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ANNO XXI. Fascicolo I (n. 53).

BOLLETTINO

DELLA REGIA DEPUTAZIONE

STORIA PATRIA

PER L'UMBRIA

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DION. D' ALICARN. Ant. Rom. 1, 19.



? PERUGIA

UNIONE TIPOGRAFICA COOPERATIVA
(PALAZZO PROVINCIALE)

1915





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3—4



ATTI DELLA R. DEPUTAZIONE

ADUNANZA DI CONSIGLIO
tenuta in Perugia il 6 settembre 1914
nella sala della Biblioteca Comunale alle ore 10

Sono presenti i Signori :

‘Cav. uff. dott. GrustINIANO DEGLI Azzi, Vice-Presidente — ANSIDRPI

dott. cav. ViNCENZO - BELLUCCI prof. comm. GrusepPE — BLASI prof.
ANGELO — CuTtUuRI prof. cav. TonQUATO — FaLocI PULIGNANI mons.
MicHELE — MAGHERINI-GRAZIANI comm. GiovannI —. NicasI dott.
Giuseppe — SaccHETTI-SASSETTI prof. ANGELO — TENNERONI prof. AN-
NIBALE — TIBERI prof. cav. LeopPuLDo — BRIGANTI dott. FRANCESCO,
Segretario.

Presiede l’adunanza il Vice-Presidente Degli Azzi in so-
stituzione del Presidente cav. prof. Oscar Scalvanti assente per
malattia. — Il Vice Presidente, constatato che i convenuti
sono in numero legale, dichiara aperta l'adunanza. Si dà let-
tura del Verbale della precedente seduta, tenuta in Narni il
21 settembre 1912, che risulta unanimemente approvato.

Il Segretario dà lettura della lettera di adesione del
prof. Scalvanti, e i Soci su proposta dell’ Ansidei deliberano
d’inviare un telegramma di auguri di prossima guarigione.
Vengono pure lette le adesioni dei soci Filippini, Fumi, Tom-
masini-Mattiucci e Bellucci Alessandro.

Prima di trattare gli oggetti posti all'ordine del giorno,
il Vice-Presidente commemora con affettuose parole il socio

ordinario Sordini prof. cav. Giuseppe, deplorandone l’ imma







VI

tura perdita avvenuta in Spoleto il 7 giugno del corrente
anno, e ricordandone la vita operosa, tutta dedicata agli studi
e alla illustrazione storica della nostra regione, e le sue alte
benemerenze verso la città di Spoleto e la R. Deputazione,
che lo annoverava tra i primi e più zelanti suoi membri.
Dà conto della partecipazione della Presidenza alle onoranze
funebri che ebbero luogo in Spoleto; annunzia che il necro-
logio dell’ estinto verrà pubblicato nel Bollettino e propone
un telegramma di condoglianza alla famiglia, che è inviato
seduta stante.

Si prende prima di tutto in esame il Conto consuntivo
dell'anno 1913, presentato dal Segretario-Economo dott. Bri-
ganti. Il sindacatore conte Ansidei dà lettura della relazione
sindacatoria per l’esercizio suddetto, firmata anche dall’ altro
sindaco dott. Alberto Tei. Dopo brevi osservazioni fatte da
alcuni consoci, il Vice-Presidente mette ai voti il Consuntivo
che ad unanimità è approvato.

Si passa quindi alla nomina dei revisori del conto con-
suntivo per l'esercizio 1914 e ad unanimità rimangono eletti
i soci Tiberi prof. cav. Leopoldo e Tei dott. Alberto.

— Laudari Umbri. Il prof. Annibale Tenneroni riferisce
come la pubblicazione dei Laudarî. Umbri, già deliberata
dalla R. Deputazione nelle adunanze consiliari del 20 set
tembre 1909 e 20 agosto 1910, sia stata condotta a termine.
I soci Bellucci e Ansidei parlano in proposito e si trovano
d'accordo nel proporre che i Laudarì Umbri debbano figu-
rare quale pubblicazione in appendice al Bollettino; della
medesima si dovranno riservare cinquanta copie alla De-
putazione per gli omaggi consueti ai soci ordinari ed ono-
rari; per le rimanenti 250 copie dovrà trovarsi possibilmente
un editore, che ne assuma direttamente la vendita. Il prof.
Cuturi propone di numerare le copie da vendere; il socio
Tenneroni dichiara che è disposto ad assumere l'incarico
per trattare con qualche editore residente in Roma, e i coa-

dunati ad unanimità approvano.



VH

Si passa alla nomina della Commissione delle pubbligca-
zioni e rimangono eletti i soci Fumi, Tenneroni, Blasi e De-
gli Azzi, al quale ultimo viene dato l incarico della Dire-
zione del Bollettino. Il socio Magherini Graziani propone che
nel Bollettino venga inserito l’elenco dei soci delle varie ca-
tegorie.

— Il Vice-Presidente Degli Azzi ricorda come nel 1903
vennero stampati gli Indici Generali delle prime sette annate
del Bollettino, ed essendo ora il medesimo giunto al suo 20?
anno di vita, propone che per comodo degli studiosi gli In-
dici suddetti vengano messi al corrente, seguendo il metodo
già adottato dai soci Fumi e Mazzatinti, e che della presa
deliberazione si dia annuncio al comm. Fumi. I coadunati
approvano.

— Sulla proposta del socio Cenci per la pubblicazione di
un regesto riguardante i documenti della città di Gubbio
fanno delle osservazioni i soci Tenneroni e Cuturi, e si de-
libera di approvare in massima detta pubblicazione, inca-
ricando la Commissione delle pubblicazioni di esaminare il
lavoro e mettersi d'intesa con l'autore sul metodo da tenere.

— Il Segretario Economo dà comunicazione del crescente
sviluppo della Biblioteca della R. Deputazione per l'invio di
opere in cambio e in dono. Il materiale trovasi depositato
presso la Biblioteca comunale di Perugia, con un catalogo
a parte a disposizione dei soci e degli studiosi, ma occorre
provvedere per spese di mobili e di legature. Il socio Ma-
gherini Graziani propone di dare facoltà alla Presidenza per
i provvedimenti suddetti, al che si associano i coadunati.

— Nomina alle cariche sociali. -- Per il triennio 1912-
1914 hanno ricoperto l’ ufficio di Presidenza i signori Scal-
vanti O. Presidente, Degli Azzi G., Vice-Presidente e Briganti F.
Segretario Economo, i quali cessano dal loro ufficio col 31 dicem-
bre corr. anno, e quindi occorre provvedere alla designa-
mina del nuovo ufficio di Presidenza per il triennio 1915-17.
A norma dell’articolo 15 dello statuto sociale hanno inviato le





VII

schede per la votazione i soci ordinari Bellucci A., Fumi L.,
Tommasini-Mattiucci P., Campello P.; si passa quindi alla
votazione per schede segrete e rimangono designati:

ANSIDEI V., Presidente — Tommasini-MarTIUCCI P., Vice- Presidente
— BRIGANTI F., Segretario-Economo.

I coadunati deliberano infine che l’Adunanza del Consi-
glio e l'Assemblea generale dei soci pel prossimo anno 1915
debba tenersi in Perugia per l'occasione in cui verrà inau-
gurato il monumento a Pietro Perugino. In tale circostanza
non dovrà mancare una visita alla patria del sommo artista,
a Città della Pieve, una delle poche città Umbre in cui le
nostra associazione non ha mai tenuto uno dei suoi annuali
Congressi.

Dopo di che l’adunanza è sciolta.

IL VICE-PRESIDENTR
G. DEGLI AZZI
Il Segretario
F. BRIGANTI.

>>







I MEDICI DI FOLIGNO
E L/UNIVERSITÀ DI PERUGIA

A Foligno l’arte salutare esercitò influenza particolare
nella gioventù colta della città, e se lo Studio perugino ri-
chiamò molti allievi a perfezionarsi nelle scienze sacre e
nelle giuridiche, più ne richiamò all’ esercizio della medi-
cina, nella quale quella università lasciò tracce gloriose e
profonde, in grazia sopra tutto di quel Maestro Gentile da
Foligno, che, col suo rarissimo ingegno, e alla patria e allo
Studio di Perugia recò tanto splendore.

Prima di raccontare le relazioni che corsero tra questo
Studio e i medici di Foligno, è da ricordare un aneddoto.

Era medico a Spoleto nel 1565 Vincenzo Cibo di Foli-
gno (1), il quale, a proposito di una dissertazione che avea
scritto, da un lato fu aspramente censurato da un medico
toscano, Giulio Cini di Colle, da un altro lato fu pubblica-
mente difeso da un medico veramente illustre, Orazio Au-
genio da Monte Santo nel Piceno. Questi, dopo aver seve-
ramente rimproverato il Cini per il modo inurbano col
quale avea maltrattato il Cibo, che egli chiama illustre « ob
privatos mores, doctrinam insignem, artis usum, observationemque
ad summum >, dopo aver lodato i di lui « suavissimos mores »,
e dopo avergli fatto notare l'imbarazzo in cui si era messo

(1) JACOBILLI L., Uomini illustri da Foligno, e famiglie nobili di detta Città,
pag. 83, Cod. C. V. 1. della Biblloteca del Seminario.



2 M. FALOCI PULIGNANI

col suscitare una questione che era circondata da molte dif-
ficoltà scientifiche, aggiunge anche il pericolo di fare una
brutta figura col mettersi a discutere con i medici di Foli-
gno, « ob sortem quandam veluti fatalem patriae (allude a Fo-
ligno, patria del Cibo), quae semper doctissimos, ingenioque
subtili praeditos Medicos aluit » (1). Dal che si cava che nel
1572, anno in cui scriveva l’Augenio, il nome ed il valore dei
medici di Foligno erano celebrati per mezza Italia. Nè è da
supporre che il medico piceno abbia voluto fare un elogio
alla patria del Cibo, in grazia di M. Gentile da Foligno, del
quale avea grande concetto (2), poichè egli, quando lo cre-
deva giusto, non mancava di censurare anche il Gentile, come
fece quando combattè la sua teoria, là dove avea sostenuto
« venae sectionem nom convenire in phrenectide biliosa » (3).

Se dunque fuori di provincia era tale in passato la fama.

dei medici di Foligno, è da presumere che queste ricerche
approdino a qualche non disutile risultato. Certo, per i se-
coli più remoti non si può presentare null’altro all’ infuori
di nudi nomi, ma anche questi hanno il loro valore, e le date
cronologiche, e i loro ricordi, possono essere occasione di
confronti e di ricerche feconde. È stato l'Archivio del Mo-
nastero di Sassovivo che ha fornite in proposito le notizie più
antiche, nè queste che io pubblico saranno certo le sole che
esso conserva, poichè, ove altri voglia rinnovare quelle ri-
cerche ed estenderle in altri archivi, troverà altra materia.

Adunque abbiamo un Landulfus Medicus che figura in
un atto del 1186 (4), un Magister Hugolinus Medicus che è
del 1235 (5): un istrumento del 1237, fu stipulato coram
Accattanomine Medico (6), un M. Sifredus era medico del

(1) AUGENII HORATII, Epistolurum et consultationum medicinalium libri XXIIII.
Francoforte, MDXCVII, libro VI, lett. 1, p. 124.

(2) Op. cit., p. 27.

(3) AUGENII HORATII, De sanguinis missione libri tres. Venezia, 1570, fol. 58.

(4) Archivio di Sassovivo, fasc. 88, n. 1180.

(5) Arch. d., fasc. 109, n. 1426, fol. 27.

(6) Ibidem, fol. 37.



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I MEDICI DI FOLIGNO E L' UNIVERSITÀ DI PERUGIA

1951 (1) un M. lohannes Medicus del. 1257 (2): un magistro
lacobo Rabuini Medico, che è del 1265 (3), un magistro
Benvenuti Venture medico che è dell'anno seguente (4) un
Magistro Salimbene medico, che è ricordato in atti dal 1269
al 1295 (5), un Magister Andreas Magistri Andree Rodati me-
dicus nominato in istromenti dal 1291 al 1327 (6), un Ma
gister Franciscus Valterii Medicus, che era forestiero, ma che
nel 1292 abitava in Foligno ove avea acquistato dei beni (7),
un Magister Iohannes quondam Angeli Corradi Medicus dal
1303 al 1327 (8), e finalmente un Magister Nicolaus Magistri
Nicolai Medicus dall’ anno 1326 al 1329 (9).

Giunti con questo elenco incompleto di medici all’epoca
di Gentile da Foligno, è da chiedere dove essi si formas-
sero alla scienza, e quale influenza abbia esercitato su di
essi lo Studio perugino, che, per la sua vicinanza e per la
sua fama, più di qualunque altro Ateneo era al caso di ri-
chiamare la gioventù delle prossime città.

Veramente non credo che sino al secolo XIV questa
influenza sia stata molta, poichè le due città, sin verso al
1282, furono sempre e fieramente in armi tra di esse: ma,
ridotta Foligno a governo guelfo, come volevano i perugini,
e fatta la pace, questa fu stabilita in modo duraturo anche
per mezzo dello Statuto, la cui seconda parte compilata nel
1349, contiene la Rubrica 201 intitolata così: Quod Perusini
tractentur ut cives. Per dovere di reciprocanza è da supporre
che i perugini abbiano fatto ai folignati eguale trattamento,
anche per facilitare alla gioventù nostra l’accesso alla loro

1) Arch. d., fasc. 40, n. 521.

) Arch. d., fasc. 57, n. 1107.

) Arch. d., fasc. 122, n. 1581.
4) Arch. d., fasc. 122.

) Arch. d., fasc. 24, n. 286, fasc. 109, n. 1426, fol. 42.
(6) Arch. d., fasc. 91, fasc. 96, n. 1325. :
(7) Arch. d., fasc. 26, n. 388.

(8) Arch. d., fasc. 41.
(9) . 91, e fasc. 120.

4 M. FALOCI PULIGNANI

Università, in grazia della quale i legislatori del Comune di
Foligno avevano prese delle deliberazioni speciali. Lo Sta-
tuto Comunale, compilato nella sua prima parte prima della
pace suddetta, determina nella Rubrica 68 in qual modo si
studiasse il diritto in Foligno: « De doctoribus in iure Cano-
nico et Civili ». Sicchè allora i giovani della nostra città
imparavano il diritto nella patria loro, e non si recavano
altrove. E nel 1282, anzi nel 1280, é ricordato in Foligno un
Dominus Bos iuris civilis Professor, e nell'anno stesso un /a-
cobus de Caldaraviis, forse di Spoleto, anche esso 2wris civilis
professor (1). Ma quando non si parlava più di Guelfi e di
Ghibellini, e per le mutate condizioni dei tempi era facilis-
simo recarsi a studiare dovunque, i dottori di Foligno che
compilarono i nuovi statuti del XVI secolo, crearono un Col-
legiorum excellentissimorum Doctorum, (del quale si occupa il
Capo LIV), osservando che ció non fu fatto « temporibus elap-
sis, ut creditur ob Studi perusini vicinitatem ». Ecco la dichia-
razione esplicita che i folignati andavano a studiare il diritto
nell'Università perugina. Che se profittavano di essa per lo
studio della legge, a molto maggior diritto doveano profit-
tarne per lo studio della medicina, ove si rifletta che men-
tre sino al 1500 non si sa di nessun folignate che abbia
insegnato a Perugia o teologia, o diritto, o lettere, molti
erano stati quelli che vi avevano insegnato medicina: Gen-
tile da Foligno dal 1325 al 1348, Francesco di Filippo nel
1351, Francesco di Mariano nel 1415, Nicola Tignosi nel
1429, Felice Baldoli nel 1450, Onofrio Onofri nel 1465 (2),
nè forse la serie è completa.

Premessa questa riflessione, è lecito dedurre che i me-
dici di Foligno, almeno nel loro numero maggiore, non siano
che una derivazione della scuola perugina, e che quando,

(1) Arch. Sassovivo, fasc. 35, n. 480, fasc. 84, perg. n. 1911.
(2) BiN1 V., Memorie storiche della Perugina Università degli studi, vol. I, Pe-
rugia, 1816, pp. 155-158, 186, 445, 483, 486. È



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I MEDICI DI FOLIGNO E L' UNIVERSITÀ DI PERUGIA ‘ 5

specialmente nel secolo XVI, essi andavano ad illustrare, le
cattedre di Padova, di Bologna, di Roma e di Vienna, for-
mavano una gloria dell’ Università di Perugia, alla quale :
spetta il merito di aver formato quei medici di altissimo
ingegno, dei quali si aveva tanta stima nel vicino Piceno.
Se per l'epoca anteriore a Maestro Gentile era utile
radunare e conservare anche il nome solo di tanti medici
sconosciuti, non é possibile adoperare lo stesso criterio peri
tempi più a noi vicini, durante i quali le biblioteche e gli ar-
chivi sono più ricchi di notizie, di nomi, e di date. È quindi
necessario limitarsi a ciò che può destare maggior interesse.
Del grande maestro Gentile da Foligno basta solo il
ricordo. Commentatore di opere altrui, ed autore di studi
suoi pregevolissimi, in Foligno, in Perugia, in Bologna, a
Padova, godè fama indiscussa di uno dei medici più valorosi,
sì nella teoria che nella pratica, coronando la sua vita e la sua
fama con il sacrificio della sua vita, essendo morto il 12 giu-
gno nell’ anno della grande pestilenza del 1348. La sua bio-
grafia fu scritta dottamente dal Girolami (1): le opere sue,
stampate e ristampate più volte, veggonsi elencate nel dotto
studio bibliografico del P. Lugano (2): della sua dottrina messa
in rapporto con la sua religiosità ho io scritto altrove (3):
ma chi vuol conoscere il suo valore scientifico, legga quanto
se ne disse pubblicamente in Perugia il 2 luglio 1911, allorchè,
radunatosi nell'Aula Magna di quella Università l'Accademia
Medica di Perugia, si tenne una seduta scientifica in suo
onore, inaugurandosi in quell'Aula uu busto artistico che ne
riproduce le severe fattezze. Il discorso, breve, ma concet-
toso del prof. cav. Erasmo De Paoli presidente dell'Accade-
mia (4), la commemorazione, eruditissima, che ne fece dinanzi

(1) Discorso storico critico sopra Gentile da Foligno. Napoli, 1844, e Roma 1873.
(2) Gentilis Fulginas Speculator e le sue ultime volontà. Perugia, 1909.
(3) La fede e la scienza di Gentile da Foligno. Spoleto, 1911.
(4) Annali della Facoltà di Medicina e dell’ Università di Perugia. Serie IV,
vol. II, Perugia, 1912, pp. 3-7.











M. FALOCI PULIGNANI












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Busto di M. Gentile da Foligno nell’ Università di Perugia.

I MEDICI DI FOLIGNO E L' UNIVERSITÀ DI PERUGIA 7

ad un pubblico numerosissimo il prof. L. Tarulli, proponendosi
per tema Gentile da Foligno e lo Studio perugino del’ se-
colo XIV (1), sono giudizi di competenti in materia, i quali
ci dispensano da qualsiasi elogio ulteriore. Il Tarulli, che
alla glorificazione di M. Gentile si era dedicato con culto de-
voto, ed altri con lui, affermarono che per merito suo l’Ate-
neo perugino fu il primo a disciplinare con norme pre-
cise lo studio dell’ Anatomia. Le Cronache di Norimberga lo
chiamavano nel 1493

Bentilis medicus

subtilissimus rimator ver-
borum Avicennae (2), e lo
raffigurarono nell’atto di
esaminare un vaso se-
mipieno di liquido, vo-
lendo con ciò ricordare
i suoi studi sulle orine,
che lo resero tanto fa-
moso. Flavio Biondo lo
chiamò medico sui saeculi
celeberrimo (3): Sinforia-
no Campeggio, pur com-
battendone delle teorie,
lo giudicò Fulginas Gen-
tilis Arabum alter Achil-
les (4): i volumi suoi
enormi, numerosi, depon-
gono colla mole e col numero, quanto fosse grande la cul-
tura, l'ingegno suo. Puó dirsi che nessuna biblioteca manca
di codici suoi: Roma nella Vaticana, nella Chigiana, Firenze



(1) Vedi nei suddetti Annali, Serie III, vol. VIII, Perugia, 1908, i suoi Documenti
per la storia della medicina in Perugia, ove a p. 40 è ricordata una sua conferenza
tenuta in Foligno nel 1908 sul tema Gentile da Foligno e la scuola medica italiana
nei secoli XIII e XIV. :

(2) SCHEDEL HARTMANNUS, Liber chronicarum. Norimberga, 1493, fol. CCXXIIII.

(3) Italia illustrata. Verona, 1482, fol. 502.

(4) De phlebotomia libri duo. Basilea, 1532, fol. 74.



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5 25 M. FALOCI PULIGNANI

nella Riccardiana, Torino, Milano, Venezia, Bergamo, Padova,
i Parigi, ecc. tutte hanno copie dei libri suoi, che furono al
||! tempo suo, e per molto tempo appresso, di altissima rino-
HI manza, e basta questo fatto per giudicare il merito di lui. è
|| Nelle sue opere é spesso ritratto in posizione di studioso, rr
dinanzi al Re Salomone, in atto di ascoltare i suoi responsi,
e in alto si legge di lui:

GENTILIS - FVLGINAS . SPECVLATOR.













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In questo singolare intaglio in legno, che vedesi piu volte
nei commenti di lui sopra Avicenna, stampati a Venezia nel
1520 e seg., Gentile é seduto, come sovra una tavola, e non
sì sa se scriva cose sue, o trascriva da altri libri, o scriva
Hi. sotto dettatura. Nel qual caso sarebbe Salomone, il gran Re
| della sapienza orientale, che, seduto in trono, con la corona
e lo scettro, avendo molti volumi sotto i piedi, comunica
la sua dottrina a M. Gentile, e questi sarebbe in atto di fis-
sare sulla carta i di lui responsi.

Egli aveva la sua casa in Foligno, presso la Croce bianca,
ove esiste tuttora un ricco fabbricato che non può essere
che suo.













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I MEDICI DI FOLIGNO E L' UNIVERSITÀ DI PERUGIA



Casa di M. Gentile da Foligno.

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10 * M. FALOCI PULIGNANI

Il Iacobilli ci ricorda che la sua casa era in Foligno
« nella Compagnia della Croce, ..... ed in una stanza grande
da alto di essa casa si vedono sino al presente alcune antiche
figure, dove si vede dipinto esso Gentile in atto di leggere in
cattedra a suoi discepoli » (1). Questo dipinto è sconosciuto;
ma, per l'ubicazione della casa che lo conteneva, è prezioso,
un atto del 27 aprile 1325, che io possiedo, dove il notaio
Giovanni di Francesco scrisse che l'atto fu rogato « F'ulginei.....
in contrada crucis, ante domum M. Gentilis M. Gentilis, coram M.
Gentile M. Gentilis et Domino Iohanne M. G'entilis testibus » (2).

L'illustre maestro mori il 18 giugno 1348 e fu sepolto
in S. Agostino, dove sopra la sua tomba fu posto il suo ri-
tratto, con questa iscrizione: SEPULCRUM . EGREGII - MEDI-
CINAE - DOCTORIS : MAGISTRI - GENTILIS - DE FULGINEO -
CIVIS - PERUSINI (3).

Fatto questo cenno sopra Gentile, fra i discepoli suoi
é da ricordare prima di tutti quel Maestro Francesco di Fi-
lippo, che secondo il Bini gli successe nel 1351 nella catte-
dra di medicina, e che il 2 ottobre 1378, eletto medico di
Gubbio, non poté accettare per non lasciare Perugia, ove
nel 1383 fu fatto cittadino (4).

Omonimo e contemporaneo fu quel M. Francesco di M.
Matteo, che fu uno dei quattro medici i quali nel 1348 fu-
rono presenti al testamento di M. Gentile (5), ed è questo
forse una persona sola con quel M. Franciscus da PFulgineo,
che assistette l'illustre maestro nella sua morte, e nella sua
sepoltura. Nel 1374, Lodovico Iacobilli ricorda un M. Giro-

(1) Annali di Foligno. All’anno 1348. Cod. A, V. 6, della Bibl. del Seminario di
Foligno.

(2) Pergamena presso di me, contenente un mandato di procura fatto da Be-
rardo di Giacobuccio della Villa di Cupigliuolo in quel di Foligno. Per altre notizie
topografiche, vedi il mio studio sopra citato.

(3) ONOFRI D., Folignati illustri, Manoscritto presso di me, p. 87.

(4) BINI, op. cit., p. 186. Vedi BRIGANTI F., Documenti per la storia della me-
dicina in Perugia. Perugia, 1903, pp. 27, 52. 5

(5) Vedi il testamento nel mio opuscolo La fede e la scienza di Gentile da Fo-
ligno, Spoleto 1911, pp. 19-21.



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I MEDICI DI FOLIGNO E L' UNIVERSITÀ DI PERUGIA 11

lamo di M. Filippo de Bileggi della Compagnia di Piazzavec-
chia celebre Medico e Cirugico (1), ed era suo contemporáneo
quell'egregius medicinae doctor phisicus Magister Veranus Van-
nulii de Amatelica, habitator civitatis F'ulginei, che dal 1389 al
1392, e forse anche in altri anni, curava i Monaci di Sasso-
vivo, dai quali riceveva in compenso centum florenos auri
boni, somma per quei tempi abbastanza notevole (2).

Le Riformanze del Municipio di Foligno contengono, dai
primi del 1400 in poi, continue memorie di medici locali e
forestieri, sia che intervenissero come Consiglieri del Co-
mune alle pubbliche assemblee, sia che dal Comune stesso
venissero stipendiati per il servigio del pubblico. Sarebbe
impossibile compendiare in poco tutti quei ricordi, mentre
invece interessa conoscere il valore dei medici di Foligno i
quali, insegnando nello studio perugino, richiamavano. colà
la gioventü del nostro paese.

Chi primo insegnó medicina a Perugia nel XV secolo fra
i medici di Foligno fu /rancesco di Mariano, e ciò avvenne
nel 1415, ma di questo concittadino non sappiamo altro al-
l’infuori del nome fattone dal Bini (3), il quale ne trovò il
ricordo negli Annali Decemvirali di Perugia, là dove leggesi
che i Priori gli accordarono un breve permesso per potersi
recare a Foligno sua patria « pro certis sui negotiis », a patto
peró che «n eundo, stando, et redeundo tempus non extendatur
ultra quinque vel sex dies ad plus ». Il rigore di tale conces-
sione fa conoscere che lo studio perugino assai teneva alla
presenza e all'insegnamento dell'ignoto Dottore.

Se.lL insegnamento di questo Francesco di Mariano si pro-
lungò di qualche lustro dopo il 1415, egli ebbe fra i suoi di-
scepoli un giovane concittadino, Nicolò di Giacomo Tignosi,
che nell’anno 1429 era veramente uno degli scolari dello

(1) Croniche di Foligno, Ad an. MS. cit. nella Bibl. del Seminario.
(2) Arch. d. num. 1480, fol. 32; 1755, fol. 18.
(3) BINI, op. cit., p. 486.







12 7 M. FALOCI PULIGNANI

Studio perugino (1) e che poi fu scienziato distinto. Secondo
i costumi di quel tempo, la medicina era inseparabile dalla
filosofia, e facilmente essa accoppiavasi collo studio delle belle
lettere. Il Tignosi, mente versatile, uscito dall’ateneo peru-
gino, insegnò l’una o l’altra cosa, o tutte, in Siena, in Arezzo,
dove fu fatto cittadino, in Perugia, e ciò accadde nel 1429,
in Bologna, in Firenze, e a Pisa ove morì nel 1474. Ma i
Perugini non lo ebbero solo come insegnante di medicina,
perchè nel 1432 lo adoperarono come loro ambasciatore ai
Fiorentini, rimanendone appagati (2). I suoi commentari a
stampa sono monumento insigne del suo sapere (3), che fu
tenuto in gran conto da Marsilio Ficino, da Cosimo de Medici,
dal Porcellio, e da altri insigni medici, filosofi ed umanisti
di quel tempo. Manoscritte restano altre opere sue (4), sulle
quali, e sull'importanza loro, basti citare il moderno storico
dell’Accademia Platonica di Firenze, A. Della Torre, che ne
tesse una bella biografia (5), la quale torna a lode dell’ an-
tico scolaro, dell’antico Dottore dello Studio Perugino, e del-
l'antico ambasciatore ai Fiorentini di quel Comune. Il Por-
cellio con frase poetica lo chiamò celeberrime inter physicos
patres. A Pisa, presso la Chiesa di S. Croce, ove fu sepolto,
esiste il suo ritratto e il suo elogio che gli pose il figlio Ciro
Mario (6).

Come il Tignosi fu alla scuola di Francesco di Mariano,
così alla scuola del Tignosi fu Felice di Messer Giovanni Bal-
doli da Foligno, figlio di un medico, fratello di Giovanni an-

(1) BINI, op. cit., p. 448 in nota.

(2) BINI, p. 449.

(3) Commentarii in libros Aristotilis de anima. Firenze, 1551. In foglio.

(4) Commenta in libros Aristotilis de anima (Firenze, Cod. laur. LXXVI, 43):
Opusculum de ideis (Ibid. cod. laur. LXXXII, 22): Opusculum in illos qui mea in Ari-
stotilis commentaria, criminantur (Ibid. XLVIII, 37): De illis qué octavo mense na-
scentwur (Bibl. Vatic., fondo Vatic. lat., n. 3897): De origine Fulginatium (Bibl. V. E.
Roma, cod. II: Bibl. Sem. Foligno, cod. A, II, 5), ecc.

(5) Storia del Accademia Platonica di Firenze. Firenze, 1902, p. 687, 495-500.

‘ (6) Vedilo nel CANNETI, Dissertazione apologetica pel Quadriregio ecc. Foligno,
p. 79.

è —

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I MEDICI DI FOLIGNO £ L’ UNIVERSITÀ DI PERUGIA 13

che esso medico, come medici, e lo vedremo, furono altri
suoi discendenti. Questo elice fu il quarto cittadino di
Foligno, che dal 1349 al 1450 insegnò medicina a Perugia,
e secondo lo Iacobilli, anche esso, come il Tignosi, insegnò
medicina a Pisa nel 1477, succedendo probabilmente, se le
date sono esatte, al suo concittadino (1).

Coetaneo a questi maestri dello studio perugino fu Pie
tro di Bartolo degli Onofri, medico, che alla sua stessa pro-
fessione educò suo figlio Onofrio, mandandolo a studiare a
Perugia, ove ricevè il diploma in filosofia e medicina, nel
1428 (2). Riservandoci di parlare del figlio, diciamo una pa-
rola del padre, che fu un valoroso Dottore, sebbene a tutti
ignoto. Basta per giudicarlo un documento del 1° gennaio 1421,
col quale Nicolò Trinci Vicario del Papa, ed il Comune di
Foligno, lo esentarono da tutte le tasse comunali per il suo
valore di medico, per il suo affetto ai cittadini, leggendosi
di lui così: « Eximii et famosi artium et medicinae doctoris Ma-
gistri Petri Bartoli de Fulgineo, qui diu noctuque ad requisitio-
rem cuiuscumque multifarie laboravit, et pro salute animae et cor-
pores infirmantium se promptum. exhibuit et cuilibet. incessanter
medelas necessarias exhibendo, ut notorium extitit apud omnes > (3).

Queste sono belle parole, che invece di ridursi ad elogi,
enunciano fatti concreti, i quali fanno molto onore alla sua
probità scientifica, ed al suo buon cuore. Leggasi come il
Trinci affidó alla sua cura una povera malata:

Egregio magistro nostro et civi doctissimo Magistro Petro
DBartholi medico Fulgin.

Egregie magister noster et civis dilectissime. Perché so te-
nuto a Madonna Antonia de santo Chiodio, la quale io amo per
l'abito come Matre, et anche tene certe cose mie, haverei caris-
simo dell’infirmità sua, della quale sento è assai gravata per

(1) IAcORILLI, Uomini illustri, p. 72, cod. cit.

(2) DEGLI ONOFRI DEcIo, Historia genealogica della famiglia degli Onofri di Fo-
ligno. MS. presso di me, p. 33. s

(3) Tbid., p. 29.







14 M. FALOCI PULIGNANI

mezzo di Voi euadesse: e per tanto ve prego, non guardando ad
altro che a me, e vogliate prendere fatiga, et operar per la sa-
lute sua, che quel tanto al Lei farite reputerò ad me proprio.
Ex Sassovivo XXVI Febr. 1430.

Corradus de Trincis Fulgin. (1).

Maestro Pietro degli Onofri morì il 20 ottobre di quel-
l’anno 1430 (2), e suo figlio Onofrio, già ricordato, ne ere-
ditò, col nome illustre, la nobile professione e le molte virtù.
Già dicemmo di lui che ebbe il diploma di Dottore in me-
dicina nella perugina università nel 1428, e insegnò per mol-
tissimi anni in Perugia, ove morì stimato e direi quasi ve-
nerato nel 1480.

Il Campano gli scrisse una lettera assai confidenziale, ed
essendosi esso ammalato, i perugini che amavano assai quel
rappresentante pontificio, gli mandarono subito per curarlo il
loro medico « Honuphrium fulginatem Perusini sine pretio mi-
serunt » (3); e quando, nel 1474, Sisto IV mandó in Francia il
Card. Bessarione, e voleva che lo aecompagnasse nel viag-
gio il medico Onofrio, i Perugini, sia perché era vecchio, sia
perchè non volevano perderlo, provvidero ed ottennero che
non partisse (4) Il veechio onorando, egualmente stimato a
Foligno e a Perugia, mori nel 1488, di 14 anni, lasciando pa-
recchi scritti inediti, che furono già presso Lodovico Iaco-
billi, ma che oggi, in parte, sono smarriti (5).

Appartengono allo stesso secolo Marsilio da Uppello, nato
nel 1485, figlio di un Nicoló, medico anche esso, il quale
scrisse « tria volumina in varios morbos ac de peste » (6): Marco
da Rasiglia, di ingegno versatilissimo, che sapeva comporre
e stampare un manuale liturgico, ed un libro di versi licen-

(1) DEGLI ONOFRI, op. cit., p. 23.

(2) Ibid., p. 29.

(3) CAMPANI, Opera. Roma, 1495, fol. 74.

(4) BINI, op. cit., pp. 482-486.

(5) JACOBILLI, Bibliotheca Umbriae. Foligno, 1658, pp. 140-141. Sono descritti nella
Storia della famiglia Onofri, scritta da Decio degli Onofri, presso di me.

(6) JACOBILLI, Op. cit., p. 195.



I MEDICI DI FOLIGNO E L' UNIVERSITÀ DI PERUGIA 15

ziosi, una leggenda sacra, ed una commedia molto profana.
Questi scrisse plura super medicinam, e morì il 15 novem-
bre 1508 (1). Una sua leggenda di S. Maria Maddalena fu
stampata a Perugia nel 1513, in Ancona nel 1514, a Vene-
zia nel 1515, nel 1517, nel 1535, a Perugia di nuovo nel































n 1574 e nel 1578, a Camerino nel 1581, a Firenze nel 1616,
a Venezia nel 1621. I suoi Sonetti, Capitoli, egloghe, strambotti

(1) JACOBILLI, op. cit., p. 195. Credo superfluo indicare quii titoli di tante opere
non pertinenti alla medicina.







16 M. FALOCI PULIGNANI

ecc. furono stampati a Venezia nel 1510 circa, e poi nel 1516,
nel 1521, ecc. Un libro liturgico, senza il nome suo, ma con
il suo ritratto che riproduciamo, fu stampato nel 1503 a Ve-
nezia, e verso il 1530 a Roma. Una sua commedia italiana,
La Circinia, sta a Modena, inedita, nella Biblioteca Estense.
Peccato che si conservino di lui solo dei versi, e nulla dei
libri medici.! i

Qui, sulla fine del XV, e sul limitare del XVI secolo, è
da ricordare un medico di Foligno, che insegnò Botanica
nell'Università di Roma, e che avendola insegnata fin dal 1514,
fu, secondo il Renazzi, il più antico lettore di questa scienza,
poichè la botanica non si insegnò a Padova prima del 1533,
non si insegnò a Bologna prima “del 1527, mentre a Roma
si insegnava nel 1514. Ed in quell’anno, nei documenti uffi-
ciali di quell’ Università, è indicato « ad declarationem simpli-
cium Medicinae, magister Iulianus de Fulgineo » (1). Nè il Re-
nazzi nè altri, che io sappia, ha trovato alcun ricordo di
questo specialista, il quale, se si dimostrasse che prima di
esser maestro a Roma fu scolaro a Perugia, darebbe allo
Studio di questa città il merito di aver iniziato con metodo
pratico gli studi sperimentali anche nel campo della botanica.

Ed ora eccoci a quel secolo XVI, che dette a Foligno
la nomea di esser patria di medici valorosi, con i quali non
era cosa prudente attaccar lite. Ed era la verità. I Baldoli,
i Bolognini, i Cattaneo, i Cibo, i Cirocchi, i Dominici, i Gori, i
Marcellesi, gli Onofri, i Scarmiglioni, i Vitelleschi, che eserci-
tarono la professione nelle principali città dell’ Italia, che in-
segnarono la scienza nella maggior parte delle Università,
ci offrono nomi rispettabili, e ci fanno conoscere che costi-
tuivano una scuola, una tradizione, resa possibile dal loro
numero, dal loro valore, dall’affetto che li legava alla patria,
dove li richiamava, ancorchè fossero disseminati per le pro-

(1) RENAZZI, Storia dell’ Università degli studi di Roma, Vol. II, Roma, 1804,
p. 239.













I MEDICI DI FOLIGNO E L' UNIVERSITÀ DI PERUGIA 17

vincie, da Venezia a Roma, da Ancona a Pisa, una comu-
nanza scientifica ed intellettuale che fa loro onore. Erano
quasi tutti patrizi, che godevano per censo e per posizione
i primi posti in paese, ma che nondimeno chiedevano alla
scienza e al lavoro quella nobiltà vera, che non si eredita con
i testamenti e col sangue, ma coll’ ingegno e collo studio.

Se io mal non mi appongo, una prova della loro in-
fliuenza nelle cose della patria ce la somministra il nuovo
Statuto Comunale, il quale fu compilato a loro tempo, e
che nel capitolo (è il XXXVIII) « De electione medicorum, eorum
salario et obbligationibus », determina cose che escono dal campo
legale, statutario, ma che rientrano nel campo scientifico.
Parrebbe infatti che in quel Capitolo si dovesse trattare dei
doveri dei medici, della loro retribuzione, delle condizioni
con le quali doveano essere eletti, e non di altro. E questo
vi è certamente: ma ciò che vi è di notevole è la designa-
zione di una parte dei loro doveri che debbono essere stati
suggeriti solo dalla loro esperienza. Ivi infatti si determinano
i servizi retribuiti, e quelli gratuiti, e fra questi si legge:
« teneantur tamen per ispetionem urinae succurrere et mederi abque
aliqua mercede ». E poco appresso, ove si stabiliscono alcune
garanzie personali a favore dei medici in tempo di peste, si
fa questa riserva, « teneantur Fulginatibus per ispectionem uri-
nae consulere ». Questa prescrizione di natura scientifica, in-
serita nel grosso codice statutario, non può non rilevare la
parte che dovettero avere i medici nella compilazione di
esso.

Facciamo cenno adesso dei più celebrati medici folignati
del XVI secolo. Comincio da Girolamo Baldoli, discendente,
come si è visto, di quel Felice Baldoli, che nel 1450 inse-
gnava medicina a. Perugia, e nel 1477 la insegnava a Pisa.
Non erano queste sole le memorie domestiche in fatto di me-
dicina, di casa Baldoli, poichè il nominato Felice ebbe un
fratello, Gio. Francesco, medico anch’esso, e medico viveva
nel 1473 Pietro di Mattiolo Baldoli, e medico era Gio. France-

2













18 M. FALOCI PULIGNANI

sco di Ambrogino Baldoli, che insegnò medicina nel 1477 a
Padova, nel 1491 a Firenze. Il nostro Girolamo studiò a Bo-
logna, e nel 1579 stampò in Venezia un opuscolo, del quale
dò in fac-simile il frontespizio, intitolato cosi: T'heoremata
Hieronimi Baldoli Fulginatensis art. et med. doctoris cum Doc-
toribus Fulginatensibus per biduum disputanda (1). La parte fi-
losofica dedicò al Vescovo di Foligno Ippolito Bosco; la
parte medica dedicò ZEximiis Fulginatensibus art. et med.
Doctoribus D. Hieronimo Vitellesco, Francisco Ciccarello, Io.
Baptistae Salvato et Io. Battistae Bolognino, che egli chiama
eximii familiae vestrae splendores, divina Fulginei ornamenta.
Queste parole suonano forse adulazione, ma sono anche un
eco del concetto in cui allora erano tenuti e si tenevano i
medici di Foligno, che costituirono quasi un Collegio, una
scuola, un’ Accademia, e che occupavano giorni e giorni in
severe discussioni scientifiche. Rileggeremo poi i nomi dei
valorosi dottori con i quali disputò il Baldoli, qui limitandoci
a parlare solo di lui. Egli il 3 dicembre 1583 fu nominato
lettore di medicina speculativa collo stipendio, allora lauto,
di 126 scudi annui all’ Università di Macerata (2) dove.
l’anno appresso stampò uno scritto intitolato: Ascensus et
descensus microcosmi in generatione, ante generationem et post
generationem (3). Questo dottore scrisse altre cose mediche,
e morì in Roma nel 1622 (4).

Uno fra i medici di quel collegio di dottori ai quali il
Baldoli dedicò nel 1579 i suoi teoremi, fu G. B. Bolognini,
che scrisse in medicina e in poesia, e morì nel 1589 (5).

Maggiori notizie conosciamo di Vincenzo Cibo, il cui pa-
dre, medico anche esso, morì nel 1585, e che, come vedemmo,
fu difeso nel 1572 dall’Augenio, contro la critica sgarbata

(1) Venezia, 1579, in 8, di p. 40.

(2) FOGLIETTI R., Cenni storici dell’Università di Macerata, 1878.
(3) Macerata, 1584, in 8, di p. 28.

(4) Bibl. Umbriae, p. 132, ove veggansi altre notizie sui Baldoli.
(5) Op. cit., p. 152.

I MEDICI DI FOLIGNO E L' UNIVERSITÀ DI PERUGIA 19

THEOREMATA

^HIERON Y MI
B-+A-L D-OaL.l

EVLGINATENSIS

ART.BA MED DO:CT
cum Do&oribus Fulginatenfibus
per biduum difputanda.





VENETIIS,

pre

ApudH zeredes Francifci Rampazetti..
M D LXXIX.

ene



20 'M. FALOCI PULIGNANI

del medico Cini (1). L' Augenio lo chiama rispettabile « ab pri-
vatos mores, doctrinam insignem, artis usum, observationemque
ad summum.» (2). I1 Cibo nel 1565 era medico a Spoleto, ed
a lui il poeta G. B. Cotogni dedicó il seguente epigramma:

Ad Vincentium Cibo Med. elaris.

Fulginia o felix, o terque quaterque beata
Ornata immuneris artis atque bonis.

Sed magis atque magis felix vereque beata
Quod tibi contingat hunc peperisse virum.

Qui mare, qui terras, qui Coelum divite fama
Occupat et nostras ditat honore plagas.

Quique vel invitis mortalia corpora Parcis
Restituit vitae, surripuitque neci:

Vive igitur felix, vivasque beatius optant
Experti medica quidquid in arte valeas (3).

Il poeta avrà esagerato, ma le esagerazioni sue, confron-
tate colle lodi del medico marchigiano, fanno concludere che
il Cibo era una persona di molto valore.

Una tradizione famigliare di professione medica ce l’of-
fre la famiglia Ceccarelli, nella quale il padre Francesco, il
figlio Maurizio, il nepote Nicola insegnarono tutti la medi-
cina nella Università di Bologna, mantenendo però sempre
colla città nativa, e colla Università di Perugia, gli antichi
rapporti.

Francesco si recò a studio in quella Università, e il
7 gennaio 1539 vi conseguì la laurea in filosofia e in medi-
cina: poscia fu fatto cittadino bolognese dove i documenti
lo chiamano Zicarelli. Fatto dottore, insegnò nello studio di
Venezia, poscia in quello di Perugia, nel 1579 era in Foli-
gno alla disputa tra i suoi colleghi e tra Girolamo Baldoli.

(1) AUGENII HORATII, Epistolariwm, etc. Francoforte, 1597, pp. 209-217.
(9) Op. cit., p. 129.
(3) Bibl. Sem., Foligno. Cod. A, III, 22, fol. 7.



i — aad

I MEDICI DI FOLIGNO E L' UNIVERSITÀ DI PERUGIA 21

Nel 1574 era stato eletto insegnante di medicina teorica ne]-
| Università di Bologna, ed ivi morì il 24 novembre 1587 (1).
Un suo trattato Del mal mattone, ed una sua lettera al Se-
nato di Bologna sulla cura della peste, sono inedite nella Bi-
blioteca universitaria di quella città (2). Il Ciccarelli fu se-
polto in S. Domenico di Bologna, ove suo figlio Maurizio
fece allocarvi la seguente iscrizione (3):

D. O. M.

FRANCISCO CICARELLO FVLGINAE
VIRO FRVGI MORIBVS ET VITAE
INTEGERRIMO MEDENDI ARTE EXERCENDA
DOCENDAQ . VENETIIS . AC PERUSII EGREGIE
PERFVNCTO EIVSDEM INTERPETRANDAE AD
PRIMARIV GRADVM BONONIAM ACCITO
VITA SVPRESTITI CIVITATIS ET MVNERIS
OBEVNDI DIGNITATE DONATO
MAVRITIVS FIL . PHI . ET MEDICVS
PATRI.. OPTI . MOESTISS . PONI CVRAVIT
VIXIT ANNOS LXXXIII MENSES DVOS
DIES XXII . OBIIT XIII CAL . DEC .
ANNO MDLXXXVII

Nell'epigrafe surriportata, figura il nome di Maurizio,
figlio di Francesco Ceccarelli, il quale, per cosi dire, ere-
ditò dal Padre anche la carica universitaria, e, laureato in
filosofia e medicina in quello studio il 3 settembre 1566, nel
1575 vi fu nominato lettore di medicina, fino al 1590 in cui
mori. Il Ghiselli così ne ricordò la morte: « Adi 16 detto (1590)

(1) ALIDOSI-PASQUALI G. N., Li dottori forestieri che in Bologna hanno letto fi-
losofia, medicina ecc. Bologna, 1623, p. 141. MAZZETTI S., Repertorio di tutti i Pro-
fessori ecc. dell’Università di Bologna. Bologna, 1847, n. 3196.

(2) Ms. n. 1183 del sec. XVI. La lettera è nel ms. Aldovrandino n. 69, vol. I,
pp. 741-747.

(3) GRISELLI, Memorie antiche dì Bologna. Ms. nella Bibl. di quella Università
voI. XVIII, 490.







22 M. FALOCI PULIGNANI

mori Mauritio dell^eccellentissimo Francesco Zeccarelli da Fuli-
gno, cittadino bolognese, Dottore di filosofia, e medicina, e pu-
blico lettore, e fu sepolto in S. Domenico » (1).

Terzo dei Ceccarelli ad insegnare medicina in Bologna
fu Nicola, figlio di Maurizio suddetto, che ebbe la laurea in
medicina il 31 maggio 1603, ed ivi lesse logica nell’anno me-
desimo, e poscia medicina pratica fino al 22 novembre 1611 in
cui morì assai giovane, sepolto presso il Padre e l’avo in
S. Domenico (2). Non parrebbe giusto collocare nell’ambiente
nostro tre medici, vissuti e morti in Bologna, ivi laureati,
ivi nominati Maestri, se non si sapesse che essi mantennero
sempre rapporti colla patria loro; e già ricordammo Fran-
cesco che disputava in Foligno col Baldoli nel 1579, ed esso
stesso nel 1552 fu aggregato al Consiglio di Foligno: suo fi-
glio Maurizio si disposò con Cesarina De Gregori di Foli-
gno (3), suo nepote Nicolò il 27 marzo 1590 fu del pari ag-
gregato al Consiglio di Foligno, onde essi vennero sempre
considerati come cittadini, sebbene esplicassero altrove la
loro operosità scientifica (4).

Di Francesco Cirocco può congetturarsi il valore dal fatto
che il nominato Augenio gli dedicò il nono libro delle sue
lettere medicinali, cosa che non avrebbe fatta se non si fosse
trattato di persona distinta (5). Lo Iacobilli dice di lui che fu
« Phylosophiae et Medicinae Doctor celeberrimus, Astrologusque
peritissimus ; apud. Primates pluresque Pontifices Maximos summo
in honore habitus; praeque ipsius eximia virtute, eloquioque, at-
que orandi venustate semper admiratione dignus fuit ... Obiit die
30 Novembris 1516 aetatis vero suae 63 » (6). Il nominato Cot-

(1) ALIDOSI, p. 141, MAZZETTI, n. 3197, GHISELLI, p. 891.

(2) ALIDOSI, p. 120, MaZzETTI, n. 3198, GHISELLI, XXII, p. 857.

(3) Vedi il suo testamento 10 nov. 1611, nella Busta LVIII, 3882, lett. G. della
Bibl. Univ. di Bologna.

(4) JACOBILLI, Famiglie ecc., p. 42, n.

(5) Op. cit., pp. 204 226.

(6) Bibl. Umbr., p. 115.



I MEDICI DI FOLIGNO E L' UNIVERSITÀ DI PERUGIA 23

toni gli diresse un epigramma: Ad Franciscum Cirocum, Me-
dicum Clarissimum (1), ma il suo valore potrebbe meglio ap-
prezzarsi se si avessero quegli opuscula eruditissima in medi-
cam facultatem, e quel libro apprime utilem epistolarum medi-
cinalium, che oggi sono sconosciuti (2).

Medici di molto valore dette anche la famiglia Dominici,
fra i quali Domenico Dominici, cui nel 1554 diresse da Pa-
dova una lettera medica Vittore Trincarelli medico vene-
ziano, pregatone dal Dominici stesso. Il Trincarelli indirizzò
laconicamente la sua memoria: Dominico Fulignati Medico (3),
nè di lui altro si saprebbe, se il Iacobilli non ci avesse enu-
merate le opere scritte così: « In primum librum Phisicorum
Aristotilis ; compendiosam interpetrationem in librum tertium ethi-
corum ut in alios libros phisicorum Aristotilis. De memoria artifi-
ciali: adnotationes super Galenum et Nicolaum Florentium. Multa
consilia medicinalia » (4). Curzio Degli Onofri scrisse che l'ul-
timo di febbraio 1557 dal Collegio dei Medici di Roma fu
creato Protomedico dell’ Umbria (5) e il nominato Iacobilli
scrisse che nel 1556 tenne una pubblica conclusione di me-
dicina nella Cattedrale di Foligno dinanzi al Generale degli
Agostiniani, e che mori di 66 anni medico dell’ Aquila il 6
agosto 1590 (6).

Più illustre di lui fu forse suo figlio Agostino, medico
anche egli, nominato Vice-Rettore dello Studio di Padova il
2 agosto 1590, e Rettore effettivo con tutti gli oneri e pre-
rogative il 12 agosto dell’anno successivo (7). Scrivono gli

(1) Bibl. Sem. Cod. A., III; 22, fol. 13.

(2) Bibl. Umbr., p. cit.

(3) TRINCARELLI VICTORIS VENETI, Operem, tom. II, Lione, 1592, pp. 276-277.

(4) Op. cit., p. 97.

(5) Folignati illustri, p. 90. Presso di me.

(6) Annali di Foligno, ad*an. 1591.

(7) R. Biblioteca Universitaria di Padova. Archivio antico dell’ Università, vo-
lume 677, c. 221, 240; vol. 678, c. 1-2; Elenco dei Rettori ecc. Padova, 1706, p. 31; FAc-
CIOLATI F., Fasti Gymnasi Patavini. Padova, 1737, p. III, pp. 218-19.



24 M. FALOCI PULIGNANI

istorici nostri che questi mori nel 1640 Rettore dello Studio
di Urbino, sul quale particolare deve essere incorso un er-
rore o di data o di nome, poichè non è presumibile che chi
era Rettore dello Studio di Padova discendesse poi alla
condizione di reggere lo studio tanto minore di Urbino, nè
pare possibile che nel 1640 potesse dirigere l'una, chi nel
1590, cioè mezzo secolo prima, ne dirigeva un’altra, massime
che le ricerche fatte in Urbino sono state infruttuose.

Da Padova a Siena. Qui gli Archivi conservano nume-
rosi ricordi di un Piermarino Gori, che il Iacobilli afferma
essere stato medico (1), anzi lo chiama medico di Papa Mar-
cello II, nel 1555 (2), se pur non lo confonde col suo nepote
Giulio Gori, che egli chiama Medicus ac Matematicus clarus,
perfamiliaris Papae Marcelli. Allora, come si è già ricordato,
era così facile essere nel tempo stesso medico, filosofo, le-
gista e letterato, che non fa meraviglia il conoscere che il
Piermarino Gori era medico, mentre nel 1524, come si legge,
insegnava il diritto nell’ Università di Siena. Egli era colà
nel 1500, e il 15 ottobre fu condotto a leggere Umanità in
quello studio colla provvigione di 150 fiorini (3): il 24 mag-
gio del 1512 tessè l’elogio di Pandolfo Petrucci del quale era
familiare (4): il 1528 era Reggente di quello studio (5), e suoi
versi ed epistole sono in alcune stampe senesi del 1506, del
1513, e del 1516, per tacere la traduzione del Palladio, stam-
pata in Roma nel 1526, e poscia ristampata altre volte (6).
Ma fin qui non si parla di medicina, e che egli fosse ve-
ramente medico, resta sempre a provare. Fu invece medico
suo nepote Giulio, già accennato, e lo Iacobilli che lo ricorda,



(1) Bibl. Umbr., p. 173.
(2) Famiglie Nobili, n. 60.
(8) Bibl. Università di Siena, Ms. B. IV, 28, p. 101.

(4) PECCI, Memorie storico-antiche dell’ Università di Siena. Siena, 1758, parte I,
p. 269; Sicismonpo Tizio, Histor. Senens., tom. VII, pp. 304-05. Ms. B. III, 12, di detta
Biblioteca.

(5) SicisMoNnDO TIZIO, op. cit., Dom. IX, pp. 644-51.

(8) Non è questo il luogo per dare le indicazioni bibliografiche di questi suoi
libri, oggi ricercatissimi.



I MEDICI DI FOLIGNO E L' UNIVERSITÀ DI PERUGIA 25

è qui più credibile che altrove: poiché di lui ricorda duo
volumina in. Medicina et Astrologia (1). Fra gli epigrammi del
Cotogni ve ne è uno Ad lulium Gorim medicum (2), del quale
peró é assai poco quei che si sa, potendosi solo aggiungere
sulla fede del Iacobilli, che mori verso il 1560.

Per non esser soverchiamente prolissi, basti qui ricor-
dare di altri medici di questo secolo Benedetto Langelillo (3),
Vincenzo Marcellese morto nel 1595 (4), Feliciano Degli Ono-
fri (5), laureato in Perugia il 1583, morto in Foligno il 1620,
del quale la Biblioteca del Seminario di Foligno conserva
molti manoscritti di cose mediche (6), Gio. Batt. Salvati che nel
1579 disputò, come si è veduto, con Girolamo Baldoli (1),
ecc. ecc.: Romolo Cirocchi, che nel 1587 scrisse un metodus
collegiandi, mentre esercitava l’arte salutare a Montefalco (8),
ed altri che è superfluo ricordare.

Quegli che merita una parola di vero elogio, è Guido
Antonio Scarmiglioni, medico insigne, scienziato valoroso, che
riuscì non solo ad insegnare a Vienna, ma fu poi Rettore
in quella insigne Università. Non so dire se egli compi
i suoi studi nell’ Ateneo perugino o altrove: egli bensì di
se stesso ricorda che per ragione di studi lasciò Foligno
in assai giovane età, ed a Napoli entrò nelle grazie di quel-
l’ Arcivescovo Annibale di Capua, che lo mandò in Germa-
nia suo ambasciatore all’ Imperatore; gravissimi negotii causa.
Colà, a preghiera del Cancelliere di quell’ Archiginnasio, in-
segnò medicina a Praga, e poscia passò all’ Università di
Vienna, dove a preghiera dei suoi scolari stampò nel 1601

(1) Op. cit., p. 173.

(2) Bibl. Sem. Cod. A. VI, 22, fol. 36.

(3) Ad Benedictum Langelillum Medicum. Epigramma del Cotogni, cod. cit.,
fol. 35.

(4) Bibl. UMbr., p. 276. Un suo sonetto trovasi nelle Rime sacre e morali di di-
versi autori. Foligno, 1629, p. 76.

(5) Dalle memorie della famiglia Onofri, esistenti presso di me.

(6) Sono i cod. C. IV, 4, B. IV, I, B. III, 4, B. I, 10, A. I, II, ecc.

(7) Un suo sonetto nelle citate Rime sacre e morali, p. 69.

(8) Sta nella Bibl. del Sem. di Foligno, Cod. B. III, 4.





26 M. FALOCI PULIGNANI

un libro dé coloribus (1), che un secolo dopo si leggeva, e si
ristampava ancora (2). L'anno seguente pubblicó a Vienna
un elenco di cento tesi mediche « De coctione vera et equivoca >,
in un opuscolo rarissimo (3), che conservo come ricordo di
quest'illustre concittadino, il quale in detta stampa non solo
6 chiamato « Philosophiae et Medicinae Doctore Professore prima-
rio » in quell'Accademia, ma é anche detto « Praeside totius in-
clytae Facultatis medicae in antiquissimo celeberrimoque Archi-
ginnasio Viennensi ». Lo Scarmiglioni salito ad un ufficio cosi
elevato in quella metropoli estera, non dimenticó la sua pa-
tria modesta, tenne nei titoli delle sue stampe a chiamarsi
Guido Antonio Scarmilioni Fulginati, prese in sposa una no-
bile fanciulla di Foligno, Fioricilla Barnabó, e passó l'ultimo
periodo della vita sua fra noi, morendo il 7 gennaio 1620 (4).
Ma sono queste le sue sole notizie? O non è a ritenere che
cercando, e facendo ricercare nelle biblioteche dell’ Austria
e della Boemia, si abbia a conoscere anche meglio il valore
di questo concittadino così poco noto?

Ancora dei nomi illustri ci presenta questo secolo XVI,
ed è un altro concittadino che sulla Cattedra perugina inse-
gnava medicina, continuando la tradizione di M. Gentile, del
Tignosi, dei Baldoli, degli Onofri ecc. ecc. Ivi nel 1523 in-
segnava l’ arte salutare Vitellio Vitelleschi, e ne trovo ri-
cordo sicuro in un libretto De pestilentia (5) colà stampato in

(1) Vidi Antonii Scarmilioni Fulginatis medicinae theoriae in Archigynnasio
Viennensi Professoris ordinarti de coloribus, libri duo, nunc primum in lucem editt
Marpurgi Cattorum, Typis Pauli Egenolphi, Typogr. Acad. Anno MDCI. In 16, di
p. 212.

(2) Marpurgi, 1690.

(3) Theses Medicae. De coctione vera et equivoca, quas ... totius Inclitae facul-
tatis Medicae in antiquissimo celeberrimoque Archigymnasio Viennensi, Praesidae
magnifico ezxcellentissimoque Viro Dn. Vido Antonio Scarmiliono Philosophiae et Me-
dicinae Doctore, eiusdemque theoricae in praedicto Archyginnasio Professore pri-
mario, publica. disputatione suscipit defendendas Balthasar Pastoreus, etc. Vien-
nae, Austriae, Excudebat Leonhardus Formica. Anno M.DC.II. In 8, di p. 16.

(4) JACOBILLI, Famiglie nobili, ecc., n, 82.

(5) Vitelli Vitellensis de fulgineo perusiae phylosophiam publice profitentis,

copiosum de pestilentia opusculum non solum sanis sed etiam egris utillimum.
Perusia per Cosmum Veronensem, MDXXIII. In 16, di p. 80.













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I MEDICI DI FOLIGNO E L' UNIVERSITÀ DI PERUGIA 27



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Titolo delle tesi in medicina dell’ Università di Vienna nel 1602,
essendo Rettore di essa Guido Scarmiglioni di Foligno.

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28 M. FALOCI PULIGNANI

quell'anno, dove si compiace di ricordare ripetutamente
M. Gentile colla. formula concévis noster. M. Vitellio dedicó il
suo studio al Magistrato del suo paese, e ricordó ad esso

Witellij vitellefis de ful
ginco perufie pbylo
fopbías publi«
ce p:ofitéz

| ‘risco
‘piofum de peftilene
tis opufculum:
non folu;
fanis
S5ed etías cgrío vtil
lumum:aurcu;
opus vifio
ri are
gento emite.

"

Fac-simile dell’opuscolo contro la peste di Vitellio Vitelleschi.

« literatissimos viros quos olim in medicinam habuistis et in prae-
sentiam habes », mostrando e confermando il concetto che an-
che allora si avea della cultura amplissima dei medici di
Foligno. E rivolgendosi sulla fine ai concittadini, li esorta a
tener conto del suo lavoro, del suo dono, perchè se ciò fa-
ranno « ad maiora iam concepta accingar ». Mantenne la pro-




I MEDICI DI FOLIGNO E L' UNIVERSITÀ DI PERUGIA 29




messa? Non saprei dirlo, poichè nulla di lui conosco alkin-
fuori di quest’ opuscolo, che non sfuggì al Iacobilli (1), e che
l’autore, per farlo acquistare, chiamò aureo, benchè potesse
acquistarsi con una moneta argentea: Aureum opus viliori

































argento emite !

Fu più celebre un altro Vitelleschi Girolamo, del quale
si giunse a dire che era un altro Hippocrates. In Ancona più
che altrove esercitò la sua professione, alternando colle ge-
niali occupazioni delle lettere i severi e laboriosi offici della
sua professione. Nel 1560 era in cortesi rapporti letterarii
coll’ umanista spoletino Evenzio Pico, il quale insegnava
lettere in quella città, e con lui discuteva materie filologi-
che e grammaticali. Fu allora che il Pico gli diresse una let-
tera, nella quale dimostrava « quod spoletinus, non spoletanus
dicendum est (2): ed all'amico Hyeronimo Vitellesco Fulginati
medico ricordava le analoghe discussioni fatte a voce, e come
tra essi si trattenevano a parlare «inter coenandum de literis
humanioribus, quibus a puero institutus mirifice oblectaris ». Il Vi-
telleschi era tuttora in Ancona, quando il medico viterbese
Sebastiano Bisio gli diresse una dissertazione de Balneis, che
io possiedo manoscritta, nella quale dice aver fatto propo-
sito di mandargli quel lavoro « cum fama exellentiae tuae iam
grandior ad urbem nostram pervenisset ».

E facciamo punto col secolo XVI, né forse dobbiamo
molto occuparci dei secoli seguenti, che non dettero certo
i valorosi medici del 500. Bastino pochi nomi, per mostrar
i la tradizione raccolta dai medici discendenti di quei dot-
torij dei quali abbiamo radunato le memorie.

Il 2 Aprile 1774 D. Angelo Savelli priore di Belfiore
scrisse al Lancellotti, erudito di Staffalo, che nel 1600 un
Luca di Lelio da Foligno esercitava medicina in Ferrara, e

»
(1) Bibl. Umbr., p. 285. Deve essere errore di stampa la data 1510, che egli at-

tribuisce all'opuscolo.
(2) EVENTII PICI SPOLETINI, Znstitutiones in Grammaticam. Roma, 1560, fol. 30-37.









30 M. FALOCI PULIGNANI

vi stampava dei libri (1). Poteva essere un valore ed anche
poteva essere una persona di poco conto, ma non sono al
caso di dirne altro. Pietro Paolo Cattanei esercitò medicina
in Foligno e in Roma, scrisse un commentario medico, e
mori nell'eterna città nel 1602 (2). Feliciano Silvestri insegnò
medicina nello studio di Pisa, e morì in patria nel 1644,
avendo scritto un curioso libro, stampato in Venezia, due
anni dopo la morte col titolo: Salvezza dei Principi disfatta
dalle sciagure di Alessandro Macedone (3). Nel 1668 si suscitò
una discussione scientifica tra due medici di Foligno, sul-
l'uso del latte bollito, che il medico Felice Casavecchia promo-
veva, e che Francesco Maria Brugnetti escludeva (4). Poco
dopo, nel 1693 lo stesso Casavecchia entrò in un’ altra di-
sputa scientifica, sulla necessità di cavar sangue in certi de-
terminati casi (5), e i loro nomi non è forse superfluo aver
ricordati, potendo non essere inutili le osservazioni e le re-
lazioni di quei vecchi dottori. Chi sul principio del XVIII
secolo uscì dalla mediocrità fu il medico Gio. Battista Nuca-
rini, Archiatra Pontificio, che fu medico di Clémente XI, di
Innocenzo XIII, e di Benedetto XIII, e dei Conclavi nei
quali questi due ultimi furono eletti (6). Egli esercitò nel
Ll Umbria e nelle Marche, scrisse De dosibus seu de iuxta
quantitate et proportione: Medicamentorum Opusculum, ed altri
lavori rimasti inediti (7). Morì di 78 anni in Roma il 25 Gen-
naio 1731.

() Da una lettera autografa del Savelli.

(2) Bibl. Umbr., p. 220.

(3) Bibl. Umbr., p. 163.

(4 Apologia Felicis Casavecchiae medici phisici Fulginatis pro usu lactis Cha
lybeati in fluau dysenterico contra, opinionem Francisci. Mariae Brugnetti artis
medicae professoris. Foligno, 1668, in 4, di p. 20.

(5) Apologia Felicis Casavecchiae medici physici fulginatis quod, 4n alvi pro-
fluvio cum febri sanguinis missio sit necessaria contro Petrum Augustinum Lucen-
tinum medicum praestantissimum. Foligno, 1693, in 4, di pp. 12.

(6) Manposio, Degli Archiatri Pontifici. Roma, 1784, vol. I, pp. XLVI-XLVII. Forse
fu suo figlio Crispoldo Nucarini, che nel 1728 era medico della famiglia pontificia»
Ibid. pp. XI-XII.

(7) SAVELLI, Bibliotheca Fulginat. Ms. presso di me, p. 37.















I MEDICI DI FOLIGNO E L' UNIVERSITÀ DI PERUGIA 31

Un altro medico si distinse allora in Roma, Filippo Scoc-.
chi, che vi esercitò, vi mori e nel 1713 si preparó il se-
polero in S. Prassede. Ivi, sotto il suo stemma leggesi que-
st'epitaffio :

D. O. M.
PETRVS PHILIPPVS SCOCCHI PATRITIVS FVLGINATEN
PHILOSOPHVS ET MEDICVS COLLEGII ARCHIATHORV
DE MORTE COGITANS
DVM SEPTVAGENARIOS QVASI DECREPITOS
ET MORTI PROXIMOS DIIVDICARET
MODO AETATIS SVAE LXIX ET MENSIBVS VII
SVAM NON DIVTINAM DIIVDICAVIT
QVARE PRAESENS HOC MONVMENTVM SIBI SVISQVE
VIVENS POSVIT ANNO SALUTIS MDOCCXIII (1).

Curioso questo medico, che gli uomini settantenni giudi-
cava decrepiti, mentre se stesso, di oltre 69 anni e mezzo,
non chiamava vecchio.

Sono lieto di chiudere questo elenco di medici, dove,
se vi sono dei mediocri vi sono pure degli eccellenti, con
un nome eccellente veramente, cioè con quello dell’ illustre
dottore Giuseppe Girolami morto in Roma direttore di quel
Manicomio, il 14 Gennaio 1878. Il testimonio più bello del
suo valore sono i sei grossi volumi dei suoi scritti (2): l'elo-
gio migliore che ne fu fatto è quello della Stefanucci Ala (3).
L’ illustre discepolo, l’amico fedele del Pacinotti, fu anzitutto
ad apprender la scienza medica nell’ Università di Perugia,
e da qui a Pisa, a Roma, a Bologna, quasi andasse cercando

(1) FORCELLA V., Iscrizioni delle chiese di Roma, Roma, 1873, vol. II, p. 517.

(2) Erano quasi tutti già pubblicati, ma ne venne compilata la raccolta in sei
volumi, il primo dei quali fu stampato in Pesaro nel 1865, l’ultimo a Roma nel 1878.

(3) Nel sesto volume delle Opere, pp. VII-XXXIX e nell’ Arcadia. Roma, 1892,
vol. IV, pp. 775 790, 840.846.


















32 M. FALOCI PULIGNANI

di conoscere e di imparare la scienza in quelle aule stesse, che
in passato erano state illustrate con l'insegnamento di tanti
concittadini suoi. E il nome di questo medico folignate, an-
tico alunno della facoltà me-
dica dell'Università di Peru-
gia, chiude bene una serie di
scienziati, che ebbe in Gen-
tile da Foligno, vanto di quel-
l'Università, l'espressione piü
alta. Poiché fu il Girolami che
per il primo richiamò l’ at-
tenzione dei dotti sul valore
e sulle opere del grande Mae-
stro, occupandosi di lui con
una dotta biografia (1), scrit-
ta colla perizia dello scien-
ziato, coll’ affetto del citta-
dino. La quale, dettata or
sono dodici lustri (1844), quando le discipline istoriche aveano
tanti minori presidi di quelli che oggi si hanno, è sempre
il lavoro sintetico migliore che si abbia di lui.

Col nome del Girolami ho compiuta questa rassegna,
alla quale ha dato principio l’ elogio onorato che fece nel
XVI secolo dei medici di Foligno il medico marchigiano
Orazio Augenio. Se quelle parole le avessi scritte io, sareb-
bero parse frutto di soverchio amore al proprio campanile.
Scritte però da un forestiero, assumono valore speciale, e ci
assicurano esser vero che la città di Foligno aluit semper
doctissimos ingenioque subtili praeditos medicos. Riceve con-
ferma questo lusinghiero giudizio dalla circostanza, che du-
rante un secolo solo, dal 1500 al 1600, i concittadini nostri,
prescindendo dagli insegnamenti teologici, legali e letterari,
nel solo ramo della scienza medica, la insegnarono contem-





(1) Discorso storico-critico sopra Gentile da Foligno medico illustre del secolo
XIV. Napoli, 1844, ove fu inserito nel 2. vol. delle sue Opere. Roma, 1873, pp. 387-668.



I MEDICI DI FOLIGNO E L' UNIVERSITÀ DI PERUGIA 33

poraneamente nelle Università di Venezia e di Padova, di
Bologna e di Firenze, di Siena e di Pisa, di Macerata e di
Urbino, di Perugia e di Roma, senza ricordare le piü re-
mote Università di Praga e di Vienna. Ció dimostra che la
gioventü di Foligno preferiva agli altri questi Studi, ed in
essi si distingueva assai, se tanti concittadini insegnarono
medicina nei più celebri Studi dell’ Italia, e dell’ Estero. Ed
era sempre il celebre Studio perugino, reso illustre da M.
Gentile che li invitava a preferire tale disciplina, Studio
perugino che godeva in Foligno tale prestigio, da persua-
dere i reggitori della pubblica cosa ad astenersi dal creare
Collegi di Dottori o di Legisti, per un doveroso riguardo
verso di esso. Quindi è ovvio conchiudere, che se Foligno
ebbe nel XVI secolo, e prima e dopo di esso, rinomanza
scientifica nell’arte salutare, è questa una derivazione dallo
Studio perugino, ed allo Studio perugino deve tornare, nella
cui aula massima il nome e l’effige di M. Gentile da Foligno
riunisce in un culto solo le due vicine città.

M. FaLocI PULIGNANI.











LA CASA CHE FU DI PIETRO VANNUGCI
IN CITTÁ DELLA PIEVE

La casa che fu soggiorno degli uomini grandi, dove
trascorsero la vita immaginosa nel silenzio e nella quiete é
stata sempre oggetto di venerazione e di culto ai posteri,
avidi ricercatori di ricordi e memorie. Sembra un sentimento
innato nell'uomo questo bisogno di vivere appresso gli spiriti
grandi col rievocarne la memoria in presenza alle cose che
appartennero loro. Tutto ció si spiega con quel gentile senso
di ammirazione e di entusiasmo che avvince e pervade le
intime fibre del nostro cuore quando ci troviamo dinanzi
alle opere meravigliose del genio. Man mano peró che la
gentilezza dei costumi declina, subentra l'oblio, e allora la
noncuranza e talvolta l’ incoscienza passano sulle cose care
e più degne com’ ala distruggitrice. Bisogna aspettare che
la progredita civiltà dei tempi riprenda il suo posto, perchè
ritorni lo spirito indagatore e risusciti e rianimi ciò che sparì
e che è degno di ricordanza.

Avvenne così del Vannucci che, mentre la memoria di
lui sopravvive colle opere immortali, di ciò che fu personal-
mente suo più nulla rimane, negletto, distrutto dalla furia
demolitrice del tempo e dalla noncuranza degli uomini. Pietro
Vannucci ebbe a Castel della Pieve i natali. La sua famiglia,
di antichissima origine (1), non abitò in Perugia, nè in con-

(1) Degli antenati di Pietro potei ritrovare notizie, durante i secc. XIII, XIV e
XV, che mi hanno dato sufficienti elementi per ricostruire con esattezza l’Albero
genealogico della famiglia.







36 F. CANUTI

trada « Val di Lucciole », presso la vicina Frazione del Mo-
iano (1), ma entro le mura del turrito castello. Di famiglia
agiata, contro la diceria del Vasari che lo rappresentò po-
verissimo, ebbe la casa paterna nel centro dell’ abitato, ac-
canto agli edifici più noti delle più cospicue famiglie. Ma
un’onda di devastazione passò sulla casa che fu di Cristo-
foro Vannucci fino al 1467, e che poi, divisa in tre porzioni fu
di Giacomo di Giovanni e di Pietro, e scomparve, lasciando
che l’oblio scendesse a disperder perfino la memoria, che
avrebbe dovuto dire almeno ai posteri: ERA QUI LA CASA
DOVE NACQUE ED ABITO’ FANCIULLO E NELL’ESTRE-
MA VECCHIEZZA PIETRO VANNUCCI. Dell’ insigne mo-
numento col passare degli anni, più niente.

Coloro che vissero però nei tempi successivi dovettero per
un naturale istinto di curiosità domandarsi qual fosse la casa
del Sommo Artista che col suo valore e colla potenza del suo
genio aveva sollevato a sì grande fama l’umile cittadella; e
la tradizione rispose indicando or questo or quello edificio,
non guidata dall’argomento delle prove sicure, ma trascinata
sull'orme della fantasia popolare, questa volta certamente
fallace.

Il Mariotti, che scriveva nel 1788, nelle sue « Lettere
Pittoriche » (p. 115) si esprime cosi: « Jo vidi pochi mesi fa
la casa del nostro Pietro in Città della Pieve. Essa à nella strada
principale, chiamata del Casalino, ma non ha cosa che meriti

x

d’esser notata se non che essa è una casuccia assai miserabile.

(1) Il Vasari e, sulla fede di lui, il Pascoli lo dicono di Perugia. Il Magni (« Sto-
ria dell’Arte Italiana », p. 572) raccolse una voce popolare che lo diceva nato nella
vicina frazione di Moiano, e prima di lui il Vescovo Mons. Mancini (« S. Visita »,
p. 5, nell'Archiv. Vescov.) nel 1777 lo dice nato « nella Villa del Moiano territorio
pievaiolo ». Lo Strafforello (« La Patria») indica anche la località « Val di Lucciole »,
che è un piccolo gruppo di case nella frazione del Moiano. Tale voce dovette sor-
gere perché la famiglia Vannucci possedeva in quelle località, oggi denominate
« S. Lucia », un vasto possedimento. Forse quivi potette esservi anche una casa di
civile abitazione, dove i proprietari passavano qualche tempo vicino alle loro pos-
sidenze, come anche oggi si costuma.





LA CASA CHE FU DI PIETRO VANNUCCI IN CITTÀ DELLA PIEVE 91

Vuol bensì notarsi e merita molta lode la diligenza dei suoi
compatriotti in conservarla esattamente nel suo essere antico. Di
rimpetto a questa casetta ? l'Oratorio ». Da queste indicazioni
si apprende sufficientemente che la casuccia miserabile, cre-
duta abitazione del Vannucci, esisteva là dove oggi sorge
l'elegante palazzo Giorgi, edificato dai signori Taccini circa
la metà del sec. XIX (1).

Relativamente a questa creduta casa del Vannucci le
carte della Confraternita di S. M. dei Bianchi ci fanno ri-
cordo di una controversia sorta nei primi del 1800 tra la
Confraternita e la Famiglia Taccini. I Confratelli hanno avan-
zato preghiera ai Signori del Comune, e questi hanno inter-
posto la loro autorità per la conservazione dell’edificio, onde
i Confratelli ringraziano: « Sensibili alla bontà con cui le Si-
gnorie Vostre si sono degnati di accogliere l’istanze nostre perchè
non venisse demolito un monumento cotanto per noi onorevole
dell'abitazione in cui vide la luce la prima volta Pietro Van-
nucci nostro concittadino, ve ne rendiamo i dovuti ringrazia
menti »; e dopo di averli stimolati a vigilare « ... perchè la
vandalica impresa non abbia effetto », si dice che « trasfor-
mando quella fabrica, per esser di fronte all’Oratorio, sì toglie-
rebbe la necessaria luce per vedere nel suo vero punto il capo
d'opera di Pietro ». Ciò non ostante la volontà del Taccini
prevalse perchè nel 1816 il dì 4 di febbraio il Sig. Basilio
Taccini, allora Priore della Confraternita, tornato di bel nuovo
a richieder la casetta di fronte all’Oratorio, la Confraternita
deliberò di concederla « ... purchè due periti scelti di comune
accordo decidano prima se l’ innalzamento di detta casa abbia a
pregiudicare per mancanza di luce alla celebre pittura del nostro
Oratorio, fatta dal mostro concittadino Pietro detto il Peru-
gino ... ». Il giudizio dei periti stabili che per ridare all'Orato-

(1) Tale designazione era priva di fondamento non trovando la sua ragione se
non nel duplice fatto della vicinanza all’Oratorio e della povertà della casa, così
confacente a quella povertà estrema celebrata dai suoi biografi.











38 F. CANUTI

rio la luce, che verrebbe a mancare per l' innalzamento della
fabbrica, si dovesse aprire un grande fenestrone nell’Oratorio
stesso. A questo infatti il Taccini si obbligò, acquistando la
casetta che era proprietà della Confraternita per scudi 346
e baj. 80.

Ci consta che nel 1836 ancora non era stata demolita,
perchè il Mezzanotte la vide e lasciò scritto nel suo Com-
mentario (p. 117), « ... per costante tradizione sapersi che fu da
Pietro abitata, e con assai lodevole diligenza si conserva tuttora
nell'antico stato dagli amorevoli suoi compatriotti; anch essa è
povera casuccia ... ». Però lo storico Antonio Baglioni (Città
della Pieve IMustrata, p. 335), che scriveva nel 1845, ci dà per
primo l’ annunzio che la Casa di Pietro non esiste più ... ».
Il nobil uomo Signor Alessandro Taccini dalle fondamenta sulle
ruine della Casa del Restauratore della pittura Pietro Vannucci
ha elevato un vasto Palazzo di un ordine architettonico alquanto
imperfetto ... ».

Sparito quest’edificio, la fantasia popolare cercò ancora
la casa del sommo Artista, e senz’ alcun argomento positivo
la additò più tardi in un antico fabbricato di aspetto ori-
ginale, anch’ esso prossimo all’ Oratorio, sulla via del Casa-
lino. La voce si accreditò tanto da vedere oggi questa cre-
duta Casa del Perugino indicata nell’ « Elenco degli Edifici
Monumentali în Italia »>, edito per cura del Ministero della
Pubblica Istruzione, come la vera casa del nostro pittore.

Or bene, diligenti ricerche eseguite negli archivi pae-
sani, ci hanno messo in mano la prova sicura (1) che non la
piccola casuccia miserabile già di fronte all'Oratorio di S. Ma-
ria de' Bianchi, e non l'altra di fianco, sulla via del Casa-

(1) Il chiar. prof. Broussolle ragionando nel suo pregiato lavoro « La Jeunesse
du Perugin », p. 250, n. 3, della casa di Pietro in Città della Pieve, costretto a ri-
conoscere che tutte le ipotesi e le indicazioni mancavano di una base ferma, ebbe
il felice intuito di preannunziare che l’ erudizione locale avrebbe un dì sciolto il
grave problema. « L'erudition locale promette d’ eclaircir un jour, par voie de do-
cuments, toutes ces questions de topographie. Je n'ai point la pretention de lui
faire concurrence ... ».





LA CASA CHE FU DI PIETRO VANNUCCI IN CITTÀ DELLA PIEVE 39

lino, furono l'abitazione del nostro Pietro. La sua casa, che
fu la casa paterna dove trascorse la fanciullezza e dimotò
ad intervalli finchè visse, esisteva all’ estremità della piazza
grande al termine della via del Vecciano nel Terziere detto
allora « Borgo dentro », occupando presso a poco l'area dove
sorgono oggi le proprietà del sig. Nicola Guidarelli e del
sig. Omero Gobbani. I documenti, che per la prima volta qui
veggono la luce, ci danno, in mancanza di indicazioni cata-
stali precise, sufficiente argomento per identificarla. Antica-
mente nei contratti notarili le proprietà venivano semplice-
mente designate coi nomi dei confinanti. Nello scorrere i proto-
colli notarili del sec. XV e XVI pochissime indicazioni di vie
mi sono capitate sott'occhio. Tutta la città era divisa in tre
terzieri: Casalino, Borgo dentro, Castello, attraversati da tre
vie principali colla stessa denominazione. Erano le tre arterie
grandi intorno a cui si raggruppavano le vie minori, tra le
quali vengono spesso ricordate « La piazza dei Buoi » (Forum
boarium), « Borgo dei barlettari » (Burgus Barlectariorum),
« Borgo di Ciano » (Burgus Ciani o Igliani), « Fiorenzuola » (Via
Florenzuola), « Piazza della Mercanzia » (Platea Mercantiae).
Sulla scorta d’indicazioni così vaghe non è cosa molto facile
determinare la positura delle antiche proprietà, dato special-
mente il fatto delle trasformazioni edilizie avvenute in se-
guito. Gli elementi però che abbiamo per Ja casa del Van-
nucci sono tali e tanti che non occorre di più per ricono-
scerla con sicurezza. Infatti essa era situata:

da capo alla strada del Vecciano (a capite stratae publicae
Vecciani).

Nel terzerio Borgo Dentro (In Tertierio Burgi Intus).

Nei confini della piazza publica del Comune (in confinibus
plateae publicae Comunis).

vicino alla strada publica (iuxta stratam publicam).

confinante da due parti colla casa di Gervasio di Guglielmo
di Ser Matteo (a duobus lateribus res Gervasii Guglielmi Ser
Matthei).









40 F. CANUTI

dalla parte di dietro la casa degli eredi di Nicola dà Fran-
cesco Brizi (a tergo res haeredum Nicolaj Francisci Britii).

Queste le indicazioni che si leggono nell'atto di vendita
fatto dai figliuoli di Pietro il giorno 23 decembre 1523, ossia
pochi mesi dopo la morte del Padre, e rogato nello stabile
medesimo che è oggetto di questa vendita. L'espressione:
« Da capo alla strada del Vecciano » e l'altra « nei confini
della piazza pubblica » non sono bastanti da sole a darci una
indicazione esatta, perché varie sono le case che si trovano
al termine di questa via; peró la designazione dei confinanti
ed il fatto di trovare che le botteghe dove il notaio Catalucci
era solito di rogare i suoi atti, sotto la casa di abituale dimora
del pittore, erano poste in piazza, ci danno la sicurezza
che la nostra identificazione è esatta. I confinanti di Pietro
erano i figli di Guglielmo di Ser Matteo i quali, come dai do-
cumenti risulta, confinavano colla famiglia Brizi, e questa
colla famiglia Bandini. Il Palazzo di questi potenti signori è
stato sempre riconosciuto, anche dopo la trasformazione
edilizia eseguita dal celebre architetto Alessi.

Ecco i documenti che confermano il nostro asserto :

Vendita della Casa di Pietro Vannucci in Città della Pieve
fatta dai figli di lui a Pietro di Maso Lazzari.

« Sub eodem millesimo (1523) indictione et Pontificatu die vero
vigesima tertia Decembris: Actum in terra Castri Plebis in domo so-
litae abitationis Magistri Petri Cristopheri Vannucceioli pictoris egregii ;
sita in Tertierio Burgi Intus a capite stratae Vecciani, presentibus .Meio
Mariotti Bartholomei, Hieronimo Magdali Mazzette et Matteo Juliani
Laurentii Baldutii, omnibus de Castro Plebis, testibus vocatis ete.

Baptista et Franciscus filii et eredes q. Magistri Petri Cristoferi
Vannuccioli de terra Castri Plebis, pictoris egregii, ipse tamen Baptista
integre et perfectae aetatis suae ac et valide ad infrascripta omnia pe-
ragenda : Franciscus autem predictus, minor annis vigintiquinque et con-
sequenter non idoneae aetatis et tamen ut ipse asseruit annorum vi-
ginti, et ideirco vigore sancti iuramenti dati ae etiam volens ete. iura-
mento infrascripta omnia prout de iure retinere valere et tenere in





I
|
I
t



a a

LA CASA CHE FU DI PIETRO VANNUCCI IN CITTÀ DELLA PIEAE 41

omnibus et ad maius robur ac valorem, Dominus Baptista promittens
quod infrascripta omnia habeat et habebit rata grata et firma alias,de
suo proprio attendere et observare inviolabiliter promittens; nec non
et idem Baptista promittens de rato etiam pro Michelangelo eiusque
ipsorumque fratre carnali pupillo annorum sexdecim ut circa absenti
et ut ipsorum procurator prout ipse asseruit videlicet quod infrascripta
omnia inviolabiliter ete.. et firma et rata habebit, promittens per se
ipsos et cuiuscumque ipsorum eredes et successores, iure proprio et in
proprium et per verum et directum allodium nomine et titulo vendi-
tionis, dederunt vendiderunt trastulerunt cesserunt et concesserunt Pe-
tro Masi Lazari de terra Castri Plebis, ibidem praesenti stipulanti ac-
ceptanti per se suosque eredes et successores, unam domum aptam ad
abitandum, eorum olim solitae abitationis, sita in terra Castri Plebis cum
omnibus suis iuribus et pertinentiis sita 2m terra Castri Plebis, a capite
stratae publicae Vecciani, im Tertierio Burgi Intus et im confinibus pla-
teae publicae comunis, iuxta stratam publicam a duobus lateribus, res
Gervasii Guglielmi Ser Matthei cum quolibet fundo ipsius domus ven-
ditae et a tergo res eredum Nicolai Francisci Brizi, ut si quae essent
dietae domus venditae a parte inferiori plures meliores seu vieiniores
confines, etc. Et hoc fecerunt pro pretio nomine et solutione pretii du-
catorum 100 largorum aurii boni puri et iusti ponderis ... De quibus
quidem pecuniarum quantitatibus prefati venditores fuerunt confessi et
contenti se habuisse et recepisse ab eodem Petro emptore ducatos octua-
ginta auri largos, computatis in dieta summa ducatos quatuordecim
auri quos Dominus Petrus tamquam procurator ipsorum venditorum
dixit persolvisse Fraternitati S. Salvatoris de Castro Plebis, de quibus
praefatus olim Magister Petrus pater ipsorum venditorum erat debitor
Fraternitati praedictae ; computatis etiam in octuaginta ducatis auri
ducatos auri quinque, ut apparere dixerat in libro ipsius Petri emtoris ;
dueatos auri duodecim alteros auri de pretio de domo predicta domi-
nus emptor promisit solvere praedictis venditoribus per totum mensem
Decembris; de quibus quidem ducatis octuaginta fecit eidem Petro
emptori predicto finem et refutationem etc.

Rog. Ciyriano Casella
Arch. Not. Città della Pieve.

Che la casa di cui è parola nel presente atto, e dove
l’atto stesso veniva stipulato, fosse veramente la casa dei suoi
antenati, pervenutagli in eredità dal padre, è cosa che non
possiamo mettere in dubbio. Sappiamo infatti che nel 1417, e









42 F. CANUTI



cioè un secolo prima il nonno suo anch’esso Pietro di nome,
aveva la propria abitazione « posita in Burgo Intrinseco ».

1417, 22 nov. — « Actum in domo mei Notarii Infrascripti posita in
Burgo Intrinseco iuxsta domum Petri Vannuccioli et alia
latera ».

Arch. Not. Citta d. P. - Rog. Matteo di
Pietro di Ludovico f. 88 t.

Nel 1460 il padre del nostro pittore figura come contri-
buente nel Libro d'imposizione per capo d'uomo e bestie del
Terzerio Borgo Dentro.

1460 —- « Cristofano de Vannucciole de Tert. Burgi Intus ».
« De Tertiero Burgi Intus sub rubrica capita hominum
debentium solvere datium praedictum ad rationem quinque
solidorum pro quolibet capite ».
Arch. Cam. C. d. P.- Libro d’ imposizione
per capo d’uomo e beetie - vol. 563.



Dal 1460 al 1467, anno nel quale sarebbe avvenuta la
morte di Cristoforo, questi viene sempre nominato nel « Li-
vero de la riccolta del vino » come contribuente del terziero
Borgo Dentro. i

1460-1467. — « Hic est liber in se continens omnes et singulas perso-
nas debentes in Castro Plebis solvere pro recoleeta vini
solidos duos pro qualibet salma pro infrascriptis quantita-
tibus et pro anno millesimo quatercentesimo sexagesimo
primo ».

Arch. Com. C. d. P. - Léber Recolectae
vini - vol. 982.





Nel 1466 viene nominata la stessa casa di Cristoforo al
Borgo Dentro.





1466, 17 aprile. — « Domina Marsilia filia olim Petri Vannis et uxor
Cristofori Bartolomei Nechi ... vendidit Mattheo Antonii
Pontiche ... unam domum sive apotecham in Tert. Burgi



Intus iuxsta res Eccl. S. Augustini, res Cristoferi Vannuc-
cioli, stratam publicam a duobus ...



eum presentia licentia

h- Arch. Not. C. d. P. - Rog. F. Catalucci.



LA CASA CHE FU DI PIETRO VANNUCCI IN CITTÀ DELLA PIEVE 43






et voluntate Cristoferi Vannuccioli eius proximioris con-



*

Arch. Not. C. d. P. - Rog. Casella Ci-
priano - vol. 2, f. 5.

sanguinei ... ».





































Dopo la morte del padre, nei libri della Comunità « Da-
zio Capo d'uomo » e « Raccolta del vino », in luogo del nome
di Cristoforo, viene segnato quello del nostro Pietro come
contribuente del Terziero Borgo Dentro. Cosi mentre fino al
1485 i documenti ci assicurano che la casa dei Vannucci
era nel Terziere Borgo Dentro, dandoci intanto la sicurezza
che dunque non erano del nostro pittore le due case finora
ritenute per tali, poste nel Terziero Casalino, essi ci forni-
scono indicazioni più precise e più chiare dopo il 1484, per
le quali possiamo stabilire che la casa della famiglia Van-
nucci era situata nel Borgo Dentro sulla via del Vecciano,
^ in prossimità della piazza pubblica, con un lato prospiciente
nella piazza medesima. Ecco i documenti:



1485, 16 luglio — « Actum in apotecha quam tenet Nicolaus sita in
platea publica comunis subter domum Mag. Petri Pittoris
de Vannucciolis conf. a rebus Matthei Lazari, ab strata
publica Comunis ... ».

Arch. Not. C. d. P. - Rog. F. Catalucci.

1485, 18 genn. — « Actum in platea Comm. Terrae Castri Plebis in
apotecha instrumentali Matthei Lazari emptoris sita subter
domum Magistri Petri De Vannucciolis pictoris super suos
fines.»



Arch. Not. C. d. P. - Rog. F. Catalucci.

1486, 15 dec. — « Actum in platea Comunitatis 2uocta res Mag. Petri
Cristofori Vannuciolis et stratam Comunitatis ... ».

1487, 17 dec. — « In apotecha Litardi sita in platea publiea Comunis
subter domum Mag. Petri Pittoris ... ».
Arch. not. come sopra.











44

F. CANUTI

1487, 17 sett. — « Actum .

Comunitatis iaxsta res Mag. Petri Pittoris,
Lazari ... ».

.. in apotecha Nicolai Litardi sita in platea

res Matthei

Arch. Not. come sopra - 7:548.

1487, 20 sett. — « Actum in apotecha Giraldi Iohannis Tagoni sita in

platea Comunitatis, subter. domum Mag. Petri de Vannuc-
ciolis pictoris ... ».

Atehc Not: di i: Hog. F. Catalucci -
yo

1487, T agosto. — « Actum in Castro Plebis
Iohannis Tagoni sitam in plate
mum Mag. Petri Pictoris ... ».

Arch. Not. Cd. P. - Rog. F. Catalucci -
f. 16.

ante apotecham Giraldi
am Comunitatis subter do-

1488, 23 luglio. — « Actum ante apothecam Nicolai Litardi sitam in
platea Comunitatis, subter domum Mag. Petri pittoris ... ».
20h No C d "Bi Rog. F. Catalucci.

1489, 7 decem. — « Actum in apotecha Litardi subter
habitationis Mag. Petri Pittoris ... ».

Arch. Not. C. d: P. Rog. F. Catalucci.

domum solitae

1490, 1 giug. — (Come sopra) e; 13 t.
1490, 5 giug. — (Come sopra).

1490, 15 nov. — « Aetum in Castro Plebis in apotecha Nicolai Litardi

sita subter domum Mag. Petri Pittoris a capite plateae
iuxta stratam comunis et res Matthei Lazari ... ».
Archi Not. 0. d; P. Hog. F. Catalucci.

1491,

29 genn. — « Actum in apotecha Nicolai Litardi de dicta terra
sita infra plateam publicam Comunis subter domum solitae
habitationis Meg. Petri pittoris infra res Matthei Laz
stratam publicam Comunitatis ... ».

Arch. Not. C di Pi - Hog. F. Catalucci.

ari et





1491,

1491,

1491,

1493,

1494,

1496,

1496,

LA CASA CHE FU DI PIETRO VANNUCCI IN CITTÀ DELLA PIEVE 45

16 maggio. — « Actum in apotecha Nicolai Litardi in platea pu-
blica comunitatis subter domum Mag. Petri pittoris a duo-
bus lateribus viam Comunitatis ... ».

Arch. Not. C. d. P. - Hog. F. Catalucci -
6:604 t.

17 decem. — « In apotecha Nicolai Litardi sita subter domam
Mag. Petri pittoris in platea Comunitatis ... ». -
Arch. Not. C. d. P. - Hag. F. Catalucci -
CHILE.

21 dec. — « Actum in apotecha Matthei Lazari subter domum
Mag. Petri pittoris, iuxsta res Giraldi Iohannis in platea
Comunitatis ... ».

Arch. Not. C. d. P. - Rog. F. Catalucci -
c. 92.

18 giug. — « Actum in apotecha, conducta per lacobum Angeli
Lazari et Dominicum Iohannis Cocchi, quae est Eec. S. Fran-
cisci, sita a capite plateae terrae Castri Plebis subter do-
mum Mag. Petri pittoris e

Arch. Not. C. d. P. - Hog. F. Catalucci -
c. 127 (.

1 sett. — « Actum in apotecha Matthei Lazari in confinibus pla-
teae publicae Comunitatis subter domwm solitae habitationis
. Mag. Petri pittoris ... ».
Arch. Not. C. d. P. - Rog. F. Catalucci -
e, 119 t.

10 genn. — Testamento di Guglielmo di Ser Matteo. « Actum in
terra Castri Plebis in domo solitae habitationis infrascripti
testatoris sitae in tertiero Burgi Intus, iuxsta res Iacobi
Iohaunis Cristoferi, res Mag. Petri pittoris ... ».

Arch. Not. C. d. P. - Hog. F. Catalucci -
ce. TG

7 sett. — « Giraldus Tagoni de Castro Plebis vendidit Mattheo
Lazari unam apotecham, sitam in pertinentiis plateae pu-
blieae dictae terrae, subter domum. solitae habitationis Mag.
Petri Cristofori Vannuccioli pittoris, iuxta res dieti Mat-











46 F. CANUTI

thei, atque res Francisci Nicolai Britii atque stratam pu-

blicam eomunitatis et alios confines ... ».
Arch. Not. C. d. P. - Hog. F. Catalucci -
c. 28 t.
1496, 16 febb. — « Actum in apotecha Matthei Lazari sita in pertinen-

tiis plateae publieae subter domum. solitae habitationis Mag.
Petri pittoris ... ».
Arch. Not. C. d. P. Rog. F. Catalucci -
6. 119.1.

1497, 27 magg. — « Actum in terra Castri Plebis in scamno exsteriori
apotechae S. Francisci, conductae per Iacobum Angeli La-
Zari, sitae subter domum solitae habitationis Mag. Petri pit-
toris, in pertinentiis plateae publicae Castri Plebis ... ».
Arch. Not. C. d. P. - Rog. F. Catalucci -
c. 88.

1499, 12 sett. — Matteo Lazzari fa la divisione dei suoi beni ai figli e
a Girolamo assegna « unam apotecham sitam subter do-
mum solitae habitationis ZZag. Petri pittoris, in confinibus
plateae publieae comunitatis, iuxsta res Francisci Nicolai
Britii et res prefati Matthei Lazari ... ».

Arch. Not. C. d. P. - Rog. F. Catalucci -
101510, :0. 04. V.

1514, 12 giug. — Meo di Guglielmo di Ser Matteo vende a suo fra-
tello Gervasio una parte della casa rappresentante la sua
porzione e confinante « iuxsta res haeredum Iacobi Bu-
scie (1), res Mag. Petri pittoris, ante stratam publicam Co-
munitatis et a tergo domum dicti Mei venditoris positam
in platea publiea Comunitatis, quae contingit in sortem in
eorum divisionem, per eum nuper venditam Laurentio Ga-

Sparis ... ».
Arch. Not. C. d. P. - Rog. F. Catalucci -
vol 8, c. 44.
1516, 30 aprile. — « Actum in terra Castri Plebis in apotecha fundici

Francisci Nicolai Britii sita in platea publica Comunitatis

(1) Giacomo di Giovanni Vannucci nipote di Pietro, viene spesso chiamato nei
documenti con questo appellativo.















LA CASA CHE FU DI PIETRO VANNUCCI IN CITTÀ DELLA PIEVE 41

iuzita domum solitae habitationis Mag. Petri Cristofori pit,
toris ... ».

Arch. Not. C. d. P. - Hog. F. Catalucci -
vol. 8, c. 140 t.

-

1518, 20 luglio. — Lazaro Palletta compra dai Frati di S. Francesco
« unam apotecham positam subter domum, solitae habitatio-
nis Mag. Petri pittoris Cristoferi Vannuccioli, iu confinibus
plateae publicae terrae Castri Plebis, iuxta res ipsius Mag.
Petri e£ res Nardi Matthei Lazari et a duobus stratam pu-

blieam comunis et alia latera ... ».
Arch. Not. 0. d. P. - Rog. F. Catalucci -
900: 9, c. 4.

1523, 20 ott. — « Actum in terra Castri Plebis in apotecha Lazari Pal-
lette sita subter domum solitae habitationis haeredum Mag.

Petri pittoris in confinibus plateae publieae Comunitatis ... ».

Arch. Not. C. d. P. - Hog. F. Catalucci.

1523, 93 decem. — « La casa di Pietro viene venduta, come dall' atto
surriferito, a Pietro di Maso Lazari ».

1543. — « Nel Catasto del Borgo Dentro, compilato in questo anno, la
casa Vannucci passata in proprietà a Pietro Lazari é pos-
seduta dai figli di lui. Pietro Lazari era morto nel 1538 (1).
Sigismondo di Nicola Brizi denunció « unam domum sitam
in platea publica iuxsta res haeredum q. Ill.mi Dom. Ban-
dini de Bandinis ab uno, res haeredum Petri Masi, platea

et alios fines ... ».
Arch. Com. - Catasto Borgo Dentro -
vol. 522, c, 5.

Un'altra circostanza notevole ci dà la medesima con-
vinzione che la casa di cui é parola nei surriferiti documenti,
e nella quale Pietro aveva l'abituale dimora, fosse la casa
dei suoi antenati e di suo padre, la circostanza cioe che con-
giunta alla casa di Pietro era quella di Giovanni suo fratello,
il che farebbe credere che Cristoforo, lui vivente, ne avesse

(1) Arch. Not. 1540, 4 Genn. Rog. Gasp. Teobaldi c. 5, e Arch. Com. Vol. 564.


































v
48 F. CANUTI

assegnata una porzione a Giovanni il maggiore, lasciando
l’altra porzione a Pietro che, come ci risulta dalle notizie
raccolte, era il più piccolo dei suoi figli ed un’altra porzione
a Giacomo.

Infatti Giovanni possedeva la casa al Borgo Dentro.

ul ; 1467, 19 aprile. — « Antonius Loti vendidit unam domum positam in
Tertiero Burgi Intus iuxta res Iohannis Cristofori Vannuc-
cioli, res haeredum Alexandri Baptistae, stratam publi-
cam .., ».
Arch. Not. C. d. P. - Rog. Cipriano Ca-
sella - vol. 2, c. 68 t.

Giovanni mori nel 1471,e i suoi figli Giacomo, Vannuc-
cio ed Angelo ebbero il possesso della casa paterna. Dal do-
| cumento riferito del 10 gennaio 1496, risulta che la casa
| degli eredi di Giovanni era confinante con quella di Pietro

n e di Guglielmo di Ser Matteo. Il medesimo è reso evidente
| dal seguente atto, che ci dà le indicazioni della casa di Gia-
i como.
|

| 1513, 20 nov. — « Actum in terra Castri Plebis in domo solitae habi-

tationis infrascripti Sebastiani (Sebastiano di Domenico
Brizi) sita in Tertiero Burgi Intus et in Strata Vecciani

Jn iuxta res haeredum D. Bandini et res haeredum Iacobi Cri-
| stofori Vannuccioli ».

i Arch. Not. C. d. P. - Rog. F. Catalucci -
il vol. 8, c. 8.

Nel documento 12 giugno del 1514, già sopra riportato,
lo stesso Giacomo Vannucci viene nominato col soprannome
| di Busce come in altri luoghi, e quivi la sua casa viene in-
dicata come confinante con quella di Pietro.









LA CASA CHE FU DI PIETRO VANNUCCI IN CITTÀ DELLA PIEVE 49

RICOSTRUZIONE GRAFICA DELLA CASA VANNUCCI

Pian terreno.

VIA DEL VECCIANO

| l





1) Apotheca | 3) Apotecha | 5) Fundicum .
| Nicolai Litardi | Pallette et Matthei Francisci Nicolai
! | Lazari Britii
| | È |
E RUMQUE UNES s IE 23
^ Ingresso — | | 3p
alla casa di Pie-| — — 6) Apotecha | O | 7) Apotecha
tro Vannucci A 4) Apotecha Giraldi Johannis | SS Francisci Nico-
fi Matthei Lazari | Tagoni |o ai Briti
| 2) Apotecha . : | | on
p S. Francisci 1518, 20 luglio | 1496, 7 settembre |

era proprietà del figlio | diviene lies di,
1518, 20 luglio |Nardo. | ‘1499, 12 settembre
| diviene proprie- |

|passa in eredità al fi-
Cata Palletta peri glio Girolamo.
|





PIAZZA PUBBLICA



Consultare à documenti sopra riferiti.

(1) 1485, 16 luglio — 1487, 17 decem. — 1488, 22 luglio — 1489, 7 decem. — 1490,
1-5 luglio — 1490, 15 novem. — 1491, 29 genn. — 1491, 16 maggio — 1491, 17 decem.
(2) 1492, 18 giugno — 1497, 27 maggio — 1518, 20 luglio — 1523, 20 ottobre.
(3) 1485, 16 lugllo — 1487, 17 sett. — 1491, 29 genn.
(4) 1485, 18 genn. — 1491, 21 dec. — 1494, 1 sett. — 1496, 16 febb.
(5) 1499, 12 sett. — 1516, 30 aprile.
(6) 1487, 7 agosto — 1487, 20 sett. — 1496, 7 sett. — 1499, 12 sett.
(7) 1496, 7 settem. — 1499, 12 sett.




















v



50 F. CANUTI

RICOSTRUZIONE GRAFICA DELLA CASA VANNUCCI

Petnio Pieno.





Domus
| Domus Iacobi Cristofori Vannuccioli Domus
solitae |
|
|
habitationis |

Magistri Petri pittoris de Vannucciolis

i

DOR i DA Qe. Aue 2 M Sebastiani
| Britii
|
|
|





Consultare î documenti sopra descritti.

í Bandini
{ Giacomo di Cristoforo Vannucci.
Bandini
Eredi di Maso Lazari.
1543. — Lactantius Sebastiani Britii - in strata Vecciani - Possiede la
casa - iuxta res Angeli Iacobi Lazari Haeredum Nardi
Lazari - Strata publica ab anteriori..
Arch. Com. d. P. - Catasto Borgo Destro -
vol.-522.

1513, 20 nov. — Confinanti Brizi con

1543 - Catasto. — Confinanti Sigismondo Brizi





LA CASA CHE FU DI PIETRO VANNUCCI IN CITTÀ DELLA PIEVE 51

RICOSTRUZIONE GRAFICA DELLA CASA VANNUCCI

Secondo Piano,

MIA DEL VbEbGCLANO







| D G E i Domus
omus Gervasii ;
| Guglielmi | G et i Pun
| i i ; uglielmi | Guglielmi
Domus Johannis Cristofori | ser Matthei | Sebastiani
T. iolis | Ser Matthei | 2
de Vannuccio | | Britii
|
| | 1514
| | Domus
| : E | Laurentii
| Gasparis
|
Domus solitae habitationis |
Magistri Petri pittoris |
| Î |
PIAZZA PUBBLICA
Consultare i documenti sopra riferiti.
1496, 10 genn. — Confinanti. Guglielmo di | Giacomo di Giovanni
Ser Matteo con Pietro Vannucci pittore.
1514, 12 giug. — Confinanti. Gervasio , Giacomo di Giovanni Vannucci
di Guglielmo di Ser Mat- Pietro Vannucci pittore
teo con ' Lorenzo di Gaspare.
1593, 93 dec. — Confinanti. Pietro Vannucci (| Gervasio di Guglielmo di

con ! Ser Matteo, da due lati.













-

59 F. CANUTI



Nell'Archivio Comunale in una memoria dell'anno 1614
si dànno le precise indicazioni del Terziere « Borgo dentro ».

1614. — « I1 Terziero del Borgo Dentro s' intende essere dal vicolo detto
di Ser Ciano andando verso la piazza, et piglia la strada
di Fiorenzuola con le Case della piazza, et tutte le case
della porta del Vecciano da una parte et l’altra perfino
alla strada che comincia la Lombardia, d’onde si passa con

le processioni ... ».
Arch. Com. C. d. P. - vol. 741.

Negli ultimi del '400 la piazza non era quale oggi si
vede; essa era più vasta nella parte retrostante alla Chiesa
Cattedrale, dove non erano i fabbricati che vi si trovano oggi.
Nella piazza sorgevano i principali pubblici edifici e quelli
delle principali famiglie, e la Chiesa dei SS. Gervasio e
Protasio, il Palazzo Pretorio, il Palazzo dei Signori Priori,
il Palazzo dei Preti della Collegiata, e dietro questo il pub-
blico cemeterio. Da un altro lato le case dei Bandini, Cata-
lucci, Ermanni, Ciocchi, Ciani, Melosi, Brizi, nonchè la casa
dei Vannucci.

1485, 24 aprile. — « Actum in platea publica Comunitatis in Eccl.
S. Bernardi iuxsta eamdem plateam Castri Plebis contigua

Ecel. Cathedrali S. Gervasii ».
Arch. Not. C. d. P. - Hog. F. Catalucci.

1519. — « Actum in Eecl. S. Agatae et S. Bernardi in platea pub. Co-
munitatis ... ».
Arch. Not. C. d. P. - Rog. F. Catalucci -
v0... 4, :6... 185.

1507, 99 agosto. — « In Palatio DD. Priorum in confinibus plateae pu-
blicae Comunitatis ».
Arch. Not. C. d. P. - Hog. F. Catalucci -
c. 126.

1507. — « In Palatio solitae residentiae. M. D. P. in primo ingressu
dicti Palatii videlicet in scalis et pulpito exteriori ipsius ... ».

Arch. Not. C. di P. - Rog. F. Catalucci -

c. 123.



CASA CHE FU DI PIETRO VANNUCCI IN CITTÀ DELLA PIEVE 58



1507. — « In Palatio DD. PP. videlicet in pergulo exteriori schalarum
ipsius palatii ».
Ivi, c. 188 t.
€ 1507. — « In schalis Palatiù DD Priorum in confinibus plateae pu-
blicae ».
Arch. Not. C. d. P. - Rog. F. Catalucci -
vol: 6; 6. 189.
1506. — « Actum in terra Castri Plebis in pertinentiis Ecc. S. Gervasii

videlicet in lodio ipsius Eccl. iuxsta Habitationem Prae-
sbiterorum ipsius Eccl. in platea publica Comunitatis ... ».
Arch. Not. C. d. P. - Hog. F. Catalucci -

vol. 6, c. 116.

1506. — Actum ante Eccl. S. Gervasii in platea publica Comunitatis
ad pescariam ».
Arch. Not. ©. d. P. - Hog. F. Catalucci -
vol. 5, c. 85.

1508. — In Palatio D. Potestatis sito in Platea publica Comunitatis

iuxsta suos confines et in camera D. Judicis ... ».
Arch. Not. C. d. P. - Hog. F. Catalucci -
v0l3.8, Gra.

.. — In apotecha Nicolai Gilii subter domum solitae habitationis An-
tonii infrascripti in pertinentiis plateae publicae Comuni-
tatis iucsta carcerem. Palatii D. Potestatis ».

Arch. Not. C. d. P. - Hog. F. Catalucci -
vol. 6, c. 115.

... — In apotecha aromataria ... subter Palatium D. Potestatis sita
a capite Mercantiae Comunitatis ... ».
Arch. Not. C. d. P. - Hog. F. Catalucci -
201-6; c. 2-1.
* '
1516. — « ... iuxsta praetoriwm prope carcerem in confinibus plateae
publieae Comunitatis ... ».
Arch. Not. C. d. P. - Hog. F. Catalucci -
v0l..8; c. 151.











54 F. CANUTI



Da questi documenti apparisce che dietro il palazzo del
Potestà, dove presso a poco oggi è la piazza di Spagna, esi-
steva anticamente la « piazza della Mercanzia », dove forse
aveva la sua sede l'associazione dei Mercanti, l’ importantis-
sima associazione dalla quale dipendevano tutte le altre cor-
porazioni d’arti, e mestieri. L’ Arte della mercanzia, nobilis:
sima fra tutte le arti, vanta antichissime origini e non man-
carono storici entusiasti che vollero riportarne gli inizi al.
l'epoca della romanità. A Perugia era considerata la prima
ed aveva l’onore di precedenza su tutte le altre corpora-
zioni. I consoli della Mercanzia si sostituivano al Podestà
e al Capitano nel comporre e giudicare le liti, difendevano
gl’ interessi degli esercenti, assumevano la rappresentanza
legale in caso di morte, assenza e fallimento di essi, promuo-
vevano preci ed esequie e i suffragi spirituali pei defunti ed
esercitavano una vigile censura sulla moralità degli ascritti.

1543. — « Prossimo al Palazzo del Podestà la casa di Giovan Carlo
Silverio di Roberto Ciani Melosi ... ».
Arch. Com. - Catasto Borgo Dentro - vol. 522.

1489, 14 decem. — « In domo Nobilis Viri Iulii Caesaris de Hermannis
de Perusio sita in platea Comunitatis in Tertiero Burgi
Mens ta
Arch. Not. C. d. P. -. Catalucci - c: 187.
1506. — Actum in Castro Plebis ante Arcem d. terrae in strata pu-

blica Comunitatis Zuata portam Prati ».

Sebbene con tutta sicurezza ci sia possibile determinare
l'area precisa sulla quale sorgevano le proprietà dei Van-
nucci, non ci è consentito però più oggi riconoscere alcuna
traccia di quegli antichi fabbricati che sorgevano un tempo
nella località di cui parlasi. Tutto, è stato raso al suolo e
rifabbricato di nuovo.

L'area, a quel che apparisce, era assai ristretta e modesta
tanto da farci meravigliare come i fabbricati posti colà, in-








LA CASA CHE FU DI PIETRO VANNUCCI IN CITTÀ DELLA PIEVE 55

tersecati com'erano da proprietà diverse, potessero albergare 2
tante famiglie. Ma la cosa non ci sorprende più quando ve-
diamo i resti (e son molti) delle case medioevali dell’ antico
Castello, e quando riflettiamo a ciò che scrive il chiarissimo
prof. Attilio Schiaparelli (La Casa Fiorentina nei sec. XIV
e XV): Le case signorili vennero costrutte sopra un piano
alquanto differente nel eentro e alla periferia della città.
I palazzi eretti nel centro rinserrati fra le torri e chiusi
fra vicoli e viuzze sorgevano sopra un’area così ristretta che
spesso mancavano perfino del cortile ... cinque o sei stanze
erano sufficienti ad alloggiare una famiglia agiata. ... Nei
palazzi e case agiate si facevano di legno le bertesche e i
balconi e i ballatoi che mettevano in comunicazione i locali
dei piani superiori e i sostegni d’una parte degli sporti senza
contare i soffitti e molte pareti divisorie interne costruite
debolmente di mattoni disposti per coltello e anche di sem-
plici tavole ». Quello che qui si dice della casa fiorentina
può ben ripetersi per tutte le fabbriche costruite altrove nel
XIV e XV secolo. I nostri antenati di quell’epoca, se molto
attendevano alla solidità delle costruzioni, poco si curavano
delle comodità e delle esigenze igieniche.

Terminiamo questo nostro modesto lavoro, che siamo
grandemente lieti di pubblicare come piccolo contributo alla
solennità con cui Perugia si appresta a sciogliere la secolare
promessa di un monumento al grande pittore umbro, maestro
di Raffaello, perugino di domicilio, di affetto, di nome, for-
mulando l augurio, che anche nella sua vera patria, Città
della Pieve, sorga un monumento degno, e colà dove una
volta si ergeva la casa paterna del sommo Artista sia posta
subito una targa di bronzo che ricordi ai posteri il fatto me-
morabile. I suoi compatriotti raccolgano” il voto e lo tradu-
cano in atto!

Can. FroRENZO CANUTI.













57

LA FAMIGLIA VITELLI

DI CITTÀ DI CASTELLO
E LA REPUBBLICA FIORENTINA FINO AL 1504

CAPITOLO XI.

Nuova campagna dei Vitelli nel Pisano.

Giulio Vitelli che, come abbiamo veduto, era stato eletto,
nel concistoro segreto del 17 aprile 1499, vescovo di Città
di Castello, fece, il 30 del mese seguente, giorno del Corpus
domini, leggere pubblicamente nella chiesa di San Florido
la bolla della sua elezione; ed alla presenza di Pandolfo
Fucci proposto, di Paolo arcidiacono e degli altri canonici
prese possesso del vescovato (1).

Il 1° Giugno poi, lo stesso Giulio Vitelli elesse per suo
vicario generale don Lucantonio di Anghiari, dottore in de-
cretali (2), per mezzo del quale amministró la sua diocesi;

perché egli, tutto intento a surrogare nella pubblica cosa i

fratelli assenti, fu travolto nel turbine dei gravi avveni-
menti, che poco dopo si succedettero, e non ebbe tempo di
dedicarsi alla direzione della diocesi (3). Tuttavia, non solo

(1) Muzi. Memorie ecclesiastiche e civili di Città di Castello Vol. IIT, pag. 51.

(2) Idem. t

(3) I1 Muzi, nel volume e pagina soprascritti, dice a proposito dello stesso Giu-
lio Vitelli: « Sempre poi rimase vescovo eletto, nessun pensiero prendendosi di ri-
cevere la consacrazione episcopale, distratto continuamente in affari estranei al ve-
scovato... ». Ma ciò non è perfettamente esatto, perché, mentre è indubitato che
« rimase sempre vescovo eletto », non è per altro veru che non si prendesse nessun
pensiero « di ricevere la consacrazione episcopale », come lo dimostra chiaramente
la lettera da lui scritta in proposito a Corrado Tarlatini 1’ 11 giugno 1499 (Vedi
doc. 507).









58 : G. NICASI

dette nuovo impulso ai grandi lavori che si facevano in
Città di Castello nella suddetta chiesa di San Florido (1), ma,
seguendo il suo carattere fiero ed insofferente di opposi-
zione, rivendicó energicamente i diritti del suo vescovato,
ogni qualvolta li trovó contestati. Infatti non appena ebbe
notizia certa della sua elezione a vescovo, prima ancora di
avere ricevuto la bolla di nomina, conferi all' anghiarese
Ser Meo, suo cappellano, la chiesa di San Salvatore di Va-
lialla nel contado di Anghiari, territorio fiorentino, sulla
quale, sebbene fosse compresa nella diocesi di Città di Ca-
stello, vantava diritti la Repubblica di Firenze; i cui Capi-
tani di parte Guelfa impedirono perció al detto ser Meo di
prendere possesso di quel beneficio. Giulio Vitelli, sulle
prime, tentò di persuadere, per mezzo di Corrado Tarlatini,
le Autorità fiorentine della insussistenza dei loro asseriti di-
ritti su quella chiesa (V. Doc. 496, 521); in seguito, mandò
a dividere i raccolti, fatti da. alcuni lavoratori nei terreni
di quel benefizio; ed infine, visto che le Autorità fiorentine
volevano punire i detti lavoratori per il grano a lui conse-
gnato, fece senz’altro occupare a mano armata la detta
chiesa, insediandovi il Rettore da lui eletto (2). Siccome poi

(1) Giovanni Magherini-Graziani, nella sua monumentale opera L’Arte a Città
di Castello, trattando del Duomo o chiesa di San Florido, dice che, dal 1495 al 1498,
i lavori in detta chiesa, o rimasero sospesi, o andarono lentissimi, per la morte di
Elia « Architetto della Muraglia »; ma che nel 1499 al detto Elia successe il figlio
Tommaso e mastro Pietro lombardo, sotto la direzione dei quali i lavori furono ri-
presi attivamente. Un altro noto scrittore tifernate, Giacomo Mancini, asserisce che,
nel 1499 « era la fabbrica [del Duomo] nel massimo fervore ». È noto inoltre che,
appunto nel 1499, Piero di Domenico di Nozo aveva assunto l'obbligo di eseguire in
legname gran parte del soffitto di detta chiesa per il prezzo di 500 ducati d'oro.

(2) I1 Burcardo narra che Giulio Vitelli, due o tre giorni dopo la sua elezione,
fece invadere a mano armata un castello della diocesi di Orvieto e lo prese in segno
della sua possessione: « Iulius Vitellus...., infra duos aut tres dies immediate se-
quentes [electionem suam], invasit armata manu castrum. Urbevetane diocesis et
illud cepit in signum possessionis suae » [loANNEs BURCHARDI liber notariorum
Vol. II, pag. 37 in RERUM ITALICARUM SCRIPTORES, fascicolo 98 — Lapi, Città di Ca-
stello]. Il Muzi invece dice che #1 castello, occupato da Giulio Vitelli, era della dio.
cesi di Urbino [Muzi: loc. cit. Vol. III, pag. 51]. — Io credo che l'uno e l'altro ab.
biano equivocato, confondendo un castello della diocesi Orvietana od Urbinate con














LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 59

i detti Capitani di parte Guelfa volevano condannare al,
bando dal territorio della Repubblica gli autori di quell’ im-
presa, così Giulio Vitelli, sempre per mezzo di Corrado Tar-
latini, dichiarò apertamente alle Autorità fiorentine, che gli
accusati avevano agito per espresso suo ordine, e ne re-
clamò l'assoluzione (V. Doc. 549 e 586).

Intanto Paolo e Vitellozzo Vitelli erano tornati dal Ca-
sentino in Città di Castello, dove furono accolti dai loro
concittadini come trionfatori ed onorati con straordinarie
pubbliche feste e con tanto sontuosi addobbi della città,
che un testimonio oculare, il tifernate Angiolo Passerini,
scriveva a Corrado Tarlatini che quegli « adornamenti »
furono « supersuntuosissimi et bellissimi, che mai nè a Roma,
nè a Napoli, nè in Siena, nè in Firenze » aveva veduto
« tal cosa » (V. Doc. 496).

Le feste però non distoglievano Paolo Vitelli ed il fra-
tello dai loro propositi d’ ingrandimento della propria fami-
glia; e siccome i Fiorentini tardavano, come vedemmo, 2
prendere la deliberazione di confermarli al loro soldo per
il nuovo anno, così gli stessi Vitelli pensarono che — es-
sendo oramai imminente la discesa del re di Francia in
Italia — avrebbero potuto di loro iniziativa tradurre in atto
il vecchio loro progetto d’ invadere con le loro genti lo stato
di Siena, per abbattere il Monte dei Nove, che allora gover-

nava quella città, e rimettere in patria i fuorusciti senesi,

allo scopo di ristabilirvi un governo favorevole ai Francesi.

E ciò perchè nel 1495, allorchè Carlo VIII, reduce dalla
facile conquista del regno di Napoli, passando per la To-
scana, si fermò alcuni giorni in Siena, il popolo senese, in
odio al Monte dei Nove, aveva chiesto al detto Re un go-
vernatore ed un presidio francese ed aveva eletto, « con

*
la chiesa di San Salvatore di Valialla, territorio fiorentino, ma diocesi di Città di
Castello; chiesa che, come abbiamo veduto, fu veramente occupata armata manu
da Giulio Vitelli.



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60 G. NICASI



consentimento di Carlo, Ligni per suo capitano, prometten-
dogli ventimila ducati per ciascun anno, con obligatione di
tenervi un luogotenente con trecento fanti per guardia della
piazza » (1) Ma, partito Carlo VIII e ritornato in Francia,
il Monte dei Nove riprese violentemente il potere, cacció il
presidio francese, licenzió monsignor di Lilla, lasciatovi am-
basciatore da Carlo, esiliò i più influenti tra i cittadini che
si erano dimostrati fautori della Francia, e fece alleare
Siena con il duca di Milano e gli altri nemici dei Francesi.

