettamo questi mure ; et cusi che man-
dino denari che se possa intertenire questa fantaria che, per dio, se
perdono, ché la perderanno se non danno loro denari, vedranno
i come faranno ; notificandovi che gli anno cusì bona fantaria quanto
tessi essere, et dolci fino al core vedercela perdere, perchè, persa
sirà, non bisogna fare pensieri fare impresa. Et sopratutto che quello
eno fare faceino presto, et che se ne vegga altro che parole, et di

tto mi date haviso particulare.
Vorressimo anco intendere che polvere sia lì in Firenze facta, et

25



































386 G. NICASI

che salnitro, et che provisione hanno, et quante pallotte di ferro sono
li, et se se fa provisione haverne più, et di tutto distintamente ce date
notitia.

Solicitate li carcatoi de li archibusi, et non obstante che ve ne
habiamo dimandati 400, ne volemo fino in 600; et solicitateli, per vo-
stra fè, che li habiamo prestissimo.

De nuovo chiarite cotesti Signori che, se per tutto xx del pre-
sente, e' non sono a hordine cum le provisioni per fare l’ impresa et
andare avanti, che da li in là non bisogna pensare, perchó li tempi
nol concedano, et a le loro Signorie siria spesa cum poco proficto loro
et cum vergogna ; si che sturate loro l’ orechie.

386. (B. VIII. 8). Perugia, 1498, Sett. 13.

Astor de Ballionibus de Perusia Armorum etc. Magnifico viro tanquam.
fratri d.no Corrado [Tarlatino] de Civitate Castelli ill.mi d.mi
Pauli de Vitellis, Reipubblice florentine Capitanei, secretario di-
gnissimo.

Magnifiee vir tanquam fr., havemo receputa lettera de vostra Ma-
gnificentia, dela quale ne havemo conceputo sempre piacere; rengra-
tiando quella delopere et dimostratione fraternale havete operato in
ver di noi. Alla parte de la conducta di la persona nostra con testa
excelsa Republica, ce dole assai al presente non posserla servire, per
la fè et sincera servitù havemo con quella, per la tardità successa in-
sino ad hora. Peroche noi retrovandone in quelli termini, et havere so- -
speso el prendere de denari per alcuni giorni per essere desideroso
condurne con quella Signoria Excelsa, in la ritornata de Serpierni-
cola, (1), mandato da la Comunità senza alcuna resolutione, fommo per
Ihonore nostro constretto aprendere denari dal Commissario dello ill.mo
Dominio vinitiano, quale era restato qua in Peroscia. Prego Vostra
magnificentia li faccia fare mia excusatione con quella Signoria, che
da me non è restato a servirla come hera desideroso, et che per que-
sto tracto son constrecto satisfare como è promesso, ma ad unaltra
volta sonno per satisfare quella excelsa Republica per quanto se exten-
deranno le facultà mei. Me dole bene assai quelle havere data fè ad
alcune lengue et anco letere ad quelle dirette incontrario nostro : spe-
rando che loro excelee Signorie cognosceranno in breve quelle essere

(1) Pier Nicola Castaldi (castaldus). LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 387

busciarde; et come quelle sono in buscia in questo, cosi ancho

Javenire loro excelse Signorie de quelle ne resteranno malamente

tisfatti : et così per parte nostra farite nostre excusatione. Nec alia.
omanderitane alla Signoria del Capitano.

7. (B. VI. 13). Vico pisano, 1498, Sett. 14.

Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifice Domine; havemo riceuta la vostra de 13 del presente,
inteso quale saria el desiderio et conforto de quelli citadini deputati

a trovare el dinaro, che noi andassimo avanti a la impresa, vi respon-
demo : : al nostro cavallo non bisogna sperone perchè non desideramo
tro che de fare impresa; et ch'el sia el vero, per lo sollicitare voi et
ro Signorie, ve ne dovereste render certi; per le provvisione vi s'é
seripto più volte che bisognano per andare avanti, che senza quelle
mon se pò fare se non cum danno et cum vergogna ; et per amore et
ection che portamo a testa Magnifica Signoria, et per honore nostro
non voremmo principiare de quelle cose che a loro dessaro danno et
noi vergogna, che sono tanto evidente che'si toccano con mano.

Et non basta el dire el si vorria andare avanti, che è poca fatiga, se
prima non si provede a queste cose necessarie: fornire de fortificare
e] bastione de la Petra Dolorosa, la Chiesa de Sancto Michele, el ba-
ione de Vico, repezare, et resettare li mura de Vico, et anche quelli
e Buti per pospre fare impresa; che, facendosi prima che queste cose
resettino, ne conseguiria che, per andare ad aquistare, perdaremmo
del guadagnato ; et per non fare questo vi s’ è mandato a dire, et
s ripte più lettere, de marraiuoli, de scarpelini et muratori, et mastri
'aseia per resectare l'artigleria; che de nisuna de queste cose cum
effetto non se si è mandata nisuna, se non mandarimo et farimo, de
ggi in -domane; cum questo non si pó fare lavorare né andare in-
manzi, ché non se n' é hauto se non li mastri d'ascia. E a cio che te-
ta Magnifica Signoria, et li Signori Dieci, et tucto testo populo sieno
iari et«certi che noi non desideramo stare forti, ma fare impresa sino
h'el tempo ci serve, farite intendere a tucti universalmente che non
mo de altro animo ; et per questo pregarite et confortarite per parte
nostra voglino essere contenti fare questa provixione: che li Signori
eci faecino chiamare tutti li mastri da murare dinanzi da loro, et a
elli fare comandamento infra dice di si trovino qui dinanzi a li
tomissarii, et similiter a tucti li scarpelini, et provedere a li maraiuoli,
i ciò se possino fare quello è necessario a fare aduno subbito. Et a

388 ; G. NICASI

la parte de dinari, che si dice noi diamo principio a la impresa, che si
mandaranno di mano in mano, ve dicemo havemo fatica de tenire que.
sta fanteria, che non se ne fughino senza fatione, o pensate come se
poterieno tenere in exerciti cum factione, che omni di si ne vanno a
Pisa per la fama che se é levata che li se danno dinari assai. Et per
questo di nuovo ve si signiffica et chiariscivise ch'el dinaro è neces.
sario che venghi per expedire tucte le fanterie et gente d'arme, prima
se pigli altra impresa, una cum la provixone sopra detta; che facto
questo farimo vedere et toccare cum mano non siamo per perdare
tempo, che volesse Dio noi potessimo provedere'a teste cose noi del
nostro, che, a questa hora, non saremmo senza impresa ; che magiure
dispiacere et dolore ne portamo. noi, che non ne porta testa Magnifica
Signoria, et testo populo, a li quali non mancate di replicare et tri-
plicare et fare intendere el tucto. A la parte de lo acordo de’ Senesi,
noi havemo piacere le cose se trovino a buono termine, che è assai
grande nostro proposito ; et non si manchi che segua effecto. A l’altre
parte de la vostra, ve rengratiamo de la diligentia usata, et de le no-
titie ne havete date del tucto: havemo pensato, quando le cose de
Siena sortissimo buono effecto, quello potesse fare el Duca d’Urbino
cum Piero di Medici et Ursini, che saremmo de parere li Signori Dieci
facessaro provixione de fanti in fare bene guardare Cortona, Valiano
et quelli lochi lì cireumstanti, che dal dire al fare non potessaro asal-
tare in nisuno loco. Et ancho havemo pensato talvolta non volessaro
passare per forza sopra el teritorio de Castello, et andarsene sopra al
Borgo, et per la via de la Pieve de Sancto Stefano, in intrare in Ca-
sentino; et li porrieno coglere la brigata sproveduta, et fare danno
assai, et piglare qualche loco, et advicinarsi a li confini de la Roma-
gna, donde per li Venetiani, li se poteria dare rinfrescamento de più
gente, et de altre cose a loro propositi: il che sarà bene le loro Si-
gnorie ci advertissino et faccino qualche provixione ; et sollicitare el
Signore de Piombino et Giohan Pavolo non si vole mancare si faccia

che sieno ad ordine per ciò che potesse ocorrere : nec alia.

388. (Ep. II. 294). Vico pisano, 1498, Sett. 17.
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.
Magnifice Domine commend. &e.: Questa sera et per la vostra et

per la lettera de li Signori Dieci a li commissarij havemo visto el vo-
lere de loro Signorie, imo in comandare che noi andiamo a campo. @
o $

LÁ FAMIGLIA VITELLI, ECC. 389

na, et imediate, del che non ne havemo possuto piglare altro se
, grande dispiacere. Considerato tanta celere mutatione, che Sabbato
ieme con la pratica loro Signorie la remettessaro in noi, et hoggi
bbino faeta tanta mutatione; et certo sappiamo non è già per no-
i demeriti, che simo per rendere buono conto de hora per hora di
suoi venemmo in questo paese. Come altre volte per noi vi se è scripto,
nuovo ve replicamo, che la impresa de Cascina sarà difficilissima,
| tale volta impossibile ad aquistarla; donde a questi Signori se ne
serà danno grandissimo et senza forse la perdita de la speranza
breve tempo de rehavere Pisa o per acordo o per forza, et a noi
arà vergogna; che sapete stimamo piü l'honore che altra cosa hab-
| biamo in questo mondo. Et perchè le ragione a dir questo sono molte,
t acadarà a fare diversa replicha, per informarvi bene, domatina man-
aremo Pavolo Fucci bene instructo, et tucti doj insieme farete cum
ymni conato se faccia impresa ragionevili.
— .Fannomi assai maraviglare loro Signorie che scrivano si vada
continente, mancando per loro tucte le promesse per noi già diman-
date da principio, chè altra cosa nova non dimandamo, prima de le
fanterie non è pagata la metà, le artiglarie cum omni forza non sa-
«ranno fenite cum tre di sequenti. >
E In campo sono 250 maraiuoli o meno, et bene che ne habbiano
‘comandati assai numero, di questi ne facemo poco conto per la expe-
jentia già veduta; et si di quà per li commissarij se n'éó mandati. a
fare 200, et stamattina cento per nostro ordine et a nostra persuasione,
non siamo pepò certi habbino a venire, et venendo ci sarà tempo di 3
4 dì. Oggi sono arivati li mastri de murare, et questa sera al tardo
hanno incominciato a murare a Vico, et oggi se è cominciato acon-
are el bastione de questo logo; el bastione de la Dolorosa, Calci,
Buti non sono anche resectati. Oggi hanno incominciato a lavorare li
scarpelini a la Dolorosa; questa sera sono venuti parte de li muli et
mon tucti. Pensano adunque questi Signori che per havere mandato
parte de’ dinari, et oggi havere mandate le promixione, et in parte,
che li havemo chiesti doddici dì fa, si possa mandare in campo incon-
tenente? Pure simo parati a fare el debito, imo sforzarci; ma bene
vorremmo le cose si consultassero di costà uno poco meglo ; et la im-
putatione del tardare nostro, quale è per le triste et tarde provisione
oro, non si attribuisse ad noi. Recordarite et sollicitarete quanto po-
terete el resto del denario. Le ragione che rendano la impresa de Ca-
seina difficile, imo impossibile per le lettere nostre vi sono seripte, et
anche per Pavolo Fucci ad plenum vi sarranno renotate. Nec alia.







390 G. NICASI
389. (D.r. LVIII. 606). Siena, 1498, Settem. 18,
Antonio Guidotti.
... Essendo [io con Pandolfo Petrucci] in questi ragionamenti,

tornò un cavallaro dal campo del Duca di Urbino, il quale Pandolpho
li mandò eum la conclusione dello accordo (1): di che il Ducha sj

mostrò mal contento, simile il provveditore veneto; che non hanno.

voluto rispondere nulla a Pandolpho. Questo cavallaro che partì do-
menica dal Ducha prefato, che si trova sopra la Fracta, riferisce chome
in campo [del Duca di Urbino] erano venuti Piero dei Medici et li
Orsini, excepto Bartholomeo d'Alviano, et che erano in tutte homini
d'arme einquecento, dumila fanti et dugento stradiotti, che erano ve-
nuti quel di medesimo. Parlavano in campo diversamente; chi diceva
verrebbero sotto Cortona per Val di Pierla, et chi a la volta di Siena
et chi per Romagna ; et partirebbono immediate, arrivato Bartholomeo
d'Alviano ....

390. (Ep. II. 156). Vico pisano, 1498, Settem. 18.
Paolo Vitelli a .... (2).

Magnifice vir etc. Questa solo per notificarvi e dirvi che voi, in-

sieme cum Pavolo Fucci, siate da la Signoria et exprimiatele tucto

quello che per la nostra questa nocte ve scrivessimo ; e riferiate tucte
le ragioni et deficultà obstano a la impresa de Cascina, et quello che

più ci move andare a Librafacta; et de tucto farete loro Signorie

capaci.

Apresso heri sera havessimo circa 150 maraiuoli, cioè: da Prato
90 et da Sancto Miniato 60; de li quali questa mattina non se ne
trova nisuno: vedete si sono per fare alcuna expedictione; chè mai
se farà cosa bona si non fanno conestavili et piglinli a pagamento, et
faccino pagare le spese a loro subditi: fatelo intendere a la Signoria.

(1) Il 13 settembre era stato fatto l'accordo tra i Senesi ed i Fiorentini, in con-
seguanza del quale, i Senesi negarono il passo per il loro stato alle genti del duca
di Urbino, che aspettava tra Gubbio ed Umbertide il permesso di passare. Pandolfo
Petrucci, Signore di Siena, eveva mandato un cavallaro a notificare quest’ accordo
al duca suddetto, ed il cavallaro ritornò in Siena il 18 quahdo Antonio Guidotti,
oratore fiorentino, si trovava in abboccamento con Pandolfo Petrucci.

(2) Questa lettera non ha indirizzo; ma fu certamente diretta a Corrado Tarla-
tini.

E



LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.



Preterea per la impresa de Librafacta havemo mandati più ho-

mini nostri sufficientissimi a perscrutare quelli luoghi, et havemo man-
dato (
solutione; et de quello retrarrà sarete subito advisato, ad ció possiate

inagni de Picone, quale questa sera deve tornare cum plena re-

fermamente parlare et non in dubio. Et, ultra le altre ragione che me
inducono a Librafada, una ce nè potissima che, nel andare nui in quelli
confini de Lucha, cum qualche pratica che gia havemo cominciata,
speramo redure li Luchesi in concordia cum testi Signori, comme sè
facto de le cose de Siena. La qual cosa deltucto to’ via omni speranza
a li Signori venetiani de potere mantenere la impresa de Pisa, sino li
condurre a fare omni acerdo: fate tucto intendere. Ulterius havemo
grande dubio, per qualche cosa cè notificata questa matina, che que-
sta mutatione de andare a Cascina è suta causata da Jacopo Pitti et
Francesco Pandolfini, che tanto più ce dorria. Vedete si ne possete ha-
vere informatione alcuna.

(Segue a tergo). È tucto causato da Messer Ciriaco (1) con li dui
Commissari sopradetti; et Francesco Pandolfini cè concorso volontieri,
acioché questa cosa sia causa del vituperio nostro, quando non la pren-
desimo ; chè cusì è da credere ragionevolmente.

In campo non havemo più di cento maraiuoli: é vero che il Si-
gnor Pietro (2) et el Conte Checho (3), a nostra persuasione ne hanno
mandati a fare 300, quali non pensamo habbiamo a venire tutti: et
quando venissero, sarieno per una parte, chè, per fare imprese, man-
cho de mille pagati non ne volemo, a ciò stieno fermi et noi possiamo
fare le factiopi bisognano, o almancho ottocento: facciamo conto che
vivi tornino 800 ; et cum mancho non se potaria far niente: che fa-

cemo conto tornino al numero come paghe da guerra.

BOI. (D. 1c. XXI. 289). 1498, Sett. 18.
D.no Franco Pepio.

Facilmente potrebbe essere che il Duca di Urbino con le genti
sua et quelle di Carlo Orsino, Bartholomeo d'Alviano et Messer Astor

(1) M sser Ciriaco Palamidesi del Borgo Sansepolcro che, come abbiamo altre
volta detto, era uno dei Condottieri dell’ esercito fiorentino e, mentre era amico e
fautore del conte Rinuccio da Marciano, era nemico acerrimo di Paolo Vitelli.