Questo ritorno del Monte dei Nove al governo di Siena,
ed il conseguente distacco di quella Comunità dall’ alleanza
francese, dispiacque a tutti coloro che in Italia parteggia-
vano per la Francia, e, tra questi, spiacque in modo spe-
ciale ai Vitelli, soldati di Carlo VIII ed amicissimi di Ligni,
al fianco del quale nell'esercito francese avevano fatta la
campagna contro il regno di Napoli. Per ció Vitellozzo, per
vendicarsene, fece nel 1497, come narrammo, una scorreria
nel territorio senese, prendendovi molte bestie grosse e mi-
nute, ed imponendo alla Comunità di Siena una grossa in-
dennità per il riscatto di Cetona e San Casciano, terre se-
nesi, delle quali egli in quella circostanza si era impadro-
nito: ma tutto ció non fu che un accenno di piü decisivi
propositi dei Vitelli contro quella Comunità. Da una lettera
infatti dello stesso Vitellozzo al fratello Paolo, in data 29
gennaio 1498 (V. Doc. 303), si rileva come i Vitelli deside-
rassero che, a premio di quanto avrebbero essi fatto per
aiutare il re di Francia ad impossessarsi dell'Italia, fosse
loro dallo stesso Re dato in feudo lo stato di Piombino; ed
inoltre venisse ad essi affidato il governo della città di Siena,
quando fossero riusciti a rivoltarne lo stato in favore dei Fran-
cesi. Sopravvenuta poi la morte di Carlo VIII, questo pro-
getto fu dai Vitelli messo in tacere; ma ora che Lodo-
vico XII, successore di Carlo, stava per scendere esso pure



(1) GUICCIARDINI, Storia d’ Italia, lib. II.













.





LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 61

in Italia, i Vitelli -- non riuscendo a far decidere i Fioren-
tini a confermare la loro condotta — risolsero di dare ese-
cuzione al vecchio progetto, e d’accordo con Giovanpaolo
Baglioni, loro parente, e d’intesa con i fuorusciti senesi, si
apparecchiarono segretamente ad invadere con le loro genti
il territorio di Siena.

I preparativi però dei Vitelli non poterono essere fatti
tanto nascostamente, che non ne giungesse nuova alle orec-
chie di Pandolfo Petrucci, capo del governo della città di
Siena, il quale, subodorando a che cosa quei preparativi
mirassero, ricorse alla protezione dell’alleato Lodovico Sforza,
duca di Milano. E questi, fino dal 2 maggio 1499, scrisse ai
Vitelli ed a Giovanpaolo Baglioni che si astenessero dal
« molestare lo stato senese presente, per essere amico suo »;
altrimenti « lui sarebbe stato costretto aiutarlo et dimo-
strarsi contro di loro ». Contemporaneamente poi — sapendo
che il modo più facile di distogliere i Vitelli dalla proget-
tata impresa era il metterli in condizione di poter mante-
nere convenientemente i loro soldati — raccomandava ai
Fiorentini che cercassero « tener ben disposti e’ Vitelli per
non li perdere .... et non andassino con altri »; accennando
ai Veneziani, con i quali, secondo lui, avevano « pratiche »
(V. Doc. 488).

Inoltre, il 12 maggio, Francesco Soderini e Francesco
Papi, oratori fiorentini presso il duca di Milano, scrissero
ai Priori che Lodovico Sforza li aveva avvisati, « come e’
Vitelli, oltre allo adspirare ad Siena », avevano « etiam di-
mostrato qualche disegno di Piombino » (V. Doc. 489); e
che lo stesso Lodovico aveva ad essi ambasciatori comuni-
cata una lettera di Pandolfo Petrucci, nella quale era e-
spressa « la sua gelosia » per queste mene dei Vitelli. Il
16 maggio poi, lo stesso Sforza, per mezzo degli ambascia-
tori suddetti, insisteva presso i Priori fiorentini, acciocchè
essi tenessero « ben contento » il loro capitano Paolo Vi-
telli, per non costringerlo ad assoldarsi presso altri poten-



62 G. NICASI

tati, aggiungendo non essere quello « tempo da volere alie-
nare da sé simili huomini et simile Capitano, cosi per non
li perdere, come per non li lasciare havere ad altri » ; as-
sicurando ché ció « non saria al proposito particulare, né
comune » (V. Doc. 491).

Con queste parole il Duca faceva chiaramente intendere
come egli fosse certo che i Fiorentini, nella imminente guerra
tra lui ed i Francesi, si sarebbero apertamente schierati dalla
sua parte: ed appunto per ciò riteneva che, se i Fiorentini
non avessero più avuto a loro Capitano Paolo Vitelli, che
tanta reputazione aveva di esperimentato condottiero, sarebbe
stata una disgrazia comune ad esso Sforza ed ai suoi pre-
sunti alleati. Ma i Fiorentini, sebbene in maggioranza fossero
più propensi verso il Duca di Milano — sia per gratitu-
dine, perchè li aveva recentemente aiutati nella loro guerra
contro i Veneziani; sia perchè, lui scomparso, i Veneziani
con l' alleanza dei Francesi avrebbero potuto più facilmente
spadroneggiare in Italia — non intendevano di prendere
apertamente le difese dello Sforza, che sapevano destinato
alla sconfitta per la sua inferiorità di fronte alla strapotenza
francese; tanto più che temevano di avere la Francia contra-
ria alla loro recuperazione di Pisa, se si fossero chiara-
mente dichiarati per il Duca. Dall’ altra parte il parteggiare
per il re di Francia poteva essere pericoloso per i Fioren-
tini, perchè avrebbero obbligato lo Sforza ad aiutare contro
di loro i Pisani.

Per tutte queste considerazioni i Fiorentini deliberarono
di mantenersi, quanto loro fosse possibile, neutrali tra i due
contendenti. E siccome il lodo emesso dal duca Ercole di
Ferrara, mentre era stato — sia pure a malincuore — ra-
tificato da Milano, Firenze e Venezia, era stato però respinto
dai Pisani, i quali si erano fieramente rifiutati di tornare
all'obbedienza della Repubblica, così i Fiorentini stabilirono
di sottomettere Pisa con la forza, sia perchè erano sicuri
che i Veneziani, intenti a coadiuvare la Francia contro il















LA FAMIGLIA VITELLI, BCC. 63



duca di Milano, non avrebbero potuto aiutare i Pisani; sia
perchè questa loro impresa contro Pisa sarebbe stata ad
essi plausibile pretesto per non intervenire nè prò nè con-
tro lo Sforza o il re di Francia, fino a che l’uno dei due
non avesse preso sull’altro un deciso sopravvento.

Con questi propositi i Fiorentini mandarono Piero Cor-
sini loro commissario ai Vitelli in Città di Castello, per
stringere definitivamente con essi la già progettata nuova
condotta, e spingerli con le loro genti contro i Pisani. Le
trattative con i Vitelli furono molto laboriose perchè essi af-
facciarono grandi pretese: ma finalmente la loro ricondotta
fu conclusa a queste condizioni: che si accordasse ai Vitelli
un aumento di 75 uomini d’arme nella vecchia condotta;
che, per dare il guasto alle terre del Pisano, si mettessero
a loro disposizione 2000 fanti, dei quali 600 dovessero far
parte della condotta dei Vitelli, e se, dopo il guasto, l'im-
presa contro Pisa si dovesse proseguire, si dessero agli stessi
Vitelli altri 1200 fanti; che si dovessero sborsare sull’ atto
ai Vitelli 8 mila ducati, e 2000 non appena essi fossero
entrati in campagna; che fossero pagati, per conto dei Vi-
telli, a Giuliano Gondi ducati 16 mila, dei quali gli stessi
Vitelli erano debitori verso di lui; che si provvedesse
gran quantità di guastatori; che si facessero venire dal Ca-
sentino le artiglierie, che ivi erano rimaste nella passata
campagna di guerra e fossero quelle pure messe a disposi-
zione dei Vitelli per poterle adoperare contro i Pisani; e
che il conte Rinuccio di Marciano — che era stato anch’ egli
in quei giorni ricondotto dai Fiorentini (V. Doc, 501) —
dovesse stare agli ordini di Paolo Vitelli (V. Doc. 492, 493,
494, 497, 498).

Mentre correvano queste trattative, i nemici di Paolo
Vitelli andavano propalando in Firenze che le grandi esi-
genze, affacciate dal Vitelli al Corsini per la sua ricondotta,
si dovevano ai segreti maneggi del duca di Milano, il quale,
a quanto essi assicuravano, sebbene apparentemente si mo-







































64 G. NICASI

strasse favorevole all’ impresa dei Fiorentini contro Pisa, na-
scostamente istigava i Vitelli a non accettare la ricondotta,
onde poter così favorire i Pisani, che appunto in quei giorni
si erano dichiarati pronti a darsi nelle mani dello stesso
Duca, qualora egli avesse assunto la loro protezione. Queste
voci giunsero all'orecchio del Duca, il quale se ne dolse con
Francesco Soderini, vescovo di Volterra, e Francesco Pepi,
ambasciatori fiorentini in Milano, dicendo che, anche se in
Firenze non si volesse riconoscere « il suo bene operare »
verso la Repubblica, tuttavia « era mal fatto a darli ca-
lunnia »: e dopo la riconferma del Vitelli nella condotta,
aggiungeva: dal momento che i Fiorentini « vogliono dir
male di me et imputarmi ció che segue contro la mente
loro, perché non dicono anche bene, seguendo cose al pro-
posito loro? E s' imputava prima a me che il Capitano (Paolo
Vitelli) non cavalcassi; hora io sono avvisato che ha ac-
ceptato lo augumento di LXXV huomini d’arme e caval.
cherà con 8 mila ducati, perchè non si dirà che io lo faccio
cavalcare? » (1).

Accettata la nuova condotta con i Fiorentini, dovettero
i Vitelli necessariamente rinunziare per allora alla proget-
tata loro impresa contro lo stato di Siena; ma non desistet-
tero per questo di tenersi in continuo rapporto con i fuoru-
sciti senesi, l’aiuto dei quali era indispensabile alla riuscita
dei differiti, ma non abbandonati, loro propositi. Tra i so-
pradetti fuorusciti uno dei più eminenti era certamente Gia-
como Fiorino Boninsegni, il quale, non solo manteneva co-
stanti rapporti con Paolo Vitelli, ma non tralasciava occa-
sione .di eccitarlo a mettere in esecuzione la tante volte a
lui fatta promessa di rimetterlo in patria. E ciò si apprende
da una lettera, che lo stesso Boninsegni scriveva il 1° di aprile
di quell’anno a Corrado Tarlatini, nella quale gli manda co-

(1) Archivio di Stato Fiorentino. — Lettere di Ambasciatori alla Repubblica del
1498 e 1499 pag. 162. Lettera dei suddetti ambasciatori ai Signori, in data 12 Giugno
1499.



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LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 65

pia di una canzone e di un sonetto da lui composti e dedi
cati e spediti poco prima a Paolo Vitelli. Con quelle poesie
il Boninsegni rammentava al Vitelli la promessa fatta di
rimetterlo in patria; e si augurava che la sua canzone e
sonetto fossero per il Vitelli « un tale stimolo ad muoverlo
in tal forma », da costringere poi lo stesso Boninsegni a
« più cumulativamente le sue laude descrivere »; e lo inci-
tava a non volere arrestarsi dopo l'impresa contro Pisa,
« ma avanti camminare ad condurre la musa » di esso Bo-
ninsegni « nel suo antiquo nido », cioè, in Siena: tanto più
che ciò, non solo ridonderebbe a lode di Paolo Vitelli, ma
anche a suo « utile », essendo tale impresa « et dell’ uno
et dell’ altro stabilimento », perchè i fuorusciti senesi riac-
quisterebbero con quella la loro patria ed il perduto potere,
mentre i Vitelli si troverebbero rafforzati dall’appoggio, che
in ogni eventuale bisogno, avrebbero avuto dai Senesi; senza
contare che, riuscendo nell’ impresa,. come era da sperare,
« la fatica » del Vitelli e dei suoi cooperatori sarebbe stata
in tal modo « cognosciuta » dagli esuli rimpatriati, che chia-
ramente si vedrebbe egli « non havere a ingratitudine sa-
tisfatto » (V. Doc. 541).

Il primo giugno le genti del Vitelli, lasciate le stanze,
si accozzarono insieme presso Bucine, da dove, per la via
del Chianti e della Val d’ Elsa (V. Doc. 497), proseguirono
verso Pisa. Il 5 dello stesso mese anche le genti del conte
Rinuccio da Marciano erano giunte nei pressi di Firenze,
da dove per Pistoia si recarono a Fucecchio (V. Doc. 499). I
Priori mandarono i Commissari Braccio Martelli e Luigi
della Stufa a Paolo Vitelli per ordinargli di mettersi con le
sue genti tra Cascina e Pisa, intimando ai Cascinesi la resa,
entro un giorno di tempo; trascorso il quale inutilmente,
dovesse dare il guasto al loro territorio. Fu raccomandato
inoltre ai detti Commissarii di comunicare al Vitelli i sopra-
detti ordini prima che egli avesse tempo di esporre qual-
sivoglia suo piano di guerra per la circostanza, onde non

5











Atlante

66 G. NICASI



trovare poi in lui le solite difficoltà a farlo recedere dai
suoi propositi; e così fu fatto (V. Doc. 499).

Paolo Vitelli si dichiarò pronto ad eseguire gli. ordini
ricevuti, ma fece notare che le fanterie preparate per tal
fazione non erano quante glie ne erano state precedente-
mente promesse, e quindi non erano sufficienti, perchè non
era possibile « con meno di 1500 fanti vivi porsi di qua da
Cascina, né con meno di 2000 entrare tra Cascina e Pisa »,
stante le rilevanti forze che avrebbero potuto opporgli i
Pisani; e volle che queste sue osservazioni fossero dai Com-
missarii subito comunicate ai Priori. I quali trovandosi, come
sempre a corto di denari, risposero che, presentemente, era
ad essi impossibile aumentare le fanterie, e che facevano
assegnamento sull'abilità di esso Paolo Vitelli per sopperire
alla deficenza delle forze (V. Doc. 499, 501, 503, 504).

A queste gravi difficoltà finanziarie si aggiunsero quelle
prodotte dalla riluttanza del conte Rinuccio di mettersi agli
ordini del Vitelli, perchè una tal condizione nei capitoli
della sua nuova condotta non era stata chiaramente espressa,
(V. Doc. 500) non avendo voluto le autorità fiorentine, nep-
pure questa volta, disgustare il Conte ed i suoi numero-
sissimi fautori. Ma Paolo Vitelli, al quale era stata ufficial-
meate promessa l'obbedienza del Conte (V. Doc. 501), reclamó
ai Priori l'osservanza dei patti (V. Doc. 302); ed i Priori,
pure raccomandando al Vitelli di volere usare verso il conte
Rinuecio quella deferenza, che anche in passato gli aveva
usato (V. Doc. 506), mandarono Bernardo Nasi commissario
al conte Rinuccio per pregarlo a volere « convenire » con

il Capitano, nel modo che aveva più volte promesso; non
volendo al presente « ricercare tritamente se debba obbe-
dire o no » (V. Doc. 507, 508). E così, per non avere il co-
raggio di definire nettamente la posizione del Conte di
fronte a Paolo Vitelli, mantennero i Priori quel dualismo nel
comando dell’esercito, che — sebbene, come vedremo, fosse





LA FAMIGLIA. VITELLI, ECC. 61



poi per un poco attenuato — pure doveva, come già in pas:
sato, portare tristi conseguenze.

Intanto Paolo Vitelli, la mattina dell’ 11 giugno, si portò
A con l’esercito sotto Cascina e mandò un trombetta ad inti-
mare la resa della Terra, accordando un giorno di tempo
per effettuarla; ma i Cascinesi, che erano stati dai Pisani
muniti di un forte presidio, risposero di essere pronti a mo-
rire, piuttosto che ritornare sotto il giogo dei Fiorentini.
Paolo Vitelli che, per lasciare trascorrere il tempo accor-
dato ai Cascinesi per la resa, doveva rimettere al giorno
seguente il principio delle ostilità, procedette con le sue
genti verso Pisa, ed accertatosi che il grado di maturazione :
dei grani di quel territorio era tale che, nel dare il guasto,
si sarebbero potuti utilizzare, tornò la sera stessa agli ac-
campamenti (V. Doc. 504) (1).

Era proposito di Paolo Vitelli di porsi con le sue genti
alla Fornacetta — anche se il conte Rinuccio, come sem-
brava, non si fosse voluto a lui riunire — purchè per altro
non gli fossero mancate le genti del Signore di Piombino,
che dovevano giungere, ed i Priori avessero mandato il nu-
mero di fanti da esso Paolo richiesti. Ma i Priori, non solo
non avevano mandato i due mila ducati promessi al Vitelli,
appena entrato in campagna, nè il soldo promesso dal Cor-
sini per i 600 fanti, che facevano parte della condotta dei
medesimi Vitelli, ma non avevano neppure pagato le genti
del Signore di Piombino; dimodochè, quando la mattina
seguente, 12 giugno, Paolo Vitelli si mosse con le proprie
genti per andare alla Fornacetta, quantunque aspettasse
« tre o quattro ore in sella i cavalli leggeri del Signor di

(1) In quei giorni la Lisa Vitelli, sorella di Paolo, maritata a Niccolò Braccio-
lini di Pistoia, aveva mandato al campo il proprio figlio Francesco, suo primogenito
ancora adolescente, accioché fosse dallo zio stradato nella carriera militare. E Paolo
Vitelli, l' 11 giugno, scriveva a Cerbone: « A la parte de la Lisa: noi reterrimo qua
[al campo] Francesco, et non mancarino di vedere di darli qualche avviamento ; et
in questo et in altra cosa el potremo adiutare, non mancarimo di farci omni opera ».
























68 G. NICASI

Piombino » e le fanterie promesse, giunsero solamente circa
600 fanti, perchè le genti del Signor di Piombino non vol-
lero assolutamente muoversi senza essere pagate: e sebbene
lo stesso Paolo si recasse poi presso di quelle a persuaderle
di recedere dai loro propositi, non potè ottenere che si muo-
vessero.

Perciò Paolo Vitelli, impossibilitato a proseguire verso
la Fornacetta con le sole sue genti, e dall'altra parte, non
volendo aver l’aria di ritirarsi di fronte ai nemici, prese
l'espediente di recarsi a Calcinara, dove fece il possibile
per racimolare nei castelli vicini le fanterie disponibili, per
averle a propria disposizione, almeno, la mattina seguente.
Contemporaneamente richiedeva ai Priori che affrettassero
l’invio al campo delle artiglierie restate a Poppi ed alla Pieve
a Santo Stefano durante la guerra del Casentino, per poterle
così adoperare nel caso che si dovesse assediare Cascina
(V. Doc. 509, 504).

Il 13 giugno il conte Rinuccio di Marciano — a ciò
persuaso da Bernardo Nasi — si recò con tutte le sue genti

a raggiungere i Vitelli; e Paolo, vista la di lui remissività,
lo accolse con grande effusione e deferenza, proponendosi,
per non essere da lui vinto in generosità, di trattarlo da ora
in avanti alla pari, non solo senza pretendere da lui alcun
atto di sottomissione, ma dividendo di proposito con lui
tutti gli onori e le distinzioni, che solevano essere riservate
al solo comandante in capo dello esercito (V. Doc. 510).
Dopo tale riconciliazione, Paolo e Rinuccio riunirono le loro
genti e partirono insieme per Cascina, intorno alla quale
fecero mietere dai propri soldati tutti i grani maturi ed a
tutto il resto dettero il guasto, sotto gli occhi dei Cascinesi
che, impotenti ad impedirlo, si limitarono a sparare contro
i nemici alcuni colpi di cannone, riusciti completamente
innocui (V. Doc. 510). La sera stessa Paolo Vitelli cadde am-
malato e fece richiedere la Signoria fiorentina che gli in-
viasse Mastro Mingo a curarlo, finchè non fosse giunto il











LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 69

suo medico Mastro Antonio da Castiglione fiorentino, al quale *
aveva scritto : nel medesimo tempo mandò alle monache,
dette le Murate, ducati dieci perchè pregassero Dio accioc-
chè lo facesse presto ristabilire in salute. Ma, fortunata-
mente, il male di Paolo Vitelli fu passeggero, tanto che
poco dopo potè riprendere le ordinarie occupazioni, lieto di
avere questa volta, come egli diceva, « gabbato i medici »
(V. Doc. 512).

L’avvenuta riconciliazione tra Paolo Vitelli e Rinuccio
di Marciano fu appresa con somma soddisfazione dai Fioren-
tini (V. Doc. 512), i quali dal loro accordo speravano grandi
vantaggi per l'impresa di Pisa; e Paolo Vitelli, approfit-
tando del favore popolare, premeva in tutti modi presso le
Autorità di Firenze perché non gli fossero lesinati i mezzi
nécessari al buon esito dell'intrapresa campagna di guerra ;
assicurando che se in passato gli fosse stata fatta « a tempo
la provisione necessaria » e fossero « venuti quelli Conne-
stabili erano ordinati, che si trovavano nelle terre et luoghi
vicini », e se infine fosse stato veramente provvisto tutto
ciò che i Commissari gli avevano promesso, oramai egli
avrebbe potuto essere « molto più adentro nelle forze delli
inimici » (V. Doc. 512).

Ma, in verità, i Signori fiorentini non potevano aver fatto
di più di quanto avevano fatto per la buona riuscita del-
l'impresa; perchè, sebbene nei Consigli della Repubblica
fosse stata deliberata una nuova imposizione di 118 mila
ducati per la guerra, tuttavia ne era difficilissima la riscos-
sione « rispetto al contado ruinato et guasto, parte per a-
vere avuto la guerra adosso, parte per essere stato albergo
di soldati »; e quei marraioli, tanto insistentemente richiesti
dal Vitelli per adibirli ai lavori di approccio contro le mura
di Cascina, non potevano essere, senza gravissime difficoltà,
reclutati tra i contadini, « per essere suti di continuo affa-
tieati con simili incarichi » (V. Doc. 513). Per tuttoció, mal-
grado che Paolo Vitelli chiedesse anche insistentemente per











70 G. NICASI

l'impresa di Cascina 1000 fanti, oltre quelli che già aveva,
e l'artiglieria grossa che si trovava in Casentino, e i due
mila ducati promessigli, assicurando di trovarsi « a la cam-
pagna senza un quatrino », pure i Signori erano costretti di
prendere tempo per soddisfare, anche in parte, a queste
sue richieste.

Il 16 giugno l' esercito fiorentino si trasferl a Settimo,
e dopo avere occupato Sansavino, seguitó a dare il guasto
al territorio pisano, « malgrado lo impedimento delle acque »
dilaganti per le frequenti pioggie, e tutto misero a ferro e
fuoco, perchè i Signori avevano ordinato che « il guasto si
desse interamente » e che tutte quelle cose che non si po-
tessero « segare o ruinare, si ardessino », cercando di non
« lassare indietro alcuna cosa per la quale i nimici si dan-
nificassino » (V. Doc. 513).

Finito di dare il guasto, Paolo Vitelli pose assedio a
Cascina, chiedendo prima che i Signori gli mandassero « vo-
lando ad minus 4 cannoni », di quelli che erano restati in
Casentino, e che gli pagassero almeno i duemila ducati che,
secondo i patti, dovevano già essergli stati pagati al suo
entrare in campagna (V. Doc. 514). Ma i Signori, anche que-
sta volta, non mandarono i denari, e, in quanto alle arti-
glierie, dichiararono che per farle venire dal Casentino oc-
correvano almeno 12 o 13 giorni, e che per ciò dovesse fare
con quelle che aveva (V. Doc. 515). Paolo Vitelli rispose
che, sebbene le artiglierie che aveva le credesse bastanti
per prendere Cascina, tuttavia aveva chiesto per ogni eve-
nienza anche alcuni cannoni di quelli del Casentino, affin-
ché, se gli « entervenisse, come a Vico, che a l’ultimo de
tante artiglierie non ce ne restó che tre pezzi in pié »,
avesse potuto riparare: in quanto peró ai denari, insistette

che gli fossero almeno mandati i duemila ducati promessi-

gli, assicurando di non « avere un soldo, non solamente da
dare ai soldati per intertenerli, ma per procurare el vi-
vere » suo « di casa »; e dolendosi amaramente di dovere



LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 71



< più combattere et faticare per havere il denaro » che gli,
spettava, che per « vincere i nemici »; e meravigliandosi
che non si avesse « respecto alcuno alla fede et servitü »
sua (V. Doc. 516).

Il 21 giugno il Vitelli scriveva di avere < di gia fatto
fare tagliate et ripari, de natura che » i suoi soldati pote-
vano andare « a chavallo senza alcun pericolo a meno de
una buttata de mano presso a le mura de Cascina »: e che
aveva « di già piantato due passavolanti et cominciato a
salutare i nemici »; sperava, quindi, che, almeno ora che
era cosi avanti nell'espugnazione di quella Terra, gli avreb-
bero mandato i duemila ducati tante volte richiesti. Avendo
poi saputo che doveva venire Commissario al campo Luc:
degli Albizi, Paolo Vitelli incaricava il Tarlatini di fare il
possibile per sapere « con che animo » veniva (V. Doc. 511);
perché, altra volta, l'Albizi era stato uno dei suoi avversarii.
Siccome poi si era sparso voce che i Signori, per fare econo-
mie, non avrebbero riconfermato al loro soldo Giovanpaolo
Baglioni, la cui condotta con i Fiorentini era per scadere,
Paolo Vitelli ordinò al Tarlatini di fare il possibile perchè
Giovanpaolo non fosse licenziato (V. Doc. 518, 530).

Il 22 giugno Giuliano Gondi scriveva a Paolo Vitelli,
esortandolo, a nome della Signoria di Firenze, a volere im-
possessarsi di Cascina prima che quel Magistrato scadesse
di ufficio, e lo assicurava che l’attuale Gonfaloniere era a
lui favorevole, e che i Priori attualmente in carica, non e-
rano « inimici » di lui, « ma sì in contrario ». Paolo ri-
spose che non mancava « con opportuna et estrema dili-
gentia et di et nocte sollecitare quanto bisogna per l im-
presa di Cascina », tanto che, malgrado l’assoluta mancanza
di marraioli, era giunto, il 22 giugno, « apresso alle mura
a una buttata di partigiana » e che, prima della fine del
giorno seguente, sperava « haver piantato la maggior parte
de l’artigliaria », per poter poi « attendere con ogni solle-
citudine a trarre » ed a dare il meno tempo possibile « ai























72 G. NICASI



nimici de riparare »; tanto più che quelli avevano « dentro
et bona et assai altiglieria et copia di polvere et altra mu-
nitione ». Aggiungeva però che, per riuscire nell’ impresa,
erano imdispensabili i marraioli, « et buon numero », e mae-
stri di legname, i quali essendo fino a qui mancati, non si
erano potute mettere tutte le bombarde « ad ordine né di
ponti nè di culate », e neppure erano ancora giunti i can-
noni. Intanto egli attendeva assiduamente a fare ripari « et
buoni; chè bisognano alle artiglierie hanno i nimici ». Inol-
tre occorrevano urgentemente « pallottole di ferro », che
sarebbe stato bene farle venire da Pistoia, « dove si fanno
buone ». Concludeva che, quando tutto ciò fosse stato pron-
tamente provveduto, sperava di prendere Cascina prima che
la presente Signoria scadesse d’officio (V. Doc. 520).
Malgrado però la deferenza che il Vitelli mostrava alla
attuale Signoria, questa andava sempre molto a rilento nel
somministrargli il pattuito soldo e quasi ogni giorno il Vi-
telli si trovava necessitato a ripetere le sue richieste di da-
naro, ed a far compredere ai Signori che egli si trovava at-
tualmente in località, dove non si poteva « servire degli
amici, parenti et robbe » sue, come aveva fatto nel Casen-
tino, e che quindi non poteva in aleun modo sopperire alla
continua mancanza del denaro. Per ció si raecomandava a
Corrado Tarlatini che cercasse « cum omni arte et ingegno »
di trovar: « via alcuna » per potere fargli almeno avere
« dicti dui milia ducati », accertando che gli doleva « fino
al core » di vedere come, pur facendo egli « el debito suo
et non mancando in cosa alcuna », non gli si mantenessero
le fatte promesse. E tanto a corto di danari si trovava esso
Paolo che, avendo presso di se due ferraresi, che doveva
rimandare in patria a spese sue, scriveva al Tarlatini pre-
gandolo di adoperarsi, « o per via di amici, o di banche, o
per omni altro verso », onde poter trovare in Firenze due-
gento *ducati « per lo spaccio de li doi gentilomini ferraresi,







LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. (3

a fine non stiano a perdere tempo et consumarsi ne l’ ho-
steria » (V. Doc. 522).

Il 24 Giugno cominciò a tirare l’artiglieria grossa, ed il
25 tirava tutta, contro le mura di Cascina, non essendosi
potuto piazzarla prima per mancanza dei marraióli, dei quali
non se ne mandava mai al campo « l'octavo de quelli che
bisognavano » (V. Doc. 523). Tuttavia, durante il giorno 25,
l'artiglieria aveva gettato a terra cento braccia di muro, in
modo che, se vi fosse stata meno quantità di acqua nelle
fosse attornianti le mura di quella terra, avrebbero forse po-
tuto espugnarla quella stessa sera (V. Doc. 524).

Il 26 Cascina fu presa (V. Doc. 525), con sommo giu-
bilo dei Fiorentini, i quali, imbaldanziti dal successo, ecci-
tavano il Vitelli a procedere innanzi contro Pisa. Ma il Vi-
telli, che si trovava mancante del necessario all'impresa, scri-
veva: « Non vale dir sempre: andate innanzi, innanzi », men-
tre « non siamo provvisti del bisogno », specialmente del
denaro, sicchè « ora ci troviamo in modo che non pote-
rimmo trovare uno soldo; et siamo in tanta miseria che non
havemo pure dove trovare el victo nostro, non tantum pos-
siamo adiutare li soldati nostri! » (V. Doc. 526). Nè tali con-
dizioni dell’esercito potevano essere per allora migliorate, in
quanto che i nuovi Signori fiorentini, che al 1° Luglio erano
entrati in carica, scrivevano: « Habbiamo trovato omni cosa
exausta et smunta! ». Tuttavia, essendo oramai tutta Firenze
risoluta a prender Pisa ad ogni costo, i nuovi Signori si det-
tero a tutt uomo a far provviste di denari per sopperire al
necessario: ma ciò non poteva esser fatto in pochi giorni;
ed intanto il Vitelli, era per mancanza di mezzi, costretto a
differire l'avanzata delle sue truppe contro Pisa. Per ciò
il Capitano continuamente insisteva, strepitava e tempestava
presso le autorità fiorentine acciochè si affrettassero le in-
dispensabili provvigioni, perchè ogni giorno di ritardo dava
maggior agio ai nemici per preparar le difese. E più che
altro si raccomandava che facessero larghissima provvisione













14 G. NICASI

di polvere e pallottole per l'artiglieria, « ché non se ne puó
fare si gran provisione sia superflua; et quando se ne pro-
vedessero tanto che avanzassero, non se buttariano, anzi se
preservariano ad. omni altro bisogno: e quando mancasse
munitioni, non vorria dire altro che non havere honore de
l'impresa » (V. Doc. 534). I Signori rispondevano di com-
prendere benissimo quanto ogni indugio fosse dannoso, ma
che pure erano loro indispensabili alcuni giorni di tempo
per poter convenientemente prepararsi ad ogni possibile eve-
nienza. Ed intanto si facevano febbrilmente tutti i necessari
preparativi. Si ordinava che venissero in campo le artiglie-
rie grosse che si trovavano a Livorno, e se ne richiedeva
le misure per potere approntare le palle necessarie al loro
caricamento ; raccomandando anche che si ricercassero nelle
fosse intorno alle mura di Cascina le palle, che avevano
servito all'assedio di quella terra (V. Doc. 531). Si assolda-
vano in Firenze nuove milizie e si davano denari ai Con-
nestabili per quelle; ma questo provvedimento fece si che
molti dei soldati, che già si trovavano al campo, essendo
sprovvisti di denari e sapendo che in Firenze se ne davano,
partivano di soppiatto per recarsi in quella città ad arruo-
larsi di nuovo. Di che accortosi il Vitelli, insistette perchè
i denari si dessero in campo e non altrove; e richiese che,
invece di condurre nuovi Connestabili, si affidassero le nuove
compagnie a valentuomini che si trovavano tra le sue genti,

e che egli riteneva capacissimi a qualunque fazione in con-
fronto di chiunque (V. Doc. 533).

Il primo luglio Paolo Vitelli si era con le sue genti im-
padronito della torre di Foce, il 3 luglio aveva obbligato i
Pisani ed abbandonare ed ardere il Bastione di Stagno (1). E

(1) Il 5 luglio 1459 i Signori fiorentini scrivevano a Giovanni Battista Ridolfi
loro ambasciatore a Venezia: « Dopo lo acquisto di Cascina si prese la Torre di Foce
con uno protesto solo; et di poi l’altro dì li Pisani disalloggiarono et arsono el
Bastione di Stagno » [Archivio di Stato fiorentino: SIGNORI, Legazioni e Commis-
sarie. Vol. 24, pag. 240].









LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 5

siccome aveva consultato l'astrologo, e da questo aveva ap-*
preso che il giorno più favorevole per cominciare l’ assedio
di Pisa sarebbe stato il 1° agosto, altrimenti si sarebbe do-
vuto aspettare fino al 15 del medesimo mese per avere un
altro giorno favorevole, così raccomandava ai Signori, che
non lasciassero la data del 1° agosto per fare incominciare
l’assedio, per non dovere poi aspettare inutilmente fino al
15, mentre già le malattie cominciavano a propagarsi nel-
l’esercito: inoltre, ricordando che all'assedio di Pisa, oltre
una potente artiglieria, era necessaria anche un’ abbondante
fanteria, pregava che a tale scopo gli fosse mandato Gio-
vampaolo Baglioni con la sua compagnia (V. Doc. 532 e 536).
Credeva egli che in quanto all’ artiglieria, dopo le insistenti
sue richieste, si fosse oramai dalla Signoria provveduto; ma
qual non fu la sua maraviglia allorchè, il 26 luglio, potè
sapere da fonte sicura, che le palle disponibili per l'arti-
glieria non erano più di 500! Egli che nell’ esercito francese
aveva appreso, contrariamente agli usi fino allora prevalsi
in Italia, a fare il massimo - conto di quell’arma, vedeva da
questa deficenza compromessa la riuscita dell'impresa; e
quindi, unitamente al conte Rinuccio, ne scrisse, allarmatis-
simo, ai Signori fiorentini, e li eccitó a volere, almeno in
parte, riparare con il far fondere tutto il rame ed il bronzo
che avessero potuto avere fra mano per farne palle per l’ ar-
tiglieria (V. Doc. 538).

Giunsero finalmente al campo i denari portati da Gio-
vanni di Dino, rappresentante della Signoria, e furono dav-
vero denari provvidenziali, perchè ebbero la virtù di far
sospendere la partenza delle genti d’arme, che, ormai stan-
che di aspettarne indarno la venuta, cominciavano ad an-
darsene. Tuttavia, nel pagamento del soldo, sorsero nuove
difficoltà con i Vitelli, perchè i Signori fiorentini, stretti dalla
deficenza del denaro, volevano pagare le rate del soldo ai
Vitelli, non in ducati di oro in oro, come era stato stabilito,
ma in grossi; ed avrebbero anche voluto rimettere ad altro

















(6 G. NICASI



tempo il pattuito pagamento dei debiti dei Vitelli ai loro
creditori; e anche dilazionare l'aumento di condotta che, se-
condo gli usi militari, spettava a Paolo Vitelli per la otte-
nuta espugnazione di Cascina. Ma i Vitelli non accettarono
né la riduzione del soldo, né l'aggiornamento della liquida-
zione dei loro debiti, nè la dilazione del loro aumento di con-
dotta e dichiararono fermamente che, fino a quando non fos-
sero state pienamente adempiute le pattuite condizioni della
loro condotta, non avrebbero fatto con le loro genti un passo
avanti: avvertendo che, se il prossimo 1° agosto non si fosse
potuto intraprendere l’assedio di Pisa, si sarebbe dovuto, se-
condo gli astrologi, rimettere quell’impresa al 16 dello stesso
mese, ed allora sarebbe occorsa un’altra paga per tutti i sol-
dati; per ciò la Signoria di Firenze pensasse bene ai casi suoi
e, se non voleva prendere Pisa, tanto peggio per essa! non
avrebbe avuto neppure la scusa dell’ esorbitanza delle ri-
chieste fatte dal Vitelli, perchè, secondo gli usi militari « non
saria stato disonesto in tale impresa haver domandato l’im-
prestanza et anche qualche migliaio di ducati di adiuto »
(N2D0c5995).

Paolo Vitelli ed il fratello chiedevano insomma che l’ au-
mento della loro condotta fosse fissato in 25 uomini d’arme
e che nei pagamenti del loro soldo l’aggio dei ducati d’oro
in oro pattuiti, a confronto dei grossi con i quali venivano
pagati, fosse calcolato “al 15 per cento, secondo il prezzo al-
lora corrente. In quanto poi a Giovanni Gondi ed agli altri
loro creditori, i Vitelli dichiaravano che, qualora la Signoria
avesse fatto in modo che i detti creditori si fossero dichia-
rati « satisfatti » di ogni loro avere, essi Vitelli si sareb-
bero compietamente disinteressati di sapere se avessero ve-
ramente o no riscosso il loro credito (V. Doc. 531). Giovanni
di Dino si adoperò perchè le richieste dei Vitelli, da lui ri-
tenute eque, fossero accettate dalla Signoria: e per ciò i ne-
mici del Capitano accusarono le stesso Giovanni di Dino di
essersi venduto ai Vitelli (V. Doc. 531).















LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. TI

Comunque fosse, il 29 luglio l'aecordo con i Vitelli fu,
concluso, ed il 30 fu in Firenze ratificato dalla Signoria
(V. Doc. 540). Così il 31 luglio l’esercito fiorentino si trovò
pronto a partire per Pisa.

Prima però di partire fu tenuto tra i Vitelli, il Conte
Rinuccio, i Commissari e gli altri principali condottieri un
consiglio di guerra sul modo come doveva procedersi all’ as-
sedio di Pisa. Il Conte Rinuccio (1), concorde in ciò con la
maggioranza dei Fiorentini (2), propose di piantarsi con l'e-
sercito contro Pisa sulla destra dell’ Arno, verso Lucca, per
impedire i soccorsi che da questa città fossero a quella in-
viati (3) e per evitare la formidabile fortezza di Stampace
che, ponendosi dall’altra parte del fiume, si sarebbe dovuto
necessariamente espugnare prima di entrare in Pisa. Paolo
Vitelli sostenne invece: che, tenendosi dai Fiorentini un loro
abile ed energico rappresentante in Lucca, si sarebbe potuto,
con lusinghe e minacce opportunamente usate, rattenere i
Lucchesi dal dare validi aiuti ai Pisani; che la fortezza di
Stampace, sebbene formidabile, non poteva essere ostacolo
insuperabile alla potente artiglieria fiorentina; che, una volta
occupata Stampace, nessun’ altra valida difesa avrebbero po-
tuto opporre i Pisani da quella parte, perchè, appunto fidan-
dosi nella efficacia difensiva di quella fortezza, avevano da
quella parte trascurato quelle meravigliose opere di difesa,
che, a quanto si diceva, avevano invece erette attorno a
tutto il resto della città; che, finalmente, ponendosi dalla
parte di Stampace, l' esercito fiorentino poteva dalle castella
delle Colline (4) aver facilitato quel rifornimento di vetto-
vaglie, che pur presentava tante e cosi gravi difficoltà per

(1) ARIODANTE FABRETTI, Vita dei condottieri umbri. — Vita di Rinuccio da
Marciano.

(2) GUICCIARDINI, Storia d’Ital a.

(3) Si temeva che i Lucchesi avrebbero aiutati i Pisani, perché si credeva che
i Fiorentini, ripresa Pisa, si sarebbero rivolti poi contro Lucca per riavere la loro
fortezza di Pietra Santa occupata dai Lucchesi.

(4) GUICCIARDINI. Id.









78 G. NICASI

un esercito così numeroso (1). Per tutte queste ragioni Paolo
Vitelli ritenne opportuno di attaccare Pisa dalla parte sini-
stra dell'Arno; ed il suo parere, come è naturale, prevalse.

CAPITOLO XII.

Paolo Vitelli assedia Pisa.

I Pisani non erano intanto restati inoperosi ed avevano
fatto il possibile per mettere la loro città in buono stato di
difesa.

Avevano essi per loro capo Gurlino Tombesi da Ravenna,
e per loro ingegnere militare Sebastiano da Monselice, i quali,
venuti in Pisa al soldo dei Veneziani, quando questi presi-
diarono quella città, ivi restarono al soldo dei Pisani, quando
Venezia, dopo la pace che pose fine alla guerra del Casen-
tino, ritirò le sue truppe da Pisa.

Gurlino, conoscendo che la parte più debole di Pisa era
quella sulla destra dell'Arno verso il convento di Santa Croce,
perché da quella parte nessuna fortezza esisteva a difesa
della città, temette che da quella parte i Fiorentini avreb-
bero tentato di entrare in Pisa e per ció, con ogni possibile
celerità, inalzó ivi tanto formidabili opere di fortificazione,
da rendere da quel lato quasi impossibile l'entrata del ne-
mico (2). Correndo poi voce che i Fiorentini avrebbero as-
salito Pisa dalla parte della fortezza di San Giorgio, « posta
nella Cittadella Vecchia », la quale era piuttosto debole, su-
bito con grande ardore si mise a rafforzarla, « con grossis-

(1) Solamente ia provvista quotidiana del pane per i 2500 provvigionati richie-
deva « ogni giorno l’ un dì per l’altro staia mille duecento e più di pane, che veniva
preparato « per tutta la Valdelsa, Volterra, Valdera e, dalla Lastra in qua, tutto
il Valdarno di sotto, tutto il vicariato di Valdinievole et Pistoia » (V. Doc. 539).

(2) Confronta: La Guerra di Pisa del 1500 [stile pisano] di scrittore pisano
(anonimo) in Archivio Stor. Ital., I Serie, vol. 14, 2, pag. 363 e seguenti.













?



LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 79

simi terrati, travate e casematte », tanto da potere anche
da quella parte ritenersi sicuro (1). Quando poi, negli ultimi
giorni di luglio, cominciò a circolare per Pisa la voce che
i Fiorentini si sarebbero posti sulla sinistra dell'Arno, a ri-
scontro di Stampace, quantunque questa fortezza si trovasse
in buone condizioni di difesa, pure si dette celermente a ben
munirla di ripari e di artiglierie, dando anche ordine che
subito fossero atterrate le case dei sobborghi di S. Giovanni
al Gatano e di San Donnino, nella tema che potessero offrire
riparo al nemico contro Stampace. Ma la distruzione dei detti
sobborghi non potè effettuarsi che in parte (2), perchè Y' eser-

‘ cito fiorentino, che, come dicemmo, il 31 luglio « a posata

di sole » aveva lasciato il campo, posto tra San Savino e
Riglione, per appressarsi a Pisa, si piantò il 1° agosto, tre
ore avanti giorno, a riscontro di Stampace (3), distendendosi
in semicerchio dalla porta di San Gilio, verso Carraia, fino
all’Arno alla porta a Mare (V. Doc. 542) e collocando le sue
genti d'arme « in San Donino e San Bernardo » e le fanterie
« al borgo S. Giovanni » (4).

Subito si misero i Fiorentini a fare spianate e ripari ed
a piantare artiglierie con tanta celerità, che in mattinata,
malgrado la viva resistenza dei Pisani, avevano già piantato
venti bocche di artiglieria grossa (V. Doc. 542) contro le
mura di Stampace e contro il muro a quella vicino, verso
Sant'Antonio. Si cominciò quindi dai Fiorentini a tirare fu
riosamente (5) « e senza intermissione alcuna », di modo che

(1) Idem.
2) Idem.
(3) Idem.
(4) Memoriale del PoRTOVENERI, Archivio Stor. Ital., J Serie, vol. 6. pag. 342.
(5) In aleune palle di bronzo, lanciate dai Fiorentini, erano scritte queste pa-
role: « Ex quo nec Florentinorum clementia spem venie, nec tot Vitelliorum mili-
tares virtutes inetum captivitatis inijcere vobis hactenus potuerunt, experimini modo
quam asperiora futura sint ultima primis ». [Giacchè nè la clemenza dei Fiorentini
valse a darvi speranza di perdono, nè le virtù militari dei Vitelli poterono fino a
qai togliervi la paura della schiavitu, fate ora, esperimento quanto questo ultimo
mezzo delle palle sia piu temibile degli altri prima adoperati ».






































80 G. NICASI



la sera stessa le mura, che pure erano fortissime, comincia-
rono in tre diversi luoghi a sgretolarsi ed a cadere, e spe-
cialmente vicino alla torre di Stampace, si era fatto « un
varco di circa 12 e 14 braccia, et li, et in altri luoghi, in-
tronato muro assai » (V. Doc. 543).

Ma non perdevansi per questo di animo i Pisani, che
anzi, certi oramai che le loro mura non avrebbero potuto
resistere all’ artiglierie nemiche, si misero concordi, uomini
e donne, sfidando la morte sotto il tiro delle artiglierie ne-
miche, a scavare assiduamente, giorno e notte, un largo e
profondo fossato internamente, dietro le mura della città bat-
tute dal nemico, e lontano da quelle circa 12 braccia perchè
le cadenti macerie delle mura non le potessero riempire e
con la terra estratta da quel fossato innalzarono, sull’ orlo
del medesimo verso la città, un grosso bastione che, raffor-
zato e collegato da palizzate e travi tra loro catenati, giunse
in pochi giorni a grande altezza e si estese da Stampace al
convento di Sant'Antonio per circa un terzo di miglio. Nè
intanto ristavano dal disturbare a tutta possa i lavori di ap-
proccio dei nemici, tanto che le fanterie fiorentine dovettero
spesso entrare tra i suddetti ripari e le mura di Pisa, per



battersi a corpo a corpo con i difensori di quelle e costrin-
gerli a farsi indietro. Durante una di tali fazioni il conte
Rinuccio riportò una ferita d’archibugio, che lo costrinse per
vari giorni a restare inattivo (V. Doc. 542). Siccome poi le
artiglierie di Stampace, e delle nuove difese costruite dai



Pisani, non sembravano ad essi avere abbastanza. efficacia di
tiro contro i Fiorentini, così aprirono con gli scalpelli, nel
muro di cinta tra Stampace e Sant'Antonio, bombardiere

Furono fatte dai Pisani molte risposte, tra le altre questa:

« Petant veniam peccatores: nos pro patria juste sancteque pugnamus. Ars
Vitelliorum militaris, non captivitatem, sed libertatem nobis hactenus est allatura.
Quid asperius servitute? Valete Florentini » [Chiedano perdono i peccatori, non not
che per la patria giustamente e doverosamente pugnamo. L’arte militare dei Vitelli
anche questa volta ci porterà la libertà, non la schiavità. Che cosa vi è di più temi-
bile che l’ essere schiavi? State bene, Fiorentini »]. ANONIMO PISANO, loc. cit.













LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 81



basse, che, munite di cannoni, spazzavano la campagna ed
obbligavano i Fiorentini a mantenersi dentro i ripari per
non essere uccisi (1).

Intanto però il Vitelli era riuscito a piazzare anche le
altre artiglierie, e per rendere più efficace il loro tiro, volle
piantare alcuni dei più grossi suoi cannoni a trenta braccia
dalle mura della città (V. Doc. 542), sull'orlo del fossato che
cingeva all'esterno la città medesima, procedendo a tale
opera in modo, che i suoi soldati fossero nell'avanzarsi pro-
tetti contro le artiglierie nemiche da sempre nuove trincere,
che andavano scavando man mano che la loro avanzata
| procedeva. Così potè con un nutrito ed efficace fuoco di ar-
tiglieria, diretto specialmente contro le aperte nuove bom-
bardiere, non solo costringere i Pisani a ritirare le bombarde
in quelle collocate, ma atterrò anche, tra una bombardiera
e l'altra, gran parte della muraglia, senza cessare per questo
dal tirare sempre con gran furia contro la torre di Stampace,
in guisa che, malgrado il tiro delle artiglierie nemiche, ri-
dusse la detta torre a tanto mal partito da poterla far cadere
a suo talento (2).

Il duello delle artiglierie durò così ininterrotto per tre
continui giorni; però, mentre i Pisani erano a dovizia prov-
visti di munizioni, i Fiorentini ne difettavano, ed il Vitelli,
che sapeva occorrergli circa cento barili di polvere al giorno
(V. Doc. 544) per le sue quaranta bocche grosse di artiglieria
(V. Doc. 553), ordinò il 2 agosto a Corrado Tarlatini, suo
rappresentante in Firenze, d'insistere ad ogni ora presso la
Signoria, perchè gli fossero mandate in abbondanza « polvere
e pallottole », assicurando che solamente in ciò stava « el
vincere et el perdere » (V. Doc. 543). Malgrado però le sue
insistenze, le munizioni giungevano al campo fiorentino in sì

(1) GUICCIARDINI, Storia d'Italia. Libro IV.

(2 « Il 20 giorno .... il nimico .... lasciò la fortezza minacciante rovina per
posser far quella ronivare al proposito e vogli sua ». ANONIMO PISANO, La guerra
di Pisa etc., loc. cit.











89 G. NICASI

poca quantità e con tanto ritardo, che « spesse volte la metà
o piü delle artiglierie » doveva stare « sotto, perché man-
cava quando la polvere, quando le palle et anco le altre
cose necessarie » (V. Doc. 544). Paolo Vitelli, vivamente preoc-
cupato per tale deficienza, scriveva, il 4 agosto a 4 ore di
notte, al Tarlatini ordinandogli che « cum omni extrema et
ultima sollieitudine » dichiarasse senza reticenza alla Si-
gnoria fiorentina che, se non si provvedeva il campo « di
polvere et pallottole » in gran copia « et senza altra dila-
tione », non avrebbe potuto vincere; ed.i Pisani, invece di
essere « bombardati », avrebbero cominciato « a bombar-
dare » i Fiorentini; aggiungendo che, se si fosse subito prov-
veduto a fornire il campo del necessario, il Vitelli sperava
che Pisa sarebbe tornata sotto la Signoria fiorentina; ma,
« non provvedendo et subito », non vedeva « verso a poterla
expugnare. Et, non si expugnando », certo ad esso Vitelli ne
sarebbero venute acerbe critiche, ma egli ne avrebbe giu-
stamente addossato la responsabilità alla Signoria fiorentina
per le mancate provviste (V. Doc. 544). Anche i Commissari
di campo univano le loro insistenze e le loro rimostranze a
quelle del Vitelli; ma i Signori fiorentini, che avevano cre.
duto tanto più facile la espugnazione di Pisa, quanto più
vivamente l’ avevano desiderata, erano mal preparati a tanta
impresa e, soprafatti dagli enormi bisogni di un sì grande
esercito, si trovavano impossibilitati a provvedere adeguata-
mente il necessario; e per ciò alle richieste del Vitelli e dei
Commissarii rispondevano il 5 agosto: « che, se tanta arti-
gliaria haveva a durare troppi dì a trarre », non solo essi,
« ma qualunque gagliarda potentia non haria possuto ripa-
rare a la polvere et palle che li fussino di bisogno », tanto
più che molte cose, ma specialmente la polvere e le palle,

anche avendo denari, non potevano provvedersi in un tempo
ristretto; e che era « impossibile ad un esercito aver tutte
le cose a punto »; e che, non per altro « si eleggono i Ca-
pitani, se non perchè la industria loro abbondi, dove le altre











LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 83





cose manchino »; e suggerivano che, quanto non si potesse
fare con le artiglierie, si cercasse di farlo « per forza di huo-
mini », comandando marraioli, o, in mancanza di quelli, adi-
bendo a tale ufficio quei soldati che fossero meno adatti alle
fazioni di guerra; e aggiungevano che, in tale previsione,
avevano appunto in quei giorni mandato al campo « pali e
piccotti in quantità », perchè venissero adoperati ad atter-
rare le mura in mancanza delle artiglierie (V. Doc. 545).
Ma anche queste supplementari provviste giungevano
al campo con troppo ritardo, (V. Doc. 546) perchè — sia per
mala voglia dei non pochi nemici del Vitelli che si trova-
‘vano nell’ esercito, sia per le malattie che ormai si propa-
gavano in modo allarmante per il campo, sia, infine, perchè
le popolazioni erano oltremodo stanche ed esauste per le
interminabili prestazioni di opere, manuali e con le bestie,
che, durante un sì lungo periodo di guerra, erano state loro
imposte — scarseggiavano i bovi per i. trasporti; i marraioli,
o non venivano, o i pochi venuti subito ripartivano; gli scal-
pellini mancavano quasi del tutto; di modo che i servigi di
rifornimento del campo si facevano sempre più difficili (Vedi
Doc. 548), ed all’ ufficio di marraioli e scalpellini dovevano
adibirsi i soldati, specialmente i tifernati, che, per essere più
direttamente sottoposti ai Vitelli, meno recalcitravano da tali
penosi lavori (1). E anche i Commissari di campo, mal prov-
visti di denari, si trovavano impossibilitati a riparare in
qualche modo a tali dolorose emergenze. Nè vi era spe-
ranza che i denari potessero tra breve tempo venire, perchè
gli stessi Signori fiorentini ne difettavano quasi completa-
mente. Infatti il 7 agosto così essi scrivevano ai Commissari
di campo, che avevano chiesto denari: « Noi dopo una mas-
sima diligentia et massimo sforzo non habbiamo potuto rac-

(1) Che i soldati tifernati fossero dal Vitelli adibiti anche all’ ufficio di scalpel-
lini risulta dal documento 571, nel quale si trova questa frase del Vitelli: « e il muro
tagliato non si saria fatto, si non fussino stati li nostri de Castello ».





Il
|





===















84 G. NICASI

cogliere insieme più che 2000 ducati di grossi, i quali vi
mandiamo per il presente exibitore. Et perchè voi siate huo-
mini prudentissimi, acciò possiate meglio governarvi in co-
testa expeditione, non ci pare di tacervi in quali termini ci
troviamo, et quello si può fare et quello non si può fare,
acciochè dove mancano le forze nostre voi abbondiate in di-
ligentia. Qui non ci sono più assegnamenti; et quando e’ ci
fussino e’ non c'è più denari, perchè, havendo infino a oggi
per cotesta expeditione speso per costi et qui circa LXIIII
mila ducati, si è munto ognuno; et per fare questi vi man-
diamo al presente, si sono vóte tutte le casse et usato tale
diligentia, di modo che non ci resta quasi piü alcuna cosa
a tentare. Et però, si non fate che cotesta cosa si rechi a
fine, senza dubbio noi restaremo a piè; perche VI mila du-
cati, che bisognassino ancora, ci farebbero disperare al tutto
di cotesta vittoria. Noi scriviamo questo liberamente a voi,
per conoscervi prudentissimi et acciò possiate farlo intendere
o accennarlo dove bisogna che si acceleri la battaglia » (Vedi
Doc. 550). Ma Paolo Vitelli procedeva con i criteri dell’ arte
militare e quindi, pur tenendo presenti le raccomandazioni
dei Signori, non poteva esporsi, per la fretta di riuscire, ad
un rovescio.

Avevano i Pisani collocato le loro artiglierie, oltre che
nel campanile di San Marco, nella Cittadella vecchia e nelle
altri torri vicine, anche su per i nuovi ripari, tra Stampace
e Sant'Antonio, per impedire al nemico di scendere nel fosso
o di riempirlo (1): per ciò il Vitelli, non volendo esporre il
suo esercito ad essere colpito di fianco dai tiri dell’ artiglierie
nemiche quando avesse dovuto attraversare il fosso per pro-
cedere all’ assalto dei nuovi bastioni, si era prefisso di pro-
cedere per gradi all’ occupazione di Pisa; e quindi voleva
prima impadronirsi della fortezza di Stampace, sulla quale
avrebbe poi piazzato una parte delle proprie artiglierie per

(1) GUICCIARDINI, Storia d’Italia.










E
x
3

sica tera







LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 85

proteggere la definitiva avanzata dei suoi soldati a traverso
gli ultimi ripari dei nemici.

A tale scopo il Vitelli, mentre con le artiglierie e con
ogni altro mezzo faceva il possibile per abbattere le mura
della città, cercava di risparmiare Stampace per non renderla
inservibile ai suoi propositi futuri; anche nella speranza che
i Pisani, quando vedessero la loro fortezza isolata dal resto
delle mura, l'avrebbero abbandonata (V. Doc. 542) per non
farvi restare prigioniero il presidio; tanto piü che i Fioren-
tini quasi ogni giorno per il rotto delle mura medesime en-
travano a scaramucciare (1).

Con questi propositi, il Vitelli, avendo oramai aperto nelle
mura, tra Stampace e Sant'Antonio, una larga breccia, rivolse
il 6 agosto gran parte delle sue artiglierie a battere le mura
della città « dalla porta di Quaratola, verso San Donino et
etiam del Borgo San Giovanni », tra Stampace e la porta
a Mare: e nel suddetto Borgo di San.Giovanni, presso una
fornace attigua alla chiesa di Sant'Antonino, collocó alcuni
pezzi di artiglieria, i quali, riparati dalle case, bombardavano
le mura pisane con relativa sicurezza (2) I Pisani di rin-
contro, con le artiglierie che avevano collocate sul rivellino
della Cittadella vecchia « et etiam in sul muro castellano »,
non solo fortemente si difendevano, ma piantato un cortale,
un passavolante ed una grossa bombarda, detta 4 basilisco,
sulla roeca, chiamata la Ghibellina — innanzi alla quale
avevano fatto dagli scalpellini sbassare il grossissimo muro
castellano per avere il tiro più libero —, seguendo l’ indica-
zione del fumo, poterono colpire, sebbene riparati, i pezzi
dell'artiglieria del Vitelli in modo, che egli fu costretto riti-
rarli, per quel giorno, più indietro fuori del tiro nemico. Ma,
la notte tra il 6 ed il 7 agosto, lo stesso Vitelli ricondusse
avanti le dette artiglierie e, munitele di forti ripari con travi

(1) In una di queste scaramucce morì il tifernate Ser Giovan Battista (Vedi
Doc. 546).
(2) ANONIMO PISANI, La guerra di Pisa, etc., loc. cit.





















86 G. NICASI



e gabbioni di terra, poté, il giorno 8, non solo tener testa
al tiro dei Pisani, ma atterrare gran parte delle mura da
Stampace alla Porta a Mare; servendosi a tale scopo anche
dell opera manuale di soldati che, al coperto di una forte
travata, fatta da lui addossare alle dette mura, con scarpelli,
pali di ferro e piccozzi le scalzavano alla base (1).

Intanto peró i Pisani non erano restati inoperosi, che
anzi, mentre cercavano con le artiglierie ostacolare l'opera
nemica, avevano con maravigliosa celerità scavato dietro le
cadenti mura, anco da quella parte, un largo fosso, munito
di forte bastione, che in breve tempo riunirono all’ altro verso
Sant'Antonio in modo, che Pisa, malgrado la ruina delle sue
mura, da San Paolo presso lArno al convento di Sant'An-
tonio, per mille braccia e piü, era munita di fortissimo ri-
paro. Inoltre, la mattina dell' 8 agosto, « doi hore innanzi di,
usciro fora parecchi fanti pisani a la Porta S. Giovanni et
afrontorse con la compagnia di Messer Criaco dal Borgo (2)
et scaramucciorno un pezzo et poi fuoro ributtati drento et
Messer Criaco fo ferito da uno passatoro »; ma la ferita non
fu mortale (V. Doc. 551).

La fortezza di Stampace era restata al di fuori dei nuovi
ripari fatti dai Pisani e l' atterramento delle mura, a destra
ed a sinistra di quella, era talmente progredito (3), che il Vi-
telli ritenne opportuno tentarne l'assalto. Per ció, la stessa
mattina dell' 8 agosto, sebbene difettasse di munizioni, riprese
a bombardare con tanta violenza la torre di quella fortezza,
che, verso il mezzogiorno, rovinó rumorosamente « dalle

(1) Idem.

(2) Messer Ciriaco Palamidessi del Borgo San Sepolero, valorosissimo condot-
tiero di fanti e, sebbene al soldo anche lui della Repubblica fiorentina, nemico per-
sonale di Paolo Vitelli.

(3) I Signori fiorentini scrivevano il 9 agosto a Ser An'onio Guidotti di Colle,
loro ambasciatore a Siena « Il muro [di Pisa] che è hoggi in terra sono circa 140
merli [da Sant'Antonio] verso Stampace et dalla porta di Stampace fino alla Porta
Mare la maggior parte » Arch. di Stato fior.: SiaNoRI — Legazioni e Commissarie,
vol. 25, pag. 18].











LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 87

mura della città in su ». I Pisani, dubitando che i Fiorentini
salissero all’ assalto di Stampace, si fecero avanti per il rotto
della torre onde respingere l'assalto, e trovandosi così allo
scoperto, molti restarono uccisi dall’ artiglierie fiorentine,
tanto più facilmente, in quanto parte dei soldati del Vitelli,
montando sulle macerie della torre e mostrando voler salire,
attiravano i Pisani a farsi avanti e scuoprirsi. Ma il Vitelli
richiamò indietro i propri soldati e non volle che quel giorno
l'assalto si desse, perchè eravi, ancora intatto, un rivellino,
che, venendo dalla Cittadella vecchia verso i bastioni di
Stampace, dava modo ai Pisani di soccorrere la fortezza
mantenendosi al riparo del rivellino (V. Doc. 551). Per ciò
Paolo Vitelli mise, la notte tra l'8 ed il 9 agosto, parte delle
sue artiglierie contro il detto rivellino, riuscendo, nella gior-
nata del 9, ad atterrarne tutta quella parte che guardava
verso Quaratola (1).

Quindi la mattina del 10, « che fu sabato festa del glo-
rioso martire San Lorenzo, avanti giorno alquanto » (2), il
Vitelli fece dare dalle sue truppe l’assalto a Stampace, at-
taccandola da due parti, da quella, cioè, verso la porta a
Mare e dall'altra verso Quaratola e San Donnino, perchè in
ambedue queste località « aveva fatto fosse per andare co-
perti in sulla rovina della torre » (3); e quindi i suoi soldati
poterono portarsi al piede della fortezza, restando riparati
dai colpi nemici. -Ma ivi giunti però, dovendo essi salire sulle
rovine, si trovarono completamente scoperti verso le arti-
glierie pisane della Cittadella vecchia, che ne uccisero molti.
La battaglia durò vario tempo accanitissima da ambo le parti,
ma finalmente i Fiorentini, malgrado la vivissima resistenza
dei Pisani, che gettarono anche fuoco lavorato, poterono sa-
lire dalla parte di San Donnino e la fortezza fu presa, « con

(1) ANONIMO PISANO, loc. cit.
(2) Id. ANONIMO PISANO, La guerra di Pisa, etc., loc. cit.
(3) Idem.













88 G. NICASI

morti e feriti assaissimi di dentro », tra i quali lo stesso Gur.
lino, che durante tutto l'assalto si era mantenuto valorosa-
mente tra le prime file dei difensori di Stampace (1); furono
anche fatti prigionieri 50 fanti con il loro connestabile. Il
primo dell’ esercito fiorentino che montò sulla detta fortezza
fu il tifernate Giacomo Corso, alias Iacopo Panattieri, allievo
del Vitelli, ed il secondo « lo Zitolo de Peroscia » (Vedi
Doc. 552). L' ardore degli assalitori fu tanto, che avrebbero
potuto prendere anche « i primi ripari » (V. Doc. 552); ma
Paolo Vitelli che, come abbiamo detto, per esser più sicuro
della riuscita, voleva procedere per gradi alla espugnazione
di Pisa, ordinò la sospensione della battaglia e Vitellozzo, in
esecuzione di tale ordine, si lanciò avanti ai suoi soldati gri-
dando: « indietro, indietro »; e minacciando. i più animosi con
lo stocco li obbligò a ritirarsi. Si attese quindi dai Fiorentini
a riparare con ogni celerità Stampace per potervi piantare
le artiglierie; e, intanto, se ne collocarono alcuni pezzi sul
rotto rivellino per poter battere la cittadella vecchia, dalle
cui artiglierie i Fiorentini ricevevano « crudele guerra » (Vedi
Doc. 552). i

La sospensione della battaglia, se fu opera prudente di
esperto capitano, riuscì per altro assolutamente inopportuna,
perchè i Pisani, quando videro Stampace in mano del nemico,
si perdettero di animo, ed i meno coraggiosi tra essi comin-
ciarono a lasciare le difese ed a procurarsi scampo con la
fuga. Il panico si propagó per la città e le donne, credendo
oramai certa l’ entrata del nemico in Pisa, cominciarono a
fuggire verso la porta che mette a Lucca, portando in collo
i loro bambini e le loro robe più preziose; ma, visto che i
nemici non proseguivano l’ assalto, si fermarono, scongiurando
i propri congiunti a ritornare alle mura per la difesa dei
loro cari, ed i Pisani, ripreso coraggio, ritornarono ai ripari,

(1) Gurlino « fu ferito in una spalla di. archibugio e di un passatoio in una
coscia », Anonimo pisano, id.









LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 89

cercando di rafforzarli con ogni celerità. Le fanterie fioren-
tine, che si erano fino a qui mantenute al campo per la pro-
spettiva di un imminente saccheggio di Pisa, visto che il
Vitelli ne rimetteva l’ assalto a migliore occasione, stanche
della vita di privazioni del campo e spaventate delle ma-
lattie che ogni giorno crescevano in modo inquietante, co-
minciarono, dopo la presa di Stampace, a disertare in gran
numero (V. Doc. 554).

Malgrado il ritorno dei Pisani ai ripari, lo sgomento
aveva invaso gli animi della maggioranza tra essi; il Gam-
bacorta, capo dei loro cavalleggeri, ritenendo orami impos-
sibile ogni resistenza al nemico, era uscito con i suoi cavalli
dalla città, riparandosi a Lucca, dove certamente sarebbe
stato raggiunto da gran parte dei Pisani, specialmente i con-
tadini, che « già avevano parato il loro bestiame alla porta
a Lucca per uscire » (1), se le autorità pisane non avessero
immediatamente provveduto a far chiudere le porte. Tale
stato di animo della popolazione costrinse la Signoria di Pisa
a trattare la resa della città, e la mattina seguente, 11 agosto,
mandó « un frate certosino procuratore del luogo » (2), per
chiedere a Paolo Vitelli un salvocondotto per otto Pisani, che
avrebbero dovuto recarsi a parlamentare con lui; e il salvo-
condotto fu concesso per tutto quel giorno (V. Doc. 553).

Non erano però i Pisani tutti concordi nel venire a patti,
che anzi molti volevano ancora protrarre la resistenza: per
ciò, dovendosi eleggere quattro rappresentanti tra i cittadini
e quattro tra i contadini per condurre le trattative con i
Fiorentini, questa elezione, tra i vari dibattiti e le operazioni
di difesa della Città, che non turono mai interrotte, si pro:
trasse talmente, che il salvocondotto spirò senza che i rap-
presentanti fossero stati eletti. Sicchè, il giorno di poi, si
mandò di nuovo il frate certosino a chiedere una dilazione

(1) PORTOVENERI, Memortale, loc. cit.
(2) PORTOVENERI, Memoriale, loc. cit.































































90 G. NICASI

ai salvocondotto, che fu concessa fino al giorno seguente,
12, « in levata di sole » (V. Doc. 553). Dentro il qual tempo
i Pisani mandarono loro rappresentante al campo fiorentino
Bastiano da Cremona, soldato del Vitelli, fatto da essi prigio-
niero, perché notificasse al Vitelli stesso che i Pisani si sa-
rebbero arresi, à condizione che Pisa ritornasse sotto Firenze
alle stesse condizioni che era prima delia guerra. Paolo Vi-
teli si riservó di comunicare le richieste dei Pisani alla
Signoria fiorentina; ma tanto lui quanto il Conte Rinuccio
da Marciano, (V. Doc. 555) non erano alieni dall'accettare
quelle condizioni, perché — mentre avevano saputo che i Luc-
chesi avevano dato soccorso di uomini e denari ai Pisani, e che
il Gambacorta, da quelli eccitato e sovvenuto, era rientrato
con i suoi cavalleggeri in Pisa — costatavano dall’altra parte
con dolore che il campo fiorentino era largamente colpito
da malattie (V. Doc. 556), che non avevano neppure rispar-
miato i Commissari, e che le fanterie andavano ogni giorno
notevolmente assottigliandosi per le continue diserzioni.
Intanto era giunta a Firenze la notizia della presa di
Stampace e tutti ne gioirono: ma i nemici del Vitelli — i quali
lo avevano prima criticato di essersi piantato con l’ esercito
contro Pisa sulla sinistra dell'Arno, piuttosto che sulla destra,
e poi erano andati buccinando che egli prolungasse a bello
studio il bombardamento delle mura di Pisa per sfinire la
potenzialità economica dei Fiorentini — ora, saputo che, presa
Stampace, il Vitelli aveva sospeso l'assalto contro Pisa, lo ac-
cusarono apertamente di tradimento. Ed i Signori fiorentini,
ai loro Commissari — che li ragguagliavano delle nuove diffi-
coltà che si opponevano alla presa di Pisa, sia per i soccorsi
mandati a quella città dai Lucchesi, sia per le tristi condi-
zioni del campo, — rispondevano dando ad essi incarico di ecci-
tare i Vitelli ed il Conte Rinuccio a dare l'assalto definitivo
a Pisa e « ad havere oramai più cura dell'onore loro, che
ad non volere mettere a pericolo cento huomini, i quali, poco
dopo, o si fuggono, o muoiono in una fossa inonoratamente »















LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 91



(V. Doc. 554). Ma giunte a Firenze, per mezzo di Giovanni.
Rinuecini Commissario, le proposte di pace, con le condizioni
richieste dai Pisani, suffragate dal parere favorevole di Paolo
Vitelli e del Conte Rinuccio da Marciano, fu convocato il
consiglio dei cittadini e fu conchiuso che, se Pisa non potesse
aversi con la forza, erano pronti ad « accettarla nel modo
offerto » (V. Doc. 555).
Le trattative peró non approdarono a buon fine, perché

i Pisani, rafforzati, come dicemmo, dagli aiuti dei Lucchesi,
e da questi edotti delle condizioni disastrose, nelle quali si
trovava il campo fiorentino, ripresero speranza di potere an-
cora difendersi; e per ciò si fecero ogni dì più esigenti nelle
loro richieste, dimodochè le trattative furono rotte, e Paolo
Vitelli stabili di ridurli con la forza. I Signori fiorentini fu-
rono di questa deliberazione lietissimi; e nella loro lettera
ai Commissari del 14 agosto (V. Doc. 557), dopo essersi ral.
legrati di quella deliberazione, credettero opportuno aggiun-
gere nuove raccomandazioni al Vitelli, perchè procedesse
definitivamente all’ assalto di Pisa. Il Vitelli, cui non erano
ignote le accuse che i suoi nemici gli facevano a Firenze,
credette di leggere negli eccitamenti, a lui diretti dai Signori,
un rimprovero consono a quelle accuse e, lo stesso giorno,
rispose ad essi per mezzo del Tarlatini, che non aveva mai
desiderato alcuna altra cosa quanto la presa di Pisa, la quale
sarebbe già stata effettuata, se il campo « non havesse ha-
vuto grandissimo mancamento di palle, et più di polvere,
ché per necessità di queste due cose de li 40 pezzi de le
artiglierie grosse » non si era « servito che di 6 o 7, et così »
non aveva « mai havuto el quinto dei marraioli, nè maestri
di ascia et ferramenti etc. ». Tuttavia, soggiungeva, non si
era perduto al campo un minuto di tempo, e oramai Pisa
era ridotta a tal termine che, se la Signoria fiorentina non

farà mancare le necessarie provvisioni, Pisa, dentro un mese
o al più un mese e mezzo, sarebbe stata occupata. Del resto,
proseguiva, i Signori fiorentini dovrebbero ricordarsi che,









92 G. NICASI

tanto essi quanto altri potentati d'Italia, avevano spesso im-
piegato dei mesi per espugnare castelli e bicocche, anche
con eserciti più grossi dell’ attuale: mentre Pisa « é di mura
fortissime et ben munita de fossi et ripari grandissimi; et
li è gran numero di artiglieri et munitioni assai; et la terra
è difesa da huomini ostinatissimi »; ed oramai ha non meno
soldati dei Fiorentini, perchè, « ateso el numero dei fanti se
amalano, et sono anco feriti et morti, et quelli vanno cum
dio senza licenza, de tucto el numero » che l’ esercito fioren-
tino aveva, ne erano « mancati più de la metà, et omne di
ne mancano a centinara, che non se po’ riparare ». E l' unico
modo di rimediarvi sarebbe quello di fare nuovi fanti « et
fare provisione a nuovi danari ». E concludeva con questi
ordini al Tarlatini: « Chiarite bene che, quando se manchi
di provedere, non vedemo verso a posser vincere: et è el
vero che a noi sirà qualche nota, tuttavolta non mancha-
remo fare intendere a tutto el mondo che el vincere non è
restato da noi... Preterea ve dicemo facciate intendere che,
non si provedendo, ne parrà ce se facci torto grandissimo;
et mostrerete a lor Signorie che non disegnino mai più a
noi far fare impresa alcuna, mancandoci in questa; et si a
le Signorie loro non mancheranno servitori, speriamo che
anche a noi non mancheranno patroni » (V. Doc. 557).

I Signori comunicarono al Consiglio generale fiorentino

.la rottura delle trattative di pace con i Pisani e le richieste

di fanti e denari che faceva il Vitelli per poter proseguire
l'assedio di Pisa. Il Consiglio deliberò di raccogliere i denari
necessari per fare 1500 fanti subito, ed altri in seguito (Vedi
Doc. 558); e perchè il Vitelli si mostrava molto contrariato
delle ingiuste accuse, che i suoi nemici gli facevano sulla
condotta della guerra, deliberarono di « raffrenare » chi
« andava sparlando » (1).

(1) Fu forse in conseguenza di questo ra/frenamento che fu richiamato dal
campo uno dei principali cittadini fiorentini, come risulta dalla lettera del Ridolfi,
ambasciatore a Venezia, il quale in data 27 agosto scriveva: « Per la via dell’ Imba-











LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 93

Intanto il Vitelli non era stato indarno e, senza desistere ,
dal rintuzzare le offese nemiche, aveva atteso con assidua
cura a riparare Stampace ed a piantarvi artiglierie (Vedi
Doe. 559). I Pisani dall'altra parte, pur cercando di ostaco
lare in ogni modo i lavori nemici, andavano con grande
celerità costruendo « parapetti di terrati per traverso, acció
le artiglierie di Stampace non li offendessero » (1); ed ave-
vano piazzato nel rivellino della Porta a Mare contro la
porta di Stampace, un « cortaldo », che molto offendeva i
fiorentini, intenti a fortificarla (2). Paolo Vitelli, per impedire
quell’offese, voltò due pezzi di artiglieria contro la Porta a
Mare; fece tagliare il muro che dalla detta Porta a Mare
andava verso Stampace, perchè dava riparo al nemico; e
rese così tanto difficile ai Pisani la difesa di quella porta
che, temendo essi di perderla (3), la munirono con maravi-
gliosa sollecitudine « di un grandissimo riparo di qua e di
là, verso il muro che batte l'Arno verso la Cittadella » (4),
in modo che da quella parte si ‘sentirono sicuri. Contempo-
raneamente costruirono presso Sant'Antonio, nel fosso da essi
scavato, una casamatta « per offendere il nemico, se per il
muro rotto ne tentassi la battaglia > (5).

Paolo Vitelli, comprendendo il grave danno che poteva
arrecargli la detta casamatta, fece con assiduo lavoro rom
pere (V. Doc. 559) il revellino basso di Stampace, che ripa
rava quella nuova opera del nemico, ed entrato nel fosso,
vi costruì con grandi sforzi un’altra casamatta, e, piantatevi

sciatore intendo come la Signoria [di Venezia] ha dal Cristianissimo come le S.rie
Vostre [i Dieci fiorentini] havevono richiamato uno dei vostri cittadini principali,
di quelli tornano in campo, et inferiscono da questo che sia per non essere costi
d'aecordo » Arch. di Stato fior.: SiaNoRI — Responsive, vol. 12, carte 261.

(1) PORTOVENERI, Memoriale, loc. cit.

(2) ANONIMO PISANO, La guerra di Pisa, etc., loc. cit.

(3) I Signori fiorentini scrivevano il 14 agosto agli oratori fiorentini in Francia:
« Le genti nostre .... hanno posto in terra tutto il muro che é dalla porta di S. An-
tonio fino alla torre ad mare et sperano ogni hora insignorirsi della porta ad mare ».

(4) ANONIMO PISANO, loc. cit.

(5) Idem.












94 G. NICASI

due bocche di bombarde, dopo due giorni di continuo tiro,
costrinse i Pisani ad abbandonare la loro (1). Inoltre fece
costruire una grossa travata e durante la notte la fece por-
tare alle mura « vicino alla prima bocca di Stampace » (2),
la coprì di terra perché potesse resistere alle offese nemiche
e vi mise sotto, in mancanza di scalpellini, soldati tifernati
(V. Doe. 571), i quali « in quattro giorni continui tagliarono
circa sessanta braccia di fortissimo muro » (3), e lo misero
in puntelli, allo scopo di farlo poi cadere, ad opera finita,
nel fosso per riempirlo, e dare così comodità ai soldati fio-
rentini di potere montare all’ assalto dei ripari.

I Signori scrissero il 18 agosto che erano soddisfattissimi
dell’ opera del Vitelli e che desideravano di sapere il giorno
preciso da lui fissato per l’ assalto (V. Doc. 560). Ma Paolo
Vitelli non poteva precisarlo, perchè le difficoltà che incon-
trava erano grandi, data l'ammirevole pertinacia nella difesa
dei Pisani, i quali, costretti ad abbandonare la loro casa-
matta, ne avevano costruita un altra piü indietro, sotto la
protezione delle loro artiglierie; e per impedire che la mu-
raglia, tagliata dai soldati del Vitelli, cadesse nel fosso, l'ave-
vano all'interno appuntellata in modo che, quando i Fioren-
tini la spuntellarono all' esterno, non fu loro possibile farla
cadere (4).

Cercó allora il Vitelli di riempire il fosso con grande
quantità di fascine; ma i Pisani, gettando fuoco lavorato, le
incendiarono (5). Intanto le malattie infierivano sempre piü
nel campo (6) e le diserzioni aumentavano: Paolo Vitelli, sa-

(1) ANONIMO PISANO, La guerra di Pisa, etc. loc. cit.

(2) Idem.

(3) ANONIMO PISANO, La guerra di Pisa, etc., loc. cit.

(4) GUICCIARDINI, Storia d’ Italia, libro IV.

(5) Idem. à

(6) I soldati tifernati, che tornavano malati dal campo, non erano accolti per la
strada « né per castelli, né per ostarie » anche se avessero voluto pagare l'alloggio
con i loro danari: per cio Giulio Vitelli scrisse al Tarlatini una lettera, ordinandogli
di recarsi a reclamare intorno a ciò alla Signoria. (V. Doc. 564).













LA FAMIGLIA VITELL(í, ECC. 95

pendo che principal causa di queste era la mancanza di
denaro, chiedeva ai Signori, per mezzo del Tarlatini e dei
Commissari, « un rifornimento di denari » peri soldati: ma
i Signori, che denari non avevano, rispondevano ai Commis-
sari che non lasciassero divulgare per il campo che si sa-
rebbero dati denari, acciocchè, non ricevendoli, i soldati non
si avessero « a tirare indreto »; e dichiaravano che essi,
malgrado ogni loro sforzo, non avrebbero potuto mandare più
di 1500 ducati di oro; per ciò, non potendosi dar denari ai
soldati, si cercasse di divulgare <« per il campo che si ha-
vesse a dare Pisa ad ogni modo a sacco », per tentare di
rattenerli con la speranza di un prossimo bottino (V. Doc. 560).

Il 19 agosto, i Signori deliberarono che, nella prossima
domenica 25 agosto, venisse trasportata processionalmente
in Firenze la Madonna dell’ Impruneta, per impetrare da essa
la vittoria contro Pisa (V. Doc. 561). Lo stesso giorno Paolo
Vitelli, che si trovava senza denari, richiedeva ai Signori il
pagamento del resto dei seimila ducati che, secondo i patti
della sua condotta, avrebbe già dovuto avere (V. Doc. 562).
I Signori rispondevano, con l' imporre al Vitelli e al Gover-
natore di dare la battaglia non più tardi del 22 agosto, mi-
nacciandoli che, in caso contrario, si sarebbero ingegnati
« ad comunare il male » loro « con altri » (V. Doc. 563):
ed in quanto al resto dei seimila ducati, assicuravano che
i patti convenuti stabilivano come il Vitelli li dovesse avere
solamente sei giorni dopo avvenuta la presa di Pisa; e che,
per ciò, non avrebbero essi mandato alcuna somma al campo,
se non si stabiliva prima il giorno preciso nel quale si sa-
rebbe data infallantemente la battaglia (V. Doc. 565). Paolo
Vitelli il 20 agosto replicava; negando l'asserita esistenza di
una convenzione da lui fatta per avere il saldo dei seimila
ducati dopo la presa di Pisa, e protestando per la strana pre.
tesa di non mandargli denari se non a giorno fissato per la
battaglia: « adunque », esclamava, « se quel giorno nol sa-
pessimo, chè son cose che bisogneria troppo presumere [per









96 G. NICASI

fissarle prima] ci vorriano lassar morire? » Tuttavia aggiun-
geva: Ebbene! « ve diremo che sabato [24 agosto], col nome
di Dio, daremo questa battaglia: che Dio ce la dia vittoria! »
e perchè questa vittoria potesse essere concessa dal cielo,
chiedeva che il fissato trasporto processionale a Firenze della
Madonna dell’ Impruneta venisse anticipato di un giorno, ed
insisteva perchè i Signori mandassero subito al campo quella
qualunque somma che avessero disponibile, riservandosi di
mandare il resto più tardi, perchè nel campo non eravi « un
soldo » e alle sue lance spezzate scadeva un nuovo paga-
mento. Conchiudeva infine: ora che i Signori sanno il giorno
della battaglia, mandino i denari, acciochè « questi fanti et
huomini da bene non si vadano con dio », e inviino anche,
in modo che almeno per venerdì sera giungano al campo,
la polvere, le lance, i targoni richiesti ed i fanti comandati
da Pistoia (V. Doc. 565).

Ma il 21 agosto i denari si facevano ancora desiderare;
ed i Signori fiorentini scrivevano che avrebbero mandato so-
lamente 2000 ducati, e se ne scusavano, allegando che la
battaglia si era prima promesso di darla il 15 agosto, e ciò
non era avvenuto. Paolo Vitelli rispondeva che mai aveva
egli promesso di dar la. battaglia il 15: del resto, se Pisa
non si potesse prendere, non doveva dunque essere pagato?
e soggiungeva: « Sia con dio! se noi ultimiamo questa im-
presa c'intenderemo in modo che saremo chiari insieme »: e
poichè dei 6000 ducati, che secondo i patti avrebbe dovuto

‘avere, ne aveva riscossi solamente 4500 di grossi, e non gli

erano quindi restati neppure tanti denari da potersi « com-
prare la carne per desinare », così i due mila ducati, che si
diceva di mandare al campo, non sarebbero neppure bastati
« a rinfrescare le fanterie », mentre era indispensabile dare

il dovuto soldo alle sue lance spezzate e pagare i soldati del
Signor di Piombino, che per non avere avuto i pattuiti de-
nari minacciavano « di andarsene cum dio » (V. Doc. 566).

Giunse il 22 agosto ed i promessi danari non furono









LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 91



mandati, sotto pretesto che Paolo Vitelli aveva promesso di
prendere Pisa prima che ai soldati fosse scaduta la prima
paga. Ed egli di rimando assicurava aver fissato che, oltre
la prima, dovesse essere tenuta pronta anche una seconda
paga per ogni evenienza; e chiedeva: « Dunque, se le cose
non tornassero cosi a sesto, ci vorrebbero lassar ruinare »?
e dichiarava: « almeno, se nol vogliono fare per conto loro,
toglino danari ad interesse sopra i nostri soldi, che siamo
molto contenti »; ma in ogni modo i danari vengano « e che
siano qui questa nocte o domatina a buon hora; perché, non
venendo, noi non ci potremo valere de questi fanti, e non
ce ne possendo valere, non potrimo dare questa battaglia, et
non si dando », noi ce ne excusiamo « con tucto cotesto po:
pulo che non manca per noi, ma per loro; et cosi ce ne ex-
cuseremo a tucta Italia et sforzarimone justificarsi in modo
che a loro sia imputato et in nell' honore et in el danno: ol-
tra che siranno causa farci pigliare qualche partito che et a
loro et a noi poi dispiacerà » (V. Doc. 567). E siccome il Tar-
latini faceva sapere al Vitelli le accuse di tradimento che a
lui si facevano in Firenze e che anche un amico di lui an-
dava spargendo cose a suo carico, Paolo ammoniva: « Circa
le cose dell' amico, usate moderantia et in tutto fingerete non
ve ne avvedere, né intenderle; et governátive in modo che
nessuno si adveda che né vui né nui habbiamo questa opi-
nione: et non dubitate che speramo in Dio et in suo aiuto,
ché col ben fare vinceremo tutto » (V. Doc. 567). Il Tarla-
tini fece anche sapere al Vitelli di avere ordinato preghiere
alle monache delle Murate, perchè intercedessero da Dio la
vittoria: e Paolo gli rispondeva: « Ci piace che facciate fare
oratione; et oltre a queste de le Murate, fatene fare a tutti
i luoghi più di buona opinione, et date buone et grosse ele-
mosine »; però, conchiudeva, « sopratutto sollicitate che se
habia quell'altra oratione », i denari, « et che l' habiamo do-
mani a omni modo » (V. Doc. 561).

Allorché il Tarlatini ricevette la lettera del Vitelli, nella

T









98 G. NIDASI



quale, come abbiamo detto, minacciava di prendere qualche
partito che avrebbe potuto dispiacere, credette che Paolo,
qualora non fossero mandati denari al campo, volesse ab-
bondonare l'impresa di Pisa; e per ció gli scrisse dissua-
dendolo dal fare ció. E Paolo, il 23 Agosto, gli rispondeva:
« Non dubitate che per qualunque sinistro portamento ci fosse
fatto di là, mai non siamo per mancare dello offitio et honore
nostro; ma se mai haremo a fare niente per noi, non siamo
per imbarcarsi a questo modo, accioché non possano dire:
se fanno, noi faremo ». Aggiungeva che era lieto fossero
stati eletti i nuovi Commissari di campo, che dovevano so-
stituire i malati, ed assicurava: « Noi, col nome di dio, que-
sta nocte cominceremo a trarre » (V. Doc. 568). Infatti Paolo
Vitelli aveva in quei giorni tagliato la strada dentro la for-
tezza di Stampace sul primo rivellino, ed ivi al coperto dalle
artiglierie nemiche aveva piantato alcuni pezzi delle sue;
inoltre aveva rotto lo stesso rivellino a fianco dell’ abbattuta
torre di Stampace, e sulle rovine di quella, alte da terra più
di venti braccia (1), aveva tirato sù e piantato due grosse
bocche di artiglieria di rincontro al riparo nemico, e due
grosse bombarde, una delle quali detta 27 badalisco, che mi-
ravano diritto alla nuova casamatta costruita dai Pisani: tutto
il resto dell'artiglieria l'aveva « piantata al muro di Stam-
pace » (V. Doc. 568).

I Lucchesi, che già avevano saputo l'imminente assalto,
che avrebbero dato a Pisa i Fiorentini, mandarono il 23 ago-
sto un rinforzo di fanti ai Pisani. La sera di quello stesso
giorno Paolo Vitelli cadde ammalato e, nella speranza che la
sua malattia non sarebbe grave, fu stabilito che l'assalto a
Pisa, fissato per la mattina del 24, fosse rimandato alla sera
di quello stesso giorno (V. Doc. 569). Tuttavia, malgrado la

(1) ANONIMO PISANO, loc. cit.







LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 99



malattia di lui, la notte tra il 23 ed il 24 l'artiglieria fio-
rentina ebbe ordine di cominciare a tirare; il bombardamento
seguitò furioso tutta quella notte ed il giorno seguente, con-
tro i ripari nemici, la Porta a Mare, ed il ponte, al quale
furono tolte « per la maggior parte le difese » (1), sicchè
non poteva essere dai Pisani attraversato.

Pur troppo la malattia del Vitelli prosegui anche il 24,
di modo che l'assalto a Pisa si dovette rimandare alla mat-
tina del 25: giunta la quale, Paolo Vitelli, sebbene non com-
pletamente ristabilito, chiamò i soldati alla battaglia; ma do-
vette con dolore costatare che il numero dei malati era in
quei giorni enormemente cresciuto, e che i sani, non avendo
ricevuto gli aspettati denari, erano in sì gran numero fug-
giti da far perdere ogni speranza di vittoria. Tuttavia il Vi-
telli — anche perchè i Commissari lo scongiuravano a dar
l'assalto a ogni modo — avrebbe voluto tentare la prova
con i rimasti; ma questi si rifiutarono di combattere, se non
fossero prima sborsati loro i denari che dovevano avere: sic-
chè, non potendosi in ciò contentarli, si dovette rinunziare
all’ assalto (V. Doc. 570-578). Intanto i Pisani, per porre ri.
paro all’infuriare dell’ artiglieria fiorentina, la notte del 24
agosto ed il giorno 25, costruirono con incredibile celerità
grossi terrati a rinforzo dei ripari battuti dal nemico; sca-
varono fossi per poter recarsi coperti ai ripari medesimi;
innalzarono nel centro del campo loro due bastioni, sui quali
piantarono tre grossi cannoni ed un passavolante, detto 4
bufalo, e, munitili di ripari e travate a modo di ponte, comin-
ciarono, il 26 agosto, a percuotere le artiglierie fiorentine
danneggiandole grandemente. Paolo Vitelli, che malgrado il
mancato assalto a Pisa, aveva fatto seguitare il tiro dalle sue
artiglierie, visti i gravi danni che facevano a Stampace i

( 1) Idem.

















100 G. NICASI



cannoni nemici ultimamente piazzati e specialmente 2/ bufalo,
voltò contro quelli tutte le sue artiglierie e, promettendo a
colui che avesse smontato o rotto é bufalo duecento ducati
di premio, potè riuscire prima a far sfondare la travata che
lo proteggeva, e poi a sboccare quel passavolante in modo
che per quel giorno non potè più tirare. Ma il giorno se-
guente i Pisani ripararono #! bufalo segandolo ; lo piantarono
« davanti alla compagnia di San Giovanni in via sant’ Anto-
nio » (1) e, munitolo di forti ripari, cominciarono a battere
nuovamente con esso le artiglierie di Stampace, le quali, seb-
bene nel frattempo fossero state protette con balle di lana,
male potevano resistere alla forza dei colpi del dufalo ; men-
tre le artiglie pisane, riparate sotto cumuli di materazzi ad-
doppiati, sfidavano la furia nemica (2).

Allorchè giunsero a Firenze le notizie del mancato as-
salto contro Pisa, grandissimi furono i clamori che si leva-
rono nel popolo contro il Vitelli; i nemici di lui, più aper-
tamente che mai, lo accusarono di tradimento ed anche i
Signori fiorentini non nascosero il loro malcontento verso il
Capitano. Ma Paolo Vitelli, con una sua lettera del 25 ago-
sto al Tarlatini, nella quale dettagliatamente enumerava le
grandi deficenze di denari, di munizioni e di uomini che, per
imprevidenza della Signoria, avevano fino a quel giorno tri-
bolato il campo fiorentino, faceva apertamente risalire agli
stessi Signori la responsabilità dell’ accaduto, dichiarando che
da sua parte egli aveva fatto quanto umanamente era stato
possibile per riparare ai tardi ed insufficienti provvedimenti
loro, e che per ciò, se rimproveri dovevano farsi, non a lui
ma a loro dovevano essere rivolti: ed esclamava amara-
mente: « Ma hanno ragione di lapidarci delle buone opere!
nè altrimenti merita chi serve in troppa fede, come habbiamo

(1) ANONIMO PISANO, La guerra di Pisa, etc., loc. citato.
(2) PORTOVENERI, Memoriale, loc. cit.











LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 101



noi! et così se remunera le grandi e buone servitù! ». Tut-
tavia, diceva, che non si doveva ancora disperare dell’ im-
presa, perchè l'assedio di Pisa era « a uno puncto da spe-
rarne più tosto bene che male: » anzi, se i Signori fossero
pronti a far subito « tre o quattro mila fanti provvisionati
vivi, et non in lista », e provvedessero immediatamente mu-
nizioni, marraioli e tutto il nocessario, in modo che non più
tardi del 28 corrente tutto giungesse al campo, esso Vitelli
aveva pronti alcuni progetti che, messi in opera, avrebbero
potuto dare la vittoria; ma intanto, aggiungeva, era indispen-
sabile pagare immediatamente i fanti rimasti al campo, e
mandar subito genti, con le quali « si possino levare le ar-
tiglierie », altrimenti si sarebbero perdute; e se fossero per-
dute, concludeva, « vedranno che non tanto siranno poi atti
a expugnare Pisa, ma dureranno fatica a difendere e’ con-
fini loro » (V. Doc. 571). Anche Cerbone, che fino dal 24 ago-
sto era stato chiamato al campo dal Capitano, scriveva al
Tarlatini: fate « omni opera per la expeditione di questi
fanti che sono qui et hanno provvisione, et gli altri che si
hanno a fare; ché, per dio, se li fanno presto, a omne modo
siamo signori di Pisa; non li facendo, ve dico se perderano
le artiglierie, perché questi pochi ci sono non vogliono fare
fatica » (V. Doc. 512 e 513).

Inoltre Paolo Vitelli ed il Governatore Rinuccio da Mar-
ciano si recarono dai Commissari di campo e loro proposero
questi due modi di proseguire l'assedio di Pisa: o dare su-
bito la paga ai 1500 provvigionati, che ancora si trovavano
al campo, e aggiungere immediatamente a quelli altri tre
mila fanti « vivi » ; oppure dare al Capitano e Governatore
stessi 12 mila ducati, lasciando ad essi la cura di effettuare
la presa di Pisa (V. Doc. 513). Questi due progetti furono dai
Commissari notificati ai Signori fiorentini: i quali, il 26 ago-
sto, risposero di avere tenuto pubblica pratica su quell’ ar-
gomento; che tutti i cittadini si erano dichiarati favorevoli















109 G. NICASI

al proseguimento dell'assedio di Pisa; e che in un'altra adu-
nanza, da tenersi il giorno seguente, avrebbero provveduto
i denari occorrenti a porre in esecuzione quello dei due pro-
getti presentati, che dalla maggioranza fosse stato prescelto
(V. Doc. 573). Ma i buoni propositi non bastavano a trovare
i danari necessari ai presenti bisogni. Lo stesso giorno 26, non
si poterono, malgrado ogni sforzo, mandare al campo che
1500 ducati e, siccome questi erano assolutamente insuffi-
cienti a pagare tutti i provvigionati, così i Signori raccoman-
darono ai Commissari di adoperare quei denari « per finire
di pagare quella quantità [di fanti] che potessero », piuttosto
che, per contentarli tutti, dare ad ognuno qualche rata; « per-
chè nel fare questo, quando subito non si dia il resto, si vo-
gliono ad ogni modo dissolvere, et viensi ad perdere intera-
mente il danaro speso » (V. Doc. 574). Il giorno 27 agosto
furono mandati al campo altri 1200 ducati di grossi, che non
furono ancora sufficienti al bisogno, tantochè le genti del
Signor di Piombino minacciarono di abbandonare in massa
il campo, ed i Signori si raccomandarono ai Commissari che
s'ingegnassero di trattenerli in qualehe modo (V. Doc. 515).

Nel frattempo le artiglierie fiorentine — anche per scar-
sezza di munizioni — si trovarono in tale inferiorità di fronte
a quelle pisane che Paolo Vitelli, per non perderle, — tanto
piü che le continue pioggie di quei giorni ne avrebbero reso
per il gran fango sempre più difficile il trasporto — cavo la
notte del 28 agosto (1) le sue artiglierie da Stampace, riti-
randole intorno alla sua tenda nel campo. Tuttavia, non vo-
lendo abbandonare Stampace, per potervi, allorché i promessi
rinforzi fossero giunti, rimettere le artiglierie, fece tagliare
il muro esterno di quella fortezza verso il campo fiorentino,
e l'apertura muni di « un solaio di travi grossissime », sotto
il quale i suoi soldati, riparati dal revellino e dal fosso di



(1) ANONIMO PISANO, La guerra di Pisa.





LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 103

Stampace, avevano facile e sicuro accesso a questa; perché
sebbene le macerie di muro, che vi rovinavano sopra le ar-
tiglierie nemiche, lo facessero piegare, pure resistette (1).

Il 29 agosto alcuni pisani uscirono improvvisamente con-
tro il campo fiorentino, e guastati i lavori e feriti molti sol-
dati, cercarono di ritirarsi: accorsero contro di essi le fan-
terie fiorentine; i Pisani, dall'altro canto, si gettarono fuori
dei ripari a dare spalla ai loro concittadini; così si attaccò
una forte zuffa che durò circa un'ora: ma alla fine i Pisani
furono respinti con gravi perdite, perchè, essendo saliti sui
loro ripari allo scoperto, furono facile bersaglio delle poche
artiglierie fiorentine rimaste in azione (2). Lo stesso giorno i

cavalleggeri pisani si spinsero fin sotto le mura di Cascina,

dove assalirono coloro che portavano viveri al campo fioren-
tino; predarono muli ed altre bestie cariche di vettovaglie e
fecero prigioniera una parte della scorta.

Le condizioni del campo fiorentino si facevano ( così sem-
pre più gravi, tanto più che gli inadeguati provvedimenti
della Signoria non riuscivano a far rallentare la diserzione
delle fanterie. I Commissari, veduto che l' esercito si era ora-
mai « quasi dissoluto » e che le loro lettere ai Signori per
sollecitare i provvedimenti restavano inefficaci, stabilirono di
recarsi uno di loro a Firenze per sollecitare di persona l' in-
vio del necessario. Vi andó Pierantonio Bandini, il quale,
nella pratica che si tenne in Firenze il 29 agosto, disse ad
alta voce che, se non si fosse subito provveduto a racco-
gliere sei ad otto mila ducati, in modo che potessero giun-
gere al campo la notte seguente, si perderebbero quelle arti-
glierie che erano costate oltre 100 mila ducati; aggiungendo
« esservi nell’esercito fiorentino molti che non volevano che
il Capitano havesse honore di quell’impresa » e, quindi, de-

(1) ANONIMO PISANO. La guerra di Pisa.
(2) Idem.



104 G. NICASI

sideravano che tutto andasse a male (V. Doc. 576). Le pa-
role del Bandini scossero l’ assemblea tanto che, seduta
stante, i presenti, con nobile slancio di patriottismo, si quo-
tarono personalmente per raccogliere i denari occorrenti. I
Signori scrissero promettendo pronti ed adeguati provvedi-
menti, e confortando il Capitano ed il Governatore « a non
mancare della loro solita virtù » (V. Doc. 577); contempora-
neamente aprirono strette trattative con Lucca perchè desi-
stesse dall’ aiutare i Pisani (V. Doc. 579) Paolo Vitelli, fidu-
.cioso che finalmente qualche energico provvedimento si sa-
rebbe preso, scrisse il 30 agosto ai Signori, ringraziandoli
delle cortesi espressioni a lui rivolte, scusandosi di essere
stato costretto a sospendere l’ assalto di Pisa e dichiarandosi
tutt’ ora fiducioso sul buon esito dell'impresa, purchè la Si-
gnoria avesse fatto i necessari provvedimenti (V. Doc. 578).
La sera di quello stesso giorno Paolo Vitelli cadde nuova-
mente ammalato.

Il 1° settembre entrarono in carica i nuovi Signori (1) i
quali, appena ebbero preso possesso del loro ufficio, si cre-
dettero in dovere di scrivere a Paolo Vitelli, condolendosi
con lui della sua malattia e delle poco liete condizioni del
campo; dichiarandosi pronti a fare il possibile per provve-
dere l’esercito del necessario; e raccomandando intanto che,
sia esso Paolo, sia suo fratello Vitellozzo — che, durante la

(1) Eccone i nomi:

1. — Niccolò di Alessandro Macchiavelli.

2. — Giovanni di Francesco di Bernardo Uguccioni.

3. — Giovanni di Giacomo di Duccino Mancini.

4. — Antonio di Averardo Serristori ; (il quale però entrò in carica il.7 set-
tembre, perchè ammalato).

5. — Antonio di Giovanni Spini.

6. — Francesco di Simone Guiducci.

7. — Giacomo di Antonio di Michele del Cittadino.

8. — Pier Francesco Bettini.

9. — Giacomo di Blasio Guasconi, vessillifero della Giustizia per il quartiere
di San Giovanni.









LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 105

malattia di lui, lo suppliva — facessero ogni conato per
mantenere di fronte al nemico le posizioni occupate, fino a
tanto che fossero giunti i rinforzi che si apprestavano, e le
deliberazioni, che stavano prendendo a vantaggio del campo,
potessero avere effetto (V. Doc. 580). Il medesimo raccoman-
darono ai Commissari, loro ordinando anche di ben trattare
i fanti che stavano per giungere, perchè, se « fossero stati
trattati come per lo addietro », o se ne sarebbero andati, o
non avrebbero ubbidito (1) Intanto si radunava in Firenze
la pratica, nella quale si deliberó la prosecuzione dell'im-
presa di Pisa ed un nuovo stanziamento di denari per la
medesima.

Troppo disastrose peró erano oramai divenute le condi-
zioni del campo, perché questi provvedimenti potessero giun-
gere in tempo per salvarlo dalla dissoluzione. Nell’ esercito
fiorentino — secondo quanto riferivano nella loro lettera i
Commissari — vi era mancanza di fanterie, di denari, di
guastatori, di munizioni; le genti d’arme si trovavano in
gran disagio « per havere a stare giorno e notte in sulla
sella »; le malattie imperversavano sempre più e anche il
Governatore cadeva ammalato; lo sbandamento delle fanterie
assumeva tale estensione che i Commissari chiedevano istan-
temente denari, sempre denari, perchè altrimenti l’ esercito
andava in rovina e si perdevano le artiglierie (V. Doc. 582).
Ma i danari, malgrado ogni buon. volere dei Signori, giun-
gevano a spizzico, ed in quantità assolutamente inadeguata
al bisogno (V. Doc. 583): le genti del Signor di Piombino,
per non essere state pagate, avevano abbandonato il campo,
ritirandosi a San Miniato e nelle colline circostanti. Paolo
Vitelli, che sapeva come altri connestabili avevano dichia-

(1) Vedi negli scritti inediti di NicoLo MAccHIAVELLI, pubblicati da Giuseppe
Canestrini : La Spedizione contro Pisa del 1499. Lettera del 19 settembre ai Commis-
sari di Campo, pag. 63 e seguenti. (Firenze, Barbera Bianchi e Compagni, 1857).











106 G. NICASI

rato di seguire con le loro compagnie l'esempio delle genti
del Signor di Piombino, se non fossero subito pagati, recla-
mava energicamente presso i Commissari il pagamento del
soldo alle sue genti: i Commissari, alla loro volta, tempesta-
vano con lettere la Signoria fiorentina perché mandasse al
campo, « volando », qualche buon numero di danari, per evi-
tare seri guai, tanto più che anche i Connestabili, a cui era
stata affidata la guardia di Livorno, si dichiaravano impo-
tenti a rattenere le loro compagnie dallo sbandarsi, se non
fossero state pagate (V. Doc. 583). Tutto ciò aveva ridotto l’ e-
sercito fiorentino in tale critica situazione che Paolo Vitelli
si era trovato costretto ad abbandonare, la notte del 2
settembre, il borgo San Donnino ed a restringere « tutto
insieme il campo da mezzo borgo San Giovanni verso la Ver-
tola », sbarrando e tagliando « tutte le strade da dove po:
tesse essere offeso » (1). Ma, anche cosi riconcentrato, non
poteva l’esercito fiorentino mantenersi, senza forti soccorsi,
intorno a Stampace, ed una sua completa ritirata diveniva
ogni giorno più inevitabile. La Signoria però insisteva per-
chè si mantenessero le posizioni occupate per dar tempo al
giungere dei soccorsi; e ordinava ai Commissari di campo di
provvedersi nelle terre fiorentine più prossime i bovi neces-
sari ai servizi dell'esercito e di assicurarsi della fedeltà di
Cascina, mandando a Firenze 12 o 14 dei principali abitanti
di quella Terra, e mettendovi a guardia gli uomini di Mon-
topoli e di Santa Croce, che erano stati sempre in discordia
con i Cascinesi (2).

Il 2 settembre i Pisani assaltarono con i loro cavalli
leggeri il campo fiorentino e corsero « fino dentro alle sbarre »
del medesimo (3). Paolo Vitelli vedendosi oramai impotente

(1) ANONIMO PISANO, loc. cit.

(2) MACCR:AVELLI N., Scritti inediti pubblicati dal Canestrini, pag. 69.

(3) L' anonimo pisano dice che ció avvenne il 3 settembre, ma dal doc. 583 -si
rileva che fu il primo. :











LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 107

contro i nemici, per mancanza di ogni cosa necessaria al suo
esercito, scriveva il 2 settembre al Tarlatini, che al campo
« non era restato quasi persona »; che non vi era provvi-
gione nè di marraioli, nè di bova, né di danari, né d' altra
cosa alcuna »; che le sue genti morivano, non solo per le
malattie che ogni giorno crescevano, ma anche di fame, per-
ché non erano pagate; e che, malgrado ció, non si vedeva
farsi dalla Signoria « alcuna provvisione né per stare, né per
partire » : era quindi assolutamente indispensabile che essa
si decidesse una volta, o à mandare il necessario perchè
l esercito si potesse mantenere nelle posizioni occupate, o à
dare ordine di abbandonarle immediatamente, perché nel
tardare vi era grandissimo pericolo: e se, dentro due giorni,
non si fosse preso dalla Signoria qualche energico provvedi-
mento, egli si sarebbe trovato costretto a levare il campo
(V. Doc. 585). Ma la Signoria rispondeva, il 4 settembre, ma-
ravigliandosi che i Vitelli fossero « come resoluti entro due
di di partire », mentre essa stava prendendo provvedimenti
che avrebbero posto il campo in grado di poter. difendersi ;
tanto più che era da sperarsi che le malattie fossero oramai
per diminuire. Per ció ordinavano che, non solo non si do-
vesse abbandonare Pisa, « se già uno urgentissimo pericolo
non li costringessi », ma che non si dovesse neppure uscire
di Stampace; e solo si fossero messe al sicuro le artiglierie e
se ne mandasse le piü grosse per acqua a Livorno (1) In-
tanto, siccome la Signoria aveva chiesto al Vitelli che pro-
ponesse un nuovo piano per assediare Pisa, così Paolo ri-
spondeva, che, sebbene fosse egli convinto che, comunque si
prendesse presentemente l'impresa contro Pisa, non sarebbe
per riuscire, pure non vi era altro modo possibile per ten-
tarla che il seguente (V. Doc. 588) Considerando la pre-
sente debolezza dell'esercito fiorentino ed il poco valore bel-

(1) Scritti inediti di NicoLò MACCHIAVELLI, pag. 73.









108 G. NICASI



lico attuale di Stampace — sia per essere tanto male ridotta
dall'artiglierie nemiche da non potersi piü tenere, sia per
avere i Pisani fortificato la loro città innanzi a quella for.
tezza in modo da non potere essere più da quella parte of-
fesi — era necessario ritirare il campo in San Piero in Grado
« et quello, o veramente la Foce, quale più paresse a pro-
posito, fortificare »: al quale scopo dovevasi fare « provvi-
sione di marraioli, maestri d'ascia et buoi in buon numero »,
cercando che, « per la via delle colline et di Livorno, non
mancasse il vivere » all'esercito. Intanto si sarebbe dovuto
« attendere a far fanterie in diversi luoghi », ed approntato
tutto il bisognevole, « immediate saltare dal canto di là »,
sulla destra dell'Arno, « con dieci o dodici bocche di arti-
glieria buona con polvere et pallotte » e tentare con quelle,
e con l'opera di scalpellini, di aprirsi una via a traverso le
mura e le difese di Pisa, per impadronirsi della medesima
(V. Doc. 587 e 588).

Nel mandare, il giorno 5 settembre questo suo nuovo
piano di assedio contro Pisa al Tarlatini perché lo presen-
tasse alla Signoria, gli raccomandò che, insieme al Tondi-
nelli, rappresentante in Firenze del Conte Rinuccio di Mar-
ciano, facesse « omne conato » acciochè la Signoria dasse il
permesso di poter levare entro due giorni il campo da Pisa;
assicurando non essere oramai più « possibile starvi senza la
ruina » dell'esercito, in quanto che le condizioni di questo
erano tali che, se anche esso Vitelli lo avesse voluto ivi te-
nere, « lor Signori doveriano comandare » che lo ritirasse
(V. Doc. 587).

Conosciutasi in Firenze la decisione del Vitelli di ritrarsi
con l’esercito da Pisa, fu generale l'indignazione dei citta-
dini, perchè così essi perdevano ogni speranza di riprendere
per allora Pisa e porre fine una volta a tanti loro dispendi
e sagrifizi: ma più di ogni altro se ne indignarono i Signori,
i quali non potendo capacitarsi dell’ impossibilità per l’esercito
di mantenersi intorno a Pisa fino all’ arrivo dei soccorsi, che







LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 109

stavano allestendo, si persuasero essi pure che i Vitelli non
agissero in buona fede, e, sospettandoli traditori, deliberarono
sopprimerli al momento opportuno. Intanto cosi scrissero il
6 settembre ai Commissari di campo: « Poiché per le vostre
ultime lettere ci facevi intendere alcuno nostro provvedi-
mento, secondo il judicio di cotesti Signori, non essere a
tempo a fare aleuno fructo, questa sera di poi habbiamo
avuto a noi buon numero di cittadini et, consultato sopra le
cose di cotesto esercito, si sono risoluti, considerati i termini
in cui ci troviamo, che sia bene cedere alla volontà di co-
testi Signori » (V. Doc. 590).

In quanto poi al nuovo progetto, presentato da Paolo
Vitelli, per tentare l'espugnazione di Pisa dall'altra parte
dell Arno, avvertivano essersi essi per ora risoluti a bene
presidiare e fortificare la Foce, piuttosto che San Piero in
Grado, e che avrebbero mandato tra due di al campo due
nuovi Commissari « bene istruiti et informati » delle inten-
zioni-loro, accioché « possino disporre tutto » secondo il
mandato ricevuto (1). Questi due nuovi Commissari erano
Braccio Martelli ed Antonio Canigiani, che avevano dalla Si.
gnoria il segreto mandato di sorvegliare gli andamenti di
Paolo e Vitellozzo Vitelli e di farli al momento opportuno
prigionieri.

Il 6 settembre i Pisani assalirono nuovamente il campo
fiorentino e parte di essi si gettarono sulle retrovie impe-
dendo cosi il rifornimento dell’ esercito che era già divenuto
difficilissimo per le vie rese impraticabili dalle acque: così
alle altre disgrazie si aggiungeva anche la carestia.

Intanto i Commissari si apprestavano a fare fortificare
la Foce ed a tale scopo chiedevano alla Signoria che fos-
sero mandati al campo buon numero di guastatori, perchè
di quelli fin qui inviati ne erano giunti appena un terzo; e

(1) Scritti inediti di NIcoLÒ MACCHIAVELLI, pag. 75.











110 G. NICASI



si raccomandavano che li avessero mandati entro due giorni,
non essendo possibile di potere più a lungo rattenere le fan-
verie dall’ andarsene, perchè i denari inviati non erano stati
sufficienti a pagarle (V. doc. 591).

Finalmente il 7 settembre l’esercito fiorentino lasciò
Pisa ritirandosi verso la Vertola.











LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 111

APPENDICE II



488. (D. r. LIV. 148). Milano, 1499, Mag. 2.

Francesco Soderini e Francesco Pepi [oratori fiorentini presso il duca di
Milano |.

« Ricordò il Signore [Lodovico Sforza] amorevolmente che cercassi
tenere ben disposti e Vitelli per non li perdere voi in questi tempi, et
acciò non andassino con altri, accennando e Vinitiani, ove sente hanno
pratiche: et dice che hanno decto a Messer Visconti, che non vogliono
stare più con voi, nè vogliono vostre stanze, ma andarsene a Castello.

Fececi leggere [Lodovico Sforza] una lettera de XXII dal suo ora-
tore di Siena, per la quale s’ intende la gelosia di Pandolfo, conferita
etiam con Ser Antonio da Colle, però ne passeremo sobriamente. Ma
questo Signore [Lodovico] ha scripto a Vitelli et a Giovampagolo [Ba-
glioni] che non voglino molestare lo stato Sanese presente, per essere
amico et suo et di V. S. et perchè, facendolo, lui saria costretto aiutarlo
et dimostrarsi contro di loro; che non saria secondo lo animo che ha
di honorare le persone loro, secondo l'amore che li porta ».

489. (D. r. LIV. 154). Milano, 1499, Mag. 12.
I medesimi.

« Sua Excellentia (Lodovico Sforza] ci fa intendere come e Vitelli,
oltre allo adspirare ad Siena, hanno etiam dimostrato qualche disegno
di Piombino, sebbene quella affermi credere che tutto sia senza con-
scienza della S. V. ».

490. (D. r. LIV. 155). Milano, 1499, Mag. 12.

I medesimi.

« Hacci comunicato il Signore [Lodovico Sforza] la lettera di Pan-
dolfo [Petrucci] et la sua gelosia et voluto confortiamo V. S. a operare







119 G. NICASI

che a Pandolfo non sia dato molestia; et lui ne ha scripto a Giovam-
paolo et a Vitelli et dice eredere che i Vitelli pensino a una simile cosa,
perehé hanno decto a Messer Visconti che non vogliono piü stare

con V. S. ».
491. (Dir DIV. 158). Milano, 1499, Mag. 16.
I medesimi.

« Questo Signore [Lodovico Sforza] di nuovo, per relatione di
Messer Visconti, vi ricorda et exhorta a tractar bene et tenere contento
il vostro Capitano, altrimenti, dice, lo perderete; et che lo sa di certo,
et perchè non è tempo da volere alienare da se simili huomini et simil
Capitano; cosi per non li perdere (parendoli ne abbiate bisogno e vi ab-
bino servito bene) come per non li lasciare havere ad altri, che forse
non saria al proposito particulare, nè comune ». :

499. (D. 1e. CV. 9). Firenze, 1499, Mag. 19.

Com.ne de Mag.ci S.ri Dieci di liberta etc. allo Sp.li Piero di Bertoldo
Corsini.

Andrai ad trovare e S.ri Vitelli con ogni possibile celerità, et
vedrai di muovere loro et il S.re Governatore con tucte le loro gente
alla volta di Pisa. Et perchè, tra le altre difficultà che hanno facto e Vitelli,
è lo aumento di Vitellozzo, però ti ordiniamo che tu cominci a resolvere
questa parte con monstrare che la richiesta fa Vitellozzo non è punto
ragionevole, durando la condotta del capitano, la quale comprhende an-
chora lui. Et quando bene nollo comprhendessi, larichiesta di cento
homini darme é indiscreta, et pero vedrai di modificarla con ridurla a
cinquanta homini darme per il medesimo tempo et a commune col Ca-
pitano, o si veramente, separandola, levare da altra parte tanto della
condocta del Capitano quanto importa la factione che li viene ad fare
la persona di Vitellozzo in nella compagnia sua, come meglio sene ac-
cordassino in sieme, non passando lasopra decta somma. Et quando di
questa parte resti bene daecordo, come vorrebbe ogni discretione, farai
intendere che e debiti che loro hanno contracti qua si accorderanno, et
che si darà loro il passavolante, et che dal Governatore sarà obedita
la S.ria del Capitano. Quanto al danaio de sette mila ducati di oro in

oro che tu porti, vedrai di cominciare adistribuirne tre in quattro mila












ati ne Vitelli solo per muoverli, et quello più che ti parra, traetone

duc
lli che tu pagherai al Governatore, con affermare che non passe- |

ue
E Firenze di molte miglia che sifinira di dare loro fino alla somma
di sette o otto mila ducati di contanti, come si è ragionato. Quando
pure, usato ogni tua diligentia et industria, nella quale confidiamo assai,
loro non fussino per restare daccordo dello aumento de cinquanta ho-
mini darme, et per consequente non fussino per cavalcare, in tal caso



Y
Ill

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 113 |

tenterai se qualche pratica, che ci -è stata decta del retrovare Vitellozzo

aviamento fuora di noi, ha fondamento ; et dove loro fossino per pigliare

3 tale partito, dummodo che il Capitano resti libero et ordinato da potere

E fare factioni nelle cose nostre, sempre ludireno volentieri: Et per ultima,

quando pure non sieno per levarsi colle gente, usato prima ogni dili-

gentia, non pagherai loro alcuna somma di danari: ma adviserai dove |

restano lediffieulta, et.ti fermerai advisando con ogmi celerita, et aspet- |

tando nostra risposta.

Alla uscita tua di Firenze per andare ad exeguire la soprascripta
commissione farai fare fede del giorno partirai et manderala alla Can-
celleria, et il primo giorno della tornata venire allo officio de M. 8S.
Dieci ad referire viva voce quello che harai exeguito, et il secondo
giorno darlo inscriptis alla Cancelleria sotto gravi pene.

Die XX.ma Maij 1499-fuit additum suprascripte commissioni id
quod apparet in. licteris datis ad suprascriptum Petrum infrascripti tenoris. : |
E La alligata ti habiamo faeta in modo da potere leggere alla S.ria |
del Capitano et Vitellozzo: ma il presente Cavallaro principalmente |
ti spoacciamo per farti intendere, che quando tu non potessi fare restare |



contenti il Capitano et Vilellozzo alle conditioni hai havuto da noi in
commissione, et per consequens non si volessino levare colle gente, et
venirne con quella prestezza richieghono e presenti nostri bisogni ala
volta di Pisa, essendo daccordo di tucte le altre parte, siamo contenti,
et così, havendo fede grandissima nella tua prudentia et affectione verso
la rep. nostra, tidiamo libera commissione di consentire di aumento, piu
di quello hai in commissione, dieci, quindici, venti et insino in venti- |
cinque huomini darme ; facendo instantia et usando quelli termini, che |
in sul facto ti parranno piu accomodati per contentarli con mancho
numero ti sera possibile, non passando in nessuno modo decta somma di |
Le XXV huomini darme; et ingegnandoti di risparmiare in questo il nostro i
pubblico piu potrai, chè il concederne piu numero non si puo: intendi
che non solo si rispiarma (sic) il nostro essere, ma ancora ci serve a

piu altri propositi, come per tua prudentia intendi. Advisa con diligentia
quello harai facto o speri fare, et sopra tutto sollecita la levata et la









114 G. .NICASI



venuta con ogni possibile prestezza di loro Signorie colle gente: et bene

vale.
493. (Ep. III. 108). Città di Castello, 1499, Mag. 23.
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

M.r Corado noi simo stati, di poi la partita de qua de S.re Cor-
nelio, sopra laconsulta de casi nostri cum la S. del Comissario: et
tandem è remaso de scrivere ala ex.a S.ria che noi circa lo augmento
non restamo contenti amanco de cento homini darme.

Circa al denaro: che noi non possemo fare de presente cum manco
de dueati X mila doro per el capo dele genti darme: cum questo inteso
che noi primamente siamo chiari che Giuliano Gondi se chiami con-
tento e satisfatto da noi de li ducati XVI mila li siamo debitori, o per
via de asignamenti, o come parera a cotesti ex.si S.ri: et de questo
noi nevolemo una lettera de Giuliano proprio. Havemo adimandati per-
dare al guasto a Pisa fanti tricento de li nostri, et de lialtri, che sonno
al servitio decotesta S.ria, tanti che faccino la summa intucto de fanti
2 mila vivi. Si dipoi dato elguasto sehavera aprocedere più avanti
non vorrimo mancare de laprovisione nostra usata de havirne fino al
numero de 1200: perli 600 che sehavessino a condurre de presente se
truoveranno: non cemandino manco de ducati 2000: o adminus 1800.

Havemo adimandato che se faccino provisione aguastatori et che
le artigliarie de Casentino semovino alavolta de Pisa | Et noi, facendose
queste provisioni havemo promesso, e cusi atendarimo cum effectto, de
alogiare incampagna e dare ilguasto apisano. Hora qui bisogna celerita
se noi volemo fare qualehe buon fructto: siche solicitarite | et farete
insistentia aquanto de sopra ve se scrive | non mancando in le altre
cose deseguire quanto havemo scrictto et per ultimo facttovi intendere
per S.re Cornelio: excepto che ladomanda che noi facemo delacautione
per li nostri pagamenti, non cercamo se cerchi, ma che semo contenti,
confidando in la S.ria che alpresenti se trova in palagio, che senefaecia
in quella libera remissione: sperando che lhabbia apigliare circa questo
capo uno apuntamento de natura che noi havarimo aservire de bona
voglia. Governate mo questa cosa cum prefata ex.sa S.ria per quello
buon modo saparite fare, siche ne segua lo effeetto de questo nostro
desiderio, o pervia delettere o come ve piacera.

Cum Iuliano Gondi ne resolverite prima, circa el debito havemo
cum sua M., che una volta noi siamo chiari che se chiami contento da
noi. Dipoi usarite omni extrema diligentia chel neserva e acomodi de





















































LA FAMIGLIA VITETLI, ECO. 115



tre milia ducati: cum liquali, oltre lipanni e drappi giubboni e calze
se dimandano per una lista de S.er Corneliio, spacciarimo una parte de
lo augumento. Voi havete mo inteso tuctto: solecitarite come 6, dictto
la expedietione acio possiamo cum effectto mostrare atesti m.ci S.ri e
patroni nostri elnostro buono e sincero animo circa liloro servitii: et
bene valete.

Cercarite dextramente cum la S.ria che nefaccia bona laprovisione
de lo augmento alprincipio de lanno, perche gia noi Ihavemo in ordine
e factto leconductte: et quando non sepossa tirare alprineipio delanno,
che lacominci quanto piu presto se po:

Darite et uno cercho et uno acenno che quando noi sirimo in
quello de pisa sira necessario siamo provisti de lamprestanza Nee alia:

iterum bene valete.
494. (D. r. LIX. 89). Città di Castello, 1499, Maggio 27.
Il Commissario Pietro Corsini ai Dieci.

Ma.ci et ex.si D.ni mei observand.mi ete. Non ho scripto a V. S.ria
poi mi partì da quelle maxime sendo certo le lettere scripte alli S.ri
Dieci essere sute comune a V. S.ria, et questa è solo perche, oltre alle
conclusione faete con questi S.ri Vitelli, come per lettere a Dieci V.
S.ria haranno visto, è occorso a questi S.ri Vitelli recordare et chiedere
alcune cose, le quali el R.do Abbate Basilio et da Biagio di Bonaccorso,
cancelliere de Dieci et mio, V. S.rie intenderanno: aquali v. ex.se S.rie
si degneranno prestare piena fede: et maxime importa ehe V. S.rie
proveghino immodo che mi sia mandato fino alla somma di ducati die-
cimila: di che ne ho dato grande intentione et speranza a questi. S.ri
Vitelli: anchora ehe expressamente non mi sia oblighato: et tueto ho
facto sotto la speranza et fede di V. Ex.se S.rie perche sortisca lo ef-
fecto, diche mi parse vedere quelle molto desiderose alla mia partita :
et el prefato Abbate Basilio è suto buono instrumento, come fu sempre,
a propositi di V. S.rie et ha aiutato solvare omni dificulta. Recoman-

domi a V. ex.se S.rie quae felicissime valeant.
495. (Ep. III. 104). Città di Castello, 1499, Mag. 28.
Il tifernate Angelo Passerini a Corrado Tarlatini.

Mag.ce ac splendidis.me eques Commendatione : Penso che v. m.
habbi inteso delli spettaculi et gentileze novamente facte qui alli nostri







116 G. NICASI



Ill.mi S. Vitelli, Capitano et Vitelozo, con grandis.mo hon. de testa
ex.sa repu. fiorentina: con versi latini et vulgari: che non solum ascri-
verli, ma ad annotarle non bastaria elfoglio. Ho voluto toccare a v. m*
per esser testimonio de quello che è piu inverita che imparolle: delli
adornamenti non mestendo supersuptuosissimi et bellissimi e che mai
ne a Roma ne a Napoli ne in siena ne in Fiorenza viddi tal cosa: et per
dir breve non sè perdonato addispendio neaffatiga, preterea prego v. m.
sedegni pigliare questa fatiga dederezare lainclusa lettera al R.mo car.le
S.to P. ad vincula, quale scrive mio fratello, al presente vicario de Sua
R.ma $S., deleoecurentie de labbadia de S.ta Croce de Fareneto, impor-
tante a Sua R.ma S. Imperò prego quella che per sua humanita se-
degni dirizarle bene, acio venghino in mano de Sua S. R.ma et mio
fratello et io le restaremo obligatissimi: si per me sepo fare alcuna cosa
v. m. cumandi: explorare labor iniussa capescere fas est. Messer An-
touio Albezzini dice cé impresso uno Antonino istorico, elquale fa
mentione de Castello, prego v. m., benche ucupatissima, sedegni usare
diligentia cattarlo, imperche faria aproposito duna istoria che io voglio

scrivere et mandarò el costo avostra magnificentia al primo aviso.

496. (A. B. .VI. 110). Città di Castello, 1499, Mag. 28.

Iulius Vitelli, episcopus eletus Civitatis Castelli, magnifico domino Corrado
de Tarlatinis de Castello, nostro carissimo.

Magnifico Messer Corrado, sono a questi dì vacati certi benefitii
in quello de Anghiari, de li quali se aspecta a noi la collatione, et li
havemo già conferiti. Mo intendemo che li Signori Capitani de parte
guelfa hanno impedito la possessione a chi li havemo dati; et per tanto
sarete con il presente portatore ali Signori capitani et farete omni opera
che non ce siano tolte le nostre iurisdictioni, state sempre de li nostri
predecessorii. Et quando essi Signori habbino rapgione alcuna, o di
padronato come allegano, o d’ altro, monstrate che noi non volemo im-
pedirle, ma, quando non le habbino, non vogliamo cercare privare dele
nostre prerogative, chè non ce piaceria. Presenterete la allegata a loro
Signorie, dove le pregamo se hanno ragione le mostrino, se no, non

impedischino de potentia le nostre. Operatevi con ongni studio, perchè

ce va lonore et utile nostro, etc.













117




LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.

497: (D. r. LIX. 101). Città di Castello, 1499, Maggio 31.









































Il Commissario Pietro Corsini.




Mag.ci et ex.mi D.ni D.ni mei singl. Comm. ete. Dele obcurentie
Ae dequa ne ho per insino adqui scripto ali Sp.li Dieci. Ma perche iudico
. È che alarivare de la presente elloro Offitio dovera essere expirato: pero
e necessario io mi volti a fare intendere ad V. S. quello ne occurre et
1 maxime de momento. Et come V. S. haranno inteso per la relatione
da delo Abbate Basilio, fu necessario dare speranza et quasi ferma inten-
tione a questi S.ri Vitelli che, oltra el compimento deli octomila ducati,

neserebbono provisti de proximo de doi milia altri, che in altro modo

non fu possibile ridure leloro S. avolere movere cosa alcuna : Scripsine

ancora ali Sp.li Dieci, persuadendoli attale effecto et risposono subbito

che mi farebbono honore de tale intentione data. Hora questi S.ri me
x hanno recereo hoggi de intendere a che termine sia questa cosa, mo-
strando essere constrecti da necessita: et extimando che io mi havessi
faceto riserbo di qualche centinaio di ducati, me hanno molto strecto che
dovesse servirli di trecento ov.o quatt.o cento ducati, per essere maneati



loro lidenari et havere ancora ad expedire li loro balestrieri acavallo,



(00 quali haveano riserbati alultimo et quello che glia desordinati è che
ci hanno domandato leprestanze o doi, o otre conductieri, tolti novamente
per lo augumento. Pero è necessario che V. S., cum piu presteza pos-
sibile, veghino de inviare dicti doimilia ducati adquesta volta, che cusi
mostrano constringa apodersi deltutto expedire de qua cum tucte le-
genti. Le loro S. demostrano divenire de buono animo et cum ferma
speranza di far cosa honorevili et utile per le V. S. et honore dele loro
persone: et comme per lettere scripte a Dieci V. S. poteranno havere
inteso, sitroveranno domactina al Bucino tucte legente darme di questí
S.ri, che erano allogiati dela dalechiane, et Domennica mactina se invia-
‘anno alavia de Chianti et de Valdelsa: et quelle che sono allogiate nel
contado de Arezzo et de Cortona lisequitaranno senza intermissione al
medesimo camino. El Capitano et io, insiemi cum sua S., partiremo lu-
nedi nocte, che cusi ha facto vedere essere buon punto et disegnia che



noi ci conduciamo al Pontedera per tueto giovedi proximo. Le genti
c del S. Governatore doveranno sequire apresso, che bisogna, avanti si
movino, aspettino che questi del Capitano siano escite delvaldarno, et
verranno per quella via/nahara hauta comissione Piero Martelli, el quale
sitrova apresso sua S.

Adpresso e necessario ehe S. V. proveghino in modo che questi
S.ri Vitelli se habbino ad tenire satisfatti delo accordare licreditori















118 i G. NICASI

hanno costi, comme sé loro promesso: elli mehanno hoggi mostro uno
capitolo diuna lettera de Giuliano Gondi, che non ne da loro molta
speranza. La qual cosa li haveva tucti riavoluppati et facti di mala-
voglia: senon che io li ho eonfortati et afermato che 5. V. non sono per
mancare loro di aleuna promessa facta, anzi per sforzarsi di satisfare
loro in omni cosa adquelle possibile: et me parso de dare notitia de
tucto ad V. S. giudicandole de momento et di tucto desidero risposta
cum celerita et cum effecto, giudicando cusi essere necessario.

Poscritta. Questi S.ri dinuovo manno chon grande efichacia demo-
strato non potere spedire il tutto delle genti sanza il supremento de
dumila Dc.; affermando chon molti giuramenti che de De. auti e de
quegli aspettano non ne pachano nessuno loro debito, ne neachomodono.
Sonno in expeditione delle genti darme et parendomi che questi im-
porti allaspeditione di questa cosa e massime della partita del Capitano,
pero misono mosso a mandare il presente fante aposta : che iddio midia
il piacere divedere partiti inbuono ordine, chome ne è tutto preparato,
sechuendo leffetto di cui sopra. Il che bisongna sia chonongni prestezza
possibile e non vorebbe manchare cifussino pertutto lunedi prosimo :
e avendo detto che le genti di Val de Chiana sarebbono domattina al
Bucine é tornato in questo punto un loro mandato dilà e diee visaranno
domanisera, respetto aquelli che sono a Foiano e li vicino, che no vi pos-
Sono essere prima: ma questo non manchera per nulla, cosi manno
affermato.

498. (A. B. VI. 113). Città di Castello, 1499, Giugno 1. XX.
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifice eques ete. Questo magnifico nostro Commissario, visto

‘che li octo milia ne ha dati non sono a bastanza a posserne levare de

qui, ne serive de nuovo ala Signoria che sia de suo buon piacere,
avanti ne leviamo de qua, servirne etiam de ducati dui milia, et senza
questo, mostra, quello è in verità, che sirà impossibile nelevassimo.
Pertanto anche voi farete omni cosa siamo compiaciuti de dieta summa,
et li usarite omni vostra diligentia. Noi ne levaremo cum 360 homini
darme, chè sesanta nhavemo tolti denuovo aconto del acrescimento et
sono in sella come li altri nostri vecchi; sichè vedete che senza dicti
dui mila [ducati] non potarissimo levare. Come havemo dieto de sopra
istate et usate [omni opera] non resemanchi de questo.

Saranno cum questa aligate dui, una al Excellentia del Signor
Duea et laltra a messer Galeazzo: farete habino buono recapito. Nec
alia.







LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 119

499. (D. le. CV. 3). Firenze, 1499, Giugno 5.

Commissione a Braccio Martelli et Luigi della Stufa per andare ad in-
contrare il Capitano Paoto Vitelli.

Andrete adtrovare subito il S.or Capitano per quella via et dove
lo crediate incontrare prima: et dopo le salutationi li harete facto in
nome nostro, commenderete sua Signoria delle opere sua, et pronteza
che ha mostro nel venire secondo che habbiamo ricercho, mostrando la
fede et speranza che habbiamo che di questa sua venuta nehabbia ad
seguire effecto secondo il desiderio nostro: et dopo queste prime aeco-
glienze entrerete dextramente inragionamento seco di dare il guasto a
Pisani, et farete in modo che voi preveniate omni altro suo disegno,
et che prima sua Signoria intenda da voi lo animo nostro in questa
cosa, che quella habbi proposto alchuno altro partito, per non havere ad
trovare poi difficultà maggiore ad questo nostro disegno. Il quale | è |
che, arrivate le genti nostre alluogo ordinato, sua S.ria si pongha con
epse fra Cascina et Pisa, dove li parrà piu commodo, et siprotesti ai Pi-
sani inome nostro, concedendo loro spatio di uno di adritornare alla
obedientia nostra: et dipoi, non mutando animo, si dia il guasto inmodo
che sene traghia qualche fructo per li nostri soldati; et desideremmo
con copia di comandanti, et fanti, quali habbiamo ordinati, si segassino
ligrani inmodo legenti sene potessino servire: et oltre ad stare in decto
luogo per questo effecto, vedere se sia possibile, conquella parte delle
genti paresse a Sua Signoria, nel medesimo modo guastare li grani in
Valdiserchio, et quelli che sono verso San Piero ingrado, dove ne | è |
maggiore copia. Et perche verisimilmente voi verrete ad ragionamento
delle fanterie, farete intendere a sua S.ria che in le eastella di Pisa et
altri luoghi quivi sono 1900 fanti ad condocta, de quali harete con
questa una lista: et oltre ad questi habbiamo comandato 1000 altri de
nostri luoghi, et 2000 guastatori: et se a sua S.ria questa provisione pa-
ressi pichola ; et mostrassi non potere fare lieffecti disegnati, quando
harete difesa questa parte mostrando la necessità della Citta, li direte
essere tanto il desiderio di questo ne vostri Signori, che credete facil-
mente per 2000 o 3000 fanti si provvederanno: perche noi habbiamo
designato qui, bisognando, il Capitano Guerriere et il Bianchino, cia-
seuno con 150.

Appresso farete intendere a sua S.ria il S.or Governatore essere
arrivato questa sera vicino a Firenze, et che chavalcherà per quello di
Pistoia, et arriverà a Fucecchio. Voliamo similmente, passando, coman-
diate in ciascun luogho portare victuarie in campo, et il medesimo or-







120 G. NICASI



dine lasciate a Piero Corsini, et il retracto harete facto subito, volando,
ne darete adviso: così del modo del procedere che occorressi a sua S.ria
come delle cose che lui ricercassi piu | o | altrimenti per questo effecto.

500. (D: 1c? CV... 4. Firenze, 1499, Giugno 5.

Commissione data a Giuliano Salviati et Giavanni di Thomaso Ridolfi
per andare ad trovare il Conte Rinuccio.

Andrete verso il monasterio di Sansalvi, fuora della Città, dove in-
tenderete essere lî vicino il conte Renuccio, et accoltolo gratamente in
nome nostro, li exporrete essere mandati da noi per causa dintendere
alchune cose da sua S.ria et ricercare da quella il suo parere in al-
chune occorentie: mà che, avanti omni altra cosa, noi desideriamo, in
questà stanza che ha ad fare in sieme con il Capitano nostro, sua S.ria
si intraetenga con epso per beneficio nostro; et di commune consenso
seco voglia administrare questa impresa: diche noi non dubitiamo però,
attesa la affectione che ha alle eose nostre, et il conoscere là impor-
tantia di questo tempo. Et in questa parte voliamo vi distendiate assai
con parole grate et amorevoli, facendo dua fondamenti: il desiderio che
ne habbiamo noi et il piacere che ne hareno et la speranza che ne re-
sterà a S. S.ria di potere impetrare da noi sempre ogni suo desiderio....
E necessario che li facciate intendere che noi habbiamo disegnato sua
S.ria tengha questa via, che dal Poggio si transferisca alla Stella et di
quivi a Fucecchio, Bientina et Vico.



501. (S. Im. XXI. 6). 1499, Giugno 8.



Petro Francisco Thosingho el Petro Corsino in Castris.



.... Questo di habbiamo lettere di hieri da Braccio Martelli et Luigi
della Stufa da Vico di Valdelsa. i quali mandammo al Capitano per
intendere lo animo suo circa tale impresa: et acciò voi intendiate meglio
lo animo suo vi mandiamo in questa copia della risposta: et perchè
Braccio et Luigi predecti si debbono paritre hoggi da loro Signorie, ri-
sponderemo ad voi quanto intorno ad tali lettere ci occorra: et prima,
circa ad quello che loro Signorie dicono non potere con manco di 1500
fanti vivi porsi di qua da Cascina, ne con manco di 2000 entrare tra
Cascina et Pisa per la ragione et cagioni in quelle assegnate ete. Ri-
spondiamo che, quando noi fussimo iu piu habilita del danaio, per noi
si adempierebbe ogni loro dimanda, come più secura. Ma non possendo





LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 121




noi al presente fare più numero di fanti, che quello vi habbiamo desi-
gnato, et desiderando assai mettere in opera il dare il guasto alli ini-
mici nostri per la utilità ne conseguiremo etc. voliamo siate con loro
Signorie et mostriate loro che glie facile condurre questa opera con le
forze disegniate per questo, et tanto più quanto noi ci sforzeremo cia-



scuno dì subministrare loro piu forza ci sia possibile; il che non ci pare
difficile, sia per le virtù et prudentia di sua Signoria, sia etiam per la
debileza de nemici: e quali non possono in alchun modo assaltare e
cavalli non ne havendo loro; ne et uscire di Pisa molto grossi non
havendo fanti forestieri, come per la prudentia sua conosce benissimo,

il quale sa quello che i Pisani proprii si possino promettere di loro



medesimi: et pregherete et exorterete loro Signorie, poiche questa cosa
è desiderata da tucto questo popolo, la voglino mettere in opera, poi che
ne cosa più grata ne maggiore possono fare in testimonio della loro
fi. virtù et loro fede: et quando loro Signorie pure non si disponessino al
dare effecto ad questo noi desideriamo, conosciuta la importantia della
cosa, et il desiderio che ha tucta questa Città di fare tale impresa et



il dispiacere che harebbé non.si facendo, noi siamo al tucto necessitati
ad farla in ogni modo, et sanza alcuna dilatione: et quando loro Si-
gnorie stessino dure, che non si crede, saremo forzati voltarei altri
nostri condoctieri.

Circa li fanti 500 | o | 100 addimandono sotto loro condocta etc.
sareté con loro Signorie et iterum le conforterete et pregherete ad non
volere al presente cercare tale condietione, maxime avendo loro Si-
gnorie, non che 700 fanti sotto di loro, ma 1590 | o | tucti quelli ehe
sieno nello exercito nostro: e quali debbono obbedire tucti a quelle et

loro con ogni fiducia comandarli .... ».
502, (Ep. III. 155). Ponte d’ Era, 1499, Giugno 10. XXIII.

Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.



Magnifice eques ete.: in questo punto | è | giunto qui Pier Martelli
mandato dal Conte Ranuccio : el quale fa intendere che, havendose ad
unire et venire cum noi in expeditione, haveria caro intendere come ;
et mostra volere capitulare et venire come compagno: pertanto sirete



cum testi excelsi. Signori nostri et signori patroni et cum quelli amici
V ve parera et cum omni possibili destreza farete intendere tucto: et mo-
strarete havemo preso de questo non pichola admiratione et displi-
centia grandissima, parendone se cominci amancare de promesse: et



atesoche questo non potaria manchare de darne caricho grande, nestamo



192 G. NICASI




forte sospesi. Per tanto vedicemo siate cum predicti nostri excelse Si-
gnori et cum omni extrema instantia lepregarete sedegnino observarne
quanto che per loro Signorie excelse et Signori Dieci ne fu più volte
promesso, cioè de darne etiam, oltre le altre gente darme, la obedientia
de dicto Conte, come ne pare ragionevoli; et in cio usarete omni vostra
arte et ingegno, che vedete se toccha Ihonore. | Egliè elvero clîe per lim-
presa siria grandemente alproposito [el] predecto conte: tucte volte,
quando per testi excelsi Signori se provega ale fantarie havemo diman-
dato, potaremo fare senza de lui: nec alia; bene valete.

503. (A. B. VI. 176). D 4 Campo presso a Pontedera, 1499, Giugno 10. XX.

Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.



Magnifice eques etc. Questa matina arivasimo qui a Ponte adhera
et ad longo havemo conferito cum li Signori Comisarii et in summa noi
non trovamo sia anchora facto niente de quanto se remase cum li ma-
gnifici Bracio Martelli et Luygi de la Stufa; et maxime circha la pro-
visione de fanti. Per tanto ve dicemo faciate intendere a testi nostri
excelsi Signori che, non havendo noi altre forze che habiamo, non giu-
dichiamo per niente possere, senza grandissimo pericolo, andarce a



mectare in mezo fra Pisa et Cascina, et ad uno medesimo tempo da-
negiare luno et laltro de questi dui luochi: quando per prefati excelsi
Signori se facessaro le provisione, remasaro cum questi Signori Comi-
sarii, li prefati et Braccio Martelli et Luigi de la Stufa, noi siresimo
molto bene per fare un simili efecto de danegiare, eodem tempore, tucte
dui dieti luochi. Et veramente el nepare chel sia picola cosa a le loro
Signorie ad provedere al bisogno, chè in summa quando, cltre quanto
è provisto, noi havesimo de vantagio sino ala summa de fanti sei o
ottocento, crederesimo bastassaro per exequire el desegno de le prefate
excelse Signorie. I luochi dove havemo andare sono piu per fantarie
che per cavalli, siché eum omni instantia confortarete dicte excelse Si-
gnorie a provedere sino a dicta summa de fanti ottocento.
Un cognato de Iacopo Corso nostro, quale heri matina parti da
Pisa et trovase qua, ne fa intendere, et parla de veduta, che pisani
hanno facete la segna de le gente loro et dice se trovano 150 cavalli le-
gieri, 28 homini darme et 500 fanti furastieri et cum quelli de Pisa et
del contado dice che hanno de le persone tre mila; si che per possere,
s come havemo dicto, stare in dicto luocho, ne bisognarà ad minus la
summa de dicti fanti sei o octo cento: et cosi, come di sopra, farete
onini opera possibile se habino. Isto interum noi non intendemo per-















LA.FAMIGLIA VITELLI, ECC. 133

dere tempo, ma dimane cie andaremo a mectare a la Fornacetta presso
a Cascina et cominciarimo a danegiare i nimici quanto piü potaremo;*
et non havendo dieti fanti noi non comprendemo potessimo danegiare
i nimici che molto importasse; si che de nuovo instate non se manchi
per si picola cosa.

Ulterius, oltre i tre milia fanti, i pisani ne haveranno sei cento in
fra Cascina. Altro non ce ocorre. Bene valete.

504. (Ep. III. 149). Dal campo di Ponte d’Era, 1499, Giugno 11.

Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifice eques etc. havemo una vostra de X del presente per
mano di Smaglla: piaceci testi Signori civoglano tenire contenti et
bene provisti: circa la parte voi scrivete questi Signori Comissari ha-
vere hauto lo spaciamento del denaro per li 600 fanti cum ordine di-
darcelo ad nui, simo stati cum quelli, quali ci dicano non havere tale
ordine: bisogna operate che dicti Signori Comissari habbino dilà co-
misione despacciarci: e quanto piu presto meglo; perche non havemo
tempo daperdere, edagettare; e adnoi grandemente incresce lo stare
socto: e oltra che non cé dentro lutili di testi Signori, etiam non serve
aproposito alhonore et reputatione nostra. Cirea el ponere noi infra
Cascina e Pisa: ne semo desiderosissimi, quando siamo tanto forti da-
poserei stare et habiamo le provisioni oportune. Intendemo el conte
Rinuecio non volere venire: quale saria stato agrande proposito per
rispetto de le vituarie et altre scorte bisognano fare in campo:
alequali meglo fariano legenti acavallo che quelle apiedi, et etiam,
quando tali factioni bisognano, per non sfenire el campo delaltra gente :
tuetavolta nui semo disposti volere exire incampagna cum queste genti
e fanteria nui havemo, senza el conte Rinucci e ponerce ala Fornacetta,
dove staremo per impedire quelli di Cascina non eschino afare ligrani:
quali perquanto possemo comprhendere staranno fora. Questa matina
nui andammo li a Cascina e aproximammoci quasi insulimura: e man-
dando el trombetta per intendere lanimo loro, liresposaro che erano
perfare lirepari deli proprii figlioli per tenirse per lipisani: et questo
credemo per havere loro recettato dentro Comissarii, fanti, et cavalli
legeri de pisani: discorrendo dipoi noi anverso Pisa, traversando, cia-
proximassimo a Pisa a quattro migla, e andando e rivedendo bene,
non trovammo peranchora sia stato metuto uno chovo degrano: ne
anche per tre | o | quattro giorni sono da potere meterle: ete.



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124 G. NICASI

Et stando nui ala Fornacetta per fare leffecto dicto, et mandando
il Signore di Pumbino legenti suoi, et havendo li fanti dimandati, per
ben chel conte Ranuccio non voglia venire, nui cemetterimo infra Ca-
scina e Pisa; ilche desideramo grandemente.sia presto, perche non ha-
vemo tempo da perdere.

Sarimmo de parere sefacesse arevenire lartigleria quale | e | a Poppi
elapolve epalotte sono a la pive de Santi Stefano, e atendere ala exspu-
gnatione de Cascina: quale speramo, facendosi per testi Signori le pro-
visioni oportune, presto conquistarla: et questa | e | la vera, e diritta
via, de conquistarla per forza: non sivolendo dare peramore.

Piaceci siate stato cum Benedetto, Pavoloantonio e altri nostri
amici, cum li quali atenderite sempre tenirce bene edificati :

Alaparte de la Lisa (1) noi reterimo qua Francesco e non manca-
rimo vedere di darli qualche adviamento: e inquesto, e inomni altra
cosa elpoteremo adiutare, non mancaremo de farci ommi opera: | nec
alia.

505. (Ep. III. 161). Città di Castello, 1499, Giugno 11.

Iulius Vitellus, Civitatis Castelli episcopus electus, Magnifico d.no Corrado
de Tarlatinis, equiti [Castella]no et nobis carissimo.

« .... Appresso, perche a nui è necessità pigliare gli ordini sacri
et bisognanci tre vescovi; intendiamo lì essere uno Reverendo padre
frate di San Domenico, che a qualche volta suplisce in Sancta Repa-
rata. Vorressimo a l’ havuta di questa fussivo cum sua Signoria, do-
vunque fusse, et pregassilo li piacesse degnarsi trovare a questa nostra
consacratione; chè, oltra el farne piacere, li usarimo tale discretione,
che da nui si chiamarà ben contento; et, avanti la sua venuta biso-
gnandoli aleuna cosa, fatecelo intendere. Et perché nui el desiderares-
simo qua in questa festa di San Giovanni, et lui forsi è necessitato tro-
varsi costi, haressimo caro intendere se '| pó venire o no: perchè,
quando non potesse venire per San Iovanni, a nui bastaria che ‘1 ce
fussi per San Pietro o per San Paulo. Ma di tucto vorressimo essere
chiariti per el presente latore, a ciò sapessimo quello havessimo a fare,
etiam per possere confrontare gli altri vescovi; chè bisogna siano tre.

Solicitate Federico Gondi a mandare quelli panni e robba che gli

(1) Lisa Vitelli, sorella di Paolo, maritata a Niccolò Bracciolini di Pisteia. —
Francesco del quale si parla, era figlio primoggenito, ancora adolescente, della sud”
detta Lisa, il quale desiderava d’intraprendere, sotto lo zio Paolo Vitelli, la car
riera delle armi.

















LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 125

lassò in lista, per Messer Olivrotto, Cerbone; che non manchi. A pia-

ceri vostri.
506. (S. Im. LI. 107). 1499, Giugno 11.
Paulo Vitellio Capitaneo.

Magnifice Capitanee, li Commissarij nostri questa mattina ci seri-
vono, per relatione di Piero Martelli, il Signor Governatore non volere,
nelle faetioni che si havessino a fare costi, d' havere quelli rispecti di
honore alla S. V. che noi desiderremmo et che si convengono alle virtü
sue : et ci è molesto: perché non veggiano noi per al presente remedio
se non con grave interesse della Città. Havendone scritto a S. Signoria
quello ci è parso convenirsi, habbiamo voluto seriverne alla S. Vostra
et, di nuovo dopo molte altre lettere, pregarla ad obviare ad ogni di-
sordine potessi seguire con la prudentia sua; et in beneficio di questa
città far più secondo el desiderio nostro che el rispecto suo, et dove si
porra, sempre preporre il commodo et honore di questa città; speran-
done tutti quelli meriti che si potessino paghare per alcuno tempo da
noi. Non scriveremo piu oltre alla S. V.ra perche quella intende bene
il bisogno nostro, et da altro canto ama talmente questa città, che noi
confidiamo la S. V. non mancherà di convennio col Signore Governa-
tore. in quel modo, et come ha facto altre volte, nelle factioni sue prese
per questa città: quae bene valeas.

507. (D. le. CV. 14). 1499, Giugno 11.
Commissione a Bernardo Nasi per el Conte Rinuccio.

La causa perche noi ti mandiamo ad trovare il Signore Governa-
tore | e | perche habbiamo inteso questa mattina S. S.ria, fuora della
opinione nostra, nelle factioni che si hanno adfare in quel di Pisa, non
vuole per modo alchuno obbedire al S.re Capitano, adlegando non es-
sere obbligato a questo et parerli cosa indegna di se militare sotto un
simile capo: le quali due parti et dello obligho et dello honore suo noi
non voliamo che ne tracti di presente con S. S.ria. non ci parendo al
proposito havere ad dispuetare quale sia lhonore | o | disonore suo et
ricerchare tritamente se debba obbedire | o | non: ora la andata tua ha

ad essere solo per fare questo effecto, che di presente lui convenga con
il Capitano, secondo che ci ha promesso piu volte : et parendoci lui facci
piu diffieulta del modo [che] dello obbedire infacto, lo offitio tuo seco









126 G. NICASI

sara maxime disporlo ad fare quello che noi desideriamo et lasciaro
questa disputa ad altro tempo piu commodo, nel quale si possa vedere
meglio a quello che lui | e | o | non | e | obligato; gravandolo con quelle
ragioni che ti occorreranno ad pigliare a questo tempo occasione di
obligarsi tucta questa Città, et lasciare il gareggiare con si grave preiu-
ditio nostro: mostrando che questi sono modi inusitati et di carico a
S. S.ria et che, se altre volte lui | e | convenuto seco, voglia di presente
anchora, se non secondo la volonta sua, almeno secondo quello che vo-
liamo noi. Et perche ad altri tempi et hora tu hai maneggiato questa
cosa, stimiamo non bisogni commetterti molte cose. Tu procurerai per

ogni via questo effecto, quando con speranza, quando con il contrario |

et per tutte le vie cheti saranno possibili; et che a ogni modo | o | per
via dicedere al Capitano, o | per via di convenire insieme in quel modo
che si potesse, tucti addua administrino cotesta impresa secondo il de-
siderio nostro : et nel tractare questa cosa, bisognando trovarsi con il
Capitano per disporlo a farsi anchora lui incontro di qualche cosa al
Governatore et monstrarli qualche demonstratione ad proposito verso
S. S.ria, lo farai, adlegandoli le medesime ragioni decte di sopra, et
quelle altre ti occorreranno in sul facto.

508. (S. lm. XXI. 10). 1499, Giugno 11.

Commissariis in castris contra Pisanos.

Anchora che le difficulta, le quali per questa vostra di hier sera
intendiamo che a disegni et desiderii nostri si opponghono, ci paiono
gravi et difficili, tamen ci impegneremo ultra posse e ci sforzeremo in qual-
che modo expedirle presto, chome chose poste in buona parte nello ar-
bitrio nostro, se non fussi fra epse, contro ad ogni nostra opinione, la
dissenzione di cotesto Capitano. et Governatore, la qual chosa parendoci
importante, come certamente | e | ,conferitola con numero di prudenti
cittadini, ci | e | parso, fondatoci sopra e consigli loro, mandare al Si-
gnor Governatore Bernarda Nasi, come mediatore et trovatore di qual-
che assecto fra sua Signoria et Signori Vitelli, el quale partira do-
mattina et mena secho per ordine nostro Giovanni di Dino, accioche
habbi a chi commettere, avendo bisogni fare intendere ad voi | o | alla

Signoria del Capitano alchuna chosa. .,..









































LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 121
509; (A. B. HI; 19). Calcinara, 1499, Giugno 12. XIX. *
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

i2 Magnifice eques: Come per una altra nostra vesé scripto, noi sino
in heri eravamo remasti cum li Signori Comissarii, questa matina mon-
tare a cavallo et andare a la volta de la Fornacetta presso a Cascina et
di atendere cum omni instantia et potere a danegiare i nimici; et cusì,
dieta matina, et davanti giorno, ne trovassimo cum la compagnia nostra
a la campagna et expectassimo tre o quattro hore in sella li cavalli le-
gieri del Signor di Piombino et la fantaria; et a lultimo comparsaro,
in tucto, fino a la summa de cento fanti et non più: et questo avenne
per non essere expediti del denaro, chè, come sapete, le gente darme,
et più le fanterie, non se possono levare si non sono pagate. Li Signori
Comissarii erono remasti in questa conclusione, et de gia havevano
facto scrivere tutti i fanti se havevano a menare, stimando, avante el
tempo de movarse, haver resposta ad una loro havevano scripta a la
Signoria et al modo al denaro per quelli del Signor de Piombino et
e: ancho de le fantarie: et per non essere venuta dieta resposta a tempo,
non sè possuto exequire al desegno. I capi del Signore de Piombino
se comprendeva che a lultimo sirieno venuti, ma li altri sempre in-

"—

stettaro a non se voler levare per niente senza denari. Li Signori Co-
missarii et nui stimavamo pure a lultimo de muoverle et che havessaro
a venire et ne persuadevamo facessero un pocho de istantia per vedere
testi nostri Signori in bisogno et stimare de possere de presente fare
qualche retracto, et infine fatigamo invano et non le potemmo movere;
perseverarono sempre nel volere el danaro. Et cusì, vista questa du-
reza li Signori Comisarii, doppo molte tirate, remasaro cum dicti Capi
de predicto Signore, darle in quel punto duicento ducati doro et altri
dui cento, che è una paga loro, darle, senza mancho, el di seguente in
campo: et cusì mostrorono alultimo remanere contenti; tuttavolta vol-
saro piglare tempo de significare tucto al loro Signore. Rebus sic stan-
tibus, trovandone noi, come é dicto, a la campagna solo eum nostra
compagnia et cento fanti et non piü, non ce parve per niente, per alora,
andare a dicte Fornacette, come havamo ordinato, giudicando non li
mandariamo senza grandissimo pericolo; et tornare in drieto non vo-
levamo, perchè saria stato un mancare de reputatione: et cusì presimo
expediente venircene qui a Caleinara et havemo ateso cum omni arte
se expedischino queste fanterie, et fatigato asai de cavare i fanti erano
in questi castelli qui dentorno: et cusì dimatina davanti giorno siremo
in ordine et andaremo al camino nostro de dicta Fornacetta, dove cum





128 G. NICASI

queste forze che havemo speramo tagliare ad quelli de Cascina più de
la metà de loro grani. Venendo poi in campo el resto de la Compagnia
del Signore de Piombino, et facendo testi excelsi Signori habiamo fino
a la summa di dui milia fanti, ne leveremo subito et ne mecteremo in
mezo fra Pisa et Cascina et ad uno medesimo tempo danegiaremo luno
et laltro de questi luochi. Noi stimiamo che prefati nostri Signori non
habino a mancare de fare in modo che noi ne potaremo servire de tucta
la compagnia de dicto Signore de Piombino, et anco daranno tale or-
dine ad questi Signori Comisarii che faranno che noi haveremo qui in
campo dui mila fanti vivi. Una altra cosa ne pare da ricordare, che è
questa: chel potaria essere che quelli de Cascina stariano pertinaci et
non se movariano per lo guasto; per tanto iudicaressimo fusse grande-
mente al proposito solicitare che lartigliaria grossa è in Casentino ve-
nisse et se facesse etiam venire la polvere et palottole sono a la Pieve
de Santo Stefano, a fine che, non se possendo altrimenti fare venire
quelli de Cascina a lacordo, ce le faciamo venire per forza per via de
expugnazione. Altro non dicemo, solo che haveremo piacere in tucto se
usi ommi extrema diligentia.

510. (Ep. III. 139). Dal campo di Cascina, 1499, Giugno 13. III hora-
noctis.

Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifice eques: questa per tenerve bene advisato deli progressi
nostri de qua. Et cusì prima vedicemo come questa matina, non piu che
mesoci a tavola per disenare, arivò uno mandato del Signor conte Ra-
nuccio, el quale nefaceva intendere come sua signoria seneveniva in
campo per scovarne et unirse cum noi cum tucta sua compagnia; et
cusì noi, inteso questo, senza altra dilatione montasimo a cavallo et an-
dassimoli incontro et, una cum lo magnifico comisario generale Piero
Francesco Tusinghi, venne a smontare al nostro padiglione et disenato
insieme, remontò acavallo et noi pure litenissimo compagnia ; et subito
arivorno tucte sue genti darme: che laprima volta era venuto cum
parte de suoi cavalli legiiei. Dipoi parlasimo insieme: et essendo sua
signoria venuto liberalmente et non recato ne altri capitoli | o | condi-
tione alcuna et parendone usi buon termini et vada a buon camino,
intendiamo per niente esser vinti de humanita, anzi mostrare ad omni
homo che, quanto havemo facto circha la obedientia, non semo mossi per
ambitione alcuna | o | honore che respetasimo, ma solo nemovavamo
ragionevolimente etc. Et così noi, per mostrare che sia elvero, nesiamo





LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.





altucto resoluti, continuando sua signoria come dimostra et come spe-
riamo in la bona sua dispositione, recognoscerlo et per fratello et com-




pagno et per quanto | o | piu non li pare: et cusi, in omni bando an-



dare, mai se nominare la persona nostra che non se nomini etiam quella



dela signoria sua: et, quando alogieremo, cusi sua signoria sira presso



ala piaza come noi: et quando per qualche ocurentia bisognassi alo-






























giassimo discosto uno dalaltro, faremo che cusì sirà la piazza apresso
al suo padiglione come al nostro, et insumma la Signoria sua siamo
certi non haveria saputo dimandare tanto quanto le faremo ; et omni
giorno senevederanno piu li efecti: et noi mai sapresimo pensare ad-
altro che alutile, honore et grandezza de testi nostri ex.si S.ri et pa-
troni, per le quali, oltre omni nostra faculta, desideriamo mectare etiam
la propia vita, come piu volte nehavemo facto experientia et speriamo
fare tucto dì.

A la XVIII hora | o | cirea, montasimo a cavallo cum magior parte
de legenti nostre et gran parte dele fantarie, et el Signor Conte cum
bona parte de sue, et andasimo insieme alavolta de Cascina cum tucti
i guastatori et ne apresassimo ben presso alinimici et desimo un guasto
grandissimo aligrani et relevasimo in dietro quelli che erano amancho



de una balestrata da lemura de la terra: i sachomani nostri tucti, et
cusì i guastatori, fecero el debito: ne fu tirato de molte artigliarie et
alultimo nisuno dei nostri fu toccho: dimani tornaremo et refaremo
molto pegio non havemo facto inquesto dì.

Avanti tornasimo da dare el guasto, io Paulo me cominciai asen-
tire alquanto indisposto et cusì fino in hora continuo in questa mala
dispositione de corpo, et stimo non sia troppo male: tucta volta, per
abondare in cautele, havemo recercati li Signori Comisarii serivino de
gratia a testi nostri excelsi Signori, nostri patroni, repiacia provederne
ét mandarne fin qua un medico, et inspetie dimandamo Mastro Mingho,
et haveressimo piacere havere lui: anchor voi elrecordarete et farete
omni opera semandi et prestissimo: tucta volta, quando el male pure
andasse avanti, elche dio eleessi, non semancara fare omni fatione etc.

Manderete volando la inclusa per un curieri dela Signoria, ché
seriviano a Mastro Antonio senevenga subito: ne altro.

911. (Ep. III. 164). Dal campo presso Cascina, 1499, Giugno 13.

Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.
.*

Magnifice eques: havemo una vostra de XII del presente. Et primo
la parte deli 600 fanti dimandati: Piercorsini ci ha facto intendere







130 G. NICASI

che si dara lo spaciamento et presto: circa li subcessi del Conte Ri-
nuccio, e atucti li capi suoi dela vostra, da messer Cornelio sarete de
tucto reguagliato: circa el Signore di Piombino, per quanto sino adesso
possemo comprhendere, la sua Signoria seporta assai amorevolmente e
questi suoi sono qua sino in hora se sono portati benissimo.

Ringratiamove deli advisi de Milano: atenderete in futurum ate-
nirce advisato de omni cosa, secondo la solita vostra diligentia.

Piaceci assai sia venta la petitione de li 120 mila ducati: solleci-
tarite sifaccia lasegnamento in Giuliano quanto piu presto sia possi-
bile.

Apresso sollecitarite lo augumento quanto potete, aciò quanto piu
presto sia possibile si chiarisca.

Et sollecitarite quanto potete ce si mandino sino in 3| 0 | 4 mila
ducati, et non sepossendo di. piu, ad minus nui habbiamo li duimila pro-
messici per subvenire lacompania, perche simo innecessità et non ha-
vemo piu uno quatrino: et venghino prestissimo.

Apresso, per sentirse el capitano alquanto alterato, ne havemo par-
lato cum questi Comissarii, quali cehabbino a provedere deuno medico
buono e presto: e aquesto effecto credemo ne habbino scripto là: po-
terete destramente operare che testi Signori cimandino Mastro Mingo,
o | chi altri parerà advoi sia alproposito; e mandinlo cum piu solleci-
tudine sia possibile: et voi in isto interim scriverete a mastro Anto-
nio, (1) o vero li farete mandare uno cavallaro acio piu presto el trovi,
che subito senevenga volando atrovarci per questo capo: e quando lui
sara qua, el medico mandateci da Firenze sepotera tornare. Apresso,
si mai faceste cosa per noi grata e che ce piacesse o hora desiderate
farla, sarete contento operarlo inquesti nostri parenti e amici da Pe-
stoja: et operare per loro quella diligentia, sollecitudine, e opera, ad
voi sia possibile: perche in cosa nissuna piu ci poteressivo gratificare
e far cosa piu ci piacesse: siche iterum vese replica che inli cose loro,
ceandiate senza briglia, e ritegno alchuno, intucto quello che biso-
gnasse o | particularmente o | generalmente per tucti: iterum vesere-
plica scrivate a mastro Antonio che venga volando. Et scrivete ames-
ser Iulio revegha le fanterie nostre, eche dica a Giohanni del Rossetto
stia ad ordine, perche presto eredemo havere amandare per lui: nec alia.
Apresso ci manderete sino in otto cavalli deraza per le persone nostre :
et vederete de provederci de 4 muli, si le dovessivo comperare.

(1) Da Castiglion Fiorentino: era medico di Paolo Vitelli.







131



LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.



(Ep. III. 141). Dal campo contro Cascina, 1499, Giugno 15. XXIV




Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.





Magnifice eques: havemo in questo di receputo dui vostre de XIIIT
































E del presente, a le quali respondemo: et prima, che limodi havemo ser-
vati cum lo conte Ranuccio non havemo facto ad altro efecto che per
fare eosa grata atesti excelsi signori, nostri signori et patroni, et ancho
ad tucto el populo: et cusì havemo hauto piacere intendere havere sa-
tisfacto ad tucti: ne semo mai per mancare de fare omni cosa adnoi
possibile per grandezza et exaltatione de predetti excelsi Signori, per
li quali, oltre omni nostra facultà, desideramo etiam mettare le proprie
persone: et ve sforzarete de perservarne sempre inbona gratia de loro
excelse Signorie, ad quali racomandarne spesso et pregarle resia de pia-
cere cum presteza dare ordine alipagamenti nostri, chè di già è passato
eltempo delapromessa.

Noi de gia saressimo andati in luocho che ad uno medesimo
tenpo, non solamente Cascina, ma haveressimo danegiato etiam quel de
Pisa: ma semo restati solo per non se essare facta atempo laprovisione
necessaria, come non essare venuti quelli conestabili erano ordinati, che



setrovavano neleterre et luochi qui convicini; et si sefusse provisto et
ad questo et alaltre cose oportune, come li Signori Comisarii nhavevano
promesso, de gia siresimo molto piu adrento non semo nele forze de
inimici: infine non | è | restato da noi: tuctavolta mentre semo stati qui
non havemo punto perduto tenpo, havemo danegiato forte et tolti et gua-
sti de molti grani ad questi de Cascina: nemancaremo cum omni ex-
trema solicitudine atendare alevare i grani ainimici et danegiarli quanto

piu potaremo. |
Linpresa de Cascina | come adlongo nehavemo parlato cum li Si-
gnori Comisarii et loro signorie scrissono là, noi non semo perman-
‘are de farla, pure che seprovega albisogno: et provedendosi cum ce-
È lerita et senza altra dilatione | a fare habiamo fanti mille | oltre el-
N numero havemo de presente | et facendose venire cum presteza larti-
gliaria grossa | e |a Poppi: et mandandose palottole polvere, et altra
munitione in bona summa, speriamo, cum lartigliaria havemo etiam in
E campo et quella | e | neliluochi qui convicini, expugnarla prestissimo et
avanti esca lapresente excelsa Signoria, alaquali, uno de grandi et
magiori desideri habiamo, siè de fare cosa lisia grata: solicitarete
adunque cum omni possibili et extrema diligentia, havendose adintra-
prendare dicta inpresa, habiamo elbisogno nostro et noi, come havemo
dieto, non semo permancare de fare eldebito nostro. |



132 G. NICASI



Nemaravigliamo forte non ce habiate anchora mandati liduimila du-



cati, che sapete ne furono promessi prima ne arivassimo in campo
cesedariano fino ala summa de 12 mila ducati: non lhavendo anchora
hauti, sirete cum la excelsa Signoria et la pregarete | cum omni instan-

IN

|

MR

| I

|
|
I



tia | li piaciadarce dieti dui milia ducati et non cesemanchi de promessa :
I 1 che la verita | e | ne trovamo ala campagna et senza uno quatrino: ve- )-
derete siposibili | e | fare tanto cesemandino domenica | o | alpiu lungo
pertucto lunidi: et quando seinduciasse punto piu cesiria ad interesse et
Hm danno grandissimo et cesefaria torto: pertanto instarete se habino ad

omni modo et non cesemanchi dela promessa, come speriamo non se-

fara, confidando forte nela presente excelsa signoria, nelaquale consiste
? c ?

omni nostra speranza etc. 3

Quanto alaindispositione nostra: noi questa volta havemo gabati



imedici et dal primo termine de febre inpoi, non cesè rinovato altro.
Semo | diogratia | guarito : ne conprendemo fusse altro che freddo scieso.
Havaremo piacere quando intendaremo habiate dati li X ducati

a lemurate che preghino idio pernoi et, quanto prima cesirà alverso el-

Regratiamove de lenove: et ocurendo delealtre haveremo piacere > 5
grandissimo cenefaciate parte, come | e | vostro costume de far sempre:

et bene valete.



|

|

denaro, celidarete senza mancho.
| 513. (S. Im XXI. 20). 1499, Giugno 17.
|

|

|
| n Commissartis in castris.
|

| Il Per questa vostra di hiersera intendiamo inter cetera come lo
exercito nostro, e tu Piero Corsini con quello, si era transferito ad
Septimo et haveva expugnato Sansovino, et seguito di dare el guasto
non obstante lo impediurento delle acque ..: parci bene non appropo-
posito che resti puncto di grano ritto et che interamente cotesto guasto
non si dia, come voi accennate : et benche lo anticipare di andare a
Cascina ad campo sia utile, non di mancho ci pareva et parci anchora

|- si possino segare | o | ruinare si ardessino, ne lasciare indrieto aleuna

cosa per la quale e nimici nostri si dannificassino. Et perche voi ci ri-

|

i

il

i

|

Il

ii

i

l utilissimo che cotesto guasto si dessi interamente: et quelle cose non
| cordate nuovi marraioli, non vi replicheremo altro che quello hiersera
Il

| vi serivemo: allegandovi la diffieulta rispecto al contado nostro ruinato

stato albergho de soldati nostri, parte per essere suto di continuo af-

— ri

fatichato con simili incarichi : et però vi ricordiamo sopratenessi costi



| et exhausto, parte per havere hauto la guerra addosso, parte per essere
|





LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 133





quelli vi trovvate et perche non sene vadino usassi omni mezzo con-
veniente: né possiamo credere, se farete in questo caso el debito vostro,

ne habbia ad partire aleuno.



514. (A. B. VI. 123). Dal campo a Settimo vicino a Cascina, 1499, Giu-
: [gno 19. XIX].



Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifice eques ete. Come per più ve habiamo dieto, noi ne tro-
vano in extrema et ultima necesità del denaro; nè havemo più verso
nissuno a mantenere la compagnia, neancho da provedere al vivere no-
stro de casa. Per tanto ve dicemo cum omni vostra possibile diligentia
siate cum testi nostri excelse Signorie et le suplicarete non ce se man-
chi de promesse, et ne servino in tanto nostro bisogno de li dui milia
ducati, che sapete ne furono promessi a Castello d’ averle. avanti ari-
vasimo in campo.

Sirete etiam cum prefati excelsi Signori et li conforterete sieno
contenti far venire volando ad minus quattro cannoni, de quelli sono



in Casentino, che veramente ce ne sirà necesità per questa impresa.
Nec alia. Bene valete.
Etiam i Signori Comisarii scrivono de li quattro cannoni del Ca-

^ sentino.
515. (S. 1m. XXI. 233). 1499, Giugno 19.
Commissariis Generalibus.

Seriviamo la presente perche habbiamo visto una lettera della Si-

È gnoria del Capitano a Messer Corrado, la quale sollecita le artiglierie
del Casentino, dicendo che si expedisca quattro cannoni come neces-

sarii all'impresa di Cascina. Ma perche voi ci havete fino ad hora mo-

stro che tali artiglierie di Casentino vi havevano a servire a maggiore
disegno, ci siamo sempre dati ad intendere che all'impresa di Cascina

non ve ne habbi ad essere de bisognio : et però ci è parso chiarirvi que-

sta posta, et significarvi per la presente che, benche per noi si facci

> omni cosa per condurre tali artiglierie con celerità, tamen non ci po-
tranno essere, rispecto alle vie guaste, per di quì a X | o | XII dì, et se
voi havessi ad aspectare tale tempo per andare a Cascina, sarebbe in-
conveniente grande, et fiora di omni vostra promessa et di omni no-
stra opinione. Et pero sarete con cotesti Signori et significherete loro








134 . G. NICASI



|
|
l tueto, mostrando a loro Signorie che gli | e | impossibile tali artiglierie
| i sieno a tempo, non volendo perderlo, come mostrono desiderare
[noctis].
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini. [cito, cito, cito].
M Magnifice eques: inquesto di et hora havemo receputo cinque vo-

| stre, una de 18 et laltre tucte de 19 del presente, a le quali, per essare
| la presente posta in moto, non responderemo altrimenti ; dimane daremo
|
|
|



resposta ad tucto. Solo vedicemo, ala parte del denaro, che noi forte ne-
maravigliamo et stamo forte sorpresi cesemanchi de lepromesse : sapete

| | 516. (Ep III 147). Dal campo contro Cascina, 1499, Giugno 29. II
i
|

che li duimilia ne fuorono promessi senza mancho darcele avanti ari-

vasimo in campo: et hor, che cesemanchi inquesta forma, nedole fino

al core et questo per non avere noi un soldo, non solamente da dare ai
soldati per intertenerli, ma per provedere al vivere nostro de casa. Per-
tanto vareplichamo, quello che per piu nostre ve stato seripto, che in-
state cum testi excelsi Signori rfostri patroni che, intanto nostro ur-
gente et extremo bisogno, non cesemanchi de presa promessa, ma neser-
vano de gratia de dicti dui milia ducati: et noi non semo per mancare
defare omni cosa perlinpresa de Cascina et speriamo presto expugnarla :
et cusì non mancaremo fare omni cosa per linpresa de Pisa. Dole fino
alanimo che noi habiamo piu agonbattere et fatigare per havere el no-
stro denaro che a vincere i nostri inimici: nè diremo altro : solo non
taceremo che ne pare cesefacia torto grandissimo et che non si habia
respecto alcuno alafede et servitu nostra.

Noi stimiamo che lartigliaria havemo sia asai per la expugnatione
de Cascina: tamen, per omni caso potese avenire, iudicaressimo fusse
alproposito solicitare et fare omni cosa venisse lartigliaria di Casentino,
afine che, si centervenisse come a Vico, che alultimo de tanta artigliaria
non ce nerestò che tre pezi in pie, habiamo da reparare ete.: nec alia,
bene valete.

DIC. (A. B.-VI.-108). Dal campo a Cascina, 1499, Giugno 21.
il | Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.
Magnifice eques ete.: Noi per essere nel urgente et extremo bi.

vii sogno del denaro, come semo, et come ve sè dicto per molte nostre,
| vedicemo che, cum omni vostro conato, arte et diligentia, instiate cum















LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 135



pregare testi nostri excelsi Signori et patroni repiacia provedere de lidui
milia ducati ne promessono dare avanti arivasimo in campo ; et non re-
mancare de promesse; maxime trovandone noi al presente in calamità
et a la campagna cum grossa compagnia et attendare a le factione che
bisognano per questa impresa. Et degià habiamo facti fare tagliate et
ripari denatura che a cavallo ne andiamo, senza alcuno pericolo, a man-
cho de una butata de mano presso a le mura de Cascina, et de già
dato principio et piantati due passavolanti, et cominciato asalutare ini-
mici: et cusì attendaremo cum omni solicitudine apiantare laltre arti-
glierie, et speriamo, senza mancho aleuno, si qualche infortunio, elche
dio elcessi, non nascesse, expugnarla avanti escha la presente excelsa
Signoria: et di poi non semo per mancare et di et nocte attendare a le
cose de Pisa.

Et ne paria ragionevoli se mutasse cum noi costumi et ce sefa-
cesse el debito, afine havesimo solo a pensare a vincare (sic) inimici et
non a mendicare come facemo; chè veramente molto più ne pare fati-
gare nel havere sempre apiagnere i nostri serviti, che asuperare ini-
mici nostri.

Haveressimo caro intendare, si è possibili, cum che animo vene
Lucha de gli Albizi ete. I muli voresimo faceste omni opera et cum
omni solicitudine eomperarne fino asei, che stimiamo mecta. melglior
conto che tolgiarle avietura, et mandarceli per lo primo cum dui mu-
latieri. Nec alia: bene valete

518. (A. B. VI. 125). Dal campo contro Cascina, 1499, Giugno 21.
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifice eques ete. Noi habiamo nuovamente receputa una de
Ser Alberto, Cancelliere del Signor Ioan Paulo, che ne mostra essare in
fermo credare, per essere testi excelsi Signori gravati de gente darme
et altre spese, sieno per licentiare prefato Signore; del che per omni
respecto habiamo preso non picholo dispiacere, et atesa la servitù et suoi
buoni portamenti verso testi prefati excelsi Signori, et tanti anni quanti
li ha serviti et fedelmente, non possiamo alultimo credere che in verso
sua Signoria se usasse tanta ingratitudine; el che non fu mai costume
de dieti excelsi Signori, anzi è stato semipre consuetudine de loro Si-
gnori recognoscere, oltre el debito, cum grandi premi chi lha serviti,
come ha facto el Signor Ioan Paulo, chè servitii suoi sono noti ad omni
uno. Pertanto ve dicemo che, quando cognosciate tal cosa fusse per
sequire, faciate omni cosa ad voi possibili de obviarla,: et per possere









136 G. NICASI

operare shabia respecto et a predicto Signore Ioan Paulo et a li suoi
et ancho ad noi, et non ce se voglia dare una simile nota; el che non
meritaria la fede et servitii de noi tucti. Et licentiandose prefato Si-
gnore saria un male exenplo a chi havesse per lavenire a servire
prefati excelsi Signori. Et si loro Signorie alegassero non possere com-
portare tante spese quante hanno, resepó dire, che possano mancare ad
de li altri, che, in comparatione, non hanno servito apresso ad quanto
ha facto prefato Signore Ioan Paulo. Noi ne acordarisimo expectare de
vedere che fine ha limpresa de Cascina ché, expugnandola noi come
stimiamo, et in brevi giorni, se altro infortunio, el che dio el cessi, non
nasce, potaremo più. largamente parlare et ne resentiremo altrimenti:
tutta volta ve governarete in questo come ve pare et come parà a dicto
Cancelliere etc.

Maestro Mingho haveremo piacere se satisfacia, et de 20 [ducati]
per conto nostro, et de li 20 per conto de la Magnifica nostra madre et,
quam primum haverete al verso el denaro, lo pagarete.

Camiscia, fazoletti, colarini, marzapani, ce le manderete per lo
primo.

Da gia, per satisfare ad quelli ne dite, habiamo dato licentia ad
Bernardo degli Abizi se ne vada per tre dì a Fusciechi: et bene va-
lete.

ND
LO

519. (A. B. VII. 40). Firenze, 1499, Giugno £

L

Giuliano Gondi a Paolo Vitelli.

Ill.mo Signor mio, doppo la debita raccomandazione. Benchè sia
uscito delli Dieci, la Signoria fa spesso richieste per haver consiglio e
parere delle cose che alla giornata corrono, e sempre vi chiamano noi
Dieci vechi. E pure iarsera ci chiamorono, e fumovi sette di noi, e
quattro altri cittadini, che fu Piero Popoleschi, Iacopo Pandolfini, An-
tonio Chanigiani e Lorenzo Morelli, e parlossi di diverse cose, et inter
cetera vi fu parole, e di più, che portavano che Vostra Signoria, avanti
uscisse questo mese, si dovessi sforzare di darci Chascina; et che, asai,
asai, poserebono bene le cose di vostra Signoria; et che lo dovevate
fare per fare honore a questo Gonfaloniere, che in vero lo merita da
Vostra Signoria, perchè asai sè operato in honore di quella. Questi tali
non sono punto vostri nimici, ma sì in contrario ; et io macordo in loro
sentenzia, e ve ne priegho; e quanto ho detto è così la verità. Et a

vostra Signoria mi ricomando, la quale Eonservi idio felice.











LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 137



520. (A. B. VI. 126). Dal campo presso Cascina, 1499, Giugno 22. XV.
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifice eques. Per questa ve dicemo come noi non manchamo
cum omni oportuna et extrema diligentia, et di et nocte, solicitare
quello bisogna per questa impresa de Cascina et, si noi non havessimo
hauto grandissimo mancamento de maraiuoli come havemo, siresimo
molto più avanti non semo. Tuctavolta sè tanto fatigato che ne tro-
viamo apresso a le mura circha a una butata de partigiana, et per
tucto dimane a nocte speriamo havere piantate magior parte de larti-
gliaria, et atendarasse cum omni solicitudine a tirare et dare mancho
tempo che se pò a nimici de repararse, i quali hanno drento et bona
et assai artigliaria et copia de polvere et altre munitione. Noi, come è
dieto, dé quello che é piü necessario et havemo magior bisogno, che
sono i maraiuoli, ne havemo patito senpre necesità, et adesso ne pa-
tiamo più che mai, et senza non se pò fare. Per tanto, cum omne vo-
.Stra cura et diligentia, sirete cum chi bisogna et pregaretelo ne voglino
mandare et cum omni solicitudine et buon numero, a fine possiamo far
fare le factione necessarie et non perdare tempo. Havemo etiam patito
gran carestia de maestri de legname in modo che anchora le bombarde
non sono ad ordine, nè de ponti, nè de culate, et anchora non sono
venuti i cannoni. Pure non sè perso tempo: sè ateso a fare repari et
buoni, chè bisognano a le artigliarie hanno i nimici. Confortarete etiam
mandare a far fare palottole de ferro a Pistoia, dove se fanno buone,
et sieno ad ordine che, bisognando, ce se mandino qua, et faciase in
modo non ce se manchi in sul bello, Noi faremo omni cosa a noi pos-
sibile che Cascina shabia avanti escha la presenta Signoria, et, si non
shavarà, non mancharà da noi. Ne paria ragionevole non ce se man-
chasse de le cose necessarie per limpresa, maxime de maraioli; et
cusì de nuovo ve dicemo fate omni cosa ce se ne mandi et in quantità,
chè non sepò fare senza. Nè diremo altro per questa. Accomandaretene
de continuo a testi excelsi Signori nostri patroni.

El vene là un Cancelliere de Messer Thiseo da Cesena, al quale
nel ocurentie sue prestarete omni favore ad voi possibili, chè ne farete
apiacere singulare.

521. (Ep. III. 160.) Città di Castello, 1499, Giugno 23.
Iulius Vitellus episcopus Castellanus Magnifico viro dom no Corrado De

Castello secretario nostro et uti filio nobis mox.o carissimo.

Magnifice vir et uti fili carissime: Per una vostra siamo avisati
dimandare la ragione della causa de Ser Meo nostro familiare, laquale















138 G. NICASI



cosa ame et ancora a tucti li experti in ragione canonica pare sia su-
perflua imperoche essendo el beneficio di S. S[alvato]re in nostra dio-
cesi intanto sipresume apartenere anoi che chi volesse dire el contrario
non deve esere odito, senon prova oche sia da noi exempto, oche di
quello sia patrono altro di noi, et questo e cauto iniure in mille luoghi
et maxime in .C. omnes basilice .I. q. 1. e quando peraltri se alle-
gasse in contrario bisogna lo mostri per iura privilegia ete. E sel se
dicesse per la parte adversa che hanno succeduto nello dominio di Pe-
tramaleschi et epsi nefussero patroni, lo hanno aprovare, et quando se-
trovara che ditti de Petromala siranno stati patroni, allora haranno
potuto inloro transferire tali ragioni; che, nolle havendo daloro, non le
hanno potute transferire ad altri, sicomme dice la regula cungs de reg.
iur. li. VI. Et se dicessero che vendicano tali ragioni per havere electo
molte volte, lo hanno facto per via del favore, non che rasonevolmente
lo habbino potuto fare. E se mostrassero electioni daloro fatte, fatevi
mostrare daloro le confermationi, quali mai si trovaranno, inperoche an-
cora noi nolle trovamo inello archivio nostro : laqual cosa vemostra intal
cosa iveschovi insino aqui essere stati sforzati. Laqual cosa non inten-
demo in alcuno modo succeda innoi Vese allegaria molte altre ragioni
et autorita, le quali per brevita se pretermettono ; che quando haremo
piu ozio di tucte vesene dara informatione Questa cosa io la ho acore,
eso disposto delli miei benefitii esserne il veschovo io. Valete. A voi mi-

racomando.
592. (Ep. IIT. 152). Dal campo contro Cascina, 1499, Giugno 23.
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifice eques etc. havemo una vostra et una de Cerbone: tucte
dui de XXI del presente: et prima, ala parte de li dui milia, respon-
diano che non manchaino, ne perdemo una hora de tempo, non atten-
diamo eum omni extremo solicitudine et di et nocte ad questa expu-
gnatione de Cascina | et facemo omni ultimo nostro potere per expu-
gnarla quanto piu presto sira possibili: et intestimonio | de li portamenti
nostri | che non dicemo secreda ad noi | dimandiseno questi Signori
Comisarii, quali intendono et vegono tucto: et cusi facendo noi elde-
bito, et non manchando in cosa aleuna, ne dole fino al core cesemanchi
de promessa ad noi: et netrovamo altermine che piu di sono non ha-
vemo un soldo da dare ali nostri soldati per intertenerli et non havemo
un quatrino de possere provedere alvivare nostro de casa: et quod peius
est netrovamo in luocho, dove non cepossiamo servire de li amici, pa-





LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 139









































renti et robba nostra, come facessimo quando eravamo in Casentino: «4
che, come sapete, sinoi nefusimo trovati delontano come adesso, non ha-
vamo remedio acasi et nostri et daltri: pertanto, trovandone noi in-
E tanta dificulta et penuria del denaro, non mancherete | come siamo certi
r non manchate | cum omni vostra arte et ingegno, vedere si pervia al-
cuna poteste fare tanto havessimo dieti dui milia ducati: et in cio cifa-
rete omni vostro potere et ultima istantia. |

Vederite | o | per via de amici | o | de banchi | o | o per omni altro
verso ve pare se potesse | fare omni cosa seglie possibile di trovare li
dui cento per lo spacio de lidui gentilhomini feraresi, afine non stieno
li et aperdere tempo et consumarse sul hostaria. |

Commendamo quanto havete operato circa al caso de Luca de gli
Albizi et adnoi piaceria non venisse peromni respecto etc. | Le 4 corone,
date a Camillo de mastro Bartolomeo dal Borgo, de gia havemo ordi-
nato semectino a suo conto; et ne piace lhab'ate servito. |

Ne piacera, havendose denari, sedieno i trecento ducati a Tacopo
per conto del Signor prefecto, sicome ne scrive Cerbone | et cerchise
remandarlo piu contento se potara. |
- Li argenti dite mandarne per Iacopo da Castello, l' habiamo re-
ceputi tucti: et cusi habiamo hauto la sella et el cavallo. |

La camiscia et fazoletti et colarini expectiamo ce lemandiate per
loprimo vera fidato: et cusizla beretta : ne diremo altro per adesso: bene
valete :

Havemo etiam la vostra de 22: havemo piacere de lo spacio de li
non havendo voi mandato le sue a Castello a Monsignor



feraresi ect. :
Signor nostro farete uno post scripto et diteli che non mandi più Vin-
centio a Farrese, perche noi havemo chel Signor Ferando | e | in
camino et senevene: et havendolo mandato ocurendovi lipotorete sceri-
1 vare simili efecto.



523, (A. B. VI. 121). Dal campo contro Cascina, 1499, Giugno 24. XIII.
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifice eques, hoggi senza mancho cominciaremo a trare parte
del artigliaria nostra grossa et dimane, avanti giorno, speriamo tiri
tucta. Per la grande penuria havemo hauto de mariuoli sé indutiato
tanto; chè mai ne havemo hauti loptavo de quelli bisognavano: noi
una volta non semo manchati de omni extrema solicitudine et sempre,
dì et nocte, uno de noi è stato a repari a solicitare el lavorare. Semo
hora a manco duna butata de partigiana de lontano da le mura et spe-



































140 G. NICASI

riamo expugnare la terra prestissimo. Nè dizemo altro per brevità de

tempo. Bene valete.
524. (M. XII. 3). Campo contro Cascina, ..., Giugno 25. II.
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifice Eques, Comendationem &.: Questa matina a bona hora
l’artigleria nostra incominciò ad operare, et sino adesso havemo per
terra de li braccia cento di muro; et si non fussi l’ aqua grandissima
è in le fosse, questa sera ne saressimo confidati piglare la terra; tucta
volta pensarimo, o per via de ponti o altri instrumenti, apressarci a
quella et credemo prestissimo conquestarla; el di apunto non li dicemo
perchè non simo certi; tuctavolta credemo in brevi sarà nostra, et se-
condo subcedaranno le cose ne darimo adviso. Apresso curarite mandare
le intereluse a Monsignore nostro (1), quanto più presto possete. Nec
alia. Bene valete.

525. (A. B. VI. 129). Dal campo sotto Cascina, 1499, Giugno 26. XIIII.
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifice eques. Per la grazia de dio et virtù de nostri soldati

8 1 8

havemo presa Cascina a discritione de testa excelsa Signoria et in uno
eo

giorno naturale da che la cominciassimo a bombardare. Nè diremo altro

per extrema brevità de tempo. Mandate lettere a monsignore (2) per

fante aposta.
5206. (A; B. VI. 128). Dal campo presso Cascina, 1499, Giugno 26.
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifice eques commen: ete. Per questa non vi dirimo altro se-
non pregarvi sollicitiate dilà li casi et cose nostre, come site sempre
solito et comme sapete. Et noi non mancarimo andare inanzi: perchè
non vale dire sempre: « andate innanzi, innanzi », et noi non siamo
provisti del bisogno, et hora ci trovamo in modo che non poterissimo
trovare uno soldo, et simo in tanta miseria che non havemo pure dove

(1) (2) Monsignor Giulio Vitelli vescovo di Città di Castello e fratello di Paolo,















LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 141

trovare el vieto nostro, non tantum possiamo adiutare li soldati nostri.
Siechè, come e dicto, non mancarite de la solita diligentia in sollicitare
el dinaro et anche lé altre cose nostre; ché noi non mancarimo andare
inanzi, ché, come sapete, a le cose di testi Signori ad noi non bisogna
sperone. Nec alia. Bene valete.

Circa quella cosa vui dite di volere fare con lo Signore Gonfalo-
nieri de quelle possessioni, semo contenti lo facciate, per benchè questi
Cascinesi sono resi a la discretione nostra, per ben che el nome vada
se sieno resi ala Signoria, cum questi capituli: che nui et el Signore
Governatore (1) habiamo a giudicare questa descreptione et per quella

se habbia ad observare.
527. (S. Imi. XXIV. 31). 1499, Giugno 26.
Comissariis generalibus.

La nuova venuta questo di a venti hore della expugnatione di Ca-
scina, se la | e | suta acceptata da noi et da questo popolo con allegrezza
et piacere grandissimo, ve ne puó far fede col desiderio grande haveva
ciascuno di conseguire tale victoria, la quale quanto piü era desiderata
tanto era meno creduta et manco axpectata: onde, venendo come im-
provisa et insperata, ha facto rimaner li huomini attoniti quodadmodo

et admirati.
528. (S. Imi. XXIV. 33).
Commissariis generalibus.

... Come voi sapete, noi siamo hoggi entrati nel Magistrato et hab-
biamo trovato omni chosa exausta et muncta circa il danaio, per havere
e nostri antecessori nella expeditione di Cascina et sue appartenentie
speso assai; vero è che noi habbiamo buono assegnamento, el quale ci
bisogna fare vivo. Ad che noi daremo opera con omni sforzo et dili-
gentia possibile: et questo di si e dato buon principio a tale effecto,
et così verremo seguitando di modo che in brevi di speriamo havere
adunata tale somma di danari, che satisfarà a cotesti Signori, et a

Noi. x».

(1) Il Conte Rinuccio da Marciano che aveva il titolo di Governatore dell’eser-
cito fierentino.




































142 G. NICASI,



529. (S. Imi. XXI. 34). 1499, luglio 2.

Commissariis generalibus.

Intendiamo con sommo piacere, per questa vostra ultima, come hieri
vi insignoristi della torre Foce et come speravi che del bastione se-
guissi el medesimo; presertim quando quelli fanti che vi sono a guar-
dia intenderanno la torre essere perduta ... Dall'altra parte con sommo
dispiacere habbiamo inteso voi non havere possuto servire la Signoria
del Capitano di si piecola somma di danari in tanto suo bisogno: per-
ché, iudicando che tal eosa li sia tornata in dispiacere et disagio, del-
l'uno et dell'altro ne partecipiamo come quelli che stimiamo omni com-
modo di sua Signoria proprio, et così exadverso: nè voliamo che voi
vi persuadiate, et che sua Signoria creda, che per noi non si facci il
possibile per satisfarli in breve. Perche se e fussi presente et vedessi
la diligentia usiamo per expedire denari, non perdonando a disagio al-
cuno nè ad alcuno particulare, siamo certi che non manco vi dispiace-
rebbono e dispiaceri nostri in tale expeditione, che ci dispiaccino e
vostri nelle vostre necessità

530. [A. B.] Dal Campo presso Pieve 1499, Luglio 2, XXIV.

Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifice eques ete. Voi vedarete inclusa in questa una di ser
Alberto per lo caso del signor Giovanpaulo Baglioni. Et perchè, sì per
e ?
lo capo delto stato di Perugia, quale partendo lui potaria andare con-
81a, q
tra i nostri propositi, si etiam perché el ce pare molto a proposito ha-
verlo apresso, desideriamo chel resti con questa signoria, et chel non

,parta per niente. Pertanto farite ogni opera et usate ogni ingegno et

indnstria possibile chel resti, mostrando che sia necessario per la im-
presa chel sia de qua: et con ogni raggione, secondo vi parrà a pro-
posito, mostrate chel sia bisogno di testi Signori chel resti et nol parta.
Et in questo usate ogni arte possibile perchè lo desideriamo summo-
pere.













LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 143



531. (S. Imi. XXI. 38). 1499, Luglio 8.
Commissariis generalibus contra Pisanos.

Per risposta delle vostre ultime due de hieri, vi significhiamo come
voi havete a fermare questo puncto: che noi siamo resoluti al tucto di
fare la impresa di Pisa, et che resta solo trovare e' mezi chela condu-
chino, e' quali sapete sono trovare el denaio et buona quantità ; et tanto
si verrà più dilatando tale cosa, quanto più difficile troveremo tale ex-
peditione. Et volemo che voi vi rendiate certi che noi conosciamo opti-
mamente e’ pericoli sono nel differire, sì per li soccorsi potrebbono sopra-
dvenire a Pisani, sì etiam per molti altri beneficii che porta loro el
tempo, et a noi toglie: come voi etiam benissimo intendete. Sappiamo
aricora el tempo che bisognerà a fare le fanterie, et le infirmità che
potrebbono sopradvenire, per essere cotesto paese exposto a simili ac-
cidenti. Ma tucto quello che non si mecte così presto in executione,
come noi et voi et cotesti Signori desiderano, dipende, parte dalle dif-
ficoltà troviamo nel condurre le cose necessarie, parte da volere util-
mente spendere el denaio che e’ ciptadini ci sborsano, .... Sarete adun-
que colla Signoria di cotesti Capitani et Governatore .... et mostrerete
loro la ragione che fa differire la impresa, più che non (è) el comune
desiderio. .... Per cagione che noi delibereremo forse che in cotesta ex-
peditione vi vagliate delle artiglierie grosse sono a Livorno, vi impo-
niamo .... ordinate a Guido Mannelli di farle caricare, acciochè le non
si hahbino se non affare transferire costì. Et subito, quanto piu presto
potete, ci manderete i cerchi delle misure loro, adciò possiamo, secondo
la grossezza di quelle, ordinare loro palle, et dadi. Crediamo ancora sa-
rebbe utile fare cercare sotto le ruine delle mura di Cascina et ne fossi
delle palle vi si truovano. Il che iudichiamo come facile, così utile et

necessario.
532. (A_B. VI. 137). Dal campo contro Pisa, 1499, Luglio 15.
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifice eques, per pigliare la impresa de Pisa cum favore de
cieli, bisogna che noi ci mettiamo intorno a Pisa con lo exercito el
primo di agosto; perchè, quando passasse quello dì, non si poteria pi-
gliare secondo li cieli che lì a 12, o 15 giorni; il che saria fora de omni
proposito aspectare, et non vorremmo mancare, potendola pigliare cum
favore de li cieli, de farlo. Et però, aciochè possiamo conseguire questo

10







































144 G. NICASI

effecto, usate omni diligentia et sollecitudine che a quello tempo sieno
ad ordine le provisioni oportune, secondo che havemo facto intendere ;
et non manchi per niente; et in spetie ordinate, senza manco alcuno,
che domane, a miglior hora che si pó, sieno qua li dinari, ació che si
possino mettere ad ordine li fanti per quello tempo ; et non manchi per
cosa nisuna questo.

Apresso ordinarite, cum omni modo oportuno cum testi Signori, ch'el
Signor Ioan Pavolo (1) venga a tempo del prineipio de la impresa,
perché, non solo é oportuna la sua venuta, ma de necessità: perché, per
ben che noi intendiamo stregnere Pisa da un canto con le artiglierie,
non possemo mancare, respecto a li renfrescamenti ia poteria havere,
offenderla da laltra banda: et per fare questo effecto noi altri qua non
saremmo abastanza; et oltra questo, respecto a l'aria et la stagione che
ne trovamo, che omni di se ne amala; et mancando li homini omni
giorno, et non havendo altro renfrescamento de gente darme, non sta-
rissimo sicuri. Et peró farite omni opera el venga senza mancho, per-
ché senza lui non si pó fare.

Nui vi havemo seripto altre volte el caso del Marchese Galeotto,
si testi Signori el vogliano, et volendolo, o a piedi, o a cavallo: del
quale non havemo hauto resposta. Et quando testi Signori non el voglino
pigliare loro, voressimo intendere si se acontentano lo pigliamo noi.
Quando lor Signorie dimandessero del parere nostro, consideraressimo
fussi piü a proposito a piedi. Nec alia. Bene valete.



533. (Ep. III. 170). Dal campo contro Pisa, 1499, Luglio 17.




Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.




Magnifiee eques etc: Intendemo che là per testi excelsi Signori
nostri patroni se dauno denari et à buon numero de conestavili per le-
vare fanti per questa impresa de Pisa: del che segue che molti fanti
partano de qui de campo et vengansene a la volta là de Fiorenza per
tocare denari, et se non se provede noi de qua omni di remaremo ni
mancho numero, el che quanto [è] el propuosito lo lasaremo indecare
a prefati excelsi Signori. Noi, come per altre ve sè dicto, stimaresimo fusse
bene el denaro darlo qua ai Conestavili, afine non havesimo aperdare
i fanti et .... qua sono de molti capi et valenti homini che meritano
essere condocti: per tanto recordarete che delà non se faccia tanta




(1) Giovampaolo Baglioni.





LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 145

provisione, che de qua non se possa observare la promessa a chi é
dentro ete.

Circha lartigliarie dieemo che per niente se manchi da l' impresa :
anzi instate piu che mai che, senon senepossano fare quattro pezzi, ad
minus senefaccino tre, o non se manchi dedui, che glinesirà necesità :
nec alia: Bene valete.

534. (A. B. VI. 143). Dal campo contro Pisa, 1499, Luglio 19,
h. II. noctis.
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifice eques ete. Hoggi, cirea XX hore, arivorono qui Giovanni

di Dino et el compagno cum lo denaro ; et veramente vennaro ad tempo
et non volevano indutiare punto più, chè di già et le gente darme et
le fanterie erano redocte ad termine, che se trovavano in ultima despe
ratione, et non li era verso più nisuno ad intertenerle cum parolle, né
ce credevano più; tante bugie rehavamo dicte, per essere anchora noi

de là pasciuti de speranza. Sia cum dio, la cosa è ridocta qui, et è in-
fine a buon termine; et si de mano in mano le previsione andaranno
avanti, come se dice, è da sperare tucto passarà bene. Intendemo che
lì in Fiorenza per testi excelsi Signori nostri padroni sono stati facti
circha a la summa de fanti 5500; del che asai ne maravegliamo, ateso
che de qua é gran numero de homini da bene, i quali hanno servito
gran tempo Marzoecho et, per essare quasi provisto al numero de fanti,
sirà dificile a contentarli et observarli le promesse che etiam perli si-
gnori Comissarii et per noi réstato piu volte promesso ; et cum queste
promesse et bone parolle lhavemo tenuti fine in questo di, sempre in
speranza; et hora manchandore non vole dire altro che manchare del
credito: tuttavolta ne sforzaremo provedere meglio che se potarà.

Quanto a le loro provisione necessarie per limpresa, elné dicto che
ad tueto, et cum presteza, et al tempo ragionato, se provederà: ve di-
cemo che non manchate, come sete costumato et ad omni hora cum
omni extrema diligentia, recordare se provega come dicono, et maxime
a polvara et palottole; et de questo remostrarite, quello è la verità, che
nou senepò fare sì gran provisione sia superflua; et quando se ne pro-
vedessaro tante che avanzassero, non se buttariano, anzi se preserva-
rieno ad omni altro bisogno potesse occurre; et quando ne mancasse
munitione, lasaremo iudicare a chi le pare quanto inportaria, chè non
voria dire altro che non havere honore de limpresa. Et però iterum ve
dicemo che solicitate quanto più potarete, et farete omni cosa che tueto
passi cum più solicitudine sirà possibile ete.




















































146 G. NICASI



Da horo a grossi, prefato Giovanni di Dino ne diee che ad tucto
sé provisto et in modo che nharemo da contentare et stare de bona vo-
glia: noi questo li havemo resposto, che ne remectaremo ad quanto
intenderemo per vostre lettere: et cusì ne advisarete quanto è seguito ;
et questo medesimo dice circha l' augumento nostro, che tucto è per se-
guire ad voto nostro: advisate del tucto.

Quanto a li asegnamenti per li nostri creditori, ne dicono se pro-
vederà et in bona forma. Et quanto ad questo, ve scrivemo, che voi ad-
vertiate che una volta in questa cosa noi non ce habiamo a travagliare
più, nè havere altro impaccio. Fate prima che Giovanni Gondi se chiami
contento da noi, et chiamisi satisfatto de quanto li dovemo, et pigli so-
pra de se questo afanno; et cusì ve governarete cum li altri tucti, a
quali siamo debitori, et vederete se contentino tucti. Nec alia. Bene
valete.

535. (Ep. III. 181). Dal campo contro Pisa, 1499, Luglio 22, III, noctis.
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini ed a Cerbone Cerboni.

Messer Curado: et Cerbone: Nui havemo una di voi, Cerbone, per
la quale ci fate intendere testi Signori ci tengano a parolle sino alultimo
dì da piglare la impresa: cum speranza noi non habbiamo a mancare
per niente de pigliare decta impresa. Nui facemo intendere a tucti doi :
che qua havemo chiariti questi Signori Comissarii et colleghi cum jura-
mento, che nui non simo per moverci dequi sino intanto non achiari-
scano li tre capi, cioè: da oro, et quanto lo augumento, e dare lo asi-
gnamento anostri creditori: et cusì impromettemo fare cum effecto. Voi
dal canto de là instarite, et chiarite tucti quelli vi parerà, che noi non
simo per andare avanti uno passo, sino intanto non ce chiariscono li tre
capi: et faritene intendere che, si passa el primo dagosto al pigliare tale
impresa, bisogna andare fino alli 16 del ditto ; et li fanti vorranno nova
paga; et noi vorremo la imprestanza et el servito tucto. Siché le chia-
ririte in bona forma, aciò non possino dire dipoi il contrario. Et si loro
non vogliano Pisa, ad noi ne incresce et il danno sarà loro ; et per noi .
non mancarà; perchè simo [disposti] dal canto nostro non mancare de
niente. Bene è vero ci fanno pigliare cattivo concepto di loro, quando
in tale impresa non ci vogliano dare et adiutare del nostro; et maxime
per non dimandare cosa nova: chè non saria stato disonesto in tale im-
presa havere dimandata la imprestanza, ed anche qualche migliaro de
ducati di adiuto.

Deli cavalli ne scrivete, per adesso voressimo dui cavalli de per-






















LA FAMIGLI^ VITELLI, ECC. 147

sona; e dui o tre runzini del resto cum piu vostro agio et comodo li
poterete togliere:

De le arme, non si possendo havere cusì adesso, poterite differire:
chè per la fretta non voressimo però fare sù perdita et comprare la
cosa tanto più cara. Nec alia.
536. (Ep. III. 168). Dal campo, 1499, Luglio, 26, XV.
Paolo Vitelli e Ranuccio da Marciano ai loro segretarii Corrado Tarla-
tini e Bernardo Tondinelli in Firenze. (Cito-Cito).

Spectabiles nostri charissimi etc. Noi ci troviamo tanto mal con-
tenti et di malissima voglia, quanto fussimo mai alla vita nostra ; paren-
doci che così meriti lamportantia di tal mestitia. Qui è arivato Antonio
da Certaldo, et àcci referito come, tra le palle di ferro da channoni che ci
avanzarono nella expugnatione di Cascina, et che dipoi nelle ruine depsa
sesono trovate, et che dipoi sisono proviste da Ferrara, non cene tro-
viamo infatto che 500: che cià proprio dato un coltello al chore, atteso
questa essere la principale importante cosa e più necessaria in questa
magnifica impresa; et che senza epsa nulla si possa condurre a perfe-
cione; et cene trovamo, si può dire, apiedi. Et se non fussi che ha-
biamo trovato uno optimo expediente et remedio a tale manchamento,
ci trovariamo deltutto dexperati. Et questo si è che detto Antonio ne fa in-
tendere essere costì gran copia e somma de metalli, cioè rami e bronzi,
li quali al fonder.i serviranno al medesimo effetto : et benchè intendiamo
che qualche parte dessi sieno inpegno, voliamo che subito e conogni ce-
lerità siate con cotesti magnifici et excelsi Signori, et hoprate che loro
Signorie li facino prendere, in qualunche modo si siano, et ne facino
fare palle da tutti channoni, cioè depiu grossi, trattone il basalischio,
come quelli di ferro, che bronzo, depeso di 45 in 50 libre luna : et aque-
sto conogni instantia li persuadete et strignete, mostrando del certo a
loro excelse Signorie come noi per niente non siamo per andare a champo,
se prima non vegiamo qui infatto el numero delle decte palle: perchè,
intendendo la obstinatione de Pisani, e loro del continuo aforzarsi, non
vegiamo altro remedio che questo al farli calare. Et quando questa cosa
paressi di più spesa, mostrate a quelle Signorie che, essendo vulgato
già fama per tutto di questa impresa, e sperandone gloriosa vittoria, non
hanno a riguardare nè a perdonare a nulla, ma seguire con somma repu-
tatione, come digià feciono li antinati di quelle; etche se aquisteranno e
fama e gloria immortale apresso ditutti li altri potentati ditalia, e con
utile grande di loro excelse Signorie: et quando questo non segua, loro












148 G. NICASI

Signori et noi ne restiamo vituperati e malcontenti. Noi stimiamo queste
costare lo stato di loro excelse Signorie et nostro; pertanto vi diciamo
che, semai hoperasti in cosa alchuna ingegno o diligentia, questa sia
quella volta: perchè, sino intanto non ne siamo e daloro Signori et
da voi intutto accertati, noi siamo del continuo in fuocho, impena e af-
fanni: il perchè non mancherete per nulla davisarne subito et fare
quanto disoprà ve impogniamo.

Ricorderete conogni instantia alloro excelse Signorie chome subito
conogni prestezza e celerità mandino di costì e muli a recare tutte le palle
et polvere da passavolanti, falconetti e cannoni dala Pieve a Sanstefano,
et che al tempo si trovino quì: et non confidino di scrivere là al vicario
che le mandi, ma subito si mandi dicostì, come è detto.

Apresso desideriamo assai che al tempo se trovi qui el Signor Giam-
paolo Baglioni. Per tanto fate opera con loro excelse Signorie che fac-
cino si trovi di qua, chè cie nhanno per più loro promesso.

Et perchè intendiate bene che questa cosa cè aquore, per reputarla
in tutto lo stato nostro, labiamo volutta sottoscrivere di mano propria
nostra.

531. (A. B. VI. 145). Dal campo 1499, Luglio 26. XX.
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifice eques commendat. etc. Giovanni Dini sene viene chia-
mato dalla Signoria per li casi nostri, nelli quali ci pare, intese le
diffieultà scrivete, che teniate questi modi: Et prima, circa laugumento,
che operiate che la Signoria prometta chiaramente deli interi 25 homini
darmi per modo, che laugumento intero di questo anno sia di 100 huo-
mini darmi (1), et sussista la promessa per ogni miglior modo se pò, che
noi siamo chiari ci habbi a essere observato quanto è dieto. Circa la
differenzia da oro a grossi, ci maravigliamo; et prima circa il tempo,
perchè sanno bene che se restò dacordo de 11 paghe, et così se pò fare
conto, da li dì de la partita nostra da Castello, infino al dì della par-
tita dalla Pieve [Santo Stefano], che sono qualche dì più che 11 mesi.
Nel quale tempo stierono continuo i fanti nostri in factione, comme

possono fare fede li Comissarii che per tempi si sono trovati in campo;

(1) Se veniva ora accordato dai Dieci a Paolo Vitelli l'aumento di 25 uomini
d' arme di condotta, ne avrebbe avuti, in tutto l’ anno, 100 di aumento, perché 75
gli erano stati aumentati quando era stato ripreso in co' dotta dai Fiorentini nel
maggio scorso.

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 149

et a lultimo, quando partimmo de la Pieve, tutti li luoghi circumstanti
alla Pieve erano guardati dalli fanti nostri, come sa Tomaso Tosinghi,
che si trovó li in quello tempo. Et per questo non calate niente delle
11 paghe, perchè, tucto quello se mancasse da questo, ci siria ingiu-
stamente tolto, chè per tanto tempo havemo sudato con li fanti.

Circa la valuta, Cerbone sa bene che noi femmo conto in valle di
Serchio, dove se trovò Messer Antonio Albizini et Paulo de Piergen-
tile (1), che a quello tempo correva da oro a grossi da 134, fino in 14
per cento; et a quello tempo non havevamo ancora servito con li fanti
6 mesi: hora, considerato quello è valuto l’oro a tempo per tempo, ve-
diamo che apuntare con l'oro a 15 per cento stesse bene, et che non se
dovesse mancare di questo: pure non calate de 14 per niente. Circa lo
sbàttito delli fanti, sanno bene tutti quelli con chi noi havemo parlato
di questa materia, che sempre havemo dicto, et cosi convenimmo a
principio, che si fusse sbattuto 20 per cento, che è il quinto; ma, sel
ci à a essere sbattuto il quinto, li cento debbono tornare 80, perchè
20 è !/. di 100, et non è giusto che li 120 tornino 100, perchè così non
siria defalcato il quinto, ma solo ‘/;. Et per questo non apuntate altra-
mente che a questo conto: dove, multiplicando, vedarete li 1200 fanti
vogliono ducati 4500 d’oro in oro per paga, comme havemo dicto con-
tinuamente; nè questa è cosa nuova, ma continuo sè domandato per
noi questo medesimo, comme sono bene informati tutti quelli con chi
havemo parlato di questa materia.

Costoro fanno anche difficultà circa il caso di Giuliano Gondi, et
fannone intendere che vorrieno dare a Giuliano asegnamento, per questi
denari che ha havere da noi, per uno anno al più; et, per quello tempo
gli tengono, sono contenti dargli de interessi 12, o 13, o 14 per cento,
et da parte con noi sono anche venuti a 15. Et dicono anche più oltre
che, quando Giuliano sacontentasse lasciare questi asegnamenti alle

prime gravezze che se vencie, mettaranno questo credito suo lì sù, et

lui lassi i primi asegnamenti, aciò che tanto più presto possa revalerse
del danaro suo. Recerchanci che noi li faciamo favore asettare questa
posta, aciò che possino più vivamente seguitare limpresa. Noi, per quello
ne intendiamo, crediamo che Giuliano il dovaria fare, essendo cauto et
tirando gli interessi di decti denari per quello tempo gli tenessero. Voi
potete essere con seco et confortarlo, non gli pregiudicando, che vogli
adoptare questa cosa, perchè navaremo piacere per possere con tanta
più facilità seguitare la impresa.

Giovanni Dini ci fa intendere comme da qualcuno gliè stato dato

(1) Paolo di Piergentile Fucci di Città di Castello.

=—Tr—Tr—+++==————==









150 G. NICASI






carico costi con dire, che, nello apuntamento facto con noi, lui ha hauto
premio da noi; il che è fuor dogni vero; perché lui non è homo di
natura tirato a simile cosa; et noi, comme sapete, non semo usi tirare
le cose nostre per questo verso. Ve ne diamo aviso a ciò che, intenden-
done qualche cosa, o trovandove in luogo dove ne venga a proposito, 1
et possiate del vero excusare, et in ogni cosa che potete, non mancate a
favorire le cose suoe, perchè è homo che vale et inelle cose nostre viene
molto bene; et con lui potete conferire quanto havete da noi et offe-
rirli tutto quello potete per lui. Circa il caso del Signor Giovampaulo,
non mancate fare ogni cosa: perchè di queste genti del Signor Piom-
bino lomo se nevale poco; tuttavia non date gravezza alcuna a
queste genti, perchè non volemo; ma ve ne diamo aviso aciò che siate












informato, et non manchiate fare ogni cosa in questo caso, perchè è
necessario.






bao (Ep TIE 170: Dai Campo contro Pisa, 1499, Luglio 26.





Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini. (Cito).



Magnifico messer Corrado. Sono passati tre giorni che da voi non
havemo alcuna notitia de le cose vostre a che termine sieno, delche ce
maravigliamo assai, atteso maxime che il tempo se astringe senza re-
solutione. Noi havemo molto bene chiariti quisti signori Commissarii
qua, che non pensino nè presumino permodo alcuno farce andare più
avanti, se non ce observono omni promessa; et il medesimo farite in-
tendere voi a testi Signori et con sollicitudine, et datene adviso. Apresso
havemo caro intendere se il pezo dartiglieria, de che vi schrivemmo, sia









perancora gittato et a che termine sia; preterea sollicitate la polvere,
le pallotole et omni altra cosa apartenente ala expeditione de quella,
senza intermissione de tempo. Non altro.








| 539. (S. r. IX. 18). Dal Campo, 1499, Luglio 29.



Pietro Corsini e Pier Francesco Tosinghi, Commissarii generali, ai Priori
di libertà in Firenze.










« .... Noi faciemo di qua dal canto nostro ogni oportunità e sforza,
et habiamo sopra lopera del pane tre buoni ministri, e si discendiamo
per tutta la Val d’Elsa, Volterra, Valdera, dalla Lastra in qua tutto el
Valdarno di sotto, tutto il vicariato di Val di Nievole et Pistoia, e in-
somma per esserci tanto exercito non posono sopilire a tanto pane: 3




LA FAMIGLIA VITELKI, ECC. 151

perché qui infacto, si truova 2500 mangiadori, o più, e vogliano ogni
giorno, lundi per laltro, staia mille dugento o più di pane, in modo che,
se V. ex. S. non ci aiutano di costi, siamo achativo partito, e però bi-
sogna che a lhauta con ogni celerità possibile faciate fare uno provediì-
mento per cotesti fornari di costì, che al fermo non neschati (sic) mai
ogni giorno di staia trecento di pane cotto, e in questo V. ex. S. saso-
dino, elomandino sansa mancho alcuno, perchè quelle possino estimare
questa cosa del pane quanto importi a uno tanto exercito ».

540. (A. B. VI. 147). Dal campo contro Pisa, 1499, Luglio 30. III noctis.
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini ed a Cerbone Cerboni.

Magnifico Messer Corrado et Cerbone, vederete per la inclusa copia,
quanto havemo apuntato cum questi Magnifici Signori Comissarii et li
dui de Colegio; resta hora che siate subito, senza altra dilatione, cum
testa excelsa Signoria et per quella operiate se afermi et rathifichi ad
quanto havemo facto cum li prefati Signori Comissarii et dui de Co-
legio: et fate omni cosa che per tucto dimani habiamo resposta; et ve
dicemo che a nisuno modo intendiamo essere spregiuri etc.

La copia non vi se manda altramente per extrema brevità de
tempo: se ne manda solo una a testa excelsa Signoria per la quale in-
stabant tanto.

541. (Ep. III. 194). Cassignana, 1499, Agosto 1.

Iacobus Florenus Boninsignius, eques Senensis, Magnifico ac generoso equiti
et doctori excellentissimo, domino Corrado Tarlatini, tiphernati,
maiori suo observandissimo. Florentie.

Magnifico Messer Corrado. Io vi mando la domandata epistola,
Canzone et Sonecto, per me composti et a lo illustre Signor Paulo Vi-
telli mandati. E quali vorrei che tali fussero e che tale spirito in mia .
vice havessero, che fussino un tale stimolo ad moverlo in tal forma che
la musa nostra potessi più cumulatamente le sue laude descrivere. La
quale, se per sua virtù, quando che sia, respirare porrà nel suo nido
retornando, anchora conoscierà sua illustre Signoria non essere fra le
altre da disprezare. Nè voi pregho, doppo tante promesse, vogliate da
lo incepto desistere, ma al fine el comune bene dedurre. Imperochè so
quanto adpresso di sua illustre Signoria ‘el iuditio vostro vaglia, e me-
ritamente quanto possa. So bene che giongho li sproni al corrente ca-









152 G. NICASI

vallo, ma poiché habbiamo tanti sturbi, non excogitati, veduto, né del
futuro habbiamo alcuna certeza, peró sono costrecto a recordare, che
non dubito mancho di me cognosciate et dell'uno et dell'altro essere
stabilimento. Non sempre viene la occasione, anzi non piü d'una volta
usa venire, la quale, quando la capillata fronte ci porge, se non è presa,
invano di rivederla si pensa, nè di lei altro che un continuo e acre
remorso rimane. Donde, Messer Corrado mio, vogliate doppo la pro-
pinqua vietoria accelerare la opera nostra, che non vorremo altro mezo,
acciochè la occasione non trapassi: che siate certissimo la faticha
vostra, oltre ad quella di sua illustre Signoria, sarà in tale forma co-
gnosciuta, che iudicarà V. Magnificentia non havere a ingratitudine sa-
tisfacto. Racomandomi a V. Magnificentia, quae bene valeat.

Copia. — « Iacobus Florenus Boninsignius, Senensis eques, plu-
rinam post commendationem, domino illustri colendissimo domino Paulo
Vitellio seq. ut diligat precat. etc. Tucti quelli che in otio ad componare
si reducono sempre sforzati si sono prendare alcuno degno subiecto,
per lo cui mezo le loro fatiche possino con prompta fronte mostrarsi,
et in qualche prezo salire, acciochè, se per loro piei caminare non po-
tessino, dal preso subiecto adiutate, si relevino. Donde (anchora che
dal componare sia la mente distracta, per la persa quiete di quella)
essendo ad queste nocti in qualehe otio reducto, la presente canzone,
col sequente sonetto, a tuo nome ho composto, parte da le innumere
virtù tue, parte da la mia servitù et fede tirato. Et quantunque io co-
gnosca la musa nostra non essere di tua illustre Signoria degna, non
confesseró peró quella del servitio suo essere indegna: so bene non
essere bastante ad actingere ad la minima parte de le tue laude (an-
chora che in piü pace si retrovassi), ma, tale quale ella si sia, non ti
sdegnare di riceverla; non la basseza di quella, ma l' affectione et fede
sua acceptando. La quale, se doppo la preparata et tua pórta victoria,
dal suo naufragio per te serà in porto reducta (come certamente spera,
sapendo la promessa fede non daverli per alcun modo manchare) porrà
con più chiara voce ad tua memoria levarsi. Et se vero è che il poe-
tico furore tenga alcuna parte divina (benchè fra loro da annumerare
non sia) non dubito quello che in questi versi si contiene sortirà per
tua virtù lo effecto suo: che vivente la immortale fama fruirai. Seque,
illustre Signor mio, la prompta victoria, da le tue fatali stelle concessa;
nè doppo quella fermare ti vogli, ma avanti caminare, mentre che el
celo ti chiama, ad condurre la musa nostra con le compagne sue (se-
condo la data fede, da la quale mai declinerai) nel suo antiquo nido.
Il che al cumulo de le laude eterne tue, et anchora utile, accederà. Nè
io (per quanto le forze de l’ingegno patiranno) lassarò senza memoria




LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 153

passare: che non dubito più d'una penna, a scrivere e gesti famosi +
tuoi, a stanchare se habbi. Recomandomi NUS a tua illustre Signoria,
quam Deus ad vota producat.







MORALE.

L'alto valor che in te tanto resplende,
Ilustre et divo mio Signor, mi tira
Ad contar le tue lode in ogni parte.





Che se la stancha mai musa respira,



Et Phebo el canto et sua dolceza rende



Con misura, ragion, doctrina et arte,



Vivendo fruirai fama immortale :

Dono che a pochi è di gustar concesso.
Perchè l’ opre tue mostrano expresso,

Che ad sempiterna gloria el cel ti chiama:






Onde lo spirto brama,
Quanto la vena del mio basso ingegno
Porrà, seriver di te, signor mio degno.






Benché, a voler tucto cantare ad pieno
1 1



Non porria de le mille parti l’ una




Qual più degno ad compor mosse la mano,



Perchè tante virtù in te s’ aduna,



Che socto al peso verria forse meno



Chi Smirna illustra e ’1 divin Mantovano.



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Ma spero chel voler non serà vano, |



El tuo subiecto e le fatali stelle





Adiuteranno al mio basso tenore,
Chè sento dentro al pecto un tale ardore,



Che adempirà ciaschedun mio desìo.



Signore almo e giulio, *
Se ben riguardo ogni italico duce,
In nessun quanto in te virtù reluce.





Ciascuna parte, che hornamento sia



A dignissimo principe, in te veggio
Tucte raccolte con mirabil tempre.

Concedati per fede Actilio el seggio,
Bruto e Fabritio el suo locho ti dia
Di iustitia e te sol iuxto contempre.






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154

G. NICASI

Perdaria Emilio per maestà sempre,

Et per clementia cedati Metello,

Che fra i romani spirti fur si chiari.
Tu de principi se’ al mondo rari

In cui tanto splendore el cel demostra,
Per farti a l’ età nostra,

Come con l’intellecto mio contemplo,
A tucti li altri duci un chiaro exemplo.

Se Cesare o Pompeo per forza d’ armi
Salsero in pregio, non ti sono equali :
Pirro e Scipione similemente.

Tal sè in militia hornato e tanto vali,
L’armilla, el fregio, el diadema parmi
Darsi e lo sceptro a te debitamente.

Et come fra le stelle è il sol fulgente,
Che tucte obscura con sua chiara vista,
Cotal se’ tu ne l’italico sito,

Tuo loco dove Astrea è stabilito,

Gia le sue braccia scorpio ad se raccoglie;
Et di victrici foglie

Veggio dal cel portar Marte e Bellona
Per hornarti le tempie una corona.

Da poi, Signor, che tua città si pose,
Prodocto ha spirti assai degni e divini.
De quai la fama non sarà mai spenta,
Che mentre furon qua giù peregrini

Per l’ opere lor chiare e virtuose
Meritan fare in cel l’alma contenta.
Ciascuno immenso gaudio par che senta
Di te, che tucti in ogni parte avanzi;
Et con festa e desio lassù aspecta,
Giove ha tua alma fra tucte altre electa,
Perchè tu sia al mondo unico e solo,
Dall’ uno a l’altro polo.

Ch'io spero anchor vedere un tabernacolo
Farti et venir come ad divino oracolo.

Chi è ch’ el suo dominio in tanta pace
Tengha et quiete, in dolce festa et gioco,
Se non tu? Per la tua somma prudentia




LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.

Tu hai nei cor dei toi subiecti un foco È



D' amore acceso, che ciascun si sface



Servirti, amar, reverir tua presentia.



Tu reggi el popul tuo con tal clementia,



Premiando e boni e castigando i rei,
Et a li altri pià ch' al tuo commodo intendi.
A tueti sempre el suo debito rendi





Liberamente con benigno aspecto,



Et senza alcun sospecto ;



|
Facto hai del cor de toi si forte muro |
Che giorno e nocte poi dormir securo. *



Io non posso, canzon, quanto la fiamma



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|
Mostrar, come vorrei, in questi versi |
Che per un sol Vitel dentro ad me viva ; |
Ma s'elli advien che quel Signore ascriva





La musa nostra, che Tipherno honora,



Fra li soi servi, anchora,
Benché fortuna l' habbi facta humile,
Porrà cantar con piü lezadro stile.




FINIS.




SONECTO.




Se la musa porrà, Signor mio caro,



Gia mai posarsi in qualche parte apricha,



Et mi torni per te fortuna amicha,



Di cui mi è stato il cel si parcho e avaro,
Con stil canuto e di dolcezza raro 1
Convien ch'io mostri e che cantando dicha



Le degne lode di tua prole anticha,



E di te che da lei non fai divaro.



Ch'io so' si aeceso, anzi infiammato al core



Di un sol desio, che nel mio pecto regna,
Di far tua fama andar per ogni polo.
Peró Signor, se al tuo alto valore




La stancha musa di servir fai degna,




Porrà levarsi a piü spedito volo.











































156 G. NICASI

542. (S. lec. XXIV. 246). 1499, Agosto 2.



Io: Baptiste Rodulpho oratori venettis.



... Le cose dell’ impresa sono a questi termini che, a di ultimo
del passato, il Capitano con le genti si mosse a posata di sole per ac-
costarsi a Pisa con le artiglierie et altre cose necessarie per la impresa ;
et avanti giorno. hebbe piantato XX artiglierie grosse, sanza morirvi
alcuno : et essi posto ad riscontro di Stampace, et tiene, dalla porta mu-
rata di Carrara di Sangilio verso Stampace fino ad Arno alla porta ad
mare: et infino ‘ad hier mattina havea ridocto la torre di Stampace,
che con pochi colpi di artiglieria grossa sarebbe cascata. La quale il
Capitano lasceria stare così per qualche suo buon respecto. Havevano
atteso di poi ad battere le mura, delle quali, hiarsera a 5 hore, era in
terra da basso ad alto braccia XX et il traforato centoventi o più; il
quale si sperava, piantata che fussi l’ artiglieria grossa, che doveva es-
sere stanocte, dovessi a pochi colpi trovarsi in terra. Et hieri parte
della fanteria entrò tra il muro et ripari tanto dentro alle mura, che
tueta la rocca di Stampace rimane di fuori, la quale si crede abbando-
neranno in tucto. Li inimici si difendono gagliardamente et usano ogni
mal termine, fino ad trarre medicame; et hieri ferirono il Conte Rinuccio
d’uno archibuso in una spalla; di che però non è in pericolo alcuno
della vita, et anco si spera fra breve potrà tornare alle factioni. Seri-
vevami anchora hieri che questa nocte dovevano accostarsi con le ar-
tiglierie et porle in sull'orlo del fosso, vicino XXX braecia alle mura.
Aspectiamone ogni hora adviso et, se haremo cosa degna di notitia, te
ne advisaremo, secondo che habbiamo facto fino a qui: et non di meno
con tueta questa difficoltà il Capitano ce ne propone certa et presta

victoria.



513. (B. VI, parte 2*. 149). Dal Campo, 1499, Agosto 2. III noetis.



Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.



Magnifice eques, la nocte passata atendessimo cum omni possibili
solicitudine a fare repari et piantare artigliarie, et tucto questo di ha-
vemo ateso a trare sanza intermissione aleuna, et havemo cominciato
abatere el muro ne la medesima faciata che guarda verso el mare, in
tre luochi, circha 60 bracia de distantia da uno luocho a laltro; et al
piü propinquo ala torre dieta Stampace li havemo facto un varcho de
circha 19 o 14 braveia, et li, et ne li altri dieti luochi, intronato muro



LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 157

asai. El muro è fortissimo, tucta volta, si de là se faranno le provi-
sione oportune et ragionate, speriamo rintrare. Quanto bisogna, si è in
primis denari, polvere et palottole, et senza non se fa niente. Et ve di-
cemo : fate omni cosa et non mancate et ad omni hora solicitate habiamo
polvara et palottole, polvara et palottole, polvara et palottole, polvara
et palottole, et palottole et polvara: et queste bisogna non manchino
per niun caso. Nè dicemo altro ; siate cum testi excelsi Signori et refa-
rete intendere quanto de sopra, et mostrarete a le Signorie loro che ad
quello sta el vinciare et el perdare. Questa presente nocte atendaremo
a fare repari, et dimane, al far del dì, e repari nostri speriamo saranno
a punto su fossa de muro de la terra; et non mancaremo fare omni
cosa per expedirne più presto sirà possibili de questa impresa. De
gratia non manchi polvara nè palottole etc. Nec alia. Bene valete.

544. (B. VI, parte 2*. 150). : Dal Campo, 1499, Agosto 4. IV noctis.

Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifice eques ete. Questa per dirve che cum omni extrema et
ultima solicitudine siate cum testi excelsi Signori nostri patroni, et re-

mostrarete che, si le Signorie loro non danno ordine che noi habiamo
copia et de polvara et de palottole, che noi non faremo niente; et si
fino in hora havemo bumbardato i nimici, non se provedendo come è
dicto et senza altra dilatione, i nimici cominciaranno a bombardare
noi; i quali, se vede a l' opare, hanno pià munitione non havemo noi.
Provedendose àl bisogno, speriamo Pisa tornare a le Signorie loro, non
se provedendo et subito, non li vedemo verso a poterla expugnare : et
non se expugnando è vero che ad noi sirà qualche nota, tucta volta
non mancheremo fare in modo che tucto el mondo intenda la verità;
et che si Pisa non sè expugnata non è restato da noi, ma solo è re-
stato da prefati Signori, che non hanno provisto al bisogno ; ef a le Si-
-gnorie loro et testa excelsa repubblica sirà, non solamente el caricho,
ma el danno; chè mancharebeno per una: pocha cosa de una tanta
terra. Sturarete adunque bene lorechie a chi tocha, et remostrarete che
noi ce seusamo, et chiarimole che, senza oportuna provisione, non sti-
miamo se possa fare acquisto de tanta terra: et si aleuno avisasse, o
dicesse che de là sé provisto abastanza, et che non bisogna incurrare
in magior spesa, et che è a terra fine in hora de molti bracia de muro,
et che l'impresa é vinta, possete largamente mostrare, quello è la ve-
rità, che non si intendano de expeditione et non sanno quello sia
guerra; et pregarete prefati excelsi Signori repiacia in questo caso
















































158 G. NICASI

.



eredare ad noi et non a chi dicesse el contrario ; cioè, che per fare
acquisto de Pisa bisogna copia de polvara et de palottole, et senza
questo omni spesa facta sirà butata. Solicitarete adunque etiam più
che non possete, et cusì cum omni potere recorderete se mandino de
nari, maxime per le fantarie, senza quali non se possèno servire de
loro, nè vogliono fare factione alcuna. Nec alia. Bene valete.

Ve dicemo etiam che qua in qualche cosa manchamo etiam de la
provisione, et spesse volte la metà o più de lartigliaria sta sotto, per
manchare, quando la polvara, quando le palottole et ancho de laltre
cose necessarie; perché sapiate qui se consuma non punto mancho che
cento barili de polvara el di.



545. (S. Im. XXI. 65). 1499, Agosto 5.




Comanissariis Generalibus adversus Pisanos.




« La lettera vostra di bieri, ricevuta questa mactina a hore 13 in
cirea, per non essere in quello progresso aleuno, come speravamo, et
monstrare la cosa piü difficile, che per lo adrieto non havete facto, ci
ha dato dispiacere grande, et facci dubitare di quello che noi tenevamo
per certo : et conoscendo voi prudenti et cotesti Signori pratichi et pru-
dentissimi, non possiamo credere che loro Signorie et voi non conosciate,
et così non conosciessi avanti al principio della impresa, quello che vi
era di bisogno, quello che havevi, et di quello che potevi manchare,
et apresso la difticultà del provedere. Et certamente ogni huomo poteva
intendere facilmente che, se tanta artiglieria havea adurare troppi di a
trarre, che non che noi, ma qualunque gagliarda potentia, haria possuto
riparare ala polvere et palle, che le fussino di bisogno: et però ciparea
che, sendo tutte queste cose examinate, non fussi per dovere surgere
pericholo alcuno per mancamento di polvere et palle. Et voi per questa
ultima vostra ci havete misso tanto sospecto, che ne stiamo di malis-
sima voglia et, senon fussi che in questo caso veggiamo giochare a
cotesti Signori al tutto 1’ honore loro, noi saremmo anchora di peggiore
voglia. Confortiamovi dunche, accioche questa impresa habbi il deside-
rato effecto, ad essere subito con cotesti Signori et mostrate loro che,
benchè per noi si facci il possibile di polvere et palle, tamen havendo
adifferirsi la cosa molto, sarebbe impossibile provvedere secondo el bi-
sogno: perchè sono molte chose, et questa è una di quelle, che non
bastano a provederle con danari: et però pensino ad un tracto all’ ho-
nore loro, et a quello della nostra Repubblica, et quelle cose che non
possono condurre le artiglierie, si faccino per forza di huomini : et noi,









LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 159

per poterlo fare, vi habiamo mandato et pali et picchotti in quantità, et
manderenvene continuamente; et se marrajoli vi manchano, mandate in
coteste circumstantie uno con danari; et quando questo non basti, date
uno carlino al dì a quelli soldati che sono di mancho conditione, che
si adoperino alo exercito de marraiuoli, come fece la S.ria del Capitano
nell’ edificare il bastione della Ventura; et chosì vedete, dove mancha
una cosa, asuplire con l’ altra : et pregherete loro Signori, che sieno con-
tente disporre, et mandare la cosa in modo, che non ci manchino della
promessa, perche noi non siamo per mancare a .... loro, come insino
a qui si è facto; et considerino, che li è impossibile ad uno exercito
havere tutte le cose apuncto, né per altra cagione si eleghono e Capi-
tani, se non perchè la industria loro abondi, dove le altre cose man-

chono .... ».
546. (S. Im. XXI. 61). 1499, Agosto 6.
Ai medesimi.

v... Noi ci maravigliamo che non sieno ancora comparsi costì

pali di ferro et beccastrini, per haverne noi inviati due dì fa a cotesta ,

volta ; et hauto a noi e proveditori nostri, dicono queste chose schari-
charsi, o al Ponte d’ Elsa, o a Cascina, et non vi essere poi chi le ricordi,
nè chi le invii costì in campo .... ».

D47. (B. VII. 59). Dal Campo, 1499, Agosto 6.

Antonio Tarlatini a suo fratello Corrado.

Messer Corrado, ho scritto già 3 lettere a Vostra Magnificentia, nè
mai ho hauto resposta di nisuna. De novo ve do aviso che mandate
immediate el mulatieri et le coperte, perchè sono messe in munizione,
et mandandole cum qualche uno che non naggia praticha, considerate
come le stanno. Apresso ve do aviso che in quattro luoghi sono rotti
i muri, et una torre, et omni dì per li rotti se fa qualche stharamuceia
cum perdimento da luna parte e laltra; e ser Giovan Battista è morto
aponto in sul rotto de muri. Item mandate quella polizza a Tarlatino,
che non manchi. Non altro. A V. M. me richomando.

$48. (S. r. XXIX. 29). Dal Campo, 1499, Agosto 6.
)

Domenico Federici (?) ai Signori fiorentini.

« Mag.ci ete. .... Iersera ebi due [lettere] de V. S.e et per quele
intendo è chomessari, et in nome del chapitano, si dolghono della mia

11

L— = -

















160 G. NICASI

negligenza usata nel far venire le chose delle munizioni a luoghi debiti ...
Mag.ri S.ri, poi e si partì Piero Francesco, qui non cè stato nè ministro
de muli, nè de buoi, nè di charri, et ognuno [ha] ateso a comandare
invano a famigli. Ollo richordato assai volte che lle chose sanza chapo
non se ne po el champo valere : non sono stato inteso: non so donde
se sia nato. Io ó mandato tre volte et charri et muli a Chascina et
Ponteadera per chondurre munizioni, et chon chonsentimento del Cho-
misario che era bene, et quando sono suti presso al luogho, sono suti
fatti tornare voti. In questo sommi doluto chon loro, et preso schuse:
sè fatto chose noi non fanno al bisogno vostro; e quando è suto luno
quando laltro. Ultimamente mandai per palle de prieta [pietra], furono
fatte scharichare in sulla via et buon some: et questo interviene quando
le chose non Anno ordine. Pure con grandissime fatiche et de chorpo
et danimo, perchè avevo a fare el servizio mio et daltri. ò chondotto
tutto quello à fatto venire V. S. al Ponteadera, et da inde in qua, in
modo che, de quello è venuto, se ne sono sempre potuti valere. Et a
di 26 del passato non restò nulla in Chascina; et in Ponteadera a di 3
del presente chosa alchuna. La matina del 4° dì e muli erano qui et
qua, et buoi non avevono chi chomandassi, nè nachozzassi. Volli ve-
nire a cerchare, et el volsi, et mandai per polvere a Vicho, chè, chome
ve dissi, non era restato nulla se non in champo, dissi col Chomissario
Parmeli [Palmieri ?] venissi, dicendoli facessi avere chure a la polvere
in sino Lomano : non volle andassi ».

549. (B. VI, parte 22. 151). Città di Castello, 1499, Agosto 7.
Giulio Vitelli (episcopus electus Civitatis Castelli) a Corrado "l'arlatini.

Magnifice ac generose eques commen : ete. Laportatore de la pre
sente sirrà Francesco de Mateo danghiari, lavoratore de Sancto Salva-
tore de Valialla, beneficio per noi dato a Ser Meo danghiari, nostro
Cap.no, come per altre nostre credemo siate informato. Et perchè dicto
Francesco è molestato da i Capitani de la parte per certo grano del
dieto benefitio, quale grano, come da lui intendarite, è apresso di noi,
ve prego siate cum i Capitani, o dove bisognarà; et operate in favore
suo quanto possete, acciochè lui non habia a patire detrimento et danno
de quello non è in culpa. Messer Corrado, quando a noi fusse tolto la
iurisditione di benefitii che sono nel dominio de fiorentini, el vescovado
de Castello sarìa nulla; sichè ala ragione noi ce volemo adiutare quanto
possimo : et cusì ne prego operate voi costì, facendo et operando omni
cosa in favore del dieto Francesco. Et quando occurre cosa alcuna digna



LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 161

daviso, de campo o daltro, ve prego me ne faciate parte. Et a voi mi
racomando sempre. — Costui he stato sforzato de questo grano, come
lui ve informerà.

550. (S. Im. XXI. 68). 1499, Agosto 7.

Commissariis in castris.

« Habbiamo ricevucto questo di una lettera di hiersera, per la
quale intendiamo, voi Pagolo Antonio et Fracesco Gherardi, essere ar-
rivati et abboccatovi colla Signoria del Capitano; ad che non ci occorre
replicare altro. Noi dopo una maxima diligentia et maximo sforzo non
habbiamo doppo la partita vostra possuto raccozzare insieme più che
2000 ducati di gr: e quali vi mandiamo per il presente exhibitore. Et
perchè voi siete huomini prudentissimi, acciò possiate meglio gover-
narvi in cotesta expeditione, non ci pare da tacervi in quali termini ci
troviamo et quello si può fare et quello non si può fare, accioche dove
mancano le forze nostre voi abbondiate in diligentia: Qui non sono
più assegnamenti: et quando e’ ci fussino e non ci è più danari,
perché havendo infino a hoggi per cotesta expeditione spexo fra costi
et qui circa LXIIII mila ducati, si è muncto ogni uno ; et per fare
questi vi mandiamo al presente, si sono vote tutte le casse, et usato
tale diligentia, di modo che non ci resta quasi più alchuna chosa a
tentare: et però, se non fate che cotesta chosa si rechi a fine, sanza
dubbio noi resteremo a piè: perchè VI mila ducati che bisognassino
ancora ci farebbono disperare al tutto di cotesta vittoria. Noi scriviamo
questo liberamente a voi per conoscervi prudentissimi et aciò possiate
farlo intendere, o accennarlo ‘dove bisogna che si acceleri il dar la
battaglia .... ».

obl. (B. VII. 61). Dal Campo, 1499, Agosto 9.

i

Antonio Tarlatini di Cast«llo a suo fratello Corrado.

Messer Corrado in questa hora ho riceuta una de V. Magnificentia
et insieme una impostata de li otto. V. Magnificentia se maraviglia che
io non ho avisato nulla del champo: è stato perchè non cè innovato
nulla. Hieri, che fumo a di 8, circha hora de desinare, se buttò giù la
torre Stampace e a la caduta dessa el morì molti homini de pisani, i
quali amazaro le nostre artigliarie, perchè, caschata che la fu, se feciaro
inante, dubitando che noi non intramo drento ; et per dargli più sospetto























162 G. NICASI

montaro parechi de nostri in su lo rotto de la tore et venaro a le mani
in muodo, che i pisani se ridussono a buttare el fuocho artifiziato: et
subito la Signoria del Capitano le fece tornare in derieto, et hordinó
de dare la sera la bataglia per pigliare ditta torre, per chagione de ri-
pari sono in essa; et hordinato la ceste(?) cum tucti li artifizii neces-
sarii, ació se metta a loco deputato, et tutti le fece ritornare a loro lo-
giamenti. Et questo fo cagione che cé uno revelino, che se parte de la
cittadella vechia, et vene la gente al socurso di ditto bastione : al quale
revelino ha fatto piantare lartiglierie per ruinarlo, che credo durarà
tutto dimane; poi se darà dicta battaglia. Apresso questa mattina, doi
hore inante di, usciro fora parechi fanti pisani a la porta di Sangio-
vanni, et afrontorse eum la compania de messer Criacho dal Borgho,
et scaramucciaro uno pezo, et poi fuoro ribuctati drento, et messer
Criacho fo ferito da uno passatoio, non però che sia mortale: et ali dì
passati fo ferito el Conte Ranuccio in su le spalle. Apresso i muri sono
rotti in più luoghi et grande rottura; et hieri se mese circha 60 braccia
de trovata, in la quale ce sono li scharpellini, et dì e notte lavorano ;
et simile fa lartiglieria quando là polvere et palotte. Non altro Sole-
citate sopra tutto el mulatieri, et salutate la brigata (1) da mia parte
in campo; et si messer Lodovicho ve à mandato certe cose, et infra le
altre uno ghabanetto, mandatemelo perchè se sente freddo; et, scri-
vendo a li patroni, arecomandateme a loro Signorie, perchè a stare
qua et non havere provisione nisuna è manchamento e danno; sichè
avisatagli che mi aloperino (sic) et diame qualche provisione, che io
possa almancho governare el chavallo. Non altro a V. M. me richo-
mando.

552. (Ep. III. 192). Dal Campo, 1499, Agosto 10.
Antonio Tarlatini al fratello Corrado.

Magnifico messer Corrado. Stamatina, alalba del dì, se dede la ba-
taglia ala torre Stampace, et èssi pigliata et otenuta, et havemone morti
eferiti asaissimi di drento, et dicese chè morto Ghorlino (2) loro capo:
et de nostri cenè qualche uno ferito epochi morti, secondo la battaglia
crudele ; chè stata cum artigliarie efuocho lavorato, che sèhoperato atale
battaglia. Hora satende afare ripari dauna parte elaltra; e questa notte

(1) Tutta la famiglia di messer Corrado.
(2) Gorlino Tombesi da Ravenna, Comandante dei Pisanl. Questa morte fu una
diceria, perché restò solamente ferito.



LA FAMIOLIA YITELLI, ECC. 163

fortificharimo immodo la torre, etutto erevelino ché presso, che domani
se porrà bombardare la citadella vechia, dalaquale ricevemo crudele
guerra. Altro non sè fatto perchè Vitelozo non ha voluto: chè sesaria
pigliato ancho una parte derepari, quando gli avesse voluto: et uno
constaveli chera in la torre cum 50 fanti sono tutti presi et morti. Et
per facere intendere apieno, el primo che montò in latorre fu Jacomo
Corso, alias jac. Panatiero, relevato de patroni, cum la sua compagnia,
et el secondo el Zitolo de Peroscia cum altro seguito. Non altro: a voi
merichomando : a dì per dì ve darò adviso.

553. (B. VI, parte 2°. 154). Dal Campo, 1499, Agosto 12.

Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifice eques, lultima havemo da voi è de X del presente; et
ve respondemo prima che non manchate, come siamo certi farete, ad
homni hora et punto, cum omni extrema instantia solicitare se mandino
palle et polvara, et senza alcuna dilatione, chè senza non se fa niente;
et advisatece particularmente de quanta summa de palle et polvara po-

taremo servirne.

De nuovo ve dicemo che heri matina venne fora de Pisa un frate
de la Certosa, et dimandonne facessimo un salva condocto a VIII, o X
ciptadini et contadini pisani, per venire a parlare cum li Signori Co-
missari et noi per fare qualche acordo: facessimo el salva condocto, et
sestendeva per tucto quel di; et in fine non vennaro mai; non sap-
piamo la causa. Noi tucta volta non manchassimo .... (1), continuasimo
più che lusato a tirare artigliarie et a fare laltre oportune [provi]sione;
et si non ce se mancha del bisogno, cioó de polvare et palotte, spe-
riamo in omni modo fare acquisto de la terra et non in molti giorni:
et, si havessimo hauto polvara, de già Pisa haveria tracto ; chè, per man-
chamento de polvare, de le 40 bocche grosse habiamo dartigliaria, non
ne tirano, da cinque dì in qua, che sei; chè, si Inavessimo possute ti-
rare tucte, haveressimo a terra altretanto o più muro non habiamo.

Tuttavolta, come havemo dicto, speriamo, quando non ce se manchi
in tueto de le provisione necessarie, limpresa habia havere buon fine.
De nuovo in questo punto intendiamo el frate vene fora et vensene ala
volta nostra: intendaremo che dirà et avisaremo del tucto.

(1) In questo punto, e più avanti, la carta dell’ originale è corrosa dal tempo
in modo, che non sono più leggibili alcune lettere e per ciò le abbiamo surrogate
con puntini.

