(2) Il signor Pietro Marchese del Monte Santa Maria, altro dei dondottieri as-
soldati dai Fiorentini.

(3) II Conte Francesco Barbelani da Montedoglio, che si trnvava egli pure al
soldo dei Fiorentini.
























































392 G. NICASI

[Ballioni] di Perugia (de quali insino ad hora insieme col Duca d' Ur.
bino intendiamo si truovono circa 300 huomini d’ arme et 30 bale-
strieri a cavallo) si troverebbe verso Romagna, Li quali sono stati
qualche dì alla Fracta in quello di Perugia aspectando, per quello sti-
miamo, in che si risolvessino li Senesi, et maxime havendo hora inteso
la triegua conclusa et stipulata intro Sanesi et voi et etiam cognoscendo
verso Cortona et il Borgo potere poco nuocere per essere i luoghi forti
et passi strecti et diligentemente guardati, et per havere noi ordinato
di levare il conte Ranuccio dal Poggio et condurlo con le sue genti in
quello di Arezzo, dove etiam abbiamo disegnato si riduca il Signor di
Piombino con la sua compagnia, la quale di già abbiamo mandato a



levare, et in pochi dì si troverà in quel d'Arezzo, in modo che tra le
genti sue et quelle del Conte Rinuccio et di Giampaolo Baglioni, che si
truova con le sua appiè di Cortona, farà la somma di presso che ccc
huomini d'arme et saranno in luogho comodo da poter sempre perve-
nire ad qualunque volta si raddirizzassi il Duca di Urbino con decte
genti, et non solum da poter resistere et rompere ogni loro disegno,
ma d’afrontarli animosamente quando ne havessino bona occasione. Et
così, tornandosene loro verso Romagna, li nostri, per havere più breve
et expedito cammino, sempre si troveranno al riscontro loro, in modo
che, da queste bande di qua, ci pare essere sicuri non potere ricevere
offensione, nè danno alcuno, nè per questo essere costrecti ad fare di-
versione alcuna delle genti del campo in quello di Pisa. Et in Romagna,



quando per la excellentia del Duca si faccino le provisioni disegnate,
non crediamo potere essere molto offesi, et maxime che questi disegni
vani, che sono fondati in sul credito et favore che si attribuiscono
Piero et Giuliano de Medici, facilmente et presto si risolveranno in
niente. ....



892. (Ep. II. 204). Dal campo, 1498, Settemb. 18. I noctis.
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifice Vir: questa hora 24 havemo hauto el bastione de Libra-
facta in questo modo: condotta che viddaro l’ inimici l’artiglaria, inco-
minciaro a gridare: « patti, patti », et chiesaro termine tre hore, el
quale non li volemmo dare, et in questa altercatione si apicchò uno
pocho de scaramuccia, et benchè disordinata tamen se è preso; de li
quali ne sono morti 10 o 12, li altri fugiti et buttatosi giù per quella
balza de Librafacta; de li nostri feriti da 6 o 8 presso. Sollicitate
Cerbone se ne venga cum dinari et che noi simo intrati in la quinta LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 393

et non ci trovamo uno quatrino, et questi fanti mughiano et me-
ano che se ne andaranno con dio ; et direte solliciti anche li ser-
ostri, che in effecto non havemo uno trino. Nec alia.

BB. VI. 21). Vico pisano, 1498, Sett. 20.

Magnifice Domine; Intesa per vostra lettara la partita del Duca
Birbino verso Romagna, volemo cum instantia rechiediate li S. Dieci
ibbito faccino venire de qua Joh. Pavolo et Simonetto, a li quali

riverite in nome nostro che venghino insieme, essendo ad ordine, et
uando no, venga uno di loro, chi prima si trova in ordine; et cum
Jla parte possano, che al presente non è tempo de pensai barde,
Jance depinte, ma basta solo sieno ad ordine a la factione per la
nerra ; et in effetto sollicitateli et confortateli a venire cum quanta
celerità possano.

Apresso nui volemo andare a l' impresa de Libra facta, et bisogna
ima expugnare uno bastione che è in sul monte, quasi uno miglo
-]ongo da la terra, el quale é in logo forte comme è el monte de la

orosa, et perché bisogna expugnarlo per forza, l' inimici, veduto che
importautia et resto de lo stato loro, stimamo yerranno a la difesa,
talvolta a fare facto d'arme cum noi; perchè nel borgo de Pisa si
rovano 2000 fanti, et, fra Cascina et altri luoghi, ne hanno mille vivi,
he per fare una giornata ne cavaranno la magiur parte; et per fare
juesta ultima prova stimamo operaranno una bona parte del populo
(Pisa; et li loqi dove si havesse a combattere sono piü da fanterie
le da gente d' arme. .Et peró mi dole la partita de Dionisio da Bri-
ghella, per essere lui valente homo, et per havere bona compania, al
ale consentemmo el venire, inteso el pericolo de lo stato di testi
nori: al presente, veduto che non bisogna per la defesa de le cose
ro, ma solo per innoare in Romagna, ce pararia el facessaro sopra-
dere de qua 3, o 4 giorni, fino che havessimo preso el bastione, et
noi se ne venisse'a suo piacere. Et advertite bene testi signori che,
guadagnare el bastione de Librafacta, è del tucto asediare Pisa, et
erli omni speranza de socorso ; et però stimamo ci habbino a ve-
ire a trovare; et per questo vi sforzarite operare che ditto Dionisio
i Brisighella resti per 3, o 4 di: et quando pure paresse a loro S.ri
amente, fate spaccino incontenente Giohanni de la Vechia, et che

) faccino venire subbito ; et cusi sollicitate mandino el resto del di-
iro per le fanterie, et polve et pallotte di ferro, se ne sono venute
nuovo da Brescia, che già de qua le artiglerie questa sera, saranno
ordine; et de fortificare questi lochi già simo a buono porto, et li

G. NICASI

tempi sono buoni, et di natura che perdemo tempo al soprastare; et
si le fanterie et marraiuoli fossero spacciati domatina, omnino ci sa.
remmo levati: sollicitateli in modo che non habbiamo a soprastare pi
Di nuovo vi dicemo sollicitate lo spacciamento di Ioan de la Vech
et cusì fare venire li fanti da Roma: nec alia.
Io messer Antonio Albizini me racomando ad V. S.

394. (B. VI. 23). Dal campo presso Lucca, 1498, Settem. 24. XII

Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifice Domine: a di 28 del presente partemmo da Vico per.
andare a la impresa de Librafatta, et aloggiammo apresso a Lucha ad 1
uno miglo et mezo, et questa matina ne volevano levare per seguire
l'ordine nostro, et per defetto de buoi che non sono posuti arivare,
l’artiglerie ci interumpano grandemente, de natura ci fanno stare di
molta mala vogla per non se essere seguito quanto per li commissar
da là é stato scripto, che si volesse mandare 30, o 40 para di buoi
grossi per condure detta artiglaria, chè questi del paese non fanti
factione per essere picholi. Il che per parte nostra di nuovo farite i
tendere a testi Magnifici Signori Dieci che voglino provedere ad minus
de 25, o 30 para ne sieno mandati con celerità et non si manchi pe
niente che ad uno partito preso le possiamo avere. Apresso sollicitate
voglino fare provixione de vituaria, che se habbia a mandare per la.
via de Pistoia, de valdarno, de valdenievole per la via de monte Carlo,
cioè pane et biada, che de vino di qua stimamo non ce possa mancare;
et anche che piacirà a loro S. mandare 70, o 80, o sino in cento muli
da Fiorenza, che habbino a stare fermi qua per condure vituarie, perchè
per altra via stimamo non facendo questo ne porria seguire disordine
non saria picholo. Di marraiuoli non ve diciamo quanto ne havemo
necessità et carestia et quanto importano, che senza loro sta suspeso
tucto lo exercito, et non si pó fare factione aleuna, et pegiorasi cmni
di miglara di ducati per detta cagione, si che una volta ci voglino fare
tale provixione et dimostratione de punitione, che quelli che vengano.
non se habbino a fugire et che venghino con li ferri da possere lavo-
rare et non con le mani in bocha, comme quelli pochi che sono venuti.
Et sappiate anche per difetto di buoi la munitione de l’artigleria non
se è posuta condure per el bisogno, per lo defetto di buoi che non si
sono posuti avere, et trovamoci qui et non ci possemo levare, si per
l'artigleria che non è posuta condure, et si per le munitione che non
sono posute levare, et scale, et imbraciatore che cisono ad noi opor-

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 395

e, che senza dicte cose non possiamo fare niente. Trovamoci qui tanto
contenti et di malavogla quanto dire vi se potesse, et questo si è
volere obedire, che ci trovamo in mare senza biscotto, che veda-
mo molto bene prima che le provixione non erano in ordine; ma
rehé non si extimasse che procedesse da noi el perdare tempo, ne
ovamo comme avete inteso; quello che importa lo lassamo giudicare
omni homo si a l’ utile si etiam a l' honore el quale non poco sti-
amo. Tucta volta, facendosi le provixione dette, bene et presto comme
‘riterà el bisogno, non simo per mancare di fede et diligentia in sino
la vita ne durarà adosso; quando el si faccia le provixione altro che
parolle et non mancate de dire che si faccino cum effetti ch’ el dire
non basta; dove bisognano fatti non bisogna parolle, et cusì farite in-
| tendere a pieno omni cosa a testi Magnifici Signori Dieci et a la Si-
- gnoria, et in tucti quelli lochi dove vi pararà expediente si habbi a
provedere: nec alia.

395. (Ep. 1I.:298). Dal campo, 1498, Sett. 30. II noctis.

Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifice Vir: questo dì havemo hauta le torre de Librafacta, et
«ala prima statim che veddano apoggiata la travata si resaro a discre-
tione, et a la seconda non aspectaro noi la pogiassimo, demum tucti
dui si sono rese a nostra discretione. Ci dispiace assai Piero Corsini
sia remosso d®l’ andata di Luccha, perchè era a grandissimo proposito
et di gran fructo, tuctavolta eredemo testi Signori l'habbino facto per
]o meglo. Confortamoli a fare nove provixione de uno altro, che in-
vero questi Signori Luchesi in dies si portano di bene in meglo. Nec
alia.

396. (Ep. II. 289). Perugia, 1498, Settem. 30.
Simonelto Baglioni a Corrado Tarlatini.

Messer Corrado, Inteso per Ser Valerio ne la sua tornata cum
quanto studio la Magn.tia Vostra ha procurata la mia condocta cum
testi Signori fiorentini, nè è restata nè resta tucta volta usare ogni di-
igentia per augumentarne oltra li 60 balestrieri, la regratio summa-
mente et li ne resto ultramodo obligato. Et oltre che io mi persuadei
-fueto procedere per sapere Lei lo sviscerato amore portano ad tucti
noi testi Signori vostri patroni et nostri honorati parenti, pure a ogni





396 ; G. NICASI

modo cognosco la inclinatione vostra, et come è dicto, li ho obligatione,
Io quantunche cognosca la condocta de li 60 balestrieri, attenta la
qualità de li tenpi, il modo del pagamento, et per qualche respecto, -
essare poco honorevole per me, pure confortandome voy per parte de -
la Signoria del capitanio ad restare patiente, come cului che una volta |
ho facto concepto in qualunche caso governarne secondo il judicio de |
Sua Signoria, son contento de quanto li pare, et precipue per stare -
presso di lei et de Iohanpaulo mio fratello, et sperando ancora por- È
tarme in modo che testi Excelsi Signori inclineranno poi ad farme |
meglio. In effecto cum l’ usata securtà, vi prego et strengo quanto più 3
efficacemente posso, che facciate ogni cosa de vedere si mi potesse far
dare tre paghe o doi e meza, et anco per la persona mia otto o dieci
ducati più, che invero havendo io in casa parechij cavalli et grossa
famiglia, cognosco che li 30 ducati sono pochi, et io prometto, dal di -
che ho hauto el dinaro, conparire et cavalcare intra sei o sétte di cum |
una bona et utile compagnia. Pure insistete assai si mi potessivo far
dare al manco doi paghe et meza, che lor Signorie el doverien fare,

attenta la difficultà del vivare et del luoco, ove non vi può essare gua-

dagno per li soldati, ma bisogna vivar ne la borsa, et so contento che
la Magnificentia Vostra adcepti la mia condotta o mi facci condurre di
nuovo per li sei mesi.

Et perchè la potissima causa che mi induce ad consentire è solo
per stare presso ad testi mei signori Parenti et Iohanpaulo, che oltre
li mei 60 governaria anco li soi 50 balestrieri, et cum epsi crederia fare
ogni gran cosa, desidereria che vi facessivo promectere che io havesse -
ad stare presso a li dicti. 1

Et anco perchè ho oggi tueta la compagnia fornita, et cusi giuro -
a la fede mia essare la verità, tenendola cum difficultà a le spalle,
besogneria che questi dinari io li havesse subito o intra pochi di, che
altrimenti mi consumeria et maxime havendo dati certi dinari a una
parte de la compagnia, cum certo poco termine mi habbino adspectare:
che quando vedessivo che questi dinari fossaro molto longhi, io non
voria star cusì legato et in sull’avere, perchè, come ho decto, la com-
pagnia non può aspectare.

Chiarite anco testi Signori che conducendome io sensa inprestanza
et ad questo tenpo d'inverno che non vi può essere guadagno alcun
da vivare, che a li tenpi debiti besognaria che lor Signorie mi pagas-
siro secondo il tenpo servito et cum manco lungheza che si può, che
altramente serria una disfatione de la conpagnia.

In effecto servo volonthiere testi Excelsi Signori, prima per la |
naturale inclinatione ha casa nostra verso testa Excelsa Republica, per

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 397

presso testi mei honorandi Signori parenti, et cum animo por-

e in modo che allor Signorie verrà voglia a li tenpi disposti augu-

arme secondo li portamenti mei, et per mia fe’, Messer Corado,
‘e io vi farò vedere cusì bona et utile conpagnia quanto nisun' altra

habbiate vista un pezo fa.

Et infine vi prego che procurate havere il dinaro cum quanta piü
srità è possibile et pigliatelo voi, et cusì vi constituisco procuratore
petli mandarite per qualche cavallaro apposta.

To vi mando l'alligata lettera del Signor Bartolomeo [d'Alviano]
uale ho hauta nuovamente, confortandome ad prender dinari de' ve-
tiani, ef potreti conprendere che io trovava molto maggior condocta
più dinari che questi de testi Signori.

Giovampaulo scrive ad Ser Baccio che facci intendere ad testi
gnori che mandino un cavallaro, o chi pare allor Signorie, che lo hab-
no ad condurre al suo camino. Et alla Magn.tia Vostra mi racomando.

Messer Astorre dice cavalcare domane o presso.

Questi Signori Venitiani da principio non volevano cavalli lizieri,
balestrieri. Di poi ho veduto che Carlo et Griffone habbin facti quasi
eti balestrieri.