164 G. NICASI



Siano strectamente recerchi, come sapete, dal Reverendo Messer
Ranieri Guicciardini et Piero Corsini scriviamo una a testi nostri excelsi
Signori in commendatione de Signorino; et cusì nè parso caldamente
scrivere; et ad voi dicemo siate cum prefati excelsi Signori et de gratia
pregarete loro Signori che ad instantia nostra resìa de piacere remec-
tare dieto Signorino al luocho suo: et in ciò farete omni opera, ché ne
farete a piacere. Di nuovo non lo è altro. Bene valete.

Al frate sè facto o refermo el salva condocto fino in di matina a
levata de sole.

554. (S. lm. XXI. 71). 1499, Agosto 12.

Comanissariis Generalibus in castris.

Se noi apertamente non vi mostrassimo lalteratione che ci ha data
questa vostra lettera di hiersera, data a 3 hore, noi judicheremmo non
far lo officio nostro .... Prima ci pare che Pisani mandandovi ad ri-
chiedere di salvo condocto et non lo havere poi usato, anzi offesovi più
gagliardamente, vi habbino, o voluto temptare, o vero darsi tempo
ad respirare. Delle quali cose quando una ne fussi riuscita loro, sarebbe
suto con poco honore pubblico et charicho vostro; et se la speranza
dello adiuto li fa più gagliardi che l’usato, come voi mostrate dubitare,
quello vi debbe admonire insieme con cotesti Capitani che non è da
differirsi, inmodo da strignerli che, et loro non possino sperare nell’adiuto,
et voi non ne possiate dubitare. .... Noi non sappiamo credere la ra-
gione perchè, presa che fu Stampace, e non si sia spinta la fanteria di
là da ripari et tentato con omni forza di pigliare la possessione di co-
testa parte di Pisa. La qual cosa, poi che non si é facta insino ad hora,
noi non possiamo quasi più sperare che la sì faccia, dicendo voi che
fanti ciascuno dì diminuischino : siechè, quanto più in la si andrà, tanto
più forse mancheranno: et, per consequens, le difficultà abbonderanno
di continuo; nè ci pare in questo caso potere fare altro. .... Et quanto
al dire che cotesta expedictione ha bisogno di essere adiutata et da
noi ét da cotesti Signori, noi non sapremo dalla parte nostra più che
ci fare, havendovi mandato danari et ogni altra cosa ci havete addo-
mandata; sicchè noi iudichiamo che tocchi ad voi ad adiutarla et a
cotesti Signori. E quali doverebbono havere horamai più cura all’ ho-
nore loro, che ad non volere mectere a pericolo cento huomini, e quali
poco di poi o vi fuggono, o muoiono in un fossa inhonestamente. Nè
ci satisfa che cotesti Signori dichino : noi siamo per fare dal canto
nostro ete. Perchè, se non ne vedreno lo experimento, non siamo, né













LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 165



noi, né tucta Italia, per admectere aleuna iustificatione del non havere,
o seguito la victoria nel pigliare Stampace, o di poi di nuovo non
| havere ritentata. .... Et peró confortate loro Signorie ad tentare ad
omni modo questa ultima fortuna, et ad non volere raffreddare con
aleuna cosa adversa, che il tempo può recar seco, li animi di cotesti
loro soldati ...; nè voglino col dilatare farli dissolvere, parte vineti dal
tedio dello indugiare, parte da nuove malattie. .... Scrivendo é comparsa
la vostra: la quale ci significa la pratica essere rappiccata del volere
venire a parlamento. Il che noi approviamo, quando voi non perdiate
un puncto di tempo nel molestarli et strignerli, et che voi ne diate su-
bito adviso di quello addimandono, come hiersera vi si scripse .... ».

555. (Consulte e. Pratiche. LXV. 77). 1499, Agosto 13.

SaLvestRo DI DomeNICO FEDERIGHI, Gonfaloniere di Iustitia, pre-
pose essere venuto qui Giovanni Rinuccini con somma celerità, et si-
gnifica: che il parere del Capitano [Paolo Vitelli] sarebbe, che Pisa
tornassi sotto il dominio della loro Repubblica nel modo che era prima ;
et questo lui et Vitellozzo suo fratello et il Governatore [Conte Rinuccio
da Marciano] hanno offerito più volte; et, atteso quel judicio, potrebbe
seguire [danno] alla Vostra Repubblica, quando non si assentissi a
decti, perchè, andando loro di male gambe potrebbono fare molto tristi
effecti: la Signoria lo giudica cosa di momento; et però ne domanda
parere et consilio: In effecto, se è da acceptare e Pisani nel modo et
colle condictioni erano innanzi alla loro rebellione, o no. ....

AMERIGHO CORSINI, (în nome dei Conservatori e delli altri, che sede-
vano nel suo ordine); che a loro occorrerebbe che si recerchassi dal
Capitano et dalli altri, se Pisa è in termine che se possi havere altri-
menti; quando truovino di no, che la piglino nel modo è offerta. ....

ALEXANDRO DE FILICAIA, (în r10me suo et di quelli, che sedevono nel
suo ordine) che sono di parere che Pisa si debba pigliare nel modo è
offerta, anchora che fussino stati in speranza che Pisa con tucto quello
dominio dovessi venire a discretione de' nostri Excelsi Signori.

Veri DI Cambio DE MEDICI, (per se etc.), che harebbono deside-
rato le cose si trovassino in termine, che Pisa si potessi havere con
conditioni più honorevoli che quelle sono proposte; ma parendo al Ca-
pitano di pigliarla colle conditioni era innanzi alla ribellione, respecto
a quello potrebbe seguire nello indugio, consiglia che si acceptarsi et
con più presteza fussi possibile. i

FRANCESCO BERLINGHIERI, (în nome suo etc.), che è grandissimo
danno a pigliar Pisa colla conditione. proposta dal Capitano et dalli














































166 G. NICASI

altri, perché colle cose loro si era facto pensiero satisfare a chi havesse
havere ete: et però si facessi opera con loro di haverla a discretione,
come tante volte hanno promesso; ma quando non si potesse haverla
come di sopra, si accepti nel modo è offerta etc. ....

556. (S. lec. XXIV. 88). 1499, Agosto 14.

Oratoribus apud. Cristianissimam maiestatem.

.... « Fino a questhora le genti nostre a Pisa si sono insignorite
della fortezza di Stampace et postovi uno presidio molto gagliardo, et
sono in continua factione di riempere fossi, che sono dentro tra li ri-
pari et il muro, per potere sforzare piu facilmente li repari: et hanno
posto in terra tucto il muro, che è dalla porta di Santo Antonio fino
alla torre ad mare, et sperano ogni hora insignorirsi della porta ad mare,
et non cessano di fare ogni offesa: ma le difficultà sono grandi et ogni
hora nascono nuovi impedimenti : perchè, oltre alle molte et grosse ar-
tiglierie che hanno li inimici, le quali nuocono assai al campo, nuo-
cono anchora le febbri: le quali hanno diminuito assai lo exercito : et
quando manchassino li altri impedimenti, li Lucchesi ogni dì ne fanno
nascere infiniti, infino al dar soccorso a Pisani popularmente. Donde
due dì fa usci la maggior parte della plebe per soccorrere Pisa et ve ne
entrò qualchuno ; et benchè havessino mandato qua loro ambasciatori,
et noi havessimo observato seco tucti li termini di amicitia, éssi non-
dimeno acquistato poco: tanto piu ha potuto il sospecto et paura loro,
che tueti li offitii et demostrationi di buoni amici facte verso quella
Comunità. Non peró si resta di fare quelli provvedimenti, et di' danari
et di altre cose, per le quali si possi superare tucte queste difficultà, et
pigliare questo fructo del desiderio, havuto tanti, anni di recuperare
quella Città.

551. (B. VI, parte 2*. 156). Dal Campo, 1499, Agosto 14. I noctis.

Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini e Cerbone Cerboni.




Magnifice eques et Cerbone, questa matina havessimo una vostra
de 12 del presente, a la quale per una altra nostra ve facessimo longa
resposta. Et per questa ve dicemo de nuovo che noi non mancheremo
cum omni extrema solicitudine attendare quanto più possemo per expe-
dirne presto da questa impresa ; et mai desiderasimo cosa nisuna tanto,
quanto de fare che Pisa torni a li suoi et nostri Signori fiorentini; et




LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 161

in questo usiamo omni ultimo nostro conato; et siamo in ferma opi-
nione che de già haveressimo hauto la victoria de la terra, quando per
i prefati nostri Signori non ce se fusse manchato de le provisione
oportune; ché, come per piü ve habiamo dicto, havemo hauto grandis-
simo manchamento de palle et più de polvara; chè, per necessità de
queste dui cose, de li 40 pezi de artiglierie grosse non ce siamo serviti
che de sei o octo; et cosi non habiamo mai hauto el quinto de mar-
raiòli ne bisognavano, nè mastri dascia, et ferramenti, et altre cose si-
mili. Tucta volta limpresa è redocta a termine che, quando testi excelsi
Signori non voglino manchare a lor medesimi, speriamo ad omni modo
haverne honore, et al tempo havemo dicto sempre, cioè in un mese, 0,
al più lungo, in uno e mezo. Et, quando per alcuno se dicesse che le
cose vanno in lungo, possete largamente mostrare, quello è la verità,
che forse mai impresa, molti anni sono, fu presa tanto gagliarda et
tanto solicitata, quanto questa, nè che in si pocho tempo fusse tanto
avanti. Et testi excelsi Signori et magnifici ciptadini, che hanno facto
de le altre imprese, se possono ricordare che a castelli et bicocche
multe volte, et cum più exercito ne habiamo noi, sono stati i mesi ad
expugnarle ; et el simile hanno facto de li altri potentati de Italia. Ora
noi ne trovamo acampati a Pisa, la quale, de quanta importantia sia
lo lasaremo iudichare a chi più intende, è de mura fortissime et bene
munite de fossi et ripari grandissimi, et lì è gran numero dartigliaria
et munitione assai, et la terra 6 defesa da homini obstinatissimi ; et non
sono horamai mancho numero de noi, che, ateso el numero grande de
fanti se amalano, et sono ancho feriti et morti, et quelli se vanno cum
dio sanza licentia, de tueto el numero haveamo stimiamo ne sia man-
cati più de la metà; et omni dì ne manchano a centinara, che non se
pó reparare. El fu el vero che noi dicessimo che cum uua pagha sti-

mavamo fare questa impresa, tuctavolta chiarissimo sempre che non

volevamo entrare in ballo, sè non havevamocerteza, bisognando, ha-
vere. etiam la seconda pagha; et così Giovanni de Dino, che venne a
la Badia, ne promise che etiam con questa seconda paga se faria pro-
visione, quando non se potesse fare de mancho. Ora vediamo che,
mancando e fanti come e fanno, stimiamo siria necessario, nè crediamo
se possa fare senza, a fare provisione a nuovi denari; et non se pro-
vedendo, stamo forte sospesi et dubitiamo non consequire tanta vietoria.
Sirite adunque cum testi nostri excelsi Signori et refarite intendere
tueto, et remostrarite non vogliang manchare a lor medesimi, ma pro-
vedere ad questo denaro et ale altre cose oportune, et non se lasare
perdere, ad instantia de qualche migliaro de ducati, una tanta ocasione
de havere Pisa: ché, non manchando loro Signorie, le promectemo se-












































168 G. NICASI

curamente, se altro non nasce, darle la terra, et al tempo havemo dicto
sempre. Et sei prefati Signori hanno speso uno milione doro in questa
impresa, non la voglino hora lasare periclitare per una pichola somma ;
mostrandoce che quello non faranno adesso non faranno forze in qualche
anno, et cum molti più denari non bisognano al presente. Chiarite bene
la partita, et dove bisogna; et quando se manchi de provedere non ve-
demo verso a possere vincere. Et è el vero che ad noi sirà qualche
nota; tuetavolta non mancharemo fare intendare a tucto el mondo chel
vincere non é restato da uoi, ché havemo limpresa tanto avanti, che se
pó tenere per vinta, quando de là siamo provisti de quante bisogna; et
manchandoce, a testa excelsa Signoria sirà caricho et infamia gran-
dissima, oltre el danno de manchare de havere una tanta terra per
non provvedere ad una piccola summa de denari come è questa. Preterea
noi ve dicemo faciate intendere che, non se provedendo, ne parrà ce
se faccia torto grandissimo, et mostrarete a lor Signorie che non dese-
gaino mai piü a noi farce fare impresa alcuna, manchandoci in questa;
et si a le Signorie loro non mancharanno servitori, speriamo che anche
a noi non mancharanno patroni. Ampliarete questa materia come me-
glio ve parà.

Le aligate a Monsignore nostro le manderete, non ve essendo chi
vada, per fante oposta et subito, chè importano.

Ad voi, Cerbone, dicemo che, lecta questa, subito ve returniate da
noi, chè havemo da servirne de voi qua; et non mancharete per cosa
alcuna. Et bene valete.



558. (Consulte e Pratiche. LXV. 82). 1499, Agosto 14.



SaLvestRo FEDERIGHI, Gonfaloniere di Iustitia, fece leggere let-
tere de Commissarii di Campo, contenenti in che essere si truova la
impresa, et quello ha referito Bastiano da Cremona, Capo dei balestrieri
a cavallo del Capitano, prigione in Pisa.

Mpsser Simone UGUCCIONI, in nome suo etc. — Quanto alle lettere
et alle pratiche, che è da tenere confortato il Capitano et procedere
vivamente ; et che sia da fare ogni cosa per vincere, dando Pisa a saccho
bisognando etc. ....

Braccio MARTELLI, în nome suo etc. — Che atteso che perdendo,
non solo si perderebbe Pisa, ma la reputatione; et però che è da fare
ogni cosa per riuscire, et a decto effecto fare ogni oportuna provisione :
et offerse se e quelli che sedevano nel suo ordine. Item commendò e’
Commissari di Campo, et dixe che si dovevano confortare ad seguitare.
Item che e si mandi due de colleghi, che faccino l’ officio di quelli che










LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 169

sono tornati malati. Item, che atteso e malati sono in campo et quelli
che si sono partiti, che sarebbe da fare presto mille provisionati et
mandarli, ché sarebbe di grande terrore a nimici; et che le cose si ten-
ghino secrete, et si monstri fede nel Capitano etc.

FavosTINO (?) DA VERRAZANO, în nome suo etc. — Commendo la
comunicatione, et ringratio etc., et conforto a seguitare et confortare il
Capitano et Vitellozo ad seguitare etc. Conforto ad fare provisione del
denaro ete.

Piero MACCHIAVELLI, în nome suo ete. — Conforto che, sanza per-
dimento di tempo, si proceda, et che si conforti il Capitano et li altri
ad fare quello che richiede quello bastione; et dal canto della Signoria
si facci quello si può, a cagione non possino dire che sia manchato loro
cosa alchuna, et atteso quello s’ intende della partita de’ fanti, ricordo
che sarebbe da farne di nuovo. ....

RipoLro pi PaGnozzo RIDOLFI, în nome suo ete. -- Commendo, et
ringratio, et pregho che si seguiti in tucti modi per insignorirsi di
Risa n

VERI DI CamBIO DE MEDICI, Zn nome suo ele. — Commendo e’ pro-
vedimenti faeti dalla Signoria, et ricordo che hora si provegha in modo,
che e’ non resti scusa a nostri di non obtenere la impresa. Item ricordo
che si facessi opera che chi sparla sia punito.

PieRO PARENTI, i2 nome suo etc. — Che il parere loro è conforme
a quello che hanno parlato li altri. ....

GIOVANNI DI Simone FORMICONI, în nome suo etc. — Ringratio la
Signoria delle opere hanno facto, che sono state di natura, che si può
sperare presto si harà victoria di Pisa: che si conforti il Capitano ad
fare ogni opera: che è da fare opera che sia refrenato chi va spar-
lando:

Simone Corsi, in nome suo efc. — Che delle lettere hanno preso
conforto, et che si solleciti i Commissarii ad seguitare nelle buone opere
loro, et perché le cose potrebbono procedere piü lunghe che altri non
crede, conforto alla provisione del denaro, perchè, venendo il tempo della
2* pagha, non siamo trovati sprovisti etc.

Piero PoPOLESCHI, 22 nome suo etc. — Che visto dove la cosa è
ridocta, ché si debba vedere fra due di di tempo, et, quando le cose
succedino bene, ne haranno piacere. Item ricorderò che è bene mon-
strare haver fede nel Capitano et nelli altri. Item che si facci ogni cosa,
et nulla si lasci indrieto per ultimare la impresa. ....

PagGoLO BENINI, în nome suo etc. — Che le cose tractate questa
sera et delle altre tractate a questi giorni sono di grande importanza;

et a volere remediare a tueto è necessario la provisione del danaio; et













110 G. NICASI

per farne, offerse se etc. ; et che sarebbe bisogno fare mille o mille cin-
quecento provigionati, ma, non ci essendo il provedimento del danaro,
non si può: et però torno ad confortare tale provedimento del danaio.
Item che se refrenassi quelli che vanno ciarlando et dicendo male etc.

559. (B. VI, parte 2*. 1658). Dal Campo, 1499, Agosto 10.
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifico messer Corado, heri ad longo fossevo havisato de quanto
occurriva; al presente non havemo da dirvi altro, se non che cum so-
licitudine se attende a la tagliata del muro et a la roptura del revelino
per intrare nel fosso, et laltra per piantare lartigliaria in Stampace,
dove piantaransi a uno filo dui cannoni et dui passavolanti, dui falconi
et dui, o tre spingardoni: et piantati questi, che per tutto domane a
nocte siranno, intendarite poi cosa piacerà a cotesto popolo. Et però
li pregate instantissimamente repiaecia non ce mancare de denari, chè
nui non li mancarimo de la victoria.

Haressimo caro intendere che cosa sono li 500 provisionati ne
serivete et donde vengono; et voressimo li solicitassivo. Ma sopratutto
fate vengono denari, che non ci perdiamo queste fanterie, perchè fa-
ressimo male senza.

Farite dare la aligata subito a don Piero, o ad altri che va a Ca-
stello. Altro non occorre.

560. (S. lm. XXI. 79). 1499, Agosto 18.
Commissariis in castris.

Noi veggiamo per queste vostre ultime lettere in modo procedere
le chose, secondo lordine disegnato, che noi restiamo satisfactissimi ;
benchè ci sarebbe più satisfacto, se voi ci havessi una volta scripto
resolutamente el di determinato; perché, nou lo havendo ancora possuto
sapere per fermo, ei da qualche brigha allo animo: né mancho etiam
cioffende questa ultima cosa, che per vostra lettera, et a boccha per
Messer Currado, ci è facto intendere, di questo rinfreschamento che
saria bene dare a soldati; perchè noi dubitiamo che non sia già per il
Campo divulgata opinione, che si habbi a dare loro danari in su questa
factione: il che poi non succedendo ad plenum, e’ non si habbino a ti-
rare indrieto. Et però voi, sapiendo in che termine noi ci troviamo, che
pure vi si è scripto largamente, dovevi di facto torne ogni speranza a




LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.

chi prima ve ne ragi nó, accioché, come si é decto, scandolo o disor-
dine aleuno non Sequisse: per tanto, quando voi non lo havessi facto,
fate per lo advenire di usare tali termini, che ció che si dessi di poi
loro, e' lo imputino ad insperato guadagno. Perché, se e’ 1500 ducati, e’
quali dícemo hiersera che vi si manderebbono, non vi bastono, il che
è testificato da lo havere riscriptoci drieto fuori dello ordinario et
per staffetta, noi non crediamo ad nessun modo potere usare tanta in-
dustria et forza, che e’ passino 2 mila ducati doro. Et però bisogna che
pensiate che tal somma vi abbi a bastare, usando in questo ogni ter-
mine, se bene e’ bisognassi parlarne apertamente col Capitano, el quale,
havendo a cuore cotesta expugnatione, come crediamo, per lo honore
suo doverà sapere ordinare, per il credito che ragionevolmente debba
havere co soldati, che sieno ad ogni modo abastanza, et che tal cosa
non sia per sturbare .... Et .... sarebbe bene divulgare per il Campo
che si avessi a dare Pisa ad ogni modo a saccho; et .... non vogliamo
omettere ricordarvi, che la mattina che si ordineranno i colonnelli per
dare battaglia, voi, insieme o di per sè, li circundiate personalmente,

. inanimandoli a mostrare la loro virtù, significando loro come e ci
basta havere la ciptà, et che liberamente et la roba et li homini vo-
liamo che la sia loro .... ».

561. (S. Colleg. Deliber. CI. 11). 1499, Agosto 19.
Die XVIII augusti 1499.

.... Item dieti domini et collegii simul adunati ete., in huiusmodi
augustiis, presens fidelis populus Florentinus facilius possit invenire gra-
tiam apud Deum, et eius gloriosissimam Matrem ; ideo, obtempto inter
eos partito per XXXII fabas nigras, et omnibus servatis, ete. delibera-
verunt etc. quod celeberrime (sic) tabernaculum Sanete Marie in Prunetis
ducatur Florentiam dominica proxima futura, videlicet die XXV pre-

sentis mensis, et per tres dies ante die dicti sui adventus fiant procis-
siones solepnes, apotecis clausis, ut moris est. Et insuper ad commodi-
tatem populi Florentiui creaverunt etc. securitatem et ferias, initiandas
hae presenti die et duraturas usque ad per totam diem octavam setti-
mane proxime future, solum in civitate Florentie, pro omnibus et qui-

buscumque debitis privatis tantum, etiam dotalibus personaliter et in
bonis, et pro omnibus et quibuscumque personis cuiuscumque qualitatis,
exceptis tamen exbannitis, vel condennatis comunis Florentie etc. Man-
dantes ete. i

Bapnitum dicta die per Scarppettinum bannitorem









G. NICASI




In Dei nomine, amen. Anno Domini nostri Iesu Christi ab eius
salutifera incarnatione millesimo quadringentesimo nonagesimo nono,
indictione secunda, existentibus pro magnifico et excelso populo Flo-
rentino prioribus libertatis, pro duobus mensibus initiatis die primo
settembris et ut sequitur finiendis

Nicolao Alexandri de Machiavellis

Ioanne olim Francisci Bernardi de Uguccionibus

Ioanne Iacobi Duccini de Mancinis.

Antonio Averardi de Ser Ristoris, qui se ad officium representavit
die VII eiusdem, propter infirmitatem,

Antonio Ioannis de Spinis

Francisco Simonis Francisci da Guiduceis

Iacobo Antonii Michaelis del Cittadino, et

Piero Francisci de Bettinis, et













Ioachino Blasii Iacobi de Guasconibus, vexillifero iustitie pro quar-
terio sancti Ioannis.





562. (B. VI, parte 2*. 159).



Dal Campo, 1499, Agosto 19.



Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.




Messer Corado, nui havemo ricevuto le cose scrivete ne manda
quelli excelsi Signori, le quali hanno facto molto bene et per, nostra
parte li ringraziate infinite volte et a quelli ne raccomandate.

Circa le cose di qua, non si manca de sollicitare et in modo, che
di certo speramo farvi sentire cosa piacerà a cotesti excelsi Signori et
a tutto cotesto popolo.





Apresso vui sapete chel fu apontato, alla venuta de Ioanni de
Dino et Compagni, che ci dessino alora depresente ducati 6000 doro in
oro, et nui non havemo hauto fino in hora altro ducati 4000; et al
presente non ci trovamo uno soldo, oltra che, sicondo dicto apunta-
mento, havemo havere il resto de nostri denari. Però operate che a
omnimodo nui habiamo denari et presto, chè non ci tro
Solicitate, solicitate che non manchi.








vàno uno soldo.




El cuoco et uno guattaro vi ricordo, chè ne havemo necessità.
Solicitate denari.




563. (B. Im. XXI. 82). 1499, Agosto 20.



Commissartis in castris contra Pisanos.




« Vi mandiamo di nuovo la presente staffetta, imponendovi che
subito siate con la Signoria del Capitano et Governator



e, et per parte.







LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 173

nostra, exponiate a loro Signorie come, sendo ordinate per tutta questa
nocte quelle cose, che si dovevano ordinare, secondo lo adviso vostro
di più di fa, et havendo oltre a quelle ordinato et balle di lana, et
lame di ferro, noi siamo deliberati che ad ogni modo e’ non passi gio-
vedi proximo che tal battaglia si dia; et questo significherete in modo
loro, che epsi intendino cosi essere nostra ultima resolutione. .... Et
farete loro intendere che, se noi non siamo in questo satisfatti, noi ci
ingegneremo ad comunare el male nostro con altri, mostrando a tucto
il mondo linganni fattici: Perché non si potrà mai giudicare se non
inganno, o poca reverentia a suoi maggiori, quando non fussino ob-
bediti e comandamenti nostri .... ».

564. (Ep III. 193). Città di Castello, 1499, Agosto 21.
Giulio Vitelli, vescovo di Città di Castello a Corrado Tarlatini.

Magnifice ac insignie eques: com.e. Io intendo che li nostri, che
tornano di campo amalati, non sonno cum loro dinari aceptati nè per
Castelli, nè per ostarie per la strada, maxime da Fiorenza in campo,
et anche di qua: qual cosa ne da tanto dispiaeere quanto dir si potese,
e intender che li homini di qua, che sono andati ali serviti di testa
Signoria, siano dipoi stratiati como cani. Per tanto vi prego siate cum
Cerbone, et in sieme luno et laltro, fate tale opera cum testi Ciptadini,
che tale disordine non segua: chè non saria senza perdita di qualche
homo nostro et male exemplo ali altri, che altre volte havessero ad
andare: site prudente, farite bona provisione: altro non me oecorre,
sinon che ad voi et a Cerbone di continuo mi racomando.

565. (Ep. III. 16). Dal Campo, 1499, Agosto 20. III. noc.

Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

« Mg.co m. Corado, havemo havuto questa sera una vostra, et visto
quanto scrivete, non possiamo fare non pigliamo alteratione e dispiacere
del dire de cotesti Signori che el ci fussi promesso, che di poi 6 giorni
havuta Pisa, nui havessimo haver li nostri denari. Come sanno e decti
Sig.rie li comissari alora existenti, remanessimo che al Sig. Governatore
et a nui fussi facto li nostri pagamenti, et non si nominò che doppo
Pisa li havessimo havere, chè, quando questo havessimo facto, haressimo
dimostrato, o havere Pisa in puguo per qualche intelligentia, o presunto
più che la ragione non voleva; nè credemo ci conosciate de natura de
















































174 G. NICASI

troppo presumere, et veramente ci dole, perchè ci danno credenza de
pensare bene a casi nostri. Pure nui non mancamo de fare el debito
nostro.

Dolci anche che loro Sig.rie dichino non haverimo denari fino non
sanno il giorno determinato de la battaglia. Adunque se nol sapessimo,
che sono cose che bisogneria troppo -persuadersi, ci voriano lassare
mancare: per certo non sono usanze che se usino in le guerre: ma ci
faranno advertiti per un altra volta. Come si sia, ve diremo che sabbato,
col nome di Dio, daremo questa battaglia, che Dio ne la dia con vit-
toria. Et per più aiuto pregarete cotesti Signori siano contenti, dove
gli avevano dissegnati fare venire Santa Maria Impruneta in Firenze
Domenica, farla venire sabbato a matina di bonhora, ació che più pron-
tamente col suo aiuto possiamo experimentarsi.

Pregate cotesti Signori subito mandarci denari, e al presente man-
dino quella summa che gli anno, e dipoi mandino più e in bona summa,
perche in questo campo non è un soldo, e maxime nui che in casa non
havemo uno denaro. Oltre che tutte le nostre lance spezate hanno ha-
vere la paga de presente. Sichè, oramai sono chiari del di, mandino de-
nari, chè questi fanti e homini dabene non si vadino con dio.

Fate omnimamente che tutte le polvere sono là siano qui venerdì
a matina senza manco. Mandate lance, targoni quanto più si trovano, e
tutto con celerità, perchè non havemo altro che 250 lance da fanti a
piei e circa 60 da homini darme.

Ordinate che li fanti da Pistoia venghino qui a omnimodo per
tutto giovedì a sera, che non manchi per niente.

El di de la bataglia tinite in vui. Et cusi pregate cotesti Signori
non se alarghino più oltra, che a quelli le pare ne siano buoni secre-
tarii: et cusi vui conferite con chi vi pare a simil proposito. A piaceri
vostri.

Darete subito la sua alegata ad Ant.o de Pazi, che non manchi ».

566. (Ep. III. 200) Dal Campo, 1499, Agosto 21.
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifico messer Corado, havemo questa notte una vostra, et visto
quanto scrivete. Omni giorno questi Signori ce renovano le piaghe.
Vorressimo sapere cum che ragione aspectavano la vietoria giovedì, e
dunde lhanno havuto. Questa cosa è come quando dicono che eum nui
fu apuntato che dipoi Pisa havessimo havere li nostri serviti; come se
havessimo havuto Puglia in mano, ola divinità in mente, che haves-




LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 175

simo precisamente possuto dirli il di apunto: per dio non meritamo
essere da loro tractati aquesto modo. Adunque, se Pisa non si pigliasse,
o se stessimo due mesi intorno, non dovressimo essere pagati de nostri
serviti. Anche ce vorriano lassare morire de fame et condurci a una
extrema ruina. Sia cum dio, se noi ultimamo questa impresa, ce jnten-
dremo in modo, che sarimo chiari insiemi: chè in loro non possiamo
dire vedere altro che mala dispositione verso de noi: et tutto per troppo
bene servirli et non manco acomodarci ale necessità loro che ale nostre
proprie; chè, come ve sé dieto, de 6000 ducati doro inoro che nui dove-
vamo havere per lapuntamento, non havemo anco havuti oltra 4500 de
grossi, sieché vedete come stamo. Et dicemovi che in casa nostra non
è tanti denari che possiamo comprare la carne per desinare. Vedete
come stamo: perhò pregateli siano contenti amandare questi benedetti
denari e mandino molto magior somma che 2000 ducati, perchè non
bastano per rifrescare queste fanterie, e anche che tutte le nostre lance
spezate hanno al presente havere la paga: et cusi questi del Signor de
Piombino dicano sandaranno cum dio. Et questo non siria el bisogno,
perchè, esendo noi rimasti pochi per la malatia grande, se ce manchasse
questi, ci dariano travaglio assai: perhò solicitate che li denari venghino
volando, chè in questo exercito non è un soldo.

Circa le lance dite essere a Ponteadera, siamo stati cum questi
Signori Comissari, ci dicono ne a Cascina ne a Ponteadhera non è una
lancia, chè tutte sono venute quà. Et come ve ho dicto qui non è oltra
250 da fanti apie, e altre lance da sachomanni, e 60 da hominidarme:
sichè solicitate ne vengano fino a 2000 da fanti apiè, e 300 da homini-
darme: ma fate venghano volendo che non manchi. Et cusì tutte le
polveri sono lhà. Et dirite non ci manchino di queste cose che siano
qui venerdi asera, aciò le possiamo havere per sabato, che non manchi.
Altro non occorre.

DOT. (Ep. TIT 191); Dal Campo, 1499, Agosto 22.

Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifico messer Corado: havemo una vostra, et dinuovo ve di-
cemo che non ci potressimo trovare peggio disposti né di pegior voglia,
atteso li sinistri portamenti che usano cotesti Signori verso de nui, che
adecerto ci dimostrano volere la ruina et vituperio nostro. Ma, se a dio
Riace che noi uscimo da questa cosa, non siamo per esserci colti più:
chè, come sapete, sempre adomandassimo che volevamo una paga stesse

12









176 G. NICASI



in ordine per ogni bisogno occurrene et per ogni rispecto; et che hora
elei sia dicto: se non fate cusì nui non farimo: Adunque se le cose
non tornassino cusi asesto, ci doverebbono lassare ruinare ? Sia cum
dio, non meritano questo lopere nostre. Ma ci tractano aloro modo : et
siamo gia per le dui, una in Casentino et l’altra hora; se fussimo colti
a la terza meritaressimo gran reprentione. Ma la ragione vorria pure
che, havendo speso in 5 anni un milione et mezo doro, et che hora
per 25 mila ducati non curino altutto sanare questa piaga, non pos-
siamo credere nol voglino fare, et non amino lutile loro: ma al tutto
per vituperarci. Sia cum dio. Almanco, se nol vogliano fare per conto
loro, toglino denari ad interesse sopra nostri soldi, che siamo molto con-
tenti Et sopra tutto faccino che siano qui aomnimodo questa notte o
domatina abonhora, perche non venendo, nui non ci potrimo valere de
questi fanti, et non ce ne possendo valere, non potemo dare questa bat-
taglia, et non si dando, excusatecene cum tutto cotesto popolo che non
manca per noi, ma per loro: et cusi ce ne excusarimo atutta Italia:
et sforzaremoce justificearei in modo, che aloro sirà imputato et in el ho-
nore et in el danno: oltre che siranno causa farci pigliarcene qualche
partito che et aloro et anoi poi dispiacerà. Pure per necessità faremo
quello farimo. Et perhó sturateli lorechie, et vivamente li parlate, et
altutto ve ne excusate. Et sopratutto che non manchi avanti hora de
mangiare ci siano li denari, et in quantita assai; et le lance: et non
state acredere che le siano a Ponteadhera, o a Cascina, che non ce né
nissuna; sichè solicitate che, volando di e notte, queste lance venghino
et cusi tutte lepolveri, et inbracciature sono lhà: et non vi staccate
da lorechie de cotesti Signori che cum effecto tutte queste cose siano
facte.

Circa le cose de lamico etc. ve dicemo: in questo usate omni mo-
derantia et in tutto fingerete non ve ne advedere, né intenderlo. Et
governateve in modo che nisuno se adveda che né vui né nui habiamo
questa opinione. Et non dubitate che speramo in dio et in suo aiuto
che col benfare vinceremo tutto.

Ci piace faciate fare oratione, et oltre aquesta de le Murate, fatene
fare a tutti li loghi pii di bona opinione, et date bone et grasse ele-
mosine, et sopratutto solicitate che shabbia quellaltra oratione et che
lhabbiamo domane a omni modo.

Solicitate li fanti da Pistoja che venghino domane a omni modo
cioè che siano qui senza manco.

Circa le nove, havete facto bene: sequite se cè altro. A piaceri
vostri.













"

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. Vit



568. (B. VI, parte 2* 161.) Dal Campo, 1499, Agosto 23.
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifico messer Corado, havemo dui vostre et loratione, de la
quale havete facto benissimo. Attendete a sequire a fare oratione con-
tinuo; et non dubitate che, per qualunque sinistro portamento ci fosse
fatto di lhà, nui non siamo per mancare de loffitio et honore nostro;
ma, se mai haremo a fare niente per noi, non siamo per imbancarci a
questo modo, aciò che non possino dire: Se fanno, noi faremo. Sia
cum dio. Attendete a solicitare più denari sia possibile, et cusì li fanti,
et. lance et polvere. Et piaceci assai la electione de Comissarii, che cum
bona gratia sia. Tenitece, come sete solito, havisati continuo. Circa
lalterarvi vui vi governarite, comme site solito, cum prudentia, dum-
modo vengano denari; et in questo usate omni extrema diligentia.

Nui, col nome di dio, questa nocte cominciamo a trarre; et già ha-
vemo piantati dui passavolanti et doi cannoni a quello piano di sopra
che vi fu mostro, et 2 falconi dentro, dove era cominciato quello palco,
et 4 spingardoni di sopra. Di socto, dove era quello buso facto nel
muro, dove era quello riparo, havemo piantato el badalisco, che tira
adricto ala loro casamatta, et una bocha di bombarda apresso dicto
badalisco. Tutto il resto de lartigliaria se è piantata al muro: et cosi,
col nome de lonnipotente idio, questa nocte incominciaremo. Altro non
occorre. A piaceri vostri.

5569: (B. Im; X XT.; 85). 1499, Agosto 24.
Commissariis in castris contra Pisanos.

« Più chose ci hanno rechato dispiacere per la giunta di queste
vostre ultime lettere di hoggi, di hore 20. La prima, la malattia del Ca-
pitano. Il che non potria essere più dispiaciuto per molte cagioni, che
per la prudentia vostra si può conoscere; non di meno, confidandoci sua
Signoria havere lieve male, ci alleggerisce alquanto el dispiacere. La
2* chosa che ci da molestia è il vedere prima differirsi el dare cotesta
battaglia a stasera, dipoi a domattina. La terza è ultima, la quale non
si stima di mancho momento che laltre, è intendere che Lucchesi aper-
tamente subvenghino e Pisani et di fanterie et di ogni altra cosa op-
portuna. Nelle quali cose noi non conosciamo se non un solo rimedio,
et questo è dare domattina cotesta battaglia, come ne promettesti, ad
ogni modo et sì gagliardamente, che voi vi insignoriate o di tutta, o
della metà di Pisa. Il che torrà animo a chicchesia di aiutarli .... ».

178 G. NICASI



570. (B. VI, parte 2^, 162). Dal Campo, 1499, Agosto 25.
Paolo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifico messer Corado. Nui ve havemo più volte, a li di pas-
sati, facto intendere nel desordine si trova questo exercito, nè per bone
o aspre [parole] che ve habiamo usate, mai di lhà sè creduto, nè faeto
provisione alcuna; solum insistatoci a la battaglia, a la quale nui siamo
sempre stati disposti. E volendo prepararci per darla, trovamo in que-
sto campo non essere al più che mille, o 1200 fanti, et quelli in ma-
gior parte malissimi contenti per la carestia de denari; et anco le gente
darme, per ritrovarsi in grandissima carestia, stanno malissimi disposti.
In modo siamo, et il Governatore et nui, stati cum questi Signori Co-
missarii, et factoli intendere che, se per tucto domane non mandano
denari che si possa contentare decti fanti, la magior parte se ande-
ranno cum dio; et, andandosene, restaremo in modo, che saremo neces-
sitati a perdare lartigliarie. Et oltra di questo li havemo dieto che — se
fra 3 o 4 dì ci mandino 500 provigionati, et fra 5 o 8 [di] 1500, che in
tucto, oltra questi, fra questo tempo dicto, nui habiamo di Ihà 2000 pro-
visionati, et qui anche sia il modo, come 6 dicto, a contentare questi ci
sono, et da pagare de gli altri che venissoro, finché in parte magiore
li connestabili refacessino le compagnie — nui gagliardamente segui-
rimo limpresa, et à omni modo ne speramo bene. Quando non faccino
queste cose diete, chiaritele molto bene che lartigliarie si perdaranno,
et eum dapno et vergogna loro. Ne volemo essere excusati adio et al-
mondo. Siamo certi si dorrauno de nui; vui sapete non hanno ragione ;
ché sempre havemo dicto, avanti intrassimo in limprésa, che volevamo
una paga per rispecto, et ultimo quando Cerbone venne a la Badia, et
sempre ve sé dicto et scripto questo medesimo ; benché de tanta mal-
vagità de gli omini fugiti nui non havressimo mai possuti pensare, né
guardarci; et anche da tanta indispositione daere, che ci sono stati tanti
li malati che è stato una cosa grandissima. Non potranno dire chel sia
mancato per negligentia che se sia usata, come da tucto el mondo se
pò vedere. Et quelli che dicono che per San Lorenzo li fu promesso
Pisa, haressimo caro intendere se da nui li fu mai facto tale promessa ;
et non ci iudichino si temerarii; immo, come ve sé decto, sempre fu
adimandato una paga per rispecto; come sanno li Comissarii et anco li
collegi. Et infine ve dicemo che, se loro fanno le provisioni dicte, nui
eredemo a omni modo [haremo] la victoria; se loro non le fanno, vi
chiarimo le artigliarie si perderanno, senza manco alcuno. Et così ve
dicemo et comimectemo che in ciò parlate gagliardamente, et vivamente





LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 179

ve ne excusate: et solicitate che domani sia qui modo a pagare questi
fanti che ci sono; et non manchi per niente.

Solicitate anche polvara et palotte. Altro non occorre. A piaceri
vostri.

571. (Ep. III. 35). .... (senza data ma certo del 26 Agosto).
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifico M. Corado havemo questa matina una vostra et, visto
quanto scrivete e la dolentia mostrate fanno cotesti ciptadini de nui
de qua, ve rispondemo e diremovi che, se loro si dogliono, non hanno
ragione, et chel sia el vero verrimo ale cose ne è stato promesse, e a
quante ce ne sono state observate; e prima:

Per nui fu adimandato a li S.ri Comissarii, alora Pietro Corsini e
Pietro Franceseo Tosenghi, per l'impresa de Pisa 8 mila fanti vivi e
fermi fino al fine delimpresa pagati.

Fu adimandato 300 mila (libbre) de polvere, cioé 200 mila per al pre-

sente, 100 m. per omni rispecto che potesse occurrere, piü tosto dhaverne
in abundantia che carestia, la quale lhavesse.a vedere in campo in
faeto et non in obstentatione: né si mancassi perhó de provedere tucto

giorno seeondo il bisogno.

Fu adimandato per nui 1200 maraiuoli fermi, e pagati per tutto el
tempo de limpresa.

Fn adimandato per nui maestri da fare e scarpellini in maggior
numero si potessi, et cusì Lombardi da posserci valere in omni occur-
rente bisogno.

Non diremo al presente de li nostri servitii e imprestantia, che per
fino a mezo mese ci dovevano pagare: cusì anche, de li 6000 ducati doro
ne dovevano dare alhora, ne restamo havere più che 2500 in circa:
Tutto ci fu promesso da prefati Comissarii e da li dui colleghi.

i S'el ce stato observato o no lo intendarite appre8so ; et prima circa
li 8000 fanti: nui non li potessimo mai vedere, nè fuorono aprovati ap-
presso. Et di quello numero che in campo si condusse, in pochi giorni
non ci restarono 3000 fanti, de li quali, parte fugiti e parte amalati, non
restassimo in 2000. La causa de li fugiti, o che proceda da la tristitia
de fanti, o pure che proceda da mali pagamenti dei Comestabili, o pure
de loro Signorie, nui non sapemo. Iudicamo bene che el più proceda per
da cotesti Signori, perchè prima per darela paga in tanti pezzi, che li fanti
Seglhanno consumata prima che havuta, laltra per havere voluto omni
homo de Firenze fare uno Comestabile e dare le 100 o 150 paghe, e poi

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180 G. NICASI

non si poter servire de 25 homini. Ché come sapete fu ragionato sempre
si facessino compagnie grosse et facessonsi in campo; et quando tutto
con li Comissarii fu concluso e scripto a cotesti S.ri:, a un tracto di
lhà fu facto XX contestabili de poco condocte, e sono stati de mancho
servitio, come tutto giorno si vede e provamo.

Circa la polvere vui sapete bene quante libbre ne havemo ha-
vuta: chè, se havessimo havuta polvere da porser tirare a la distesa e
pallotte, non ci trovaressimo come ci trovamo. Chi sa meglio di vui che
omni giorno sempre non ve havemo dicto altro che polvere, pallotte, e
mararroli ?

Circa li maestri da fare et scarpellini: sapete quanto instantemente
continuo ne habiamo seripto ; e poi, quando ve ne havemo domandati 100,
ne havemo possuti havere XXV, e quelli ei sono stati 4 o 6 di e poi
se ne sono andati, o amalati; né de là sé possuto haver mai uno rifre-
scamento: per Dio non si fanno cusi le provisioni.

Circa li mararuoli non eredemo perhó se ce ne conducessino ol-
tre che 700 o 800; che quelli in pochi di si risolverono tutti in modo,
che mai habiamo adimandati altro che maraiuoli ; che, dipoi la presa da
Staimpace e prima parechi giorni, stassimo più di 6 giorni che nui non
havessimo mai un maraiuolo; che se non fusse stato li nostri soldati
non si posseva fare niente e il muro tagliato non si saria facto se non
fussero stati li nostri de Castello ; e li Comissarii el sanno. Et da otto
giorni in qua, qui non cè stato mai nisuno.

Sono tre sere che ce ne venero 20; la matina sequente non ce ne
era uno solo: e al presente non ce ne era uno per aiutare a voltare un
pezo dartigliaria.

Circa li nostri serviti e la inprestantia, sapete che de lapontamento
de li 6000 ducati doro non havemo havuto altro che ducati 4500 de
grossi, de serviti e inprestantia sapete quello ne havemo havuto, sichè,
ricolte tucte queste cose insieme, tucti questi mancamenti sono pro-
cessi da loro e non per difecto nostro: che, se ce havessaro observato
quanto ce hanno promesso, aquesta hora le cose non sariano qui. 01-
tre che sanno li prefati Comissari primi e Giovanni de Dino e Fran-
cesco Zati, che nui li dicessimo volevamo in ordine 100 mila ducati nu-
merati, e sopra tucto che gli avessino in ordine a nostra posta dapos-
sere spendere la siconda paga per ogni rispecto per li fanti. Et in quello
medesimo tempo Cerbone fu qua, e per nui li fu dicto ne dicessi el me-
desimo, e aloro fu dicto: che sel ce fusse stato modo a rinfrescare li
fanti non si sariano tanti fugiti. Se de le cose che se sono havute a
fare per nui, venga tucto quello proposito et vegga sel sè perso tempo,
et intendasi da Soldati e Ciptadini se per nui se è havuto mai un ri-

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 181

poso. Da nui non é mancato, ma si da le Si.rie loro per le malissime
e tarde provisioni. Et incolpino loro e non nui: come per le ragioni
vedete. Et se la battaglia fu dicta da dare, fu vero: ma non siamo in-
divini, che da uno giorno alaltro siamo fra fugiti e cascati malati a
centinara, né a questo possiamo provedere nui : ma, si ce havessaro dato
modo a dare una altra paga, questa tanta fuga non saria seguita. Ma
hanno ragione de lapidarci de le bone opere, nó altrimenti merita chi
serve in troppa fede e amore, come havemo sempre facto noi: et cusi
se remunera li grandi e boni serviti: non perhó che nui sperassimo
questo da loro. Pure, sia col nome di dio, per nui non é mancato mai,

nè mancarà de dire e fare sempre quello cognosciamo sia a benefitio
de quella excelsa Repubblica: e si da loro non ne saremo ricognosciuti,
qualche volta qualcheduno pagarà tutto. Tuttavolta siamo stati cum

questi S.ri Commissari et factoli intendere che, come loro vedano, lim-
presa è in loco che piu tosto se ne po sperare bene che altro, quando
loro voglino; ne credemo possa essere altrimenti, quando le S. loro vo-
glino; e la ragione decta che debbino volere perchè e’ sono in fine di
questa febbre, nè si vede contrario che possa obstare, quando quelli S.ri
non se habandonino e faccino quelle provisioni che ragionevolmente se
possono fare: che non sono perhò tale che la qualita de quella Repub-
blica non le possino supportare: chè infine doverranno tucti acordarsi
a fare omni cosa per vincerla in questo modo, perchè mai adi nostri fu
facto aquisto sì glorioso e profictuoso per le S. Loro quanto questo, per
omni conto e anco exenplario de tutti gli altri subditi de quella ex-
celsa Republica. Le provisioni sono che le S.rie loro proveghino a 3 o
4 mila fanti qui in campo provisionati vivi, e non in lista, a polvere e
amaramoli e a palotte; che tutte perhé ci siano per tutto possodimane,
o in tutto o in manco quantità. Che quando pure nol volesseno fare
faccinelo intendere; perche quando nui intendiamo quelli S.ri voglino
sequire limpresa, nui mandarimo avanti alcuni dissegni al proposito, che
quando nolvolessimo fare nui li lasseressimo stare. Et cum hoc a om-
nimodo, in qualunque modo se resglvino, faccino che questi fanti che
‘sono qui habbino denari la paga loro, e mandino più fanti per levare
lartigliarie et pigliare limpresa per altra via, perch è cusi non è bene
stare.

Egli è vero che a nui ne dorrà, tutta volta. ce sforzarimo iustifi-
care e fare tochare con mano che per nui non é mancato Et a loro S.
ne sirà molto magiore danno e vergognia: e non sapemo quale cosa più
gloriosa possino fare che questa. Infine nui non possemo volere piü
che le S. Loro se voglino. El ci dole havere speso tante fatiche e stati
“a tanti stenti e pericoli invano: come si sia sarete subito con loro Si-






































M e _ [———————T-@@€@





182 ; G. NICASI




gnorie, et volendo sequire l' impresa faccino, come ve sè dicto, che le
provisioni siano qui passo dimane a omnimodo. Quando pure non vo-
lessino, mandino modo che si possino levare lartigliarie de qua, che al-
trimenti si perdaranno e se si perdaranno vedranno che, non tanto che
forse siano poi atti a expugnare Pisa, ma dureranno fatica a difendere
li confini loro. Et di tutto fate che subito ne cavate constructo e date-
ceno haviso senza manco alcuno. Et oltra a le cose prediete, cirea la
battaglia, non possiamo nui cognoscere la varietà degli omini, che da un
giorno alaltro li fanti si sono mutati et dictoci non volere dare la bat-
taglia senza danari. Se hanno facto per mancamento danimo o pure
per havere denari non sapiamo: ma, se denari ci fussino stati, nui ha-
ressimo visto dunde fusse processo: pure senza fanti non potevamo
farlo, benche anco per el poco numero che ce ora, non haressimo judi-
cato posserla vincere per niente.

572. (Ep. III. 190). Dal Campo, 1499, Agosto 26.
Cerbone Cerboni a Corrado Tarlatini.

Magnifico messer Corado, la doglia che io ho mi fa smemorare : per
questo che oggi per parte de li padroni vi scripsi una lettera longa, la
quale non habbe né suscriptione, né data, nó di, nè mese: judicate come
Sto contento; non posso dire piü ....

Io vi prego per lamore de dio siate contento a fare omni opera per
la expeditione de questi fanti che sono qua et ànno provisione, et gli
altri che sanno a fare che perdio, se li fanno presto, aomnimodo siamo
signori de Pisa, non li facendo ve dico se perdaranno l'artigliarie, per-
che questi pochi ei sono non vogliono fare factione; solicitate per la-
more de Dio. A vui mi ricomando EI capitano 6 stato hoggi assai bene
et spero passarà bene.

573. (S. Im. XXI. 99). 1499, Agosto 26.
Ai Commissari al campo.

« Per le vostre lettere di stanotte a VI hore, intendiamo apieno la
necessità di cotesto exercito, et visto quello che vi fu posto avanti dalla
Signoria del Governatore et dipoi confermato dal Capitano, che è in
effecto, o dare la paga a cotesti 1500 provixionati vi si truovono, e



LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 183

adiungere loro 3 mila fanti vivi, o veramente a loro Signori dare XII
mila dueati sotto promessa di renderci Pisa etc. Noi per una gran pra-
tica che havemmo hieri, sendo suti consigliati unitamente che non si
allentassi un puncto dala impresa, et che si facessi ogni cosa per lulti-
matione di epsa, habbiamo questa mattina, come prima apari el giorno,
hauto a noi piu numero di Cittadini, quali non partiranno che si sia
ordinati danari et per il presente et per il futuro. Et pigleremo ad
ogni modo lun de due modi posti innanzi da cotesti Signori .... ».

514. (S. Im. XXI. 87). 1499, Agosto 96.

Comnmissariis generalibus in castris contra Pisanos.

« Noi credemmo, come hieri vi facemo intendere, potervi mandare
somma di danari per dare la paga a cotesti fanti vi restano. Ma la dif-
ficultà causata da’ non buoni subcessi di costì è suta cagione diffe-
riamo a questa sera el mandarli: per tanto per la presente staffetta vi
mandiamo 1500 ducati larghi di grossi: e quali spenderete solo in dare
la paga a cotesti fanti vi si truovono, cioè, a ciascuno di cotesti con-
nestabili per il numero delle fanterie hanno: et così, come a disporli
havete usata lopera et auctorità del Governatore, così etiam la userete
in fargli acquiescere al pagamento: havendo maxime advertentia non
usino lo inganno in alcun modo, o prestando fanti luno a laltro, o
'avando cerne di cotesti castelli per fare maggiore numero. Et però
voi farete di vederli in viso et non accepterere se non fanti pratichi,
come debbe essere rimasti loro: et quando voi non potessi con questi
danari dare a tucti interamente la paga nel modo ragionato, pensiamo
che sarebbe meglio finire di pagare quella quantità potessi, piu tosto
che, per contentarli tucti, dessi ad ognuno qualche ratha: perchè nel
fare questo, quando subito non si dia él resto, si vogliono ad omni modo
dissolvere, et viensi a perdere intieramente il danaio speso .... ».

(S. Im. XXI. 88). : 1499, Agosto 97.
Ai Commissari in campo.

« Hiersera vi mandammo 1200 ducati di grossi et per la presente,
come impromeetemo, vi si manda infino ala somma di 1500. E quali spen-
derete secondo che hiersera vi significamo, et verrete con quelli intra-







184 G. NICASI

etenendovi tanto che vi si possa aggiungere più forze .... Delle genti
del Signore di Piombino non ci occorre altro, se non che vi ingegnate
intractenerli in qualche modo .... ».

576. (Consulte e Pratiche. LXV. 94). 1499, Agosto 29.

Essendo venuto lettere da Commissarii Generali da Pisa, per le
quali si narrava che le artiglierie et quello exercito era in pericolo ma-
nifesto, per essersi quello exercito quasi dissoluto di fanterie per li as-
sai amalati vi sono di presente et vi moltiplicano ogni giorno; et es-
sendo venuto Pierantonio Bandini, uno dei generali Commissarii depu-
tato là, et havendo exposto come il Signor Capitano et Governatore sono
in questa sententia che, se non si provede in breve di buona somma di
denari et di buone fanterie, che le genti nostre saranno ropte indubi-
tatamente, et toltoci le artiglierie con vergogua ete.

SaLvestRo FEDERIGHI, Gonfaloniere di Iustitia. — Domanda con-
siglio di quello sia da fare et aiuto ad exeguire quello che fussi con-
sigliato.

MESSER BERNANDO SODERINI, (in nome suo etc.). — Conforto che,
se mai in cosa alchuna si fece forza et si usó diligentia, si faccia in
questo

BERNARDO DA DIACCETO, (în nome suo etc.). — Che a voler pro-
vedere, innanzi a ogni cosa bisogna buona somma di denari, et peró oc-
correrebbe che il modo piü expedito fussi che e' cittadini volontaria-
mente servissino di quella più somma si può di denari ....

(Parlano quindi, MESSER NiccoLò ALTOVITI, ALEXANDRO DE FILI-
cara e LorENZO LANZI).

Udito li sopradicti consigli, el sopradieto PrgnANTONIO BANDINI dixe
dolersi che le lectere sue et del Compagno non erano state asaporate,
et molto più si duole al presente vedendo che la voce viva non muove
ad fare quello richiede il presente bisogno; et alta voce dixe che, se
presto non si provede uno sei o octo mila ducati, che vi siano stanocte,
et si perderebbono quelle artigliarie che vagliono ducati 100,000, et re-
sterassi in eterno vituperati; et ricordò che in Pisa erano impegnati de
cittadini et delle donne loro più che 100,000 [ducati]; et se non si pro-
vede saranno saccheggiati tucti dalli pertinaci et inimici: et con molte
parole preghò et confortò che presto presto si procedessi etc. et agiunxe
che era in quello exercito molti che non volevano che il Capitano ha-
vesse honore di quella impresa, et desiderano vedere male et disor-
dine etc.

(Seduta stante fu raccolta una buona somma per sottoscrizione vo-
lontaria tra i cittadini presenti).



LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 185




577. (S. Im. XXI. 89). 1499, Agosto 29. x




Ai Commissari in campo.




« Ancora che il dispiacere nostro sia grandissimo per il disordine
et pericolo, nel quale significate trovarsi cotesto nostro exercito, non di-
meno .... habbiamo in questa difficultà coeccitata la virtù: et primum
dato ordine che costì saranno subito grande numero di marraiuoli, et




similiter fanti, che si fanno quì nella ciptà et altrove: faremo ancora
buona somma di danari et saranno costì omnino domattina. Voliamo
siate subito con cotesti Signori Capitano et Governatore, et confortarli
anon mancare della solita loro virtù et generosità dello animo loro:
ricordando che la virtù de loro pari si monstra maxime nelle difficultà :
et si persuadino che dal conto nostro non si ha ad mancare di cosa che
sia in potere di questa Repubblica, perchè di questa impresa ne usciamo








“con dignità nostra et gloria loro .... ».




518. (B. VI, parte 2* 164). Dal campo, 1499, Agosto 30.




Paulus Vitellus, excelse reipublice florentine capitaneus generalis, ill.mis
et ex.mis d.nis d.nis Prioribus et Vewillifero justitie libertatis ex.se





Rei p.ce flor.me, d.nis obserban.mis.




Ill.mi et ex.mi d.ni d.ni nostri observan.mi, debita comm: ete. Ha-
vemo ricevuto una de vostre. Excelse Signorie, et di quella preso pia-



cere grandissimo, per havere inteso loptima dispositione di quelle in



prosequire limpresa, nè habandonare questo exercito et le cose loro,



chè, dio ce ne sia bon testimonio, quanto dispiacere havemo hauto ve-



dendo havere conducte le cose in termine che potevamo sperare tutto



bene, et poi, quando fussimo al tempo determinato per exequire la bat-



taglia .et volere venire a leffecto, trovassimo da uno giorno a laltro tanto



mancamento de fanti, che fu una maraviglia, sì per le malattie, sì etiam



per li fugiti, in modo che ne era rimaso uno piccolo numero a compe-



ratione, et quelli, benchè pochi per tanta et tale factione, a uno tratto



ci chiarirono non volere dare battaglia se non havevono denari : il che,



o che procedesse che volessero denari, per la fama data de novi com-



missarii che portavano denari per rinfrescare la gente, o per altra causa,



che nui non sapemo, per niente non si volsaro movere de loro opinione.
Et benchè fusse poco numero, nui perhò al tutto erimo deliberati tem-
ptare la battaglia. Quando questo intendessimo, le Signorie Vostre pos-
sono considerare come ci trovassimo, vedendoci havere faticato cum









186 G. NICASI

tanto periculo et ridotte le cose a bonissimo porto, et per una simile
causa non possere consequire loptato fine. Nui non havessimo mai cosa
che più ci dispiacessi: Dio sa el desiderio nostro. Tuttavolta non du-
bitamo, quando le Signorie Vostre facino quelle provisioni che possono
fare, le cose non habbino havere quello subcesso che se desidera per le
Signorie vostre, ala cui gratia ne ricomandamo.



519. (Consulte e Pratiehe. LXV. 91). 1499, Agosto 31.

SaLvestRo FEDERIGHI, Gonfaloniere di justitia, propose che sareb-
bono lecte lettere da Milano, da Luccha et di Campo contro Pisa, et
che la Signoria sopra il contenuto di esse desideravano essere consi-
gliati. Le lettere di Luccha in somma contenevano che, quando quella
Repubbliea [fiorentina] li vogli assicurare el lasciarsi loro Pietra Santa
et Mutrone, che faranno legha, obbligherandose nelle cose di Pisa dare
ogni favore et conchorrere a qualche parte delle spese ete. Le lettere:
di Campo: disordine et manchamento di fanterie, di polveri et altre cose ;
et stringhono che presto si provegha, altrimenti monstrano dovere se-

guire grande disordine etc.



588. (S. Min. pe. LI. 190). 1499, Settembre 1.



Paulo Vitellio Capitaneo generati.



Illustris domine, subito che havemmo questa mattina preso lo of-
ficio nostro, Messer Corrado [Tarlatini], agente qui per la Signoria Vo-
stra, ci parlò et riferì assai cose, in nome di quella, appartenenti a bi-
sogni et provedimenti del campo; et benchè tutte ci dessino molestia,
per essere tutte contro el desiderio et bisogno, nessuna però ci gravò
tanto quanto la indispositione della S. V. Et judichiamo essere officio
nostro visitarla almanco per lettere et offerirci a quella in quel che pos-
siamo: perchè ad noi non è cosa di maggior importantia che il non
potere la S. V. riordinare et presentarsi nelle factioni; se bene noi sap-
piamo per la diligentia et sollicitudine del Signore Vitellozo, vostro fra-
tello, non si omettere cosa alcuna, per la quale si possa mantenere co-
testo exercito nel luoge dove è, con preservare lo acquistato et il pe-
gno che vi habbiamo, fino a tanto noi possiamo con nuove forze repa-
rare a tutti li disordini et supplire il campo di nove fanterie. Sopra

che siamo stati hoggi, et ci confidiamo in breve potere recuperare quel
poco di reputatione si è perso, et fare ad ogni uno migliore opinione
delle cose di costà di havere ad succedere felicemente. Confortisi la




LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 187

S. V. et metta ogni suo studio in recuperare la sua valetudine ; né pigli
admiratione, né molestia aleuna se si parlassi cosa di qua con dispia-
cere suo, perché a quella é noto li varii desiderii delli huomini, et la
poca prudentia che si vede spesso in molti; et faccia proposito che noi
siamo necessitati, per la fede et affectione mostrata verso di noi, pen-
sare all' honore suo non manco che al nostro, i quali in questa impresa
sono coniuncti insieme; per il che noi habbiamo ad fare ultima pruova

di conservare l’ honore et sicurtà nostra, la quale è riposta tucta nella

victoria di Pisa; et alle cose della S. V. havere quelli rispecti che si
convengono.

581. (Consulte e Pratiche. LXV. 99). 1499, Settembre 1.

Gi0vacCcHINO DI BiaGio GuASCHONI, Gonfaloniere di iustitia. — Pro-
pose che sarebbono lecte lettere da Milano, dalli Ambasciatori [fioren-
tini] di Francia, et di Campo, et che la Signoria desiderava essere con-
sigliata sopra a quello oecorresse circa a decte lectere, et in spetie se
era da seguitare la impresa contro a Pisa o levarsene et, resolvendosi
maxime al seguitare, come se ha ad havere danaro per il bisogno da
riuscire con honore di decta impresa, et se 6 da levare Messer France-
sco Pepi da Milano.

(Parlano: Nicorò DE NonBiLI, GrROLAMO DELLA STAFFA, BRACCIO
pr MEssER DoMwENICO MARTELLI ed altri, tutti favorevoli al persistere
nell! impresa: prende quindi la parola):

GiULIANO DI lAcoPo MazziwaHr, 2» nome suo etc. — Laudo e no-
stri Signori et monstro fede nelle virtü etc. Che non vuole fare men-
tione delle eose passate, lE quali sono molti sanno ‘come sono passate,
et conforto e’ nostri Signori ad farsi obedire et dannino quelli che hanno
recusato obedire .... et che per niente il campo si lievi et non obstante
le molte malactie, et si facci con presteza tanti denari si possa man-
tenere ....

AMERIGHO DI BARTHOLOMEO CORSINI, Zn nome suo etc. — Che in
nessun modo la impresa [contro Pisa] si abbandoni .... Item che atteso
e' tristi portamenti de* Connestabili in partirsi, in non dar le paghe a
fanti etc., che qualeuno se ne gastigassi

NicoLò Carpucci, in nome suo etc. — Che non sia pure da pen-
sare di levarsi dalla impresa di Pisa: .... Che subito si facessi danari
etebuona somma et si mandi con epsi più di due cittadini, cioè 4, che
li spendino utilmente ....







188 G. NICASI



582. (S. r. XXIX. 25). È Dal Campo, 1499, Settembre 1.
I Commissarii di campo ai Priori di libertà.

Mag.ci et ex.si D.ni ete. Questa mactina. anzi unhora fa, serivemmo
a V. S. quello era sequito sino ad quel hora: et per questa achade fare
intendere ad quelle del disordine che segue circa a pochi danari portò
Piero da Verrazano Collega, che ascendevano alla somma di 2000 du-
eati. Diche le S. V. ne commissono che si facessi pagare per conto di
Pierantonio Bandini ducati 500, diche il giovane suo non ha voluto
fare nulla, ma solo li ha pagato la somma di ducati 500 incirca delle re-
state haveva inmano di V. S., perche dice non havere altra commis-
sione da Pierantonio Bandini. Et per questo si dice alle S. V. che noi
siamo di malissima voglia per non havere piu un carlino, et per avere
bisogno questo exercito di danari, et buona somma, et moneta il piu
si può, chè qui non è ungrosso di moneta, et va ad romore tucto il
campo, di modo che ne stiamo in grandissimo travaglio: et, se si sa-
pessi che nui fussimo sanza danari farebbe qualche chattivo successo.
Siche presto, presto, presto mandate danari, et grossa somma, che altri-
menti questo exercito ruina: che se le S. V. desiderano che queste ar-
tiglierie si salvino, non habbiamo altro rimedio che questo, di fermare
queste fanterie, et però si dimanda danari ; che, se quelli ci provede-
ranno di presente che non passi questo di, noi ne resteremo al sicuro ;
altrimenti ci siamo nel medesimo pericolo : et havendo li danari, si fa-
ranno fare le cose con tale presteza che in due giorni si ridurranno
tutti in luogo sicurissimo. Ricordasi la polvere et le altre cose chieste
per doppie nostre, et maxime li guastatori, che per lo amore di dio non
ce ne abandonate: attendiamo con desiderio grandissimo la tornata di
Pierantonio Bandini et Lorenzo Morelli, perchè quelli si restringhino et
risolvinsi col S.or Capitano, che levate le artiglierie dintorno alla terra,
quello si habbi ad fare, che standosi sanza fare factione passa con di-
sonore grandissimo et danno delle S. V. pel disagio che sene riceve per
queste genti darme, per havere ad stare di et nocte in sulla sella. Nec
alia occurrunt Racomandianci in grazia di V. ex.se S.e quae, felicissime
valeant.

583. (S. r. XXIX, 24). Dal Campo, 1499, Settembre 2.
I Commissari di Campo ai Priori di libertà.

Mag.ci D.ni D.ni N.ri obser.mi etc. Hiersera fune lultima n.ra in
nelle mani di Piero da Verazzano, dal quale V.re S.e intenderanno de
bocha particularmente molte nostre ochorentie, come li denari che lui LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 189

portò si sono distribuiti meglio sè potuto in queste fanterie, et per es-
sere manchato e denari ciè restato indrieto più Conestabili, come ser
Cicchone da Bargha, Magnares, Carlo da Chermona, et Vangelista, et
così qualche altro conestabile, e quali, non potendo noi per hora havere
denari per sovenirli, ci anno dimandato licentia, o denari. Ogli pregati
che aspectino in sino a dimatina: non sono in volontà di aspectare. Di-
che non potremmo stare di peggiore voglia, et, se partiranno queste loro

compagnie, resteremo nel medesimo pericolo che siamo stati, anchora che
abbiamo ritirate le nostre artiglierie intorno alli alloggiamenti et del
Capitano. El quale ci fa intendere come, non essendo sovvenuto di qual-
che denaio, legente darme del Si.re di Piombino si partiranno, et con
parole molto alterate, che stando così non può sopportare di vedere
stare in sì manifesti pericoli. Sieno contenti le S. V., per quanto sia
caro a quelle lonore della Vostra Repubblica, fare subito et presto pre-
sto provisione di mandarci volando qualche buono numero di denari et
per istaffetta; chè se queste gente darme si partiranno e’ ne seguirà tale
disordine, che ci poteremmo perdere lonore et lutile di queste giente
darme et delle artiglierie. Pensino le S. V.e che noi non siamo per
scrivere a quelle se non quello che seguirà, se presto presto, non pro-
veghano. A noi pare essere abandonati dalle S. V., perchè, di poi siamo
qui, non abbiamo avuto risposta di più nostre: non sappiamo se fussi
per non credere a quello che per noi sè scripto, o per essere male ser-
viti delle lectere per essere levate le poste. Ricordiamo con ogni rive-
rentia che non.siamo per manchare in ogni et qualunque cosa a noi si
aspecterà, in sino exporre la propria vita, ma, seguendo desordine, ciene
schusiamo alle S.ie V.e, alle quali humilemente ci rachomandiamo. Men-
tre scrivavamo e nimici si sono messi in arme per uscire della terra ;
di quello seguirà si darà viso. Vedesi che ogni giorno pigliano piu
animo contro al champo, per essere deboli et per vedere e processi no-
stri, et in oltre in questo punto sono venuti qui a farci intendere che,
quelli conestabili che sono a Livorno, non possono piu fare soprastare
le loro compagnie, perchè è passato el tempo di quelli di quindici
giorni. Rimarrà quello luogho, che è importantissimo, senza guardie
se non lo provedete. E vè manchamento grande de polvere, et essendoci
del sanitro zolfo et carboni non mancha senon mandarvi el maestro, et
per tanto preghiamo V. S. proveghino. Nil aliud: bene valete.

584. (B. VI. parte 2* 165). Dal Campo, 1499, Settembre 2.
Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifico Messer Corrado, per questa noi ve avisamo comme noi
non potarimmo essere de peggiore voglia, nè a peggiore termine che



190 G. NICASI

noi semo. Et questo è perchè qui non è restato quasi persona; et non
havemo provisione de marraioli, nè di buoi, nè di danari, nè di altra
cosa alcuna. Et quello che più ci dole si è che li fanti nostri non sono
stati pagati et moiono di fame; et le genti darme quello medesimo ; et
ogni dì se amala brigata di nuovo; et non vedemo provisione nè per
stare, nè per partire. Per tanto è necessario che testi S. proveghino
prestissimo et piglino partito subito et subito provisione, o per uno de
i modi, o per laltro, qualunche più li pare a proposito; perchè in el
tardare noi conoscemo grandissimo preiudicio et de loro Signorie et
nostro.

585. (Consulte e Pratiche LXV. 104). 1499, Settembre 3.

GiovaccHINO GUANCHONI, Gonfaloniere di justitia. — Prepose che
sarebbono lecte lettere di Campo et da Vinetia, et Piero da Verrazzano,
uno del numero dei XII buoni huomini tornato da Campo, referirebbe
quello ha ritracto di quelle cose; et si restrinxe a domandare consiglio,
si era da seguitare la impresa contro a Pisa dalla banda dove si truova
al presente lo exercito, o si veramente levarlo et porsi dalla banda di
verso Luccha, o quello che altrimenti paresse da fare ....

BARTHOLOMEO DELLI Asini, uno del numero de Gonfalonieri. —
Che la impresa seguiti da quella banda dove si truova al presente lo
exercito, il quale per hora se attenda a sicurare, et vineta la provisione
[del denaro], si facci uno sforzo di fanti 4 mila et si facci forza di ul-
timare l'impresa ....

MessER DoMENICO Bowsi, in nome suo et di quelli sedevano in sulle
due panche appresso. — Dolsesi che le cose dello exercito andas-
sino in declinatione, et che el parere loro sarebbe che si seguitassi la
impresa, mostrando nel contrario danno et vergogna: et concluse che
si deputassi delle loro Signorie, dei Colleghi nuovi et vecchi, et del

numero delli 80, et si examinasse se si potessi fare de seguitare la im-

presa sanza havere a levare lo exercito, et per questo con loro parere
si facessino le provisioni etc.

ALEXANDRO DÀ FILICAIA, în nome suo etc. — Che la Città nostra
haveva fede che le loro Signorie per le loro grandi virtù havessero a o-
perare che si expugnassi Pisa. Dolsesi che chi è in campo muti le ar-
tiglierie et monstri volersi levare et porsi altrove; et conforta che lo
exercito non si levassi dal luogo dove è, et si facessi forza di gente et
di quello bisogna per ottenere la impresa. ....

BaRrTHOLOMEO DI LionaRDO FRESCOBALDI, in nome suo etc, — Che
la impresa se seguiti et da quella banda dove al presente lo exercito

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 191

se truova: et non di meno, quando al Capitano et altri paresse altri-
menti, sempre sono per approbare ogni deliberatione se pigliarà. ....

586. (B. VI. parte 2° 167). Città di Castello, 1499, Settembre 4.
Giulio Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifice ac generose eques commen: ete. Laportatore di questa
sarrà uno fratello de donno Meo danghiari nostro Cap.no, quale vene
per che intende à da havere bando insiemi cum certi altri, che anda-
rono a pigliare la posessione de uno beneficio in quel danghiari per
ordine nostro, come credo habiate inteso, et meglio da lui ve informa-
rite: ve darà anche una lista, nella quale siranno tueti chi se erede
lhaveranno bando. Per la qual cosa ve prego siate denanzi a la Signo-
ria, o dove ve parrà el bisogno, et operate quanto si pò che questo
bando non venga. Costoro non ce hanno nè colpa, nè difecto, perchè vi
furono mandati da me; sichè, sopra cio, usate omni diligentia, chè me
sarrà tanto grato quanto dire potessi. Et a voi me ricomando.

587. (B. VI. parte 2* 168). Dal Campo, 1499, Settembre 5.

Paolo e Vitellozzo Vitelli a Corrado Tarlatini.

Magnifico Messer Corado, sirà inclusa in questa una instructione,
quale mandamo che se facci intendere a testi Signori, secondo la quale
ci pare pigliare la impresa. Et benchè da ogni banda ci paia limpresa
da non riescire, pure, per obtemperare alle voglie loro che vogliono
limpresa, noi giudicamo che per questa via ella sia manco difficile. Si-
rete alla Signoria et fareteli intendere il tutto; et sopra tutto fate ogni
conato che per tutto domani non manchi che haviamo licentia de po-
tersi levare, per chè qua non è possibile a stare senza la ruina nostra,
quale non sirà senza danno et maneamento grande delle loro Signorie.
Et avertite che noi siamo in termine che, quando noi volemmo stare
qua, loro Signori dovariano comandarce che ci levammo; et però non
manchi, chè, come è dicto, non manchi per tutto domani che haviamo
licentia di levarci; perché altramente siremo necessitati pigliare par-
tito da noi; il che per cosa del mondo non vorremmo fare. Della in-
struetione i Signori Comissarii mandano un altra copia. Siate cum Be-
rardino Tondinelli, essendo li, et insieme andate alla Signoria et ope-
rate fare questo effecto dicto.



192 G. NICASI

588. (B. IX. 1). .... (senza data ma certo scritte il 5 Settembre).

(Senza indirizzo; ma certo mandata da Paolo Vitelli a Corrado Tar-
latini).

Instructione per Firenze.

In prima fare intendere la debilezza del Campo per le poche fan-
terie che ci sono, et delle genti darmi essere pochissimi sani, et di
quelli omni di sene amala. Et per questo respecto non se possere stare
cum magiore periculo che si sta de ricevere vergogna grande con per-
dita di quelli Signori.

Item, volendo loro Signorie sequire la impresa, giudicamo da que-
sto canto essere di presente difficilissimo; luna per le fortificationi che
hanno facto et fanno tutti di i pisani, et hanno tempo a fare de laltre
innanzi che lomo sia in ordine; laltra per essere in paese che sel piove
non è possibile di potere stare se non nellacqua: che ne porta drieto
che, essendo il paese aquoso et difficile a traversare, non poteremo ha-
vere le victuarie per terra, se non con grandissima difficultà, et la via
di mare non è ferma per i tempi che potessono andare, che non lasciono
entrare i legni in foce. Così anche le genti darmi haveranno incomodo
grandissimo di saccomanno. Hora concludemo che, non ce essendo riu-
scito el possere expugnare questa terra da questo canto in questo tempo,
respecto alle infermità et alli fanti fuggitivi, et quelli che ci erono re-
stati non desposti a volere combattere senza denari, et denari non ce-
rono da posserli contenctare, et tutte le altre provisioni necessarie alla
expugnatione maneatoci; siria adunque il parere nostro de pigliare lim-
presa per un altra via: et questa siria de retrarse di qui et retirarce
a Sanpiero in Grado, et quello, o veramente la Foce, quale più pa-
resse a proposito, fortificare; et per fare questo effecto fare provisioni
di marraiuoli, mastri dascia, et buoi in buono numero: et così fare
provisione che per la via delle colline et di Livorno non ci mancassi
il vivere. In questo mezo attendere a fare fanterie in diversi luoghi a
casgione che, facte queste a tempo oportuno, dapoi inmediate, pure
che lomo fusse in ordine, potere saltare dal canto de là, con numero
de otto o dieci mila fanti et dieci o dodici bocche de artigliarie bone
con polvere et pallotte da poterli battere di natura, che le muraglie,
maxime le difese, se reducessero, et cum li scarpellini se potesse aprire
la terra per havere a lograre manco polvara. Et per questa via tentare
a uno medesimo tempo et la expugnatione et torli li refrescamenti,
quali, essendo noi di là, non possono havere da nessuno canto. Voriase



LA FAMIGLIA ‘VITELLI, ECC. 193



per la impresa fare venire il Signor Giovampaulo Baglioni a ogni ^



modo. |

Forse el se fa fondamento in su Stampace; ma noi avisamo che I
ela è tanto battuta da ogni banda, che hoggi poco vale: dalaltra parte
loro hanno fortificato Ja terra innanzi a Stainpace di natura, che da
quella banda non è possibile poterli far male. i






589. (S. Im. XXI. 95). 1499, Settembre 5.



Commissariis generalibus in castris.




Intendendo noi, per la vostra di hiersera, come cotesti Signori uni-




tamente erano deliberati levarsi col campo, et giudicando voi non vi




. essere possibile al ritenerli tanto, che da noi habbiate resoluta risposta,





costi Alexandro degli Alexandri, non ne paghiate un soldo a cotesti con-




nestabili di Campo. Anzi, con buone parole et sotto varii colori, o di
aspettare altri danari o duna cosa simile, li intractegniate tanto, che
si sieno riduete a salvamento tucte le artiglierie, dove aranno dise-






gnato. Et come vi sieno conducte, voliamo che, di cotesti danari, diate
o mezza paga o paga intera al Connestabile del Bastione della Ven-
tura, et quando etiam potessi dare la paga ad uno di cotesti Cone-






stabili di 50 o 60 fanti, et mandarlo a Livorno, ci sarebbe grato.
Ulterius vi commectiamo mandiate quì a noi tucti li huomini di Ca-
scina o preti o laici, che sieno da XIIII anni in su, lasciando so- co






lum el prete del Commissario, et in Cascina mecterete o tucti o la
maggior parte de Comandati, con qualchuno de vicini all'intorno no-
stri fedeli, come sono da Saneta Croce, Montopoli, et altri circumstanti,






et fareteli vendemmiare insino su le mura di Pisa si possibile fia. Ce-
dendo loro tucto el vino al loro uso et commodità, et loro guadagnando,
doveriamo fare questa factione volentieri. Et degli huomini di Cascina
ci mandarete nota, aciò li possiamo rassegnare.







590. (S. lm. XXI. 98). 1499, Settembre 6.




Ai Commissari al Campo.






Questa mactina vi scrivemo quanto ci occorreva circa il dispen-
sare il denaio portò secho Alexandro Alexandri. Poichè per le vostre
ultime lettere ci facevi intendere alcuno vostro provedimento, secondo




il iudicio di cotesti Signori, non essere a tempo affare alcun frueto,



|
ci è parso scrivervi la presente staffetta et imporvi che, de denari portò
il
|
|

194 G. NICASI

questa sera di poi habbiamo auto a noi buon numero di cittadini et
consultato sopra le cose di cotesto exercito, si sono resoluti, conside-
rato nel termine ci truoviamo, che sia bene cedere alla volontà di co-
testi Signori. Ma perchè noi desiderremo, poichè lo usare la forza da
cotesta banda non ci è permesso, obtenere el desiderio nostro per via
di obsidione, almancho quando non si potessi tentare la forza per laltra
via, vi imponiamo siate con cotesti Signori et ordinate che almanco la
Torre di Foce si guardi, poichè bisogna abandonare Stampace: pa-
gando a questo effecto 20 o 25 provixionati con capo fidato et buono

per la guardia di epsa.
e

591. (S. lr. XXIX. 30). Appresso Pisa, 1499, Settembre 6.

Pietro Vespucci e Galeotto dei Pazzi Commissari di Campo ai Priori di
libertà.

Mag.ci D.ni n.ri observan.mi etc. Hiersera si scripse alle S. V. a
hora una et mezo, Dipoi habbiamo una di quelle, la quale é in nel
medesimo tenore. Circa al ricordarci della guardia della torre di Foce,
si exeguirà lordine, che hiersera per la nostra si seripse, vedendo di for-
tificare, o quella, o San Pietro in Grado. Et questa mattina di nuovo
siamo stati colla S. del Cap.no, et pare a quella, per anticipare tempo,
che si dovessi subito con omni presteza far provisioni di buono numero
di marraioli et 15, o 20 legnaiuoli: et perche di questi benedetti gua-
statori non ne comparisce, di tutti quelli che mandano le S. V., el terzo,
ricorderemo a quelle che per una opera di questa importantia e vicarii
di San Miniato, o Certaldo et cosi di Lari venissino personalmente con
esso loro, che in due giorni si fortificherà quello luogo, che sarà dise-
gnato pià aproposito. Per tanto, alla havuta di questa, fatene provisione:
perché quando la si indugiassi non si potrebbe fare, per cagione che
le nostre fanterie non si potrebbono mantenere. Perche non si è pos-
suto dare a questi conestabili la paga intera, per tanti fanti quanti si
truovano. Mancherebbeci uno 500, o 600 ducati, per potere sopperire
a molte cose necessarie. La prima per mantenere queste fanterie sino a
tanto che habbiamo fortificato questi luoghi: et così le maestranze et
Bombardieri vi preghiamo che se possibile fussi, subito ne haves-
simo la quantità necessaria. Il che ci sarebbe molto a proposito, et che
fussino la metà moneta: quanto più presto si expedirà el fortificare
questo luogo, ci potremo alleggerire di molte spese che per quello non
si possono lasciare: et è opera che merita spenderci el danaio,a vo-
lere che Pisa non habbi per via di mare subvenctione:

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 195

Le munitioni con omni diligentia ci sforzeremo si salvino, et piu
honorevolmente che sarà possibile. Al bastione della Ventura in sulla
levata nostra vi manderemo, oltre a quelli conestabili che vi sono, altro

con 30, o 40 compagni.

Delle cose di Livorno, per havere proveduto le S. V.. non diremo
altro. Attendemo a tutto con ogni risparmo (sic) della Rep.ca. Bene va-
lete ex.se D. V.

(Continua)





ANEDDOTI E VARIETÀ

IL RIFIUTO DI TOBIA NONIO

AD UNA CATTEDRA DI DIRITTO NELLO STUDIO DI SIENA

Tobia Nonio, celebrato scrittore e professore di diritto
nella famosa Università di Perugia, nacque da Iacopo e da
Margherita Meniconi nel 1528 in Perugia. Dopo avere stu-
diato nella patria Università sotto Cristoforo Sassi, celebre
umanista, si dedicò allo studio del diritto, e nel 1554 ebbe
la laurea dottorale e, poco tempo dopo, ‘una cattedra d’ In-
stituta. Morto, nel 1564, Ristoro Castaldi, il Nonio fu pro-
mosso alla sua cattedra, che con altissimo onore tenne fino
all'anno di sua morte, avvenuta in Perugia medesima nel
1570, in giovane età.

Afferma il Vermiglioli che il Nonio fu nel 1563 invitato
ad insegnare nello studio di Padova, ma che, per ragioni
sconosciute, fu chiamato invece ad occupare la cattedra va-
cante Giulio Salerno dottore Pavese.

A questo onorifico invito, che torna di gran lode al dot-
tore perugino, possiamo aggiungerne un altro per niente in-
feriore a quello che al Nonio era stato fatto dalla Univer-
sità di Padova.

Rimasta vacante nel 1568 la cattedra di diritto nell’ Uni-
versità di Siena, glorioso Studio che in quel tempo special
mente per le cure assidue di Cosimo I brillava di luce sfol-
gorante, i Deputati sopra lo Studio, di pieno accordo col
Granduca, proposero al Nonio la cattedra medesima. Le con-
dizioni, come si rileva dalla lettera che qui si pubblica, non

198: M. BATTISTINI

sembrarono accettabili al Nonio, il quale, pur rilevando l'alto
onore che gli veniva fatto, declinó l'invito, in attesa di mi-
glior tempo, colla lettera seguente :

Molto Mag.ci Sig.ri miei Padroni Oss.mi

Per la benignissima lettera delle SS. VV. MM. ho co-
nosciuto quanto loro restarebbero servite ch’ io accettassi
la condotta a cotesto Studio, lo che a me parrebbe di
dover fare senza havere riguardo ad altro interesse di
Provisione si per il desiderio, che ho di corrispondere
in qualche particella all'obbligo, ch'io di già mi sento
havere a cotesto Magnifico Pubb.o della buona opinione,
che tiene di me, si anche per havere una cosi bella oc-
easione di continuare nel servitio dell'Illo et Ecc.o
Sig. Duca Sig.re e Padron commune et di tutta la
Ill.ma Casa sua, alla quale io già per altro mi tengo
obbligatissimo ; tuttavia, volendo io haver l'occhio al-
I honor mio, à me non pare di potere accettare tal con-
dotta con si poca provisione di scudi cinquecento, per-
ché il medesimo, e meglio, mi sia stato offerto altre
volte per ‘altri Studi famosi, et hoggi nella Patria mia
io habbi tanto facendo conto dello stipendio ordinario
et di altre provisioni estraordinarie, che ogni anno mi
si dànno di fermo, come ho mostrato più volte ‘allo
Ecc.o Dottor Finetto. Di modo, ch'io mi risolvo a non
venire a conclusione veruna, sopra tal negotio, fin tanto
che a me non si offriranno li ottocento scudi, et quel
tanto che ho communicato con 1’ Eccellenza del prefato
Dottore. Io non mi stenderò in dar risposta a quello che
le SS. VV. MM. mi scrivono di Pisa, nè che al Decio,
cuius calciamenta ego non sum dignus solvere, non si
desse più di scudi 500 di provisione, essendo che il pro-
ceder del mondo si vadi variando secondo i tempi, et
io sia tenuto a fare il mio, e non il conto d'altri. La
risolutione dunque di questo negocio sarà che le SS.
VV. MM. si degnino di condescendere a quel tanto ch'io
mi son lasciato intendere con l’ Eccellenza del Finetti,
et io all'hora non mancaró di accettarla; il che se-
guendo, o nò, io non per ciò ristarò già mai di esser
pronto a servire con tutto l’affetto cotesta Magnifica
Comunità in universale et in particolare; che sarà quanto
mi accade dirle per risposta della cortesissima lettera
delle SS. VV. MM., alle quali, dopo di haver baciato con







IL RIFIUTO DI TOBIA NONIO 199

riverenza le mani, li prego, in longa vita di S. S. Eccel-
l.ma e degli Ill.mi suoi figliuoli, ogni contento.

Di Perugia, li 16 di luglio 1568.

Di VV. SS. MM.






humil Servitore
Tobia Nonio.




(A tergo)
Alli Molto Mag.ci Sig.ri Padroni miei Oss.mi

Li Sig.ri di Balia Deputati sopra lo Studio di Siena per
S. E. Ill.ma (1). :






Il Granduca però non credette assegnare al Nonio gli
800 scudi da lui richiesti, e le trattative furono abbando-
nate; ed in suo luogo fu chiamato alla cattedra di Siena Il
Sigismondo Zanettini, bolognese, che in quel tempo leggeva Il
nello Studio di Macerata, il quale si contentó di una prov- |
visione o stipendio di 400 scudi. |

Nè il miglior tempo venne pel Nonio, com’egli sperava,
perchè la morte lo coglieva due anni dopo, a soli 41 anni
di età.

Il corpo del celebre dottore, con pompa solenne, fu tra-
sportato nella Chiesa di S. Fiorenzo di Perugia ove, dopo
l'orazione. funebre letta da Orazio Cardaneti, fu sepolto in
una marmorea tomba, sulla quale leggevasi:

D::07 M.
Tobiae Nonio solertissimo legum. interpraeti atq.
optimo iurisconsulto propter singularem benignitatem
et humanitatem mirifice omnibus caro
cuius universa Academia summis honoribus
prosequuta est Iacobus Nonius amantissimo
fratri cum lacrimis P.

9 vicit an. XLI, obiit VII Kal. April. M.D.L.X.X. |
incredibile sui desiderium in omnium animis |
























reliquit (2).



MARIO BATTISTINI.






* (1) Archivio di Stato di Firenze. Mediceo filza 837, carte 607; Carteggio Uni- l
versale. |
(2) G. B. VERMIGLIOLI, Biografia degli scrittori Perugini, Tomo II, pagg. 138-140. |




—— 9 $9 ———— ——



ANALECTA UMBRA

Di eose umbre seguita ancora (ad multos annos, soave ed insi-
gne Maestro!) ad occuparsi l’ illustre nostro Consocio, comm. LUIGI
Fumi, dandoci — insieme ad ALpo CERLINI —, nell’ « Archivio
Muratoriano », diretto da Virrorio FIORINI, Una continuazione or-
vietana della Cronaca di Martin Polo (Città di Castello, Lapi,
1914).

Dire dell’importanza che per la storiografia umbra ha questo
lavoro, non sarebbe possibile senza un adeguato riferimento alle
« Ephemerides Urbevetanae », edite nella monumentale Raccolta
muratoriana dal Fumi stesso, ed agli altri fonti storici regionali :
il che ci trarrebbe fuor de’ modesti confini segnati a questa ru-
brica. Ma vogliamo solo accennare alla perfezione squisita del
metodo critico ed alla mirabile diligenza diplomatica, di cui è
saggio questo lavoro, condotto specialmente su un codice recen-
temente acquistato dalla provvida cura del valoroso Bibliotecario
della Comunale perugina, conte Vincenzo Ansidei.

Molto interessante è l’esame degli storici del Cinquecento che
si servirono di questo codice, e gustosissime sono le congetture
e le indagini dei due egregi Editori sulla identità e sulla since-
rità dell’autore della Cronaca, che fu molto probabilmente uomo
di curia, assai colto ed erudito, non settario nè fazioso, ma veri-
dico ed indipendente ne' suoi giudizi.

Tutta la cospicua mèsse storica che i PP. Minori Conventuali

di Assisi, sotto l'abile direzione di mons. Faloci-Pulignani, pub-
blieano nei nutriti fascicoli della Miscellanea Francescana interessa
gli studi nostri e meriterebbe d’essere segnalata: ma dobbiamo
. p& tirannia di spazio e di metodo limitarci a indicare gli articoli
più notevoli come son quelli, per la storia agiografica, del P. Crro

























202 ANALECTA UMBRA

DA PrsamRo sul Beato Angelo Clareno, del Farocr e del P. B. Ban-
TOLOMASI sul Beato Corrado da Offida, del FALOCI stesso sul Mes- .
sale consultato da S. Francesco all’atto della conversione, del prof.
FRANCESCO PENNACCHI sul Processo per la canonizzazione di S. Pran-
cesco; per la storia letteraria, quello di P. CENCI su La Scala delle
Virtù di Jacopone da Todi; e per la storia artistica, quelli, ottimi
.ed egregiamente illustrati, del P. BoNAVENTURA MARINANGELI sui
Tesori della Basilica e del S. Convento di S. Francesco di Assisi:
editi tutti nei fascicoli I-V dell’ anno XV (1914).

Più che un semplice cenno, qual’ è consentito dall’ indole di
questa rubrica, meriterebbe il grosso e bel volume che Ascenso
RiccrerI consacra alle Memorie storiche del Comune di Marsciano
fino a tutto il secolo XVI (Assisi, Tip. Metastasio, 1914), seguen-
dole con buona critica e con sufficiente preparazione archivistica
dalle origini più remote. Nè le sue indagini limita al solo capo-
luogo (antico feudo di quella illustre schiatta de’ Bulgarelli che
sarebbe degnissima d’uno studio più profondo e completo, per cui
non difettano documenti), ma le estende con saggio criterio alle
numerose frazioni, segnalandone le vicende politiche e gli arti-
stici pregi. Di qualche interesse è pure il capitolo dedicato ai
« Marscianesi illustri » (qualifica che, a vero dire, riserveremmo
al solo Francesco Maria Ferri, buon musicista settecentesco) e
quello sulla « Storia ecclesiastica di Marsciano ».

D'epoea un po’ tarda, se vogliamo, ma sempre utile ed im-
portante per gli studi nostri è lo Statuto Marscianese del 1531,
che l’ A. ci dà integralmente nel suo bel testo cinquecentesco,
grazioso nella sua ingenua schiettezza, quasi diremmo campa-
gnuola, in confronto della vuota magniloquenza retorica degli
statuti sincroni delle città, dove l’ Umanesimo si assideva omai
in tutta la grottesca pomposità del suo cattedratico paludamento :
e tanto più buono per le indagini filologiche sul volgare umbro
questo testo marscianese in quanto arieggia la bella semplicità
delle compilazioni congeneri del secolo XIV e mostra indizî non
dubbi — a nostro modesto avviso — d’esser tolto di peso o ri-
calcato, almeno, molto fedelmente sulle orme d’una compila-
zione assai anteriore.
È con vero compiacimento che registriamo — sia pure con
qualche riserva circa al metodo critico ed alla serupolosità di-
plomatica nel riferimento delle fonti documentali — questi amo-
rosi saggi d’ illustrazione dei centri minori della nostra regione,

ANALECTA UMBRA 03

che meriterebbero tutti d’essere diligentemente studiati in una
apposita collana di monografie, delle quali — se non erriamo —
aprì egregiamente la serie, colla sua Storia di Corciano, il nostro
valente Collaboratore Roberto Collesi.

Delle Antiche pitture di Montefalco, che verso la metà del se-
colo XVI doveva esser tutta una preziosa pinacoteca di gioielli
pittorici, tratta da par suo il nostro dotto Consocio, mons. MI-
cuaeLE FALOCI PULIGNANI, nell’ « Almanacco illustrato delle fami-
glie cattoliche » (anno XX, 1915, Desclée e C., Roma, pp. 17-25).

Liberati con amorosa diligenza dallo strato di calce che li
copriva, tornano oggi alla luce squisiti lavori del Gozzoli, del Me-
sastris, dell’Alunno, del Perugino, del Melanzio, sfuggiti natural-
mente al Guardabassi e a tutti gli altri che sin qui serissero
dell’ arte nostra, e rivelano una nuova magnifica pagina inedita
della scuola umbra, già sì gloriosa.

Lasciando ai competenti della materia lo studio critico delle
opere d’arte messe in luce dall’ infaticabile ricercatore, ci limi-
tiamo a segnalare l’importanza eccezionale della sua scoperta,
permettendoci però di non consentir pienamente nelle giustifica-
zioni ch’egli concede a quei vescovi e sacerdoti che in omaggio
a vieti pregiudizi dommatici e ascetici bruttarono di calce tanti
tesori dell'arte nostra, sottraendoli all’ ammirazione e al godi-
mento estetico di più generazioni e, spesso, facilitandone i de-
turpamenti e la totale o parziale rovina. Contentiamoci piuttosto
d’esser grati a quei troppo zelanti esecutori de’ decreti Tridentini
di non aver fatto di più e di peggio e di averci conservato, co-
munque, per l’ inconscio merito dell’ imbianchino, almeno una
parte di quella riechezza artistica ch’era nelle loro pie intenzioni
distruggere per salvare l’ortodossia liturgica anche nelle espres-
sioni divine dell’arte.

Della « bella a’ suoi bei dì Rocca Paolina » di Perugia già si era
occupato con competenza ed amore G. BACILE DI CASTIGLIONE, che
oggi le dedica una dotta monografia, nitidamente stampata (Be-
rugia, Un. Tip. Coop., 1914) e riccamente illustrata.

L’ A. studia dapprima sull’esegesi de’ pochi documenti pitto-
rici superstiti la topografia della città, dal Corso a S. Giuliana, an-
teriormente alla costruzione della Rocca; indi le origini di questa,
gonnesse alla famosa guerra del sale; per darci poi una descri-
zione della fortezza e una diligente critica, quale soltanto un







204 ANALECTA UMBRA

tecnico specialista in materia poteva fare, dei disegni di Antonio
da Sangallo, conservati nelle gallerie degli Uffizî in Firenze; e
narrando in fine le ultime vicende e la inconsulta distruzione di
quel mirabile saggio della ingegneria militare italiana.

A proposito di che, tornano assai acconcie le parole con cui
si chiude la bella monografia: « In verità non si può fare a meno
di deplorare l' inveterata abitudine, che ha il popolo, nei suoi mo-
menti di collera o d’entusiasmo politico, di addentare i sassi che
non può scagliare, come se questi fossero la causa dei suoi mali.
E così in Perugia addentò e sgretolò la rocca Paolina senza ac-
corgersi che quella volta il sasso era un gioiello!... ».

Colpa de’ tempi — aggiungiamo noi — e della iniquità dei
Governi che rendon possibili le aberrazioni del gusto estetico e le
deviazioni del senso pratico del popolo, fino a condurlo al delirio
vandalico che si compiè, in un accesso di patriottismo quarantot-
tesco, al canto del famigerato coro « Mastro Peppe al Baluardo » !

Buon per noi che, in compenso della grandiosa opera, insigne
monumento dell’arte e della tirannide teocratica, ci sia rimasta,
oltre una parte delle fondamenta e delle fiancate ciclopiche (per-
chè non tutta la superba costruzione del Sangallo « fu rasa al
suolo », come inesattamente asserisce l’ A.), la sublime lirica del
Canto dell' Amore, che — veramente @re perennius — ne traman-
derà meglio che le titaniche mura ai piü lontani il ricordo, e che
per memoria di pagine tristi e grandi della nostra storia cittadina
bisognerebbe incidere ad oro sui fianchi dei massieei bastioni far-
nesiani ancora rimasti.

All’opuscolo La stampa della Divina Commedia nel XV se-
colo, pubblicato nel 1911, ANGELO MARINELLI, il valente Direttore
tecnico della Casa Lapi, ne fa ora seguire un secondo, che è un
nuovo gioiello di venustà tipografica, e che continua a svolgere
lo stesso interessante argomento pei secoli XVI e XVII (Città di
Castello, Lapi, 1915).

In questo periodo di rigoglioso meriggio per l'arte della
stampa, la regione nostra non diede alcun’edizione del Poema, come
già l'aveva data nel secolo XV colla splendida edizione folignate
del 1472, la prima fra tutte in ordine di tempo, ma ebbe tuttavia
tipografi eccellentissimi, fra cui meritamente il M. ricorda quel
Cartolari ehe sul principio del ‘500 lavorò in Perugia, e che non
solo — come il M. si esprime — « lasciò tracce non ingloriose
nell’arte della stampa », ma produsse veri e propri capolavori






ANALECTA UMBRA 205

tipografiei, che oggi formano la delizia e il desiderio dei biblio-
fili e degli amatori di cose belle e rare ad un tempo.

Dall’officina del Cartolari, che aspetta ancora un illustratore
amoroso, e che fu poi trasferita a Roma, dove la continuò con
decoro la vedova Girolama Cartolari, uscì — per tacer d’ altri
incunaboli d’ altissimo pregio tipografico e artistico — quell’ edi-
zione, che in ragione dei tempi potrebbe dirsi monumentale, degli
Statuti di Perugia in cui la bellezza e la nitidezza dei tipi gareg-
giano col fine buon gusto de’ motivi ornamentali e decorativi è
colla magnificenza squisita delle xilografie, non indegne affatto dei
prodotti mirabili della seuola Umbra, che allora trionfalmente toe-
. cava l'apogeo della sua gloria.



Del Monastero imperiale del Salvatore sul Monte Letenano, che
sorgeva sull’ Appennino di Rieti, ha narrate con molta cura le vi-
cende storiche, desunte dai pochi documenti superstiti, ILDEFONSO
ScHUSTER (in « Archivio della Società Romana di Storia Patria »,
vol. XXXVII, fasc. 3-4, pp. 392-452).

Fondato, come rilevasi dai Fasti Farfensi, nel 735, favorito
sin dai primordî dai gastaldi di Rieti, dai duchi spoletani e dai
papi, possedeva già nel secolo VIII un patrimonio tanto vasto da
gareggiare colla celebre e potentissima Badia di Farfa, che aspi-
rava a dilatarsi nell’ Umbria e nelle Marche, e che venne più
volte con esso a contrasto per pretese giurisdizionali e promiscuità
di dominî.

Sotto i Longobardi, per eredità e donazioni di grandi perso-
naggi, per acquisti, permute e concessioni pontificie e sovrane,
acerebbe ancora i suoi possessi: e allo sfasciarsi del Regno lon-
gobardo, s’acconciò facilmente — in armonia alla politica ponti-
ficia — coi nuovi signori franchi, e fu computato tra i mona-
steri .regî del nuovo regno carolingio. Dal territorio reatino i suoi
confini dilataron così nella Sabina, nell’ Abruzzo, nel Lazio e nella
Marca di Fermo, intersecandosi e frastagliandosi spesso con quelli
farfensi, tantochè a comporre le continue difficoltà di pericolosi
conflitti giurisdizionali i due abati Ugo e Landuino dovettero verso
il 1017 stabilire apposite convenzioni, e si trovaron poscia perfet-
tamente d’aecordo nel combattere le pretese dei Vescovi di Sa-
bina, e quelle della stessa Corte pontificia, che vedeva di mal’oc-
chio i potentissimi abati di Letenano vantare la propria autono-
ngia anche nei riti liturgici.

Non disinteressate benemerenze acquistò anche Ludovico II





206 ANALECTA UMBRA

verso il monastero di S. Salvatore, che nell' 891 era stato ineen-.
diato dai Saraceni; ma, al tramontare dell’astro de’ Saraceni sul
cielo d’ Italia, aveva già ricostruita la sua basilica e riacquistato
l’antico splendore.

Bella, e in taluni episodi drammatica, è la storia dell’ antica
Abbazia, cresciuta sino a signoria feudale, ein lotta talvolta an-
che d’armi colla Curia Romana e coi potenti vicini, fino all’ età
dei Comuni, quando quello reatino, rinnovando la mala gesta dei
Saraceni, arse lo splendido monastero e ne ribellò i numerosi vas-
salli, confiscando quasi intieramente a proprio vantaggio lo stato
abbaziale.

Da allora in poi questo andò rapidamente decadendo, nè val-
sero l’intervento papale e la protezione dell’ Angioino, cui si dette
il titolo di « defensor » della Badia, ad impedirne la fatale rovina.
Smembrato e ridotto ai minimi termini il suo dominio territoriale,
diminuito coll’affievolirsi del sentimento religioso e dell’ austerità
monastica de’ claustrali il suo prestigio morale, subì presto la
sorte di tanti altri nobilissimi cenobî congeneri, e, trasformato a
sfogo di velleità nepotistiche pontificie e di ambizioni di signorotti
in commenda, la sua storia perde ogni importanza politica e di-
viene semplicemente ecclesiastica, nè certo per santità di vita dei
monaci degenerati nell’ozio, nè per splendore di culto degna delle
antiche e fulgide tradizioni. Ed oggi quel tesoro grandioso di po-
tenza e bellezza è quasi del tutto perduto; della cattedrale mar-
morea, magnifica d’ opere d’ arte, degli altari, de? chiostri ricca-
mente istoriati ed adorni, dell’archivio stesso, quasi più nulla ri-
mane; e l'edera e i fiori campestri vestono oggi i ruderi del tem-
pio vetusto, chiuso al culto e deserto.

Ma, per quanto triste e dolorosa la fine d’ un de’ più insigni
monumenti della Sabina, non potremmo assoeiarei all'augurio, con
cui conclude il suo bello e dotto studio lo Schuster, che si tenti
— cioè — resuscitare omai dalle sue rovine il monastero del Le-
tenano, per farne, com’egli vagheggia, « un nuovo focolare d’ i-
deali religiosi fra il popolo e centro di progresso e di civiltà ».

Molte invero e cospicue sono le benemerenze che in quel pe-
riodo di storia si acquistarono siffatte collettività monastiche e
religiose, e grandi sono l’ammirazione e la gratitudine di cui va
ad esse debitrice l'umanità, e la coltura italica in ispecie; ma niuno
oserebbe affermare, con tutto il rispetto alla tradizione e alla sto-
ria, che certe forme di civiltà — per dirla con frase del gergo
futurista — « omai superate » possano più corrispondere ai com-

ANALECTA UMBRA ‘207

piti che in altri tempi egregiamente assolvettero, e portar quindi
nella luce de’ nuovi tempi ancora un contributo efficace alla ci-
viltà umana e al progresso sociale.

Un recente opuscolo del prof. Giuseppe FORNARESE, Sopra
Vepigrafe latina inauguratasi nel Duomo di Orvieto in memoria
dell’architetto Paolo Zampi il di VIII marzo MCMXV (Milano,
Tipografia S. Giuseppe, 1915), giustifica e spiega la ragionevole
agitazione che si è determinata nella parte più eletta della citta-
dinanza orvietana a cui non può rimaner estranea la nostra De-
putazione.

Giova quindi riassumere brevemente la storia della controver-
sia, che interessa il più insigne, forse, de’ templi dell’ Umbria, il
meraviglioso Duomo d' Orvieto.

Per rendere doveroso tributo d'onore alla memoria del bene-
merito ingegnere, che dedicò un trentennio d’attività ai ben riu-
sciti restauri del monumento famoso, la Deputazione dell’ Opera
gli decretava una lapide commemorativa da apporsi sulla catte-
drale stessa, ed invitava a dettarne 1’ epigrafe il ch. nostro Con-
socio comm. Luigi Fumi, che dello Zampi era stato il più efficace
e zelante collaboratore nelle ricerche storiche ed archivistiche,
sulla cui scòrta furon condotti i grandiosi lavori di restauro. Il
Fumi aderì con affettuosa premura all’ invito, mandando subito al
Presidente della Deputazione una iscrizione italiana, che ottenne
unanime plauso e che fa dai richiedenti qualificata degna della
« ben nota perizia dell’eccellente scrittore »: ma successivamente
pregato a dare veste latina all’ epigrafe, il Fumi — pur non dis-
simulando la difficoltà dell’assunto — accettò il nuovo compito e
lo assolse subito da par suo, inviando 1’ iscrizione che crediamo
opportuno riportare, quale suonava nell’ultima, e forse non ancor
definitiva, sua redazione:

HONORI ET MEMORIAE | PAULI ZAMPI | POLITIORIS ARTIS PERI-
TIA | ARCHITECTI CIVIBUS SUIS PROBATISSIMI | QUOD | TENPLUM AN.
MCOLXXXX | A FUNDAMENTIS EXCITATUM | MULTIMODIS POSTEA DE-
FORMATUM | SAECULARI EIUS AN. VI | AD PRISTINUM EXEMPLAR RESTI-
TUERIT | ET ALIIS QUAMPLURIBUS MUNERIBUS | AB AN. MDOCOLXXIIII
AD MCMV ABSOLUTIS | OMNIUM LAUDEM ADEPTUS | PATRIAE DECUS
GIORIAM AUXERIT | SACRAE AEDIS CURATORES | III . ID . MART .
AN . MOMXIIIH | PONENDUM CENSUERUNT,











208 ANALECTA UMBRA



All’atto però dell’apposizione della lapide, vi apparve, invece
di quest’epigrafe, un’altra recante la firma del suo autore e così
concepita :




PAULLO ZAMPI | ARCHITEOTO | QUOD . PRINCEPS . HOC . TEM-
PLUM |INGRATIS . PRAETERITORUM . TEMPORUM | MOLITIONIBUS
DEFORMATUM |IN . PRISTINAM . DIGNITATEM | AD . OPERIS . EXEM-
PLAR . REVOCAVERIT | CURATORES . AEDIS | OIVI . MERITISSIMO |
III . IDUS . MART . MOMXIIII | V. SARDI.






Non sta a noi indagare i motivi reconditi per cui la Deputa-
zione dell’ Opera giudicò di dover rifiutare, dopo averla accettata,
la prima epigrafe per dar luogo alla seconda: a noi importa solo
il cercare qual delle due meglio risponda alle esigenze delle forme
classiche e della storica verità, e quale meritasse perciò di rima-
nere ad perpetuam rei memoriam sulle pareti del magnifico tem-
pio monumentale. Indagine questa cui esaurientemente provvede
con serena e persuasiva critica la dotta disquisizione del Forna-
rese, la quale — senza irosi intenti polemici — pacatamente di-
mostra come la seconda epigrafe derivi in linea diretta dalla
prima, con poche, non sostanziali nè felici, variazioni e — in
compenso — con nessun riguardo verso il primitivo compilatore,
di cui si usufruì la letteraria fatica, mettendola poi sgarbata-
mente da parte; come nei riguardi dell’ortografia lapidaria, dello
stile epigrafico, della grammatica e della sintassi latina, della
precisione e chiarezza de’ vocaboli, 1’ iserizione prescelta pecchi
assai gravemente, offendendo anche — ciò ch’ è più grave — la
storica esattezza delle notizie che si vollero ai posteri tramandate,
risultando da essa che il lavoro dello Zampi è consistito nell’ ab-
battere opere di muratura (« molitionibus deformatum »), mentre
in realtà il merito esclusivo delle sue innovazioni sta appunto nel-
l'aver tolto gli stucchi e le pitture dei secoli XVII e XVIII, che
erano stati inconsultamente aggiunti nelle pareti, riportandone la
decorazione alla sua primitiva e classica semplicità; come infine l’e-
pigrafe oggi incisa taccia particolari di essenziale importanza,
come quelli della indicazione del tempo in cui i lavori, di cui si
volle eternar il ricordo, furono eseguiti, della postuma onoranza
resa al valoroso architetto, della data precisa in cui tale onoranza
fu decretata.

































Ciò posto, è lecito domandarsi : può seriamente e spassiona-
tamente permettersi che in un monumento solenne, decoro e vanto

ANALECTA UMBRA 209

d'Orvieto e dell' Umbria nostra, perduri lo sconeio di una siffatta
epigrafe che — volendo anehe valerei di garbati eufemismi del
prof. Fornarese — dobbiamo di necessità qualificare per lo meno
come « formalmente poco corretta, sostanzialmente non esatta »?

O non piuttosto è da augurare che l' Opera del Duomo pre-
stan orecchio a critiche legittime e doverose, passando sopra an-
cora una volta a riguardi e a suscettibilità personali che — data
| importanza della questione — sarebber colpevoli, s’ induca a ri-
prender la cosa in esame o, meglio, a sottoporla al giudizio di
persona d’alta e assoluta competenza, che suggerisca autorevol-
‘mente ciò che, allo stato degli atti, 6 da fare: per non eternare
sulle sacre pareti del magnifico tempio un documento troppo mi-
serando della coltura, del buon gusto classico, della saggezza del
mostro civilissimo « secol fumoso, che chiamiam dei lumi »?

AI buon senso degli attuali preposti alla cura della cattedrale
superba, geloso retaggio della magnificenza de’ padri, il risponder,
nel modo più conveniente pel loro decoro e pel decoro dell’ Um-
bria nostra, all’ arduo quesito !....

Cronaca Artistica. — Dal « Bollettino d’ Arte del Ministero
della P. I. (fase. X-XII dell'anno VIII) spigoliamo qnalehe. noti-
zia relativa a monumenti ed opere insigni dell' Umbria nostra:

sono stati approvati (era l'ora, finalmente!...) lavori di re-
stauro al Palazzo Ducale di Gubbio, per oltre 4 mila lire; al-
trettanto si è fatto per i pregevoli affreschi della chiesa di S. Ago-
stino a Montefalco ;

a Trevi si sono ultimati e collaudati i lavori di restauro
eseguiti dal prof. Giuseppe Colarieti-Tosti ai quadri della Civica
Galleria, e particolarmente alla grande pala d’altare di Giovanni
Spagna e al Presepio a tempera di un seguace di Giusto di Gand,
dopo aver riunita a questa tela l’altra della stessa mano, rappre-
sentante il Crocifisso, che esisteva già sopra un altare a destra
della chiesa di S. Francesco e che col Presepio costituiva un gon-
faloncino a due faccie (ottimamente — commentiamo noi);

pel Campanile del Duomo di “odi il Consiglio Superiore
per le Antichità e Belle Arti ha ritenuto che non debbano in al-
cun modo esser modificate le attuali linee della facciata e del cam-
panile del Duomo, che costituiscono uno dei più belli esempi del-
l’arte architettonica; ha espresso il parere che debbasi assoluta-
mente respingere il progetto presentato dalle Sovrintendenze, an-

tO





enne







210 ANALECTA UMBRA

che per la parte che riguarda il coronamento del Campanile, do-
vendosi limitare il progetto medesimo, ove sia ben provato che
occorra, a semplici opere di consolidamento, senza alcuna tra-
sformazione delle forme attuali ;

pel Palazzo del Popolo in Orvieto il Consiglio stesso ha ap-
provate le modificazioni suggerite al progetto Zampi dalla Sovrin-
tendenza ai monumenti di Perugia circa il coronamento dell’ edi-
ficio;

a cura della Sovrintendenza dei monumenti dell’ Umbria
furono eseguiti importanti restauri alla Basilica ed ex-Convento
di S. Francesco, alla Cattedrale di S. Rufino, alla chiesa della
Confraternita di S. Rufinuccio di S. Maria degli Angeli in Assisi;
all’ ex-Convento di S. Domenico ed alla sagrestia della chiesa del-
l' Annunziata a Bevagna (dove fu interamente scoperto e acqui-
stato dallo Stato un grandioso mosaico romano, rappresentante
Nettuno e animali marini); e buone provvidenze sono state prese
anche per la conservazione del Tempietto sul Clitunno a Campello
di Spoleto.

Nel fase. VII poi dello stesso anno 1914 è un ricordo bio-bi-
bliografico del nostro caro e rimpianto amico e collega, prof. Gru-
SEPPE SORDINI, che fu dotto e valentissimo funzionario dell’ Am-
ministrazione delle Antichità e Belle Arti.

GIUSTINIANO DEGLI Azzi.

———.. ©


























PER L'EDIZIONE DELL’ALESSANDREIDE

DI

WILICHINO DA SPOLETO

Nessuna notizia abbiamo sulla vita di questo scrittore
spoletino del secolo XIII; ne ignoriamo anzi anche il nome
dacchè Wilichino non è altro che un appellativo generico
datogli dagli antichi tedeschi come ad altri nostri connazio-
nali (1). Solo ci consta che fu o judex o magister (v. codd.
L e P); e, scorrendo le carte dell’ epoca, possiamo credere
d’aver trovato con molta probabilità una identificazione di
Wilichino con un cursor del vescovo di. Volterra, ricordato
in un documento del 1234, sottoscritto apud Vechennam (2)
in curia domini episcopi.

Meglio è nota la sua operosità letteraria. Il SIMLER (J5i-
bliotheca etc.; Tiguri, 1514) cita: « Wuilkinus de Spoleto ita-
lus officio judex sub Friderico Caesare metrice composuit
istoriam Alexandri Macedoniae regis libros 3, De Providen-
tia divina librum 1, Gesta Friderici quoque librum 1 et alia.
Claruit a. d. 1286 ». — E ii Vossius (De hist. lat.; Lugd.
Bat. 1651, p. 184) dal canto suo: « Wilkinus de Spoleto ita-
lus officio iudex fuit temporibus Frederici Bavari (!) ae car-
mine scripsit libros tres de gestis Alexandri Magni, item li-
brum unum de gestis Frederici Caesaris atque alia » (cfr.
IACOBILLI, Bibl. Umbriae; Fulg. 1658, p. 281).

Lasciando stare le altre opere di Wilichino in parte,
sembra, perdute, ci limiteremo qui a trattare dell’ Alessan-

(1) V. PIERGILI in Giovarie Umbria, I, 10; SALZA, ibid., I, 8,
€ (2) Im val di Cornia, prov. di Grosseto: REPETTI. Vechenna non va confusa, come
fa malamente il Neuling, con Picchena in Val d'Elsa prov. di Siena.

15 |l
|
il
Il

Mt re ento ee











219 S. FERRI

dreide. In linea generale possiamo dire che essa deriva dalla
Historia de preliis, notissima compilazione dell’ arciprete
Leone, e precisamente dalla redazione comunemente detta
J 3 di essa Historia (1). Questo, in breve, il sunto: Il re
Nettanebo, un Faraone d'Egitto, con un inganno di natura
magica riesce ad accostare Olimpiade, moglie del Re Filippo,
e, sotto l'apparenza di un drago, la rende madre. Il fanciullo
eresce e dimostra l'alta origine sua compiendo ogni sorta di
prodezze. Morto il padre, Alessandro inizia la guerra contro
Dario; dopo due vittorie, la Persia é sottomessa e Dario uc-
ciso. Poscia prosegue verso l'India, che occupa in gran parte
vincendo il Re Poro. Qui comincia il lato più favoloso del poe-
ma: Alessandro attraversa luoghi incantati, foreste con uccelli
parlanti, vede fiere mostruose, scende al fondo del mare,
sale alle altitudini celesti; finché ritorna nella capitale di
Dario, dove si incorona, ed é poco dopo sorpreso dalla morte.
Queste le grandi linee del romanzo, in cui trovano luogo
una infinità di episodi: la rivolta e la distruziune di Tebe;
la presa di Tiro, la visita a Gerusalemme, la fondazione di
Alessandria, le lettere a Aristotile, alla madre, a Dario, a
Poro, a Candace, alla regina delle Amazzoni, il colloquio coi
bramini indiani, la segregazione dei popoli immondi, e così
via.

Soltanto però dopo una accurata edizione potremo col.
locare nel suo vero posto e in tutte le sue parti il presente
poemetto nel mare magnum della tradizione romanzesca in-
torno ad Alessandro Magno. A questo fine intendiamo ap-
punto portare qualche contributo colla presente ricerca, la
quale accresce il materiale di studio e potrà forse aprir la
via ad altri. Ecco intanto la lista dei codici presentemente
conosciuti (2):

(1) PFISTER in Rhein Museum, 66 (1911), p. 464, n. 1: id. in Sitzungsberichte der
Heidelb. Akad. d. Wiss., 1914, n. 11.

(2) Cfr. NEULING, Paul und Br. Beitráge X 2: Halle 1885. Di altri codici che cita
il MEYER in Romania X, 533 sg. (Bibl. Torino H. 3, 26 cf. Pasini II, 111; Edimburgo,















































Bibl. degli avvocati 18, 4, 9; Bodleiana 814; id. 496; Bibl. di Trento) troppe poche
notizie ho per tenerne conto. Oltre a questi é lecito indurre che ne esistano ancora

* altri nelle varie biblioteche d'Italia e fuori d'Italia, data la parallela diffusione della
Historia de preliis che è la fonte di Wilichino.

del Dr. Paolo Lorenzetti quella di L.

PER L' EDIZIONE DELL'ALESSANDREIDE DI WILICHINO 213

1. — P. Bibl. naz. di Parigi ms. lat. 8501 perg. sec. XIV. L’ Alexan-

dreis 6 contenuta nei ff. 61-89 cfr. Notices ete. XIII 2 p. 207
sgg. — « Ineipit ystoria Alexandri regis a magistro Quilichino
metrice edita » — e termina cogli epitafi scritti sulla tomba di
Alessandro: « heec epitafia sunt seripta super tumulum Alexandri
regis ». — Manea il prohemium che compare nei codici L V B
(F) € M.

— L. Laurenziana Plut. 89 inf. 46 cart. sec. XIV (efr. Bandini III

411). « Ineipit prohemium in Historia Alexandri regis Macedonie
a Vilichino iudice cive spolentino metrice composita ». Termina
con una sentenza morale: « completa istoria querat dietator huius
operis cur Deus fecit omnia mutabilia et incostantia ete». Man-
cano gli epitafi di P.

3. — V. Kais. kgl. Hofbibliothek in Wien, ms. 3154 cart. misc. scritto

a Roma il 1432. Mancano gli epitafi e la firma metrica dell’ au-
tore che compare, sebbene non identica, in P ed L (vedi sotto).

— F. Bibliothek des kgl. Friedrich-Wilhelm-Gymnasium in Frankfurt

Od.: ms. 19. Scritto nel 1464 dal podestà Franciscus Feroldus.
Mutilo in principio. Mancano gli epitafi.

— B. Kgl. Bibliothek in Berlin (bibl. reg - theol. f. 194) cart. miscell.

f. 105-196; a. 1471. Manca la firma metrica (contenuta in PL FC);
seguono invece le sentenze morali (L) e gli epitafi (P). Precede
il solito proemio.

— C. Bibl. del Seminario di S. Caterina in Pisa; ms. 136 f. 1-27;

cart. misc. sec. XV. Proemio e firma metrica. Cfr. VITELLI, Codi-
ces Pisani latini in Studi It. di Fil. classica VIII 381 sg.

— M. Bib. Marucelliana Firenze, ms. C. 323 f. 23-102 cart. e membr.

sec. XIV. Proemio e firma metrica.

Concludendo, in P manca il proemio; soltanto P e B hanno gli
epitafi ; soltanto L V F B hanno la sentenza morale; solo PL PCM
portano.la firma dell' autore. Per quanto riguarda le rubriche i codd.

Altre notizie in un articolo del SaLza in Giovane Umbria, I, 8. GRION, I nobili

fatti di A. M. Bologna, 1872 p. CXXXVII. Per la storia di questo periodo vedi SANSI
Storia del Comune di Spoleto I, Foligno 1879, p. 26 sgg.: IDEM, Documenti storici
etc., ibid. p. 197 sgg.

ebbo alla cortesia del prof. Amos Parducci la collazione di P, e all' amicizia






















214 S. FERRI

si dividono in due gruppi: L V B colle rubriche; e P F C M i quali
non le hanno (in C terminano al f. 11).

Ecco alcuni passi tolti qua e là dal poema secondo le
varie esigenze, numerati, così ad arbitrio, nell'ordine in cui
si presentano.

E

Ystoriam dictam dictavit carmine quidam
qui Wilichinus nomine dictus erat.
civis Spolenti dum esset apud Recanatum
illie versifieans condidit ista metra
post natum Cristum sunt anni mille ducenti
terque duodeni quando fit istud. opus.
et correxit opus anno durante secundo
ut sibi dictanti musa magistra dedit.
Gregorius nonus tunc Petri sedem regebat
10 romanus princeps tunc Fredericus erat (*).

PLFOM

l istoriam P, historiam LF| 2 Qual. L, Vil. F, Guil. C, Quil. P, Vill. M |3 Spo-
leti FCM; Racanatum FC, Racanetum M; dum staret FCM | cum fit PLF | 7-10 PFOM
17 sequenti C, durante modo sequenti M | 8 dictandi M, et sic dictanti P | 9 sede se-
debat FC, sede tenebat M | 10 Federicus F.

(*) Degna di nota é la firma metrica nel ms. di Edimburgo, riportata dal MEYER
e dal PIERGILI /occ. cit. — Vien fatto di pensare a una redazione interpolata di Wi-
lichino; forse é accaduto per questo poemetto quello che si verifica per lo Pseudo
Callistene e per la Historia de Preliis?
Ecco il brano: *
Historiam dictam dictavit carmine quidam
Qui Qualichinus nomine dictus erat:
Civis Spolenti dum esset apud Racanatum
Illic versificans condidit ista metra.
Post natum Christum sunt anni mille ducenti
Terque duodeni quando fit istud opus
Et correxit opus anno durante sequenti
Ut sibi dictanti consulit ipse Deus.
Romanus princeps Fridericus sceptra tenebat
Siciliam regnum Jerusalemque regens
Quando devicit reprobos stravitque rebelles
Inter Lombardos qui caruere fide.
Non omnes caruere fide, pars magna remansit,
Quae domino proprio subdita rite fuit.
Sunt alibi scripta praeconia principis huius
Qua» Quilichinus edidit ipse metro.

PER L' EDIZIONE DELL'ALESSANDREIDE DI WILICHINO 216

[rubrica: de Artaxerse rege Persarum qui ivit contra Nectanabum et de fuga Nec-
tanabi in Macedonia LVB; om. PFC]
PVBFCM
1 Artasasses P, Artraxerxes 8; tum PF VB, cum tune M | 2 Natanebum P, Nep-
tanabum 7, Netanabum VBOC, Nett. M; centum Nat. quid superere P, contra N. ut
superaret VB|4 ignotus cum sit M|56 om. MF |5 non cognitus ipse C, incognitus
ipse VB|6 doctrinas magicas P|7 linquit F|9 dum scire nequeunt qua P, nequit
scire V; om. versum B|11 responsum Serapis aegypti regna reliquid P (reliquit B) ;
respondit C| 12 VBC; huius sua regna petenti P; sane sua regna petet F;rex sua
M|13 componere 5|14 regna VB, terra P, tecta FC| 15 h. quedam statue fabri-
cantur P, h. ingens st. V, h. maxima st. 8 | 16 Seraphis B. i

II.

Tune Artaxerxes Persarum rex veniebat
contra Nectanabum quod superaret eum.

Nectanabus fugiens Macedum tunc regna petivit ;
ignotus mansit et vagus hospes ibi.

more peregrini non cognitus ibi manebat
doctrinis magicis queque futura docens,

et quia Nectanabus liquit sua regna latenter
Egipti populus undique querit eum.
dum nequeunt scire qua mundi parte lateret

responsum Sarapis regia turba petit.
respondet Sarapis: Egipti regna reliquit ;

post modicum tempus is sua regna petet ;
namque senectutem debet deponere totam

et iuvenis veniet ad sua tecta cito.
hine quedam statua fabricatur in eius honorem,

responsum Sarapis scribitur in statua.

TIL.

Dum simul in mensa rex et regina sederent
cum sonito ludens affuit ille draco.

ETJTOVBSM
' Lsederet M | 2 laudans aufugit F, ridens adfuit P.

IV

Ex regis parte multa caterva cadit

inter quos Sanson qui conducebat eosdem
pugnando cedidit; rex dolet inde nimis.

audit Alexander quod victus sit Meleager,
illi suecurit et capit inde Gadir.







216 S. FERRI

PLFOVBM

1 ex parte regis C | 2 Sason P, Samson 7, Iudas V, Iudas no. machabaeus (sic)
B|4 fuit Mel. B|5 subcurrit L, succurunt P; concutiens undique G. V; iliic
currunt cives undique G. B; ipse G. M.

M.

Cyrus Persarum rex magnus struxerat olim
regalem sedem que fabricata fuit.

miris seulpturis gemmis splendebat et auro
que septem cubitis eminet alta satis.

et septem gradibus altis ibatur ad ipsam
quorum materies sie variata fuit.

primus ametistus, species secunda smaragdus
atque topacius est tercius ex gradibus.

PLIEOCIY-—BM

1-2 Tyrus P. r. m. st. o. r. s. q. f. f LVB; tune sedit sede quam Tyrus stru-
serat olim structuris variis sic variata manet P; tunc sedit sede quam Cyrus strux.
ol. structuris variis que variata manet FCM|3 miris scruturis geminis (sic) splen-
desit P; sculturis ... splendebit L; splendescit FCM |4 settem L; cupitis M;|5 set^
tem L; cupitis M; ipsum VB; illam P6 vocitata fuit VB; variata manet P|7 sic
L sed speties; hic ametistus adest speciesque selecta smeradus P; hie am. ad. sp.
sec. smaragdi F, .. smaraldus C; primus amethisti species secundus smaragdis V5;
splendensque secunda smaragdus M|8 topatius, tertius L, tertius M; theoposius B5;
thop. V.

VI:

Gentes immundas que tartara turba vocatnr
post hec rex magnus clausit in arta loca.

hoc est viginti reges horumque catervas
binis adiunctis ut docet ystoria.

per magicas artes rex magnus clausit easdem

ne mundi regio contaminata foret.
hee sunt Gog, sunt atque Magog, nec nomina cuncta
expedit ut narrent carmina nostra tibi.
aspicias prosam que narrat nomina cuncta,
versus non patitur singula verba loqui.
est locus ad partes orientis et undique clausus
ex magnis ripis sed patet una via.
introitus talis vocitatur caspia porta;
illie rex magnus arte retrusit eas.
illie sunt urbes sunt ville sunt quoque castra,

PER L'EDIZIONE DELL'ALESSANDREIDE DI WILICHINO

gentibus hiis tellus illa repleta manet.
sed cur hee gentes immunde sunt vocitate
forsan narrabunt carmina nostra tibi.
eredo quod hee gentes commedebant omnia cruda
et porcorum more vivere ritus erat.
aut contra mores humanos forte coybant ;
hine gens immunda gens ea dicta fuit.
et quia rex timuit ne gens ea crescat in orbe
hine magnus princeps illico trusit eas.
tradunt iudei nec ab his sacra pagina distat
quod gens hebrea multa reclusa fuit,
nam rex Salmanasar captivos duxit hebreos
qui rex assirie tune quoque magnus erat.
namque tribus denas cepit rex assiriorum,
Iudas Benqueiamin tunc tenuere lares.
post longum tempus macedum rex clausit easdem,
qui sunt inclusi iugiter usque modo.
hos antieristus post ad sua tecta reducet
ut tradunt quidam qui sacra scripta legunt.
PLCM
1 inmundas ZL; tratera corr tart. P| 3 est om. L; hec quoque viginti P|4 denis
aiunctis ut docet ystoriam (sic) P; ut iacet M|5 eosdem LM|7 hee sunt gog sunt
eciam atque magog (cetera om.) P; hee sunt og sunt atque mageg nec omnia cuncta L;
goth .. magoth M | 8-9 om. M|8 narent P, narret L | 9 narat P; carmina cunota CL ||
post. v. 10 inserit L: hec est prosa iunii camaruna artinei|og amagog iulii cha-
chonii sarimei| agethan kanicei annade saltarii | nageh hedunni grimardi konice-
san (supra: q die F)| Oleathar camarte arnafrogi philoni | apodine fabellei tarbe
alarii | preterea inclusit decem tribus filiorum israel sed iudam et benia | min non
inclusit quosdam. etiam dicunt quod inclusit novem tribus et mediam tribum levi
alii dicunt quod inclusit mediam tribum manasse || 11 et locus L; clausis P | 12 paret
P; pate ipsa via M|14 reclusit, om. eas P; eos M; retruxit eos L|15 quaque C;
om. castra P | 17 inmunde L, in munde P|18 narabunt P, narrabant L| 19 come-
debant P|20 pecorum LM; more ruit' el erat P|21 om. L; cohibant C|22 hic L,
huic P; inmunda L; hea PL|23 rex magnus timuit ne gens ea crescat (cetera omi-
sit) P; hea L| 24 hin L; trassit L; eos M|25 judei C; ab iis sacra pagine distat L |
26 qui gens P; ebrea L | 27 rex om. M; Salmanassar L ; Samanasar catulos P; ebreos
L|28 asirie P|29 asyriorum P|30 Iudasque benianim 7; Iudas beniamin M; Iudas
benique genum (sic) tunc retinere l. P|31 per magnum t. X; macedon Pi; trusit
eosdem A; 32 iungiter P; usque meo L 33 nunc a sua culta reducet M | 34 tradant
L; sascripta M.

I due gruppi di codici cui sopra abbiamo accennato si
‘defineano ancora di piü: L V B da un lato, P F C M dal-
l’altra; valgano a questo proposito come tipici i vv. V 1-3,











218 S. FERRI

1; II 2, 5 etc. Sappiamo d'altra parte, quanto alla tradizione
del testo, che Wilichino corresse (I) il poema due anni dopo
la prima stesura. Associando a questa notizia lo stato di fatto
dei nostri mss., dei quali solo P F C M hanno intero il brano I
ed L i vv. 1-6, si presenta naturalmente quest'albero (trala-
scio la relazione fra i codici dei due gruppi, come malsi-
cura data la scarsità del materiale):

x’ (1236)
/ \
Jc

x” (1238)

N
N

\
\

PFCM

Ma, oltrechè su alcune difficoltà formali che ci possono
lasciare id dubbio (p. e IV 5; III 2; II 12, VI 9), converrà
che fissiamo la nostra attenzione su due fatti: la natura della
correzione del 1238, e il carattere del poema connesso alla
Spiccata personalità di Wilichino.

Anzitutto i quattro versi che ci avvertono della corre-
Zione sono certamente posteriori alla correzione stessa, e
forse neppure usciti dalla penna dell'autore:

et correxit opus anno durante secundo
ut sibi dictanti musa magistra dedit.
Gregorius nonus tunc Petri sedem regedat
romanus princeps tune Fredericus erat,

mentre i vv. 5 sgg. non lasciano alcun dubbio sulla loro
autenticità :
post natum Cristum sunt anni mille ducenti
terque duodeni cum fit istud opus.
Perció puó avere un valore decisivo la mancanza di I
1-10 in L quando V P non hanno neppure I 1.6? Inoltre le
lezioni di L sono spesso ottime, valga p. e. V 7

primus ametistus, species secunda smaragdus ;

PER L'EDIZIONE DELL'ALESSANDREIDE DI WILICHINO 919

nel qual caso difficilmente potremo pensare ad un' ulteriore
correzione nel senso di P F C dovuta al gusto di Wilichino.
Ancora in VI 20 L (M) leggendo « et pecorum » osserverebbe
quelle regole di prosodia che P C talora dimenticano. Tendo
insomma con ciò ad annullare ogni relazione fra i due gruppi
di mss. e la duplice redazione. Questa e quelli esistono, ma
debbono essere più indipendenti di quanto si creda. Quando
poi si pensi alla natura di questa e altre consimili opere, le
quali, togliendo la materia dalla viva leggenda popolare, ven-
gono in seguito considerate come patrimonio comune, ed
esposte alle correzioni capricciose di questo o quel privato,
non sembrerà strano che io proponga questo diagramma:

x

steso nel 1236
corretto nel 1238



|
LVB . PORM

E venendo allatto pratico, scartati V B come inutili a
lato di L, ed F come copia contemporanea di C (o almeno
dallo stesso apografo onde C), credo che si possa condurre
una ottima edizione, oltreché facile e comoda, sui due codici
italiani C ed L; gioverà tutt’ al più talvolta il confronto con
P ed M. Termino coll’ augurio che questa edizione del no-
stro poema sia presto un fatto compiuto.

Lucca, Marzo 1915.
SiLvio FERRI.








|



|
Il
|
|
|



ll
Il
|
Il
I





« BARTOLOMEUS DE GABRIELLIBUS DE REGNO FRANCIE »

E

«UGO DE BELCIAMPOLO DE INGILTERRA »

Conestabili al servizio del Comune di Perugia nel 1321 (*)

NOTE E DOCUMENTI.

Per illustrare questi pochi documenti riguardanti i due
Conestabili stranieri, chiamati nel 1321 al soldo di Perugia,
non dovremo dimenticare le condizioni speciali della nostra
città al priucipio del sec. XIV, quando si acuivano le lotte
tra Guelfi e Ghibellini (1). 0

Sotto le vermiglie insegne del Grifone si raccoglievano
i Guelfi dell’ Umbria; e il Comune di Perugia, per l’ indebo-
limento della potestà temporale di Roma trasferitasi in Avi-
gnone, consolidava le basi di quel piccolo Stato, che conti-
nuò ad aumentare la floridezza e la potenza sino alla venuta
del cardinale Albornoz in Italia. I confini dello Stato peru-
gino si estendevano a tutta l’alta Umbria e da questa passa-
vano in territorio marchigiano con Cagli e Sassoferrato, per
.ridiseendere con Nocera e Gualdo sino a Cerreto di Spoleto

(*) AVVERTENZA. — Un primo saggio di questo studio fu dagli egregi Colleghi
conte dott. Vincenzo Ansidei e dott. Francesco Briganti pubblicato nel giugno scorso per le
fauste nozze della gentile signorina MADDALENA SCALVANTI col rag. LUIGI SAN-
TINI, ed era nell'elegante opuscolo nuziale preceduto da un’affettuosa lettera dedica-
toria al padre della sposa, il ch. prof. cav. avv. OSCAR SCALVANTI, per tanti anni

infaticabile Segretario e poi Presidente della nostra Deputazione, del quale dobbiamo
ora purtroppo lamentare la dolorosissima perdita.
& i LA DIREZIONE.
(1) Per tutte le notizie storiche da noi citate in questo articolo vedi: PELLINI
P., Delle historie di Perugia, vol. I.

229 ANSIDEI-BRIGANTI

e a Porcaria; e dal Jato di ponente comprendevano il ferti-
lissimo territorio del Chiugi, che si allargava fino a Monte-
pulciano e Sarteano (1).

La Repubblica Perugina sentivasi in quest’ epoca così
forte, ed era tenuta in tanta considerazione, da intervenire
nelle vicende politiche d’Italia, come accadeva nel 1310
quando, unitamente con gli altri Comuni, si oppose alla re-
staurazione dell’ orgoglioso imperialismo di oltr' Alpe. Rima-
sero con essa uniti in lega Firenze, Siena, Lucca, Roberto
re di Napoli e moltissimi altri piccoli Comuni, che si oppo-
sero ad Arrigo VII di Lussemburgo, disceso in Italia per
cingere là corona del sacro romano Impero.

La lusinghiera posizione politica influiva sulla prosperità
della vita cittadina. Nel tempo, cui si riferiscono i nostri do-
cumenti, vediamo sorgere il superbo Palazzo del Popolo;
era condotto a termine l'acquedotto; veniva censita la pro-
prietà fondiaria; coniavasi la moneta, con l’ordine espresso
che nel nostro territorio dovesse spendersi solo quella uscita
dalla zecca perugina; nuovo incremento davasi all’ Univer-
sità (2) con accrescerla della facoltà di medicina e con l’ invi-
tarvi insigni professori, de’ quali mai come in quest’ anno
(1321) fu fatta ricerca. Fu in questo periodo che i Magi-
strati Perugini più e più volte premurosamente si adopera-
rono perchè rimanesse in Perugia il celebre giurista Iacopo
di Belviso maestro di Bartolo, e della fiducia che il Comune
riponeva nel sommo giureconsulto bolognese si ha una prova
anche in uno dei documenti che qui pubblichiamo (n. IX) (3).
Non mancarono infine provvedimenti legislativi e finanziari
per lo sviluppo economico della vita cittadina.

(1) BRIGANTI F., Città dominanti e Comuni minori nel medio evo con speciale
riguardo alla Repubblica Perugina. Perugia, 1906. ,

(2) ScALvANTI O. Cenni storici della Università di Perugia. Perugia, 1910.

(3) Per la cura che il Comune di Perugia ebbe perché l' insegnamento del Bel-
viso non venisse a mancare nello studio perugino vedi in Giornale di Erudizione
Artistica, ROSSI A., Documenti per la storia dell’Università di Perugia (n. 5, 6, 13,
25, 33, 39).

BARTOLOMEUS DE GABRIELLIBUS, ECC.

*
* *

Il benessere della novella Repubblica non faceva tut-
tavia cessare le ire di parte che fomentavano quelle piccole
guerre medioevali. Tutti i cittadini erano soggetti al servizio
militare; dediti peró alle industrie e al commercio, comincia-
vano à discostarsi dalle abitudini guerresche, assoldando dei
Condottieri appartenenti spesso a nazionalità straniere, tra
le quali primeggiavano i Francesi, gl’ Inglesi, i Catalani e
ben più rari erano i Teutonici. Anzi in taluni casi era e-
spressamente stabilito nelle condotte di uomini d’arme che
nessun Italiano dovesse far parte delle comitive assoldate, e
di questa disposizione abbiamo un esempio nel nostro docu-
mento n. XI, ove è espressamente pattuito che i cento ca-
valieri della comitiva di Bartolomeo Gabrielli fossero tutti
« ultramontani sine aliquo italiano ». Questi venturieri, che
passavano da Comune a Comune in cerca di più lauti sti-
pendi, non affievolirono però in Perugia la bella tradizione delle
armi, mantenutasi viva con i Della Cornia, i Baglioni, i Degli
Oddi, i Della Staffa, i Michelotti, i Montesperelli, i Vincioli;
della quale ultima famiglia fu celebre in quest’ epoca quel
Vinciolo, che poi morì combattendo contro i Turchi sotto le
mura di Smirne (1526).

Correva l'anno 1320 quando i Ghibellini di Spoleto, ani-
mati dalle vittorie dei loro amici di Toscana sotto Castruccio
Castracane, e con l’aiuto di quelli della Marca e del conte
Federico di Montefeltro, cacciarono i Guelfi dalla loro città (1).
Accorsero i Perugini con il loro esercito e dopo lunga battaglia
riuscirono vincitori. La mossa dei Ghibellini di Spoleto aveva
eccitato alla ribellione anche la città di Assisi, contro cui

la guerra fu più passionata ed iniqua. Per rinforzare le mi-
lizie cittadine vennero condotti ai nostri stipendi Bernardo
di Sala e Guglielmo di Arnaldo, ambedue di Tolosa, do-
34 ——

(1) Su Federico di Montefeltro v. i docc. X e XI

224 ANSIDEI-BRIGANTI

mandaronsi aiuti alle città vicine, e fu provveduto ad un
nuovo istrumento bellico, come narra lo storico Pellini: et ad
uno di quei forti intorno ad Ascisi vi fu mandato un pezzo di

artigliaria da essi chiamato spingarda. ;

Né questa novità di armi, né la devastazione del terri-
torio assisano con la demolizione di Torranca e con la distru-
zione dell' Isola Romanesca (oggi Bastia) valsero ad intimorire
la città ribelle. Si sentì il bisogno ancora di rafforzare l'e-
sercito e i Priori mandarono ambasciatori a Firenze (1) per
richiedere il condottiero Bartolomeo Gabrielli, soggetto di
questa nostra breve pubblicazione, e Uberto di Monsabio,
il quale ultimo non accettó l'invito. Ció non bastando, per
condurre a termine la guerra nel piü breve termine pos-
sibile si pensó ad una mobilitazione generale, che, a quanto
sembra non preoccupò troppo quei nostri antenati molto adu-
sati alle vicende guerresche.

Passando in rassegna tutti i decreti emanati in que-
stanno (1321), ci risulta come la mobilitazione fu condotta
nel modo più intenso e la nostra piccola Repubblica rimase
in pieno stato di guerra. Venne creato con pieni poteri uno
speciale Magistrato: La Commissione dei Dieci sopra la guerra.
Tutti gli uomini dai 16 ai 60 anni avevano ricevuto 1’ ordine
nel marzo del 1321 di trovarsi pronti alle armi, e nemmeno
furono esenti quelli che ricoprivano dei pubblici uffici; si
decretavano le ferie per le cause civili e nessuno doveva
essere messo in prigione per debiti; per quanto riguarda la
parte finanziaria, veniva intensificata l’esazione delle imposte,
e se ne escogitavano delle nuove; vendevansi 11,000 corbe
di grano del Chiugi, e le rendite del Trasimeno, appaltate
per cinque anni, davano 102,500 libre di danari. Non man-

(1) Vedi Documento N. 1.





BARTOLOMEUS DE GABRIELLIBUS, ECC. 225

cavano la requisizione dei quadrupedi (1), il controllo della
corrispondenza epistolare e, quello che non potrebbe acca-
dere ai nostri giorni, l'ordine di non aprire botteghe (eccet-
tuate peró quelle degli armaiuoli) sino al ritorno dell'eser-
cito. Dice il Bonazzi che a quei tempi abbisognavano colpi
di scena per fare effetto sulle fantasie popolari, e narra altri
esempi di questa strana disposizione.

Quanto poi al segreto epistolare, le disposizioni furono
assai dettagliate e riescono interessanti, avuto riguardo al limi-
tato sviluppo del servizio postale di quel tempo. Stabilivasi che
non si potessero scrivere o mandare lettere né al Ponte-
fice, né al Re Roberto, né ai Cardinali, nè al Duca di Spo-
leto, né al Marchese di Ancona, né ad alcun altro Principe,
se le lettere non fossero primieramente scritte dal notaro
delle Riformagioni e poi lette nel Consiglio Generale, e ciò
« affinchè in cose simili non venisse defraudato l’onor del
« pubblico dai particolari, con anteporre.i lor comodi all’u-
« tile universale, et con levar lettere eziandio sigillate col
« sigillo dei Priori, senza che essi notizia alcuna ne aves-
« sero ». Da ció si arguisce come dopo ben sei secoli non
cambia punto il carattere umano, quando ancor oggi si la-
menta, che qualcuno abbia potuto tradire i segreti riguar-
danti gli affari supremi delle nazioni.



Il nostro Bartolomeo Gabrielli di Francia, come già si
é detto, accettava l'invito di venire al soldo del comune di
Perugia, e il 13 aprile 1321 (2) trovavasi nella nostra città
per la stipulazione dell'analogo contratto, rogato dal notaio
Allegruccio di Bencivenga, nell'abitazione dei Signori Priori,
ove il Comune era rappresentato dal Procuratore Vannes



© 1) vedi Documento N. IV.
(2) Vedi Documento N. III.
















































226 ANSIDEI-BBIGANTI



Sensi. Accettava egli di rimanere ai servigi del Comune per sei.
mesi, la decorrenza dei quali avrebbe dovuto avere principio
dal giorno in cui i suoi militi avessero approvato i patti
da lui stabiliti. Tanto per sè quanto per i suoi militi, bene
esperti ed esercitati nell’ arte delle armi, prometteva di pre-
stare l’opera sua con tutta onestà e fedeltà, osservando
speciali clausole risultanti dal contratto medesimo. — I suoi
cento cavalieri avrebbero dovuto avere dei buoni cavalli,
del valore, per ciascuno di essi, non inferiore ai 30 fiorini
d’oro, e da approvarsi da una speciale commissione no-
minata dal Comune. Il nostro Capitano, oltre i cento ca-
valieri, doveva avere il portabandiera, il trombettiere e
quattro cavalieri, che venivano quasi a formare lo stato
maggiore di queste compagnie (masnada), tutti bene armati
con buoni ronzini. Col nome di ronzino veniva appellato il
quadrupede adibito pel trasporto delle vettovaglie, delle armi
e di tutto il necessario ai militi; ognuno dei quali, per non
affaticare il cavallo da battaglia, aveva il proprio ronzino
con uno o più inservienti (familiares), i quali provvedevano
a quanto con linguaggio moderno si chiamerebbe serviz? logi-
stici, e all'occorrenza prendevano parte anche alla batta-
glia; così avveniva che una masnada di cento Cavalieri com-
prendeva più centinaia di persone.

Sembra che in quel tempo vi sia stata una deficenza di
cavalli e ronzini, giacchè nel contratto stipulato si proibisce
al Conestabile e ai suoi soldati di acquistare nel contado di
Perugia, o da qualsiasi cittadino o laico o chierico, quadrupedi
per l’esercito. Si conviene inoltre che debbano sostituirsi
quelli morti o inservibili, entro il termine di quattro giorni;
la mancanza di un cavallo veniva multata col pagamento di
un fiorino, mancando un ronzino, la multa era la quarta
parte di un fiorino e per i cavalli morti non sostituiti vi era
una diminuzione di stipendio. Era obbligatoria la marcazione
dei cavalli.

Lo stipendio per ciascun milite ascendeva a 9 fiorini

BARTOLOMEUS DE GABRIELLIBUS, ECC. 221

al mese, mentre quello pel Conestabile, compreso il trom-
bettiere, il portabandiera e i militi addetti al loro servizio,
era di 50 fiorini al mese, e tutti i pagamenti dovevano farsi
di bimestre in bimestre e con tutta puntualità, potendosi i
venturieri rifiutare di prestar servizio se non pagati. Oltre
le multe sopra stabilite, vi era quella della perdita di un
mese di stipendio, qualora i.militi non avessero preso parte
ad un combattimento.

Dovevano in tutto dipendere dal Comune di Perugia e
dagli ordini dei Signori Priori e degli altri Officiali incari-
cati per controlli, verifiche e riviste (monstre) sia del per-
sonale, sia dei quadrupedi e del materiale da guerra, da
controllarsi e verificarsi ad ogni richiesta; né potevano ri-
fiutarsi a qualsiasi ingiunzione del Comune per cavalcate,
scorrerie e per i combattimenti ai quali avessero avuto ob-
bligo di prender parte. — Volendosi dall'una o dall'altra
parte addivenire alla rescissione del contratto di condotta,
occorreva un preavviso di quattro giorni.

Ogni qualvolta in occasione di battaglia avessero preso
una bandiera al nemico' avevano diritto al doppio stipen-
dio. Se avessero fatto dei prigionieri dovevano denunciarli
entro quattro giorni, e qualora il Comune avesse voluto rite-
nere taluno di quei prigionieri, avrebbe dovuto pagarlo 25
fiorini di oro, se nobile, e 10 fioriui, se popolare.

Il Comune doveva disinteressarsi di qualunque vertenza
che fosse sorta fra i militi assoldati, sia civile che penale,
senza nemmeno aver diritto a punire quei delitti che un
milite avesse commesso a danno di un suo camerata. Nelle
vertenze però e pei delitti che i militi avessero commesso a
danno di perugini, o che un perugino avesse commesso a
loro danno, sarebbero stati trattati come gli originari citta-
dini, e, tanto nel civile che nel criminale, giudicati secondo
gli Statuti del Comune di Perugia.

Sono questi a grandi linee i patti sostanziali che ven-
nero solennemente stipulati con atto notarile. Altrettanto fu

16







































298 ANSIDEI-BRIGANTI



convenuto con l'altro Conestabile, di nazionalità inglese, Ugo
di Belciampolo. Questi era venuto in sostituzione di Uberto
di Monsabio, il quale aveva ricevuto l'invito insieme con il
Conestabile francese.

Ugo di Belciampolo sottoscrisse il contratto della condotta
il 13 agosto 1321 con patti e convenzioni uguali a quelli del
suo collega di Francia e per vari anni rimase agli stipendi
di Perugia. Il nostro Comune lo confermò nuovamente nel
1322 con 25 cavalieri tutti oltramontani; e così pure nel
1325, e nel 1326, quando Perugia era in guerra contro i
Ghibellini dell’ Umbria e contro Città di Castello.

Ma Bartolomeo Gabrielli, dai cui documenti risulta il
più assiduo servizio prestato durante la guerra d'Assisi, ri-
mase solo in Perugia nei primi mesi dell'anno successivo
(1322). L'ultimo documento che a lui si riferisce, è del 19
Aprile di detto anno, e tralasciamo di prenderlo in esame,
essendoci noi prefissi di additare solo questi documenti per-
ché gli studiosi possano cercarne dei nuovi negli Archivi
delle città, ove i nostri Conestabili prestarono l'opera loro,
in modo da preparare il materiale a più complete biografie.

Durante la guerra d’ Assisi molti furono i Conestabili
stranieri ingaggiati dal nostro Comune, dei quali omettiamo
il ricordo essendosi le nostre ricerche limitate ai due cam-
pioni Francese e Inglese, personaggi che hanno fermato
specialmente la nostra attenzione in questo storico ed emo-
zionante momento che stiamo attraversando,

Le cronache perugine non ci registrano le particolari
fazioni, cui presero parte i nostri Conestabili in questa guerra
contro Assisi, la ribelle che attirava da Avignone anche le
ire di Giovanni XXII; il Pontefice infatti interdisse la città
per punire i Ghibellini rei d’aver saccheggiato la Basilica
di S. Francesco, da cui tolsero grandissima quantità d’oro e
di robe preziose, lasciatevi in deposito dal papa e da alcuni



BARTOLOMEUS DE GABRIELLIBUS, ECC. 229

prelati di sua corte (1). Ne godettero i Perugini che, visto
lo scoraggiamento dei ribelli, intensificarono le opere di as-
sedio, ponendo pure una taglia di 2000 fiorini d’oro a favore
di chi avesse loro consegnato vivo o morto Muzio di Fran-
cesco, capo dei Ghibellini Assisani (2). Questi, dubitando della
fede dei suoi seguaci, fuggì dalla città e la sua sparizione
mise lo sgomento negli assediati che domandarono la resa.
Stabilivansi solennemente i capitoli della pace, conclusa an-
che con l'approvazione del pontefice; pace poco duratura,
che sconsigliatamente rompevasi dagli Assisani nell'anno suc-
cessivo. Fu peró il loro un vano tentativo, coronato da un
nuovo insuccesso, stante l’ indebolimento della parte Ghibel-
lina nell'Umbria, che molto aveva emerso nell’anno a cui si
riferisce il nostro breve studio (1321).

Quest'anno ci ricorda pure un altro notevole avveni-
mento, giacchè la data cui si riferiscono le nostre ricerche
coincide con quella della morte del fiero Ghibellino, che
esule dalla sua Firenze ci tramandò col sacro Poema il ri-
cordo degli eventi e delle passioni del suo tempo, vatici-
nando pure i destini d’ Italia, e la grandezza della patria

nostra che ora gloriosamente sotto un solo vessillo racco-
glie i suoi figli, abbattendo gli ultimi baluardi delle terre

irredente.

DOCUMENTI E REGESTI DI DOCUMENTI

« Bartolomeus de Gabriellibus ».
E

1321 — 14 marzo. — Giovanni di Angelo è mandato a Firenze come
ambasciatore del Comune di Perugia per sollecitare che i Conestabili
Uberto di Monsabio e Bartolomeo del Regno di Francia vengano al
servizio del Comune di Perugia con duecento cavalieri.

(1) CRISTOFANI A. Storia della città di Assisi. Assisi 1866.
€ (2) Nel doc. XV é cenno di 5000 fiorini d’oro, che dovevano essere pagati ad
Ugolino de’ Trinci per la compra dei beni di Muzio di Francesco.









230 ANSIDEI-BRIGANTI

Die XIIII dicti mensis.

Domini Priores Artium civitatis Perusii numero X iu concordia in
domibus solite habitationis existentes una cum Domino Capitaneo
guerre civitatis Perusii et aliis pluribus sapientibus ex omni auctoritate
et bailia eis concessa et atributa ab adunantia Camerariorum et Recto-
rum artium dicte civitatis super facto guerre ordinarunt, providerunt et
reformaverunt quod Iohanues Angeli sit et esse debeat ambasciator Co-
munis Perusii ad eundum ad civitatem Florentie ad solicitandum et pro-
curandum ut Ubertus de Monsabio et Dominus Bartolomeus de Regno
Francie, qui morantur Florentie Conestabiles Comunis Perusii cum CC.
militibus veniant et venire debeant ad servitium Comunis Perusii cum
dietis militibus ad stipendium ipsius Comunis, et habeat et habere [de-
beat| à Comuni Perusii pro IX diebus quibus stare debet in dicta Am-
baseiata ad rationem XXX solidorum denariorum pro quolibet cum uno
equo XIII libras et X solidos denariorum, et quod massarius Comunis
Perusii eidem Iobanni sine aliqua approbatione dare et solvere teneatur
et debeat non obstante aliquo quod in contrarium dici possit.

( Annali Xvirali, 1321, c. 54 t.).

TE.

1° aprile. — I Priori deliberano che Berardo di Guido, Ermanno di
Raniero e Giovannello Michelotti siano gli officiali preposti per l’ as-
segnazione dei soldati e dei cavalli di Bartolomeo Gabrielli, di Bernardo
de Congno e di Guiduccio di Alberto, i quali stavano al servizio del
Comune di Perugia.

Die prima mensis Aprilis.

Domini Priores artium civitatis Perusij ... ex omni auctoritate et
potestate quam habent ab adunantia Camerariorum et Rectorum artium
diete civitatis ... ordinaverunt et providerunt quod. d. Berardus d. Gui-
donis, d. Hermannus d. Ranerij et Johannellus Michelocti sint et esse
debeant offitiales et asseditores Comunis Perusij ad videndum et reci-
piendum assingnationem militum et equorum Bernardi de Congno, d.
Bartolomei de Gabriellibus et Guidutij d. Alberti stipendiariorum Co-
munis Perusij, et ad approbandum et inprobandum dictos milites et
equos, et quod Alegrutius Bentevegne ad scribendum predicta sit et
esse debeat eorum notarius, et quicquid factum fuerit per eos valeat
et teneat et exsecutioni mandetur cum effectu, non obstante aliquo
quod in contrarium loqueretur.

(6::60::):

BARTOLOMEUS DE GABRIELLIBUS, ECC.

III.

13 aprile. — Vanne Sensi Sindaco del Comune di Perugia conduce
agli stipendi del Comune stesso Bartolomeo de’ Gabrielli, e fra le due
parti contraenti si stabiliscono i patti della condotta.

Die XIII mensis aprilis, actum in domibus Comunis Perusii ubi
domini Priores artium soliti sunt morari, presentibus domino Alexandro
Iohannis, Angelo Gelfutii, ser Ranutio Notario reformationum Comunis
Perusii et Lippolo Giliutii testibus.

Pateat omnibus et singulis evidenter presens publicum instrumen-
tum inspecturis quod nobilis et probus miles d. Bartolomeus de Ga-
briellibus de Regno Francie Conestabilis centum militum stipendiario-
rum Comunis Perusii approbatorum seu approbandorum per offitiales
Comunis Perusii et scriptorum seu seribendorum manu Alegrutii Ben-
tevegne notarii dictorum offitialium nomine suo et dietorum centum
militum pro quibus promisit et convenit infrascripto syndico recipienti
pro Comuni Perusii, se ita facere et curare cum effectu quod dicti mi-
lites et quilibet eorum omnia infrascripta contenta in dicto instrumento
rata et firma habebunt et tenebunt.et nou contravenient, sub pena in-
fraseriptorum ex una parte, et Vannes Sensi syndieus et procurator Co-
munis Perusii ... ex altera parte ad infrascriptas promíssiones, obliga-
tiones et pacta inter se concorditer pervenerunt, videlicet quod dietus
d. Bartolomeus per se et eius heredes nomine suo et dietorum militum
omnia et singula sua bona presentia et futura obbligando promisit ...
stare et venire continue ad servitium, honorem et beneplacituin dicti
Comunis et populi Perusii per tempus sex mensium inceptorum et
incipiendorum a die approbationis facte et fiende de dietis militibus et
equis, dietos centum milites bonos et in factis armorum exercitatos, pro-
mietens dietus dominus Bartolomeus nomine quo supra dieto scyndico
stipulánti et recipienti pro Comuni et populo Perusii servire per dictum
tempus Comuni et populo perusino et prioribus artium ipsius Comunis,
videlicet quilibet eorum eum uno equo armigero bono: et sufficienti in
factis armorum, valoris XXX florenorum auri ad minus, approbatos vel
approbandos per offitiales Comunis Perusii, et scriptos vel scribendos
manu Alegrutii notarii predicti e£ cum uno ronzino pro quolibet eorum
cum quibus ronzinis et armis promisit servire ipsi Comuni et populo
perusino fideliter et legaliter per dictum tempus sex mensium, hoc
pacto inter dictum d. Bartolomeum et Vannem syndicum predictum
apposito, videlicet quod dietus d. Bartolomeus non possit nec debeat
habere nec tenere in numero dietorum centum militum pro suis ca-





232 ANSIDEI-BRIGANTI

valcatoribus nisi quatuor equitatores cum quatuor equis et quatuor
ronzinis tantum et unum banderarium et unum trombectam ; qui ban-

derarius et trombecta non computentur in numero dictorum militum.
Ita tamen quod equi seu ronzini dictorum banderarij et trombecte com-
putentur in numero ronzinorum dictorum militum et quod nullus ipso-

rum centum militum habeat in dieto numero super unum equitatorem
tantum, promictens dietus dominus Bartolomeus nomine quo supra dicto
sindico servire Comuni Perusii cum dictis equis et ronzinis et armis
ubicunque et in quocumque loco et quandocunque et prout et sicut
placebit dominis prioribus artium civitatis Perusii presentibus et futuris
et contra quecunque Comunia, dominos et personas, bellando et pun-
gnando cum ipsis simul et divisim prout ipsis Prioribus seu domino
Capitaneo guerre vel eius vicario seu alteri eui commissum fuerit vi-
debitur et placebit, et non parere nec obedire seu aliquis eorum alicui
persone quam dominis prioribus artium antedictis ... e£ quod habeat ipse
dominus Bartolomeus pro se et dictis militibus pro recessu quatuor
dies tantum et quod dictus dominus Bartolomeus et dicti milites non ha-
bebunt ... aliquem equum vel militem ad utilitatem alicuius persone sed
pro ipsis tantum qui sint seripti in dieta masnada bona fide sine fraude,
et quod dietus dominus Bartolomeus et milites non habebunt nec te-
nebunt ad solidum nec stipendium Comunis Perusii aliquem. equum
alicuius perusini comitatensis vel districtualis, clerici vel layci perusini
nec alieuius alterius qui sit de diocesi perusina et promisit assignare
dietos ronzinos quos habere debent in dieta masnada coram offitialibus
positis super approbatione ipsorum militum et ipsos facere scribi no-
tario ipsorum et promisit eo nomine quo supra facere monstram dic-
torum militum, equorum et ronzinorum cum armis et sine armis quotiens,
quando, ubi et prout placuerit dominis Prioribus artium et offitialibus ad
hoe positis et ponendis per Comune Perusii et ... si contingeret aliquem
dietorun militum, equorum et ronzinorum deficere ad aliquam mostram
que fieret cum esset in aliqua cavaleata vel cum esset in aliquo loco
eum banderia Capitanei guerre vel cum ipso Capitaueo guerre vel
cum banderia ipsius Conestabilis vel quando starent contra hostes
cum banderia vel sine, perdat soldum unius mensis si deficeret et
non esset miles vel equus armigerus; si vero alias mostra fieret et
deficeret aliquis equus armigerus vel miles, solvat ... pro tali milite seu
equo armigero unum florenum auri pro vice qualibet; pro ronzino
vero si deficeret quando mostra fieret in cavaleata vel quando esset
eum banderia ipsius Conestabilis, solvat ... dictus Conestabilis pro vice
qualibet duos florenos auri; si vero deficeret ... ronzinus in mostra que
alibi fieret, solvat ... quartam partem unius floreni auri pro vice qualibet ;

BARTOLOMEUS DE GABRIELLIBUS, ECC. 233

si autem legitimam excusationem habuerit admictendam per dictos offitia-
les mostre, soldum perdere non debeat nec dictam penam substinere.
Et si contingeret, quod absit, aliquem ex dictis militibus vel equitibus
mori vel recedi vel infirmari seu absentari, quod teneatur dictus Cone-
stabilis et promisit alium substituere loco mortui vel infirmati vel
dueti vel absentati infra octo dies a die mortis vel quo inceperit in-
firmari et non habeat soldum pro tali milite mortuo vel infirmato, vel
ducto vel absente quousque miserit alium qui placeat et approbetur
per officiales Comunis Perusii ad hec positos vel ponendos; et si equus
vel ronzinus aliquis moriretur vel inutilis eficeretur, alium substituere
et ponere loco sui equi vel ronzini mortui vel inutilis effecti teneatur
infra octo dies a die mortis vel a die quo inutilis fieret et interim donec
alium assignabit et fuerit admissus, soldo pro tali equo vel ronzino habere
non debeat. Si autem equus vel ronzinus non moriretur vel inutilis effice-
retur sed aliter magagnaretur ita quod cum ipso equo vel ronzino miles
servire non posset, teneatur et debeat post octo dies a tempore quo fuerit
magagnatus, alium equum vel ronzinum ponere et assignare extima-
tioni predicte; et elapsis dietis VIII diebus soldum pro dicto equo
sic magagnato habere non debeat donec alium adsignabit approban-
dum per dictos offitiales mostre. Et si contingerit durante dicto tem-
pore eonduetíonis aliquem ex dietis equis vel ronzínis mori vel maga-
gnari, nullam emendam petat nec habere debeat a Comuni Perusii,
set ipsos tenebunt eorum risco et fortuna, et quod Comune Perusii ad
emendam dietorum equorum vel ronzinorum minime teneatur et quod
ipse Conestabilis et dieti milites toto tempore quo stabunt ad servitium
Comunis Perusii non ibunt in servitium vel deservitium alicuius peru-
sini vel alterius ad aliquas partes sine licentia expressa dominorum
Priorum Artium civitatis Perusii vel saltem VII ex eis in concordia ad
penam Mille librarum denariorum pro quolibet contrafaciente et quali-
bet vice; et si ex ea causa oriretur turbatio in civitate Perusii, capite
puniatur ita quod moriatur et quod nulli persone clerico vel laico co-
mitatensi vel distrietuali nec alicui forensi vel offitiali Comunis Pe-
rusii commodabunt aliquem eorum equum vel ronzinum extímatum in
libris Comunis Perusii pro tempore quo stabunt ad servitium Comunis
Perusii et ad stipendium dieti Comunis ad penam centum librarum
denariorum pro qualibet vice contrafaciente et non accipient aliquem
[equum] vel ronzinum in prestantia ab aliquo perusino clerico vel layco
sub dieta pena, et quod dicti equi debeant signari ferro calido cum quo-
dam signo quo placuerit offitialibus ad hec positis vel ponendis.

Que omnia et singula iden d. Bartolomeus nomine quo supra
promisit ... dicto Syndico pro eo quod versa vice dictus Scyndicus et





284 ANSIDEI-BRIGANTI

procurator Comunis Perusii ... promisit et convenit dare et solvere ei-
dem pro quolibet dietorum militum IX florenos auri puri et iusti pon-
deris pro quolibet mense pro soldo et emenda equi et ronzini et dare
.. eidem domino Bartolomeo Conestabili in civitate Perusii pro sua
persona, banderario et trombeeta, equis eorum pro quolibet dictorum
inprimis 50 florenos auri boni et iusti ponderis et solutionem prime
page in civitate Perusii pro prim's duobus mensibus statim, et quod
aliam solutionem et pagam faciet dominus Syndieus statim profectis
dietis duobus primis mensibus, et sic de duobus mensibus in duos
menses observabit et quod si non fecerit vel non fuerint faete dicte
solutiones et page ut dictum est, quod dietus dominus Bartolomeus
Conestabilis et Capitaneus et dicti milites non teneantur equitare nec
servire, nec ob hoc soldum perdant; nichilominus teneantur mostram
facere totiens quotiens placebit dominis Prioribus artium vel offitialibus
Comunis Perusii super hoc positis et ponendis.

Et si dietus dominus Bartolomeus et eius milites fecerint conflic-
tum generalem de inimicis principalibus Comunis Perusii et lucraren-
tur banderiam inimicorum, habeant et habere debeant dietus Capitaneus
et milites eius pagam duplicem, non tamen intelligatur si tunc es-
sent in servitium alicuius alterius Comunis vel Domini nec talem con-
flietum facerent quando Comune Perusii esset cum dietis militibus in
exercitu generali, et intelligatur esse exercitus generalis si esset ordi-
natum per Comune Perusii vel eius offitiales vel esset iniunctum gene-
raliter vel quod esset vel quod ire debet unus pro domo.

Item si dictus dominus Bartolomeus et dicti milites vel aliquis eo-
rum caperent aliquem militem vel nobilem vel popularem ex inimicis
Comunis Perusii teneantur assignare talem captum Prioribus artium
Civitatis Perusii infra IV dies postquam eum ceperint. Et si Comune
Perusii vellet ipsum captum, promisit dietus dominus Bartolomeus et
dicti milites et quilibet eorum ipsi Scyndico dare ipsi Comuni Perusii,
si talis captivus fuerit de nobilibus pro XXV florenis auri, si vero
fuerit popularis pro X florenis auri; hoc espresse acto et apposito in-
ter dominum Sceyndieum Comunis Perusii ex una parte et dictum
d. Bartolomeum nomine quo supra ex altera parte, quod Potestas et
Capitaneus seu alius rector vel offitialis Comunis Perusii non ha-
beant eogn'tionem in puniendo aliquem ex dictis militibus seu fa-
miliaribus eorundem de malefitiis inter eos tantummodo conmicten-
dis. Et quod ipse Conestabilis nomine quo supra dum stabit ad ser-
vitium Comunis Perusii et eorum familiares qui dabuntur infrascriptis
offitialibus eorum page et mostre et per ipsos offitiales approbati, si

.Offenderent perusinos vel offenderentur a perusinis toto tempore quo






























BARTOLOMEUS DE GABRIELLIBUS, ECC. 235

stabunt ad dietum servitium Comunis Perusii habeantur pro perusinis
et tractentur tanquam perusini in civilibus et criminalibus et punian-
tur tam ipsi perusini quam ipsi milites et familiares seeundum formam
Statutorum et ordinamentorum Comunis et populi, per Potestatem et
Capitaneum civitatis Perusii, renuntiantes exceptioni diete partes non
actarum dietarum promissionum et obligationum, pactorum et convento-
rum et omnium et singulorum supra et infrascriptorum et exceptioni
doli mali in faetum sine causa vel ex iniuxta causa et omni alii legum
auxilio ete., que omnia et singula promisit et convenit una pars alteri
facere, tenere ... et observare et non contrafacere vel venire et dampna
et expensas reficere que et quas fecerit in curia et extra sub obligatione
suorum bonorum et pena dupli diete page eidem solemniter stipulanti
promisit si contrafecerit, quam penam pars non observans predicta
parti observanti dare et solvere promisit et de predictis omnibus et
singulis observandis una pars alteri promisit facere confessionem coram
iudice Comunis Perusii et alio quolibet iudice competenti ad petitionem
partis petentis.
(Cc. 67 t e seg).

27 aprile. — Per l' assegnazione dei cavalli a Bernardo de Congno,
Bartolomeo Gabrielli e Guiduccio di Alberto si spendono 5 libbre di
denari.

Priores numero VII in concordia ... in palatio Canonice perusine
existentes ordinaverunt et providerunt ... quod Massarius Comunis Pe-
rusij det et solvat ... Alegrutio Bentevengne notario et offitialibus Co-
munis Perusij ad scribendum assingnationem et approbationem et in-
probationem militum, equorum et ronzinorum Bernardi de Congno,
domini Bartolomei de Gabrielibus et Guidutij domini Alberti stipen-
diariorum Comunis Perusij pro salario et remuneratione laboris ... quin-
que libras denariorum.

(0215-4):

A titolo di saggio del come facevansi le assegne dei quadrupedì ripro-
duciamo la descrizione di alcuni cavalli, come risulta & carte 74 di detto
Afbnale : 236 ANSIDEI-BRIGANTI

Inprimis assignat [dominus Andreas miles et consotius nobilis mi-
litis domini Emchirami de Saneto Miniato novi Capitanei populi Pe-
rusij] (1).

Unum equum pili nigri copti de omnibus gambis cum stella in fronte
quem extimat centum libras denariorum.

Item unum equum bayum marchiatum in cossa dextra quem extimat C
libr. den.

Item unum equum bayum scurum marchiatum in cossa destra quem
extimat C libr. den,

Item unum equum bayum balzanum pede destro posteriori et pede si-
nistro anteriori cum quadam virga nigra per scinale quem extimat
LXXX libr. den.

Item unum equum bayum brunum quem ext. LXXXX lib. den.

Item unum equum pili morelli quem ext. XL libr. den.

Item unum equum ferrantem sfrogiatum coptum in pectore ex parte
destra quem ext. XX libr. den.

Item unum equum pili bay bruni cum stella in fronte marchiatum in
rossa dextra quem ext. XXXV libr. den.

Item unum equum morellum balzanum de pede dextro posteriori quem
ext. L libr. den.

Item unum equum ferrantem quem ext. XXX libr. den.

Item unum equum bayum sorum vaiolatum in testa balzanum omni-
bus gambis quem ext. XXX libr. den

Vi

12 maggio. — I Priori ordinano di pagare a Bartolomeo Gabrielli
475 fiorini d’ oro per lo stipendio suo e de’ suoi militi.

Domini Priores artium numero X in concordia existentes ... man-
daverunt Lello Cioti et Ciecolo Bernardoli offitialibus Comunis Perusij
super paghis stipendiariorum quatenus ... solvant d. Bartolomeo de Ga-
briellis Conestabili .C. militum ... CCCCLXXV florenos auri pro me-

dietate quarti mensis sue firme secundum formam reformationis Came-

rariorum artium scripte manu ser Ranutij Ildrebandini notarij.
(€. 97.7).

(1) 11 nome di questo Capitano del Popolo, che ritroviamo anche nel doc. X in
data 17 settembre 1321, non figura nel Catalogo dei Podestà e Capitani del Popolo
di Peruzia pubblicato da A. Mariotti; questi però all’anno 1821 registra il nome del
Podestà Odofredo degli Odofredi bolognese, ricordato, insieme al Capitano Inghi-
ramo di S. Miniato, nel nostro doc. n. XI del settembre di detto anno.



romene rip arca e

BARTOLOMEUS DE GABRIELLIBUS, ECC.
ME

22 maggio. — Bartolomeo Gabrielli é Bernardo de Congno ricevono
dal Comune un'indennità per cavalli morti.

Congregatis ... Camerariis artium civitatis Perusij numero XVIIIJ
greg J

in exercitu Comunis Perusij posito in comitatu Assisij in colle Herbe,

sub tenda sive travaechia dominorum Priorum artium ad sonum tuba-
rum vocemque preconum ut moris est de mandato nobilis et egregii
viri Poneelli de filiis Ursi guerre Comunis Perusij Capitanei generalis,
et de presentia, consensu et voluntate dominorum Priorum artium nu-
mero sex in concordia ..., in qua quidem adunantia Polus Paulutij Prior
voluntate presentium et consensu aliorum suorum sotiorum numero V
proposuit.

Cum in honorem Comunis Perusij d: Bartolomeus de Gabriellis Co-
nestabilis militum stipendiariorum Comunis Perusij et Bernardus de
Congno Conestabilis quorundam aliorum militum stipendiariorum dicti
Comunis equitaverint die Sabbati XVI mensis Maij contra quosdam mi-
lites et pedites intrinsecos de Assisio inimicos Comunis Perusij exeun-
tes de dieta civitate hostiliter ad expugnandum gentem de civitate Pe-
rusij et ad offendendum eos, et ipsos infrinsecos predicti d. Dartolo-
meus et Bernardus eum eorum militibus ... debellaverint, et predicta
fecerint de mandato d. Capitanei guerre et Priorum artium tune in
exercitu existentium, et iu dicta debellatione ... mortui fuerint tres sive
quattuor equi de dictis comitivis, et etiam equus militis Selvagij de
comitiva dieti d. Bartoloniei equitantis pridie in honorem Comunis Pe-
rusij, videlicet de mense Aprilis proximo preterito de mandato Prio-
rum artium tunc presentium ad ... fugandum milites et pedites exeun-
tes de dieta civitate Assisij fuerit dietus suus equus percussus et mor-
tuus;

Si placet ad hoc ut aliis detur materia viriliter pugnandi contra
inimicos civitatis Perusij ... quod eisdem d. Bartolomeo et Bernardo
seu illis militibus de comitivis ipsorum qui dictos equos perdiderunt fiat
emendatio per Comune Perusij et solutio de extimationibus ipsorum equo-
rum dummodo extimatio alicuius ex ipsis equis non possit nee debeat
trascendere ultra quantitatem XXX florenorum auri, et pecunia dicte
emendatiouis distribuatur inter illos milites qui dictos equos perdice-
runt secundum discreptionem eorum Conestabilis, et quod, habitis dictis
emendis, teneantur emere et remiectere equos infra tempus pactorum ini-
tor&m inter ipsos Conestabiles et syndicum Comunis Perusij.

Jacoputius Cionoli Consul mercatorum ... consuluit quod ... fiat, pro -



238 ANSIDEI-BRIGANTI

cedatur et executioni mandetur ... prout et sicut in dictis propositis et

qualibet ipsarum plenius continetur.

In reformatione cuius adunantie ... placuit omnibus supradietis
Camerariis in dicta adunantia astantibus ... prout et sicut dietum, con-
sultum et arengatum fuit per dictum Jacoputium consultorem.

(0697 0.6. 98. T).

NU

15 giugno. — Per una impresa notturna della gente di Bartolomeo
Gabrielli il massaro del Comune di Perugia ha ordine di pagare quat-
tro libbre e sedici soldi di denari.

Domini Priores artium ... reformaverunt ae etiam manlaverunt
quod Massarius Comunis Perusij det et solvat Bindo Venture, causa
dandi et solvendi quattuor hominibus, qui noctis tempore iverunt cum
gente d. Bartolomei Conestabilis C militum ad hoc ut quedam offensa
eontra inimicos Comunis Perusij fieri posset, quattuor libras et sede-
cim solidos danariorum.

(C. 102 t).

VIII.

22 giugno. — I Priori del Comune di Perugia ordinano al mas-
saro di pagare a Lello Zoti 10 libbre di denari per essere stato negli
aecampamenti dell'esercito allo scopo di far le paghe a Bartolomeo
Gabrielli e agli altri soldati del Comune.

Domini Priores artium civitatis Perusij ... o dinaverunt et refor-
maverunt infrascripta, videlicet quod massarius Comunis Perusij det
et solvat Lello Zoti de porta heburnea pro decem diebus quibus stetit
in exercitu eum uno equo ad faciendum solutionem d. Bartolomeo de
Gabriellis Conestabili stipendiario Comunis Perusij et aliis soldatis
Comunis Perusij, ad rationem XX solidorum denariorum pro quolibet
die, decem libras denariorum.

(OS 06 7
IX.

5 settembre. — Una commissione di sapienti delibera che le multe
inflitte a Bartolomeo e ai suoi soldati non debbano sospendere il paga-
mento degli stipendi.



BARTOLOMEUS DE GABRIELLIBUS, ECC. 239

Die quinto Settembris. Pateat omnibus evidenter quod infrascripti
sapientes juris periti, consulti a dominis Prioribus artium civitatis Pe-
rusij super infrascriptis, in concordia dixerunt et consuluerunt, et eorum
consilium tale est, videlicet quod processus et puntature facti et facte
de d. Bartolomeo de Gabriellis de Regno Francie Conestabili centum
militum stipendiariorum Comunis Perusij et dietis dominis militibus
per offitiales mostrarum dictorum stipendiariorum non impediunt solu-
tiones et pagas faciendas dieto d. Bartolomeo et suis militibus ex forma
pactorum initorum ... et quod domini offitiales gabellarum et salarie
Comunis Perusij licite, libere et impune possint et debeant dietas solu-
tiones et pagas dicto d. Bartolomeo ... facere, non obstantibus con-
dempnationibus, puntationibus et processibus supradietis.

^ Sapientum predietorum nomina sunt hec:
.. D. Jacobus de Belvisio, d. Guillelmus de Navarra, d. Michael d.
Nicole, d. Miebael de Prato, d. Symon judex d. Potestatis, d. Gualfre-
dus d. Bonapartis, d. Gratia Boni, d. Alexander Johannis.
(C. 170 t).

NS

17 settembre. — I Priori e i Camerlenghi ‘delle Arti deliberano di
rimettere ad un consiglio di sapienti ogni decisione relativa alla con-
dotta di Bartolomeo Gabrielli e al numero dei soldati che dovrebbero
esser con lui.

Die XVIJ mensis Settembris ... convocatis et congregatis dominis
Camerariis artium civitatis et burgorum Perusij numero XXXJ ... de
mandato nobilis militis d. Inghirami de Sancto Miniate honorabilis Ca-
pitanei Comunis et populi perusini ... In ipso consilio discretus vir Cola
Andree Prior Artium civitatis Perusij ... petiit sibi dari consilium super
infrascriptis ...

Item cum actenus fuerit firmatum per dominos Priores artium et
Camerarios quod per tempus futurum fieri debeat firma d. Bartolomei
cum .L. vel .LX. militibus et non ultra, ut manu Buccoli Corneti no-
tarij apparet, et dictus d. Bartolomeus nolit firmam recipere de minori
comitiva .C. soldatorum, et ad presens propter adventum factum a Fe-
derico*de Monte Feltro in civitate Spoleti opporteat ad firmam solda-
torum per Comune Perusij procedere, et posset esse non honor Comunis
Perusij si non procederetur ad firmam faciendam cum d. Bartolomeo
prefato, et dietus Cola Prior ... petiit sibi consilium exiberi quid sit
faciendum... super firma d. Bartolomei tam de numero soldatorum



























|
I)
Mi
|



240 ANSIDEI-BRIGANTI

quam de tempore, modis, conditionibus, provisionibus et pactis et om-
nibus aliis adiacentibus ad predictam firmam

Marcoius Scalay Consul mercatorum ... consuluit quod sapientes
nominati a Ser Nuzio notario et lecti in presenti adunantia, quia melius
noscunt de isto negotio quam alij et quam Priores, debeant esse et vi-
dere super dicta firma d. Bartolomei ... et omnia et singula que ipsi
sapientes ... decreverint super ipsius d. Bartolomei- firma valeant et
teneant auctoritate presentis adunantie tam de numero soldatorum,
quam de tempore, modis, conditionibus, provisionibus et pactis et om-
nibus aliis adiacentibus ad dictam firmam ...

In reformatione euius Consilij ... reformatum fuit per dictos Priores
et Camerarios ... ad dictum et secundum dictum Mareoli supradicti ...

Nomina sapientum lectorum per Ser Nuzium sunt hee:

D. Paulus de Balionibus, d. Ugolinus d. Rodulfi, Martinus d. Fini,
Jaeobus Brunatij, d. Gratia Boni, d. Gualfredus, Paolutius Andree,
d. Michael d. Nicole, Contolus Ranerij, d. Jannes d. Sensi.

(C. 171 v).
A.
19 settembre. — Poiché l'assenza di Bartolomeo Gabrielli potrebbe

essere dannosa al Comune di Perugia, i Sapienti danno parere favo-
revole a che sia confermata la condotta di lui per altri sei mesi, e nello
stesso giorno il Consiglio maggiore delibera la detta conferma, della
quale sono fra il Sindaco del Comune e Bartolomeo stipulati i patti.

Die XVIIIJ mensis Settembris, in camera Ser Nuzij in pallatio po-
puli ... sapientes convocati et congregati ... ad providendum et ordi-
nandum de firma et super firma d. Bartholomei de Gabriellis de Re-
gno Francie ... providerunt et ordinaverunt ... considerantes quod pro-
pter adventum factum ad civitatem Spoleti a Federico de Montefeltro
inimieo et rebelle sanete Romane Ecclesie et Comunis Perusij et D.
Pape, et quod absentia dicti d. Bartolomei ad presens esse posset dam-
nosa et periculosa amicis omnibus de contrata, et firma eiusdem d.
Bartolomei esse posset vietoriosa et salus Comunis Perusij et amico-
rum ... e£ ex nunc et incontinenti sindieus Comunis Perusij in majori
Consilio ordinetur ad conducendum d. Bartholomeum predictum pro
sex mensibus venturis incipiendis a die veteris [firme] finite ad sex menses
proxime subsequendos et ner ipsum tempus cum centum militibus seu
soldatis ultramontanis sine aliquo Italiano, excepto d. Guillelmo de
Luecha, cum salario, modis, conditionibus, provisionibus et aliis con-




BARTOLOMEUS DE GABRIELLIBUS, ECC. 241

tentis in instrumento firme dieti d. Bartholomei seripto manu Ser Mar-
tini D. Fini notarij ...

Item providerunt et ordinaverunt ... quod incontinenti debeat or-
dinari sindieus per Comune Perusij ad faciendum iürmam dicto d. Bar-
tolomeo pro se et centum militibus vel soldatis ... et fiat incontinenti
instrumentum firme eidem ad hoc ut ab alio non possit conduci.




































Eadem die ... convocato et congregato generali et speciali et ma-
iori Consilio civitatis e£ burgorum Perusij in maiori pallatio Comunis
Perusij ... de mandato nobilium virorum d. Odofredi de Odofredis de
Bononia honorabilis Potestatis civitatis Perusij et d. Inghirami d. Ber-
tuldi de Saneto Miniato honorabilis Capitanei Comunis et populi peru-
sini ... Consilium et consiliarij in dicto Consilio existentes ... fecerunt,
constituerunt et ordinaverunt ... Nerum Venture dictorum Priorum



nuntium et populi perusini legitimum sindicum et procuratorem ... ad
conducendum et pactum faciendum cum probo viro d. Bartolomco de
Gabriellis de Regno Francie quod Comuni Perusij et populo perusino
serviet contra omnes personas ad sensum et voluntatem Comunis Pe-
rusij ... cum centum soldatis bonis et in factis armorum expertis ul-
tramontanis ... per tempus sex meusium cum omnibus et singulis pac-
tís, promissionibus, conditionibus, provisionibüs et modis .. scriptis
manu Ser Martini domini Fini notarij, et ultra ad promictendum d. Bar-
tolomeo de puntationibus et condempnationibus olim factis de dicto d.
Bartolomeo et aliis de sua comitiva ... id quod provisum et ordinatum
est per sapientes positos ad hoc ut manu Buccoli Corneti notarij apparet.

Die XVIIIJ mensis Settembris actum in cameris pallatij populi pe:
rusini ... Pateat omnibus et singulis evidenter presens instrumentum
publicum inspecturis quod nobilis et probus vir d. Bartolomeus de Ga-
briellis de Regno Francie Conestabilis centum militum stipendiariorum
Comunis Perüsij ... nomine suo et dictorum centum milítum ... ex una
parte et Nerus Venture syndicus et procurator Comunis Perusij ... ex
altera parte ad infrascriptas promissiones, obligationes et pacta inter

se concorditer pervenerunt.
Seguono i patti, quasi uguali a quelli contenuti nel documento n. III.
(Ce. 118.1. e 174).
e XII.

15 ottobre. — I Priori del Comune di Perugia in occasione della
guerra contro Spoleto nominano gli officiali per l'assegnazione dei ca-
valli e l'approvazione dei soldati di Bartolomeo Gabrielli.







SA ieri E :

|]

LO
pg
so

ANSIDEI-BRIGANTI




Die XV mensis Octubris domini Priores artium numero decem ...
ex potestate et bailia quam habent occasione guerre Spoleti ... fecerunt
infrascriptos offitiales ad assedendum equos d. Bartolomei de Gabriellis
et eius comitive et ad approbandum soldatos suos secundum pacta et
conventiones initas et inita inter ipsum d. Bartolomeum et sindicum
Comunis Perusij ... in primis

A. Balionem d. Guidonis de Balionibus de porta S. Petri, Massolum
Boni mercatorem de porta Eburnea, Angnolellum Iohannelli de porta
S. Susanne pro bonis hominibus et assessoribus ad salarium infrasert
ptum;













Nutolum Vagnoli, Sensolum domine Marie, Michelem Symonis pro
marescalcis



Nicolutium Cineroli pro eorum notario et notario Comunis Perusij
ad salarium .C. solidorum denariorum pro quolibet eorum
(C. 175 t).






XIII.




21 ottobre. — I Priori e i Camerlenghi deliberano che Bartolomeo
Gabrielli e la sua comitiva possano avere cavalli armigeri del valore
di venti fiorini d'oro.






Die XXJ mensis Octubris in pallatio populi perusini ... domini
Priores artium ... una cum ... Camerariis et ipsi Camerarij cum eis ex
potestate et bailia eis concessa a dominis Camerariis et Rectoribus ar-
tium civitatis Perusij occasione guerre Spoleti ... providerunt ... et or-
dinaverunt ,.. quod cum nobilis vir d. Bartholomeus de Gabriellis Co-
nestabilis qui promisit servire cum centum soldatis, equis valoris tri-
ginta fiorenorum auri ad minus equus armigerus ..., et ipsos equos
tanti valoris habere non potest, e£ modo in kalendis novembris firma
multorum soldatorum et Conestabilium compleat, quod assessores et
offitiales qui debent recipere suam mostram et suos soldatos et equos
approbare ... debeant recipere et approbare d. Bartolomeo et soldatis
de sua comitiva pro equis armigeris equos valoris et pretij viginti flo-
renorum et ab inde supra.

£6: 181)













2GEV:




1322 — 16 gennaio. — I Priori ordinano ai gabellieri maggiori della
città di Perugia di pagare a Bartolomeo Gabrielli e a Bernardo de Con-


































BARTOLOMEUS DE GABRIELLIBUS, ECC. 243

gno la quantità di denaro, nella quale il Comune era stato PRECISI 4
per sentenza del giudice del Capitano.

Die XVJ mensis Januarij
Domini Priores artium civitatis e£ burgorum Perusij numero X in
eoneordia existentes in domibus eorum solite habitationis, ex auetori- |
tate et arbitrio quod habent causa guerre Assisij et Spoleti a generali
adunantia Camerariorum et Rectorum artium civitatis predicte, ordina-
verunt, deliberaverunt et precipiendo mandant Pucciolo Bevenuti et .
Ceccolo Elemosine maioribus gabelleriis civitatis Perusij quatenus dent
et solvant d. Bartholomeo de Rengno Francie, et Bernardo de Congno,
scilicet cuilibet eorum illam quantitatem pecunie in qua syndicus et
Comune Perusij nuper sunt condempnati per d. Christoforum iudicem |
d. Iohannis presentis Capitanei secundum formam et tenorem sententie
late per dietum judicem die XV mensis Ianuarij scripte manu Pauli +»
condam Bevenuti notarij, et hec sint de consilio domini Iacobi Foma-
xij iudieis super hijs electi ad consulendum. |
(40. 15-0):

XX:

19 aprile. — I Priori, valendosi dei poteri a loro concessi durante
le guerre di Assisi e di Spoleto, danno ordine agli officiali della ga-
bella e della salaria di pagare a Bartolomeo 1900 fiorini d’oro per lo
stipendio degli ultimi due mesi e per quant'altro era dovuto a lui e alla
sua comitiva, purché rimangano presso gli stessi gabellieri 5000 fiorini
d'oro da pagarsi ad Ugolino de' Trinci per la compra dei beni di Mu-
zio di Francesco di Assisi.

Die predicta domini Priores artium civitatis Perusij ... ex auctori-
tate et potestate eis concessa super guerra et causa guerre Asisij et
Spoleti ... precipiendo mandaverunt et mandant quod domini et offi-
tiales maiores gabelle et'salarie Comunis Perusij dent et solvant ...
nobili viro d. Bartolomeo Conestabili centum equitum stipendiariorum
Comunis Perusij ... totum id et omnem quantitatem pecunie quam
idem d. Bartholomeus recipere et habere debet a Comuni Perusij se-
cundum formam pactorum initorum inter eum et Comune Perusij seu
syndicum ipsius Comunis pro suo et dictorum equitum stipendio et
equorum emendis et aliis contentis in dicto instrumento pactorum,
pro duobus videlicet ultimis mensibus sue presentis firme usque in
quantitatem mille nongentorum florenorum auri, deductis tamen, ha-

17



244 ANSIDEI-BRIGANTI

bitis et retentis apud ipsos gabellerios quinque milibus florenis auri
solvendis d. Hugolino de Trenciis pro pretio seu emptione bonorum
Mutij d. Francisci de Assisio, et deduetis et retentis ommibus quanti-
tatibus et summis debitis per ipsum d. Bartolomeum vel commilitones
comitive sue Comuni Perusij occasione condempnationum factarum de
eis vel aliquo eorum per offitiales mostrarum et ex forma dietorum pae-

torum.
(05-80. 14.
« Ugo de Belciampolo ».
XVI.
1321 — 15 agosto. — Patti della condotta di Ugo di Belciampolo

ai servigi del Comune di Perugia.

Die XV mensis Augusti in domibus Comunis Perusij ubi morantur do-
mini Priores Artium civitatis Perusij presentibus Guidarello Legierij, Ra-
naldo Nini et Pranzolo Salvutii testibus et presentibus, volentibus et man-
dantibus ... domino Hermanno domini Ranerij et Iohannello Oddi bonis
hominibus ad acquirendum et conducendum stipendiarios pro briga Comu-
nis Perusij; pateat evidenter omnibus et singulis presens instrumentum
publieum inspecturis quod nobilis et probus milex d. Ugo de Belciampolo
de Ingilterra ex una parte et Marinus Giglarelli campanarius Comunis
Perusij syndicus et procurator nomine Comunis et populi Perusij
ex parte altera ad infrascriptas promissiones et obligationes et paeta
inter se concorditer pervenerunt, videlicet quod dictus d. Ugo per
se et suos heredes et pro.omnibus et singulis infrascriptis militibus
suis ... sub infrascripta pena se et bona sua presentia et futura omnia
et singula obligando promisit et convenit eidem Marino syndico Comu-
nis Perusij ... servire personaliter dieto Comuni et populo Perusino et
dominis Prioribus Artium dicte civitatis et stare et tenere continue ad
servitium, honorem et beneplacitum ipsius Comunis et populi Perusij
ab hodie in antea ad quatuor menses proxime venturos incipiendos
VI milites bonos et in factis armorum exercitatos et approbatos et sem-
per equitare cum banderia d. Charsie, silicet Gianmolectem, Clorissem,
Gianoctum, Giandecardum, Petrum, Giorgium milites ipsius d. Ugi;

qui d. Ugo promisit dicto syndico ... stare et servire per dietum
tempus Comuni et populo Perusino ..., videlicet quilibet eorum eum
uno bono equo armigero ... sufficienti in factis armorum iam appro-

batis per offitiales Comunis Perusij positos ad dietam probationem ...








et cum tribi
armis promis
populo Perus
dietus d. Ug:
sino ... ubict
et sicut placu
et futuris et

et pugnando
Capitaneo gu
habeat ipse

dies tantum

tenébunt ad
tensis vel dis
sit de dyocesi
equorum et ri
et prout plae
tatis et depui
etorum militi
que fieret cui
guerre ... ve
ret contra ho
Si defficeret <
milite seu eq
ronzino vero
esset cum ba
esset cum ba
qualibet duos
que alibi fier
libet. Si au
predietos offi
nam substine
bus mori vel
substituere 1
mortis vel qv
mortuo vel i:
approbet&r p
vel ronzinus

VIII dies a €
efficeretur et
et ronzino ha
retur sed inu BARTOLOMEUS DE GABRIELLIBUS, ECC. 245

et eum tribus ronzinis inter omnes, cum quibus equis, ronzinis et
armis promisit dietus d. Ugo dieto syndico ... servire ipsi Comuni et
populo Perusino fideliter et legaliter per dictum tempus promictens
dietus d. Ugo dieto syndieo ... servire dieto Comuni et populo Peru-
sino ... ubicumque et in quoeumque loco et quandocumque et proat
et sieut placuerit dominis Prioribus Artium Civitatis Perusij presentibus
et futuris e£ contra quecumque Comunia, dominos et personas bellando
et pugnando cum ipsis simul et divisim prout ipsis Prioribus et d.
Capitaneo guerre vel eius Vicario ... videbitur et placebit ... et quod
habeat ipse d. Ugo pro se et dietis militibus pro suo recessu duos
dies tantum ... et quod dictus d. Ugo et milites non habebunt nec
tenébunt ad dietum soldum aliquem equum alicuius Perusini comita-
tensis vel distrietualis, clerici vel layci Perusij nec alicuius alterius qui
sit de dyocesi Perusina, et promisit ... facere mostram dietorum militum,
equorum et ronzinorum cum armis et sine armis quotiens, quando, ubi
et prout placuerit dominis Prioribus Artium et offitialibus ad hoc depu-
tatis et deputandis per Comune Perusij ... et si contigerit aliquem di-
ctorum militum, equorum et ronzinorum dificere ad aliquam mostram
que fieret cum esset in aliqua cavalcata ... cam banderia Capitanei
guerre ... vel cum banderia d. Charsie Connestabilis vel quando sta-
ret contra hostes cum banderia vel sine perdat soldum unius mensis.
Si defficeret et non esset milex vel equus armigerus, solvat ... pro tali
milite seu equo armigero unum florenum auri pro vice qualibet; pro
ronzino vero si deficeret quando mostra fieret in cavaleata vel quando
esset cum banderia Capitanei vel quando esset contra hostes vel quando
esset eum banderia dicti d. Charsie, solvat ... dictus d. Ugo pro vice
qualibet duos florenos auri. Si vero deficeret ... ronzinus in mostra
que alibi fieret, solvat ... quartam partem unius floreni pro vice qua-
libet. Si autem legitimam excusationem habuerit admictendam per
predietos offitiales mostre, soldum perdere non debeat nec dictam pe-
nam substinere, et si contigerit, quod absit, aliquem ex dietis militi-
bus mori vel infirmari vel duci, quod teneatur dictus d. Ugo ... alium
substituere loco mortui vel infirmati seu ducti infra octo dies a die
mortis vel quo inceperit infirmari et non habeat soldum pro tali milite
mortuo vel infirmato vel ducto quousque miserit alium qui placeat et
approbet&r per offitiales Comunis Perusij ad hoc positos ... Et si equus

vel ronzinus aliquis moriretur vel inutilis efficeretur, teneatur infra
VIII dies a die mortui vel a die quo perderetur, duceretur, vel inutilis
efficeretur et interim dictum alium assignabit ..., soldum pro tali equo
t ronzino habere non debeat. Si autem equus vel ronzinus non mori-
retur sed inutilis efficeretur sive aliter magagnaretur ita quod cum

EM rand





246 ANSIDEI-BRIGANTI

ipso equo vel ronzino miles servire non posset, teneatur ... post VIII
dies a tempore quo fuerit magagnatus alium equum vel ronzinum po-
nere et assignare extimationis predicte, et elapsis dietis VIII diebus
soldum pro dicto equo sic magagnato habere non debeat donec alium
assignabit approbandum per dictos offitiales mostre. Et si contigerit
durante dicto tempore conductionis aliquem ex dietis equis vel ronzi-
nis mori vel magagnari, nullam emendam petant nec habere debeant a
Comuni Perusij, sed ipsos tenebunt eorum rischo et fortuna ..., salvo
quod equi et ronzini dicti d. Ugi et suorum militum stent ... ad
emendam Comunis Perusij hoc modo et casu tantum et non aliter, vi-
delicet si occideretur vel inutilis efficeretur per manus inimicorum Co-
munis Perusij in aliquo prelio vel insultu ubi esset persona dicti d.
Ugi vel banderia dicti d. Charsie et donec talem emendam non ha-
buerit a Comuni, non teneantur alium equum substituere vel ronzinum
... et interim soldum non perdat.

In aliis autem casibus stent e rischo et fortuna dicti d. Ugi et
suorum militum et quod ipse d. Ugo et dicti milites toto tempore quo
stabunt ad servitium Comunis Perusij non ibunt in servitium vel deser-
vitium alicuius Perusiíni vel alterius ad aliquas partes sine expressa
licentia dominorum Priorum Artium civitatis Perusij vel saltem VII
ex eis in concordia ad penam M librarum denariorum pro quolibet
contrafaciente et qualibet vice; et si ex ea causa oriretur turbatio in
civitate Perusij capite puniantur ita quod moriantur, et quod nulli per-
sone... comodabunt aliquem equum vel ronzinum... ad stipendium dieti
Comunis ad penam C librarum denariorum pro quolibet contrafaciente
et qualibet vice, non accipient ... aliquem equum vel ronzinum in pre-
stantiam ab aliquo Perusino clerico vel layco sub dicta pena....

Seguono altre disposizioni uguali a quelle stipulate con Bartolomeo
Gabrielli.
(C. 185).

AVID

28 dicembre. — I Priori e Camerlenghi del Comune di Perugia
uniti a Consiglio confermano Ugo di Belciampolo agli stipendi del Co-
mune per altri 6 mesi.

Die XXVIIJ mensis Decembris ... convocato et congregato Consi-
lio e£ adunantia dominorum Priorum artium et dominorum Camerario-
rum artium civitatis Perusij ... de mandato nobilis militis d. Johannis de

BARTOLOMEUS DE GABRIELLIBUS, ECC. 941

Esculo Capitanei populi Perusij (1), ordinaverunt, providerunt et refor-
maverunt domini Priores et Camerarij ... ad hoe ut guerra que est in-
ter Comune Perusij et Comune Spoleti et Assisij citius expediatur
quod d. Ugo de Beleiampo sit ... ad soldum et stipendium Comunis
Perusij cum quatuor equitatoribus ... et cum quatuor equis armigeris
per tempus sex mensium incipiendorum a die, qua dictus d. Ugo dic-
tos equitatores et equos assignabit et erunt approbati per offitiales Co-
munis Perusij .. cum illis pactis, condictionibus, soldo et stipendio
quod habuit a Comuni Perusij pro tempore proxime preterito ... quod
quidem soldum et stipendium maiores kabellerij Comunis Perusij ...
debeant dare et solvere eidem d. Ugoni de avere et pecunia Comunis
Perusij eo modo et ordine quo solverunt eidem pro tempore proxime
preterito, e& quod dietus d. Ugo et dicti sui milites ... debeant hobe-
dire d. Capitaneo guerre et suis offitialibus et dominis Prioribus artium
et omnibus aliis offitialibus Comunis Perusij in omnibus hiis que sibi
et suis militibus iniunctum fuerit, et mostras facere dictorum equita-
torum et equorum ad petitionem offitialium Comunis Perusij ... et quod
toto dieto tempore sex mensium ... esse debeat et permanere sub ban-
deria dicti d. Capitanei guerre.
£C. 209 T).

XVIII.

1322. — 14 maggio. — Ugo di Belciampolo torna agli stipendi del
Comune di Perugia con 25 cavalieri tutti stranieri (ultramontaniJ.

In nomine Domini amen, Anno eiusdem millesimo CCCXXIJ, In-
diet'one V, tempore d. Johannis Pape XXIJ, die XIIIJ mensis Maij.

Pateat evidenter quod probus et nobilis vir d. Ugo de Belciampo
Conestabilis XXV militum ultramontanorum, quorum nomina inferius
denotantur:

Jaconardus de Curex, Gerardinus Martini, Perinus de Turri, Jan-
nes lo grande, Guillelmus de Albagiano, Jam de Rues, Jam Buti-
let, Bartolomeus de Costan dictus Miles silvagius, Jacomar Dorinect,
Colar de Abierge, Thomas anglicus, Adam Percievallis, Johannes de
Farga, Testardinus de Salis, Florectus de Suarda, Rivonectus de Ge-

(1) Anche di questo Giovanni non risulta il nome, sotto l’anno 1321 e nel suc-
cessivo 1322, dal citato Catalogo dei Potestà e Capitani del Popolo compilato dal
Mariotti: secondo questo scrittore, un « dominus Iohannes Nicolai Asculanus » fu
Capitano del Popolo a Perugia nel 1316.







248 ANSIDEI-BRIGANTI

nova, Jambasoe, Ricardus de Stazat, Jacomardus de saneto Michele,
Guertius de Legi, Lisimbardus Tortu, Henricus de Choel, Robardinel-
lus, Cordebet, Jamdonella

Et ipse Conestabilis et milites omnes symul et in concordia ex una
parte et Petrus Nercoli syndieus Comunis Perusij ... ex altera ad in-
frascripta promissiones, conventiones et pacta concorditer pervenerunt ...
Qui d. Ugo Conestabilis et dicti milites cum dictis equis et ronzinis
promiserunt servire dieto Comuni et populo perusino et dominis Prio-
ribus artium ... per tempus sex meusium incipiendorum hodie, et ex

nune in antea.
Seguono altri patti simili a quelli, che si leggono nei documenti so-

pra pubblicati (1).
Cc. 101 t e 109).
XIX.

1325 — 28 agosto. — I Priori ordinano che siano pagati ad
Ugo di Belciampolo Conestabile di 40 militi duecento fiorini d’oro
per due mesi di stipendio.

Die XXVIIJ mensis Augusti.... domini Priores artium civitatis
Perusij.... auctoritate, baylia et arbitrio quod habent super talia et
liga et guerra Civitatis Castelli.... reformaverunt et expresse manda-
verunt quatenus Fidantia Boniohannis massarius et offitialis Comunis
Perusij ad recipiendum et colligendum pretium comunantiarum Comunis
Perusij det et solvat ... de pretio dictarum comunantiarum d. Ugoni
de Belciampo Conestabili XL militum stipendiariorum Comunis Perusij
de summa sue paghe prime primorum duorum mensium ducentos flo-
renos auri... ad hoc ut dicti milites habeant materiam magis solicite
et suficienter servire Comuui Perusij in factis dicte talie et lige.

Ce. T6 T).

XX.

1326 — 18 marzo. — I Priori, poiché Ugo di Belciampolo non
poteva oceuparsi nell'assoldare nuovi militi per il Comune di Perugia,

(1) Nello stesso giorno 14 maggio 1322 fu assoldato a servizio del Comune di
Perugia il « probus et nobilis miles d. Johannes de Gandesteri Conestabilis XXV
militum omnium ultramontanorum » (cc. 102 t e seg.) e nel giorno successivo 15
maggio fu assunto agli stipendi del Comune il « nobilis milex d. Thomassus de Tu-
dinis de Ancona Conestabilis XXV militum » (cc. 104 e seg.).

BARTOLOMEUS DE GABRIELLIBUS,. ECC. 249

ordinano agli offieiali incaricati delle condotte agli stipendi del Comune
di provvedere senza indugio al detto assoldamento a motivo della
guerra di Città di Castello.

Die XVIII mensis Martij.
Cum per sapientes et offitiales conducte Comunis Perusii fuerit
pridie ordinatum ... quod haberetur ... gens nova stipendiariorum mi-
litam Comunis Perusij, pro quibus inveniendis et conducendis debe-
rent ire d. Ugo Belciampi Conestabilis et Iacoputius Zonoli cum uno
notario et ipse d. Ugo pro facto solutionis et satisfactionis sui soldi et
stipendij e£ emendarum equorum et pro puntaturis eius et sue gentis
et aliis de causis sit adeo ... occupatus quod predictis novis condu-
cendis militibus accedere maxime nunc ad presens non potest, idcirco
domini Priores artium civitatis Perusij numero decem in concordia
existentes in palatio eorum solite habitationis ... volentes providere ne
sub spe dieti d. Ugonis impediti ... ut dictum est, tempus perdatur
in conducendis militibus set habeantur subito et debito tempore et ter-
mino pro factis tallie et lige et guerre Castelli, denumptiaverunt ...
omnia supradicta dietis offitialibus et bonis hominibus conducte stipen-
diarorum Comunis Perusii rogantes eos, precipientes, imponentes et
protestantes quod ad conductionem militum sint soliciti et aetenti et pro-
videant ... ad predicta ... sicut viderent convenire, offerentes se pa-
ratos procurare peccuniam necessariam et omnia alia facere ad que
tenebautur et ad eorum offitium pertinebunt pro habendis militibus su-
pradictis. _
Nomina quorum sapientum et bonorum hominum super conducta
sunt hec:
d. Mateus d. Iacobi Massolus Boni
d. Gualdredus d. Bonapartis Iohannellus Michelocti
Contolus Ranerij Ninus Benvenuti
Massinus Thome Pellolus Sonalgli

d. Franciscus Iohannelli Lellus Nercoli
(6C: p23 rJ.

XXI.

18 Tacito. — I Priori ordinano a Fidanzia di Bongiovanni frate
della Penitenza, collettore dei proventi delle comunauze, di versare ai '
maggiori gabellieri del Comune cento fiorini d'oro perché siano pagati
ad Ugo di Belciampolo, come stipendio suo e della sua comitiva.






250 ANSIDEI-BRIGANTI

— Die XVIII mensis Iulij. Domini Priores Artium civitatis Perusij
numero X in concordia existentes in palatio eorum solite habitationis,
auctoritate ... quam habent super facto et negotio lige, tallie et guerre
Civitatis Castelli e& omni iure et modo quibus melius potuerunt provi-
derunt... quod Fedantia Boniohannis frater de penitentia collector de-
nariorum et pretii fructuum comunantiarum Comunis Perusii absque
alia apodissa, precepto vel mandato det et solvat ... maioribus domi-
nis gabellarum Comunis Perusij centum florenos auri inter florenos
auri et aliam monetam causa dandi et solvendi d. Ugoni Belciampo
Conestabili XL militum et stipendiariorum Comunis Perusii pro suo
et sue comitive soldo et stipendio non obstante quod dieta pecunia sit
in alio usu vel opere deputata nec aliquo alio.

(C. 151 t).











































251

LA FAMIGLIA VITELLI

DI CITTÀ DI CASTELLO
E LA REPUBBLICA FIORENTINA FINO AL 1504

Continuazione e fine vedi Vol. XXI, fasc. I, pagg. 57-195.

CAPITOLO XIII.

Condanna di Paolo Vitelli; sue cause e suoi effetti.

Mentre che i Fiorentini attendevano alla guerra contro
Pisa, il re di Francia, come altrove accennammo, si prepa-
rava a scendere con l’esercito in Italia, per togliere a Lo-
dovico Sforza il ducato di Milano. Lo Sforza, per premunirsi
contro tale pericolo, ricorse ai Fiorentini, e, il 13 maggio
1499, li richiese di mandare in suo aiuto, contro il re di
Francia, 300 uomini d’arme e 2000 fanti al mese, promet-
tendo in contracambio di coadiuvarli a riconquistare Pisa (1).
I Fiorentini, che, come sappiamo, non solo volevano con-
servarsi neutrali tra i due contendenti, ma desideravano te-
nerseli amici, perchè non appoggiassero i Pisani, risposero
al Duca che non potevano dichiararsi suoi alleati, fino a che
non avessero ricuperato Pisa. Lo Sforza, che sì riteneva si-
curo del loro aiuto, si mostrò tanto contrariato da questa
loro risposta, che i Fiorentini, per rabbonirlo, gl’ inviarono,
con loro deliberazione del 9 giugno, Ser Antonio Guidotti
da Colfe, loro ambasciatore, per spiegargli che essi ritene-
vano « necessario riavere Pisa, avanti ogni altra obbliga-

(1) Arch. di Stato fior.: Dieci di Balìa — Responsive, vol. 54, pag. 156. Lettera

. di Francesco Soderini e Francesco Pepi, oratori fiorentini a Milano, del 14 maggio

1499,







252 G. NICASI

zione », perchè, senza di quella città, non potevano essere
utili all’alleato, « trovandosi occupati continuo nella guerra,
deboli per molte spese, et diminuiti di un membro princi-
pale, quale è Pisa ». Ed aggiungevano che, se si fossero essi
dichiarati partigiani del Duca, prima di riavere quella città,
tanto il Pontefice, che voleva darla al figlio, quanto i Vene-
ziani ed i Francesi, che l'avrebbero voluta togliere ai Fio-
rentini amici del Duca, si sarebbero rivolti a soccorrerla di
genti e di denaro; e quegli stessi Pisani, che ora si mostra-
vano tanto deferenti ad esso Duca, non appena lo avessero
saputo alleato dei Fiorentini, avrebbero diffidato di lui, e si
sarebbero dati ai Francesi: per tutto ció la dichiarazione
dei Fiorentini in favore del Duca, non sarebbe stata attual-
mente opportuna, perché avrebbe ad essi accresciuto peri-
colo, ed impedito a lui di coadiuvarli contro Pisa; e quindi
dovevasi per ora sospendere ogni dichiarazione, se il Duca vo-
leva veramente che i Fiorentini potessero rioccupare quella
città, per averli poi « piü interi e piü forti in ogni suo bi-
sogno » (1). Queste ragioni parvero appagare il Duca, il quale,
non volendo mostrarsi troppo esigente con i Fiorentini, per
non spingerli nelle braccia dei Francesi, non solo si accon-
tentó che essi aspettassero a dichiararsi in suo favore dopo
aver ripresa Pisa, ma, d'allora in poi, si dette in tutti i

modi ad incoraggiarli e coadiuvarli a riconquistare quella
città (2).

Quasi contemporaneamente anche il re di Francia si era
rivolto per aiuto ai Fiorentini contro Lodovico Sforza, e, per
mezzo dei loro ambasciatori, li avea richiesti « si dichiaras-
sino amici della sua Maestà, et inimici del duca di Milano » ;

(1) Arch. di Stato fior.: Dieci di° Balìa — Legazioni e Commissarie. Anni 1499-
1512, pag. 5. Commissione data a Ser Antonio (Guidotti) da Colle, 9 giugno 1499.

(2) Arch. di Stato fior.: Signori — Responsive, vol. 12. In questo volume vi sono
molte lettere, scritte da Milano, durante il mese di luglio 1499, dagli ambasciatori
fiorentini, nelle quali si fanno, per parte dello Sforza, pressioni ed offerte alla Si-
gnoria di Firenze, perché proceda spedita a prendere Pisa.



LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 253




aggiungendo che « non voleva si andassi punto prolungando, 2
o dissimulando, ma che largamente, o si acconsentissi, o si
negassi » (1). I Fiorentini, anche con il re di Francia, ten.
tarono dilazionare il dichiararsi, fino a che non fosse ulti-
mata la loro impresa contro Pisa; ma il Re non volle accet-
tare dilazioni, e minacció di trattarli da nemici, se subito
non si fossero dichiarati a lui favorevoli. Allora i Fiorentini
ricorsero ad un mezzo termine, e, con lettera del 27 luglio,
autorizzarono i loro ambasciatori a promettere ufficialmente
al Re, purché su ció fosse mantenuto il segreto, che la Re-
pubblica fiorentina non sarebbe mai stata contraria ai Fran-
cesi, né avrebbe dato aiuto o favore ai loro nemici »; ma
si sarebbe astenuta dal dichiararsi alleata del Re, « finché la
impresa di Pisa non fosse espedita », per non dare pretesto
al duca di Milano di soccorrere i Pisani (2). Il Re si accon-
tentò per allora di tale dichiarazione, della quale, a richie-
sta di Monsignor di Roano, fu fatto regolare contratto, l' 11
agosto 1499 (3).

Intanto l’esercito francese, guidato da Luigi Lignì, Ebe-
rardo di Obigni, e Giangiacomo Triulzio, era sceso in Italia
per la conquista del ducato di Milano; ed, il 13 agosto 1499,
prese in poche ore la rocca di Arazzo sul Tanaro, e, quindi,
nei giorni seguenti, espugnato Annone, s’ impadronì con poca
difficoltà di Valenza, Rosignano, Voghera, Castelnuovo, Ponte
Corona, Tortona; ed il 29 agosto, occupò, dopo soli due
giorni di assedio, Alessandria. La perdita di quest’ ultima
città, che da tutti si credeva avrebbe opposto lunga resi-
stenza, tolse animo alle altre città del Ducato; e anche






























(1) Affch. di Stato fior.: Diecî di Balìa — Responsive, vol. 59, carte 137. Decifrato
di lettera degli ambasciatori fiorentini presso il re di Francia, dato a Parigi a dì 8
giugno 1499.

(2) Arch. di Stato fior.: Signori — Responsive, vol. 12, carte 318. Lettera in cifra
degli ambasciatori fiorentini alla Corte di Francia, Cosimo dei Pazzi e Pietro Sode-
rini, datata da Lione, 2 agosto 1499.

(3) Arch. di Stato fior.: Signori — Responsive, vol. 12. Lettera dei sopradetti in
data 12 agosto 1499.










251 G. NICASI

Pavia si rese a patti; dimodochè Lodovico Sforza, il quale
oramai vedeva impossibile ogni difesa, abbandonò, il 2 set-
tembre, Milano, lasciandone però ben munito e difeso il ca-
stello, e riparò in Germania, presso re Massimiliano, suo pa-
rente. Partito lo Sforza, i Milanesi vennero a patti; ed, il 6
settembre 1499, i Francesi entrarono in Milano. Poco dopo
anche il castello di quella città, ritenuto inespugnabile, fu,
per tradimento del castellano, cui lo Sforza lo aveva affi-
dato, consegnato ai Francesi.

Nel frattempo Paolo Vitelli, essendo oramai risoluto,
come vedemmo, ad abbandonare l'assedio di Pisa, aveva for-
tificato, secondo gli ordini della Signoria (1), Torre di Foce,
e l’ 8 settembre si era con l’esercito ritirato alla Vertola, dove,
per essere dalla cavalleria pisana impedito il rifornimento
del campo, si trovò in tale penuria di vettovaglie, che i
suoi soldati, per provvedersi il cibo, avrebbero ucciso i po-
chi bova, adibiti ai trasporti (2), se il commissario fiorentino
Piero Vespucci, con la sua autorità ed energia, non fosse riu-
scito a provvedere, dalle vicine località, pane sufficiente a

distogliere i soldati da questo loro proposito. Il Vitelli, co-
noscendo le gravi difficoltà, che avrebbe incontrato per tra-

sportare a Cascina le grosse artiglierie, sia perchè le strade
erano ridotte impraticabili dalle acque, sia perchè, « per es-
sere lacero e stracco tutto il contado » (3), difettavano i
bova ed i marraioli, necessarii a quel trasporto, fece cari-
care, d'accordo con i Commissarii e con la Signoria (4), l'ar-
tiglieria grossa su barche alla Foce dell'Arno, per mandarle
per aequa a Livorno; peró, essendo il mare grosso, si trat-
tennero alcuni giorni alla Foce, per attendere il vento favo-
revole.

(1) G. CANESTRINI. Scritti inediti di Niccolò Macchiavelli. Spedizione contro Pisa
del 1499. Lettera ai Commissari di campo del 6 settembre 1499.

(2) G. CANESTRINI. Loco citato. Lettera ai medesimi del 10 settembre 1499.

(3) G. CANESTRINI. Loco citato. Lettera del 7 settembre 1499.

(4) G. CANESTRINI. Loco citato, Lettera del 4 settembre 1499.





LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 255

I Signori fiorentini, che, come narrammo, fino da quando +
si erano persuasi della infedeltà dei Vitelli, avevano voluto
assicurarsi di Cascina, non solo ordinando a tutti i Casci-
nesi, al di sopra dei 14 anni, di rappresentarsi al magistrato
a Firenze, ma anche affidando la custodia di Cascina agli
abitanti di Montopoli e Santa Croce, nemici dei Cascinesi,
non appena seppero dai Commissarii di campo che, circa
cento abitanti di Cascina, atti alle armi, avevano preso con-
dotta tra i soldati del Vitelli, temettero che, per mezzo di essi,
potesse Paolo Vitelli impossessarsi di Cascina: e per ciò, il
2 settembre, incaricarono il Commissario Piero Vespucci che
pregasse il Capitano di volere ordinare a tutti i Cascinesi,
che si trovavano al campo, di presentarsi, « fra un termine
deputato », e sotto pena della confisca dei beni, alla Signo-
ria di Firenze; e, nel caso che il Capitano non volesse ade-
rire a dare tale ordine, dovesse lo stesso Vespucci, o per
bando, o per altro modo qualunque, ordinare a tutti i Ca-
scinesi, dai 14 anni in su, che, se, fra tre di dalla data del
bando, non si fossero presentati alla Signoria, sarebbero stati
dichiarati ribelli, ed i loro beni sarebbero stati confiscati.
Inoltre, ingiunsero all’altro Commissario Galeotto dei Pazzi,
che si trovava a Cascina, di far buona guardia a quella
Terra; d’ impedirne l'ingresso a qualunque Cascinese, e di
provvedere che quella parte di Cascina, che aveva le mura
in terra, fosse talmente fortificata, « per via di ripari, o al.
trimenti », che vi si potesse stare a guardia comodamente (1).
Ed i Commissarii eseguirono puntualmente tali ordini.
Anche delle artiglierie temevano i Signori fiorentini, e’
per impedire che il Vitelli potesse impadronirsene, o tentasse
farle gadere in mano ai Pisani, ordinarono ai Commissarii
che si facesse il possibile per « condurre a salvamento le
artiglierie », perchè non pareva ad essi Signori di « potere





































(1) G. CANESTRINI. Loco citato. Lettera ai Commissari di campo in data 7 set-
tembre 1499.





256 G. NICASI

stare con l'animo posato, mentre che « quelle si trovavano
« o in Torre di Foce, o in barche »; e sembrava loro che
non giungesse mai « quel tempo », che fossero « ridotte, o
a Livorno, o a Cascina » (1). Spinti da tali eccitamenti, i
Commissari affrettarono la partenza delle barche con le ar-
tiglierie per Livorno: infatti, il 12 settembre, le dette barche
« uscirono di Foce, accompagnate da alcnni brigantini ar-
mati » (2). Giunti al largo, trovarono un mare cosi grosso e
minaccioso, che, giudicando temerario l’ avventurarvisi, tor-
narono verso la Foce, dove, non sentendosi sicuri per la fu-
ria del mare, si ripararono « verso Fiume Morto »; ma, so-
praggiunta la notte, non potendosi ben governare nell'oscurità,
andarono a traverso alla piaggia » (3): e così. affondarono
dieci barche con tutte le artiglierie e munizioni, che vi erano
sopra (4).

Il 13 settembre, l’esercito fiorentino parti dalla Vertola
con il resto delle artiglierie, ed alloggió all'abbadia a San Sa-
vino (5). Appena partiti i Fiorentini, la Torre di Foce si dette
ai Pisani, i quali ebbero così aperta la via al mare, da dove
poterono rifornire Pisa del necessario, a mezzo delle barche
genovesi (6).

Anche il sinistro toccato all’ artiglierie fiorentine, e la
perdita della Torre di Foce, furono dal popolo di Firenze at-
tribuiti al tradimento dei Vitelli, ed i Signori, decisi, ora più
che mai, a sopprimerli, affrettarono la partenza per il campo
dei nuovi Commissarii Braccio Martelli ed Antonio Cani-

giani, i quali, sotto colore di recarsi al campo per « rasset-
tare, ordinare, ed alloggiare tutto l’esercito » (7), venivano
invece, come già dicemmo, a far prigionieri i Vitelli.

(1) G. CaxEsTRINI. Loco citato. Lettera ai Commissari, in data 10 settembre
1499.

(2) (3) PORTOVENERI. Memoriale.

(4) G. CANESTRINI. Loco citato, Lettera ai Commissari di campo del 13 settem-
bre 1499.

(5) G. CANESTRINI. Loco citato. Lettera ai Commissari, in data 14 settembre 1499.

(6) ANONIMO PISANO. La guerra di Pisa etc.

(7) G. CANESTRINI. Loco citato. Lettera ai Commissari del 14 settembre 1499.









LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 251

Intanto, allo scopo di predisporre la corte di Francia a
ricevere con minor turbamento la notizia della prigionia
dei Vitelli, che si supponeva avrebbe suscitato grave risen-
timento in quella Corte, dove erano amatissimi, scrissero i
Signori, fino dall’ 8 settembre, ai loro ambasciatori presso il
Re, di essere malcontenti del modo come i Vitelli servivano
la Repubblica, ed autorizzarono i detti ambasciatori a nati
ficare questo loro malcontento al Re ed alla Corte. Non ap-
pena il Cardinal della Rovere, che si trovava alla Corte, ap-
prese che i Fiorentini mal si contentevano del servizio pre-
stato dai Vitelli, pregò il Re che, nel caso Paolo Vitelli fosse
stato dai Fiorentini rimosso dal grado di Capitano generale
del loro esercito, volesse Sua Maestà suggerire alla Signoria
di Firenze di mettere a quel posto Giovanni della Rovere,
prefetto di Roma, e fratello di esso Cardinale. Inoltre lo stesso
Cardinale avvertì gli ambasciatori fiorentini che il Re, a-

. vendo saputo come i loro Signori « si contentavano male

del servitio dei Vitelli », e supponendo perciò che « omnino
li avessino a revocare », avrebbe richiesto essi ambasciatori
di scrivere alla Signoria che volesse concedere il Capitanato
dell’ esercito: fiorentino al Prefetto di Roma: ed in tal caso,
il Cardinale li pregava a volere scrivere efficacemente, per-
ché egli, avendo « desiderio extremo » di stabilire il Pre-
fetto, suo fratello, al servizio di Firenze, avrebbe fatto il
possibile di mettere la sua autorità, presso il re di Francia,
a vantaggio degli interessi dei fiorentini. Anche Gian Gia-
como Triulzio, ed il Maresciallo di Giers assicurarono i detti
ambasciatori che il Re avrebbe « istantissimamente » richie-
sto alla Signoria di Firenze che, nel caso della rimozione di
Paolo Vitelli da Capitano, lo avesse surrogato con il Prefetto
di Roma; ma il Re, per altro, non fece tale richiesta (V.
Doc. 607).

I nuovi Commissari di campo fiorentini partirono la
sera del 13 da Firenze, ed il 14 settembre giunsero all’aba-
dia a San Savino, dove trovarono il campo ridotto a tali















































258 G. NICASI

meschine proporzioni, che Paolo Vitelli, giudicando di non
potere con le poche forze rimaste mantenersi senza pericolo
alla campagna contro i Pisani, chiese, unitamente al Gover-
natore Rinuccio da Marciano e al Signore di Piombino (1), di
essere mandato con le genti alle stanze. Ma i Signori, con
loro lettera del 17 settembre, ordinarono che « per alcun
conto, o sotto alcun colore il campo » andasse « alle stanze »
(V. Doc. 598); perché essi volevano « tenere e' Pisani stretti,
per essere loro adosso, et con le forze unite; et non avere
a spendere in altre guardie per le Terre circostanti »: tanto
più che, avendo già essi Signori ordinato 2000 nuovi fanti,
« anche se non fussi in Campo se non 100 uomini d'arme »,
sarebbero stati d'avanzo a resistere ad un impeto de' ne-
mici » (2). Il vero scopo, però, della proibizione, fatta dai Si-
gnori, di mandare le genti alle stanze, era il timore di ren-
dere, in tal caso, più difficile la cattura dei Vitelli (3).

I Commissari di campo avevano scritto ai Signori fio-
rentini, che incontravano gravi difficoltà a tradurre in atto
il mandato ricevuto di arrestare i Vitelli; e per ciò deside-
ravano di sapere, se essi Signori persistevano sempre nel
loro proposito di farli imprigionare. I Signori, con loro let-
tera del 16 settembre, così risposero: « Noi non siamo per
rimutarci dell’ opinione nostra, nè per darvi altra commis-
sione: massime non ci possendo volgere ad alcuna, dove sia,
etiam in minimis, la riputazione, o la sicurtà nostra » (4).

Il 17 settembre, Vitellozzo Vitelli fece una correria per
il territorio pisano, predando molte bestie da soma e facendo
varii prigionieri (5). Tale successo fu dai Commissarii noti-

(1) G. CANESTRINI, Loco citato. Lettera ai Commissari del 19 settembre 1499.

(2) G. CANESTRINI. Loco citato. Lettera ai Commissari del 16 settembre 1499.

(3) Tanto é vero che, appena il Vitelli fu preso, il campo fu mandato alle stanze.
(Vedi G. CANESTRINI, loco citato. Lettera ai Commissari del 5 ottobre 1499).

(4) G. CANESTRINI. Loco citato. Lettera ai Commissari del 16 settembre 1499.

(5) « E a di 17 (settembre) i Fiorentini feciono gran correria, da Ceprano fino
a Cutignola, e presoro alcuni prigioni di Calci tornavono dal mulino, e molti muli

tolsero loro, e ammazzorono alcuni mugnai et simile molti contadini del Pisano.
Stimasi presono circa bestie sessanta da soma ». PORTOVENERI. Memoriale.



LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 259

ficato ai Signori, i quali, temendo che ciò potesse fare intie-
pidire i Commissari nell’ adempimento del mandato d’ impri-
gionare i Vitelli, risposero essere lieti di quanto Vitellozzo
aveva fatto in « danno dei nemici, non per la cosa in se
che » era « di poco momento; ma per giudicare che la cat-
tiva sorte » dei Fiorentini potesse « essere in parte ces- |
sata » (1). È |

Il 18 settembre Paolo Vitelli avverti, per mezzo dei Com- Ill
missari, i Signori, che egli avrebbe in quei giorni mandato I
a Milano il suo segretario Corrado Tarlatini, a rendere omag- |
gio al re di Francia, nel suo solenne ingresso in quella città; |
mà i Signori, temendo che il Tarlatini potesse fare cattivi A
rapporti al Re sul modo che essi avevano provveduto alla





































impresa di Pisa, pregarono il Vitelli a voler fare in modo
che il suo rappresentante non giungesse a Milano prima de-
gli ambasciatori fiorentini, che per lo stesso scopo dovevano i
recarvisi tra pochi giorni (2): ed il Capitano annui a tale j
loro desiderio.

Abbiamo già visto, nel capitolo precedente, in quali
strettezze finanziarie si trovasse il campo fiorentino, allorchè
fu abbandonato l'assedio di Pisa. Paolo Vitelli ne era contro
la Signoria adiratissimo; e Vitellozzo avea, in quel giorno
stesso, che l’esercito si era ritirato alla Vertola, dichiarato
che, per i mali trattamenti dei Fiorentini verso i Vitelli, essi,
<« nè per favori, nè per denari », sarebbero per fare più al-
cuna cosa contro Pisa (V. Doc. 595). Tale stato di cose andò
in seguito peggiorando, perchè la Signoria, non appena si
propose di fare imprigionare i Vitelli, cercò che le loro stret-
tezze finanziarie aumentassero, acciocchè, non potendo essi
pagar le loro genti, fossero da quelle abbandonati, rendendo il
così più facile la loro cattura. Infatti la Signoria stessa, nel
rimettere, il 10 settembre, al Commissario Galeotto dei Pazzi
i denari per i bisogni del Campo, così lo ammoniva: « Non

(1) (2) G. CANESTRINI. Loco citato. Lettera ai Commissari del 19 settembre 1499.

18






































—___————————@—@—@—@





260 G. NICASI

4



manifesterai e’ denari che hai ricevuto ad alcuno, perchè
subito il Capitano vi farebbe su disegno per sue fanterie e
lancie spezzate » (1).

Le lettere scritte in quei giorni dal Vitelli non sono
giunte fino a noi, pure, conoscendo quanto era solito chie-
dere insistentemente denari per sè e per i suoi soldati ogni
volta scriveva, è da ritenersi che, in quei giorni, con tanta
più insistenza li richiedesse, quanto più forte era il bisogno
nel quale si trovava; e possiamo essere sicuri che, come già
altre volte, abbia ordinato al suo rappresentante Tarlatini di
« sturare le orecchie » in proposito alla Signoria. Certo è
che Corrado Tarlatini deve avere violentemente protestato
presso i Signori fiorentini per i mancati pagamenti al Vitelli,
che lo mettevano nella necessità di provvedersi altra con
dotta per vivere; e deve aver rinfacciato alla Signoria i poco
adeguati provvedimenti, da essa fatti per l' impresa di Pisa,
causa precipua della mala riuscita dell'assedio di quella città ;
e deve anche avere aggiunto che di tutto ció avrebbe fatto
rapporto al Re, quando, come rappresentante del Vitelli, fosse
eiunto a Milano. Infatti la Signoria fiorentina, scrivendo ai
suoi ambasciatori il 19 settembre — quando cioé ancora non
sapeva che Paolo Vitelli avrebbe differito l'andata a Milano
del Tarlatini — cosi li avvertiva: « Viene costà Messer Cor-
rado Tarlatini, per conto del Capitano, et doverrà trattare
cose di mala natura: et voi havete ad pensare che noi hab-
biamo conosciuto in lui tanta poca fede, quanto si può, et
poca sufficientia nel mestiere, et discorrere con carico nostro,
escusare sè, et cercare nuovi partiti. Noi siamo seco ad termini
tali, che non possiamo poter confidare più in lui. Dàvesene
adviso, aciò in ogni occorrentia sappiate come ve ne hab-
biate a governare » (V. Doc. 600).

Ma nè l'insistenza del Capitano, nè l’ escandescenze del
Tarlatini valsero a rattenere i Signori dal loro proposito di

(1) G. CANESTRINI. Loco citato. Lettera ai Commissari del 10 settembre 1499.











LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 261

volere isolare i Vitelli; che anzi, il 2 settembre, mentre con ^
più istanza eccitavano i Commissari ad eseguire il loro man-
dato di arrestare i Vitelli con la massima sollecitudine, ag-
giungevano: « Non date danari a quel Corso, nè ad alcun
altro favorito del Capitano per nulla, se non già voi non fa-
cessi per non adombrare; ma non vi lasciate andare molto:
et sopra tutto fate subito, subito, subito ». (V. Doc. 602). Il
26 settembre poi, così scrivevano agli stessi Commissari:
« Questo dì è stato qui un cancelliere del Capitano, et dicto
che, se al Capitano non è dato danari, che vuol vendere certi
poderi ha nel dominio nostro: sicchè ci pare che la medicina












nostra cominci ad operare; et iudicamo sia debole di gente, tra




li malati, et quelli se ne sono iti per non aver danari; et però
vi fia più facile recare a fine il disegno nostro: sicchè fate
presto, presto; et, quando l occasione viene, usatela » (V. «T
Doc. 603). i

Il Vitelli però non si era tanto facilmente rassegnato,
come pareva, a questa mancanza di pagamenti del suo soldo;
ma anzi, sembra, che, per obbligare i Fiorentini a pagarlo,
proponesse al Governatore, conte Rinuccio da Marciano, di
spingere le altre genti, assoldate dai Fiorentini, a disertare,
per restar poi loro due con tali forze, da potere occupare,
con le proprie genti, Cascina e Vico, e, impossessatisi delle
artiglierie, imporre ai Fiorentini, non solo il pagamento dei
quartaroni del loro soldo arretrati, ma anche la ricondotta.
Il Governatore, non solo non aderì a tale proposta, ma la
notificò a Piero Vespucci, il quale la riferi alla Signoria.
Questa, il giorno 28 settembre, scriveva ai Commissari di
campo, i quali si mostravano perplessi a procedere all’arresto
dei Vitelli, che sollecitassero l'esecuzione del loro mandato,
« accioché qualche maligno spirito non sturbasse la cosa,
perché ne resulterebbe danno grande », e potrebbe accadere
che i Vitelli, insospettitisi di quanto si stava contro di loro
tramando, si rifugiassero in Pisa: inoltre, siccome per arrestare
i Vitelli si aveva bisogno della connivenza del Governatore,



























































262 5 G. NICASI




per avere in ogni evento l'appoggio delle sue genti, cosi or-
dinarono ai Commissari che, per disporre lo stesso Gover-
natore ad aiutarli, dovessero fargli sapere che era giunto alle
loro orecchie quanto egli aveva raccontato a Piero Vespucci
sul conto di Paolo Vitelli (V. Doc. 604).

Non sappiamo se, a persuadere il Governatore di coa-
diuvare i Commissari ad impadronirsi dei Vitelli, sia bastato
l’accenno di quanto egli aveva riferito al Vespucci, oppure
siano anche state necessarie più o meno grandi promesse;
ma il certo è che, non solo egli condiscese alle richieste dei
Commissari, ma fu stabilito che la sua casa dovesse essere
il luogo, dove l'arresto del Capitano dovesse avvenire.

Il Governatore risiedeva in Cascina, e Paolo Vitelli, con
il fratello, era alloggiato a Settimo, da dove si recava fre-
quentemente a Cascina per le sue mansioni di Capitano. Il
giorno 28 settembre, recatosi a Cascina, fu invitato in casa
del Governatore, per trattare di cose riferentisi all’ esercito,
e per pranzare insieme con i Commissari. Paolo Vitelli vi
andò senza sospetto; e, dopo il banchetto, fu improvvisa- .
mente assalito da gente armata, che irruppe nella sala, e,
preso e legato, fu condotto prigione nella rocca di Cascina,
da dove egli stesso mandó notizia del suo arresto al fido
Cerbone — che era da poco ritornato a Firenze per surrogare
il Tarlatini quando questi si fosse recato a Milano — con
questa lettera, che fu l'ultima da lui scritta:

« Al mio Cerbone dei Cerboni di Castello, in Firenze ».

« Cerbone. Questa sera, a hore 24, questi signori Com-
missarii, essendo in casa del Governatore, me retennoro, en
hannome messo, a petitione de testi Signori, nella rocca di
Cascina. Io ve ne do notitia, acció che siate cum testi Si-
gnori et con tutti cittadini, et facciatili intendere come, se
non mi è fatto torto, in me non troveranno errore di natura
che meriti minima penitentia. Voi siete prudente; pigliate in LA FAMIGLIA VITELLI,-ECC. 263

questa cosa quel riparo, che vi paia expediente, per giusti-
ficare la innocentia mia.
Ex Cascina die 28 Settembre 1499.
Paolo Vitelli (1).

Contemporaneamente all'arresto di Paolo Vitelli, un Com-
missario fiorentino si presentò, con degli armati, a Vitellozzo,
in una camera della sua casa a Settimo, dove giaceva in
letto malato, e lo dichiarò in arresto per ordine della Si-
gnoria. Vitellozzo non reagì; ma dichiarandosi pronto a se-
guire il Commissario dovunque, perchè si sentiva forte della
sua innocenza, domandò di potersi vestire; e ciò fece con
astuzia, sperando che, nell’ indugio, sarebbero sopravenute al.
cune delle sue lance spezzate. Le quali difatti essendo ve-
nute, e accortesi che qualche cosa si tramava contro di lui,
si accozzarono in numero sufficiente a tener testa a coloro,
che si erano recati ad arrestarlo, e quando Vitellozzo com-
parve sulla porta in mezzo alla scorta armata del Commis-

sario, il Tartaglia, soldato di Vitellozzo, gli si avvicinò e,
messogli in mano uno stocco, gli disse: « E che! vi farete

voi dunque menar via a modo di un montone? ». Nel. me-
desimo tempo le lancie spezzate si serrarono tutte addosso
alla scorta del Commissario, obbligandola ad allontanarsi,
mentre Vitellozzo, restato libero, corse in fretta alla sua
: *.. ; ; :
stanza, afferrò tutto ciò che in quel frangente gli venne alle
mani di più importante (2), e, ridisceso tra i suoi, saltò a ca-
vallo, fuggendo a briglia sciolta verso Pisa, seguito da circa

(1) Questa lettera fu pubblicata dal ViLLARI nel suo « Macchiavelli e i suoi
tempi », vol. I, pag. 563 con questa nota: « Carte del Macchiavelli, cassetta II, n. 75.
Il Macchiavelli vi scrisse sopra queste paro.e : Lettera di Paolo Vitelli, di sua mano,
quando fu preso. Fu già pnbblicata dal Signor Nitti, ma con qualche variante. Noi
abbiamo seguito fe lelmente l'originale ».

(2) Confronta nell’Appendice il doc. 624, nel quale si dice che Vitellozzo aveva,
il 17 ottobre, cominciato in Pisa « a far battere li argenti riportò di campo ». Se
ebbe tempo di portar via dal Campo i suoi argenti, vuol dire che, prima di darsi
alla fuga, poté prendere nella sua casa gli oggetti più preziosi; ecco perché noi
non abbiamo seguito alla lettera il racconto dello storico Nardi.









264 G. NICASI

150 dei suoi cavalleggeri, che poterono in quel trambusto
mettersi insieme.

Appena impadronitisi della persona del Capitano, i Com-
missari spedirono messi a Firenze, a portarvi la notizia del
suo arresto e della fuga di Vitellozzo. I messi giunsero a
Firenze la mattina del 29 settembre, circa le ore 5 (1), ed i
Signori fecero immediatamente montare a cavallo Filippo
Buondelmonti e Luca degli Albizzi (2), con l'ordine di recarsi
a prendere il Vitelli, per condurlo con tutte le cautele a Fi-
renze; mettendosi d’accordo con i Commissari per i provve-
dimenti di sicurezza relativi, non solo a condurre il prigio-
niero a Firenze, ma anche a ben provvedere le fortezze contro
possibili tentativi di Vitellozzo. Poco dopo spacciarono dietro
ad essi una staffetta, per ordinar loro che, con ogni celerità
possibile, sollecitassero la venuta in Firenze di Paolo Vitelli,
« perché, avendo scripto Vitellozzo a Milano, potrebbe essere
facile cosa », cosi scrivevano essi, « che non passi domani
havessimo lettere dal Cristianissimo Re, contrarie ai disegni
nostri ; e però sollecitate il cammino con gran forza » (V.
Doc. 606). Evidentemente temevano che, per intervento del
Re, fosse loro impedita la uccisione del Vitelli, da essi irre-
vocabilmente stabilita.

Unitamente all’ordine di aftrettare la partenza del Vitelli,
la staffetta portava anche istruzioni ai Commissari, per fare
il possibile « di avere nelle mani Messer Oliverotto da Fermo,
Messer Cherubino dal Borgo, e Bastiano da Cremona », tutti
ritenuti complici del Vitelli; ed inoltre, di fare arrestare anche
i suoi « cancellieri ed altri suoi favoriti » ; nonché di seque-

(1) « In questo punto, che siamo a ore 10, aviamo la staffetta vostra di iersera
ed intendiamo ... essere sostenuto il Capitano ... » I Fiorentini contavano le 24 ore
del giorno, cominciando dalla calata del sole, quindi le ore 10 di ottobre dovrebbero
corrispondere alle ore 5 antimeridiane del sistema attuale.

(2) G. CANESTRINI. Loco citato. Lettera del Macchiavelli ai Commissari in Campo
del 29 settembre 1499, dalla quale abbiamo tratto anche il brano della nota ante-
cedente.

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 265

strare « tutte le scritture sue » (1). In esecuzione di tali or-
dini i Commissari, appena partito Luca degli Albizzi, che con
forte scorta conduceva Paolo Vitelli a Firenze, procedettero
all'arresto di Messer Cherubino dal Borgo Sansepolcro, di
Messer Antonio Tarlatini e di Maestro Antonio di Nicoló da
Castiglion fiorentino, medico di Paolo Vitelli: non poterono
arrestare Oliverotto da Fermo e Bastiano da Cremona, per-
ché erano fuggiti, insieme con Vitellozzo, a Pisa: contempo-
raneamente sequestrarono, nel quartiere già abitato da Vi-
tellozzo, tutte le sue carte.

Mentre si procedeva a questi arresti e sequestri, tutto
il campo fiorentino andava a rumore, e nel trambusto le genti
del conte Rinuccio e degli altri condottieri si gettarono su
quanti facevano parte della Compagnia del Vitelli, i quali,
colti alla sprovvista, e privi dei loro capi, furono tutti sva-
ligiati e sbandati. Molti di essi si ripararono a Siena, da dove
Antonio Guidotti, ambasciatore fiorentino, scriveva, il 5 ot-
tobre, ai Signori: « Qui sono comparsi molti dei soldati del
Vitelli, e tutti sparlano e minacciano. Per quanto mi sia stato
riferito, non si sono fermi, et hanno detto volersi tutti tro-
vare a [Città di] Castello, et in quel luogo aspettare Vitel-
lozzo, per valersi della loro roba, stata loro tolta in campo ».
(V. Doc. 615).

Nel medesimo tempo che al campo si arrestavano i so-
pradetti, a Figenze la Signoria aveva fatto imprigionare Cer-
bone Cerboni, e gli aveva sequestrato tutta la corrispondenza
del Capitano, che si trovava presso di lui: avrebbe anche
arrestato Messer Corrado Tarlatini, se egli, che, come di-
cemmo, stava pronto a partire da un giorno all’altro per Mi-
lano, non si fosse, appena saputo l'arresto del Vitelli, dato
alla fuga, portando seco quella parte della corrispondenza

(1) G. CANESTRINI. Lettera del Macchiavelli ai Commissari di campo in data 29
settembre 1499.

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266 G. NICASI

del Capitano, che aveva presso di sé, ma lasciando in Firenze
la moglie ed i figli, che furono essi pure imprigionati dalla
Signoria: peró, poco dopo, furono rimessi in libertà, per in-
tromissione del duca di Urbino e dei Perugini, ai quali il
Tarlatini, appena fu fuori di pericolo, si era raccomandato, 1
perché si adoperassero alla liberazione dei suoi cari. (V. 1
Doce. 627 e 628). 3

Luca degli Albizzi, con la scorta armata che accompa- 3
gnava Paolo Vitelli, entró in Firenze a lume di torcie, la sera 1
del 30 settembre, a ore due e tre quarti di notte (1); e con-
dusse il prigioniero al palazzo della Signoria, dove fu subito
sottoposto a lungo e minuzioso interrogatorio intorno ai pre-
sunti suoi tradimenti; ma Paolo Vitelli, malgrado i gravi tor-
menti a cui fu sottoposto (2), persistette sempre a procla-
marsi innocente; ed i Signori, che tale sua fermezza non
poterono negare, asserirono in una loro lettera del 15 ottobre,
diretta agli ambasciatori fiorentini a Milano, che non avevano
potuto « ritrarre da lui cosa alcuna per mancanza di tempo »
(V. Doc. 625). Il che, ancora una volta, sta a provare che
la condanna del Vitelli era prestabilita, e che si faceva a
meno anche della sua confessione, pur di evitare il pericolo
che, per intervento del re di Francia, fosse sottratto al sup- 3
plizio. i

La mattina del 1° ottobre, il gonfaloniere di giustizia 1
ragunó il Consiglio degli Ottanta, al quale narró « le cause
et l’inditii, che avevano mosso la Signoria a far mettere le
mani addosso » al Vitelli; e « concluse che aspettava di es-
sere consigliato etc. ef maxime con prestezza per fuggire il
pericolo che » fosse loro « richiesto dal re di Francia »; e,
























(1) Vedi LaNDUCCI. Diario etc.
(2) Confronta Arch. di Stato fior.: Signori — Responsive. Lettera di Antonio
Malegonnelle, oratore fiorentino a Roma, in data 10 ottobre 1499, nella quale si dice,
vociferarsi in Roma dai partigiani del Vitelli, « lui essere stato innocente, et ti tor-
menti factili essere stati aspri et crudeli ... ». LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 261

per spingere maggiormente gli adunati a condannarlo, ag-
giunse dovessero considerare che, se da Paolo Vitelli era
« stato fatto, come è stato, havendolo honorato et pagandolo,
quello sarebbe inimico, se lui si lasciassi et potessi » (V.
Doc. 612).

Tutti i vecchi nemici del Vitelli, e coloro che gli erano
divenuti contrari per i tradimenti, che a voce di popolo gli
si attribuivano, gareggiarono in quell’adunanza per accumu-
lare accuse sul prigioniero; mentre i suoi amici, paurosi di
incorrere nel sospetto del popolo, che, raccolto in gran nu-
mero nella sottostante piazza, rumoreggiava imprecando al
traditore, restarono titubanti e perplessi nel prenderne le
difese: e quando il Gonfaloniere, a nome della Signoria, or-
dinò che, se alcuno dei convenuti « volesse preservata la
vita a Pagolo Vitelli », dovesse andarlo a dire « in ringhiera »,

avanti al popolo, nessuno ebbe il coraggio di farlo; di modo
che, anche gli amici, furono « reputati » .volere « che a esso
Pagolo Vitelli » fosse tolta la vita » (V. Doc. 612): e fu con-

dannato. Poco dopo i Signori, riuniti, stesero l'atto di accusa
contro il prigioniero, e lo rinviarono agli Otto di Custodia,
perchè lo dichiarassero traditore della patria, gli confiscassero
i beni, e lo condannassero alla decapitazione (V. Doc. 613).
Lo stesso giorno, gli Otto di Custodia e Pratica, riunitisi
à ore 22, emisero un bando, per il quale Paolo Vitelli si di-
chiarava traditore; e lo fecero pubblicare per le vie di Fi-
renze, ordinando contemporaneamente che, dentro un'ora, il
prigioniero dovesse essere giustiziato. « La sera del 1 ottobre
1499, in martedi, fu tagliata la testa al Capitano, cioé Pagolo
Vitelli, in palagio dei Signori, su alto in sul ballatoio: e fu
alle 28 e 5/4, che era la piazza molto piena di popolo: aspet-
tavano lo gittassino giù a terra del palagio: nollo gittarono,
ma mostrorno la testa alla fenestra del ballatoio, con un tor-
chio acceso, mostrandola al popolo su una mazza. Allora il
popolo si partì, giudicando si fussi fatta giustizia e grande







268 G. NICASI

onore alla Città » (1). Il cadavere di Paolo Vitelli fu poi se-
polto in San Pietro Scheraggio (2).