Librafatta, 1498, Ottobre 2. IV noctis.
Paolo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifice Domine: Li Signori Commissari] ci fanno intendere per
ilettare de li Signori Dieci, che di qua si debbia levare Borgo Renaldi
(et mandarlo di là, del che grandemente ci maraviglamo di tale innoa-
tione, ateso trovarci noi a lo asedio di questa terra con l’artiglarie, et
Ji nimiei essere propinqui, et de facile poterci venire a trovare, per
trovarci noi in le forze loro et non essere mancho forti di noi et per

ssere essi in selle cum 350 homini d'arme veri et 300 fanti et 1000
avalli ligieri et el populo di Pisa con lo contado, che anco non è
da farne poco conto, che ad noi ad uno partito preso non potessaro
are di quelle cose, le quale non sarieno a nisuno proposito, né di
tile né di honore di loro Signori, né anche nostro, sminuendo et
xtenuando lo exercito. Et se le loro Signorie se refidassero tanto in
ioi che potessimo essere suficienti a resistere a le ragione dette, per la
fede havessaro in noi, respondemo che, per quanto la forza et le facultà »
t la vita ci bastasse, non saremmo mai per mancare, non di mancho,
onsiderato le genti che havemo et dove ci trovamo impegnati con l'ar-

iglaria, lassamo andare che di questo si dovesse sminuire, immo agio-



398 G. NICASI

gnerla, per volere bene giocare nel sicuro, et che questo se possa
toccare eum mano; ne lo exercito nostro sono da 430 homini d'arme
et da 3000 fanti veri et da 500 cavalli ligieri, ma veduto el suplemento
che bisogna fare dal canto di là, ci sforzavamo havere patientia a
questi, et fare de li altri provixione oportuna et remedij che, li nimici
venendo non ci havessaro a fare di quelle cose che più presto a loro
havessaro a tornare in danno che ad noi; hora volendo le loro Signorie
sminuire et levare di qua fanti, non ci pare per niente sia el bisogno
di quelli, nè per utile nè honore loro, nè nostro. Et si quello stessaro
pure improposito de volerlo fare, per parte nostra le pregarete et di-
suaderete, per non essere el bisogno per la vitoria de la impresa de
qua, et meglo saria, quando vedessaro non possere mantenere questa,
che noi ci havessimo a retrare di qua et andare dove piacesse a loro

Signorie : et si non paresse a quelle che andassimo noi, andrassi quella

parte piacesse a quelle, et noi retrarci in qualche altro loco, che non
ci havessimo a trovare ne le forze de li nimici come ci trovamo, et
havere a le spalle li luchesi, de li quali si po’ fare giuditio quando
vedessaro uno destro quello farieno, che pure cusì ci fanno veghiare
et stare suspesi con grandissima guardia, si che smenuendoci lo exer-
cito, quello veria a dire a loro dare animo, et a li nostri minuire con-
dietioni, che saria fora di proposito de’ loro Signorie et nostro. Il che
vi confortamo che pregate quelle, per parte nostra, per tucte le ragioni
dette voglino molto bene pensare et ponderare omni cosa, quello ve-
nisse a dire et quello ne potesse sequire, che noi non voremmo ad
uno tracto disfare loro et vituperare noi, quando sieno per stare in
questo proposito; più presto piglare el partito che vi s'é detto per lo
mancho male, benchè non ci piaceria sie l'uno né l'altro, et come
affectionati de loro Signorie simo necessitati a parlare largo. Che si
cognoscemo possere fare di mancho gente, faremo al presente quello
facemmo a li di passati de Dionigi et del Signor Octaviano, incontro
de li quall ci fu promesso fare mille fanti et non se n'é fatto niente ;
et eramo remasi pur contenti per satisfare a loro' Signorie, a le quale
de continuo ce recomandate.

A la vostra non s’ è possuto fare resposta per brevità di tenpo ;
ferassi per lo primo ; dite a Cerbone se ne venghi.

398. (B. VI. 28). Dal campo, 1498, Ott. 3. III noctis.
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifice Domine; havendo noi bombardata la terra assai bene,
et già apogiata la travata et abrusciato uno revelino a la porta et in-

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.

neiato a fare la cava, quelli di dentro ci chiamaro, questo di in-
24 hore, a parlamento et post multa concludemmo che, si domane
ore di sole non hanno socorso et di natura che siamo necessitati
ilogiare, ci daranno la terra in le mani, salvo le robbe et le per-
e di quelli sono dentro; caso che si sieno in li loro piedi, aspeetamo
nimici domatina de buono animo et speramo, venendo, non partiranno

la noi senza mercato : nè altro per questa.

. (Ep. II. 386). Firenze, 1498, Ott. 13.
Corrado Tarlatini a Paolo e Vitellozzo Vitelli.

Ill.mi Signori mei commendatissimi : Io so’ stato cum Benedecto
lerli], el quale me dice trovare non picchola difficultà in sul denaro, et
si presento dagli altri, tamquam me dice lui et degli altri suoi com-
agni questa sera manderanno tre o vero quattromila ducati, li quali ho
eto non sono nulla rispecto al bisogno; respondano se manderanno
gli altri.

El Marchese de Mantoa, per boccha de Messer Iohanni, ha de soldo
2 mila ducati, cum obligatione de quanta gente Francesco Nerli, che
rive da Bologna, non lo dice. Da Venetia se ha quanto ve ho scripto,
ioè infra el Marchese et el Signore Iohanni 400 homini d’ arme, ma
on parlano del denaro ; scrive Francesco che gl’ a mandato el Mar-
ese a Messer fohanni per homini d'arme, che é segno non ha la
mpagnia.

Io ho eonfortati questi Signori Dieci mandino uno secretamente a
antua per intendere gli andamenti del Marchese, quanta gente fa,
ando se moverà et ad che camino terrà; quando le Signorie Vostre
r mezo Messer Marcho Antonio potesse intendere el vero non siria

fora del propoxito vostro.

De Romagna non è altro che li innimici se stanno tre migla de
ngho dal borgho de Marradi, in uno loco che v'è una chiesa chia-

mata Sancto Martino in quello de Faventia : la intentione, per quanto
nto dal homo del conte Rinuccio, de li nostri, è, tanto quanto tornas
ro adrieto, tanto sequitarli.

Li oratori dè questa Signoria che sono a Venetia, hanno licentia

costoro de tornarsene. Pare che la natura de lo acordo che vole-
no fare sia questa: volevano che Pisa restasse come Pistoia, ma le
forteze restassero in mani de’ Pisani, et volevano 400 mila ducati, 300
per loro et 100 per pisani. Dice che a Venetia non se grida se non: a


















400 G. NICASI

Pisa, a Pisa. La non è pocha reputatione che le Signorie Vostre has
bino facto levare Venetia a rumore, che gridi: Pisa, Pisa.

Io lauderia che li cancellieri de cotesti conductieri et comestabili
fussero qua a solecitare denari perchè ve cognoscho difficultà. Bene.
decto credo per mo non tornerà in campo : siria bene le Signorie Vostre
el tenissero solecitato cum lectere sopra el denaro.

Signori miei, io non voglo per alcuno riguardo tenere quelle cose —
che vi danno noia non piechola. Li creditori nostri che hanno date
robbe a Cerbone, intesa la sua partita, se sonno desperati de havere
più denari, in modo se ne parla assai, et Giuglano Gondi, el quale ama
el nostro honore, me ne ha già parlato, confortandomi io non lassi an-
dare questa voce per lo publicho, et che io ve vogla remediare. Quando
le Signorie Vostre mandassero Cerbone qua, o vero, non potendo ve-
nire, me mandasse una lista del quanto hanno havere et ordinassemi
qua che io havesse el denaro, io me sforzeria, dandone parte, farle re-
stare quieti. Ho voluto le Signorie Vostre lo intendino: per quella via




ve parrà, ve farite provixione: racomandome a quelle.

400. (Mise. 16). Dal campo, 1498, Ott. 18,




















Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.



Messer Corado, noj havemo duj vostre, una de’ 15 et l' altra de
16. Et quanto al capo delli danari, ve avisamo come, de quelli sono
venute, noi non havemo hauti se non 1800 ducati di grossi: aspectamo
li 12 mila ducati che scrivete ci siranno fra 3 di, se non siranno di quelli
3 di che sono stati fino a hora. Non restate voi con ogni diligentia
possibile solecitarli, perchè in questo modo non è possibile più durare,
avisandovi che havemo acattati più che 500 ducati et havemo voite le
borse a questi bettolini et in questo campo.

Le provisioni contra il Marchese bisogna che si faccino et costì
et a Milano, et come per duj altre nostre ve havemo seripto, bisogna
che c’ingrossino de natura che potiamo starli a petto et quando fac-
cino questo non dubitamo di niente; et però operate con ogni diligentia
si facci questo effecto che è necessario, et vedete haviamo Giovampa-
volo et Simonetto et con prestezza, che siranno a grande proposito di
qua. Et perchè scrivete che costì concurgono al condurre più fanti che
si po’, ve avisamo come noi semo di contrario parere, nè è cosa da
fare per niente, perchè, essendo noi in su questa venuta del Marchese,
bisogna siamo gagliardi et di fantarie et di genti d'armj, per poterlo
in su questo principio contrastare gagliardamente, et per questo, come LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 401

r altre nostre ve havemo scripto, vorremmo si mandasse qua alli
sommissarij qualche miglaro di ducati, a ciò che potessimo torre alli
‘nimici 600 e 800 fanti di quelli sono in Pisa, che credaremmo riuscisse;

per questo confortate testi Cictadini che per uno mese almanco non
aggionino levare fanti, ma crescerli, come è dicto, si voglono conseguire
‘utile et honore.

I Solecitate quanto potete et operate ogni industria, che la condocta
el Conte di Pitiglano se facci, perchè sirà a grande proposito et grande
ontrapeso delle cose del Marchese di Mantova.

Siate con Giuliano Gondi et gl’ altri, secondo l’ ordine dato a Cer-
‘bone, et operate che si trovi il danaro per lo vescovado et con prestezza.
Ft quando gl’ altri non tenesseno fermo siate con Giuliano et pregatelo
per parte nostra sia contento luì servirci in questo capo. che lo repu-

aremo da lui solo, et non haremo obligo con altri; et hauto si mandi
danaro secondo il modo che ve havemo seripto per duj nostre.

Se costoro non hanno mandato per intendere gl’ andamenti del
Marchese, operate se mandi, che sirà a proposito.

; Regratianvi delle nove et preghiamvi ci teniate avisati precipue
di quelle di Francia. :

E01. (Ep. III. 208). Dal campo, 1498, Ottobre 21.

Puglo e Vitellozzo a Corrado Tarlatinì.

Messer Corrado: Tomaso Caponi è a Lucha et per malattia della
figliola pare che raggioni tornarsene a Firenze: il che è fora dogni
nostro proposito, perchè, stando li lui, havemo grande penuria de vic-
tuarie, cum fare lui omni sua diligentia; donde partendosi stamo
omnino destituiti de speranza de haverne niente. Et peró operate che
per niente se parta. ‘Et perchè noi haviamo qua Jacopo Pitti amalato

in campo, et pare etiam ragioni anche lui, seguitando il male suo,
tornarsene ver Firenze; et tornandosene, noi vorremmo qua uno com-
missario amorevoli (?), altrimenti siremo poco dacordo con testi Si-
gnori. Et peró trovandosi Tomaso Caponi a Lucha siria bene se tran-
| sferisse qua in campo, in luogo de Jacopo, et un altro se mandasse a
Lucca in luogo suo. Voi intendete il bisogno, fateci omni opera.
Voi seriveste che ce se mandava per conte nostro 500 ducati, per
li quali havemo mandato 25 balestrieri sino a Pescia, et infine non ci
hanno trovato uno quatrino: è stato uno bello dileggiamento appresso
agli altri. Siate cum testi Signori et fateli intendere che noi, non tanto
Stamo de mala voglia, ma desperati, trovandosi cum la compagnia et



402 G. NICASI

la fanteria alle spalle, et deleggiare dei denari. Et notificateli che per
quest’ anno, non mutando modo, se potranno bene servire delle per.
sone nostre, ma non delle genti, chè tutte se ne andarano, chè non
possono più restare senza denari. Et appresso a questo noi stamo in
campo senza pane, et assai havemo potuto scrivere che proveghino a
le vietuarie, che mai ce sé fatto una provisione. Et non sapemo a che -
fine fare le fortezze et haverse a perdere poi per fame. Et il campo se 1
desolve, che già se ne sono andati molti fanti: et quando loro cre.
deranno havere qua uno exercito, non ci avaranno nessuno ; et loro 1
areceveranno danno grande et noi ce remarremo, per colpa loro, vi. |
tuperati. 1
Post scripta. Quelli nostri che noi mandammo a prevedere le 4
strade che pò fare el Marchese, sono tornati et referiscono il paese 3
essere forte, donde stimamo poterci mectere in luogo che a uno tempo 3
combatteremo quelli che sono a Pisa, et obstaremo a la passata dal
Marchese, facendo loro provisioni da ingrossarci per modo, che po- 3
tiamo stare a petto loro. Noi manderemo uno di loro là [in Firenze] 1
a ció che intendino quello dicono. 1

Quando Jacomo Pitti anche restasse qua, non ci acontentaremmo i
che ci venisse un altro commissario insieme con lui. 3

402. (D. Imi. LXII. 61). 1498, Ott. 24, -
D.no Paulo Vitello.

Questa sera habiamo havuto nuova come e nostri inimici sono
entrati in Bibbiena; il particulare come per anchora non habiamo ; et
perchè da noi, rispecto alla conditione del luogho et del sito, è iudicata
cosa di grandissimo momento, desideriamo che la S. V. ci consigli in
che modo habiamo anchora da quella banda ad fare la nostra difesa, 1
et apresso ci aiuti in quello si puó, come piü largamente V. S. inten- 3
derà dallo egregio Messer Corrado Tarlatini. Bene valeat d. v. 4

403. (B. VI. 35). Dal campo, 1498, Ott. 24. |

Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Meser Corado, Noi havemo dui vostre, una di 21 et una di 22. Et
alla parte del danaro fate intendere a testi S. che a noi pare che fac-
cino cattivo disegno di lasciare nimicare, anzi risolvere il canpo nostro,
maxime delle fantarie, per vedere poi ingrossarci, perchè noi sapiamo

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 403.

fra 4 o 6 di siranno partite di qua la metà delle fantarie, le quali
| vanno qui apresso a 10 o 12 miglia, ma in Lombardia et Roma-
, dove intendono si dà danari et aconciaranse con li inimici et ha-
emoli contra, et dove havevamo assai fanti et di bona sorte, etiam
havaremo danari, non se potaranno refare subito et, se pure se re-
anno, siranno comme potaranno. Et però ci pare che protestiate a
Eu S. che noi ci trovamo in grande periculo de presenti, perché el
impo è forte nimicato maxime da fantarie et è senza pané et denari
de facili potaria succedere qualche inconveniente. Et così nelle for-
zze per simili casgioni potaria sortire qualche male efecto, perchè
sai fanti se ne partono et restono le fortezze male fornite. Donde
otaria succedere qualche seandolo; quali quando seguitino non ne
volemo essere imputati noi, ma che l’imputatione sia di chi n’è colpa.
Et chiariteli che di noi si serviranno poco tempo, perchè non è possi-
le a questo modo potere più durare, et quando noi con le persone
oliamo durare, non possono durare et le fantarie et le genti d’armi.
t cognoscemo che, quando seguitammo (sic), resultaria un dì qualche
osa che senza nostra colpa siremmo qualche volta vituperati. Noi
mo contenti mectere per loro et la vita et lo stato, ma denari non
otemo mectere chè non gl’avemo, quando gl’avemmo gli mectaremmo
volentieri. Sanno bene loro S. che ci ànno anche a dare parte de i
| serviti nostri de l’anno passato, et de le fantarie; sanno bene la somma
ci restono a dgre delle genti d'armi; adesso è il tempo del quartarone
ine che non ce vedamo ordine alcuno, et questo è caso che non tollera
- dilatione di tempo. Sieno contente loro S. pagarci, che noi semo de
Lintentione di servirli, comme havemo facto per lo passato, pure che po-
- tiamo.
Circa i gravi effecti a Lucca, fate intendere che bisogna non ofe-
riri, ma farli venire, perchè loro voglono, prima che il pane esca di
Lucca, che entri tanto grano drento a la terra.
Recordiamo le provisioni delle vituarie per Libra facta et per lo
Bisuore, comme per altra havemo seripto.
Dei marraioli che sono venuti qua non ce n'é restati oltre 50;
non se provede degl'altri, non si potarà fare cosa che sia dise-
enata ....

BMG. VI. 42). Dal campo, 1498, Ott. 94.

Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifice Domine; havemo una vostra de 25 del presente; a la
Sposta de Vitelozo per l'altra li havemo resposto, et in effecto non








































G. NICASI



404

ce ne acordamo, et hora di nuovo li è soprogiunto uno altro acidente
de febre pegiore del primo: a la parte de Bastiano da Cremona de
li 1000 ducati el porta per nui, ci parano una favola perchè, infra li
acattati da bettoli da homini duo, ma che havevano qualche pocho de
polso, infra li acatti in li argenti nostri a Lucca e de altri nostri
amici particulari, ascendano ad magiure somma di questi 1000, che ci
vergognamo grandemente non possere satisfare a li creditori nostri et
a quelli del paese nostro, et a quelli cireumstanti de là, che per ser-
viree hanno chiuse le boteghe, et sono falliti, che non mancho exesti-
mamo questo che pagare li soldati nostri. Et è da considerare che
dovemo havere el quartarone nostro per lo conto de gente d’arme, et
simo creditori del servito nostro, et anche devemo havere per lo conto
de fanterie, et si ad alcuno paresse servissimo di parolle et di ciance,
mandise qua uno homo che li farimo mostra de 199 homini de le terre
loro comme sono amalati, et farimone mostra di 160 cavalli ligieri o
più et de mille cento buoni provixonati, et vederanno dal canto nostro
facimo benissimo el debito, et in effetto dandoci bona somma di de-
nari, et facendo bona provixione el Duca de Milano per di là, non du-

bitamo per niente de reparare a qualche mancamento subcesso; nè al-



tro per questa.

405. (B. VI. 36). Dal campo, 1498, Ott. 25.
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifice Domine: havemo una vostra del 24 del presente, et in-
teso quanto ne scrivete; nui ve mandamo in questa inclusa una let-
tara de uno nostro, quale ci advisa ad unguem de li andamenti de Man-
toa et de le forze suoi; per la quale vederite l'andata sua essere dal
canto di qua, et cum magiure numero de gente non si crederie et pre-
stissimo. Et per volere nui stare a l'incontro Suo, saria necessario ha-
vessimo quattrocento homini d'arme, oltre questi havemo qua, et altra-
tanti cavalli ligieri, che cognoscemo li 200 manda Milano non sono à
suficientia ; et oltre li mille provixonati del S. Duca, sarà necessario
testi Signori proveghino da mille altri fanti oltre questi che sono qua;
che hanno da considerare nui abbiamo a combattere col Marchese da
uno lato, da l’altro col populo pisano, et gente sono lì. Et non si fa-
cendo le provixione presto et a li tempi oportuni, et mentre li homini
si trovano, a tal tempo le vorranno fare che non poteranno ; che,
come per l’altra nostra vi havemo scripto, tucto questo campo se di-
solve, et vannose a l’ingrosso per la gran penuria del dinaro, et non







LA FAMIGLIA VITETLI, ECC. 405

reparando presto, a tale tempo vo:ranno medicare tale cosa che non
eranno ; et cognoscemo per certo non ci se provedendo presto, ci
ucemo a si poco numero, che sarimo malsicuri da li nimici nostri
po qui, et veramente, si nui fussimo tanto ingrogsati quanto simo
adminuiti, poteressimo benissimo stare a l’ incontro de Mantoa. Si che
arite omni opera habbiamo dinari et si provegha in tal modo non
abbia a seguire tal disordine per la male lor provixione cum gran-
issimo danno loro, et cum poco honore nostro; de quanto s'é scripto
per li oratori feraresi ci piace assai che, non volendo denegare el passo
a Mantua, saltem non consentimo che de lì si portino vituarie de rie-
ro. Circa et recercare li Luchesi non dieno nè passo nè vituaria al
| Marchese, ci piace; confortarite testi Signori astrenghino Milano a -
id; che simo certissimi faranno quanto saranno recerchi da Sua Ex-
:ellentia, et in questo li astrenghino li panni quanto possano.

Piaceci anche, quando segue, che l’imperatore rompe guerra a’
‘venetiani da la parte de Frigoli, che saria a grandissimo proposito ;
‘bene è vero che noi eredemo lo adviso ci havete dato, che Venetiani
non possino havere fanti todeschi, sia falso; che essendo cusì saria
‘una bonissima provixione et de grande proposito nostro. De le galee
ordinate a Genoa, et per la foce d’Arno, ci piace assai, et saranno a
- grandissimo profitto et proposito ; quale sollicitarite sieno cum effetto

t presto. A la parte di Simonetto sollicitarite el vengha dal canto di
qua, et quando bene el duca d' Urbino si voltasse a la volta del Borgo,
-non 6 necessaria l'andata sua là, perché, la metà de le genti nostre
«sono in Romagna, sono per deviarlo, ateso li temporali sono, et anche

e terre per se sono forti et non da perderse per niente. Apresso nui
«non possemo credere non ci vogliate provedcre de maraiuoli, de li
‘quali patimo tanta necessità; ci fuoro promessi de farne venire de
quello de Pistoia 200, quali non sono venuti: in questo capo non è
bisogno si fidino de mandati nè comandamenti, ma bisognano man-
dino loro homini di fora, quali li habbino a fare et condure in campo et
.guardare, altramente non ne haveranno mai honore, et nui senza non
possemo fare cosa habbiamo a fare; si che farite tali provixione ne
siamo provisti al bisogno ; sollicitarite Giohan Pavolo per di qua
quanto più presto possibile; nó altro per questa.

1406. (B. VI. 37». /. 1498.

Summario de una relatione facta al S. Capitano per uno suo man-
dato per intendere li andameuti del Marchese de Mantoa :
Riferisce come a li 15 ritornó da Venetia a Mantoa :

.






































G. NICASI

Ch'el non ha titulo :

Che lo ha promesso de cavalcare in termine de 11 di, et havere
ad ordine de la compania sua homini d'arme 150, cosa che non se 3
crede perchè è stato proibito a tucti che erano a li servitii suoi, sub- 3
diti de lo Ill.mo S. Duca de Milano, non lo seguino sotto gravissima 3




pena :
Ha ditto, si tutti li suoi non saranno ad ordine, se inviarà cum 3
parte insieme con li conductieri li dà la Signoria cum seco, quali sono —
el conte Berardino da Montone, Conte Alvisi Aogatore, Signore Pier-
francesco da Gambari, Signore Felippo Rosso et altri, quali ascendono
a la somma di millecento in 1200 homini d'arme, et fanti 5000, in li
quali hanno ad essere 3000 alemanni, quali se aspettano de di in di,
perché si mandó per essi innanzi l'andata sua a Venetia: :

Che lo haveva 500 cavalli ligieri, che se è detto, et 1000 stradiotti
di levante, de li quali non se ha altra certeza :

El desegno de la Signoria et suo ó de venire dal cantó di qua, et.
ha mandato a vedere li passi per lo Apennino per fare electione del
più facile :

Ch’ el ha hauti ducati 15000 et el proveditore era gionto a Man-
toa, et ha portato altri dinari, ma non molta quantità :

Che la ciptà de Brescia per tre mesi paga 300 provixionati, e el
contado de guastatori : |

Verona é ditto che da 500 cavalli ligieri et che tucte le altre
ciptà subdite danno genti pagate, le quali si uniscano in mantoana :

Come da Venetia li sono stati mandati a Mantoa 25 pezi d'arti-
glerie tra passi volanti, falconetti, et colobrine, quali condurrà con



secho :
Ha de provixione ducati 60000 in tempo di guerra, et 40000 in -
tempo de pace, eum obligo de 300 homini d'arme et aleuni altri ea- — —





pituli ligieri : 3
Che el Signor Iohanni, suo fratello, ha hauto di condotta 100 ho- d
mini d’arme et 50 cavalli ligieri et ha toccato 3000 ducati. 3

407. (D. Imi. LXII. 68). 1498, Ott. 25.

Illustri D.no Paulo de Vitellis Reipublicae Florentinae Capitaneo Ge- 4
nerali. 1




Hiersera serivemo alla S. V. dandoli brevemente notitia del caso
seguito di Bibbiena : et richiedemo quella ci consigliasse per Messer
Currado, al quale inponemo dovesse spetialmente richiedere la S.ria

LA FAMIGLIA VITELLI, ECO. i 07:

rostra ci concedessi Vitellozzo per Capo et boverno di quella gente,
no' mandiamo verso il Casentino contro a nimici nostri; et cosi
ideriamo assai che la S.ria V. sanza dilatione ci conceda Vitellozo,
quella compagnia li pare conveniente, la quale vorremmo fusse di
ù numero si potesse ; et così con qualche conestabile di cotesti suf-
ciente per Capo et governo delle fanterie mandiamo a decta impresa.
t in ciò confortiamo la S.ria V. ad non ci fare renitentia alcuna;
erche siamo certi che, faccendo presto le provisioni disegnamo, spe-
riamo in breve fare risolvere dicte gente inimiche. Così ci parrebbe
he la S. V. scrivessi ad Castello ad Giovanni del Rossetto, che con
500 provigionati, come li ha seripto et commesso Messer Currado, se-
guisse quanto più presto fussi possibile l'ordine di decto Messer
"Qurrado.