Il 2 ottobre, fu nuovamente dal Gonfaloniere adunato il
consiglio, per stabilire « come si dovesse procedere contro a
Messer Cherubino, a Mastro Antonio, medico, et a Cerbone
Cerboni, stati intrinsichi di Paolo Vitelli » ; e come dovevano
contenersi verso Vitellozzo, che era fuggito in Pisa; e se do-
vevano prendere al soldo alcuni di coloro, che erano stati
nella condotta di Paolo Vitelli; e come si dovesse riordinare
il campo contro Pisa. Fu concluso che i tre familiari del Vi-
telli dovessero sottoporsi ad interrogatorio, per procedere
contro di essi a seconda delle resultanze di quello; che, in
quanto a Vitellozzo, si dovesse per ora sospendere ogni de-
liberazione; che si prendessero al soldo quelli tra i soldati
di Paolo Vitelli, che dessero più affidamento di fedeltà, e ciò
per non costringerli a riunirsi in Pisa con Vitellozzo; e, per
ciò che si riferiva al riordinamento del Campo, fu rimesso
nella Signoria il deliberare (3).

Il 3 ottobre, i Signori si riunirono, e, all'unanimità, defe-
rirono agli Otto di Custodia l'esame dei familiari del Vitelli,
arrestati (V. Doc. 616). I quali per ció furono tutti dagli Otto
sopradetti sottoposti ad interrogatorio, su quanto essi sape-
vano dei tradimenti del Vitelli, e, per farli confessare, li sot-
toposero reiteratamente a gravissimi tormenti; ma non ne
ottennero alcuna rivelazione, salvo che da Messer Cherubino
dal Borgo, il quale confessò che, durante la guerra del Ca-
sentino, egli, per incarico di Paolo Vitelli, si era recato a
Casteldelci dai Provveditori veneziani, e dal conte Nicola Or-
sini di Pitigliano, allora nemici di Firenze, e con essi aveva
trattato di condurre agli stipendi di Venezia Paolo Vitelli,
mentre era Capitano generale delle genti della Repubblica



(1) LANDUCCI. Diario.

(2) Maso Calderaio. Memorie.

(3) Arch. di Stato fior.: Consulte e Pratiche, vol. 65, pag. 126, adunanza del 2
ottobre 1499.

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 269

di Firenze (V. Doc. 623). Per questa sua confessione Messer
Cherubino fu condannato a morte, tanto più che, fino dal-
l'aprile 1498, aveva bando nella vita, per aver assistito e dato
consentimento all'uccisione di Filippo di Bernardo Giovagnoli
del Borgo Sansepolcro: e l’ 11 ottobre 1499 fu appiccato ad
una finestra del palazzo del Potestà di Firenze (V. Doc. 617).
Anche Cerbone Cerboni di Città di Castello fu, il 27 ottobre
1499, condannato dagli Otto di Pratica, perché, in qualità di
Segretario di Paolo Vitelli, e durante tale officio, aveva com-
messo vari delitti verso la Repubblica, « facendo, trattando,
scrivendo e compilando alcuni trattati e patti, che resulta-
rono a danno » dello Stato di Firenze; ed anche perchè,
essendo consapevole dei tradimenti di Paolo Vitelli contro la
Repubblica, « non aveali notificati ». La sua condanna fu
alla segregazione perpetua nelle carceri delle Stinche di Fi-
renze, secondo la legge fiorentina, fatta contro i relegati del
1434. Tuttavia tale condanna fu, il 29 ottobre 1499, ridotta
a soli tre anni di segregazione nelle stesse Stinche, purché
peró lo stesso Cerbone avesse pagati, entro otto giorni dalla
notificazione della condanna, fiorini 150 per le spese di ufficio,
e la sua liberazione fosse stata deliberata unitamente dai Si-
enori, dai Collegi, e dagli Otto di Custodia e Balia, con tas-
sative modalità nella stessa sentenza stabilite (V. Docc. 631
e 632).

Maestro Afitonio di Niccoló da Castiglionfiorentino, me-
dico di Paolo Vitelli, fu, invece, dopo l'esame, rilasciato in
libertà, per insufficenza di indizi a suo carico; e furono poi
fatte pratiche per fargli riavere le sue robe, che, al momento
dell’arresto del Capitano, gli erano state tolte al Campo (1).

Intanto Vitellozzo Vitelli, fuggito, come narrammo, da

(1) G. CANESTRINI negli Scritti inediti di Niccolò Macchiavelli, in una nota alla
lettera dello stesso Macchiavelli al Commissario Antonio Canigiani del 30 ottobre
1499, scrive: « L'ultimo ottobre [il Macchiavelli] scrive al Canigiani e gl raccomanda
messer Antonio da Castiglione aretino, già medico di Pagolo Vitelli, che fu svali-
giato dopo ld eatiura del Capitano, perchè gli siano restituite le sue robe ».
























270 G. NICASI

Settimo, era giunto con i suoi compagni, la sera del 29 set
tembre 1499, a Pisa, circa « ad ore una di notte », e, fer-
motosi alle porte, chiese un salvocondotto per potere en
trare. I Signori pisani gli rilasciarono il salvocondotto, ed
egli, « a due ore di notte », entrò in Pisa (1), con XXXV ca-
valli e circa X fanti (V. Doc. 608), lasciando il resto dei suoi
cavalli fuori della città, dove « albergaroito » (2). Entrato Vi-
tellozzo, « subito, in casa «di uno Messer Francesco », a-
veva « scripto piü lettere et spacciato con epse » a Milano
« Bastiano da Cremona, capo dei balestrieri ». (V. Doc. 609).
Il 3 ottobre Vitellozzo mandò un suo trombetto ai Commis-
sari fiorentini, per richiedere « le sue scritture et libri »;
IB ma gli furono negate (3).

[| La Signoria fiorentina ordinava attivissime guardie alle
sue terre e castelli, nelle vicinanze di Pisa, perché correva

——





ui voce che Vitellozzo volesse tentare impadronirsi di Cascina
Il e Sansavino (V. Doc. 608). Si diceva anche che i Pisani vo-
M lessero fare andare Vitellozzo a campo a Librafatta, « per



e atei EE



















lai

potere seminare in val di Serchio », e che, invece, Vitellozzo
preferisse tentare Livorno. Tutte queste dicerie tenevano in



agitazione i Fiorentini, i quali, conoscendo la natura risoluta
e vendicativa di Vitellozzo, stavano « in qualche timore » (4),
tantochè, avendo essi saputo come Stefano Mottino, capitano
delle galere del Papa (5), era entrato l' 11 ottobre, con una
fusta e due brigantini, in Livorno, temettero vi fosse venuto
di connivenza con Vitellozzo, e perciò gl’ impedirono di par-



(1) (2) Vitellozzo giunse a Pisa « circa ad ora una di notte. E' Signori Pisani
sicurorono detto Vitellozzo ed entrò in Pisa a ore due di notte: e alcuni loro ca-
valli entrarono: el resto de loro cavalli albergarono fuori di Pisa ». [PORTOVENERI,
Memoriale].
(3) G. CANESTRINI. Scritti inediti di Niccolò Macchiavelli. Lettera ai Commissari
in campo contro l’isa in data 7 ottobre 1899.
(4) G. CANESTRINI. Scritti inediti di Niccolò Macchiavelli. Lettera ai Commissari
in campo contro Pisa in data 9 ottobre 1499.
(5) Così lo chiama il CANESTRINI in una nota a pag. 109 degli Scritti inediti di
Macchiavelli.





N.

LA FAMIOLIA VITELLI, ECC. 911

tire e lo misero in condizioni di non poter nuocere, finché non
giunsero loro da Roma informazioni precise circa il vero
scopo del suo viaggio (1) Vitellozzo peró era ricaduto am-
malato e non poteva muoversi da Pisa, dove, per mantenere
i pochi cavalleggeri e fanti rimastigli, aveva fatto fondere
alcune argenterie, che aveva portato seco nella sua fuga da
Settimo; ed era così riuscito a dare un ducato per uomo a
cavallo, ed un mezzo ducato per fante a piè. Contempora-
neamente aveva ordinato a Città di Castello che gli man-
dassero danari, e che gli assoldassero « insino in 200 cavalli
leggeri » ; e aveva inoltre assicurato i Pisani che, qualora i
Fiorentini fossero ritornati col Campo a Pisa, egli avrebbe
fatto « rompere in quello di Città di Castello », dove, con
le sue genti e con i molti amici, che aveva nei paesi limi-
trofi della Toscana, sperava di potere « fare danno grande »
alla Repubblica fiorentina (V. Doc. 624). Prima però di ogni
altra cosa Vitellozzo voleva, appena la salute glie lo avesse
permesso, recarsi a Milano da Luigi XII, re di Francia, per
purgarsi presso di lui delle accuse di tradimento, fatte dai
Forentini ai. Vitelli; e per impetrare da lui aiuto per vendi-
care la morte di suo fratello Paolo.

Il re di Francia si trovava a Pavia, in attesa di poter
fare il suo solenne ingresso in Milano, quando, prima da
Messer Corrado Tarlatini, poi dagli ambasciatori fiorentini,
seppe, il 1° ottobre 1499, la notizia dell'arresto di Paolo Vi-
telli. Il Re si mostrò molto meravigliato del fatto; ma per
allora si limitò ad ascoltare l'assicurazione, che i detti am-
basciatori facevano a nome della Signoria fiorentina, che essa
avrebbe giustificato la cattura del Vitelli in modo, « che Sua
Maestà et tutto el mondo intenderebbero che, non senza gran-
dissima cagione et serenità », aveva preso tale deliberazione.
Il giorno stesso però, ad ore 22, Luigi XII, mandò ai detti

(1) G. CANESTRIRI. Loco citato. Lettere del Macchiavelli ad Angnolo Serragli
del 13 e del 18 ottobre 1499.

















218 G. NICASI

ambasciatori due dei principali personaggi della Corte, a dire
loro che Sua Maestà, avendo « obbligatione et inclinazione
di amore alli Vitelli, per le virtü loro et servitii fatti » alla
Corona di Francia, « et avendo qualche fide digna relatione
che e' possino essere stati colpiti a torto, et processo contro
di loro, piuttosto per impeto et senza fondamento, che con-
sultameute et con ragione », desiderava scrivessero alla Si-
enoria di Firenze, accioché « volesse procedere adagio et
maturatamente » contro il Vitelli; e si guardasse dal pren-
dere contro di lui « partito alcuno, avanti che per lettera, o
con il processo giustificato », non fosse sua Maestà chiarita « o
della iniquità, o della innocenzia » di lui, acciocchè, non avendo
errato, non fosse punito a torto, e, avendo errato, potesse
sua Maestà « concorrere » con la Signoria fiorentina « a ca-
stigarlo secondo la misura del delitto ». Le stesse cose fu-
rono ripetute anche dal Cardinale di Roano (V. Doc. 614).
Gli ambasciatori scrissero tutto alla Signoria; ma il
4 ottobre, essendo essi con la Corte ancora a Pavia, soprag-

giunse la nuova del supplizio di Paolo Vitelli. Il Re si tro-
vava quel giorno alla Certosa, e gli ambasciatori sopradetti
subito si recarono da Sua Maestà, per partecipargli la noti-
zia, e per assicurarlo che, sebbene la Signoria, nel notificare
loro il supplizio del Vitelli, non avesse avuto il tempo di ad-
durre lo ragioni di quella condanna, pure non avrebbe man-

cato di giustificare pienamente il suo operato, « et la festi-
natione del processo, il quale certo era fondato in causa sì
giuste et ponderose », che Sua Maestà non avrebbe potuto
che lodarla di quanto avea fatto. Il Re rispose « dispiacergli
la morte di Paolo Vitelli, il quale appresso di sè era stato
in opinione di valentuomo; et avrebbe piacere d'intendere
le ragioni » della condanna di lui: ma non mostrò di esser-
sene offeso. Non si contennero però così freddamente i prin-
cipali personaggi della sua Corte: infatti, allorchè gli amba-
sciatori fiorentini, tornati dall’ abboccamento con il Re, si por-

tarono a recare la notizia della morte del Vitelli a Monsi-

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 273

gnore di Roano, presso il quale si trovavano in quel giorno
riuniti molti dei più influenti personaggi della Corte francese,
il Cardinale, non appena scorse i detti ambasciatori, e prima
che essi potessero pronunciar parola, disse loro con risenti.
mento che, se i Signori fiorentini avessero mandato a morte
Paolo Vitelli, avrebbero arrecato tanta ingiuria a tutta la
Corte, » che non era per saldarsi di gran tempo, perchè i Vi-
telli erano benemeriti della Corona di Francia, et amatissimi
da quanti gentiluomini avea » quella « Corte; li quali ardi-
rebbero di levarsi in favore loro per fare qualsivoglia cosa » :
e anche il Maresciallo di Giers pronunciò « parole vementi
et del medesimo sapore » contro la Signoria di Firenze. Gli
ambasciatori fiorentini, sorpresi e perplessi di fronte a tale
esasperazione, si accostarono al Cardinale suddetto, gli sus-
surrarono all'orecchio che Paolo Vitelli era stato decapitato,
e cercarono di giustificare il fatto come meglio poterono. Il
Cardinale, dopo che ebbe espresso agli ambasciatori la sua
più alta meraviglia per l'accaduto, partecipò ad alta voce
la notizia ai convenuti: ed allora « levaronsi su parecchi di
quelli Signori con molte violenti et iniuriose parole, indica-
trici che questa cosa non avessi a passare così leggermente;
accusando gravissimamente » la Signoria fiorentina ed il suo
modo di governare. Il Cardinale fece del suo meglio per se-
dare tanto risentimento, consigliando ad aspettare, prima di
pronunciarsi pro o contro, le giustificazioni che avrebbero
addotto di questo caso i Signori fiorentini, perchè, « se Paolo
Vitelli avesse errato, era giusto che fosse stato punito »; tut-
tavia « non potè raffrenare la indignazione quasi universale
di quei Signori » (V. Doc. 614).

Il giorno seguente, 5 ottobre, il Re parti da Pavia per
avvicinarsi « circa 5 miglia » a Milano, seguito dagli amba-
sciatori fiorentini sopradetti, ai quali si unirono anche i
nuovi ambasciatori, che Firenze aveva allora mandato per
prender parte all’ ingresso del Re in Milano. Il 6 ottobre,
che fu domenica, il Re, circa le ore 22, entrò trionfalmente



274 G. NICASI

in Milano, seguito dai rappresentanti di gran parte dei Po-
tentati d’ Italia, che si erano colà recati per fargli onore. Il
7 ottobre, i vecchi ambasciatori fiorentini, nel recarsi dal Re
per fissare l’ udienza di ricevimento dei nuovi ambasciatori
loro colleghi, si incontrarono con messer Gian Giacomo
Triulzio e con il maresciallo di Giers, «i quali, cominciando
subito a parlare del caso di Paolo Vitelli », insistettero su tale
argomento « incessanter per più di mezz'ora », con parole sde-
gnose e con gravi accuse all’ indirizzo della Signoria di Fi-
renze, alla quale essi imputarono di avere « morto a torto
et iniustamente uno dei più valentuomini et amici della Mae-
stà del Re, che fussi in Italia, a furore di populo et incon-
sideratamente »: aggiungendo che la sua morte non reste-
rebbe impunita, « perchè con quella si era offesa tutta la
Corte » francese, la quale reclamerebbe « iustitia appresso
il Re », essendo tutti i componenti la detta Corte tanto certi
della innocenza del Vitelli, « che non dubiterebbero di met-
tersi in prigione con ogni uomo, perché la verità si ritro- .
vassi; et che Vitellozzo verrebbe alla Maestà del Re ad do-
mandare justitia, nè quella era per possergnene negare; et
che veniva ad costituirsi in prigione per iustificare la inno-
centia sua ». Malgrado le molte giustificazioni che i detti
ambasciatori cercarono di addurre a discolpa della Signoria
fiorentina, non fu possibile frenare in quel momento « il fu-
rore » di quei due personaggi, « non obstante che molti
fussimo circumstanti » ad ascoltare: anzi, non solo non vol-
lero accogliere « alcuna excusatione », ma, avendo gli am-
basciatori detto che la Signoria avrebbe giustificata la morte
del Vitelli, « a satisfatione del Re et della Corte », sebbene
essa Signoria non riconoscesse alcun superiore, da essere ob-
bligato a rendergli conto delsuo operato più che non volesse,
fu loro risposto che « poca fatica sarebbe » dare a Firenze
wn superiore; e che la Repubblica aveva nei Francesi « un
tal vicino, che non mancherebbe di correggere le ingiusti-
Zie » dei Magistrati repubblicani; e che ai Signori fiorentini

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 215

era necessario a quel vicino « avere rispecto, più che non
avessino avuto in questo caso ». (V. Doc. 614).

Questo altezzoso e minaccioso linguaggio fece avvertiti
gli ambasciatori fiorentini, e, per essi, la Signoria di Firenze,
che era pur necessario giustificare, nel più completo modo
possibile, l'operato loro contro i Vitelli, se non volevano in-
correre in grossi guai. Per ciò, in diverse lettere, dirette ai
loro ambasciatori, accreditati presso il Re di Francia e presso
gli altri potentati d’ Italia, cercarono di accumulare contro il
Vitelli tal numero di accuse, che potessero essere ritenute
bastanti a farne credere giusta la condanna. Ma riuscirono
in ciò i Fiorentini? Degli storici, che si occuparono del Vi-
telli, alcuni ritennero provate le accuse e lo giudicarono reo,
altri, invece, malgrado le accuse, lo dichiararono innocente,
Noi, senza seguire cecamente nè .gli nni nè gli altri, esami-
neremo con la massima obiettività le principali accuse fatte
al Vitelli, e, vagliandole ad una ad una, ed equamente va-
lutandole, in base agli usi del tempo cui si riferiscono, cer-
cheremo di farci in proposito un convincimento, il più pos-
sibilmente consono alla verità ed alla giustizia.

Varî sono, oltre la sentenza di morte (V. Doc. 613) i do-
cumenti ufficiali delle Autorità fiorentine, che contengono le
accuse da esse fatte ai Vitelli, e noi li abbiamo tutti impar
zialmente pubblicati in Appendice (V. Doc, 609, 612, 621,
622, 623): vi sono poi alcune accuse che non si trovano e
lencate nei documenti ufficiali, ma sono riportate dagli sto-
rici, specialmente dal Nardi, che fu uno degli scrittori più
avversi ai Vitelli. Noi elencheremo le une e le altre, facen-
dole ad una ad una seguire da quelle osservazioni, che ri-
terremo necessarie, a metterle nella loro vera luce, e a dare
a ciascuna quel peso di attendibilità che merita.

Le accuse adunque, che furono fatte a Paolo Vitelli, fu-
rono le seguenti:

I Accusa: Avere, durante la guerra del Casentino, e men-

19



216 G. NICASI

tre era al servizio della Repubblica, trattato con i nemici, allo

scopo di rimettere î Medici in Firenze; e avere, per mezzo di

Messer Cherubino del Borgo Sansepolcro e di Giovambattista di
Montepulciano, « praticata et ferma la condocta con la. Signoria
di Venezia, con soldo di 50 mila ducati et titulo di Governa-
natore » (V. Doc. 617).

È indubitato che Paolo Vitelli, durante la guerra del
Casentino, fosse in trattative di assumere servizio con i Ve-
neziani; e noi stessi ne riportammo le prove inoppugnabili
(V. Doc. 454 e 455). Ma costituiva ciò, secondo gli usi mili-
tari di quel tempo, un atto delittuoso ? No certamente. I Capi-
tani di ventura, che prendevano soldo presso un qualunque
Potentato, avevano tutto il loro interesse che, scaduto il
tempo dell’assunto servizio, avessero pronta altra condotta,
per non trovarsi costretti, o a sciogliere la loro Compagnia, od
a mantenerla del proprio. Da ciò nasceva la necessità di aprire
trattative con altri Potentati — e magari con quelli stessi, con-
tro i quali presentemente si trovavano in guerra (1) — per fis-
sare nuovo servizio, prima che scadesse la vigente condotta.
Siccome poi queste trattative erano ordinariamente lunghis-
sime, per poter mettere d’accordo le soverchie richieste e le in-
sufficienti offerte di soldo, così i Venturieri, per non trovarsi
iugulati dalle strettezze del tempo, cominciavano ordinaria-
mente le nuove contrattazioni, non più tardi di sei mesi avanti
la scadenza del servizio in corso. Ora a Paolo Vitelli la con-
dotta, che aveva con i fiorentini, scadeva alla fine di maggio
1499, ed era quindi naturale che, fino dal gennaio di quello
stesso anno, cercasse di premunirsi contro. la molto proba-
bile eventualità — dato lo spossamento finanziario dei Fio-
rentini — di una mancata riferma. Del resto la nuova con

(1) Lo stesso Vitellozzo Vitelli, nel marzo 1497, era in procinto di passare al
servizio della Lega contro il re di Francia, del quale era stato soldato; e trattava
contemporaneamente con i Medici e con i loro nemici i Fiorentini: e, sebbene l’uno
sapesse delle trattative dell’altro, nessuno di loro ritenne per questo traditore Vi-
tellozzo.

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 277

dotta con i Veneziani fu fissata dai rappresentanti del Vi-
telli ma non fu da esso ratificata; e quindi non ebbe effetto.
Inoltre, a dimostrare la perfetta buona fede di Paolo Vitelli,
sta il fatto che, durante appunto le suddette trattative con
i Veneziani, inflisse alle loro genti, come vedemmo, la mag-
giore sconfitta, che fosse loro toccata in quella campagna di
guerra. In ogni modo però, dato e non concesso che quelle
trattative del Vitelli costituissero un tradimento, o i Fioren-
tini ne ebbero sentore immediatamente, e allora non si com?
prende perchè, pochi mesi dopo, insistessero per rifermare,
e rifermassero di fatto al loro servizio él traditore; o quelle
trattative di Paolo Vitelli con i Veneziani giunsero a cono-
scenza dei Fiorentini per la confessione fattane tra i tormenti
da Messer Cherubino dal Borgo (V. Doc. 623), ed allora, es-
sendo tal confessione avvenuta dopo la morte del Vitelli,
non può questo presunto tradimento avere influito sulla con-
danna del Capitano.

II Accusa: Avere, durante la stessa guerra del Casentino,
e sempre allo:stesso scopo di rimettere i ribelli in Firenze, ac-
cordato abboccamenti a Piero dei Medici; avere, all’ insaputa
della Signoria, rilasciato a Guidobaldo, duca di Urbino, salvo-

condotto, perchè potesse uscire con le proprie genti da Bibbiena,
dove era restato assediato dal Vitelli; avere facilitata l’evasione
dalla stessa Città a Giuliano dei Medici, mentre stava per cadere
prigioniero dei Fiorentini; essersi rifiutato di consegnare alla Si-
gnoria il segretario veneziano Marcello, da lui fatto prigioniero,
e averlo anzi, poco dopo, rimesso în libertà.

Di abboccamenti accordati, durante la guerra del Casen-
tino, ai Medici, non se ne trova nei documenti ufficiali fio-
rentini che uno; e quello fu concesso a Piero dei Medici,
dietro sua richiesta, dai Commissari fiorentini, contro il pa:
rere di Paolo Vitelli (V. Doc. 423). Quindi, sebbene, come
narrammo, la Signoria fiorentina avesse avuto quell' abbocca-
mento « a odio quanto altra cosa, che fussi potuta succe-



E



I iti i iena e lieti e e n a i a ii ai































278 G. NICASI

dere » (V. Doc. 425), non poteva essere imputato a Paolo Vitelli.
Di altri abboccamenti parla solo lo storico Nardi (1); ma assi-
cura che avvennero, tra Paolo Vitelli ed i Medici, « presente
l’esercito » fiorentino, « ed essendo il fiume Arno, tra loro e
lui, in mezzo ». Ognuno quindi può comprendere che, questi
abboccamenti, se avvennero — ed il silenzio su ciò dei docu-
menti lo fa dubitare — non possono essere stati pericolosi per
la Repubblica, tenuto anche conto che simili abboccamenti,
a detta dello stesso Nardi (2), erano negli usi militari di
quel tempo. Allorchè narrammo la guerra del Casentino, po-
temmo accertarci, sulla scorta dei documenti inoppugnabili :
che il salvocondotto al duca di Urbino fu, dietro sua richie-
sta, rilasciato da Paolo Vitelli d'intesa con i Commissari
e con gli altri principali condottieri dell'esercito fiorentino
(V. doc. 461-462); che il permesso di uscire da Bibbiena a
Giuliano dei Medici fu accordato dai Commissari di campo
fiorentini e da Galeazzo Visconti rappresentante del duca di
Milano (V. Doc. 485); che la deliberazione del Segretario
veneziano, prigioniero, fu provocata dal Fracassa, per riscuo-
tere da lui là taglia del riscatto (V. Doc. 448). Non poterono
adunque questi fatti essere addebitati a Paolo Vitelli: tanto
è vero che la Signoria di Firenze, la quale aveva piena co-
gnizione degli avvenimenti sopradetti, volle, dopo che furono
successi, riconfermare la condotta ai Vitelli. Dunque, anche

















la seconda accusa non può essere stata causa della condanna
di Paolo Vitelli.





Ill Accusa: Avere, dietro invito di Pandolfo Petrucci, Si-
gnore di Siena, mandato in quella città un uomo di fiducia, per




trattare con lui il ritorno dei Medici in Firenze,
É vero che Pandolfo Petrucci richiese il Vitelli d'in-






(1) Jacopo Nanpn:. Istorie della Città, di Firenze, vol. I, pag. 180
(2) Paolo Vitelli nel suo interrogatorio « si scusava di avere parlato in Casen-
tino con Pirro dei Medici, senza licenza dei Commissari, essendo generalmente cosa
consueta e permessa continuamente tra soldati ». JacOPO NARDI, loco citato, pag. 184.





LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 279

viargli il Tarlatini a Siena, per potere con lui conferire libe-
ramente; ma è anche vero che il Vitelli proibì al Tarlatini
di andarvi; e solo lo autorizzò ad abboccarsi con « l’uomo »
del Petrucci, quando questi avesse creduto opportuno man-
darlo a Firenze, dove il Tarlatini si trovava: però lo stesso
Vitelli volle che, in tale evenienza, il Tarlatini si limitasse a
scuoprire più che gli fosse possibile gl’ intendimenti di Pan-
dolfo, ma non scendesse con il suo rappresentante a parti-
colare alcuno, e parlasse sempre di sua iniziativa, non in
nome di esso Paolo (V. Doc. 473). Da ciò chiaramente si ar-
guisce che Paolo Vitelli, nè sapeva quale dovesse essere pre-
cisamente l’argomento del colloquio, nè voleva in alcun modo
impegnarsi con il Petrucci. E non poteva essere altrimenti,
perchè, appunto in quei giorni, lo stesso Vitelli trattava con
gli esuli senesi di muovere guerra al Petrucci; guerra che,
come narrammo, fu solo evitata per intervento del duca di
Milano. In ogni modo le trattative con il Petrucci vennero
a conoscenza dei Signori fiorentini per mezzo della lettera
scritta da Vitelli al Tarlatini il 29 marzo 1499 (V. Doc. 473);
lettera trovata, tra le altre carte sequestrate a Cerbone Cer-
boni, il giorno stesso dell’ arresto del Vitelli, ossia quando
già, come dicemmo, la morte del Capitano era già irrevoca-
bilmente stabilita. Dunque, anche questa accusa non può
avere influito sulla sua condanna.

IV Accusa: Aver lasciato fuggire Ranieri della Sassetta,

fatto da lui prigioniero poco dopo la presa di Cascina, per non

consegnarlo alla Signoria, che voleva condannarlo per essere
passato ai Pisani, dopo essere stato al soldo dei Fiorentini (1).

Paolo Vitelli lasciò fuggire Ranieri della Sassetta, fatto
da lui prigioniero, perchè, come egli stesso spiegò, non volle
< rendersi bargello di un soldato valente e da bene ». Se i

(1) Quest'aecusa, che non figura nei documenti ufficiali, viene riportata dal
GUICCIARDINI, Storia fiorentina, pag. 204 e riprodotta dal VILLARI, Niccolò Macchia-
velli e i suoi tempi, vol. I, pag 340, in nota.



280 G. NICASI

Fiorentini avessero potuto avere nelle mani Ranieri, lo avreb-
bero certamente mandato a morte; in quanto che, fino dai
primi del 1498, allorché lo stesso Ranieri assunse condotta
con i Veneziani a difesa di Pisa, i Fiorentini, per vendicar-
sene, avevano, come vedemmo, affidato al Vitelli la distru-
zione delle fondamenta del castello della Sassetta (V. Doc. 296);
e Paolo Vitelli ne aveva accettato l' incarico, sebbene poi la
Signoria di Firenze, occupata in maggiori imprese, ne rimet-
tesse ad altro tempo la esecuzione. Ma non poteva però il Vi-
telli, Capitano di ventura, farsi complice della morte di un repu-
tato e valoroso Venturiero, come era Ranieri, di null'altro reo
che di aver servito uno, piuttosto che un altro Potentato: tanto
più che Paolo Vitelli doveva ricordarsi che egli stesso, quando
nel 1496 restò prigioniero a Baia nel Napoletano, sarebbe
stato messo a morte da papa Alessandro VI, se, come nar-
rammo, il’ marchese di Mantova, altro Venturiero, non si
fosse rifiutato di consegnarlo. Il prigioniero, secondo gli usi
militari di quel tempo, apparteneva, fino a che non si fosse
riscattato, a chi lo aveva preso; e quindi i Fiorentini, nella
negata consegna di Ranieri, potevano vedere un atto poco
deferente, ma non un reato, di Paolo Vitelli: ed è forse per
questo che la sopradetta accusa, riportata dal Guicciardini,
non figura tra le molte altre, addotte contro il Vitelli dalla
Signoria fiorentina.

V Accusa: Avere a bello studio posto assedio a Pisa dalla
parte sinistra dell’ Arno, dove quella città era meglio difesa, e dove
non era possibile impedire ai Lucchesi di soccorrere î Pisani;
e avere fatto ciò d’ intesa con Lodovico Sforza, duca di Milano,
che non voleva che i Fiorentini potessero riprendere Pisa.

Se Paolo Vitelli per assediare Pisa si piazzò con l’ eser-
cito sulla sinistra dell'Arno, lo fece per potentissime ragioni
militari, antecedentemente discusse ed approvate, come di-
cemmo, in un Consiglio di guerra, tenuto tra il Capitano, il
Governatore, i Commissarii e gli altri principali condottieri

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 281

dell' esercito fiorentino. Perció la cattiva scelta del luogo
poteva essere tutt'al più imputata ad errore, non a tradi-
mento. Tuttavia, che neppure errore vi fosse, lo dimostra
l’altra accusa fatta allo stesso Vitelli, di non aver voluto
‘prendere Pisa, quando avrebbe potuto prenderla certamente:
infatti, se Pisa, anche dalla sinistra dell'Arno, poteva essere
presa, vuol dire che la scelta di quella località corrispondeva

perfettamente allo scopo.

VI Accusa: Avere, sempre d’ intesa con lo stesso duca di
Milano, differito, fino dai primi giorni dell'assedio, il dare l'as-
salto a Pisa, tanto che î suoi soldati, impazientiti, espugnarono
Stampace di loro iniziativa, senza che lui ne avesse dato l’ or-
dine; avere inoltre, appena presa la detta fortezza, richiamato
le sue genti dalla battaglia, per impedire che proseguissero la
vittoria, e s' insignorissero di Pisa, lasciata în quel momento in-
difesa dai suoi abitanti; e non avere voluto riattaccare la bat
taglia nei due giorni seguenti, durante à quali Pisa era restata
sempre a sua discrezione.

L’impùtazione fatta al Vitelli di non aver ordinato la
presa di Stampace, la quale sarebbe, per ciò, avvenuta « con-
tro l’ordine et volontà » del Capitano (V. Doc. 622), non è
ammissibile: 1°, perchè, se Paolo Vitelli potè, dopo presa
Stampace, richiamare i soldati che procedevano all’ assalto
di Pisa, avrebbe potuto anche richiamarli, quando fossero
saliti all’ assalto di Stampace contro la sua volontà; 2°, per-
chè basta porre mente alla simultaneità ed al coordinamento
-del duplice assalto dato a Stampace, sia dalla parte verso la
Porta a Mare, come da quella verso Quaratola e San Don-
nino, per doverlo ritener sapientemente preparato ed ordi-
nato; 3°, perchè, infine, un testimonio oculare, Antonio Tar-
latini, ci racconta che il Capitano, fino dalla sera dell’ 8 ago-
sto, aveva ordinato l’assalto a Stampace ed aveva fatto alle-
stire gl’ istrumenti bellici necessari, perchè fossero messi al
« loco deputato » (V. doc. 551). L'avere il Capitano, appena










































Ctt aida ARDA IA —







282 G. NICASI

oceupata Stampace, richiamate le sue genti dalla battaglia,
è fatto accertato: ma noi sappiamo che Paolo Vitelli, il quale
era condottiero prudentissimo, ed assolutamente alieno dallo
esporre più dello strettamente necessario la vita dei suoi
soldati, temeva che le sue genti, nell’attraversare il fosso,
scavato dai Pisani e munito di numerose artiglierie, sareb-
bero state decimate. Per ciò si era proposto, come obbiettivo
immediato della fazione militare del 10 agosto, la sola presa
di Stampace, per poter poi mettervi le artiglierie a difesa
delle sue genti, che fossero entrate nel fosso per procedere
al futuro definitivo assalto della città: e con tale intento,
appena raggiunto l'obbiettivo propostosi per quel giorno, ri-
chiamó le sue genti dalla battaglia. È vero che i difensori
di Pisa, perduta Stampace, furono presi da panico, e moltis-
simi abbandonarono la difesa dei ripari: ma ciò non poteva
essere in quel niomento costatato dal Vitelli, il quale, anche
in un rallentamento della difesa, poteva intravedere un tra
nello per attirare i suoi soldati nel fosso temuto; tanto più
che aveva troppa stima del valore e dell'ostinatezza dei Pi-
sani, per poter credere che al primo rovescio si fossero
tanto abbattuti. Né é da ritenersi esatta l'asserzione del Gam-
bacorta (1) che Pisa, presa Stampace, restasse per « un
giorno e mezzo » alla mercé del vincitore; perchè il Gam-
bacorta era interessato ad amplificare lo sgomento dei Pi.
sani, che dava una plausibile spiegazione alla poco eroica
sua fuga da Pisa nel momento del pericolo. Ma Ranieri della
Sassetta, che durante lo scoramento dei Pisani rimase in
Pisa, narrò, poi, al duca di Milano « che, quando Messer
Piero Gambacorta uscì di Pisa, la città stiè perduta move
ore » (2): ore che, come sappiamo, il Vitelli impiegò a ri.
parare febbrilmente Stampace.





(1) PASQUALE VILLARI. N. Macchiavelli e i suoi tempi, vol. 1, pag. 344, in nota.
(Edizione 21).

(2) arch. di Stato fior.: Signori — Responsive, vol. 12, pag. 71. Lettera di F. So-
derini è F. Pepi, oratori fiorentini a Milano, del 23 agosto 1429.

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 288

Neanche l'altra imputazione fatta al Vitelli di non avere
voluto prender Pisa il 10 agosto per istigazione di Lodovico
Sforza, duca di Milano, può essere ritenuta vera; perchè il
detto duca in quei giorni era ancora in perfetto accordo con
i Fiorentini, che sperava avere per suoi alleati contro il re
di Francia. Infatti, il 9 agosto, ossia il giorno avanti la presa
di Stampace, Francesco Soderini e Francesco Pepi, oratori
fiorentini alla corte di Lodovico Sforza, così scrivevano ai
Signori fiorentini: « Hoggi per la Corte ... habbiamo la vo-
stra de VI (corrente) con li advisi di Campo, col disegno
della factione di epso: et comunicato tutto con questa Eccel-
lenza [il Duca], ne ha ricevuto singulare piacere, et viene in
sententia che, da quell'hora a questo di, possiate esservi
insignoriti di Pisa: che cosi piaccia a Dio! Et lui se ne mo-
stra tanto contento, che non ve lo potremmo exprimere
quanto; et hieri, et stamani, mostrava dispiacere, dubitando
che la cosa non andassi in più lunghezza, intendendo la ob-
stinatione et desperatione dei Pisani; parendoli, come di-
cemmo, finita quell'inpresa, di doversi valere di molte di
quelle genti a pié et a cavallo; et de già aveva dato ordine
poterne havere per valersene di qua » (1), Il 14 agosto gli
stessi ambasciatori scrivevano (2): « Questa mattina il Si-
gnore ci ha dato la nuova della presa di Stampace et del
parlamento chiedono li Pisani; con gran significazione di
piacere et suo et di tutta questa città [Milano] ; et aspettasi
& ogni hora che per amore o per forza Pisa sia vostra ». Il
18 agosto, i medesimi scrivevano: « Essendo suti col Signore
Duca], et corìferito la vostra de XII [agosto], dice che ne
stava con gran dispiacere, per avere inteso che le vostre
genti si fussino ritirate, et che in Pisa fussino ritornati e’ ca
valli leggeri, partiti con Gambacorta, et di più 300 fanti fo-

(1) Arch. di Stato fior.: Signori — Responsive, pag. 349. Lettera dei sopradetti
di Milano in data 9 agosto 1499.

(2) Arch. di Stato fior.: Signori — Responsive, pag. 343. Lettera da Milano dei
medesimi in data 14 agosto 1499.




































284 G. NICASI




restieri, et molti di quelli del campo vostro, nel quale di-
ceva mancare polvere, pallottole et denari; et domandava
con affanno quello farebbono vostre Signorie » (1). Se dun-
que il duca di Milano, in quei giorni, aspettava con impa-
zienza la vittoria dei Fiorentini su Pisa, per poter poi ser-
virsi delle loro genti; se mostrava tanta gioia ai suc-
cessi e tanto affanno ai loro insuccessi; se tanto si preoc-
cupava della deficenza delle munizioni nel campo, e del
passaggio al nemico dei soldati fiorentini per mancanza di
denari, come può credersi che lo stesso Duca volesse impe-
dire per mezzo di Paolo Vitelli la presa di Pisa v

VII Accusa: Avere arbitrariamente intavolato trattative
di pace con i Pisani, sia per mezzo di Bastiano da Cremona,
sia per mezzo di un mandato del Cardinale di San Severino,
i quali si recarono più volte da Pisa al Campo fiorentino e vi-
ceversa, senza che nè i Commissari fiorentini, nè la Signoria
li avesse autorizzati.

Non appena fu accordato dal Vitelli il salvocondotto ai
rappresentanti dei Pisani, che dovevano, l’11 agosto, recarsi al
Campo fiorentino per trattare la resa di Pisa, ne fu subito
dato avviso alla Signoria, alla quale fu anche notificato, poi,
il non avvenuto abboccamento, e la concessa proroga del
salvocondotto a tutto il giorno 12. I Signori, lo stesso giorno,
così risposero ai Commissari di campo : « Scrivendo, è com-
parsa la vostra, la quale ci significa la pratica essere rap-
piccata del volere venire a parlamento: él che noi approviamo,
quando non perdiate un puncto di tempo nel’ molestarli et
stringerli; et che voi ne diate subito adviso di quello di.
mandano » (V. Doc. 554). Allorchè, per bocca di Bastiano
da Cremona, inviato dei Pisani, si seppe che Pisa si sarebbe
arresa alle condizioni, con le quali era stata sotto Firenze

(1) Arch. di Stato fior.: Signori — Responsive, vol. 12, pag. 362. Lettera di F. So-
derini e F. Pepi da Milano in data 18 agosto 1499.

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 285

prima della guerra, fu mandato a Firenze Giovanni Rinuc-
cini, Commissario, per partecipare alla Signoria le condizioni
richieste dai Pisani per la resa; e, nella Consulta del 13,
venne stabilito che si sarebbe accettata Pisa « nel modo of-
ferto » (V. Doc. 555). E quando, in fine, i Pisani, per mezzo
dello stesso Bastiano da Cremona, rifiutarono le condizioni,
da essi stessi prima proposte, si tenne in Firenze, il 14 ago-
sto, altra Consulta, nella quale, presa cognizione delle lettere
dei Commissari di campo, « contenenti quello » aveva « re-
ferito Bastiano da Cremona, capo dei balestrieri a cavallo del
capitano, prigioniero in Pisa », si stabili di proseguire l’im-
presa contro i Pisani (V. Doc. 558). Dunque, non solo la Si-
gnoria fiorentina autorizzò le trattative, ma accettò le con-
dizioni richieste dai Pisani, e riconobbe in Bastiano da Cre-
mona il rappresentante ufficiale dei Pisani: sicchè l’ accusa
cade completamente.

VIII Accusa: Avere, dopo la rottura delle trattative di
resa con i Pisani, promesso più volte di dare la battaglia, e
averla invece di giorno in giorno con. vari pretesti differita, fin-
chè, il 25 agosto, malgrado le preghiere, gl’ incitamenti e le mi-
naccie dei Commissari, aveva rifiutato definitivamente di darla ;
avere inoltre voluto burlarsi della religione dei Fiorentini, facendo
anticipare di un giorno il fissato solenne trasporto della Madonna
dell’ Impruneta a Firenze, sotto pretesto di farlo coincidere con
la battaglia, mentre, invece, egli si era proposto che la batta.
glia non dovssse esser data, nè in quel giorno, nè in altro.

' Nel capitolo XII narrammo dettagliatamente tutte le ope-
razioni militari, che, giorno per giorno, furono, intorno a Pisa,
eseguite dal Vitelli, dopo le trattative di resa di quella città ;
e vedemmo le gravi difficoltà che presentava l'assedio, e le
ragioni per le quali il Capitano fu costretto a dilazionare la
battaglia fino al giorno 25 agosto. In quel giorno, poi, volle
veramente dare l'assalto a Pisa, ma l' enorme numero dei
soldati ammalati e fuggiti, ed il rifiuto degli altri ad entrare



286 G. NICASI

in battaglia, se prima non fossero stati pagati, impedi al Vi-:
teli di eseguire il suo proposito, come egli stesso scrisse, in
data 30 agosto, ai Signori fiorentini (V. Doc. 518). Ai quali
non avrebbe certo narrato tali cose, se non fossero state vere,
perché i Signori avrebbero avuto modo di poterlo completa-
mente smentire. Non puó essere vero poi che il Capitano,
con il fare anticipare di un giorno il solenne trasporto a
Firenze dell' immagine della Madonna dell' Impruneta, avesse
voluto offendere i fiorentini nei loro sentimenti religiosi:
1', perché il Vitelli era credente (1) e non poteva quindi of-
fendere negli altri la sua stessa fede; 2°, perché l’ anticipa

zione, a sua richiesta, del trasporto sopradetto avrebbe reso
più evidente il supposto suo tradimento, quando la battaglia
non si fosse data; 3°, perchè, in quei medesimi giorni aveva,
anche per proprio conto, ordinato preghiere in vari conventi
per maggiormente propiziarsi la Divinità nell’ imminente
battaglia; ed avea, a tale scopo, distribuito grosse elemosine,
quantunque le sue condizioni finanziarie fossero allora tut-
t'altro che floride (V. Doc. 567). Non é poi verosimile che
Paolo Vitelli avesse rinunziato a prendere Pisa per conten-
tare il duca di Milano. Infatti noi sappiamo che il Vitelli
aveva sempre impazientemente atteso la discesa in Italia
dei Francesi, dalla cui vittoria si riprometteva « buone con-
dizioni ai casi suoi » (V. Doc. 487). Come dunque doveva
schierarsi contro di essi, e parteggiare per il Duca, il quale,
appunto in quei giorni, aveva ricevuto dalle armi francesi
gravissimi rovesci (2)? Quali compensi avrebbe potuto dare
lo Sforza, o qualsivoglia altro Potentato, al Vitelli, da tener

(1) Per convincersi di ciò, basta porre mente alle continue invocazioni dell’aiuto
di Dio, che faceva nelle sue lettere; ed alle preghiere fatte da lui fare in varie oc-
casioni, o per riacquistar la salute, quando trevavasi ammalato, o per impetrare da
Dio la vittoria, quando credeva imminente qualche battaglia.

(2) Gli ambasciatori fiorentini presso lo Sforza scrivevano il 24 agosto da Mi-
lano: « ... Havere l Franzesi, dopo Valenza, preso Basignano et di poi Voghera, Ca-
stelnuovo et Ponte Corona ... et hannole prese correndo, senza artiglieria ... ». Ar-
ch. di Stato fior.: Signori — Responsive, vol. 12, pag. 59. Lettera di F. Soderini ad
F. Papi del 24 agosto 1499.

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 281

luogo della fama imperitura, che la presa di una città im-
portante come Pisa gli avrebbe procurato, tanto da collo
carlo tra i più grandi Capitani del suo tempo, e da rendergli
accessibili le più ambite ed invidiate condotte? E dato anche
che Paolo Vitelli avesse voluto tradire, tra i mille modi di
tradimento che un Capitano di ventura avrebbe potuto e sa-
puto escogitare, doveva appunto scegliere quello che gli a-
vrebbe fatto perdere la reputazione di abile condottiero; che
gli avrebbe fatto disperdere la famosa Compagnia; e che a-
vrebbe messo in pericolo con le probabili malattie la vita sua
stessa e quella dell'amato fratello? Ma è perfettamente inutile
accumulare argomenti in difesa dell'operato di Paolo Vitelli,
quando un inoppugnabile documento esiste a sua discolpa. I
Signori fiorentini così scrivevano, il 20 agosto, ai loro amba-
sciatori presso il re di Francia: « .... Et perchè voi mostrate
desiderio d’ intendere il successo delle cose diPisa, noi ve ne
possiamo dire poco altro, che in facto vi doverà essere noto
ad lo adrivare di questa... Perchè di uno grandissimo apparato
et di una grandissima aspectatione, et ragionevole, si è facto in
un mese tanta conversione et mutatione che è incredibile.
Perchè in pochissimi di tutto il Campo è malato, et fra li
altri il Capitano (et prima era stato ferito il Governatore da
artiglieria), et tucti li Commissari nostri, mandati in diversi
tempi; et molti altri Capi di fanterie et genti d’ arme. Le
quali cose tutte hanno facto un disordine quasi irreparabile.
Et anco ce pare che il Capitano si sia ingannato et del-
l'animo et delle forze dei Pisani, et sia mancato de iuditio
nello accamparsi ad lo incontro de tre fortezze, et in un aria
pestilente. Et forse si aggiunge a questo lo impedimento che
hanno facto quelli, che banno avuto invidia alla gloria sua,
che crediamo non siano stati minori de alcuno altro. Non
di meno con tucte queste difficultà ancora si tiene Stampace,
et si farà pruova di non cederla all’ inimici. Quando pure
fussi forza, si pigliarà per altra via, per consequire una volta

questo comune desiderio di tutta la Città... Siamo a di 81,





288 G. NICASI

x

alla malattia del Capitano è aggiunta di nuovo la malattia
del Governatore: et così quell'aria ha combattuto per li Pi-
sani più di 100 squadre di cavalli. Non di meno per ancora
non si è mutato altro del desegno de sopra » (1). Dunque, il
31 agosto, ossia quando già tutti i sopra riportati tradimenti
del Capitano dovevano essere avvenuti, quegli stessi Signori
fiorentini, che avevano maggior interesse ad accusare il Vi
telli, perché da lui incolpati di avere con le loro tarde ed
insufficienti provvigioni contribuito a non far prendere Pisa,
testimoniavano che, la mancata presa della città, doveva at-
tribuirsi alla spaventosa epidemia che aveva colpito il campo,
ed alla invidia dei nemici del Vitelli, che aveva portato forse
piü impedimenti, che l'epidemia medesima. Ed il Vitelli non
poteva essere fino allora accusato di altro, che di non aver
saputo scegliere il luogo per piazzare l'esercito contro Pisa,
e di essersi ingannato « et dello animo et delle forze dei
Pisani ». E, se si considera che la cattiva scelta del luogo,
come altrove dimostrammo, non é provata, specialmente te-
nuto conto degli inadeguati provvedimenti della Signoria,
non resta a carico del Vitelli che il non avere saputo ap-
profittare, per la vittoria, delle nove ore di tempo favorevoli
lasciategli dai pisani. Troppo poca cosa in vero, dopo tante
e si gravi accuse!

IX Accusa: Avere, « senza necessità alcuna di pericolo

maggiore, contra el parere et consiglio di tutti quelli altri Capi,

et contro il comandamento » della Signoria, abbandonato l’ assedio
di Pisa, « dicendo che nè denari, nè favori » dei Fiorentini « ve
lo farebbono stare ». (V. Doc. 621).

La Signoria fiorentina aveva comandato che i Vitelli
non partissero da Pisa, « se già un urgentissimo pericolo non

(1) Arch. di Stato fior.: Signori — Legazioni e Commissarie, vol. 24, pag. 48.
Lettera dei Signori agli oratori fiorentini in Francia 30 agosto 1499.




LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 989

li costringesse » (1). Ma chi poteva essere l'unico giudice >
competente a valutare questo pericolo, se non il Capitano?
Le condizioni del campo fiorentino erano certamente disa-
strose: dei soldati, i più morti o malati, gli altri fuggiti (2),
o riottosi per mancanza di denari; la fortezza di Stampace,
« battuta da ogni banda », impotente all’offesa e d’impaccio
alla difesa; le artiglierie, prive di munizioni e manovratori,
in procinto di perdersi; i Pisani, fatti ogni dì più arditi, mi-
nacciavano con i loro assalti il campo, e, correndo le cam-
pagne, impedivano il vettovagliamento : non era tutto ciò «l’ur-
gentissimo pericolo », che dovea autorizzare la ritirata ?
Eppure il Vitelli, sebbene avesse più volte indarno solleci-
tato dalla Signoria provvedimenti, atti a togliere il Campo
da tale calamitosa situazione, non volle decidersi a lasciare
l'assedio, se prima non ne fosse espressamente autorizzato;
ed il 5 settembre, per mezzo del Tarlatini, chiese alla Si-
gnoria il permesso di poter levarsi da Pisa, dove non avrebbe
potuto restar più a lungo senza sua « manifesta ruina », per
evitare la quale, se il detto permesso non gli fosse giunto |
entro il giorno seguente, era costretto « prendere partito » | |
da se (V. Doc. 585). Né era solo il Vitelli à ritenere peri- | I
|
|

































colosa la situazione dell’ esercito fiorentino, perchè anche il
Governatore, conte Rinuccio di Marciano, la giudicava tale,
come lo dimostra, non solo l'avere egli permesso al suo
rappresentante Bernardo Tondinelli di unirsi al Tarlatini per
chiedere alla Signoria il permesso sopradetto, ma anche
l'avere i Signori fiorentini scritto il 5 settembre ai Commis-



(1) Vedi G. CANESTRINI. Scritti inediti di N. Macchiavelli, pag. 71. Lettera ai
Commissari di campo del 4 settembre 1499.

(2) Confronta in Arch. di Stato fior.: Signori — Responsive, vol. 12, pag. 537.
Lettera di Antonio Guidotti, ambasciatore fiorentino a Siena, del 2 settembre 1499,
nella quale è scritto: « Già due dì continui, di qua sono passati molti fanti et alcuni
cariaggi di Bandino della Pieve, che vengono di campo, i quali per tutto hanno detto
il campo nostro [essere] in grandissimo disordine, et che ogni dì se ne parte gente
à pié et a cavallo per non si dare danari ... ».









290 G. NICASI

sari di campo di sapere che i Capi dell'esercito fiorentino
erano « unitamente deliberati levarsi » da Pisa (V. Doc. 589).

Non é dunque vero che il Vitelli abbandonasse Pisa
« contro il parere di tutti quelli altri capi » dell' esercito. E
neppure é vero che la partenza del Vitelli avvenisse contro
il comandamento della Signoria, perché, non appena il Vi-
telli fece chiedere alla Signoria il permesso di abbandonare
l'assedio di Pisa, i Signori fiorentini cosi scrissero, il 6 set-
tembre, ai Commissari di campo: « Questa sera abbiamo
avuto a noi buon numero di cittadini et, consultato sopra
le cose di cotesto esercito, si sono risoluti, considerato nel
termine ci troviamo, che sia bene cedere alla volontà di
cotesti Signori (Capitano e Governatore) » (V. Doc. 590).
Dunque, sia pure a malincuore, il permesso fu dato, e non
puó quindi parlarsi di disubbidienza da doversi pagare con
la vita; tenuto specialmente conto che, in quegli stessi giorni,
le genti del Signor di Piombino, le quali, come narrammo,
avevano disertato il campo e si erano ritirate a San Miniato,
non solo non furono punite, ma furono riammesse poco dopo
in servizio. |

X Accusa: Essersi ritirato alla Vertola per restare solo con
le sue genti, onde potere poi impadronirsi di Cascina, Vico e Li-
vorno e, impossessatosi delle artiglierie, dettar patti alla Repub-
blica. (V. Doc. 608).

Non è ammissibile che Paolo Vitelli, nel ritirarsi alla
Vertola, avesse voluto tentare un colpo di mano sopra Ca-
scina, Vico e Livorno, tre fortezze importanti, non molto
vicine tra loro, e precisamente in quei giorni, nei quali
erano state rafforzate e se ne era intensificata la vigilanza,
come lui stesso doveva ben sapere. Molto meno poi appare
verisimile che il Vitelli volesse impadronirsi delle tre for-
tezze per impossessarsi delle artiglierie che erano in quelle;
perchè le loro artiglierie erano state mandate all’ assedio di
Pisa e si trovavano tuttora al campo agli ordini dello stesso

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 291

Vitelli. Neppure si comprende come avrebbe potuto il Vi-
telli occupare eon le sole sue forze le sopradette tre fortezze,
quando, per prendere solamente due di quelle, cioé Cascina
e Vico, dové piü tardi, secondo l'aecusa N. 18, chiedere la
| cooperazione del Governatore e delle sue genti. In ogni modo
che il Vitelli avesse il proposito d’impossessarsi delle dette
tre fortezze, non fu che un sospetto della Signoria, non avvalo-
- pato da nessun principio di esecuzione da parte del Vitelli.

XI Accusa: Avere premeditatamente fatto caricare le arti-
glierie grosse sulle barche alla Foce dell'Arno, per farle poi, 0
affondare, o cadere nelle mani dei Pisani.

È contrario ad ogni evidenza che fosse opera del Vitelli
il sinistro toccato alle grosse artiglierie, caricate su barche
alla Foce dell'Arno: 1°, perchè quelle stesse artiglierie si
erano trovate al campo sotto Pisa in tali pericolose circo-
stanze, che al Vitelli, qualora lo avesse voluto, sarebbe stato
facile farle cadere in mano dei Pisani, senza apparente sua
colpa; 2°, perchè le barche affondate non si trovavano alla
diretta dipendenza del Vitelli, ma sotto la guida dei coman-
danti i brigantini, che le accompagnavano; 3°, perchè l’ or-
dine della partenza fu dato alle barche dai Commissarii,
dietro le continue insistenze della Signoria, che voleva farle
partire ad ogni costo (1).

XII Accusa: Non avere impedito ai Pisani di riprendere
Torre di Foce (V. Doc. 608).
Dell'essersi i Pisani impossessati della Torre di Foce

nessuna responsabilità può essere addossata al Vitelli, perchè
il presidio di quella fortezza, quantunque fosse stato scelto,

(1) « ... E però vi confortiamo, esortiamo e sollecitiamo a condurre a salva-
mento coteste artiglierie, perché : on ci pare che sia di starne con lo anime posato,
mentre che le sono o in Torre di Foce, o in barche: né crediamo mai giungere a
quello tempo che le siano ridotte o a Livorno, o a Cascina ». G. CANESTRINI, Seritté
inediti di N. Macchiavelli, pag. 82. Lettera ai Commissari in campo contro Pisa, 10
settembre 1499. ;

20





292 G. NICASI

per ordine dei Signori, daf Commissari, consegnó la fortezza
al nemico, senza dar tempo al Vitelli di accorrere a dargli
man forte (1). Ed il proposito manifestato dalla Signoria di.
voler far punire quei capi che erano stati lasciati a guardia
di quel luogo, dimostra che a quelli, e non ad altri, ritene-
vano doversi imputare la resa (2).

XIII Accusa: Aver proposto al Governatore, conte Rinuccio

da Marciano, di usare modi da costringere le altre genti, assol-
date dai Fiorentini, a disertare, per poter poi, ambedue riuniti,
impossessarsi con le proprie genti di Cascina e Vico, e delle ar-

tiglierie, e imporre così la loro volontà alla Signoria fiorentina.
(V. Doc. 604).

Si può essere sicuri che la denuncia, fatta da Rinuccio
da Marciano alla Signoria, di essere stato eccitato dal Vi-
telli a commettere ciò, che in quest’accusa si contiene, abbia
corrisposto alla verità? Vi è motivo di dubitarne: perchè il
conte Rinuccio era nemico personale del Vitelli, al quale
non poteva perdonare di averlo surrogato nel comando del.
l’esercito fiorentino; e quindi aveva interesse ad accusare
il Capitano, non solo per la speranza di potere, dopo la
morte di lui, prendere l’ antico posto, ma anche per discol-
parsi di essere stato connivente con il Vitelli nel togliere
l'assedio a Pisa. Infatti nella Pratica, tenuta in Firenze il
7 settembre, il Gonfaloniere di giustizia pregò i convenuti
di esaminare, se erano stati « ingannati dal Capitano, dal
Fovernatore, o altri primi » dell’ esercito fiorentino. (V. Do-
cumento 594). Dunque anche il Governatore era sospettato.

(1) « ... Come il campo [fiorentino] si parti dalla VertoIa, e’ soldati pisani an-
darono alla Torre di Foce e issofatto si dié ai Pisani ». ANONIMO PISANO, Là g?'erra
di Pisa etc.

(2) « E quanto allo avere perduto la Torre di Foce, non occorre dirne altro,
che dolerci et della cattiva fortuna nostra et deila malignità de' nostri soldati: e se
voi potessi aver nelle mani quelli capi, che voi vi lusciaste a guardia, ci sarebbe
grato, per non lasciarli impuniti ». G. CANESTRINI, loco citato. Lettera dei Commis-
sari in campo contro Pisa del 14 settembre 1499.

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 293

E che il conte Rinuccio sperasse, tolto di mezzo il Vitelli,
riprendere il posto di Capitano generale dei Fiorentini, lo
dimostra il fatto che, quando poco dopo fu chiamato a quel
posto il Prefetto di Roma, si temette dalla Signoria che il
conte Rinuecio ne avesse avuto a male (1). Inoltre il Go-
vernatore non fu messo a confronto con il Vitelli, nell’ in-
terrogatorio subito da quest’ ultimo, perchè il conte Rinuccio
non volle si sapesse avere egli accusato il Capitano: il che,
se ci fa pensare che il Governatore lo abbia fatto per sfug-
gire possibili vendette, ci dà anche diritto di dubitare della
veridicità dell’ accusa. Tuttavia, ammesso anche che la de-
nuncia abbia corrisposto al vero, la gravità dell’ asserito tra-
dimento del Vitelli viene ad essere immensamente diminuita
dal fatto, che lo stesso Vitelli fu spinto a far ciò dalla ne-
cessità di garantirsi contro la soprafazione della Signoria
fiorentina, che si era proposta di non pagargli il dovuto soldo.
In ogni modo questo tentativo di tradimento del Vitelli, anche
se fosse vero, sarebbe avvenuto oltre la metà di settembre,
ossia quando, già da molti giorni, la cattura e la conseguente
condanna del Capitano era stabilita: quindi, anche quest’ ac-
cusa non può aver determinato la morte del Vitelli.

XIV Accusa: Aver fomentato l’ indisciplina nell’ esercito,
tollerando che i suoi sottoposti gli scrivessero lettere, contenenti

parole di odio e disprezzo verso personaggi dell'esercito fiorentino
loro superiori (2); avere, con i suoi mali portamenti destato i
sospetti del proprio segretario Cerbone Cerboni, il quale gli scrisse,
conportandolo a. mantenere illibata la sua fama, e pregandolo che,

(1) G. CANESTRINI, Scritti inediti ete., pag. 108. Lettera ad Angelo Serragli del
13 ottobre 1499.

(2) G. NARDI, Istorie della città di Firenze, vol. I, pag. 182: « Alcune altre
[lettere scritte al Capitano dai suoi segretari e cancellieri] vi erano, che parlavano
con grande odio e dispregio di quelli, che pure erano lor signori e padroni ». E a
pag. 185: « Cherubino dal Borgo a San Sepolcro, dalla sua propria confessione con-
vihto, e dalla testimonianza delle sue lettere, scritte al Capitano con tanta, mali-
gnità contro i suoi signori, ebbe la pena che meritavano i suoi errori ».







994 G. NICASI

almeno, non volesse compromettere lui pure (1); avere scritto ai
suoi segretari lettere compromettenti, che non poterono essere se-
questrate dalle Autorità fiorentine, perchè erano state tutte abbru-
ciate dagli stessi segretari, non appena le avevano ricevute (2);
avere, in fine, scritto lettere al duca di Milano, dalle quali risul-
tarono provati i suoi tradimenti, perchè furono poi trovate, tra
le carte del Duca, da Gian Giacomo Triulzio, allorchè entrò
in Milano a capo delle truppe francesi.

Le parole ingiuriose, contenute nelle lettere di Mes-
ser Cherubino, rammentato dal Nardi, si riferivano a Mes-
ser Ciriaco Palamidessi del Borgo Sansepolcro, che, come
narrammo nel Capitolo VIII, era l’ implacabile nemico per-
sonale di Messer Cherubino, e capo, in Sansepolcro, della
fazione dei nobili, competitrice della fazione popolare, ca-
peggiata dallo stesso Messer Cherubino. Nelle sanguinose
lotte tra queste due fazioni, a Messer Cherubino erano stati
uccisi il padre ed uno dei cinque fratelli che aveva, e Mes-
ser Ciriaco vi aveva perduto il cognato: tra i due capi
fazione, quindi, regnava odio inestinguibile. Ambedue si
trovavano, durante la campagna di guerra contro Pisa, nel.
l esercito fiorentino; ma, mentre il Palamidessi era stato
direttamente assoldato dalla Repubblica, come reputato con-

(1) G. NanDi, loco ciiato, pag. 183: In detta sua lettera [diretta a Paolo e Vitel-
lozzo Vitelli] Cerbone parlava formalmente in questo modo: Signori miei illustris-
simi, io vi sono servidore fedelissimo, e affezionato come padre, perché vi ho alle-
vati e accarezzati come propri figliuoli; peró vi ricordo e prego che voi non vogliate
pensare di fare cosa alcuna, né prendere alcun partito, che possa denigrare la buona
fama di Casa vostra. E quando pure voi Signori e patroni miei, che siete pruden-
tissimi, volesti pigliare più un partito che un altro, non vogliate mancare di far-
melo intendere a tempo, accioché io, vostro fedelissimo servitore, mi possa ritrarre
al sicuro ».

(2) G. NARDI, loco citato, pag. 182. « ... Nessuna delle sue proprie lettere {di
Paolo Vitelli] venne in maro dei sopra detti Magistrati, percioché i suoi Cancellieri
e Segretari, commoranti in Firenze, posciaché di lui [di Paolo Vitelli] era nata quella
diffidenza che abbiamo detto, subitamente che da lui e da Vitellozzo riceveyano
lettere, senza indugio le ardevano, accioché, in ogni caso che avvenire potesse, non
fossero ritrovate appresso di loro. Ma, quelle che i detti Cancellieri scrivevano ad
essi padroni, si ritrovarono appresso di lui [Paolo Vitelli], che, con esso insieme,
vennero in mano della Signoria ... ».





LA FAMIGLIA VU'TELLI!, ECC. 295

" dottiero di fanti, Messer Cherubino ed i fratelli avevano, ad
E invece, assunto condotta nella Compagnia Vitellesca. Non é
vero, adunque, che il Palamidessi fosse, nell'esercito, il su-
periore di Messer Cherubino, e in Sansepolcro, fosse suo
signore e padrone, perchè, nell’ esercito, secondo gli usi mi-
litari di quel tempo, Messer Cherubino non dipendeva che
dai Vitelli, dai quali riceveva il soldo, e, in Sansepolcro, se
Messer Ciriaco apparteneva alla fazione allora dominante,
non era nè signore, nè padrone, ma semplicemente compe-
titore di Messer Cherubino. E neppure è vero che le ricor-
date lettere fossero dirette al Capitano, perchè erano, invece,
dirette a Cerbone Cerboni, suo segretario, al quale Mes-
ser Cherubino scriveva, come ad intimo e vecchio amico,
e, quindi, non era tenuto ad usare con lui, nell’ intimità,
quella misura nello scrivere, che avrebbe forse tenuta scri-
vendo ad altri. In ogni modo nessuna responsabilità aveva |
il Capitano in queste lettere a lui non dirette (1). |
In quanto poi alla lettera attribuita dal Nardi al Cer-
boni, è da ritenersi apocrifa: 1°, perchè Cerbone, uomo no- O
!
|


































toriamente prudentissimo e molto affezionato ai propri pa-
droni, non avrebbe certo affidato alla carta i suoi sospetti,
tanto per essi compromettenti, quando gli sarebbe stato
facilissimo parteciparli a voce ai padroni stessi nei frequenti
colloqui che, per causa delle sue attribuzioni, aveva con



(1) Eeeo le più ingiuriose delle dette lettere di Messer Cherubino : « Cerbone ...
Io ve prego quanto posso, che voi parliate cum la Magnificentia di Francesco Valori
et Bernardo Rucellai et Piero Corsini, o altri che a voi paresse al proposito, et cum
quelli modi che voi sapete fare, ve forziate metter Messer Ciriaco [Palamidessi] in
disgratia di codesti Signori: perché voi sapete quante rapine de robba lui hane
fatto, et quanti homicidi et tradimenti ha commessi contro a di noi, i quali a ogni
cittadino fiorentino sono assai noti. Ancora egli éne manifesto i portamenti suoi
scelerati et tristi, che lui ha facto in quel di Pisa, et quanti migliaia di ducati che
lui ha rubbato a cotesta Signoria [di Firenze]. Et poi ve acerto che lui hane haute,
et tene anche al presente, pratiche strettissime cum Venetiani; et é in lo Borgo
[Sansepolero] ün suo fidato il quale éne andato molte volté a Pisa per queste sue
pratiche: et quando i Signori Dieci lo volessero in le mani, io gli lo faria havere ..»
Areh. di Stato fior.: Lettere dei Vitelli. Vol. I, pag. 79. Lettera di Messer Cherubino
di Benedetto dal Borgo a Cerbone Cerboni, in data 8 ottobre 1497.







296 G. NICASI

essi; 2°, perchè, dal 24 agosto, epoca nella quale, per il non
avvenuto assalto di Pisa, cominciarono a dilagare tra il po-
polo le più gravi accuse contro i Vitelli, Cerbone rimase al
campo presso il Capitano, fino a due giorni avanti il suo
arresto; ed in tutto questo tempo avrebbe potuto, comoda-
mente e senza pericolo alcuno, fare al Vitelli qualunque
comunicazione avesse voluto; 3° perchè tutte le lettere, se-
questrate ai Vitelli ed ai loro Ministri, furono dalla Signoria
fiorentina diligentemente raccolte in tre grossi volumi, e ge-
losamente custodite, tanto che sono giunte fino a noi; ma,
sebbene in quella raccolta figurino moltissime lettere, anche
le più insignificanti, di Cerbone Cerboni, non vi figura però
la sopradetta lettera, che pure, costituendo un documento
molto grave a carico dei Vitelli, doveva essere accurata-
mente conservato dalla Signoria fiorentina.

Non è vero poi quanto assicura il Nardi, che i Segre-
tari del Vitelli abbruciassero le lettere dei padroni, man
mano che le ricevevano, perchè, se dall'Autorità fiorentine
non furono trovate presso il Cerbone le lettere dai Vitelli
scritte dopo il 24 agosto, ciò avvenne perchè, trovandosi,
come abbiamo detto, il Cerbone in quei giorni presso il Ca.
pitano, le lettere venivano dirette a Firenze a Corrado Tar-
latini, altro dei Segretari del Vitelli, il quale, quando, come
narrammo, poté con la fuga sottrarsi all'arresto, portó seco
tutta la corrispondenza dei padroni. E ciò è tanto vero, che
la direzione dell’Archivio di Stato fiorentino ha potuto re-
centemente acquistare dalla famiglia Alberti-Bagni, molte
lettere scritte, allora e prima, dal Vitelli e-dal Tarlatini,
che pervennero, poi, in eredità, o per altra via, alla famiglia
Alberti-Bagni sopradetta; e noi stessi ne abbiamo pubblicate
alcune. (V. Doc. 568, 570, 578, 584, 586, 587, 588 etc.).

Non è vero in fine che le lettere compromettenti, tro-
vate da Gian Giacomo Trivulzi (1) tra le carte del fuggito

(1) ... < Fuggitosene il duca [Sforza] nella Magna, e essendo le sue scritture
pervenute in mano de Franzesi, ebbero gli ambasciatori fiorentini, che erano stati

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.

duca di Milano, fossero di Paolo Vitelli. Per bene persuadersi
della verità di questa nostra asserzione, occorre però ripor-
“tarsi con la mente alla prima fase delle trattative di alleanza
"tra Luigi XII, re di Francia, ed i Fiorentini. Narrammo già,
come la Signoria di Firenze, sebbene si fosse impegnata col
duca di Milano ad aiutarlo contro i Francesi, quando avesse
ultimata la impresa di Pisa, si fosse poi, con regolare con-
tratto dell’11 agosto 1499, obbligata a non essere mai con-
traria al re di Francia ed a non dare aiuto, o favore ai
nemici di lui. Quest’ obbligo, che doveva rimanere segreto
tra le due parti contraenti, giunse alle orecchie dello Sforza,
il quale, vistosi così tradito dalla Repubblica, manifestò tanto
apertamente il suo sdegno agli ambasciatori fiorentini resi-
denti in Milano, che essi, il 20 agosto 1499, chiesero alla
Signoria fiorentina di essere richiamati in patria (1), ed il
20 dello stesso mese, con altra lettera aggiunsero come,
essendo da tutti in Milano ritenuti fautori dei. Francesi,
« questa voce » correva « in modo in Corte et per la Terra,
che, se ci fusse qualche tumulto, le cose e persone » loro
« non sariano sanza periculo », per causa « dello sparlare »,
che contro di essi si faceva in pubblico e in privato (2). I
Fiorentini, allarmati per questo stato di cose, scrissero al
Duca, dichiarando di essere stati costretti a fare allora quella
promessa ai Francesi, per rattenerli dall’ aiutare i Pisani;
ma che, appena avessero potuto riprendere Pisa, si sareb-
bero essi, malgrado ogni contrario impegno, schierati in fa-
vore del Duca: ed, a garanzia di questa loro. promessa, fecero

mandati a Milano a congratularsi della vittoria, buona occasione di ritrarre dagli
agenti del re le segrete intelligenze e pratiche che aveva tenuto con Pagolo Vitelli
il duca, per mandare in lungo la guerra contro Pisa ... ». JACOPO NARDI, Zstorie della
Città di Firenze, vol. I, pag. 179. Altri autori nominano Gian Giacomo Triulzio,
come colui che trovò fra le carte del fuggito duca la lettera di Paolo Vitelli.

(1) Arch. di Stato fior.: Signori — Responsive, vol. XII, carte 309. Lettera di
F. Soderini e F. Pepi del 20 agosto 1199.
; (2) Arch. di Stato fior.: Signori — Responsive, vol. XII, carte 71. Lettera da
Milano dei medesimi in data 23 agosto 1499.














































298 G. NICASI

al Duca stesso tali concessioni, che egli rimase completamente
soddisfatto. Quali fossero queste concessioni non si sa preci-
samente; ma sembra che, in aspettativa di dargli maggiori
aiuti appena ripresa Pisa, autorizzassero intanto il Duca a
servirsi delle genti di Ottaviano Riario, loro condottiero, e
di altre del Bentivogli (1), che avevano al loro soldo, ma
che non prestavano servizio al campo, perché avevano lo
stipendio del tempo di pace (2).Il fatto sta che i Veneziani,
i quali erano sempre mal disposti verso i Fiorentini, ebbero
di ciò qualche sentore e ne dettero avviso al Triulzio, il
quale, per accertarsene, arrestò i corrieri che portavano la
corrispondenza dei Fiorentini a Milano e ne sequestrò le
lettere (3), tra le quali ve ne erano alcune che, malgrado lo
sforzo fatto dai Fiorentini per dare a quelle altra interpre-
tazione, contenevano la prova di trattative, tra essi ed il
Duca, di dargli aiuto. E siccome poi i Fiorentini, quando
entrarono i Francesi in Milano, non avevano ancora richia-
mato i loro ambasciatori presso il Duca (4), così il Triulzio





(1) Arch. di Stato flor.: Signori — Legazioni e Commissarie. Missive e Respon-
sive, vol. XXVI, carte 75. Lettera degli ambasciatori fiorentini, presso il Re di Fran-
cia, da Lione. in data 25 agosto 1499. « Intendesi che Messer Gian Giacomo de Triulzi
dà loro [ai Fiorentini] gravezza grande che, per la via di Madonna d’Imola [Caterina
Sforza nei Riario] e di Messer Giovanni Bentivogli, diano per forza qualche aiuto al
Duca ».

(2) « Madonna da Furli fu condotta da noi l’anno passato per due anni, uno
fermo et uno a beneplacito nostro; dei quali è passato l’anno fermo : per quest'anno
serve il beneplacito; ma ad tempo di pace, con il terzo meno di soldo e di gente ».
Signori — Legazioni e Commissarie, vol. 24, carte 38. Lettera dei Priori agli Am-
basciatori di Francia del 14 agosto 1499.

(8) Arch. di Stato fior.; Signori — Carteggio Responsive Originali, vol. 12, pa-
gina 526. F. Soderini ed F. Papi, ambasciatori fiorentini presso il Duca di Milano,
scrivevano ai Signori fiorentini da Casale il 5 settembre 1499: « Questa mattina, tro-
vandoci, tra Lodi et Piacenza, a Casale, è giunto qui Michele, spacciato da Brogino
cavallaro vostro, et facci intendere come, essendo retenuto a Piacenza due dì sono

con le lettere, fü di poi menato al Signor Messer Io: Iacopo Triultio, il quale, lette

le lettere vostre a noi, lo licenziò senza volerli rendere le dette lettere, se bene il
cavallaro insistesse per haverle; di cne ci ha portato non poco dispiacere, perché
consideriamo tutto quello che poteria essere in epse, et ci fa pensare lo averle ri-
tenute ... ».

(4) Arch. di Stato fior.: Signori — Legazioni o Commissarie, vol. 34, pag. 44.
Lettera dei Priori agli ambasciatori fiorentini presso il re di Francia, in data 4 set-










LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 299

si confermò sempre più nei sospetti, che divennero poi cer-
tezza, quando, tra le carte del Duca, trovò delle lettere loro,
che promettevano, presa Pisa, mandare le loro genti al Duca
in Lombardia (1); quando, inoltre, gli fu mandata da Ve-
nezia una risposta originale fatta dal Duca di Milano agli
ambasciatori Pisani, nella quale lo stesso Duca diceva « ha-
vere lega et intelligentia » con i Fiorentini ed « essere ob-
bligato » a favorirli « contro ad ognuno » (2); quando infine,
dagli interrogatori, accompagnati dai tormenti, ai quali sot-
topose i ministri dello Sforza, risultarono confermati gli
accordi tra il Duca e i Fiorentini. Il Triulzio ne fu adira-
tissimo e fece sospendere le trattative per un alleanza tra la
Francia e Firenze, che gli ambasciatori fiorentini avevano già
per sommi capi imbastito a Lione con i rappresentanti di Lui-
gi XII. Infatti il 29 settembre gli ambasciatori fiorentini scri-
vevano da Vigevano (V. Doc. 607): « Trovammo Messer Io:
lacomo, tanto indignato et inimico a V. Signorie, quanto più
possessi essere, o demostrare in questo mondo, confessando
liberamente che, per qualche privato fè degno, et per havere
havuto opinione, et cum effectu provato che V. S., sino l’ ul-
tima ora, havevano perseverato d'adiutare et favorire il Duca
di Milano, come costava per lectere loro intercepte, et per lo exa-



tembre 1459. « Benché noi avessimo revocati li ambasciatori, di Milano non erano
per anco partiti: se gli accaderà che questa cosa venga in campo, cexcusatela con
le medesime ragioni ... ».

(1) Arch. di Stato fior.: Signori — Legazioni e Commissarie, vol. 24, pag. 44.
Lettera ai medesimi del 6 settembre 1499 « Parci, essendo le cose in Lombardia nel
modo che sono, siano cessati molti sospetti; et per questo non accaggia rispondere
molto, maxime circa le genti d'arme, le quali, ancora che fussi seguito lo acquisto
di Pisa, non erano per passare cosi di facile in. Lombardia, nó sensa optime cau-
zioni et respecti »-

(2) Arch. di Stato flor.: Signori — Legazioni e Commissarie, vol. 24, pag. 69.
Lettera ai medesimi 6 ottobre 1499. « L' oratore francese, residente a Venezia, ha
mandato [alla Corte francese in Milano] una risposta originale del duca di Milano,
fatta alli Ambasciatori Pisani, datali da quelli che sono a Venezia, nella quale lui
[il Duca] diee Aavere lega et intelligentia con noi et essere obbligato favorirci contro
ad ognuno. La quale dovrà venire in campo, et essendo della medesima sorte che
le altre, bisognerà accadendo, le preghiate con le medesime ragioni ... ».











300 G. NICASI

mine dei ministri ducali, era diventato inimicissimo di quelle,
et impedito la conclusione de capituli facti a Lione, et facto
intendere apertamente al Re la opinione haveva de V. S.,
con dire che haveva molto più temuto quelle, che il re
dei Romani in questa impresa; levandoci penitus ogni spe-
ranza de havere a conseguire cosa grata da la Maestà
sua ... » (V. Doc. 607). I Fiorentini, che sapevano benissimo
come, malgrado ogni tentativo di spiegazione, le lettere com-
promettenti da loro scritte, esistevano, avevano fatto il pos-
sibile per smontare l’ ira del Triulzio e dei principali perso-
naggi della corte francese, tantochè, fino dal 3 settembre,
avevano inviato, loro ambasciatore, « ai Luogotenenti del Re
in Italia et alla Maestà Cristianissima » in Milano, Pellegrino
Lorini con questa commissione: « Andrai subito a Milano
dove ... exequirai la presente commissione nostra: la quale
ha ad essere in questi effecti: di rallegrarti con tutti quelli
Luogotenenti del Re, in nome nostro, dello acquisto facto di
Milano; recomandare loro le cose nostre; offrire quanto noi
possiamo : et, dove bisognassi excusare qualche carico datoci
dello havere differito tanto ad declararci, dello havere tenuto
tanto li nostri ambasciatori, et di alcune lettere intercepte, con
la necessità che noi fino qui habbiamo havuto di intracte-
nere il Signor Lodovico (Sforza), ad ciò non ci nocessi nelle
cose: di Pisa; + (1).

Dunque le lettere compromettenti, dirette a Lodovico
Sforza duca di Milano, non erano di Paolo Vitelli, ma erano
invece dei suoi accusatori, i Signori fiorentini, e, quindi, anche

questa gravissima imputazione cade completamente, tanto
più che lo sdegno, manifestato dal Triulzio alla notizia della
morte del Vitelli, esclude assolutamente il dubbio che, oltre

le lettere compromettenti dei Signori, avesse trovato anche
lettere di Paolo Vitelli.

(1) Arch. di Stato fior.: Legazioni e Commissarie, anno 1499-1512, classe X, ar-
tic. N. 105: « Commissione data a Pellegrino Lorini mandato a Luogotenenti del Re
in Italia et alla Maestà Cristianissima, deliberata a dì III septembre 1499.

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 301

Ed ora si dirà: Dunque, se tutte le accuse addotte contro
i Vitelli non si debbono tenere in considerazione, dovrà
concludersi che i Fiorentini uccisero il loro Capitano per
istinto di brutale malvagità? No certamente. Le cause della
morte del Vitelli furono diverse da quell'addotte; ma per
ben comprenderle occorre di farci un altra volta indietro
con la nostra narrazione.

I Pisani, allo intento di poter sottrarsi al pericolo di ri-
cadere sotto il dominio dei Fiorentini, avevano offerto il
possesso della loro città a quanti potentati credevano atti a
difenderli contro quelli : e così avevano offerto Pisa al duca
‘di Milano (1), al re di Francia (2), a Gian Giacomo Triul-
zio (3), e al Pontefice, per il suo figlio Cesare (4). Il Papa
Alessandro VI, che si era prefisso di creare ad ogni costo
uno stato per il figlio, accolse di buon grado l’ofterta e, non
solo chiese al re di Francia il permesso di poter occupare
la detta città, ma si mise in rapporti con la famiglia Medici,
la quale, a condizione di essere da lui rimessa in Firenze,
avrebbe lasciato al Pontefice il possesso di Pisa e di altri

(1) Francesco Soderini e Francesco Pepi, ambasciatori fiorentini a Milano, scri-
vevano alla Signoria di Firenze: « Ambasciatori pisani sono venuti a darli [al duca
Sforza] quella città [Pisa], o vogliala conservare in libertà. o vogliala per raccoman-
data, o per subdita; ché sono per fare a punto la voglia sua, purché non abbino a
tornare sotto i Signori fiorentini ; ché, dicono, tutti essere disposti prima morire ».
(Arch. di Stato fior.: Signori — Responsive, vol. XXXVI, carte 147. Lettera dei sud-
detti da Milano in data 10 giugno 1499).

42) « La Maestà del Re [Luigi XII] ci ha facto intendere come ultimamente era
venuto verso Sua Maestà un » Pisano, con piena autorità di darli nelle mani la città
di Pisa ». (Arch. di Stato fior.: Legazioni e Commissarie. Missive e Responsive, vo-
lume XXVI. Lettera degli ambasciatori fiorentini da Lione in data 5 settembre 1499).

(3) « Disseci apertamente il prefato Cardinale [di Roano] che Messer Io. Iacomo
{Triulzio] haveva havuto grandissimo animo et pratica a farsi Signore di Pisa; ma
che lui [il Cardinale] lo haveva in parte fatto mutare opinione » (Arch. di Stato fior.:
Legazioni e Commissarie. Missive e Responsive, vol. 26. Lettera degli ambasciatori
fiorentini, da Pavia, in data 29 settembre 1499).

(4) Dalla Commissione data dalla Signoria fiorentina a Ser Antonio Guidotti di
Colle, mandato a Milano, r.sulta che la detta Signoria sapeva « havere già e' Pisani,
a mezzo di un suo oratore, offerto a Sua Santità per il Valentinese la città » di Pisa.
(Arch. di Stato fior.: Legazioni e Commissarie. Istruzioni ad ambasciatori, anni 1499-
1512, pag. 5. Commissione data a Ser Antonio da Colle il 9 giugno 1499).





302 G. NICASI

territorii della Toscana. Queste trattative non restarono ignote
ai Fiorentini, e Giovan Battista Ridolfi, loro ambasciatore a
Venezia, avvertîva il 27 luglio 1499 la Signoria di Firenze
che Piero e Giuliano dei Medici si trovavano a Murano,
presso Venezia, dove li aveva raggiunti il Cardinale, loro
fratello; e che Piero era in continui abboccamenti con gli
ambasciatori francesi, residenti in Venezia, e con la Signoria
veneta; e che il Cardinale sopradetto aveva intenzione di
recarsi dal re di Francia. Lo stesso Ridolfi poi, così com-
mentava queste sue informazioni: « Quando il Cardinale, o
altri di Casa Medici, seguiti de ire a trovare il re di Francia,
credo si possa concludere sarà con consentimento di quella
Maestà, di questa Signoria (di Venezia), e, forse, con intel-
ligentia del Pontefice, al quale non debbe essere mancato da
loro (Medici) larghe promesse, tornando a casa. Et avendo no-
titia le Signorie vostre delle richieste ha facto il Papa, a quella
Maestà, di Pisa et altro per il Valentinese..., et là poca affec-
tione di qua (dei Veneziani) verso le Signorie Vostre... con-
siderato tutto, credo sia da stimare questi loro andamenti
(dei Medici), et sollecitare la impresa di Pisa, la quale se-
condo me, tornerà ad ogni buon proposito delle Excelse Si-
gnorie Vostre, et leverà disegni ad altri » (1). Poco dopo, il
31 luglio, Antonio Guidotti, ambasciatore fiorentino a Siena,
scriveva: « Hieri sera, al tardi, Pandolfo (Petrucci), con certi
altri amici suoi più intimi, furono meco: comunicoronmi che,
avanti il venir mio qua, il Cardinale di Capua, per mezzo
di Antonio Spannocchi, li avea tentati facessino certa unione
et intelligentia cum il Papa, della quale aveva a nascere
che questo stato (di Siena) dovea consentire certa offentione
contro le Signorie Vostre, alla quale interveniva Piero dei Me-
dici, indotto et fatto forte per quello li è stato detto dal

(1) Arch. di Stato fior.: Signori Carteggio. Responsive Originali, vol. 12, carte
36. Lettera di G. Ridolfi in data 27 luglio 1499.



LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 303




Papa et dalli Signori Orsini » (1). Lo stesso giorno, Giovanni ,
Battista Ridolfi scriveva da Venezia: « Come ho detto per
altre mie, il disegno dei Medici è gettarsi in Pisa, maxrime
se voi (Fiorentini) vi alienassi dall’ amicizia di quella Maestà
(di Luigi XII) ». Ed aggiungeva che gli ambasciatori fran-
cesi, residenti a Venezia avevano così parlato ad esso Ri-
dolfi: « Ambasciatore, e’ ci è detto che i Signori fiorentini
sono per. ristringersi col Signor Lodovico (Sforza): questo
sarebbe mal fatto, perchè ve ne seguirebbe male assai » (2). =
Il 22 agosto, il Guidotti avvertiva da Siena che i Veneziani
avevano assoldato, oltre Rinaldo Orsini, conte di Pitigliano,
anche il figlio di lui Lodovico, che doveva restare con le
proprie genti in Pitigliano; e si temeva che ciò fosse « a














qualche proposito dei Veneziani contro i Fiorentini » (8). In
quegli stessi giorni il Cardinale dei Medici si era recato dal
re di Francia e la Signoria fiorentina aveva dovuto scrivere
ai propri ambasciatori, che sorvegliassero il Cardinale, e cer-
cassero di attraversare i suoi progetti (4).

Il due settembre, giungeva a Firenze il Cardinale di
Valenza, il quale, dovendosi recare Legato pontificio in
Francia, veniva a proporre ai Fiorentini di allearsi con il
Pontefice: si trattenne quattro giorni, e durante questa sua








permanenza, la Signoria apprese, da un uomo di fiducia del
Cardinale suddetto. che « Roma, da più mesi indietro, non si
era « praticato altro che, con rimettere i Medici a Firenze,
dare al Valentino Pisa, Volterra et Piombino » (V. Doc. 593).







(1) Arch. di Stato fior.: Signori — Carteggio. Responsive Originali, vol. 12.
carte 58. Lettera da Siena di Antonio Guidotti ambasciatore fiorentino, in data 31
luglio 1499.






(2) Arch. di Stato fior.: Signori — Carteggio. Respensive Originali, vol. 12,
pag. 132. Lettera del Ridolfi del 31 luglio 1499.
(3) Arch. di Stato fior.: Signori — Carteggio. Responsive Originali, vol. 12,



pag. 276. Lettera da siena del Guidotti in data 22 agosto 1499.

(4) « Intendiamo da te la nuova suta costi [in Venezia] della partita del Cardi-
nale dei Medici [verso il re di Francia]: a questa si é provveduto in quel modo si
poteva con l'averne scritto in Francia ». (Arch. di Stato fior: Signori — Legazioni
e Commissarie, vol. ?4, pag. 24». Lettera al Ridolfi in data 24 agosto 1499).








304 G. NICASI

Quasi contemporaneamente, giungeva da Siena una lettera
dell’ ambasciatore fiorentino Guidotti, che avvertiva come,
« un amico di autorità », gli aveva detto « sapere di certo,
che Piero dei Medici dai Veneziani avea di nuovo promessa
certa di rimetterlo in casa et presto », ed aggiungeva che
tale notizia in Siena doveva essere stata mandata, « o dal
vescovo Petrucci, che » era « cum el Cardinale dei Me-
dici, o dall’ uomo del conte di Pitigliano, che si » trovava
« a Venezia » (V. Doc. 594). Queste informazioni coincide-
vano con la notizia che i Francesi a Milano avevano rotto
le trattative di alleanza tra la Repubblica di Firenze e la
Francia, che egli ambasciatori fiorentini avevano, insieme con
i rappresentanti di Luigi XII, già condotto a buon porto in
Lione; e ciò perchè, come dicemmo, tutta la Corte francese
era indignatissima per avere appreso, dalle lettere seque-
strate dal Triulzio, i segreti accordi tra la Signoria fioren-
tina e Lodovico Sforza, duca di Milano. Questa concomitanza
di circostanze fece intravedere ai Fiorentini una triplice in-

tesa tra Venezia, il Papa, e Luigi XII per rimettere in Fi-
renze i Medici; con il ritorno dei quali, i Francesi si sareb-
bero vendicati della malafede dei Fiorentini, i Veneziani si
sarebbero tolto di mezzo un governo che li aveva sempre
osteggiati nelle loro mire di egemonia in Italia, il Papa
avrebbe finalmente avuto lo stato che tanto ardentemente

desiderava per il figlio.

Come avrebbero potuto opporsi i Fiorentini a questa
terribile coalizione di nemici? La Repubblica si trovava
in circostanze disastrose anche all’interno: le finanze obe-
rate; i cittadini malcontenti per gl’ inutili enormi sagri
fizi di vite e di sostanze, che aveva loro costato la non
riuscita impresa di Pisa; i fautori dei Medici, dalla pre-
sente triste situazione rinfrancati, divenuti intraprendenti;
le fortezze mal difese da guarnigioni non pagate; le migliori
artiglierie perdute; l’esercito, parte disciolto, parte in fer-
mento per mancanza di denari; e, come se ciò non bastasse,







LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 305

si dubitava della fede di tutti quei condottieri in generale
(V. Doc. 594), ed in modo particolare di quella dei Vitelli,
che, informatissimi delle condizioni della Repubblica, servitori
fedelissimi della Francia, parenti dei Medici, potentissimi,
per larghe aderenze, anche nello stato fiorentino, ed attual-
mente indignatissimi contro quella Signoria, potevano in quel
momento essere di grave pericolo alla esistenza della Re-
pubblica. Si credette che l'abbandono dell'assedio di Pisa
per parte dei Vitelli non fosse che preludio di più temibili
loro propositi in favore dei Medici; si temette per le fortezze,
per le artiglierie, per tutta la difesa dello Stato. Il 9 settembre
fu convocata la Pratica, in seno alla quale il Commissario
di campo, Gerolamo dei Pilli, espose le tristi condizioni del-
l’ esercito, il malcontento dei soldati, l'indignazione dei Vi-
telli; il Gonfaloniere di Giustizia notificò gli avvisi delle
mire del Pontefice su Pisa, delle speranze dei Medici di ri-
tornare in Firenze: da tutti si. vide nei Vitelli un pericolo
per la Repubblica. Si escogitò un modo qualunque per allon-
tanarli dal territorio fiorentino, e si pensò di mandarli al re
di Francia, che li aveva in addietro richiesti (V. Doc. 596):
ma il rimedio parve peggiore del male:.i Vitelli alla Corte
avrebbero aggiunto il loro risentimento a quello dei nemici
della Repubblica, e notificando gli inadeguati provvedimenti,
fatti dalla Signoria nell'impresa di Pisa, avrebbero ribadito
nei Francesi la credenza, oramai radicata in Corte, che i
Fiorentini avessero a bella posta voluto dilazionare la presa
di. Pisa, per non trovarsi poi costretti a dichiararsi in favore
dei Francesi (V. Doc. 600).

Come uscire adunque da tanto mal passo ? Il modo fu
trovato dai Signori, i quali, 1 8 settembre, così scrivevano ai
loro ambasciatori presso il re di Francia: « Non veggiamo
a questi tempi migliore expeditione che, donde è venuto il
male, di quivi ancora venga la medicina » (V. Doc. 595).
Se Pisa fosse stata ricuperata dai Fiorentini nel tempo pro-
messo dal Capitano, non si sarebbero essi trovati nel mal





306 G. NICASI

passo attuale: i Vitelli, non solo non avevano preso Pisa,
ma erano divenuti un pericolo per la Repubblica: non re-
stava adunque, date le idee del tempo, che sopprimere i
Vitelli. La morte del Capitano, e di suo fratello Vitellozzo,
avrebbe rafforzato all’ interno ed all’ estero lo Stato fioren-
tino: all’interno, perchè avrebbe impedito all’ esercito di
ribellarsi, avrebbe tolto animo ai fautori dei Medici, ed
avrebbe invece dato coraggio a tutti gli altri cittadini, che,
paghi di essere stati vendicati contro i supposti traditori, si
sarebbero stretti unanimemente attorno al proprio Governo,
rafforzandolo; all’estero, perchè la prova di vitalità e forza,
data in tal caso dalla Repubblica, avrebbe fatto ritenere a
chiunque malagevole il sopprimerla; e perchè, tolti di mezzo
i Vitelli, sarebbero mancati ai nemici gl’ istrumenti più atti
alla realizzazione dei loro propositi di rimettere i Medici in
patria.

Ma qual pretesto si sarebbe addotto dai Fiorentini per
giustificare l'uccisione dei Vitelli, dal momento che non era
opportuno far conoscere di dubitare di potentati che, se si
sospettavano nemici, si dichiaravano però amici, e non ave-
vano ancora fatto atti palesi di ostilità? La cosa era facile:

bastava dar corpo alle vaghe accuse di tradimento che, a
carico dei Vitelli, circolavano tra il popolo, e fomentarle con
notizie tendenziose, sparse ad arte, e corroborarle con pro-
vocate denuncie dei nemici personali dei presunti rei (1):
ed ecco come, anche negli atti ufficiali, furono addotte contro
i Vitelli accuse, che non potevano reggere alla sana critica,




(1) A dimostrare con quanta poca spontaneità i Fiorentini ottenessero d»i ne-
mici dei Vitelli le accuse contro il Capitano, basta notare come, per avere essi dal
conte Rinuccio da Marciano la conferma in scritto della sua denunzia contro Paolo
Vitelli, giunsero a fargli credere che il medesimo, « in certi suoi disegni fatti d'in-
signorirsi di Piombino, mostrava desiderare la ruina del Conte e di tutti i suoi »:
ed assicurarono che ciò « appariva in una lettera di messer Corrado [Tarlatini] ».
(G. CANESTRINI, Scritti inediti di Nicolò Macchiavelli. Lettera ai Commissari del 7
ottobre 1499). Ora anche questa lettera nella tante volte citata raccolta di lettere,
dei Vitelli e dei loro Segretari, fatta dalla Signoria, non esiste.









LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 307



perchè messe fuori soltanto allo scopo di nascondere la vera
causa, per la quale i Vitelli furono mandati a morte.
Tuttavia, se le gravi preoccupazioni per la salvezza del
proprio stato possono scusare i Fiorentini dall’ avere ucciso
il Vitelli supposto reo di accordo con i Francesi, con il
Papa e con i Veneziani, a favore dei Medici, noi, dall'esame
spassionato dei fatti, dobbiamo concludere che, anche di
questa accusa, furono i Vitelli innocenti. Infatti i Francesi,
fino a tutto agosto 1499, non solo erano sicuri che i Fio-
rentini avrebbero ripreso Pisa, ma speravano che, non ap-
pena avessero ultimato quella impresa, avrebbero mandato
le loro genti in favore del re di Francia. Tanto è vero
che, il 31 agosto, gli ambasciatori fiorentini scrivevano da
Lione che, in quel giorno, si erano abboccati con il car-
dinale di Roano, il quale, promettendo la grazia del Re
a favore dei Fiorentini, li aveva confortati a scrivere alla
Signoria che « dovessino, cum primuni havessimo ricupe-
rato Pisa, mandare a Sua Maestà li Vitelli con qualche
gente » (1). Il 3 settembre, poi, il re di Francia, per
mezzo di un rappresentante del duca Valentino e del car-
dinale di Roano, faceva sapere agli ambasciatori fiorentini
in Lione che, « avendo facto la Santità del Pontefice la
declarazione di confederato di Sua Maestà, tanto là prefata
Santità, quanto la Maestà del Re » ritenevano che anche
i Signori fiorentini, « senza alcun respecto, o eccezione, o
di Pisa, o di altro, dovessimo fare il medesimo ». Per ció,
tra i suddetti ambasciatori ed i rappresentanti del re di
Francia e del Valentino, furono, seduta stante, formulati i
capitoli che dovevano servire di base alla sopradetta dichia-
razione; e furono accordati agli ambasciatori fiorentini 24
giorni di tempo, per ottenere dalla Signoria la ratifica dei
capitoli proposti. Il 5 settembre il re di Francia disse agli

(1) Arch. di Stato fior.: Legazioni e Commissarie. Missive e Responsive, vol. 26,
carte 76. Lettera degli ambasciatori fiorentini da Lione in data 31 agosto 1499.

21

















































































308 G. NICASI

ambasciatori pisani, che gli avevano offerto il possesso della
loro città « che, per esserli i fiorentini assai boni amici »,
non voleva accettare quell’ offerta, ma confortava invece i
Pisani a venire a patti con i Fiorentini.
Contemporaneamente, lo stesso Re pregava gli amba-
sciatori fiorentini a scrivere alla Signoria che, « quando non
potessino aver Pisa di presente, volessino riceverla per la
consegnatione di un suo uomo: promettendo però a Sua
Maestà di salvare ai Pisani la vita et conservare li beni, per-
donando loro liberamente ogni offesa » (1). Dunque, il 5 set-
tembre, ossia quando già il Vitelli aveva chiesto ai Signori
fiorentini il permesso di abbandonare l'assedio di Pisa, non
solo i Francesi erano in strettissime trattative di alleanza
con la Repubblica, ma il Re si era offerto di riconsegnare
Pisa ai Fiorentini, qualora essi non avessero potuto ripren-
derla. Come potevano adunque i Francesi essere in quei
giorni d'accordo con il Papa per dar Pisa ai Medici ed al
Valentino, quando la offrivano cosi apertamente ai Fiorentini?
In quel medesimo giorno, 5 settembre, tra Lodi e Piacenza,
si sequestravano, dal Triulzio, le lettere della Signoria fioren-
tina, che produssero la rottura delle trattative di Lione, e
la indignazione di tutta la Corte francese contro Firenze:
ma il Vitelli aveva già, in quello stesso giorno, chiesto di
abbandonare l'assedio di Pisa; come poteva, quindi, aver
fatto ciò di accordo con i Francesi? E quale utilità avrebbe
arrecato ai Francesi l'abbandono di Pisa da parte del Vi-
telli, se i Pisani erano prontissimi darsi al re di Francia?
Inoltre noi sappiamo che, non appena venne a conoscenza
della Corte francese, che i Fiorentini erano malcontenti del
servizio loro prestato dai Vitelli, il cardinale Della Rovere,
il 29 settembre, quando nulla ancora si sapeva dello stabi-
lito arresto del Vitelli, chiedeva che questo fosse surrogato,

(1) Arch. di Stato fior.: Legazioni e Commissarie. Missive e Responsive, vol. 26,
carte 5. Lettera degli ambasciatori fiorentini da Lione, in data 5 settembre 1499.



LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 309

nel comando dell'esercito fiorentino, dal prefetto di Roma;
ed il maresciallo di Giers e Giovan Giacomo Triulzio ap-
poggiarono questa richiesta (V. Doc. 601). Come l'avrebbero
appoggiata, se avessero avuto bisogno del Vitelli per rimet-
tere in Firenze i Medici? Dunque Paolo Vitelli non era di
accordo con i Francesi ai danni della Repubblica fiorentina.

E se il Vitelli non era d'accordo con i Francesi, non
poteva esserlo con il Papa e con i Veneziani, che, in tal
caso, avrebbero agito contro i Francesi: perché noi sappiamo,
che.il Vitelli dalla vittoria del re di Francia attendeva ric-
chezza e potenza per sé e per la sua famiglia, e non poteva,
quindi, ora che i Francesi trionfavano, assumere un' impresa,
che non avesse avuto il loro pieno consentimento. In ogni
modo, per essere d'accordo con il Pontefice e con i Vene-
Ziani, avrebbe dovuto essere d'accordo con i Pisani e, piü
specialmente, con i Medici, a favore dei quali quegli accordi
dovevano essere diretti. Ma evidentemente con i Pisani il
Vitelli non era d'accordo: perché noi sappiamo come il Gui-
dotti cosi scriveva, il 3 settembre, da Siena: « Li Pisani di
nuovo scrivono a Pandolfo (Petrucci); et si fanno molto ga-
gliardi, usando qualche parola a carico del Capitano (Paolo
Vitelli), che li faranno riconoscere la insolentia sua; et che non
è uomo da superare loro » (1). Da ciò si vede che i Pisani
trattavano il Vitelli da nemico e lo insultavono: non erano
dunque suoi alleati. Quando poi, Vitellozzo fuggì a Pisa,
sebbene i Fiorentini avessero voluto far credere « lo essere
stato lui ricevuto da amico et senza alcun sospecto » (V.
Doc. 609), la verità, invece, è che egli non entrò in Pisa,
fino a tanto che non gli fu rilasciato un salvocondotto; ed
i Pisani, sebbene, come è da immaginarsi, fossero lietissimi
della sua venuta, lo fecero entrare con pochi cavalli, ordi-
nandogli di lasciare gli altri fuori della città. Il che, an-

(1) Arch. di Stato fior.: Signori — Responsive Originali, vol. 12, pag. 276. Let-
tera da Siena dell'ambasciatore fiorentino Antonio Guidotti in data 3 settembre 1499.


























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I N ORA sE ear ERR ESERI TREE








































810 G. NICASI

cora una volta, dimostra che i Vitelli non erano alleati dei
Pisani, perchè in tal caso, nè i Pisani avrebbero diffidato di
Vitellozzo, nè questo avrebbe richiesto salvocondotto per es-
sere ricevuto in Pisa.

E molto meno erano i Vitelli alleati con i Medici. Infatti
Antonio Malegonnelle, ambasciatore fiorentino a Roma, così
scriveva, il 5 dicembre 1499: « Quando pubblicai a Palazzo
la morte di Paolo Vitelli, si trovò quivi il signor Iulio et il
signor Paulo (Orsini); et fu loro subito riferito. Et accadendo,
nel tornare a casa, di abboccarsi insieme, el signor Iulio
parlò di questo caso modestamente; el signor Paulo non volse
mai la parola, nè a lodare, nè a biasimare i nostri Signori;
ma, con qualche demonstrazione di mala contentezza, et ap-
passionato, disse: che a ogni modo a Paolo (Vitelli) era stato
fatto el dovere, et secondo meritava; non per le cose di
Pisa, ma per la sua ingratitudine commessa contro alla Casa
dei Medici; disse era quello huomo havea tenuto Piero fuori di
casa sua » (V. Doc. 633). Dunque non solo Paolo Vitelli non
era d'accordo con i Medici; ma i parenti di lui lo accusa-
vano di essere il solo responsabile di aver tenuti i Medici
fuori di patria, per non aver mai voluto aiutarli. Quale at-
testato piü ampio puó aversi della completa innocenza di
Paolo Vitelli?

Non é da credersi peró che, se i Vitelli non facevano
parte dell'intrigo, tendente a rimettere in patria i Medici,
questi non avessero forte speranza di ritornare, perché, tanto
Alessandro VI, quanto i Veneziani, anzi più questi che quello,
adoperavano, ognuno per le proprie mire, la loro influenza
a vantaggio dei Medici. Tuttavia un grande ostacolo si frap-
poneva a questi maneggi nel re di Francia, il quale, imbal-
danzito della conquista del ducato di Milano, si era proposto
d'impadronirsi anche del regno di Napoli, e non voleva,
quindi, che si creassero dai suoi alleati diversivi in Toscana,
che avrebbero potuto ritardare l' esecuzione dei suoi disegni :
né il Papa né i Veneziani, in tanto fervore di vittoria fran-

LA FAMIGLIA Vt'rELLI, ECC. 311

cese, credevano opportuno d'intraprendere imprese che non
avessero il consentimento del Re. Per ció, non potendo piü
agire direttamente in favore dei Medici, cercavano di aiu-
tarli indirettamente, impedendo l'alleanza tra i Fiorentini e
la Francia, che avrebbe chiuso per sempre le porte di Fi-
renze in faccia ai Medici. Ecco perchè il Papa, e special-
mente i Veneziani, tanto si adoperarono ad insufflare negli
oratori francesi, presso loro accreditati, che la dilazione dei
Fiorentini a dichiararsi in favore del re di Francia nascon-
deva segreti accordi tra Firenze ed il duca di Milano (1);
ecco perchè i Veneziani denunciarono ai Francesi la presenza
delle genti di Ottaviano Riario nell'esercito del Duca; con-
sigliarono al Triulzo il sequestro delle lettere della Signoria
fiorentina, dirette a Milano; inviarono allo stesso Triulzio la
risposta ufficiale fatta dal duca Sforza ai Pisani, dalla quale
risultava evidente l'alleanza del Duca stesso con i Fioren-
tini; ed eccitavano i Pisani a cedere Pisa al re di Francia,
per creare maggiori dissapori tra la Repubblica di Firenze
ed i Francesi. I Pisani infatti facevano del loro meglio per

mettere Luigi XII in possesso della loro città; ma il Re ne
aveva sempre rifiutato il possesso, sebbene il capitano En-
tranges, amico dei Pisani, e molto influente alla Corte fran-
cese (3), facesse il possibile per persuadergli il contrario (2).

Quando però il Triulzio fu persuaso del tradimento
dei Fiorentini, e tutta la Corte francese manifestava per

, (1) Arch. di Stato fior.: Legazioni e Commissarie. Missive e Responsive, vol. 26,
carte 75. Lettera da Lione degli ambasciatori fiorentini in data 30 agosto 1499.

(2) Questo é quel capitano Entranges che il 1» gennaio 1496 aveva consegnato
la cittadella di Pisa, di cui egli era castellano per il re di Francia, ai Pisani, ed
aveva venduto Pietrasanta e Mutrone ai Lucchesi, come narrammo nel capitolo VIII.

(3) « La Sua Maestà etiam mandó a noi Entranges, il quale è stato lo introduc-
tore di tutte le pratiche dei Pisani, come lui medesimo ci ha confessato ; et etiam
havere operato contro alle Signorie Vostre [fiorentine], come il più mortale nimico
che habbino al mondo ; nè mai per modo o per verso alcuno ha potuto flectere, o
piegare la Maestà del Re, havendola tentata per infiniti modi, se non nel modo che
di sopra si dice : [cioé : accettare Pisa per darla ai Fiorentini] ». (Arch. di Stato fior.:
Legazioni e Commissarie. Missive e Responsive, vol. 26, carte 5. Lettera da Lione
degli ambasciatori fiorentini in data 5 settembre 1499).



312 G. NICASI

questo la sua contrarietà verso la Repubblica, più forti ri-
nacquero le speranze di poter persuadere il Re ad agire
contro quella; tanto più che la ritirata dei Vitelli con l'e-
sercito fiorentino da Pisa, ed il loro malcelato risentimento
verso la Signoria di Firenze, rendevano tanto più evidente
la debolezza di quella Repubblica contro qualsiasi minaccia
nemica. Ma il Re tenne duro ancora questa volta, e la sua
volontà s'impose anche alle contrarie tendenze dei princi-
pali della Corte. Tuttavia non era perduta ogni speranza nei
fautori dei Medici, e, forse, si aspettava l'entrata del Re in
Milano, per agire concordemente su lui, e persuaderlo a di-
chiararsi contro i Fiorentini. Ma la morte del Vitelli tagliò
corto a tutti questi maneggi. La prova di vitalità e forza
che, con la condanna del Capitano, aveva dato la Repub-
blica, fece tutti avvertiti che non sarebbe davvero stata fa-
cile impresa il sopprimerla; e, quindi, le velleità aggressive
contro di quella a poco a poco cessarono, solo restando una
grave indignazione nei principali personaggi di Corte fran-
cese per la morte del Vitelli, che in quella Corte aveva
sempre goduto fortissime simpatie. Tuttavia la ragione di
Stato ebbe presto il sopravvento sul sentimento, e anche
quell’indignazione andò man mano scomparendo; tanto più
che i Fiorentini mandarono a bella posta in lungo il pro-
cesso dei presunti complici dei Vitelli, allo scopo di dar
tempo alle ire di calmarsi; promisero — sebbene mai tale
promessa mantennero — di dare in futuro completa giusti-
ficazione documentata della condanna del Vitelli (V. Doc. 623);
e seppero guadagnarsi l'appoggio in Corte di persone in-
fluenti, sia facendo sperare al cardinale della Rovere di

eleggere suo fratello Capitano generale delle loro genti (1),

(1) « Benché noi non possiamo del desiderio del Cardinale di San Pietro in
Vincula, scrivervi alcuna resoluzione [aveva chiesto che suo fratello fosse eletto Ca-
pitano generale dei fiorentini, come vedesi dal doc. 607, riportato in Appendice], non
di meno, stimando sia a proposito lo abbiate propitio in questo ‘vostro maneggio,
ci pare dobbiate tenerlo in qualche speranza, cautamente et senza obbligarvi ad



LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 313



sia promettendo al figlio del Triulzio una condotta nel loro
esercito (V. Doc. 599), sia, infine, facendo donativi in denaro
a vari altri personaggi di Corte, per la somma complessiva
di 20 mila franchi (V. Doc. 599). Gli stessi Fiorentini, inoltre,
seppero con grande arte suscitar diffidenze nel re di Francia,
contro il Pontefice ed i Veneziani, suoi alleati, dipingendoli
invidiosi dei successi francesi, e propensi a promuovere una
lega di Potentati italiani contro l’ egemonia francese in Italia
(V. Doc. 597). Queste arti ottennero presto l’ intento deside-
rato, perchè Luigi XII, deliberato più che mai all'impresa
del Reame, pensó bene di accogliere nell'alleanza, che già
era stata stretta tra lui, il Papa ed i Veneziani, anche i
Fiorentini, imponendo loro per altro patti così gravi, da fare
ad essi pagare cara la lunga indecisione a dichiararsi per
lui. E così, il 12 ottobre, la Lega fu stabilita, tanto che, il 17
ottobre, i Signori così scrivevano a Giovan Battista Ridolfi,
loro ambasciatore a Venezia: « Avanti hieri, per lettera
degli oratori nostri a Milano, intendiamo come, a dì 12, non
obstante ogni opera che havessino fatto in contrario li oratori di
cotesta Signoria (di Venezia) havevano concluso et stipulato
la lega, tra quella Maestà, Papa, Venetiani et noi » (1).

La sera del 23 ottobre, giunse finalmente a Milano Vi-
tellozzo, e la mattina seguente si presentó al Re e gli parló
« parte in iustificatione del fratello suo, et parte in grandis-
simo carico et dectratione » della Signoria fiorentina: ma
fu accolto freddamente e non trovó appoggio alcuno presso
quel Re (V. Doc. 630). Decisamente oramai la partita era
perduta per lui: e la morte di suo fratello, se era stata senza
dubbio una grande ingiustizia — che fu poi amaramente




































alcuna cosa ». (Arch. di Stato fior: Signori — Legazsioni e Commissarie, vol. 24,
pag. 56. Lettera dei Signori agli oratori fiorentini presso il Re di Francia del 4 ot-
tobre 1499).



(1) Arch. di Stato fior.: Legazioni e Commissarie, vol. 24, pag. 260. Lettera dei
Signori a Giovan Battista Ridolfi ambasciatore fiorentino a Venezia in data 17 ottobre
1499.








314 G. NICASI

scontata dai Fiorentini (1) — fu però anche un mezzo po-
tentissimo per. rassodare, in quel frangente, la Repubblica.
Non per nulla Niccolò Macchiavelli faceva parte allora della
Signoria di Firenze.

(1) Basta pensare che, nel 1502, Vitellozzo fece ribellare alla Repubblica tutta
la Valdichiana: e che, nel 1527, Alessandro Vitelli e Malatesta Baglioni, figlio il
primo, e parente strettissimo il secondo di Paolo Vitelli, ebbero gran parte nella
caduta della Repubblica fiorentina.

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.

APPENDICE II

592. (S. lee. XXIV. 959). 1499, Settembre 1.

Eidem [Io: Baptiste Rodulpho oratori Venetiis].

. Le genti nostre, che erano a Pisa, sono state tandem necessitate
ritirarsi con le artiglierie, per le infinite malattie che vi erano causate
da quell’aria, dove sono morti et malati tanti che pare incredibile; et
hanno preso partito fortificare meglio la t rre di Foce et San Piero in
Grado, et porsi poi dal canto di Lucca, dove si sono facti 3 amba-
sciadori, per venire di nuovo qua, et pigliare assecto delle cose sue
Con: not. ....

(In margine in una post scripta). I1 Cardinale di Borgia, il quale
viene costì legato, colorisce la venuta sua con le cose del Turco; ma,
si é ritracto, viene con ordine di unire Italia contro a Franzesi, parendo
al Pontefice e’ processi loro sieno troppo prosperi. Et benchè aperta-
mente a noi non habbia facto intendere questo, non di meno si è co-
nosciuto questo pensiero del Pontefice. A noi ha parlato del desiderio
ha il Pontefice di lega et confederatione con noi, et dectoci ne sarà par-
lato dal Re a nostri ambasciadori. Noi veggiamo lo effecto della poca
fede de Vitelli; non sappiamo già di certo se n’ è causa quello che tu
scrivi, et che questa cosa dipendessi da Milano; perché s' intende in
qualche huomo, che era eon questo Legato, degno di fede, che a Roma,
più mesi fa, non si è praticato altro che, con rimettere a Medici in Fi-
renze, dare al Valentinese Pisa, Volterra et Piombino. Il che è conforme,
in questa parte di Piombino, a quello che il Gualterotto ritrasse a
Roma dal Papa. Sia, o questo, o altra cagione, noi te ne habbiamo dato
adviso, acciochè, venendo costì il Legato, possa tenere di presso questa
praticha, et così il maneggio delle altre cose che tractasse costì il Le-
gato; et advisarne con la tua solita diligentia.

593. (S. r. XII. 505). Siena, 1499, Settembre 7.

Antonio Guidotti ai Priori fiorentini.

.... Uno amico di autorità, quale non vuole essere nominato, questa
mattina è stato meco, et domandato se di Piero de Medici costì [in Fi-





316 G. NICASI

renze] era alchuna suspictione; rispondendoli di no, mostró maravi-
gliarsi, dichiarandomi haver per cosa certa che Piero si trova al presente
cum maggior speranza facessi mai di tornare in casa, et che la fonda
nella vietoria del re [di Francia] et nella autorità et gratia che cum
sua Maestà X.ma hanno Viniziani; da quali questo tale mi dice sapere
di certo che lui [Piero dei Medici] da Viniziani ha di nuovo promessa
certa di rimetterlo in casa. et presto. Mostrai a questo tale che questa
cosa era più per immaginatione che si faceva, che fussi vera; per non
esser possibile che, poi seguì la totale perdita di Milano, qui si fusse
possuto intendere questo particulare. Replicó per conclusione che te-
nessi per certo quello mi riferiva; et per aleune parole mi dixe, andai
coniecturando che tale notitia si habbi per una delle due vie, o dal
vescovo de Petrucci, che è cum el Cardinale de Medici, o da l'homo
del conte di Pitigliano, che si trova a Vinezia. Non havendo possuto
ritrarre questa cosa meglio, la scrivo come la ho, rimettendola al gra-
vissimo iuditio delle S. V. alle quali per la presente, non mi occor-
rendo altro, mi ricomando.

594. (Consulte e Pratiche. LXV. 108). 1499, Settembre 8.

Giovacchino Guasconio Gonfaloniere di justitia. Propose che sa-
rebbono lecte più lectere, sopra il contenuto delle quali la Signoria
desiderava essere consigliata et in spetie sopra sei cose. La prima,
come si era da procedere col Pontefice circa il collegarsi. 2® Quello
si haveva ad rispondere a Senesi et Madonna di Furli [Caterina Sforza],
che preghavano si pigliassi cura di assectarli col Re, et offrivano in
questo volere procedere secondo il ricordo nostro etc. 3.» Quello é
da fare circa il Campo, et che judicio si habbi ad fare di essere o
non essere stati ingannati dal Capitano, Governatore, o altri primi.
Quarto: quello é da fare per havere danari per potere provedere di
presente a bisogni occorrenti, et per lo advenire; visto maxime che la
provisione proposta non piace. Quinto: se é da aceptare Bagnone,
la Roccha Sigillina et altre terre in Lunigiana, che si vogliono dare.
Sesto: cirea lo sparlare si fa per la terra, et le polizze si truovano
essere state apicciate, etc.

(Parlano în varto senso Piero di Jacopo di Guicciardini, Piero di
Verrazzano, Nicolò Altorviti, Giovanni Buondelmonte, Bartolomeo di Lio-
nardo Frescobaldi, Amerigho Corsini etc.; quindi parla Bernardo Rucellai
in nome suo etc. .... Quanto al parlare, che chi ha errato sia punito, et

che è facile a ritrovarlo; et, se si truova, che chi è incolpato habbi er-

rato lo punischino ; se no punire quello, che incolpa il compagno, della




































LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 317

medesima punitione meriterebbe lo incolpato, quando havessi facto quello
di che è insimulato ; et confortò si facessi una legge di justitia, come
già fu ragionato.

595. (S. lec. XXIV. 45). 1499, Settembre 3.
Eisdem oratoribus (apud X.man M.tem).

.... Noi siamo necessitati, per la trista pruova che hanno facta le
genti nostre a Pisa, et per la poca fede loro, pensare ad riaequistarla
per altra via; et non veggiamo a questi tempi migliori expeditione che,
dond’è venuto il male, di quivi anchora venga la medicina. Però de-
siderremo in questo essere aiutati et consigliati da sua Maestà; et. ne
scriviamo, acciò, se accadessi, avanti la venuta costà di questi nostri
ambasciadori, parlarne, possiate circa questo effecto usare quelle pa-
role et termini, che in sul facto voi iudicherete a proposito. Non vi di-
ciamo per questa il iudicio si fa donde sia causato questo mancha-
mento di fede delle genti nostre, per frecta del corriere. Questo solo vi
basti, che hanno usato dire, et pubblice, che, nè per favore di gente
nè per danari, sono per fare a Pisa cosa alcuna per noi; et così le-
vatosi da campo, poi che si erano per noi facte tucte le provisioni et
toltoli ogni excusatione. Intendesi che Vinitiani preparano soccorso. a
Pisani et che il Papa anchora .vi adspira. Userete questi advisi in quel
modo sia meglio per la Città; et largheggiate con il Re et promet-
teteli ogni nostro potere etiam di presente.

596. (Cons. e Prat. LXV. 112). 1499, Settembre 9.

GiovacHino GuarcHonI Gonfaloniere. Lecte le lettere havute da
Commissarii generali di Campo, de di VIII de Septembre, contenenti
più disordini, domandò consiglio ete Item se è da mandare uno che
sia apresso a Messer Io Jacomo [Triulzio], et di che qualità. Item che
rimedii occorre fare circa li andamenti di Piero de Medici, intesi per
lettere di Siena, et a boccha da Girolamo de’ Pilli.

Lorenzo MoRELLI per il numero de’ Gonfalonieri. — Che le cose
proposte sono d’importanza ; et che a volere obviare occorre princi-
palmente fare danari et di presente, et per il futuro; che per il fu-
turo fu consigliato hiersera; et per farne di presente dixe che si an-
dassi per i danari dove sono, et dare lo assegnamento in sul provedi-
mento da farsi di nuovo. Et che e’ luoghi, che sono allo intorno di Pisa,
si proveghino bene, et che, potendo fortificare la torre di Foce, si facci,














nes uni sei e





























318 G. NICASI

per tórre la via di mare ai Pisani: che non è da scoprire se le cose
seguite insino ad quì, o perchè sia difecto nel Capitano, o è stato ma-
litia, o dapocaggine, perchè, iscoprendo, non potrebbe se non nuocere.
Et ricordò che, facto il provedimento del danaro, si mandi 2. commis-
sarii che li stiano appresso, intratenghinlo, et veglinlo, et monstrino
fare le cose di suo consentimento et tamen usino il consiglio delli altri
condottieri; et quello si fa poi nascha da decti Commissarii ; che, visto
il popolo tueto adirieto alla volta di Francia, et essendo quello Re della
conditione che é, pare sia da fare ogni cosa da guadagnarselo, et farlo
propitio: peró sia da mandare presto li ambasciatori, et in questo mezzo
fare con le lettere con quelli vi sono; et dare adviso a decti ambascia-
tori de' disegni si fanno di fare qui uno nuovo stato, et dare Pisa,
Volterra, Siena, Piombino ete. Quanto alla promessa da darsi a Vini-
ziani, etiam intendere la mente del Re, perché non puó essere se non
guadagno; perché, eonsentendo, si vedrà che sono d' accordo, non con-
sentendo, si potrà andare più la. Approbò che si mandassi uno apto a
Messer Io. Iac. che non può se non giovare per intendere e’ successi di
quelle cose, et e’ secreti del Re, et gratificarsi lui. Quanto a Piero de
Medici commendò la opinione della Signoria di deputare cittadini che
stassino qualche hora il giorno in Palazzo, che examinassino tucte le cose
oecorrenti, et referissino quello ehe andassi loro per la meute, et di poi
la Signoria deliberassi.