408. (D. le. XXI. 390). 1498, Ott. 26.

Oratoribus apud X.mam M.tem.

« ... Alla seconda. parte principale che in decte [vostre] lettere
de 4 [corrente] si contiene, del disegno facto [da] la X.ma M.ta che si
faeci intelligentia intra la S.tà del Papa, sua Maestà, Viniziani et noi,
anchora che ci rendiamo certissimi la S. Maestà muoversi per il bene
universale dele religione cristiana et per lo interesse suo particulare
per le cose di Italia (come fu declarato ete.): non di meno a noi pare
maximamente necessario che la sua Maestà, et quelli Signori che la
eonsigliono, debbino molto ben considerare se, quel che ricercha la sua
Maestà, è per fare lo effecto che essa desidera. Noi, come per altre vi
si è commesso, siamo contenti et dispostissimi volere essere collegati
et uniti con la sua X.ma Maestà, et di havere amici per amici, et ni-
mici per inimici et concorrere et intervenire insieme con quella contro
a qualunque stato et potentia in Italia, epsa havesse ragione et iuridi-
camente volessi muovergli guerra. Et così di essere con la Santità del
Papa in buona et vera intelligentia, come devotissimi et obsequentis-
simi figli di quella, nel modo et forma che molte volte si è facto in-

tendere alla sua Beatitudine. Et così etiam siamo in proposito volere

essere buoni amici de Viniziani, ogni volta che prima ci sia restituita
Pisa. Ma il collegarsi con loro non crediamo serva ad alchuno propo-
sito di Sua Maestà, perchè, ad qualunque pensiero quella habbi alle
cose di Italia, havendo il Papa et noi (come è decto), et potendo ha-
vere Viniziani separatamente da noi (quando loro lie ne consentissino,
diche dubitiamo), in facto non li serve puncto la collegatione nostra





408 G. NICASI

co’ Viniziani, et a noi preiudicherebbe assai; et cosi ad tucto il resto
di Italia, perchè, oltre al farsi epsi più reputatione et maggior credito |
havendoci collegati con loro, più facilmente riuscirebbe loro il disegno
di occupare tucta Italia, come intentamente desiderono et cercano. Et
per questo è necessario che per li potentati di epsa Italia si habbi
grandissimo rispecto di non dare compagni a Viniziani, ma piu tosto
emuli, per impedire ogni loro disegno et conato ....

409. (B. VI. 40). Dal campo, 1498, Ott. 26..

Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Messer Corado, Noi havemo la vostra, nella quale recercate, per
parte di testi S., che io Vitellozzo vada alla volta del Casentino a
quella impresa di là. Alla quale rechiesta respondarete che a noi non
pare per niente da piglare questo partito, perchè io Vitellozzo mi sento
non bene de la persona et ho hauta una poca di febre per modo non
so disposto cavalcare. Et quando anche fusse disposto, noi non ci acor-
diamo sia bene, perchè, andando senza genti nostre et grosse, non siria
il bisogno et non potaria fare cosa a proposito, perchè alle genti che
l’omo non conosce, et non se pò comandare, et quando li se comanda,
non se ne pò l’omo confidare che faccino ; et quando menasse compa-
gnia grossa, questo exercito che è forte nimicato, restaria tanto debole,
che ogni hora potaria esere battuto. Parci ripari piglare questo partito:
quanto alle cose de Bibiena, che se scrivesse al S. Duca de Milano che
mandasse fino in 150 o 900 homini d'armi et 50 cavalli leggieri, di
quelli ha in Parmesgiana, alla volta di qua in quello di Lucca verso
Preta sancta. Et con quelli li 1000 provisionati che li è a ordine, et per
de là spegnesse altretante genti d’armi in luogo di quelle; et fosse al-
tretanti provisionati quali mettesse in Parmesgiana in luogo delli primi.
Et in questo se fanno più acquisti per li S. Fiorentini: prima che se
mette in ballo i lucchesi che non se ne possono aiutare; secondo che,
quando il marchese venga di quà, comme dicono, tante più genti si
‘ trovarà il duca di Milano, chè non s’ avarà a servire de là, et man-
daralle de qua, che tanto se sirà più grossi per di qua. Preterea re-
freschino questo exercito de danari che '] se possa comandarli et ope-
rarlo. Et mandino fora homini loro che da le parti di qua da Pistoia,
Prato, Valle di Nievoli, Val d’arno, et per tutto conduchino qua mar-
raioli in quantità, con ferri loro et loro anche provegghino di nuovi
ferri, perchè, per esserse partito Andrea di Simone et amalato Paolo
Fucci di che dubitamo che ’1 mora, che erono sopra i marraioli, et ma-

v

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 409

nche Jacomo Cordoni, ehe havevamo messo in luogo di Pavolo,
le cose de’ marraioli andate in desordine: pure adesso ci avemo
fo uno che vedemo servire bene. Quali marraioli noi volemo per

ire queste fortezze di qua et farne qualcuna altra, quando ci paresse
"proposito.

Tutte queste provisioni si fanno in 8 di, et in questo mezzo loro
ssono fare quelle provisioni che per l’altra nostro vi scrivemmo,
E. dirizzare de là il S. de Piombino, Giovampavolo et Simonetto,

munire i luochi circumstanti a Bibiena et farli bene guardare; gua-
de le molina, brusciare li strami et guastare le vie in sulle Alpi, o
r via di taglate, o prima di taglate di legnami traversarle, o per via
li sbarre che se fessino per lo paese, o guardarle per via di genti, o
yer tutte queste vie; fare provisioni che gente di Romagna non venisse
-socorso di quelle genti che sono a Bibiena. Infra questi otto di, noi
edaremo quello farà il Marchese et, quando el tardi il venire, comme
fanno intendere, potaranno mandare di qua in Valle d'Arno il S. di
ombino, et noi con tutto lo exercito andarcene alla volta de Casen-
ino. Ma bisogna che in questo mezzo faccino arecare le artiglarie
sono a Bientina, et parte di quelle che sono a Vico, verso Firenze,

iò ce ne potiamo servir de là. Con queste provisioni le cose de qua
tono secure, perchè, fra il S. de Piombino et le genti del Duca so-

decte, sono tante che, ogni volta che se uniscono, possono stare a

petto alli inimici, donde loro nou potaranno fare impresa. Et nui (sic)
là andandoce, crediamo, facendose le provisioni decte, che sirà qual-
volta a proposito di testi S., che quelle genti sieno venute li a Bi-
na, perché eredemo farcele remanere, et perdendo loro tanti homini,
irà di gran momento et risolvarasse questo easo con honore grande
|, reputatione di testi S. et della impresa. Noi arisolveremo a tutto
nello che è dicto, ma cognoscemo una cosa sola havere dubio con
ro S., et questo é il denaro per noi di qua et per lo exercito, quale
demo che non voglino mandarce, perché in Romagna hanno provi-
fo de denari, a Bibiena anche adesso spendono largamente, et noi
lon semo provisti se none di parole. Et benchè noi conosciamo che,
tutte le licentie che si dano, la più disonesta sia questa, cioè non
are, pure perchè, noi non semo usi partirci da nessuno senza ex-
ssa licentia, però alla hauta di questa demandate licentia per noi a
ti S., et fateli intendere che, non ce provedendo altramente, noi ripi-
remo la via verso casa nostra, perchè non è possibile durare più

. Et se loro S. non stimono lo stato et cose loro, noi stimamo que-
poca di reputatione che havemo acquistato. quale ci costa troppo di















410 G. NICASI



grosso a perderla et però resolvansi, et senza più dilatione di tempo, a
prov