BERNARDO DI GIOVANNI RUCELLA1 2» nome suo etc. .... Ricordó che
e' si deputassi, o per la via del Consiglio Grande, o delle loro Signorie,
Cittadini che vegliassino qui le cose che vanno attorno ; et alleghó che
uno cittadino, che è stato adsente dalla Città 8 giorni, non la può bene

consigliare. Quanto al danaio, che è da fare provisione quale fussi indi-
cata più a proposito: et che rispecto alle cose vanno attorno, et pericolo
de’ ribelli, occorrerebbe di levare il Capitano dal luogho dove è, et per
farlo più honestamente et ridurlo in luogho dove non fussi di pericolo,
fare intendere a Capitani Franzesi che la intentione della Città è sempre
stata, havuta Pisa, di favoriré il Re, et non si essendo havuta Pisa per
la cagione occorresse narrare etc., fare noto che voi siate parati man-
darlo, et atteso che loro ne acquisterebbono forza et reputatione, l’ ha-
rebbeno caro et acquisterebbesene fede et gratia; et monstrare di poi
al Capitano che ne siete richiesti, et fare intendere anchora a quelli
Capitani [Francesi] quello che si tenta contro a di voi, per torvi al Re
OC ici




LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 319

597. (S. lec. XIV. 46). 1499, Settembre 9.
Eisdem oratoribus [apud X.man Maiestatem].

.... Voi sapete che, d’ aprile passato, per la sententia data a Vinetiá
per il duca di Ferrara, la Città [di Firenze] fu declarata dover dare a
Vinitiani 180 mila ducati in XII anni, per li quali anchora fussi tenuta
dare securtà ogni anno per la rata che li toccassi quello anno. Loro,
più tempo è, hanno ricerco da noi tal sicurtà a Vinetia, fuori del lodo,
per il quale non si determina di questo alchuna cosa. Noi con varie
ragioni et respecti lo habiamo differito fino ad hora; fra quali è che
habiamo più riscontri che Vinitiani, dopo decto lodo, hanno contrafacto
a decto lodo dando favore a Pisani, et, monstrandolo, non saremmo te-
nuti a decti danari. Et havendo il proposito che diciamo di sopra, de-
siderremo in qualche ragionamento dextramente voi annestassi anchora
questo, per vedere quanto ne dicessi S. Maestà, et che animo havessi
di questa cosa; aggravando in favor nostro la iniustitia et forza factaci
dal duca di Milano et da Vinitiani, con parole non di meno et in modo,

che non habbi ad pigliare di noi sinistra opinione et di manchamento

di fede et di volere che sua Maestà ci sia scudo contro a quello che
noi dovessimo legittimamente. Perchè, havendoci proposto perseverare
in fede et observantia verso cotesta Chorona, sanza altra nostra perdita,
vogliamo fama non perdere seco in questo, et non meno, potendo in
Italia mutarsi opinione et disegni, haver dato di noi anchora questo
inditio più, et trarne quel fructo si potessi. Perché noi non siamo sanza
suspitione, et ne habiamo qualche odore, che questi progressi de Fran-
zesi sono invidiati et temuti di qua. Et circa questo ci accade farvi in-
tendere che più tempo fa si è tenuto pratica a Roma di rimettere e
nostri rebelli et con questo dare uno stato ad Valenza, et designavano
Pisa, Volterra, Piombino et Siena; et siamo certi che Vinitiani, non
contenti di questo stato, hanno pensato a questo; et crediamo che ora-
tori pisani e quali sono ad Vinetia habbino impetrato certi subsidii di
danari da quella Signoria, et il Papa, sapete voi, vi.ha aspirato sempre;
a che forse hora si indirizzerebbono, non ben contenti di queste cose
del Re; et il legato, è coniectura, si parti da Roma con commissione
contraria alle cose del Re. Di queste pratiche noi ne abbiamo qualche
suspitione, et oltre allo adviso non ci occorre commettervi altro. Sap-
piamo anchora che li nostri fuoriusciti [i Medici] hanno a questi di
molto corso in Italia; et tucte queste cose ci fanno pensare che, dise-
gnando loro qui altro stato che questo, il quale 6 amicissimo del Re,
et ex consequenti loro, quando perseverassimo in amicitia seco, che

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G. NICASI

non habbino mutato, o vogliono mutare animo nelle cose sue, come
accadde al Re Carlo (VIII), essendo ancora in Italia. Queste sono nostre
suspitioni et ve ne diamo adviso ad ciò intendiate quel tanto che in-
tendiamo noi, et possiate costi meglio favorire le cose della Città.

598. (S. Im. XXI. 104). Firenze, 1499, Settembre 17.
Commissariis generalibus in castris.

Intendiamo per la vostra di hieri come voi siate stati colla Si-
gnoria del Capitano, et quello che dipoi per sua parte vi fu riferito da
Vitellozo, circa lo stare col Campo alla Compagna, ne siamo per opi-
nione che per alcuno conto, o sotto alcuno colore el Campo vadi alle
stanze. Et pero ve preghiamo seguitate lordine datovi da posserlo man-
tenere: et perché voi ci havete mostre più difficultà, le quali perchè
consistono in mandarvi qualche somma di danari, tucte ci ingegneremo
solyerle:..:.

599:-(S. lec. XXIV. 1). 1499, Settembre 19.

Eisdem oratoribus (apud X.mam M.tem).

Questo di è adrivato Ser Octaviano, mandato da voi, et hacci exposto,
molto discretamente, tutto quello che ha in commissione ; et con dixpia-
cere grandissimo, visto dove le cose si sono ridocte, et quello è anchora
da temere, per le sinixtre relationi facte al Re delle cose nostre, nelle
quali principalmente Ser Octaviano ci ha referito essere una lectera
scripta da noi alli oratori nostri di Milano a di XXXI del passato,
dalla quale noi ci maravigliamo che sia interpetrata, come è, et factole
dire quello che ella non dice. Della quale rimandiamo copia secondo
il registro nostro, acciò possiate vedere che, havendo alcuni dì innanzi
revocato Monsignor de Soderini et di poi Messer Francesco, parse, per
intendere delle cose di là et per havervi dato uno nostro segno con
quelli luoghotenenti del Re, raffermarvi Messer Francesco Pepi; et dî
lui dicievano che soprastessi, non del Signore. Di poi, havendo ad ri-
spondere ad uno di decti Ambasciadori de dì 28, contenente quello
vedrete, rispondiamo al secondo capitolo generalmente rallegrandoci, se
così era, et per cerimonia, come si costuma; et tucto a quel fine che sè
facto intendere tante volte a Sua Maestà di non condurre il S.or Lo-
dovico ad nuocerci, più che non faceva, nelle cose di Pisa; il desiderio
del quale era tanto, che ci pareva, per condurlo a fine, non dovere

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.

manchare di simile diligentia di cerimonia et di parole. Et poiché Sua
Maestà fa il suo principale fondamento in questo, sarà bene facciate di
vedere lo originale, se forse vi fussi stato, per darci charicho, mutato
o aggiunto parola aleuna, donde si potessi pigliare questa suspitione.
Perché a noi pare, quando sia cosi, la possiate iustificare facilmente
appresso ogni ragionevole homo con quelle ragioni ehe vi sono scripte
tante volte. Le quali anchora muovevano qui, non parte, ma tucti li
cittadini nostri ad non declararsi apertamente per sua Maestà contro
al Signor Lodovico; sforzando il natural suo, quale sempre è stato fa-
vorevole alle eose di Francia. .... Et perche S. Maestà ha facto anchora
querele che noi habbiamo lasciato resolvere il campo, non sappiamo ad
che fine questo appartenghi a S. Maestà, tornando tucto in preiuditio
nostro: se già non pensassi, come ci havete scritto altra volta, che noi
havressimo differito quella expeditione per non declararci ete. et hora
per non essere necessitate ad dare ad S. M.tà quello che desidera delle
genti nostre. A questo voi havete ad sapere che, chi abbi colpa di non
havere acquistato Pisa, ne riferiranno costì li nuovi ambasciadori che
partirono hieri et in che modo sia successa la cosa: bene vi facciamo
intendere che di noi non è mancata provisione alcuna in fino ad met-
tervi un numero grande de primi et più savi cittadini nostri, morti per
malaria presa in quell'aria pestilente; che possiamo affermarvi essere
stata cosa miserabile, chè nessuno vi è stato che non sia malato, et la
maggior parte morti. Per la quale cagione le genti si sono ritirate al-
quanto verso Cascina, et di continuo si attende a quella obsidione. ....
Et alla parte, quale ci ha referito Ser Octaviano ultimamente, di fare
provisione di 20000 franchi, siamo contenti, et così ve ne diamo libera
commissione; rimettendoci a voi di distribuirli (fra i principali della
Corte francese) dove habbino da giovare et, come si dice, ad acqua
trovata. Et finalmente, per havere meglio disposto Messer Io Iacomo de
Triculci, praticare et concludere seco di condurre il suo figliuolo con 100
huomi in d’arme, come per vostra parte ci ha accennato Ser Octaviano. ...

600. (S. lec. XXV. 50). 1499, Settembre 19.

Eisdem oratoribus (apud. X.mam M.tem).

.... Noi habbiamo ritirato le genti nostre a Septimo, vicino a Ca-
scina, forzati dalle infinite malattie che vi erano, che invero è stata
cosa miserabile: et disegnamo con quelle forze habbiamo tra la torre di
Foce, Sansovino, et Monte a San Giuliano per tener Pisa assediata,
credendo questo habbi ad cedere bene in ogni partito che sene pigliassi.















G. NICASI

E viene costa Messer Corrado Tarlatino, per il conto del Capitano,
et doverrà tractar cose di mala natura: et voi havete ad pensare che
noi habbiamo conosciuto in lui tanta pocha fede, quanta si può, et poco
sufficientia nel mestiero, et descorrere con charico nostro, excusare sé, et
cerchare nuovi partiti. Noi siamo seco ad termini, che non possiamo
potere confidare piu di lui. Dàvesene adviso, accio in ogni oecorrentia
sappiate come vene habbiate ad governare.

601. (S. lec. XXV. 81). 1499, Settembre 20.

D. Antonio Malegonnelle [oratori Rome).

(în cifra). Sono più di che le genti nostre, constrecte da quelle ne-
cessità che vi sono scripte per altra, si ritirarono a Septimo, vicino a
Cascina, per pigliare quel partito che sia più a proposito di tenere
Pisa più strecta che si può, et per la via di Voce et Monte ad San
Giuliano et Santo Savino. Et a questo modo scenderne et non cadere,
se si potrà anchora fare questo in luogho siamo con il Capitano. Dal
quale siamo certificati al tucto non poter confidare, per havere inteso
per diverse vie molti de suoi disegni et giocolamenti: dal quale noi
possiamo reputare la perdita di tucto il bene che ne consequitava di
quello acquisto, et tucto il male che noi ne haremo ete. Bene valete.

602. (S. S.mo. XXI. 110). Firenze, 1499, Settembre 25.

Commissartis în castris contra Pisanos.

Noi desideriamo più che la vita propria che si rechi a fine quello,
che si ragionò con Girolamo de Pilli, et di questo ve ne fa fede che e’
denari vi sifmandorno hiersera, sono nostri proprij; et però vi confor-
tiamo et exhortiamo ad non perdere alcuna occasione per riavere lo
honore della patria nel cospecto di tutta Italia ; et però fate presto,
presto, presto, quello dovete fare; et non date danari a quel Chorso, nè
ad alcuno favorito del Capitano per nulla, se già voi non facessi per
non adombrare; ma non vi lasciate andare molto; et sopra tutto fate
subito, subito, perchè crediamo il danaio vi mandiamo questa sera do-
verrà bastare; et non vi curate in sul facto di promectere, perchè noi
saremo sempre observatori di quello harete promesso : sicchè state di
buono animo.

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 323
603. (S. Imo. XXI. 111). 1499, Settembre 26.
Commissartis in Castris contra Pisanos.

Questo dì è stato quì uno cancelliere del Capitano, et decto che,
se al Capitano non è dato danari, che vuol vendere certi poderi
ha in sul dominio nostro : sicchè ci pare che la medicina nostra co-
minci ad operare: et judichiamo sia debole di gente, tra li malati et
quelli sene sono iti per non havere danari, et però vi sia più facile
rechare a fine el disegno nostro: sicchè fate presto et, quando la occa-
sione viene, usatela. Non vi manchi lanimo ad rihavere lo honore della
patria vostra et, se bisogna impegnare la fede et la persona vostra, fa-
telo, chè noi vi faremo honore di ogni chosa, purchè il facto riescha:
siechè monstrate in questo di essere huomini, et noi vi manderemo
domani qualche danaio ad ogni modo ; et questo dì si è vineto uno
assegnamento di 3 mila ducati. Et se chotesto facto riescie, questo po-
polo vi adorerà, et non vi mancherà nè reputatione, ne danari; et nel
differire si incorre 1000 pericoli.

604. (S. Imo. XXI. 112). 1499, Settembre 28.

Commissariis in castris.

Parci, per lo adviso che tu Braccio ci dai, più tosto da accelerare
la chosa, che sopirla, o differirla, perchè noi siamo in su questo arti-
culo di non ci potere mai fidare di lui, et judichiamo che, havendo
inteso per più vie in quanta infamia egli è caschato, venissi a ter-
mini, et usassi quelle parole, per vedere se Voi volevi la justificatione
sua, et nolendola voi, credere per fermo che voi et noi dubitassimo
di lui, per potere, chiarito, provedere alla salute sua con danno nostro.
Et però sollecitate, aciò qualche maligno spirito non sturbassi la cosa ;
perchè ne risulterebbe danno grande, dove noi ne expettiamo honore ;
et sarebbe facil chosa, quando la dubitatione li crescessi et voi diffe-
rissi el fare, che lui se ne andassi in Pisa; ad che advertirete con di-
ligentia. Non sappiamo etiam bene judicare come il Governatore sia
da venire a questa cosa di buone gambe; non perchè dubitiamo non
voglia che noi ci assuefacciamo a valersi contro a soldati nostri, ma
per qualche altra cosa, di che vi voliamo advertire, aciò andiate più
cauti et prudenti. Piero Vespucci ci riferì come il Capitano haveva
confortato il Governatore a tenere modi che le nostri genti si dissol-
vassino, per potere di poi entrare in Cascina et Vico, dove fussino lar-

| tiglierie nostre, per poterci porre piè in su la ghola a suo modo; et
dice dicto Piero havere auto questo dal Governatore: diche vi habbiamo

22









394 G. NICASI

voluto dare notitia, ació quando non lo havessi inteso, vene vagliate
a vostra comodità, et utile ad disporlo.

605. (S. lec. XXV. 954). 1499, Settembre 29.
Eisdem oratoribus [apud X.mam M.tem).

Questo punto, che siamo ad hore XI, habbiamo adviso da Comissarii
nostri di campo, come questa medesima nocte, ad hore III, haveano
sostenuto Paulo Vitelli, Capitano nostro, insospectiti per certi andamenti
suoi, dei quali dubitavano piu per li modi servati dallui a tempi pas-
sati, et ultimamente in questa impresa di Pisa; Vitellozzo, suo fratello,
sene era fuggito con pochi de suoi appié, et ito alla volta di Pisa; e-
rano advisati era entrato in Pisa; altro non ne sapevano: èssi dato
ordine hoggi sia condocto qua. Diamovi lo adviso, accio, accadendo
costà alcuna cosa, lo sappiate, et possiate usarlo in beneficio della
Città: sucessive vi daremo adviso di quel seguirà.

606. (S. Imo. XXI. 112). Firenze, 1499, Settembre 29.

Commissariis Filippo Buondelmontibus et Luce Albizo.

A le vostre lettere di hiersera non occorre altra risposta, se non
che, desiderando noi che el disegno nostro non ci sia impedito, ci è
parso spacciarvi questa staffetta in diligentia, et imporvi che subito,
con ogni celerità possibile, sollicitiate il cammino, et sanza riguardo al-
cuno entriate in Firenze, se fussino bene XX hore; perchè, quanto più
presto entrate, tanto piü ci fia grato. Perché, havendo seripto Vitellozo
a Milano, potrebbe essere facil cosa, che non passassi domani, haves-
simo lettere dal Cristianissimo Re, contrarie a disegni nostri: et però
sollecitate el cammino con gran forza.

607 (S. r. XII. 112). Vigevano, 1499, Settembre 29.

Cosimo dei Pazzi e Pietro Soderini, oratori fiorentini presso il re di Fran-
cia, ai Signori fiorentini.

.... Dopo la partita de Ser Octaviano et de Pellegrino Lorini, non
havemo scripto a V. S., per essere stati, parte in chamino, et parte su-
spesi, che forma havessino a pigliare le cose loro cum questa Maestà :
alla quale, presentandoci a Novara per la conclusione de capitoli facti
a Lione, fummo remessi qui a Vigevano, o dove prima si fermassi sua
Maestà. Et accadendo haversi a fermar qui qualche giorno, deliberam-
mo omnino chiarire questa posta, et vedere in quanti passi dacqua ci






LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 325

‘trovavamo cum la Maestà del Re, non l'havendo possuto far prima;
et quale fussi la cagione dell'alterazione dell' animo di quella et. delli
capitoli formati a Lione. Peró, ante omnia, andando dal Cardinale di
Roano per fare questo effecto, intendemmo da Sua Signoria essere ne-
cessario noi parlassimo et facessimo fondamento cum Messer Io. Ta-
como da Triulzi, el quale era stato auctore d’ attraversare questa ex-
pedictione, per quanto si comprendeva per le parole del Cardinale. Il
che facendo, trovammo il prefato Messer Io. Iacomo tanto indegnato
et inimico a V. S., quanto più possessi essere, o demostrare in questo
mondo; confessando liberamente che, per qualche privato fèdegno, et
per havere havuto opinione, et cum effectu provato, che V. S. sino a
l'ultima hora havevono perseverato d'adiutare et favorire el duca di
Milano, come constava per lectere loro intercepte, et per la examina-
tione de ministri ducali, era diventato inimicissimo di quelle, et impe-
dito la conclusione de capituli fermati a Lione; et facto intendere aper-
tamente al Re la opinione haveva de V. S. eum dire che haveva molto
piü temuto quelle, ehe il Re dei Romani in questa impresa; levandoci
penitus ogni speranza de havere a conseguire cosa grata da la Maestà
Sua. Noi ex adverso, cognosciuto quanta auctorità lui havea cum la
prefata Maestà, la quale certo non potrebbe fino a quest’ hora essere
maggiore, c'ingegnammo di iustificare le false opinioni concepte, pub-
blico et privato nomine, partieularmente descendendo alle lectere in-
tercepte, delle quali, per havere ricevuto a Novara copia da V. S.
cum le lectere de 22 presenti, ci pareva di posser parlare animosamente :
et così parlammo, fino al rompere insieme sulla interpetratione di decte
lettere. Ad ultimum, posto da parte le querele et le iustificationi, lo
pregammo volesse dimenticare le cose passate, et reassumere la protec-
tione delle cose di V. S., et adiutarle conseguire qualche bona con-
clusione cum la Maestà del Re. Parseci per allora haverlo placato, et
disposto a fare beneficio a V. S., togliendo lui el carico di parlare eum
la Maestà del Re di questa materia, come fece quel giorno medesimo.
Et referieci haver parlato cum quella, et trovatala disposta a stabilire
bona amicitia cum V. S., alla quale lui haveva molto persuaso, cum
haver dieto a Sua Maestà haver deposto cum quelle ogni odio ad be-
neficio suo, iudieando, per le parole et offerte nostre, Sua Maestà ha.
vessi a trovare de cetero fede et affectione in V. S.: et affermative ci
disse le cose nostre piglierebbono bono assetto. Rimanemmo d’ essere
insieme cum el cardinale di Roano per venire alli particulari : cum el
quale, cum grandissima difficultà accozzandolo avanti hieri, per le
. grandi et infinite occupationi loro, non si possette ancor quel giorno
far cosa alehuna, ma fummo rimessi a hieri, dopo molte parole facte





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326 G. NICASI

per benefitio de questa cosa, le quali per al presente non narreremo
altrimenti. Hieri tandem s'accozzarono insieme al Cardinale de Roano,
el Marescial de Gres et Messer Io. Iacomo da Triulzi, et noi da soli. Et,
parlando el Cardinal fece un lungo discorso, a gemino ovo, cominciando
ad narrar, dal giorno che noi arrivammo alla Corte fino al presente
giorno, tutti e successi seguiti; et narrò ogni cosa fidelmente, excepto
che, quando entró in queste novissime pratiche, volendo buttare il fon:
damento a quel che havevano deliberato dinsieme, avviluppó la Spagna
(sic), et volse dar carico a V. S. d'aver manchato d' adempiere le buone
offerte facte sempre alla Maestà del Re, et mostrato di dependere molto
piü con le speranze loro dal Duea, che da quella, come per l'examine
de ministri ducali, et per lettere intecepte s'era trovato; inferendo que-
sto che, havendo toccato cum mano la duplicità di V. S., intendevono
essere liberi delle conclusioni facte a Lione, le quali, etiam per avere
innovato le cose, havevono necessità d'avere reformate, consigliando
molto, per la fede quale havemo mostrato havere in sua Signoria, a
fare tueto quanto la Maestà del Re ci ricercassi, et promettendo in pa-
role generali maria et montes, quando fussimo solidati cum quella. ....
Questa mattina el cardinal di S. Pietro ad vincula mandò per noi et,
dopo molte commemoratione dell' animo et opere de sua Signoria verso
V. S., ci aperse havere un desiderio extremo di stabilire el Signor
Prefecto, suo fratello, cum quelle; pregandoci molto strectamente che,

: sendo richiesti dalla Maestà del Re di scrivere a V. S. per parte di

quella che le volessimo concedere el Capitanato loro al prefato signore
Prefecto, noi volessimo farlo efficacemente: el qual capitanato la sua
Maestà domandava sulle relationi havute che V. S. si contentassino
poco del servitio de Vitelli, parendoli che omnino quelle havessino a
recusare el Capitanio ; et offrivasi sua Signoria ad obbligarsi per la fede
del Prefecto per quel beneficio, et ad farsi operatore d' ogni commodo
et augumento di V. S. in ogni luogho, et precipue cum questa Maestà ;
et vivamente ne mostró, non desiderio, ma una avidità grandissima,
faccendo molte offerte per la consecuzione di questo beneficio. .... La
Maestà del Re, per fino a questa hora, non ce ne ha parlato ; ma Mes-
ser Io: Jacomo [Triulzio] et il Maresciallo di Giers ci hanno riferito,
che il Re ne vuole richiedere instantissimamente Vostre Signorie.

608. (S. lec. XXIV. 55). 1499, Settembre 30.
Oratoribus apud. X.mam M.tem.

Hiermattina, poco avanti giorno, vi scrivemmo per Pellegrino Lo-
rini brevemente, dandovi adviso della detentione di Paulo Vitelli, e





LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 327

il dì dinanzi vi havamo spacciato Iacopino, cavallaro nostro, et intra
le altre cose, per quella di hiermattina, vi scrivemo Vitellozo essersene
ito alla volta di Pisa. Et così fu, perchè questa mattina habiamo adviso
essere stato ricevuto da Pisani con grande letitia con XXXV cavalli
et circa 10 fanti, et subito in casa uno Messer Francesco haver seripto
più lettere, et spacciato con esse costà uno Bastiano da Cremona, capo
di balestrieri, il qual in tucto questo tempo della obsidione di Pisa, è
stato in Pisa et fu quello che tante volte andò da Pisani al Capitano,
et dal Capitano a Pisani. Non sappiamo quello si habbi scripto; pos-
siamolo ben coniecturare. Quello noi sappiamo di certo è lo essere stato
lui ricevuto da amico, senza alcun sospecto; et come quivi minaccia
molto Sansavino et Cascina; di che però non dubitiamo niente. Il Ca-
pitano hoggi doverrà essere qui, insieme con alchuni dei primi suoi,
et come prima vi potremo scrivere più oltre, lo faremo in diligentia

Intanto voi costì attenderete ad iustiflcarci con la Maestà del Re, mo-
strando le cause che ci hanno mosso a questo; le quali sono innume-
revoli, come voi sapete; ma ultimamente per un disegno suo facto, in
sulla levata da Pisa, di entrare in Vico et Cascina et haver quivi in
mano le genti et le artiglierie nostre, per poterci poi forzare a tucto
quello che lui volessi, et il ritraeto si è havuto. di luogho che ne siamo
certissimi; per li modi usati da lui, per le pratiche tenute; per la di-
sobidientia sua ultimamente, quando li. comandammo che non uscissi
da Pisa: al qual tempo usò dire Vitellozo che nè favori né danari
nostri ve li farebbono stare. Et perchè noi stimiamo vi ricorderete di
tueto il progresso della cosa, maxime voi nuovi ambasciatori, non vi
scriveremo più a lungo delle promesse factaci ogni dì di pigliar Pisa
et dargli la battaglia; et sapete che termini lui usò ultimamente di
mutare la venuta della imagine di nostra donna. Et potrete anchora
dire che si é verificato per infiniti riscontri che ad di X et XI di agosto
Pisa era abbandonata, et che loro soli sempre repugnarono ad dare la
battaglia, infino ad revocare le fanterie. Eraci scordato dire anchora
che, nel disegno suo decto di sopra, haveva pensato prima volgere colle
genti alla Vertola, solo perché el campo diminuisse in modo, che lui
fusse superiore; dove innanzi alli occhi suoi lasció perdere la Torre di
Foce, havendo lui messovi (?) e Pisani non vi si trovò dentro. Et così
potremo narrarvi le altre cose, le quali stimando voi le sappiate le
obmettiamo per brevità. Non lasceremo già questo che, havendo molti
dì innanzi, et a XXIII maxime, promesso dare la battaglia a XXIIII,
causò di non la dare la scarsità delle provisioni, le quali erano le me-
desime che erano state molti giorni innanzi. Potrete aggiungere il
- luogho di accamparli, et lo havere lasciato aperto di verso Lucca, contro.














328 G. NICASI

alla volontà et comandamento nostro, non lo havendo mai voluto pra-
tichare, nè comunicare ad alcuno inanzi. Oltre, nel disegno havea di
entrare in Vico et Cascina, era anchora di entrare in. Livorno, dove,
sotto specie di fare scorta a certi malati che si ritraevano là, il che
quanto sia verisimile voi lo potrete pensare, haveva mandato molti delli
suoi balestrieri. E necessario facciate iutendere bene queste cose dove
voi vedessi potessino essere favoriti. Bene valete.

609. (S2 Imo. XXI. 1:3). Firenze, 1499, Ottobre 1.
Commissa"iis in castris contra l'isanos.

Alla vostra di hiersera non occorre altro, se non commendarvi delli
advisi nedate di Vitellozo, et confortarvi ad observarlo con diligentia. ...

Paulo Vitelli giunse hiersera qui, et examinatolo diligentemente,
et trovatolo degno di morte, lo habbiamo questo di condemnato, et fac-
tolo deeapitare. Di che vi diamo notizia per ogni rispecto.

610. (S. lee. XXIV, 55 tergo). 1499, ottobre 1.
Eisdem oratoribus.

Serivemovi due di sono per fante apposta, dandovi adviso della
detentione di Paulo Vitelli, quondam Capitano nostro, et come si era
ordinato venissi qui, dove adrivò hiersera : habbiamolo examinato sopra
tucti li progressi suoi nel tempo che ha militato alli stipendij nostri;
et havendo trovato di lui molti sinistri portamenti, et ultimo alchuni
disegni suoi contro a ogni ragione et merito nostro verso di lui, lo hab-
biamo punito convenientemente, et preso di lui ultimo supplicio : quale
si vuol pigliare di chi serve con pocha fede et reverentia ai suoi superiori.
Non accade per questa dirvi altro, se non darvi lo adviso, come siamo

usati, di tucte le cose che ci accaggiano di importantia alchuna.

611. (Cons. e Prat. LXV. 123). 1499, Ottobre 1.

GiovacHIno GuascHoni Gonfalaniere di justitia. — Expose havere
facto ragunare il Consiglio delli 80, per havere parere circa le cose del
Capitano; et narró le cause et l' inditii che haveva mosso la Signoria
ad farli porre le mani adosso: et prima una universale fama che lui
nello assedio maxime di Pisa si sia portato tristamente con fraude;
apresso lo dimonstra lo essersi voluto levare di campo da Pisa,

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 329

contro al comandamento factoli, et andato alla Vertola, con pensieri
qui di consumare le altre genti nostre et di poi ridursi a Cascina
colle artiglierie, et domandare pagamenti di quattro quartaroni et di
fanti, et di essere pagato di ogni cosa a suo modo, et farsi simile-
mente una ricondocta a suo piacimento; et così in ogni cosa voluto
fare a suo modo et dimostratose disubidientissimo. Item quello ne hanno
scripto più volte i Commissarii che lui vada a cattivo cammino; et ul-
timamente mandato Girolamo de Pilli ad fare intendere che e’ si pro-
vegha, et che, non si provedendo, se ha in pericolo non solo le cose della
Repubblica, ma la libertà. Et venendo a modi del provedere si è venuto
ad farlo ritenere etc. Et demum concluse che aspectava di essere con-
sigliato ete. et maxime con prestezza, per fuggire il pericolo che, ne sia
chiesto dal Re di Francia: et che se ha da considerare che, se [da]
decto Pagolo è stato facto, come è stato, havendolo honorato et pagan-
dolo, quello sarebbe inimicho. se lui si lasciassi et potessi etc.

GiovanBATTA BARTHOLINI 2» nome dei Gonfalonieri. — Dixe essere
stato con Bastiano Lolli a Piero Vespucci, stato Commissario in campo
col Capitano, che è malato in casa; il quale dice maravigliarsi forte
che Pagolo Vitelli stiasene sul dire non havere facto manchamento, et
lo damna di due cose principali: la prima che si sia voluto levare di
campo da Pisa, contro al comandamento suo et di Galeotto de Pazzi
suo collegha, con pretesto che infra due di si voleva levare, rogato
Ser Gamuccio da San Geminiano; l'altra che habbe a dire a uno
huomo di conto, che non vuole essere nominato, che voleva entrare in
Cascina et qui essere Signore delle artiglierie, et gente, et tenervisi, et
domandare quartaroni, et pagamento a suo piacimento, et così la ricon-
docta; et decto homo di conto replicó quello medesimo pensiero del
prefato Pazolo ad Alexandro delli Alexandri.

Lorenzo MORELLI uno del numero dei Confalonieri. — Referì es-
sere stato a Galeotto de Pazzi, stato Commissario in campo, che si
truova malato in casa, il quale si maraviglia che Pagolo [Vitelli] neghi
che lui vi habbi tolto Pisa, o per tristitia, o per dapocaggine, perchè è
noto a tutto il campo, et le exusationi narra di non havere voluto se-
guitare la impresa, havuta Stampace, non admette, perchè alhora Pisani
non havevano facto la casa matta che togliessi la vita a chi entrava
nel fosso. Item che lui parlò con uno mandato di Sanseverino et era
uno mandato dal duca di Milano; al quale epso Pagolo promise che
potendo servire il duca di Milano di 2000 fanti et 200 cavalli leggeri,
senza sconciare le cose nostre, lo farebbe, et di poi doppo questo si
partì asai fanti etc. Item lo dannò di altre pratiche tenute in Casen-
tino per mezzo, crede, di Messer Cherubino.

















































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330 G. NICASI

GuGLIELMO DI BARDO ALTOVITI, per commissione de nostri ex.si Si-
gnori, referì quello sapeva dei modi del Capitano, trovandosi lui Ca-
pitano del Borgho, cioè che, quando il Capitano havessi voluto far quello
poteva, presto quella febre vi si levassi di dosso; et che teneva pratiche
con Bartholomeo d’Alviano et Carlo Orsino, et li presentò; et che ri-
trasse che Vitellozzo, travestito, era stato due volte in sul Lagho a
parlare con Piero de’ Medici. Item che etiam sentì che Pagolo seppe
quando Carlo Orsino partì da Montalone, et che vi mandò Gnagni di
Pichone come mandarlo alla beccheria ; che, se havesse voluto, tucti e’
inimici, partirono di decto luogho, restavano [morti]. Item referì che al
Borgho et Monterchio loro hanno grande parte; et che se costui [Paolo
Vitelli] si lascia andare, del Borgho non darebbe due danari.

Messer NicoLò DI SiMonE ALTOVITI, per i doctori ect., et per quelli
sedevano nel suo ordine. — Riferì che in nessuno modo non sia da per-
donare la vita a Pagolo Vitelli : la prima, per le pratiche che lui ha
tenuto con i nostri rebelli, il che non nega, et per questo, secondo le
leggi, lui merita la morte; appresso, considerato la qualità dell’ huomo,
il luogho donde è, et quello potrebbe fare in danno della vostra Re-
pubblica: et per questo judicho anchora non si proceda secondo e ter-
mini di ragione, chè così non se suole nelle cose delli stati: et concluse
che e’ non sia da perdonarli la vita, et da farlo presto ; et ricordò che se
seguitassi di darli il martorio per fare [perche facci] per aventura quello
non ha facto la prima volta; et così ricordò che si examinassi quello
Messer Cherubino.

FRrAncEScO DI GiovaNNI Pucci, in nome suo, et di quelli del suo or-
dine. — Referisce che tucti unitamente si risolvono che e’ sia da tòrli
la vita, et quanto più presto si può; et che, come è pubblico che lui
habbi facto manchamento qui nella Città, così è etiam apresso tutti e’
potentati. Item ricordò che alle cose di Valdichiana si habbi bona cura.

Iacopo LAPACCINI, în nome suo, et di quelli si seghono nel suo or-
dine. — Riferì che tucti sono uniti in questa sententia: che Pagolo [Vi-
telli] si debbi spacciare; et era di loro chi ricordava si facessi prima
che si partissi di qui etc.

MartTIO (?) FoRrcONI referì in nome suo ete. che tucti sono in sen-
tentia che Pagolo Vitelli si spacci, et quanto più presto si può, perché
e’ peccati suoi sono assai et inremissibili; et che era chi ricordava di
loro si dovessino leggere le iustificationi sue.

Nero CamBI: Referi in nome suo ete. che a loro pare che e’ peccati
suoi [di Paolo Vitelli), anchora non abbi voluto confessare, siano molti
gravi et, come quelli che stimano ne habbino più notitie, si rimisse alla




931



LA FAMIGLIA VITELLI, ECC.

determinatione ne facessero e' nostri Excelsi Signori; et ricordó che, we
quello si ha judicato fare, si facci presto.

NiccoLò GuaRrcHONI, che sedeva nel numero, dove sedeva il Nero
Cambi, et dice essere di parere che Pagolo Vitelli si spacci et presto etc.

ANTONIO PAGANELLI, 2 nome suo etc. — Referì che a lui, et a quelli
seghono nel suo ordine in numero 8, che a loro pare che Pagolo Vitelli
sia degno di morte; et che era qualchuno che ricordava, per poterlo fare
più justificate, ricercharlo di alcune cose: come e perchè differì il dare
la battaglia, chè dixe essere stato così consigliato dallo astrologho, et
di poi venne el frate, et seguitonno le altre pratiche, che hanno tolto
lo acquisto.

Tommaso Capponi, în nome suo ete. — Commendò la Signoria, et
confortolla a seguitare et ad fare justitia, et ogni uno ad reputare che,
il partito ne piglieranno e nostri Excelsi Signori, [sarà] preso justa-
mente etc.

GiULIANO Mazzaani, in nome suo etc. — Che parte vié, di quelli
che seghono nel suo ordine, a quali i pecchati di Pagolo [Vitelli] pa-
rono di natura che non meritino redemptione; parte vi è a quali oc-
correrebbe che, quelli venerabili colleghi et cittadini si sono trovati alla
examina, fussino con i nostri excelsi Signori et ne pigliassino quello
partito judicassino più a proposito della Città ete.

Prepostosi, etiam in nome de’ nostri excelsi Signori, che, quelli vo-
gliono sia preservata la vita a Pagolo Vitelli, vadino in ringhiera a
dirlo, per quelli che non vi anderanno loro Signorie reputeranno che
e’ voglino che a epso Pagolo Vitelli sia tolta la vita etc.























612. (Signori e Collegio. Deliberazioni. Reg. CI. 89). 1499, Ottobre 1.




Prefati magnifici Domini simul adunati etc., scientes maxime ex
relatu et attestationibus quam plurimorum et plurimorum immo pene in-
finitorum fide dignorum testium, etiam medio iuramento examinatorum,
Paulum Vitellum de civitate Castelli, dum generalis Capitanei armorum
populi florentini munere et officio fungeretur, quam plurimas practicas
cum rebellibus reipublice florentine in eius damnum et contra formam
statutorum et fidem per eum prestitam habuisse, et non sollicite, prout
quemque huiusmodi capitaneum decet, set proditorie, in bello contra
Pisanos gesto cum maxima, immo pene infinita, impensa et maximo
danno et in dedecus Populi florentini et eius territorii se gessisse, vic-












toriamque contra Pisanos pluries ceptam prosequi noluisse, immo, quod
etiam detestabilius est, diruta parte murorum et capta arce Distampace
| (sie) civitatis Pisane, ignominiose, et contra voluntatem et iussa prefa-















































332 G. NICASI



torum magnificorum et excelsorum Dominorum et Vexilliferi Iustitie
et Commissariorum, contra Pisanos in dictis castris degentium, obsidio-
nem dicte Civitatis sponte destruisse, exercitumque florentinum sparsim
et incomposite alio transtulisse, plurimasque artiglerias et magni va-
loris culpa, immo dolo suo, deperditas fuisse, et quedam castra florenti-
norum, videlicet Cascinam et Vicum, in agro Pisano, etiam pro se occu-
pare voluisse, plurimaque alia, varia, et diversa facinora, tam cum
privatis, quam eum dominis et principibus externis, que et qui pro me-
liori tacentur, commisisse in maximum damnum, dedecus, et vilipendium
diete excelse Reipublice florentine. Et volentes eum non posse de pre-
dietis gloriari, set eius supplicium et penam quibuscumque, tam presen-
tibus, quam futuris, in exemplum transire, propterea maxime servatis
servandis, et misso, facto, et solepniter inter eos celebrato partito, ad
fobas nigras et albas, illoque obtempto, secundum ordinem, vigore cu-
iuscumque auctoritatis et balie eis quomodocumque et per quodcumque
statutum concesse, et ommi meliori modo quo potuerunt, deliberaverunt
quod scribatur bullecetinum, et precipiatur presentibus spectabilibus
Octoviris Custodie et Balie dicte Civitatis Florentie quatemes, viso pre-
senti bulleetino, et omnibus solemnitatibus et substantialitatibus iuris
et statutorum ommissis, eorum sententia et deliberatione, seu partito
declarent, et pronumptient dietum Paulum Vitellium proditorem et re-
bellem Comunis Florentie, et tanquam proditorem et rebellem predictum
habendum et tractandum esse, et haberi et tractari debere, in omnibus
et per omnia, et quo ad omnes ; et omnia et singula et bona quecunque
dieti Pauli confiscent, et confiscata esse declarent Comuni et pro Co-
muni Florentie, et ad ipsum Comune Florentie libere et pleno iure per-
tinere declarent, dictumque Paulum tanquam proditorem et rebellem
predietum in penam capitis condepnent, eidemque per ministrum iu-
stitie, in ballatorio Palatii Populi florentini, caput a spatulis amputari
faciant, ita quod penitus moriatur et anima ab eius corpore separetur.
Et hoe faciant et fieri faciant in unam horam proxime futuram.
Mandantes ete. not. in scriptis incontinenti dictis Octo.

613. (Sig. e Coll. Delib. Reg. CI. 78 t. 14 t.). 1499, Ottobre 1.

Spectabiles viri Octo Custodie et Balie Civitatis Florentie, viso
quodam partito deliberatione et partito, quorum tenor talis est :

MCCCCLXXXX viiij die prima octobris.



Magnifici et excellentes domini, domini Priores Libertatis et Ve-
xilliferi Iustitie Populi Florentini, specialiter adunati etc., justis ut dixe-




LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 333

runt causis moti ete., et obtento inter eos partito secundum ordinamenta,
et omnibus servatis etc. scribunt et mandant vobis presentibus

Spectabilibus viris Octo Custodie et Balie Civitatis Florentie, qua-
tenus statim viso presenti et absque aliqua solennitate servata con-
dennetits

Paulum Vitellum, olim Armorum Capitaneum Populi Florentini, ad
presens in eorum palatio detemptum, ad penam rebellionis et confisca-
tionis omnium suorum bonorum, et propter ea ad penam capitis, et
quod infra unam diem proximam futuram amputare faciatis eius ca-
put a spatulis, ita quod moriatur, et anima eius a corpore separetur, per
ministrum. justitie; et hoc faciatis et fieri faciatis in ballatorio eorum
pallatii, Mandantes etc.

Ego Io. Baptista Albizi Luce ser Albizi, notarius ordenarius dic-
torum dominorum, rogatus subscripsi.



Dicta die et hora xxij.

Qui domini Octo, sollemniter congregati in loco eorum solite au-
dientie pro eorum officio exercendo, ut moris est, et obtento partito, et
servatis servandis ete., et visis, lectis omnibus suprascriptis, et auditis
ea benignitate qua decet, volentes exequtioni mandare mandata dictorum
magnificorum dominorum, prout tenentur, e£ omni meliori modo quo
potuerunt, dietum suprascriptum

Paulum Nieolai Vitelli de Civitate Castelli condennaverunt ad pe-
nam rebbellionis et confiscationis omnium suorum bonorum, et ita
ipsum pro rebbelle comunis Florentis haberi volunt, et confiscaverunt
omnia eius bona.

Et insuper etiam commiserunt et mandaverunt quod eidem Paulo,
capto et detempto in. pallatio dominorum, amputetur ei caput a spatulis
per ministrum justitie, adeo quod moriatur, et anima eius a corpore
separetur, et hoc fiat in ballatoio dicti palacii dominorum, infra unam
hofam proxime futuram. In omnibus, pro omni, et quoad omnes, et
omnia, et prout et sicut continetur, et scriptum est in dicto bullectino,
et deliberatione dictorum magnificorum dominorum, nil addens vel mi-
nuens, sed tantum exequendo et exequutioni mandando omnia predicta,
in deliberatione per dictos magnificos dominos facta, contenta.

Et ita notificatum fuit dieto Paulo in persona, per Ser Filippum,
dicta die.

Item comiserunt banniri et notificari per Civitatem de rebellione
‘et confiscatione bonorum dicti Pauli, ut infra seriptum est.

Nota, quia suprascripta condennatio non fuit hoc modo incamerata,
















































334 G. NICASI

quia, statim postquam scripta fuit, fuit scriptum bollectinum a magni-
ficis dominis extensum, modo et forma prout infra.

Speetabiles viri Octo Custodie et Balie civitatis Florentie, viso in-
fraseripto partito et deliberatione et mandato, eorum officio transmisso,
a dominatione florentina, cuius tenor talis est, videlicet.

1499 die primo octobris.

Scientes Magnifici et excelsi domini domini Priores libertatis, Ve-
xillifer iustitie populi florentini, maxime ex relatu et attestationibus
quam plurimorum et plurimorum, ymmo pene infinitorum, fide dignorum
testium, etiam medio iuramento examinatorum, Paulum Vitellum de Ci-
vitate Castelli, dum generalis Capitanei armorum populi florentini mu-
nere et officio fungeretur, quamplurimas pravas cum rebellibus reipu-
bliee florentine, in eius damnum et eontra formam statutorum et fidem
per eum prestitam, habuisse. Et non solicite, prout quemque huiusmodi
Capitaneum decet, sed proditorie in bello contra Pisanos, gesto cum
maxima, ymmo pene infinita, impensa et maximo danno inu dedecus po-
puli florentini et eids territori se gessisse. Victoriamque contra Pisanos
pluries ceptam presequi noluisse, ymmo, quod etiam detestabilius, ut
diruta parte murorum et capta arce di Stainpace Civitatis Pisane, igno-
miniose, et contra voluntatem et iussa prefatorum magnifieorum et
exeelsorum Dominorum et Vexilliferi iustitie e& Commissariorum, contra
Pisanos in dietis eastris degentium, obsidionem diete Civitatis deser-
uisse, exercitumque florentinum sparsim et incomposite alio transtulisse,
plurimasque artiglierias et magni valoris culpa, ymmo dolo suo, deper-
ditas fuisse. Et quedam Castra florentinorum, videlicet Casenam et Vi-
cum, in agro pisano, etiam per se occupare voluisse, plurimaque alia
varia et diversa facinora, tam cum privatis, quam cum dominis et prin-
cipibus externis, que et qui pro meliori tacetur, commisisse, in maximum
dannum, dedecus, vilipendium diete excelse reipublice florentine. Et vo-
lentes eum non posse de predictis gloriari, sed eius suplicium et penam
quibuscunque, tam presentibus quam futuris, in exemplum transire ;
propterea maxime servatis servandis, et misso, et facto, et solleniter
inter eos celebrato partito ad fabas nigras et albas, illoque obtento se-
cundum ordinamenta, vigore cuiuscumque auctoritatis et balie eis
quandocumqne et per quecumque statuta eoncessa, et omni meliori
modo quo possunt, scribuut, e£ mandant vobis

Spectabilibus Octo viris Custodie et Balie d'ete Civitatis Florentie
quatenus, viso preseuti bullectino, et omnibus sollennitate et substantia-
litate iuris et statutorum obmissis, iu vestra sententia et deliberatione,










LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 335

.seu partito, declaretis et pronuntietis dictum Paulum Vitellum prodito-
rem et rebellem comunis Florentie, et tamquam proditorem et rebellem
predietum habendum et hactandum esse, et haberi, et tractari debere, in
omnibus et per omnia, et quo ad omnes et omnia et singula. Et bona
quecumque dicti Pauli confischetis, et confiscata esse declaretis Comuni
et pro Comuni Florentie, et ad ipsum Comune Florentie pleno iure
pertinere declaretis. Dictumque Paulum tamquam proditorem et rebel-
lem predietum in penam capitis condennetis, eidemque per ministrum
iustitie in ballatorio palatii populi florentini caput a spatulis amputare
faciatis ita quod penitus moriatur et anima ab eius corpore separetur.
Et hoe faciatis et fieri faciatis infra unam horam proxime futuram.
Mandantes etc.

Ego Iohannes baptista Albizi notarius dictorum dominorum roga-
tus subscripsi.

Dicta die et hora xxij.

Qui Domini Octo Custodie et Balie Civitatis Florentie, collegialiter
congregati in loco eorum solite ressidentie pro eorum officio exercendo,
ut moris est, et obtento partito, et servatis servandis etc. Et visis et
leetis omnibus supraseriptis, et auditis ea benignitate qua decet, et vo-
lentes exequi mandata dictorum magnificorum dominorum, ut decet et
tenentur et obligati sunt. et omni meliori modo quo potuerunt, dictum
suprascriptum

Paulum Vitellum de civitate Castelli declaverunt proditorem et
rebellem Comunis Florentie, et tamquam proditorem et rebbellem pre-
dietum trabendum et tractandum esse, et haberi et tractari debere in
omnibus et per omnia, et quo ad omnes et ommia et singula. Et insu-
per bona quecumque dicti Pauli confischaverunt, et confiscata esse de-
claraverunt Comuni et pro Comuni florentíe, et ad ipsum Comune flo-
rentie libere et pleno iure pertinere declaraverunt. Dictumque Paulum,
tamquam proditorem et rebbellem predictum, in penam capitis conden-
naverunt. Et commiserunt et mandaverunt quod eidem Paulo per mi-
nistrum iustitie in ballatorio palatii populi florentini caput a spatulis
amputetur ita, quod penitus moriatur et anima eius a corpore separetur,
et quod hoc fiat infra unam horam proxime futuram. Et in omnibus
et per omnia, et quo ad omnes et omnia, et prout et sicut continetur
et seriptum est in suprascripto bullectino et deliberatione dictorum
magnificorum dominorum, nil addens vel minuens, sed tantum exequen-
do et exequtioni mandando omnia predieta in deliberatione, per dictos
magnificos dominos ut supra facta, contenta. Mandantes ete.













336 G. NICASI



Die 3 octobris commissa fuit incamerari per Scaudicci (?), qui re-
tulit dicendo incamerasse.

Item eomiserunt micti bannum per civitatem circa rebellionem dicti
Pauli etc.






614. (S. lec. XXVI. 55). Padova, 1499, Ottobre 2.



Piero Soderini e Cosimo dei Pazzi oratori fiorentini presso la Cristianis-
sima M.tà.




Hieri, a XXII hore, arrivò il corriere di V. S. con le lettere di XXV
et di 28 del passato, dipoi, a nocte, arrivorno laltre lettere dì 29, con lo
adviso della captura di Paulo Vitelli et fuga di Vitellozzo : el quale ad-
viso della captura comprehendiamo ci fussi più di VI hore avanti in







messer Corrado Tarlatini, il quale subito lo fece intendere alla M.tà
del Re, et in molti altri luoghi: perochè, parlandone noi con la prefata
M.tà questa mattina, ce dixe haverlo inteso avantì. Et alla parte che noi
dicemmo che V. S. lo facevano venire in Firenze per iustificare il caso







in modo, che sua M.tà et tutto il mondo intenderebbano, che non senza
grandissima ragione et necessità V. S. havevono preso questo partito,
rispose che quelle lo dovessino tenere di presso, examinando diligen-
temente per intendere bene la verità di molte cose, mostrando di ha-






verne admiratione et per allora non si distese piü oltre. Oggi, dipoi cir-
cha 22 hore, la M.tà Sua ci ha mandati Mons.re di Pons, et Mons.re
di Roccevere (?) con questa proposta, che, haveudo obbligatione et in-
clinatione damore alli Vitelli, per le virtù loro, et servitii facti a questa
Corona, havendo qualche fide digna relatione che e’ possino essere stati
colpati a torto; et processo contro a di loro più presto per impeto et senza
fondamento, che consultamente et con ragione, noi debbiamo subito, per









parte di S. M.tà, fare intendere a V. S. che sieno contente procedere




adagio, ct maturamente contro a di loro, né pigliare di Paulo Vitelli par-
tito alehuno avanti che, o con lettere o con il processo iustificato, sua
Maestà sia chiarito o della iniquità, o della innocentia sua: acciocchè,
non havendo errato, non sia punito atorto, havendo errato, sua M.tà possi
coneurrere eon quelle a gastigarlo secondo la misura del delitto. Questa
medesima commissione li haveva data anchora il Card.le di Roano. Noi
rspondemmo a questa parte convenientemente, asseverando molto che
V. S., non senza urgentissima cagione, et manifesta occaxione, havevano
processo in questa modo: et che senza i ricordi di S. M.tà, come la
mattina se li era fatto intendere, harebbono tenuto tale ordine, che, et
quella et tutto il mondo, non harebbano cagione darguirla o diniquità












LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 337

o di leggerezza. Nientedimeno, per satisfare al desiderio e comanda-
mento di S. M.tà, scriveremmo fedelmente di quanto ne havevano rife-
rito per parte sua. Confortaronci molto a farlo, subiungendo più volte
che, quando seli facessi loro torto, la M.tà Sua mostrerebbe li dispia-
cessi. Questo è quanto per la M.tà del Re ci habbi fatto intendere, o
di boccha propria decto, sopra questo caso. Hora, perchè le S. V. non
ignorano quanto li prefati Vitelli siano conosciuti et amati in questa
Corthe, possono facilmente intendere quanto si parli di questo caso in
questa Corthe; et perché ci sono più homini loro, che non attendono ad
altro che ajustificare l’innocentia loro, la quale è udita et creduta vo-
lentieri, V. S. hanno di pensare dhavere, ex adverso, ad iuxtificare il caso
in modo, che lhonore di quelle resti intero: et la M.tà del Re, et tutta
la Corthe resti satisfatta: et con bona opinione della prudentia et ma-
turità de consigli loro; e contro alli quali si parla piü licentiosameute,
che.noi non vorremmo.

Né noi sappiamo vedere cosa alchuna, che possi cum effectu nuo-
cere più alle faccende occurrenti cum questa M.tà, che quando questa
oppinione, o pér questo caso o in qualche altro modo, si venissi con-
fermando nelle menti di costoro. Peró, per il debito dell'officio nostro,
con ogni reverentia facciamo intendere a V. S. quel che intendiamo an-
chora noi, et confortiamo quelle ad fare ogni opera che del governo et
consiglio loro si parli honorevolmente, quanto merita la degnità della
Città : et ricordiamolo in questo caso, al quale tutta questa Corthe ha-
volto li orecchi, aspettando d' intendere la verità del processo, la quale
V. S. pensino havere a fare constare molto chiaramente, se le amano,
come certo amano. il bene di cotesta Città.

Hie convenerunt tres novi cratores vestri

D. Franciscus de Gualterottis ion 3 :
| qui simul eum veteribus serip-

serunt iunctas lieteras

Laurentius de Lentyx et
D. Lamannus de Salviatis

Milano, 1499, die VIII octobris.

Excelsis dominis

Sendo anchora a Pavia la M.ta del re, et noi apresso, sopravennano
le lettere del primo, con lo adviso del suplitio preso di Paolo Vitelli:
nel quale V. S. furono mal servite, perochè il corriere, che doveva ve.
nire in 36 hore, non arrivò prima, a Milano, che a 4 di detto, a hore XVI,
et, a Pavia, a hore XXI, et è forza che V. S. gastighino qualchuno, se le

desiderano di essere bene servite da loro cavalli etc. Ricevute le lettere,
inmediate andammo a trovare la M.ta delre, quale era alla Certosa di



























































338 G. NICASI



Pavia. et factoli intendere il caso, sobiungemmo che V. S. con più otio
che allora non haveano quando scripxano, iustificherebbano questo su-
| plitio, et la festinatione del processo : il quale certo era fondato in cause
si iuste et ponderose, che la M.ta Sua harebbe cagione di comendare il
processo di V. Ex. S., con piü altre parole idonee a placare la M.ta
del re, quando ne havessi concepto indignatione. La quale rispose di-
spiacerli la morte di Paulo Vitelli, il quale apresso di sè era stato in
oppinione di valente homo; et harebbe piacere dintendere le cagioni:
con brevi parole se ne spacciò, senza mostrarne piacere, ne altera-
tione

Tornati verso Pavia, fummo con Mons.re di Roano, col quale a caso
si trovava a cenare molti Signori de principali di questa Corthe: et cum
primum ci viddono, senza aspectare che noi dicessimo nulla, Mons.re di
Roano cominciò a parlare della cattura di Pavolo Vitelli, con queste parole
formali: che, se V. S. procedevano allultimo suplitio, farebbono una
iniuria a tutta questa Corthe, la quale non era per saldarsi di gran
tempo; peroché li Vitelli erano benemeriti di questa Corona, et amatis-
simi da quanti gentilhuomini havea questa Corthe, li quali ardirebbono
di levarsi in favore loro per fare qualsivoglia cosa. Cosi sobiunse il
Mareschal di Giers, con parole vehementi et del medesimo sapore.
Acostam[m]oci allorecchio del Car.le e li narram[m]o il caso, in quel
piü iustificato modo che noi sapavamo, del quale benche pigliassi ad-
miratione, tanto alzò la voce, et dixe a quelli Signori non accadere
ragionare piü di questa cosa, cum sit che Paulo Vitelli già fussi morto.
Levaronsi su parécchi di quelli Signori, con molte violenti et injuriose
parole, indicatrici che questa cosa non havessi a passare cosi legger-
mente: accusando gravissimamente V. S. et el governo loro: a quali
nientedimancho il prefato Card.le, favorendo quel che per noi si diceva
in justificatione di V. S., rispose essere justa cosa cho, se li haveva er-
rato, efussi stato punito, et che non era bene damnare V. S., finché non
si intendessi leloro iustificationi; con molte buone et amorevoli parole :
con le quali non poté peró raffrenare la indignatione quasi universale
di quelli Signori. Il sequente giorno, la M.tà del re parti di Pavia, et
venne vicino a Milano a 5 migla: et noi directi a Milano: etil giorno
medesimo fummo tutti insieme, li vecchi e li nuovi Ambasciatori, et con-
ferimmo e' successi : et ordinammo insieme il modo di procedere. La M.tà
del re il sequente giorno entró in Miiano, in habito ducale molto hono-
ratamente, che fu domenica a di VI, circha hore 29, incontrato da noi
nuovi. A di VII, noi ambasciatori vecchi andammo ad trovare la M.tà
del re, per ordinare la audientia per li nuovi; et prima incontram[m]o
Messer G. Jacomo et Marischal di Giers, i quali, cominciando subito

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 339

«a parlare del caso di Paolo Vitelli, ne parlarono incessanter piü di 1]2
hora con tanto sdegno et dishonore di V. S., che, per non havere ad
havere più il fastidio, non replicheremo le parole formali: ma questo è
il summario: che V. S. havevano morto a torto et injustamente uno dei
più valenti huomini et amici della M.tà del re che fussi in Italia, a fu-
rore di popolo et inconsideratamente; il quale easo noi ci rendessimo
certi non passeria impune, peró che vi era offesa tutta questa Corte, la
quale dimanderia iustitia appresso la M.ta del Re; et che ognuno di
loro era cosi certo della innocentià sua, che non dubitarebbano di met-
tersi in prigione con ogni homo di noi, perchè la verità si ritrovassi;
et che Vitellozzo verrebbe alla M.ta del re ad dimandare justitia, nè
quella era per posergnene negare; et che veniva ad constituirsi in pri-
gione per iustificare la innocentia sua: et cosi si crede che farà. Non
‘era possibile in modo alcuno frenare quel furore, non obstante che
molti fussino cireumstanti, né che volessino ricevere alchuna exeusa-
tione. Anzi, rispondendosi per noi che V. S. justificheriano questo caso
ad satisfactione del re e della Corthe, non obstante che quelle, quali
non conoscevano superiori, non fussino tenuti ad rendere conto di loro
più che si volessino: fu resposto per uno di loro, che pocha faticha
sarebbe a darci superiore, il quale quantunque non havessimo di pre-
sente, ci dovavamo ricordare che V. S. haveano sì potente vicino, che

non mancherebbe di correggere le iniustitie loro, al quale era necessa-
rio V. S. havere respecto più, che non kaveano hauto in questo caso.
Veggano V. S. quanto oltre processano le parole: et non è il terzo di
quel che dixano allora ad reprobatione di questo caso seguito, tassando
precipuamente il malgoverno con parole di qualità, che noi habbiamo
fastidio di ricordarcene, non che scriverle a V. S. Alle quali si rispose

quanto si poteria: et niente di mancho aquistam[m]o pocho con loro.
Fummo dipoi con la M.ta del re, laquale ci apartó in una chamera moltó
humanamente, et alla audientia, quale si domandò per li nuovi amba-
sciatori, deputò il giorno appresso. Havendo ricevute le lettere di V. S.
di 4 dottobre, et'allhora tempo ci parse, per rattaccare la praticha te-
nuta a Vigevano destramente et con più avvantaggio di V. S., dovere
di nuovo disporre la M.tà del re ad moderare le conditioni: però li en-
tramo qui nel medsimo ragionamento, che si era facto alla Certosa, con
adiungere che, quando la Maestà disponessi a più confortabile accordo
li sua deputati, li nuovi ambasciatori piglierebbano sicurtà di compia-
cere in qualche parte S. M.tà, sanza aspettare altra risposta di V. S. La
M.tà sua rispose ridendo, che noi andavamo da lui con opinione di ha-
vere migliori conditioni, sopra le quali non li parea da respondere altro,
che la volontà sua era quella, che per li deputati ci saria fatto inten-

23





ETRE



340 G. NICASI

dere; con li quali noi fussimo, et che Sua M.tà li racomandarà le cose
vostre. Pigliando licentia dalla M.tà sua, di nuovo ci rincontrammo in
Messer G. Jacomo solo, et cingegnammo di placarlo con dire che, non
obstante tutte queste cose, si volessi disporre ad aiutare tirare avanti le
conclusioni di V. Ex. S. con la M.tà del Re, delle quali quelle li vo-
levano essere particolarmente debitrici. Rispose queste parole: Le cose
vostre erano per assestate; ma questo caso di Paulo Vitelli, ci ha facto
cognoscere che, governandosi e V.ri Signori a questo modo, noi non
habbiamo da fare fondamento alchuno in loro. Per noi furon dicte
molte cose, ma non cavammo meglore resposta: salvo, rispose ad ul-
timo, vedrebbe di fare cosa che piacessi a V. S.

Questo di VIII, noi ambasciatori nuovi con li vecchi insieme, se-
condo lordine della M.tà del re, havemo hauto audienza grata et humana
da quella, alla quale non fu però resposto altro che le cose generali in
congratulatione della vittoria, et comendatione di V. S.; et ricevuto me-

desimamente risposte generali ... ».

615. (S. r. XIII. 124). Siena, 1499, Ottobre 5.
Antonio Guidocti ambasciatore fiorentino a Siena.

« ... Hiersera fu a me Gniagni della Barba dal Borgho, quale mi
fè intendere essersi partito di campo, per haverne visto menare pri-
gione messer Cherubino, suo fratello, contro la fede datali da Commis-
sarii, et appresso per la inimicitia ha cum messer Chriacho dal Borgho,
del quale, essendoli manchato il favore di Paulo Vitelli, ragionevol-
mente doveria temere. Et, desiderando lui essere buon subdito er ser-
vitore delle S. V., dice che, quando sia sicuro del bando havea, era
parato tornare a serviti di V. S., et venire dinanzi de quelle a giustifi-
chare ogni chalunnia li fussi data, come lui, per una sua sarà in questa,
doverà scrivere a V. S. — Qui sono comparsì molti de soldati de’ Vi-
telli, et tutti sparlano et minacciano. Per quanto mi sia stato riferito,
non si sono fermi, et hanno deceto volersi tucti trovare a Chastello, et
in quello luogho axpectare Vitellozo, per valersi delle robe state loro
tolte in campo.

Il signor Ferrante da Farnese, trovandosi a casa sua amalato, in-
tesa la cattura di Paulo Vitelli, subito venne qui, dove sono arrivati
alehuni suoi homini darme, che dicono essere stati svaligiati et altri '
ritenuti in Val di Nievole: dicta Sua Signoria si è doluto meco, non
li parendo havere a fare le penitentia delli errori de Vitelli, de quali,
se era ben soldato, dice non fu mai partecipe di alchuno loro secreto,

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 941

né disegno ; et questo si offre giustificare in. ogni luogho. Et pero
priegha le S. V. a volerne fare restituire la robba, tolta alli suoi huo-
mini darme, et cosi licentiare quelli hanno sostenuti etc. ».

616. (Sign. e Colleg. CI. 90). 1499, Uttobre 3.

« ... Item dieti domini simul adunati ete., servatis etc., vigore cu-
iuscumque eorum auctoritatis et balie eis quomodolibet et per quecum-
que statuta concesse, deliberaverunt quod scribatur bullectinum et pre-
eipiatur presentibus

Spectabilibus Octo viris Custodie el Balie civitatis Florentie quate-
'nus, viso presenti bullectino, condepnent, relegent, punient, vel absol-
vant, et faciant in omnibus et per omnia et prout et sicut quemadmo-
dum eis, et duabus partibus eorum, libere, et absque aliqua solepnitate,
vel substantialitate servata, videbitur et placuerit,

Dominum Cherubinum de Burgo Sancti Sepuleri, Cerbonem de Ci-
vitate Castelli, e& Magistrum Antonium Nicolai de Castilione Aretino,
et quemlibet eorum, captos et detentos, ad instantiam dictorum domi-
norum; contra quos, et quemlibet eorum in solidum, procedant, et fa- .
ciant, et condepnent, vel absolvant, prout eis libere videbitur et place-
bit, non obstantibus etc. Mandantes etc.

617. (Otto di Cust. CI. 94). 1499, Ottobre 10.

Spectabiles viri Octo Custodie et Balie civitatis Florentie, omnes
in suffieienti numero congregati, et obtento partito, et servatis servan-
dis 'ete.

Attento qualiter dominus Cherubinus, Benedicti Nicolai Petri de
Aretio, quamplurima delicta fecit contra pacifieum statum Comunis Flo-
rentie, et contra formam iuris statutorum et ordinamentum Comuni Flo-
rentie. Tum quia, de mense martii proximi preteriti, ex commissione,
-asseruit, Pauli de Vitellis, tune Capitanei generalis armorum populi
Florentini, cum esset in partibus Casentini ad stipendium Comunis Flo-
rentie ivit ad castrum Delei, in quo loco erant Provisores Domino-
rum venetorum et comes Nicola de Ursinis, comes Pittigliani, tunc ini-
miei et hostes reipublice Florentine. Et cum eis, tamquam inimicus et
hostis diete reipublice Florentine, tractavit pluries de conducendo dic-
tum Paulum Vittellum ad stipendium dictorum Dominorum venetorum,
pro eo tempore, quo erat eonduetus ad nationem Florentinam, ut prodi-
tor diete reipublice Florentine, et ita conclusit per eius medium alio-
rum conductam predictam, contra formam iuris Statutorum et ordina-





342 G. NICASI

mentorum Comunis Florentie, et pacta et conventiones, inita inter dic-
tum Comune Florentie ex una, et dictum Paulum ex alia, et in dedecus
et verecundiam et damnum et preiudicium dicte reipubliee Florentine,
et contra bonos mores; et plura alia delicta, comissa et perpetrata con-
tra dictum pacificum Statum Comunis Florentie, prout de presenti con-
stat, ut etiam asseruerunt dicti domini Octo, ex confessione dieti domini
Cherubini. Et attentis qualiter etiam, ultra predicta, dictus dominus Che-
rubinus, de mense aprilis proxime preteriti, interfuit et consensit morti
et interficere fecit quendam Filippum Bernardini Giovagniuoli de Burgo,
et etiam quedam Sandrum de dieto loco. Ex quibus etiam ipse fuit
positus in penam et bannum capitis per not. capitanei Burgi S. Se-
puleri, prout constat, tum ex confessione dicti d. Cherubini, prout asse-
ruerunt dieti domini Octo, tum etiam ex dicta sententia et instrumento
sententie predicte, et eius processi.

Idcirco, dictis et aliis justis causis moti, et ne dictus dominus Che-
rubinus de dictis eius delictis valeat gloriari, sed quod eius pena alio-
rum transeat in exemplum, dictum D. Cherubinum, Benedicti Nicolai
Petri de Aretio, declaraverunt prodietorem reipublice. Florentine, et
commiserunt et mandaverunt presenti domino Potestati Civitatis Flo-
rentie, quatenus, cras de mane ante auroram, per ministrum iustitie et
ad fenestras eius palatii, manibus retro ligatis, laqueo suspendere fa-
ciat dietum dominum Cherubinum, adeo quod moriatur et anima eius a
corpore separetur. Mandantes etc. et ità commiserunt fieri banniri.

Die xij octobris commissum fuit incamerari etc.

L. Vicario Angliarü.

Perchè intendiamo che Messer Cherubino, di Benedetto di Nicoló
d'Arezo, habitava al Borgo S. Sepolcro, nel tempo della sua vita, insieme,
overo di per sé da' fratelli sua, possedeva certi beni immobili e pos-
sesioni, posti nel suo vicariato, le ricolte delle quali per anchora erano
presso a’ llavoratori di quelle per differentie eran tra loro; però, per
questa, t' impognamo che, alla hauta della presente, et con prestezza et
ogni opportuno rimedio, facci investigare di dette ricolte et altri beni
mobili, sono nel tuo vicariato, pertinenti al detto messer Cherubino, o
a’ detti suoi fratelli et quegli fa d'avergli et tenergli a stanza del no-
stro Uficio; di poi subito gli vendi, precedente la subhastatione; et il ri-
tratto ci rimetti per persona fidata: et usa intorno diligentia, perchè da
l’uficio ti sarà usato discretione.


































LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 343

618. (S. r. XIII. 85). Roma, 1499, Ottobre 10. 4



Antonio Malegonnelle ambasciatore fiorentino.

« ... Partendo questa sera una staffetta ..., mi occorre ... richor-
dare ad V. ex.se Signorie, che quelle, dove insino ad hora da molti sono
state commendate assai del caso di Pagolo Vitelli, al presente comin-
ciono a portarne caricho non piccolo, vociferandosi qui per li suoi fau-
tori, amici, parenti et partigiani, lui essere stato innocente, et li tor-
menti, factoli, essere stati aspri et crudeli. Et non si publicando alcuno
processo da V. ex. S., a noi, che a ogni hora siamo domandati, ci biso-

. gna eovertare questa dilatione in varii modi. Et pertanto prego V. ex.
S., le quali sono certo che tucto fanno ad buon fine et con buono
rispetto, che, potendo farlo sanza fare altro nocumento, ne piaccia
darmi qualche notitia, mediante la quale possiamo, saltem per voci di
mercatanti, fare divulgare qualche iustificatione: perchè, non lo facendo,
la cosa è comentata variamente: et si vede procedere questi loro
partigiani tanto oltre, che cominciono ad non si vergognare di minac-
ciare qua et il privato et il publico ... ».

619. (S. r. XIII. 88). Roma, 1499, Ottobre 12.
Il medesimo Malegonnelle.

« .. Parlando. ad lungo con la Santità del Papa inter alia ... si
dolse che, havendo V. ex. Signorie facto executione di Pagolo Vitelli
già sono tanti giorni, tamen non hanno anchora degnato darli notitia
dalehuno suo partieulare delicto: pel quale si li sia proceduto contro
in tal modo: replicando più volte che si conveniva darne notitia, nè
usare tanta tardità nelle cose di tanto momento, quanto era questa.
Excusai V. ex. S. con dire, che forse il processo contiene chose che
ha meritato questa dilatione, et che nel mandarlo fuora patria fosse
fare più danno, che utile, et mingegnai usare tuete quelle parole et
termini, che havessi ad credere essere così: Ad che sua Santità rispose
che per essere nel luogo che è et che si truova, non li pare conve-
niente che cum sua Santità si habbino ad usare simili dilationi: mo-
strando con parole efficaci che, di quanto li fussi manifestato, ne sarebbe
stato optimo secretario. Et mi commise ne scrivesse ad V. ex. S. so-
pragiungendo che, se V. S. procederanno con sua Santità così vulgar-
mente, anche lei dal canto suo farà el simile. Hora magnifici et ex. Si-
gnori mia, benche io sia certissimo che tal dilatione ... sia facta con 4





OO E o reca



d a Ur e Ea ET





344 G. NICASI







grande maturanza et prudentia et con qualche misterio, tamen, vedendo
V. S. che la Città ne ha caricho non piccolo, non solum apresso al
vulgo, et di tucta questa corte ..., ma etiam apresso al principe, dove-
rebbono controperare e biasimi col danno ne potesse risultare nel pub-
blicare il caso, et poi determinare, secondo la loro solita prudentia,







quello fussi da fare: ... ».






620. (S. r. XIII. 102). Milano, 1499, Ottobre 12.



Cosimo dei Pazzi, Francesco Gualterotti, Lorenzo Lotti, Pietro Soderini,
Alamanno Salviati, oratori fiorentini presso il Re di Francia.





« .. La Maestà del Re, dopo la contenteza mostrata di queste con-
clusioni [dell'accordo tra il Re ed i Fiorentini], domandò molto instan-
temente delle cagioni della morte del Capitano [Vitelli]. Fulle risposto
alchuna cosa in genere, rimettendosi alle iustificationi del processo di
V. S., chè queste che ha portato Ser Ottaviano non ci paiono da ri-
ferirle; et bene sarebbe ne restassino satisfatti, non obstante le con-







clusioni di nuovo facte ... ».







621. (S. lec. XXV. 43). 1499, Ottobre 12.

D. Antonio Malegonnelle, oratori Romae.






... A quello che voi accennate desiderare di intendere quali sieno
stati e demeriti di Pagolo Vitelli, noi ve ne potremmo scrivere lunga-



mente, perchè sono assai, et per lo addietro, et in questa ultima expe-



ditione di Pisa; ma non ci pare necessario. dove basti la generalità,



descendere ad particulare per molti respecti. Lui era in Pisa et, sanza



necessità alehuna di pericoio maggiore, contro al parere et consiglio
di tucti quelli altri Capi che vi erano, contro al comandamento etiam
nostro, abbandonò quel luogho ; dicendo che né danari, né favori no-
stri ve lo farebbono stare. Di che ne è seguito il disordine che voi sa-
pete et delle genti et delle artiglierie, per il quale noi siamo stati
necessitati, per l' honore et salute della Città, pigliare il partito che vi
S'6 scripto. Et habbiamo trovato in lui in ogni sua actione poca fede,
et più tosto reverentia ad altri che a noi: nè havere mai pensato, nè
ordinato le cose ad altro fine, che nuocere alla Città, con inclinare











sempre con lo animo in quella parte, donde era et maggiore et più
propinqua la ruina dalla Città. Et ne siamo tanto più contenti haver
preso tal partito, quanto anchora intendiamo essere approvato e dalla




DO

er

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 345
Santità del Papa et da altri: benchè la cosa era in modo manifesta,
che a noi parea non poter senza carico nostro manchare di pigliare
un simile partito.
622. (S. lec. XXV. 44). 1499, Ottobre 14.

Eidem |D.no Antonio Malengonnelle, oratori Romae].

Per satisfare in qualche parte al desiderio vostro d' intendere delle
cose di Paulo Vitelli qualche particolare, essendone ad ogni hora ri-

cerco costì da qualcuno, benchè lo stimiamo superfluo et non conve-

.nirsi, per non havere ad rendere ragione delle actioni nostre ad alcuno,

lo faremo brevemente, et generalmente, et di quelle cose di che in con-
firmatione della verità ne apparisce lo effecto. Lui, in tueto il tempo
che è stato alli stipendii nostri, sempre ha tenuto pratiche con e ri-
belli nostri, et mandato loro ad parlare diverse persone et in diversi
luoghi, come doveranno sapere se costì è veruno che fussi conscio de’
suoi secreti. Et li ragionamenti havuti in tali luoghi li habbiamo ri-
scontri con le lettere loro medesime, le quali sono in man nostre. Et
se fussi honesto a noi, o adpartenessi a chi è costì, d’ intenderlo, noi
procederemmo più avanti: ma noi voliamo con altri havere più respecto
nel parlare, che non è stato havuto con noi ne facti. Et, se noi cre-
dessimo che le cose de' Pisa havessino bisogno d'altra declaratione,
che quella che è nota a tutto il mondo, noi ne scriveremmo più ad
lungo ; ma chi è quello che non sappia quello che noi habbiamo facto
per quello adquisto et quello che habbia facto lui? Noi non ne voliamo
altro iuditio che quello che ne hanno facto tucta Italia, tucti e vicini,
tucti e soldati che vi erano, e Pisani medesimi, e quali benchè fussi
loro honorevole dire di essersi difesi, hanno non di meno scripto per
tucto il mondo in quelli di essere stati spacciati, et che, se si fussi
dato battaglia in mezz'ora tutto era in potestà nostra. Tucto il campo,
che vi era, sa essersi preso Stampace contro all’ ordine et voluntà
sua; et, come quello che non haveva pensato a acquistarla a noi, tenne
modi di poi di renderla a chi l’ haveva presa. Et ultimamente, quando
si era satisfacto per noi a tucte le domande sue, contra il comanda-
mento nostro, si leva et abbandona ogni cosa, dicendo a Commissari
nostri, che li comandavano ad non partire, che nè favore nè danari
nostri ve lo farebbono stare. Sarebbe lunga cosa, in confermatione di
questo ,narrare tucte le cose seguite in quel luogo; ma noi ne voliamo
solo dire una in dichiaratione del maligno animo suo; che, poi che .e'
fu partito da Pisa, non li parendo havere disordinato tucte le cose no-









346 G. NICASI

stre, nè nociutoci quanto lui desiderava, veniva con animo, havendo
in mano le artiglierie nostre, entrare in Cascina et Vico, et di quivi
poi procedere più oltre con il medesimo animo. Et si è inteso molto
bene il modo di procedere suo et il fine ad che: et debba pensare o-
gnuno che tal partito si sia preso et gravemente et con consiglio; et
che, se le cose non si fussino potute et potessino iustificare, noi non
saremmo processi ad cosa iniustificata, et non facta mai più da questa
Repubblica, et dalla quale potessimo essere sempre ripresi et di legge-
rezza et di malignità. Vederassi anchora col tempo, quando cessino
molti respecti che habbiamo di presente, più aperto et che et come
noi siamo stati ludificati da costui ...

623. (S. lec. XXIV, 64). 1499, Ottobre 15.
Eisdem, (oratoribus apud X.mam M.tem)

Noi intendiamo quanta necessità voi havete costì de iustificare la
Città nelle cose di Paulo Vitelli, et noi volentieri per questa cagione vi
diremo tucto quello che ci accade in questo, acciò costà in sul facto
possiate procedere in genere sopra quelli capi che noi habbiamo ri-
tracti. Noi fondiamo la captura sua, prima : in sulle relactioni facteci
a boccha da Commissari nostri de sinistri portamenti, et da quelli ma-
xime che vi si mandarono ultimamente, Pietro Vespucci, Galeocto de
Pazi, et Alexandro delli Alexandri. Li quali referirono, prima la disu-
bidientia sua nel levarsi da campo da Pisa, contro al comandamento
loro per ordine nostro, con molte animose parole, indicative del suo malo
animo; et li disordini lasciati seguire a summo studio; et ultimamente
haver ritracto, da chi il Capitano lo havea conferito, richiedendo quel
tale che fussi in compagnia sua, di volere, havendo in mano tucte le

artiglierie, occupare Vico e Cascina per haverci, stando quivi, più fa-
cili ad ogni suo desiderio et far che noi et de pagamenti et delli altri
affari havessino a sequire la volontà sua, non lui la nostra; et in su li
disordini sequiti dopo la levata; et quello anchora che si ritraeva da

ogni banda del non havere lui voluto Pisa; et in su certi suoi modi
servati nel venire verso Cascina, li quali ci confermavano potere essere
vero quello che ci era riferito del volere lui occupare quelli luoghi;
aggiunte a questo le pratiche del frate et di Bastiano da Cremona, et
di uno mandato del cardinale di San Severino, più volte in qua ed in
là, di che lui non conferì mai a commissari. Et, preso da noi, in su
questo non si potè ritrarre da lui cosa alcuna per brevità di tempo.
Sonsi bene examinati poi certi transfughi di Pisa, li quali hanno te-



LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 347







stificato, alla presentia dei Commissari Paulantonio et Francesco Ghe-
rardi, haverli referito lo stato di Pisa, et come era spacciata se si dava
la battaglia; et così certi connestabili con certe circostantie da far fede
et coniectura di fraude contro di lui, et di non havere voluto etc. Et
li Commissari predecti, similmente examinati, hanno testificato assai
cose de tristi suoi portamenti. Dalli ministri suoi anchora non si è ri-
tracto, non obstante molti tormenti, alehuna cosa, salvo che da messer
Cherubino dal Borgo, come, al tempo che lui era l'anno passato alla
Pieve ad Santo Stephano, haveva per il mezo suo ad Casteldelei, et per
il mezo di uno Ser Giovan Baptista da Montepulciano, ad Vinetia pra-
ticata et ferma condocta nuova con la S.ria di Vinetia con soldo di
53 mila ducati et titolo di Governatore, durante. anchora la condocta
nostra. La qual cosa non sorti effecto per la introdutione della pratica
dello accordo, facto di poi ad Vinetia. Essi similmente ritracto dalle
leetere loro et di loro ministri, le quali sono in mano nostra, ragiona-
menti et pratiche havute con li Medici et con il S.or Lodovico, ma
pure al largo. Di che tucto, cioè examine, relationi et il resto s'é facto
uno sumpto a guisa di processo in confirmaticne della exequtione facta,
il quale, bisognando, vi si manderà. Ma noi desideriamo si stessi ad
parole in su questi generali et vi ingegnassi il più che voi potrete a
persuadere questa cosa essere stata facta iustamente per li demeriti
suoi, o sopirla dextramente in quelli modi che vi occorreranno, secondo
la natura delle persone eon chi voi havete ad fare questi effecti etc.




624: (S.-r. XIII.:67). Siena, 1499, Ottobre 17.

*

Antonio Guidotti da Colle ambasciatore fiorentino a Siena.



«.. Stamattina arrivò qui un frate del Carmine, che lunedì uscì
di Pisa: riferisce, a Pandolfo [Petrucci], Vitellozo dare menzione a Pi-
sani di havere già danari, et che ha cominciati a fare battere li argenti
si portò di campo, et dato ordine di havere sin a 200 cavalli leggieri
et fanti per molestare. le cose di V. S. Apresso ipso Vitellozo dice ha-
vere facto lega cum Pisani et promisso, ogni volta le S. V. mandino il:
campo a Pisa, fare rompere a quelle da Castello, dove, per quello potrà
fare dase et per li amici ha nel dominio vostro, si promette fare danno
grande. Essendo questo frate homo da prestarli fede, mi è parso fare
questa sua relatione intendere a V. S.



348 G. NICASI

6925. (S. lee. XXVIII. 42). Venezia, 1499, Ottobre 19.

Antonio Soderini oratore fiorentino a Venezia.

« ... Per advisi privati di costì sintese Vitellozzo trovarsi «malato
grave a Pisa: et da altra parte mè decto da uno amico, che ha lettere
da Bologna per fanti di corte, che adì XI, era passato di quivi con due
o tre compagni: et cheli andava a Milano ... ».

626. (S. lec. XXV. 47). 1499, Ottobre 19.
D.no Antonio Malegonnelle [oratori Romae].

... Arrivò di poi la vostra del 18, continente gran parte di quelle
medesime cose, che ci havevi scripto per quella de X, maxime circa
e' Vitelli. De quali, havendovi satisfacto in fino ad quanto si poteva, per
quelle ultime nostre, solo ci occorre intorno ad questo ricordarvi di
fare intendere alla S.tà del Papa non essere stata né negligentia né
diffidentia in non li comunicare tali cose; ma i respecti, et qui nostri
et di altri, de' quali sua Santità puó credere essere stati di qualità
che hanno ricereo cosi. Et secondo quelli capi che vi [si] scripsono,
dirli in genere li mancamenti loro; et fare maxime instantia sopra le
cose di Pisa, perchè quivi è stata ogni loro fraude, delle quali si puó
parlare piü largamente etc. per essere noto a tutto il mondo il modo
come hanno processo. Et se S. S.tà deriderassi intendere ad istantia
di chi, rispondere: di chi non voleva che Pisa tornassi in mano no-
Stra: et ordinare in modo le parole che lui possa intendere et de Luc-
chesi, et Senesi, Duca Lodovico, et d'ogni altro, perché ad nissun
modo voliamo si descenda ad questi particolari. Potrete bene allar-
garvi sopra quello disegno loro di entrare in Cascina; dove è più ri-
scontri che in veruna altra cosa.

620 (S. Ur. XTIT;: 29). Urbino, 1499, Ottobre 20.
Il Duca di Urbino ai Signori fiorentini.

Ill.mi et excellentissimi domini tamq. pres: et D.ni Observand.mi.
Lo amore quale ho portato di continuo et porto ad Messer Corrado da
Castello, et le sue virtù, et grati servitii receuti da li soi, et da lui,
et la benivolentia, quale sempre V. ex.tie me hanno monstrato. et la
observantia mia verso di quelle sonno causa, che io cum omni fiducia



LA FAMIGLIA VITELLI, BUC. 349

mi rendo certo di continuo essere compiaciuto da quelle. Et imperò,
facendome intendere el dieto Messer Corrado havere li la moglie, fi-
glioli, et uno suo fratello, et certe sue robbe, le quali desidera re-
durle ad Castello, et persuadendose, per le ragioni dicte, possere obte-
nere omni gratia da loro per il mio mezo: per questa casone me è
venuto ad trovare in sino qui. Prego adunque V, ex.tia, cum quanta
più instantia io posso, che li piaccia faccia fare gratia al dicto messer
Corrado di possere ridurre liberamente ad casa sua la famiglia sua,
cum la robba si trovassi lì del suo: che per una volta quelle se per-
suadano non mi possere fare el magiore piacere : et quando, per qual-
che sinistra informatione, le non iudicassero el prefato Messer Corrado
degno di questa gratia, mi rendo certo che ad me non la negaranno:
et ad V. Ex.tie di continuo me offero, et raccomando.

628. (S. r. XIII. 30). Perugia, 1499, Ottobre 20.

Priores artium et Decem Arbitrii Civitatis Perusie. Ill.mis et excell.
Domini D.nis Prioribus Libertatis et vewillifero Justitie pop.li
Flor.ni uti patribus et bene factorib observan.

Ill mi et ex.mi domini tanq. Pres. observan. Com. Si spesso siamo
molesti a Vre ex.me S. in intercedere apresso epse ni è causa la
precipua observantia nostra verso quella; da le quale coniunctissima
benevolentia nostra ni persuademo essere exauditi : Recercati dal geneoso
nostro Gentilhomo Cherione de Montesperello, cognato di uno messer
Corrado, al quale Gentilhuomo nostro, per essere de autorità et bene-
merito de la nostra Città et Stato, non li potiamo negare cosa alcuna :
Etiam ne persuadiamo, non senza justificatione, vostre Ill.me Signorie
sieno procedute ala detempione deli figliolini, Donna, et Robbe del de-
linquente, secondo ni é facto intendere: Immo presumendose, per la
età et sexo, piü presto innocentia che dolo alcuno in epsi: cum omne
magiure studio li raccomandamo a Vostre ex.me S., pregandole sieno
contente, a nostra intercessione, et prece liberarli cum le cose loro: Re-
cevendole agratia et dono singulare, per essese desiderosi satisfare a
epso nostro Gentilhomo : et acumolerasse questo beneficio a li altri re-
ceuti da quelle: que felicissime valeant.

629. (S. r. XIII. 40). Milano, 1499, Ottobre 24.

Gli oratori Fiorentini presso la Regia Maestà del Cristianissimo.

« ... Hiersera intendiamo arrivò Vitellozo: et ha parlato questa
mattina al Re, parte in iustificatione del fratello et sua, parte in gran-
















































ri N












































350 G. NICASI

dissimo caricho et dectratione di V. S. La Maestà del Re., per quanto
ci sia riferito, non li rispose niente: ne dimostrò intendere le calunnie
dava a V. S. anzi entrò in altri ragionamenti ; et a noi, quali li hab-
biamo parlato dopo Vitellozo, non ha facto parola alchuna di facti sua.
Ecci dicto che si ritrahe con Piero de Medici; et dice havere 160 ho-
mini darme et fa disegni di havere a molestare V. S. Il che fa che
noi le confortiamo aguardare bene li luoghi, dove potessimo essere da
lui et da sua danneggiati .,. ».

630. (S. lec. XXV. 48). 1499, Ottobre 26.
D.no Antonio Malegonnelle oratori Romae.

... Havemmo una vostra de 18, et s’ è inteso per epse, oltre alli
advisi dati, qual sia il desiderio vostro di intendere le cose de Vitelli
più particularmente per poterne iustificare la Città. Et parendoci per
altra nostra havervi scripto ad sufficienza per tale conto, non repliche-
remo hoggi altro: solum ci accade significarvi non essere state neces-
sarie tante iustificationi col Re di Francia, né con tucta quella Corte,
havendole acceptate molto largamente, come quelli ehe hanno inteso,
sia processo donde si vuole, nelle cose di Pisa havarci dondolati et
potendo, non havere voluto etc.

631. (Otto di Cust. CI. 132). 1499, Ottobre 21.

Speetabiles viri Octo Custodie et Balie civitatis Florentiae, attento
qualiter Cerbone, olim Tyberii, de civitate Castelli, olim cancellarius
Pauli Vitelli, quondam Capitanei Generalis armorum populi florentini
dum esset in dicto eius officio et ad stipendium dominorum Florenti-
norum, plura et quam plura delicta comisit in damnum ‘et dedecus et
verecundiam dicte dominationis et populi florentini, faciendo, scribendo
et tentando quaedam tractamenta et conventiones, resultantes contra co-
mune Florentiae et eius presentem pacificum statum; et attento etiam
qualiter dietus Cerbone erat conscius de nonnullis proditionibus que
tractabantur et fiebant per dictum Paulum Vitellum contra dictum pa-
cifieum Statum Comunis Florentie, et ipse non propalavit, neque reve-
lavit dominationi florentine, ut predicta omnia constare ducerunt, tam
per legitimas probationes, quam etiam per confessionem dicti Cerbonis.
Et alia tractando et faciendo, que tractari et fieri non poterant de
jure et secundum ordinamenta Comunis Florentie. Idcirco, servantis
servandis ete. et obtendo partito etc. Dictis et aliis iustis causis moti,






LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 351

que, etiam pro meliori, tacentur, et obtento partito etc., dictum Cerbonem
Tyberii de civitate Castelli condemnaverunt, confinaverunt, et relegave-
runt ad perpetuas carceres, et ad eundum, standum et permanendum
in carceribus Stincharum civitatis Florentie. Et quod exinde, durante
eius vita, exire non debeant quoque modo, sub penis et preiudiciis, nisi
et prout et sicut disponitur per legem per opportuna consiglia Comu-
nis Florentie, editam in anno 1434, et prout subiacebant et subiacent
illi eives Florentie, qui fuerunt relegati in anno domini 1434. Mandan-
tes etc. et commiserunt propterea fieri b. potestati civitatis Florentie
qualiter predieta exsequi faciat.

Dicta die not. fuit dicto Cerboni per Stasium

Die 91 oetobris commissum fuit incamerari etc.

‘632. (Otto di Cust. CI. 137). 1499, Ottobre 29.

Speclabiles Viri Octo Custodie et Balie civitatis Florentie,

Attento qualiter Cerbone, Tyberii de Civitate Castelli, cum esset
cancellarius Pauli de Vitellis, quondam Capitanei generalis armorum
populi florentini, et dum esset in dicto eius officio et ad stipendium do-
minorum Flerentinorum, quam plurima delicta comisit et perpetravit in
dannum et dedecus et verecundiam dicte dominationis et populi floren-
tini, faciendo, tentando, scribendo, et compillando (sic) quedam tracta-
menta et conventiones, resultantes et resultantia contra Comune Flo-
rentie et eius presentem pacifieum statum. Et attento etiam qualiter
dietus Cerbone erat eonscius de nonnullis proditionibus et tractamentis,
que tractabuntur et fiebant per dietum dominum Paulum Vitellum dictis
temporibus contra dietum pacifieum statum civitatis Florentie, et ipse
non propalavit, neque revelavit dominationi Florentine, ut tenebatur, ut
predieta omnia constare dixerunt, tam per legitimas probationes, quam
etiam per confessionem dicti Cerbonis, et alia traetando et faciendo, que
traetari et fieri etiam non poterant de iure et secundum ordinamenta
Comunis Florentie. Idcirco, servatis servandis ete., et obtento partito.
Dictis et aliis iustis causis moti, que omnia pro meliori tacentur, et ob-
tento partito etc., dictum

Cerbonem, Tyberii de Civitate Castelli, condennaverunt et relega-
verunt ad perpetuas carceres, et ad eundum, standum et permanendum
in carceribus Stincharum Civitatis. Florentie, e£ quod exinde durante
eius vita exire non debeat quoquo modo, sub pena rebbell., et prout
sunt illi qui fuerunt relegati in anno 1484. .

Cum salvo quod, si dietus Cerbone, infra octo dies proxime futuris
a die notificationis, solverit eorum provisori pro expensis dicti officii







G. NICASI

florenos centumquinquaginta larg. auri in auro. Quod hunc et eo casu,
elapsis tribus annís proxime futuris postquam se presentaverit in dietis
'areeribus Stineharum civitatis Florentie, exire possit ex dietis carceri-
bus, precedente tamen partito et deliberatione per Dominos et Collegia
et Octo Custodie et Balie civitatis Florentie, in sufficienti numero con-
gregatos et per duas partes ex eis, que deliberatio fieri debeat infra
xx.ti dies post dictos tres annos, et non possit proponi nisi in tribus
diversis diebus et ter pro qualibet die et non ultra. Et casu quo non
proponetur infra dictum tempus tale partitum, vel quando proponetur
non obtineretur, quod tunc et eo casu, elapsis duobus annis post dictos
tres annos, sit liber a dictis carceribus et relapsari debeat illico absque
alio partito, facta tamen solutione dietorum flor. 150 infra dictum tem-
pus ete. Annullantes et revocantes et cassantes omnes alias condena-
tiones et partitum de eo facta, et omnes deliberationes per eos factas
sub die 27 presentis mensis octobris.

Mandantes ete.

Die 31 octobris incameratus fuit per Stasium ete.

Die ... not. fuit in persona dicto D. Cherubino per Stasium.

G39 mor; XII. 110). Roma, 1499, Dicembre 5.

Antonius Malegonnelle, orator florentinus, eximio viro domino Marcello
Virgilio, Secretario Priororum libertatis Florentinorum. — Florentiae.

Messer Marcello, io scrivo in pubblico quello vedete, ma mi pare,
da canto, dare piü particolare notitia di gesti et andamenti ci pare
conieturare, acciò lo conferiate coi nostri ex.si Signori in modo, non
apparisca in pubblico, acciò che non ne risultassi a noi qui qualche pe-
ricolo. Io intendo che el Reverendissimo Cardinale Orsino vuole ado-
mandare alla Maestà del Re di Francia, che richiegga e nostri ex.si
Signori di condurre li Orsini, o qualehun di loro: et di già questo lor
desiderio è stato palese. Hora, quando publicai a palazzo la morte di
Paulo Vitelli, si trovaron quivi il Signore Iulio et il Signore Paulo, et
fu lo loro di subito referito. Et accadendo, nel tornare a casa, d’ aboc-
carci insieme, el Signor Iulio parlò di questo caso modestamente : el
Signor Paulo non volse mai le parole, nè a lodare, nè a biasimare e
nostri Signori; ma con qualche demonstratione di mala contentezza et
appassionato, disse, che a ogni modo a Paulo era state fatto el dovere
et secondo meritava, non per le cose di Pisa, ma per la sua ingratitu-
dine commessa contro alla Casa de Medici; disse era quello homo ha-
veva tenuto Piero fuor di casa sua. Io monstrai non advertire; ma mi

LA FAMIGLIA VITELLI, ECC. 353

.parsono parole di momento, et decte con passione; et che demonstras-
sino che l'umor loro ne' easi di Piero [de Medici] non fussi purgato.
Ho di poi facto intendere quello si parla di questo in casa loro, et ri-
traggo ne parlano honorevolmente, dicendo che Paulo [Vitelli] ha facto
quello ehe soglion fare e' villani arriechiti, che non hanno termine
alla superbia; et che, se ha errato, vorrebbono haverlo etiam castigato
di lor mano, perchè e’ tradimenti non imparò mai nella scola loro. Et
potrebbe esser che la passione lo havessi fatto demonstrar meglio 1’ a-
nimo suo in sul primo impeto della nuova, mitigato di poi dalla di-
latione, et con la prudentia ricoperto la passione. Quicquid sit, quan-
tunque io creda chè alle conducte loro cotesta ex.si Signoria fussi per
andar adagio, tamen ho volsuto amorevolmente dar questo aviso, accio-
chè, per la intercessione del Re, non si venissi a consentire cosa peri-
culosa, 0 si possa prevenire in quello si potessi. Conferite tueto, et in-
forma non s’ intenda cosa alchuna che io carichi li Orsini, perchè
stando non senza sospecto de casi di Paulo Vitelli, il quale ha qui so-
relle, et parenti, et partigiani, non incorressi ancor el pericul delli
Orsini. Et de hoc satis ».





PIZZI AA
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955



L'ACCADEMIA DEGLI AGITATI
DI FOLIGNO

In una recente e molto pregevole monografia il Faloci-
Pulignani, illustrando alcune raccolte poetiche stampate a
Foligno nel 1721 per la monacazione della signorina Tecla
Maddalena Vitelleschi, notava che una di esse fu dedicata
alla madre della monacanda da Francesco Maria Benvenuti
di Bologna, accademico Agitato, e che i componimenti ivi
contenuti sono di poeti non solo tutti appartenenti alla stessa









accademia, ma — quel che più importa — quasi tutti foli-
gnati (1). « Non si dice in questa stampa — aggiungeva
« l'egregio autore — dove fiorisse questa ignorata Accade-



« mia degli Agitati, ma con undici poeti di Foligno, tutti
« Agitati, vi € da credere che essa fosse di Foligno, concor-
« rente, emula o rivale dei Aénvigoriti » (2). Ora queste pa-
role che riguardano la storia della coltura umbra nel primo
quarto del 700, meritano tutta la nostra attenzione; e poiché
il Faloci Pulignani, pur potendo, non ha voluto approfondire
l' interessante argomento, cercheró io di esporre qui tutto
ciò che so e penso intorno ad esso dopo tante ricerche da
me fatte su quel periodo di vita folignate.

















(1) Cfr. lo studio del FALOCI-PULIGNANI su Una poetessa wmbra del XVIII se-
colo, nel volume Per le nozse Manzsoni-Ansidei (Perugia, Unione tipografica Coope-
rativa, 1913), pag. 43.

(2) Cfr. lo studio cit., in l. cit., pag. 44. Mi permetto di correggere qui una
svista dell'autore cambiando il dieci in undici, che risponde meglio, come vedremo,
alla realtà e che del resto lo stesso FALOCI PULIGNANI aveva seritto nella pagina
precedente, in fondo.








24












































356 E. FILIPPINI



Ma avanti di entrare in questa trattazione credo op-
portuno dire che, già prima del Faloci-Pulignani, altri scrit-
tori di cose folignati avevano accennato all'esistenza in Foligno
d' un' Accademia di Agitati. Vi alluse anzitutto il Boccolini,
che nelle sue Dichiarazioni di alcune voci del Quadriregio,
pubblicate nel 1725, si compiaceva di veder fiorire contempo-
raneamente tre società di dotti nella piccola città umbra, e
di questa, che egli nominava prima dell’arcadica Fulginia e
dei Rinvigoriti, fissava uno degli scopi principali per cui vi-
veva (1). Alla metà del secolo scorso la ricordò per ben due
volte il Bragazzi e la disse morta con quella dei Kinvigoriti
e continuata poi dall’altra degli Umbri, che sorse nel 1762 (2).
Non la dimenticò il Frenfanelli-Cibo, anzi ne fece conoscere
l impresa ed affermò che ebbe vita breve e notorietà limi-
tata all Umbria (3). Io stesso, occupandomi diffusamente, or
sono pochi anni, della vita e dell'opera principale dei Zn-
vigoriti e riferendo le parole del Boccolini, non potei fare a
meno di dedicare una brevissima nota a questa accademia
folignate (4).

Essa quindi non è un fatto nuovo per gli studiosi; ma
è certo che tutti coloro che ne hanno parlato, dal Boccolini
al Faloci-Pulignani, non ne hanno dato fino ad ora che troppo
scarse notizie. E se dopo tante testimonianze e specialmente
dopo quella importantissima del Boccolini non è più lecito
dubitare dell'esistenza degli Agitat? in Foligno nella prima
metà del secolo XVIII, è chiaro che ne sappiamo ancora
troppo poco per giudicare della sua attività e della sua en-

(1) Cfr. It Quadriregio di FEDERICO FREZZI ecc. (Foligno, Campana, 1725), vol. II,
pag. 334.

(2) Cfr. il suo Compendio della storia di Foligno ecc. (Foligno, Tomassini, 1858-
59), pagg. 125 e 127.

(3) Cfr. la sua lettera su Le Accademie di Foligno al dott. F. Accorimboni, in
Fulginia (strenna per il 1900, edita a Foligno, Campitelli), pag. 14.

(4) Cfr. il mio lavoro su L'Accademia dei Rinvigoriti di Foligno e l'ottava edi-
zione del Quadriregio, inserito in questo Bollettino, voll. XIII-XVIII, pag. 204 del-
l’estratto. L'ACCADEMIA DEGLI AGITATI DI FOLIGNO 357

tità. Vediamo ora di raccogliere qui ordinatamente il meglio
di quelle notizie e d’ illustrarlo con altre poche, ma non '
meno interessanti, che è stato possibile trovare qua e là.

*

In quale anno sia sorta la nostra Accademia non è fa-
cile stabilire, poichè nessuno dei ricordati scrittori lo dice.
Solo il Frenfanelli Cibo, dopo. aver accennato all’ origine dei
Rinvigoriti, afferma che « in quello stesso tempo (cioé sul
« principio del secolo XVIII) fu fondata laccademia degli
« Agitati » (1). Ció non vuol significare peró che questa So-
cietà di dotti si formasse proprio nel 1707, in cui avvenne
la costituzione dei Rinvigoriti (2). Di essa non si parla nep-
pure nella Prefazione del Catalogo degli Accademici Rinvigo-
riti di Foligno che, come è noto, fu pubblicato nel 1719 : Pre-
fazione che richiama molte altre accademie folignati (3). E
poichè la prima testimonianza degli Agitati, che noi cono-
sciamo per mezzo della raccolta poetica illustrata dal Faloci-
Pulignani, risale al 1721, io ritengo, fino a prova in contra-
rio, che questa Accademia folignate sorgesse intorno al 1720.

Quale programma si proponesse di svolgere non sap-
piamo interamente. Il Boccolini afferma che essa « valoro-
« samente promove(va) anche lo studio de' Sacri Concili,
« istituito per la prima volta dal nostro Monsig. Frezzi » (4).
Ora, appunto perché questo studio era stato iniziato fino dai

(1) Cfr. lett. c 1. citt.

(2) Cfr. il mio cit. lavoro, pag. 23 dell’estratto.

(3) Cfr. il mio cit. lavoro, pag. 68 e seg. dell'estratto.

(4) Cfr. il 1. cit. Di questa istituzione del Frezzi non sappiamo altro che le pa-
role mss. lette dal CANNETI in un libro appartenuto al poeta e da lui riferite nella
sua nota Dissertazione Apologetica sul Quadriregio ed al suo vero autore (cap. XIII).
Giova qui ripeterle per comodo del lettore: « Hunc librum donavit Bibliothecae
« huius Conventus 8. Dominici de fulgineo fr. Federicus Frezzi Ordinis Praedicato-
« rum qui creatus Episcopus Fulginei instituit in eodem Conventu Academiam Con-
« ciliorum sub protectione Sancti Thomae Aquinatis ».







358 E. FILIPPINI

primi anni del secolo XV dall’autore del Quadriregio (1), nes-
sun luogo sembrava più adatto di Foligno per riprenderlo
nel secolo XVIII. Ma è noto che già prima del 1720 era
in Roma un’Accademia dei Concili (2), di cui forse quella de-
gli Agitati poteva essere una modesta filiale. E sotto questo
aspetto la nuova Accademia folignate dimostró di voler con-
tinuare la tradizione frezziana anche nel mettersi sotto la
protezione di S. Tommaso d'Aquino e nello scegliere come
luogo delle adunanze l'antico convento di S. Domenico della
stessa città (3). È certo però che il titolo di Agitati non si
accordava troppo con l’ intendimento di studiare la materia
dei Concili, e insieme con le parole un po’ vaghe del Boc-
colini lascia supporre che lo scopo principale dell’Accademia
fosse ben altro. Il Frenfanelli-Cibo con frase più larga dice
che i nuovi Accademici oltre a « far rivivere l’antica acca -
<« demia dei Concili » coltivavano « gli studi di sacra eru-
« dizione » (4). E può essere anche vero; ma la stampa del
1721 dimostra che gli Agitati non erano estranei alla produ-
zione poetica d'occasione come i Rinvigoriti ed i pastori di
Arcadia. Così mentre il culto della poesia univa le due Accade-
mie folignati, esse differivano profondamente negli altri loro
studi, poichè i invigoriti non si occuparono mai né di Con-
cili né di altra erudizione sacra, e se dedicarono le loro cure

(1) Il FALOCI-PULIGNANI opina che la fondazione della prima Accademia dei
Concili avvenisse intorno al 1409. Cfr. il suo studio su Le lettere e le arti alla corte
dei Trinci (Foligno, Salvati, 1888), pagg. 131-133.

(2) Di questo parla il CANNETI nella sua Dissertazione (cap. XIII): ma è strano
che non vi accenni neppure il MoronI nel suo Dizionario Ecclesiastico, dove pur si
dice che Benedetto XIV istituì un’Accademia per lo studio dei Concili in Roma nel
1740. Secondo però il RENAZZI (Storia dell Università degli studi di Roma. — Paglia-
rini, 1806, pagg. 145-151 e 277). Benedetto XIV non fece che ripristinare l'Accademia
dei Concili fondata da Clemente XI e da altri dotti prelati nel 1671.

(3) Cfr. le parole latine riferite dal CANNETI e il documento che riporto in ap.
pendice e che illustrerò più oltre.

(4) Cfr. lett. e Il. citt.

L'ACCADEMIA DEGLI AGITATI DI FOLIGNO 359

alla B. Angela da Foligno e al vescovo Federico Frezzi (1), ,
lo fecero solo in quanto questi personaggi religiosi erano
stati insigni scrittori. Ma mentre noi conosciamo i frutti de-
gli studi letterari dei Anveigoriti, nulla, ch'io sappia, ci e
pervenuto delle erudite fatiche degli Agitati.

Questo titolo accademico non era nuovo nell Umbria:
già nel secolo precedente era fiorita in Città di Castello una
Accademia degli Agitati (2). Ma mentre quella aveva assunto
per impresa una gualchiera col motto: JPerficit, non fran.

. git (3), la folignate volle una nave in alto mare con su le
parole: Commota resistit (4). E. poi curioso osservare che nel
1121 si fondava in Nardó di Puglia un'altra Accademia di
Agitati con la stessa impresa della nostra e con la frase:
Hic optata quies (5). Non è fuori di luogo il pensare che, come



la folignate imitava la castellana, così la pugliese imitasse
la folignate. Ma prescindendo da codeste imitazioni esteriori,

giova notare che il motto Commota resistit ben s' accor-

dava col titolo generale di Agitati e che queste espressioni
avevano forse un significato di lotta non del tutto strana in
quel piccolo ambiente di Foligno, dove contemporaneamente
vivevano tre accademie (6). E la lotta ci fu, come vedremo

(1) Per ciò che si riferisce alla B. Angela cfr. le pagg. 42-44 del mio cit. lav.
sui Rinvigoriti, dove illustro l’edizione della sua Vita et oposcula, curata dal Boc-
coLINI nel 1714. Per ciò che riguarda il Frezzi, cfr. la seconda parte dello stesso la-
voro, interamente dedicata alla ottava ristampa del Quadriregio.

; (2) Cfr. Gli scrittori d'Italia, del MAzzUCUELLI sotto la parola Agitati. Ne parlò
anche U. BionpI in questo Bollettino (Anno VI, fasc. III, pag. 512) e ne fissò la vita
tra la fine del 1500 e i primi anni del 1600.

(3) Attingo queste notizie dall’ opera e 1. citt. del MazzucHELLI. Il BiONDI (in
studio e 1. citt.) dice che l’impresa degli Agitati di Città di Custello era costituita
da « mazzi della valchiera, che s’agitaveno nei mulini » e non indica alcun motto.
Ma il BroxpIi sembra che non si sia accorto che altri prima di lui aveva parlato di
quell’Accademia.

(4) Cfr. la lett. cit. del FRENFANELLI-CIBO, che trasse la notizia dal documento,
che io riporto in appendice.

(5) Cfr. l'op. e il I. cit. del MAZZUCHELLI.

(6) Vicino alle Accademie dei Rinvigoriti e degli Agitati c' era anche fin dal
1717 la colonia arcadica Fwiginia. Cfr. in proposito il mio studio cit., pagg. 63-64 e
un mio opuscolo su L'istituzione dell’ Arcadia in Foligno (Foligno, Artigianelli, 1909).







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L'ACCADEMIA DEGLI AGITATI DI FOLIGNO 361

in seguito: lotta sorda, ma viva che ci fa intravvedere un'o-
rigine tutt’ altro che limpida e pura di questa Società di
eruditi.

Ora dovrei parlare dei fondatori dell’Accademia e delle
disposizioni statutarie, che essi certamente le diedero. Ma
purtroppo anche questi particolari non ci sono noti, perchè
nulla è pervenuto fino a noi degli atti interni degli Agitati.
Solo potremo dedurre i nomi di alcuni fondatori dalla prima
stampa accademica che ci è stata fortunatamente conservata
e che, essendo il frutto della collaborazione di più soci, è
‘per questo riguardo un documento prezioso. Ma di questo
mi occuperò nel capitolo seguente.

Se l'Accademia degli Agitati di Foligno sorse, come io
credo, nel 1720, la prima manifestazione pubblica della sua
attività dovette essere la raccolta poetica dell'anno succes-
sivo, che ci è stata opportunamente segnalata dal Faloci-
Pulignani e di cui occorre che io parli qui di proposito. '

In verità la monacazione d'una signorina appartenente
ad nna delle più distinte famiglie del patriziato folignate era
una buona occasione per un’accademia del 700 appena nata,
che aveva una gran fretta di affermarsi davanti alla citta-
dinanza. I Rinvigoriti e gli Arcadi, per di più, scendevano
in campo per lo stesso avvenimento con quattro raccolte
poetiche, una più ricca e più varia delle altre, in omaggio

‘ soprattutto alla famiglia della monacanda (1). Ed ecco che
anche gli Agitati, amici di quella famiglia decidono di of-
frire a Donna Maria Flaminia Barnabò Vitelleschi, madre



(1) Sono tutte ricordate e illustrate nel cit. studio del FALOCI-PULIGNANI. Io
devo dolermi con me stesso di non averne avuto cognizione quando stendevo il mio
cit. lavoro sui Rinvigoriti, dove pure ho dovuto parlare più volte del De Angelis,
del Pierantoni, del Boccolini e del Vincentini, che sono i raccoglitori o gli autori
delle quattro raccolte folignati.




























. 902 E. FILIPPINI

della giovane, il loro manipolo di versi e lo dànno subito
alle stampe.

L'opuscolo, in quarto, di pagine 24, contiene, dopo il
lungo titolo della prima carta (1), una lettera dedicatoria
alla madre della monacanda e 14 componimenti poetici, tra
cui 12 sonetti e un’ode in lingua italiana e un anagramma
latino, di diversi autori. Ora la lettera dedicatoria, dopo la
data di Foligno 12 novembre 1721, è firmata da Francesco
Maria Benvenuti, che dice di scrivere a nome di « pochi ac-
cademici ». E poiché il suo nome e cognome ricorre anche in
testa a due componimenti poetici della stessa raccolta, noi
vediamo che egli qui si qualifica: Francesco Maria Benvenuti
da Bologna, Accademico Agitato (2). Questo dovette essere
l'uomo che esercitò la maggiore attività e che ebbe più au-
torità nel seno della terza Accademia folignate di quel pe-
riodo.

Io ho voluto indagare chi fosse il Benvenuti; ma di-
chiaro subito che le mie ricerche hanno avuto un esito quasi
negativo. Nulla di lui ci dicono i biografi bolognesi come
l'Orlandi e il Fantuzzi (3); solo il Mazzuchelli io ricorda e
ce ne dà una notizia incompleta. Ma è certo che questo
poeta bolognese era già noto prima del 1721 per alcuni com-
ponimenti pubblicati in occasioni diverse. Uno di essi è l’Ode
su La fama veridica dedicata al Marchese Francesco Maria
di Borbon del Monte e pubblicata dal Campana di Foligno
nel 1714 (4). Un altro è un sonetto inserito nella Raccolta di

(1) Ecco il titolo come lo riporta anche il FALOCI-PULIGNANI: Componimenti
poetici | Per la feticissima Monacazione | di Suor Maria Rosalia |al secolo Tecla
Maddalena Vitelleschi | Nobile di Foligno | Nel Venerabile Monastero di Santa Lucia
di detta, Città | del primo Ordine di S.^ Chiara | Dedicati a Madama Maria Flami-
nia Barnabò Vitelleschi — In Foligno, pel Campana stampatore pubblico, 1721.

(2) Cfr. le pagg. 10 e 17 dell'opuscolo, dove si leggono il suo sonetto « Itene
pur sepolti in man d'oblio » e l'ode « Sovra superbi fasti ».

(3) Ho interpellato in proposito amici di Bologna, ma invano. Di lui non si trova
menzione neppure nelle collezioni di B. M. Carrati di quella Biblioteca Comunale.

(4) Non mi é riuscito di trovarla nelle Biblioteche di Genova, Milano, Venezia,
Bologna, Roma. Ne prendo pero l' indicazione dal MAZZUCHELLI, Op. cit., sotto Ben-






x L'AGCADEMIA DEGLI AGITATI DI FOLIGNO 363

componimenti poetici per le nozze del principe G. V. di Gallas
e della contessa E. di Dietrichstein, stampata dallo stesso
Campana in Foligno nel 1717 (1) Ed é notevole il fatto
della sua partecipazione a codesta raccolta che fu diretta
dal Boccolini (2), poichè dimostra che i rapporti fra i due
letterati erano fino a quell’anno amichevoli, quali continua.
rono forse finchè non sorse a guastarli l Accademia degli
Agitati, di cui il Benvenuti era magna pars.

I due scritti or ora ricordati ci dicono che egli appar-
teneva fin dal 1714 agli Stabili di Todi (8), ciò che io non
ho potuto verificare, perchè nessuno finora ci ha illustrato
‘in qualche modo quest’ altra società umbra di dotti (4). Ma
tanto le sue iscrizioni accademiche, quanto le sue pubblica-

venuti F. M. — Posso qui aggiungere soltanto qualche notizia intorno al dedicata-
rio. Esso apparteneva al ramo anconitano dell’ antica famiglia dei Marchesi del
Monte Santa Maria nell’ Umbria, detti Bourbon del Monte, e fu uno dei figli del ca-
postipite di questo ramo, Francesco, e di Ippolita Legnani di Bologna Francesco
Maria Bourbon del Monte fu gentiluomo di camera del Granduca di Toscana nel
1688: divenne poi nel 1725 gentiluomo di camera di Vittorio Amedeo di Savoia e ca-
meriere di cappa e spada del pontefice Innocenzo XIII, che morì nel 1722. Ma quel
che più importa di osservare qui è che una sorella di Francesco Maria, chiamata
anch’ ella Francesca, era già maritita al Marchese Piermarino Barnabò di Foligno,
noto come poeta Arcade (Cronisco Celendario) e come principe dei Rénvigoriti dopo
il 1718. Cfr. sulla famiglia Bourbon del Monte il Teatro araldico di L. TETTONI e
F. SALADINI (Milano, Wilmant, 1848), vol. VIII, e sul Barnabò quel poco che ho detto
di lui in più luoghi nel mio cit. studio sui Rinvigoriti è la lettera inedita di Bene-
detto XIV avente la data del 19 agosto 1741 « alla nobile marchesa Francesca Borbon
del Monte vedova del nobile Sig. Pier Marino Barnabò » pubblicgta fra altre dal
prof. A. MANCINELLI nel 1895, per nozze.

' (1) Di questo il MazzUcHELLI non fa cenno; ma io che ho esaminato lunga-
mente la raccolta per il mio cit. studio sui Rénvigoriti (cfr. pagg. 14-15, in nota) e
per l’altro A proposito d’una recente pubblicazione sulle raccolte poetiche del sette-
cento (estratto dall'Ateneo Veneto, fase. UI dell’anno XXXII; pag. 14 in nota), l ho
trovato a pag. 65 di essa. Comincia col v.: « Da l’Istro itene pur sul Tebro altero ».

(2) Cfr. il mio cit. studio sui Rinvigoriti, pag. 14 in nota.

(3) Cfr. opuscoli e Il. citt., nel primo dei quali l'autore si qualifica « bolo-
gnese accademico Stabile di Todi » (come dice il MAZZUCHELLI) e nel secondo « da Bo-
logna, Accademico Stabile » soltanto.

(4) L'archivista-bibliotecario della Comunale di Todi, Dott. G. Pensi, mi scriveva
l’anno scorso che dell’Accademia degli Stabili quella Biblioteca possiede pochissime
carte con notizie frammentarie e che di esse si occupava una distinta studentessa
dell'Ateneo fiorentino.









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panem E







364 E. FILIPPINI

zioni poetiche concorrono a farci ritenere come indubitato
che quest’ uomo di origine bolognese (1), se non abitava in
Foligno, viveva nell’ Umbria e così poteva dar molta noia e
dispiacere ai futuri editori del Quadriregio. E poichè egli, ap-

punto per la sua origine bolognese, doveva conoscere quei
dotti concittadini che si ostinavano a ritenere il Quadriregio
opera del Malpigli anzichè del Frezzi (2), non è fuori di luogo
il pensare che con la sua guerra contro i Anvigoriti obbe-
disse ad una parola d'ordine e, stando nell' Umbria, seguisse
tutti i passi dei rivendicatori del quadripartito poema al ve-
scovo di Foligno, per informarne i suoi amici lontani.
Dopo del Benvenuti, l'opuscolo del 1721 ci parla di al-
tri 12 Agitati, che si firmano tutti col loro nome e cognome
ad eccezione di uno, che ha preferito restare anonimo (3).
Essi sono in ordine alfabetico: 1° Berardi Betore (4), 2° Ber-
nardini Can. Tommaso (5), 83? Bucciari Antonio (6), 4^ Cellini
Antonio (1), 5° Concetti D. Antonio (8), 6° De Bernardinis D.
Ascanio (9), 7° Lesni Giuseppe (10), 8° Pasti Francesco Maria (11),

(1) Di questa origine, ripetuta, come abbiam visto, in più luoghi dallo stesso
poeta, non si può dubitare, tanto più che il CRoLLALANZA nel suo noto Dizionario
storico blasonico ecc. registra una nobile famiglia Benvenuti di Bologna.

(2) Cfr. in proposito quel che ho detto specialmente di P.I. Martelli e di P. F.
Bottazzoni, seguaci di 0. Montalbani, nel mio cit. lav. sui Rinvigoriti, pagg. 115 e
segg. e pagg. 116 e segg. dell'estratto.

(3) Cfr. racc. cit., pag. 16, dove é riportato il suo sonetto: « Ferma, deh, ferma
il tuo leggiadro piede ».

(4) Cfr. racc. cit., pag. 8, dove si legge il suo son.:« Donzella, hai vinto. Gli
alti pregi tuoi ».

(5) Cfr. racc. cit., pag. 15, dove si legge il suo son.: « Qual donna fosti, senza
alcun ritegno ».

(6) Cfr. racc. cit, pag. 5, dove si legge il suo son.: « Forsi del Tinna in sen
Vitelli aurati ».

(7) Cfr. racc. cit., pag. 6, dove si legge il suo son. anacr. : « Del Topino in sulle
sponde ».

(8) Cfr. racc. cit., pag. 7, dove si legge il suo son.: « Il mondo é un vasto
mare, e i suoi contenti ».

(9) Gfr. racc. cit., pag. 23, dove si legge il suo anagramma latino: « Mundi
vana cernens, illa fugis electa ».

(10) Cfr. race. cit., pag. 13, dove si legge il suo son.: « Dove disciolto e si ve-
loce il piede ».

(11) Cfr. racc. cit., pag. 11, dove si legge il suo son.: « Quanto del mio desir
lungi vi svelo ».



L'ACCADEMIA DEGLI AGITATI Dl FOLIGNO 365

9° Rinaldi Rinaldo (1), 10° Ronconi D. Francesco Antonio (2),
11° Scafali Giovanni Paolo (3). Di tutti codesti accademici
solo alcuni hanno vicino al nome e cognome anche l’ indi-
cazione del luogo di nascita: e sono il Pasti nativo di Gub-
bio, l'anonimo e lo Scafali” che erano di Foligno (4). Però
anche gli altri è da ritenere col Faloci-Pulignani (5) che fos-
sero folignati, sicchè su 13 Agitati collaboratori della raccolta
ben 11 erano di Foligno. Questi dovettero essere i fondatori
dell’Accademia. i

Ma l'opuscolo poetico del 1721 non fu soltanto un'affer-
mazione morale degli -Agitati. Il suo carattere puramente
letterario scopriva una rivalità e dava loro una posizione di
sfida di fronte ai Rinvigoriti. Già il Faloci Pulignani osser-
vava: « Siccome nessuno di essi (cioè dei poeti che avevano
« contribuito a formare la raccolta) figura nel lungo elenco
« dei Rinvigoriti o nelle. memorie raccolte dal prof. Filip.
« pini (6), ci nasce il dubbio che la manifestazione di quelli
« Agitali riveli una lotta letteraria che ci é sconosciuta, ma
« che merita studio » (1). Né l'egregio scrittore si limitava
all'esposizione di questo semplice dubbio; ma in seguito no-

(1) Cfr. racc. cit., pag. 14, dove si legge il suo son. : « Dunque t'involi al mondo,
e qual novella ».

(2) Cfr. racc. cit., pag. 9, dove si legge il suo son.: « Che pensi, o Tecla? e
qual consiglio insano ».

(3) Cfr. racc. cit.. pag. 12, dove si legge il suo son.: « Vanne a recider pur le
bionde chiome ». *

(4) Di questa famiglia patrizia di Foligno, estintasi nella seconda metà del se-
colo XVIII, parlò recentemente il prof. A. MaNcINELLI nella. Gazzetta dé Foligno
(n° 3 del 1915) a proposito di La nuova sede della Cassa di Risparmio di quella
città.

(5) Cfr. le parole di lui, riferite in principio di questo studio. Del resto, i co-
gnomi Berardi, Bernardini e Rinaldi sono cognomi folignati che ricorrono anche
nell’op. cit. del Bracazzi (cfr. le pagg. 49, 106, 115 e 132) e non sono ancora scom-
parsi. Quanto poi al cognome Bucciari, osservo che un Angelo Bucciari era cano-
nico della Cattedrale di Foligno sotto il priorato di Ascanio lacobilli (1721-1735) come
appare dal recente e prezioso lavoro del FALOCI-PULIGNANI su I préoré della Catte-
drale di Foligno, pubblicato in questo Bollettino, a pag. 323 dell'estratto.

(6) Allude al mio cit. lavoro sui Rinvigoriti, dove ho naturalmente aggiunto a

° quell’elenco tutti i nomi dei soci entrati in Accademia tra il 1719 ed il 1725.
(7) Cfr. lo studio cit., pag. 44 della miscellanea.












































366 E. FILIPPINI

tando che la sorella della monacanda, cioé la poetessa Maria
Battista Vitelleschi, Accademica Rinvigorita e pastorella d'Ar-
cadia, (1) non appariva fra gli Agitati, aggiungeva: « Forse
« le due Accademie erano in lotta, e questa manifestazione
« gentile di un gruppo cosi notevole di Agitati puó nascon-
« dere una vendetta geniale che essi facevano all’ Accademia
« dei Rinvigoriti, perchè, non potendo accogliere nel loro
« seno la Vitelleschi, vollero far conoscere con questa via
< indiretta come e quanto la tenessero in considerazione » (2).
Ora io credo che il Faloci-Pulignani abbia proprio colto nel
segno con queste ultime parole, poiché l'antagonismo fra le
due accademie folignati è confermato da una spontanea e
chiara testimonianza del Boccolini, che non ha niente che
fare con le parole di lui già da me riferite e che anzi è
in assoluto contrasto con esse pur essendo state scritte nello
stesso anno, anzi pochi mesi dopo.

Si capisce benissimo che in un lavoro destinato alla
stampa come le sue Dichiarazioni del testo frezziano il Boc-
colini usasse la prudenza di lodare, nel modo che abbiam vi-
sto, l’opera degli Agitati. Ma chi avesse potuto leggere nel-
l'animo suo mentre scriveva quelle parole, cioè in un giorno
del maggio 1723, (3) avrebbe subito compreso che egli non
era sincero e nascondeva sotto di esse un sentimento affatto
diverso per quest’ Accademia. Infatti quattro mesi dopo,
quando il povero professore era seriamente preoccupato per
la lentezza del Canneti nel compire la sua Dissertazione sulla
paternità frezziana del Quadriregio e per il ritardo frapposto
alla pubblicazione del nuovo testo del poema, già pronto e
stampato da un pezzo, faceva allo stesso Canneti questa con-




(1) È questa la poetessa umbra, di cui si occupa il FaLOCI-PULIGNANI nel suo
cit. studio e che avevo già ricordato più volte anch'io nel mio lavoro sui Rinvigo-
riti (cfr. l'estratto, pagg. 70, 71, 72, 78, 80, 87, 259).

(2) Cfr. lo stesso studio e la stessa. pagina della miscellanea.

(3) Le Dichiarazioni boccoliniane pubblicate nel 1725 erano già pronte per la
stampa fino dal maggio 1723, come ho dimostrato e documentato nel mio cit. lavoro
sui Rinvigoriti, pag. 191 dell'estratto.










L'ACCADEMIA DEGLI AGITATI DI FOLIGNO 367

fidenziale e amara confessione: « Mi son ridotto a non uscire
« più di casa e andarmene alla scuola per via coperta per
« non aver da soffrire tutto il giorno il rossor sulla faccia
« ne rimproveri dati su questa edizione compita, con trionfo
« dei maligni che ne fanno pubbliche risate. La P. V. Revma
« è bene informata che qua tuttavia sussiste un’Accademia
« ben anche assistita dall’ Em.mo Albani, tutta intenta a
« bersagliare la nostra » (1).

La prima volta che mi capitarono sott'occhio queste tri-
sti parole del Boccolini, mi domandai subito: A quale acca-
demia folignate egli si riferisce senza nominarla? E di quale
card. Albani egli parla? Ma trattandosi di argomento allora
per me secondario non feci le opportune ricerche per risol-
vere le due questioni e senza pensarci su tanto ravvisai in
quell’ accenno un’altra accademia, cioè la colonia arcadica
Fulginia (2), che poteva risentire gl’ influssi di un pastore del-
l'Arcadia romana, qual era il card. Annibale Albani (3). Fu
un errore involontario, di cui mi accorsi quando non mi era
più permesso di ripararvi: infatti il Boccolini, che pur ap:
parteneva alla Fulginza (4), non avrebbe parlato di essa a
quel modo. Dunque egli non poteva alludere che agli Agi-
tati; ed oggi la cosa è tanto più evidente, anzi indiscutibile,
in quanto l’ ingerenza d'un card. Albani ma diverso da
quello nominato nei lavori di questa Accademia é confer-
mata da un documento posteriore, ches vedremo fra poco.

Qui giova osservare che le lamentose parole del Bocco-
lini vengono a confermare il significato dell'opuscolo del
1721 ed hanno per noi un valore morale che supera di molto

(1) Cfr. la lettera del Boccolini in data 20 settembre 1723, da me allegata nella
III appendice al cit. lavoro.

(2) Cfr. la mia nota (4) a pag. 190 dello stesso lavoro.

(3) Cfr. l' Istoria della volgav poesia del CRESCIMBEN:, vol. VI, pag. 407 e l'op.
cit. del MAZZUCHELLI, sotto questo cognome e nome.

(4) E non solo il Boccolini, ma anche tutti gli altri pastori folignati erano Riz
vigoriti. Questa colonia infatti non era stata che un'emanazione dell’ altra Accade-
mia: cfr. i miei due lavori citt., nei luoghi indicati.









dE E Ded

368 E. FILIPPINI

la loro importanza storica. Per esse ormai è certo che, qua-
lunque fosse la causa della loro azione, gli Agitati diedero,
fin dal principio della loro vita accademica, molto filo da
torcere ai Rinvigoriti, e dopo aver rivaleggiato con essi nel.
lagone poetico, li attaccarono vivacemente e crudelmente
nella loro più cara e laboriosa iniziativa e cercarono d'im-
pedire in ogni modo che la travagliata nave del Quadriregio
ristampato e rivendicato a Federico Frezzi giungesse final
mente in porto. Di questa constatazione dobbiamo essere
grati al Boccolini, sebbene sull’ importante argomento egli
dica troppo poco e ci lasci col desiderio di saperne dell’altro.

Della vita vissuta e dell’ attività spiegata dagli Agitatà
di Foligno dopo il 1723 ben poco sappiamo, ma molto pos-
siamo intuire. A chi conosce le vicende del grande lavoro
a cui si erano posti i Rinvigoriti e che aveva già attirato
gli strali dei loro nemici, non riuscirà nuovo che i due anni

più angosciosi per gli editori del poema frezziano furono il
1723 e il 1724 (1). Il Pagliarini e il Boccolini, mentre atten-
devano a dar l’ultima mano ai loro commenti storico-lingui-
stici, non si stancavano di scrivere al Canneti lontano e

occupato in tante cose, affinchè si affrettasse a completare
la sua Dissertazione, senza della quale era inutile ripubblicare
il poema. E il Canneti, che non aveva alcuna fretta, pareva
si divertisse a sollevare sempre nuovi incidenti e a creare
sempre nuove difficoltà per amareggiare l’animo dei due il-
lustri Rinvigoriti. In mezzo a questa alternativa di speranze
e di timori, di passeggeri conforti e prolungate angustie, che
essi non potevano dissimulare in pubblico tra uno stampa-
tore e tanti coaccademici stanchi e assillanti, chissà quanto di
più avranno dovuto soffrire per la condotta implacabile degli

(1) Cfr. il mio cit. lavoro sui Rinvigoriti, pag. 168 e segg.

L'ACCADEMIA DEGLI AGITATI DI FOLIGNO 369

Agitati verso di loro ! Chissà quanto e come avranno riso questi
alle ioro spalle pubblicamente e quanto avranno soffiato nel
fuoco per intraleiare sempre di piü la via ai loro avversari
e per diffondere la sfiducia nell’ opera loro dopo tante pro-
messe non ancora mantenute! L'ambiente era piccolo e na-
turalmente pettegolo, e gli Agitati lo sfruttavano, come me-
glio potevano, a loro beneficio e a danno dei Rinvigoriti.

Ma nell’ ottobre del 1724 usciva finalmente dai torchi
del Campana la tanto attesa Dissertazione del Canneti (1).
Questo avvenimento che doveva far tacere i maligni, forse
non servi che a rinfocolare la loro passione, poichè nessuno
si sarebbe aspettato che quel lavoro, per se stesso molto ap-
prezzato, uscisse senza il poema e senza i commenti. Di qui
nuove insinuazioni, nuove recriminazioni e nuovi sarcasmi,
che tutti possono immaginare, ma che non fecero certamente
grande impressione sull’animo del Boccolini e del Pagliarini,
perchè ormai questi erano sicuri del fatto loro e non erano
lontani dal veder effettuato tutto il loro sogno. Anzi, ora,
erano essi che potevano ridere alle spalle degli Agitati e
pregustare la gioia del vederli presto sconfitti.

Infatti sul principio del 1725 dalla stessa stamperia ve-
nivano lanciati al pubblico i due grossi volumi dell’ ottava
edizione del Quadriregio coi commenti dell Artegiani, del Pa-
gliarini e del Boccolini e con la stessa Dissertazione del Can-
neti (2). Si sa che davanti a questo avvenimento, che segnò
il trionfo dei Rinvigoriti e specialmente dei loro capi più au-
torevoli, fu un coro di lodi piovute da ogni parte d’Italia (3).
Gli Agitati si saranno bene sforzati di togliere ogni impor-
tanza al fatto dovunque si trovassero; ma dovettero accor-
gersi ben presto che il loro era fiato sprecato. Tuttavia non
si diedero per vinti e, lungi dallo sciogliere la loro Accade-

(1) Cfr. lo stesso lavoro, pag. 215 e segg.

(2) Cfr. lo stesso lavoro, pagg. 242-243. È

(3) Cfr. lo stesso lavoro, pag. 251 e segg. Aggiungi a queste lodi quelle avute
prima dal CANNETI, di cui a pag. 225 e segg.















310 E. FILIPPINI

mia cosi fieramente battuta dalla paziente serietà dei loro
avversari, continuarono a radunarsi e ad agitarsi, sicuri che
oramai i Rinvigorili avevano fatto l'« estremo di lor possa »
e non avrebbero tardato a dar segni di esaurimento.

Nè s'ingannarono. Quello stesso anno 1725, che era comin.
ciato con sì lieti auspici per i Znvigoriti, fu anche il prin-
cipio d’una serie di disgrazie che tolsero alla loro Accademia
quel po’ di forza che ancora conservava. La morte della
poetessa Battista Vitelleschi, avvenuta il 1° d’aprile di quel-
l’anno, fu un grave lutto per chi la considerava come uno
dei suoi vanti maggiori: lutto che permise ancora alla debole
lucerna di dare un bagliore, che credo fosse l’ultimo, con una
raccolta di rime in lode della defunta (1). Intanto si era am-
malato gravemente il Boccolini e dopo aver perduto la mo-
glie e dopo molte sofferenze fisiche e morali cessava di vi
vere il 21 aprile 1728 (2), lasciando l'Accademia, di cui era
segretario dall’ istituzione, nella più grande angoscia. Resta-
vano ancora il Pagliarini e il Canneti, che, insieme col Boc-
colini, avevano tanto contribuito a tener alto il nome dei

Rinvigoriti; ma ora senza di lui, già innanzi negli anni e
infiacchiti dal lungo lavoro, non votevano più giovare gran

mao

che alla vita della loro creatura. Nel 17530 moriva anche il

Canneti (3), e da questo momento la nobile società andò
languendo sempre di più senza speranza di risorgere.

Di queste tristi condizioni dei Anvigoriti si valsero cer-
tamente gli Agitati per dar loro gli ultimi colpi e prendere
il sopravvento. Quanto piü di forza perdevano e declinavano
i primi, tanto più dovevano sostenere battaglie coi secondi.
Ma finchè visse il Pagliarini, la lotta fu sostenuta con calore
e senza danno da parte dei &invigoriti: morto lui nel 1740 (4),

(1) Cfr. lo stesso lavoro, pagg. 70 e 259, nonché lv studio cit. del FaLOCI-PULI-
LIGNANI, pagg. 19-20.

(2) Cfr. lo stesso mio lavoro, pag. 20, in nota.

(3) Cfr. la Cremona Liberata dell’ArIsI (Ricchini, 1741), pagg. 257-264.

(4) Cfr. l'op. cit. del BRAGAZZI, pagg. 47-48.

^

L'ACCADEMIA DEGLI AGITATI DI FOLIGNO 311

; quest'Accademia non ebbe più un uomo autorevole che la di-
fendesse e ne garantisse l’esistenza contro l’ assedio sempre
più stringente dei suoi nemici. A questo punto il Frenfanelli-
Cibo osserva: « Quale delle due accademie attaccasse per
« primo, io non so dire; ma certo dovettero essere grosse
« battaglie » (1). Però, come abbiam visto, non si trattava
ora di un principio, sibbene di una ripresa decisiva di quella
lotta, che era cominciata con la stessa nascita degli Agitati
e di cui il chiaro studioso di cose folignati non ebbe modo
di accorgersi.

Così, mentre i Ainvigoriti scomparivano pian piano e
non facevano piü parlare di sé, gli Agitati trionfavano e in-
grossavano ognor più le loro file. Se male non interpreto
un documento accademico del 1° agosto 1149, in quest'anno
il loro numero era già salito a 63. Ma il documento è per

noi troppo importante perchè io mi debba limitare a farne.

quest’'unico accenno. Anzi, essendo esso il solo che si con-
servi, per caso, di quest’ Accademia e contenendo parec-
chi dati preziosi, ho creduto opportuno di riprodurlo e di
allegarlo al presente studio. È desso infatti un diploma di
iscrizione fra i soci, contenente l' impresa e il motto della
società, la formola latina dell'ammissione, il nome del nuovo
Agitato, la data, il nome del Principe e del segretario del
tempo (2) Vediamo quindi, ora, di trarre tutto il profitto
che ci é possibile da questo documento, per la storia della
nostra Società. x

Dell’ impresa e del motto accademico ho già parlato ab-
bastanza, e nulla di nuovo ci dice in proposito la carta del
1749. Anche la sede della società, quale risulta dalla data

(1) Cfr. la lett. cit. in I. cit., pag. 15. Il FRENFANELLI-CIBo desume questo da
un documento posteriore, che ricorderò più oltre.

(2) Mi fu segnalato anzitutto dal conte Frenfanelli Cibo, che l'aveva visto pa-
recchi anni or sono nell'Archivio Municipale di Foligno. Ordinatane la ricerca al-
l’archivista, ebbi la fortuna di ritrovarlo in mezzo alle carte dell’Accademia Fulgi-
nia e il piacere di riceverne il facsimile, che il lettore vedgà in appendice.

25












I
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|
i
























2312 E. FILIPPINI

del diploma, non ci é nuova. Il segretario firmato é quello
stesso Canonico Antonio Bucciari, che già vedemmo fra i
collaboratori della raccolta poetica dell’anno 1721: forse egli
teneva quest'ufficio fino dalla fondazione dell’Accademia. Il
Principe degli Agitat è Alessandro Albani fratello del Cardi-
Annibale Albani e Cardinale egli stesso fino dal 1721: uomo
piecolo di statura — come dice il Vaccolini —. ma grande
di animo, che costruì il palazzo e la villa Albani di Roma
e vi fondò un celebre museo archeologico e una ricca bi.
blioteca (1). A lui, dunque, che nel 1723 era già tenuto in
grande considerazione per essere stato in un difficile mo-
mento nunzio ordinario a Vienna sebbene fosse ancor gio-
vanissimo (2), alludeva il Boccolini nella confidenziale lettera
al Canneti, che ho illustrato dianzi. E le due testimonianze
del 1723 e del 1749 dimostrano che questo personaggio, con -
trariamente agli statuti di altre accademie, era stato eletto
Principe a vita degli Agitati fino dalla fondazione della loro
società. Ma quale attività spiegasse a favore di essa e quale

parte prendesse alle lotte accademiche non so, perchè nes-
suna biografia di questo Cardinale ce ne parla e i docu-
menti personali, che potrebbero illustrare questi fatti, se non
sono andati perduti, non sono presentemente visibili (3).

(1) Cfr. la vita che di questo Cardinale scrisse il VAccoLINI nella Biogra/ia ecc.
di E. DE TIPALDO, vol. IV.

(2) Era nato nel 1792: Cfr. la stessa vita del VaccoLINI, il quale però sbaglia
quando dice che nel 1721 il Cardinale non aveva ancora finito il 28° anno.

(3) Nessun biografo del Cardinale, neppure lo StRoccHI, di cui ho consultato.
a bella posta l'elogio De vita Alexandri Albani stampato a Roma nel 1790, parla dei
suoi titoli aceademici. Ed oggi non é facile rintracciare e consultare i documenti
personali del famoso porporato. Ill MazzaTINTI e ll SoRBELLI registrano varie lettere
sparse di lui nei loro noti Indici e cataloghi, ma nessuna che si riferisca alle sue
relazioni cogli Agitati di Foligno. Io ho fatto lunghe ricerche di simili documenti
a Roma, a Urbino, a Pesaro e a Milano, ma senza alcun esito positivo. La f:miglia
Castelbarco-Albani di Milano, erede di tuttociò che appartenne al Card. Alessandro
Albani, mi ha testé gentilmente informato che i libri e le carte di lui sono stati
recentemente trasportati a Pesaro e si trovano tuttora chiusi nelle casse in attesa
d'un ordinamento e d'una sistemazione definitivi. E quindi impossibile per ora sta
bilire se in quel deposito esistano, come io credo, documenti relativi all'Accademia
folignate. e



è

L'ACCADEMIA DEGLI AGITATI DI FOLIGNO 373





Sarebbe interessante conoscere anche la figura del nuovo

iscritto del 1749, che si chiamava Gioacchino Mattioli e che
era stato eletto nell'adunanza del 18 maggio; ma il diploma
ci dice soltanto che era dottore in ambe le leggi e poco
possiamo attingere ad altre fonti sul suo conto. Il Moroni
afferma che era di Gualdo Tadino e insignito del titolo di
marchese, lo considera come un grande giureconsulto e una
delle glorie più pure del suo paese natio, e dice anche che
era accettissimo ai duchi di Parma e di Lucca (1). Io posso
aggiungere che un suo discendente fu quel Francesco Mat-
tioli, il quale tra la fine del 700 e il principio dell’ 800 spo.
sava Caterina Castiglioni di Cingoli, sorella del Papa Pio VIII (2).
Di lui però non conosco altre notizie biografiche, sebbene
abbia consultato ricordi mss. della mia famiglia, che s' im.
parentò con la sua nella prima metà del secolo scorso. Egli
adunque entrava nell’ Accademia degli A molto tardi e
forse fu degli ultimi suoi soci.

Dopo il 1749 le tracce di quest'Accademia folignate si
perdono quasi del tutto. Ma anch'essa era destinata ad aver
vita non lunga. Abbiamo visto che il Bragazzi ne protrasse
l’esistenza fin verso il 1762; ma il Frenfanelli-Cibo osserva
giustamente che già nel 1760 era sorta in Foligno una nuova
Società di dotti, la FuZginia, con l’intendimento di riconci-
liare gli ultimi rappresentanti dei Znvigoriti e degli Agitati
riunendoli insieme. Infatti l'abate G. F. Roncalli, che nel
gennaio di quell’anno inaugurò la nuova Società, parlava
della soddisfazione di veder dimenticate le lotte sostenute
dalle precedenti Accademie (3). Così dal 1760 i nomi di Pin-
vigoriti e di Agitati scomparvero dalle conversazioni folignati;


































(1) Cfr. il suo cit. Dizionario Ecclesiastico, sotto: Gualdo Tadino. Mi duole di
non aver potuto consultare in proposito la Storia di Gualdo Tadino scritta da R.
GUERRIERI e stampata a Foligno nel 1900.

(2) Così mi risulta da documenti privati riguardanti le due famiglie e la mia,
che fu imparentata con esse.

(3) Di questo discorso, che io non ho potuto vedere, parla lo stesso FRENFA-
NELLI-CiBo nella sua cit. lettera, pag. 15.

















314 E. FILIPPINI

ma inentre dei primi rimase un ricordo simpatico legato
alle opere che essi avean lasciato, dei secondi ci pervenne
invece una fama poco onorevole, quella cioé di oziosi attac-
cabrighe e null'altro.

Ciononostante non si puó dire che essi esercitassero una
azione del tutto inutile nella vita intellettuale di Foligno.
Qualunque opposizione finisce sempre per apportare qualche
vantaggio nella discussione e nella vita. Ebbene gli Agitati,
lottando accanitamente contro i Rinvigoriti, ottennero un ef-
fetto forse contrario ai loro desideri e, in cambio di sfidu-
ciarli e ridurli al silenzio, non fecero che stimolarne sempre
di più le energie e renderne più vivo l'amor proprio e li
determinarono ad uscire in un modo qualunque dall’ impe-
gno gravissimo, in cui si erano messi di fronte ai Folignati e
ai letterati d’ Italia. Io non so infatti se la volontà e l'onestà del
Pagliarini, del Boccolini e del Canneti sarebbero bastate per
trionfare di tutte le difficoltà che si erano frapposte al com-
pimento del loro antico e grande disegno di ripubblicare e
illustrare degnamente l opera del Frezzi. Furono necessari
anche i potenti stimoli degli Agitati, perchè quel disegno di-
ventasse un fatto compiuto. E questo fu l’unico merito che

essi si acquistarono involontariamente nella Foligno della
prima metà del settecento.

ENRICO FILIPPINI.




ISTRUZIONI SEGRETE
DELLA CURIA PONTIFICIA PEL GOVERNO DI PERUGIA E DELLE ALTRE CITTÀ UMBRE

[SECC. XVI-XVII]

Nella ricchissima Miscellanea Strozziana che si conserva
nel R.° Archivio di Stato di Firenze, e precisamente nella
filza 238 della 1* serie, da cc. 25 a 32, si contiene una « In-
strutione per il Governatore di Perugia, data dal Papa >,
che, a giudicare dall’ esame paleografico del testo deve at-
tribuirsi alla fine del secolo XVI o ai primi del XVII, e dai
riferimenti storici che contiene può assegnarsi ad un ‘SPP
di poco posteriore al pontificato d’ Urbano VI:

L’ « instrutione » riguarda principalmente Perugia, come
città « capo di provincia et parte principale dello Stato di
S. Chiesa »: ne determina innanzi tutto l'importanza geo-
grafica e demografica (5 mila fochi circa, mille per rione),
le forme amministrative tradizionali, le giurisdizioni parti-
.colari delle singole Magistrature; le condizioni economiche,
ecc.; passa poi(e qui il documento assume un vero e proprio
valore storico) ad esaminare le condizioni politiche delle po-
polazioni, accennando con ardita franchezza agli « scandali »
che continuamente si originavano dalle fazioni onde la città
era lacerata, e additando con molto accorgimento i rimedi.
I Perugini — dice nella sua vivace semplicità l'istruzione —
« secondo che i superiori vogliono et sanno operare, cosi

son quieti et pacifici; et versa vice discoli et brigosi ».







———————— ————á —
d —— ences ma mmm caa ac neo — —

————————_——_—————-W—_———r————__

n——— BD






























































316 G. DEGLI AZZI

« Quanto al contado, è necessario che chi governa proveda
che li contadini non siano oppressi da’ gentiluomini et trat-
tati peggio che se fosser loro vassalli; et haver ne’ luoghi
di detto contado spie che di continuo denuntiino le oppres-
sioni che a’ detti vengon fatte, poichè li Sindici a’ quali
tocca tale officio lassano di farlo per timore, nè giova con
esso loro rigore di corda od altro, poichè temono molto più
le bastonate!... ». Acutissima è l’analisi delle piaghe sociali
ond'erano afflitte le plebi, specie della campagna, taglieg-
giate iniquamente dal Fisco, angariate dai nobili prepotenti,
dissanguate da usure inumane.

Dopo Perugia, l’ Istruzione passa in rassegna le città
minori, Todi, Foligno, « città povera de’ raccolti, ma indu-
striosa assai nelle mercantie », Città di Castello, « luogo
fertile ed abondante », Nocera « città ricca in commune ma
rovinata dal malgoverno de’ cittadini », Assisi, Gualdo, ecc.,
di tutte esponendo minuziosamente i bisogni, le risorse, i
mali e i rimedi più urgenti. Accuratissimo è l’ esame dei
singoli organi della pubblica amministrazione, inquinata dal
rovinoso e impolitico sistema tenuto dal Governo di appaltar
per denaro, spesso a poco scerupolosi speculatori, gli offici
anche i più delicati.

Per il governo di Città di Castello si dànno poi istru-
zioni particolari dettagliatissime, specialmente per gl'imba-
razzi gravissimi che derivavano dalle « inimicitie capitali
che vi sono, invecchiate et rinnovate dopo l'entrata che fe-
cero li banditi con chiavi adulterine nella città ».

Anche a Narni è dedicato un apposito capitolo del-
l’ Istruzione.

Come si vede da questi brevissimi cenni, l’ Umbria do-
veva allora essere oggetto di cure e di attenzioni assai pre-
murose da parte del Governo papale, se il Pontefice stesso
personalmente si addimostrava così addentro nella conoscenza
delle sue condizioni politico-sociali e dettava direttamente le
norme per la sua amministrazione: amministrazione che —



ISTRUZIONI SEGRETE, ECC. 377

dopo tutto — specie per quei tempi, non può mal giudi-
carsi quando si leggono nell’ istruzione massime improntate
a profonda sapienza politica e a sana giustizia amministra-
tiva, come questa impartita al Governatore di Città di Ca-
stello:

« E necessario che il Governatore non si mostri parziale
da banda alcuna, e nemmeno aderisca alle Case grandi, ma
servi il suo decoro et cerchi administrare a tutti egualmente
buona giustitia ».

G. DEGLI Azzi.

Instrutione per il Governatore di Perugia, data da Papa ......

[R. Archivio di Stato in Firenze: Strozziane, I° Serie, filza 238, ce. 25-32].

Conoscendo la Santità di Nostro Signore che dal buon reggimento
delle principali città del suo Stato procede l'esempio all’ altre di po-
terle ben reggere et governare, ha particolar pensiero, tra molte altre
cure ch’ affatigano la sua mente, di provedere che la città di Perugia,
capo di Provincia et parte principale dello Stato di S. Chiesa, sia ben
governata. Il che, seben pare debito officio di chi ottiene quel Governo,
non però lascia Sua Beatitudine adietro cosa alcuna che possa essere
di giovamento in questo affare; et sapendo essere di molta importanza
che il superiore habbia avertimenti particolari di quel che si richiede
per il buon stato di quella città, ha voluto che al nuovo Governatore
si dia l’infrascritta Instruttione.

: Perugia confina con Agubio, Città di Castello, Cortona, Chiusi,
Castel della Pieve, Orvieto, Todi, Asisi, Gualdo di Nocera e Sasso-
ferrato.

La città è di 5 mila fochi, divisa in cinque Rioni, che chiamano
Porte, e ciascheduna Porta ha mille fochi incirca.

Il Reggimento o Magistrato è di dieci Priori, li quali si cavano di
tre mesi in tre mesi, et ogni tre anni si fa il nuovo Bossolo.

Vi è il Consiglio, che chiamano de’ Camerlenghi, et nesuno può
esser de’ Priori o di Consiglio se non è aggregato in un’ Arte.

L’ Arti sono 48.







——À

————



318 G. DEGLI AZZI

In ciaschuna di esse sono aggregati de' gentilhuomini et cittadini,

de’ quali s: cavano i Magistrati, com' e detto.

L'Arte della Mercantia et del Cambio sono le piü nobili. Da quella
della Mereantia si cava il Capo d'Offitio e da quella del Cambio la
Coda, che tengono il primo luogo nel Magistrato, et son nobili. Del-
l’altre Arti vi sono dell’ Artefici et altre genti.

Ciascheduna Arte ha li suoi Consoci et residenza, et tengono ra-
gione nelle differenze civili che occorrono tra quelli dell’ Arte.

Quando l’anno è fertile, raccoglie grano a bastanza, vino et olio
sempre di sopravanzo.

Vi sono gli Ambundantieri (sc) in numero di XII in circa, quali
attendono alle cose dell' Abbondanza, et vi si mette d'ogni qualità di
gente. Ma é necessario che chi governa soprastia a questo negotio con
molta vigilanza per non esser gabbato, e faccia ogni sforzo che i grani,
biade, legumi et ogli de' cittadini siano tutti ridotti dentro alla città,
et massimamente i grani del Chiusi.

Si faccino spesso le rassegne et che i grani che vengono ai mer-
cati si lascino solo comperare a quelli che n'hanno bisogno per uso
di casa sua, et non a chi li tiene per venderli poi cari. Et che si fac-
cino le provisioni a suo tempo di quel che manca, dalla Teverina, dalla
Marca, da Chiusi, et altri luoghi fertili et commodi; et ogni volta che
l’ Abbondanza fa buona provisione di grani de’ particolari, se sono
però dentro alla città, si vendono a honesto prezzo; ma se son fuori,
ne fanno de’ contrabandi in gran pregiuditio della povertà.

Nel Contado di Perugia si fanno diversi mercati, et vi concorre
del grano et legumi, che li contadini se ne provedono, et ciaschun
Castello fa provisione particolare de’ fornari, et si fornisce di formento
ne’ luoghi ove si fornisce la città; et alle volte si gli dà anche del
grano dell’Abbondanza della città.

Del grano che raccogliono li contadini et castellani si lascia il so-
pravanzo per servitio di ciaschuno luogo, dove è raccolto, et si fa te-
nere buona cura a’ Vicari de’ luoghi che non vada fuori.

È quasi sempre permesso al Contado di comprare pane dentro la
città per uso delle loro famiglie, le quali frequentano assai col portare
delle legna, carbone, frutti et altre cose; et quando non trovano nella
città da comprar pane, sono cagione di rumori: onde bisogna avertire
che nella città vi sia pane non solo per li cittadini, ma ancora per li
contadini, et in questo usare ogni diligenza.

La medesima diligenza usi il Superiore in provedere che il: Lago
non sia danneggiato da’ particolari che non ci hanno che fare, pescan-
dovi in modi et tempi prohibiti con molto pregiuditio dell’ Abbondanza



ISTRUZIONI SEGRETE, ECC. 379



et della R.da Camera; et sebene ci sono bonissimi ordinamenti et il
Conduttore vi deputa li bargelli, tuttavia è bisogno che detto Superiore
faccia usare diligenza dalla sua Corte in guardarlo. Et il medesimo
avertimento serva in tutte le cose concernenti alla detta Abbondanza,
senza fidarsi punto delli Ministri deputati dalli Abbondantieri o da
altri.

Gli scandali principali che nascono tra li Nobili quasi sempre hanno
origine dalle caccie o pesche, che ciascuno vuol fare reservate ne”
luoghi ove hanno poderi, ma non però giurisditione alcuna. Però do-
verà il Superiore fare che siano liberi a ciascuno e nessuno faccia re-
servati. 7

Dovrà anco far in modo che li mercatanti et artisti siano pagati,
perchè si piglia volentieri in credenza et malvolentieri si paga; et in
questo si usano anco minaecie et bravarie: il che non fanno quando il
Superiore è conosciuto di valore.

Temono assai l’essere astretti a sicurtà di rappresentarsi, et è buon
rimedio — quando vien l’occasione — fargliela dare.

Quando si ha not tia di qualche disparere, legargli subito a sicurtà
de non offendere, che è parimente rimedio ad ovviare che non succeda
peggio.

Li dispareri che sono hoggi in quella città sono tra Signorelli e
Siguorelli, et Gratiani e Gratiani, seben ci vanno annesse molte altre
famiglie, delle quali chi aderisce ad una e chi all’altra parte.

Et insomma secondo che i Superiori vogliono et sanno operare,
così son quieti ct pacifici, e versavice discoli e brigosi. Et perchè cer-
cano volentieri licenza di portar arme, costumano di gravar il Castel-
lano della Fortezza che li ponga nel ruolo de’ suoi soldati: il che dà
qualche disturbo al Governo. Pertanto deve il Governatore haver
buona intelligenza col Castellano, tanto per questo rispetto, quanto
per altri.

Quanto al Contado, è necessario che chi governa proveda che li
contadini non siano oppressi da’ gentilhuomini, et trattati peggio che

* se fossero lor vassalli, et haver ne’ luoghi di detto contado spie che
di continuo denuntiino le oppressioni che a’ detti vengon fatte, poichè
li Sindici, a’ quali tocca tale officio, lassano di farlo per timore, né
giova con esso loro rigore di corda o altro, poichè temono molto più
le bastonate.

È d’avertire anco che li contadini non siano angariati et massime
da esecutori ed esattori tanto civili quanto criminali, che alle volte de-

vono pagare un scudo, e vengono pignorati in buovi, somari et altri

mobili, che poi per impossibilità o per dapocagine non rescuotono, et

.













































380 G. DEGLI AZZI

per un scudo perdono quel che val dieci, e restano falliti; al qual di-
sordine fa bisogno rimediare con maniera men dannosa che sia pos-

sibile.

Si rovinano ancora i pover’ huomini col pigliare a credenza del
grano, legumi et cose simili, perciochè gli sono apprezzate senza di-
scretione: onde si dovrebbe per bando limitare il prezzo.

Sono anco angariati spesso da’ Mastri di strada d’haver andare a
lavorare alle strade ne’ tempi delle faccende: a che il Superiore deve
provedere. che non siano astretti se non è di necessità, e fare che nel-
l’opera sieno sovenuti in parte del mangiare dalli facultosi et da quelli
che ricevono commodo di tali servigi.

È bene che il Superiore vada rattenuto in mandar fuori per il
Contado le Cavalcate, se non v'è causa di molta importanza, per le
gravi spese che sogliono portare dette Cavalcate.

Oltre il buon governo della città e suo contado, deve anco il Go-
vernatore di Perugia haver mira al buon reggimento delle città e terre
che gli sono sottoposte, che sono:

Rodi: : : 2 Sassoferrato Cisterna (sc)
Foligno - Y Trievi Bastia i
Città Gualdo Castel della Pieve
Moutefalco
Bevagna
Asisi . : : 5] Spello

Città di Castello Terre

Nocera

Todi ha nome di portarsi male de' suoi contadini, e massime nelle
cose dell' abbondanza, che sforzano quelli del contado a riportare li
grani dentro, e li contadini lasciano il loro de fuori per contraman-
darli poi dove lor pare, et con quello del contado fanno l’ abbondanza
della città, e da’ particolari patono ancora li contadini molte angarìe :
a che deve il Superiore similmente provedere.

Foligno è città povera de’ raccolti, ma industriosa assai nelle Mer-
cantie. In Commune vivono male, et si trova quella Communità in
grosso debito, che ne paga molti interessi; et se il Legato o Governa-
tore di Perugia facesse rivedere i conti a quelli che han maneggiato
le cose del Commune, che loro chiamano Prefetti et Prefettura, si tro-
varian forse molti de’ loro debitori, e sarà di rilievo alla povera Città.

Ma il padule vicino alla città, luogo di’ Jacobilli, nel quale si race -
coglie gran quantità di grano, et se ne’ tempi bisognosi servisse a
detta città e si riponesse dentro, gli daria gran sollevamento.

Città di Castello è luogo fertile et abondante et raccoglie grano et

vino d'avanzo, seben la maggior parte del territorio è de’ signori Vi-

ISTRUZIONI SEGRETE, ECC. 981

telli, signori Montisti et signori Bufalini: et ogni volta che li raccolti
non si mandassero fuori, come si fa in mandarli in Agubio et altri
luoghi circonvicini, si darìa qualche ristoro agli altri luoghi della Pro-
vincia che sono poverissimi.

Vi è in detta Città di Castello inimicitia capitalissima tra li signori
del Monte, cioè li figlioli del signor Bartolomeo, et li Ranucci, quali
sono cittadini, et non possono competere con detti: nondimeno non li
fan pace, essendoci successi homicidii dalla banda loro.

Nocera è città ricca in Commune, ma per il mal governo de’ cit-
tadini sta sempre in debito. Ci sono state gravi inimicitie, che hora
son pacificate, ma è d’avertire che non rinasca qualche novità.

Asisi ha bisogno di grano per haver pochi territori e sterili, poichè
la maggior parte del piano, ch'è buono et fertile, è di Perugia, e sem-
- pre sono in contrasto per il cavar del grano; e l'anno passato penu-
rioso andorno armata mano a levarglielo e lo condussero in Asisi. Vi
sono state gravi inimicitie tra l’Amatucci, Fiumi, Negri et altri adhe-
renti da una banda, Sperelli, Filippucci et altri dall'altra banda, et ci
sono nati degli homicidii, e da poco tempo in qua si sono quietati:

che, per esser brigosi, bisogna che il Superiore li tenga in timore.

L'essere avisato da' Governatori delle cose che occorrono nelle
città, non pure è bene, ma necessario. :

Circa alle Terre, bisogna havere tre considerationi: la prima de’
Podestà et Commissari che vi son mandati da Roma, con informarsi
bene delle qualità loro, o come si portino in administrar giustitia; se-
condo, della qualità de' delitti che vi occorrono ; terzo, dell'administra-
tione che si fa da' particolari cittadini dell'entrata pubblica.

Se il Podestà non sarà tale quale deve essere, sarà bene monirlo;
e se sarà incorregibile, avisarne quà a Roma.

A’ delitti che si commettono in dette terre conviene essere circon-
spetto, et procurarne buona et reale informatione ; et acciochè non si
muova il Superiore per ogni picciola cosa a mandarvi delle Cavalcate,
che sono l'estrema rovina di dette Terre, come all’incontro è utile il

“ mandarvi alle volte il Bargello generale all’improviso per cercare de’
malfattori, acciò non si assicurino di starsene nelle loro case, comé
farebbono se non havessero questo timore, poichè la Corte particolare

de’ luoghi — per esser debole et di poco numero di sbirri — è poco

temuta.

Deve anche avertire di non levare dal Podestà del luogo, per tirar
guadagno alla Corte maggiore, quelle cause che non si devono levare,
perchè si fa danno a’ pover’ huomini et dispiacere al Potestà, il quale
alle volte — per timore che non gli sieno levate le dette cause — non









—n —

p—————À—— —p—



382 G. DEGLI AZZI

dà quella fedele relatione che doveria. Al che si può ovviare con te-
nere in ciascuno di detti luoghi delle spie che diano continuamente
aviso delle cose che occorrono.

Et perchè l’intrate delle Communità delle Terre piccole sogliono
essere o male dispensate o usurpate da qualche cittadino di più polso
degli altri, deve il Governatore di Perugia farci haver l'occhio, e so-
pratutto che s'astrenghino a render conto quelli che le administrano.

Et perchè in Gualdo si ha qualche sentore che da alcuni della
Terra siano male administrati i danari che quella Comunità hebbe in
grossa somma dalla Camera per bisogno dell’ Annona, doverà il Go-
vernatore di Perugia ordinare che siano riveduti li conti esattissima-
mente a tali administratori accioché il male non vada crescendo.

Il che è quanto occorre dire brevemente circa il buon governo
della città di Perugia e suo contado e delle città e terre che li sono
sottoposte. Restano alcuni altri particolari avertimenti da osservarsi in
generale.

Il Governatore di Perugia deve haver l’occhio che li suoi officiali
e ministri non gravino i sudditi in lunghe prigionìe, ma l’espidischino
presto con quella minor spesa che sia possibile, massime quando non
son cause gravi.

Deve similmente un giorno della settimana far Congregatione delle
cause criminali, e non lasciarle tirare in lungo; et quando vede l'im-
possibilità, provederci e non aspettar le visite che si fanno solo l’ultimo
Venerdì del mese.

Dare spesso l'audienze publiche, e le differenze civili spedirle
sommariamente, ch'é di molto rilievo.

Che i Giudici civili siano anco spediti nelle cause che vertono
avanti di loro; et quello che possono spedire in una settimana, non
vi mettano il mese; et quando scorgono qualche detto litigioso et che
si piglia le liti per spasso, come ve ne sono pur assai, darne notitia
al Governatore acciò con l’autorità v’imponga silentio.

Per ultimo non par fuor di proposito il porre la nota degli Offi-
ciali che sogliono essere in detto governo e delle loro provisioni, che
sono :

Quando nella città di Perugia et Provincia d’ Umbria vi è il Legato,
la Camera gli dà ducento scudi d’oro il mese di provisione, e dieci
per cento di tutto quello s'incamera, e tutte le legna si lasciano ad
una porta di detta città, detta Porta S. Angelo; e niente altro.

Il Legato dà cinquanta scudi il mese al suo Vicelegato, quale ha
anco cinque per cento di tutto quello s'incamera, e piglia le propine
delle cause civili che conosce.

ISTRUZIONI SEGRETE, ECC. 383

Si tengono due Luogotenenti, uno criminale e l'altro civile, li quali
non hanno altra provisione che le propine che si cavano delle cause
che fanno.

Il Luogotenente criminale tiene un sustituto, che li si dà nome
d’Auditore Cavalcante, al quale ordinariamente sòl dare sei scudi il
mese et la tavola; et quando sta nella città, tira innanzi i processi
usque ad sententiam exclusive; se va fuora, parte per mezzo il gua-
dagno delle cavalcate, il quale emolumento suol causare che il Luogo-
tenente criminale persuada volentieri il mandar le dette cavalcate, et
il sustituto per farsi più grato a esso Luogotenente tira quanto più
può in lungo la sua commissione, et sempre procura tirar la causa a
Perugia. A che deve il Superiore star molto avertito.

Il Fiscale vien messo dal Thesoriero di detta città, ch'esso nomina
tre Dottori, uno de' quali dev'esser approvato dal Fiscale Generale di
Nostro Signore, e quello è messo a detto offitio, quale non ha altro
che cinque per cento di tutto quello ch'entra in Camera.

Vi é il Vicefiscale, quale depende dal Thesoriero: ha scudi cinque
il mese di provisione, et uu scudo il giorno quando cavalea fuori a fare

le confiscationi.
Quando vi é il Governature, ha cento scüdi d'oro di provisione il
mese et cinque per cento di quello che s'incamera, e le legna della

suddetta Porta.

La Seeretaria é venduta, ch'é del sig. Mario de' Massimi, e la dà
in affitto.

La Cancellaria criminale sta nel medesimo modo et è di mons.
Gallo.

La prigionìa è parimente venduta, che l'hanno gli heredi del sig. An-
nibale del Giglio.

Il Bargello tiene 35 huomini e 10 cavalli; la sua paga ordinaria è
di 60 in 62 scudi incirca, de’ quali parte ne paga il Thesoriero et parte
ne riscuote da certi luoghi della Provincia.

Li Notariati civili sono della città, ma perchè il Collegio de’ No-
tarii sborsòrno ..., che furno venduti dalla Camera, però essi Notari
del Collegio godono detti Notariati sinchè sieno restituiti i lor danari.

Il Thesoriero generale, che tiene in appalto dalla Camera detta
Thesoreria per 9 anni, e ne paga intorno a 22 mila scudi l'anno, in-
terviene alla segnatura di suppliche, alle confiscationi et altre incam-
merationi, delle quali n'ha a ragione di 30 per cento, oltre che la Ca-
mera l'assieura per 1500 scudi incirca de' malefitii. Ha l' esattione delle
Gabelle di tutta l'Umbria et altre impositioni, e li proventi del Lago,
de’ quali se ne paga lo Studio, et se ne cavano intorno a 7 mila scudi.







384 G. DEGLI AZZI

Vi è anco il Magistrato della Ruota, che sono 4 Auditori e durano
4 anni senza poter essere rifermati, et un anno per ciascheduno tocca
di essere Potestà. Hanno 25 scudi il mese d’ordinario, la casa pagata
e non possono pigliar propine se non in cause commissarie.

IL

[A. S. F. Strozziane, filza cit., ce. 7-8].
Instructione per il governo di Città di Castello.

Ancorchè la persona destinata al governo di alcuna città debba di
per se stessa haver cognitione generale di quel che si richiede al suo
offitio e notitia particolare degl’istituti del luogo, della natura delle
genti et di quello ch'é necessario per ben governarle, tuttavia per fa-
cilitare il negotio giudica Nostro Signore esser bene che a' nuovi go-
vernatori si diano particolari avertimenti: onde per il Governatore di
Città di Castello si dà l'infrascritta instruttione:

La Città di Castello confina col territorio di Perugia, col Granduca
di Toscana, col Sig. Duca d' Urbino et con li Signori del Monte Santa

Maria.
E abbondante di viveri, ma il confino di Toscana é molto ben da

guardare, perché di là volentieri e facilmente vi si fanno estrattioni:
di che non è molto pericoloso il confino del Sig. Duca d’ Urbino, es-
sendo assai lontano a città grosse e castelli di Sua Altezza.

Tra il detto confino di Città di Castello e del Granduca è un ca-
stelletto chiamato Cospaia, di territorio circa un miglio, il qual luogo
si pretende libero, et è abitato da gente di male affare, et molte volte
s'è dato alla Chiesa et al Granduca non per altro interesse che per
fuggire l’uno e l’altro tribunale. Però bisogna stare molto bene aver-
tito che gente vi pratica et andar circospetto a mandarvi la Corte, sì
perchè quando son molestati dalli offitiali della Chiesa dicono essere
raccomandati al Granduca, et così all'incontro, sì anchora perchè è lo-
ghetto forte et i pochi sbirri ve ne toccharebbono. Il rimedio migliore
per detto luogo pare che sia il processargli, perchè così o vengono alla
Supplica, o si costituiscono ; et il medesimo usano i Ministri del Gran-
duca, chè altrimenti si verrebbe in lite.

Deve il Governatore di Città di Castello haver buona intelligentia
con Mons. Governatore di Perugia et avisarlo delle cose importanti,
perchè in poche hore può haver socorso di sbirri e d'altro che facesse
bisogno.

Il Governatore segna le suppliche, ma alle volte vi è chi ricorre a

ISTRUZIONI SEGRETE, ECC. 385

Perugia per la segnatura, di che la città, alla quale appartengono le
pene ex titulo oneroso, ne fa ordinariamente rumore; ma di questo

non bisogna che il Governatore di Città di Castello si travagli, lascian-
dola strigare tra il Governatore di Perugia et gl’ huomini del Consiglio,
perchè ne nascerebbe mala sodisfatione tra esso et gl’ huomini del Con-
siglio, de’ quali molti sono che hanno caro il ricorso a Perugia et
molti non vorrebbono.

Il detto Consiglio si governa secondo le riforme di Mons. di Ros-
sano, alhora Governatore di Perugia e di papa Urbano 7°, le quali —
come s'intende -- sono molto bene ordinate: però è utile al buon go-
verno continuare sotto di esse; ma se il Governatore avertisse esser
necessario accrescimento o diminutione di dette riforme, doverà dare
avviso di qua, et goveruarsi in tal caso secondo l'ordine che riceverà.

Et perché niuna cosa è che più turbi la quiete delle città che
l inimicitie de' cittadini, massime quando sono tra’ principali, e divisi
in fattioni, doverà il Governatore havere a questo gran cura, intenden-
dosi che in Città di Castello vi sono inimicitie capitali invecchiate et
rinovate dopo l’entrata che fecero li banditi con chiavi adulterine nella
città, dove ammazzórno i Ranucci fratelli di messer Ranuccio Ranucci,
il quale si fa capo della fattione, et è seguitato da’ suoi parenti; et
sebene non son molti, hanno però di molte adherentie; onde bisogna
haver molto l’ occhio adosso al detto Ranuccio et alla sua contraria
fattione, et particolarmente avertire alle genti forestiere che vengono
nella: città da’ castelli circonvicini, i quali sono interessati nelle nemi-
citie con detto Ranuccio, et anco haver l’ occhio a quelli della città che
praticano in detti castelli.

Finalmente è necessario ch’ el Governatore non si mostri partiale
da banda alcuna, nemeno adherisca alle Case grandi che sono in detta
città, ma servi il suo decoro, et cerchi administrare a tutti egualmente
buona giustitia.

[Filza cit., cc. 23-24].
Instruttione per il Governo di Narni.

Sapendo la Santità di N. S. essere non pur utile, ma necessario
che i nuovi Governatori delle città vadino instrutti d'aleune cose par-
ticolari pertinenti al loro governo, acciò che possino bene esercitare il
loro offitio, ha Sua Beatitudine comandato che si dia loro instruttione







386 G. DEGLI AZZI

e di quello che pare più opportuno. Onde si danno per il Governatore
di Narni l’infrascritti avertimenti :

Narni confina con Terni, con Amelia, con Otricoli, con lo Stato
del Sig. Gio: Antonio Orsino e con la terra di Colliscipoli, colla quale
ha continua lite di confini, e vi nascono spesso de le risse per tal conto:
però doverà il Governatore haver l’ occhio che non nascano inconve-
nienti in questa materia. Raccoglie per ordinario da vivere abastanza
e davantaggio; ma perché verso 'lerni é contrabandata molta roba,
spesso le mancha il suo bisogno. Pertanto dovrà il Governatore pro-
vedere che non si faccino contrabandi.

Gli huomini di questa città sono per natura quieti, sebene da certo
tempo in qua vi é nata qualche mala sodisfatione tra due Case princi-
pali, ehe sono gli Scotti e Cesi, che hanno molto seguito; onde biso-
gna che il Governatore habbia l'occhio adosso a l’una e l’altra parte,
e si faccia temere così da’ principali interessati come da quelli che fan
professione d’ esser loro adherenti.

Non deve il Governatore esser facile a concedere licentia delle armi
ad alcuno, ancorchè di dette licenze egli possa pretendere qualche emo-
lumento.

E perchè ha la segnatura e la decima delle suppliche, suol spesso
‘esser richiesto di compositione di delitti, ancorchè meritassero pena

«corporale : il che nuoce al bon governo: però non deve venire a dette
5

compositioni, se il caso nol comporti.

Il Governatore di Roma pretende che la sua giurisditione si stenda
sino a Narni: il che i Narnesi non vogliono sentire: tuttavia è bene
che il Governatore di Narni habbia buona intelligentia con quel di
Roma.

M.° Pierleone da Spoleto

MEDICO E FILOSOFO

Note biografiche con documenti inediti

Nella seconda metà del sec. XV la medicina va assu-
mendo in Italia un tipo storico che si distacca notevolmente

da quello dei secoli precedenti per il ritorno allo studio dei
classici greci, per la decadenza di queilo degli arabi e per
la sostituzione di una filosofia materiata di osservazioni e
di sperimenti alla filosofia scolastica. Tra i grandi medici
dell’ epoca, seguaci del nuovo indirizzo, fu M.° Pierleone
di Spoleto (1), che nel pieno vigore degli anni e della ma-
turità intellettuale trasse la sua educazione filologica e filo-

(1) Il Corsi, cit. dal Delta Torre, lo ricorda con queste parole: « Petrus quoque
Leo, medicorum suae aetatis facile princeps ac naturae reconditorum indagator
acerrimus, platonicis et Marsilio operam assiduam dedit, eamque summo semper
in honore habuit ».

Il Ficino nel suo commento al Timeo dice: « Petrum Leonem Spoletinum no-
vimus mathematicorum maxrime beneficio, non Aristotelicos tantum, verum etiam
Platonicos sensus jam penetravisse » (Opera, II, p. 1464). E nel I cap. del lib. VI
della Theologia : « ... Petri Leonis Spoletini, qui platonica peripateticis praeclaris-
sime junxit ». E nel proemio del suo Commento al secondo libro della sesta Enneade,
rivolgendosi al Magnifico : « Audivisti enim nonnunquam, et forte quandoque leges,
familiarem tuum atque meum, Pierleonem mysteria, eiusmodi divino quodam, ut
cetera, solet, instinctu tractantem ». « Per questo il Ficino, dice A. Della Torre, lo
chiamò suo complotinico, come prima lo aveva chiamato complatonico e lo chia-
merà poi addirittura suo alter ego, giacché tutto é comune fra loro due: la profes-
sione di medico, l' astro presidente della nascita, il filosofo studiato, il patrono ve-
nerato » (Storia del Accademia Platonica, Firenze, Carnesecchi, 1902).

RAFFAELE VOLTERRANO lo descrive come « doctrinarum omnium curiosus ac
sobrius judex ». E il SANNAZARO, nelle rime scritte per la sua morte: « 0 gloria di
Spoleto... o Pier Leone... che del mondo sapesti ogni cagione ».

26











388 L. GUERRA-COPPIOLI

sofica dall’ Accademia Platonica Fiorentina, di cui egli stesso
divenne autorevole membro, e dalla consuetudine con i
dotti del Circolo Mediceo, a cominciare da Marsilio Ficino (1).

Scrisse di lui difatti il Giovio (2) negli Zlogi: « .. Multo acu-



mine perspicacis ingenii, eruditaque facundia inter medicos pri-

mus fere prolato Galeno, verum medicinae limen aperuit, quum
in clarissimis Italiae Gmnasiis profitendo, exercendoque artem







Spoleto.






summa nominis auctoritate, non ex faeculentis Arabum. lacunis,
sed ex purissimis Graecorum fontibus exhaurienda praecepta




artis atque remedia docuisset ».
M.? Pierleone di Leonardo apparteneva a nobile famiglia











(1) « AL suo honorato M. Pierleone Spoletino filosofo. La, vostra epistola, dot-
tissimo filosofo, mi domanda i misterij Platonici e insieme di cose Platoniche tratta,
| e li domanda così bene che io non glie li so negare, così bene di quelli tratta, che io
| | non posso non mandarglieli ; non havendo io più cosa alcuna che a colui possa +
| B mandare, che già tutte le possiede, che farò to adunque ? Seró do avaro verso uno
che così gratiosamente me le domanda ? 0 pure un superfluo donatore con uno che
! ogni cosa possiede? Ma io voglio piuttosto qualche volta cose superflue dare, che ne-

gare le debite.
| « MARSILIO FICINO ».
| Tomo Quinto delle divine lettere del gran Marsilio Ficino tradotte in lingua
j toscana per Felice Figliucci senese.
| (In Vinegia, de Ferrari, 1546).
(2) GIovIo, Elogia doctorum virorum, Basilea, 1556.

















M. PIERLEONE DA SPOLETO 389

spoletina (1) che aveva già dato e dette ancora cultori all'arte
medica (2): nulla sappiamo tuttavia sulla sua giovinezza e sul-
l'inizio dei suoi studi medici, che probabilmente dovette fare a
Roma. Certo i primi documenti che intorno a lui conosciamo
ce lo fanno trovare a Roma, sia nel 1475 (3), quando cioè fu
chiamato lettore di medicina nello studio di Pisa, dove rimase
per gli anni 1415-16, 1416-11, sia nel 1482 (4) quando, in se-
guito ad insistenti sollecitazioni (5), stipulò il contratto per
tornare allo Studio Pisano nel quale insegnò fino al 1487,
.percependo negli ultimi due anni lo stipendio, veramente
straordinario per quei tempi, di 1000 fiorini d'oro an-

(1) Lo stemma dei Leoni era: d' azzurro con leone rampante d'oro, avente un
compasso aperto in una delle branche anteriori.

« Quando si estinguesse la famiglia Leoni, non é noto. In un elenco delle fa-
miglie nobili spoletine redatto nel.1755, conservato nel palazzo comunale di Spoleto,
la famiglia Leoni é notata come estinta, senza indicazione,di anno e di parrocchia.
Sembra però che essa prosperasse a lungo e fosse non immemore del famoso ante-
nato. Ho trovato infatti un Leoni di nome Pierleone, nel 1563, notaio del vescovo
Fulvio Orsini. Come anche non pare che i Leoni si mantenessero in buoni rapporti
con il convento presso il quale fu sepolto il famoso medico. Nel tom. I, f. 154 della
Sacra Visita Barberini, esistente nella Cancell. Arcivescovile di Spoleto, il 23 luglio
1610, il parroco di S. Niccolò di Spoleto, frà Giacomo Mainoni di Anghiari, reclamava
al vescovo che Angelo Leoni doveva alla chiesa sei scudi per un lascito pio e non
li dava; che usurpava con tutta la famiglia un transito per un podere della chiesa,
e minacciava e ingiuriava i contadini che volevano impedirlo. Il letterato e giure-
consulto Vincenzo Leoni, morto a settant’ anni nel 1719, fu certamente di questa fa-
miglia ». (SORDINI, AUa ricerca della tomba di un vomo celebre. Atti dell’Accademia
Spoletina, 1901).

(2) Tra questi il nepote Angelo di Pietro Paolo e il cugino Gregorio di Giov.
Battista, entrambi discepoli di Pierleone.

(3) Lettera agli Ufficiali dello Studio, datata da Roma l’8 luglio 1475. (R. Ar-
“ chivio di Stato di Firenze. Lettere dello Studio Pisano dal 1473 al 1529).

(4) R. Archivio di Stato di Firenze, Ricordi per lo Studio Pisano dal 1481 al
1505, e. 11 r., c. 13 t. — Diplomatico, Archivio generale, 8 maggio 1482.

(5) « ... Giunta che sia V. S. Reverenda a Roma, stimiamo verrà a visitar quella
: Maestro Pier Leone da Spoleto medico'ex officio, e non venendo, gnene darete per vostra
singolare humanità occasione; e venuto sarà, V. S. quid aliud agens dextramente faccia
mentione di adoperarsi che sia da noi condotto per lo Studio di Pisa, se avessi
lanimo disposto. La sua buona dottrina é notissima per experientia, e il maneca-
mento che abbiamo dei Doctori in pratica di medicina c'impone necessità e desi-
derio d'averlo etiam nel presente anno per sostentare l' honore e la reputatione
dello Studio di Pisa ... ». (Lettera degli Ufficiali dello Studio a Mons. Soderini Ve-
scovo di Volterra. Da Firenze il 13 novembre 1480).







390 L. GUERRA-COPPIOLI

nui (1). E a Roma ea Spoleto dovette avere la sua dimora
abituale prima d’iniziare la carriera dell'insegnamento cli-
nico e successivamente negli intervalli tra corso e corso,
consultato e ricercato dalla Corte pontificia, da cardinali,
da vescovi (2), da principi e da sovrani, tanto che durante
la sua luminosa carriera fu medico, oltre che dei Signori
di Firenze, di Innocenzo VIII (3), di Alfonso duca di Calabria,
del Re di Napoli, di Lodovico Sforza, duca di Milano, ecc. (4).

Difatti, nel 1487, abbandonando lo Studio Pisano, se ne
tornò a Roma, « raptus veritatis amore », sia per attendere
ai suoi studi prediletti in un « ozio moderato e onesto »,
sia perchè a Pisa « gli parve, mentre vi stette, essere male
trattato dagli Ufficiali ... e che di lui non si teneva quello
conto che gli pareva meritare » (5). A dir vero i documenti
dello Studio Pisano che si riferiscono a Pierleone non giu-
stificano del tutto questo apprezzamento, dovuto forse al suo
carattere altero (superbia quaesita meritis!), perché non sol-
tanto egli ebbe dal 1485 al 1487 uno stipendio superiore a
quello di tutti gli altri Lettori, pur essendo già notevole
quello con cui era stato assunto (700 fiorini), ma gli furono

sempre concesse le maggiori facilitazioni per l'esercizio pro-
fessionale, specialmente a Firenze: troviamo difatti nume-

(1) R. Archivio di Stato di Firenze, Ricordi per lo Studio Pisano dal 1481 al
1505, c. 101t; c. 140t; Miscellanea di documenti riguardanti lo Studio Pisano dal
1472 al 1568, cc. 264-265.

(2) Il 26 ottobre 1476 Mons. Francesco Salviati, arcivescovo di Pisa, scrive a Lo-
renzo de’ Medici di essere indisposto e di avere per medici curanti M.0 Stefano da
Milano e M.° Piero Leoni. (R. Archivio di Stato di Firenze, Med. av. il Princ. f. 33,
c. 909).

(3) FABRONI, Historia Acad. Pis., vol. I, pag. 348. Lo afferma anche il MANDOSIO
(8éaxpov, in quo Maximorum Christiani Orbis Pontificum Archiatros Spectandos
exhibet. Roma, 1636) sulla fede dello JACOBILLI (Bibliotheca Umbriae, pag. 224), con
cui però non é concorde il MARINI (Degli archiatri pontifici, t. I, pag. 197).

(4) Il 14 novembre 1487 Lorenzo il Magnifico scrive al Lanfredini a Roma, an-
nunziando che Lodovico Sforza era peggiorato in salute e che era stato chiamato
presso di lui il medico Pierleoni. (Archivio di Stato di Firenze, Mediceo av. il Princ.,
f. 51, c. 11).

(5) Lettera di Pietro Filippo Pandolfini a Lorenzo il Magnifico: in FABRONI, Vita
Laurentii Medicis.









M. PIERLEONE DA SPOLETO 391

rosissime le concessioni di licenze e le appuntature (1) di
assenze dai corsi ch'egli faceva per attendere alla cura di
cospieui personaggi, quali Tommaso Ridolfi (2), Battista Pan-
dolfini (3), Niccolò Capponi (4), Filippo da Gagliano (D). Ber-
nardo de’ Bardi (6), ecc. Non solo: chè, contrariamente alle
disposizioni tassative per cui ai Lettori dovevano essere
fatte nello stipendio ritenute proporzionali al numero delle
assenze, fin dal 1484 gli Ufficiali dello Studio cominciarono
a concedere a Pierleone l'intero emolumento senz alcuna

«detrazione per questo titolo: « havendo sempre per fermo che, per

quante lectioni intermettesse, non vi sia mai diminuito il vostro
emolumento, ma per intero conservato » (T). Un’altra prova infine
della grande considerazione in cui Pierleone era tenuto ci
è data dalla sollecitudine con cui gli stessi Ufficiali dello
Studio Pisano lo liberarono da ogni molestia (8) quando un
M.° Battista de Janna, frate, condotto a leggere a Pisa sulla
sua fede e sulla sua mallevadoria, mancò alle promesse e
all'osservanza degli obblighi contratti: «... omnes simul con-
gregati liberaverunt et. liberum. voluerunt. Magistrum Pierleonem

de Spoleto ab omni obligatione et promissione quam fecerat pro

(1) R. Archivio di Stato di Firenze, Miscellanea di documenti riguardanti lo
Studio Pisano dal 1472 a4 1568, c. 200.

(2) R. Archivio di Stato di Firenze, Ricordi per lo Studio Pisano dal 1481 al
1505, c. 21 t.

(3) R. Archivio di Stato di Firenze, Delib. dello Studio Fiorentino e Pisano dal
1484.01 1492, c. 12 t., e, 17 T.

(4) R. Archivio di Stato di Firenze, Ricordi per lo Studio Pisano dal 1481 al
1505, c. 102 t. — Archivio di Stato di Firenze. Del. dello Studio Fiorentino e Pisano
dal 1484 ai 1492, c. 49r.

(5) Archivio di Stato di Firenze, Delib. dello Studio Fiorentino e Pisano dal 1484
al 1492, c. 52r.

(6 Archivio di Stato di Firenze, Delib. dello Studio Fiorentino e Pisano dal 1484
al 1492, c. 59r.

(7) Archivio di Stato di Firenze, Delib. dello Studio Fiorentino e Pisano dal
1484 ai 1492, c. 16 t. (19 febbraio 1484) ; cfr. anche: c. 12 t., c. 17 r., C. 18 7:, c. 48 T.,
6, 49 r,, €. 52 r., 6. 38 f.

(8) Archivio di Stato di Firenze, Delib. dello Studio Fiorentino e Pisano dal
1484 al 1492, c. 31 t.
















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392 L. GUERRA-COPPIOLI



magistro Baptista de Janna ... » (1). Nonostante ciò e la con-
ferma fattagli per desiderio del Magnifico alle stesse onore-
voli condizioni (2), al termine delle lezioni, nell’ estate del
1487, egli lasciò lo Studio Pisano, avendone un attestato con
cui gli Ufficiali manifestano la propria soddisfazione per
l'opera prestata dall'esimio medico spoletino (3).

Nel novembre 1490 cedendo all' invito del Governo della
Serenissima che, anche secondo il desiderio del Doge Ago-
stino Barbarigo, voleva ricoprire il posto vacante per la morte
del titolare M.° Corradino con la nomina (4) di un valoro-
sissimo e famosissimo medico (prestantissimum atque famosis-

simum, doctorem), riprese l'insegnamento (5). Ma sembra che
non rimanesse troppo soddisfatto del suo soggiorno a Pado-
va, forse anche per la concorrenza di un M.° Gerolamo da
Verona che nell’anno 1491 aveva tenuto anch’esso un corso




(1) Archivio di Stato di Firenze, Delib. dello Studio Fiorentino e Pisano, c. 31 t.;
cfr. anche: ibidem, c. 10 t., c. 11 t., e Ricordi per to Studio Pisano dal 1481 al 1505,
c. 88 t.

(2) Archivio di Stato di Firenze, Miscellanea di documenti riguardanti lo Stu-
dio Pisano dal 1372 al 1568, cc. 264-265; Ricordi per lo Studio Pisano dal 1481 al
1505, c. 148 t.

(3) Die 4 dicti mensis iulii (1487)

Supradicti officiales Studii, servatis servandis, declaraverunt eximium medicine
doctorem Magistrum Petrum de Leonibus de Spoleto, conductum ab eis ad legendum
in studio Pisano lecturam ordinariam theorice medicine, observasse omnia ad que
in dicta conducta tenebatur, et usque ad finem prosecutum esse diligenter suam
lecturam. Qua propter se de ipsius officio et opera vocant bene contentos et sati-
sfactos; in cuius rei fidem hec fieri voluerunt et mandaverunt etc.

R. Archivio di Stato di Firenze, Deliberazioni dello Studio Fiorentino e Pisano
dal 1484 al 1492, c. 67 t.

(4) R. Archivio di Stato di Venezia, Commemoriali, Vol. XVII, c. 135 t.

(5) « Maestro Pietro Leone m’ha detto essere conducto a Padova per due anni,
e uno a beneplacito, con promissione di due milla [ducati] d’oro Vanno, e ha accet-
tato il partito con intenzione, se non gli sia dato molestia, del medicare a Ve--
nezia ... ». Lettera del Pandolfini citata.

FACCIOLATI, Fasti gymnasti Patavini. « MCDXC. Petrus Leonius Spoletinus,
non Medicus modo ex Galeni sectatoribus facile princeps, sed et Astronomus magni
"minis, Roma evocatus est argenteis millenis ad tradendam Medicinam Praticam
Ordinariam Coradini loco jam defuncti. Sed post biennium discessit ». Padova,
1757, Vol. I, p. 134. Cfr. anche: PaPADOPOLIUS NICOLAUS, Ggmn. Patav., lib. 3, sect. 2,
cap. 5, n. 22, — FABRUCIUS, Elogia clar. Vir. in. CALOGERÀ, Raccolta di opuscoli scien-
tifici. Venezia, Occhi, 1749, tomo 40, p. 102,














































M. PIERLEONE DA SPOLETO 393



frequentatissimo di medicina pratica (1): difatti nelle prime
settimane del 1492 lo troviamo a Spoleto, donde dà consigli
al Magnifico, di cui peró non vuole accettare i ripetuti inviti
a tornare in Toscana (2). A deciderlo a lasciare Padova, se-
condo il Sansi (3), storico di Spoleto, non sarebbe stato e-
straneo il fatto che, mentre eran pochi i giorni in cui non
navigasse per andare a Venezia chiamatovi da quei patrizi,
gli astri, a suo dire, gli minacciavano che morrebbe nel-
l’acqua (4). Non pare tuttavia che, lasciando la città, rinun-

(1) « Doetrina et peritia famosi atque prestantis doctoris physici magistri Hie-

ronymi de Verona, qvi superiori anno legit àn Gymnasio nostro patavino ordina-

' riam gpratice medicine im concurrentiam magistri Petri Leonis ...». (R. Archivio di
Stato di Venezia, Deliberazioni Senato « Terra », reg. 11, c. 90).

(2) « ... hollo facto tentare dal Conte del ridursi in Toscana. Credo sarà in ogni
modo difficile. In Padova sta malvolentieri, e la conversazione non li può dispiacere,
ut ipse dicit. Negat tamen se velle in Thuscia agere ». (Angeto Poliziano a Lorenzo
de’ Medici: in FABRONI, Op. cit.).

(3) SANSI, Le vie di Spoleto. Spoleto, Tip. dell’ Umbria, 1877.

(4) « ma credendo fuggir Ponto o Numidia

di Padoa mi partii ... ».
SANNAZARO, Rime nella morte di Pier Leone, medico.

JANI VITALIS
Dum timet astrologus sua Fata Leonius, undas
Et fugit e ripis magnae Timave tuis ;
Illa eadem frustra fugientem adversa sequuntur,
Qua rapitur tacita nobilis armis aqua:
Hic tu florentem medicis Florentia curis
Praeruptum, o facinus, corripis in puteum:
Astra repraesentant sic funera, dum fugit ille,
Tutius hunc poterant quam latuisse poli.
LATOMI BERGANI
Pallet, conspectis ubicunque Leonius undis
Et velut a certo protinus hoste timet.
‘scilicet has tacite didicit, monstrantibus astris,
Moliri vitae Fata suprema suae.
Cur sed ubique timet? cur omneis denique, semper?
Astra cavendi etiam cur tacuere viam ? X
An non terra suos gignit, licet arida, fonteis ?
Et coelum pluvies non quoqde servet aquas?
Forsitan has aliquo in puteo tibi Fata reponunt:
Nec poteris clare cum Phaetonte, mori.
Sed fugis Euganeos, Padumque et aquosa Timavi:
Stulte, fuge, et longum dedoceare metum.
GIovIO PaoLO, Elogia doctorum vivorum. Basilea, 1556.

———————————MÁÓHÓÉERRHE

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394 L. GUERRA-COPPIOLI

ciasse definitivamente alla cattedra di Padova, perché sol
tanto qualche mese dopo là sua morte il Senato (28 agosto
1492) pensa a nominargli un successore, stimando » necessa-
rium pro utilitate studentium providere lectioni medicine vacanti

per discessum. quondam magistri Petri Leoni » (sic) (1).

Amico e medico del Magnifico,
ne era continuamente consultato
per lui e per la sua famiglia (2),
dall'epoca del suo primo .insegna-
mento a Pisa, come ci attesta una
lettera del 4 luglio 1477, datata
da Fosdinovo, dove trovavasi per
la cura di una donna di casa Me-
dici (3), fino all’ultima malattia di
Lorenzo che doveva portare, per
diverse vie, entrambi alla morte;
secondo il Mangeto (4), anzi, egli

. 5

Lorenzo il Magnifico.

(1) R. Archivio di Stato di Venezia, Deliberazioni Senato « Terra », reg. ll,
c. 121.

(2) « ... et aegre ejus discessum tulit Laurentius tum. publicae, tum privatae
utilitatis caussa (nam illo medico utebatur), et saepe absenti mandata dedit et ab eo
consilia de sui suorumque valetudine tuenda exquisivit. Aut Romae awt Spoleti is
erat a. 1488 cum illum Laurentius de valetudine Lucretiae filiae consuluit. (FABRONI,
Vita Lawrentii Medicis).

Un biglietto con cui gli Ufficiali dello Studio nel febbraio 1485 chiamano Pier-
leone da Pisa a Firenze (« ... vogliamo che ... montiate a cavallo et vegniate quanto
piü presto é possibile insino allo ufficio nostro per buona cagione, la quale qui
presente intenderete ») porta questa postilla marginale: « Petebatur autem a Laur.
Med. egrotante ». — R. Archivio di Stato di Firenze, Deliberazioni dello Studio Fio-
rentino e Pisano dal 1484 al 1392, c. 26.

Nei primi di giugno del 1489 invia da Roma a Lorenzo un « consiglio » sul
Bagno a Morba. ;

Da Padova il 19 agosto 1491 invia allo stesso Lorenzo un altro « consiglio »
sullo stesso argomento.

Anche la seconda parte della lettera, datata da Roma il 2 giugno 1489, nella
quale M.0 Pierleone esprime a Lorenzo il suo contento per la promozione alla
dignità cardinalizia del di lui caro figlio Messer Giovanni (il futuro Leone X), ci stà
a dimostrare i cordiali rapporti di amicizia che correvano tra il Magnifico e il
medico spoletino.

(3) R. Archivio di Stato di Firenze, Mediceo av. il Princ., XXXV, 592.

(4) MANGETUS JO. JACOB, Tomo II, parte I, Lib. 15.



M. PIERLEONE DA SPOLETO 290

sarebbe stato anche uno dei precettori del figlio Giovanni,
il futuro Leone X.









Villa Medicea di Careggi presso Firenze.

Nel gennaio del 1492, mentre trovavasi a Spoleto, M.
Pierleone fu con pressantissime lettere chiamato alla Villa
Medicea di Careggi dove le condizioni di salute, non mai
floride (1), del Magnifico, erano notevolmente peggiorate:
« laboraverat circiter menses duos Laurentius Medices e dolo-
ribus iis, qui. quoniam. viscerum cartilagini inhaereant, ec ar-
gumento hypochondrii appellantur. Hi tametsi neminem sua

(1) « Laboraverat vel ao adolescentia. renum et stomachi doloribus, quos «ut
sanaverat aut certe levaverat balneorum usu. Sed morbus identidem recrudesce-
bat ... Tanta demum vis morbi erupit, ut convalescere et sanari desperaverit ».
FABRONI, Vita Laurentii Medicis.








396 L. GUERRA-COPPIOLI



quidem vi jugulant, quoniam tamen acutissimi sunt, etiam Jure

molestissimà perhibentur » (1). Non valsero però le cure di o
| M. Pierleone nè quelle di Lazaro Piacentino (2)

medico del

2)





Fot. Alinari.

Careggi. Villa Medicea — Pietro Leoni gettato nel pozzo (Watts Giorgio)

Duca di Milano, chiamato dai famigliari, il quale, « ne quid
inerpertum relinqueret, pretiosissima quaedam gemmis omne ge-



nus, margaritisque conterendis, medicamenta tentabat » : il giorno

(1) Lettera di Angelo Poliziano a Iacopo Antiquario. FRANCESCO PUTEOLANO,
dedicando i XII Panegirici degli Antichi a lacopo Antiquario, disse che fra tutti
i dotti egli era l’uomo più dabbene, e fra gli uomini dabbene il più dotto: nativo
di Perugia, trascorse molti anni della sua vita e morì a Milano dove era stato Se
gretario dei duchi Galeazzo e Gian Galeazzo e di Lodovico il Moro. M

(2) « ... venit dein Ticino Lazarus vester, medicus (ut quidem visum est) expe-
rientissimus : qui, tamen sero advocatus, ... » (PoLIZIANO, lett. cit.).

«..ma non si dubitava di nulla et maxime pe' conforti dello indiavolato
maestro Pietro Leoni da Spoleto, che sempre fino all'ultimo diceva che non poteria
perire di quello male. El sabato giunse quello medico di Milano, e cognobbe ch'egli
era stato medicato pel contrario, et parati molti rimedi, non fu a tempo: aveva |.











M. PIERLEONE DA SPOLETO 397

8 aprile il Magnifico venne a morte. La mattina appresso
il corpo di M. Pierleone fu trovato nel pozzo di una tenuta
de’ Martelli a S. Gervasio (1).

Suicidio o assassinio? Varie testimonianze contempo-
ranee sono per l'ipotesi del suicidio: giova però osservare
che quasi tutti i testimoni, a cominciare dai più autorevoli,
quali Angelo Poliziano (2), Pietro Crinito, discepolo del

bisogno di cose fresche e gli eran sute date cose calde » (Lettera di Bartolomeo
Dei allo zio Benedetto Dei in data 14 aprile 1492, pubbl. da L. FRATI in Arch. Stor.
Ital. VN. Serie Tom. IV, 1889). Come si vede anche allora i luminari dell’arte, in fatto
‘di vedute t-rapeutiche, era in un accordo... confortante per i pazienti!

(1) « A di 8 di Aprile 1492 in domenica ore 5 di notte moriil Magnifico Lorenzo

‘ di Piero di Cosimo dei Medici, a Careggi, d’ età di anni 44 non finiti, il quale era

stato malato circa a mesi due di una strana infermità, con grandissimi dolori di

stomaco e di capo, che mai potettono i medici conoscere la sua malattia. Dubitossi

di veleno, e massime perché un Mess. Pierleoni da Spuleti singolarissimo medico,
che era stato alla cura sua in tutta la malattia, la mattina seguente dopo la sua
morte, fu trovato essere stato gittato in un pozzo a S. Cervagio alla Villa di Fran-
cesco di Ruberto Martelli, dove era stato trafugato, perché certi famigli di Lorenzo
l’ avevano voluto ammazzare, per sospetto che non avessi avvelenato Lorenzo, ma non
se ne vedde segno alcuno ». Ex diarió anonymi cujusdam Florentini, quod extat in
Bibliotheca Magliabechiana: in Roscoe, Vita di Lorenzo il Magnifico, Pisa, 1816.

L’ episodio delle violenze di cui sarebbe stato vittima Pierleone prima di fug-
gire a S. Gervasio é il soggetto di un affresco del pittore inglese Giorgio Wats, tuttora
esistente nel loggiato della Villa Medicea di Careggi.

Da notizie desunte dall'archivio della nobile famiglia Martelli e comunicatemi
dalla cortesia del cav. Niccolò risulta che circa la metà del sec. XV i Martelli pos-
sedevano nel popolo di S. Gervasio insieme con altre terre un podere e una casa
padronale, luogo detto Malcantone. Mentre alcuni terreni di S. Gervasio (podere 7a
Porta o Cantone) appartengono tuttora ai Martelli, Malcantone, che nelle divisioni
fatte nel 1454 tra i fratelli Roberto, Antonio e Alessandro rimase al ramo di Roberto,
padre del Francesco ricordato dal Cronista, verso la fine del sec. XVII passò ad altri
proprietari: attualmente la villa é occupata dalle Suore Calasanziane. (Cfr. anche
CaroccI, Dintorni di Firenze, Galletti e Cocci edit., 1906, vol. 1, p. 65).

« Huius Laurentii primus medicus fuit magister Petrus Leoni Narniensis (sic),
vir doctissimus, et philosophus divinissimus, qui, ut Petrus Medices predicti cardi-
nalis frater deinde Romam sibi scripsit, propter ejusdem magistri Petri Leonis erga
Laurentium supradictum genitorem eorum et ejus infirmitatem. incuriam, dn, pos-
sessione civium de Martellis, ad quam post obitum Laurentii predicti eodem sero

5 equitaverat, die lune 9 dicti mensis in mane in quodam puteo repertus est mortuus ;

et potius quod jugulatus fuerit et in puteum deinde projectus, quam quod ipse se
vivus in illum proiecerit, a, pluribus judicatum » JOHANNIS BURCHARDI Diarium, ed.
L. Tuasne, Paris, 1883, T. I., pag. 461.

(2) « Quidam illud etiam (ut sunt ingenia) pro monstro interpretantur, quod
eacellentissimus (ita enim habebatur) huius aetatis medicus, quod ars eum prae-
scitaque fefellerant, animum desponderit, puteoque se sponte demerserit ».



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i ire

398 L. GUERRA-COPPIOLI

Poliziano e suo successore nella cattedra di eloquenza, il
Valeriano (1), che scriveva ai tempi di Clemente VII, cu-
gino di Piero di Lorenzo, erano amici e partigiani dei
Medici. Anche la lettera di Bartolomeo Dei allo zio Bene:
detto, su cui si basa il Frati (2) per avvalorare l'ipotesi
del suicidio, ci sembra ispirata a troppa ammirazione e at-
taccamento alla Casa medicea per poterla giudicare docu-
mento di genuina verità: non giova, d'altra parte, ad ac-
crescerne la credibilità il grossolano errore in cui cade il
Dei quando asserisce che la salma di Pierleone fu inono-
ratamente « sotterrata alla campagna come chi tal fine (il sui-
cidio) elegge ». Del Sannazaro, che scrisse la sua elegia (3)

(1) VALERIANO, Cominent. Urbana, l. 21.

(2) L. FRATI, Arch. Stor. Italiano, V Serie, T. IV, 1889.

« L'altro caso horrendo é stata la insana morte di maestro Pietro Lioni, el
quale, poi che si vide ingannato dalla sua falsa scienza, la quale alcuni dicono era
mescolata con nigromanzia, diventò mezzo fuori di sé. e condotto al luogo di quelli
Martelli qui presso, cioè a S. Cervagio, la nocte vi stette trattato benissimo, ma
pieno di malinconia e mai parlava, né rispondeva cosa alcuna. Finalmente la mat-
tina a dì, chiesto un asciugatoio e lavatosi il viso a uno pozzo, e domandato uno
contadino quanta acqua v’ era drento, rimaso quivi solo appoggiato alla sponda, non
dopo molto tempo fu da una donna, che acqua andava attignere, col capo di sotto
nel pozzo veduto, mezzo fuori dell’acqua; e levato rumore, fu veduto che misera
fine tanto homo e di tanta scientia per miseramente vivere futto aveva.

« Questa cosa dette assai turbazione al popolo turbato assai dalla prima (la
morte di Lorenzo); ma veduto chiaramente che la propria mattezza a questo l'aveva
condotto, cessò il dire, che non senza carico era, e fu detto: bene gli sta, da che
per sé medesimo s' é di vita privo. Era im:naculato et inleso sì bel corpo, che pa-
reva uno danno a vederlo per chi '1 vide, et stato dì,uno quivi fuori del pozzo, fu
di poi sotterrato alla campagna, come chi tal fine elegge ».

(3) Ogni riva del mondo, ogni pendice

cercai, rispose: e femmi un altro Ulisse
Filosofia; che suol far l’ uom felice.
Per lei le sette erranti, e l’ altre fisse
Stelle poi vidi, e le fortune, e i fati
Con quanto Egitto e Babilonia scrisse.
E più luoghi altri assai mi fur mostrati,
Ch’ Apollo ed Esculapio in la bell’ arte,
Lasciar quasi inaccessi, ed intentati.
Volava il nome mio per ogni parte ;
Italia il sa; che mesta oggi sospira,
Bramando il suon delle parole sparte.

M. PIERLEONE DA SPOLETO 399

in morte di Pierleone dopo che i Medici furono cacciati
da Firenze, si disse che lo fece per rendere il loro nome ©
odiato, ma in realtà si può anche affermare che scrisse
liberamente, perchè ormai senza timore di rappresaglie,
come liberamente aveva scritto nella intimità della sua casa
l’autore anonimo del diario manoscritto della Magliabechiana,
e da Milano in una lettera privata Demetrio Calcondila (1),
asserendo come cosa certa che Piezleone era stato gettato nel
pozzo per ordine di Piero de’ Medici. Che se si può ob-
biettare, come fu fatto (2), che il Calcondila scriveva lungi
‘.dalla Toscana, appoggiandosi solo sulle dicerie del volgo,
non altrettanto può dirsi per diminuire il valore di una
cronaca inedita (3), citata dal Sordini (4) e da noi ora pub-
blicata per la parte che riguarda la morte di Pierleone,
di Francesco di Pierangelo de’ Mugnoni da Trevi, in cui
è detto che, dopo la morte di Lorenzo, Pierleone fu fatto
strozzare e gettare in un pozzo da Piero de’ Medici, « re-
putato homo bestiale e senza prudenza », e che la sua sal
ma fu subito ripescata, esposta con grande onore in una
‘chiesa di Firenze (« in una ecclesia de Fiorenza e li con

E se del morir mio l’infamia io porto
Sappi che pur da me non fu "1 difetto.
Ché, mal mio grado, io fui sospinto e morto
Nel fondo del gran pozzo orrendo e cupo.
I. SANNAZARO, Rime nella morte di Pier Leone, medico. Il quale per la morte
«del gran Lorenzo de’ Medici, fw gittato in un pozzo a Careggi. Ed. Comin. 1725,
pag. 412.
Anche lo storico senese contemporaneo ALLEGRETTO ALLEGRETTI afferma l’ o-
micidio. Rerum Italic. Scriptores, vol. 23.
(1) BANDINI A. M., Collectio veterum aliquot monimentorum ad hist. praecipue
litterariam pertinentium. (Arretii, 1752).
Demetrio Calcondila, ateniese, fu lettore di lettere greche e latine tra il 1450
e il 1460 nell Università di Perugia, donde passó a Padova fino à quando il Magni-
fico lo chiamò a Firenze.
(2) RoscoE, Illustrazioni storico-critiche alla vita di Lorenzo de’ Medici (Fi.
renze, 1823).
(3) Biblioteca Vaticana, Cod. Capponiani, N. 178.
(4) SORDINI G., Piero de? Medici e Pierleone Leoni. Ilustratore Fiorentino, 1907.














400 L. GUERRA-COPPIOLI





erande guardia se guardava ») e poi, portata a Spoleto,
venne sepolta nella chiesa di S. Niccoló, « in cappella sua
et in nel tumulo che lui prima aveva ordinato » (1): difatti
il modesto cronista trevano, che nulla ha da temere o da



Fot. Alinari.

Spoleto. — Porta della Chiesa di S. Niccolò, dove

fu sepolto Pierleone.

sperare dai Medici, che senza alcuna pretesa di storico o
di letterato nota giorno per giorno ció che accade attorno
a lui, ciò che vede e ciò che fa, fino al punto di registrare



(1) Un ordine del Vescovo Fulvio Orsini del 1563 fece rimuovere « omnia de-
posita in dicta, Ecclesia existentia, et arma. et insignia in locis superioribus collocata »,
dimodoché quando nel 1911, auspice l'Accademia Spoletina, fu tentata dal Municipio
di Spoleto la identificazione della tomba di Pierleone, si raccolsero sì nella località
supposta sede del monumento che l'insigne medico si era preparato, numerosi
avanzi di decorazione in pietre bianche e rosse di stile ogivale, finemente lavorate,



cugino di Pierleone, adempiva



M. PIERLEONE DA SPOLETO 401

la piantagione di una vite nel suo orto di Trevi, non aveva
alcun motivo di falsare la verità dei fatti, e doveva, d'altra
parte, essere certamente bene informato, se si considera col
Sordini che era non solo contemporaneo, ma anche affine
di Pierleone, e che appunto per questa sua qualità il 22
aprile 1492 si recó con dodici persone al Borgo di Trevi
a condolersi col fratello di Pierleone, Pietro Eustachio, il
quale, accompagnato da mae-
stro Gregorio di Giovanni Bat-
tista da Spoleto, discepolo e

al pietoso ufficio di ricondur-
ne la salma in patria; e il 29
dello stesso mese si recava con
gli stessi compagni a Spoleto
ad assistere al funere di Pier-
leone, celebrato con straordina-
rio concorso di popolo nella chie-
sa di S. Niccolò. A farci allon-
tanare dall'ipotesi del suicidio
sta infine la considerazione che
la salma di Pierleone ebbe gli
onori di solennissimi funerali
religiosi e del seppellimento in
uno dei maggiori tempî di Spo-
leto (un affresco della chiesa
di S. Niccolò, ora nella Pina-

coteca Comunale, nella figura Spoleto. — Pinacoteca
di S. Cosma, medico e martire, Comunale. — S. Colma
col berretto e il mantello rosso, (probabilmente ritratto di Pierleone)

e traccie non dubbie di un sistema uniforme di sepolture e ossa umane alla rinfusa
e uno scheletro di donna avvolto ancora, in parte, da vestimenta seriche, ma nulla
si rinvenne che desse il più lontano indizio della tomba e del feretro che si cerca-
vano. (Cfr. SORDINI, Alla ricerca della tomba di un vomo celebre. Atti dell'Accademia
Spoletina, 1901).



*











402 L. GUERRA-COPPIOLI

ce ne conserva forse il ritratto) (1): cosa che gli usi del tempo
non avrebbero in alcun modo consentito ove effettivamente
constasse del suicidio.

Non possediamo, al di fuori di qualche « consiglio »,
opere scritte di M. Pierleone, per quanto sia verosimile
supporre che un uomo dato alle investigazioni e allo stu-
dio (2), quale egli era, abbia certamente svolte in iscritto le
proprie idee in fatto di filosofia e di astrologia, commentati
gli autori Greci e Latini che rimetteva in onore nell’ inse-
gnamento, raccolte e illustrate le osservazioni della pratica

(1) A proposito di questo affresco così scrive il SonbINI: « Il culto dei Santé
Cosma e Damiano, benché introdotto assai per tempo in Roma dall’ Oriente nativo,
non ebbe mai favore in Spoleto e in tutta la vasta Archidiocesi Spoletina, dove non
esiste né esisté chiesa od oratorio intitolato ai loro nomi. Una ragione particolare,
quindi, parevami necessaria perché di quelle inusitate immagini venisse ornato un
sepolero. E non sarà inutile accennare che, mentre le figure dell'’Annunciazione
sono intiere e, quindi, assai piccole, i Santi Cosma e Damiano vennero invece effi
giati fino alla cintola, e, occupando tutta l’ altezza del rincasso, riuscirono molto
più grandi. Osservai, inoltre, che mentre la figura di San Damiano rispecchia un
tipo ideale, San Cosma invece, il primo e il più famoso dei due fratelli, invocati
come protettori dai seguaci di Esculapio, si presenta addirittura come un ritratto
preso dal vero, cui non mancano nemmeno alcune particolarità del vestiario proprio
a un medico di quei tempi: il berretto rosso e il mantello rosso (SoRDINI, Aa ré-
cerca della tomba ecc., loc. cit.). Per quanto riguarda le caratteristiche dell’ abito
del medico cfr. A. Corsini, Il costume del medico nelle pitture fiorentine del Rina-
scimento, Firenze, Istituto Micrografico Italiano.

(2) Che M. Pierleone fosse un erudito bibliofilo vediamo anche nella lettera
al Magnifico datata da Padova 19 agosto 1491, in cui egli si dimostra lieto di aver
avuto un’opera di Proculo che da tanto tempo desiderava e si propone di far tra-
durre; e manifesta la speranza di avere un commento dello stesso Proculo sopra
I Eraclito di Platone, trovato da Lascaris in Calabria: « Priego V. M. quando sappia
il luogo dov? 6, che gli piaccia di far diligentia d' averlo, ovvero di farmelo sapere,
che io ne possa. far prova d? averlo... ».

Il domenicano G. B. Bracceschi in una lettera al cardinale Sirleto, datata da
Spoleto, 1 marzo 1583, dice che i 220 volumi della biblioteca di Pier Leone Leoni,
oggi dispersa, erano stati stimati sino a 400 scudi da dotti medici e filosofl:il cata-
logo, pubblicato dal Dorkz nella Revue des Bibliothèques, 1897, su un codice della Co-
munale di Perugia (Ms. G. 18), che comprende manoscritti relativi alla teologia, alla
filosofia, alla Medicina (Aristotele e i suoi commentatori, Galeno, i medici arabi,
ebrei e greci, Arnaldo di Villa Nova) e trentasei opere in stampa di una sorpren-
dente rarità, dà un’ idea precisa della suppellettile di una biblioteca di un medico
celebre del sec. XV.



M. PIERLEONE DA SPOLETO 403

professionale. Sebbene peró il Fabroni (1) dia anche i Me
toli di varie supposte opere di Pierleone, la sua produ-
zione scientifico-letteraria poté esser posta in dubbio finché
non fu messo in luce un breve di Paolo III, con cui si
dànno ai Priori del Comune di Spoleto le facoltà necessarie
affinché a Vespasiano Sereni sia concesso ció ch'egli chiede
per far stampare alcune opere di medicina del fu Pierleone

suo zio, insigne fisico, che allo stesso Farnese era stato ca-

rissimo (2).

(1) « Minime quoque constare videtur, quae ipse ingenii monumenta reliquerit.
Sunt qui illi tribuunt TRACTATUM quendam DE URINIS, COMMENTARI IN GALENUM,
COMMENTARIORUM DE REBUS MATHEMATICIS, OPUSCULUM DE ANNULIS ALIISQUE SIGNIS
MAGICIS, SYNOPSIN DE HOMINIS NATURA, ET VARIA OPUSCULA, qwae omnia extare pe-
rhibentur in Vaticana Bibliotheca. Affirmat quidem vir amicissimus et plane litte-
ratus Cajetanius Mariniws observari in Vaticano Tabulario catalogum operum
Leonii tum editorum, tum ineditorum, sed huic minime fidendum esse, quod con-
fectus fuerit ab Alphonso Ceccarellio homine mendaciis tantummodo noto. Ambigi
quidem minime posse videtur fuisse Leonium, prout illa. ferebat tempora, medicum
summum. ». (FABRONI, Hist. Acad. Pisanae).

(2) TI breve di Paolo IIT, pubblieato dal Sawsr nel 1861 (Saggio dé documenti
storici tratti dall’Archivio del Comune di Spoleto, Foligno, Campitelli) merita di
essere riprodotto per i giudizi e gli spprezzamenti che il Pontefice fa di Pierleone
e dell’ opera sua:

« Dilecti filii salutem. et apostolicam ben. Cum dilectus filius Vespasianus
Loolius (sic) concivis vester, sicut ipse nobis wwper exponi fecit, nonnulla quondam
Petri Leonis insignis phásici patrui sui, quam nos in minoribus constituti plurimum
dilezimus, opera in medicina, et etiam octavum librum Niccoli Florentini Phisici
etiam celebris de simplicibus inter dicta opera repertum, rarum quidem et manu
authoris scriptum et pubblicum hominum commodum imprimi facere intendat: Nos
eidem Vespasiano in conficienda re tam utili de aliquo auxilio subvenire cupientes,
‘eius praecibus super hoc nobis hwmiliter porrectis inclinati, vobis quod unum ex
comitativis comitatus istius Civitatis per dictum. Vespasianum vobis nominandum
án, civem. spoletinum, ita, quod cum sua familia omnibus exemptionibus immunita-
tibus privilegiis gratiis favoribus et honoribus quibus coeteri originarij cives spole-
tini quomodolibet utuntur potiuntur et gaudent, sew uti potiri possit et valeat,
creare et coeterorum civium numero et consortio aggregare valeatis licentiam et
facultatem. concedimus per praesentem. Volumus autem quod quicquid ipse sic
creatus pro hoc solvet eidem, Vespasiano consignetur, per eum postea im impres-
sionem dictorum operum exponendum (sic), contrariis non obstantibus quibuscumque.

Datum Romae apud Sanctum Petrum sub annulo piscatoris die V Junij
M.D.XXXXVI. Pontificatus n.ri Anno duodecimo.

(Archivio del Comune di Spoleto - Pergam. N. 588).

21



L. GUERRA-COPPIOLI

I « consigli » (1) che possediamo di Pierleone si riferiscono
principalmente a Lorenzo il Magnifico e al Bagno a Morba (2),
una stazione di acque termali solfuree in Val di Cecina,
che ebbe già grande fama nell'antichità, e sullo scorcio del
sec. XV era tornata a fiorire per il favore e la preferenza
ad essa accordata dai Medici, signori di Firenze, e dalla
loro corte. Questi « scritti », che non forniscono certo ma-
teria sufficiente per assurgere ad un giudizio sintetico su
Pierleone medico, ci dimostrano tuttavia come egli avesse
sani criteri terapeutici e come già con lui la medicina an-
dasse abbandonando l'empirismo per formare le sue basi
sulla osservazione e sulla esperienza: l'aristotelismo medio-
evale scompare, quanto piü ci si approssima a quella lumi-
nosa pietra miliare — gloria italiana -— del pensiero scien-
tifico che é I' Accademia del Cimento.

L. GUERRA-COPPIOLI.

(1) Le lettere di Pierleone al Magnifico furono in parte pubblicate dal Fa-
broni, ma diplomaticamente così poco corrette che è sembrato opportuno ripubbli-
carle. ;

(2) GUERRA-COPPIOLI, 7L Bagno a Morba nel Volterrano e M.° Pierleone da Spo-
leto, medico di Lorenzo il Magnifico (Volume in onore del prof. Barduzzi. Siena, Tip.
S. Bernardino, 1915).





























M. PIERLEONE DA SPOLETO 405

DOCUMENTI

Magnifici Viri, maiores honorandi, commendatione ete. Ex domino
Francisco de Vasconibus, nec non ex magistro Andrea intellexi, que-
madmodum Magnificentiis Vestris placuit me conducere in Pisano Studio
ad Medicinam legendam. Quod ut mihi pergratum aecidit, ita eisdem
immortales gratias ago pro tanto in me benefitio. Proinde quiequid illi
meo nomine promiserunt, ego ratum habeo atque in me recipio ven-
turus in tempore, hoc est in principio anni novi, ut et offitio meo et
vestre de me expeetationi pro viribus satisfaciam. Bene valete. Datum
Rome die VIII julii 1475.

Vester quantus est Petrus Leo de Spoleto
Artium et Medicine doctor.

(a tergo) Magnificis Viris offitialibus et reformato-
ribus Pisani Studii Maioribus honorandis.

(R. Archivio di Stato di Firenze, Lettere dello Studio Pisano dal
1478 al 1529).

2 II.

Magnifice vir, benefaetor mi precipue etc. E' sono aleuni di che io
non mi sono sentito bene et ho auto un poco di febbre, et perché noi
siamo nell'autunno, dubito questo mio male non sia lungho. Fommi
curare da Maestro Stephano da Milano et da Maestro Piero Lione, a
quali, perehé con piü diligentia mi possino attendere, pregho instantis-
simamente V. M.tia che facci dare licencia dagl’ uficiali dello Studio,

» che non habbino a trovarsi a’ circuli, et che solamente habbino a leg-













406 L. GUERRA-COPPIOLI

gere infino che mi curano. Di che mi farà tale gratia V. M.tia che in
etterno gle ne saró ob[lig]ato. Et bene valeat V. M.tia, cui me semper
commendo. Pisis XXVI octobris MCCCCLXXVI.

F. Archiepiscopus Pisanus etc.

(a tergo) Mag.co viro Laurentio de Medicis Be-
nefactori suo precipuo etc.

(in margine d’ altra mano contemporanea): 1476, da Pisa a dì
30 d’ ottobre R.° a dì 31.

CR. Archivio di Stato di Firenze, Mediceo av. il Principato, filza
XXXIII, n. 909).

TIE
JESUS

Magnifice vir et domine mi post comendationem. Avendo nella
mia partita lasciate le mie cose in disordene et intra ll' altre la lectione
in nelle mano de uno mio scolare doctore novitio per la absentia de
maestro Allexandro, al quale arei lasciata questa provincia quando lui
fusse stato presente et la scuola rimanesse in rocta, per questo avendo
veduta madonna Aurante sanza febre et senza nisuna di quelle doglie
quale aveva, et remanendogli solo el corpo um pocho infiato quasi un
principio de ydropisia, essendo cosa di lungha cura et sanza subito
periculo, posto fine ad quegli aecidenti, feci pensieri dover tornare per
indirizare la mia scuola et provedere ad l'altre mie cose, quale, per
lo subito partire et non credendo molto avere a stare, lasciai assai de-
sordinatamente, con intentione o di tornare quando bisognasse, o sal-
tem continuo da Pisa provedergli secundo lei se fusse contentata. Odito
questo, la n° à pigliata sì gran malenconia che, oltra quello tumore,
gli è tornata la febre et è assai pegiorata. Veduto questo, di nuovo ò
pigliato per partito stare quanto piacerà ad vostra M.tia, et per questo
mando el presente portatore di queste, doctore de medicina, el quale
possa dare plenaria informatione ad Vostra M.tia, come quello che,
per doetrina et per oculata fede, à veduto; et sì etiam che proveda a’






M. PIERLEONE DA SPOLETO 401

fatti della mia scuola et della casa. Non altro per questa; me raco- , i
mando ad V. M.tia. In Fosdenovo, die 4 iulii.




























Pierleonus spoletinus medicus
Ma.tie Vestre fidelis servitor.

(a tergo) Generoso ac magnifico
viro Laurentio de Medicis

(in margine, d’ altra mano contemporanea) : 1471. Da M.° Pier-
leone. A dì VIII de luglo.

R. Archivio di Stato di Firenze, Mediceo av. il Principato, filza 35
n. 592.



IV.

Die XVIII aprilis 1432. du

Supradicti officiales (Studii) absenti Laurentio
Item conduxerunt magistrum Petrum Leonem medicum ad eco raf
ordinariam theorice vel practice, prout volent officiales, pro tempore
duorum annorum et I? ad beneplacitum, vel pro tempore unius anni e?
uno ad beneplaeitum officialium cum salario florenorum septingentorum
de Studio quolibet anno, cum obligationibus taxa et aliis consuetis pro
aliis doctoribus. i |

(R. Archivio di Stato di-Firenze, Hicordi per lo Studio Pisano dal
1481 al 1505, c. 111).

Ve

In nomine Domini amen. Noverint universi et singuli presentis pu-
bliei instrumenti seriem visuri et inspecturi quod anno a nativitate Do-
mini millesimo quadrigesimo octuagesimo secundo, indictione quinta-
decima, die vero Mercuri octava maii, pontificatus sanctissimi in Christo
Patris et domini nostri domini Sixti divina providentia pape quarti

. auno undecimo, in mei notarii publici testiumque infrascriptorum ad
hoc vocatorum specialiter et rogatorum presentia presens et personaliter
constitus egregius vir Magister Petrus Leo Leonardi de Spoleto Artium



408 L. GUERRA-COPPIOLI

et medicine doctor principalis principaliter pro se ipso citra tamen quo-
rumceumque procuratorum suorum per eum hactenus quomodolibet costi-
tutorum revocationem, omnibus melioribus modo via iure causa et forma
quibus melius et efficatius potuit et debuit potestque et debet, fecit consti-
tuit creavit deputavit nominavit et solemniter ordinavit suum verum certum
legitimum et indubitatum procuratorem actorem factorem negotiorumque
suorum infrascriptorum gestorem ac nuntium specialem et generalem, ita
tamen quod specialitas generalitati non deroget, nec e contra, videlicet spe-
ctabilem virum dominum Petrum domini Thome de Soderinis absentem
tamquam presentem specialiter et expresse ad ipsius domini consti-
tuentis nomine et pro eo se et operam suam magnificis viris dominis
officialibus almi Studii seu. Universitatis Florentine seu Pisane, tempore
existentibus..... (1). Studio Pisano vel alibi diebus consuetis et horis
competentibus, prout moris est, in facultate et scientia medicine theo-
rice vel pratice, prout eisdem officialibus pro utilitate et honore dicte
Universitatis et scolarium in eadem studentium expedire videbitur pa-
lam et publice ordinarie in locis et scolis consuetis scolaribus in huiu-
smodi Universitate studentibus et eumdem constituentem audire volenti-
bus, prout per certos (2) alios doctores in huiusmodi Universitate le-
gentes et regentes facere consuetum est, legendi et regendi ipsasque
scientias medicine theorice vel pratice, prout per dictos officiales visum
fuerit ad honorem et utilitatem diete universitatis et dictorum scola-
rium in huiusmodi scientiis studentium vite et eleganter prout ceteri
doctores in huiusmodi universitate legentes et regentes facere consue-
verunt interpetrandi et declarandi pro tanto (3) tempore et termino,
pro quibus alias idem constituens a dictis officialibus fuit conductus,
videlicet trium annorum incipiendorum a principio studii, quod erit in
festo sancti Luce vel Omnium sanctorum, proxime sequendo et finiendo,
predictis tribus annis finitis et revolutis, pro pretio et summa cuiusli-
bet anni predictorum trium annorum septingentorum florenorum valoris
cuiuslibet floreni quatuor librarum monete florentine per prefatos dominos
officiales seu eorum quendibet eidem domino constituenti vel procuratori
suo ad hoc ab eo legitime constituto in locis et termini per dictos of-
ficiales et eius procuratorem specialiter deputandis et assignandis persol-
vendum. Ac cum pacto et condictione quod nullus alter doctor territorii
florentini ad eius concurrentiam sive tali hora lectiones in huiusmodi
scientia legere et determinare poterit locandum et concedendum ipsosque

(1) Rasura.
(2) Così il testo, indubbiamente per ceteros.
(3) Il testo ha tento.





M. PIERLEONE DA SPOLETO

officiales ad huiusmodi salarium eidem domino constituenti, ut prefertur,
oecasione premissorum persolvendum, sub suis censuris et penis, quibus
eidem procuratori suo visum fuerit in huiusmodi contractu conductionis
apponendis obligandum et obligari faciendum et procurandum. Et ge-
neraliter omnia alia et singula faciendi, dicendi gerendi procurandi et
exercendi, que in premissis et circa ea necessaria fuerint seu quomodo-
libet oportuna et que ipsemet dominus constituens et facere posset si
premissis omnibus et singulis personaliter interesset, etiam si talia fo-
rent que mandatum exigerent magis speciale quam presentibus est ex-
pressum. Promictens insuper idem dominus constituens mihi notario
publico infraseripto tamquam publice et auctentice persone solemniter
stipulanti et recipienti vice et nomine omnium et singolorum quorum
interest vel intererit seu interesse poterit quomodolibet (in futurum se
ratum gratum atque firmum perpetuo habiturum totum id et quiequid
per dietum procuratorem suum constitutum actum dictum gestumve
fuerit in premissis seu quolibet premissorum. Relevans nihilominus et
relevare volens procuratorem suum huiusmodi ab ommi onere satis-
dandi, iudicio sisti et iudicatum solvi cum omnibus et singulis clausu-
lis necessariis et oportunis, sub ypotheca et obligatione omnium et sin-
'gulorum bonorum suorum mobilium et immobilium presentium et fu-
turorum et sub omni iuris et facti renuntiatione ad hec necessaria pa-
riter et cautela. Super quibus omnibus et singulis supradietus dominus
costituens petiit et requisivit per me infrascriptum notarium sibi fieri
et tradi unum duo aut plura publicum seu publiea instrumentum et
instrumenta.

Acta fuerunt hee Rome in domo habitationis prefati domini con-
stituentis sub anno indictione die mense et pontificatu quibus supra,
presentibus honorabilibus viris dominis Rizardo Pontano et Leone clerico
cameracensis diocesis, testibus ad premissa vocatis specialiter et rogatis.

Et ego Antonius Zenus clericus ferrariensis publicus imperiali au-
ctoritate notarius, quia premissis omnibus et singulis, dum sie ut pre-

- mittitur dicerentur fierent et agerent, una cum prenominatis testibus
presens interfui, eaque omnia et singula sie fieri dici vidi et audivi ac
in notam sumpsi et quia hoe presens publicum instrumentum manu al-
terius me aliis impedito negotiis fideliter scriptum et in hanc publicam
formam redactum signo et subscriptione meis in talibus apponi solitis
et consuetis signavi et subscripsi in fidem. robur et testimonium om-
nium et singulorum premissorum rogatus et requisitus.

(R. Archivio di Stato di Firenze, Diplomatico, Archivio generale, 8
maggio 1482).



L. GUERRA-COPPIOLI
ME

Die XVII maii 1482.

Item presentibus ser Stefano et ser Francisco Vivaldi, Petrus do-
mini Thomasi de Soderinis, procuratorio nomine Magistri Petri leonis
loeavit officialibus Studii etc. dictum Magistrum Petrum leonem pro
duobus annis et uno ad beneplacitum officialium, eum salario floreno-
rum 700 de Studio pro quolibet anno, cum privilegiis honoribus et
oneribus et promisit observantiam, de quo ad ete. Sub pena dupli et
extendatur in forma.

(R. Archivio di Stato di Firenze, Ricordi per lo Studio Pisano dal
1481 al 1505, c. 13r).
VII.

Die 27 aprilis 1483.

Richordo . . . . . . che a M.° Piero lioni si dia licentia overo
si li acorda (?) che sia potuto stare alla cura di Thomaso Ridolfi im-
pune per insino a tutto di XXVI d'aprile.

(R. Archivio di Stato di Firenze, Ricordi per lo Studio Pisano dal
1481 al 1505, c. 21t).
VIII.

MCCCCLXXXIIJ.

Apuntature fatte per Bartholome bidello chomincate a di primo di
novembre per insino a questo di ultimo di febrajo.

M.9 Piero lioni parti a di... di dicembre e manchò 22 letioni utile;

disse avere licentia . . i . ; L. 99 per j* M. 18. 13. 4.
M.° Piero lioni parti a di 21 di febbraio, vene a firenze e per tutto
febraio manchò 6 letione; disse aver licenza : L. 6 Hl. 18. 13. 4.

Le 98 lettione di m.° P.° da Spoleto montavono ll. 522.

(R. Archivio di Stato di Firenze, Miscellanea di documenti riguar-
danti lo Studio Pisano dal 1472 al 1568, c. 200).



M. PIERLEONE DA SPOLETO

IX.
Die 19 januarii 1484.

Supradieti officiales, servatis servandis, absente tamen Francisco de
Sassettis eorum collega, prorogaverunt licentiam Magistri Pierleonis de
Spoleto et deliberaverunt quod ipse possit stare Florentie sine amissione
salarii sue leeture usque ad et per totam diem XXVI presentis mensis
ianuarii 1484 etc.

(R. Archivio di Stato di Firenze, Delib. dello Studio Fiorentino e Pi-
.sano dal 1484 al 1492, c. 18r).

X.

Die 19 februarii 1484.

Supradieti officiales Studii, servatis servandis, absente Francisco de
Sassettis eorum collega, deliberaverunt ut scriberentur littere ad Ma-
gistrum Petrum leonem de Spoleto in hune modum:

Vogliamo che statim hauta la presente, pretermissa ogn’ altra cosa,
montiate a cavallo et vegniate quanto più presto è possibile insino ‘allo
uficio nostro, per buona cagione, la quale qui presente intenderete.
Fatelo sanza mancho per quanto havete chara la gratia nostra, che di
questo vi graviamo quanto a-nnoi è possibile, havendo sempre per
fermo che per quante lectioni intermetteste non vi fia mai diminuto il
vostro emolumento, ma integro conservato. Bene valete. — Petebatur
autem a Laurentio Medicis egrotante.

(R. Archivio di Stato di Firenze, Delib. dello Studio Fiorentino e Pi-
sano dal 1484 al 1492, c. 26 r).

*

XI.

Die XIII novembris 1484.

Dehberaverunt 5. 2. 79 È
Item litteras ad dominum Petrum leonem de conducta domini Ba-
tiste de Janna, pro quo promisit, quod cupiunt intelligere cur non

veniat.

(R. Archivio di Stato di Firenze, Ricordi per lo Studio Pisano dal
1481 al 1505, c. 88 r).




















419 L. GUERRA-COPPIOLI

AUT.
Die 23 (novemhre 1484).
Deliberaverunt litteras ad dominum Pierleonem de Spole

et ita ad illum scribat, nam non veris de causis tardat accessum.

(R. Archivio di Stato di Firenze, Hicordi per lo Studio Pisano dal

1481 al 1505, c. 881).




XIII.




1484 novembre 13.



Gli ufficiali dello Studio di Firenze e di Pisa a Maestro P
da Spoleto:

Veggiamo per anchora non essere comparito costà m.gro Batista
da Genova a dar principio alla sua lettura come c’è obligato, et voi
sapete che similmente per lui v° obligasti et l'observantia di tal con-
docta promettesti. Non sappiamo qual cagione se l' abbi facto manchare
della fede. Voremo ce ne dessi aviso se nulla n' avete inteso
possiamo poi alla indennità dello Studio nostro provedere
intorno a tal cosa ci parrà conveniente seguire. Valete.

, acciò che
, et quello che



(R. Archivio di Stato di Firenze, Delib. dello Studio Fiorentino e Pi-
sano dal 1484 al 1499, c. 10t;.




DEV.




Die 23 novembris 1484.



Supradicti officiales Studii, servatis servandis,
striberentur littere ad dominum Petrum Leone
Per le lettere di m.» B

deliberaverunt ut
m in hunc modum :

atista et vostre et pel comandamento a-llui
facto, el quale ci avete mandato, intendiamo lui non servare la fede
promessa al nostro uficio et dare excusatione pur leggiere che a-nnoi
non satisfanno et non par credibile che i casi occorsi della gue
cose alle republice apartinenti diano impedimento a uno frate, da simili
interessi al tutto alieno, la libertà del quale non sole essere da

rra et

alchuno
impedita quando vuole; et se il comandamento gl’è facto dal cardinale

to de re
dicta (?) Batiste de Janna, quod omnino intelligatur illum servare fidem,





ierleone



















M. PIERLEONE DA SPOLETO 413

che lo po' fare, non apare che tal cosa sia facta sanza suo consenti-
mento, perché a tal tempo fu facto, a quale doveva già lui esser ve-
nuto ad observare l'obligo che ha con noi, et non aspettare tal coman-
damento, chome facilmente poteva. Infine non possiamo persuaderci che
tal cosa sia sanza suo volere, di che ce ne duole, sì pel disagio dello
Studio nostro, sì etiam per l’ amor suo, chè non voremo che simil cosa
sì chome è pocho honore del nostro Studio, fussi con mancho utile
della persona sua et etiam con vergogna. Voglamo di questo avervi
avisato acciò che ne le facciate noto che intendiamo il nostro Studio
non perda; et se d’ un altro a provedere habbiamo, il che sanza mag-
giore spesa far non si può, non ci-parrà inconveniente che chi di tal
cosa è cagione, lo Studio nostro sanza danno conservi. Vale.

(R. Archivio di Stato di Firenze, Delib. dello Studio Fiorentino e Pi-
sano dal 1484 al 1492, c. 11r).

XV.
Die 8 decembris 1484.

Supradicti ofticiales Studii ete.

Item dederunt et concesserunt licentiam et potestatem Magistro

Petroleoni de Spoleto medicine doctori veniendi ad civitatem Florentie
pro tempore dierum decem initiando qua die Pisis discedet sine ulla
amissione sui stipendii vel salarii propter suam lecturam ei debendi.
Quem dicebant venturum ut Baptiste de Pandolfinis morbo mederetur.

(R. Archivio di Stato di Firenze, Delib. dello Studio Fiorentino e Pi-
sano dal 1484 al 1492, c. 12 1).

XVI.
Die 30 mensis decembris 1484.

Supradicti officiales Studii, servatis servandis, simul congregati de-
derunt lieentiam et prorogaverunt licentiam datam Magistro Petro leoni
de Spoleto legenti in Studio Pisano commorandi in civitate Florentie
usque ad et per totam diem XX mensis januarii proxime preteriti et
ita eum liberaverunt ab omnibus appuntaturis, in quibus incurrisset
aut incursus esse diceretur usque ad dictam diem XX.am, ut commo-




























414 L. GUERRA-COPPIOLI

rari possit etiam iterum Florentie ut medeatur et curet in infirmitate
Baptiste de Pandolfinis ete. Mandantes ete.

(R. Archivio di Stato di Firenze, Delib. dello Studio Fiorentino e Pi-
sano dal 1484 al 1492, c. 17 v).

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Ti) XVII.
Die dominico X mensis aprilis 1485.

Supradieti officiales Studii etc. M

Item omnes simul congregati liberaverunt et liberum esse voluerunt
Magistrum Pierleonem de Spoleto ab omni obbligatione et promissione
quam fecerat pro magistro Baptista de Janna condueto ab officialibus
Studii, pro qua dietus magister Petrusleo tenebatur dictis officiaibus
causa quod dietus magister Baptistas (sic) non venit Pisis ut ipse pro-



| miserat sub penis etc., a quibus omnibus penis ipsum penitus liberarunt.

(It. Archivio di Stato di Firenze, Delib. dello Studio Fiorentino e Pi-
in sano dal 1484 al 1492, c. 31 t).

Die 3 augusti 1485.








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| XVIII.
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Supradieti offieiales Studii etc. I

Item liberaverunt et absolverunt Magistrum Petrumleonem spole-
tinum ab omnibus appuntaturis factis vel faciendis per bidellos Studii
Pisani propter quascumque lectiones intermissas a dicto domino Petro-
lione, a die primo mensis martii 1484 usque ad diem ultimam mensis
julii 1485 et nihil ei propterea de suo salario retineri voluerunt, et
mandaverunt ete.

(R. Archivio di Stato di Firenze, Delib. dello Studio Fiorentino e Pi-
sano dal 1484 al 1492, c. 39 r).








XIX.

Die 19 dieti mensis decembris 1485.



Supradicti offieiales commiserunt et remiserunt in duos officiales,
videlicet in Franciseum Saxettum et Gismundum de Stufa rem magistri M. PIERLEONE DA SPOLETO 415

Pierileonis cirea eius conduetam omnia ut facere possint et concludere
*
tamquam si omnes officiales essent simul etc.

Die 26 dicti mensis decembris 1485.

Franciscus de Saxettis et , supradicti, in quibus duobus commissa

Gismundus de Stufa | fuit conducta magistri Petrilioni ut su-
pra, ipsum eonduxerunt et seu potestatem eorum declarandi conductam
predictam commiserunt in reverendum dominum Archiepiscopum flo-
rentinum, eum in domo eius essent ambo congregati etc., et ei dederunt
potestatem deelarandi dictam conduetam per totum mensem ianuarii
proxime futurum. Qui dominus Archiepiscopus postea presentavit eorum
offieio quandam cedulam, in qua conditiones dicte conducte contine-
bantur. Quas postea dieti omnes officiales confirmaverunt prout est inter
conductas in primo.

(R. Archivio di Stato di Firenze, Delib. dello Studio Fiorentino e Pi-
sano dal 1484 al 1492, c. 45 r).

S
Die 7 januarii (1485) hora 17.

Conduxerent simul omnes congregati

M. Pierum Leonem ad eam lecturam quam declarabunt officiales
pro uno anno firmo et uno ad beneplacitum initiando die prima no-
vembris cum salario florenorum 1000 quolibet anno:

(R. Archivio di Stato, Ricordi per lo Studio Pisano dal 1481 al 1505,
€sd101 1).

»

Die 9 ianuarii.

Declaraverunt conductam magistri Pieri Leoni esse per duos annos
firmos et non beneplacito.
Ivi, id.
Die 12 Janu
Magister Petrus leo acceptavit et ratificavit suam conductam pre-

arii in domo archiepiscopi tlorentini.

sentibus Vicario archiepiscopi, scilicet.
Ivi, id.

n og ce e alice fini eee



L. GUERRA-COPPIOLI

XXI.
Die XV februarii (1485).

Iohannes Cavalcantis, nomine officialium, iussit et voluit ut scri-
berentur littere, nomine ipsorum, ad magistrum Petrum leonem ut
veniret hue, et promisit facere ut deliberetur.

Dicta die postea deliberaverunt quod supra dieitur, simul congre-
gati.

(R. Archivio di Stato di Firenze, Ricordi per lo Studio Pisano dal
1481 al 1505, c. 102 t).

A M.? Pieroleoni lieentia per 6 di cominciati il di partirà; che part}
a di (laeuna nel testo) di marzo, detto per Niccoló Capponi.
Ivi, id.
XXII.
Die XV dicti mensis februarii 1485.
Supradicti officiales deliberaverunt quod seribantur littere ad Ma-
gistrum Petrum Leonem in Pratum ut, visis litteris, veniat Florentiam

bonis de causis sine amissione sui salarii et stipendii ete.

(R. Archivio di Stato di Firenze, Delib. dell» Studio Fiorentino e Pi-
sano dal 1484 al 1492, c. 48 r).

XXIII.

Die 17 martii 1485.

Supradicti officiales Studii, servatis servandis, congregati in domo
Francisci de Sassettis, absente Johanne Cavalcanti, dederunt licentiam
Magistro Petro de Leonibus de Spoleto veniendi ad civitatem Florentie
et impune relinquendi lecturam pro sex diebus cras initiandis et hoc
fecerunt ad petitionem dicti Nicholai Jo. de Capponibus etc.

(R. Archivio di Stato di Firenze, Delib. dello Studio Fiorentino e Pi-
sano dal 1484 al 1492, c. 49 r).

M. PIERLEONE DA SPOLETO 417
XXIV.

Die X eiusdem mensis iunii 1486.



Prefati officiales Studii dederunt licentiam, congregati ubi supra,
Magistro Petro Leoni de Spoleto veniendi Florentiam pro tempore octo
dierum initiandorum dieta die sine amissione stipendii pro eadem cura
dicti Filippi de Ghaglano graviter egrotantis.

Die 17 iunii 1486.
Supradicti officiales Studii dederunt licentiam supradicto M.° Pe-
trolioni pro duodecim diebus discendendi Prato vel unde esset, nam

Florentie erat vigore licentie supradicte, et eundi Pisas sine amissione
salarii, pro XII diebus initiandis dicta die.

(R. Archivio di Stato di Firenze, Delib. dello Studio Fiorentino e Pi-
sano dal 1484 al 1492, c. 52r).

XXV.
Die 17 iunii (1486).

Item dederunt lieentiam M.» Piero lioni pro 12 diebus eundi Pisas,

initiandis quo die discedet.

(R. Archivio di Stato, Ricordi per lo Studio Pisano dal 1481 al 1505,
e: 490.7):

XXVI.
Die XIII eiusdem (mensis novembris) 1486.

Supradieti officiales dederunt licentiam M.° Petrolioni, ut possit
intermittere lectionem suam pro xv. diebus proxime futuris lieite et
impune sine ulla appuntatura propterea facienda per bidellos.

(R. Archivio di Stato di Firenze, Delib. dello Studio Fiorentino e Pi-
sano dal 1484 al 1492, c. 58 r).





L. GUERRA-COPPIOLI
XXVII.

Die 13 eiusdem (novembris 1486).

Dederunt licentiam M.? Pierlioni pro XV diebus reliquendi leetiones,

A dì 2 di dicembre 1486.

Dederunt licentiam M.° Pietrolioni pro octo diebus relinquendi suam
lectionem.

(R. Archivio di Stato di Firenze, Ricordi per lo Studio Pisano dal
1481 al 1505, c. 139 r).

XXVIII.
Die 2 decembris 1486.

Supradieti officiales dederunt licentiam M.° Petrolioni de Spoleto,

cui etiam supra, intermictendi suas lectiones pro octo diebus et veniendi

Florentiam, sine ulla appuntatura facienda, pro curanda valitudine Ber-
nardi de Bardis.

(R. Archivio di Stato di Firenze, Delib. dello Studio Fiorentino e Pi-
sano dal 1484 al 1492, c. 59 r).
XXVIX.
A di 5 di marzo (1486).

Cond(uxono) il M.» P.» lioni per uno fermo et uno a beneplacito
«con fiorini 1000, et tempo fino a di 15 a rinuntiare.

(R. Archivio di Stato di Firenze, Ricordi per lo Studio Pisano dal
1481 al 1505, c. 140 t).
XXX.
Ruotolo per l’ anno 1487.

Medicina pratica.
M.° Pierlioni . 1 i È à j : ; fiorini 1000




M. PIERLEONE DA SPOLETO 419

Partendo M.° P.° lioni spende lo Studio l’anno 1478 fiorini 6800,
incirca; spende manco l’anno passato fiorini 1800.































(R. Archivio di Stato di Firenze, Miscellanea di documenti riguar-
danti lo Studio Pisano dal 1472 al 1568, cc. 264-265).

XXXI.

Poiché vi scripsi sabato pel fante del procaccio, non ho vostre let-
tere. Questo cavallaro vi fo spacciare perchè intendiate come questa
nocte ho ricevuto lettere da Milano con lo adviso del peggioramento
del s. L.co, in modo che cominciono forte a dubitarne et qui hanno
mandato per Maestro Piero lioni. Questa medesima nocte anchora è
passato per costì uno huomo di Mons. Ascanio mandato da Bernardino
da Loria et ha parlato con meco et fa el medesimo dubio che dico del
male del s. L.co. Viene per dare questo adviso a mons. Ascanio et per
fare andare S. S. a Milano, che così doverrà seguire presto, perchè et
qui et a Siena ha voluto che io li ordini X cavalchature per potersene
andare battendo. Emmi paruto darvi adviso di tueto, perchè inanzi al
giugnere costì del mandato sopradecto facciate intenderlo a N. S., acciò
che la S.tà S. sia informata così del male grave del S. L.co come del
partire di Mons. Ascanio, et possa deliberare, parendoli da fare più
una cosa che un’altra, maxime per quello che mi serivesti già ritro-
vandomi allo Spedalecto, pure circa questa andata del p.to mons.

Non me achade per hora dirvi altro, non havendo lettere vostre et
perchè voglo che questo cavallaro anticipi la venuta del mandato pre-
decto.

Florentie die XIIII novembris 1487.
Laurentius de Medicis.

(a tergo) Magnifico viro maiori meo Johanni
Lanfredi[ni oratori] Florentino |
Rome i |
hora XX, et sarà costì infra II. di
(in margine, d’ altra mano contemporanea): 1487

Dal M.co Lorenzo. — A di XVI di novembre, de’ XIIII.

(R. Archivio di Stato di Firenze, Mediceo av. il Principato, f. LVII, |






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